Fumata nera alla Camera. Il Cavaliere torna al centro

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Come era scontato la fumata è stata nera. Nell’Aula della Camera dei deputati alla prima votazione per eleggere il presidente, nessuno ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, ovvero 420 voti, richiesta al primo scrutinio. Servirà una nuova votazione.

Nel primo giorno della XVIII Legislatura Riccardo Nencini, segretario del Psi eletto Senatore alle ultime elezioni politiche, ha depositato il disegno di legge già presentato il 7 maggio del 2013 (n.643) che propone l’introduzione di una normativa per regolamentare le attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei decisori pubblici. Si tratta di una legge sulle lobby che tutt’oggi non esiste in Italia. “Primo disegno di legge della nuova legislatura sulle lobby appena presentato. Battaglia storica, e speriamo sia la volta buona”, ha scritto Nencini sul suo profilo Facebook. Nencini è stato il primo parlamentare e membro del governo ad istituire spontaneamente  un registro pubblico degli incontri con i portatori di interesse presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove sono riportati  i dettagli degli incontri con i lobbisti. Il disegno di legge vuole introdurre una particolare garanzia sulla trasparenza del meccanismo di pressione che i portatori di interessi particolari svolgono nei confronti dei decisori pubblici. Il disegno di legge, infatti si fonda su alcuni pilastri: trasparenza – attraverso l’istituzione di un registro dei rappresentanti di interessi; partecipazione democratica; garanzia di pubblicità delle informazioni; conoscibilità di formazione dei processi decisionali.

Tornando alle presidenze, dopo l’ingarbugliarsi della trattativa Pd, M5s, Fi e Lega hanno deciso di votare scheda bianca. Per il secondo e terzo scrutinio il regolamento abbassa il quorum ai 2/3 dei votanti, contando anche le schede bianche. “Il M5s sbaglia a porre veti, ma sbaglia anche chi si arrocca su un solo nome: ognuno di noi, in questo momento deve parlare con tutti e mettersi di lato di qualche centimetro, noi della Lega ci siamo messi di lato di un chilometro…”, dice Matteo Salvini. In una nota di Forza Italia si conferma che gli azzurri al terzo scrutinio del Senato voteranno per Paolo Romani. Insomma il gioco della scheda bianca rimesso al centro il Cavaliere. Lega e 5 Stelle si sono incartate da sole e hanno permesso a Silvio Berlusconi di rientrare in scena quanto basta per bloccare le prove tecniche di accordo dei due vincitori delle elezioni del quattro marzo. Il Pd gioca di rimessa e vota scheda bianca a primo scrutinio in attesa che altri indichino delle soluzioni. Ma i “vincitori” si sono resi conto che per governare serve la maggioranza e che in un sistema proporzionale che ha prodotto tre minoranze serve un accordo. “Spetta a M5s e centrodestra indicare una soluzione, non ci sono riusciti. Spetta a loro avanzare una proposta, siamo in attesa di capire quale” afferma il dem Ettore Rosato. Indicazione di scheda bianca anche da Forza Italia.

Al momento i vertici del M5S ribadiscono la massima disponibilità ad un incontro tra leader ma senza Silvio Berlusconi. Anche se “il punto vero non è l’incontro ma l’insistenza su Paolo Romani. Se questa viene meno possiamo diventare concavi e convessi e la situazione può sbloccarsi”, spiega una fonte autorevole del M5S descrivendo l’apertura, da parte dei pentastellati a un nome alternativo del centrodestra per il Senato, inclusi quelli che stanno girando in queste ore. Evidentemente un pretesto in quando “la scusa” dei 5 Cinque Stelle su Romani non regge. Ma l’insistenza del centrodestra su Romani produrrebbe uno scontro, con un’ipotesi: che al ballottaggio i senatori del M5S votino un candidato del Pd, come potrebbe essere Luigi Zanda, cercando un’asse proprio con i Dem. “Il punto è che non voteremo mai Romani, e non ci asterremo”, si spiega dal Movimento. Ma è Rosato a smentire questa ipotesi: “Nessun grillino ci è venuto a dire che sono disponibili a votare come presidente Luigi Zanda o uno del Pd. L’ho letto ma sono voci fatte trapelare e non proposte fatte alla luce del sole”. “La presidenza del Senato – ha aggiunto – è la seconda carica dello Stato – e noi non siamo interessati a farci prendere in giro e nemmeno Luigi Zanda lo è. Sin da dopo le elezioni M5s e centrodestra hanno detto che hanno vinto le elezioni e che si sarebbero presi una presidenza per ciascuno, e ora stiamo a questo punto”.

Per ora il groviglio si complica. Una situazione di stallo determinata dalla superficialità di approccio con un metodo di lavoro chiaramente insufficiente. “Nessuno – afferma il reggente Pd Martina – si assume la responsabilità piena e invece giocano sui tatticismi, così il groviglio anziché districarsi si complica”.

L’ACCORDO

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Centro destra e Lega hanno trovato la quadra per le presidenze delle Camere. Senato a Forza Italia, Camera ai Pentastellati mentre alla Lega va la candidatura della presidenza del Friuli e Salvini si lascia  libero per Palazzo Chigi.  A deciderlo i tre leader del centrodestra, Berlusconi, Salvini e Meloni, nel corso del vertice a palazzo Grazioli in vista della partita per la presidenza delle Camere che si apre venerdì. Insomma sarà un esponente del partito di Silvio Berlusconi il nome che la coalizione proporrà agli altri partiti. “Confidiamo che una tale proposta così rispettosa del voto degli italiani – dichiarano i leader – possa essere accolta positivamente da tutte le forze in campo. A tal fine, anche per concordare i nomi dei presidenti e dei vicepresidenti di Camera e Senato, i leader del centrodestra invitano i rappresentanti delle altre forze politiche ad un incontro congiunto nella giornata di domani”.

Un “comune percorso” che assegni la presidenza della Camera a M5S e quella del Senato al centrodestra e garantisca un’equa rappresentanza di tutti gli altri gruppi nelle vicepresidenze. Al termine di due ore e mezza di vertice a Palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni mettono nero su bianco quella che a loro avviso dovrà essere la road map per venire a capo del rebus delle presidenze della Camere. La questione presidenti sarà oggetto dell’incontro di domani dei gruppi parlamentari di Camera e Senato dei 5 Stelle. L’assemblea, si apprende da fonti interne al movimento, si terrà alle 13.

L’opzione è per un metodo quanto più condiviso possibile, che riconosce da una parte la legittimità delle richieste dei grillini per Montecitorio, in qualità di “primo gruppo parlamentare”, ma che dall’altra si riserva il diritto di indicare il nome della seconda carica dello Stato, senza sottostare a veti di sorta da parte delle altre forze. Se è vero che il comunicato congiunto ufficiale del centrodestra diffuso a fine riunione non fa menzione di possibili veti esterni, è stato il “prevertice” che si è tenuto attorno a mezzogiorno tra lo stato maggiore di Forza Italia (al quale oltre a Berlusconi erano presenti Renato Brunetta, Paolo Romani, Nicolò Ghedini e Gianni Letta) l’occasione per far filtrare la volontà del Cavaliere e dei suoi di tenere il punto sul nome del capogruppo uscente Paolo Romani sulla presidenza del Senato, a dispetto delle perplessità espresse nei giorni scorsi sul fronte pentastellato.

Berlusconi, dopo aver congedato i suoi più stretti collaboratori al termine di un briefing durato circa un’ora ha accolto Salvini e Meloni, accompagnati rispettivamente da Giancarlo Giorgetti e Ignazio La Russa. Una conferma indiretta ma “pesante” del fatto che la Lega ha pienamente avallato lo schema secondo cui lo scranno più alto di Palazzo Madama spetta a Forza Italia, è arrivata inoltre dal post che il leader della Lega ha pubblicato su Facebook poco dopo la fine del vertice, nel quale si annunciava di fatto il via libera del Cavaliere alla candidatura del suo capogruppo uscente alla Camera Massimiliano Fedriga a governatore del Friuli Venezia-Giulia, dove Forza Italia aveva inizialmente insistito per la candidatura di Renzo Tondo. Inoltre, se ufficialmente la questione delle presidenza delle Camere è stata svincolata da quella del futuro governo, è certo che nell’atteggiamento della Lega di oggi ha pesato anche la determinazione di Salvini di giocare fino in fondo la partita per Palazzo Chigi. Salvini che, tra l’altro, alla fine della riunione in via del Plebiscito si è recato in visita dall’ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg.

Secondo la strada proposta dai tre leader del centrodestra, a suggellare l’intesa sui vertici dei due rami del Parlamento dovrà ora essere un “incontro congiunto” con tutte le altre forze politiche, che dovrà necessariamente avere luogo domani, dati i tempi ristretti che separano le parti in causa dall’apertura del sipario sulla XVIII legislatura.

Pessimista il fondatore della Lega Umberto Bossi: “Salvini non riesce a trovare un accordo con i Cinquestelle, sono due uguali. Lui e Di Maio hanno le mani bucate, si diceva una volta”. “Son due che non hanno capito che i soldi prima si fanno e poi si possono spendere – ha detto il senatur – ma Salvini ha guardato qual era la categoria più numerosa: i pensionati. E facendo la battaglia contro la legge Fornero a favore dei pensionati ha beccato un sacco di voti”. “Il governo? Ci sarà un governo del presidente”.

BIOTESTAMENTO IN AULA

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La legge sul biotestamento subito in Aula. Sarà esaminata dall’Aula del Senato a partire dalla seduta di martedì pomeriggio. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, riunita dal presidente Pietro Grasso. Il disegno di legge sullo ius soli invece è stato inserito “all’ultimo punto” del calendario dei lavori.

E così il provvedimento – approvato alla Camera lo scorso aprile e fermo in commissione a Palazzo Madama – riuscirà a vedere la luce, salvo improvvisi (e già avvenuti) passi indietro di qualcuno, grazie all’intesa che, tramite il capogruppo Luigi Zanda, ne ha chiesto la calendarizzazione immediata. “È un finale perfettamente in linea con l’intera legislatura che si è contraddistinta per aver cambiato il Paese in tema di diritti civili e politiche sociali a sostegno dei più deboli” ha detto il presidente dei senatori del Pd. “Il biotestamento, la legge sui testimoni di giustizia attesissima dall’ordinamento giudiziario, la legge sugli orfani di crimini domestici, lo Ius soli. Un calendario ambizioso ma realizzabile se, responsabilmente, tutti i gruppi collaboreranno evitando ostruzionismi e interventi finalizzati a rallentare i lavori. Ho proposto non solo di lavorare fino al giorno prima delle festività natalizie ma anche che a tutti i gruppi parlamentari di collaborare seriamente per rendere il nostro programma di calendario realizzabile”, ha concluso Zanda.

Favorevole Mdp, contrari i centristi di Ap che hanno minacciato di mettere i bastoni tra le ruote del provvedimento. “Se non verranno accolte le nostre richieste sul ruolo del medico e su alimentazione e idratazione, che non sono trattamenti medici, Alternativa popolare voterà no” ha ribadito Maurizio Lupi. “Lasceremo libertà di coscienza ma vogliamo entrare nel merito” del ddl ha aggiunto la capogruppo di Ap, Laura Bianconi sottolineando che Ap in ogni non accetterà la fiducia. Contraria anche la Lega (che ha annunciato 1820 emendamenti), mentre Forza Italia probabilmente darà libertà di coscienza ai suoi senatori.

Favorevole il commento dei socialisti. “Finalmente – ha detto la presidente del gruppo del Psi alla Camera Pia Locatelli – il provvedimento arriva in Aula al Senato. Ora è essenziale che venga approvato senza modifiche per evitare un nuovo passaggio alla Camera che impedirebbe di avere una legge entro la fine della legislatura. I numeri in Senato ci sono: diamo subito una risposta alle richieste di cittadini e cittadine di poter scegliere fino alla fine a quali cure sottoporsi”. “Siamo felici – ha aggiunto la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani – che finalmente la Conferenza di Capigruppo di Palazzo Madama abbia deciso di inserire al primo punto del calendario dei lavori dell’Aula l’esame del ddl sul biotestamento. Abbiamo abbandonato per troppo tempo donne e uomini che ci chiedevano semplicemente di poter esprimere la loro volontà nel momento più drammatico della loro vita. Non c’è più tempo da perdere. Il testamento biologico va approvato entro il termine della legislatura. È un nostro dovere, è un loro diritto”.

Soddisfazione anche da parte di Fassino: “La calendarizzazione dei provvedimenti relativi al biotestamento, allo Ius Soli e culturae, ai testimoni di giustizia e ai minori orfani di femminicidio, conferma quanto questa legislatura, con quei provvedimenti e con leggi già approvate sulle unioni civili e il Dopo di noi, riconosca giusta centralità ai diritti civili e di cittadinanza”. “È impegno adesso del Partito Democratico e dei suoi gruppi parlamentari operare con determinazione per l’approvazione di tutti i provvedimenti all’ordine del giorno”, ha aggiunto.

Secondo Emma Bonino invece la riunione dei capigruppo ha messo in evidenza quello che ha definito “una competizione tra diritti”. “Se salta lo ius soli – ha detto – credo che sia un problema del Pd nel dialogo con i cittadini, aldilà di noi. Devo dire che mi dà grande scoramento questa competizione tra i diritti civili, o l’uno o l’altro, come se fosse una concorrenza. Sicché penso che nello scorcio di questa legislatura il problema è di volontà politica e ognuno si assuma le sue responsabilità”. A favore invece, una volta tanto, i pentastellati. “C’è solo una cosa da dire: finalmente. Finalmente, dopo mesi di stallo, il Senato ha smesso di temporeggiare e la legge sul biotestamento approda in Aula”. “I nostri voti per l’approvazione di questa legge di civiltà ci sono”, ha affermato la senatrice del MoVimento 5 Stelle, Paola Taverna. “Vittoria. Il biotestamento arriva in aula. Adesso approviamolo senza giochini e senza modifiche. Garantiamo agli italiani un diritto fondamentale atteso da troppo tempo. Noi ci siamo” scrive su Twitter il senatore del M5s Vito Crimi dimenticando forse che l’ultimo tentativo per approvare il biotestamento venne fatto naufragare proprio dai 5 Stelle.

LA SCHEDA
La proposta di legge approvata dalla Camera lo scorso 20 aprile, a 10 anni di distanza dalla morte di Piergiorgio Welby e a 8 anni dalla scomparsa di Eluana Englaro, approda in Aula al Senato per il via libera definitivo (salvo sorprese) prima del termine della legislatura. Il provvedimento mira ad introdurre la possibilità di sottoscrivere le Dat, ovvero le Disposizioni anticipate di trattamento, con la previsione di poter rinunciare anche all’idratazione e alla nutrizione artificiale.

Questi i 7 pilastri della proposta di legge:
– CONSENSO INFORMATO: Con la premessa che la legge tutela il diritto alla vita, alla salute, ma anche il diritto alla dignità e all’autodeterminazione, il testo dispone che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato. Nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari e conviventi o compagni. Il consenso informato è documentato in forma scritta. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, viene espresso mediante videoregistrazione o dispositivi che la consentano. La volontà espressa dal paziente può essere sempre modificata.

– NUTRIZIONE E IDRATAZIONE ARTIFICIALE: Ogni persona maggiorenne e capace di agire ha il diritto di accettare o rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento, comprese la nutrizione e idratazione artificiali. Nutrizione e idratazione artificiali sono trattamenti sanitari in quanto consistono nella somministrazione su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivi sanitari e, di conseguenza, possono essere rifiutati o sospesi.

– ACCANIMENTO TERAPEUTICO, SEDAZIONE PROFONDA E ABBANDONO CURE: Viene sancito il divieto di accanimento terapeutico, riconosciuto il diritto del paziente all’abbandono terapeutico e viene espressamente garantita la terapia del dolore fino alla sedazione profonda continuata. Il testo della legge, così modificato durante l’esame in Aula, recita: “Il medico deve adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario. È sempre garantita un’appropriata terapia del dolore e l’erogazione delle cure palliative. Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente”.

– RESPONSABILITÀ DEL MEDICO: Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciarvi. In conseguenza di ciò, il medico è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alla buone pratiche clinico-assistenziali. È stata poi introdotta durante l’esame in Aula alla Camera una norma che, seppur in modo non diretto né esplicito, riconosce di fatto al medico l’obiezione di coscienza, in quanto dispone che “il medico non ha obblighi professionali”. Il che significa che il medico può, ad esempio, rifiutarsi di staccare la spina. Infine, la legge sul testamento biologico deve essere applicata anche dalle cliniche e strutture sanitarie cattoliche convenzionate.

– MINORI E INCAPACI: Il consenso informato è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno. Il minore o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e decisione e quindi deve ricevere informazioni sulle sue scelte ed essere messo in condizione di esprimere la sua volontà.

– DAT: ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari. Viene indicata una persona di sua fiducia (fiduciario) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Le Dat devono essere redatte in forma scritta (o videoregistrate a seconda delle condizioni del paziente) e vincolano il medico che è tenuto a rispettarne il contenuto. Tuttavia, le Dat possono essere disattese qualora appaiano palesemente incongrue o le condizioni nel frattempo siano mutate e se siano sopraggiunte nuove terapie non prevedibili al momento della loro compilazione. Con la medesima forma scritta le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. In caso di emergenza possono essere modificate o annullate anche a voce. Le Dat vengono inserite in registri regionali.

– PIANIFICAZIONE CONDIVISA DELLE CURE: Nella relazione tra medico e paziente, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi. La pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.

Senato: ius soli-vitalizi, rebus numeri

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Escluse le domeniche, i giorni festivi, lo stop di una settimana per il rush finale della campagna elettorale siciliana, la sessione di Bilancio e le vacanze natalizie, la diciassettesima legislatura è giunta davvero agli sgoccioli, sempre se davvero – come sembra essere intenzione di tutti – si andrà verso lo scioglimento delle Camera nei primi giorni di gennaio 2018 per poi tornare al voto già a marzo.

Tirando le somme, dunque, i giorni utili per approvare gli ultimi provvedimenti rimasti ‘in coda’ dopo il via libera definitivo della legge elettorale e l’atteso ok della legge di Bilancio si riducono a poco più di un mese. Due le leggi su cui governo e Pd sono tornati a spingere affinché vedano la luce prima delle urne: ius soli e vitalizi. Ma mentre salgono le chance per la legge sulla cittadinanza, i numeri e i tempi non fanno essere altrettanto ottimisti sul fronte vitalizi.

Entrambi i provvedimenti hanno incassato l’ok della Camera e sono in attesa di approdare nell’Aula del Senato, dove si profilerebbero due maggioranze diverse e trasversali a seconda del provvedimento da votare. Per il via libera allo ius soli, infatti, la maggioranza non potrebbe contare sui voti di Ap, a cui si sostituirebbero i 16 di Mdp più verdiniani e Sinistra italiana. Per i vitalizi il calcolo del pallottoliere è più complicato, visto che Ap in occasione del voto alla Camera si espresse contro, ma Mdp si astenne e al Senato l’astensione equivale a voto contrario. In ‘soccorso’, però, arriverebbero i voti dei 5 Stelle, che dello stop definitivo ai vitalizi ne hanno fatto un cavallo di battaglia sin dall’inizio della legislatura. Ma mentre lo ius soli ‘accomuna’ governo e Pd nell’intento di provare a portare a casa il provvedimento, tornando ad ipotizzare il ricorso al voto di fiducia, i vitalizi dividono gli stessi dem e il governo se ne è sempre tenuto fuori. Non è poi da sottovalutare il fattore tempo: per lo ius soli l’intenzione è di inserire la legge nel calendario dei lavori dell’Aula del Senato dopo la manovra, quindi non prima di martedì 28 novembre. Volendo, quindi, il tempo ci sarebbe, tanto più se davvero l’esecutivo porrà la questione di fiducia.

Più complicata, oltre che per una questione ‘politica’ nonché tecnica – sul testo pesa il rischio incostituzionalità secondo diversi esperti auditi in commissione – la questione vitalizi: l’unica ‘finestra’ possibile sarebbe quella compresa nei primi 10-15 giorni di dicembre, dopodiché la manovra tornerà per l’ultima lettura al Senato. Sulla carta, lo ius soli può contare su una forbice che va da 150 a 160 sì, mentre i no oscillerebbero tra i 140 e i 150. I vitalizi, sempre sulla carta, avrebbero almeno 150 voti favorevoli, grazie al ‘supporto’ dei 5 Stelle, della Lega – che alla Camera votò a favore – e dei verdiniani. Ma lo stesso Pd al suo interno e’ spaccato, nonostante sia il ‘padre’ del provvedimento, Matteo Richetti, che il segretario Matteo Renzi, nelle ultime ore abbiano rilanciato la necessità di approvare la legge. Sul testo, poi, viene confermato, ‘pesano’ forti dubbi di costituzionalità nella parte che prevede la reatroattività dell’abolizione dei vitalizi, ovvero i vitalizi verrebbero eliminati tout court per tutti gli ex parlamentari che finora li hanno percepiti e continuano a percepirli. A mettere ancora più in forse la legge è poi il rischio alto di ostruzionismo qualora dovesse approdare in Aula.

Facendo un calcolo sulla base dei numeri dei singoli gruppi al Senato, lo Ius soli può dunque contare sulla carta sui voti favorevoli dei 14 di Ala; 16 sì di Mdp (i senatori dempro sono pronti anche a votare la fiducia); 97 sì del Pd (ma tra i dem è prevista qualche defezione); 18 voti a favore delle Autonomie; 7 sì di Sinistra italiana (ma se il governo mettesse la fiducia questi non sarebbero più scontati) e qualche altro voto a favore dal Misto (gruppo che in tutto è composto da 33 senatori). I voti contrari, invece, sarebbero quelli dei 24 di Ap (ma i centristi prevedono un 5-6 voti a favore); una decina di FdL; 42 di Forza Italia; 17 di Gal (anche in questo caso alcuni singoli senatori potrebbero votare a favore); 12 Lega e 35 M5s.

Diversa, invece, la maggioranza trasversale che potrebbe dare l’ok ai vitalizi: stando a come si sono espressi i singoli gruppi nel passaggio alla Camera, il ddl Richetti può contare, sempre sulla carta, sui 35 voti di M5s; 12 della Lega; 7 Pd (in realtà sarebbero meno i si’ dei dem, viste le perplessità di molti); 14 dei verdiniani. Mdp alla Camera si astenne (al Senato sono 16 i dempro); Forza Italia alla Camera non partecipò al voto (sono 42 i senatori azzurri); Ap nel passaggio a Montecitorio voto’ contro (sono 24 in tutto i senatori centristi).
(AGI)

IL ROSATELLUM È LEGGE

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Il Rosatellum bis è legge con 214 voti a favore. In tempi record, in soli 35 giorni e con 8 diversi voti di fiducia tra Camera e Senato, vede la luce la riforma della legge elettorale frutto del patto tra Pd, Forza Italia, Ap, Psi e Lega, che poi si allarga al sostegno di altre forze, prima fra tutte quella guidata da Denis Verdini. Che nel giorno del via libera definitivo ruba la scena e interviene in Aula rivendicando il voto determinante del suo gruppo: se oggi c’è una maggioranza e c’è un nuovo sistema di voto “è merito nostro”. Non solo. L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi si pone ufficialmente all’interno della maggioranza di governo e anzi fa presagire anche qualcosa per il futuro: “Dicono che è cambiata la maggioranza. Non è vero”, scandisce in Aula, “noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo fino all’ultimo giorno della legislatura”. Mentre parla Verdini si levano dai banchi del Movimento 5 Stelle le proteste dei pentastellati, che lasciano l’emiciclo. Ma il senatore toscano non fa una piega, va avanti dritto per la sua strada e ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalle scarpe: “Norma per l’Estero fatta apposta per me? Se mi ricandido lo farò in Italia”. Verdini ne ha anche per gli ex Pd: “Capisco l’amarezza dei bersaniani, un’amarezza che forse però dovrebbero rivolgere prima di tutto a loro stessi, ai tempi nuovi che non comprendono e all’errore di rivendicare la propria storia senza averci mai fatto i conti fino in fondo”. “Ala – conclude Verdini – continuerà a fare, sulla manovra e sullo ius soli” sul quale si dice “pronto a votarlo anche domani”

Per il resto, la mattinata scorre via come da copione: nessuna sorpresa sui numeri, la legge elettorale incassa 214 sì, solo 61 i voti contrari. Il Pd regge senza crepe (non partecipano al voto i 7 ‘dissidenti’ dem, notizia già nota). Nessuna defezione di rilievo nelle file di Forza Italia e di Ap. I malumori, anche pesanti, delle ultime settimane, almeno sulla carta, sembrano rientrati. Resta lo strappo definitivo dei dempro, anche se Dario Franceschini invita a lavorare per “ricostruire in fretta una coalizione”.

Il capogruppo dem, Luigi Zanda, stigmatizza l’atteggiamento di Mdp (“è dal 2011 che avete sostenuto governi di destra”) e dei 5 Stelle, che volevano ricorrere al voto segreto solo per “una manovra politica”. Anche Zanda, in Aula, torna poi sul tema dello ius soli, auspicando che il governo ponga la fiducia per approvare la legge.

I 5 Stelle, che ieri al fianco di Beppe Grillo sono scesi in piazza, ci vanno giù duro: il Rosatellum è “una legge ‘bunga bunga’ che resuscita un pluricondannato”. Arriva poi il ‘mea culpa’ di Roberto Calderoli, che annuncia il voto favorevole della Lega pur “col naso turato”: “Sono stato ingiusto a definire la mia legge ‘Porcellum’, le porcate sono venute dopo”. Per Paolo Romani si scrive oggi “una buona pagina della storia dlela Repubblica”, afferma il capogruppo di FI.

Come annunciato ieri, in un intervento duro contro la forzatura della fiducia, Giorgio Napolitano vota a favore della legge. Vota invece contro il senatore a vita ed ex premier Mario Monti . Da questa sera il testo della legge elettorale sarà sulla scrivania del Presidente della Repubblica. Mattarella, più volte invocato da M5s e Mdp perché non firmasse la legge, si prenderà il tempo necessario per esaminarla, molto probabilmente un giorno, al massimo due.

L’esito di questo esame non pare poter riservare grosse sorprese: al Capo dello Stato competono margini assai ristretti per non firmare una legge, che dovrebbe essere macroscopicamente anticostituzionale per subire uno stop dal Quirinale. E a favore del Rosatellum gioca anche il risultato del voto, che rappresenta una maggioranza amplissima e per di più trasversale.

FIDUCIA E PROTESTE

senatoL’obiettivo delle forze che sostengono la legge elettorale è assicurare a tutti e 5 i voti di fiducia, il numero legale in Aula. La prima fiducia al “Rosatellum” è passata con 150 sì, 61 no e nessun astenuto. I presenti sono stati 219 e i votanti 211. Sì anche al secondo voto di fiducia con 151 sì, 61 no e nessun astenuto. I presenti sono stati 220, i votanti 212. Per quanto riguarda la terza votazione il numero legale è stato raggiunto solamente grazie all’apporto dei senatori di Ala. In questo caso i sì sono stati 148, 61 i no. Nessun astenuto. I presenti sono stati 217, i votanti 209. Via libera anche alla quarta fiducia con 150 voti a favore, 60 i no. Nessun astenuto. I presenti sono stati 217, i votanti 210. Mentre l’Aula del Senato, dopo aver respinto un emendamento presentato all’articolo 5 del “Rosatellum”, approva l’articolo 5 ma senza fiducia, con voto elettronico.

È da giorni che la maggioranza, ma anche Forza Italia e Lega, fanno di conto per blindare il Rosatellum bis e assicurare i voti necessari perché le votazioni scorrano via senza intoppi. Il problema è sempre lo stesso: garantire il numero legale, visto che M5S, Sinistra italiana e Mdp potrebbero ‘giocare’ sul numero delle presenze e delle assenze nell’emiciclo per tentare di affossare la legge.

L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non ha partecipato alla prima fiducia e non parteciperà neanche alla seconda, nel suo atteso intervento ha assicurato il suo sostegno alla legge elettorale con il suo sì al voto finale. Ma non sono mancate le critiche, sia di merito che di metodo. Il suo voto a favore è dettato della necessità della stabilità. Ha parlato anche di pressioni indebite sul presidente del Consiglio. “Mi pronuncio – ha detto – con tutte le problematicità e le riserve che ho cercato di motivare, per la fiducia al Governo Gentiloni, per salvaguardare il valore della stabilità, per consentire, anche in questo scorcio di legislatura, continuità nell’azione per le riforme e per una più coerente integrazione europea”.

Già nella mattinata il M5S, che ha manifestato al Pantheon contro il Rosatellum, e Mdp non hanno partecipato al voto per approvare il verbale d’Aula, votazione che si svolge all’inizio della seduta. Le presenze necessarie per assicurare il numero legale sono di 133 senatori. Salito a 143 nella seconda. Quorum che vale per la prima ‘chiama’ ma che sembra destinato a salire di alcune unità in quelle successive visto che alcuni assenti potrebbero essere chiamati a votare qualora i numeri fossero a rischio.

Da stamattina maggioranza, governo e le forze di centrodestra che sostengono la riforma, pallottoliere alla mano, stanno decidendo come regolarsi per centrare l’obiettivo: e, al momento, la scelta propenderebbe anche verso assenze ‘mirate’ e ‘strategiche’ tra le fila di Forza Italia e Lega. Anche il gruppo di Ala giocherà un ruolo fondamentale: i 14 senatori verdiniani potrebbero restare in Aula e votare la fiducia al governo, una fiducia ‘tecnica’ o ‘di scopo’, come l’hanno definita gli stessi verdiniani, che però solo in 12 garantirebbero il loro sì.

Il numero legale, da regolamento, è assicurato dalla presenza della metà più uno degli aventi diritto. A questo numero, bisogna sottrarre i sentori che risultano assenti per congedo o missione. Ovvero, in missione possono essere i ministri o chi ha ricevuto un incarico istituzionale da palazzo Madama. In congedo invece sono i sentori che hanno ottenuto un permesso. Ciò non toglie che anche questi possano all’ultimo momento decidere di partecipare al voto. Dopo la prima votazione di oggi sul verbale, risultano essere in tutto 56 gli assenti ‘giustificati’. I senatori in congedo, sempre da regolamento, non possono essere più di 1/10 dei componenti dell’Assemblea, e dunque non più di 32.

E mentre l’iter legge prosegue il Psi ha lanciato la sua protesta sui sondaggi apparsi ultimamente in quanto tra le “società – si legge in un comunicato stampa apparso sul sito istituzionale del partito – che si occupano di sondaggi politico elettorali ce ne sono alcune che non solo non riportano pubblicamente la percentuale di consenso del partito indicata dai cittadini interpellati sull’intenzione di voto, ma omettono persino di annoverare il Psi tra le opzioni di scelta a disposizione dell’interlocutore”. “il Partito Socialista Italiano – continua il comunicato – è una realtà politica radicata nel Paese, con una sua rappresentanza nel Parlamento, nel Governo e nelle amministrazioni regionali e locali. Alla luce di questa notizia, giunta attraverso un militante del partito intervistato telefonicamente, la Direzione del Psi provvederà immediatamente a chiedere conto alle principali società di sondaggi politici di questo atteggiamento gravissimo e inammissibile che lede il partito e inganna i cittadini”.

Il Rosatellum verso l’Aula, tra voti segreti e fiducia

senatoLegge elettorale al giro di boa dell’Aula del Senato. Con ogni probabilità il Rosatellum arriverà nell’emiciclo di Palazzo Madama senza mandato al relatore, visto che è stato calendarizzato dalla conferenza dei capigruppo per martedì prossimo, 24 ottobre, senza la formula ‘ove concluso l’esame in commissione’. È possibile quindi che il Governo ponga la questione di fiducia, anche se il dado non è stato ancora tratto in attesa di leggere gli emendamenti che verranno presentati in Aula. Il termine scade lunedì 23 alle ore 13.

Intanto, concluso il giro di audizioni dei costituzionalisti, la prima commissione di palazzo Madama porta avanti il lavoro sulla riforma. Sono 181 le proposte di modifica dei gruppi parlamentari depositate stamattina. Due arrivano anche dal Partito democratico, e sono a prima firma Claudio Micheloni, eletto nella circoscrizione Europa, e Francesco Giacobbe, eletto nella circoscrizione Oceania. Tutte e due riguardano il voto degli italiani all’estero, e chiedono la soppressione della norma, ribattezzata da alcuni ‘salva Verdini’, che consente di eleggere fuori patria anche chi risiede nel territorio italiano.

Facendo i conti sulle richieste dei partiti, M5S ha presentato 69 emendamenti, Sinistra italiana 41 e Mdp 28, il gruppo Misto 12, 13 dal Gal, 7 da ‘Idea’, 4 dalla Lega e 1 dalle Autonomie. Anche Alternativa popolare ha presentato 4 emendamenti. A questi si aggiungono i 2 del Pd. Da lunedì pomeriggio, in attesa dei lavori d’Aula che iniziano il giorno dopo, si comincerà a votare in commissione. Da parte sua il Governo sta a guardare. Alcune proposte di modifica avanzate dal Movimento 5 Stelle, nella commissione presieduta da Salvatore Torrisi, riguardano le minoranze linguistiche. Su questa parte della legge possono chiedere il voto segreto.

La parte sulle minoranze linguistiche, viene però osservato in ambienti della maggioranza di Governo, non è quella dirimente rispetto al complesso delle norme contenute nel Rosatellum. Ma se anche per l’Aula si dovessero presentare proposte di modifica che implicano il voto segreto, questo verrebbe considerato un atteggiamento ostruzionistico. L’indicazione è che si vuole procedere come accaduto nei mesi scorsi sul Tedeschellum, poi affossato, che porterebbe di conseguenza l’utilizzo dello strumento della fiducia.

In commissione ed in Aula, sulla carta, l’accordo trasversale sulla legge supera i numeri che appoggiano il Governo Gentiloni, visto che anche Lega, Forza Italia e Ala si schierano a favore del provvedimento. Per il Carroccio, per FI, e probabilmente anche per i 14 senatori verdiniani, resta però l’incognita della fiducia e dell’atteggiamento da assumere. Il punto è se partecipare al voto per garantire il numero legale, oppure, visto che l’astensione è comunque preclusa perché al Senato equivale a voto contrario, non partecipare. Mossa, quest’ultima, che pero’ aprirebbe alle altre forze di opposizione il varco per tentare il blitz e far mancare il numero legale.

Quanto alle votazioni in Assemblea, se il Governo porrà la questione di fiducia, a Palazzo Madama si sottolinea che con ogni probabilità bisognerà declinarla al plurale: ci sarà infatti più di un voto e c’è chi, dall’opposizione, già ieri sottolineava di almeno 5 fiducie per approvare il testo. In quel caso ci vorrà poi anche un voto finale sul ddl nel suo complesso, che non sarà, da regolamento, a scrutinio segreto. Atteso, in Aula, l’intervento del presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha già avuto modo di criticare la decisione del governo di porre la questione di fiducia. L’obiettivo della forze che sostengono il Rosatellum resta quello di approvare la legge in settimana, possibilmente giovedì 26, e passare poi alla sessione di Bilancio. Fuori dal Palazzo ci sarà la protesta dei 5 Stelle, convocata per mercoledì 25 che potrebbe protrarsi fino al giorno dopo.

Vitalizi. Il Senato vota compatto No alla richiesta M5S

zanda-300x200Sale la tensione tra i pentastellati e i dem dopo il no di Palazzo Madama alla richiesta del M5S di usare la procedura di urgenza nella discussione del progetto di legge Richetti sui vitalizi di deputati e senatori e dei consiglieri regionali. “Non la passeranno liscia – avverte Grillo dal suo blog – Il Pd ha l’enorme responsabilità di aver illuso i cittadini che per una volta avrebbero votato un provvedimento giusto dopo migliaia di voti vergogna. Faremo nomi e cognomi di chi saboterà il provvedimento e salvare i vitalizi perché gli italiani devono sapere con chi hanno a che fare”.
Ma intanto hanno votato contro la richiesta dei grillini praticamente tutti i gruppi, anche quelli come il Pd e Sinistra italiana che avevano votato a favore alla Camera.
“I senatori e le senatrice del Pd respingeranno la richiesta d’urgenza del M5s”, ha spiegato durante la dichiarazione di voto in aula il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda. Zanda spiega che la discussione del ddl in aula “non potrebbe iniziare prima di settembre”, allora “perché presentarla ora?. Il Movimento 5 stelle continua a praticare una politica parlamentare tutta puntata sulla ricerca non di quel che è più urgente per risolvere i problemi dell’Italia, quanto su quel che può servirgli per battere la gran cassa della propaganda. Questa è la principale ragione per la quale il gruppo del PD respingerà la richiesta di urgenza. Con la richiesta di urgenza i senatori del Movimento 5 stelle vogliono apparire all’opinione pubblica italiana come i campioni dell’antipolitica, dell’antipartitismo, come i rappresentanti dell’antisistema”. “Smettiamo di chiamare vitalizi ciò che il Parlamento ha trasformato in pensioni” è ancora l’invito del capogruppo Pd. “Veramente non si accorgono che stanno usando dei metodi da regime… non se ne accorgono”, dice in Aula Zanda rivolgendosi ai senatori M5s che lo interrompono continuamente durante il suo intervento sulla deliberazione di urgenza per il Ddl sull’abolizione dei vitalizi. A conclusione del senatore Zanda dai banchi del Movimento cinque stelle si leva il grido: “Buffoni, buffoni”. Il presidente Grasso è costretto ad alzare la voce per riportare l’ordine in Aula.

Codice Antimafia. Sì (non convinto) del Senato

senatoLa riforma del Codice Antimafia passa al Senato con 129 sì, 56 no e 30 astenuti. Il testo torna ora alla Camera. “Credo – è stato il primo commento del Guardasigilli Andrea Orlando – che ci siano le condizioni per portarla fino in fondo”. Orlando esclude il rischio che la riforma del Codice antimafia si possa impantanare alla Camera. Quanto a eventuali modifiche, Orlando aggiunge che “ci sono opinioni diverse” e che “si verificherà se i rilievi sono fondati”. “In caso faremo ricognizione serena, se saranno necessarie modifiche – conclude – e dove introdurle”.

Dubbi di costituzionalità arrivano dal segretario del Psi Riccardo Nencini. La modifica al nuovo codice antimafia che prevede la confisca preventiva dei beni anche agli indiziati per reati di corruzione “l’ho già detto e lo ripeto, è una misura che rischia di essere, è la mia opinione, incostituzionale”. “Noi abbiamo proposto addirittura per la microcriminalità il sequestro dei beni del reo – ha aggiunto – naturalmente una volta che si è confermato reo, passato da un tribunale”.

Precedentemente l’Aula aveva approvato con voto per alzata di mano la proposta di coordinamento dei relatori, facendo decadere in tal modo tutte le altre proposte di coordinamento. Nella proposta di coordinamento dei relatori che è appena passata nell’aula del Senato si specifica con esattezza (e a norma dell’articolo 81 del Regolamento) la ripartizione della somma di 20 milioni che è stata stanziata nel prossimo triennio e cioè “7 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018 e 2019 e nel limite di 6 milioni di euro per l’anno 2020”. In più si è corretta anche un’altra parte del provvedimento: all’articolo 34 del ddl è stato tolto il riferimento ad alcuni commi che risultavano già trasferiti (con un emendamento approvato in Aula nei giorni scorsi) ad altra norma.

Il testo è stato approvato con la defezione di Alternativa Popolare, ma anche da parte di alcuni senatori del Pd. Astenuti i senatori dei Cinquestelle. Critica la posizione di Raffaele Cantone, presidente dell’autorità per l’anticorruzione, che nei giorni scorsi aveva sollevato delle obiezioni al provvedimento. “Prendo atto, è giusto che sia così“ ha detto Cantone. Sollecitazioni che saranno riprese alla Camera. Ma i tempi sono stretti.

Per l’esattezza solo 7 senatori di Ap (ai quali era stata lasciata libertà di voto) hanno votato sì alla riforma del Codice Antimafia. Il provvedimento era stato definito “strategico” per la maggioranza dal capogruppo Pd Luigi Zanda. E in 16 non hanno votato, mentre uno solo, Maurizio Sacconi, ha detto no al ddl. Numerose le assenze anche nel Pd: sono 12 i Dem che non hanno votato. E anche tra i senatori M5S che avevano annunciato l’astensione in 11 risultano assenti. E le vistose assenze anche nel gruppo Misto, in Ala (7) e in FI (9) hanno contribuito ad abbassare il quorum.

 Ue: dal Senato ok alla risoluzione di maggioranza

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Aula del Senato ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo con 154 si, 56 no e 34 astenuti. Ma ha approvato anche quella che ha come prima firma quella del capogruppo di FI, Paolo Romani, che è stata decisamente la più votata con 228 sì, 9 no e 10 astenuti. È passata anche quella di Ala riformulata con 172 sì e 20 no. Mentre sono state respinte quelle di Lega e M5S.

“Ci troviamo in un frangente per l’Europa di grandissimo interesse: non c’è stato il crollo che molti avevano temuto o auspicato, ma non deve esserci l’illusione che l’Europa se l’è cavata e va bene così”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in Aula al Senato nel suo intervento sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue. “Questo è il momento di investire per cambiare e far crescere il progetto europeo. C’è una grande opportunità e se avrà il sostegno del Parlamento, con le distinzioni ovvie tra maggioranza e opposizione, il governo italiano in questa grande opportunità potrà svolgere il ruolo che compete a uno dei grandi Paesi fondatori”.

Al centro del discorso ovviamente il terrorismo: “Gli ultimi attentati ci dicono che il terrorismo è una minaccia comune che ha bisogno di risposte comuni. Con lo scambio di informazioni” e con una linea “molto esigente dell’Ue”, sulla scia della dichiarazione del G7 di Taormina, “verso i grandi player del web perché la radicalizzazione può essere contrastata da chi detiene le chiavi di un numero impressionante di dati. La Rete, luogo di libertà, non puo’ diventare una minaccia per la nostra sicurezza”.

E sulla Brexit: “Il Consiglio europeo che si riunisce domani e dopodomani, si riunisce esattamente a un anno di distanza dal referendum britannico che si tenne il 23 giugno 2016. Doveva essere un anno orribile per l’Unione europea e le previsioni non sono state del tutto rispettate, viviamo in un clima certamente complicato ma molte delle previsioni di quelle settimane si sono rivelate infondate”. “Lunedì si sono aperti formalmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito e sono iniziati in un clima in cui chi esce non si presenta al tavolo con una forza contrattuale particolare. L’Italia non è favorevole né a una hard Brexit né a una soft Brwexit ma serve chiarezza nei rapporti tra un Paese così importante e l’Ue e in particolare chiarezza sui diritti e sul destino delle centinaia di migliaia di nostri concittadini che risiedono nel Regno Unito”. Comque, ha proseguito “la Brexit più che una campana a morto per il progetto dell’Ue è stata una robustissima sveglia. Forse ricorderemo il voto inglese più che come inizio della fine, come un campanello di allarme che ha messo il progetto dell’Unione al centro della discussione pubblica del nostro Continente. Quel progetto ha confermato la propria vitalità e resta centrale per il nostro futuro”.

Punto che non poteva mancare nel suo intervento la crescita economica che per il premier “non può essere soffocata da regole concepite in un periodo diverso, quando sarebbe stato difficile pensare a una crescita dell’Europa del 2%. Non bastano i numeri, non bastano i decimali”. Servono “lavoro, inclusione, crescita: è questo che determina il successo dell’Unione europea a livello internazionale. Noi lo diciamo da tempo e ci auguriamo che non sia più solo una battaglia italiana: l’Europa deve cambiare, dobbiamo avere la forza di farla cambiare”.

Altro tema caldo quello sui migranti: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles. Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”. “Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.

E infine una considerazione: “L’Unione deve cambiare e dobbiamo avere il coraggio di dire: ci riconosciamo nel carattere strategico dell’Unione, ma perché si sviluppi, l’edificio dell’Unione ha bisogno di essere cambiato. Mi auguro che questa missione possa essere rafforzata dalla nuova leadership francese”.