Svimez. Il pericolo della grande fuga dal Sud

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I dati del rapporto Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, presentati oggi continuano a disegnare uno scenario già conosciuto. Una netta demarcazione tra centro-nord e centro-sud continua a dividere l’Italia. E se questa differenza sembrava conoscere una diminuzione, nell’ultimo rapporto invece appare in tutta la sua drammaticità. La Sicilia è la regione che soffre di più e dove i ragazzi fuggono in maggior numero. Un allarme ulteriore per un territorio già gravato da ritardi strutturali. La Sicilia in assoluto è la regione meridionale che cresce meno, segnando un rallentamento rispetto a Calabria e Sardegna. Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di sviluppo del +2% (rispettivamente 2%, +1,9% e +1,8%), l’Isola invece si è fermata allo +0.4%.

Dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sul Mezzogiorno, presentato questa mattina a Roma emerge che “il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. La Svimez, che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”, definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Una situazione che porta con il sé il rischio di “un forte rallentamento” per il 2019. La crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo”.

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. Un dato questo particolarmente preoccupante che il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire. Insomma un l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

“Emerge dall’anticipazione del rapporto SVIMEZ – afferma Ivana Veronese, Segretaria Confederale UIL – come per evitare il forte rischio di allargare ulteriormente la forbice del divario tra Mezzogiorno e il resto del Paese, sia necessario garantire, per il Sud, maggiore intensità degli interventi a sostegno della crescita”.  “Per il Mezzogiorno non servono politiche speciali, servono politiche valide per tutto il Paese ma che per il Sud prevedano una maggiore intensità di aiuti e risorse. Sarebbe opportuno – continua la sindacalista – che lo sviluppo del Mezzogiorno non rimanga un tema da affrontare, come ogni anno “sotto l’ombrellone”, ma sarebbe ora che tutta la politica passasse una volta per sempre dalle parole ai fatti concreti, in quanto la crescita economica del Mezzogiorno è la crescita dell’intero Paese. Nel Sud occorre ricreare quel clima di fiducia e speranza per i tanti giovani e un territorio “accogliente” per le imprese e cittadini partendo da: investimenti per le infrastrutture materiali ed immateriali; da una fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese; una pubblica amministrazione efficiente; legalità e, soprattutto, lavoro”.

“Così come serve accelerare la performance dei fondi comunitari europei, dato che il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa per la spesa di tali risorse. Ma se l’emergenza sociale nel Mezzogiorno è il rischio povertà e se questa deriva principalmente dalla mancanza di reddito da lavoro, si deve dare  continuità rendendo strutturale – conclude – l’attuale sistema di incentivi alle assunzioni di giovani e meno giovani nel Sud”.

Cesvi, 70% dei bambini subisce maltrattamenti

Bambini scomparsiDati allarmanti per quanto riguarda l’infanzia in Italia, sono quasi 6 milioni i bambini che subiscono maltrattamenti nell’ambiente che più di tutti dovrebbe garantire loro sicurezza e protezione: la casa. Oggi è stato presentato a Roma dalla Fondazione Onlus “Cesvi” il primo Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi #LiberiTutti, in collaborazione con il dipartimento delle Politiche della famiglia della presidenza del Consiglio dei Ministri.
L’Indice mette in evidenza, soprattutto, la persistenza di forti disparità tra il Nord e il Sud del nostro Paese. Ultima posizione per la Campania, seguita da Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. Sono queste le regioni che presentano le maggiori criticità e le condizioni più sfavorevoli rispetto alle probabilità dei bambini di subire maltrattamenti. Male anche l’Abruzzo e il Lazio. Tra le regioni dove si registra, invece, il miglior livello di benessere complessivo dei bambini, spicca l’Emilia-Romagna seguita da Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
«Nel quadro delle emergenze sociali, il maltrattamento dei bambini è il fenomeno forse peggiore, non solo per la sproporzione di forze tra il maltrattante e il maltrattato e per il tradimento della fiducia che i più piccoli ripongono negli adulti, ma anche per le conseguenze che si producono sulla salute dei maltrattati nel medio-lungo termine, sul loro equilibrio psico-fisico e, più in generale, su tutta la società. Gli ex bambini maltrattati – dichiara Daniela Bernacchi, CEO&General Manager Cesvi – sono gli adulti di oggi che vivono sopportando un pesante fardello di dolore che influenza il loro modo d’essere, e spesso scaricano sui figli il proprio disagio. Si viene a generare così un circuito vizioso di trasmissione intergenerazionale, che solo un intervento esterno, quale ad esempio quello dei servizi pubblici, può interrompere». Il maltrattamento sui bambini è la conseguenza ultima, estrema e troppe volte drammatica, di una situazione di disagio che coinvolge le figure genitoriali e il contesto familiare, ambientale e sociale nel quale i bambini crescono. L’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia confronta per i bambini maltrattati e per gli adulti maltrattanti due livelli di analisi ed è il risultato dell’aggregazione di 65 indicatori relativi ai fattori di rischio e ai servizi offerti sul territorio. L’Indice offre una chiave di lettura delle principali determinanti sociali, demografiche, economiche, sanitarie e sociali, analizza i fattori di rischio e di vulnerabilità al maltrattamento nell’infanzia e li sintetizza attraverso un indicatore che propone una classifica decrescente tra le regioni italiane a partire da quelle che presentano sia minori rischi di maltrattamento per l’infanzia sia un sistema di politiche e di servizi territoriali adeguato a contrastare e prevenire il problema. Emergono nell’Indice quei fattori di rischio che creano presupposti importanti per scatenare il maltrattamento dei bambini nelle famiglie, come ad esempio l’elevato livello di povertà, il basso livello di istruzione dei genitori, il consumo di alcol e di droghe da parte dei genitori, la disoccupazione, lo svantaggio socioeconomico, etc. Con riferimento a questi indicatori di contesto, si passa poi ad analizzare quali servizi i territori mettano a disposizione in termini di politiche di prevenzione e di cura, rilevandone quindi l’efficacia e la capacità concreta di intervento.
Campania ultima in Italia (20esima sia per contesto che per servizi) nella cura e nella prevenzione al maltrattamento seguita da Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. I risultati relativi alle ultime 4 regioni per le quali l’indicatore totale ha restituito le maggiori difficoltà – Campania, Calabria, Sicilia e Puglia – confermano una difficoltà strutturale del sistema rispetto a questa tematica. Male anche l’Abruzzo e il Lazio (rispettivamente al 14esimo e al 13esimo posto). Tra le regioni “reattive” si posiziona la Sardegna (con alto livello di servizi, nonostante l’alta criticità del contesto). Tra quelle “virtuose” – con una situazione di contesto e un’offerta di servizi al di sopra della media – Emilia-Romagna, Veneto, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Toscana. Tra le regioni “stabili” si collocano il Trentino-Alto Adige e la Lombardia che, a fronte di criticità ambientali basse, rispondono con un sistema di servizi più basso della media nazionale. Al primo posto nelle sei diverse capacità le seguenti regioni: l’Emilia-Romagna per quanto riguarda i servizi dedicati alla capacità di cura e di lavorare; il Friuli-Venezia Giulia per la capacità di accedere alle risorse; il Trentino-Alto Adige per la capacità di acquisire conoscenza e sapere; la Valle D’Aosta per la capacità di vivere una vita sicura e la Liguria per la capacità di vivere una vita sana.
Ma soprattutto è allarmante constatare che sono sempre di più gli adulti che adescano i bambini (12-14 anni) in rete attraverso i circa 25mila siti pedopornografici intorno ai quali c’è un rilevante giro di affari. Quindi, nel catalogo degli orrori, la prostituzione minorile, legata alla tratta e il turismo sessuale, dove purtroppo l’Italia detiene il primato di 80mila viaggi di questo tipo all’anno”. Spesso al maltrattamento si accompagna la trascuratezza dei minori: nel mondo il 16,3% dei bambini è vittima di negligenza fisica e il 18,4% di trascuratezza emotiva. Gli effetti della trascuratezza possono manifestarsi con un ritardo nel raggiungimento delle principali tappe evolutive con disturbi dell’apprendimento oppure con un atteggiamento di eccessiva ricerca di affetto e attenzione da estranei (e il conseguente rischio di esposizione ad altri abusi), una forte chiusura e una sfiducia verso l’altro.

La Sicilia e la risorsa dei borghi fantasma

Borgo Borzellino

Borgo Borzellino

«Mettere sul mercato i borghi rurali». Un paio di mesi fa il Presidente della Regione Musumeci, in conferenza stampa aveva dichiarato che questa sarebbe una delle azioni centrali della sua amministrazione nei prossimi mesi. Poi nei documenti allegati alla Finanziaria regionale l’articolo di abolizione dell’Ente di Sviluppo Agricolo, proprietario ancora di una decina di questi borghi, è stato cassato. Resta tuttavia in campo l’ipotesi della dismissione. Ma cosa sono questi borghi rurali?

Il contesto
In Sicilia esiste una sessantina di piccoli centri realizzati in occasione di due grandi azioni volute della Stato per disarticolare il latifondo: la prima è la “colonizzazione” voluta da Mussolini nel 1939; la seconda è la Riforma agraria del 1950.
Se Mussolini aveva avviato l’“assalto”, dopo la bonifica integrale, per dare attuazione a una strategia antiurbana e per resistere all’embargo con il rafforzamento dell’autonomia alimentare, la neonata repubblica aveva puntato l’obiettivo poiché il latifondo era considerato causa del ritardo di sviluppo in cui versavano alcune regioni tra cui la Sicilia. Lo smembramento del latifondo era lo strumento principale per rendere più produttive vaste aree agricole, togliendole ai grandi proprietari che ne utilizzavano le rendite senza occuparsi di migliorare quantità e qualità dei prodotti, e trasferirle alla piccola proprietà terriera, ritenuta più dinamica e interessata alla modernizzazione dell’agricoltura.
Precedute da un decreto legislativo del 1948, che consentiva mutui trentennali a vantaggio dei coltivatori diretti con lo scopo di favorire la formazione della piccola proprietà terriera e che aveva prodotto il passaggio di proprietà di oltre 1,9 milioni di ettari di terra coltivabile in 10 anni (mentre il numero degli agricoltori crollava da 2 milioni a circa 700 mila, a causa della spinta all’industrializzazione delle regioni settentrionali) le due leggi di Riforma del 1950 (e quella specifica relativa alla Sicilia) consentirono l’esproprio di altri 700 mila ettari e l’assegnazione a 113 mila famiglie in gran parte di contadini senza terra.
Con questa azione si riteneva che si potesse raggiungere l’obiettivo della modernizzazione del comparto, il miglioramento della redditività e l’eliminazione delle sacche di inefficienza legate alle coltivazioni estensive e all’ insufficienza di acque per irrigazione.
La Riforma arrivava, però, con 50 anni di ritardo e si rivelò un fallimento perché l’Italia ormai inseguiva il sogno industriale, ma soprattutto perché molte terre assegnate ai contadini si rivelarono inadatte alla coltivazione e perché la dimensione media del fondo, circa 4 ettari, fu inadeguata per consentire anche solo il sostentamento della famiglia assegnataria.
Ma ancora più fallimentare fin da subito fu la politica insediativa che accompagnava la riforma e che aveva previsto, destinando ingenti somme, la realizzazione di diversi tipi idi insediamenti: borghi accentrati, semi accentrati e case sparse.

I borghi.
«Come mai è vuoto?» chiede Monica Vitti dopo aver girovagato per le case di un borgo rurale fantasma ne “L’avventura” di Michelangelo Antonioni, film del 1960. E Gabriele Ferzetti risponde: «Chi lo sa? Io mi domando perché l’hanno costruito». Quel borgo è Schisina, in Sicilia, nel territorio di Francavilla a Mare, provincia di Messina. Ma Schisina è, in questo caso, metafora di tutti i borghi siciliani realizzati in quel quindicennio.
L’errore commesso da Mussolini viene ripetuto nella riforma repubblicana nonostante una attenta lettura delle pratiche sociali, ma anche di alcuni resoconti letterari, avrebbe dovuto indurre il governo De Gasperi a scegliere un altro percorso. Nel 1938 Carlo Emilio Gadda, in un articolo pubblicato su “Le Vie d’Italia” aveva scritto: «La fatica [del contadino] si raddoppia giornalmente col lungo viaggio ch’egli deve compiere per recarsi dal paese al luogo del lavoro e farne ritorno. Si stacca dal sonno verso le tre della notte. Cavalcando, col figlioletto dietro, il suo somaro, o un mulo, o un cavallo; o conducendo il piccolo carro dipinto, con gli arnesi, egli percorre chilometri e chilometri prima di arrivare alla mèsse, o alla semina. Vivono i contadini in paesi popolosi, foltissimi […] La colonizzazione, voluta e ideata dal Duce, si attua […] secondo un tipo di appoderamento sparso, a cui è e tanto più sarà di sostegno il cosiddetto borgo rurale. La famiglia colonica viene insediata nella nuova casa rurale: sorge questa sul terreno stesso che gli uomini son chiamati a coltivare. La strada e l’acqua, i due termini perentorii della bonifica, arrivano già oggi alla casa».
A Gadda e ai riformatori postbellici sfugge il problema vero: le famiglie contadine non andarono ad abitare nelle case sparse e nei borghi non tanto perché nelle città c’era l’acqua, ma perché le famiglie contadine erano da sempre inurbate e le donne non vollero spostarsi dalle città dove vivevano una socialità impossibile sia nella casa isolata che nel borgo che, peraltro, era soprattutto un borgo di servizi.
Nei borghi, però, i migliori architetti siciliani attivi tra gli anni 40 e 50 ebbero la possibilità di sperimentare modelli urbanistici e architettonici, da quelli vernacolari a quelli razionalisti : Edoardo Caracciolo, Roberto Calandra, Francesco Fichera, Giuseppe Caronia, Giuseppe Marletta e tanti altri apposero la loro firma in calce al progetto di almeno un borgo.

Presente e futuro dei borghi
Negli ultimi anni sono state attivate da alcune regioni o enti locali politiche di riconoscimento, valorizzazione e tutela dei paesaggi e dei borghi fascisti e di quelli della Riforma.
Anche in Sicilia, nella stagione dei piani paesaggistici che è stata promossa all’inizio del secolo, il “paesaggio della Riforma agraria” è stato tipizzato solo in alcuni dei piani redatti dalle Soprintendenze, ma già nelle “Linee guida per il Piano territoriale paesistico regionale” del 1999, i borghi (almeno quelli censiti, e non sono tutti) vengono individuati come “nuclei storici a funzionalità specifica” e sottoposti a tutela alla stregua di centri storici. In tal modo viene loro riconosciuto un interessantissimo status di “Archeologia contemporanea” che, in molti casi, non ha mai vissuto fasi di effettiva utilizzazione, passando dallo stato di incompiuta a quello di rudere.
La proprietà dei borghi è, nella maggior parte dei casi, passata ai Comuni, ma l’Ente di Sviluppo Agricolo, erede degli enti che gestirono le due operazioni a metà del XX sec., ne mantiene ancora una decina che sono quelli che il governo Musumeci vorrebbe mettere in vendita.
Per questi, nell’ambito del POR 2007-13, l’ESA aveva elaborato un “Progetto di riqualificazione dei Borghi rurali dell’Ente Sviluppo Agricolo” in cui viene immaginata una “Via dei borghi” percorso di oltre 150 km, per la mobilità dolce. In questo progetto i centri di servizio rinascono a nuova vita: ricettività, locali di esposizione e vendita, spazi per la didattica, centri di assistenza per i vari mezzi di trasporto, rimettono in gioco i “borghi mai nati”.
Ma c’è di più: sette di questi borghi si trovano lungo la dorsale nord-ovest / sud-est che da Borgo Borzellino, vicino a S. Giuseppe Jato, attraversando tutta la Sicilia, giunge fino a Borgo Lupo, vicino Mineo. Ciascuno dei piccoli insediamenti è al centro di un’area particolare legata alle eccellenze della Sicilia o alla sua identità: Borgo Borzellino e la terra del vino; Borgo Portella della Croce e la terra dell’olivo; Borgo Petilia e la terra dello zolfo; Borgo Baccarato e la terra del grano; Borgo Lupo e la terra degli agrumi.
Per questo il “vero” recupero dei borghi può avvenire solo all’interno di politiche più ampie che riguardano l’economia agraria in cui la potenziale attrattività turistica dei borghi restaurati e rifunzionalizzati si concretizza all’interno di politiche paesaggistiche e agricole volte a raggiungere obiettivi di ricostruzione (in alcuni casi alla costruzione) del legame tra il borgo e il suo agro.
Un processo di questo tipo potrebbe affiancare al Tour della Sicilia classica, quello della Sicilia profonda, alternativo e complementare al primo, con notevolissime ricadute nelle aree della Sicilia interna.
Può questo obiettivo essere raggiunto con la vendita al miglior offerente di questi beni culturali? Non è detto. Senza essere pregiudizialmente contrari alla dismissione di patrimonio pubblico sottoutilizzato o inutilizzato, in questo caso specifico occorrerebbe procedere alla vendita dei borghi in blocco per garantirne una governance unitaria. E occorrerebbe scegliere l’acquirente non in funzione dell’offerta economica, ma della presentazione di un progetto di sviluppo integrato che preveda un riuso dei borghi compatibile con il loro status di beni culturali e funzionale a un più ampio progetto di sviluppo.

Lega sempre più al Sud, Salvini candidato in Calabria

salviniSempre più stupore dalla Lega, dopo il rischio di rivedere Bossi alla testa del Carroccio, la metamorfosi del Partito del Senatur continua sotto la guida di Salvini.
Matteo Salvini sarà capolista della Lega al Senato in Calabria, a comunicarlo all’Agi il coordinatore regionale nel partito, Domenico Furgiuele, che sta ultimando le procedure di presentazione delle liste all’ufficio elettorale della Corte d’Appello di Catanzaro. “È una candidatura – ha detto Furgiuele – fortemente voluta da Salvini”.
In posizione immediatamente successiva a Salvini, la Lega propone Tilde Minasi, ex consigliera regionale ed ex assessore al Comune di Reggio Calabria, espressione del movimento sovranista di Gianni Alemanno e Francesco Storace, vicina all’ex governatore Giuseppe Scopelliti. Nei due collegi plurinominali per la Camera, il candidato capolista è il coordinatore regionale del partito, Domenico Furgiuele.
Stupisce proprio perché il leader leghista non sembra essere mai stato ben accolto dai ‘terroni’ calabresi, a luglio del 2015 infatti dopo la visita di Salvini al cara di Isola Capo Rizzuto, Catanzaro accolse l’eurodeputato con striscioni canzonanti come “I terroni non dimenticano” e dura fu la replica di Salvini: “In questo momento questa Regione mi fa vergognare di essere italiano”.
Tuttavia la Calabria non è la sola Regione del mezzogiorno dove punta il leghista, da quanto comunica il suo partito, il segretario della Lega, Matteo Salvini, sarà capolista al Senato non solo nelle circoscrizioni plurinominali Calabria 1, ma anche Sicilia 2 (Catania, Messina, Acireale, Siracusa).

Due nuovi centro-sinistra Renzi contro Bersani

renzi bersani

Per Matteo Renzi non c’è pace. Lo scontro è su due centro-sinistra che ancora devono formarsi. Il terremoto post elettorale è cominciato. La catena di sconfitte è lunga: nel 2015 perse la Liguria; nel giugno 2016 i sindaci di Roma e Torino; a dicembre dell’anno scorso il referendum sulla riforma costituzionale; adesso c’è stata la “botta” delle elezioni regionali in Sicilia. Il Pd nell’isola è arrivato terzo dopo il centro-destra e i cinquestelle.

Mezzo Pd è in rivolta. È in discussione perfino la leadership di Renzi. Dario Franceschini, ex Dc-Ppi-Margherita, potente capo corrente del Pd, è sul piede di guerra. Pronto a dare battaglia è anche Andrea Orlando, ex Pci-Pds-Ds, capo della corrente di sinistra del partito.

Così Renzi gioca d’anticipo. Prima rilancia la sua leadership: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Poi apre la strada alla costruzione di un nuovo centro-sinistra, mettendo la parte la linea dell’autosufficienza del Pd: «Siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra. Condivido a questo proposito le riflessioni di Dario Franceschini». E annuncia: «Possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio» il 40% dei voti già ottenuti nelle elezioni europee del 2014 e nel referendum sulla riforma costituzionale, perso proprio con questa soglia.

Su Palazzo Chigi è prudente, non rilancia la sua candidatura: sceglie il Parlamento. Ma anche qui si muove qualcosa. Il capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, ha considerato “spendibile” il nome di Paolo Gentiloni, anche se poco dopo non esclude una ricandidatura di Renzi a presidente del Consiglio. Del resto può succedere di tutto. Sono gettonati anche due ministri come possibili candidati premier: Marco Minniti (Interno) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico).

Due centro-sinistra: scelte diverse sul programma e su Palazzo Chigi, la partita è aperta. Bersani e D’Alema, usciti dal Pd a febbraio contestando da sinistra Renzi per fondare il Mdp, hanno idee diverse. Pensano a Pietro Grasso, presidente del Senato, fresco di divorzio dal Pd, come candidato premier. Pier Luigi Bersani non nasconde l’entusiasmo per Grasso candidato presidente del Consiglio: «Per il nostro profilo civico e di sinistra ci starebbe da Dio…». Il parere di Massimo D’Alema è analogo: «La presenza di Grasso sarebbe fondamentale». La contrapposizione con Renzi è totale: «Io uso le parole di Pisapia: ‘La ricostruzione del centrosinistra richiede una discontinuità di leadership e di contenuti’. E io sono d’accordo con lui».

Si profilano due centro-sinistra in contrapposizione e una violenta battaglia tra le sinistre. Anche le altre forze della sinistra critica e riformista studiano strategie ed alleanze in vista delle elezioni politiche. Nicola Fratoianni, totalmente critico con il Pd, ha annunciato per il 19 novembre a Roma un’assemblea nazionale di Sinistra Italiana «per presentare alle prossime elezioni un’unica lista di sinistra autonoma e alternativa». Giuliano Pisapia, artefice di Campo Progressista, si considera diverso ma non alternativo a Renzi. L’ex sindaco di Milano potrebbe formare una lista elettorale con la radicale Emma Bonino, i socialisti di Riccardo Nencini e i verdi di Angelo Bonelli. Pisapia il 12 novembre, mell’assemblea organizzata a Roma, esporrà il suo progetto e probabilmente riproporrà le primarie di coalizione per Palazzo Chigi.

Le molteplici e frammentate forze di centro-sinistra si muovono in modo contrapposto, le divisioni aumentano. Un brutto viatico per le elezioni politiche previste in primavera. In Sicilia la spaccatura c’è stata su due liste, quella centrata sul Pd e guidata da Fabrizio Micari e quella basata su Mdp capeggiata da Claudio Fava. È stato un disastro: Micari è arrivato terzo e Fava quarto. Dalle urne delle politiche potrebbe uscire l’ingovernabilità che aprirebbe le porte ad un esecutivo di “larghe intese” con Silvio Berlusconi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

IL RITORNO DEL CAVALIERE

regionali-sicilia-2017

I sondaggi avevano ampiamente previsto le difficoltà del centrosinistra. In Sicilia lo spoglio per le elezioni Regionali è ancora in corso ma il candidato del centrodestra Nello Musumeci attualmente mantiene il primo posto nella corsa, seguito da Giancarlo Cancelleri. Sono state scrutinate oltre la metà delle sezioni, il dato è di 3.207 su 5.300, il candidato del centrodestra, ha il 39,2%, il candidato del M5s Giancarlo Cancelleri 34,9%. Seguono Fabrizio Micari con il 18,9%, Claudio Fava con il 6,2 e Salvo La Rosa, con lo 0,72 %. A vincere è però “partito del non voto”: solo il 46,76% ha votato per l’elezione del presidente della Regione e dell’Assemblea, mentre il 53,23% ha disertato le urne. Rispetto al 2012 quando aveva votato il 47,41%, il dato dell’affluenza è in calo dello 0,65%.

L’effetto non è arrivato smorzato nelle stanze del Nazareno. Parla chiaro il Presidente del Pd, Matteo Orfini. Su Fb non nasconde le difficoltà, dopo un primo grossolano tentativo del Pdi siciliano di accollare la colpa della delusione elettorale a Pietro Grasso reo di essere uscito dal Pd dopo l’approvazione della legge elettorale. “In Sicilia e nel Municipio X di Roma – afferma Orgini – il Pd arriva terzo. Sono oggettivamente due sconfitte. E quando si perde si deve riflettere e capire gli errori per correggerli. Ma anche distinguere le legittime strumentalizzazioni politiche dai numeri e dalla storia di queste due elezioni”. “In Sicilia – prosegue Orfini – vincemmo con Crocetta perché la destra si divise. Oggi la destra è di nuovo unita e vince. Il Pd ha provato a lavorare sullo schema di una coalizione larga, guidata da una personalità della società civile. Non siamo riusciti fino in fondo a raggiungere questo obiettivo perché Mdp e Sinistra Italiana hanno scelto di candidare Fava con il solo obiettivo di far perdere il Pd e vincere la destra. E perché anche parte del mondo moderato rispetto a cinque anni fa ha scelto la destra”. E sulle elezioni del decimo Municipio di Roma aggiunge: “Il Pd è il secondo partito con circa il 14 per cento. Si e’ votato dopo lo scioglimento per mafia e dopo l’interruzione di un’amministrazione da noi guidata. A far dimettere l’allora Presidente fui io, quando non era indagato (o almeno non era noto che lo fosse). Successivamente fu arrestato e poi condannato in primo grado. Capite bene che con queste premesse il Pd sarebbe potuto scomparire”.

“Ma dove è la novità? – si difendono i renziani – la scorsa volta si è vinto con il 13 per cento del Pd, con l’11 dell’Udc e il 6 della sinistra di Crocetta e perchè la destra era divisa”. Una lettura che sembra un pò assolutoria ma è in realtà mirata a sostenere che “siamo in partita se c’è una coalizione”. E soprattutto ad evitare lo scontro interno e a convincere Dario Franceschini, Orlando e Michele Emiliano a non andare all’attacco del segretario condannando il Pd a sconfitta certa alle elezioni del 2018 a favore del centrodestra o di M5S. I dirigenti del Pd, però, non sembrano intenzionati a fare sconti al leader. “La sconfitta è pesante ed è l’ultima di una serie di risultati presi sotto gamba”, è l’analisi diffusa. Ora o Renzi dimostra di voler decidere insieme su tutto, a partire dalla definizione delle liste elettorali, e di impegnarsi davvero a costruire “senza veti” una coalizione o, come dice un big della minoranza, “parte il cinema”.

I big Pd non vorrebbero dare per perso fino all’ultimo anche un confronto con Mdp, ipotesi che Renzi vede remota “non per colpa sua”, dicono i suoi. Il leader è pronto, attraverso il coordinatore Lorenzo Guerini, ad aprire da domani il confronto con i possibili alleati. Mettendo sul piatto anche la disponibilità a primarie di coalizione se qualcuno le chiedesse. “Per il centrosinistra serve un nuovo inizio. Il Pd è pronto a confrontarsi senza veti con tutte le forze progressiste, europeiste, moderate, interessate a costruire unità e non divisione”, ribadisce, ancora a urne aperte, Maurizio Martina. Un messaggio rivolto oltre ma soprattutto dentro il Pd per scongiurare un tutti contro tutti e per invitare i dem a concentrarsi sui veri rivali: i grillini.

Intanto si prepara la resa dei conti. La direzione del Pd è convocata per il 13 pomeriggio. Il leader del Pd si chiude nel silenzio. “Evitiamo qualsiasi dichiarazione, facciamo domani il confronto, o quello che sarà” si limita a dire Matteo Renzi entrando nella sede fiorentina della Stanford University dove tiene un corso rivolto agli studenti americani.

Nel voto in Sicilia sparito
il dramma Sud

arsStrane elezioni quelle siciliane. Domenica 5 novembre è una giornata importante, serve ad eleggere il nuovo governatore della Sicilia e a rinnovare il consiglio regionale a Palazzo dei Normanni. Il voto, in qualche modo, influirà anche sugli equilibri politici nazionali.

Centro-sinistra, centro-destra, cinquestelle si sono scontrati in una battaglia campale per due mesi di campagna elettorale. Matteo Renzi (Pd), Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega)  hanno percorso in lungo e in largo la Sicilia a caccia di voti. Altrettanto ha fatto Claudio Fava, schierato dalle sinistre (Mdp e Sinistra Italiana) come candidato alla presidenza della regione siciliana.

Si è parlato di tutto: autonomia regionale, tasse, lavoro, immigrati asiatici ed africani, burocrazia, opere pubbliche, ambiente, mafia. Ma non si è parlato del dramma del Sud. Più esattamente: qualcuno all’inizio ha annunciato un piano per il rilancio del Mezzogiorno, ma nessuno alla fine ha elaborato ed illustrato un progetto di sviluppo, insieme economico, civile e sociale. Eppure il Sud, in testa la Sicilia, è la parte più povera e più sofferente dell’Italia, quella che ha subìto il colpo più duro della Grande crisi economica internazionale cominciata nel 2008, la più grave dopo quella causata dalla Seconda guerra mondiale.

Il Mezzogiorno è stato devastato. È ripartita l’emigrazione di massa conosciuta alla fine del 1800 e nella prima metà del 1900. Dal 2008 al 2015 più di 380.000 meridionali si sono trasferiti, secondo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, dalle regioni del Sud a quelle del Centro-Nord. E oltre 500.000 italiani, in gran parte del Mezzogiorno, hanno varcato le Alpi per andare a lavorare, in particolare, in Germania, Regno Unito e Francia. Partono tutti: soprattutto i giovani e i lavoratori più qualificati.

La fragile struttura produttiva del Mezzogiorno ha subìto un colpo micidiale. Hanno chiuso molte grandi fabbriche come la Fiat di Termini Imerese e tante piccole e medie aziende manifatturiere e dei servizi. Perfino l’Ilva di Taranto, il più grande centro siderurgico d’Europa un tempo dell’Iri e poi privatizzato, ha rischiato di chiudere i battenti per ragioni ambientali e tecnologiche ed ora la sua salvezza è legata ad una multinazionale che ha annunciato un taglio all’occupazione e alla produzione.

La Sicilia, cinque milioni di abitanti, una delle più importanti regioni italiane e del Mezzogiorno, potrebbe avere un ruolo trainante nel rilancio del Sud. È una delle cinque regioni a statuto speciale con un’ampia autonomia decisionale su tutte le materie più importanti. La Sicilia, ponte di cultura tra l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, avrebbe tutte le carte da giocare in campi come l’industria digitale, il turismo, la cultura, la ricerca, l’ambiente. Invece niente, dalla campagna elettorale non è emerso alcun disegno di sviluppo per l’isola e per il Mezzogiorno.

Non è venuta fuori nemmeno un’idea sulla quale lavorare. Anzi, un’idea è rifiorita: costruire il ponte sullo Stretto di Messina. Berlusconi ha rilanciato la proposta già avanzata prima nel 1994 e poi nel 2001 e mai decollata: la realizzazione del ponte “è un impegno preciso nei confronti della Sicilia e dei siciliani” insieme a “un piano Marshall” per la regione.

Più o meno nello stesso modo la pensa il candidato del centro-sinistra (versione Pd) a presidente della regione siciliana Fabrizio Micari: “E’ un’opera fondamentale e strategica”. Del resto lo stesso Renzi disse sì al ponte un anno fa, un’opera sempre bocciata prima di allora dal centro-sinistra. Il ponte per collegare la Sicilia al resto dell’Italia, del quale si parla da oltre cento anni, può piacere o no, è una scelta scollegata da un progetto di sviluppo complessivo ma almeno ha il pregio di rimettere al centro dell’attenzione nazionale il depresso Sud.

Il problema del Mezzogiorno è stato semplicemente accantonato, azzerato: non suscita né la solidarietà né l’interesse economico per un’azione di sistema della collettività nazionale. Dominano gli interessi e le ragioni del Nord. Anche la parte settentrionale del Paese è uscita malconcia dalla Grande crisi e dalle sfide della globalizzazione economica, ma resta sempre tra le zone più ricche dell’Europa e ha saputo reagire curando le tante “ferite” forse anche a spese del Mezzogiorno. Anche ora la ripresa economica è treno che porta quasi sempre nelle regioni settentrionali.

Ma o si affrontano e si risolvono i gravi problemi del Sud o c’è il rischio di una travolgente vittoria della protesta populista, di destra o di sinistra. C’è anche il pericolo di una rivolta violenta, spinta dalla precarietà, dall’insicurezza e dalla “mancanza del pane”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sicilia. Dai 5Stelle campagna elettorale al vetriolo

angelo-parisiAngelo Parisi, futuro assessore ai Rifiuti di una ipotetica giunta grillina, minaccia su Twitter di “bruciare vivo” il dem Ettore Rosato, autore della nuova legge elettorale. Insorge il Pd, a cominciare dal segretario Matteo Renzi. Persino la presidente della Camera Laura Boldrini bolla l’accaduto come “inaccettabile”. Così, dopo la bufera scoppiata in Rete, Parisi si scusa pubblicamente: “Non sono un hater, mi dispiace”. Ma il M5s lo difende.

La vicenda è stata raccontata dal quotidiano La Stampa. Ecco i fatti: il giovane ingegnere ambientale Angelo Parisi viene scelto dal candidato M5s alla presidenza della Regione Sicilia, Giancarlo Cancelleri, come assessore ai Rifiuti e all’Energia in caso di vittoria dei pentastellati alle elezioni regionali siciliane. Cancelleri però non sa che uno dei passatempi preferiti di Parisi è quello di riversare astio e insulti sui social network. Tenicamente lo si definisce un ‘hater’, ossia ‘odiatore’ di professione. Tra le varie cose pubblicate l’aspirante assessore aveva espresso il suo pensiero sul capogruppo dem Ettore Rosato. In particolare scriveva: “Rosato facciamo un patto, se questa legge sarà cassata dalla Consulta, noi ti bruceremo vivo, ok?”. Pronta la replica dello stesso Rosato, che su Facebook denuncia: “Non sono uno che si impressiona, mai. Neanche quando leggo fiumi di odio contro di noi sui social. Ma la frase ‘Ettore Rosato, noi ti bruceremo vivo’, mi fa male. Per la mia famiglia e per i miei figli, naturalmente. E perché non l’ha scritta uno qualsiasi. Ma un signore a cui il candidato 5 stelle Cancelleri vuole far fare l’assessore ai rifiuti in caso di vittoria”.

Poco dopo sono arrivate le scuse di Parisi: “Quando sbaglio so riconoscerlo, per questo oggi sento di dover chiedere scusa per il mio tweet dei giorni scorsi rivolto a Ettore Rosato. Quel linguaggio e quei toni non mi appartengono e mi dispiace essere andato oltre i limiti in un momento. Non sono un hater, sono un cittadino che ha a cuore la democrazia e le istituzioni.

“Nell’esprimere la solidarietà mia personale, delle senatrici e dei senatori del gruppo del Pd al presidente Ettore Rosato, noto con grande stupore – fa notare il capogruppo del Pd a Palazzo Madama Luigi Zanda – che il Movimento 5 stelle e il candidato Cancellieri non hanno preso alcuna netta e convincente distanza dalla raffica di violentissimi e inaccettabili tweet di Parisi”.  “E’ stupefacente e vergognoso che Cancellieri abbia definito un tweet che minaccia di morte Ettore Rosato un semplice ‘tweet infelice’ e abbia addirittura dichiarato di voler confermare Parisi come assessore. Nessun partito o movimento di un Paese democratico si comporterebbe così. Per chi realmente crede nella democrazia, c’è una sola reazione possibile: condannare, allontanare e negare ogni tipo di incarico pubblico a chiunque usi toni squadristi e parole che incoraggiano all’uccisione dell’avversario”, conclude.

Edoardo Gianelli

Sicilia. Congelate le regionarie del Movimento 5 Stelle

cancellieriAltra tegola sui Cinquestelle in Sicilia. A meno di due mesi dal voto del 5 novembre in Sicilia arriva un altro pasticcio sul cammino del Movimento 5 stelle che ha provato a scrollarsi di dosso il pasticcio delle ‘firme false’. Questa volta nella bufera sono finite le ‘regionarie’ siciliane, le elezioni online che il 9 luglio hanno incoronato Giancarlo Cancelleri candidato presidente della Regione siciliana. La Quinta sezione civile del Tribunale di Palermo ne ha sospeso la validità sulla base del ricorso di un militante siciliano, Mauro Giulivi, che era stato escluso dall’organizzazione del movimento perché non avrebbe presentato un documento per confermare la sua candidatura. Cancelleri, però, non si ferma: anche oggi è nel Messinese: “Continueremo a parlare con la gente e a incontrare i territori. Possiamo cambiare tutto con il voto della gente”. Insieme a lui il vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio: “La campagna elettorale per Giancarlo presidente va avanti. Noi ce la metteremo tutta. Stateci vicini”. A stretto giro ecco pure il Blog delle stelle di Beppe Grillo: “Il Movimento 5 Stelle in Sicilia ci sarà, non c’è nessun rischio caos. Il Tribunale ha semplicemente accolto il ricorso di un iscritto che vuole essere in lista e, come misura cautelare, ha sospeso le regionarie. Ciò non toglie che il Movimento 5 Stelle parteciperà alle elezioni, come previsto, e lo farà seguendo le decisioni che verranno prese dal tribunale”. Così resta l’incognita legata alla sentenza che Grillo ha assicurato che rispetterà. Il 18 settembre nuova udienza.

È un fatto che quel documento al centro della controversia e indicato come codice etico non è

stato riconosciuto dal giudice, “poiché non risulta che tale adesione dovesse intervenire prima della candidatura proposta online; al contrario risulta che per le precedenti Comunarie detta adesione è stata richiesta solo all’esito delle primarie”. E Giulivi “è stato escluso senza formalizzazione di

alcun invito alla relativa sottoscrizione”, per cui “deve escludersi la sussistenza della causa ostativa alla candidatura”. E’ quindi scattato il provvedimento cautelare emesso dal giudice.

Attacca Giulivi, che chiede la ripetizione del voto: “La mia è una battaglia di trasparenza e rispetto delle regole, valori fondanti del Movimento che seguo e sostengo ormai da diversi anni e che prima di arrivare a questo stadio, proprio in virtù del rispetto per il Movimento e per ciò che rappresenta, per settimane ho cercato il dialogo e la mediazione, ma niente da fare, ho ricevuto solo picche e porte in faccia. Il mio intento è tutelare il movimento 5 stelle da gravi fatti e dinamiche che lo snaturano e lo indeboliscono proprio alle porte di un appuntamento così importante come

quello delle regionali siciliane. Basterà rispettare le decisioni del giudice – ha concluso – e ripetere le votazioni”.

Interviene anche l’avversario del centrosinistra Fabrizio Micari: “Mi auguro che tutto venga chiarito e che Giancarlo Cancelleri possa proseguire regolarmente la sua campagna elettorale: intendiamo vincere sul campo, non certo grazie alla decisione di un Tribunale. Resta il fatto che questa notizia

deve far riflettere su quanto avviene all’interno del Movimento 5 Stelle: dalla vicenda delle ‘firme false’ a Palermo ai pasticci amministrativi del sindaco Raggi a Roma, al ‘caos’ delle comunarie a Genova, gli esempi di approssimazione e superficialità dei grillini sono davvero troppi”.

Sicilia: Oddo, improcrastinabile investitura candidato

“Riteniamo – afferma Nino Oddo, segretario regionale del Partito Socialista Italiano e deputato all’Ars – che non sia più procrastinabile l’investitura del candidato presidente del centrosinistra per le imminenti elezioni regionali. Il protrarsi di questa situazione indefinita a nostro giudizio determina confusione nell’elettorato, soprattutto per i tempi ristretti per lo svolgimento della campagna elettorale. Occorre un immediato vertice della coalizione che ufficializzi l’intesa delle forze politiche. Il tandem Micari-La Via può costituire il giusto mix fra rinnovamento ed esperienza, ma va messo in campo al più presto possibile”.