Psi e Verdi: costruire proposta politica e programmatica

Pisapia-MilanoCampo progressista si spacca. Infatti i componenti ex Sel del movimento guidato da Pisapia questa mattina hanno incontrato l’ex sindaco di Milano per comunicare la decisione di andare con Mdp alle prossime elezioni. L’ex sindaco di Milano ha ascoltato le motivazioni legate soprattutto alla decisione del Pd di mettere il provvedimento sullo ius soli all’ultimo punto del calendario. Pisapia ha poi fatto altri incontri (tra gli altri ha visto una delegazione dei Verdi), facendo intendere – riferiscono fonti parlamentari – l’orientamento a fare un passo indietro. Nel pomeriggio c’è stata una riunione alla quale hanno partecipato parlamentari vicini a Pisapia in cui si è ribadita la linea già emersa questa mattina. Tra gli ex Sel già Melilla, Bordo, Nicchi e altri avevano aderito al progetto di Grasso e Bersani.

“Ci abbiamo provato. Il nostro obiettivo – ha dichiarato Giuliano Pisapia – fin dalla nascita di Campo Progressista, è sempre stato quello di costruire un grande e diverso centrosinistra per il futuro del Paese in grado di battere destre e populismi. Oggi dobbiamo prendere atto che non siamo riusciti. La decisione di calendarizzare lo Ius Soli al termine di tutti i lavori del Senato, rendendone la discussione e l’approvazione una remota probabilità, ha evidenziato l’impossibilità di proseguire nel confronto con il Pd”.

“Ringrazio di cuore tutte le donne e gli uomini che hanno creduto e si sono impegnati in questo progetto e che ora si muoveranno secondo le proprie sensibilità, la cui diversità è sempre stata, a mio modo di vedere, una delle ricchezze e risorse più importanti di questa esperienza. In Parlamento e nel Paese continuerà il nostro impegno per l’approvazione di norme di civiltà per il nostro Paese”, ha aggiunto in una nota Giuliano Pisapia al termine della riunione dei vertici di Campo Progressista.

Insomma Campo progressista non riesci a prendere vita. Anche se dal suo interno le spinte per proseguire nel progetto ci sono. Come il deputato Michele Ragosta che spara a palle incatenate su gli ex Sel che hanno scelto di abbandonare Pisapia per seguire il progetto di Pietro Grasso e della lista Liberi ed Eguali. “I traditori di Giuliano Pisapia – ha detto Ragosta – quelli legati alla poltroncina, senza un voto e che hanno lavorato in questi giorni per affossare il progetto di Campo progressista, sono finalmente usciti allo scoperto”. “Si tratta – rincara – di pochi cadaveri politici, uomini senza dignità, pronti a vendere l’anima per una poltrona. Ma questi mentecatti della politica politicante non ci fermeranno”. Poi il deputato rivolge un appello a Giuliano Pisapia “affinché riveda la sua posizione. Sono in migliaia in Italia pronti a seguirlo per affrontare una campagna elettorale difficile ed impegnativa. Chi ha abbandonato il percorso di Campo Progressista è solo una parte di quel ceto politico inconcludente e incapace”.

Oggi, nel tardo pomeriggio, una delegazione di Verdi e socialisti si sono incontrati per fare una valutazione comune in relazione ai recenti sviluppi politici. “Verdi e socialisti – affermano in una nota congiunta il segretario del PSI, Riccardo Nencini e Angelo Bonelli, leader dei Verdi – condividono l’urgenza che si costruisca per il paese una proposta politica e programmatica di centro sinistra che fermi le destre e le forze demagogiche. Sulla base dell’esito del referendum dei Verdi, i cui risultati verranno resi noti domani, si avvierà un confronto, a partire dall’incontro di oggi, con la società civile , le forze progressiste , ambientaliste e riformiste per verificare le necessarie convergenze”.

Tortura, per la maggioranza il reato può attendere

G8-Bolzaneto-risarcimentiIeri la maggioranza al Senato ha ricordato a modo suo la ‘macelleria messicana’ nella scuola Diaz al termine degli scontri sul G8 di Genova, affossando di nuovo il reato di tortura che aspetta di essere riconosciuto nel codice penale dal 1988. Lo stop è stato voluto dal ministro dell’interno Alfano sia per lisciare il pelo ai fautori delle ‘maniere forti’, che non mancano tra le forze dell’ordine, sia per segnalare ancora una volta al Presidente del Consiglio, la sua capacità di interdizione politica, ovvero il potere di far ‘ballare’ il Governo nel momento in cui altri, Renato Schifani, mollano la barchetta del Ap-Ncd sulla via di un ritorno all’ovile forzista.

Nei fatti ieri il Senato ha deciso di sospendere sine die l’esame del ddl per introdurre nel codice penale il reato di tortura, un provvedimento già in ritardo di quasi 30 anni visto che la Convenzione di New York contro la tortura risale al 1984 e che il nostro Paese l’ha firmata 28 anni fa e che soltanto in questa legislatura è già passato per tre letture tra Camera e Senato.

Il 7 aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per i fatti avvenuti nella Caserma Bolzaneto e nella scuola Diaz durante il G8 di Genova. In quella scuola, dopo l’irruzione delle forze dell’ordine nella notte del 21 luglio 2001, utilizzando anche prova false per giustificare l’aggressione, avvennero fatti gravissimi ai danni di ragazzi inermi che non avevano alcuna responsabilità negli incidenti avvenuti durante le proteste. Furono ore terribili di sopraffazione e violenza gratuita che un ufficiale di polizia definì una “macelleria messicana” utilizzando un’espressione usata dalla stampa per descrivere i fatti della rivoluzione messicana e nel ’45 da Ferruccio Parri per condannare Piazzale Loreto. Il giorno dopo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, con uno dei suoi consueti tweet, si impegnò a far approvare in Parlamento il ‘reato di torturà, esaudendo così una promessa del nostro Paese alle Nazioni Unite risalente al 1988.

Quando qualche settimana fa il ddl era tornato in discussione al Senato, il relatore, il socialista Enrico Buemi, aveva detto: “C’è bisogno di dare all’Italia una legge in questo campo”. E invece siamo alla nuova frenata di ieri.

Dopo l’avvertimento di Alfano che il testo, anche se approvato a Palazzo Madama, si sarebbe dovuto comunque riscrivere alla Camera, l’intero centrodestra, da FI alla Lega, da Cor ad Ala, passando per la componente “Idea” di Gaetano Quagliariello, chiedeva che il provvedimento scomparisse dall’ordine del giorno dei lavori “almeno fino a dopo l’estate”. I senatori Dem, già in una riunione di fine mattinata avevano preso atto che la maggioranza era spaccata, soprattutto dopo la decisione di Renato Schifani di dimettersi da capogruppo di Ap-Ncd.

Duri i commenti dell’opposizione. I senatori di Sel e del M5S con Loredana De Petris e Peppe De Cristofaro che invitano i Dem a “vergognarsi” per la decisione di “affossare di fatto il reato di tortura”, mentre accusano il centrodestra di aver “strumentalizzato le stragi di questi giorni”, visto che la richiesta di sospendere l’esame del ddl “è stata fatta subito dopo la commemorazione delle vittime di Nizza” quando si è affermato che in un momento in cui la “minaccia al terrorismo è così alta” non si può “inibire l’operato delle forze dell’ordine”. Ma è dal primo firmatario del testo Luigi Manconi (Pd) che arriva il “j’accuse” più aspro: “Un Senato inqualificabile e infingardo ha preso una decisione inqualificabile e infingarda: ha stabilito che fosse troppo presto approvare un provvedimento che attende di essere accolto nel nostro ordinamento dal 1988”.

Per l’associazione Antigone “l’esito della seduta è vergognoso,”. “Per questo ci appelliamo al presidente del Consiglio Renzi e al ministro della Giustizia Orlando affinché si assumano in prima persona l’impegno di far approvare questa legge.”

È ancora buio sull’assassinio di Giulio Regeni

Verita Giulio RegeniÈ passato un mese dal rapimento di Giulio Regeni, preso da sconosciuti in una strada del Cairo la sera del 25 gennaio, l’anniversario della rivolta di Piazza Tahrir, e fatto ritrovare il 3 febbraio lungo un fosso lungo l’autostrada, ma a oggi ancora non ci sono ipotesi credibili, tracce, su assassini, moventi e mandanti. Per questo oggi, convocata dall’associazione Antigone e dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), si è svolto un sit-in davanti all’ambasciata del Cairo cui ha partecipato anche – unica presenza delle Istituzioni – Pia Locatelli, parlamentare socialista e presidente del Comitato dei Diritti Umani della Camera dei Deputati. Al sit-in hanno aderito, tra gli altri, Amnesty Italia e l’Arci.

Il timore è oggi che la ‘ragion di Stato’, ovvero l’intreccio di interessi economici e politici attorno al governo egiziano del generale Al-Sisi – salito al potere con un golpe contro il governo islamista emerso dalla ‘primavera araba’ di tre anni fa – finisca per nascondere per sempre la verità oppure che ne venga confezionata una ad hoc per tacitare le proteste dell’opinione pubblica.

Ricordiamo che oggi riguardo alla crisi libica e alla penetrazione dell’Isis, l’Egitto è un alleato strategico non solo dell’Italia, ma di tutti quei Paesi, anche in Medioriente, che si difendono dal terrorismo Regeni_mix-310x165di matrice islamica. E sempre l’Egitto è un partner economico di primaria importanza dopo che l’Eni ha scoperto il più grande giacimento di idrocarburi della regione e si prepara al suo sfruttamento con reciproco vantaggio, soprattutto per glui egiziani che annaspano da anni in una crisi economica terribile aggravata dal terrorismo che indebolisce l’industria del turismo.

Il governo del Cairo insomma non ha nessuna ragione logica per fare un torto all’Italia, ma forse deve nascondere una verità scomoda oppure una colpa di cui non ha una responsabilità diretta.

Dal giorno del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, avvenuto proprio mentre doveva cominciare un’importante visita di una foltissima delegazione economica italiana guidata dal ministro Guidi, dall’Egitto sono arrivate notizie confuse o palesemente false, se non veri e propri depistaggi. Il giovane ricercatore prima era morto in un incidente stradale, poi in un tentativo di rapina, poi in durante un incontro a sfondo omosessuale e ieri pure per una vendetta personale, ma intanto agli investigatori italiani inviati a collaborare con quelli egiziani, fino ad oggi pare non sia stato dato neppure un elemento concreto per indagare, a cominciare dai tabulati telefonici del suo cellulare. E così è stato anche per altre possibili tracce degli assassini come i nastri delle telecamere attorno all’abitazione di Regeni. Tra le ipotesi circolate, forse ad arte, si è parlato anche di un complotto per colpire i rapporti tra i due Paesi, ai danni di Al-Sisi. Un complotto nato all’interno delle forze di polizia o di quelle di sicurezza, ispirato dai Fratelli musulmani per screditare il governo.

Locatelli Pia

Pia Locatelli

“Gli investigatori italiani non possono essere soltanto informati, devono avere accesso a documenti sonori e filmati, reperti medici, atti della procura di Giza” ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, durante il question time alla Camera dei deputati. In questa frase, tutto il disappunto del Governo perché purtroppo a oggi resta solo un’unica certezza: il giovane è stato sequestrato e torturato prima di essere ucciso.
“Il corpo di Giulio Regeni porta una firma, la firma della tortura di Stato e dobbiamo scoprire nomi e cognomi di chi ha messo quella firma. Vogliamo la verità”, ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty. “E’ un caso di tortura come centinaia di altri in Egitto”, spiega Noury. “Si tratta di metodi, utilizzati nelle stazioni di polizia. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione. Non accetteremo – ripete – nessuna verità di comodo”. Nessuna accusa da parte di Amnesty International Italia, come ha spiegato il portavoce, Riccardo Noury. Segni di tortura che tuttavia mettono in luce una metodologia adottata “dalle forze dell’ordine e dalla polizia egiziani. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione”. E questo, garantisce Pia Locatelli, “è quanto vuole il governo italiano. Verità”. “A un mese dal brutale assassinio del giovane studente italiano in Egitto, ancora non si conoscono le circostanze della sua morte  sopraggiunta in seguito a torture e sevizie. Chiediamo ancora una volta all’Egitto di fare chiarezza sulla vicenda, senza lentezze, omertà, tentennamenti e versioni discordanti, come quelle degli ultimi giorni. Il Governo italiano, come ci ha garantito ieri il Ministro Gentiloni, non intende abbassare la guardia e non si accontenterà di verità di comodo”.
Tante le sigle che hanno aderito alla manifestazione: Arci, Articolo 21, Cittadinanza attiva, Link Roma, Asgi, Usigrai, Fnsi, Cgil, Cisl, Uil. Presenti oltre Pia Locatelli, Nicola Fratoianni e Michele Piras (Sel), Paolo Ferrero (Prc) e il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi. A rappresentare la famiglia Regeni, l’avvocato Alessandra Ballerini.

Roma. Il Pd punta su Roberto Giachetti

Roberto Giachetti con Matteo Renzi

Roberto Giachetti con Matteo Renzi

Roberto Giachetti, ex radicale, oggi deputato del Pd, renziano, entra in lizza per il Campidoglio. L’annuncio nel pomeriggio con un video. Cauti gli ex compagni radicali: un appoggio incondizionato – dice Riccardo Magi – non sarebbe per lui di alcun aiuto. Per Loreto Del Cimmuto, segretario del PSI, è “una candidatura interessante”, ma “dobbiamo capire qual è il perimetro politico della coalizione e il programma”. “Ci aspettiamo un confronto in tempi stretti con tutti i candidati alle primarie”


È ufficiale. Roberto Giachetti, ex radicale e oggi parlamentare del Pd in quota renziana, entra in lizza per il Campidoglio. “Mi piacerebbe – dice nel suo video annuncio – se la mia candidatura fosse anche uno strumento per far sì che tanti romani riprendano la voglia di partecipare, con la consapevolezza che il diretto impegno è fondamentale per cambiare le cose. Vi chiedo di darmi una mano, di organizzarci. Vedrete una mail a cui per il momento potrete inviare disponibilità a darmi una mano, ma anche consigli, idee per il futuro di Roma o sulle piccole cose da cambiare nel vostro quartiere”. Una candidatura travagliata che il Pd, con il segretario nazionale Matteo Renzi, ha deciso di lanciare solo due giorni fa. Il timore, dopo il disastro dell’ultimo Sindaco in una città che negli utlimi vent’anni ha visto solo peggiorare le sue condizioni, è quello di fare un flop terribile, di non arrivare neppure al ballottaggio. La sinistra, che fino a qualche anno fa nella Capitale contava parecchio, oggi è divisa in tre grandi filoni: uno sta nel Pd, un altro è uscito e candida l’ex piddino Stefano Fassina, un altro ancora si ritrova sulle posizioni di Sel e senza un fronte comune davvero c’è il rischio che al ballottaggio vada il candidato dei Cinque stelle, tuttora fortissimi nei sondaggi, per sfidare o quello della destra, l’efficace leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, o quell’Alfio Marchini, erede di una famiglia di costruttori una volta assai vicina al PCI, come capofila dei moderati della Capitale.

Dunque la strada non è certamente in discesa e Giachetti ne è perfettamente consapevole. “Ho deciso di partecipare alle primarie per il sindaco di Roma. Ci ho messo un po’ di tempo, lo confesso e non solo per un pizzico di paura che credo sia naturale, ma per una grande forma di rispetto per un impegno che so sarà immenso, gravoso”.

Cauti per ora gli ex compagni del Partito radicale. “Roberto Giachetti – dice Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani e già consigliere comunale a Roma – è un compagno. Proprio per questo un appoggio incondizionato non sarebbe per lui di alcun aiuto, possono darglielo solo coloro che sono disinteressati alla sorte di Roma. Noi invece abbiamo come priorità proprio il rilancio della Capitale, come abbiamo dimostrato in questi tre anni con la nostra attività politica in Campidoglio, che Giachetti conosce”. “Ha ragione Giachetti a dire che bisogna cambiare Roma, ma il primo punto da chiarire è: come si cambia e con chi. Una coalizione infatti si disegna intorno agli obiettivi comuni minimi, che diano ai cittadini una garanzia di cambiamento, dai servizi, ai trasporti, alle partecipate. Se, al contrario, si deciderà ancora una volta di partire dagli assembramenti partitici del momento, in rischio è il Vietnam per chiunque si candidi a governare la città. Crediamo che su questo Giachetti debba dettare condizioni chiare, guardando alla realtà di Roma e all’elevato numero di astenuti e indecisi, delusi dai partiti e da una politica retorica e non pragmatica. Glielo diremo – conclude Magi – anche quando lo incontreremo di nuovo nelle prossime ore”.

E in attesa di incontrarlo, anche i socialisti. “Riteniano – dice Loreto Del Cimmuto, segretario romano del PSI – che sia una candidatura interessante e potenzialmente vincente. Certo, dobbiamo capire qual è il perimetro politico della coalizione e ovviamente anche la definizione dei contenuti programmatici. Insomma ci aspettiamo un confronto in tempi stretti con il Pd e con tutti i candidati alle primarie”.

L’ITALIA RIPARTE

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“Abbiamo fatto un buon lavoro. Il nuovo Codice si muove all’interno di una cornice europea, semplificatoria e fortemente innovativa”. Sono le parole del segretario del Psi e vice ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, Riccardo Nencini, non appena approvato in via definitiva al Senato il ddl delega su Appalti e Concessioni. Una riforma diventata realtà. Ad ampia maggioranza. Il provvedimento passa con 170 voti favorevoli, 30 contrari e 40 astenuti. A favore anche i voti di Forza Italia. Si sono astenuti Lega, Cor e Sel. Voto contrario invece da M5S che in prima lettura si era astenuto.

Tra i punti principali Nencini sottolinea la “certezza sulla esecuzione delle opere, trasparenza nelle procedure, coinvolgimento territori con il dibattito pubblico, registro pubblico dei lobbisti, riduzione stazioni appaltanti, sostegno a piccole e medie imprese e al Made in Italy, via deroghe, varianti e massimo ribasso, centralità del progetto, vigilanza affidata ad Anac. Grazie a tutti coloro che hanno contribuito ad approvare una buona legge, comprese le opposizioni. Una mano robusta – conclude – per far ripartire l’Italia. Impegno mantenuto”.

Tra le principali novità del provvedimento il rafforzamento del ruolo di vigilanza e di indirizzo dell’Anac in funzione anti-corruzione. Il governo dovrà ora attuare, con decreto legislativo, le direttive europee interessate e le numerose deleghe contenute nell’articolo unico del provvedimento. I tempi per il recepimento delle nuove direttive europee (da importare nel nostro ordinamento entro il 18 aprile 2016), sono molto stretti e il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio ha confermato di voler completare in un colpo solo tanto il recepimento delle direttive Ue, tanto il riordino dell’intera normativa sui contratti pubblici, mandando in pensione il codice monstre del 2006 (più di 600 articoli e qualche migliaio di commi tra norme primarie e regolamento) da sostituire con un corpus normativo più snello su cui sta già lavorandola commissione di 19 esperti nominata dal ministro a settembre.

“Grazie a tutti gli attori di codice appalti. Ora tempi rapidi per la sua attuazione in norme semplici”  scrive su twitter il ministro delle Infrastrutture e trasporti Graziano Delrio. “Da oggi il Paese ha una legge che consente trasparenza, efficacia e legalità nelle opere pubbliche”.

Per il Partito socialista è intervenuto in dichiarazione di voto il senatore Enrico Buemi che ha definito l’approvazione della Legge delega “un atto fondamentale”. Buemi ha poi sottolineato che ora “è compito dei membri del Governo vigilare con cura affinché le manine occulte delle lobby interessate non vanifichino il lavoro positivo fin qui svolto”. “Si eviti, in sostanza, che accada che quel che oggi esce dalla porta rientri dalla finestra”. Per Ermete Realacci (Pd), presidente della commissione Ambiente Territorio e Lavori Pubblici della Camera si arrivati al traguardo “grazie a un lavoro lungo e positivo realizzato da Camera e Senato in piena collaborazione con il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Delrio, che apre in Italia una nuova stagione di trasparenza, efficienza, qualità, partecipazione, tempi e regole certi nei lavori pubblici”. Realacci sottolinea tra le “novità più qualificanti introdotte nel passaggio alla Camera il superamento della legge Obiettivo, che ha fallito favorendo la creazione di zone grigie e corruzione”. “Con la riforma degli Appalti – conclude Realacci – si cambia finalmente rotta in un settore, quello dei Lavori Pubblici, strategico per l’economia, l’occupazione e il futuro del Paese”.

Ginevra Matiz

 

I punti della normativa

POTERI ANAC
Guardando alle novità nel lungo iter parlamentare della delega, il cuore della riforma è l’estensione e il rafforzamento dei poteri affidati all’Anac guidata da Raffaele Cantone. Un passaggio in cui non è difficile intravedere il riflesso delle tante inchieste culla corruzione che hanno attraversato il mondo degli appalti negli ultimi mesi: dal sistema Incalza-Perotti scoperchiato dalla procura di Firenze allo scandalo Mafia Capitale, fino alle indagini sugli appalti Anas e ancora le inchieste sugli appalti dell’Expo e del Mose.
Non è un caso allora la scelta di far girare il sistema intorno ai (tanti) nuovi compiti dell’Anticorruzione. Con la riforma, Cantone sarà dotato di poteri di intervento cautelari (possibilità di bloccare in corsa gare irregolari), mentre il rispetto degli atti di indirizzo al mercato (bandi-tipo, linee guida, pareri) diventerà vincolante per amministrazioni e imprese.

COSTI E TEMPI DELLE OPERE
Per frenare la deriva dei tempi infiniti dei cantieri arriva la stretta sulle varianti da cui passa l’aumento dei costi in due casi su tre nelle grandi opere, con la possibilità di rescindere il contratto oltre certe soglie di importo e sanzioni di Cantone alle stazioni appaltanti inadempienti sull’obbligo di comunicazione delle correzioni in corso d’opera negli appalti superiori a 5,2 milioni. Anche le infrastrutture dovranno adeguarsi a costi standard. Con progetti definiti prima di arrivare al cantiere.

PMI
Molte anche le misure destinate a favorire l’accesso dei professionisti e delle piccole imprese al mondo degli appalti, anche con la previsione di pagamento diretto dei subappaltatori da parte delle Pa . Insieme a norme mirate a garantire massima trasparenza anche agli appalti di importo inferiore alle soglie europee (sotto i 5,2 milioni).

QUALIFICAZIONE
Le imprese saranno valutate anche sulla base della reputazione guadagnata in cantiere (rispetto dei tempi e bassa vocazione al contenzioso) legata al rating di legalità. Prevista anche una disciplina specifica per la decadenza e la sospensione dei certificati che abilitano al mercato dei lavori pubblici (attestazioni Soa), con particolare riferimento ai casi di fallimento o concordato (preventivo e di continuità aziendale).

INNOVAZIONE: GARE TELEMATICHE E BIM
Nella delega arriva poi una forte spinta a passare alle gare telematiche e comunque ad abbandonare l’epoca delle offerte cartacee per passare ai documenti digitali. Un’indicazione precisa arriva anche sull’uso del Building information modeling, una piattaforma di gestione dei progetti che consente di anticipare la previsione di eventuali imprevisti in cantiere, riducendo dunque il rischio di costose varianti in corsi d’opera.

LAVORI DELLE CONCESSIONARIE
Le concessionarie avranno 24 mesi per adeguarsi al nuovo obbligo di affidare con gara l’80% (invece che il 60%) dei lavori. L’allungamento dei termini dovrebbe consentire alle concessionarie di assorbire la novità senza contraccolpi traumatici sui lavori in corso. A verificare il rispetto di questa quota di affidamento sarà, ancora una volta, l’Anac.

Intervista a la Repubblica del segretario del Psi Riccardo Nencini

Intervista al segretario del Psi Riccardo Nencini

 

Giachetti al Campidoglio? Arriva il sì di Matteo Renzi

campidoglio1“Secondo me Giachetti conosce Roma meglio di chiunque altro, ha fatto il capo di gabinetto e ha fatto uno sciopero della fame per la legge elettorale. E’ romano e…romanista”. Cosi il premier Matteo Renzi a Repubblica Tv ha lanciato il vicepresidente della Camera dei deputati per il Pd nella corsa al Campidoglio. Ma attenzione: “Il candidato sindaco a Roma lo decideranno le primarie – ha ribadito il Presidente del Consiglio – “deciderà lui se candidarsi o no”.

Immediato il ‘no comment’ di Giachetti che al momento non sembra intenzionato a rispondere alle avances del premier. L’ex radicale intanto ha ricevuto centinaia di ‘like’ ai post che riportavano le dichiarazione di Renzi sul suo profilo facebook. Quel che è certo è che il nome di Roberto Giachetti circolava già da tempo e le parole di Renzi, suonano dunque come un tentativo di investitura cavalleresca. Se non ufficiale, quantomeno falsamente ufficiosa. Anche perché la caccia del Pd al candidato sindaco per la Capitale sembra finora non aver sortito risultati interessanti. E lo spettro del disastro Ignazio Marino ancora circola nei corridoi del Nazzareno, freddando soprattutto gli animi dei fautori di una candidatura proveniente dalla cosiddetta ‘società civile’.

Ai democrat serve un politico e Renzi lo sa. E il nome del vice presidente della Camera sembra trovare il suo posto, almeno per caratteristiche, nella lista dei papabili. Partito dai movimenti studenteschi, a 18 anni è entrato nel Partito Radicale fino al 1989 conservandone però la tessera. Consigliere circoscrizionale per i Verdi, quindi prima capo della Segreteria e poi Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma Francesco Rutelli dal 1993 al 2001. Anno questo, in cui diviene Segretario cittadino di Roma e eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Già tra i fondatori della Margherita viene confermato alle elezioni politiche del 2006 nelle liste dell’Ulivo e alle elezioni politiche del 2008 nelle liste del PD. Partito che lo traghetta fino alla storia recente, quando nel 2013 viene eletto vicepresidente della Camera dei Deputati con 253 preferenze.

Noto a Roma e nella politica per le sue battaglie dall’anima radicale: gli scioperi della fame. Nel 2002, per sollecitare il Parlamento ad eleggere due giudici della Corte Costituzionale e ripristinare il plenum, nel 2004 per sollecitare la calendarizzazione della legge sul conflitto di interessi, nel 2007 per far definire al Pd la data certa dell’assemblea costituente del partito, nel 2008 per ottenere le elezioni primarie nella città di Roma, le stesse che ora dovrà decidere se affrontare.

E in ultima, la battaglia del 2012 in segno di protesta contro le aule del Parlamento per la mancata approvazione di una nuova legge elettorale. Timide per ora le reazioni. Nessun commento da parte del Presidente del Pd Matteo Orfini. Ancora stizzita Sel dopo lo strappo in Campidoglio e le polemiche sul candidato Fassina: “Giachetti è persona stimabile – fa sapere il coordinatore romano Paolo Cento – ma la domanda che facciamo è semplice: il Pd a Roma ha avuto gli ultimi 2 sindaci di centrosinistra Veltroni e Marino. Credo sia giunto il momento di un passo indietro del Pd se vuole davvero unire il centrosinistra. E quindi – ha concluso Cento – perché la candidatura di Fassina non va bene?”.

“Auguri a Giachetti, che può essere sfidato in qualunque quartiere della città”. A scriverlo, il leader de La Destra, Francesco Storace, vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio e candidato Sindaco di Roma.

Marco Agostini

Comuni  senza  futuro

A differenza dalle regioni, organismi senza passato e senza futuro (e perciò luogo deputato della politica politicante), i comuni sono, da sempre, parte viva della storia del paese e portatori di sempre nuove forme di sperimentazione politico-economica e di convivenza civile. Testimoni della loro crescita nei momenti alti della nostra collettività nazionale; e del loro declino nella fasi di riflusso e di crisi.

Così la sorte dei comuni, il loro peso e il loro ruolo sono stati, all’indomani dell’unità d’ Italia, termometri infallibili delle sorti della democrazia e della sinistra italiana. E’ lì, e non nell’aula di Montecitorio, che si afferma nel concreto il socialismo riformista; è lì, con le giunte di Milano e, soprattutto, di Roma che lo schema giolittiano si manifesta in tutta la sua potenzialità; è lì che parte e vince la reazione, politica e di classe che si coagulerà nel fascismo. E, ancora, lungo i decenni della repubblica, è lì che si consumerà, all’insaputa delle relative famiglie, il matrimonio tra comunismo e riformismo; è lì che si sperimenteranno  nuove formule e combinazioni politiche, tangibili (come le giunte di centro-sinistra e “rosse”negli ultimi decenni del secolo scorso) o più meno affabulatorie (come il movimento dei sindaci, gli “arancioni” e così via).

Oggi non è più così. Oggi, guardando ai comuni nel quadro di un appuntamento elettorale che, dopo tutto, interesserà le quattro maggiori città italiane, una cosa si può ragionevolmente prevedere: che, chiunque vinca (e a dichiararsi vincitori saranno in molti; non foss’altro perché avranno perso i loro avversari), a perdere saranno tutti coloro che continuano a vedere nei comuni i protagonisti di un qualsivoglia disegno di cambiamento della politica e della società italiana. A prescindere dalla natura di questo disegno.

Così l’appuntamento di primavera non vedrà l’affermazione, a livello locale, del “partito della nazione” preconizzato dal premier. Definendo per tale un modello che, per le sue qualità intrinseche, non consente la nascita di una opposizione politico-sociale: o, più esattamente, solo di una opposizione definibile come antisistema. “Qualità intrinseche”, poi, riassumibili nel superamento, in nome dei valori della razionalità e dell’efficienza, delle tradizionali divisioni tra sinistra e destra e, contestualmente, della separazione tra politica ed economia (con la prevalenza delle ragioni della seconda su quelle della prima).

Una sorta di denghismo (“non importa il colore dei gatti purché acchiappino i topi” aveva detto il leader cinese) all’italiana. Ma una formula che, per funzionare, aveva bisogno di un appropriato reagente chimico; leggi di un uomo di successo intenzionato a porre i suoi talenti  al servizio della collettività.

Un uomo di successo che poteva avere le più diverse qualifiche. Ma che doveva accettare ed essere accettato: in altre parole avere avuto sufficiente successo nella sua vita professionale, così da essere sollecitato a candidarsi; ma non troppo successo, così da accettare il ruolo difficile e ingrato di sindaco di una grande città abbandonando la posizione che aveva precedentemente acquisita. E, per altro verso, consentire ai quadri politici e amministrativi del Pd locale di salvare la faccia.

Un’operazione che, alla stato sembra poter riuscire solo a Milano. E per due ragioni del tutto contingenti. La buona riuscita dell’Expo con i suoi effetti collaterali; e la fragilità culturale e politica della sinistra milanese.

Fragilità culturale. Ci si poteva impegnare sull’Expo: magari per contestare un’operazione realizzata su  aree private; volta al consumo di  prodotti anziché alla riflessione sui problemi; e, infine, del tutto vaga sulle destinazioni future. Ma non lo si è fatto. Salvo a dividersi tra coloro che applaudivano e quelli che gufavano: atteggiamenti molto simili a quelli dell’opposizione interna o esterna al Pd a livello nazionale; e, come quella, perdenti.

Fragilità politica. A Milano. E non solo. Quando Pisapia, assieme ai sindaci di Genova e Cagliari, invoca il mantenimento dello schieramento “Italia bene comune”sta facendo, in realtà, accanimento terapeutico. Rispetto ad una formula di governo non solo radicalmente contrastante con il disegno renziano ma anche insostenibile per la stessa Sel (che non può  continuare ad essere ad essere all’opposizione al centro – in nome dell’ideologia –  e assieme al Pd nelle regioni e nei comuni – in nome delle poltrone). Aggiungendo che – giratela come vi pare – la sinistra di governo, a livello locale non è più, per una serie ragioni su cui torneremo in conclusione, un punto di riferimento per il suo popolo.

Né se la passano meglio i cultori dell’arancione e del movimento dei sindaci. Perché le incarnazioni di questa fantasmagoria – da  De Magistris allo stesso Pisapia, se la passano male e non ce ne sono altri all’orizzonte (a parte il “remake”di Bassolino ).

Per chiudere questo capitolo, una constatazione di assenza. Era lecito attendersi che l’opposizione di sinistra – a Renzi o, più direttamente alla giunte Pd-Sel-Si presentasse in  una forma più unitaria possibile: o attraverso la formula delle liste civiche di “sinistra larga” o attraverso liste comuni di opposizione. Ma, almeno sinora, nulla di tutto questo.

Colpa di questo? Colpa di quello? Difetto strutturale nel disegno ?

In realtà, la crisi politico-progettuale che viviamo nel presente ha radici estese e profonde e viene da lontano. Per coglierne gli aspetti essenziali, potremmo dire che stiamo assistendo ad un irrimediabile logoramento delle basi stesse della democrazia civica costruite alla fine dell’ottocento e sviluppate nel secolo scorso; ma senza  che a queste se ne siano sostituite di nuove.

Non è il tema di una discussione accademica. E’ un problema politico centrale per le sorti della nostra democrazia. E’ lo spunto per una discussione per la quale chi scrive tenterà nel suo prossimo articolo,  di fornire qualche sommario elemento.

 Alberto Benzoni

La sinistra che cerca
spazio a sinistra

Prima c’è stata la rottura. Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, Pippo Civati e Sergio Cofferati hanno detto addio a Matteo Renzi uno dopo l’altro. Le accuse al presidente del Consiglio e segretario dei democratici sono state e sono pesanti: il Pd ha subito una “mutazione genetica”, ha assunto una fisionomia “di forza centrista” e ora guarda “più a destra che a sinistra”.
Adesso Fassina e D’Attorre scommettono sull’esistenza di uno spazio politico a sinistra per la nascita di un nuovo partito. Hanno rotto gli indugi: sabato 7 novembre hanno deciso la nascita di Sinistra italiana in un’affollata assemblea tenuta al Teatro Quirino di Roma. Hanno aderito al progetto anche altri ex parlamentari democratici e Sinistra ecologia e libertà, il partito guidato da Nichi Vendola. I nuovi gruppi parlamentari di Sinistra italiana saranno all’opposizione: 31 deputati alla Camera (26 di Sel e 5 ex Pd) e una decina di senatori a Palazzo Madama. A gennaio si svolgerà una assemblea per lanciare una fase costituente per dare vita nell’autunno 2016 al nuovo partito di Sinistra italiana, Si (l’acronimo è lo stesso di Socialisti italiani, il nuovo nome scelto da Enrico Boselli per il Psi nel 1994 dopo il ciclone di Tangentopoli).

Per Fassina «la sinistra non è finita, non è stata cancellata. C’è l’esigenza di esprimere le necessità e di dare rappresentanza a vaste aree di sofferenza sociale». Lo spazio elettorale «è molto ampio» perché «vanno recuperati i tantissimi elettori delusi e quelli rifugiatesi nell’astensione anche nelle regioni tradizionalmente rosse come l’Emila Romagna». Al centro del «nuovo inizio» c’è la tutela del lavoro, dei diritti dei precari, delle minoranze, la difesa dello stato sociale, delle «riforme vere, progressive e non regressive». Il progetto è di creare «una sinistra larga, non identitaria, non antagonista, ma di governo». Fassina ha attaccato «le riforme strutturali» di Renzi perché quelle economiche sono liberiste e quelle istituzionali plebiscitarie, insomma «sono le proposte della destra».

La prossima battaglia in Parlamento sarà contro il disegno di legge di Stabilità presentato dal governo: «Questa manovra economica è iniqua e sinergica al Partito della nazione. Renzi ha detto che attua il programma che Berlusconi non è riuscito ad attuare». Previsione: «Molti altri arriveranno dal Pd».
L’ex vice ministro del governo Letta per la prima volta ha polemizzato anche con la sinistra del Pd, la minoranza in cui ha militato a lungo. Ha criticato soprattutto Pier Luigi Bersani: «Dispiace per le parole di Bersani: il gioco della destra lo fa la destra con il Jobs act, con l’intervento sulla scuola, con l’Italicum, con la riforma del Senato e della Rai». Fassina, D’Attorre e Vendola marciano assieme e rimangono in attesa di Civati, Cofferati, dei militanti dissidenti della sinistra Pd e di quelli del M5S critici con Beppe Grillo.

Tuttavia per ora la scissione è contenuta e gran parte della minoranza del Pd resta con Bersani. L’ex segretario democratico ha dato ragione a Fassina e D’Attore sul no «a un partito neocentrista» e al “Partito della nazione” delineato da Renzi, ma «l’alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd». Bersani non vede spazi politici per nuove formazioni a sinistra del Pd. A la Repubblica ha argomentato: «Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più» e se sono cancellati i democratici «la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente».
Anche Renzi è scettico sulle prospettive elettorali di una forza alla sinistra del Pd: li rispetta «ma se pensano di poter intercettare magari i delusi dal Pd, credo che abbiano sbagliato i conti: il contenitore di quelle delusioni non sono loro, ma Grillo e i suoi cinquestelle». Il presidente del Consiglio e segretario del Pd a La Stampa ha difeso le riforme del governo che hanno aiutato la ripresa e fatto aumentare l’occupazione. Ha respinto «le offese e gli insulti» lanciati contro di lui, come di attentare alla democrazia: «La nascita di ‘Sinistra italiana’ è la certificazione di una sconfitta: la loro» ed «è anche la prova del fallimento del lungo assalto teso a screditare me e a far cadere il governo».

Considera un fallimento anche la manifestazione del centrodestra a Bologna con Salvini e Berlusconi sullo stesso palco: «Destra e sinistra hanno passato l’ultimo anno ad assaltare il governo con ogni tono e ogni mezzo. Non ce l’hanno fatta: e dunque oggi indietreggiano, serrano le file e si riorganizzano». La dirittura di marcia non cambia. La prossima battaglia è far approvare dal Parlamento la manovra economica, che è «di sinistra».
L’obiettivo è di allargare i consensi. Il vice segretario democratico Lorenzo Guerini ha ricordato i successi: «Da quando Renzi è segretario mi pare che l’obiettivo fondamentale di conquistare nuovi elettori lo abbiamo centrato». Il riferimento è al 40,8% dei voti conquistato dal “rottamatore” di Firenze nelle elezioni europee dello scorso anno.
Presto cominceranno le nuove sfide elettorali. In primavera ci sarà la battaglia per eleggere i sindaci in molte importanti città, qualcuno avanza l’ipotesi della candidatura di Fassina a sindaco di Roma ed egli per ora dice: «Valuteremo programmi e candidature e poi si vedrà». Aggiunge anche ad a Agorà su Rai3: se ci fosse accordo sul programma «non precludo la possibilità di sostenere un candidato del Movimento 5 stelle».

La vera partita si giocherà nel voto politico previsto nel 2018, ma c’è anche chi ipotizza urne anticipate l’anno prossimo. Sel nel 2013, alleata con il Pd di Bersani e il Psi di Riccardo Nencini, raccolse il 3,2% dei voti. La coalizione di centrosinistra “Italia Bene Comune” ottenne una «non vittoria», come la definì Bersani, perché conquistò la maggioranza alla Camera, ma non al Senato e così nacque il governo di “larghe intese” guidato da Enrico Letta con il centrodestra di Silvio Berlusconi. Gira una stima all’interno di Sinistra italiana: potenzialmente potrebbe ottenere il 15% dei voti. Sarebbe una cifra molto più alta di quella di Sel.

Rodolfo Ruocco
dal blog di Rai News 24

Cannabis legale? Si può fare una buona legge

Cannabis-liberaNella pagina dei commenti del Corriere della Sera di domenica 8 novembre, il neurologo Rosario Sorrentino è intervenuto nel dibattito sulla legalizzazione della marijuana anche a seguito dell’iniziativa in corso da parte di parlamentari aderenti a tutti i gruppi. Il primo ottobre scorso la capigruppo di Montecitorio ha deciso infatti la calendarizzazione della proposta di legge, sottoscritta da 220 deputati, che verrà esaminata nel prossimo trimestre.
Nel suo commento Sorrentino esprime una severa critica nei confronti dell’iniziativa parlamentare che a suo dire procede ‘all’italian’ senza tener conto delle risultanze scientifiche sui danni provocati dall’uso delle cosiddette ‘droghe leggere’. sottolinea l’ambiguità della voluta confusione sull’uso medico della cannabis e si augura che comunque la legge preveda un’adeguata informazione sui pericoli a cui si va incontro assumendo la cannabis.

Al dottor Sorrentino risponde la parlamentare socalista Pia Locatelli con una lettera inviata al quotidiano di via Solferino.

“Caro direttore – scrive Locatelli – ho letto domenica 8 novembre sul Corriere la lettera del neurologo Rosario Sorrentino sulla “liberalizzazione della cannabis”, e in qualità di membro dell’Intergruppo parlamentare che ne propone la legalizzazione mi sento in dovere di intervenire per chiarezza verso i suoi lettori.

In primo luogo volevo precisare che si tratta di legalizzazione e non di liberalizzazione, cosa ben diversa. Non si tratta infatti di liberalizzare l’uso di droghe leggere, ma di togliere dalle mani della malavita organizzata il traffico e consentire il controllo del fenomeno del consumo di cannabis senza per questo incentivarlo.

Siamo perfettamente consapevoli del fatto che le droghe leggere, così come il fumo e l’alcool siano dannose per la salute e che, in caso di consumatori giovanissimi o di persone a rischio di disturbi neurologici o psichiatrici gli effetti possono essere molto gravi. Ma siamo altrettanto consapevoli del fatto che tutto ciò non impedisce l’uso, attualmente illegale, di cannabis: un fenomeno dalle dimensioni socialmente ed economicamente imponenti. La Direzione nazionale antimafia (DNA), nella sua ultima relazione annuale, ha denunciato apertamente, a proposito dell’azione di contrasto della diffusione dei derivati della cannabis, «il totale fallimento dell’azione repressiva» e «la letterale impossibilità di aumentare gli sforzi per reprimere meglio e di più la diffusione dei cannabinoidi» Non solo. Il consumo di cannabis illegale fa sì che venga assunto un prodotto “non controllato”, spesso “corretto” con elementi chimici ben più nocivi della marijuana. Invece, in caso di legalizzazione dove si avrebbe la certezza del processo produttivo.

L’obiettivo della legge non è dunque certo quello di ampliare il consumo di cannabis, ma, consentendone la vendita solo in regime di monopolio come avviene per i tabacchi, di sottrarlo al mercato criminale.

La proposta di legge, inoltre, prevede che i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie relative alla violazione dei limiti e delle modalità previsti per la coltivazione e per la detenzione di cannabis, in forma personale o associata, siano interamente destinati a interventi informativi, educativi, preventivi, curativi e riabilitativi, realizzati dalle istituzioni scolastiche e sanitarie e rivolti a consumatori di droghe e a tossicodipendenti; e che i proventi derivanti per lo Stato dalla legalizzazione del mercato della cannabis siano destinati per il 5 per cento del totale annuo al finanziamento dei progetti del Fondo nazionale di intervento per la lotta alla droga.

Nessuna scelta fatta alla leggera quindi ‘per sdoganare la cannabis a furor di popolo’, ma – conclude la lettera – una proposta di legge equilibrata, che dà ampio spazio alla prevenzione e alle campagne di informazione e sensibilizzazione, che si è avvalsa del parere e della consultazione di molti esperti. Grazie per l’attenzione
Pia Locatelli
Deputata e membro dell’Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis”

Cecilia Sammarco

ITALICUM ALLA SBARRA

Italicum-Alfano-Boschi

Una raffica di ricorsi sta sommergendo l’Italicum. La nuova legge elettorale è stata impugnata con una serie di ricorsi depositati in contemporanea in una quindicina di Corti d’appello, tra cui Roma, Milano, Napoli. Nel mirino, tra le altre cose, premio di maggioranza e ballottaggio. Ora spetta ai giudici valutare se accogliere le istanze. L’Italicum è stato approvato dal Parlamento il 4 maggio scorso e la sua entrata in vigore è prevista per luglio 2016. Ora sulla nuova legge elettorale pende una spada di Damocle. A promuovere l’iniziativa dei ricorsi è stato il Coordinamento democrazia costituzionale, a cui aderiscono numerosi giuristi, insieme a diversi comitati locali. Tra le Corti d’appello presso cui i ricorsi sono stati depositati, oltre a Roma, Milano, Napoli, anche Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste, Perugia.

Tra i punti della legge che sono state impugnate, per il Coordinamento, figurano il premio di maggioranza assegnato alla lista che supera il 40%; il ballottaggio senza soglia previsto invece tra i due partiti più votati se nessuno supera quota 40%; la contraddizione è ravvisata nel fatto che chi raggiunga, per ipotesi il 39,9% dei voti deve comunque andare a ballottaggio; le norme sulle minoranze linguistiche che non consentono – secondo i ricorrenti – la rappresentanza di tutte le minoranze riconosciute, ma solo di alcune. L’iniziativa sarà presentata nel dettaglio nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio il 29 ottobre alle 14.30.

Molti i sostenitori del ricorso. Giuristi, associazioni, sigle sindacali e anche diversi parlamentari della sinistra Pd. Tra i suoi aderenti anche diversi senatori e deputati della minoranza Dem tra cui Vannino Chiti, Lucrezia Ricchiuti, Erica D’Adda, Paolo Corsini, Felice Casson e Maria Grazia Gatti, Corradino Mineo e Walter Tocci, ai quali, a Montecitorio, si affiancano Alfredo D’Attorre e l’ex Pd Stefano Fassina. Presenti, nella rete di aderenti anche parlamentari dell’opposizione come gli esponenti Sel Loredana De Petris e Giorgio Airaudo, e giuristi come Gustavo Zagrebelsky e Luigi Ferrajoli e Felice Besostri.

Obiettivo del Coordinamento è “difendere e valorizzare i principi della democrazia della nostra Costituzione nata dalla Resistenza, operando per attivare l’opinione pubblica, largamente inconsapevole del significato e dei contenuti del processo di riforme istituzionali in atto, e per promuovere un dibattito politico che consenta la partecipazione di tutti i cittadini e faccia avanzare la consapevolezza della posta in gioco per gli anni futuri”. I ricorsi contro l’Italicum non sono ancora stati materialmente presentati, ma lo saranno in forma coordinata nel corso dei primi dieci giorni di novembre, presumibilmente tra il 2 il 9. E saranno presentati nei tribunali dei capoluoghi dei distretti di Corte d’appello.

Da Lima il presidente del consiglio Matteo Renzi, che sta partecipando al Forum economico Italia-Perù, è tornato a difendere le riforme del Governo, Italicum compreso:  “Le riforme che l’Italia sta facendo – ha detto – inclusa la riforma della legge elettorale servono per dare stabilità, certezza e regole più efficaci”. “Il mondo sta cambiando”.

Intanto una delegazione del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale ha presentato alla Corte di Cassazione due quesiti per l’effettuazione di altrettanti referendum abrogativi dell’Italicum. I quesiti riguardano la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capi-lista nei vari collegi con la facoltà loro concessa di candidature plurime e l’abbandono del meccanismo del premio e del ballottaggio. I quesiti presentati – è spiegato – chiedono in particolare la restituzione ai cittadini del potere di scegliere i propri rappresentanti, mediante la cancellazione della priorità assegnata alla figura dei capi-lista nei vari collegi e della facoltà loro concessa di candidature plurime (fino a 10), che consente alle segreterie di partito il potere di nominare gran parte dei deputati; e inoltre l’abbandono del meccanismo del ‘premio’, che assegna di fatto la maggioranza assoluta alla lista (cioè al partito) che ottiene il 40% dei voti, e del ‘ballottaggio’, che amplifica gli effetti negativi del ‘premio’, assegnandolo alla lista che, pur non avendo ottenuto nemmeno il 40%, vince il secondo turno indipendentemente dal numero dei votanti.

“Si potrebbe così assegnare un potere assolutamente sproporzionato a un partito – si legge ancora – che avesse ottenuto meno del 25% (per esempio) dei consensi. Il quesito è volto a ristabilire l’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto di voto e ad assicurare il carattere rappresentativo della assemblea parlamentare”.

A difendere la legge elettore un altro costituzionalista, Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex parlamentare del Pd che definisce “senza senso” i ricorsi contro l’Italicum. “Non hanno senso né sul metodo né nel merito”. “Sul metodo – spiega il professore – perché non c’e’ nessun procedimento elettorale in corso e quindi nessun caso concreto sulla base del quale chiedere la tutela di un diritto alla Corte d’Appello. “Quanto al merito – aggiunge Ceccanti – i ricorsi sono sbagliati perché la Corte costituzionale con la sentenza del 2014 sulla legge elettorale chiedeva una soglia per il premio di maggioranza e di evitare liste bloccate lunghe, requisiti che sono rispettati dall’Italicum“.

A parere del costituzionalista, l’iniziativa appare un atto di “manifestazione politica”: “Una sorta di antipasto della raccolta delle firme per il referendum abrogativo della legge
elettorale, che è già stata preannunciata per la prossima primavera. Anche ove raccogliessero le firme e i quesiti fossero ammessi – avverte però Ceccanti – non sarebbero sottoposti agli elettori prima della primavera del 2017”.

Redazione Avanti!