Banche. Il grido di allarme dei socialisti

santoro buemi del bue

Alla sala Caduti di Nassiriya del Senato conferenza stampa sulla crisi delle banche promossa dall’Avanti!, con la partecipazione del direttore Mauro Del Bue, del presidente dell’associazione Interessi comuni Angelo Santoro e del senatore Enrico Buemi. Del Bue nella sua introduzione ha ricordato i tre temi che i socialisti intendono mettere sul tappeto. Il primo si riferisce alla proposta di legge che ha come primo firmatario proprio Buemi, per la istituzione di una commissione d’indagine sulle banche, e che é stata presentata già nel dicembre del 2015. Si tratta di un’iniziativa che poneva l’esigenza di un’indagine sistemica sulla situazione di crisi degli istituti di credito italiani prima della vicenda delle quattro banche e del dramma Mps. Il secondo si riferisce al diniego della competente commissione del Senato a fornire i nomi dei grandi debitori insolventi del Mps e delle altre banche.

Quello dei socialisti è un grido di protesta e di allarme. Il terzo é attinente la proposta di una amnistia finanziaria rispetto alle segnalazioni della Centrale rischi bancaria dove i micro debitori vengono non solo schedati e impossibilitati a utilizzare una qualsiasi banca, ma in molti casi devono per questo chiudere la loro attività, mentre i macro debitori vengono coperti e mai segnalati continuando cosi a far danni al sistema. Santoro ha richiamato il fatto che in questa crisi è venuta meno la fiducia dei cittadini nei confronti delle banche e ha approfondito il tema dell’amnistia finanziaria. A suo giudizio è una questione di equità. I pesci grossi non possono continuare a nuotare mangiandosi quelli piccoli. Santoro ha anche aperto una riflessione sulle banche diventate private, vedasi Banca d’Italia, che si comportano ancora come se fossero pubbliche. E Buemi ha evidenziato in particolare la necessità di una riforma complessiva del sistema bancario. Ha dichiarato in particolare la necessità di tornare alla distinzione tra banche di regolamentazione dei prestiti e dei risparmi e quelle d’affari. La contraddizione consiste nell’utilizzare il risparmio privato in attività a rischio. Questo ha generato una funzione del settore bancario in cui la prima é assolutamente secondaria rispetto alla seconda. Sulla proposta di legge per la costituzione della commissione d’indagine, con poteri giudiziari, Buemi ha messo in risalto, infine, che le proposte di legge, in tutto diciassette, sono di natura parziale e che solo quella socialista punta l’indice contro l’intero sistema.

Rigopiano. Gentiloni: “In atto ogni sforzo possibile”

gentiloni senato

I morti accertati sono 24, l’hotel di Rigopiano è un immenso cantiere in cui i soccorritori lavorano senza tregua. Nella notte sono stati recuperati i corpi senza vita di tre uomini, e questa mattina i vigili del fuoco hanno estratto all’interno della struttura crollata i corpi di due donne e di un altro uomo, non ancora identificati. Tra le vittime recuperate l’amministratore del Gran Sasso Resort Roberto Del Rosso.

In mattinata il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha riferito in Senato sulla situazione spiegando quali saranno le prime urgenti mosse del Governo. “La prossima settimana vareremo un decreto. Nessuno immagini che sia un ritorno all’indietro, sarà un passo avanti e molto mirato nei suoi obiettivi”. Lo dice il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni riferendo in Senato sulla situazione di emergenza nel Centro Italia. Il decreto, ha spiegato il premier, “sarà mirato a intervenire in alcuni punti” precisi per evitare “ritardi che finora non ci sono stati ma possono accumularsi nei prossimi mesi e che possiamo prevenire”. “Rivendico le decisioni prese dal governo presieduto da Matteo Renzi e penso che si tratti di muoversi in continuità. Sono state fatte scelte giuste e necessarie”. “Le risorse ci sono: 4 miliardi nella legge di bilancio e altri ci saranno come ho anticipato personalmente al presidente della commissione europea Jean Claude Juncker” ha aggiunto Gentiloni nell’informativa.

Il premier ha poi sottolineato come ora serva “un’assunzione di responsabilità del Governo, del Parlamento, del sistema centrale della protezione civile e dell’ufficio del Commissario per la ricostruzione, di Regioni, sindaci, dirigenti pubblici e intera Pubblica amministrazione. Le leggi ci sono, gli indirizzi sono chiari: ciascuno faccia il proprio dovere, prendendo decisioni, firmando ciò che c’è da firmare seguendo le leggi: questo è il modo migliore per dimostrare agli italiani che non sono soli”.

Parlando delle responsabilità eventuali ha detto che “se ci sono stati ritardi e responsabilità saranno le inchieste a chiarire. Il governo non teme la verità che serve a fare meglio e non ad avvelenare i pozzi. Io che condivido la ricerca della verità non condivido la voglia di capri espiatori e giustizieri anche perché la storia è lesta a trasformare i giustizieri in capri espiatori”. “Al di là di singoli errori che le inchieste accerteranno, abbiamo mostrato una capacità di reazione del sistema all’altezza di un grande Paese, non a caso abbiamo un sistema di Protezione civile all’avanguardia: non è di destra o sinistra, di questo o quel governo, è un patrimonio italiano che dobbiamo tenerci stretto”.

Dopo aver rassicurato sullo stato delle dighe nella zona colpita dal terremoto, Gentiloni ha ribadito come “sia stato messo in atto ogni sforzo possibile dal punto di vista umano, organizzativo, tecnico per cercare di salvare i dispersi”. “La valanga che ha travolto l’hotel Rigopiano – ha detto ancora al Senato – è giunta al culmine di una concatenazione di fenomeni naturali senza precedenti. Una nevicata così non si verificava da decenni e poi c’è stata la coincidenza micidiale con le scosse di terremoto”.

Non basta una via per Craxi

Via Craxi a Milano?
Si tratta di una questione che, fosse per me, non sarebbe nemmeno da discutere. Il compagno Bettino Craxi merita tale riconoscimento, anzi penso meriti anche di più. Non voglio snocciolare le motivazioni. Sarei noioso, ripetitivo e, essendo nato nel 1993, ho potuto solo leggere i suoi scritti e studiare i suoi interventi. Quindi, lascerei questo compito a chi lo ha conosciuto direttamente. Voglio, però, elaborare alcune riflessioni… Mi fa piacere che il Sindaco Sala abbia raccolto la proposta e aperto un dibattito. Non posso dire lo stesso osservando, invece, l’opposizione a priori di alcuni esponenti della maggioranza milanese, primo fra tutti l’assessore PD Majorino che, così facendo, porta avanti le sue istanze insieme a Matteo Salvini. Una versione 2.0 dei lanciatori di monetine, simile a coloro che protestavano contro la proposta di intitolazione, promossa dall’ex Sindaco Moratti (corteo di protesta, formato da gruppi di estrema destra e sinistra, leghisti, Di Pietro e “giustizialisti” vari). Non credo ci sia altro da aggiungere, ma ritengo sia l’ulteriore dimostrazione di quanto sia complicato dialogare con alcune parti di PD. Al contrario, ho letto, con interesse, l’apertura di un mio corregionale, il Ministro Andrea Orlando. Proprio perché credo che Bettino Craxi meriti di più, vorrei lanciare un appello al Ministro Orlando. Infatti, credo che il modo migliore per sottolineare le innovazioni (termine utilizzato da Orlando), portate da Bettino Craxi sia intraprendere alcune iniziative fondamentali.
Perché non partire da una riforma della giustizia vera, netta e senza mediazioni? Durante questa legislatura, sono stati fatti passi avanti e il Ministro Orlando ha dimostrato sensibilità nei confronti di tematiche che socialisti (e anche Radicali) affrontano da molto tempo. Argomenti, sui quali i gruppi parlamentari del PSI (ed in particolare il Sen. Buemi) hanno offerto un importante contributo. Quindi, ben venga via Craxi a Milano, ma si ricordino e si tragga esempio da idee e azione politica del Compagno Bettino Craxi. Idee che non hanno neanche bisogno di essere attualizzate. Coraggio, Ministro Orlando. Sono sicuro che i socialisti, o almeno il sottoscritto, raccoglierebbero molto volentieri una sfida simile.

Banche: Padoan: “Vicini a un punto di svolta positivo”

Padoan“Siamo vicini a un punto di svolta positivo”. Il “sistema bancario italiano sta voltando pagina” e “non è affatto da escludersi un circolo virtuoso tra pulizia dei bilanci e ritorno alla crescita”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, nel corso di una audizione in commissione Finanze al Senato. Nel punto di svolta il ministro Padoan individua “alcuni punti importanti: Unicredit sta per lanciare oggi un aumento di capitale importante; Ubi si è dimostrata disponibile ad acquisire tre delle quattro banche regionali; Banca popolare di Milano e Banco popolare hanno completato una importante aggregazione e ci sarà la ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi. Stiamo parlando – ha sottolineato – di elementi positivi che tutti insieme danno un segnale importante, che il sistema bancario italiano sta voltando pagina. E quindi, visto l’andamento incoraggiante dell’economia con gli ultimi dati, non è affatto da escludere l’innesco di un circolo virtuoso fra consolidamento bancario, pulizia dei bilanci, ripresa della crescita e un ritorno a condizioni quantomeno di normalità e di uscita definitiva dalla crisi”.

Padoan ha poi parlato di “Percezione negativa”. Una percezione, in Italia e all’estero, “che è sbagliata e  immotivata”. Il ministro ha poi evidenziato il valore della fiducia. ‘E’ un fattore essenziale – ha puntualizzato – un bene pubblico”. E  ha messo in guardia dal problema della “asimmetria” che rende  “facile distruggere la fiducia e difficile ricostruirla”. Da  qui la critica a quanti gettano “discredito sull’intero  settore bancario. Un ‘atteggiamento dannoso”, ha affermato, tale da mettere “a repentaglio la crescita, l’economia, il  lavoro”.

Nel corso dell’audizione Padona ha puntualizzato che “Mps non registra segnali di dissesto”. Il Ministro ha assicurato che con gli  strumenti messi in atto dal Governo verrà realizzato “il risanamento definitivo della banca” e che la  “ricapitalizzazione precauzionale è per definizione europea  temporanea” e che “la banca definitivamente risanata tornerà al mercato”.

Per quanto riguarda i rimborsi Padoan, ha annunciato che ammonteranno circa a 190 milioni che, “quando tutte  le pratiche verranno espletate”, saranno stati erogati agli obbligazionisti retail delle quattro banche in risoluzione.   “Il Governo – ha aggiunto –  auspica che la giustizia faccia rapidamente il suo corso” e  che “vengano sanzionati” tutti quelli che abbiano provocato danni a comunità e risparmiatori. “Non tutte le banche sono in difficoltà in conseguenza della crisi”, ha detto,  aggiungendo che “per alcune banche ci sono state anche  gestioni da parte di amministratori e management che possono  aver violato norme deontologiche e penali”.

Grasso: No a legislature a tempo

Grasso-crocetta-intercettazioniAppena insediato e già ci si chiede per quanto. Tra gli aggettivi dati al Governo Gentiloni si è sentito anche quello di esecutivo a tempo. Tra i primi a dirlo il Ministro, riconfermato,  Poletti che, commettendo un evidente scivolone e sgarbo istituzionale a cui ha poi tentano di porre rimedio, ha parlato di scadenze che avrebbero reso vano il referendum sul job acts.

Oggi a dire esattamente il contrario è il presidente del Senato Pietro Grasso che, iIncontrando la stampa parlamentare, ha detto: “Non posso immaginare che a decidere sulla durata della legislatura influiscano temi estranei al bene del Paese e che riguardino le singole velleità di leader, o addirittura la paura di altri appuntamenti referendari”. Lo ha detto il presidente del Senato Grasso chiedendo che il dibattito politico non sia “arena per lo scontro di personalità ipertrofiche”. Ha poi ricordato che dal voto del 4 dicembre è emersa la volontà dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti, per cui “occorre una Legge elettorale coerente per l’elezione delle due Camere”. “Chi fa informazione – ha aggiunto – è chiamato ad una maggiore cura e verifica delle fonti, magari evitando di sentirne solo una, con il rischio di prestarsi a giochi di sponda con il potere politico od economico”. Anche il mondo dell’informazione, come quello della politica, soffre di un deficit di comprensione della realtà e di fiducia da parte dei cittadini. Si parla molto di post verità. Siamo tutti chiamati a dimostrare maggiore responsabilità in questo momento”. “Ai cittadini, specie ai più giovani, rinnovo l’invito ad ampliare il loro panorama: non basta – sottolinea il Presidente del Senato – un solo giornale né un solo sito, non basta seguire i link che gli amici pubblicano su Facebook o scorrere i tweet dei profili che seguiamo, non basta un programma televisivo o qualche breve video su YouTube per capire la complessità del nostro Paese e del nostro mondo. Serve tutto questo, e molto di più. La capacità di assegnare a ciascuna fonte il suo peso l’intelligenza di saper unire i puntini e infine la capacità di sintetizzare il tutto in una opinione, finalmente, davvero informata”.

“Non vorrei che si passasse senza soluzione di continuità – ha ggiunto – dalla campagna referendaria a quella elettorale. Le tossine che hanno inquinato l’aria del dibattito politico e pubblico in queste settimane devono ancora essere smaltite, gli animi sovreccitati hanno bisogno di calmarsi prima di gettare il Paese di nuovo in un clima di divisione e competizione elettorale”. “Lo stato di salute della nostra cultura politica emerso in questi mesi  impone un giudizio severo. La campagna appena finita si è distinta per un’eccessiva lunghezza, per toni esagerati, allarmismi già smentiti dai fatti, slogan vuoti e fuorvianti da entrambi i fronti, promesse e minacce il cui problema non è tanto il non averle mantenute, ma averle fatte”.

“Non posso immaginare – ha detto il presidente del Senato – che a decidere sulla durata della Legislatura influiscano temi estranei al bene del Paese e che riguardino le singole velleità di leader, partiti e movimenti, o addirittura la paura di altri appuntamenti referendari che sembrano profilarsi nei prossimi mesi. Sarebbe irresponsabile e controproducente”.

“Lo stato di salute della nostra cultura politica emerso in questi mesi impone un giudizio severo. La campagna appena finita si è distinta per un’eccessiva lunghezza, per toni esagerati, allarmismi già smentiti dai fatti, slogan vuoti e fuorvianti da entrambi i fronti, promesse e minacce il cui problema non è tanto il non averle mantenute, ma averle fatte”.

Il presidente del Senato ha sottolineato anche come le Camere non possano fermarsi e vadano ripresi in esame diversi provvedimenti fermi anche a causa del clima pre-referendario. Molti importanti provvedimenti sono rimasti bloccati in Senato. Sarebbe grave – ha detto Grasso – se dopo essere rimasti in sospeso per mesi e mesi dovessero rimanere ancora fermi, fino alla fine della Legislatura, per un mero calcolo elettorale”.

“Molti importanti provvedimenti sono rimasti bloccati in Senato. Faccio io quel rapido elenco che lei, per educazione – afferma Grasso rivolto al presidente della stampa parlamentare – ha omesso: in Aula sono stati già calendarizzati nei mesi scorsi, senza essere esaminati perché giudicati troppo “divisivi” in periodo pre-referendario: le modifiche al codice penale, il delitto di tortura, la legge su mercato e concorrenza, l’istituzione di una commissione d’inchiesta sugli appalti pubblici, il riordino della Protezione civile e la riforma in materia di cittadinanza. Sono all’esame delle commissioni, poi, provvedimenti contro il cyberbullismo, la riforma del codice antimafia, della giustizia civile, il contrasto all’omofobia, le norme sul cognome dei figli, la delega per il contrasto alla povertà ed altro ancora. Come si può ben capire – sottolinea il Presidente del Senato – sono provvedimenti che incidono sulla vita dei cittadini, sulla giustizia, sull’economia, sugli investimenti, sul contrasto alla criminalità, alla violenza, al razzismo. Sarebbe grave se dopo essere rimasti in sospeso per mesi e mesi dovessero rimanere ancora fermi, fino alla fine della Legislatura, per un mero calcolo elettorale. Al di là della diversità di opinioni, sono temi che il Parlamento può e deve affrontare lasciando ai gruppi e all’Aula la decisione finale sulle modifiche e sull’approvazione dei testi, come è normale in democrazia. Non tutti i provvedimenti devono essere vissuti come sfide di una parte contro l’altra. L’approvazione, la modifica o la bocciatura di emendamenti e proposte legislative – conclude – fanno parte di una sana e non muscolare dialettica democratica”.

Sì del Senato. La manovra è legge

Senato-come-governareIl Senato ha approvato a tempo di record la legge di Bilancio con 166 voti favorevoli, 70 contrari un astenuto. La manovra è dunque legge essendo già stata votata alla Camera. Il governo aveva posto la fiducia sulla manovra. L’epilogo lampo è stato chiesto dal Quirinale prima delle dimissioni del governo. Ma i tempi della crisi potrebbero non essere rapidissimi. Il ddl di bilancio porta con sé per l’anno prossimo un nuovo taglio delle tasse, dal canone Rai al disinnesco delle clausole di salvaguardia, un ricco capitolo welfare e pensioni, con l’avvio dell’Ape, e una lunga serie di bonus.

“Grazie a tutti. Evviva l’Italia”, ha annunciato il premier Renzi su Twitter. “Credo sia un’ottima legge e vi invito a vedere le slide che abbiamo preparato un mese fa all’atto dell’approvazione in Consiglio dei Ministri”, aggiunge il premier su Facebook. “Sono stati mille giorni straordinari”.

Oggi Renzi, ha definito “bella” la Legge di Bilancio 2017 e ha rivendicato i provvedimenti del Governo fatti in questi mille giorni a cominciare dagli 80 euro. Poi l’abbassamento delle tasse a cominciare dall’Imu, alle tasse agricole, dall’Irap, all’Ires; i diritti civili; il sociale, il dopo di noi, l’autismo, la cooperazione internazionale, lo spreco alimentare, la sicurezza stradale. La lista è lunga.

Il voto elettronico sul provvedimento ha concluso l’esame lampo del Senato dove il testo è stato dunque ‘congelato’ nella versione di Montecitorio dopo l’apertura della crisi politica conseguente all’esito del referendum, che ha bocciato le riforme costituzionali. Complessivamente l’esame da parte di Palazzo Madama è durato poco più di 24 ore, con i lavori della commissione Bilancio che sono iniziati ieri alle 11 e terminati alle 23 senza il mandato al relatore e un’unica seduta dell’Aula iniziata stamattina alle 9.30.

VIA LIBERA AL DECRETO

senato_aulaCon l’approvazione definitiva da parte del Senato, il decreto fiscale è legge. Il decreto presenta non poche novità per i contribuenti italiani. Dalla rottamazione delle cartelle, all’addio a Equitalia e al tax day, il provvedimento che uscirà ora in Gazzetta Ufficiale contiene anche nuove misure in tema di studi di settore e di rientro di capitali in contanti. Il decreto, essendo stato approvato in un testo identico a quello che ha ottenuto il sì di Montecitorio, è dunque legge (a palazzo Madama il via libera alla fiducia coincide con l’approvazione dell’intero provvedimento).

E Renzi ha annunciato che lunedì “con Padoan, quando la legge di stabilità sarà approvata, faremo una conferenza stampa per annunciare le novità e che cosa i cittadini si devono aspettare sapendo che l’operazione Equitalia va avanti, ci sono 2 miliardi in più per la sanità e i soldi per rilanciare l’economia”.

Ecco le misure principali:

Addio Equitalia: Equitalia viene abolita (rimane solo Equitalia Giustizia) e le sue funzioni passano all’Agenzia delle entrate – Riscossione, ente strumentale dell’Agenzia delle entrate sottoposto al ministero dell’Economia. L’ad diventa commissario straordinario per gestire la fase di transizione. Il personale viene trasferito al nuovo ente: non ci sarà una nuova selezione ma una ricognizione delle competenze possedute. La nuova agenzia potrà svolgere attività di riscossione anche per i Comuni e utilizzare le banche dati per i controlli, tra cui quella dell’Inps.

Rottamazione cartelle, inclusi debito 2016: Via sanzioni e interessi di mora per i carichi Equitalia: si pagheranno solo le somme iscritte a ruolo a titolo di capitale, nonché gli interessi legali e di remunerazione. Passano da 4 a 5 le rate previste dalla ‘rottamazione delle cartelle’: tre nel 2017 e due nel 2018. Inclusi i ruoli emessi fino a tutto il 2016. Il termine per la presentazione delle istanze slitta a fine marzo 2017; la risposta di Equitalia arrivera’ il 31 maggio. Il 70% delle somme dovute dovrà essere versato nel 2017 e il restante 30% nel 2018. Per il 2017 la scadenza delle rate è fissata nei mesi di luglio, settembre e novembre e per il 2018 nei mesi di aprile e settembre. Con l’estensione ai debiti 2016 il governo conta di incassare 1,4 miliardi nel biennio 2017-2018.

Stop rate in attesa della rottamazione: Chi ha già un piano di rateizzazione in corso, a partire dal 1 gennaio 2017, se aderisce alla rottamazione, non sarà tenuto, fino alla scadenza della prima o unica rata delle somme dovute,agli obblighi di pagamento derivanti dalla rateizzazione inessere.

Marcia indietro sui pignoramenti: Pignoramenti sospesi ma non estinti se si paga la prima o unica rata delle somme dovute per la rottamazione delle cartelle esattoriali. Le commissioni Bilancio e Finanze della Camera hanno prima approvato un emendamento che consentiva di estinguere i pignoramenti dei beni e successivamente l’hanno bocciato.

Rottamabili tutte le cartelle, non solo Equitalia: La rottamazione sarà estesa anche ai Comuni che non affidano a Equitalia la riscossione ma la effettuano direttamente o affidandosi a un soggetto privato iscritto all’albo. Potranno essere rottamate anche le somme che sono riscosse tramiteingiunzione fiscale relative ai debiti fino al 2016.

Rottamabili le cartelle Inps, ma non le multe dell’Authority: Escluse le cartelle relative a debiti derivanti da sanzioni o multe irrogate dalle Authority; rottamabili invece le cartellederivanti da violazioni degli obblighi relativi ai contributi eai premi dovuti dagli enti previdenziali.

Addio al Tax Day: Stop alla scadenza unica del 16 giugno per i versamenti. Dall’anno prossimo si paghera’ in due tranche: slitta dal 16 al 30 giugno il termine per il pagamento di Irpef, Irap e Ires mentre la scadenza per Imu e Tasi resta al 16 giugno.

Tregua estiva per il fisco: Arriva anche la ‘tregua’ estiva per il fisco. Saranno sospesi dal 1 agosto al 4 settembre ogni anno i termini per rispondere alle lettere di accertamento (esclusi quelli per le richieste a seguito di attività di ispezione e verifica nonché relativi alle procedure di rimborso Iva) e non si applicherà il termine dei 30 giorni per pagare le somme dovute a seguito dei controlli.

Voluntary disclosure bis: Riaperti i termini della procedura di collaborazione volontaria per il rientro dei capitali detenuti all’estero fino al 31 luglio 2017. Si può presentare istanza anche se il contribuente ha aderito entro il 30 novembre 2015, limitatamente alle violazioni dichiarative per attività detenute in Italia. Si potrà presentare istanza anche se in precedenza ci si è avvalsi della voluntary limitatamente ai profili internazionali.

Contante: In caso di rientro dei capitali in contanti, si presume, salvo prova contraria, che contanti e valori al portatore derivino da redditi conseguiti, in quote costanti, da condotte di evasione fiscale commesse (e quindi da tassare) nel 2015 e nei quattro periodi d’imposta precedenti. Si tratta, in sostanza, di una presunzione di imponibilità integrale per i contanti negli anni oggetto di regolarizzazione, salvo prova contraria. Secondo Sinistra italiana c’è il rischio che il contante sia presentato da prestanomi a reddito zero, che faranno riemergere il nero pagando l’aliquota Irpef più bassa per ogni anno di evasione.

Via studi di settore. Arrivano gli indici: Addio agli studi di settore, arrivano dal 2017 gli indici di affidabilità collegati a livelli di premialità per i contribuenti più affidabili, anche in termini di esclusione o riduzione dei termini per gli accertamenti.

Spesometro: Le comunicazioni Iva dovranno essere inviate telematicamente ogni tre mesi ma nel primo anno l’invio sarà semestrale (entro il 25 luglio 2017); quelle relative al secondo trimestre dovranno essere trasmesse entro il 16 settembre e quelle relative all’ultimo trimestre entro il mese di febbraio. Per il 2017, la data è il 25 luglio. Le sanzioni per omessa o errata trasmissione delle fatture vanno da 2 a 1.000 euro (con riduzione del 50% in caso di correzione entro 15 giorni dalla scadenza). Le sanzioni per omessa, incompleta o infedele comunicazione vanno da 500 a 2.000 euro (ridotte del 50% se trasmessa nei 15 giorni successivi).

Meno controlli su prelievi e imprese: Stop per le imprese individuali ai controlli del Fisco sui prelievi in banca fino a mille euro al giorno e 5mila euro al mese.

Elisa Gambardella
Perché è giusto cambiare

Perché Sì

Il 4 dicembre siamo chiamati ad esprimerci su un quesito fondamentale, eppure troppo spesso semplificato in modo eccessivo o reso incomprensibile per mania di tecnicismo. Il quesito è composito e complesso. Per questo mi trovo nella curiosa posizione di chi vuole votare sì e spinge altri a farlo, ma vorrebbe vedere una campagna per il sì più articolata, senza essere più complicata, di quella attualmente in essere sui principali canali di comunicazione. E per questo scrivo questo articolo: l’intento è dire cosa cambierebbe e perché ritengo giusto che avvenga. Il titolo è deliberatamente provocatorio, voterò sì per le ragioni che sto per esporre e mi piacerebbe vedere abolite le campagne che non informano né forniscono ragioni solide al voto, facendo del 4 dicembre la data in cui inizierà o finirà il mondo. Non è così: una vittoria del sì determinerebbe cambiamenti sostanziali nell’assetto costituzionale, quella del no la semplice conservazione del sistema vigente. Conservazione fino a data da destinarsi ovviamente, perché nessuna forza politica troverebbe nuovamente la volontà di cimentarsi nell’impresa per almeno un decennio.

Entriamo nel merito: perché va cambiato l’assetto vigente del Parlamento? Il cambiamento non è di per sé migliorativo. Tuttavia se non c’è dubbio che la volontà politica sia la sola capace di produrre azione politica è altrettanto vero, come ricordava Giuliano Amato quando su sollecitazione di Craxi preparava la proposta di riforma costituzionale del PSI, la volontà politica viene dispersa quando non ci sono istituzioni capaci di servirla e renderla azione. E farlo in modo pronto ed efficace, in un contesto globale in cui il processo decisionale è sempre più rapido. Fare in modo che ciò avvenga è un atto dovuto nei confronti della democrazia e prenderne atto è un fatto di pragmatismo, che non prescinde dalla volontà di liberare la politica e renderla nuovamente autonoma, anzi.

Il superamento del bicameralismo perfetto

Superare il bicameralismo perfetto significa dare la possibilità al legislatore di agire, rendere più responsabile il Governo, ridurre il numero di decreti legge e rinvigorire il dibattito parlamentare.

La legge di riforma costituzionale su cui ci esprimeremo a dicembre è perfettibile e, del resto, è la riforma stessa a chiedere successivi interventi: il nodo del metodo di selezione dei futuri Senatori non è un dettaglio e verrà disciplinato con legge ordinaria. Ciò che potremo già definire votando sì al referendum è però un tassello importante e positivo a parere di chi scrive, composto dalla migliorata efficienza dell’iter legislativo e dal coinvolgimento costante nella politica nazionale dei rappresentanti del territorio, contraltare della nuova proposta di ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni. Con efficienza istituzionale non si intende qui l’accelerazione del processo legislativo, bensì il suo miglioramento: oggi in Italia si producono troppe norme, scritte malamente e quindi incomprensibili o ancor peggio inapplicabili. Soprattutto, si priva di fatto il Parlamento del proprio ruolo, a causa del continuo ricorso a decreti legge, maxiemendamenti e fiducia. È una sincera democrazia parlamentare quella che funziona così? I veri pesi e contrappesi di una democrazia, cari a chiunque ne abbia a cuore le sorti, sono questi. Permettere a ciascuna istituzione di svolgere al meglio la propria funzione, in modo indipendente ma vigilato. Non mi auguro che la riforma permetta di approvare più leggi, al contrario voto sì affinché se ne scrivano meno, ma bene e discusse nel merito. Senza subire l’ostruzionismo oggi permesso dai regolamenti parlamentari, che verrebbe impedito o perlomeno smascherato dalla nuova disciplina per il procedimento legislativo.

Forse è un limite di comprensione personale, ma non riesco a capire la minaccia di deriva autoritaria che verrebbe imposta dalla riforma: il potere esecutivo non è ampliato e le Camere vedrebbero casomai rinvigorite le proprie funzioni e prerogative. Il Governo perderebbe, anzi, uno strumento per ottenere leggi in poco tempo, i famigerati decreti legge. La riforma introduce la possibilità per il Governo di chiedere alla Camera di legiferare su una materia di particolare importanza per l’esecutivo entro 70 o 85 giorni, con termine di scadenza scelto dalla Camera stessa a seconda del proprio calendario.

Il Senato cambierebbe, per composizione e funzioni: sarebbe composto da 95 componenti elettivi (consiglieri regionali e sindaci) e 5 Senatori di nomina del Presidente della Repubblica, oltre agli ex Presidenti. Il Senato non sarebbe più coinvolto nel voto di fiducia al Governo, che resterebbe prerogativa della sola Camera dei Deputati (come in tutte le altre democrazie parlamentari) e si prevedono due procedimenti legislativi distinti: uno bicamerale, per poche leggi di particolare importanza (ad esempio quelle costituzionali) e uno monocamerale, per tutte le altre leggi. Il Senato potrebbe tuttavia proporre modifiche ai testi approvati alla Camera, ma senza possibilità di ostruzione strumentale: al Senato sono concessi da 10 a 40 giorni al massimo per restituire alla Camera il testo arricchito con le proprie modifiche. Il procedimento è così più chiaro e si concentra sul merito delle leggi. Nondimeno il Senato esercita la propria funzione di controllo su diverse materie: dalle politiche pubbliche, all’attuazione delle leggi, all’attività delle pubbliche amministrazioni fino all’impatto nei territori delle politiche dell’UE. Anche il Presidente della Repubblica vede di fatto rafforzato il proprio ruolo di garanzia: oggi a causa del termine di 60 giorni per l’approvazione di un decreto legge il Capo dello Stato non riesce di fatto a rinviare alle Camere la legge di conversione di un decreto, pena lo scadere del termine. Con la riforma, tale termine viene prolungato: si arriva a 90 giorni, dando così più tempo al Presidente della Repubblica di chiederne il riesame alle Camere.

La nuova ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni

Che il Titolo V della Costituzione vigente stia generando mostri è un fatto noto: in Italia c’è una causa di contenzioso tra Stato e Regioni ogni tre giorni. La media è di centoventi cause all’anno. Tra le materie più contestate figurano la finanza pubblica, l’ambiente e il paesaggio, le infrastrutture, l’edilizia e l’urbanistica. E quali sono le materie che ora verrebbero sottratte alla competenza regionale? Quelle sulle grandi infrastrutture strategiche, sul coordinamento della finanza e del sistema tributario, sulla tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, porti e aeroporti civili di interesse nazionale e internazionale. Ovvero quelle che riguardano l’interesse nazionale. In questo modo oltre a ridurre il numero di contenziosi, verrebbe resa più rapida, ma soprattutto più razionale, la legislazione in queste materie. Francamente l’operazione pare talmente logica e giusta da non necessitare ulteriori ragioni per sostenerla. Inoltre le Regioni non vengono private della facoltà di dire la propria su queste le materie, essendo appunto ampiamente rappresentate in Senato.

I diritti dei cittadini e la partecipazione politica

Se vince il sì, viene rafforzata la partecipazione politica, grazie all’introduzione del referendum propositivo e all’obbligo per le Camere di prendere in esame entro termini definiti le leggi di iniziativa popolare. Ci vogliono 150mila firme anziché le 50mila di oggi, è vero. Ma oggi siamo 60 milioni, quando ne furono previste 50mila eravamo 40 milioni di cittadini. Nel 1948, poi, internet non c’era: oggi è estremamente più semplice raccogliere le firme. Inoltre, conosciamo quanto difficilmente le leggi di iniziativa popolare siano oggi effettivamente prese in considerazione dal Parlamento: con questa riforma non potrebbero più sottrarsi alla loro discussione. Per quanto riguarda il referendum abrogativo, quando i proponenti raccolgono 800mila firme (quelle minime perché il referendum sia ammesso restano 500mila) cambia il quorum: non sarà più necessario che si rechi alle urne la maggioranza degli elettori affinché la proposta sia approvata, bensì la maggioranza dei votanti alle ultime elezioni per la Camera dei Deputati. Anche qui una modifica intrisa di pragmatismo, che cerca di rivitalizzare nel complesso la partecipazione politica, ma che non chiude gli occhi di fronte all’astensione quale fenomeno crescente. Prendendone atto, non ci si arrende di fronte al dato, ma si rende giustizia a tutti quei cittadini che compiono il proprio dovere andando a votare e al vasto consenso raccolto in fase di proposta del referendum.

Più garanzie

Mai più consultellum e accuse continue (e infondate) di legislatore illegittimo: con la riforma costituzionale si introduce una nuova forma di controllo sulle leggi elettorali. Prima dell’entrata in vigore della legge elettorale un quarto dei Deputati o un terzo dei Senatori potrà chiedere alla Corte Costituzionale di verificare la costituzionalità di una qualsiasi legge elettorale. Vale anche per l’Italicum. Ci libereremo finalmente dell’incertezza, quando non dello sdegno, di leggi scritte talmente male da risultare incostituzionali. Magari dopo essere state applicate, comportandone una versione modificata di fatto inapplicabile. Guadagneremo tempo e fiducia, perché sapremo se esistono vizi di incostituzionalità prima dell’entrata in vigore e potremo votare sempre con la serenità che anche quando una legge elettorale non ci piace, non viola i principi della Carta costituzionale.

Il metodo

Un’ultima osservazione. Sento dire da molti sostenitori del no che una riforma tanto importante non andrebbe affidata a referendum popolare, ma dovrebbe trovare consenso più ampio di quanto non sia accaduto in questo caso nel Parlamento. Li invito per prima cosa a rileggere l’art.138 della Costituzione (quella che non hanno intenzione di modificare), così che si possa parlare dei fatti in modo informato. Perché il referendum serve appunto a garantire che la Costituzione venga modificata solo e se c’è ampio consenso popolare. Ma li invito anche a rimboccarsi le maniche e ad avere più fiducia nei cittadini: se non vogliamo che gli Italiani cerchino su internet il significato del quesito referendario il giorno dopo il voto mangiandosi le mani (come accaduto dopo il voto in Regno Unito sulla Brexit) informiamoli a dovere. Senza demagogia, parlando agli elettori della sostanza della riforma. In qualunque modo la si pensi circa la sua validità. Il sale in zucca è distribuito in modo equo tra gli Italiani! Sapranno capire, se spieghiamo in cosa consiste il quesito, senza tecnicismi bizantini né semplificazioni azzardate. L’onestà di chi fa politica è questa.

Elisa Gambardella

Editoria: ddl verso ok,
resta il nodo stipendi

EVIDENZA-Finanziamenti-editoriaDopo lo stop inatteso prima della pausa estiva, il disegno di legge di riforma del fondo dell’editoria torna in Aula al Senato per il via libera prima del passaggio finale alla Camera. Il voto di Palazzo Madama è atteso mercoledì 14 settembre, ma, dopo le modifiche in Commissione, resta ancora un nodo da sciogliere e riguarda il tetto agli stipendi per i giornalisti. L’emendamento, presentato da Roberto Calderoli (Ln) e appoggiato da buona parte dell’opposizione, è stato accantonato su richiesta del relatore Roberto Cociancich (Pd), che in un primo momento, come il governo, aveva dato parere favorevole.

La modifica consentirebbe di erogare contributi pubblici solo alle aziende che applicano al proprio personale e ai propri consulenti il tetto di 240 mila euro annui, previsto per il presidente della Repubblica. La norma, così formulata, riguarda  solo la carta stampata e non la Rai, che, a seguito dell’erogazione di un bond, come previsto dalla legge può non sottostare al limite previsto per i dipendenti pubblici. Il timore della maggioranza è che tale cambiamento in extremis del testo porti poi a nuove modifiche alla Camera, posticipando ancora l’ok a un provvedimento che gli operatori del settore chiedono di approvare in fretta.

L’intero gruppo di Ala, come annunciato da Ciro Falanga, ha fatto proprio l’emendamento Calderoli. E a favore della norma si sono espressi la presidente del Misto Loredana De Petris, Maurizio Gasparri (FI), D’Ambrosio Lettieri (Cor). “Quello del tetto è l’unico punto ancora aperto – spiega Cociancich  – per il resto c’è un’ampia convergenza.  Dobbiamo riflettere sulla formulazione dell’emendamento, in modo da garantire il rispetto della libertà impresa e accogliere la sensibilità sul fatto che i soldi pubblici servano a sostenere le imprese e non a finanziare i singoli”.

A protestare è soprattutto M5S. “L’Aula del Senato ha respinto ancora una volta la nostra proposta di abolire il finanziamento pubblico ai giornali e l’Ordine dei giornalisti – denuncia il senatore Giovanni Endrizzi – parliamo di quel finanziamento che lo stesso Renzi disse di voler abolire per poi rimangiarsi le sue promesse, perché ora in vista del referendum costituzionale ha bisogno di una cassa di risonanza”.

Tre gli emendamenti approvati: uno aumenta da tre a cinque anni, a partire dal via libera alla legge, il periodo di erogazione dei contributi, gli altri due ampliano la platea dei beneficiari. Tra le principali modifiche introdotte in commissione a Palazzo Madama, la previsione di comprendere tra i destinatari del sostegno pubblico anche le radio-tv locali; il numero dei componenti dell’Ordine nazionale che da 36 (fissati alla Camera) risale a 60; la reintroduzione della distinzione tra testate nazionali e locali nel rapporto tra venduto e distribuito, uno dei criteri per accedere ai contributi (20% per le nazionali, 30% per le locali); la riduzione a dieci anni della durata della concessione del servizio pubblico.

Edoardo Gianelli

REFERENDUM, UN SÌ LAICO

aula-camera-vuotaUna conferenza stampa per presentare i Comitati per il Sì al Referendum Costituzionale di novembre. A prenderne parte il segretario del Psi Riccardo Nencini, Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Affari Esteri, la Senatrice Alessandra Bencini e Giovanni Negri, promotore de ‘Radicali per il sì’. Esponenti di culture politiche diverse seduti allo stesso tavolo per lanciare un appello e annunciare la costituzione di comitati laici, liberali, radicali, socialisti per sostenere la riforma costituzionale. Tra i presenti Oreste Pastorelli e Gian Franco Schietroma.
Nencini ha evidenziatola trasversalità della composizione dei comitati che come ha sottolineato nel suo intervento non hanno “il bollo dall’appartenenza politica” bensì sono comitati aperti. “Presentiamo – ha esordito – dei comitati laici, liberali, radicali, socialisti. Il partito democratico è impegnati per il Sì, qualche giorno fa altri comitati hanno preso vita, oggi si aggiungono le nostre opinioni nel sostegno alla riforma”.

“Allo stesso tempo – ha proseguito Nencini – faremo una campagna per la riforma della legge elettorale, anche se le cose stanno su piani diversi”. Chi si è schierato per il No al referendum pesca spesso citazioni provenienti da un Pantheon azzardato. Si fa il nome di Calamandrei. Ma Calamadrei non risparmiò critiche alla Costituzione vigente e vedeva con sospetto il bicameralismo perfetto”. “La riforma – ha proseguito – non è solo la diversa natura del Senato. Sono diversi i punti della Costituzione che vengono modificati. Ne cito due. Il 50% dei ricorsi alla Corte Costituzionale sono figli di una inadeguata divisione di attribuzione di competenze tra Stato e Regioni. Ora le competenze sono molto meglio definite”. Come secondo punto Nencini ha citato l’istituto referendario. “Il referendum propositivo mette l’Italia in condizione di mobilitare concretamente l’opinione pubblica su temi di valenza nazionale”.

Alessandra Bencini, del gruppo Misto, ha aggiunto che questa riforma “non è l’ottimo, ma un giusto compromesso”. Per Benedetto Della Vedova i diversi comitati, contenenti esperienze variegate e differenti, dimostra che il referendum “non è una faccenda personale che riguarda il primo ministro e il Pd”. “Non possiamo fare come Bertoldo. La riforma perfetta non ci sarà mai, ma una riforma che contiene errori può essere modificata”. Giovanni Negri ha voluto evidenziare di non essere un fan del Governo Renzi: “Ma la mia battaglia per il Sì è perché non mi piace la logica del tanto peggio tanto meglio”. “Il fronte del No – ha aggiunto – deve essere sfidato a dire quali potranno essere le conseguenze politiche di un voto sfavorevole. Inoltre questa è una occasione per superare il bicameralismo perfetto e rafforzare l’istituto del referendum”.

Daniele Unfer