Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Atp di Rotterdam e Wta di Doha: Federer sempre n. 1 e Kvitova regina

Federer-trofeo-rotterdam-2018-696x464L’Atp di Rotterdam e il Wta di Doha hanno regalato una gioia immensa rispettivamente a Roger Federer e Petra Kvitova: il primo per essere tornato n. 1, la seconda semplicemente per essere ritornata ai vertici, entrando in top ten proprio alla posizione n. 10. Già dopo la vittoria su Robin Haase nei quarti (rimontando al terzo set, sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/1 6/1), era riuscito a piazzarsi nuovamente sulla vetta della classifica mondiale. Per questo il direttore del torneo Richard Krajicek gli aveva donato un simbolico n°1 con la scritta: “il più anziano di sempre”. Ma la corsa per lui non era finita lì. Da vero campione non si è accontentato dell’obiettivo raggiunto che ha bissato; lo era già diventato nel 2004 per la prima volta, dopo aver sconfitto Marat Safin in semifinale agli Australian Open, li ha riconquistati anche quest’anno e da allora la sua ascesa non si è arrestata: fortuita coincidenza? Sicuramente il Grand Slam di Melborune gli ha portato bene; ma qui all’Atp 500 di Rotterdam non ha mai perso di vista il suo scopo di conquistare anche il titolo del torneo olandese. Soprattutto è sembrato inarrestabile e sempre in crescita, mai stanco o scarico (sia fisicamente che mentalmente), tanto da strapazzare un buon e più che valido Grigor Dimitrov in finale, annientandolo con un doppio 6/2 forse troppo severo (nel finale il n. 5 al mondo, è sembrato davvero arrendersi alla maggiore prestazione del campione svizzero). Tra l’altro il bulgaro arrivava forse anche più riposato, poiché nella semifinale contro David Goffin (che veniva dal ritiro di Berdych che non aveva neppure giocato la partita), il belga si era ritirato nel secondo set per un infortunio ad un occhio (a causa del colpo di una pallina che gli ha provocato un ematoma che gli ha impedito di proseguire il match): il bulgaro, comunque, era avanti per 6/3 e 0-1. Dimitrov, poi, tra l’altro aveva convinto anche contro Rublev, apparso molto nervoso e infastidito nel finale, che ha ‘piegato’ con il punteggio di 6/3 6/4.

Il torneo dell’ABN AMRO ha legato il destino dell’elvetico all’Italia. Non solo era stato in grado di dominare e controllare bene un insidioso giocatore come il tedesco Philipp Kohlschreiber per 7/6(8) 7/5, ma in semifinale è riuscito a tenere a bada il nostro Andreas Seppi, artefice di uno dei suoi migliori tornei e che ha mostrato un tennis molto dinamico e vario, con ottimi colpi (anche in attacco a rete, molto offensivi e aggressivi, cercando di sorprendere l’avversario e di prendere l’iniziativa). Con un 6/3 7/6(3) Federer è venuto a capo di Seppi; ma per l’azzurro la gioia e la soddisfazione di aver giocato e lottato alla pari con il numero uno, di averlo impensierito a tratti e di aver battuto altri campioni come l’altro talento tedesco Alexander Zverev (per 6/4 6/3) e poi l’altro giovane emergente Daniil Medvedev, dopo una dura battaglia terminata al terzo set (il punteggio a favore dell’italiano è stato: 76(4) 46 63). Proveniente dalle qualificazioni, prima dei successi contro Zverev e Medvedev poteva annoverare la vittoria su Joao Sousa per 6/4 1/6 6/2.

A proposito di Italia, poi, il pensiero rimanda alla Federation Cup delle ragazze a Chieti. Una super Sara Errani ha trascinato la squadra di Fed Cup capitanata da Tatiana Garbin, affiancata da Chiesa e Paolini. Oltre alla buona notizia di battere la Spagna di Carla Suarez-Navarro per 3 a 2 in casa, l’altra piacevole sorpresa è che si sono rivelate delle campionesse nostrane molto valide e giovani. Oltre alla migliore delle Sara Errani mai viste prima d’ora, con un gioco profondo, potente, aggressivo con slanci a rete e soprattutto con tanta convinzione e tenacia di poter vincere e tanta voglia di trionfare e di riscattarsi (vincendo entrambi i suoi due singolari e regalando, nella seconda giornata, il punto decisivo che ci serviva); occorre citare, infatti, anche l’impegno enorme delle due giovanissime Chiesa e Paolini. La prima, di Trento e classe 1996, ha iniziato a giocare a tennis sin dall’età di sei anni, debuttava da singolarista in Fed Cup l’11 febbraio scorso, ma è riuscita a battere Lara Arruabarrena per 6/4 2/6 7/6(5); merito anche di Tatiana Garbin che, dopo la pausa a fine secondo set, durante il rientro in campo dagli spogliatoi per il break le ha detto: “vuoi essere ricordata come una leonessa o no?” e lei ha risposto affermativamente, dimostrando di esserne convinta. Partita bene, ha avuto un calo nel secondo set: l’avversaria ha stravolto il match attuando il suo stesso gioco, applicando il medesimo schema, ovvero l’attacco in controtempo, facendole fare molti errori gratuiti, infastidendola soprattutto col back che non permetteva a Deborah di spingere sui colpi e tirarli in top spin. Forte soprattutto di dritto, si è dimostrata coraggiosa nel venire a rete, anche se lì deve migliorare ancora un po’. Così come l’altra nostra atleta: Jasmine Paolini, classe 1993, nata a Bagni di Lucca da padre italiano e madre ghanese e polacca; in carriera ha vinto 5 tornei di singolare e 1 di doppio del circuito ITF. Quest’anno si era fatta notare al torneo di Shenzhen (dove sarà battuta dalla Wang per 6/0 6/4), eliminando nelle qualificazioni anche Schmiedlová e Lu. Anche lei ha spinto molto sui colpi, con coraggio, cercando sempre di fare il punto più che di ricercare solamente l’errore dell’avversaria, con il massimo del rischio, prendendo l’iniziativa anche a costo di rimetterci nel punteggio. Buon servizio per entrambe e non è cosa da poco (anche il servizio dell’Errani è migliorato e per le due giovani anche qualche aces). Entrambe rovescio bimane e buona mobilità in campo, anche se spesso si sono fatte trovare o un po’ lontane dalla palla o con la palla addosso, perdendo un po’ di timing. Ma hanno convinto soprattutto per il carattere: hanno lottato sino all’ultimo (anche la Paolini che ha perso il suo singolare), senza scoraggiarsi e mantenendo sempre costante l’impegno. Ultima nota per quanto riguarda Sara Errani: il fatto di aver battuto Lesia Tsurenko per 6/4 6/3 al primo turno dell’Atp di Dubai, per poi perdere dalla Kerber per 6/4 6/2 in poco più di un’ora di gioco; contro la tedesca ha tenuto abbastanza nel primo set, poi nel secondo la ex n. 1 ha dilagato sino al 4-1 con la possibilità (con il servizio a disposizione) di arrivare sino al 5-1, ma è riuscita a strappare il servizio a 0 ad Angelique e ad accorciare lo svantaggio; poi, però, la tedesca ha subito recuperato il break ed è andata a chiudere agevolmente per 6/2 il secondo parziale. Una buona e generosa Sara Errani non è bastata a fermare una dilagante Kerber, anche se complice un po’l’azzurra, che ha insistito troppo a giocare sul dritto mancino della tedesca, che le ha piazzato dei lungo-linea e dei dritti potenti ad uscire a chiudere paurosi, imprendibili (uno lungolinea e due incrociati in particolare sono stati da rimarcare). Forse avrebbe dovuto giocare più sul rovescio della Kerber e, soprattutto, in attacco a rete, dive Sara ha fatto dei punti interessanti dimostrando di avere tutte le capacità di una giocatrice d’attacco e da vera doppista. Si ferma, così, a Dubai la corsa della Errani a un passo dai quarti di finale. La Kerber nei quarti affronterà, invece, la Pliskova.

Ed a proposito di tennis femminile, non si può non sottolineare il successo di Petra Kvitova al Wta di Doha. Si è imposta in maniera strepitosa in semifinale su Caroline Wozniacki in tre set: 3/6 7/6(3) 7/5. Si va al terzo set anche in finale, contro la Muguruza: 3/6 6/3 6/4 il risultato finale. Ma è una Kvitova da record. Vince rimontando al terzo set, sotto di uno, per ben tre volte nel torneo: oltre che contro la Wozniacki e la Muguruza, anche contro la Radwanska (che batte per 6/7 6/3 6/4). Quindi sorprende tutti per la sua tenuta fisica, per la sua resistenza da vera maratoneta del tennis, per la sua caparbietà e capacità di restare nel match, concentrata e di reagire, recuperando terreno. La sua forza di volontà è stata la sua arma vincente: certo complici qualche chiamata strategica di time-out medico per problemi fisici dell’avversaria (come la Muguruza per il ginocchio), che hanno fatto recuperare anche lei, che ha risposto chiedendo il coaching, e qualche polemica poco utile (come quella della Wozniacki che ha chiesto che fosse ripetuto il punto su una chiamata errata che ha assegnato il 15 alla Kvitova). Ma ci si aggrapperebbe a sterili stratagemmi. È stata una Kvitova impeccabile, quasi perfetta, da primati: dopo la rimonta in tre set per ben tre volte, il fatto di vincere la sua 22esima finale su 29, di portare a casa 12 vittorie consecutive nelle ultime 3 settimane e di battere quattro top ten in sei partite: Muguruza, Wozniacki, Svitolina (per 6/4 7/5), Goerges al Wta di Doha; oltre ad aver sconfitto al Wta di San Pietroburgo (conquistando il titolo con una wild card) la Mladenovic, la Ostapenko e la stessa Goerges nuovamente.

Al termine del Wta di Doha la Wozniacki resta comunque n. 1. Per la ceca un montepremi incassato di 391.750 dollari. Ma il torneo è stato messo in luce anche per altri due episodi rilevanti: il forfait in semifinale della Goerges (proprio contro Petra), sul punteggio di 6/4 2/1 (per un problema all’anca); poi il fatto che a dare partita vinta senza giocare sia stata proprio la rumena Simona Halep, in semifinale contro la Muguruza, che accedeva così alla finale senza fatica.

Riemerge anche Dominic Thiem, che si impone facilmente senza difficoltà in finale all’Atp di Buenos Aires (su terra rossa); su Bedene, che non è sembrato mai impensierirlo troppo (nonostante qualche ‘regalo’ che gli ha concesso il giovane tennista austriaco). Dopo essersi imposto con un netto 6/2 6/1 su Monfils in semifinale, Thiem ha conquistato la finale e il titolo in Argentina per 6/2 6/4: faticando un po’ di più nel secondo set, rischiando di rimettere in partita l’avversario, ma bravo a riprendersi nel momento giusto e cruciale e a sfruttare le occasioni decisive a disposizione per non allungare il match al terzo, dopo qualche chance sprecata da parte sua. Thiem ha stupito tutti con il suo rovescio ad una mano in top spin in accelerata (che finalmente sembra aver ritrovato decisamente), ben mascherato dal movimento del braccio, di cui era quasi impossibile leggere ed intuire la traiettoria.

Pechino, Tokyo, Shanghai: bis di Garcia e Goffin, inarrestabile Rafa

caroline garciaA Pechino ne sono successe delle belle. Nella sezione Atp a trionfare è stato il solito Nadal. Nell’ambito Wta un’ottima Caroline Garcia bissa il successo al Wta di Wuhan e si impone nuovamente in finale; questa volta su Simona Halep. La rumena, tra l’altro, diventa la nuova numero uno con la vittoria in semifinale sulla lettone Jelena Ostapenko per 6/2 6/4. Tuttavia sembra accompagnata dalla maledizione della finale, che non riesce a vincere. Complici ragioni emotive di tenuta mentale o fisiche di stanchezza, ogni volta che Simona raggiunge l’ultimo turno non riesce mai a dare il meglio di sé. Nonostante una volontà ferrea di arrivare. Tanto che anche il punteggio dimostra quanto quello con la francese al Wta di Pechino sia stato uno scontro lottato ed equilibrato: 6-4 7-6(3) il risultato conclusivo. Tuttavia Caroline ha sempre avuto il controllo del match e la Halep non è parsa mai impensierirla più di tanto. Molto fallosa e in affanno, spesso in ritardo su palle scomode, costretta dall’avversaria a spostarsi tantissimo, la rumena non è riuscita mai a dominare un’inarrestabile Garcia. Come del resto irrefrenabile è stato lo spagnolo Nadal. Entrambi forti della nuova fiducia ritrovata, del fatto di poter contare su una forma fisica buona. L’unico che ha giocato alla pari con Rafa è stato il bulgaro Grigor Dimitrov, fermato dal futuro vincitore del torneo solamente in tre set: per 63 46 61. Come del resto al successivo Atp di Shanghai; qui il bulgaro si è arreso con il punteggio di 6/4 6/7(4) 6/3 a favore del campione spagnolo e testa di serie n. 1. Nadal a Pechino ha avuto un tabellone facile ed è avanzato abbastanza agevolmente turno dopo turno. Ha faticato solamente al primo stadio contro il francese Lucas Pouille, che ha sconfitto per 46 76(6) 75. Tutto facile e in discesa in finale contro Nick Kyrgios. 6/2 6/1 il risultato severo per una prestazione scadente del talento australiano. Quest’ultimo si è reso particolarmente protagonista qui nella capitale cinese per diversi motivi. Innanzitutto per aver deciso di fare un’offerta economica da dare in beneficenza per ogni aces segnato (come fece la Pliskova agli Us Open); poi per aver sconfitto in semifinale Alexander Zverev per 63 75: il suo miglior match di sempre, una partita perfetta e straordinaria in cui aveva dimostrato grossa maturità. Tra l’altro anche la Sharapova è stata al centro di un’opera solidale, decidendo di devolvere il ricavato delle sue caramelle Sugarpova a favore di Porto Rico -colpito dall’uragano Maria- per la ricostruzione.
Ma -come per Simona Halep- per Kyrgios la maledizione della finale resta. Troppo carico emotivo e stress psicologico per riuscire a giocare a tutto braccio sciolto. Così facendo, ha accumulato nervosismo su nervosismo che lo ha portato a ritirarsi al primo turno di Shanghai contro Steve Johnson (e a dover pagare una multa di 10mila dollari) -perché senza apparente giustificato motivo-. Del resto molto sconforto è stato palesato anche dal tedesco Zverev, che ha rotto malamente una racchetta (proprio nella partita contro Kyrgios) e che ha già messo in dubbio la sua partecipazione alle Next Gen Atp Finals di Milano. Forse a causa dei troppi impegni tennistici o forse per un po’ di delusione per l’uscita di scena (troppo presto per i suoi gusti) all’Atp di Shanghai, agli ottavi per mano di Del Potro (giunto in semifinale). Un calo di rendimento che un esigente come Zverev non si perdona, ma che non deve portarlo ad abbattersi. Deve imparare le lezioni avute dalle sconfitte e da quelle ripartire più forte, senza crisi o recriminarsi troppo. Nel tennis si vince e si perde, l’importante è capire dove si è sbagliato. Questo, ovviamente, vale anche per il campione Aussie, ma soprattutto per il giovane talento tedesco. Zverev in questo periodo è solito perdere al terzo set, dopo aver vinto il primo set. Dunque deve capire se dipende da un calo fisico o di concentrazione. Di sicuro Del Potro gli ha dimostrato che non deve mai abbassare la guardia, credere di avere la partita in mano, ma continuare -al contrario- a spingere sui colpi (senza giocare di rimessa o in difesa), a spostare l’avversario, a rischiare ed essere aggressivo. Così il campione argentino ha rimontato la partita e così Alexander può continuare a vincere tanto, dominando facilmente gli incontri. Invece è sembrato diminuire un po’ il ritmo e far calare la pressione sull’avversario, e ciò ha fatto sì che fosse un avversario più giocabile. In attesa di sapere se Nadal bisserà l’impresa di Pechino a Shanghai, chi invece ha fatto di nuovo colpo (oltre a Caroline Garcia), centrando un secondo titolo consecutivo, è il belga David Goffin. Dopo il trofeo conquistato all’Atp di Shenzhen su Dolgopolov (per 6-4 65-7 6-3) ancor più facile per lui è stato arrivare ad alzare la coppa all’Atp di Tokyo. Inarrestabile, non è sembrato avere avversari che tenessero e la finale è stata per lui una passeggiata contro Mannarino, cui ha impartito un 6/3 7/5 netto. Iniziato tutto in discesa, in cui con estrema facilità ha portato a casa il primo set, con il break decisivo che lo ha portato a chiudere sul 5/3 e servizio, ha avuto un attimo di appannamento a inizio secondo set. Il francese si è fatto più aggressivo, ha rischiato di più e lo ha attaccato maggiormente, mettendolo più in difficoltà (soprattutto giocandogli sul rovescio). Mannarino ha spostato molto Goffin, ma il belga ha corso tanto, recuperato palle impossibili e rimontato un parziale che sembrava volto tutto a favore di Adrian (tanto che avrebbe potuto chiuderlo, avendo due volte la chance di portarsi avanti nel punteggio con un break di vantaggio, che ha immediatamente perso però).

Roland Garros 2017, la festa di Rafael Nadal e la guerra della Ostapenko

3Jelena-Ostapenko-Roland-Garros-2017Il Roland Garros del 2017 è stato la festa di Rafael Nadal. È stato il punteggio di 6/2 6/3 6/1 a regalare la decima vittoria qui al torneo del Grand Slam parigino allo spagnolo. Rafa si è imposto su uno stanco Stan Wawrinka; testa di serie n. 3, lo svizzero era reduce da una dura semifinale contro Andy Murray, sconfitto per 6/7(8) 6/3 5/7 7/6(3) 6/1, mentre per il n. 4 del seeding c’è stato un tabellone facile: non solo ha vinto sempre agevolmente tutti gli incontri, compresa la semifinale (portata a casa per 6/3 6/4 6/0) su Thiem (vendicandosi sull’austriaco della dura vittoria che gli aveva rifilato a Roma), ma si è avvantaggiato anche del ritiro nei quarti (sullo score di 6/2 2/0 tutto a suo favore) di Carreno-Busta; prima si era, poi, sbarazzato di Bautista Agut con un netto 6/1 6/2 6/2 e ancora di Basilashvili (con un match senza storia finito per 6/0 6/1 6/0), ma in precedenza aveva eliminato anche Paire al primo turno (6/1 6/4 6/1) e dopo Haase (6/1 6/4 6/3). In forma, fresco, concentrato, determinato, non ha sbagliato nulla per tutto il torneo, e soprattutto nella finale, dove già il pronostico sembrava segnato. Sulle sue scarpe aveva disegnato un toro stilizzato e il numero 9 (quante le volte che aveva vinto sinora il Roland Garros). Ora dovrà aggiornare i conti. Infatti già dal pubblico sapevano come sarebbe andata a finire e sventolavano cartelloni con scritto “Rafa10”, oppure nella finale si sono visti agitare due manifesti durante la premiazione: uno con la cifra “10” e un altro con la scritta “Bravo Rafa”. E lui non ha deluso le aspettative che tutti avevano su di sé, anzi è sembrato gestire anche meglio emotivamente la circostanza rispetto a un Wawrinka apparso più “scosso” a tratti. Un Nadal da 10 fa 10 al Roland Garros dunque. Sugli spalti anche re Juan Carlos ad applaudire questo campione. Dovremmo iniziare allora a parlare di Rola(nd) Nadal? Difficile trovare le parole per descrivere tale traguardo se non riportare, per cercare di ricordare, le lacrime sul suo volto, visibilmente commosso, mentre sollevava la coppa. “È il torneo più importante della mia carriera; è incredibile e indescrivibile l’adrenalina e l’emozione che si prova: sono talmente forti che non riesco a trovare un modo per esplicitarle. È un torneo speciale, che preparo in modo speciale. Ḕ il torneo che amo di più in assoluto” –ha detto emozionato-: che altro aggiungere? Se non tenere a mente quello che questo tennista talentuoso e grintoso ha fatto qui. Un filmato con le sue vittorie ha ripercorso tutte le tappe di queste dieci volte che ha trionfato e si è imposto qui, da vero “re della terra rossa”. Entrambi i tennisti hanno dato appuntamento al prossimo anno, garantendo la loro presenza. Ma belle anche le parole di Stan (“The man”, come scrive sulle sue scarpe a ricordare anche la sua di tenacia) Wawrinka: “sono state due settimane molto entusiasmanti; è un peccato che oggi non sia riuscito a dare il massimo e il meglio. Un grazie va alla mia famiglia. Mi è piaciuto soprattutto l’ambiente in cui si è giocato e l’atmosfera che si è respirata (di amicizia e molto rilassata e serena): ed è ciò che mi fa sorridere oggi”.
Nel femminile è sempre più guerra tra le teen(agers) e Simona Halep. Sembrava sarebbe stata la replica di Roma, invece c’è stata la new entry di Jelena Ostapenko, ma nemmeno troppo, a modificare il corso degli eventi. La lettone ha giocato forse la miglior partita della sua carriera, nella finale contro la rumena. Con grande maturità ha gestito i momenti del match con lucidità. Ha eseguito colpi perfetti da manuale, variando la tattica, alternando aggressività e difensiva; il che non solo ha messo in difficoltà la Halep, ma l’ha quasi mandata fuori giri: Simona non sapeva più cosa fare e inventarsi per fare punto a un’avversaria sempre più padrona in campo. Nonostante la giovane età, a soli vent’anni, ha dimostrato di essere pronta ad entrare nella top ten. Attuale n. 12 del ranking mondiale, non è una meteora. Vince un torneo quale il Roland Garros senza neppure essere testa di serie e convalida una buona annata e una crescita atletica, tennistica e professionistica che quest’anno già l’aveva vista finalista al Wta di Charleston, dove lo scorso 9 aprile perse da Daria Kasatkina per 6/3 6/1. Qui al Grand Slam parigino è andata addirittura in rimonta: dopo aver perso il primo set per 6/4, ha restituito un altro 6/4 ed è andata a concludere per 6/3, ma ormai era lei a dominare la partita, concedendosi di tutto ed ogni tipo di colpo e finezza. Mentre la rumena correva quasi disperata da ogni parte del campo: ha dato assolutamente il massimo, generosissima, ma non è bastato a frenare il momento e la giornata di esaltazione della lettone. Spregiudicata e incosciente come un’adolescente che vede il suo sogno realizzarsi ad occhi aperti e non può che gioirne. Un nuovo nome compare nell’albo del torneo. Ma, alla vigilia della finale, nessuno avrebbe creduto possibile un’impresa del genere. Soprattutto perché Simona Halep veniva da un successo appena raggiunto. Dopo la finale persa a Roma dalla Svitolina, nei quarti qui in Francia è riuscita a prendersi la sua rivincita, con una convincente partita conquistata per 3/6 7/6(8) 6/0. Tutti avrebbero dato la trionfatrice degli Internazionali Bnl d’Italia per vincente di nuovo sulla rumena, invece con ostinazione Simona ha trovato tutta la concentrazione, la convinzione e la grinta giuste per rigirare un match che sembrava chiuso: il 6/0 dell’ultimo set dimostra quanto sia riuscita a mandare in confusione la più giovane avversaria e testa di serie n. 5. La testa di serie n. 3, poi, in semifinale, si è imposta su una tennista sempre ostica (anche se non ha brillato qui al Roland Garros) quale la Pliskova per 6/4 3/6 6/3. Non facile con il servizio potente della ceca dominare in tal modo. Tre set anche per la Ostapenko in semifinale sulla svizzera Bacsinszky (n. 30 del seeding). Una partita finita per 7/6(3) 3/6 6/3, ma l’elvetica non è sembrata mai essere davvero insidiosa, al punto da poter vincere: troppo fallosa; però ha giocato un buon match con un tennis di buon livello. Ma la Ostapenko ha battuto teste di serie come la Wozniacki (n. 11), con un doppio 6/2 dopo aver perso il primo set per 6/4; o della Stosur (n. 23), con il punteggio di 6/2 6/4, dopo che l’austriaca aveva conquistato il primo per 6/2; più facile il match contro la Tsurenko (su cui si è imposta con un facile 6/1 6/4) o quello contro la Makarova, a cui ha rifilato un doppio 6/2. Ma la vera sorpresa la lettone l’ha regalata al primo turno, al match d’esordio contro la tedesca Angelique Kerber: la ventenne si è sbarazzata della n. 1 con un doppio 6/2, con una vittoria che nessuno si sarebbe aspettato così agevole. Sicuramente, però, è significativo anche il fatto di impiegare tre set lottati e faticati per vincere le partite contro Pliskova, Bacsinszky, Wozniacki e Stosur, questi ultimi tre dopo aver perso il primo; ciò dimostra maturità, concentrazione e capacità di gestire il match anche emotivamente, non facile né scontato per la sua giovane età. Senza mai andare fuori giri e in pieno controllo dei colpi e dell’incontro.

Barbara Conti

Rogers Cup: le lacrime dell’esordiente Kucova
la gioia della Halep

rougerscupIl Wta Montréal è stato il torneo delle rivelazioni e una Rogers Cup con semifinali e finale anomale. Ha visto il ritorno e la rivincita, al contempo, di Simona Halep. La rumena si è impossessata del trofeo ed è salita, così, al n. 3 in classifica conquistando quella vittoria che le sfuggì lo scorso anno per infortunio contro la svizzera Belinda Bencic. Per la vincitrice Halep quasi 500mila dollari americani di montepremi (497.700 tondi tondi). Incontenibile la gioia della rumena, sorridente ed orgogliosa del traguardo raggiunto: terzo titolo stagionale dopo quelli di Madrid (per 6/2 6/4 sulla Cibulkova) e in casa a Bucarest (sulla Sevastova con un doppio 6/0). Non solo. La tennista di Costanza ha rischiato di fare la doppietta al Wta di Montréal in doppio in coppia con la connazionale Niculescu: ma sono state fermate in finale dalla Vesnina e dalla Makarova per 6/3 7/6(5); comunque le sono arrivati altri 35mila dollari. Oltre al guadagno economico, per lei la soddisfazione di ricevere in premio anche la possibilità di incontrare Celine Dion.

L’altra finalista, l’americana Madison Keys, si è confermata giocatrice temibile e di buon livello arrivando alla sua prima finale sul cemento (e alla posizione n. 9 nel ranking mondiale), ma ancora incapace di gestire le emozioni dell’ultimo e decisivo turno del torneo. Nel passaggio da Stanford al Canada, poi, non hanno mancato di ricomparire le finaliste del primo: Venus Williams e Johanna Konta, ma con un rendimento inferiore. La prima si è fermata al terzo turno battuta dalla Keys in tre set (6/1 6/7 6/3); l’altra ha visto la sua corsa interrotta dall’emergente Kristina Kucova ai quarti per 6/3 6/4. Questa giovane slovacca è stata in grado di battere molte teste di serie qui a Montréal: dopo la vittoria iniziale sulla Wickmayer al primo turno (per 4/6 6/2 6/3), si è fatta subito notare per aver sconfitto Carla Suarez Navarro in tre set (per 3/6 6/4 6/4), per poi eliminare al terzo la giocatrice di casa Eugenie Bouchard sempre in tre set (col punteggio di 6/3 4/6 6/3), per sbarazzarsi dopo, come detto, ai quarti della britannica Konta. Dall’esultanza della Halep si è passati alle lacrime di questa esordiente quando ha perso al turno successivo. Il suo è stato più un crollo psicologico e nervoso più che fisico. Proveniente dalle qualificazioni, è riuscita ad arrivare sino alla semifinale, dove ha incontrato appunto la Keys. Tuttavia non è entrata mai in partita, forse stordita e disorientata dall’enorme risultato raggiunto. Ha perso facilmente (per 6/2 6/1), in un match a senso unico che non è mai riuscita a frenare, dove ha solamente incassato le accelerazioni della più esperta americana. Viceversa, come nella finale agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, Madison nella partita successiva non è stata in grado di controllare la Halep. Troppo fallosa, ha commesso troppi errori gratuiti, sbagliando soprattutto di dritto, spingendo i colpi con accelerate e rischiando quindi in maniera esagerata contro la rumena, più giocabile rispetto alla semifinale contro la tedesca Kerber dove è stata sfrenata: dopo essersi imposta per 6/0 nel primo set, ha avuto un attimo di deconcentrazione nel secondo che ha perso per 6/3 per poi rimontare per 6/2 nell’ultimo. Nella finale, invece, non ha dovuto faticare molto. Più spesso è stata la Keys a tirare troppo i colpi anche laddove non necessario, rimettendo in partita la rumena. Per lei un primo set conquistato solamente al tie-break (per 7 punti a 2), a seguito di una serie continuata di break e contro-break; se nel primo è andata due volte a servire per il set, più facile il secondo vinto per 6/3. A fare la differenza la maggiore percentuale di prime di servizio (65% a 55% per la Halep, con qualche doppio fallo in più per la Keys), ma soprattutto 45 errori gratuiti complessivi dell’americana nel match, contro i “soli” 22 della rumena.

C’è stata anche un po’ di Italia, comunque, in questa Rogers Cup. Innanzitutto il ritiro di Sara Errani per un problema al collo (prima del match contro la Pliskova al secondo turno), dopo la vittoria sulla Wozniak per 6/4 7/6(4). Poi il derby tutto azzurro tra Roberta Vinci e Camila Giorgi, vinto dalla salentina. Un po’ di vento è sembrato infastidire le tenniste, ma la marchigiana a tratti ha peccato di troppa fretta, prendendo troppi rischi e soprattutto velocizzando i tempi. Più brava e furba la Vinci a frenare i ritmi, togliendo secondi alla Giorgi soprattutto tra la prima e la seconda di servizio; così Camila ha iniziato a commettere una serie di doppi falli pregiudicanti. Pian piano, così, la Vinci è rientrata in partita: 2/6 6/3 6/4 il punteggio finale a suo favore. Poi, però, purtroppo, la finalista degli Us Open è andata a perdere con la Kasatkina per 7/5 6/3. Anche quest’ultima una valida giocatrice a soli 19 anni: la tennista russa, infatti, si dimostra una buona lottatrice ostinata.

Da segnalare (oltre al forfait di Serena Williams) l’uscita, a sorpresa, della polacca Agnieszka Radwanska, che vinse il torneo nel 2014 per 6/4 6/2 proprio su Venus Williams. Ḕ stata la Pavlyuckenkova al terzo turno a sconfiggerla per 6/4 6/7(4) 6/1.

Ad accomunare la Halep e la Kucova, poi, la stessa grinta e tenacia nel gioco. Medesime convinzione, determinazione, aggressività e decisione nell’imporsi con fermezza in campo, quasi ad intimorire le avversarie con il loro carattere. Se l’impresa compiuta dalla slovacca ha del miracoloso, non meno ostinazione nel voler per forza vincere a tutti i costi, una sete di vittoria e di voler superare tutte le difficoltà incontrate in quest’ultimo periodo, era stata palesata dalla rumena sin dal primo match d’esordio contro la Gavrilova vinto per 6/2 6/3, sino a riuscire ad imporsi sulla Kuznetsova addirittura impartendole un doppio 6/1 dopo aver perso il primo set per 6/3: una rimonta che ha dimostrato la sua forza mentale in particolare in campo. Grande concentrazione che le ha permesso anche di ripartire un 6/0 nel primo set persino alla tedesca Kerber, prima di chiudere 6/2 al terzo, dopo la rimonta per 6/3 nel terzo di Angelique sempre tuttavia in difficoltà. Riuscire a spingere con quella facilità e precisione, attaccare con semplicità e continuità, reggere gli scambi con solidità e regolarità da fondo, sono state le prerogative soprattutto della numero 3 al mondo, apparsa al top della forma fisica (eccetto nella finale dove ha dovuto far poco se non basarsi sui tanti errori della Keys). La stessa, tra l’altro, dell’americana sino alla finale appunto giocata in confusione. Non a caso anche lei, sin dai quarti contro la Pavlyuchenkova appunto, ha recuperato una partita molto lottata, chiudendola per 6/0 al terzo dopo il crollo della russa. L’americana ha conquistato il primo al tie break, poi si è deconcentrata e ha fatto rientrare in partita Anastasia che si è imposta per 6/1, prima di cedere nettamente il terzo parziale. Tutto facile da lì a regolare anche la Kucova in semifinale. Dunque un tennis femminile sempre più vivo e in fermento, che movimenta la situazione all’interno dell’universo della Wta alle porte delle Olimpiadi di Rio.

Barbara Conti

Emozioni dalla Coppa Davis. Klizan vince e ricorda le vittime di Nizza

Martin-Klizan1-720x523Triplo appuntamento con il tennis: ad Amburgo, a Bucarest e per l’Italia di Coppa Davis con i quarti contro l’Argentina. Emozioni forti sono venute in particolare da quest’ultima, ma anche dalla finale di Amburgo. Ad affrontarsi, in Germania, lo slovacco e testa di serie n. 7 Martin Klizan, contro l’uruguaiano Pablo Cervantes (n. 3 del seeding). Il primo ha vinto facilmente sull’altro, in un match a senso unico, per 6/1 6/4. Cervantes si era avvantaggiato dell’uscita subito al primo turno di Alexander Zverev (da parte di Imigo Cervantes per 7/5 7/6), di quella della testa di serie n. 1 Philipp Kohlschreiber (ad opera di Renzo Olivo, in semifinale, per 1/6 6/0 7/5) e della n. 2 Benoit Paire, sempre al match d’esordio, da Daniel Gimeno-Traver per 7/5 3/6 6/4. Klizan, invece, ha commosso dedicando la vittoria a un amico sfuggito alla strage di Nizza e salvatosi quasi per miracolo. Ovviamente ha voluto rivolgere un pensiero a tutte le vittime della tragedia, ringraziando in particolare tutto il suo team e la sua fidanzata “senza i quali non sarebbe riuscito a raggiungere tale traguardo importante”. Peccato per il giovane tedesco Zverev che non riesce a giocare un buon torneo in casa, forse un po’ di stanchezza anche per il caldo, sotto gli occhi attenti del fratello maggiore Mischa, che lo sostiene in ogni occasione. Mischa intanto ha vinto facilmente il primo turno dell’Atp di Kitzbühel su Facundo Bagnis con un doppio tie-break, entrambi per 7 punti a 5.

Male per l’Italia nell’Atp di Amburgo, rappresentata da Thomas Fabbiano, che nell’incontro d’esordio nel torneo viene sconfitto da Nicolas Kicker per 6/3 5/7 6/1. La stessa forte amarezza c’è stata nel femminile nel Wta di Bucarest. Subito derby azzurro al secondo turno tra Francesca Schiavone e Sara Errani. Quest’ultima si avvale del ritiro forzato della tennista milanese, a causa di un problema alla spalla, ad inizio di terzo set ma senza giocarlo. Dopo aver vinto agevolmente il primo set per 6/1, Francesca comincia ad accusare stanchezza e questo forte e doloroso fastidio fisico; problema che permette a Sara di vincere il secondo per 6/2, così la Schiavone decide di non disputare il terzo set. Al terzo turno la bolognese e testa di serie n. 2 si fa, però, sorprendere dalla giovane Anastasija Sevastova, che la batte per 7/6(4) 6/3. L’avversaria dell’azzurra arriverà poi in finale, dove affronterà la padrona di casa: la rumena Simona Halep e n. 1 del seeding. Tutto facile per l’attuale n. 5 del mondo, una campionessa in grado di rifilarle un doppio 6/0, un ko tecnico duro e difficile da accettare per una tennista ostinata, orgogliosa e determinata, grintosa quale la Sevastova, ma la maggiore esperienza ha regalato più freddezza e lucidità tattica alla giocatrice di Costanza, classe ’91, ma con già all’attivo (a soli 24 anni) 13 titoli Wta.

Le emozioni azzurre, però, non sono finite con la Errani e la Schiavone. Anzi, sono state intensissime nei quarti di Coppa Davis tra Italia e Argentina. Un po’ di sfortuna ha penalizzato i nostri tennisti. Nulla ha potuto Fabio Fognini, l’uomo chiave per capitan Barazzutti, che pur dando il massimo non è riuscito a contrastare la potenza di Del Potro e soprattutto di Delbonis. L’Argentina si impone per 3-1. Andreas Seppi perde il primo singolare contro Delbonis per 7-6 3-6 6-3 7-6, in tre ore e 38 minuti. L’alto atesino gioca bene, ma sbaglia troppo; mentre l’argentino è più deciso, aggressivo, incisivo e preciso. Fabio pareggia i conti nel secondo singolare contro Monaco. Si impone con semplicità, quasi troppa dopo il vantaggio del doppio 6/1. Un attimo di distrazione a inizio terzo set, poi recupera la concentrazione e va a chiudere per 7/5. Non fa, però, tuttavia in tempo a gioire per la vittoria che già deve riscendere in campo per il doppio con Paolo Lorenzi contro Juan Martin Del Potro e Guido Pella. Il rinvio per pioggia del secondo singolare ha molto penalizzato il tennista ligure, che si è trovato a giocare più di cinque ore, a distanza di poco tempo per recuperare, in una sola giornata. Poi l’impossibilità di Seppi a disputare il doppio e l’indisponibilità di Bolelli a seguito del recente intervento a cui si è dovuto sottoporre, sono state tutte contingenze peculiari a nostro sfavore. L’unica alternativa sarebbe stata far giocare e scendere in campo per primo Fognini, ma con il senno di poi son tutti bravi. Peccato perché l’Italia meritava, ci ha messo davvero il cuore. Una Pennetta agitatissima come non mai sugli spalti, tutta la famiglia Fognini al seguito, sono solo alcuni indici di quanto tutto il team azzurro ci tenesse. Ma il tennis è anche questo, si vince e si perde (e non sempre meritatamente), come ha concluso un po’ amareggiato Barazzutti. Nel doppio Del Potro fa la differenza nei momenti decisivi. All’inizio Fabio è assente pressoché in campo, troppo stanco, e Lorenzi non è in grado di tenere né fare partita. Poi il risveglio d’orgoglio di Fognini che riesce a trascinare anche Paolo. Si va al quinto set: 61 76(4) 36 36 64 il risultato finale; un match tiratissimo, durato dopo 3 ore e 50 minuti, che si fa sentire sulle gambe del tennista azzurro il giorno dopo. Fognini sa, però, che spetta a lui “salvare” l’Italia. Appena comincia la partita è poco mobile, affaticato, nervoso, spreca molto, sbagliando tanto, troppo, soprattutto di dritto. Un po’ di sfortuna aggrava la situazione.

Delbonis fa male soprattutto con il dritto mancino ad uscire. Si porta avanti di due set per 6/4 7/5. La partita sembra finita, con un Fognini incapace di trovare la chiave di svolta. Poi reagisce di rabbia, di astuzia, di intelligenza e di finezza tecnica e tattica, infilando l’argentino in particolare con le palle corte. Delbonis ha un calo, si incarta, sembra aprirsi uno spiraglio di speranza per l’Italia. Il ligure prima conquista il terzo set per 6/3 (gridando “io ci sono”), poi va a un passo dal portare a casa anche il quarto, ma non riesce a trascinare il match al quinto set e si arrende per 7/5 dopo tre ore e 34 minuti. Annulla in compenso il primo match point per l’argentino effettuando il più bel punto di tutto lo scontro di Coppa Davis, con un passante in recupero in allungo a una sola mano di rovescio, che mette a segno infilando Delbonis a rete. Non ha sfruttato, però, altre diverse occasioni: era andato, in primis, a servire sul 5/3 nel quarto set e si è fatto strappare il game per giungere al quinto. Così anche nel primo set. Forse Fognini avrebbe dovuto insistere più sul rovescio di Delbonis, scorciare gli scambi venendo più a rete e diventando più aggressivo; invece in certe occasioni è rimasto più a fondo, tirando accelerate di cui ha perso il controllo per trovare la soluzione vincente, ma sbagliando in particolare i colpi di dritto. Delbonis tuttavia ha conquistato il match con l’autocontrollo.

Troppo carico Fabio, che in certi momenti è andato troppo di fretta invece di frenare la partita: quando ha rallentato un po’ gli scambi con qualche back e palla lobata ha ottenuto qualche 15 in più; un gioco più contenuto e in sicurezza, costringendo l’avversario a rischiare maggiormente andava a suo vantaggio: ma non è facile gestire né controllare le emozioni in tale circostanza si sa. Ora l’Argentina in semifinale affronterà la Gran Bretagna che ha eliminato la Serbia (entrambe senza i big: non sono stati schierati né Djokovic né Murray).

Barbara Conti

Wta di Madrid: la Romania conquista la Spagna

simona-halepWta di Madrid dai molti volti, e non solo quelli delle tenniste protagoniste; o forse, dovremmo dire, dai mille (ris)volti. Trionfa una ritrovata Simona Halep, apparsa molto in fiducia e al top della forma fisica e mentale.

Tante le novità, a partire dall’uscita prematura di molte teste di serie. La Kerber (n. 2), che perde subito al primo turno dalla Strykova per 6/4 6/2; così come la Ivanovic (n. 14), eliminata dalla Chirico per 57 61 63. Al turno successivo si ritirerà per infortunio anche la Azarenka (4), e la Kvitova (5) sarà eliminata dalla Gavrilova, che aveva sconfitto anche la Svitolina (n. 13). La Suarez-Navarro (8), sarà battuta dalla Stosur (per 46 62 63). E poi a perdere, a sorpresa, poco prima era stata la Muguruza, sconfitta dalla Begu per 57 76(4) 63. Per quanto riguarda le italiane, inoltre, fuori subito Sara Errani e Roberta Vinci. Quest’ultima si arrenderà alla giovane esordiente Kovinic nettamente per 64 62; la romagnola mancherà il derby italiano con la Giorgi, che la elimina con un doppio 7/5, prima di ritirarsi per infortunio contro la Pavlyuchenkova.

Così lo schieramento dei quarti di finale regala l’altra sorpresa: l’accesso a questo turno di ben quattro rumene; l’allineamento vede in campo Simona Halep (testa di serie n. 6), la Begu, la Cirstea e la Tig. Sarà proprio una di loro a vincere per la prima volta il torneo. Si tratta di Simona Halep, alla sua ventesima finale e la seconda qui a Madrid. Con la conquista del titolo diventerà n. 6 al mondo. Era l’unica testa di serie rimasta a contendersi i quarti e le semifinali del Wta di Madrid. Nella finale per lei sventolava un cartellone con la scritta ‘Campeona’, campionessa, che lei ha preso alla lettera. Di fronte aveva Dominika Cibulkova, alla sua quattordicesima finale. Tra le due c’erano dei precedenti: l’ultimo, tra l’altro, a Melbourne vinto dalla Cibulkova. Tutto facile, invece, in Spagna per la rumena, che si è imposta per 6/2 6/4, facendo break in apertura sia di primo che di secondo set. La Cibulkova è stata più fallosa perché ha preso più rischi, forse troppi. La Halep chiuderà con un ace, ma dalla sua metterà a segno meno errori non forzati: il parziale sarà di 23 per la Cibulkova contro i soli 10 della rumena. Sicuramente la testa di serie n. 6 è apparsa molto in forma e molto competitiva per Roma, dove sarà un’avversaria temibile.

Paradossalmente i match più entusiasmanti sono stati quelli dei quarti; ed anche i più lottati (spesso finiti al terzo set) e faticati, in particolare per le protagoniste della finale. Mentre le semifinali, come la finale, sono state a senso unico; infatti la Cibulkova ha avuto accesso alla finale con un doppio 6/1 imposto alla Chirico; idem per la Halep, che con un netto 6/2 6/0 si è liberata della Stosur in un incontro senza storia in cui l’australiana non è mai entrata in partita. Per loro, invece, più difficile il turno precedente dei quarti, come dicevamo. La slovacca la spunta solamente dopo un duro 46 63 63 con cui ha la meglio sulla Cirstea. Per la vincitrice, invece, sarà particolarmente faticoso il derby rumeno (che ha destato particolare attenzione) contro la Begu, che conquisterà solo con il punteggio di 63 06 61.

Barbara Conti

Tennis: Kerber e Nadal,
la vittoria di due “big”

kerberDue tornei “speciali” quelli del Wta di Stoccarda e quello dell’Atp di Barcellona. Nel primo il titolo va ad Angelique Kerber, che fa il bis con lo scorso anno. Nel secondo c’è il ritorno in grande stile, e in grane forma, di un Rafael Nadal ritrovato, veramente al meglio e al top della condizione fisica.

Wta di Stoccarda. Nel primo il pubblico di casa non poteva chiedere di meglio con una finale tutta al femminile tra due tedesche: la campionessa uscente Angelique Kerber, già detentrice del titolo che è riuscita a confermare il titolo, conquistando la Porsche per il secondo anno consecutivo. E la giovane esordiente, partita dalle qualificazioni, Laura Siegemund. Entrambe hanno compiuto un’impresa. Non è stata solo dunque una finale storica perché l’unica tutta tedesca nel repertorio del torneo, ma anche una vittoria personale eccezionale che ha del miracoloso per le protagoniste. La Kerber è diventata così l’unica tedesca ad aver vinto il torneo due volte di seguito e la sola tennista tedesca, insieme alla connazionale Hanke Huber, ad averlo vinto più volte. Si è confermata, dunque, quale la più grande atleta del momento nel circuito, riuscendo a conquistare, in un’ora e 20 minuti circa, il suo nono titolo Wta. Ha centrato l’obiettivo alla prima opportunità: il primo match point é stato quello buono per la Kerber. Certo, se si è trattata di una finale per metà a senso unico, non si può non dare onore al merito alla Siegemund di aver lottato tanto. A lei va la soddisfazione di entrare tra le prime 50 del mondo (sarà n. 42 al mondo). Laura è partita molto bene, molto aggressiva e decisa, determinata a fare la sua partita della vita quasi potremmo definirla. La Siegemund è andata subito avanti di un break, portandosi sul 2-0, poi 3-0 e 3-1 e 0-40; da quel momento, però, tuttavia è scattata la reazione della Kerber, che si è fatta più aggressiva. Dal 4-2, nonostante fosse concentratissima, la Siegemund non è riuscita a mantenere il vantaggio e si è fatta rimontare sino al 4-4, per poi vedere la Kerber portarsi sul 5-4 e chiudere il primo set per 6/4. Man mano sono aumentati gli errori della Siegemund e la Kerber è riuscita così a recuperare il parziale, trasformandolo a suo favore. Si è trattato di errori gratuiti di stanchezza, a volte la più giovane delle tedesche arrivava un po’ distante sulla palla colpendo con meno incisività. Dopo 38 minuti, così, sono giunti già due set point per la Kerber. La Siegemund ha potuto annullare il primo; il secondo, invece, è stato quello buono. La Siegemund ha giocato troppe palle corte o troppi colpi in back, mentre una maggiore aggressività con il top spin sul dritto della Kerber, dove è più fallosa, le avrebbe giovato; ma contro una mancina non è mai facile. Sicuramente la differenza l’ha fatta il doppio degli errori gratuiti (14 a 7) commessi dalla Siegemund. Per quest’ultima la chiave del match, forse, sarebbe dovuta essere l’attacco in contro tempo. Oppure servizio e volée. Ma la Kerber è parsa inarrestabile e ha fatto break anche in apertura di secondo set, mettendo a segno il quinto game di fila.
Nonostante i rischi presi dalla Siegemund, che ha richiesto persino il trattamento medico per problemi fisici forse alla schiena. Tuttavia, da allora, la partita è stata tutta in salita per lei e in discesa per la campionessa uscente, che si è imposta facilmente per 6/0. Onore al merito, comunque, nonostante questo KO tecnico, alla Siegemund id aver battuto tre top ten di seguito, tra cui Simona Halep e Agnieszka Radwanska in semifinale. Oltre alla nostra Roberta Vinci nei quarti per 6/2 6/4, rimontando un 4/2 dal secondo set. La tennista 28enne (che esordiva da n. 71 al mondo) ha dimostrato molta solidità, varietà di gioco, versatilità nei colpi che ha espresso in maniera precisa, con buona lucidità tattica e coraggio nel tirare ogni colpo tentando anche salite a rete e con un’aggressività di uno schema più offensivo che difensivo, in cui non è sembrata affatto intimorita da nessuna delle avversarie, nonostante la giovane età. Giocando alla pari, almeno all’inizio, con la vincitrice degli Australian Open.

Atp di Barcellona. Anche Rafael Nadal, tuttavia, ha compiuto un’impresa nella “sua” Spagna, nell’Atp di Barcellona. Ingiocabile contro un valido Kei Nishikori, che ha letteralmente oscurato. Contro un Nadal scatenato, ispirato, in ottima condizione fisica, nulla ha potuto la pur vivacità di gioco del giapponese, che forse ha avuto il limite di voler palleggiare troppo a lungo con lo spagnolo, puntando sul colpo di potenza più che tentando soluzioni vincenti più immediate e a sorpresa, che potessero togliere ritmo a Nadal, in grado di recuperi straordinari, anche sulle palle corte. Una partita comunque lottata, conclusasi per 6/4 7/5, in oltre due ore di gioco molto combattuto, per un match assolutamente equilibrato. Rafa ha messo a segno un’impresa che pochi sono stati in grado di compiere in questo torneo di Barcellona, che vede direttore Albert Costa, che lo vinse nel 1997. Lo ha fatto suo per la nona volta, non consecutiva, togliendo il titolo a Nishikori, che lo deteneva da due anni (lo conquistò sia nel 2014 che nel 2015); dopo esserne stato il detentore assoluto dal 2005 al 2013, con l’eccezione del 2010 quando venne sconfitto fa Fernando Verdasco. Per lo spagnolo si tratta del 49esimo trofeo in carriera. Un’ottima iniezione di fiducia dopo la doppietta con il torneo di Montecarlo, che ha conquistato sempre per altre nove volte. Non stupisce per chi è stato in grado di mettere a segno questo medesimo traguardo anche al Roland Garros.

Tuttavia, impresa non da poco perché di fronte aveva un Nishikori che non perdeva qui a Barcellona da 14 partite. Se Nadal vince con un nastro fortunato il primo set per 6/4, subito dopo vola sino al 3-1 nel secondo e da quel momento sembra non esserci più storia, con un giapponese più falloso e meno preciso, che cala leggermente di tono e di rendimento sbagliando qualcosa in più per rischiare di più. Ma un po’ di distrazione colpisce Nadal, che concede qualcosina in più e rimette in gioco Nishikori. E così si instaura tutto un avvicendarsi di break e contro break, che ha condotto al tie break finale decisivo. Dunque un secondo set più concitato ed entusiasmante, ricco di colpi d scena e sovvertimento di risultato. Sicuramente lo spagnolo avrebbe potuto chiudere prima, ma si avvicina, così, alla quarta posizione mondiale del ranking. Durante la premiazione Rafa ha voluto rivolgere i suoi auguri di buon compleanno alla mamma sugli spalti, assieme alla fidanzata. Onore al merito, dunque, a Fabio Fognini, che ha perso contro di lui nei quarti di finale: il 28enne ligure, numero 31 del mondo e 12esima testa di serie, ha dovuto incassare un 6-2, 7-6(1), in un’ora e 49 minuti di gioco, dal numero 5 del ranking mondiale. Buon risultato per essere reduce da un infortunio ai muscoli addominali che lo aveva tenuto a lungo lontano dai campi da tennis.

Barbara Conti

Indian Wells incorona Azarenka e Djokovic

Azarenka e Djokovic

Il torneo di Indian Wells regala grandi emozioni. Innanzitutto il ritorno di Victoria Azarenka, che si impone in finale con un doppio 6/4 su Serena Williams. Tiene diversi servizi a 0, vince gli scambi più duri e lottati, annulla nove palle break a Serena, che le prova tutte: tira di rabbia un passante lungo-riga con tutta la foga e la forza che ha, girandosi su se stessa con il busto completamente in torsione a completare tutta la rotazione, quasi a richiamare le ‘sue’ piroette di gioia per esultate per un punto andato a segno, come a dire ‘questo colpo deve assolutamente entrare’. Poi lo sconforto e la rassegnazione sua e del suo staff sugli spalti, dove c’è la sorella Venus. Prima, infatti, arriva in spaccata su un colpo in diagonale laterale tentando di recuperare un passante micidiale della Azarenka, poi si innervosisce e commette troppi doppi falli. L’amarezza è troppa e così, furiosa, fracassa la racchetta al cambio campo e si prende un penalty point (attribuito raramente).

In compenso Serena dà sfoggio di un nuovo look molto particolare: body e gonnellino plissettato turchese, capelli corti e piastrati, con una fascia blu in fronte e un rossetto rosso sulle labbra a rifinire. Anche la Azarenka non è da meno. Per la finale toglie i leggins neri e la maglia bianca a maniche lunghe indossati per tutto il torneo, per optare per canottiera bianca e verde e più pratici pantaloncini corti bianchi.

Il tennis femminile è anche estetica, ma non solo. Forte la nostalgia per l’assenza di Maria Sharapova, ma soprattutto di Flavia Pennetta che vinse il torneo lo scorso anno. Peccato per Roberta Vinci che si è fermata solamente ai quarti. Bene per il ritorno di Simona Halep che perde malamente in semifinale da Serena. Ancora più buona e interessante la performance della Pliskova nel torneo, che deve arrendersi alla Azarenka in semifinale: Victoria si conferma così la più lottatrice di tutte, con una grinta e una rabbia e cattiveria agonistiche che sono sembrate mancare a tratti persino alla Williams.
Indiscusso, invece, il dominio di Djokovic nel maschile. Si impone su un più che valido Raonic, che interpreta un ottimo match al di là del punteggio. Poi un infortunio, per cui chiede il medical time out, per un problema forse alla schiena lo ha frenato. 7/6 6/2 il parziale di un incontro lottato, in cui solamente la maestria di Djokovic nel giocare alla perfezione i punti decisivi ha permesso a Nole di trionfare agevolmente sia sul canadese che su Nadal in semifinale. Per lui si tratta del 27esimo Master 1000 vinto (come lo spagnolo), del 62esimo titolo in carriera e del terzo di quest’anno. E soprattutto della quinta volta (la seconda consecutiva) che si impone qui ad Indian Wells: IW#5 é la scritta riportata di sua mano sulle telecamere.

Per Raonic è la terza finale persa di un Master 1000. Forse ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Goffin, vinta per 6/3 3/6 6/3. Del resto i precedenti contro il serbo parlavano chiaro ed erano tutti a favore del numero uno al mondo, che li aveva vinti tutti e 5, lasciando solamente un game a Milos. Con Hilary Swank sugli spalti ad assistere, la partita è sembrata un’equazione inversamente proporzionale: minimo rischio con massimo risultato per Nole, esattamente l’opposto per il canadese.

A dare infine spettacolo nel maschile sono, però, anche ancora i campioni di ieri. Nel torneo ‘speciale’ internazionale tipo ‘La Grande sfida’ dell’Atp di ‘Kings of tennis’ da Stoccolma, un siparietto molto curioso e divertente tra McEnroe e Muster merita una parentesi. Il primo strapazza duramente il secondo, che rischia un ‘cappotto’, come si dice in gergo, davvero duro e umiliante. Così punta sulla farsa e sull’auto-ironia. Muster, dopo diversi doppi falli, dice all’arbitro di scendere lui a giocare, a seguir di una chiamata a suo avviso sbagliato. L’arbitro sta al gioco e lancia una palla sulla sedia (dove nel frattempo si è andato a sedere Muster) e un’altra sugli spalti tra il pubblico. Poi i due tennisti riprendono il match, il punto viene ripetuto e McEnroe manda in rete il colpo, allora Muster esulta, invoca verso il cielo, si inchina a terra e bacia la riga bianca. Essere campioni significa anche questo: la sportività di affrontare con simpatia anche una sconfitta amara. Quasi invidioso e geloso McEnroe di Muster che per qualche attimo gli ha rubato la scena, se non fosse per il punteggio che lo ha incoronato nuovamente. Altrimenti, chissà, sarebbe stato lui stavolta a spaccare racchette ed imprecare come solito da chi come lui non vuole e non ci sta a perdere. Sorprendente la facilità con cui ha giocato, quasi disinteressato e come se tirasse la palla ad occhi chiusi, lasciando partire il braccio con naturalezza in scioltezza.

Barbara Conti

WTA Australian Open ’16: Kerber batte la Williams

Serena Williams e Angelique Kerber

Serena Williams e Angelique Kerber

A 28 anni la tedesca Angelique Kerber vince il suo primo Slam, gli Australian Open, sconfiggendo in finale al terzo set la numero uno Serena Williams.
“Uno sogno che si realizza”, “un onore averlo vinto contro di lei”; così la testa di serie n. 2, che ora salirà alla posizione n. 3 del ranking mondiale (dietro Serena e Simona Halep), ha commentato questa vittoria. Senza dimenticare di rivolgere un pensiero al suo team: “la squadra migliore perché non è semplice interagire con me, non ho un carattere facile”; visibilmente commossa, non nasconde di avere la pelle d’oca. L’emozione è davvero forte per entrambe le tenniste. Un match lottato in cui una Kerber competitiva ha costretto la Williams a dare il massimo, togliendo certezze all’americana, rispondendo sul suo potente servizio, in finale non abbastanza preciso nonostante abbia messo a segno molti aces. La Kerber ha martellato la campionessa, nettamente favorita, soprattutto sul rovescio per poi, dopo averla spostata e averle fatto perdere il centro del campo, affondarla sul suo dritto, costringendola a rischi enormi che le hanno fatto spesso perdere il controllo di questo fondamentale sempre così incisivo di solito.
Notevole il divario nel numero di errori forzati commessi, infatti: 47 per l’americana, contro “solo” 25 per la tedesca. Si sono viste buone smorzate da entrambe le parti e tutte e due le tenniste si sono spinte più volte in avanti a cercare il punto a rete, mostrandosi molto aggressive. La differenza la tedesca l’ha fatta conquistandosi più palle break: 9 per lei, contro “solamente” cinque per la più piccola delle Williams.
6/4 3/6 6/4 il punteggio finale. Per Serena un milione di dollari australiani vinti. La finalista, però, non ha mancato di congratularsi con la vincitrice: “Sei stata la migliore in questo torneo, te lo meriti e voglio essere la prima a congratularmi con te”. La stessa Serena aveva dichiarato precedentemente in conferenza stampa: “A volte contro Angelique hai la sensazione di non poter giocare il vincente perché senti che può arrivare il punto da un momento all’altro da parte sua”.
La risposta della trionfatrice è stata l’apprezzamento per la sportività dell’avversaria, che la rende ancor di più una campionessa e un esempio per tutti i giovani che si avvicinano e amano il tennis; come lo sono state Flavia Pennetta e Roberta Vinci lo scorso anno. Anche grazie al loro esempio, appunto, Angelique Kerber ha sempre sentito di potercela fare a coronare il suo sogno di essere regina di un Grand Slam, in particolare qui agli Australian Open.

Un’impresa compiuta dalla tedesca che si impone sull’americana dopo otto precedenti tra le due da cui era uscita sempre sconfitta. Dunque una “favola”, una “mission impossibile” quasi, che diventa realtà, a dimostrazione di doverci credere sempre con tutti se stessi per poter raggiungere il proprio scopo. Infatti è stata soprattutto una vittoria di grinta e tenacia, di ostinazione e di sana cattiveria agonistica da parte della Kerber, che non ha mollato mai, pur sapendo di essere sfavorita (Serena ha vinto gli Australian Open sei volte). Quindi sembra quasi di raccontare una fiaba a lieto fine, in cui ha vinto la forza di volontà, lo spirito di sacrificio di chi, con fatica, ha continuato sempre a lavorare su se stessa e sui campi da tennis per arrivare a quei vertici che ora ha conquistato a pieno regime meritatamente. La tedesca corre molto e la sua mobilità sorprende la Williams: dopo soli 39 minuti la tedesca porta a casa il primo set.

La gloria di Serena Williams brilla ancora però (come l’anello che simbolicamente portava al dito della mano), e la tennista è riuscita comunque a mettere la sua firma su questa finale siglando il più bel punto, ottenuto dopo lo scambio più lungo ed entusiasmante di tutto il match e di tutto il torneo. Un po’ come avvenuto nell’attesissima semifinale maschile tra Djokovic e Federer, vinta dal serbo, ma in cui è stato lo svizzero a mettere a segno un 15 eccezionale, dopo uno scambio durissimo, conquistandosi una standing ovation meritata e spontanea da parte del pubblico. Nella finale femminile, invece, siamo al terzo set quando, dopo continui break e contro break che dal 2-0 per la Kerber hanno portato alla parità, la Williams serve sul 40-15 per la Kerber e vince il più bello scambio dell’incontro, dopo aver fatto fare il “tergicristallo” alla tedesca. Angelique, poi, andrà in vantaggio per 4-2, tenendo la battuta a 0 per il 5-2, prima di chiudere per 6/4.

Barbara Conti