Sindacati e Confindustria contro il Governo

Palazzo ChigiPer la prima volta nella storia della Repubblica italiana, i Sindacati e la Confindustria sono uniti contro la politica del governo.

Marco Bentivogli, segretario generale della FIM-Cisl, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, ha denunciato: “Il decreto dignità sta lasciando a casa tanti lavoratori. Questo in alcuni casi è già avvenuto e in altri è stato comunicato ai lavoratori che al termine dei 24 mesi o dei 12 senza causale non c’è la possibilità del rinnovo di contratto. Ci sono aziende che in un contratto tra i 12 e 24 mesi non hanno la possibilità di mettere la causale perchè hanno un lavoro stagionale particolarmente complicato. Questo è il bis con la grande operazione in cui ci si lavò la coscienza cancellando i voucher e moltissime imprese lasciarono a casa decine di migliaia di ragazzi e ragazzi che sono tornati a casa o sono finiti per fare un lavoro nero. Questa estate abbiamo visto cosa significa lavorare in nero in condizioni veramente vergognose. La grande precarietà che avanza si coniuga bene con la parte più ideologica che vuole o i contratti a tempo indeterminato o nulla. Coloro che puntano su questo aspetto tendono ad estendere quello che è un primato dell’Italia in Europa: il lavoro nero. Siamo un Paese campione di evasione fiscale e lavoro nero”.

Marco Bonometti, presidente di Assolombarda, ha così spiegato perché si sta costruendo un fronte di industriali pronti a scendere in campo se l’esecutivo non cambierà atteggiamento verso imprese ed industria: “Se l’impresa continua a essere un problema per il governo, c’è il rischio reale che si torni nel tunnel della crisi ed è giusto che i cittadini e le famiglie lo sappiano.

Gli imprenditori si stanno muovendo perché di fronte alle non scelte o alle scelte sbagliate di questo governo si rischia pericolosamente di tornare nel tunnel della crisi. Ne eravamo appena usciti, ma in questa confusione possiamo fare la fine della Grecia. Ed è giusto che i cittadini e le famiglie sappiano che la situazione in questo momento è grave”.

Il presidente della Confindustria Lombarda ha così lanciato un appello al governo: “Apriamo un dialogo prima che sia troppo tardi. Sembra che l’impresa sia il nemico da combattere, mentre invece è un bene comune da difendere, crea lavoro, occupazione ricchezza, se muore, muore il Paese”. Secondo Bonometti: “Alle promesse elettorali di cambiamento sono seguite mosse opposte. Invece di fare leggi nuove che creano incertezze e confusione si dovrebbero eliminare quelle che non funzionano, si dovrebbe semplificare, e invece ogni giorno ci sono nuovi slogan e pochi fatti”.

Marco Bonometti ha invitato a guardare alla realtà: “Alle famiglie italiane si deve far notare che cosa sta accadendo: stanno aumentando i tassi sui mutui, l’energia elettrica, il gas, la benzina, stanno aumentando i tassi per le imprese, e stanno aumentando i tassi del nostro debito pubblico. L’unica soluzione per ridurre il debito è ridurre gli sprechi e aumentare il pil, ma ciò non si fa continuando a fare promesse od osteggiando chi il pil lo alza, come le imprese che sono il motore del Paese”.

Per il numero uno di Assolombarda non c’è più tempo ed ha sottolineato: “Tra un po’, non subito, perché il conto di queste mosse non viene presentato subito, rischiamo di pagare un prezzo salato. Mosse come l’Ilva ad esempio: è certo un problema, ma se non lo risolviamo facciamo un danno perché chiuderla vuol dire acquistare l’acciaio dalla Germania, con prezzi in aumento, e meno competitività per le nostre imprese che non saranno più in grado di esportare. Così come non soddisfa l’atteggiamento sul fronte delle infrastrutture: quando un governo è contro il progresso e la modernità noi ci preoccupiamo molto ed è per questo che abbiamo deciso di parlare all’opinione pubblica. Certo sul fronte dell’immigrazione, l’esecutivo qualcosa ha fatto, ma un Paese non va avanti solo con queste azioni”.

Anche Bonometti non ha dubbi: “Il decreto dignità ha creato confusione e un’ulteriore mancanza di fiducia. In Lombardia gli investimenti si sono bloccati e nessuno assume gente. Insomma in un momento delicato come questo è urgente fare scelte giuste e di buon senso. Altrimenti, a rischiare è il sistema Italia. D’altronde perché degli investitori stranieri dovrebbero scommettere su un Paese con un debito come il nostro in mancanza di chiarezza e certezze? Non vorrei che diventassimo come la Grecia. Non si può considerare l’aumento dello spread secondario, l’aumento non è la causa, ma l’effetto di questo atteggiamento. E se alle imprese estere a cui abbiamo chiesto di investire da noi cambi le regole strada facendo, beh, difficile che restino o che programmino un futuro da noi. Ecco allora le direttrici su cui l’esecutivo targato Lega-M5S dovrebbe agire: partiamo dalla riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Se aumenta il loro potere d’acquisto aumentano i consumi e l’economia migliora. E puntiamo sul sud facendolo diventare un vero driver per la crescita. Altrimenti si rischia di aumentare ancora di più il divario tra nord e sud. Insomma l’auspicio è che si possa aprire un dialogo costruttivo nell’interesse del Paese non di un partito o di un altro partito. Dobbiamo muoverci come sistema paese. Siamo consapevoli che non si possa fare tutto subito, ma iniziare costruendo assieme a chi produce ricchezza e benessere per il Paese non mi sembra proprio un passo sbagliato”.

Confindustria e sindacati, dunque, hanno bocciato totalmente l’azione manifestata dall’attuale governo. A distanza di cinquanta anni dal sessantotto, quando studenti e operai scendevano nelle piazze contro la borghesia ed il capitalismo, molte cose sono cambiate. Oggi, per il bene del paese, per difendere sviluppo ed occupazione, imprenditori e operai, con qualche celestiale benedizione, sono pronti a scendere in piazza uniti contro l’attuale governo.

Roma, 03 settembre 2018

Salvatore Rondello

NUOVO MODELLO

sindacati

Firmato nella foresteria di Confindustria di via Veneto l’accordo tra Industriali e i sindacati sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali. Un documento con il quale si intende contrastare i contratti pirata e determinare un aumento dei salari. La sigla da parte dei leader di Cgil Cisl e Uil Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo e il presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Il testo è il frutto dell’accordo trovato tra le parti nella notte del 28 febbraio.

Con firma di oggi vengono confermati i 2 livelli di contrattazione (nazionale e aziendale o territoriale). Inoltre si indicano i criteri di calcolo degli aumenti salariali, si introduce il Trattamento economico complessivo e minimo (Tec e Tem) e si definisce per la prima volta la misurazione della rappresentanza anche per le imprese.

Positivo, e questa è un’altra novità, il parere di Susanna Camusso. Per la leader della Cgil l’accordo sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali, firmato da sindacati e Confindustria, “è un investimento che facciamo sulla funzione della contrattazione ed è un investimento sull’autonomia delle parti sociali. Veniamo da una stagione in cui è stata messa in discussione” ha concluso il segretario generale della Cgil evidenziando che “bisogna rafforzare nel nostro Paese la centralità del lavoro”.

Che sia un accordo importante in grado di favorire crescita e sviluppo è quanto affermato da Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil. “Un accordo importante – ha detto ed è arrivato in un momento particolare: il Paese si è espresso con il voto, l’economia è in leggera ripresa e con questo accordo dobbiamo favorirne il decollo”. Barbagallo ha rimarcato “le ragioni dell’autonomia delle parti sociali” e quindi ribadito il no a eventuali interventi legislativi: “Al massimo leggi a sostegno ma non che sviliscono il ruolo delle parti sociali”. “Come sindacati abbiamo l’esigenza di far crescere i salari e insieme a questi la produttività”, ha concluso il leader della Uil. Per la segretaria generale della Cisl con questo accordo si “sottolinea il valore sociale del lavoro. Abbiamo assistito ad una campagna elettorale non bella sul lavoro, noi pensiamo che questo accordo concorra alla crescita del Paese e del valore sociale del lavoro”.

Il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha messo in evidenza che “in un momento delicato per il Paese le parti sociali si compattano, non si dividono”. È un “messaggio al Paese”, ha detto ancora il leader di Confindustria, che industriali e sindacati, “consapevoli” delle sfide da affrontare, lanciano con la firma dell’accordo su contrattazione e rappresentanza. L’intesa raggiunta dopo un anno e mezzo di confronto, “anche con divergenze ma sempre con rispetto e con la volontà di costruire un percorso”, è un esempio di come si possa “passare dalla stagione del conflitto al confronto nell’interesse di tutti”. E rappresenta, dice ancora Boccia, “un appello al mondo esterno, a fare le cose con responsabilità”.

Lavori gravosi. Arriva la proposta del governo

operaio_catena montaggioNel confronto Governo-Sindacati è arrivata la proposta del Governo per l’estensione delle categorie di lavoratori esclusi dall’adeguamento automatico dell’età pensionistica a partire dal 2019. Sarebbero quindici le categorie di lavoratori escluse da quota 67. Questa è stata la proposta formalizzata dal Governo ai sindacati sull’aumento dell’età pensionabile. Nello specifico, l’esecutivo propone di esonerare dalle aspettative di vita 15 categorie di lavori gravosi. Si tratterebbe di circa 15-20mila lavoratori. Sono gli operai dell’industria estrattiva, i conduttori di gru, chi lavora sulle macchine di perforazione, i conciatori, i macchinisti ferroviari, i camionisti, i professori di scuola pre-primaria, i facchini, gli addetti alla pulizia, le ostetriche ospedaliere, gli assistenti per non autosufficienti, già individuati per l’accesso all’Ape social, ai quali sono stati aggiunti gli agricoltori, i siderurgici, i marittimi e i pescatori.

Per poter accedere al blocco dell’aspettativa di vita i lavoratori dovranno avere versato 36 anni di contributi e dimostrato di aver svolto una attività gravosa continuativamente per almeno sei anni negli ultimi sette anni. La platea così individuata è pari al 10-15% delle nuove pensioni di vecchiaia previste nel 2019.

Il Governo avrebbe anche proposto una Commissione scientifica con Inail, Istat, Inps, Mef aperta eventualmente ai sindacati, per analizzare le diverse aspettative di vita in relazione alle mansioni svolte.

I sindacati riterrebbero non sufficienti le aperture del Governo. E’ comunque prevista una riunione unitaria per oggi pomeriggio in cui verrebbe fatto un primo punto sulla trattativa. Un supplemento d’indagine tecnica è previsto anche nella mattinata di lunedì prossimo prima del vertice politico a Palazzo Chigi.

Il Governo ha fatto passi avanti per andare incontro alle richieste dei sindacati. Purtroppo, rimane insoluto il problema dell’alto tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, che non viene adeguatamente assorbito dalla crescita della produttività.

Salvatore Rondello

Pensioni. Confronto in salita governo sindacati

sindacati governo pensioni

Non parte bene il confronto tra governo e sindacati sulle pensioni. Si tratta del primo tavolo tecnico sul nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato all’aspettativa di vita, che senza interventi porterà a 67 anni per tutti l’uscita a partire dal 2019. Meccanismo che i sindacati chiedono di fermare e rivedere. Sul tavolo la possibilità di bloccare quota 67 per i lavori gravosi e di modificare il sistema di calcolo. Per i sindacati ci sono i segretari confederali Roberto Ghiselli (Cgil), Gigi Petteni (Cisl) e Domenico Proietti (Uil). “I lavori non sono tutti uguali, bisogna differenziare settore per settore e all’interno di ogni settore” il riferimento all’aspettativa di vita, ha sottolineato Proietti, arrivando all’incontro. Per questo “il governo ci porti i dati. Noi ci mettiamo il massimo di impegno e di volontà, possiamo riunirci ad oltranza. Si è perso tempo in questi mesi”, ha aggiunto il segretario confederale della Uil, insistendo sul fatto che “i soldi ci sono: c’è un miliardo risparmiato sui lavori usuranti, un altro miliardo sugli esodati e ci sono 3,5 miliardi dal fondo per il lavoro di cura. Serve la volontà politica per utilizzare una parte di queste risorse”.

“Vedremo se ci sorprenderanno con dati puntuali” sulla base dei quali poter “fare subito la discussione”, ha affermato Ghiselli. Bisogna “ridiscutere completamente il meccanismo”, ha insistito. Se non ci saranno le condizioni e le risposte entro i tempi fissati del confronto, che vedrà il 13 novembre il tavolo ‘politico’, “chiederemo lo slittamento” del decreto direttoriale atteso entro il 31 dicembre, che certificherà l’adeguamento all’aspettativa di vita (cinque mesi in più) portando l’età a 67 anni dal 2019. Tanto che Ghiselli a fine incontro afferma che si è trattato di un incontro “partito in salita. Intanto abbiamo appurato che non c’è la volontà di discutere in questa sede dei temi della ‘fase due’ della previdenza. E abbiamo appurato che non esistono dati, ricerche, statistiche utili al ragionamento sull’aspettativa di vita in rapporto al lavoro svolto”.

Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso arrivando in Senato per l’audizione sulla manovra fa trapelare il proprio pessimismo. “Potremmo passare il pomeriggio a studiare gli emendamenti sul rinvio, in questo momento è più interessante delle non risposte che sta dando il governo”. Anche la Uil parla di strada in salita. “Il governo non vuole affrontare nell’insieme i temi della fase due sulla previdenza”, relativi in particolare alle donne e ai giovani. Afferma il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti . “Ci propongono solo di soffermarci sull’esame dell’aspettativa di vita, rispetto alla quale non hanno avanzato una proposta dettagliata, si riservano di farlo nell’incontro previsto per domani e di proseguire mercoledì. Per noi – ha sottolineato – ci vuole uno sforzo per rispondere alle reali attese dei lavoratori, quindi domani alla proposta che ci verrà presentata faremo delle osservazioni di merito, nella direzione di arrivare per i lavori gravosi e faticosi ad una non incidenza dell’aumento dell’aspettativa di vita”. Rispetto alle considerazioni dell’Istat sulla necessità di un progetto ad hoc per differenziare l’aspettativa di vita in base ai lavori, “noi abbiamo accettato di fare la discussione perché siamo forze responsabili, ma è evidente che ciò richieda del tempo ed un approfondimento scientifico”, ha detto Proietti.

Invece la Cisl con Gigi Petteni parla di segnali positivi per il quale “è stato un incontro molto importante” su un “tema delicatissimo e costosissimo” e gli altri “due appuntamenti fissati per domani e mercoledì sono il segnale che c’è la volontà di trovare una soluzione”.

PROPOSTA PENSIONI

PENSIONI

67 anni sono troppi, “si avvii un tavolo di studio per individuare un nuovo criterio che rispetti le diversità e le peculiarità di tutti i lavori”. Partendo da queste posizioni Cgil, Cisl e Uil hanno inviato al Governo una proposta unitaria per intervenire sulla previdenza per “superare le attuali rigidità e favorire il turn over generazionale per rendere più equo l’attuale sistema previdenziale”.

Prima di tutto, i tre sindacati sollecitano il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita, previsto per il prossimo 2019, e puntano ad un tavolo di studio per individuare i nuovi criteri. Le altre proposte riguardano le donne (in particolare il riconoscimento di un anticipo per l’accesso alla vecchiaia per tutte le lavoratrici fino a tre anni), e il riconoscimento di un “bonus contributivo per sostenere il futuro reddito previdenziale delle future generazioni.

Nella nota delle associazioni si legge che “per sostenere le future pensioni dei giovani, i sindacati propongono l’utilizzo di uno strumento che, valorizzando la storia contributiva dei lavoratori, ne sostenga il futuro reddito previdenziale e, contemporaneamente, che si superino gli attuali criteri previsti nel sistema contributivo, una vera e propria penalizzazione per i lavoratori con redditi più bassi”.

Capitolo a parte per le donne: “È necessario porre fine alle disparità di genere che ancora le penalizzano nel nostro Paese. Un intervento sul solo meccanismo dell’Ape sociale è riduttivo, occorre una misura più ampia con il riconoscimento di un anno di anticipo per ogni figlio, fino a un massimo di tre, e il riconoscimento di un bonus contributivo per i lavori di cura, al fine di migliorare le pensioni delle donne”. Per quanto riguarda la previdenza complementare, i sindacati definiscono “fondamentale” il rilancio delle adesioni “estendendo la fiscalità incentivante, prevista per i lavoratori privati, anche a quelli del settore pubblico”. Per i sindacati, “occorre operare, finalmente, una separazione contabile della spesa previdenziale da quella assistenziale al fine di dimostrare che la spesa per pensioni, in Italia, è sotto la media europea”. “Bisogna, poi, varare subito una riforma della governance dell’Inps e dell’Inail per realizzare un sistema efficiente, trasparente e partecipato” si legge nel documento unitario. Cgil, Cisl e Uil chiedono, infine, il ripristino della piena indicizzazione delle pensioni introducendo un nuovo paniere e recuperando quanto perso in questi anni.

L’Italia però, nonostante la riforma delle pensioni con l’aumento dell’età di vecchiaia, resta il Paese con il numero medio di anni di lavoro attesi più basso in Europa: secondo una tabella Eurostat pubblicata oggi in Italia nel 2016 le persone attive dai 15 anni in poi lavoreranno in media 31,2 anni, oltre dieci anni in meno della media svedese pari a 41,3 anni. Colpa del ritardo con il quale si entra nel mercato del lavoro e dei periodi di mancata occupazione che penalizzano soprattutto le donne (26,3 anni la vita lavorativa media attesa delle donne nel nostro Paese).

La media degli anni di lavoro attesi è cresciuta negli ultimi 16 anni in tutta Europa (oltre tre anni nell’Ue a 19, meno di tre nell’Ue a 28) mentre l’Italia si allinea all’Ue a 28 (meno di tre anni). La vita lavorativa media attesa nel 2016 in Europa è di 35,6 anni, 0,2 anni più lunga del 2015 e 2,3 anni superiore rispetto al 2000. Tra uomini e donne la differenza media è di 4,9 anni (38 gli uomini, 33,1 le donne). Malta e l’Italia sono i Paesi nei quali il divario tra donne e uomini è più alto. Nel nostro Paese la vita lavorativa attesa per gli uomini è di oltre 35 anni.

Quello delle pensioni è un nodo cruciale. Che vi venga messo mano a breve e che vengano inserite misure sulle pensioni nella prossima non è facile. Lo dice il ministro per le Infrastrutture Graziano Delrio per il quale “i numeri che arrivano dall’Inps sono piuttosto severi e dicono che lo spazio per manovra sulle pensioni è molto molto ridotto”. Sindacati e governo sono su posizioni distanti, ma “il confronto in corso” con il governo sulla cosiddetta ‘fase due’ sulla previdenza, “pur avendo fatto registrare alcuni, parziali, elementi di avanzamento, al momento sta evidenziando significative distanze, anche su elementi particolarmente rilevanti. Distanze che il proseguimento del negoziato ci auguriamo possa far superare”. Si legge ancora del documento unitario di Cgil, Cisl e Uil. “L’obiettivo delle organizzazioni sindacali nella ‘fase due’ è quello di determinare risultati concreti sui punti fissati nel verbale di sintesi”, sottoscritto il 28 settembre 2016, “che vadano nella direzione indicata dalla piattaforma sindacale, che rimane il riferimento del sindacato per una riforma organica del sistema previdenziale nel nostro Paese”.

Altro elemento del documento riguarda l’Ape sociale e i lavori gravosi. Per accedere all’Ape sociale in caso di lavori gravosi secondo i sindacati bisognerebbe ridurre il requisito contributivo da 36 a 30 anni. I sindacati inoltre chiedono anche l’ampliamento delle categorie di lavoratori che svolgono attività gravose e la riduzione del requisito contributivo per l’accesso all’Ape sociale di un anno per ogni figlio fino a un massimo di tre anni per le lavoratrici madri.

Lavoro: Inps, in 4 mesi +559mila. Ma boom di precari

Inps-Pensioni sindacalistiNei primi 4 mesi 2017 il saldo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato è stato pari a +559.000, superiore allo stesso periodo del 2016 (+390.000) e del 2015 (+499.000). Lo comunica l’Inps, precisando che il saldo annualizzato (la differenza assunzioni-cessazioni negli ultimi 12 mesi) alla fine del primo quadrimestre 2017 risulta positivo e pari a +490.000. A trainare sono stati in contratti a tempo determinato (+415 mila, inclusi gli stagionali e i contratti di somministrazione), seguiti dai contratti di apprendistato (+47.000) e da quelli a tempo indeterminato (+29.000).

Tra gennaio e aprile 2017, specifica l’Inps, complessivamente le assunzioni riferite al settore privato sono risultate 2.129.000, in aumento del 17,5% rispetto ai mesi gennaio-aprile 2016. Il maggior contributo però è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+30,6%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,5%). Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

In particolare sono cresciute le assunzioni a tempo determinato nei comparti del commercio, turismo e ristorazione (+47,5%) e delle attività immobiliari (+43,6%). Negli stessi settori si osserva inoltre una crescita anche delle assunzioni in apprendistato (+46,9% nelle attività immobiliari e +35,8% nel commercio, turismo e ristorazione). Significativa pure la crescita dei contratti di somministrazione (+16,7%). Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale.

Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

Le cessazioni nel complesso sono state 1.570.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+17,8%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1%).

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio-aprile 2016 (-0,6%); cosi’ come stabili risultano le dimissioni (+0,4%). Il tasso di licenziamento (calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti) è risultato per il primo quadrimestre 2017 pari a 1,8%, sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti (1,8% nel 2016; 1,7% nel 2015).

L’Inps parla anche della complessa situazione dei voucher il cui stop ha fatto aumentare i contratti intermittenti. Infatti l’Inps afferma che dalla seconda meta’ di marzo, si è assistito nel mercato del lavoro ad un “forte aumento” delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera che “può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale”. “Questo – si legge – ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato”.

Preoccupazione dai sindacati. “Dai rapporti Inps emerge quello che da tempo segnaliamo: una lenta ripresa occupazionale frutto però di profonde contraddizioni. Da una parte ci sono imprese sane che assumono, ma con prudenza – come dimostrato dalla sostanziale staticità degli avviamenti a tempo indeterminato e da una prevalenza dei contratti a termine che continuano a crescere – dall’altra parte sembra ci sia ancora in atto una selezione darwiniana delle imprese, con parte del sistema produttivo in difficoltà”. Lo afferma in una nota il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy.

A maggio, infatti, dopo mesi di calo, risale la domanda di cassa integrazione straordinaria (+99,2%) e ordinaria (+45%), rileva il sindacalista, “a cui andrebbero aggiunte le ore richieste al Fondo di Integrazione Salariale (16,3 mln) delle quali, ad oggi, ne sono state autorizzate solo il 44,7% anche a causa dei ritardi nella lavorazione, che superano i 200 giorni. Dati, questi, che in generale portano a considerare questi ammortizzatori un vero argine ai licenziamenti che, di converso, nel primo quadrimestre diminuiscono soprattutto tra quelli per motivi economici. Resta, quindi, necessaria una rapida scelta politica che riconosca l’urgenza di non ridurre la protezione sociale e che, nel contempo, affronti con coraggio e risorse la questione del rafforzamento della rete delle politiche attive, come unico strumento per la ricollocazione delle persone espulse dal sistema produttivo”.

Voucher, Boeri: i maggiori utilizzatori sono i sindacati

camusso-boeri-755x515Dalle ultime notizie anche il sindacato è passato dall’altra parte della “barricata” e invece di garantire i diritti dei lavoratori, finisce per essere tra quelli che utilizzano i famigerati voucher per pagare le prestazioni lavorative. Tra i primi 5.000 committenti per l’utilizzo dei voucher ci sono 36 organizzazioni sindacali. Lo rileva il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sottolineando che secondo i dati 2016 i sindacati hanno usato quasi 280.000 buoni per 1.559 lavoratori. “La tabella documenta inoltre – ha detto in audizione alla Camera – che tra i maggiori utilizzatori dei voucher (in rapporto al numero di committenti) vi siano le organizzazioni sindacali e le cooperative”.
Inoltre Tito Boeri ha evidenziato il fallimento di tale misura. L’obiettivo indicato nell’introduzione dei voucher di contrastare il lavoro nero “non è stato conseguito se non in modo marginale”. Lo ha affermato il presidente dell’Inps Tito Boeri, secondo cui anche se i buoni lavoro avessero contribuito all’emersione “si tratterebbe di una goccia nel mare”. Parlando in audizione alla Commissione Lavoro della Camera, Boeri ha fatto notare che nel Mezzogiorno, dove c’è il 50% di lavoro irregolare, sono stati venduti solo un terzo dei voucher e in agricoltura, dove il lavoro irregolare raggiunge il 10%, i voucher si limitano al 2%.
Inoltre, secondo il presidente dell’Inps, per scoraggiare l’abuso nell’utilizzo dei voucher è necessario rivisitare i controlli e limitare le giornate piuttosto che il numero dei voucher utilizzati e il reddito che da questo deriva. Boeri ricorda che con la tracciabilità introdotta dal Governo c’è stata “deterrenza” e si è limitato il numero dei buoni venduti. Il datore di lavoro che abusa dei voucher – ha detto Boeri – deve sapere che rischia “sanzioni e interventi”. Inoltre per il presidente dell’Inps “i controlli sono fondamentali e servono se sono credibili”, ed è il datore di lavoro che deve sapere che l’informazione data con la comunicazione preventiva “va a qualcuno che è in grado di utilizzarla”. “Pensiamo che sia razionale unificare le comunicazioni fatte al ministero del lavoro e all’Inps, per rendere i controlli più efficaci, per sburocratizzare ma anche per ridurre gli oneri per l’impresa. Questo permetterebbe a noi di fare controlli efficaci”.
“Le imprese devono sapere – ha concluso – che non possono fare il bello e cattivo tempo ma devono rispettare la legge”. In sostanza sulle proposte di revisione della normativa sui voucher Boeri ritiene che la limitazione più utile per scoraggiare l’abuso nel lavoro accessorio sia quella sulle giornate (una possibilità potrebbe essere quella dei 10 giorni al mese e 40 in un anno magari da utilizzare insieme). Sembra invece di difficile realizzazione, secondo Boeri, sia restringere le categorie dei lavoratori che possono usare i voucher (per esempio limitandole alle casalinghe e agli studenti) sia il tetto per le aziende.

ARRIVA L’APE

 

pensioneIl Governo  cambia  l’accesso  all’APE  rispetto  alle  aspettative  dei  sindacati.  Per  accedere  alla  pensione  anticipata  sociale  prima  dell’età  necessaria  alla  pensione  di  vecchiaia  sarà  possibile  a  63  anni  con  un  anticipo  di tre  anni  e  sette  mesi. Per  i  requisiti  necessari  ad  avere  un  reddito  ponte  interamente  garantito  dallo  Stato e dunque  senza  alcuna  penalizzazione  occorre  avere  un  reddito  non  superiore  a  1350  euro  lordi  su  base  mensile.  A  beneficiarne  saranno  i  disoccupati  senza  ammortizzatori  sociali  con  almeno 30  anni  di  contributi.  Potranno  beneficiarne  anche  i  lavoratori  con  un  disabile a carico  e  anche coloro  che  svolgono  un  lavoro  gravoso  tra  cui  le  maestre  della  scuola  d’infanzia,  i  lavoratori  edili,  i  macchinisti  e  gli infermieri di sala operatoria  se  avranno  accumulato  almeno  36 anni  di  contribuzione.  Questo  sarebbe  il  progetto  presentato  oggi  ai  sindacati  nel  corso  dell’ultimo  incontro  prima  del  varo  della  legge   di  stabilità  che  dovrebbe  essere  approvato  domani  dal  Consiglio  dei  Ministri.  L’operatività  dell’APE  avrebbe  decorrenza  dal  primo  maggio  del  2017.

La  proposta  del  Governo  ha  spiazzato  i  sindacati  scatenando  la  CGIL.  La  CGIL  ha  replicato  prontamente : ”Il  Governo  ha  cambiato  le  carte  in  tavola,  30  anni  di  contributi  invece  di  20.  Si  rimangia la  parola  data  ed  è  inaffidabile”.  Da  Firenze  il  leader  della  CGIL  Susanna  Camusso  usa  parole  dure: “Se  penso  al  Mezzogiorno,  alle  donne,  vuol  dire  aver  inventato  l’ultimo  giro  dei  criteri  per  escludere  le  persone,  soprattutto  quelle  con  grande  discontinuità  contributiva”.  Poi  ha  continuato  attaccando: “Ci  siamo  trovati  stamattina  davanti  a  un  non  rispetto  delle  cose  che  abbiamo  detto:  la  possibilità  di  andare  in  pensione  anticipata  rispetto  alla  vecchiaia  per  alcune   condizioni  sociali  e  lavori  gravosi  sarebbe  condizionata   non  ai  normali  criteri  delle  pensioni  di  vecchiaia  ma  alle  nuove  barriere,  una  di  30  ed  una  di  36,  che riteniamo siano inventate esclusivamente  per  ridurre  la  platea,  per  non  permettere  l’accesso ed  in  più  si  scontrano  con  la  ragione  stessa  della  pensione  di  vecchiaia”.  In  aggiunta  ha  messo  in  dubbio   anche  la  consistenza  stessa  delle  risorse garantite dal governo. In conclusione rincara la dose: “un’ulteriore  discriminazione  in  un  sistema  pensionistico  che  ne  ha   già  troppe”.

Con toni  più  contenuti,  anche  UIL  e  CISL  hanno   sollecitato  una  revisione  dei  limiti   della  contribuzione prevista per  l’APE sociale. Domenico Proietti, segretario  confederale  della  UIL  ha  dichiarato: “Abbiamo  fatto  complessivamente  un  buon  lavoro  anche  se  restano  alcune  criticità  da  risolvere. Abbiamo  chiesto di  ampliare  la  platea  dell’APE social  cercando  di  abbassare  i  contributi  e  di  limare  verso  l’alto  il  tetto  di  reddito  previsto”.

Maurizio  Petriccioli  della  CISL  in  una  nota  ha dichiarato: “Mantenere  ampia  la platea  dei  lavori  gravosi  è  una  priorità  della  CISL  per  rispondere  al   maggior  numero  di  lavoratori,  lavoratrici e  disoccupati,  contribuendo  ad  alleviare  alcune  situazioni  di  disagio  sociale”.

Le  posizioni  dei  sindacati  confederali  sono  piuttosto  coincidenti.  Per  i  sindacati,  la  mossa  del  Governo  vanifica  anche  le  rassicurazioni sulle  risorse  da  stanziare   che  sembrerebbero  di  1,5 -1,6 miliardi  per  il  2016  e  per  complessivi  6  miliardi  per  il  triennio  2017-2019.

Il  Ministro  Giuliano  Poletti  che  non  ha  partecipato  all’incontro  tecnico  di  Palazzo  Chigi,  cerca  di  ammorbidire  le  posizioni: “Stiamo  lavorando  al  meglio  per  trovare  un  punto  di  equilibrio.  Il  Governo  sapeva  di  dover  tenere  in  equilibrio  una  serie  di  elementi, il  primo  dei  quali  è  la  dotazione  economica  che  vale  6 miliardi,  e  quindi  decidere  e  valutare  insieme  platee  e  materie,  anche  perché  la  legge  di  bilancio  è  approvata  quando  viene  approvata”.

Sull’APE  volontaria  compreso  il  calcolo  più  favorevole  della  rata  di  ammortamento  del  prestito  pensionistico  che  i  lavoratori  si  troveranno  eventualmente  a  pagare  intorno  al  4,5-4,6%  per  ogni  anno  di  anticipo  sulla  pensione. Confermato  anche  per  i  lavoratori  precoci  la  possibilità  di  pensionamento  senza  prestito  pensionistico  per  i  lavoratori  con  41 anni  di   contributi  per  disoccupati e  lavori  gravosi ,  gli  stessi  previsti  per  l’APE  social.

Il  quadro definitivo sull’argomento  dovrebbe  esserci  domani,  dopo  la  riunione  del  Consiglio  dei  Ministri,  a  meno  che  in  quella  stessa  sede  non  si  dovesse  decidere  per  un  rinvio  dopo  un  accordo  condiviso  con  le  organizzazioni  sindacali  CGIL,  CISL  e  UIL.

Salvatore  Rondello

Anticipo pensioni. Incontro governo sindacati

Pensioni-InpsIl governo si è incontrato con i sindacati. Sul tavolo la proposta dell’esecutivo sulla flessibilità in uscita: la possibilità di andare in pensione in anticipo con qualche penalizzazione. La proposta di Anticipo pensionistico (Ape) riguarda i nati fra il ’51 e il ’55, quindi coloro a cui mancano al massimo tre anni al raggiungimento della pensione di vecchiaia. In pratica, l’opzione per la flessibilità in uscita sarà esercitabile da lavoratori con almeno 63 anni e 7 mesi (62 anni e 7 mesi per le donne del settore privato) a partire dal 1 gennaio 2017.

Nella proposta del governo si prevede che i contributi mancanti possono essere anticipati con un prestito che dovrà essere poi restituito mediante una rateizzazione che potrà essere diluita nel tempo. Fino a 20 anni. Per l’operazione è previste una copertura assicurativa e, “per alcune fasce di cittadini che necessitano di tutela”, una detrazione fiscale sulla quota di capitale che verrà anticipato. Il costo sarà invece diverso per chi perde il lavoro prima di ottenere i requisiti minimi per l’accesso alla pensione e per chi decide di abbandonare l’impiego. L’Inps gestirà il rapporto tra banche e lavoratori.

Tale proposta per la flessibilità lavorativa in uscita, è stata sottoposta all’analisi dei Sindacati, durante un incontro tra il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Stefano Nannicini e il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti. Secondo Nannicini, “l’anticipo Pensionistico è uno schema di intervento strutturale. Si parte con una fase sperimentale delle generazioni ’51-’55”. “La rata del prestito pensionistico per chi dovesse anticipare volontariamente l’uscita dal lavoro di 3 anni rispetto all’età di vecchiaia potrebbe arrivare al 15% della pensione per i vent’anni nei quali si ripaga il prestito”. Il sottosegretario ha poi annunciato che “naturalmente la penalizzazione sulla pensione sarà molto più bassa per chi ha perso il lavoro”. Secondo Nannicini “la cosa importante è permettere la libertà di scelta alle persone”. “Il problema dell’uscita flessibile è molto importante in Italia, il fatto che si discuta in modo approfondito è positivo. Noi daremo tutto il nostro contributo per sostenere questa misura quando andrà in vigore”.

Il Presidente dell’Inps Tito Boeri ha invece affermato che “l’importante è permettere la libertà di scelta”. Critico il M5s. Per Luigi Di Maio siamo davanti a “uno dei tanti annunci di Matteo Renzi”. Secondo i deputati pentasellati è una follia chiedere a un 65enne di indebitarsi per andare in pensione. Siamo di fronte al solito regalo alle banche travestito da artificio finanziario in nome della flessibilità”, si legge nella nota congiunta dei deputati 5 Stelle. “E’ assurdo chiedere una cosa del genere a chi ha 40 anni di contributi e magari ha svolto lavori usuranti”.

Critiche anche dai deputati di Possibile, Civati, Maestri, Brignone, Pastorino, Matarrelli e l’eurodeputata Elly Schlein. Una operazione che, secondo loro, si trasforma in un bell’affarone per Banche, assicurazioni e istituti finanziari che gestiranno il tutto, con tassi di interesse vantaggiosissimi e a rischio quasi zero.

Alessandro Nardelli

Inps-Anac. Protocollo di vigilanza collaborativa 

Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, e il Presidente dell’Anac (Autorità Nazionale Anticorruzione), Raffaele Cantone, hanno firmato, mercoledì scorso 17 giugno, un Protocollo d’azione per lo svolgimento di un’attività di vigilanza collaborativa preventiva finalizzata a verificare la conformità alla normativa di settore degli atti di gara, all’individuazione di clausole e condizioni idonee a prevenire tentativi di infiltrazione criminale e al monitoraggio dello svolgimento della procedura di gara e dell’esecuzione dell’appalto.

Tale attività riguarda il settore dei contratti pubblici di servizi e avrà come oggetto i seguenti procedimenti, che saranno attivati nel corso del 2015:

¶ servizi di sviluppo, reingegnerizzazione e manutenzione del software applicativo dell’Inps;

¶ servizi inerenti le componenti infrastrutturali di hardware e software – sistemi e reti – in ordine all’acquisizione e alla manutenzione;

¶ servizi di Contact center multicanale;

¶ servizi di gestione degli archivi.

L’Inps, inoltre, in presenza di ricorrenti indici di elevato rischio corruttivo, può promuovere – anche al di fuori delle casistiche individuate nel Protocollo – una verifica preventiva di documentazione e atti di gara o eventuali fasi della procedura di gara o dell’esecuzione dell’appalto, richiedendo l’intervento diretto, anche ispettivo, dell’Anac.

Il Protocollo avrà una durata di tre anni e potrà essere rinnovato per altri tre nel caso in cui le parti lo ritengano necessario.

Inps e Anac verificheranno ogni sei mesi l’efficacia delle attività poste in essere, anche al fine di provvedere all’aggiornamento o all’adeguamento dei procedimenti oggetto della collaborazione. Le attività svolte dall’Anac nell’ambito dell’attività disciplinata dal Protocollo non costituiscono né determinano ingerenza nella fase decisoria, che rimane prerogativa esclusiva dell’Inps, né in alcun modo ne possono limitare la responsabilità in merito. Restano, pertanto, fermi i poteri di vigilanza, segnalazione e sanzionatori istituzionalmente attribuiti all’Anac.

Previdenza. Riforma pensioni: le ultime novità 

Il premier Matteo Renzi e il suo governo sono impegnati a trovare delle misure equilibrate e sostenibili per modificare in maniera strutturale la riforma delle pensioni varata nel 2011 dal governo Monti e il suo ministro del lavoro Elsa Fornero. Anche se ancora oggi permane il problema della scarsità di risorse, la situazione attuale sembra non richiedere così tanti sacrifici e risparmi di spesa come nel novembre del 2011. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha indicato alcune ipotesi di tagli ad alcune iniquità del sistema previdenziale che possono consentire di recuperare risorse per finanziare alcune importanti misure di riforma. Le questioni principali sul tappeto sono quelle dei lavoratori precoci per cui non c’è altra soluzione che quella di adottare la cosiddetta ‘Quota 41’, cioè permettere a questi lavoratori di andare in pensione avendo maturato 41 anni di contribuzione indipendentemente dalla loro età anagrafica e quella di una flessibilità in uscita verso il pensionamento che prevede una penalizzazione sull’assegno pensionistico in cambio di un’uscita anticipata con un’età minima di 62 anni e una contribuzione di almeno 35. Per quanto concerne la cosiddetta opzione donna – che attiene l’accesso al pensionamento delle lavoratrici pubbliche e private – la questione è diversa perché questa misura non necessita di un provvedimento legislativo, ma semplicemente che l’Inps ritiri la circolare che limita l’esercizio di questa opportunità fino al 31 dicembre 2015. I sindacati, inoltre, continuano a reclamare che venga cambiato il recente decreto sui rimborsi seguito alla decisione della Consulta sull’illegittimità della perequazione, chiedendo che si possa recuperare l’intera somma oggetto delle trattenute.

Esodati chiusa indagine su esclusi – Si è chiuso il monitoraggio sugli esodati rimasti fuori dai provvedimenti di salvaguardia, 6 in tutto, messi a punto dopo la riforma Fornero. All’indagine, condotta da una sottocommissione del Senato in collaborazione con l’Istat, hanno aderito almeno “2.350” persone, ha spiegato Annamaria Parente, la senatrice Pd che ha guidato le operazioni. Le cifre dovranno essere aggiornate, probabilmente al rialzo, visto che si fermano al 15 giugno. “L’obiettivo – ha precisato – è non lasciare nessuno indietro”.

A MAGGIO AUMENTANO LE ORE DI CASSA INTEGRAZIONE

A maggio, il mese più cassaintegrato nei primi 5 mesi del 2015, sono state autorizzate 65,4 milioni ore di cassa integrazione, salvaguardando mediamente oltre 380 mila posti di lavoro. L’aumento del 7,4% rispetto al mese precedente indica un fabbisogno crescente di questo strumento da parte delle imprese. A rilevarlo è la Uil che ha diffuso i dati del 4° Rapporto Uil sulla cassa integrazione di maggio 2015. “E la crescita sarebbe stata inconfutabilmente maggiore – ha sostenuto Guglielmo Loy, Segretario Confederale Uil – se non si assistesse alla continua diminuzione della cassa in deroga (-5,6% tra aprile e maggio) dovuta all’ormai strutturale ‘fermo’ amministrativo degli stanziamenti”. “Lo sblocco e l’implementazione delle risorse della deroga per il 2015 – ha continuato Loy – resta la principale richiesta che facciamo al Governo”. “Un allarme viene anche dal rialzo delle domande di disoccupazione (aspi) di aprile che lievitano in un mese di quasi 10.000 unità con il possibile travaso- ha affermato Loy – verso l’inoccupazione di lavoratori di imprese che non possono più utilizzare la cassa in deroga”. “Non meno preoccupante – ha commentato Loy – l’ascesa, tra aprile e maggio, di nuove richieste di cassa integrazione ordinaria (+15,2%) e straordinaria (+4,8%) sintomatiche, rispettivamente, dell’affacciarsi di ulteriori aziende ad uno stato di sofferenza e della ormai lunga permanenza in stato di crisi di altre”.

“Nel nostro Paese, i paradossi regnano sovrani: con la scusa di estendere i diritti, si tolgono a chi ce li ha. Non solo; mentre si fanno inspiegabili intervenuti normativi di abbassamento delle tutele dei lavoratori a favore delle imprese, come quelli sul demansionamento e sui controlli, non si mettono in atto provvedimenti che favoriscano davvero la ripresa occupazionale” ha puntualizzato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil. “L’incremento del ricorso alla cassa integrazione – ha commentato Barbagallo – è il termometro di questo disagio, ma questo strumento continua anche a essere l’unico baluardo per la tenuta di precari equilibri sociali. Da questo punto di vista, il ‘fermo amministrativo’ della cassa in deroga è davvero preoccupante”. “Lo stato di crisi continua e la ripresa resta di là da venire. Se invece di deregolamentare il lavoro che c’è, – ha aggiunto Barbagallo – il Governo si preoccupasse di creare nuovo lavoro, facendo investimenti e accrescendo il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati, si farebbe davvero cambiare verso all’economia”. Riguardo i territori regionali, prosegue la rilevazione della Uil, sono 13 le Regioni, oltre alle due Province Autonome di Trento e Bolzano a far registrare un avanzamento di ore, ed è proprio quest’ultima che mette a segno l’innalzamento maggiore (+208,4%). In Sardegna, viceversa, si riscontra la diminuzione più consistente (-54,8%). Sono, invece, prosegue la Uil, 60 le Province in cui la richiesta di questo ammortizzatore sociale fa passi in avanti. Tra i territori con i più alti rialzi in valore percentuale, ai primi 5 posti troviamo: Enna (che passa dalle “zero ore” di aprile alle oltre 31 mila di maggio) e, a seguire, Sondrio (+3.065,2%), Isernia (+1.449,2%), Imperia (+740,3%) e Potenza (+523,3%). In valori assoluti, la provincia più cassaintegrata è Torino (5,8 milioni di ore), mentre quella che ha usato di meno questo strumento di sostegno al reddito è Oristano (circa 7 mila ore). Dall’inizio dell’anno, nel corso quindi dei primi 5 mesi del 2015, le aziende hanno fatto richiesta di ore di cassa integrazione per complessive 300 milioni di ore di cui il 60% di straordinaria (180 milioni di ore). L’industria ne ha assorbite circa 224 milioni, l’edilizia oltre 41 milioni, il commercio oltre 28 milioni e l’artigianato oltre 4 milioni. “Evidentemente – ha concluso Loy – il precario aumento del Pil non si riflette ancora positivamente sul sistema produttivo anche per la ormai cronica mancanza di politiche per la crescita e lo sviluppo”.

CIG. MAGGIO 2015 -29% RISPETTO A MAGGIO 2014

Nel mese di maggio 2015 sono state autorizzate complessivamente 65,4 milioni di ore di cassa integrazione guadagni (Cig), con una diminuzione del 29,0% rispetto a maggio 2014, mese nel quale le ore autorizzate sono state 92,2 milioni. Nel raffronto con il mese di aprile 2015, i dati destagionalizzati evidenziano una variazione congiunturale pari a -1,3% per il totale degli interventi di cassa integrazione. Dall’analisi nel dettaglio dei dati di maggio 2015 emerge che le ore autorizzate di cassa integrazione ordinaria (Cigo) sono state 22,4 milioni. Nel mese di maggio 2014 erano state 24,7 milioni: si è quindi registrata un abbassamento tendenziale del 9,1%. In particolare, la flessione è stata pari al 5,9% nel comparto Industria e al 17,1% nel settore Edilizia.

Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria (Cigs) autorizzate a maggio 2015 è stato di 39,0 milioni, con una riduzione del 30,2% in confronto al mese di maggio 2014, nel corso del quale erano state autorizzate 55,8 milioni di ore. Infine, per quanto concerne gli interventi in deroga (Cigd) – che come noto risentono dei fermi amministrativi per carenza di stanziamenti – le ore autorizzate a maggio 2015 sono state pari a 4,0 milioni, con una contrazione del 65,7% rispetto agli 11,6 milioni di ore autorizzate nel mese di maggio 2014. Passando all’analisi dei dati relativi alla disoccupazione, si ricorda che dal 1° gennaio 2013 sono in vigore le prestazioni ASpI e mini ASpI. Pertanto, le domande che si riferiscono a licenziamenti avvenuti entro il 31 dicembre 2012 continuano ad essere classificate come disoccupazione ordinaria mentre, per quelli avvenuti dal 1° gennaio 2013, le istanze pervenute sono classificate come ASpI e mini ASpI. Nel mese di aprile 2015 sono state presentate 95.662 richieste di ASpI, 29.117 domande di mini ASpI, 456 istanze tra disoccupazione ordinaria e speciale edile e 4.436 richieste di mobilità, per un totale di 129.671 domande, con un decremento dell’11,7% in confronto alle 146.821 del mese di aprile 2014. Alla sintesi dei dati fornita dall’Istituto di previdenza, è stato opportunamente allegato un file più completo, che offre un focus sulla diversa tipologia di interventi, un’analisi per ramo di attività economica e un’analisi per regione ed area geografica. Lo stesso Ente assicuratore fa infine presente che in data 02/06/2015 è stata effettuata una rilettura degli archivi: di conseguenza, i dati pubblicati in precedenza potrebbero aver subito variazioni.

UIL. MAGGIO MESE PIU’ CASSINTEGRATO

A maggio, il mese più ‘cassaintegrato’ nei primi 5 mesi del 2015, sono state autorizzate 65,4milioni ore di cassa integrazione, salvaguardando oltre 380 mila posti di lavoro. L’aumento del 7,4% sul mese precedente indica un fabbisogno crescente di questo strumento da parte delle imprese. E la crescita sarebbe stata maggiore – sostiene Guglielmo Loy, segretario Confederale Uil – se non si assistesse alla continua diminuzione della cassa in deroga (-5,6% tra aprile e maggio) per il “fermo” degli stanziamenti.

Carlo Pareto