Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

Hacker Russi sul sito Wada: “Atleti Usa
dopati a Rio’’

atleti-usa-olimpiadi-rio

Molti atleti statunitensi, parecchi dei quali medagliati a Rio 2016, avrebbero fatto uso di sostanze illecite negli ultimi Giochi Olimpici in Brasile: la pesantissima accusa arriva da un gruppo di hacker russi, riusciti a entrare nel sito della Wada (agenzia mondiale antidoping) ed entrati in possesso di informazioni riservatissime.

Le accuse
Nelle carte scoperte dagli hacker, gli stessi che mesi fa avevano rivelato le mail di Hillary Clinton, ci sarebbero nomi di spicco dello sport americano. Su tutti, la ginnasta Simon Biles, vincitrice di 4 ori a Rio, che avrebbe assunto metilfenidato, uno psicostimolante, e anfetamine sotto ricetta medica. Tra i nomi ci sono anche le sorelle Venus e Serena Williams, icone del tennis, che, con decine di altri sportivi americani, avrebbero assunto sostanze giustificate da certificati di approvazione per uso terapeutico, quindi con l’ok da parte dei medici. Si aspetta che le informazioni scoperte dal gruppo di hacker siano realmente autentificate, così come la reazione da parte dei capi dello sport a stelle e strisce, ma siamo di fronte all’ennesimo caso di doping che ‘balla’ tra la polemica sportiva e quella politica.

Francesco Carci

Tennis. Wta di Cincinnati:
il sogno infranto
di Angelique Kerber

kerber1Ceca, alta 1 metro e 82 cm per 72 chili, è Karolina Pliskova la tennista che ha spento le speranze di Angelique Kerber di diventare numero uno al mondo, superando così Serena Williams. Secondo successo stagionale per la Pliskova (e sesto in carriera), dopo la vittoria a Nottingham su Alison Riske per 7/6 7/5 dello scorso giugno; seconda delusione consecutiva per la tedesca, che non ha sfruttato il forfait dell’americana, leader della classifica mondiale. Per lei al Wta di Cincinnati la strada sembrava spianata, dopo la vittoria in semifinale sulla rumena Simona Halep (e testa di serie n. 3) per 6/3 6/4. Invece la n. 2 del seeding si fa sorprendere da una scatenata Pliskova che, con dritto ad uscire e servizio potente (47 aces e 86% di prime) la supera facilmente in due set (con il punteggio di 6/3 6/1). La testa di serie n. 15 diventa, in questo modo, la prima giocatrice ceca ad aver alzato qui il trofeo. Con i circa 900 punti conquistati sale, poi, al n. 11 del mondo. Mentre non sono sufficienti i 585 che spettano alla finalista ad Angelique Kerber per diventare n. 1. In lacrime e visibilmente commossa, forse questa sconfitta le fa ancor più male dopo l’altra occasione mancata alle Olimpiadi di Rio (dove ha perso dalla portoricana Monica Puig a seguito di una dura battaglia conclusasi al terzo set per 4/6 6/4 1/6). Sicuramente lo score duro, in particolare del secondo set, le ha pesato molto; ma, probabilmente, non è stato tanto il punteggio incassato contro la Pliskova ad amareggiarla quanto la consapevolezza di ciò che aveva perso.
Tuttavia il risultato di 6/1 del secondo parziale dimostra di quanto la tedesca abbia ceduto a livello fisico, nervoso e mentale: un po’ per la stanchezza dovuta ai forti e drastici cambiamenti climatici; e un po’ per l’enorme pressione che aveva su di sé. Ad ogni modo ha già vinto mostrando tutta la sua umanità di tennista, con le sue fragilità e i momenti no o di difficoltà, con problemi da superare, ma che comunque non si arrenderà mai (come ha promesso). Non è stato facile giocare in condizioni meteo proibitive a volte: il forte vento, le interruzioni continue per pioggia (soprattutto nelle prime giornate), alternate poi successivamente ad un caldo lancinante. Brava la Pliskova a mostrarsi al top della condizione fisica, ma soprattutto giocatrice di carattere, molto decisa, determinata e pronta ad essere aggressiva e a lottare qualora servisse. La ceca ha messo in mostra un’ottima tecnica e un valido schema di gioco, di attacco ma in particolare molto solido al servizio, che le ha permesso di avere sempre un margine di sicurezza nel punteggio e di poter rimontare facilmente o consolidare agevolmente il vantaggio. Per lei enorme la gioia e la soddisfazione (inaspettata) per la vittoria, che le ha portato ben 515mila dollari.
Consolazione di 247mila e 320 dollari per Angelique Kerber che, sicuramente, continuerà a pensare a quanto sia stata a un passo dallo sfiorare il sogno. Per lei, al contrario, una sorta di “incubo” che si realizza per la seconda volta. La “maledizione” di un torneo che non riesce a vincere per la seconda volta, infatti; un trionfo che ha mancato, come accadde nel 2012, quando si arrese alla cinese Li Na per 6/1 3/6 1/6. Si tratta della quarta finale raggiunta (e persa appunto) quest’anno: prima a Brisbane da Viktoria Azarenka (per 6/3 6/1), poi da Serena Williams a Wimbledon (per 7/5 6/3), dopo dalla Puig a Rio 2016 (di cui abbiamo già detto). Ora questa dalla sorpresa del torneo del Wta di Cincinnati Karolina Pliskova.
Per quanto una sconfitta rimanga sempre tale, restando un risultato negativo, un lato positivo c’è. Dopo tutti questi ultimi turni perduti, ora la tedesca sa dove deve lavorare per diventare la n. 1 del mondo e dove sta il suo margine di miglioramento: è l’aspetto psicologico sicuramente quello che potrebbe portarle più chances; l’approccio mentale più che tattico alla partita decisiva potrebbe rappresentare per lei la svolta. Se durante tutti i match e le partite che precedono il confronto finale appare sempre combattiva e una lottatrice esemplare che corre interminatamente, quasi senza cedimenti, instancabile e con una mobilità impressionante, questa forte personalità carismatica, con cui è in grado di imporsi in campo, appare diminuire in finale (dove è più soggetta a cedimenti di carattere nervoso soprattutto: più insicura e remissiva, forse per stanchezza, è più propensa a rinunciare a lottare); meno fresca, di certo fisicamente, ma soprattutto mentalmente, va più spesso in confusione e si innervosisce più facilmente, diventando più fallosa e irregolare (quando la costanza e la regolarità sono i suoi due punti di forza). Di certo è riuscita a sfatare un falso mito e preconcetto, che vuole che una persona tedesca sia sempre integerrima e imperturbabile. Come accaduto anche alla ferrea e rigorosa statunitense: la severa e austera Serena Williams. Anche le migliori e le campionesse più forti piangono, soffrono e possono fallire, perché sono esseri umani come tutti: fatto da non dimenticare.
Sicuramente la Kerber in finale non riesce ad avere quella tranquillità che le permette di giocare con serenità e lucidità. Avere la capacità di trovarla e mantenerla per lei significherebbe giocare “sciolta’, a tutto braccio e senza problemi. D’istinto, in una parola, per la logica del RPW: relax, play and win; rilassarsi, giocare senza pensare troppo e vincere.

Murray, Mayer e Keys incoronati campioni

Andy Murray after winning Queen's finalATP a Londra del Queen’s e in Germania ad Halle. Donne impegnate nel Wta di Birmingham. Questo lo scenario sull’erba che si è appena concluso. Guardando a Wimbledon, anche se ancora manca Eastbourne. Ad accomunare tutti i tornei non solo la pioggia caduta in continuazione. Sono apparsi i tornei degli scivoloni. Le cadute sono state molte per tennisti e tenniste, che hanno rischiato seri infortuni, soprattutto a ridosso della rete, meno praticata del fondo, dove il suolo era più consumato. Una dimostrazione della pericolosità di giocare su questa superficie e ciò ha risaltato le capacità degli atleti che si sono mossi con abilità sull’erba.

I protagonisti sono stati diversi. Innanzitutto nel femminile Madison Keys, che ha conquistato il titolo e la top ten, riuscendo nell’impresa mancata per poco a Roma contro Serena Williams. Forse la tensione minore di giocare contro una tennista meno temibile quale Barbora Strycova l’ha facilitata. Colpi meno potenti, ma soprattutto un’avversaria troppo nervosa e incostante, seppur ostica. Con un netto 6/3 6/4 l’americana si è sbarazzata della ceca n. 30 del mondo, che già tanto aveva rischiato in semifinale contro la Vandeweghe. Coco si è fatta sorprendere al terzo set e ha perso con il punteggio di 2/6 6/4 6/3. In lacrime, l’americana dominava il gioco, quando la ceca è riuscita a ribaltare il match. Neppure il coach è servito a far riprendere la Vandeweghe, che non è stata in grado di bissare la vittoria della settimana precedente a ‘s-Hertogenbosch. Forse un cedimento nervoso per un accumulo di tensione enorme per essere a un passo dal conquistare due tornei, ormai vicinissima alla seconda finale consecutiva. Come al Foro Italico, Carla Suarez Navarro si è fermata in semifinale. La spagnola sicuramente è più a suo agio sulla terra.

Nel maschile Andy Murray è riuscito a trionfare in casa al Queen’s, un torneo cui tiene molto e che ha vinto già tante volte (2009, 2011, 2013, 2015 e 2016). Per il secondo anno, dunque, lo scozzese si è confermato campione, con la madre e la moglie sugli spalti ad applaudire di gioia. Ma ha dovuto faticare moltissimo e solo un po’ di fortuna gli ha dato ragione del più che valido Milos Raonic, davvero impressionante nel giocare un tennis splendido in quello che è stato il suo miglior torneo di sempre: concentrato, impostato, ordinato, deciso, ha disegnato il campo in maniera perfetta, attaccando, mettendo pressione e togliendo ritmo all’avversario. Un Murray in difficoltà ha vinto di rabbia, orgoglio e fortuna. Il canadese stava servendo sul 4-1, al secondo set e avanti già di uno, in vantaggio nel punteggio. Rischiava di portarsi sul 5-1 e dunque sembrava una partita chiusa. Due palle su cui lo scozzese ha chiamato il challenge hanno ribaltato l’esito: non chiamate out dai giudici di linea, sono risultate fuori di pochi millimetri. Murray è riuscito così a pareggiare per poi portarsi avanti ed andare a vincere per 6/7(5) 6/4 6/3, in oltre due ore di gioco. Soddisfazione doppia per lui e per il suo allenatore Ivan Lendl. Quest’ultimo ha vinto il suo duello a distanza con il ‘nemico’ principale di sempre John McEnroe, che segue Raonic (sempre in prima fila sugli spalti).

Ma un altro match entusiasmante è stato ad Halle quello in semifinale tra Zverev e Federer. Il giovane tedesco ha giocato un tennis stellare come non mai prima, molto maturato. Non solo ha battuto il campione svizzero al terzo set, vincendo per 7/6(5) 5/7 6/3, ma si è aggiudicato la sua seconda finale in un derby tedesco con Mayer. Quest’ultimo si è affermato giustiziere dei giovani emergenti talentuosi, eliminando il più che valido Milos Raonic, in semifinale in due set per 6/3 6/4; poi il 32enne tedesco si è imposto su Zverev in finale: gli ha tolto ritmo anticipando le sue accelerazioni, avanzando per primo a rete. Venendo avanti, però, bravo il 19enne spesso a passarlo. Forte soprattutto nel servizio (in particolare sulle prime, ma ha piazzato anche molti aces), Zverev non solo ha tirato l’incontro sino al terzo set, ma è stato l’autore dei punti più belli. Ancora più esperto e abile, però, Floryan Mayer. Alexander è uscito a testa alta, sconfitto in maniera più che dignitosa con il punteggio di 6/2 5/7 6/3. Ha stupito principalmente la sua mobilità. Molti i rischi di infortunio corsi, ma in scivolata e in tuffo ha chiuso punti fenomenali. Questo prepara un tabellone maschile in fermento per Wimbledon, con molti candidati che potrebbero rivelarsi veri outsiders. I campioni di sempre non sono più al sicuro. Dalla loro solo l’esperienza può aiutarli.

Barbara Conti

Roland Garros: la pioggia bagna di fortuna Djokovic

Serbia's Novak Djokovic clenches his fist after scoring a point in the quarterfinal match of the French Open tennis tournament against Spain's Rafael Nadal at the Roland Garros stadium, in Paris, France, Wednesday, June 3, 2015. (AP Photo/Christophe Ena)

Novak Djokovic(AP Photo/Christophe Ena)

Protagonista la pioggia al Roland Garros, che ha costretto a numerose interruzioni. Forse mai c’era stata in passato un’edizione così “piovigginosa” a Parigi, con rovesci persistenti, e maltempo costante ed intenso, quanto mai neppure a Wimbledon forse si era registrato finora. Ha piovuto tanto, dunque, ma alla fine si è giocato e si è arrivati alla conclusione di un torneo che è stato in special modo interessante in particolare per quanto ha riguardato il tabellone maschile, con un livello di gioco molto alto.

Notevole in primis da parte del vincitore: il numero uno al mondo Novak Djokovic, che è riuscito a realizzare il suo sogno di vincere l’unico Grande Slam che mancava al suo albo, il più ambito probabilmente, dove lo scorso anno Stan Wawrinka gli impedì di trionfare. Quest’anno nulla lo ha potuto fermare: neppure Andy Murray in finale, sebbene avesse vinto contro di lui a Roma. Troppo in forma il serbo per essere dominato, troppo determinato, deciso, ispirato per mollare o rinunciare e non lottare sino all’ultimo, troppo preciso tecnicamente e tatticamente per non riuscire ad imporsi in campo. Così ha regolato facilmente la testa di serie n. 2 in quattro set: dopo aver perso il primo per 6/3, tutto in discesa per lui, che ha preso sempre più possesso del campo, in un match diventato a senso unico. Sempre più padrone del gioco, ha controllato bene da fondo l’avversario, per poi venire moltissimo avanti a rete a chiudere in accelerata, quasi avesse fretta di vincere: una corsa la sua verso il traguardo più auspicato, diventata sempre più facile. Gli altri tre set li ha conclusi facilmente per 6/1 6/2 6/4. In vantaggio con un break sin dal primo game dell’incontro, che poi Murray ha recuperato subito, anche nell’ultimo set Djokovic avrebbe potuto terminare molto prima l’incontro, ma si è fatto rimontare dal 5/2 fino al 6/4. Concentrato, non è sembrato mai troppo preoccupato; anzi, Nole è apparso avere ben chiaro in mente ciò che voleva fare. Viceversa, Andy è parso andare un po’ in confusione e in difficoltà, si è innervosito e ha perso punti, regalando errori non forzati preziosi al numero uno. Djokovic è stato protagonista anche per la sua trovata molto simpatica di salutare, alla fine di ogni match, il pubblico chiamando in campo i raccattapalle per farsi aiutare ad inviare simbolicamente il suo affetto, con un gesto quasi a voler regalare il suo cuore, protendendosi in avanti verso gli spettatori a braccia aperte e inviando sorrisi di complicità. Quello parigino sugli spalti, infatti, lo ha sentito particolarmente di pubblico ed era visibilmente commosso alla premiazione finale.

La conclusione è stata un commento sincero in cui ha evidenziato che questa vittoria al Roland Garros è stato “uno dei momenti più speciali ed emozionanti (forse quello più in assoluto di tutti) della sua carriera”. Ha vinto sempre facilmente sin dai primi turni, ha rotto persino le corde di due racchette di seguito in un set, qualcuna ne ha sbattuta a terra quando non è riuscito ad essere perfetto come avrebbe voluto, si è preso anche qualche warning e penalty point, ma poi ha guadagnato sempre più terreno nel torneo, tranquillizzandosi e sempre più lucido e sereno tatticamente e più incisivo tecnicamente. Ha fatto sentire la sua personalità e il suo carisma in campo, quando ha chiesto ed ottenuto ad esempio l’interruzione per pioggia contro Berdich, che si è molto lamentato ritenendolo un comportamento scorretto (quasi che, a suo avviso, non fosse stata la giudice di sedia a decidere per lo stop, ma avesse preso l’iniziativa il serbo). Tuttavia Thomas è stato completamente stracciato dal futuro vincitore, che al rientro in campo ha subito chiuso il match in pochi games. Dunque un Grand Slam ricco di emozioni forti quello di Djokovic, segnato da molti episodi curiosi e significativi, ma che lo hanno visto sempre protagonista. Ad assistere alla finale sugli spalti, da segnalare che c’erano Leonardo Di Caprio ed Adriano Panatta, quest’ultimo poi intervenuto anche alla premiazione. L’altro protagonista maschile, dopo il ritiro di Nadal per un problema al polso (a rischio frattura, che gli ha impedito di poter continuare a giocare), è stato sicuramente Stan Wawrinka; lo svizzero non solo ha giocato bene ma, durante il medical time out abbastanza lungo dell’avversario, si è messo a palleggiare con un raccattapalle e suo fan molto divertito e contento da tale opportunità. I campioni veri si vedono anche da questi piccoli gesti di rispetto verso chi lavora intorno a loro.

Impressionante tanto quanto il serbo, nel femminile, la spagnola Garbine Muguruza che, dopo una semifinale strepitosa (in cui ha elimnato la Stosur agevolmente per 6/2 6/4), in una finale eccezionale ha sconfitto la favorita Serena Williams, alla sua 25esima finale e che inseguiva la 22esima vittoria. L’americana aveva conquistato già quattro volte in passato il Roland Garros, ma nulla ha potuto stavolta contro la spagnola, artefice di una “finale perfetta”, come ella stessa l’ha definita. Ha dato il massimo su ogni colpo perché sapeva che avrebbe dovuto tenere un ritmo alto su ogni punto contro la Williams e così ha fatto. Non ha abbassato mai la guardia, ma anzi ha spinto di più e messo più pressione nei momenti decisivi, prendendo l’iniziativa ed anticipando la numero uno al mondo. La Muguruza si è dimostrata, così, una giocatrice assolutamente interessante e da tenere d’occhio, colei forse più in grado di competere e contendere il primato mondiale alla statunitense. La testa di serie n. 4 si è imposta con il punteggio di 7/5 6/4, facendosi rimontare nel primo set, ma poi chiudendo prima di arrivare al tie-break. Buon torneo e buona performance anche per Kiki Bertens, che a Roma non aveva particolarmente brillato, ma che qui in Francia è arrivata sino alla semifinale mettendo in difficoltà proprio Serena, che è riuscita a portare a casa la partita solo per 7/6 6/4. Tie-break particolarmente lottato, chiuso per 9 punti a 7, che ha rischiato quasi di perdere. Forse un leggero problema muscolare alla gamba ha svantaggiato la Bertens. La Williams, tuttavia, aveva sofferto anche nei quarti contro la Putintseva, giovane esordiente da tenere in considerazione, che le ha strappato addirittura un set (il primo) per 7/5; poi l’orgoglio e la rabbia della numero uno al mondo hanno avuto il sopravvento e così la minore delle sorelle Williams si è imposta per 6/4 nel secondo; al terzo c’è stato il crollo della nuova promessa del tennis mondiale femminile, che ha ceduto in modo netto per 6/1, evitando il ko tecnico (6/0) per poco. Peccato sul serio per la Putintseva, ma Serena ha davvero tremato ed è apparsa in affanno a tratti, tra lo scoraggiata e il demoralizzata (quasi insoddisfatta di un suo calo di rendimento), quasi priva di quel mordente che solo la sua ostinazione tenace le hanno fatto ritrovare.

Barbara Conti

IBI 2016: vince Murray, ma Nole è il campione
di sportività

NOLEUna finale maschile tra Djokovic, numero uno al mondo e campione uscente, e Andy Murray. Serena Williams, super favorita dopo l’assenza di Maria Sharapova, in finale contro una brillante per tutto il torneo Madison Keys. Gli organizzatori non potevano chiedere di meglio. Se Serena ha rispettato i pronostici, il tabellone maschile ha regalato più colpi di scena emozionanti: l’uscita di scena prima di Federer per mano del giovane austriaco Thiem (rivelazione del torneo), poi quella di Nadal eliminato da Djokovic, che si è prodigato molto generosamente e non si è risparmiato sino all’ultimo, soprattutto nella semifinale concitata ed entusiasmante contro il giapponese Kei Nishikori (vinta al terzo set).
Ad aprire il programma sul centrale è stata proprio quella femminile. La Keys veniva da una semifinale strabiliante contro la Muguruza vinta per 7/6(5) 6/4, dopo molte interruzioni per pioggia. Era sembrata davvero in gran forma, tirava ogni colpo, aggressiva, incisiva con colpi pesanti da fondo ed accelerate improvvise, unitamente ad un ottimo servizio. Sembrava non temere nulla, con sregolatezza e incoscienza, spericolata faceva partire il braccio incurante del rischio e del pericolo. Non pareva accusare nessuna tensione. Invece nella finale, a un passo dal successo, ha tremato. È partita bene, portandosi subito avanti 3-0, concedendo pochissimo alla Williams. Poi è come se avesse iniziato a realizzare e l’emozione è stata troppo forte per controllarla. Ha cercato di non far vedere il dispiacere, ma lo sconforto e l’amarezza erano palesi sul suo volto stanco, sembrava quasi volersi giustificare dicendo di aver cercato di dare il massimo contro una Williams pressoché perfetta man mano che la partita procedeva. Un’avversaria troppo forte per poterla battere, non faceva quasi che ripetersi per scusarsi e discolparsi; tuttavia cosciente di aver sprecato troppe occasioni d’oro per siglare il miglior match della sua carriera. Dietro l’apparente tranquillità, calma, la soddisfazione per aver raggiunto comunque una finale di un Master 1000 si celava un turbinio di pensieri che le frullavano per la testa, si arrovellavano in un tormento emotivo non da poco, perché gli Internazionali Bnl non lasciano indifferente nessuno; né si archiviano facilmente dicendo orami di pensare già al prossimo impegno con il Grand Slam del Roland Garros. Un ricordo indelebile di quei punti mancati, sbagliati, di quegli errori gratuiti che potevano essere evitati, semplicemente di quell’incontro che si poteva vincere e che invece si è perso rimarrà per sempre. Soprattutto se si tratta di una finale. Chiedere a Sara Errani, che contro Serena Williams giocò finché poté e non fu ostacolata dall’infortunio nel 2014, e ancora ci (ri)pensa e ricorda perfettamente quelle forti sensazioni contrastanti che l’hanno animata in quel momento memorabile, storico e così particolare.
Forse anche per Madison Keys la finale persa a Roma quest’anno rimarrà un’occasione mancata, sciupata, di cui rammaricarsi con un netto “peccato”, fatta di tanti “anche se”: ‘non è andata bene, anche se è pur sempre una finale che ho giocato’, forse è quello che pensa l’americana; ‘una finale emozionante anche se l’ho persa e magari avrei potuto persino vincerla”. Potrebbe essere ciò che rispecchia l’opinione della Keys. Di certo è sicuro che avrebbe potuto avere più chances con un po’ di cattiveria agonistica in più, con un po’ più di aggressività e incisività, attaccando e spingendo di più. Di certo è stato un gioco frammentato, con tanti errori e punti eccezionali da ambo le parti, ma Serena ha saputo chiudere quelli decisivi ed essere più concreta al momento giusto e quando è stato necessario, senza tremare. Un po’ di esitazione, incertezza, tremolio e confusione in Madison Keys si è vista, mentre sorrideva ironicamente come a dirsi: “non so più quello che devo fare con questa giocatrice eccellente, questa campionessa inossidabile”. Ha iniziato a giocare troppo centrale, più in difensiva che in attacco, forse a causa della maggiore potenza dei colpi di Serena, che ha messo maggiore pressione. Così anche quando ha provato a rischiare di più la Keys è andata fuori giri. Viceversa imperturbabile la Williams ha proseguito come un rullo compressore: nulla la poteva fermare né ostacolare, neppure il tempo. Gioia, entusiasmo, allegria, soddisfazione, un sorriso smagliante con cui ha confessato di essere felice e contenta di questa vittoria che ha voluto immortalare subito con un selfie con la coppa, prima di firmare autografi e concedersi ai fotografi. Una conquista tutta sua personale, che le dà una forte carica in vista del Roland Garros. Non è riuscita a vincere in doppio con la sorella Venus, ma questo cancella un po’ la tristezza per l’uscita al primo turno in doppio. In compenso nel maschile ha vinto il duo dei fratelli Bryan, impostosi per 2/6 6/3 10/7 sulla coppia formata da Pospisil e Sock.
Sicuramente la parte più bella dello scontro tra Williams e Keys è stato l’abbraccio amichevole e sincero tra le due, molto bello, alla fine del match a dimostrazione di una sana sportività onesta delle due tenniste: l’umanità di Serena e quasi il timore reverenziale di Madison, simbolo di massimo rispetto per l’avversaria, quasi avesse paura di vincere contro di lei, contro la numero uno. Nonostante la finale femminile abbia richiamato molti spettatori, quella più attesa è stata sicuramente quella maschile. A dimostrazione del valore dei due campioni in campo, la presenza della famiglia Totti ad assistere al match; tra l’latro il Capitano e Djokovic sono molto amici. Tuttavia non c’è stata storia e Murray ha chiuso facilmente con un doppio 6/3. Nole si è preso un warning, ha quasi rotto una racchetta per il nervosismo, perché voleva una breve interruzione per pioggia, che l’arbitro non ha concesso. L’arbitro Damian Steiner, infatti, non ha permesso che si tenesse una breve pausa per sistemare il campo, reso scivoloso dalla pioggia, magari asciugando le righe, pericolose per il rischio di provocarsi distorsioni alle caviglie. Timore che ha bloccato un po’ Nole, che si è mosso con più rigidità e con più attenzione, avendo paura di farsi male in vista del Grand Slam parigino. Questo lo ha reso molto nervoso e gli ha tolto concentrazione. Neppure la presenza dei genitori sugli spalti lo ha confortato e tranquillizzato; forse la presenza della moglie lo avrebbe calmato. Invece incontenibile la soddisfazione della madre di Murray, orgogliosa di suo figlio. Andy ha confessato di aver ricevuto una carica particolare guardando la foto della figlia Sophia Olivia prima della finale. Encomiabile la sportività tuttavia di Nole, che ha confessato che non è facile scendere in campo dopo aver giocato tre partite dure nei turni precedenti ed essere in forma per una finale e per affrontare un avversario solido del calibro di Andy Murray, a cui sono andati i suoi complimenti sinceri: “ha giocato meglio e si è meritato la vittoria”. Ha raccontato, palesando tutta la sua stanchezza fisica, mentale, emotiva e psicologica, di non aver avuto la forza di vincere, ma “con Roma c’è un legame speciale e tornerò il prossimo anno sicuramente. Ringrazio i miei supporters che mi seguono da giorni, che mi manifestano sempre ogni volta il loro affetto con striscioni calorosi”, come quello con la scritta suggestiva che sventolava nel match decisivo: ‘Nole, uno di noi’”. Ma Murray è stato in-giocabile e ha fatto la differenza con il servizio: 91% di prime piazzate nel primo set, contro il 57% di Nole; e 69% di seconde, a confronto del 54% di quelle del serbo. Per non parlare dei vincenti, che nel primo parziale sono stati 33 per il britannico, mentre soli 22 per Djokovic. Nel secondo set la situazione non è cambiata; innanzitutto sul 2-2 Murray fa break subito all’avversario. Alla fine piazza 65 punti vincenti a 50 e l’81% di prime contro il 62%, tutto a suo favore. Non a caso è il secondo giocatore con il servizio più potente di tutti (fino a 228 km/h), dopo Raonic (che ha tirato anche fino a 232 km/h). Novak si piazza subito dietro di lui con una velocità di 221 km/h. Di certo l’inglese era arrivato più riposato alla finale, sia per aver giocato prima la semifinale, che per averla vinta più agevolmente e facilmente con un netto 6/2 6/1 al francese Pouille.

Barbara Conti

Indian Wells incorona Azarenka e Djokovic

Azarenka e Djokovic

Il torneo di Indian Wells regala grandi emozioni. Innanzitutto il ritorno di Victoria Azarenka, che si impone in finale con un doppio 6/4 su Serena Williams. Tiene diversi servizi a 0, vince gli scambi più duri e lottati, annulla nove palle break a Serena, che le prova tutte: tira di rabbia un passante lungo-riga con tutta la foga e la forza che ha, girandosi su se stessa con il busto completamente in torsione a completare tutta la rotazione, quasi a richiamare le ‘sue’ piroette di gioia per esultate per un punto andato a segno, come a dire ‘questo colpo deve assolutamente entrare’. Poi lo sconforto e la rassegnazione sua e del suo staff sugli spalti, dove c’è la sorella Venus. Prima, infatti, arriva in spaccata su un colpo in diagonale laterale tentando di recuperare un passante micidiale della Azarenka, poi si innervosisce e commette troppi doppi falli. L’amarezza è troppa e così, furiosa, fracassa la racchetta al cambio campo e si prende un penalty point (attribuito raramente).

In compenso Serena dà sfoggio di un nuovo look molto particolare: body e gonnellino plissettato turchese, capelli corti e piastrati, con una fascia blu in fronte e un rossetto rosso sulle labbra a rifinire. Anche la Azarenka non è da meno. Per la finale toglie i leggins neri e la maglia bianca a maniche lunghe indossati per tutto il torneo, per optare per canottiera bianca e verde e più pratici pantaloncini corti bianchi.

Il tennis femminile è anche estetica, ma non solo. Forte la nostalgia per l’assenza di Maria Sharapova, ma soprattutto di Flavia Pennetta che vinse il torneo lo scorso anno. Peccato per Roberta Vinci che si è fermata solamente ai quarti. Bene per il ritorno di Simona Halep che perde malamente in semifinale da Serena. Ancora più buona e interessante la performance della Pliskova nel torneo, che deve arrendersi alla Azarenka in semifinale: Victoria si conferma così la più lottatrice di tutte, con una grinta e una rabbia e cattiveria agonistiche che sono sembrate mancare a tratti persino alla Williams.
Indiscusso, invece, il dominio di Djokovic nel maschile. Si impone su un più che valido Raonic, che interpreta un ottimo match al di là del punteggio. Poi un infortunio, per cui chiede il medical time out, per un problema forse alla schiena lo ha frenato. 7/6 6/2 il parziale di un incontro lottato, in cui solamente la maestria di Djokovic nel giocare alla perfezione i punti decisivi ha permesso a Nole di trionfare agevolmente sia sul canadese che su Nadal in semifinale. Per lui si tratta del 27esimo Master 1000 vinto (come lo spagnolo), del 62esimo titolo in carriera e del terzo di quest’anno. E soprattutto della quinta volta (la seconda consecutiva) che si impone qui ad Indian Wells: IW#5 é la scritta riportata di sua mano sulle telecamere.

Per Raonic è la terza finale persa di un Master 1000. Forse ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Goffin, vinta per 6/3 3/6 6/3. Del resto i precedenti contro il serbo parlavano chiaro ed erano tutti a favore del numero uno al mondo, che li aveva vinti tutti e 5, lasciando solamente un game a Milos. Con Hilary Swank sugli spalti ad assistere, la partita è sembrata un’equazione inversamente proporzionale: minimo rischio con massimo risultato per Nole, esattamente l’opposto per il canadese.

A dare infine spettacolo nel maschile sono, però, anche ancora i campioni di ieri. Nel torneo ‘speciale’ internazionale tipo ‘La Grande sfida’ dell’Atp di ‘Kings of tennis’ da Stoccolma, un siparietto molto curioso e divertente tra McEnroe e Muster merita una parentesi. Il primo strapazza duramente il secondo, che rischia un ‘cappotto’, come si dice in gergo, davvero duro e umiliante. Così punta sulla farsa e sull’auto-ironia. Muster, dopo diversi doppi falli, dice all’arbitro di scendere lui a giocare, a seguir di una chiamata a suo avviso sbagliato. L’arbitro sta al gioco e lancia una palla sulla sedia (dove nel frattempo si è andato a sedere Muster) e un’altra sugli spalti tra il pubblico. Poi i due tennisti riprendono il match, il punto viene ripetuto e McEnroe manda in rete il colpo, allora Muster esulta, invoca verso il cielo, si inchina a terra e bacia la riga bianca. Essere campioni significa anche questo: la sportività di affrontare con simpatia anche una sconfitta amara. Quasi invidioso e geloso McEnroe di Muster che per qualche attimo gli ha rubato la scena, se non fosse per il punteggio che lo ha incoronato nuovamente. Altrimenti, chissà, sarebbe stato lui stavolta a spaccare racchette ed imprecare come solito da chi come lui non vuole e non ci sta a perdere. Sorprendente la facilità con cui ha giocato, quasi disinteressato e come se tirasse la palla ad occhi chiusi, lasciando partire il braccio con naturalezza in scioltezza.

Barbara Conti

WTA Australian Open ’16: Kerber batte la Williams

Serena Williams e Angelique Kerber

Serena Williams e Angelique Kerber

A 28 anni la tedesca Angelique Kerber vince il suo primo Slam, gli Australian Open, sconfiggendo in finale al terzo set la numero uno Serena Williams.
“Uno sogno che si realizza”, “un onore averlo vinto contro di lei”; così la testa di serie n. 2, che ora salirà alla posizione n. 3 del ranking mondiale (dietro Serena e Simona Halep), ha commentato questa vittoria. Senza dimenticare di rivolgere un pensiero al suo team: “la squadra migliore perché non è semplice interagire con me, non ho un carattere facile”; visibilmente commossa, non nasconde di avere la pelle d’oca. L’emozione è davvero forte per entrambe le tenniste. Un match lottato in cui una Kerber competitiva ha costretto la Williams a dare il massimo, togliendo certezze all’americana, rispondendo sul suo potente servizio, in finale non abbastanza preciso nonostante abbia messo a segno molti aces. La Kerber ha martellato la campionessa, nettamente favorita, soprattutto sul rovescio per poi, dopo averla spostata e averle fatto perdere il centro del campo, affondarla sul suo dritto, costringendola a rischi enormi che le hanno fatto spesso perdere il controllo di questo fondamentale sempre così incisivo di solito.
Notevole il divario nel numero di errori forzati commessi, infatti: 47 per l’americana, contro “solo” 25 per la tedesca. Si sono viste buone smorzate da entrambe le parti e tutte e due le tenniste si sono spinte più volte in avanti a cercare il punto a rete, mostrandosi molto aggressive. La differenza la tedesca l’ha fatta conquistandosi più palle break: 9 per lei, contro “solamente” cinque per la più piccola delle Williams.
6/4 3/6 6/4 il punteggio finale. Per Serena un milione di dollari australiani vinti. La finalista, però, non ha mancato di congratularsi con la vincitrice: “Sei stata la migliore in questo torneo, te lo meriti e voglio essere la prima a congratularmi con te”. La stessa Serena aveva dichiarato precedentemente in conferenza stampa: “A volte contro Angelique hai la sensazione di non poter giocare il vincente perché senti che può arrivare il punto da un momento all’altro da parte sua”.
La risposta della trionfatrice è stata l’apprezzamento per la sportività dell’avversaria, che la rende ancor di più una campionessa e un esempio per tutti i giovani che si avvicinano e amano il tennis; come lo sono state Flavia Pennetta e Roberta Vinci lo scorso anno. Anche grazie al loro esempio, appunto, Angelique Kerber ha sempre sentito di potercela fare a coronare il suo sogno di essere regina di un Grand Slam, in particolare qui agli Australian Open.

Un’impresa compiuta dalla tedesca che si impone sull’americana dopo otto precedenti tra le due da cui era uscita sempre sconfitta. Dunque una “favola”, una “mission impossibile” quasi, che diventa realtà, a dimostrazione di doverci credere sempre con tutti se stessi per poter raggiungere il proprio scopo. Infatti è stata soprattutto una vittoria di grinta e tenacia, di ostinazione e di sana cattiveria agonistica da parte della Kerber, che non ha mollato mai, pur sapendo di essere sfavorita (Serena ha vinto gli Australian Open sei volte). Quindi sembra quasi di raccontare una fiaba a lieto fine, in cui ha vinto la forza di volontà, lo spirito di sacrificio di chi, con fatica, ha continuato sempre a lavorare su se stessa e sui campi da tennis per arrivare a quei vertici che ora ha conquistato a pieno regime meritatamente. La tedesca corre molto e la sua mobilità sorprende la Williams: dopo soli 39 minuti la tedesca porta a casa il primo set.

La gloria di Serena Williams brilla ancora però (come l’anello che simbolicamente portava al dito della mano), e la tennista è riuscita comunque a mettere la sua firma su questa finale siglando il più bel punto, ottenuto dopo lo scambio più lungo ed entusiasmante di tutto il match e di tutto il torneo. Un po’ come avvenuto nell’attesissima semifinale maschile tra Djokovic e Federer, vinta dal serbo, ma in cui è stato lo svizzero a mettere a segno un 15 eccezionale, dopo uno scambio durissimo, conquistandosi una standing ovation meritata e spontanea da parte del pubblico. Nella finale femminile, invece, siamo al terzo set quando, dopo continui break e contro break che dal 2-0 per la Kerber hanno portato alla parità, la Williams serve sul 40-15 per la Kerber e vince il più bello scambio dell’incontro, dopo aver fatto fare il “tergicristallo” alla tedesca. Angelique, poi, andrà in vantaggio per 4-2, tenendo la battuta a 0 per il 5-2, prima di chiudere per 6/4.

Barbara Conti

Tennis femminile. Belinda Bencic la rivelazione

Bencic

La giocatrice svizzera Belinda Bencic

In America, dopo il torneo di Atlanta si è giocato a Washington ed ora a Cincinnati. In Canada, invece, si sono tenuti l’Atp di Montréal e il Wta di Toronto. Quest’ultimo ha fatto scoprire un giovane talento che già si era fatto notare: quello della diciottenne tennista svizzera Belinda Bencic. Entrata nel circuito mondiale nell’ottobre del 2012, ha classe e grinta da vendere. L’estro è quello della ex numero uno del mondo elvetica Martina Hingis, che tra l’altro era tra gli spalti a vederla giocare. Rovescio bimane come lei, il suo sorriso ricorda invece molto quello di Monica Seles, altra giocatrice di gran classe. Allenata da papà Ivan, ha compiuto la doppia impresa di vincere un torneo a soli 18 anni e di battere di fila sei giocatrici tra le prime 25 del ranking, tra cui Serena Williams.

Solamente un infortunio al polso destro l’ha fermata nel Wta di Cincinnati, costringendola al ritiro contro la Lucie Safarova al terzo turno, dopo essere stata avanti per 6/2 nel primo set. Per lei il 2015 è un anno fortunato. Lo aveva iniziato bene battendo ad Indian Wells al terzo turno la numero 5 del mondo Caroline Wozniacki, con un doppio 6-4, per poi perdere da Jelena Janković in tre set. Ma presto si sarebbe vendicata proprio nel Wta di S-Ertogenbosch, eliminando la serba col punteggio di 6/3 6/3, per arrendersi in finale a Camila Giorgi, dove l’italiana si impose per 7/5 6/3. Sarà, però, soprattutto il Premier 5 di Toronto a glorificarla nell’Olimpo delle più forti tenniste mondiali, facendola salire alla posizione n. 12, dopo aver battuto di seguito diverse top ten. A partire dalla campionessa di casa, la canadese Eugenie Bouchard (n. 24 al mondo) per 6-0 5-7 6-2.

Alla testa di serie numero 4 e n. 5 del ranking mondiale, Caroline Wozniacki appunto, con un doppio 7-5. Alla tedesca Sabine Lisicki (n. 23 Wta) in tre set, col punteggio di 6-1 1-6 7-6. Alla serba Ana Ivanovic, con un netto 6/4 6/2, imposto alla n. 9 al mondo. Alla numero uno del ranking: la statunitense Serena Williams, rimontando un match molto duro terminato per 3-6 7-5 6-4. Per concludere con lo gestire bene in finale l’incontro contro la rumena Simona Halep, n. 3 al mondo, poi ritiratasi per infortunio sul punteggio di 7-6 6-7 3-0 per la svizzera. E l’elvetica ha continuato anche a Cincinnati, eliminando la tedesca Angelique Kerber, n. 11 mondiale e vincitrice del recente torneo di Stanford su Karolina Pliskova per 6-3, 5-7, 6-4. La Bencinc ha poi eliminato, dopo il 7-5 6-3 imposto alla Kerber, anche l’italiana Flavia Pennetta, prima di ritirarsi appunto per infortunio con la Safarova.

Ma, a tale proposito, Belinda non è stata l’unica vittima di problemi fisici. In merito, infatti, il cemento sembra davvero essere la superficie carnefice dei tennisti, vittime di molti infortuni muscolari. Oltre alla svizzera e alla rumena Halep, come detto in precedenza, molti altri tennisti e tenniste si possono aggiungere all’elenco degli infortunati. A partire dall’azzurra Sara Errani e dalla Kerber, con vistose fasciature alla coscia forse per risentimenti muscolari appunto; al numero uno al mondo Novak Djokovic (con un problema alla spalla che gli ha impedito di vincere la finale contro Andy Murray a Montréal); alla n. 21 Victoria Azarenka (costretta al ritiro a Cincinnati con la Pavlyuchenkova per un problema al piede sinistro), solamente per citarne alcuni. Forse non sarebbe meglio indire più tornei sulla terra rossa e meno sul cemento, o prevedere questi ultimi in un periodo dell’anno di caldo meno cocente? Sicuramente il cemento mette più sotto sforzo la muscolatura degli atleti, essendo una superficie più dura della terra rossa. E le temperature sul campo tendono subito ad alzarsi, dato il riflesso dei raggi del sole sul cemento. Questo comporta un dispendio energetico e fisico dei tennisti enorme. Oppure, forse, semplicemente, sarebbe meglio distanziare di più tutti i tornei, non solo quelli sul cemento, per dare un po’ più di respiro, di riposo e di tempo di recupero ai giocatori. Salvaguardare la loro salute significa anche garantire più spettacolo, in maggiore sicurezza.

Barbara Conti

Wimbledon: il trionfo
degli inarrestabili

DjokovicDue finali a Wimbledon strabilianti e due semifinali speculari per due sezioni di torneo simili già solamente per il fatto di aver visto trionfare i due giocatori più forti al mondo, i soli forse che potevano vincere questo Grand Slam. I nomi già bastano ad esprimere il loro talento, ma se possibile, hanno espresso un livello di tennis persino superiore al loro standard. Stiamo parlando ovviamente di Novak Djokovic e Serena Williams. Il serbo è stato semplicemente perfetto contro Roger Federer, che era eppure l’altro grosso favorito per la vittoria finale, da sempre perfettamente a suo agio su tale superficie. Ciò nonostante il numero uno al mondo ha messo in difficoltà lo svizzero, imbrigliandolo in un gioco di fondo, contenendo il suo schema tattico fatto di back di rovescio e accelerate in attacco improvvise, e limitandone dunque gli effetti devastanti. Continua a leggere