Scuola, collegarla con cultura e lavoro

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In un sistema scolastico (istruzione e formazione) che offre strutture scolastiche mediamente di buon livello, va rafforzata una nuova visione che riguarda l’alternanza tra scuola e lavoro, e non solo negli istituti tecnici, ma anche negli indirizzi classico e scientifico va inserita la presenza di conoscenze ed esperienze rivolte alle professioni e alla ricerca.

Le competenze riconosciute alla Provincia in ambito legislativo hanno consentito la produzione di una grande mole di interventi normativi. Spesso però ad interventi di carattere organico si sono preferiti interventi settoriali, con l’introduzione di modifiche spesso frammentarie e non coordinate. E’ invece necessario recuperare organicità attraverso indirizzi di lungo periodo slegati dalle mode pedagogico-culturali, evitare interventi per legge in ambiti giuridicamente affidati alla contrattazione, sostenere e rafforzare l’autonomia scolastica per permettere alle scuole di mettere in atto offerte formative più flessibili e diversificate, anche attraverso l’attribuzione alle scuole di strumenti veri di autogoverno.

In riferimento poi alle competenze della Provincia sull’amministrazione del personale insegnante delle scuole a carattere statale, si registra una carenza di personale di sostegno, sia in termini di personale specializzato, sia per l’entità delle risorse investite inadeguate rispetto ai crescenti bisogni.

Alessandro Bertinazzo
Segretario PSI Alto Adige

Luca Fantò
I socialisti e la scuola

Mentre il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca sembra volerci spiegare come la responsabilità delle aggressioni ai docenti potrebbe essere della scuola e non di chi l’ha compiuta, i problemi della scuola statale sembrano sommarsi, giorno dopo giorno. Poco sembra cambiato col “Governo del cambiamento”.

Formalmente l’anno scolastico è iniziato, ma in moltissime scuole mancano insegnanti, innanzitutto di sostegno e poi anche di diverse discipline curricolari.

Manca il personale amministrativo e in alcuni casi si è costretti a ricorre ai collaboratori scolastici per coprire i ruoli di DSGA scoperti.

Le segreterie sono oberate di lavoro e la scarsità di personale rallenta le operazioni necessarie ad un funzionamento efficiente degli Istituti.

Mancano i collaboratori scolastici che ormai, sempre più spesso, non essendo in numero sufficiente a sorvegliare le diverse ali degli Istituti, rimangono a presidio delle entrate.

I Dirigenti Scolastici sono pochissimi. Nella provincia di Vicenza ad esempio, quasi metà degli Istituti è in reggenza. Reggenze spesso affidate con criteri poco comprensibili.

Noi socialisti siamo solidali con la Dirigente Scolastica Veladiano che in Veneto minaccia di licenziarsi qualora non si stabiliscano criteri di omogeneità per l’assegnazione delle reggenze.

La situazione in cui lavorano i Dirigenti Scolastici è così deteriorata che addirittura la troppo spesso filogovernativa ANP sembra dare segnali di insofferenza.

Tutto ciò mentre resta preoccupante il tasso di abbandono scolastico.

Noi socialisti, oggi all’opposizione, possiamo vigilare, pronti a denunciare errori e false verità ma anche, qualora sia possibile, pronti a portare il contributo delle nostre proposte.

Sarebbe importante impegnare maggiori risorse economiche ed umane. Aumentare la percentuale di PIL per l’istruzione portandola ai livelli degli stati europei più sviluppati. Interrompere i finanziamenti pubblici alle scuole private in qualsiasi genere e forma essi avvengano. Rimodulare i fondi per l’alternanza scuola-lavoro, prevedendo l’abolizione di tale pratica nei Licei. Stabilizzare il personale con un piano di assunzioni che vada ben oltre l’emergenza. Rinnovare il contratto che è in scadenza e adeguare gli stipendi agli standard europei. Portare a 18 anni l’obbligo scolastico.

Luca Fantò
Referente nazionale PSI scuola

Scuola, chiamata diretta presidi: abolirla è sbagliato

15-09-15 Bologna  Primo giorno di scuola alle Federzoni  con il sindaco Merola e il preside Domenico altamura  foto eikon

 foto eikon

L’approccio al mercato del lavoro del Governo Conte, nonostante gli emendamenti al Decreto Dignità promossi dal versante Lega a causa della reazione degli imprenditori, rimane un grave errore, proprio perché si muove (al contrario di quanto sembra affermare una parte importante del sindacato e del Pd) nella direzione opposta a quella che dovrebbe seguire chi vuole favorire una crescita dei posti di lavoro complessivi e offrire un clima favorevole agli investitori. È vero che è lo sviluppo il fattore decisivo che crea posti di lavoro, ma è altrettanto realistico pensare che in una situazione di incertezza una normativa che non solo aumenta il costo del lavoro ma accresce i rischi di contenzioso giudiziario, anche se volessimo utilizzare gli occhiali del dottor Pangloss, rallenterà le assunzioni. Poiché è corretto valutare i riscontri reali bisognerà attendere i risultati statistici dei prossimi mesi con l’auspicio che, in presenza di segnali negativi, il Governo abbia il coraggio politico di porre rimedio laddove i risultati fossero diversi da quelli sperati.
C’è però una vicenda che per essere affrontata non ha bisogno di attendere le elaborazioni dell’Istat e dell’Inps, quella che riguarda l’abrogazione della chiamata diretta dei docenti nelle scuole da parte dei Presidi. Con l’intesa tra Miur e sindacati sulla mobilità per il prossimo anno è stato ripristinato il sistema delle graduatorie e quindi della prevalenza dell’anzianità di servizio rispetto alla scelta del Preside-dirigente. Al di là dello strumento giuridico più corretto da utilizzare per abrogare la norma, che non può certamente essere abolita da un accordo sindacale, rimane un aspetto culturale prima ancora che politico che attiene all’autonomia della scuola e ai suoi valori tra cui (anche) il criterio del merito e della responsabilità che dovrebbe valere per studenti ed insegnanti.
Con perfetto linguaggio burocratese, il ministero, retto dal leghista Marco Bussetti, già dirigente dell’Ufficio scolastico della Lombardia, afferma al riguardo che “l’istituto della chiamata diretta ha manifestato criticità riconducibili all’ampia discrezionalità lasciata al dirigente scolastico e alle numerose incombenze a suo carico legate all’individuazione per competenze dei docenti in un momento peraltro fondamentale per l’espletamento delle attività propedeutiche all’avvio dell’anno scolastico”. In poche parole, i Presidi avevano altro fare e per evitare “eccessi discrezionali” è meglio tornare a criteri “oggettivi e trasparenti” per l’assegnazione dei docenti agli istituti scolastici. Come se non fossero sotto gli occhi di tutti gli inconvenienti delle graduatorie utilizzate per coprire i posti vacanti. Per il ministro Bussetti sembra assodato che gli insegnanti siano tutti uguali (uno vale uno come dicono i 5stelle), l’unica differenza è l’anzianità di servizio.
Sarà forse inevitabile che un Governo che entra in carica voglia segnare le differenze con i predecessori, ma che l’offensiva contro la “Buona Scuola”, timidissimo segnale di cambiamento del Governo Renzi, si diriga contro un provvedimento che introduceva (anche) criteri di professionalità è assai più grave di un aumento dello 0,5% del costo del rinnovo di un contratto a termine. Questa decisione è un attacco più o meno consapevole al principio fondante di una moderna democrazia che ha il dovere di offrire a tutti i cittadini uguali condizioni di partenza per premiare chi, attraverso il merito e la responsabilità, potrà costruirsi le condizioni per salire la scala sociale.
L’egualitarismo assistenziale di cui soffre la società italiana è una delle zavorre principali che rallentano la crescita. Se si perpetua nella scuola forse risolverà il problema di quella parte di docenti che vedono nell’insegnamento non una missione ma principalmente un’occasione di impiego. Ma non porterà grandi vantaggi agli studenti di oggi che sono il patrimonio più importante che abbiamo per costruire il futuro.
Un’ultima ma non meno rilevante osservazione. Se fosse vero, come si sostiene da più parti, che la scelta degli insegnati da parte dei Presidi è stata viziata non da discrezionalità (il che è ovvio), ma da sostanziale incompetenza o da clientelismo, la cosa sarebbe assai più grave. Se questo fosse accertato essere il problema bisognerebbe porre al centro di una nuova riforma non solo la sostituzione di parte degli attuali Presidi, che in buona misura non risponderebbero oggi alle esigenze della scuola, ma soprattutto la formazione e la selezione meritocratica e professionale di nuovi dirigenti. Ma dal dirigente oggi Ministro Bassetti questo non si sente, anzi si organizzano i concorsi con le vecchie regole per promuovere nuovi Presidi.

Walter Galbusera
Fondazione Kuliscioff

Istruzione in Europa. Noi in fondo alla classifica

scuola

Non siamo gli ultimi ma i penultimi. Di certo non messi bene nella classifica che misura il livello di istruzione tra i paesi europei. Siamo il paese di Dante, di Petrarca, di tanti scienziati e matematici. Di scopritori e di ricercatori, ma i numeri purtroppo sono chiari e impietosi. Nel 2017, in Italia, il 60,9% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha almeno un titolo di studio secondario superiore. In base ai dati dell’Istat, il valore italiano è molto al di sotto della media europea, che si attesta al 77,5%. Secondo l’istituto di ricerca, sulla differenza pesa in particolare la bassa quota di titoli terziari: 18,7% in Italia e 31,4% nella media Ue.

L’Istat certifica inoltre che dal 2008 allo scorso anno la quota di popolazione con almeno il diploma secondario superiore è in deciso aumento. Più contenuta, rispetto alla media europea, è invece la crescita della quota di popolazione con un titolo terziario (ovvero università, Afam e altri titoli post-laurea o post-Afam).

In Italia il 26,9% ha una laurea, penultimi in Ue – La quota di 30-34enni in possesso di titolo di studio terziario (laurea, Afam e post laurea) è invece pari al 26,9% (39,9% la media Ue) nel 2017. Nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti, l’Italia è la penultima tra i Paesi dell’Unione e non è riuscita a ridurre il divario con l’Europa. La quota di 30-34enni laureati, già bassa nel Nord e nel Centro (30% e 29,9%), nel Mezzogiorno si riduce al 21,6%, con un divario territoriale in aumento.

Livello di istruzione più elevato nelle donne – Il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile: il 63% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili.

Il 14% dei 18-24enni ha abbandonato gli studi, 18,5% al Sud – L’Istat ha poi evidenziato come nel 2017 la quota di 18-24enni che hanno abbandonato precocemente gli studi si stima pari al 14%; per la prima volta dal 2008 il dato non ha registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente. Le differenze territoriali negli abbandoni scolastici precoci sono molto forti – 18,5% nel Mezzogiorno, 10,7% nel Centro, 11,3% nel Nord – e non accennano a ridursi.

Vaccini con il trucco. Obbligatori ma senza sanzione

vaccino

“I bambini che frequentano la scuola dell’obbligo che non sono al primo anno sostanzialmente non devono fare nulla. Mentre per quanto riguarda la prima iscrizione devono autocertificare che si sono vaccinati. Il termine del 10 luglio non diventa un termine perentorio”. Lo ha detto il ministro della Salute, Giulia Grillo, durante la conferenza stampa sul tema delle vaccinazioni che si è svolta questa mattina a Roma e alla quale ha partecipato anche il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti.

Un modo confuso di salvare capra e cavoli. I vaccini restano obbligatori ma per entrare a scuola basterà un’autocertificazione in cui si dirà che il proprio figlio ha fatto tutti i vaccini previsti dalla legge. In sostanza dal prossimo settembre non sarà più necessaria la certificazione di avvenuta vaccinazione da parte della Asl, la cui scadenza di presentazione era prevista per il 10 luglio 2018. I no vax, a cui i grillini hanno a lungo accarezzato il pelo, sono accontentati. E allo stesso tempo non si toglie l’obbligo. Un obbligo senza sanzione però. È come dire che non vi è nessun obbligo. È come creare un limbo normativo dove ognuno fa come vuole. Ma quando si parla di salute questo atteggiamento diventa pericoloso. Non si tratta di libertà di coscienza, ma di salute pubblica. E uno Stato, un governo, ha il dovere di tutelarla.

Il tutto tramite un atto amministrativo. “Si tratta solo con una proposta di legge parlamentare – ha infatti aggiunto il ministro della salute – noi faremo un testo serio. Ci vogliono i giusti tempi. Al momento abbiamo fatto solo un atto di semplificazione amministrativa”. Il commento di Beatrice Lorenzin, ex ministro della Salute, non si è fatto attendere: “L’obbligatorietà vaccinale non è il fine della legge Lorenzin ma il mezzo per raggiungere l’immunità di gregge, cioè proteggere la nostra popolazione da pericolose malattie”. “L’autocertificazione di per sé non è un male – ha aggiunto – ma c’è il tema dei controlli: chi garantirà che i bambini a scuola sono effettivamente in una condizione di sicurezza tale da permettere ad altri bambini troppo piccoli per essere vaccinati o non vaccinabili di frequentare in sicurezza le classi? Questa domanda rimane inevasa dalla circolare ministeriale”.

Francia. Telefoni cellulari vietati per legge alle scuole elementari e medie

cellulare a scuola

Telefoni cellulari vietati per legge in Francia alle scuole elementari e medie. La norma sarà operativa dall’inizio del prossimo anno scolastico dopo l’approvazione, all’Assemblea nazionale, di una proposta presentata dalla maggioranza di governo, La Republique en marche. L’esecutivo commenta: “E’ un segnale lanciato alla società”.

A favore del testo, oltre a Lrem, hanno votato i centristi del Movimento democratico e l’Unione dei democratici e degli indipendenti, mentre tutti gli altri gruppi parlamentari hanno denunciato l’iniziativa definendola una proposta “inutile”, un “imbroglio”, un'”operazione pubblicitaria”.

La nuova legge prevede il divieto di telefoni cellulari “tranne che per usi pedagogici” e tranne nei luoghi in cui “il regolamento interno lo autorizzi espressamente”. Bfmtv fa sapere che il cosiddetto “codice dell’istruzione”, che raccoglie tutte le leggi francesi del settore, dalla legge del 12 luglio del 2010 vieta già l’uso dei cellulari “durante ogni attività di insegnamento e nei luoghi previsti dal regolamento interno”; ma, rispondendo alle critiche dell’opposizione, il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha difeso la necessità di “una base giuridica molto più solida”.

La questione Il tema degli smartphone in classe molto discusso anche negli altri Paesi, le opinioni sono divergenti. C’è chi sostiene che questi dispositivi, se usati sotto la supervisione degli insegnanti, possano aiutare i ragazzi nell’apprendimento. Dall’altro lato invece c’è chi li considera una vera e propria distrazione, quindi dovrebbero essere banditi dagli istituti scolastici. Qualcuno ha evocato un problema di “salute pubblica”: i bambini devono “staccare” dagli schermi almeno per qualche ora.

Nel nostro Paese sembra aver intrapreso una strada contraria alle intenzioni di Emmanuel Macron. Fino a poco tempo fa infatti una circolare del 2007 dell’allora ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni, vietava l’utilizzo dei telefonini in classe. “Dovere specifico di ciascuno studente non utilizzare il telefono cellulare in classe e altri dispositivi elettronici, durante lo svolgimento delle attività didattiche” dichiarò il ministro all’uscita della circolare. In caso di violazione erano state previste delle “sanzioni disciplinari appositamente individuate per ciascun istituto scolastico”.

Regole ferree spazzate dal governo Gentiloni: l’ex ministra dell’istruzione Valeria Fedeli ha rimosso – non senza polemiche – il divieto e sdoganato l’uso del cellulare in classe. L’uso “responsabile dei dispositivi digitali (oltre ai cellulari sono compresi anche i tablet) è autorizzato solo a scopo didattivo, non per chiamate o messaggi”. Come ha ribadito più volte la ministra Fedeli “resta proibito l’uso personale dei dispositivi in classe se non condiviso con i docenti a fini didattici”.

WeWorld: uno scatto sulle politiche inclusive

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Ieri, 18 aprile, a Roma alla Farnesina è stato presentato il WeWorld Index 2018, lo strumento, giunto alla sua quarta edizione, che serve a valutare il progresso di un paese attraverso l’analisi delle condizioni di vita dei soggetti più a rischio di esclusione come bambine, bambini, adolescenti e donne.

La classifica presentata quest’anno include 171 nazioni e sono ben diciassette gli ambiti analizzati dal rapporto che vanno dall’ambiente all’alimentazione, dal lavoro alla violenza familiare. L’Italia, con 59 punti, ricopre la ventisettesima posizione, perdendone ben nove rispetto a 2015, e passando, in tal modo, dalla lista dei paesi con inclusione “buona” a quella con inclusione “sufficiente” e registrando, purtroppo, la performance peggiore tra i paesi dell’Unione Europea.

Il peggioramento dell’Italia riguarda, in particolare, la povertà educativa ereditaria: per un figlio di genitori non laureati c’è l’8% di probabilità di laurearsi, percentuale che cresce fino al 68% per quei giovani studenti con almeno un genitore in possesso di laurea. Inoltre, la dispersione arriva alle soglie del 20% in quei contesti più poveri, come in alcune realtà territoriali della Sicilia, della Campania e della Sardegna, laddove la media nazionale raggiunge il 13%.

Un’ulteriore considerazione derivante da questi dati: la condizione economica incide pesantemente sulla prospettiva educativa e scolastica dei bambini, con il dato che i maschi sono più a rischio abbandono e le femmine non indirizzate e valorizzate verso alcuni indirizzi formativi come le scienze, la tecnologia e la matematica.

Il rapporto fornisce, per fortuna, anche delle possibili soluzioni ai problemi evidenziati su scala internazionale: investire nell’istruzione – così come sostanziato da uno studio dell’Unesco – da i suoi frutti in quanto, con un accesso generale alla scuola, il numero dei poveri nel mondo scenderebbe di 400 milioni di unità, passando da 780 a 300 milioni.

Da socialista convinta mi chiedo e, soprattutto, chiedo ai nostri sempre meno numerosi compagni riformisti, quando decideremo di lottare e sostenere concretamente un serio percorso di riforma formativa: l’educazione culturale viene prima dello sviluppo economico perché lo sviluppo umano è il potenziale principale dello sviluppo economico stesso!

In questa spirale regressiva le donne pagano, ancora una volta, il prezzo più alto e, allora, mi chiedo chi vorrà, dopo tante apologie e manifestazioni di stereotipe solidarietà, per davvero impegnarsi a costruire un percorso che possa far fare all’Italia uno scatto in avanti visibile in tema di promozione di politiche inclusive per i bambini e per le donne?

La campagna elettorale è finita, le affabulazioni non trovano più spazio, bisogna approntare il DEF e predisporre le linee guida del prossimo bilancio e fino ad ora la spesa pubblica italiana, con il suo scarso 4%, rimane al di sotto della media europea in tema di investimenti per l’istruzione pubblica: questo è un vero guanto di sfida su cui misurarsi per produrre politiche inclusive e concrete politiche di sostegno ad un rinnovato ed attento welfare sociale.

Noi ci siamo: chi è con noi?

Maria Rosaria Cuocolo

Segreteria Nazionale PSI – Responsabile Nazionale Parità di Genere

CONTRATTO, FINALMENTE

SCUOLA

È stato firmato il nuovo contratto per la scuola. Ne ha dato notizia in un tweet la ministra della Funzione Pubblica Marianna Madia “Firmato il nuovo contratto della conoscenza, dalla scuola, alla ricerca, all’università, agli istituti artistici e musicali. Era giusto e doveroso”.

Gli aumenti salariali previsti dal nuovo contratto vanno da un minimo di 81 a un massimo di 111 euro, rendono noto fonti sindacali. Non ci sarà nessun aumento dell’orario di servizio. Quota parte del merito sarà utilizzata per gli aumenti contrattuali. La restante parte sarà oggetto di contrattazione di istituto. Ferie e permessi sono rimasti uguali sia per i docenti che per gli ATA. Gilda e Snals non hanno sottoscritto il contratto mentre i sindacati si dicono soddisfatti per un rinnovo che “segna una svolta”. “Un milione e duecentomila tra docenti, personale ata, ricercatori, tecnologi, tecnici, amministrativi, hanno finalmente riconquistato uno strumento forte di tutela delle proprie condizioni di lavoro, dopo anni di blocco delle retribuzioni e di riduzione degli spazi di partecipazione e di contrattazione”. Scrivono i sindacati in una nota congiunta a firma Franco Martini segretario confederale Cgil, Ignazio Ganga segretario confederale Cisl, Antonio Foccillo segretario confederale Uil, Francesco Sinopoli segretario generale Flc Cgil, Maddalena Gissi segretaria generale Cisl Fsur e Giuseppe Turi segretario generale Uil Scuola Rua. Per i sindacati, il contratto “segna una svolta significativa sul terreno delle relazioni sindacali, riportando alla contrattazione materie importanti come la formazione e le risorse destinate alla valorizzazione professionale. Rafforzati tutti i livelli di contrattazione, a partire dai luoghi di lavoro, valorizzando in tal modo il ruolo delle Rsu nell’imminenza del loro rinnovo”. Tra le altre novità di rilievo, “il diritto alla disconnessione a tutela della dignità del lavoro, messo al riparo dall’invasività delle comunicazioni affidate alle nuove tecnologie”.

Per quanto riguarda il personale docente della scuola – sottolineano le organizzazioni sindacali – si è ottenuto di rinviare a una specifica sequenza contrattuale la definizione del codice disciplinare con l’obiettivo di una piena garanzia di tutela della libertà di insegnamento.

Questo contratto, la cui vigenza triennale 2016-18 si concluderà con l’anno in corso, osservano ancora i sindacati, “assume forte valenza anche nella prospettiva del successivo rinnovo di cui vengono poste le basi e dell’impegno che comunque andrà ripreso anche nei confronti del nuovo Parlamento e del nuovo Governo, per rivendicare una politica di forte investimento nei settori dell’istruzione e della ricerca. Si chiude così una lunga fase connotata da interventi unilaterali, aprendone una nuova di riconosciuto valore al dialogo sociale”.

Molto soddisfatta il ministro per l’istruzione Valeria Fedeli per l’intesa raggiunta che “arriva dopo otto anni di mancati rinnovi. Avevamo preso un impegno preciso, lo abbiamo mantenuto”. Paolo Gentiloni sottolinea l’impegno del governo: “Valeria Fedeli e Marianna Madia hanno firmato con i sindacati il nuovo contratto per scuola, università e ricerca. Era atteso da nove anni da oltre un milione di lavoratori. L’impegno per il mondo dell’istruzione centrale per il Governo”. Ha scritto su twitter il premier.

Un paese che sta tornando alla normalità è il commento del segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: “Dopo anni di blocco di salari e stipendi – osserva Barbagallo – finalmente si stanno firmando i rinnovi dei contratti nazionali di lavoro del Pubblico impiego. Al termine di una lunga ed estenuante trattativa, anche per i lavoratori della scuola è arrivato il momento tanto atteso: complimenti ai nostri sindacalisti al tavolo. Questo esito non era scontato”.

E a chi accusa il governo di avere stretto i tempi in vista delle elezioni di marzo risponde il ministro Madia: “Non è un contratto elettorale, abbiamo lavorato 4 anni per trovare le risorse”. “Non era normale”, rileva Madia, “che i lavoratori pubblici non avessero un contratto da quasi 10 anni. Non è un contratto elettorale: abbiamo rinnovato quello sulle funzioni centrali, poi il comparto sicurezza e difesa, e ieri, il contratto dei vigili del fuoco. Oggi il contratto di un milione e 200 mila persone del comparto conoscenza. Abbiamo lavorato 4 anni, prima di tutto cambiando la legge Brunetta che avevamo ereditato” e che, per la ministra, “mai avrebbe consentito di firmare un nuovo contratto per i dipendenti pubblici. Ci sono voluti 4 anni per trovare le risorse economiche, risorse accantonate in diverse leggi di bilancio. Questo”, incalza, “è l’esito positivo finale d i un lunghissimo lavoro”. Riguardo il contratto per la sanità, Madia sottolinea che è doveroso siglarlo: “Stiamo lavorando da mesi su sanità e Enti Locali”. Quanto agli arretrati per i dipendenti della scuola, conclude, “arriveranno in un’unica soluzione e poi cominceranno ad esserci gli aumenti mensili”.

SCIOPERO MAESTRO

Seats in lecture hall or classroom

Dopo le vacanze natalizie, per gli alunni delle elementari e delle scuole per l’infanzia, il ritorno in classe si è presentato problematico. Oggi in tutta Italia hanno scioperato i docenti per protesta contro quella che definiscono la ‘vergognosa’ sentenza del Consiglio di Stato sui diplomati magistrali. Numerosi sono state le manifestazioni: a Roma davanti al Ministero in viale Trastevere; a Torino, Milano, Bologna, Palermo, Cagliari, Catanzaro e Bari, davanti agli uffici scolastici regionali. In altri capoluoghi di provincia davanti ai Provveditorati agli studi. L’agitazione è stata proclamata dalle sigle sindacali Anief, Saese e Cub, con l’adesione dei Cobas.

Il ministro alla Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, intervistata da SkyTg24 per lo sciopero dei maestri delle scuole primarie e dell’infanzia, ha detto: “Abbiamo chiesto all’Avvocatura dello Stato di darci le linee attuative della sentenza del Consiglio di Stato. Appena arriverà la risposta, convocheremo le parti e troveremo le soluzioni più idonee”.

La vicenda è complessa e riguarda nello specifico il diritto dei diplomati magistrali prima del 2001-2002 ad essere inseriti nelle graduatorie a esaurimento (Gae). Il problema riguarda circa 43.000 precari.

Sono stati in centinaia,  davanti al ministero dell’Istruzione a Roma,  i docenti, moltissime le giovani donne, che hanno protestato contro la vergognosa sentenza del Consiglio di Stato sui diplomati magistrali. Viale Trastevere è chiusa in parte (è stata lasciata libera soltanto una carreggiata) e i manifestanti convocati dai sindacati Anief, Saese e Cub, con l’adesione dei Cobas, sono saliti fin sulle scalinate del ministero. Numerosi i cartelli di protesta e le bandiere, ma la manifestazione si è svolta correttamente sotto il controllo dalle forze dell’ordine. Le maestre, preoccupate di una possibile fine del loro contratto di insegnamento fanno sentire la loro voce all’unisono: “Abilitate quando serve, licenziate quando conviene”, “No ai licenziamenti di massa”, “Siamo insegnanti non burattini”, “La maestra non si tocca”, “Riaprire le Gae”. Sono molto chiare le richieste fatte dai docenti precari che insegnano da anni con positivi apprezzamenti dei Direttori didattici e degli allievi.

A  Milano, inizialmente,  oltre cinquecento insegnanti di scuola primaria e dell’infanzia hanno manifestato per lo sciopero contro la sentenza del Consiglio di Stato che esclude i diplomati alle magistrali dalle Graduatorie ad Esaurimento (Gae). Gli insegnanti, sono arrivati in Via Polesine davanti all’Ufficio Scolastico Regionale, al grido di ‘assunzione’. Provengono da diverse province della Lombardia, come Milano, Bergamo, Brescia, Cremona. Il numero dei manifestati è poi aumentato con l’arrivo di molti altri insegnanti. Tra gli slogan presenti sugli striscioni anche: ‘Precariato crimine di Stato’ e ‘Nessun docente di meno’. Una delle organizzatrici del presidio grida al megafono: “Uno sciopero non basta sia chiaro. L’apertura del Ministero la rispediamo a mittente”.

A Torino  alcune scuole sono rimaste chiuse a causa della protesta, mentre molti dirigenti scolastici hanno ridotto gli orari in alcune classi e sospeso le lezioni in altre con grandi disagi per le famiglie. Impossibile, d’altra parte, prevedere la presenza dei docenti che non sono tenuti a comunicare in anticipo alle segreterie le proprie intenzioni. Allo sciopero ha aderito anche il personale Ata che rappresenta i bidelli ed i segretari che considerano irrisorio l’aumento dello stipendio che riceveranno nel 2018.

A Genova sono stati circa 300, tra maestri e familiari degli alunni, i manifestanti che protestano contro l’ultima sentenza del Consiglio di Stato che toglie il titolo all’insegnamento ai diplomati delle scuole Magistrali prima del 2001-2002 a  Genova. Il corteo lo hanno aperto alcuni bambini che hanno portato uno striscione con la scritta: “non toccate le nostre maestre” per raggiungere il Provveditorato agli studi.

La Lega Nord ha dichiarato la solidarietà alla protesta con Salvini che ha detto: “Da papà prima che da politico sono solidale con le migliaia di insegnanti oggi in piazza, azzerati da una sentenza assurda e dall’incapacità del governo. Invece di eliminare la precarietà, il Pd elimina lavoratrici e lavoratori. La riforma della scuola (altro che “buona scuola”) sarà una priorità del nostro governo”.

In realtà le cose non stanno come lascerebbe intendere Salvini. Già dal 2003, (Governo Berlusconi con la Lega Nord) con la riforma Moratti,  le maestre senza laurea  non possono diventare di ruolo. Alcune nel corso degli anni hanno fatto ricorso e sono state inserite  con riserva nella graduatorie per essere immesse in ruolo, diventare cioè insegnanti a tempo indeterminato. Chi ha fatto ricorso fino a dicembre 2017, aveva ottenuto sentenze favorevoli. Ora il Consiglio di Stato in seduta plenaria ha posto uno stop: le maestre non laureate  non possono stare più nelle graduatorie per entrare in ruolo. Possono invece fare supplenze.

La questione si è posta perché  migliaia di maestre  “solo“ diplomate con incarichi di insegnamento pluriennali avevano presentato ricorso per essere inserite nelle graduatorie per l’assegnazione del posto di ruolo e in alcuni casi avevano avuto pronunciamenti favorevoli, almeno in via provvisoria. I giudici amministrativi, adesso, dettano una linea diversa. In estrema sintesi:  “Il diploma magistrale, se conseguito entro l’anno scolastico 2001-2002, rimane titolo di studio idoneo a consentire la partecipazione alle sessioni di abilitazione all’insegnamento o ai concorsi per titoli ed esami, ma di per sé non consente l’immediato accesso ai ruoli “.

Il Consiglio di Stato ha ribaltato una serie di decisioni diametralmente opposte. Quello che si profila, come denunciano le precarie insegnanti battagliere, nelle petizioni mandate ai massimi vertici delle istituzioni, è un  licenziamento di massa, il più grande della scuola italiana, che priverà bambini di età compresa tra i 3 e i 10 anni delle proprie maestre. Il Cobas scuola incalza: “Si tratta di vergognosa sentenza contro le diplomate magistrali, che vengono retrocesse a docenti di serie ‘C’. Ed è anche ingiusta, spietata e intollerabile, perché  gioca con la vita di decine di migliaia di lavoratrici. Il problema è serissimo, non solo per le colleghe  coinvolte, ma per tutto il sistema scolastico: di queste insegnanti non si può assolutamente fare a meno”.

Quale sarà l’impatto sulle scuole e suoi bambini? Si vedrà. Qualcuno parla di “rischio caos”. Per la Flc Cgil di Milano, ha provato a rispondere Jessica Merli: “Dipenderà dalle decisioni del Ministero dell’Istruzione e del Governo, che auspichiamo accolgano la necessità di garantire la continuità del servizio scolastico e il riconoscimento del diritto alla stabilizzazione per le insegnanti, quelle che hanno fin qui consentito il regolare funzionamento del sistema. Invece per molte maestre, a migliaia solo nel capoluogo lombardo, si prospetta il licenziamento:  i contratti a tempo indeterminato diventeranno a tempo determinato. La grossa sacca del precariato della scuola primaria non sarà stabilizzata. Sulle singole posizioni decideranno i Tar e le sezioni dei Consigli di Stato davanti ai quali pendono ricorsi personali e collettivi presentati dalle docenti”.

Per le maestre diplomate ci vorranno mesi per tenere tutte le udienze necessarie che decideranno sui singoli casi e su pacchetti di casi. La sindacalista della Cgil ha continuato: “Ma l’orientamento è segnato. E’ evidente che la sentenza a sezioni unite di cui si sta discutendo condizionerà tutte le future decisioni dei giudici amministrativi. Per evitare il caos torniamo a chiedere quello per cui ci battiamo da anni. Non si può tentare di uscire da questa situazione per via giudiziaria. Ci vuole una soluzione politica che vada oltre le sentenze. Pensiamo ad esempio a un concorso riservato alle diplomate, proprio come sta avvenendo per i docenti precari abilitati della secondaria. Inoltre va considerata con attenzione la condizione delle maestre abilitate  che lavorano da lungo tempo nella scuola. Hanno maturato una grande esperienza sul campo. Sono state loro a permettere che ogni anno scolastico si svolgesse regolarmente”.

Dunque, più che attendere il parere dell’Avvocatura di Stato, sarebbe necessaria una decisione politica che dia il giusto riconoscimento a chi per anni ha svolto, e svolge tuttora, il compito di insegnamento con competenza e professionalità. Nel 2008 e nel 2012 le Gae sono state riaperte senza attendere il parere dell’Avvocatura. Inoltre, si tratterebbe di provvedimenti che non influiscono sulla spesa pubblica, poiché gli stanziamenti di bilancio sono già previsti per pagare gli insegnanti precari con incarico di insegnamento che hanno protestato oggi.

Salvatore Rondello

Luca Fantò
Scuola pubblica al centro del programma

Partiti per una nuova avventura, ora, INSIEME, abbiamo il dovere di presentare agli italiani un programma che sia all’altezza della prospettiva che PSI, Verdi e Area Civica che fa riferimento a Romano Prodi, si sono dati. Una prospettiva che va oltre il semplice orizzonte temporale rappresentato dalle elezioni del 4 marzo.
Di sinistra, progressisti e coerenti, è importante che dal programma emerga chiaramente la nostra propensione alla protezione del lavoro dignitoso, dei diritti civili, della corretta ed efficace amministrazione dei territori, del rispetto delle risorse che i territori offrono, della redistribuzione della ricchezza e quindi dell’offerta di pari opportunità a tutti i cittadini.
A proposito di pari opportunità, la scuola pubblica è certamente lo strumento più efficace che lo Stato possiede per permettere ad ogni cittadino di poter esprime al meglio le proprie aspirazioni.

Da sempre il PSI ha sostenuto e sosterrà la scuola pubblica. Questo deve essere ben chiaro agli italiani e quindi agli elettori.
Non possiamo negare che l’istituzione scolastica stia vivendo uno dei momenti peggiori dalla nascita della nostra Repubblica.

Nonostante la potenza degli articoli 3, 33 e 34 della nostra Costituzione, la scuola non riesce più a svolgere, pur non scemando l’impegno stoico di docenti e del personale scolastico, il compito assegnatole di “ascensore sociale”.
INSIEME dobbiamo ascoltare il mondo della scuola e impegnare la prossima legislatura a rendere di nuovo efficace la nostra scuola pubblica.
Rivedere i percorsi di alternanza scuola-lavoro, rendendoli efficaci occasioni di approccio dei giovani al mondo del lavoro e eliminandoli dai percorsi liceali che sono pensati per dare occasioni di studio e non di lavoro.

Rivedere i percorsi CLIL, troppo spesso più utili ad indebolire le altre discipline più che a rafforzare la conoscenza della lingua inglese.
Ridimensionare le prove INVALSI, oggi semplicistico ma devastante strumento di valutazione degli istituti scolastici.
Sburocratizzare la professione docente e far tornare la scuola pubblica un luogo di dibattito costruttivo e paritario.
Restituire dignità all’insegnamento disciplinare e ai programmi scolastici, subordinati negli ultimi anni ad una retorica delle competenze (da sempre insegnate nei nostri istituti scolastici) che di fatto è servita unicamente ad indebolire le conoscenze dei nostri giovani.
Adeguare gli stipendi del personale scolastico al livello di responsabilità che esso da sempre ricopre.

Rivedere il percorso di formazione, accesso e carriera, sanando ed eliminando per sempre le differenze esistenti oggi tra docenti e offrendo ai docenti un percorso lavorativo in grado di valorizzare realmente i meriti. Nella scuola pubblica non può esserci competizione ma l’impegno deve scaturire dalla consapevolezza delle proprie responsabilità. Valorizzare il merito non può avvenire con un banale premio in denaro bensì attraverso la volontaria assunzione di responsabilità nella didattica, nell’organizzazione e nella gestione degli istituti.
Restano pochi giorni ancora per definire il nostro programma dunque, ma pochi giorni che potrebbero fare la differenza per il futuro della nostra lista e degli italiani.

Luca Fantò