Berlusconi e il ministero per la terza età

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 09-01-2013 Roma Politica Rai - trasmissione porta a porta  Nella foto: Silvio Berlusconi Photo Mauro Scrobogna /LaPresse 09-01-2013 Rome Politics Rai -  porta a porta tv show - In the picture: Silvio Berlusconi

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse
09-01-2013 

«Se vinceremo le elezioni nel nostro prossimo governo ci sarà una novità importante, quella di un ministero della terza età». Lo ha annunciato Silvio Berlusconi in un videomessaggio inviato al Congresso Nazionale di Federanziani. Dopo aver cavalcato il suo storico cavallo di battaglia sul tema delle pensioni: “Ritengo moralmente doveroso aumentare i minimi pensionistici a 1000 euro al mese per tredici mensilità” naturalmente ciò deve valer anche “per le nostre mamme che hanno lavorato tutti i giorni a casa e che devono poter avere la possibilità di trascorrere una vecchiaia serena e dignitosa”. Misure che, secondo il leader di Forza Italia, si rendono necessarie anche perché avendo “promosso alcuni studi universitari al San Raffaele, secondo i ricercatori l’obiettivo a portata di mano è quello di accrescere la prospettiva di vita fino a 125 anni. Tutto questo è positivo, apre prospettive affascinanti ma anche diversi problemi perché le persone devono poter invecchiare in salute ma anche in sicurezza economica. Invece nel 2016 tre milioni di anziani hanno dovuto rinunciare alle cure perché troppo costose. Oggi nessuno anziano può vivere con una pensione minima di 500 euro: oggi è doveroso e indispensabile aumentare i minimi pensionistici”.

Ora su modalità e coperture nessuna parola ma in campagna elettorale ci siamo abituati. La domanda che sorge spontanea sulle pensioni però è lecita. Porsi come obiettivo di dare mille euro di pensione a chi magari non ha versato mai un contributo non rende poi necessario magari aumentare la pensione anche a chi, per esempio, ha rimpolpato la cassa previdenziale per quarant’anni? Inoltre, mille euro a chi non ha mai versato non corrisponde esattamente a una misura previdenziale bensì configura un intervento assistenziale e dato che sull’Inps gravano già una serie di compiti che nulla hanno a che vedere con il dna originario dell’Ente (da acronimo: Istituto nazionale per la previdenza sociale, cioè riscossione dei contributi e pagamento delle relative pensioni), non sarebbe l’ora di mettere mano alla divisione tra previdenza e assistenza che avrebbe anche il merito di fornirci un quadro più veritiero della nostra spesa previdenziale? In fondo, lo dice anche il presidente dell’Inps Tito Boeri che avendo sviluppato nel tempo uno sconosciuto attaccamento al potere, pensa di poter risolvere la questione cambiando il nome dell’Istituto, cioè l’acronimo ma non il contenuto del suo servizio. Peraltro una operazione verità dovrebbe prevedere anche altri interventi come, ad esempio, provvedere al calcolo della spesa al netto delle imposte e non al lordo come avviene in altri civilissimi paesi europei e anche al netto della liquidazione dei Tfr che con la previdenza non hanno nulla a che spartire trattandosi di salari differiti. Ma si sa che il Cavaliere è bravo a far promesse da marinaio. Il che significa che in fondo le parole volando non obbligano a realizzare alcuna vera riforma strutturale.

Ma veniamo all’idea annunciata con una certa enfasi: la creazione di un “Ministero della Terza età”. Roba da sobbalzare sulla sedia. L’idea se fosse il periodo delle chiacchiere (quelle dolci non quelle parolaie) e delle castagnole farebbe anche ridere. Ma presa sul serio fa piangere. Un ministero per la terza età avrebbe il sapore della creazione di una sorta di riserva indiana. I ministeri esistenti coprono in abbondanza, anche se sicuramente in maniera non sempre efficace, i problemi che riguardano gli anziani e non solo. Solitamente i ministeri così specifici si creano per affrontare problemi endemici, basti pensare al Ministero per gli interventi straordinari per i Mezzogiorno frutto di una passione e di una pressione meridionalistica che considerava irrisolta la questione di una equilibrata unificazione del Paese, con una sua parte (da Pomezia in giù) oggettivamente dimenticata e spesso derubricata a problema di ordine pubblico da trattare a suon di schioppettate in piazza.

Gli anziani però non sono un problema ma, semmai, una risorsa e proprio i riferimenti dell’ex cavaliere ai processi sempre più rallentati di invecchiamento obbligano a meditare sui modi in cui utilizzare quella risorsa a vantaggio del bene comune. Un problema gli anziani lo diventano solo quando la società, semmai incentivata da una classe politica che “gioca” per motivi elettorali sulla guerra generazionale, li considera tali, indipendentemente dall’esistenza o meno di un ministero ad hoc. Ma soprattutto gli anziani non sono abitanti di un universo parallelo; sono parte della società italiana come i giovani, i quarantenni e gli esponenti della mezza età. Quella di anziano è una condizione naturale come tutte le altre. È il ciclo della vita che non dipende da un ministero che per la qualità dell’idea su cui si basa è decisamente più vecchia e malandata di coloro a cui dovrebbe dedicarsi.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Due nuovi centro-sinistra Renzi contro Bersani

renzi bersani

Per Matteo Renzi non c’è pace. Lo scontro è su due centro-sinistra che ancora devono formarsi. Il terremoto post elettorale è cominciato. La catena di sconfitte è lunga: nel 2015 perse la Liguria; nel giugno 2016 i sindaci di Roma e Torino; a dicembre dell’anno scorso il referendum sulla riforma costituzionale; adesso c’è stata la “botta” delle elezioni regionali in Sicilia. Il Pd nell’isola è arrivato terzo dopo il centro-destra e i cinquestelle.

Mezzo Pd è in rivolta. È in discussione perfino la leadership di Renzi. Dario Franceschini, ex Dc-Ppi-Margherita, potente capo corrente del Pd, è sul piede di guerra. Pronto a dare battaglia è anche Andrea Orlando, ex Pci-Pds-Ds, capo della corrente di sinistra del partito.

Così Renzi gioca d’anticipo. Prima rilancia la sua leadership: «Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta». Poi apre la strada alla costruzione di un nuovo centro-sinistra, mettendo la parte la linea dell’autosufficienza del Pd: «Siamo pronti ad allargare ancora al centro e alla nostra sinistra. Condivido a questo proposito le riflessioni di Dario Franceschini». E annuncia: «Possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio» il 40% dei voti già ottenuti nelle elezioni europee del 2014 e nel referendum sulla riforma costituzionale, perso proprio con questa soglia.

Su Palazzo Chigi è prudente, non rilancia la sua candidatura: sceglie il Parlamento. Ma anche qui si muove qualcosa. Il capogruppo democratico alla Camera, Ettore Rosato, ha considerato “spendibile” il nome di Paolo Gentiloni, anche se poco dopo non esclude una ricandidatura di Renzi a presidente del Consiglio. Del resto può succedere di tutto. Sono gettonati anche due ministri come possibili candidati premier: Marco Minniti (Interno) e Carlo Calenda (Sviluppo Economico).

Due centro-sinistra: scelte diverse sul programma e su Palazzo Chigi, la partita è aperta. Bersani e D’Alema, usciti dal Pd a febbraio contestando da sinistra Renzi per fondare il Mdp, hanno idee diverse. Pensano a Pietro Grasso, presidente del Senato, fresco di divorzio dal Pd, come candidato premier. Pier Luigi Bersani non nasconde l’entusiasmo per Grasso candidato presidente del Consiglio: «Per il nostro profilo civico e di sinistra ci starebbe da Dio…». Il parere di Massimo D’Alema è analogo: «La presenza di Grasso sarebbe fondamentale». La contrapposizione con Renzi è totale: «Io uso le parole di Pisapia: ‘La ricostruzione del centrosinistra richiede una discontinuità di leadership e di contenuti’. E io sono d’accordo con lui».

Si profilano due centro-sinistra in contrapposizione e una violenta battaglia tra le sinistre. Anche le altre forze della sinistra critica e riformista studiano strategie ed alleanze in vista delle elezioni politiche. Nicola Fratoianni, totalmente critico con il Pd, ha annunciato per il 19 novembre a Roma un’assemblea nazionale di Sinistra Italiana «per presentare alle prossime elezioni un’unica lista di sinistra autonoma e alternativa». Giuliano Pisapia, artefice di Campo Progressista, si considera diverso ma non alternativo a Renzi. L’ex sindaco di Milano potrebbe formare una lista elettorale con la radicale Emma Bonino, i socialisti di Riccardo Nencini e i verdi di Angelo Bonelli. Pisapia il 12 novembre, mell’assemblea organizzata a Roma, esporrà il suo progetto e probabilmente riproporrà le primarie di coalizione per Palazzo Chigi.

Le molteplici e frammentate forze di centro-sinistra si muovono in modo contrapposto, le divisioni aumentano. Un brutto viatico per le elezioni politiche previste in primavera. In Sicilia la spaccatura c’è stata su due liste, quella centrata sul Pd e guidata da Fabrizio Micari e quella basata su Mdp capeggiata da Claudio Fava. È stato un disastro: Micari è arrivato terzo e Fava quarto. Dalle urne delle politiche potrebbe uscire l’ingovernabilità che aprirebbe le porte ad un esecutivo di “larghe intese” con Silvio Berlusconi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sorpresa Sicilia, torna Berlusconi

berlusconiLa Sicilia è la terra delle sorprese, può succedere di tutto. Può anche essere il palcoscenico del ritorno alla ribalta politica di Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest. L’imprenditore che nel lontano 1994, contro ogni previsione, vinse le elezioni politiche, divenne presidente del Consiglio e fu tra i fondatori della poco brillante Seconda Repubblica.
Adesso gli occhi sono puntati sulla Sicilia: ieri si è votato per le regionali e oggi c’è lo scrutinio. La Trinacria è la terra delle sorprese e dell’assurdo. Pietrangelo Buttafuoco ha rivelato al Corriere della Sera: la Regione siciliana, in barba ai suoi giganteschi debiti, può permettersi perfino il lusso di comprare una feroce orca marina e metterla a pensione nei mari del nord Europa. Il giornalista catanese tra il serio e l’ironico ha commentato: «Non si ha idea di quanto costi allevare un’orca». Buttafuoco non ha precisato le caratteristiche dell’aggressivo predatore degli oceani (i maschi possono arrivare fino a una lunghezza di 9 metri e a 10 tonnellate di peso) battente bandiera della Trinacria, ma sembra che l’orca sia destinata al parco marino di Sciacca finora mai realizzato.
Chiunque vincerà le elezioni regionali siciliane, centro-destra o cinquestelle (secondo le proiezioni è un testa a testa), dovrà fare i conti con problemi enormi e surreali, di tutti i tipi. C’è anche il costosissimo paradosso delle guardie forestali: sono circa 25 mila i dipendenti (a tempo pieno o parziale) della regione Sicilia più gli 800 con poteri di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria inquadrati nei ranghi dell’arma dei carabinieri. Un esercito se si pensa alle guardie forestali delle altre regioni: il Piemonte, ad esempio, ne ha appena 400 con una superficie boschiva certo non inferiore alla Sicilia.
In realtà la regione di Archimede anche in questo modo cerca di dare una risposta all’altissima e perenne disoccupazione, una risposta più di tipo assistenziale che economica. Non solo. Puntualmente ogni estate le fiamme riducono in cenere buona parte dei boschi siciliani e, più di una volta, i piromani arrestati erano delle guardie forestali in cerca di un nuovo incarico o di poter effettuare degli straordinari per guadagnare qualcosa in più.
Povertà, malessere sociale e illegalità (in molti casi guidata dalla mafia) costituiscono una miscela esplosiva, pericolosa. Con il voto di ieri gli elettori siciliani hanno premiato le opposizioni e punito il centro-sinistra che ha guidato negli ultimi cinque anni Palazzo dei Normanni a Palermo. Il centro-sinistra ha pagato anche l’autogol della divisione: da una parte una lista centrata sul Pd e dall’altra quella basata sul tandem Mdp-Si. Soprattutto Matteo Renzi è il grande sconfitto, forse non a caso il segretario del Pd ha tenuto un basso profilo nelle elezioni siciliane.
Silvio Berlusconi ha smentito tutte le previsioni. Dato per morto sul piano politico per le tante sconfitte, per i pesanti guai giudiziari e per la seria malattia al cuore, è invece ritornato in campo da trionfatore. Il presidente di Forza Italia, 81 anni suonati, ha battuto in lungo e in largo la Sicilia ed è riuscito e ricomporre i contrasti con Matteo Salvini (Lega) e con Giorgia Meloni (FdI), riunificando il centro-destra.
Beppe Grillo può essere soddisfatto. Ha raddoppiato i voti raccolti cinque anni fa quando superò a nuoto lo Stretto di Messina e la sua voce nella campagna elettorale nell’isola è stata molto più forte e decisiva di quella del giovane Luigi Di Maio, eletto nelle primarie online “capo” del M5S e candidato premier nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Certo ci sono due “piccoli problemi” (si fa per dire) da risolvere. Primo problema: il già basso numero dei votanti cala ancora al 46,76% degli elettori rispetto al 47,41% delle regionali del 2012. La maggioranza degli elettori, ben il 53,23% ha disertato le urne. Secondo problema: è probabile che il vincitore (centro-destra o cinquestelle) non avrà la maggioranza dei 70 consiglieri regionali e dovrà ricorrere ad una alleanza per governare. Sarebbe un bel rebus. Stamattina è cominciato lo scrutinio dei voti ed entro stasera si dovrebbe sapere chi ha vinto, con quanti consensi e se sarà in grado di formare una giunta autonoma o dovrà cercare alleanze per governare.

Rodolfo Ruocco

Sfoglia Roma

Nel voto in Sicilia sparito
il dramma Sud

arsStrane elezioni quelle siciliane. Domenica 5 novembre è una giornata importante, serve ad eleggere il nuovo governatore della Sicilia e a rinnovare il consiglio regionale a Palazzo dei Normanni. Il voto, in qualche modo, influirà anche sugli equilibri politici nazionali.

Centro-sinistra, centro-destra, cinquestelle si sono scontrati in una battaglia campale per due mesi di campagna elettorale. Matteo Renzi (Pd), Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega)  hanno percorso in lungo e in largo la Sicilia a caccia di voti. Altrettanto ha fatto Claudio Fava, schierato dalle sinistre (Mdp e Sinistra Italiana) come candidato alla presidenza della regione siciliana.

Si è parlato di tutto: autonomia regionale, tasse, lavoro, immigrati asiatici ed africani, burocrazia, opere pubbliche, ambiente, mafia. Ma non si è parlato del dramma del Sud. Più esattamente: qualcuno all’inizio ha annunciato un piano per il rilancio del Mezzogiorno, ma nessuno alla fine ha elaborato ed illustrato un progetto di sviluppo, insieme economico, civile e sociale. Eppure il Sud, in testa la Sicilia, è la parte più povera e più sofferente dell’Italia, quella che ha subìto il colpo più duro della Grande crisi economica internazionale cominciata nel 2008, la più grave dopo quella causata dalla Seconda guerra mondiale.

Il Mezzogiorno è stato devastato. È ripartita l’emigrazione di massa conosciuta alla fine del 1800 e nella prima metà del 1900. Dal 2008 al 2015 più di 380.000 meridionali si sono trasferiti, secondo l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro, dalle regioni del Sud a quelle del Centro-Nord. E oltre 500.000 italiani, in gran parte del Mezzogiorno, hanno varcato le Alpi per andare a lavorare, in particolare, in Germania, Regno Unito e Francia. Partono tutti: soprattutto i giovani e i lavoratori più qualificati.

La fragile struttura produttiva del Mezzogiorno ha subìto un colpo micidiale. Hanno chiuso molte grandi fabbriche come la Fiat di Termini Imerese e tante piccole e medie aziende manifatturiere e dei servizi. Perfino l’Ilva di Taranto, il più grande centro siderurgico d’Europa un tempo dell’Iri e poi privatizzato, ha rischiato di chiudere i battenti per ragioni ambientali e tecnologiche ed ora la sua salvezza è legata ad una multinazionale che ha annunciato un taglio all’occupazione e alla produzione.

La Sicilia, cinque milioni di abitanti, una delle più importanti regioni italiane e del Mezzogiorno, potrebbe avere un ruolo trainante nel rilancio del Sud. È una delle cinque regioni a statuto speciale con un’ampia autonomia decisionale su tutte le materie più importanti. La Sicilia, ponte di cultura tra l’Europa, il Medio Oriente e l’Africa, avrebbe tutte le carte da giocare in campi come l’industria digitale, il turismo, la cultura, la ricerca, l’ambiente. Invece niente, dalla campagna elettorale non è emerso alcun disegno di sviluppo per l’isola e per il Mezzogiorno.

Non è venuta fuori nemmeno un’idea sulla quale lavorare. Anzi, un’idea è rifiorita: costruire il ponte sullo Stretto di Messina. Berlusconi ha rilanciato la proposta già avanzata prima nel 1994 e poi nel 2001 e mai decollata: la realizzazione del ponte “è un impegno preciso nei confronti della Sicilia e dei siciliani” insieme a “un piano Marshall” per la regione.

Più o meno nello stesso modo la pensa il candidato del centro-sinistra (versione Pd) a presidente della regione siciliana Fabrizio Micari: “E’ un’opera fondamentale e strategica”. Del resto lo stesso Renzi disse sì al ponte un anno fa, un’opera sempre bocciata prima di allora dal centro-sinistra. Il ponte per collegare la Sicilia al resto dell’Italia, del quale si parla da oltre cento anni, può piacere o no, è una scelta scollegata da un progetto di sviluppo complessivo ma almeno ha il pregio di rimettere al centro dell’attenzione nazionale il depresso Sud.

Il problema del Mezzogiorno è stato semplicemente accantonato, azzerato: non suscita né la solidarietà né l’interesse economico per un’azione di sistema della collettività nazionale. Dominano gli interessi e le ragioni del Nord. Anche la parte settentrionale del Paese è uscita malconcia dalla Grande crisi e dalle sfide della globalizzazione economica, ma resta sempre tra le zone più ricche dell’Europa e ha saputo reagire curando le tante “ferite” forse anche a spese del Mezzogiorno. Anche ora la ripresa economica è treno che porta quasi sempre nelle regioni settentrionali.

Ma o si affrontano e si risolvono i gravi problemi del Sud o c’è il rischio di una travolgente vittoria della protesta populista, di destra o di sinistra. C’è anche il pericolo di una rivolta violenta, spinta dalla precarietà, dall’insicurezza e dalla “mancanza del pane”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

IL ROSATELLUM È LEGGE

rosatellum tabellone

Il Rosatellum bis è legge con 214 voti a favore. In tempi record, in soli 35 giorni e con 8 diversi voti di fiducia tra Camera e Senato, vede la luce la riforma della legge elettorale frutto del patto tra Pd, Forza Italia, Ap, Psi e Lega, che poi si allarga al sostegno di altre forze, prima fra tutte quella guidata da Denis Verdini. Che nel giorno del via libera definitivo ruba la scena e interviene in Aula rivendicando il voto determinante del suo gruppo: se oggi c’è una maggioranza e c’è un nuovo sistema di voto “è merito nostro”. Non solo. L’ex braccio destro di Silvio Berlusconi si pone ufficialmente all’interno della maggioranza di governo e anzi fa presagire anche qualcosa per il futuro: “Dicono che è cambiata la maggioranza. Non è vero”, scandisce in Aula, “noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo fino all’ultimo giorno della legislatura”. Mentre parla Verdini si levano dai banchi del Movimento 5 Stelle le proteste dei pentastellati, che lasciano l’emiciclo. Ma il senatore toscano non fa una piega, va avanti dritto per la sua strada e ne approfitta per togliersi qualche sassolino dalle scarpe: “Norma per l’Estero fatta apposta per me? Se mi ricandido lo farò in Italia”. Verdini ne ha anche per gli ex Pd: “Capisco l’amarezza dei bersaniani, un’amarezza che forse però dovrebbero rivolgere prima di tutto a loro stessi, ai tempi nuovi che non comprendono e all’errore di rivendicare la propria storia senza averci mai fatto i conti fino in fondo”. “Ala – conclude Verdini – continuerà a fare, sulla manovra e sullo ius soli” sul quale si dice “pronto a votarlo anche domani”

Per il resto, la mattinata scorre via come da copione: nessuna sorpresa sui numeri, la legge elettorale incassa 214 sì, solo 61 i voti contrari. Il Pd regge senza crepe (non partecipano al voto i 7 ‘dissidenti’ dem, notizia già nota). Nessuna defezione di rilievo nelle file di Forza Italia e di Ap. I malumori, anche pesanti, delle ultime settimane, almeno sulla carta, sembrano rientrati. Resta lo strappo definitivo dei dempro, anche se Dario Franceschini invita a lavorare per “ricostruire in fretta una coalizione”.

Il capogruppo dem, Luigi Zanda, stigmatizza l’atteggiamento di Mdp (“è dal 2011 che avete sostenuto governi di destra”) e dei 5 Stelle, che volevano ricorrere al voto segreto solo per “una manovra politica”. Anche Zanda, in Aula, torna poi sul tema dello ius soli, auspicando che il governo ponga la fiducia per approvare la legge.

I 5 Stelle, che ieri al fianco di Beppe Grillo sono scesi in piazza, ci vanno giù duro: il Rosatellum è “una legge ‘bunga bunga’ che resuscita un pluricondannato”. Arriva poi il ‘mea culpa’ di Roberto Calderoli, che annuncia il voto favorevole della Lega pur “col naso turato”: “Sono stato ingiusto a definire la mia legge ‘Porcellum’, le porcate sono venute dopo”. Per Paolo Romani si scrive oggi “una buona pagina della storia dlela Repubblica”, afferma il capogruppo di FI.

Come annunciato ieri, in un intervento duro contro la forzatura della fiducia, Giorgio Napolitano vota a favore della legge. Vota invece contro il senatore a vita ed ex premier Mario Monti . Da questa sera il testo della legge elettorale sarà sulla scrivania del Presidente della Repubblica. Mattarella, più volte invocato da M5s e Mdp perché non firmasse la legge, si prenderà il tempo necessario per esaminarla, molto probabilmente un giorno, al massimo due.

L’esito di questo esame non pare poter riservare grosse sorprese: al Capo dello Stato competono margini assai ristretti per non firmare una legge, che dovrebbe essere macroscopicamente anticostituzionale per subire uno stop dal Quirinale. E a favore del Rosatellum gioca anche il risultato del voto, che rappresenta una maggioranza amplissima e per di più trasversale.

Vince la Lega, un colpo
a Salvini

Matteo Salvini-Lega

Niente di rivoluzionario dalla Lega. Né la secessione dall’Italia e nemmeno il federalismo ma l’autonomia, il cosiddetto “regionalismo differenziato” previsto dalla Costituzione repubblicana. Il referendum leghista, vittorioso in Veneto e in Lombardia (ma tantissimi voti ci sono stati nella prima regione e molti di meno nella seconda), chiede più poteri allo Stato centrale. Il modello è quello delle regioni a statuto speciale (la Sicilia, la Sardegna, il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia) che dispongono di poteri più ampi.

I soldi, il fisco. In particolare Luca Zaia e Roberto Maroni, i presidenti leghisti del Veneto e della Lombardia, guardano al portafoglio: vogliono una quota più alta delle tasse riscosse nei loro territori, i più ricchi d’Italia. L’elegante e compito Zaia (ramo Liga Veneta della Lega Nord) non ne fa mistero e smentisce ogni paragone con il referendum catalano che ha dichiarato l’indipendenza dalla Spagna: «Non abbiamo niente a che vedere con la Catalogna. Vogliamo l’autonomia: più potere, più competenze e il federalismo fiscale, non l’indipendenza. Il treno passa una volta sola e comunque è una pagina storica». E anche Maroni (ramo Lega Lombarda della Lega Nord) fa lo stesso discorso.

Niente a che vedere con la secessione della Catalogna dalla Spagna, una pericolosissima mina vagante con possibili pericolose conseguenze politiche, economiche e persino di violenze e di scontri militari. L’esempio catalano rischia di determinare la frammentazione di molte nazioni europee insidiate da conati indipendentisti. Ma adesso l’Italia del nord sembra immune da questo virus, forse perché immunizzata dalle esperienze del passato.

Le differenze tra il Lombardo-Veneto (come si chiamavano nel 1800 le due regioni ai tempi della dominazione austriaca) e la Catalogna sono abissali. Matteo Salvini ha annunciato, subito dopo aver votato al referendum in Lombardia, la volontà di aprire un confronto e non uno scontro: «Noi da domani trattiamo con il governo centrale». Il segretario della Lega Nord deve fare i conti con una realtà diversa da quella catalana: 1) la grande maggioranza dei lombardi e dei veneti non vuole la secessione; 2) lui stesso ha buttato la vecchia bandiera dell’indipendenza della cosiddetta Padania alzata da Umberto Bossi vent’anni fa ed ha trasformato la Lega da partito del Nord in una forza di destra nazionale; 3) i due referendum tenuti domenica sono consultivi; 4) il Carroccio già governa da anni le due regioni, guidando delle giunte di centro-destra.

L’unico punto di contatto tra il referendum catalano e quelli del lombardo-veneto riguarda il portafoglio: tutti e tre i territori sono i più ricchi e sviluppati dei due paesi, la Spagna e l’Italia. Sia i catalani sia gli abitanti del nord-est del Belpaese vogliono pagare meno tasse e, in ogni caso, chiedono di poter utilizzare gran parte dei ricavi delle loro imposte. Poi, al di là della solidarietà con le regioni centro-meridionali, non mancano le contraddizioni. Un esempio per tutti: i contribuenti di Roma, Napoli, Palermo ma anche quelli di Torino e di Genova hanno visto usare le loro tasse per salvare dal fallimento le banche venete, quelle del ricco nord-est.

Sono lontani i tempi della rivolta padana di Bossi. Il fondatore della Lega Nord, tra espressioni forti (come il ricorso ai Kalashnikov e a “marce su Roma” poi in parte smentite) e comizi dialoganti, nel lontano 15 settembre 1996 proclamò a Venezia la secessione della Padania dall’Italia: «Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana». Tra lo sventolio delle bandiere del Carroccio nella città lagunare fu annunciata la fine del “colonialismo italiano” sulle regioni settentrionali.

Ma quella dichiarazione di Bossi, come il referendum organizzato in modo un po’ artigianale dalla Lega Nord, non ebbero alcun effetto. Il virus dell’indipendenza non attecchì. Né le popolazioni settentrionali né gli ex alleati del centro-destra seguirono la strada indicata dall’allora segretario del Carroccio. Anzi, successe il contrario. Sia Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, sia Gianfranco Fini, presidente di An, anche loro due uomini del nord, bocciarono senza appello la dichiarazione d’indipendenza, come il centro-sinistra allora guidato da Romano Prodi.

Così Bossi, isolato, fu costretto a tornare sui propri passi. Dalla secessione ripiegò sulla richiesta del federalismo e così negoziò con Berlusconi. La Lega tornò a formare una coalizione di centro-destra e ritornò al governo con gli esecutivi guidati da Berlusconi (nel 2001 e nel 2008). Lo stesso Bossi divenne ministro. Fu anche varata una riforma costituzionale all’insegna del federalismo politico, ma fu bocciata dagli italiani in un referendum.

Bossi, dopo le sconfitte politiche subì anche dei pesanti guai giudiziari, così perse la segreteria della Lega: prima fu sostituito da Maroni, il vecchio amico di un tempo, e poi da Salvini. La visione e l’identità politica localistica della Lega Nord andò in frantumi: addio a riti indipendentisti come l’elezione di Miss Padania. Anche le camicie verdi padane sono andate fuori moda e adesso Salvini indossa felpe di vari colori sia quando tiene comizi a Milano sia quando li fa a Roma, a Napoli e a Palermo.

Però il Carroccio anche in versione di destra nazionale, anti immigrati e anti euro, raccoglie pochi voti al Sud e molti al Nord. Lo dimostra anche la mobilitazione referendaria in Veneto e Lombardia, le regioni-casseforti di voti. Ed è un colpo alla nuova linea politica di Salvini, il segretario della metamorfosi della Lega Nord in italiana. Adesso Salvini dovrà fare i conti il rinnovato ancoraggio localistico nordista. Dovrà anche fare i conti con lo statuto del Carroccio che parla di Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sembra quasi la rivincita di Bossi.

Brilla sempre di più la stella di Zaia, il vincitore del referendum nel Veneto. Se il centro-destra vincerà le prossime elezioni politiche all’inizio del 2018 e la Lega Nord si piazzerà bene potrebbe rivendicare un proprio uomo per la presidenza del Consiglio. Sembra che l’elegante Zaia stia pensando proprio a Palazzo Chigi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

L’ILLUSIONE

maroni-zaia

Al referendum in cui Vento e Lombardia chiedevano più autonoma ha prevalso il sì. In Veneto il sì ha raggiunto il 98,1% e no sono stati l’1,9% con una affluenza del 57,2% mentre in Lombardia l’affluenza non si è rimasta al di sotto del 50% e si è fermata al 38,5%, ma i voti a favore del quesito sono stati il 95%. La provincia in cui si è votato di più è stata Bergamo con il 47,37%, quella con l’affluenza più scarsa la città metropolitana di Milano con il 31,20%.

Dal primo ministro per il momento nessun commento. Ma Roberto Maroni ha riferito di aver sentito Paolo Gentiloni stamane per riferirgli del test sul voto elettronico. Il premier mi è sembrato molto “interessato ad aprire una pagina nuova nel regionalismo”, ha affermato il governatore lombardo. Gentiloni, ha proseguito Maroni, “ha dato la disponibilità al confronto su tutte le materie” nella trattativa per ottenere maggiore autonomia.

“Il risultato del referendum – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – è chiaro: ora tocca però alle Istituzioni delineare i confini dell’autonomia per evitare il rischio di una Catalogna italiana. Zaia e Maroni continuano a parlare di una diversa ripartizione delle tasse, anche se sanno bene che la Costituzione vieta ogni intervento di natura fiscale”. “La loro campagna referendaria si è fondata su questa illusione. Era un’illusione e un’illusione rimane. Se non si è chiari, ora, su questo punto, si dà la stura a interpretazioni, a speranze che possono generare effetti pericolosi”.

Mentre la Lega immagina di allargare il referendum a tutte le regioni italiane, il deputato del Pd Misiani definisce il risultato della Lombardia un flop per Maroni. “Che Zaia possa parlare di successo è indiscutibile. Maroni, proprio no”. “Il presidente della regione – aggiunge – aveva a favore tutto il centrodestra, tutto il M5S e buona parte del centrosinistra, a partire dai sindaci lombardi del Pd. Nonostante questo larghissimo consenso di partenza, i 55 milioni di euro spesi tra tablet e propaganda e l’asticella del successo furbescamente abbassata dal 51 per cento dichiarato ad agosto al 34 per cento di pochi giorni fa, ha portato alle urne la metà dei lombardi che avevano votato nel Referendum costituzionale del 4 dicembre scorso”. “Se questo era il primo passo della campagna elettorale per le regionali, Maroni è indubbiamente partito male”, conclude.

Silvio Berlusconi si dice “soddisfatto” e ci cuce sopra un pezzo delle propria campagna elettorale. “Ora – afferma – comincia una fase nuova: credo che toccherà a noi, quando torneremo alla guida del paese dopo le elezioni, dare compiuta attuazione a una riforma che potrà riguardare tutte le regioni italiane”. Mentre a parlare di realismo è il coordinatore nazionale di Alternativa popolare Maurizio Lupi che spiega: “Cinque milioni di cittadini che votano chiedendo maggiore autonomia e federalismo per le loro regioni non sono un numero da usare strumentalmente nella prossima campagna elettorale. Questa significativa partecipazione popolare ci dice invece che i temi sui quali si sono pronunciati non sono da sottovalutare: c’è voglia di federalismo e di più autonomia, la questione settentrionale si ripropone in modo evidente”. “Prenderli sul serio vuol dire allora che questo è il momento della responsabilità, dei governatori e dello Stato”.

I Cinque Stelle, che si sono schierati per il sì cercano di mettere il cappello sui chi è andato a votare. “In Lombardia i cittadini si sono espressi in una percentuale considerevole”. “Il tema era nostro – affermano con Stefano Buffagni – e se siamo qui oggi è merito nostro”. Ma a dire il vero il referendum in Lombardia è stato ampiamente sconfitto. Ciò non toglie che il tema del decentramento dei poteri è tutt’altro che risolto.

Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La strana intesa 
Berlusconi-Putin

beluputinLe mani strette, i volti sorridenti, gli occhi dell’uno fissi in quelli dell’altro, i vestiti eleganti. La foto riprodotta sul copriletto d’autore (realizzato da Michele Cascavilla), regalato da Silvio Berlusconi a Vladimir Putin per il suo compleanno, è una bandiera degli strettissimi rapporti politici e umani tra il presidente di Forza Italia e il presidente della Repubblica Russa.

Berlusconi e Putin sembrano lontani in tutto: per l’età (il primo ha 81 anni e il secondo 65), per le radici (l’uno imprenditore, l’altro ufficiale del Kgb sovietico), per il carattere (gioviale l’italiano, gelido il russo). Eppure, nonostante le tante differenze, è nata una stranissima intesa politica ed una saldissima amicizia. Berlusconi appena festeggiato il suo 81° compleanno (il 29 settembre) ha preso l’aereo ed è volato a Sochi, la calda città russa sul Mar Nero, ed ha brindato ai 65 anni di Putin (compiuti il 7 ottobre).

La simpatia scoccò al vertice del G8 di Genova del 2001, ben 16 anni fa, e da allora via via si è rafforzata. Il capolavoro di Berlusconi andò in buca nel 2002 quando trasformò americani e russi da avversari in alleati. L’allora presidente del Consiglio propose e ottenne nel vertice di Pratica di Mare l’allargamento della Nato alla Russia. Commentò: «È un importante matrimonio tra Oriente ed Occidente». Nacque “il Consiglio a 20”, i 19 paesi dell’Alleanza Atlantica più Mosca, con l’obiettivo di un’ampia collaborazione internazionale, cominciando dalla lotta al terrorismo.

Le relazioni politiche ed umane da allora sono diventate sempre più strette. Gli incontri ufficiali e personali (alle volte allargati a moglie e figli) si sono succeduti a ripetizione a Roma, a Milano, a Mosca, a San Pietroburgo, a villa Certosa (la lussuosa residenza del Cavaliere in Sardegna), nella dacia di Zavidovo (la casa del presidente russo in una foresta vicino a Mosca).

Il fondatore di Forza Italia, del Pdl, della Fininvest ha sempre cercato di comprendere le ragioni del potente Putin, puntando a saldare la Russia in una forte alleanza con gli Stati Uniti d’America e con l’Unione Europea. In una prima fase la difficile impresa è riuscita, poi è fallita. Putin si è lanciato in una politica sempre più interventista: in Crimea, in Siria, in Libia.

Tuttavia, anche se Mosca è ridiventata un avversario, quasi un nemico della Nato, nulla è cambiato tra Berlusconi e Putin. Anzi, la solidarietà reciproca è emersa anche nei momenti più difficili. Anche dopo i guai giudiziari dell’uomo che riuscì ad aggregare il centro-destra italiano, nulla è cambiato. Il presidente russo ha continuato a sostenerlo: «Silvio è una persona franca, brillante, avrà un grande posto nella storia italiana». Berlusconi ha ricambiato. Dopo il successo del referendum per l’annessione della Crimea alla Russia (contestato dall’Ucraina) e le sanzioni europee contro il Cremlino, il presidente di Forza Italia sostenne le ragioni di Mosca. Volò in Crimea da Putin, sfidando tutte le critiche occidentali, e chiese la fine delle sanzioni economiche contro la Russia.

Molte volte le visite private, gli incontri tra i due, sono stati a porte chiuse. Nessuna dichiarazione, nessun commento alla stampa. Politica, economia, energia, nuovi equilibri internazionali sembrano essere stati i temi al centro dei colloqui. Questa volta a Sochi i discorsi potrebbero aver riguardato più strettamente l’Italia. Il presidente di Forza Italia, secondo un articolo di Luigi Bisignani pubblicato sul ‘Tempo’, sarebbe andato dal presidente russo guardando alle elezioni politiche all’inizio del 2018: l’obiettivo sarebbe di “convincere Putin a non finanziare la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni”. La Lega Nord e il M5S, partiti all’opposizione come Forza Italia, sono da tempo decisi sostenitori dello zar Putin e temibili concorrenti elettorali.

Putin è un personaggio da prendere con le molle. Secondo i democratici americani gli hacker russi, con le loro incursioni informatiche, sarebbero stati determinanti per la vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton nelle elezioni per la Casa Bianca.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primarie, 
Pisapia spariglia

Pisapia-unioni civiliLe elezioni politiche di inizio 2018 si avvicinano e tutti cercano di non restare “scottati” dal decisivo appuntamento con le urne. Giuliano Pisapia ha un problema enorme da affrontare: vuole costruire “un nuovo centro-sinistra” con il Pd e con le sinistre, ma il primo e le seconde sono in rotta di collisione tra di loro. Eppure in teoria sia il Pd di Matteo Renzi sia le tre sinistre (Campo progressista di Pisapia, Mdp di Speranza-Bersani-D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni-Fassina) avrebbero un forte interesse a un accordo.

I motivi per superare i duri contrasti sono evidenti: il Pd ha bisogno di alleati perché il M5S di Beppe Grillo gli insidia il primato di maggiore partito italiano e Silvio Berlusconi può ricomporre un concorrenziale centro-destra; le tre sinistre divise stentano a superare lo sbarramento del 3% dei voti previsto dall’attuale legge elettorale per accedere alla Camera (al Senato la soglia minima è addirittura dell’8%). Tuttavia, nonostante il grande interesse all’unità o comunque a raggiungere un’intesa elettorale, la lotta fratricida continua. Lo scontro è permanente tra il Pd, da una parte, e il Mdp e Sinistra italiana, dall’altra.

Pisapia, corteggiato da tutti i contendenti, ha cercato di costruire “un centro-sinistra largo” ma finora con scarsi risultati. Le sinistre rimproverano a Renzi una “deriva di destra” e il segretario del Pd controbatte con l’accusa di “sinistra conservatrice”. Lo stallo dura da tempo e la contesa si è inasprita con la scissione del Pd, realizzata lo scorso febbraio dal trio Speranza-Bersani-D’Alema. È difficile se non impossibile dialogare dopo una scissione.

Così tutte le speranze sono riposte su Pisapia apprezzato da tutti. L’ex sindaco di Milano ha cercato di riunire le sinistre e di dialogare con Renzi, ma lo stop è arrivato ogni volta puntuale. Poi è seguita la svolta. Ha lanciato un colpo a Renzi. Ha sparigliato giocando la carta delle primarie di coalizione, ha sollecitato il Pd a seguire questa strada per scegliere il candidato premier: «Dica apertamente che non è autosufficiente e che il candidato non sarà il segretario del Pd».

È una stoccata dura per l’ex presidente del Consiglio, che punta a ritornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni politiche. Ed è una mossa che aggrega le tre sinistre sul piede di guerra contro Renzi, sinistre sicure di raccogliere i voti di protesta finiti ai cinquestelle o nell’astensione se si presenteranno come forze alternative al segretario democratico.

Ma è una mossa che, a sorpresa, alla fine può risultare vincente. Le primarie di coalizione sono una carta importante giocata dal leader di Campo progressista. Tutti alla fine potrebbero approvare la proposta. Pisapia potrebbe vantare la “discontinuità” ottenuta dal Pd con le primarie di coalizione per votare il candidato premier, le sinistre rientrerebbero in gioco riacquistando un ruolo, Renzi potrebbe vincere anche questa nuova sfida elettorale interna dopo quella per il secondo mandato da segretario del Pd.

Tutto può cambiare. Pisapia potrebbe tagliare il traguardo di “un centro-sinistra largo”. Il leader di Campo progressista invita “a stare insieme” per combattere le aumentate disuguaglianze sociali. Vuole un centro-sinistra unito: «I miei avversari sono il populismo, la destra e il centrodestra, il mio nemico è il nazifascismo». E qualcosa si muove: nel Pd hanno apprezzato l’abbraccio di Pisapia a Maria Elena Boschi, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio contestatissima a sinistra.

Dalla sinistra arriva un’apertura alla proposta. Pier Luigi Bersani, a sorpresa, ha aperto la porta al dialogo con Renzi e alle primarie di coalizione: «Fosse per me le farei». L’ex segretario del Pd ha alzato il disco verde a una sfida tra Renzi e Pisapia per la premiership ad una cena di autofinanziamento del Mdp a Pontelagoscuro vicino Ferrara. Ma ha posto delle condizioni e, in particolare di andare a votare alle politiche con il Mattarellum mettendo da parte il cosiddetto Rosatellum, ora all’esame della Camera: le primarie di coalizione si devono realizzare con «il Mattarellum, che prevede vere coalizioni, non con questa legge che stanno discutendo. E con un’intesa su un programma in discontinuità con i governi di questi anni». Adesso, anche se è scettico, aspetta la risposta del segretario del Pd: «Noi non siamo la sinistra settaria, non siamo la Cosa rossa. Se c’è un centrosinistra unito senza Alfano, come nel Lazio e in Lombardia, noi ci sediamo al tavolo. Ma non credo che Renzi vorrà allearsi con noi. Non ci ha neppure invitato alle Feste dell’Unità».

La situazione è in movimento. Giuliano Pisapia è riuscito a sparigliare. Si è aperto uno spiraglio per un accordo tra il segretario e l’ex segretario del Pd, tra Renzi e chi ha lasciato il partito sbattendo la porta. Bersani è sceso in campo per dare una mano a Pisapia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)