Ue: dal Senato ok alla risoluzione di maggioranza

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Aula del Senato ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo con 154 si, 56 no e 34 astenuti. Ma ha approvato anche quella che ha come prima firma quella del capogruppo di FI, Paolo Romani, che è stata decisamente la più votata con 228 sì, 9 no e 10 astenuti. È passata anche quella di Ala riformulata con 172 sì e 20 no. Mentre sono state respinte quelle di Lega e M5S.

“Ci troviamo in un frangente per l’Europa di grandissimo interesse: non c’è stato il crollo che molti avevano temuto o auspicato, ma non deve esserci l’illusione che l’Europa se l’è cavata e va bene così”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in Aula al Senato nel suo intervento sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue. “Questo è il momento di investire per cambiare e far crescere il progetto europeo. C’è una grande opportunità e se avrà il sostegno del Parlamento, con le distinzioni ovvie tra maggioranza e opposizione, il governo italiano in questa grande opportunità potrà svolgere il ruolo che compete a uno dei grandi Paesi fondatori”.

Al centro del discorso ovviamente il terrorismo: “Gli ultimi attentati ci dicono che il terrorismo è una minaccia comune che ha bisogno di risposte comuni. Con lo scambio di informazioni” e con una linea “molto esigente dell’Ue”, sulla scia della dichiarazione del G7 di Taormina, “verso i grandi player del web perché la radicalizzazione può essere contrastata da chi detiene le chiavi di un numero impressionante di dati. La Rete, luogo di libertà, non puo’ diventare una minaccia per la nostra sicurezza”.

E sulla Brexit: “Il Consiglio europeo che si riunisce domani e dopodomani, si riunisce esattamente a un anno di distanza dal referendum britannico che si tenne il 23 giugno 2016. Doveva essere un anno orribile per l’Unione europea e le previsioni non sono state del tutto rispettate, viviamo in un clima certamente complicato ma molte delle previsioni di quelle settimane si sono rivelate infondate”. “Lunedì si sono aperti formalmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito e sono iniziati in un clima in cui chi esce non si presenta al tavolo con una forza contrattuale particolare. L’Italia non è favorevole né a una hard Brexit né a una soft Brwexit ma serve chiarezza nei rapporti tra un Paese così importante e l’Ue e in particolare chiarezza sui diritti e sul destino delle centinaia di migliaia di nostri concittadini che risiedono nel Regno Unito”. Comque, ha proseguito “la Brexit più che una campana a morto per il progetto dell’Ue è stata una robustissima sveglia. Forse ricorderemo il voto inglese più che come inizio della fine, come un campanello di allarme che ha messo il progetto dell’Unione al centro della discussione pubblica del nostro Continente. Quel progetto ha confermato la propria vitalità e resta centrale per il nostro futuro”.

Punto che non poteva mancare nel suo intervento la crescita economica che per il premier “non può essere soffocata da regole concepite in un periodo diverso, quando sarebbe stato difficile pensare a una crescita dell’Europa del 2%. Non bastano i numeri, non bastano i decimali”. Servono “lavoro, inclusione, crescita: è questo che determina il successo dell’Unione europea a livello internazionale. Noi lo diciamo da tempo e ci auguriamo che non sia più solo una battaglia italiana: l’Europa deve cambiare, dobbiamo avere la forza di farla cambiare”.

Altro tema caldo quello sui migranti: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles. Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”. “Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.

E infine una considerazione: “L’Unione deve cambiare e dobbiamo avere il coraggio di dire: ci riconosciamo nel carattere strategico dell’Unione, ma perché si sviluppi, l’edificio dell’Unione ha bisogno di essere cambiato. Mi auguro che questa missione possa essere rafforzata dalla nuova leadership francese”.

ITALIANI VERI

ius soli senatoIl Senato accelera sullo ius soli. L’Assemblea ha infatti detto sì all’inversione dell’ordine del giorno dei lavori e incardinato lo ius soli prima del voto sulle pregiudiziali di costituzionalità del decreto vaccini. Scoppiano le proteste della Lega che costringono addirittura il presidente Pietro Grasso a espellere un senatore del Carroccio (scelta poi revocata) e a far portare fuori dall’Aula il capogruppo Centinaio. La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, spintonata, finisce addirittura in infermeria.

I senatori della Lega arrivando verso i banchi del governo con un cartello con la scritta “No allo Ius soli” e il presidente del Senato Pietro Grasso espelle dall’emiciclo Raffaele Volpi, mentre il capogruppo Gianmarco Centinaio che si è seduto accanto alla ministra Fedeli viene allontanato di peso dai commessi. Dopo la decisione di Grasso di espellere il leghista Raffaele Volpi per la protesta inscenata contro lo ius soli, quest’ultimo non esce dall’emiciclo. Cosa che a norma di Regolamento avrebbe comportato la sospensione della seduta. Per evitare lo stop dei lavori Grasso revoca l’espulsione di Volpi chiamandolo comunque a rispondere “nelle sedi competenti” per l’accaduto. “Un precedente così neanche l’arbitro Moreno!”, commenta Calderoli. “Quando i giocatori si arrivano a nascondere l’arbitro deve comportarsi come può…”, ribatte Grasso. Ma intanto i lavori d’Aula proseguono.

Il Senatore Centinaio si è giustificato parlando di “battaglia anche fisica per impedire l’approvazione della legge”. Parole sconcertanti. “Centinaio chiarisca cosa intende per battaglia anche fisica per impedire l’approvazione della legge sullo Ius soli”, ha commentato il Senatore Buemi, Capogruppo Psi in commissione Giustizia e nella Giunta per le elezioni e le immunità. “Di squadrismo politico la storia parlamentare di altri tempi è costellata, ricordo tra l’altro che siamo a pochi giorni dall’anniversario della morte per mano squadristica dell’onorevole Giacomo Matteotti”, ha ricordato Buemi. “Il Senatore Centinaio e altri, che eventualmente volessero usare il metodo dello scontro fisico, sappiano che ogni iniziativa che travalichi la legittima espressione di dissenso, sia in Aula che fuori, da parte di chicchessia non potrà che vedere coinvolte le Procure della Repubblica italiana e la Giunta per le elezioni e per le immunità”, ha concluso il senatore socialista.

Il ministro della Scuola Valeria Fedeli è stata medicata nell’infermeria del Senato. Lei, raccontano alcuni esponenti Dem presenti nell’emiciclo, era ai banchi del governo quando i senatori della Lega sono arrivati di corsa “con i cartelloni e l’hanno spinta contro lo stesso tavolo e le sedie”. Secondo quanto si apprende le sarebbero stati messi di cerotti e le sarebbero stati somministrati degli antidolorifici. “Sto bene – ha scritto poi la ministra su twitter – grazie a tutte e a tutti. Non saranno i tentativi di sopraffazione a fermare una battaglia di civiltà come lo IusSoli”.

L’aula sembra più una arena che un luogo delle istituzioni. “Prima gli italiani”, “stop invasione”, “No ius soli” sono i cartelli esposti in Aula dal Carroccio. Mentre il senatore Volpi è stato espulso per un “vaff..” verso la presidenza.

“Oggi – afferma la presidente della camera Boldrini – si fa fatica ad affermare per legge nuovi diritti civili, si fa fatica ad affermare la legge sulla cittadinanza per i bambini figli di genitori stranieri che nascono in Italia come anche ad affermare il testamento biologico”. Per la Cgil, l’approvazione della legge di riforma della cittadinanza è “un atto di civiltà che non può essere ulteriormente rimandato”. Ma la protesta leghista non è solo spintoni e parole fuori luogo ma anche emendamenti. Carderoli ne ha sempre di pronti. E in poco tempo ne arrivano quasi 50mila. 48.408 per la precisione.

LA SCHEDA

Ius soli temperato, così cambia diritto cittadinanza

Dallo ‘ius sanguinis’ allo ‘ius soli’ temperato, e allo ‘ius culturae’ – Saranno cittadini italiani per nascita i figli, nati nel territorio della Repubblica, di genitori stranieri almeno uno dei quali abbia un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo. Servirà la dichiarazione di volontà di un genitore, o di chi ne esercita la responsabilità, all’ufficiale dello Stato civile del Comune di residenza del minore, entro il 18esimo anno. In assenza di tale dichiarazione potrà essere il diretto interessato a richiederla, entro il 20esimo anno. Altrimenti, per gli stranieri nati e residenti in Italia legalmente, senza interruzioni fino a 18 anni, il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza sale a due anni dalla maggiore età.

Lo ‘ius soli’ non si applicherà ai cittadini europei – visto che il permesso di lungo periodo è previsto solo per gli Stati extra Ue.

Minori stranieri – Possono invece ottenere la cittadinanza i minori stranieri nati in Italia, o entrati entro il 12esimo anno, che abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale di istruzione, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. La frequenza del corso di istruzione primaria deve essere coronata dalla promozione. La richiesta spetta al genitore, cui è a sua volta richiesta la residenza legale, o all’interessato stesso, entro due anni dalla maggiore età. Le nuove norme valgono anche per gli stranieri in possesso dei nuovi requisiti ma che abbiano superato, all’approvazione della legge, il limite di età dei 20 anni per farne richiesta. Al Viminale sei mesi per il rilascio del nulla osta.

Ok alla manovrina. Gentiloni: “Matenuti gli impegni”

gentiloni manovrina“Approvata manovra correttiva: impegni di bilancio mantenuti senza nuove tasse. Priorità ai fondi per la ricostruzione post terremoto”. Così il premier Paolo Gentiloni commenta su twitter il via libera definitivo del Senato alla manovrina sulla quale il governo ha incassato la fiducia al Senato con 144 Sì, 104 No e 1 astenuti. I votanti erano 249 e la maggioranza era di 125 voti. La Manovra è quindi legge. A favore si erano espressi il Pd, il gruppo Autonomie e Ap, anche se il presidente della Commissione Lavoro Maurizio Sacconi aveva dichiarato che non avrebbe votato, in dissenso con il suo gruppo, contestando la normativa sui voucher inserita nel testo della Manovra. Il primo a votare nella prima chiama è stato l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha scelto il Sì.

Insomma Paolo Gentiloni preme l’acceleratore sui provvedimenti che ritiene fondamentali. Prima la fiducia al ddl penale alla Camera, ottenendo la maggioranza assoluta dell’Aula di Montecitorio (320 consensi, che diventano 267, contro 136 no, nella successiva votazione finale). Poi la fiducia al Senato, sulla manovrina.

Sono stati 69 i senatori assenti durante l’approvazione della manovra. Sedici di Mdp – Articolo 1, 13 di Forza Italia, 10 del gruppo Misto, 9 di Gal, 7 di Ala, 4 M5S, 3 autonomie, 2 i senatori del Pd (Tocci e Ruta), 4 Fl- Idea, 1 di Ap (Sacconi), ad astenersi il senatore Conti del gruppo Misto mentre un esponente di Ala non ha partecipato al voto. Per la precisione fra i 69 assenti 9 provengono dal Gruppo Misto e 1 dalla Lega.

Il gruppo di Mdp non ha partecipato al voto assumendo per la prima volta una così forte presa di distanza. “Una presa di distanza netta di cui siamo consapevoli” ha detto in Aula al Senato Maurizio Migliavacca intervenendo in dichiarazioni di voto. “Si tratta – ha spiegato – di una scelta obbligata, l’unica possibile per noi per non arrendersi al rifiuto in blocco del decreto”. “Un no – ha spiegato – Migliavacca – a quella che giudichiamo una forzatura sui voucher, contraria ai nostri valori costitutivi: la dignità del lavoro, la partecipazione democratica. Ma nello stesso tempo, per la responsabilità che sentiamo verso il governo, una porta aperta. Una porta aperta a scelte, nel metodo e nel merito, più condivise nel futuro”.

Dalla maggioranza il senatore del Pd Giorgio Tonini, parla di voto “convinto” a un “decreto, che è un tassello importante all’interno di una strategia di politica economica e sociale che si sta rivelando sempre più fruttuosa man mano che il tempo passa”.

Lina Merlin. Locatelli:
“Ha fatto la storia del Psi”

merlin convegnoQuattro anni di confino in Sardegna tra Nuoro, Dorgali, Orune, dove usò il suo tempo per insegnare a leggere e scrivere a donne, bambini e pastori. Il Governo fascista, invece di ringraziarla, le tolse l’indennità di confino “perché lavora come insegnante”. Minacce di morte, cinque volte in carcere, ma Lina Merlin non abbassò mai la testa. Nel 1919 scelse il Psi perché fu l’unico partito contro la guerra. “E Lina Merlin – sottolinea Pia Locatelli presidente del gruppo socialista alla Camera – ha fatto la storia del Psi”.

Oggi un convegno alla sala Zuccari del Senato ha ricordato i 130 anni dalla nascita della socialista che riuscì ad abolire le case chiuse e la dicitura ‘Figlio di NN’. A Lina
Merlin si deve anche la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione. Il primo stabilisce che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso”. Il secondo prevede che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.

Lina MerlinMerlin cominciò fare le sue battaglie da femminista,quando in Italia le donne non avevano ancora diritto di voto né attivo né passivo. “Fu una vera partigiana – ricorda Elena Marinucci – fu femminista e riformista. Credeva nella possibilità di modificare la società con le leggi. È un dovere porre un suo busto al Senato della Repubblica”.

Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, sottolinea: “Diede tutti i suoi beni al partito e agli sfollati del Polesine. Si battè sempre per gli ultimi, prostitute comprese”. Laura Puppato, senatrice Pd, afferma: “Fu una donna coraggiosa, capace di dire cose scomode. Fu cattolica e scomunicata perché socialista. Ebbe coraggio per sé e per gli
altri. Chiuse le case di tolleranza, ma la sua attività politica fu molto, molto più ampia”.

Luigi Zanda, capogruppo dei senatori Pd, premette: “Io parlo da sardo e posso dire che i fascisti la esiliarono a Nuoro perché consideravano Nuoro la peggiore punizione
possibile. Ignoravano che in quella zona c’è una straordinaria capacità culturale. Tra Merlin e i pastori sardi si creò un’empatia: antifascismo e povertà strinsero un’alleanza. Lina Merlin fu una persona straordinaria e le sue qualità precedono la dimensione politica”. Lina Merlin fu aiutata dai sardi, che le passarono il necessario per vivere quando i fascisti le tolsero l’indennità di confino. Merlin continuò a ricevere e onorare le sue amicizie sarde anche da senatrice.

“Le linee guida di Lina Merlin furono pace e libertà – dice Pia Locatelli, capogruppo dei deputati Psi – rivendicò il suo essere ottocentesca, deamicisiana e romantica. Al Pci che le offrì di cambiare partito, Merlin rispose: ‘Sarei una pessima comunista perché non sopporto la soggezione’. Le donne nell’Assemblea Costituente furono 21, ma fecero più allora per la causa femminile che non le 300 parlamentari donne
dell’attuale legislatura”.

Nel 1958, durante il dibattito parlamentare sull’abolizione delle case chiuse, un deputato obietto’: “Perché abolirle? Svolgono una funzione sociale. Servono a proteggere la salute pubblica”. La risposta della parlamentare socialista fu fulminante: “Benissimo. Allora per la funzione sociale creiamo una sorta di servizio di leva di 6 mesi per tutte le ventenni, naturalmente includendo le vostre figlie e le vostre sorelle”. Questa replica è il ritratto migliore di Lina Merlin.

Israele cede, più diritti
per i carcerati palestinesi

Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario. I parlamentari italiani Locatelli e Manconi scrivono all’ambasciatore di Israele che nega ogni violazione dei diritti umani. Il Foglio pubblica solo la lettera dell’ambasciatore.


Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario.
Lo hanno reso noto le stesse autorità israeliane dopo l’accordo raggiunto con l’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese, la mediazione della Croce Rossa internazionale e una consistente pressione internazionale cui pare si sia aggiunta perfino quella del neo presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Israele.

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero Marwan Barghouti

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero inneggiano a Marwan Barghouti

Il comunicato delle autorità israeliane parla della concessione di una serie di “benefici di carattere umanitario” mentre l’agenzia di stampa palestinese InfoPal entra nel dettaglio ed elenca una serie di misure che dovrebbero alleggerire il regime di detenzione e rendere più frequenti le visite dei familiari ai loro congiunti. In particolare è stata in qualche misura corretta la situazione che si era creata con i palestinesi che erano stati arrestati e trasferiti nelle prigioni israeliane impedendo così di fatto, soprattutto per quelli di Gaza, contatti regolari con i loro congiunti per la difficoltà di ottenere il permesso di entrare in Israele.

Numerose organizzazioni umanitarie israeliane e internazionali si sono schierate a sostegno dello sciopero. In un comunicato Amnesty International ricorda che Israele “porta avanti da decenni politiche illegali e crudeli nei confronti dei palestinesi dei Territori occupati e di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane, i quali in alcuni casi non vedono da anni i loro familiari”. Inoltre “trattenere nelle prigioni israeliane palestinesi arrestati nei Territori occupati costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Si tratta di una politica illegale e crudele nei confronti sia dei detenuti che delle loro famiglie, che spesso non possono incontrarsi per mesi e in alcuni casi per anni”.

Carcere israelianoSecondo l’Ong “Associazione dei prigionieri palestinesi”, 6500 prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in 17 prigioni e centri di detenzione gestiti dalle autorità israeliane, 16 dei quali all’interno di Israele. Tra i 6500 detenuti, le donne sono 57. I minori di 18 anni sono 300, tra cui 13 ragazze. Della popolazione carceraria fanno parte anche 13 componenti del Consiglio legislativo palestinese. Almeno 500 palestinesi si trovano in detenzione amministrativa senza accusa né processo, una prassi contraria al diritto internazionale.

Della questione in Italia si sono occupati anche Pia Locatelli e Luigi Manconi, rispettivamente presidentessa del Comitato diritti umani della Camera e presidente della commissione diritti umani del Senato, che hanno inviato una lettera all’ambasciatore israeliano in Italia.
”Ci è stato riferito – scrivono i due parlamentari – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta ha negato categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e ha respinto tutte le accuse. La lettera dell’ambasciatore è stata pubblicata oggi (30 maggio) da Il Foglio, senza però dare ai lettori alcune informazione circa le proteste e la lettera scritta dai parlamentari italiani.
Un modo davvero curioso di fare informazione, come se il giornale diretto da Cerasa fosse non un organo di informazione italiano, ma un bollettino dello Stato di Israele. Però ancora più sorprendente, al limite del ridicolo, è stato il non aver dato notizia della fine dello sciopero e dell’accoglimento – perlomeno parziale – delle richieste dei palestinesi, evidentemente per non smentire l’ambasciatore che avrebbe fatto una brutta figura dopo aver negato l’evidenza dei fatti.

D’altra parte dello sciopero si è parlato molto anche in Israele, dove i cittadini conoscono bene la situazione dei Territori e il comportamento delle autorità militari. Lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” solo pochi giorni fa aveva affermato che “i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani”.

Comunque la vicenda ha anche avuto un importante risvolto politico interno allo Stato palestinese e forse anche in Israele.

Marwan Barghouti

Marwan Barghouti

La popolarità del 58enne Marwan Barghouti, leader della prima e seconda Intifada, in carcere da 15 anni per scontare cinque ergastoli in quanto ritenuto responsabile di alcuni fatti di sangue commessi dagli uomini di Tanzim, una forza paramilitare della resistenza palestinese, sotto il suo comando, è in continua ascesa. Contro di lui è schierata Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza, da sempre in rotta di collisione con Fatah, il principale movimento politico palestinese, laico e progressista, di cui era leader Yasser Arafat.
In un recente passato in Israele si è spesso parlato anche di un perdono presidenziale per liberare Barghouti; ne erano convinti Yossi Beilin e Shimon Peres, ma con la crescita politica della destra, dell’estrema destra e dei partiti religiosi ultraortodossi, che oggi controllano il governo di Nethanyau, della questione non si è più parlato. Ecco dunque che anche l’esito di questo sciopero della fame induce a pensare che forse si sta muovendo qualcosa sotto la crosta di ghiaccio di un’intransigenza irragionevole come non mai.

Parlamento. I cambi di gruppo a quota 481

Dopo la fine del gruppo a Palazzo Madama, gli ex Conservatori e riformisti entrano in Gal. voltagabbana214 i cambi di casacca al senato, contro i 267 di Montecitorio. Da inizio legislatura 1 parlamentare su 3 ha cambiato gruppo almeno una volta.

A inizio aprile la compagine parlamentare dei fittiani al senato era stata sciolta dall’ufficio di presidenza per mancanza del numero minimo di membri. Dopo un passaggio forzato al gruppo misto, tutti e 9 i senatori in questione sono passati in Grandi autonomie e libertà (Gal). Il primo è stato Luigi Compagna, poi seguito da Andrea Augello, e proprio in questi giorni dai 7 senatori rimanenti: Francesco Bruni, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Salvatore Tito Di Maggio, Pietro Liuzzi, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio e Vittorio Zizza.

Con questo ennesimo giro di valzer i cambi di gruppo da inizio legislatura salgono a quota 481. 267 sono avvenuti alla Camera, mentre 214 al senato, in un parlamento in cui ogni mese 9,6 eletti cambiano gruppo di appartenenza. Una media, come visto nel MiniDossier “Giro di valzer – 2016“, due volte superiore a quella della scorsa legislatura.Screenshot 2017-05-22 15.49.52

In totale i parlamentari interessati sono 319 (188 deputati e 131 senatori), il 33,58% dei nostri eletti. Fra i due rami quello più coinvolto sembra essere Palazzo Madama, in cui 4 parlamentare su 10 (il 40,94%) hanno cambiato gruppo almeno una volta dalle politiche del 2013. Percentuale leggermente più bassa a Montecitorio, 29,84%.Screenshot 2017-05-22 15.52.14

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Caos al Senato. Cilecca sulle Commissioni

senatoTerremoto nella maggioranza al Senato: l’elezione a presidente della Commissione Affari Costituzionali di Salvatore Torrisi, senatore di Alleanza Popolare, è suonata come uno schiaffo al Partito Democratico che aveva avanzato il nome di Pier Giorgio Pagliari e come un avvertimento al governo guidato da Paolo Gentiloni. Immediata la reazione del Nazareno i cui vertici si apprestano a chiedere un incontro con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In Commissione Affari Costituzionali del Senato dovrà passare la nuova legge elettorale e questo avvicendamento sfuggito al controllo, evidenzia il momento di tensione che vive la maggioranza. La seconda conseguenza di quanto accaduto in Senato è lo scambio di accuse tra le forze politiche alla ricerca del responsabile di quello che i dem chiamano già un “tradimento”. Il Movimento 5 Stelle sottolinea che Pagliari è stato “impallinato” da un terzo dei voti della maggioranza, 5 su 16. “Noi non abbiamo rotto nessun patto”, avvertono alcuni senatori di Alleanza Popolare: “Non c’è stato alcun accordo, e anche con la presenza di Ala, Pagliari non sarebbe passato. E’ una questione interna al Pd e a quella parte della maggioranza che non ha voluto votare Pagliari”, aggiungono.

Dagli studi di Porta a Porta il Guardasigilli Andrea Orlando parla di un “fatto grave” che non va minimizzato. “Abbiamo avuto – afferma – una saldatura tra forze politiche di maggioranza e opposizione molto diverse. Serve un chiarimento, altrimenti si rischia lo sgretolamento del nostro sistema di alleanze”. “Spero – conclude – non ci sia la crisi. Lo sbocco sarebbero o il voto anticipato o le larghe intese, entrambi pericolose per il Paese e il Pd”. Per Orlando il sospetto è che “ci sia la volontà di andare a votare con la legge elettorale attuale, uscita dalla Consulta, perché ci sono i capilista bloccati”.

Fonti parlamentari dem sottolineano che “con questa mossa, nei fatti, si blocca la legge elettorale”, il più importante dei temi su cui il governo Gentiloni ha ottenuto la fiducia in Parlamento. Le stesse fonti sottolineano come ci si trovi davanti a un “grande accordo di Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Ncd e scissionisti” che ha “fatto a pezzi l’accordo di maggioranza eleggendo Torrisi, uomo di Alfano, contro il candidato Pagliari. Secondo fonti parlamentari, oltre a due senatori di Ala che non hanno partecipato al voto e ad una scheda bianca, sarebbero stati due senatori dem a votare contro l’indicazione del partito. “Oggi sono nate larghe intese in Senato per non fare la legge elettorale”, conferma il senatore renziano Andrea Marcucci: “Mdp, Forza Italia, M5S ed i centristi hanno eletto il loro presidente nella commissione affari costituzionali, con l’obiettivo di consegnare l’Italia al proporzionale”. A tirare direttamente in ballo gli scissionisti di Mdp è la senatrice dem Francesca Puglisi: “Erano talmente contrari al Patto del Nazareno che al Senato hanno votato il candidato di Alfano, a braccetto con Berlusconi e Grillo”.

Accuse che Bersani respinge al mittente: “Basta guardare i numeri e vedere chi ha votato…” dice parlando in Transatlantico. “Non mi piace che il Pd se la prenda con tutto il mondo… Il Pd guardi in casa, piuttosto”, aggiunge l’ex segretario Dem. Il deputato Pd Dario Ginefra sostenitore di Michele Emiliano nella corsa alla Segreteria, parla di “incidente di percorso”. “Ritorniamo a proporre una riunione di maggioranza che verifichi la possibilità di rendere omogenee le leggi elettorali di Camera e Senato per poi andare ad un confronto con le minoranze. L’obiettivo – prosegue Ginefra – deve essere quello di rispondere positivamente all’appello del Presidente della Repubblica e non di approfittare di ogni circostanza utile per tentare di dare una spallata al Governo Gentiloni”.

E mentre i 5 Stelle parlano di un Pd allo sbando, per Quagliariello “il voto per Torrisi non è espressione di alcuna anomala maggioranza, bensì la libera espressione di una Commissione che, lasciata per un tempo troppo lungo senza guida a causa delle controversie interne al partito di maggioranza relativa, ha individuato nella persona che ha riempito una sede vacante elementi di saggezza, equilibrio e rispetto”. “L’alzata di scudi odierna, che è arrivata addirittura a tirare in ballo il governo e persino il capo dello Stato, appare perciò strumentale e puerile. Nel migliore dei casi, palesa un riflesso partitocratico odioso. Nel peggiore – conclude Quagliariello -, una vena di antiparlamentarismo che avrebbe però bisogno di migliori interpreti e soprattutto di più solidi argomenti”.

Minzolini. Il Senato vota contro la decadenza

Riforme: Senato boccia primo emendamento a ddlL’aula di Palazzo Madama ha votato no alla decadenza da senatore di Augusto Minzolini respingendo il parere, fornito dalla Giunta per le Immunità. Sono stati 137 i voti a favore dell’ordine del giorno a firma di Giacomo Caliendo (Fi), che chiedeva di respingere la deliberazione dell’organo parlamentare guidato da Dario Stefano. Contrari invece in 94, 20 gli astenuti. L’ex direttore del Tg1 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per peculato continuato nel novembre del 2015 a causa dell’utilizzo della carta di credito Rai.

Minzolini ha comunque detto in Aula di volersi dimettere. “Ora mando la lettera” di dimissioni, ha poi confermato entrando in ascensore ai giornalisti che gli hanno chiesto le sue intenzioni sulle proprie dimissioni. Dimissioni che l’ex direttore del Tg1 aveva assicurato sarebbero arrivate qualunque fosse stato l’esito della votazione.

Furiosi i 5 Stelle che hanno attaccato i Pd per i 19 voti del gruppo contrari all’arresto. Il garantismo dei 5 Stelle infatti vale solo quando gli fa comodo.

L’ordine del giorno di Fi respingeva la deliberazione della giunta per le immunità che nel luglio scorso aveva dichiarato decaduto l’ex giornalista dal mandato di parlamentare perché condannato con sentenza passata in giudicato. Il voto dell’odg è stato accolto da un lungo applauso. In precedenza Forza Italia aveva presentato 3 odg, ritirandone poi due prima del voto. In uno di questi vi era la richiesta di ritorno in Giunta del caso dell’ex direttore del Tg1 condannato per peculato in via definitiva per l’utilizzo improprio delle carte di credito aziendali. La decisione dell’assemblea è stata accolta da un lungo applauso.

“Siamo chiamati a decidere su questioni particolarmente delicate – ha detto il Senatore del Psi Enrico Buemi nel corso della dichiarazione di voto – che investono frontalmente la nostra concezione della democrazia e dello Stato di diritto. Apparentemente discutiamo del destino del senatore Minzolini, ma in sostanza discutiamo della nostra civiltà giuridica, della nostra democrazia e dell’autonomia e separazione dei poteri. Discutiamo della nostra capacità di tenere separato il campo delle responsabilità penali da quello delle strumentalizzazioni politico-giudiziarie che sono state causa del disastro politico-giudiziario del nostro Paese”. “Di fronte ad una condanna, perché di questo si tratta colleghi, non di un automatismo ma di una decisione di condanna nei confronti del collega, io assumo l’atteggiamento della prudenza che in colui che deve giudicare deve essere sempre mantenuta: prudenza nell’attribuire, prudenza nel giudicare, prudenza in particolare quando la decisione è definitiva”.

Ddl Processo penale. Buemi: “Una giusta riforma”

giustizia-300x225Dopo due anni di impantanamento e tante polemiche un nuovo punto di approdo per la Riforma del Processo penale e un punto a favore per il Guardasigilli Andrea Orlando. Questa mattina l’Aula di Palazzo Madama ha votato la fiducia chiesta ieri dal governo sul disegno di legge delega che riforma il processo penale con 156 sì, 121 no e un astenuto. Ora il provvedimento torna alla Camera per la terza lettura. Il voto di fiducia era sul maxiemendamento interamente sostitutivo del disegno di legge delega il cui cammino parlamentare è iniziato oltre due anni fa.
Il governo aveva posto ieri la fiducia sul maxiemendamento sostitutivo del disegno di legge delega, fermo da tempo in Senato, che ha incontrato l’opposizione di parte della maggioranza e dei giudici.
“La questione di fiducia posta dal Governo sul disegno di legge delega di riforma del processo penale è un atto di responsabilità politica che nelle condizioni date condividiamo. La riforma del codice penale e del codice di procedura penale non può ulteriormente attendere che il Parlamento si pronunci in via definitiva. Al ministro della giustizia Orlando riconosciamo un forte impegno per l’approvazione di tale riforma”. È quanto ha affermato il senatore Enrico Buemi (Psi), intervenuto in aula al Senato in dichiarazione di voto sulla fiducia posta dal governo alla riforma del processo penale, per esprimere il voto favorevole del Gruppo per le Autonomie-Psi-Maie al provvedimento.
“Le modifiche introdotte con la nuova disciplina appaiono coerenti con i principi del giusto processo, fatta eccezione per i tempi della prescrizione. Apprezziamo gli aspetti positivi della riforma – ha sostenuto Buemi – ma non possiamo però esimerci dall’esprimere le nostre più grandi perplessità circa la previsione di un ulteriore aumento dei tempi della prescrizione. Pensiamo che per contrastare la difficoltà a concludere i processi entro una ragionevole durata, secondo quanto previsto dall’articolo 111 della nostra Costituzione, si dovrebbe intervenire con maggiori misure organizzative e amministrative, aumentando l’efficienza del sistema e non allontanando i tempi della sentenza definitiva, sia essa di condanna o di proscioglimento”.

Il provvedimento è costituito da 40 articoli, suddivisi in cinque titoli.
Nel Titolo I vengono apportate modifiche al codice penale: nel capo I, che detta norme in materia di estinzione del reato per condotte riparatorie, aumenta i limiti di pena per i delitti di scambio elettorale politico-mafioso, furto e rapina. Il capo II è nodale: modifica la disciplina della prescrizione, prevedendo una sospensione di un anno e sei mesi dopo la sentenza di condanna. Nel capo III è presente una delega al governo per la riforma del regime di procedibilità per alcuni reati, per il riordino di alcuni settori del codice penale e per la revisione della disciplina del casellario giudiziale. Il Titolo II reca invece modifiche al codice di procedura penale: infatti nel capo I sono previste modifiche in materia di incapacità dell’imputato di partecipare al processo e fissa un termine di tre mesi per la conclusione delle indagini preliminari; si prevedono modifiche in materia di riti speciali, udienza preliminare, istruzione dibattimentale e struttura della sentenza di merito, mentre il capo III riguarda la semplificazione delle impugnazioni. Il Titolo III reca modifiche alle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e alla normativa di organizzazione dell’ufficio del pubblico ministero. Il Titolo IV, all’articolo 34, conferisce una delega al Governo “per la riforma del processo penale e dell’ordinamento penitenziario e, in materia di intercettazioni, fissa principi e criteri per garantire la riservatezza delle comunicazioni e per ridefinire le spese per intercettazioni”. Il Titolo V, infine, reca disposizioni finali, come la clausola di invarianza finanziaria ed entrata in vigore.
“Le innovazioni in materia di procedibilità dei reati minori contro la persona o il patrimonio – ha detto Buemi- non intendono diminuire la gravità che tali reati hanno sul piano sociale ma, al contrario, introducono le condizioni affinché i casi di denegata giustizia possano e debbano ridursi, garantendo una effettiva certezza del diritto, attraverso un reale snellimento dell’attività processuale. Ai medesimi fini deflattivi appaiono le modifiche previste in tema di disciplina delle indagini preliminari, del procedimento di archiviazione, la nuova disciplina in tema di impugnazione, il recupero dell’istituto del patteggiamento in appello liberando il giudizio in secondo grado da un carico oggi insostenibile di processi, la nuova disciplina del giudizio di secondo grado, con le modifiche in materia di appello. Sono misure che concorrono ad una più efficiente azione penale”.
Per quanto riguarda le intercettazioni sono previsti principi a tutela della riservatezza delle comunicazioni ed è prevista una nuova fattispecie penale (punita con la reclusione non superiore a 4 anni) a carico di quanti diffondano il contenuto di conversazioni fraudolentemente captate, al solo fine di arrecare danno alla reputazione. La punibilità è esclusa quando le registrazioni sono utilizzabili in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.
Al riguardo il senatore socialista ha puntualizzato: “Siamo consapevoli – e non potrebbe essere altrimenti – dei punti più complessi del provvedimento di delega, che delineano un’urgente e strutturale riforma, come in primo luogo la materia delle intercettazioni, su cui il Governo ha deciso di intervenire con la presentazione del maxiemendamento, che nella massima misura possibile ha tenuto conto del confronto parlamentare. I principi e i criteri direttivi individuati in materia di intercettazioni sono coerenti con un profilo essenziale: prevedere prescrizioni che comportino garanzie maggiori ed effettive in ordine alla riservatezza delle comunicazioni e conversazioni telefoniche”.
Ulteriori misure per quanto riguarda l’ordinamento penitenziario per l’effettività rieducativa della pena. È prevista infatti la revisione dei presupposti di accesso alle misure alternative (limite di pena 4 anni); accesso ai benefici penitenziari più rigido; previsione di attività di giustizia riparativa; valorizzazione del lavoro, in ogni sua forma e del volontariato; riconoscimento del diritto all’affettività; al dibattimento e interventi specifici per i detenuti stranieri. Previste anche misure alternative per i detenuti minorenni per il loro reinserimento sociale.
“Condividiamo l’urgenza e la necessità d’intervenire in ordine sia alla riforma dell’ordinamento penitenziario, uno degli elementi più qualificanti del provvedimento in esame, sia alla definizione delle misure di sicurezza che assicurino un reale superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari”. Ha spiegato Buemi e ha aggiunto: “È del tutto evidente – ha concluso il senatore Psi – come il punto decisivo della riforma sia costituito dall’adozione di decreti legislativi da parte del Governo. Ciò è confermato della previsione di un procedimento rafforzato, in ragione del quale sono previsti il parere delle competenti Commissioni parlamentari entro sessanta giorni dalla trasmissione degli atti e un nuovo parere delle Commissioni competenti entro dieci giorni – questo è un aspetto sostanziale – nel caso in cui i decreti non siano conformi ai pareri parlamentari espressi”.

La polemica tra Psi e Nuovo Psi

Dopo il voto favorevole del Psi al Senato, sono arrivate le accuse da parte del senatore Lucio Barani presidente del gruppo Ala-Scelta Civica: “Il voto dei senatori Buemi e Nencini a favore al Ddl sul processo penale li radia di fatto dalla cultura socialista. Mai mi sarei aspettato il loro sostegno a un provvedimento persecutorio e dall’impronta così marcatamente giustizialista. Craxi si starà certamente rivoltando nella tomba per l’ennesimo tradimento perpetrato da quanti continuano ad abusare del nome, della storia e della tradizione socialista”. Immediata la replica del senatore Buemi:  “Le polemiche di Barani sono senza logica di merito, un esempio di analfabetismo politico. La mia storia politica, i miei comportamenti parlamentari e i contenuti delle nostre proposte di legge parlano per me. Io non sono il Barani delle giravolte filo e anti governative perché non soddisfatto nelle aspettative di posti di Governo. Egli appare e scompare, come un fiume carsico: ora in maggioranza, ora all’opposizione. Sono i danni collaterali della politica attuale: l’illusione, la presunzione, di ritenersi un interlocutore”.

Tutele per minori stranieri soli, ok dal Senato

minori-stranieri-non-accompagnati-in-ItaliaIl disegno di legge che contiene norme a tutela dei minori stranieri non accompagnati è stato approvato dall’Aula del Senato con 170 sì, 50 no 8 astenuti. Il provvedimento, che afferma il principio generale del divieto di respingimento alla frontiera dei minori migranti, deve ora tornare alla Camera.
“Principio fondamentale è che i minori siano ritenuti titolari dei diritti in
materia di protezione dei minori a parità di trattamento con i minori di
cittadinanza italiana o dell’Unione europea”. Si legge nella dichiarazione di voto favorevole di Enrico Buemi, senatore del Psi. “La loro condizione è l’ambito soggettivo di applicazione della legge. Lo è in quanto si consideri il minore straniero non accompagnato come persona in una condizione di vulnerabilità che ha una sua indisponibile unicità. In altri termini lo è oggettivamente, al di là del fatto che siano state attivate le procedure previste per il riconoscimento di una protezione internazionale o che sia stata effettuata una domanda di asilo. Ne consegue, per questa ragione, il divieto assoluto di respingimento alla frontiera dei minori stranieri non accompagnati anche nel caso, peraltro prevalente, in cui non siano in possesso di un permesso di ingresso”.
La nuova normativa concede ai minori stranieri non accompagnati la possibilità di avere un permesso di soggiorno per minore età o per motivi familiari. I ragazzi stranieri restati senza famiglia potranno accedere al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Alla maggiore età, il permesso di soggiorno sarà convertito quasi automaticamente: è previsto, infatti, il silenzio assenso sui pareri della pubblica amministrazione. Le nuove regole stabiliscono anche la possibilità di rimanere in affido ai servizi sociali fino a 21 anni premiando chi ha intrapreso percorsi di formazione e integrazione.
“La definizione di minore straniero non accompagnato, che determina l’ambito di applicazione della legge, richiama la giurisprudenza europea e le direttive comunitarie in materia. La legge si applica a colui che è entrato senza essere accompagnato o che è successivamente stato abbandonato da una persona adulta responsabile nel territorio degli Stati membri dell’Unione europea”, si legge ancora nella dichiarazione del Psi.
Sono previsti poi tempi ridotti, massimo 30 giorni e non più 60, per essere ammessi nelle strutture di prima accoglienza. Si istituisce per ogni Tribunale per i minorenni un elenco di tutori volontari. Tra le altre norme: nuovi modelli per l’identificazione; indagini familiari; obbligo per gli enti di occuparsi dell’affidamento familiare. Per quanto riguarda il rimpatrio assistito e volontario, la competenza passa al tribunale per i minorenni competente.
Sono stati più di 25mila nel 2016, circa 50mila negli ultimi tre anni i minori stranieri non accompagnati sbarcati sulle coste italiane (fonte: Ministero dell’Interno). Secondo il Rapporto del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, quelli censiti nel nostro Paese erano fino allo scorso anno 17.373, ai quali se ne aggiungono oltre 6.500 irreperibili. E un recentissimo rapporto pubblicato da Unicef rivela che molti di questi, durante la traversata del Mediterraneo per giungere in Italia, sono stati vittime di violenze, molestie o aggressioni ad opera di adulti.

Buemi ha poi ricordato che introdurre forme di tutela maggiori non è certamente un problema esclusivamente italiano. Il Parlamento europeo fin dal 2013, ha posto il problema ai Paesi membri dell’Unione a ha concluso: “a nome del Gruppo per le Autonomie-Psi-Maie esprimo il voto favorevole al provvedimento. Lo facciamo con una convinzione ulteriore: che la nuova disciplina in materia di minori stranieri non accompagnati sia di auspicio e sostegno a politiche di governo dell’immigrazione, in primo luogo del problema dei rifugiati certamente rigorose e responsabili ma non ispirate agli spettri identitari che dominano la scena europea. L’Europa deve affrontare in modo unitario il problema e in specie delle proprie frontiere esterne se intende difendere il principio e l’area di libera circolazione di Schengen. I minori sono la prima e più drammatica emergenza cui rispondere.”