Infrastrutture. Psi: “Dal governo passi indietro”

cantiere stradale

Un Paese al palo. Fermo alle intenzioni e agli annunci. Un Paese che sta imboccando una china dannosa, sostenuta da una idea pericolosa: quella del non fare. È la realizzazione della decrescita felice ipotizzata dal fondatore dei 5 Stelle. O molto più semplicemente è la incapacità di realizzare. Nel campo delle infrastrutture l’applicazione della teoria del non fare sta riuscendo nel modo migliore. “Dalla maggioranza di governo – afferma il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, durante i lavori della commissione Lavori pubblici del Senato – arrivano quotidianamente segnali preoccupanti circa lo sviluppo e la sicurezza delle infrastrutture del Paese. L’elenco delle opere bloccate da questo governo e finanziate dai precedenti esecutivi è lunghissimo, ma oggi in ottava commissione un’altra ‘sorpresa’ che rischia di mandare in fumo tutti gli sforzi messi in atto negli anni passati: sarà indebolito e definanziato il partenariato per la logistica e i trasporti e vi sarà una riduzione drastica –  1 miliardo e 827 milioni – di fondi destinati ad Anas”.

Una situazione che Nencini definisce “preoccupante”. Poi spiega il motivo: “Vedremo venir meno l’ambiziosa stagione di pianificazione per le infrastrutture e i servizi per il trasporto merci che avevamo messo in campo per implementare il sistema logistico del Paese e renderlo più efficiente. Inoltre – prosegue Nencini – è un segnale pericoloso quello di sottrarre fondi alla manutenzione e alla messa in sicurezza della viabilità stradale: i governi precedenti avevano aumentato i fondi Anas e destinato ben il 40% degli investimenti previsti nel piano pluriennale proprio alla manutenzione”.

“Come se non bastasse, anche gli studi e le campagne di sensibilizzazione per la sicurezza stradale, su cui noi avevamo investito e creduto, subiranno una battuta d’arresto. Di questo passo – conclude Nencini – saranno i cittadini a pagare, in termini di sicurezza, le scelte scellerate, seppur tracciate confusamente, di questo Governo”.

Solo pochi giorni fa il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti aveva attaccato duramente il ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli, accusandolo di “parlare a vanvera” e di non ottenere quei risultati operativi fondamentali per la ripresa di Genova e di tutta la Regione. Aveva affidato il suo pensiero a un durissimo comunicato stampa in risposta alle dichiarazioni fatte dall’esponente 5 Stelle nel corso della trasmissione televisiva “L’Aria Che Tira”. “Il Ministro Toninelli non perde occasione per dimostrare la propria ignoranza e incapacità”. Sulla vicenda del ponte Morandi Toti è stato un fiume in piena: “Toninelli forse non si rende neppure conto che è stato proprio lui a fare il più grande favore ad Autostrade, inventandosi una legge per cui, prima volta nella storia, il danneggiato paga e chi è oggettivamente responsabile del disastro, Autostrade per l’Italia, sta con le braccia conserte a guardare. Sono il primo che vuole individuare e punire i colpevoli della strage ma questo compito spetta alla magistratura e non all’investigatore Toninelli. Io, è vero, avrei fatto pagare e ricostruire il ponte a quella società, sotto controllo pubblico, come si fa in tutto il mondo. Questo avrebbe consentito di demolire e ricostruire in fretta, senza intoppi e senza costi. Toninelli, al contrario, si è divertito a sperimentare pittoresche teorie, usando i liguri come cavie. Tutti noi, ora, speriamo che il Commissario Bucci, con il suo lavoro, riesca a mettere una toppa ai disastri compiuti dal Ministro. Sperando che nessuno faccia ricorso, incrociando le dita e trattenendo il fiato”.

Intanto si allunga l’elenco delle opere incompiute. O di quelle di cui ancora non sono stati aperti i cantieri. Nel frattempo l’Europa sta perdendo la pazienza sulla Tav.

Nencini: “Tria servitore di due padroni”

Giovanni Tria

Riccardo Nencini, segretario del Psi, dopo l’intervento fatto in Aula al Senato dal Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha detto: “Tria al Senato su manovra economica? Poco convincente, soprattutto nel motivare come finanzierà reddito di cittadinanza e riforma pensioni dopo la giravolta imposta dall’Europa. Spiace dirlo: è un economista di pregio ma somiglia ad arlecchino servo di due padroni”.

Nencini ha concluso: “Presentata risoluzione: una nuova governance per la zona Euro, rilancio riforme strutturali, potenziamento investimenti, tutela del risparmio eroso da spread e aumento tassi interesse”.

Il governo è al lavoro per scongiurare la procedura d’infrazione. Intervenendo in Aula al Senato sulla manovra, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato: “E’ in corso un intenso dialogo con l’Ue, un dialogo improntato ad individuare una possibile posizione condivisa nel rispetto delle priorità individuate dal governo. La bocciatura della manovra da parte della Commissione europea apre alla prospettiva di una procedura sul debito, prospettiva che pone il governo e il Parlamento sovrano di fronte alla necessità di assumere una decisione di forte responsabilità e di attuare un’operazione verità. Bisogna valutare attentamente se si possono trovare spazi finanziari per un migliore equilibrio dei conti, se si possono trovare spazi nuovi. L’obiettivo che ci poniamo con la manovra è affrontare i problemi concreti, non certo organizzare un affronto all’Europa o un’uscita dall’euro. Noi ce la metteremo tutta per essere responsabili verso i cittadini e verso l’Ue. Dobbiamo tenere conto dei timori dei partner europei e poi bisogna tener conto dell’alto livello dello spread. Vi è inoltre la necessità di non divergere dalle regole derivanti dai nostri impegni europei nella misura in cui ciò rischia di produrre di per sé effetti negativi sulla crescita e sulla stessa politica espansiva decisa, facendo aumentare il costo di finanziamento del debito. La manovra, che si è limitata ad aumentare il deficit per finanziare misure che avessero al contempo effetti positivi sulla crescita sul lungo periodo ed effetti espansivi nel medio periodo, ha due obiettivi:  aumentare il tasso di crescita e ridurre il rapporto debito-pil. E i pilastri per raggiungere questi obiettivi sono: il rilancio degli investimenti, l’avvio delle riforme fiscali, il rafforzamento delle politiche per il contrasto della povertà, per il lavoro e la riforma del sistema pensionistico. Scelte di politica economica su cui non accettiamo lezioni di morale dall’opposizione. Non è nostra intenzione parlare di responsabilità del passato e ho ricordato che si tratta della nostra storia comune ma nel momento in cui dialoghiamo con la Commissione europea, nel dibattito domestico non accettiamo che qualcuno venga a farci la morale in tema di politiche per la crescita. Negli ultimi anni c’è stato un aumento della spesa corrente per finanziare la stagione dei tanti bonus con oneri che continuano a pesare sul nostro bilancio”.

Il vicepremier Luigi Di Maio, sui numeri della manovra, ha ribadito: “Credo nel dialogo, nella possibilità di trovare una soluzione insieme alle istituzioni europee, l’importante è che si facciano le cose che abbiamo detto agli italiani. Noi non tradiremo i cittadini per colpa di qualche numerino”.

Il vicepremier Matteo Salvini, arrivando a Palazzo Chigi per il Consiglio dei ministri, ha detto: “Spostare l’asticella del rapporto deficit/Pil dall’ormai noto 2,4%? Non fatemi parlare di numeri, parliamo di sostanza, i numeri arrivano alla fine. Gli italiani non mi chiedono i numeri, ma chiedono lavoro, pensioni, meno tasse, reddito, quindi una volta che gli esperti ci avranno fatto il totale dei numeri avremo un numero, però noi partiamo dai fatti e poi arriviamo ai decimali”.

L’Ue intanto ha ribadito la sua posizione. Oggi a Bruxelles, Valdis Dombrovskis, il vice presidente della Commissione europea responsabile per l’euro, durante una conferenza stampa, ha detto: “Ciò che si richiede all’Italia è di rispettare gli impegni che aveva preso al Consiglio Ecofin dello scorso mese di luglio, ovvero un miglioramento del deficit/Pil strutturale dello 0,6%, mentre la manovra del governo prevede un peggioramento dello 0,8%; si tratta di un divario molto grande, pari all’1,2%. E’ chiaro che ci deve essere una correzione sostanziale, non marginale della traiettoria di riduzione del deficit”. Prima, un giornalista gli aveva chiesto se la riduzione dal 2,4% al 2,2%, o anche al 2%, del rapporto deficit/Pil programmato dalla manovra italiana per il 2019 sia sufficiente a scongiurare una procedura per deficit eccessivo.

Dombrovskis, poi, ha aggiunto: “Il peggioramento dello spread è certamente visto dalla Commissione come un fattore che ha impatto sulle imprese italiane e le banche. Perciò, è importante che la traiettoria del deficit nella manovra sia corretta verso il basso anche per minimizzare questi effetti sull’economia”.

Il commissario ha sottolineato che l’aumento sostanziale dei rendimenti dei titoli di Stato italiani registrato recentemente ha innescato un aumento del costo dei finanziamenti delle società e delle famiglie, e ha avuto conseguenze sulla fiducia degli investitori, tanto che la Commissione, nelle sue ultime previsioni economiche, per il 2019 ha rivisto al ribasso le stime per la crescita dell’Italia, dall’1,3 all’1,1 per cento”.

Il messaggio della Ue è chiaro ed inequivocabile: gli impegni vanno rispettati. I fatti dimostrerebbero che il governo giallo-verde non sta mantenendo gli impegni assunti con l’Ue, ma neanche quelli con gli italiani. Non è certo colpa dell’opposizione se agli italiani, durante la propaganda elettorale, Lega e M5S hanno promesso la ‘luna nel pozzo’.

Salvatore Rondello

Condono Ischia. Governo battuto: Ira del M5S

aula senato

“Governo in minoranza sul condono di Ischia: battaglia vinta dall’opposizione”. Lo ha affermato il segretario del Psi Riccardo Nencini, al termine dei lavori in Commissione al Senato durante i quali la maggioranza è stata battuta sul condono per Ischia per 23 voti a 22 sul decreto emergenze.

E’ stato approvato l’emendamento all’articolo 25 che disciplina le pratiche di condono edilizio a Ischia. Secondo quanto si apprende, sarebbe risultato decisivo il voto del senatore del M5S Gregorio De Falco. L’ex capitano di fregata ha spiegato: “L’emendamento in questione è stato presentato da Papatheu di Forza Italia ed era analogo a quello che avevo presentato io”. Alla domanda se abbia votato con le opposizioni, De Falco si trincera dietro un no comment.

Intanto l’ira dei vertici M5S si abbatte su di lui, sotto accusa per aver votato con le opposizioni l’emendamento al dl Genova che modifica le norme sul condono edilizio per Ischia su cui il governo aveva dato parere contrario. Per aver mandando giù l’esecutivo, dal vertice dei grillini trapela rabbia e questa sarebbe l’accusa: “Il punto è che sono uscite le rendicontazioni e De Falco non vuole restituire. Vuole farsi cacciare. Questo è il punto. Ma quando uno vota con Forza Italia ha segnato il suo cammino. Prima, però, dovrà restituire i soldi agli alluvionati”.

Questo diktat lascia intendere che per De Falco l’espulsione sia ormai dietro l’angolo. Non solo, nel mirino dei vertici è finita anche Paola Nugnes e gli altri ‘ribelli’ accusati di remare contro. A quanto si apprende, nel Movimento si sta addirittura verificando se il regolamento del Senato consenta di spostarli in Commissioni parlamentari meno decisive.

“Quanto al dl Genova, si va avanti e domani in Aula si porta a casa”, così direbbero gli stessi vertici M5S.

E così, da quanto riferiscono i vertici M5S, i senatori De Falco e Nugnes vanno subito fuori dal gruppo M5S al Senato: sarà il capogruppo Stefano Patuanelli a commutare la sanzione ai due ribelli. Per Nugnes si profila la sospensione, per De Falco l’espulsione dal Movimento. Ma entrambe le sanzioni comporterebbero l’immediata l’uscita dal gruppo al Senato, con probabile passaggio al misto. Solo in un secondo momento arriveranno le sanzioni decise dal collegio dei probiviri, che riguarderanno non solo Nugnes e De Falco ma anche, stavolta per il ‘dossier dl sicurezza’, Elena Fattori, Matteo Mantero e Virginia La Mura.

L’ex premier Matteo Renzi, senatore del Partito democratico, ha commentato: “Il Governo è stato battuto sul condono edilizio. Voglio dire pubblicamente grazie ai senatori Cinque Stelle che hanno avuto il coraggio di votare contro questa schifezza”.

Con l’uscita dei cinque ‘grillini’, la maggioranza di governo al Senato si ridurrebbe ad un solo voto.

S. R.

Inps, quali le condizioni per concedere prestiti ai pensionati

Polo unico di tutela della malattia

PUBBLICATI I DATI DEL II TRIMESTRE 2018

È stato recentemente pubblicato l’osservatorio Inps sul polo unico di tutela della malattia contenente i dati relativi al II trimestre 2018.

In questo trimestre si registra un incremento del numero dei certificati rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente per il settore privato (+3,9%) mentre si rileva una diminuzione per il comparto pubblico (-2,2%). Al rialzo del numero dei certificati nel settore privato corrisponde un aumento meno che proporzionale del numero dei giorni di malattia (+1,1%) mentre nel comparto pubblico alla diminuzione del numero dei certificati si osserva un decremento più che proporzionale dei giorni di malattia (-4,8%).

Nel secondo trimestre del 2018, per le visite mediche d’ufficio del settore privato, si registra, rispetto al trimestre precedente, una drastica contrazione del tasso di idoneità, vale a dire il rapporto tra il numero di visite con esito di idoneità al lavoro e il numero di visite effettuate. Questo indicatore si riduce da 40 a 15 ogni cento visite. Anche il tasso di compressione prognosi si riduce in modo marcato passando da 6,3 a 4,2.

Queste riduzioni sono da imputare, in buona parte, alla sospensione, a partire dal marzo 2018, dell’utilizzo del modello statistico di data mining “Savio” che consentiva all’Inps di concentrare le visite mediche di controllo sui casi in cui è più ragionevole ipotizzare che il certificato medico del lavoratore riporti una prognosi non coerente con lo stato di salute.

A tale proposito giova ricordare che la sospensione del modello “Savio” è stata decisa dall’Ente di previdenza a seguito dell’intervento del Garante della privacy il quale ha avviato un procedimento sanzionatorio nei confronti dell’Istituto per la violazione di più norme vigenti a tutela della riservatezza dei dati personali.

Al riguardo, è bene chiarire che, tra le variabili considerate nel modello Savio, non vi sono assolutamente i dati nosologici relativi alla malattia da cui è affetto il lavoratore, dato particolarmente sensibile e quindi soggetto a specifiche restrizioni di trattamento da parte della legislazione sulla privacy.

L’Inps confida, in ogni caso, nella collaborazione con il Garante della Privacy sotto gli auspici della Commissione Lavoro del Senato (presso la quale sia l’Inps che il Garante sono stati auditi sull’argomento) al fine di trovare una soluzione al problema che da un lato, permette di tutelare la privacy dei lavoratori e, dall’altro di evitare un ulteriore spreco di risorse pubbliche, consentendo all’Inps di svolgere in maniera efficiente ed efficace le visite mediche di controllo per la malattia.

Assistenza fiscale: nuovo servizio Inps

I contribuenti che hanno presentato il modello 730, indicando l’Inps quale sostituto d’imposta per l’effettuazione dei conguagli fiscali, possono verificare tramite il servizio “Assistenza fiscale (730/4): servizi al cittadino”, presente sul sito istituzionale, le risultanze contabili inviate all’Inps dall’Agenzia dell’Entrate, da caf o associazioni o professionisti abilitati.

Oltre alla funzione di consultazione delle risultanze contabili e delle eventuali trattenute o rimborsi effettuati mensilmente sulle prestazioni erogate in applicazione di tali risultanze, il servizio consentiva tra l’altro di effettuare on line, entro lo scorso il 30 settembre, la richiesta di annullamento e di variazione della seconda rata d’acconto Irpef o della cedolare secca .

Inps

PRESTITI AI PENSIONATI

Il legislatore ha esteso anche ai pensionati la possibilità di contrarre prestiti personali estinguibili con una trattenuta diretta sulla rata della pensione. Per offrire la massima tutela ai pensionati, l’Inps ha definito tutte le modalità e le condizioni necessarie per concedere tali prestiti. Si tratta, in pratica, di un prestito che il pensionato può ottenere da un istituto di credito e rimborsare attraverso un addebito automatico che l’Inps effettua sulla sua pensione. Il prelievo non può superare un quinto dell’importo mensile della pensione. E poiché il pensionato può cedere fino a un quinto della propria pensione, la rata dipende dall’importo dell’assegno stesso.

L’importo cedibile è calcolato al netto delle trattenute fiscali e previdenziali, e in modo da non intaccare l’importo della pensione minima stabilito annualmente dalla legge. Per questo motivo i trattamenti pensionistici integrati al minimo non possono essere oggetto di cessione. Nel caso si sia titolari di più prestazioni cedibili, il calcolo si effettua sull’importo totale delle pensioni percepite. Per accedere all’operazione, il pensionato deve richiedere il prestito alla Banca o alla Società finanziaria. L’Inps provvede poi a versare la quota stabilita trattenendola direttamente dalla pensione.

La durata del contratto di prestito non può andare oltre i dieci anni ed è obbligatoria la copertura assicurativa per il rischio di premorienza del titolare del trattamento previdenziale.

La cessione del quinto può essere chiesta su tutte le prestazioni pensionistiche, ad eccezione di: pensioni e assegni sociali; invalidità civili; assegni mensili per l’assistenza ai pensionati per inabilità; assegni di sostegno al reddito(VOCred, VOCoop, VOeso); assegni al nucleo familiare; pensioni con contitolarità per la quota parte non di pertinenza del soggetto richiedente la cessione; prestazioni di esodo ex art. 4, commi da 1 a 7 – ter, della Legge n. 92/2012.

Per ottenere un prestito con cessione del quinto, il pensionato deve prima richiedere  la comunicazione di cedibilità della pensione: un documento in cui viene indicato l’importo massimo della rata del prestito.

La quota cedibile deve essere richiesta personalmente dal pensionato presso qualsiasi Sede Inps e va consegnata alla banca o alla società finanziaria con la quale stipulare il contratto di finanziamento. Nel caso in cui il pensionato, per la stipula del contratto, si rivolga ad un ente finanziario convenzionato con l’Inps, la comunicazione di cedibilità verrà elaborata direttamente dalla Banca/Finanziaria attraverso un collegamento telematico con l’Istituto stesso, e i tassi di interesse applicati al contratto di prestito saranno più vantaggiosi.

Per contenere il livello dei tassi di interesse e tutelare i pensionati, l’Inps ha predisposto una Convenzione, sottoscritta da numerose Banche e Società finanziarie, che garantisce tassi più favorevoli rispetto a quelli di mercato. L’elenco delle Banche e degli Istituti convenzionati è disponibile sul sito istituzionale dell’Inps www.inps.it

L’ultimo decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 27 settembre 2018, emanato al riguardo, ha indicato i Tassi Effettivi Globali Medi (TEGM) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari nel 4° trimestre 2018, in vigore dal 1° ottobre al 31 dicembre. Il messaggio Inps del 3 ottobre 2018, n. 3629 riporta i tassi soglia del Tasso Annuo Effettivo Globale ( TAEG) da utilizzare per i prestiti estinguibili con cessione del quinto dello stipendio e della pensione.

Welfare

450 MILIARDI SPESI NEL 2016

Nel 2016 la spesa complessiva per pensioni, sanità e assistenza è stata di 451,903 miliardi di euro contro i 447,36 miliardi del 2015 (+4,5 miliardi pari al +1% circa): pari a 181,225 miliardi di euro (176,303 nel 2015, con una crescita del 2,75%) la quota finanziata da contributi sociali versati dalla produzione, a fronte di una restante quota pari a circa 270,678 da erogare ricorrendo alla fiscalità generale (e quindi ricorrendo alle tasse pagate). E’ quanto emerge dall’Approfondimento 2018 sulle ‘Dichiarazioni dei redditi ai fini Irpef 2016 per importi, tipologia di contribuenti e territori e analisi Irap’, realizzato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali e sostenuto da Cida, Confederazione Italiana Dirigenti e Alte Professionalità. Il rapporto è stato presentato al Cnel.

Il risultato, sottolineano gli autori del Rapporto (Alberto Brambilla e Paolo Novati), è che “per finanziare la spesa per la protezione sociale sono occorse anche tutte le imposte dirette – l’Irpef (ordinaria, regionale e comunale), l’intero importo di Ires, Isos e Irap – e ulteriori 40,1 miliardi (34,5 nel 2015)”. “Se di questo importo 32,5 miliardi derivano da contribuzioni Inail e altre prestazioni temporanee, i restanti 7,6 miliardi sono da ricavare attingendo alle imposte indirette, vale a dire Iva e accise”, spiegano.

“Una situazione indubbiamente difficile -commenta Brambilla- e che lo diventa ancor di più se si considera che il nostro Paese non vive uno dei suoi momenti migliori neppure sotto i profili di finanza pubblica, occupazione e produttività”.

Ma come si finanzia quindi il “generoso” sistema di welfare italiano? Nel dettaglio, si legge nel Rapporto, il totale dei redditi 2016 dichiarati ai fini Irpef tramite i modelli 770, Unico e 730 ammonta a 842,977 miliardi di euro, 10 in più rispetto al 2015, con un incremento di circa l’1,2%, e 25,7 in più rispetto al 2014.

Su questi redditi sono stati complessivamente versati ai fini Irpef 163,377 miliardi di euro (al netto del bonus da 80 euro, di cui beneficiano ben 11.468.245 di contribuenti, per uno sconto totale sull’Irpef pari a 9,367 miliardi di euro), rispetto ai 162,750 miliardi dell’anno precedente, dei quali 146,680 – pari all’89,78% del totale – per Irpef ordinaria, 11,948 miliardi per l’addizionale regionale – pari al 7,31% del totale – e 4,749 miliardi – pari al 2,91% del totale – per l’addizionale comunale (stabili rispetto al 2015).

Fatto 100 il totale dei redditi e l’Irpef dichiarata nel 2008, nel 2016 i valori sono pari rispettivamente a 107,72 e 103,77. Se non ci fosse stato il bonus Renzi, le imposte avrebbero raggiunto il valore di 109,72. In pratica, mentre la spesa per il welfare aumenta, si riduce di circa 6,448 miliardi il finanziamento a mezzo di Irpef ordinaria.

Commercio

IN 6 ANNI SPARITI OLTRE 6MILA NEGOZI

La liberalizzazione del commercio introdotta dal governo Monti, concedendo la facoltà ai negozianti di stare aperti 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno, domeniche e festivi compresi, ha contribuito, in 6 anni, alla chiusura di 55.951 negozi di piccole e medie dimensioni, con superfici inferiori ai 400 mq. Ma non solo, nello stesso periodo che va dal 2011 al 2017, i megastore, al contrario, sono aumentati di oltre 2.400 unità in Italia. E’ quanto emerge da un’elaborazione condotta da Confesercenti su dati Istat e Mise per l’Adnkronos in vista del round di audizioni che si è recentemente svolta a partire dal 25 settembre scorso, alla commissione Attività produttive della Camera, su cinque proposte di legge in tema di liberalizzazioni per abrogare o modificare le norme contenute dal decreto Salva Italia.

In particolare, la Confesercenti rileva che con la totale “deregulation” degli orari e dei giorni di apertura, complice naturalmente il calo dei consumi delle famiglie, ad aver subito il maggiore contraccolpo sono stati soprattutto gli esercizi commerciali di dimensioni più piccole: quelli con una superfice inferiore ai 50 metri quadri hanno registrato 31.594 chiusure; a seguire quelli tra i 50 e 150 mq con – 22.873. Perdite di gran lunga inferiori per i negozi tra 150 e 250 mq (-754) e tra 250 e 400 mq (-730). In controtendenza risultano quindi i megastore con 2.419 nuove aperture.

Lo scenario si riflette, di conseguenza, sulle quote di mercato dei consumi commercializzati. La Gdo nei 6 anni considerati ha guadagnato 7 miliardi pari ad un incremento di circa il 3% a danno dei piccoli. Nel 2011 infatti la Gdo aveva una quota di mercato pari al 57,7%, salita nel 2016 al 60,2%, laddove il comparto ‘tradizionale’, nel medesimo periodo, è passato dal 29,8% al 27,2%. In crescita anche il commercio online che ha guadagnato il 2,5 punti percentuali passando da una quota dell’1,9% al 4,4%. Mentre altre forme di commercio hanno perso terreno passando dal 10,6% a 8,2%.

La liberalizzazione inoltre, secondo l’indagine di Confesercenti, ha inciso negativamente sull’occupazione complessiva del settore senza creare posti di lavoro aggiuntivi: tra il 2012 e il 2016 infatti, gli occupati del commercio sono passati da 1.918.675 a 1.888.951 con una perdita di 29.724 posti di lavoro.

Un calo dovuto soprattutto alla moria di piccoli negozi. A spingere il dato verso il basso è infatti il crollo dei lavoratori indipendenti, cioè imprenditori e collaboratori familiari, che in questi quattro anni sono diminuiti di oltre 62mila unità, e la flessione degli esterni (imprenditori della consulenza e altro, che appoggiavano la rete dei negozi di vicinato) che invece perdono oltre 17mila posti di lavoro. Un’emorragia di occupazione che la crescita dei dipendenti (+47mila) e dei lavoratori temporanei (oltre 3.400 in più) non è riuscita a compensare.

Carlo Pareto

Confindustria: decreto Dignità parte da presupposti sbagliati

tria

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in audizione nella Commissione Finanze del Senato, ha affermato: “Pace fiscale non significa varare nuovi condoni  ma pensare a un fisco amico del contribuente, che favorisca l’estinzione dei debiti. In Italia gli oneri amministrativi per i contribuenti sono già molto elevati. La loro presenza spesso finisce con favorire le attività sommerse e le organizzazioni produttive informali”.

Il ministro Tria, in merito al rallentamento dell’economia, ha affermato: “Quanto alle previsioni, quelle più recenti degli organismi internazionali per il 2019 indicano un rallentamento dell’economia dei principali Paesi europei, pur mantenendo tassi di crescita ampiamente positivi, che evidentemente avrà effetti anche sull’economia italiana. Nell’anno in corso è ancora possibile conseguire una crescita non lontana da quella programmata”.

Sono in arrivo novità per l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive. Il ministro, alla domanda se all’interno della riforma strutturale del fisco c’è anche l’Irap, ha risposto: “Certo. Si tratta di un’imposizione che non ha mai goduto del mio favore, da un punto vita della logica economica. Deve rientrare nel pacchetto della riforma che si sta studiando”.

Poi sulla flat tax il ministro dell’Economia ha detto: “La task force istituita per attuare il programma di governo ha l’obiettivo di analizzare i profili di gettito e distributivi del sistema in vista della definizione della flat tax, in un quadro coerente di politica fiscale e in armonia con i principi costituzionali di progressività dell’imposta. Principi che, invece, l’attuale struttura dell’Irpef fa difficoltà a garantire”.

Secondo il titolare di via XX Settembre: “In Italia occorre ripristinare condizioni di stabilità e certezza per attrarre investimenti esteri e per sostenere i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Per raggiungere questi obiettivi è necessario adottare azioni strutturali fortemente orientate a: rendere la tassazione più favorevole alla crescita, perseguire la semplificazione degli adempimenti, migliorare la tax compliance, preparare il terreno alla riduzione della pressione fiscale”.

Parlando anche del reddito di cittadinanza, Tria ha detto: “Non costa, sarà finanziato con strumenti di welfare già esistenti. Il costo della misura non può essere considerato addizionale ma in parte sostitutivo di altre misure. Si dovrebbe quindi parlare di costo differenziale che dipenderà dal disegno specifico della norma che introdurrà il reddito di cittadinanza”.

Ma allora, il ‘reddito di cittadinanza’ potrebbe essere soltanto la ridenominazione di altre forme di welfare assistenziale già esistenti senza produrre un sostanziale impatto sia sul bilancio che sulla distribuzione della ricchezza.

Già adesso, con il cosiddetto ‘decreto dignità’, la polemica con la Confindustria assume toni sempre più aspri.

Nella relazione di Confindustria presentata in occasione dell’audizione di alcuni suoi rappresentanti, tra cui il direttore generale, Marcella Panucci, davanti alle Commissioni riunite di Lavoro e Finanze alla Camera, si legge: “Il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento, esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione oltre quelli stimati nella Relazione tecnica al Decreto (in cui si fa riferimento a un abbassamento della durata da 36 a 24 mesi)”. Il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, ha commentato: “Pensiamo che il decreto dignità  parta da presupposti sbagliati e non tenga in considerazione i dati effettivi degli ultimi anni. C’è il presupposto di aumento eccessivo della precarietà. Noi condividiamo la lotta agli abusi, ma nel decreto ci sono misure eccessive rispetto all’obiettivo.  I dati non mostrano un aumento della precarietà. Secondo l’associazione degli industriali, la migliore strada è agire sul costo del contratto a tempo indeterminato, con una riduzione netta del costo del lavoro. Il punto critico   è la reintroduzione delle causali, che non costituiscono un vero meccanismo di tutela, ma un onere e un rischio sia per l’impresa che per il lavoratore. Siamo dell’idea che dovrebbero essere eliminate almeno per i contratti fino a 24 mesi. Le novità introdotte sull’indennità di licenziamento, rendono più difficile l’applicazione di contratti a termine e scoraggiano quelli a tempo indeterminato. Sarebbe opportuno, aggiunge, evitare brusche retromarce sulle riforme già avviate, mentre serve che il quadro delle norme sia assicurato da stabilità e certezza. Attraverso l’esame del decreto in Parlamento, si potranno approvare correzioni che garantiranno una crescita sostenibile e inclusiva dell’Italia, favorendo la competitività delle imprese e la valorizzazione del lavoro. Il decreto dignità  di fatto non distingue la delocalizzazione buona da quella selvaggia  che va contrastata, per il quale le misure contenute nel decreto renderanno più incerto e più imprevedibile il quadro di regole in cui operano le imprese, disincentivando gli investimenti e limitando la crescita.

Infine, il contrasto alla ludopatia contenuto nel dl dignità è condivisibile ma il divieto assoluto della pubblicità ci sembra eccessivo. Quelle prese di mira dal documento sono attività lecite che se troppo vincolate rischiano di dare spazio a quelle illecite. Si potrebbero immaginare meccanismi differenti, chiarendo meglio gli spot. La pubblicità ha un valore informativo”.

Di Maio ha replicato a Confindustria dicendo: “Terrorismo psicologico sul ‘Dl Dignità’. Sono gli stessi che gridavano alla catastrofe se avesse vinto il ‘No’ al referendum”.

I sindacati non si sarebbero ancora espressi, mentre l’attuale Governo sembrerebbe avviarsi in un pericoloso percorso giustizialista di matrice giacobina in cui facilmente possono perdersi i ‘lumi della ragione’ tra incoerenze e contraddizioni.

Salvatore Rondello

Decreto dignità, voucher della discordia

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“Tra oggi e domani ci sarà il testo definitivo del decreto dignità”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, rispondendo alle domande dei senatori dopo aver presentato le linee guida dei suoi dicasteri. Il “decreto dignità” è ancora in attesa della firma del Capo dello  Stato e dell’approdo in Gazzetta ufficiale a oltre una settimana dall’approvazione in Cdm. E porta con sé, sul fronte lavoro, un complessivo aggravio burocratico, ed economico, sui datori. Tra le modifiche possibili in Parlamento, il ritorno dei voucher. I buoni lavoro che il governo Gentiloni aveva eliminato per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil. Da allora questo strumento non è ancora stato rimodellato o sostituito con un altro. Ora il governo è diviso. La Lega ne rivuole la reintroduzione, mentre per il M5s è più difficile capire quale sia la linea di pensiero.

Inizialmente ha sempre frenato, escludendo del tutto un potenziale utilizzo di questo strumento. Quasi fosse un punto dirimente, una battaglia ideologica che non prevedesse alternative possibili. Tanto che le parole dette da Di Maio solo l’altro giorno solo così chiare da non avere bisogno di interpretazioni: “Se devono essere reintrodotti per sfruttare di nuovo i giovani ci sarà un muro di cemento armato del M5S. Non permetteremo nessuna reintroduzione dei voucher che lasci aperta la strada allo sfruttamento”. “Se il Parlamento – ha aggiunto Di Maio – vuole fare delle proposte migliorative va bene e siamo pronti a discutere. Ma non accetto nessun ricatto del tipo: o ci fate sfruttare i nostri giovani o li licenziamo”

Ma ora come se nulla fosse la linea cambia e arriva l’apertura: “Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”. Fatto sta che a dieci giorni e più dall’approvazione del decreto Dignità da parte del governo, il testo del provvedimento, al di là delle bozze circolate, rimane un oggetto misterioso. La cosiddetta entrata in vigore, dunque, rimane in bilico: la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale non è avvenuta. Ma di sicuro sappiamo, secondo l’annuncio del super-ministro Luigi Di Maio, che il decreto sarà votato dall’aula della Camera il 24 luglio. Un annuncio destinato, almeno nelle intenzioni del capo grillino, a mettere un freno proprio alle polemiche delle opposizioni sui ritardi dell’approdo in Parlamento del provvedimento. Ma anche un annuncio per tentare di sopire lo scontro con la Lega sul pacchetto lavoro dello stesso decreto e sulla reintroduzione dei voucher richiesta a gran voce dai leghisti. Matteo Salvini, nello specifico, ha ribadito la linea del Carroccio: “Ci sono alcuni limitati settori, penso ad agricoltura, commercio, turismo e servizi, lavori stagionali per i quali l’alternativa è lavoro nero o voucher? Io preferisco i voucher allo sfruttamento e al lavoro nero”. Posizione alla quale il ministro grillino pare essersi ora adeguato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il premier, Antonio Conte, di cui, almeno sui tempi di scontro del govereno, si sono perse le tracce. Stretto in una posisione scomoda, a metà tra il suo sponsor principale, il M5S, e la incontenibile preponderanza mediatica di Salvini.

Ironizza Matteo Renzi: “L’unica misura partorita sino ad oggi è il Decreto Dignità: era talmente urgente che nessuno trova più il testo”. Ma nel Pd non c’è una linea comune: “La parte sul lavoro va guardata con obiettività”, sostiene Orlando. Tutto questo mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, incalza: “A Di Maio chiediamo di aprire un confronto sul decreto dignità in cui condividiamo i fini come la lotta alle delocalizzazioni e ridurre l’abuso dei contratti termine, ma noi abbiamo proposte che non danneggiano il sistema economico”.

Fumata nera alla Camera. Il Cavaliere torna al centro

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Come era scontato la fumata è stata nera. Nell’Aula della Camera dei deputati alla prima votazione per eleggere il presidente, nessuno ha raggiunto la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, ovvero 420 voti, richiesta al primo scrutinio. Servirà una nuova votazione.

Nel primo giorno della XVIII Legislatura Riccardo Nencini, segretario del Psi eletto Senatore alle ultime elezioni politiche, ha depositato il disegno di legge già presentato il 7 maggio del 2013 (n.643) che propone l’introduzione di una normativa per regolamentare le attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei decisori pubblici. Si tratta di una legge sulle lobby che tutt’oggi non esiste in Italia. “Primo disegno di legge della nuova legislatura sulle lobby appena presentato. Battaglia storica, e speriamo sia la volta buona”, ha scritto Nencini sul suo profilo Facebook. Nencini è stato il primo parlamentare e membro del governo ad istituire spontaneamente  un registro pubblico degli incontri con i portatori di interesse presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, dove sono riportati  i dettagli degli incontri con i lobbisti. Il disegno di legge vuole introdurre una particolare garanzia sulla trasparenza del meccanismo di pressione che i portatori di interessi particolari svolgono nei confronti dei decisori pubblici. Il disegno di legge, infatti si fonda su alcuni pilastri: trasparenza – attraverso l’istituzione di un registro dei rappresentanti di interessi; partecipazione democratica; garanzia di pubblicità delle informazioni; conoscibilità di formazione dei processi decisionali.

Tornando alle presidenze, dopo l’ingarbugliarsi della trattativa Pd, M5s, Fi e Lega hanno deciso di votare scheda bianca. Per il secondo e terzo scrutinio il regolamento abbassa il quorum ai 2/3 dei votanti, contando anche le schede bianche. “Il M5s sbaglia a porre veti, ma sbaglia anche chi si arrocca su un solo nome: ognuno di noi, in questo momento deve parlare con tutti e mettersi di lato di qualche centimetro, noi della Lega ci siamo messi di lato di un chilometro…”, dice Matteo Salvini. In una nota di Forza Italia si conferma che gli azzurri al terzo scrutinio del Senato voteranno per Paolo Romani. Insomma il gioco della scheda bianca rimesso al centro il Cavaliere. Lega e 5 Stelle si sono incartate da sole e hanno permesso a Silvio Berlusconi di rientrare in scena quanto basta per bloccare le prove tecniche di accordo dei due vincitori delle elezioni del quattro marzo. Il Pd gioca di rimessa e vota scheda bianca a primo scrutinio in attesa che altri indichino delle soluzioni. Ma i “vincitori” si sono resi conto che per governare serve la maggioranza e che in un sistema proporzionale che ha prodotto tre minoranze serve un accordo. “Spetta a M5s e centrodestra indicare una soluzione, non ci sono riusciti. Spetta a loro avanzare una proposta, siamo in attesa di capire quale” afferma il dem Ettore Rosato. Indicazione di scheda bianca anche da Forza Italia.

Al momento i vertici del M5S ribadiscono la massima disponibilità ad un incontro tra leader ma senza Silvio Berlusconi. Anche se “il punto vero non è l’incontro ma l’insistenza su Paolo Romani. Se questa viene meno possiamo diventare concavi e convessi e la situazione può sbloccarsi”, spiega una fonte autorevole del M5S descrivendo l’apertura, da parte dei pentastellati a un nome alternativo del centrodestra per il Senato, inclusi quelli che stanno girando in queste ore. Evidentemente un pretesto in quando “la scusa” dei 5 Cinque Stelle su Romani non regge. Ma l’insistenza del centrodestra su Romani produrrebbe uno scontro, con un’ipotesi: che al ballottaggio i senatori del M5S votino un candidato del Pd, come potrebbe essere Luigi Zanda, cercando un’asse proprio con i Dem. “Il punto è che non voteremo mai Romani, e non ci asterremo”, si spiega dal Movimento. Ma è Rosato a smentire questa ipotesi: “Nessun grillino ci è venuto a dire che sono disponibili a votare come presidente Luigi Zanda o uno del Pd. L’ho letto ma sono voci fatte trapelare e non proposte fatte alla luce del sole”. “La presidenza del Senato – ha aggiunto – è la seconda carica dello Stato – e noi non siamo interessati a farci prendere in giro e nemmeno Luigi Zanda lo è. Sin da dopo le elezioni M5s e centrodestra hanno detto che hanno vinto le elezioni e che si sarebbero presi una presidenza per ciascuno, e ora stiamo a questo punto”.

Per ora il groviglio si complica. Una situazione di stallo determinata dalla superficialità di approccio con un metodo di lavoro chiaramente insufficiente. “Nessuno – afferma il reggente Pd Martina – si assume la responsabilità piena e invece giocano sui tatticismi, così il groviglio anziché districarsi si complica”.

L’ACCORDO

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Centro destra e Lega hanno trovato la quadra per le presidenze delle Camere. Senato a Forza Italia, Camera ai Pentastellati mentre alla Lega va la candidatura della presidenza del Friuli e Salvini si lascia  libero per Palazzo Chigi.  A deciderlo i tre leader del centrodestra, Berlusconi, Salvini e Meloni, nel corso del vertice a palazzo Grazioli in vista della partita per la presidenza delle Camere che si apre venerdì. Insomma sarà un esponente del partito di Silvio Berlusconi il nome che la coalizione proporrà agli altri partiti. “Confidiamo che una tale proposta così rispettosa del voto degli italiani – dichiarano i leader – possa essere accolta positivamente da tutte le forze in campo. A tal fine, anche per concordare i nomi dei presidenti e dei vicepresidenti di Camera e Senato, i leader del centrodestra invitano i rappresentanti delle altre forze politiche ad un incontro congiunto nella giornata di domani”.

Un “comune percorso” che assegni la presidenza della Camera a M5S e quella del Senato al centrodestra e garantisca un’equa rappresentanza di tutti gli altri gruppi nelle vicepresidenze. Al termine di due ore e mezza di vertice a Palazzo Grazioli, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni mettono nero su bianco quella che a loro avviso dovrà essere la road map per venire a capo del rebus delle presidenze della Camere. La questione presidenti sarà oggetto dell’incontro di domani dei gruppi parlamentari di Camera e Senato dei 5 Stelle. L’assemblea, si apprende da fonti interne al movimento, si terrà alle 13.

L’opzione è per un metodo quanto più condiviso possibile, che riconosce da una parte la legittimità delle richieste dei grillini per Montecitorio, in qualità di “primo gruppo parlamentare”, ma che dall’altra si riserva il diritto di indicare il nome della seconda carica dello Stato, senza sottostare a veti di sorta da parte delle altre forze. Se è vero che il comunicato congiunto ufficiale del centrodestra diffuso a fine riunione non fa menzione di possibili veti esterni, è stato il “prevertice” che si è tenuto attorno a mezzogiorno tra lo stato maggiore di Forza Italia (al quale oltre a Berlusconi erano presenti Renato Brunetta, Paolo Romani, Nicolò Ghedini e Gianni Letta) l’occasione per far filtrare la volontà del Cavaliere e dei suoi di tenere il punto sul nome del capogruppo uscente Paolo Romani sulla presidenza del Senato, a dispetto delle perplessità espresse nei giorni scorsi sul fronte pentastellato.

Berlusconi, dopo aver congedato i suoi più stretti collaboratori al termine di un briefing durato circa un’ora ha accolto Salvini e Meloni, accompagnati rispettivamente da Giancarlo Giorgetti e Ignazio La Russa. Una conferma indiretta ma “pesante” del fatto che la Lega ha pienamente avallato lo schema secondo cui lo scranno più alto di Palazzo Madama spetta a Forza Italia, è arrivata inoltre dal post che il leader della Lega ha pubblicato su Facebook poco dopo la fine del vertice, nel quale si annunciava di fatto il via libera del Cavaliere alla candidatura del suo capogruppo uscente alla Camera Massimiliano Fedriga a governatore del Friuli Venezia-Giulia, dove Forza Italia aveva inizialmente insistito per la candidatura di Renzo Tondo. Inoltre, se ufficialmente la questione delle presidenza delle Camere è stata svincolata da quella del futuro governo, è certo che nell’atteggiamento della Lega di oggi ha pesato anche la determinazione di Salvini di giocare fino in fondo la partita per Palazzo Chigi. Salvini che, tra l’altro, alla fine della riunione in via del Plebiscito si è recato in visita dall’ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg.

Secondo la strada proposta dai tre leader del centrodestra, a suggellare l’intesa sui vertici dei due rami del Parlamento dovrà ora essere un “incontro congiunto” con tutte le altre forze politiche, che dovrà necessariamente avere luogo domani, dati i tempi ristretti che separano le parti in causa dall’apertura del sipario sulla XVIII legislatura.

Pessimista il fondatore della Lega Umberto Bossi: “Salvini non riesce a trovare un accordo con i Cinquestelle, sono due uguali. Lui e Di Maio hanno le mani bucate, si diceva una volta”. “Son due che non hanno capito che i soldi prima si fanno e poi si possono spendere – ha detto il senatur – ma Salvini ha guardato qual era la categoria più numerosa: i pensionati. E facendo la battaglia contro la legge Fornero a favore dei pensionati ha beccato un sacco di voti”. “Il governo? Ci sarà un governo del presidente”.

BIOTESTAMENTO IN AULA

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La legge sul biotestamento subito in Aula. Sarà esaminata dall’Aula del Senato a partire dalla seduta di martedì pomeriggio. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, riunita dal presidente Pietro Grasso. Il disegno di legge sullo ius soli invece è stato inserito “all’ultimo punto” del calendario dei lavori.

E così il provvedimento – approvato alla Camera lo scorso aprile e fermo in commissione a Palazzo Madama – riuscirà a vedere la luce, salvo improvvisi (e già avvenuti) passi indietro di qualcuno, grazie all’intesa che, tramite il capogruppo Luigi Zanda, ne ha chiesto la calendarizzazione immediata. “È un finale perfettamente in linea con l’intera legislatura che si è contraddistinta per aver cambiato il Paese in tema di diritti civili e politiche sociali a sostegno dei più deboli” ha detto il presidente dei senatori del Pd. “Il biotestamento, la legge sui testimoni di giustizia attesissima dall’ordinamento giudiziario, la legge sugli orfani di crimini domestici, lo Ius soli. Un calendario ambizioso ma realizzabile se, responsabilmente, tutti i gruppi collaboreranno evitando ostruzionismi e interventi finalizzati a rallentare i lavori. Ho proposto non solo di lavorare fino al giorno prima delle festività natalizie ma anche che a tutti i gruppi parlamentari di collaborare seriamente per rendere il nostro programma di calendario realizzabile”, ha concluso Zanda.

Favorevole Mdp, contrari i centristi di Ap che hanno minacciato di mettere i bastoni tra le ruote del provvedimento. “Se non verranno accolte le nostre richieste sul ruolo del medico e su alimentazione e idratazione, che non sono trattamenti medici, Alternativa popolare voterà no” ha ribadito Maurizio Lupi. “Lasceremo libertà di coscienza ma vogliamo entrare nel merito” del ddl ha aggiunto la capogruppo di Ap, Laura Bianconi sottolineando che Ap in ogni non accetterà la fiducia. Contraria anche la Lega (che ha annunciato 1820 emendamenti), mentre Forza Italia probabilmente darà libertà di coscienza ai suoi senatori.

Favorevole il commento dei socialisti. “Finalmente – ha detto la presidente del gruppo del Psi alla Camera Pia Locatelli – il provvedimento arriva in Aula al Senato. Ora è essenziale che venga approvato senza modifiche per evitare un nuovo passaggio alla Camera che impedirebbe di avere una legge entro la fine della legislatura. I numeri in Senato ci sono: diamo subito una risposta alle richieste di cittadini e cittadine di poter scegliere fino alla fine a quali cure sottoporsi”. “Siamo felici – ha aggiunto la portavoce del Psi Maria Cristina Pisani – che finalmente la Conferenza di Capigruppo di Palazzo Madama abbia deciso di inserire al primo punto del calendario dei lavori dell’Aula l’esame del ddl sul biotestamento. Abbiamo abbandonato per troppo tempo donne e uomini che ci chiedevano semplicemente di poter esprimere la loro volontà nel momento più drammatico della loro vita. Non c’è più tempo da perdere. Il testamento biologico va approvato entro il termine della legislatura. È un nostro dovere, è un loro diritto”.

Soddisfazione anche da parte di Fassino: “La calendarizzazione dei provvedimenti relativi al biotestamento, allo Ius Soli e culturae, ai testimoni di giustizia e ai minori orfani di femminicidio, conferma quanto questa legislatura, con quei provvedimenti e con leggi già approvate sulle unioni civili e il Dopo di noi, riconosca giusta centralità ai diritti civili e di cittadinanza”. “È impegno adesso del Partito Democratico e dei suoi gruppi parlamentari operare con determinazione per l’approvazione di tutti i provvedimenti all’ordine del giorno”, ha aggiunto.

Secondo Emma Bonino invece la riunione dei capigruppo ha messo in evidenza quello che ha definito “una competizione tra diritti”. “Se salta lo ius soli – ha detto – credo che sia un problema del Pd nel dialogo con i cittadini, aldilà di noi. Devo dire che mi dà grande scoramento questa competizione tra i diritti civili, o l’uno o l’altro, come se fosse una concorrenza. Sicché penso che nello scorcio di questa legislatura il problema è di volontà politica e ognuno si assuma le sue responsabilità”. A favore invece, una volta tanto, i pentastellati. “C’è solo una cosa da dire: finalmente. Finalmente, dopo mesi di stallo, il Senato ha smesso di temporeggiare e la legge sul biotestamento approda in Aula”. “I nostri voti per l’approvazione di questa legge di civiltà ci sono”, ha affermato la senatrice del MoVimento 5 Stelle, Paola Taverna. “Vittoria. Il biotestamento arriva in aula. Adesso approviamolo senza giochini e senza modifiche. Garantiamo agli italiani un diritto fondamentale atteso da troppo tempo. Noi ci siamo” scrive su Twitter il senatore del M5s Vito Crimi dimenticando forse che l’ultimo tentativo per approvare il biotestamento venne fatto naufragare proprio dai 5 Stelle.

LA SCHEDA
La proposta di legge approvata dalla Camera lo scorso 20 aprile, a 10 anni di distanza dalla morte di Piergiorgio Welby e a 8 anni dalla scomparsa di Eluana Englaro, approda in Aula al Senato per il via libera definitivo (salvo sorprese) prima del termine della legislatura. Il provvedimento mira ad introdurre la possibilità di sottoscrivere le Dat, ovvero le Disposizioni anticipate di trattamento, con la previsione di poter rinunciare anche all’idratazione e alla nutrizione artificiale.

Questi i 7 pilastri della proposta di legge:
– CONSENSO INFORMATO: Con la premessa che la legge tutela il diritto alla vita, alla salute, ma anche il diritto alla dignità e all’autodeterminazione, il testo dispone che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata. È promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico il cui atto fondante è il consenso informato. Nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari e conviventi o compagni. Il consenso informato è documentato in forma scritta. Nel caso in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano, viene espresso mediante videoregistrazione o dispositivi che la consentano. La volontà espressa dal paziente può essere sempre modificata.

– NUTRIZIONE E IDRATAZIONE ARTIFICIALE: Ogni persona maggiorenne e capace di agire ha il diritto di accettare o rifiutare qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario indicato dal medico per la sua patologia o singoli atti del trattamento stesso. Ha, inoltre, il diritto di revocare in qualsiasi momento il consenso prestato, anche quando la revoca comporti l’interruzione del trattamento, comprese la nutrizione e idratazione artificiali. Nutrizione e idratazione artificiali sono trattamenti sanitari in quanto consistono nella somministrazione su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivi sanitari e, di conseguenza, possono essere rifiutati o sospesi.

– ACCANIMENTO TERAPEUTICO, SEDAZIONE PROFONDA E ABBANDONO CURE: Viene sancito il divieto di accanimento terapeutico, riconosciuto il diritto del paziente all’abbandono terapeutico e viene espressamente garantita la terapia del dolore fino alla sedazione profonda continuata. Il testo della legge, così modificato durante l’esame in Aula, recita: “Il medico deve adoperarsi per alleviare le sofferenze del paziente, anche in caso di rifiuto o di revoca del consenso al trattamento sanitario. È sempre garantita un’appropriata terapia del dolore e l’erogazione delle cure palliative. Nel caso di paziente con prognosi infausta a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ogni ostinazione irragionevole nella somministrazione delle cure e dal ricorso a trattamenti inutili e sproporzionati. In presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari, il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda continua in associazione con la terapia del dolore, con il consenso del paziente”.

– RESPONSABILITÀ DEL MEDICO: Il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciarvi. In conseguenza di ciò, il medico è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alla buone pratiche clinico-assistenziali. È stata poi introdotta durante l’esame in Aula alla Camera una norma che, seppur in modo non diretto né esplicito, riconosce di fatto al medico l’obiezione di coscienza, in quanto dispone che “il medico non ha obblighi professionali”. Il che significa che il medico può, ad esempio, rifiutarsi di staccare la spina. Infine, la legge sul testamento biologico deve essere applicata anche dalle cliniche e strutture sanitarie cattoliche convenzionate.

– MINORI E INCAPACI: Il consenso informato è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore o dall’amministratore di sostegno, tenuto conto della volontà della persona minore di età o legalmente incapace o sottoposta ad amministrazione di sostegno. Il minore o incapace ha diritto alla valorizzazione delle proprie capacità di comprensione e decisione e quindi deve ricevere informazioni sulle sue scelte ed essere messo in condizione di esprimere la sua volontà.

– DAT: ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento, esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari. Viene indicata una persona di sua fiducia (fiduciario) che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie. Le Dat devono essere redatte in forma scritta (o videoregistrate a seconda delle condizioni del paziente) e vincolano il medico che è tenuto a rispettarne il contenuto. Tuttavia, le Dat possono essere disattese qualora appaiano palesemente incongrue o le condizioni nel frattempo siano mutate e se siano sopraggiunte nuove terapie non prevedibili al momento della loro compilazione. Con la medesima forma scritta le Dat sono rinnovabili, modificabili e revocabili in ogni momento. In caso di emergenza possono essere modificate o annullate anche a voce. Le Dat vengono inserite in registri regionali.

– PIANIFICAZIONE CONDIVISA DELLE CURE: Nella relazione tra medico e paziente, rispetto all’evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante, può essere realizzata una pianificazione delle cure condivisa tra il paziente e il medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi. La pianificazione delle cure può essere aggiornata al progressivo evolversi della malattia su richiesta del paziente o su suggerimento del medico.

Senato: ius soli-vitalizi, rebus numeri

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Escluse le domeniche, i giorni festivi, lo stop di una settimana per il rush finale della campagna elettorale siciliana, la sessione di Bilancio e le vacanze natalizie, la diciassettesima legislatura è giunta davvero agli sgoccioli, sempre se davvero – come sembra essere intenzione di tutti – si andrà verso lo scioglimento delle Camera nei primi giorni di gennaio 2018 per poi tornare al voto già a marzo.

Tirando le somme, dunque, i giorni utili per approvare gli ultimi provvedimenti rimasti ‘in coda’ dopo il via libera definitivo della legge elettorale e l’atteso ok della legge di Bilancio si riducono a poco più di un mese. Due le leggi su cui governo e Pd sono tornati a spingere affinché vedano la luce prima delle urne: ius soli e vitalizi. Ma mentre salgono le chance per la legge sulla cittadinanza, i numeri e i tempi non fanno essere altrettanto ottimisti sul fronte vitalizi.

Entrambi i provvedimenti hanno incassato l’ok della Camera e sono in attesa di approdare nell’Aula del Senato, dove si profilerebbero due maggioranze diverse e trasversali a seconda del provvedimento da votare. Per il via libera allo ius soli, infatti, la maggioranza non potrebbe contare sui voti di Ap, a cui si sostituirebbero i 16 di Mdp più verdiniani e Sinistra italiana. Per i vitalizi il calcolo del pallottoliere è più complicato, visto che Ap in occasione del voto alla Camera si espresse contro, ma Mdp si astenne e al Senato l’astensione equivale a voto contrario. In ‘soccorso’, però, arriverebbero i voti dei 5 Stelle, che dello stop definitivo ai vitalizi ne hanno fatto un cavallo di battaglia sin dall’inizio della legislatura. Ma mentre lo ius soli ‘accomuna’ governo e Pd nell’intento di provare a portare a casa il provvedimento, tornando ad ipotizzare il ricorso al voto di fiducia, i vitalizi dividono gli stessi dem e il governo se ne è sempre tenuto fuori. Non è poi da sottovalutare il fattore tempo: per lo ius soli l’intenzione è di inserire la legge nel calendario dei lavori dell’Aula del Senato dopo la manovra, quindi non prima di martedì 28 novembre. Volendo, quindi, il tempo ci sarebbe, tanto più se davvero l’esecutivo porrà la questione di fiducia.

Più complicata, oltre che per una questione ‘politica’ nonché tecnica – sul testo pesa il rischio incostituzionalità secondo diversi esperti auditi in commissione – la questione vitalizi: l’unica ‘finestra’ possibile sarebbe quella compresa nei primi 10-15 giorni di dicembre, dopodiché la manovra tornerà per l’ultima lettura al Senato. Sulla carta, lo ius soli può contare su una forbice che va da 150 a 160 sì, mentre i no oscillerebbero tra i 140 e i 150. I vitalizi, sempre sulla carta, avrebbero almeno 150 voti favorevoli, grazie al ‘supporto’ dei 5 Stelle, della Lega – che alla Camera votò a favore – e dei verdiniani. Ma lo stesso Pd al suo interno e’ spaccato, nonostante sia il ‘padre’ del provvedimento, Matteo Richetti, che il segretario Matteo Renzi, nelle ultime ore abbiano rilanciato la necessità di approvare la legge. Sul testo, poi, viene confermato, ‘pesano’ forti dubbi di costituzionalità nella parte che prevede la reatroattività dell’abolizione dei vitalizi, ovvero i vitalizi verrebbero eliminati tout court per tutti gli ex parlamentari che finora li hanno percepiti e continuano a percepirli. A mettere ancora più in forse la legge è poi il rischio alto di ostruzionismo qualora dovesse approdare in Aula.

Facendo un calcolo sulla base dei numeri dei singoli gruppi al Senato, lo Ius soli può dunque contare sulla carta sui voti favorevoli dei 14 di Ala; 16 sì di Mdp (i senatori dempro sono pronti anche a votare la fiducia); 97 sì del Pd (ma tra i dem è prevista qualche defezione); 18 voti a favore delle Autonomie; 7 sì di Sinistra italiana (ma se il governo mettesse la fiducia questi non sarebbero più scontati) e qualche altro voto a favore dal Misto (gruppo che in tutto è composto da 33 senatori). I voti contrari, invece, sarebbero quelli dei 24 di Ap (ma i centristi prevedono un 5-6 voti a favore); una decina di FdL; 42 di Forza Italia; 17 di Gal (anche in questo caso alcuni singoli senatori potrebbero votare a favore); 12 Lega e 35 M5s.

Diversa, invece, la maggioranza trasversale che potrebbe dare l’ok ai vitalizi: stando a come si sono espressi i singoli gruppi nel passaggio alla Camera, il ddl Richetti può contare, sempre sulla carta, sui 35 voti di M5s; 12 della Lega; 7 Pd (in realtà sarebbero meno i si’ dei dem, viste le perplessità di molti); 14 dei verdiniani. Mdp alla Camera si astenne (al Senato sono 16 i dempro); Forza Italia alla Camera non partecipò al voto (sono 42 i senatori azzurri); Ap nel passaggio a Montecitorio voto’ contro (sono 24 in tutto i senatori centristi).
(AGI)