Vitalizi. Il Senato vota compatto No alla richiesta M5S

zanda-300x200Sale la tensione tra i pentastellati e i dem dopo il no di Palazzo Madama alla richiesta del M5S di usare la procedura di urgenza nella discussione del progetto di legge Richetti sui vitalizi di deputati e senatori e dei consiglieri regionali. “Non la passeranno liscia – avverte Grillo dal suo blog – Il Pd ha l’enorme responsabilità di aver illuso i cittadini che per una volta avrebbero votato un provvedimento giusto dopo migliaia di voti vergogna. Faremo nomi e cognomi di chi saboterà il provvedimento e salvare i vitalizi perché gli italiani devono sapere con chi hanno a che fare”.
Ma intanto hanno votato contro la richiesta dei grillini praticamente tutti i gruppi, anche quelli come il Pd e Sinistra italiana che avevano votato a favore alla Camera.
“I senatori e le senatrice del Pd respingeranno la richiesta d’urgenza del M5s”, ha spiegato durante la dichiarazione di voto in aula il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda. Zanda spiega che la discussione del ddl in aula “non potrebbe iniziare prima di settembre”, allora “perché presentarla ora?. Il Movimento 5 stelle continua a praticare una politica parlamentare tutta puntata sulla ricerca non di quel che è più urgente per risolvere i problemi dell’Italia, quanto su quel che può servirgli per battere la gran cassa della propaganda. Questa è la principale ragione per la quale il gruppo del PD respingerà la richiesta di urgenza. Con la richiesta di urgenza i senatori del Movimento 5 stelle vogliono apparire all’opinione pubblica italiana come i campioni dell’antipolitica, dell’antipartitismo, come i rappresentanti dell’antisistema”. “Smettiamo di chiamare vitalizi ciò che il Parlamento ha trasformato in pensioni” è ancora l’invito del capogruppo Pd. “Veramente non si accorgono che stanno usando dei metodi da regime… non se ne accorgono”, dice in Aula Zanda rivolgendosi ai senatori M5s che lo interrompono continuamente durante il suo intervento sulla deliberazione di urgenza per il Ddl sull’abolizione dei vitalizi. A conclusione del senatore Zanda dai banchi del Movimento cinque stelle si leva il grido: “Buffoni, buffoni”. Il presidente Grasso è costretto ad alzare la voce per riportare l’ordine in Aula.

Codice Antimafia. Sì (non convinto) del Senato

senatoLa riforma del Codice Antimafia passa al Senato con 129 sì, 56 no e 30 astenuti. Il testo torna ora alla Camera. “Credo – è stato il primo commento del Guardasigilli Andrea Orlando – che ci siano le condizioni per portarla fino in fondo”. Orlando esclude il rischio che la riforma del Codice antimafia si possa impantanare alla Camera. Quanto a eventuali modifiche, Orlando aggiunge che “ci sono opinioni diverse” e che “si verificherà se i rilievi sono fondati”. “In caso faremo ricognizione serena, se saranno necessarie modifiche – conclude – e dove introdurle”.

Dubbi di costituzionalità arrivano dal segretario del Psi Riccardo Nencini. La modifica al nuovo codice antimafia che prevede la confisca preventiva dei beni anche agli indiziati per reati di corruzione “l’ho già detto e lo ripeto, è una misura che rischia di essere, è la mia opinione, incostituzionale”. “Noi abbiamo proposto addirittura per la microcriminalità il sequestro dei beni del reo – ha aggiunto – naturalmente una volta che si è confermato reo, passato da un tribunale”.

Precedentemente l’Aula aveva approvato con voto per alzata di mano la proposta di coordinamento dei relatori, facendo decadere in tal modo tutte le altre proposte di coordinamento. Nella proposta di coordinamento dei relatori che è appena passata nell’aula del Senato si specifica con esattezza (e a norma dell’articolo 81 del Regolamento) la ripartizione della somma di 20 milioni che è stata stanziata nel prossimo triennio e cioè “7 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018 e 2019 e nel limite di 6 milioni di euro per l’anno 2020”. In più si è corretta anche un’altra parte del provvedimento: all’articolo 34 del ddl è stato tolto il riferimento ad alcuni commi che risultavano già trasferiti (con un emendamento approvato in Aula nei giorni scorsi) ad altra norma.

Il testo è stato approvato con la defezione di Alternativa Popolare, ma anche da parte di alcuni senatori del Pd. Astenuti i senatori dei Cinquestelle. Critica la posizione di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità per l’anticorruzione, che nei giorni scorsi aveva sollevato delle obiezioni al provvedimento. “Prendo atto, è giusto che sia così“ ha detto Cantone. Sollecitazioni che saranno riprese alla Camera. Ma i tempi sono stretti.

Per l’esattezza solo 7 senatori di Ap (ai quali era stata lasciata libertà di voto) hanno votato sì alla riforma del Codice Antimafia. Il provvedimento era stato definito “strategico” per la maggioranza dal capogruppo Pd Luigi Zanda. E in 16 non hanno votato, mentre uno solo, Maurizio Sacconi, ha detto no al ddl. Numerose le assenze anche nel Pd: sono 12 i Dem che non hanno votato. E anche tra i senatori M5S che avevano annunciato l’astensione in 11 risultano assenti. E le vistose assenze anche nel gruppo Misto, in Ala (7) e in FI (9) hanno contribuito ad abbassare il quorum.

 Ue: dal Senato ok alla risoluzione di maggioranza

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Aula del Senato ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo con 154 si, 56 no e 34 astenuti. Ma ha approvato anche quella che ha come prima firma quella del capogruppo di FI, Paolo Romani, che è stata decisamente la più votata con 228 sì, 9 no e 10 astenuti. È passata anche quella di Ala riformulata con 172 sì e 20 no. Mentre sono state respinte quelle di Lega e M5S.

“Ci troviamo in un frangente per l’Europa di grandissimo interesse: non c’è stato il crollo che molti avevano temuto o auspicato, ma non deve esserci l’illusione che l’Europa se l’è cavata e va bene così”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in Aula al Senato nel suo intervento sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue. “Questo è il momento di investire per cambiare e far crescere il progetto europeo. C’è una grande opportunità e se avrà il sostegno del Parlamento, con le distinzioni ovvie tra maggioranza e opposizione, il governo italiano in questa grande opportunità potrà svolgere il ruolo che compete a uno dei grandi Paesi fondatori”.

Al centro del discorso ovviamente il terrorismo: “Gli ultimi attentati ci dicono che il terrorismo è una minaccia comune che ha bisogno di risposte comuni. Con lo scambio di informazioni” e con una linea “molto esigente dell’Ue”, sulla scia della dichiarazione del G7 di Taormina, “verso i grandi player del web perché la radicalizzazione può essere contrastata da chi detiene le chiavi di un numero impressionante di dati. La Rete, luogo di libertà, non puo’ diventare una minaccia per la nostra sicurezza”.

E sulla Brexit: “Il Consiglio europeo che si riunisce domani e dopodomani, si riunisce esattamente a un anno di distanza dal referendum britannico che si tenne il 23 giugno 2016. Doveva essere un anno orribile per l’Unione europea e le previsioni non sono state del tutto rispettate, viviamo in un clima certamente complicato ma molte delle previsioni di quelle settimane si sono rivelate infondate”. “Lunedì si sono aperti formalmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito e sono iniziati in un clima in cui chi esce non si presenta al tavolo con una forza contrattuale particolare. L’Italia non è favorevole né a una hard Brexit né a una soft Brwexit ma serve chiarezza nei rapporti tra un Paese così importante e l’Ue e in particolare chiarezza sui diritti e sul destino delle centinaia di migliaia di nostri concittadini che risiedono nel Regno Unito”. Comque, ha proseguito “la Brexit più che una campana a morto per il progetto dell’Ue è stata una robustissima sveglia. Forse ricorderemo il voto inglese più che come inizio della fine, come un campanello di allarme che ha messo il progetto dell’Unione al centro della discussione pubblica del nostro Continente. Quel progetto ha confermato la propria vitalità e resta centrale per il nostro futuro”.

Punto che non poteva mancare nel suo intervento la crescita economica che per il premier “non può essere soffocata da regole concepite in un periodo diverso, quando sarebbe stato difficile pensare a una crescita dell’Europa del 2%. Non bastano i numeri, non bastano i decimali”. Servono “lavoro, inclusione, crescita: è questo che determina il successo dell’Unione europea a livello internazionale. Noi lo diciamo da tempo e ci auguriamo che non sia più solo una battaglia italiana: l’Europa deve cambiare, dobbiamo avere la forza di farla cambiare”.

Altro tema caldo quello sui migranti: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles. Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”. “Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.

E infine una considerazione: “L’Unione deve cambiare e dobbiamo avere il coraggio di dire: ci riconosciamo nel carattere strategico dell’Unione, ma perché si sviluppi, l’edificio dell’Unione ha bisogno di essere cambiato. Mi auguro che questa missione possa essere rafforzata dalla nuova leadership francese”.

ITALIANI VERI

ius soli senatoIl Senato accelera sullo ius soli. L’Assemblea ha infatti detto sì all’inversione dell’ordine del giorno dei lavori e incardinato lo ius soli prima del voto sulle pregiudiziali di costituzionalità del decreto vaccini. Scoppiano le proteste della Lega che costringono addirittura il presidente Pietro Grasso a espellere un senatore del Carroccio (scelta poi revocata) e a far portare fuori dall’Aula il capogruppo Centinaio. La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, spintonata, finisce addirittura in infermeria.

I senatori della Lega arrivando verso i banchi del governo con un cartello con la scritta “No allo Ius soli” e il presidente del Senato Pietro Grasso espelle dall’emiciclo Raffaele Volpi, mentre il capogruppo Gianmarco Centinaio che si è seduto accanto alla ministra Fedeli viene allontanato di peso dai commessi. Dopo la decisione di Grasso di espellere il leghista Raffaele Volpi per la protesta inscenata contro lo ius soli, quest’ultimo non esce dall’emiciclo. Cosa che a norma di Regolamento avrebbe comportato la sospensione della seduta. Per evitare lo stop dei lavori Grasso revoca l’espulsione di Volpi chiamandolo comunque a rispondere “nelle sedi competenti” per l’accaduto. “Un precedente così neanche l’arbitro Moreno!”, commenta Calderoli. “Quando i giocatori si arrivano a nascondere l’arbitro deve comportarsi come può…”, ribatte Grasso. Ma intanto i lavori d’Aula proseguono.

Il Senatore Centinaio si è giustificato parlando di “battaglia anche fisica per impedire l’approvazione della legge”. Parole sconcertanti. “Centinaio chiarisca cosa intende per battaglia anche fisica per impedire l’approvazione della legge sullo Ius soli”, ha commentato il Senatore Buemi, Capogruppo Psi in commissione Giustizia e nella Giunta per le elezioni e le immunità. “Di squadrismo politico la storia parlamentare di altri tempi è costellata, ricordo tra l’altro che siamo a pochi giorni dall’anniversario della morte per mano squadristica dell’onorevole Giacomo Matteotti”, ha ricordato Buemi. “Il Senatore Centinaio e altri, che eventualmente volessero usare il metodo dello scontro fisico, sappiano che ogni iniziativa che travalichi la legittima espressione di dissenso, sia in Aula che fuori, da parte di chicchessia non potrà che vedere coinvolte le Procure della Repubblica italiana e la Giunta per le elezioni e per le immunità”, ha concluso il senatore socialista.

Il ministro della Scuola Valeria Fedeli è stata medicata nell’infermeria del Senato. Lei, raccontano alcuni esponenti Dem presenti nell’emiciclo, era ai banchi del governo quando i senatori della Lega sono arrivati di corsa “con i cartelloni e l’hanno spinta contro lo stesso tavolo e le sedie”. Secondo quanto si apprende le sarebbero stati messi di cerotti e le sarebbero stati somministrati degli antidolorifici. “Sto bene – ha scritto poi la ministra su twitter – grazie a tutte e a tutti. Non saranno i tentativi di sopraffazione a fermare una battaglia di civiltà come lo IusSoli”.

L’aula sembra più una arena che un luogo delle istituzioni. “Prima gli italiani”, “stop invasione”, “No ius soli” sono i cartelli esposti in Aula dal Carroccio. Mentre il senatore Volpi è stato espulso per un “vaff..” verso la presidenza.

“Oggi – afferma la presidente della camera Boldrini – si fa fatica ad affermare per legge nuovi diritti civili, si fa fatica ad affermare la legge sulla cittadinanza per i bambini figli di genitori stranieri che nascono in Italia come anche ad affermare il testamento biologico”. Per la Cgil, l’approvazione della legge di riforma della cittadinanza è “un atto di civiltà che non può essere ulteriormente rimandato”. Ma la protesta leghista non è solo spintoni e parole fuori luogo ma anche emendamenti. Carderoli ne ha sempre di pronti. E in poco tempo ne arrivano quasi 50mila. 48.408 per la precisione.

LA SCHEDA

Ius soli temperato, così cambia diritto cittadinanza

Dallo ‘ius sanguinis’ allo ‘ius soli’ temperato, e allo ‘ius culturae’ – Saranno cittadini italiani per nascita i figli, nati nel territorio della Repubblica, di genitori stranieri almeno uno dei quali abbia un permesso di soggiorno Ue di lungo periodo. Servirà la dichiarazione di volontà di un genitore, o di chi ne esercita la responsabilità, all’ufficiale dello Stato civile del Comune di residenza del minore, entro il 18esimo anno. In assenza di tale dichiarazione potrà essere il diretto interessato a richiederla, entro il 20esimo anno. Altrimenti, per gli stranieri nati e residenti in Italia legalmente, senza interruzioni fino a 18 anni, il termine per la dichiarazione di acquisto della cittadinanza sale a due anni dalla maggiore età.

Lo ‘ius soli’ non si applicherà ai cittadini europei – visto che il permesso di lungo periodo è previsto solo per gli Stati extra Ue.

Minori stranieri – Possono invece ottenere la cittadinanza i minori stranieri nati in Italia, o entrati entro il 12esimo anno, che abbiano frequentato regolarmente per almeno cinque anni uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale di istruzione, o percorsi di istruzione e formazione professionale triennali o quadriennali. La frequenza del corso di istruzione primaria deve essere coronata dalla promozione. La richiesta spetta al genitore, cui è a sua volta richiesta la residenza legale, o all’interessato stesso, entro due anni dalla maggiore età. Le nuove norme valgono anche per gli stranieri in possesso dei nuovi requisiti ma che abbiano superato, all’approvazione della legge, il limite di età dei 20 anni per farne richiesta. Al Viminale sei mesi per il rilascio del nulla osta.

Ok alla manovrina. Gentiloni: “Matenuti gli impegni”

gentiloni manovrina“Approvata manovra correttiva: impegni di bilancio mantenuti senza nuove tasse. Priorità ai fondi per la ricostruzione post terremoto”. Così il premier Paolo Gentiloni commenta su twitter il via libera definitivo del Senato alla manovrina sulla quale il governo ha incassato la fiducia al Senato con 144 Sì, 104 No e 1 astenuti. I votanti erano 249 e la maggioranza era di 125 voti. La Manovra è quindi legge. A favore si erano espressi il Pd, il gruppo Autonomie e Ap, anche se il presidente della Commissione Lavoro Maurizio Sacconi aveva dichiarato che non avrebbe votato, in dissenso con il suo gruppo, contestando la normativa sui voucher inserita nel testo della Manovra. Il primo a votare nella prima chiama è stato l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha scelto il Sì.

Insomma Paolo Gentiloni preme l’acceleratore sui provvedimenti che ritiene fondamentali. Prima la fiducia al ddl penale alla Camera, ottenendo la maggioranza assoluta dell’Aula di Montecitorio (320 consensi, che diventano 267, contro 136 no, nella successiva votazione finale). Poi la fiducia al Senato, sulla manovrina.

Sono stati 69 i senatori assenti durante l’approvazione della manovra. Sedici di Mdp – Articolo 1, 13 di Forza Italia, 10 del gruppo Misto, 9 di Gal, 7 di Ala, 4 M5S, 3 autonomie, 2 i senatori del Pd (Tocci e Ruta), 4 Fl- Idea, 1 di Ap (Sacconi), ad astenersi il senatore Conti del gruppo Misto mentre un esponente di Ala non ha partecipato al voto. Per la precisione fra i 69 assenti 9 provengono dal Gruppo Misto e 1 dalla Lega.

Il gruppo di Mdp non ha partecipato al voto assumendo per la prima volta una così forte presa di distanza. “Una presa di distanza netta di cui siamo consapevoli” ha detto in Aula al Senato Maurizio Migliavacca intervenendo in dichiarazioni di voto. “Si tratta – ha spiegato – di una scelta obbligata, l’unica possibile per noi per non arrendersi al rifiuto in blocco del decreto”. “Un no – ha spiegato – Migliavacca – a quella che giudichiamo una forzatura sui voucher, contraria ai nostri valori costitutivi: la dignità del lavoro, la partecipazione democratica. Ma nello stesso tempo, per la responsabilità che sentiamo verso il governo, una porta aperta. Una porta aperta a scelte, nel metodo e nel merito, più condivise nel futuro”.

Dalla maggioranza il senatore del Pd Giorgio Tonini, parla di voto “convinto” a un “decreto, che è un tassello importante all’interno di una strategia di politica economica e sociale che si sta rivelando sempre più fruttuosa man mano che il tempo passa”.

Lina Merlin. Locatelli:
“Ha fatto la storia del Psi”

merlin convegnoQuattro anni di confino in Sardegna tra Nuoro, Dorgali, Orune, dove usò il suo tempo per insegnare a leggere e scrivere a donne, bambini e pastori. Il Governo fascista, invece di ringraziarla, le tolse l’indennità di confino “perché lavora come insegnante”. Minacce di morte, cinque volte in carcere, ma Lina Merlin non abbassò mai la testa. Nel 1919 scelse il Psi perché fu l’unico partito contro la guerra. “E Lina Merlin – sottolinea Pia Locatelli presidente del gruppo socialista alla Camera – ha fatto la storia del Psi”.

Oggi un convegno alla sala Zuccari del Senato ha ricordato i 130 anni dalla nascita della socialista che riuscì ad abolire le case chiuse e la dicitura ‘Figlio di NN’. A Lina
Merlin si deve anche la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione. Il primo stabilisce che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso”. Il secondo prevede che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”.

Lina MerlinMerlin cominciò fare le sue battaglie da femminista,quando in Italia le donne non avevano ancora diritto di voto né attivo né passivo. “Fu una vera partigiana – ricorda Elena Marinucci – fu femminista e riformista. Credeva nella possibilità di modificare la società con le leggi. È un dovere porre un suo busto al Senato della Repubblica”.

Valeria Fedeli, ministra dell’Istruzione, sottolinea: “Diede tutti i suoi beni al partito e agli sfollati del Polesine. Si battè sempre per gli ultimi, prostitute comprese”. Laura Puppato, senatrice Pd, afferma: “Fu una donna coraggiosa, capace di dire cose scomode. Fu cattolica e scomunicata perché socialista. Ebbe coraggio per sé e per gli
altri. Chiuse le case di tolleranza, ma la sua attività politica fu molto, molto più ampia”.

Luigi Zanda, capogruppo dei senatori Pd, premette: “Io parlo da sardo e posso dire che i fascisti la esiliarono a Nuoro perché consideravano Nuoro la peggiore punizione
possibile. Ignoravano che in quella zona c’è una straordinaria capacità culturale. Tra Merlin e i pastori sardi si creò un’empatia: antifascismo e povertà strinsero un’alleanza. Lina Merlin fu una persona straordinaria e le sue qualità precedono la dimensione politica”. Lina Merlin fu aiutata dai sardi, che le passarono il necessario per vivere quando i fascisti le tolsero l’indennità di confino. Merlin continuò a ricevere e onorare le sue amicizie sarde anche da senatrice.

“Le linee guida di Lina Merlin furono pace e libertà – dice Pia Locatelli, capogruppo dei deputati Psi – rivendicò il suo essere ottocentesca, deamicisiana e romantica. Al Pci che le offrì di cambiare partito, Merlin rispose: ‘Sarei una pessima comunista perché non sopporto la soggezione’. Le donne nell’Assemblea Costituente furono 21, ma fecero più allora per la causa femminile che non le 300 parlamentari donne
dell’attuale legislatura”.

Nel 1958, durante il dibattito parlamentare sull’abolizione delle case chiuse, un deputato obietto’: “Perché abolirle? Svolgono una funzione sociale. Servono a proteggere la salute pubblica”. La risposta della parlamentare socialista fu fulminante: “Benissimo. Allora per la funzione sociale creiamo una sorta di servizio di leva di 6 mesi per tutte le ventenni, naturalmente includendo le vostre figlie e le vostre sorelle”. Questa replica è il ritratto migliore di Lina Merlin.

Israele cede, più diritti
per i carcerati palestinesi

Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario. I parlamentari italiani Locatelli e Manconi scrivono all’ambasciatore di Israele che nega ogni violazione dei diritti umani. Il Foglio pubblica solo la lettera dell’ambasciatore.


Dopo 41 giorni circa 1500 palestinesi di al-Fatah detenuti in Israele hanno interrotto sabato 27 maggio lo sciopero della fame che avevano cominciato assieme al loro leader Marwan Barghouti per protestare contro le condizioni di detenzione e le violazioni dei diritti umani cui sono sottoposti dal regime carcerario.
Lo hanno reso noto le stesse autorità israeliane dopo l’accordo raggiunto con l’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese, la mediazione della Croce Rossa internazionale e una consistente pressione internazionale cui pare si sia aggiunta perfino quella del neo presidente americano Donald Trump durante la sua visita in Israele.

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero Marwan Barghouti

Palestinesi in festa per la fine dello sciopero inneggiano a Marwan Barghouti

Il comunicato delle autorità israeliane parla della concessione di una serie di “benefici di carattere umanitario” mentre l’agenzia di stampa palestinese InfoPal entra nel dettaglio ed elenca una serie di misure che dovrebbero alleggerire il regime di detenzione e rendere più frequenti le visite dei familiari ai loro congiunti. In particolare è stata in qualche misura corretta la situazione che si era creata con i palestinesi che erano stati arrestati e trasferiti nelle prigioni israeliane impedendo così di fatto, soprattutto per quelli di Gaza, contatti regolari con i loro congiunti per la difficoltà di ottenere il permesso di entrare in Israele.

Numerose organizzazioni umanitarie israeliane e internazionali si sono schierate a sostegno dello sciopero. In un comunicato Amnesty International ricorda che Israele “porta avanti da decenni politiche illegali e crudeli nei confronti dei palestinesi dei Territori occupati e di Gaza detenuti nelle prigioni israeliane, i quali in alcuni casi non vedono da anni i loro familiari”. Inoltre “trattenere nelle prigioni israeliane palestinesi arrestati nei Territori occupati costituisce una violazione della Quarta Convenzione di Ginevra. Si tratta di una politica illegale e crudele nei confronti sia dei detenuti che delle loro famiglie, che spesso non possono incontrarsi per mesi e in alcuni casi per anni”.

Carcere israelianoSecondo l’Ong “Associazione dei prigionieri palestinesi”, 6500 prigionieri palestinesi sono attualmente detenuti in 17 prigioni e centri di detenzione gestiti dalle autorità israeliane, 16 dei quali all’interno di Israele. Tra i 6500 detenuti, le donne sono 57. I minori di 18 anni sono 300, tra cui 13 ragazze. Della popolazione carceraria fanno parte anche 13 componenti del Consiglio legislativo palestinese. Almeno 500 palestinesi si trovano in detenzione amministrativa senza accusa né processo, una prassi contraria al diritto internazionale.

Della questione in Italia si sono occupati anche Pia Locatelli e Luigi Manconi, rispettivamente presidentessa del Comitato diritti umani della Camera e presidente della commissione diritti umani del Senato, che hanno inviato una lettera all’ambasciatore israeliano in Italia.
”Ci è stato riferito – scrivono i due parlamentari – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta ha negato categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e ha respinto tutte le accuse. La lettera dell’ambasciatore è stata pubblicata oggi (30 maggio) da Il Foglio, senza però dare ai lettori alcune informazione circa le proteste e la lettera scritta dai parlamentari italiani.
Un modo davvero curioso di fare informazione, come se il giornale diretto da Cerasa fosse non un organo di informazione italiano, ma un bollettino dello Stato di Israele. Però ancora più sorprendente, al limite del ridicolo, è stato il non aver dato notizia della fine dello sciopero e dell’accoglimento – perlomeno parziale – delle richieste dei palestinesi, evidentemente per non smentire l’ambasciatore che avrebbe fatto una brutta figura dopo aver negato l’evidenza dei fatti.

D’altra parte dello sciopero si è parlato molto anche in Israele, dove i cittadini conoscono bene la situazione dei Territori e il comportamento delle autorità militari. Lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” solo pochi giorni fa aveva affermato che “i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani”.

Comunque la vicenda ha anche avuto un importante risvolto politico interno allo Stato palestinese e forse anche in Israele.

Marwan Barghouti

Marwan Barghouti

La popolarità del 58enne Marwan Barghouti, leader della prima e seconda Intifada, in carcere da 15 anni per scontare cinque ergastoli in quanto ritenuto responsabile di alcuni fatti di sangue commessi dagli uomini di Tanzim, una forza paramilitare della resistenza palestinese, sotto il suo comando, è in continua ascesa. Contro di lui è schierata Hamas, l’organizzazione islamista che controlla Gaza, da sempre in rotta di collisione con Fatah, il principale movimento politico palestinese, laico e progressista, di cui era leader Yasser Arafat.
In un recente passato in Israele si è spesso parlato anche di un perdono presidenziale per liberare Barghouti; ne erano convinti Yossi Beilin e Shimon Peres, ma con la crescita politica della destra, dell’estrema destra e dei partiti religiosi ultraortodossi, che oggi controllano il governo di Nethanyau, della questione non si è più parlato. Ecco dunque che anche l’esito di questo sciopero della fame induce a pensare che forse si sta muovendo qualcosa sotto la crosta di ghiaccio di un’intransigenza irragionevole come non mai.

Parlamento. I cambi di gruppo a quota 481

Dopo la fine del gruppo a Palazzo Madama, gli ex Conservatori e riformisti entrano in Gal. voltagabbana214 i cambi di casacca al senato, contro i 267 di Montecitorio. Da inizio legislatura 1 parlamentare su 3 ha cambiato gruppo almeno una volta.

A inizio aprile la compagine parlamentare dei fittiani al senato era stata sciolta dall’ufficio di presidenza per mancanza del numero minimo di membri. Dopo un passaggio forzato al gruppo misto, tutti e 9 i senatori in questione sono passati in Grandi autonomie e libertà (Gal). Il primo è stato Luigi Compagna, poi seguito da Andrea Augello, e proprio in questi giorni dai 7 senatori rimanenti: Francesco Bruni, Luigi D’Ambrosio Lettieri, Salvatore Tito Di Maggio, Pietro Liuzzi, Luigi Perrone, Lucio Tarquinio e Vittorio Zizza.

Con questo ennesimo giro di valzer i cambi di gruppo da inizio legislatura salgono a quota 481. 267 sono avvenuti alla Camera, mentre 214 al senato, in un parlamento in cui ogni mese 9,6 eletti cambiano gruppo di appartenenza. Una media, come visto nel MiniDossier “Giro di valzer – 2016“, due volte superiore a quella della scorsa legislatura.Screenshot 2017-05-22 15.49.52

In totale i parlamentari interessati sono 319 (188 deputati e 131 senatori), il 33,58% dei nostri eletti. Fra i due rami quello più coinvolto sembra essere Palazzo Madama, in cui 4 parlamentare su 10 (il 40,94%) hanno cambiato gruppo almeno una volta dalle politiche del 2013. Percentuale leggermente più bassa a Montecitorio, 29,84%.Screenshot 2017-05-22 15.52.14

Blog OpenPolis

Caos al Senato. Cilecca sulle Commissioni

senatoTerremoto nella maggioranza al Senato: l’elezione a presidente della Commissione Affari Costituzionali di Salvatore Torrisi, senatore di Alleanza Popolare, è suonata come uno schiaffo al Partito Democratico che aveva avanzato il nome di Pier Giorgio Pagliari e come un avvertimento al governo guidato da Paolo Gentiloni. Immediata la reazione del Nazareno i cui vertici si apprestano a chiedere un incontro con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In Commissione Affari Costituzionali del Senato dovrà passare la nuova legge elettorale e questo avvicendamento sfuggito al controllo, evidenzia il momento di tensione che vive la maggioranza. La seconda conseguenza di quanto accaduto in Senato è lo scambio di accuse tra le forze politiche alla ricerca del responsabile di quello che i dem chiamano già un “tradimento”. Il Movimento 5 Stelle sottolinea che Pagliari è stato “impallinato” da un terzo dei voti della maggioranza, 5 su 16. “Noi non abbiamo rotto nessun patto”, avvertono alcuni senatori di Alleanza Popolare: “Non c’è stato alcun accordo, e anche con la presenza di Ala, Pagliari non sarebbe passato. E’ una questione interna al Pd e a quella parte della maggioranza che non ha voluto votare Pagliari”, aggiungono.

Dagli studi di Porta a Porta il Guardasigilli Andrea Orlando parla di un “fatto grave” che non va minimizzato. “Abbiamo avuto – afferma – una saldatura tra forze politiche di maggioranza e opposizione molto diverse. Serve un chiarimento, altrimenti si rischia lo sgretolamento del nostro sistema di alleanze”. “Spero – conclude – non ci sia la crisi. Lo sbocco sarebbero o il voto anticipato o le larghe intese, entrambi pericolose per il Paese e il Pd”. Per Orlando il sospetto è che “ci sia la volontà di andare a votare con la legge elettorale attuale, uscita dalla Consulta, perché ci sono i capilista bloccati”.

Fonti parlamentari dem sottolineano che “con questa mossa, nei fatti, si blocca la legge elettorale”, il più importante dei temi su cui il governo Gentiloni ha ottenuto la fiducia in Parlamento. Le stesse fonti sottolineano come ci si trovi davanti a un “grande accordo di Movimento 5 Stelle, Forza Italia, Ncd e scissionisti” che ha “fatto a pezzi l’accordo di maggioranza eleggendo Torrisi, uomo di Alfano, contro il candidato Pagliari. Secondo fonti parlamentari, oltre a due senatori di Ala che non hanno partecipato al voto e ad una scheda bianca, sarebbero stati due senatori dem a votare contro l’indicazione del partito. “Oggi sono nate larghe intese in Senato per non fare la legge elettorale”, conferma il senatore renziano Andrea Marcucci: “Mdp, Forza Italia, M5S ed i centristi hanno eletto il loro presidente nella commissione affari costituzionali, con l’obiettivo di consegnare l’Italia al proporzionale”. A tirare direttamente in ballo gli scissionisti di Mdp è la senatrice dem Francesca Puglisi: “Erano talmente contrari al Patto del Nazareno che al Senato hanno votato il candidato di Alfano, a braccetto con Berlusconi e Grillo”.

Accuse che Bersani respinge al mittente: “Basta guardare i numeri e vedere chi ha votato…” dice parlando in Transatlantico. “Non mi piace che il Pd se la prenda con tutto il mondo… Il Pd guardi in casa, piuttosto”, aggiunge l’ex segretario Dem. Il deputato Pd Dario Ginefra sostenitore di Michele Emiliano nella corsa alla Segreteria, parla di “incidente di percorso”. “Ritorniamo a proporre una riunione di maggioranza che verifichi la possibilità di rendere omogenee le leggi elettorali di Camera e Senato per poi andare ad un confronto con le minoranze. L’obiettivo – prosegue Ginefra – deve essere quello di rispondere positivamente all’appello del Presidente della Repubblica e non di approfittare di ogni circostanza utile per tentare di dare una spallata al Governo Gentiloni”.

E mentre i 5 Stelle parlano di un Pd allo sbando, per Quagliariello “il voto per Torrisi non è espressione di alcuna anomala maggioranza, bensì la libera espressione di una Commissione che, lasciata per un tempo troppo lungo senza guida a causa delle controversie interne al partito di maggioranza relativa, ha individuato nella persona che ha riempito una sede vacante elementi di saggezza, equilibrio e rispetto”. “L’alzata di scudi odierna, che è arrivata addirittura a tirare in ballo il governo e persino il capo dello Stato, appare perciò strumentale e puerile. Nel migliore dei casi, palesa un riflesso partitocratico odioso. Nel peggiore – conclude Quagliariello -, una vena di antiparlamentarismo che avrebbe però bisogno di migliori interpreti e soprattutto di più solidi argomenti”.

Minzolini. Il Senato vota contro la decadenza

Riforme: Senato boccia primo emendamento a ddlL’aula di Palazzo Madama ha votato no alla decadenza da senatore di Augusto Minzolini respingendo il parere, fornito dalla Giunta per le Immunità. Sono stati 137 i voti a favore dell’ordine del giorno a firma di Giacomo Caliendo (Fi), che chiedeva di respingere la deliberazione dell’organo parlamentare guidato da Dario Stefano. Contrari invece in 94, 20 gli astenuti. L’ex direttore del Tg1 è stato condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione per peculato continuato nel novembre del 2015 a causa dell’utilizzo della carta di credito Rai.

Minzolini ha comunque detto in Aula di volersi dimettere. “Ora mando la lettera” di dimissioni, ha poi confermato entrando in ascensore ai giornalisti che gli hanno chiesto le sue intenzioni sulle proprie dimissioni. Dimissioni che l’ex direttore del Tg1 aveva assicurato sarebbero arrivate qualunque fosse stato l’esito della votazione.

Furiosi i 5 Stelle che hanno attaccato i Pd per i 19 voti del gruppo contrari all’arresto. Il garantismo dei 5 Stelle infatti vale solo quando gli fa comodo.

L’ordine del giorno di Fi respingeva la deliberazione della giunta per le immunità che nel luglio scorso aveva dichiarato decaduto l’ex giornalista dal mandato di parlamentare perché condannato con sentenza passata in giudicato. Il voto dell’odg è stato accolto da un lungo applauso. In precedenza Forza Italia aveva presentato 3 odg, ritirandone poi due prima del voto. In uno di questi vi era la richiesta di ritorno in Giunta del caso dell’ex direttore del Tg1 condannato per peculato in via definitiva per l’utilizzo improprio delle carte di credito aziendali. La decisione dell’assemblea è stata accolta da un lungo applauso.

“Siamo chiamati a decidere su questioni particolarmente delicate – ha detto il Senatore del Psi Enrico Buemi nel corso della dichiarazione di voto – che investono frontalmente la nostra concezione della democrazia e dello Stato di diritto. Apparentemente discutiamo del destino del senatore Minzolini, ma in sostanza discutiamo della nostra civiltà giuridica, della nostra democrazia e dell’autonomia e separazione dei poteri. Discutiamo della nostra capacità di tenere separato il campo delle responsabilità penali da quello delle strumentalizzazioni politico-giudiziarie che sono state causa del disastro politico-giudiziario del nostro Paese”. “Di fronte ad una condanna, perché di questo si tratta colleghi, non di un automatismo ma di una decisione di condanna nei confronti del collega, io assumo l’atteggiamento della prudenza che in colui che deve giudicare deve essere sempre mantenuta: prudenza nell’attribuire, prudenza nel giudicare, prudenza in particolare quando la decisione è definitiva”.