La grande fuga. I sindacati perdono gli iscritti

bandiere_sindacatiDa diverso tempo il  sindacato italiano continua a registrare un calo nel consenso dei lavoratori.  Soltanto negli ultimi due anni, le principali organizzazioni sindacali hanno perso complessivamente circa 450mila iscritti. Una contrazione, che poteva manifestarsi in forma ancora più allarmante se non ci fosse la Uil che ha fatto registrare, al contrario, un incremento, seppur non particolarmente rilevante. I numeri non lasciano spazio a dubbi: dal 2015 al 2017, i tesserati hanno subito una contrazione di 447mila persone, di cui ben 293mila residenti nel Mezzogiorno.

I dati sono emersi dall’Indice di appeal sindacale (Ias) ideato dall’Istituto Demoskopika che, analizzando il periodo 2015-2017, ha tracciato una classifica delle regioni in relazione all’attrattività delle principali organizzazioni dei lavoratori sul territorio. Due gli indicatori utilizzati: gli iscritti ai sindacati di Cgil, Cisl, Uil e le persone di 14 anni e più che hanno svolto attività gratuita per un sindacato.  Il maggiore decremento  si è registrato nella Cgil con un calo di 285mila iscritti, seguita dalla Cisl con meno 188mila tesserati. Per la Uil, l’andamento è stato in controtendenza: circa 26mila iscritti in più  nell’arco temporale osservato.

Piemonte, Valle d’Aosta e Campania si collocano in coda alla graduatoria delle regioni con le organizzazioni sindacali più sfiduciate. Al contrario, sul podio delle regioni a maggiore appeal sindacale si posizionano Basilicata, Toscana e Sicilia. Circa 574mila italiani over 13 anni, pari soltanto all’1,2% della popolazione di riferimento, infine, hanno dichiarato di aver svolto attività sociale gratuita per un sindacato nel 2016 con un decremento di oltre 9 punti percentuali rispetto all’anno precedente.

Sono diversi i fattori che hanno influito sulla perdita di credibilità del sindacato, ma sicuramente l’aspetto principale riguarda l’estensione dei contratti a tempo determinato e la precarietà del lavoro. Quindi, la diminuzione degli iscritti ha una relazione direttamente proporzionale alla diminuzione dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Le fasce di lavoratori meno tutelate risultano poco sindacalizzate o per niente. Poi, sulla Cgil pesano le battaglie portate avanti dalla Camusso sull’abolizione dei voucher, senza trovare consenso tra i lavoratori che molto più facilmente diventano preda del lavoro in nero.

In un periodo in cui la funzione del sindacato è stata quella di rallentare la diminuzione di diritti e dei salari reali, spinto dalla necessità di salvare l’occupazione, dopo l’avvento della globalizzazione, ha smarrito il ruolo fondante di organizzazione per l’elevazione sociale dei lavoratori senza riuscire, però, ad organizzare i lavoratori precari. La controtendenza della Uil potrebbe trovare una sua spiegazione nell’aver saputo meglio mostrare il volto umano dell’azione sindacale anche in questo periodo di grandi difficoltà.

I sindacati in Italia potrebbero conquistare un nuovo ruolo se sapranno portare avanti la cogestione prevista dall’articolo 46 della nostra Costituzione, mai realizzata perchè costantemente snobbata dagli stessi sindacati tra cui la Cgil in primis che doveva obbedire alla linea politica del Pci. In Germania la cogestione esiste dal 1946 ed ha contribuito notevolmente al successo economico.

Salvatore Rondello

Barbagallo: “Senza lavoro, una società non esiste”

Barbagallo_Carmelo

“Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”. Da “La Rivendicazione”, Forlì, 26 aprile 1890.
La Festa del lavoro, o Giornata internazionale dei lavoratori di tutti i Paesi, viene celebrata in molte nazioni dal primo maggio 1890. La decisione di organizzare a livello internazionale e in contemporanea una giornata non solo di festa ma occasione per rivendicare i diritti sindacali della classe operaia, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere, è stata presa dal congresso di Parigi della Seconda internazionale (organizzazione politica di sinistra fondata dai partiti socialisti e laburisti europei) il 20 luglio 1889.

La data del primo maggio è stata scelta anche per celebrare i cosiddetti “martiri di Chicago”. Il primo maggio 1886, infatti, si svolge a Chicago una grande manifestazione per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro. Uno sciopero al quale partecipano 80mila persone. I giorni successivi gli scioperi continuano e le proteste sfociano in violenze e morti. I gravi incidenti scoppiati il 3 e il 4 maggio 1886 passeranno alla storia come rivolta di Haymarket. Incidenti e tumulti con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Otto anarchici saranno processati e condannati a morte senza prove precise. La sentenza capitale sarà eseguita per quattro di loro, che finiranno impiccati in carcere.

Sui temi legati alla Festa del lavoro abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil dal 2014. Carmelo Barbagallo ha iniziato a lavorare a otto anni e dopo tanto apprendistato e lavori saltuari, viene assunto, prima, in un pastificio e, poi, come operaio specializzato dalla Fiat di Termini Imerese. Contemporaneamente inizia la sua militanza nel Partito Socialista Italiano.

Ha ancora senso celebrare il Primo Maggio come la Festa dei lavoratori? O tutto si riduce al Concertone di Roma?
Certo che ha senso! Soprattutto in Italia la cui Costituzione, proprio al suo primo articolo, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Il Concertone di Piazza San Giovanni è ormai una bellissima e consolidata tradizione dedicata soprattutto ai nostri giovani, ma in moltissime piazze italiane si continuano a svolgere, in mattinata, decine e decine di cortei e comizi, oltre al comizio nazionale dei tre Segretari generali che, quest’anno, avrà come scenario la città di Prato e come tema quello della salvaguardia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Primo Maggio continua ad avere un valore perché, nonostante tutto, il lavoro continua a essere uno dei valori più importanti per la persona e per la società.

Come viene festeggiato nel resto del mondo?
Anche in altre nazioni, ci sono cortei, manifestazioni e comizi. La festa del Primo Maggio è internazionale: accomuna tanti popoli e tanti lavoratori.

Lei è reduce da un tour in diverse regioni d’Italia per i congressi Uil. Che aria tira? Quali i problemi e le difficoltà che la gente affronta nella vita di tutti i giorni?
Intanto, devo dire che la Uil gode di ottima salute: noi aumentiamo in iscritti, voti e delegati. C’è persino un recente studio del Censis che ha certificato che noi siamo l’unico Sindacato che cresce. L’esito entusiasmante delle ultime elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego ne è l’ennesima prova: abbiamo ottenuto un successo strepitoso. Purtroppo, il Paese non sta altrettanto bene. Stanno aumentando le situazioni di disagio economico, la disoccupazione giovanile resta un problema serio, cresce il divario tra il Nord e il Sud del Paese. La gente chiede interventi strutturali per invertire davvero la rotta e puntare allo sviluppo.

Mi sembra che oggi il sindacato abbia poca presa con i giovani. Certo, abbiamo i lavoratori avanti negli anni e i pensionati. Ma i giovani? Sarà sempre più un sindacato coi capelli grigi e a rischio di estinzione?
Partiamo da un dato. La Uil è il Sindacato che ha il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati più alto di tutti gli altri Sindacati e, inoltre, ribadisco, continua a crescere ovunque. Il rischio di estinzione non sappiamo proprio che cosa sia: è un problema inesistente, è una fake news diffusa dai nostri detrattori. Noi abbiamo fatto tantissime iniziative che hanno coinvolto migliaia e migliaia di giovani i quali hanno partecipato con grande entusiasmo contribuendo alla riuscita di queste manifestazioni. Abbiamo, poi, anche una categoria, la UILTemp, che si occupa prevalentemente di quei giovani che hanno contratti precari o temporanei. Infine, io sono nettamente contrario a questo tentativo di contrapposizione tra generazioni. Un vecchio proverbio Masai, che cito spesso in occasione delle nostre riunione dice: “I giovani corrono veloce, i vecchi conoscono la strada”. Io aggiungo: “Insieme possiamo raggiungere i traguardi che ci prefiggiamo”.

Come sarà la Uil del futuro? Quali temi, quali diritti, quali valori?
Valori e diritti saranno quelli di sempre, quelli che ci hanno fatto sempre guardare al futuro ed essere il Sindacato della modernizzazione. Già sei anni fa, in occasione della Conferenza di Organizzazione di Bellaria, abbiamo avviato una riforma del nostro Sindacato, trasformandolo in un Sindacato a rete, sempre più vicini alla gente e ai luoghi di lavoro. Inoltre, abbiamo inserito nel nostro Consiglio confederale oltre quaranta Rsu, eletti di recente soprattutto tra i giovani. Anche negli altri organismi è notevolmente cresciuta la presenza di giovani e donne. Insomma, noi il cambiamento non lo annunciamo, ma lo pratichiamo e lo viviamo. E i risultati si vedono e sono sotto gli occhi di tutti.

Sarà che un’organizzazione che ha le sue radici nell’Ottocento, così come i partiti tradizionali, non è più capace di comunicare?
Lei continua a pormi domande dando per scontato che il Sindacato e la Uil siano in crisi! Lo ripeto: non è così. I numeri dicono un’altra cosa, raccontano un’altra realtà. Le faccio solo un esempio a proposito dei sistemi di comunicazione. Dieci anni fa abbiamo fondato una web Tv, la prima web Tv sindacale. Ebbene, di recente, proprio per festeggiare il decennale, abbiamo organizzato un video contest, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni chiedendo loro di realizzare dei corti per esprimere la loro idea di lavoro, le loro ansie, le loro preoccupazioni, i loro desideri. Non solo hanno partecipato in tantissimi, ma gli accessi al nostro sito sono aumentati, in quel periodo, del 1.400 per cento. Tutto documentato.

Il mondo del lavoro sta cambiando, già si parla di industria 4.0. Ma il lavoro in sé è ancora uno dei valori fondamenti della nostra società? E quali nuove strategie si devono mettere in campo per difendere questo valore?
Senza lavoro, una società non esiste. E quando non si capisce che è uno dei valori fondamentali della nostra società e se ne calpestano i diritti, quello è il momento in cui regrediamo. Il punto è un altro: il lavoro è cambiato e, soprattutto, rischia di soccombere rispetto al profitto e agli interessi delle multinazionali o di imprenditori poco illuminati. Bisogna gestire la trasformazione verso l’impresa 4.0 e bisogna evitare che ciò accada in spregio ai diritti conquistati in questi anni.

Il sindacato deve restare dentro i confini nazionali oppure è importante che presti attenzione anche a quello che succede altrove? E perché?
I confini nazionali non esistono più: li ha abbattuti, da tempo ormai, la globalizzazione. È impensabile, dunque, governare le dinamiche sociali, occupazionali e produttive restando ripiegati su stessi e su realtà locali, senza confrontarsi con ciò che accade in Europa e nel mondo e senza quantomeno provare a influenzare le scelte e i processi decisionali delle multinazionali, da un lato, e dell’Europa o di altri Paesi, dall’altro. A questo scopo dovrebbero intervenire la Ces, la Confederazione Europea dei Sindacati, e la Csi, la Confederazione internazionale. Peraltro, il Segretario generale della Ces è un sindacalista della Uil, il nostro Luca Visentini, che siamo riusciti a far eleggere qualche anno fa al vertice di quella Organizzazione grazie a una strategia di alleanze determinata unitariamente. C’è ancora molto lavoro da fare per dare effettiva forza contrattuale a queste due realtà sovranazionali: è esattamente ciò su cui si sta impegnando da qualche anno a questa parte la Uil. Se non vogliamo correre il rischio della marginalità dobbiamo proseguire lungo questa strada.

Una delle battaglie del sindacato, anche di questi giorni, riguarda le aperture nei giorni festivi dei grossi centri commerciali. Ma la realtà presenta aspetti nuovi, tipo l’e-commerce, e citiamo solo Amazon, che sta togliendo grandi fette di guadagno al commercio tradizionale, mettendo in crisi giganti che scopriamo avere piedi d’argilla e bilanci traballanti. Non rischia di essere una battaglia di retroguardia?
Ci sono alcuni lavori, relativi ai servizi pubblici essenziali, rispetto ai quali il Sindacato non ha mai posto alcun problema poiché si tratta di funzione che devono essere svolte nell’interesse della collettività: garantirne dunque la continuità, sempre sulla base di criteri condivisi, anche nei giorni di festa è un dovere. Ci sono altri lavori, invece, ed è il caso del commercio, per i quali la continuità risponde a logiche di profitto e, dunque, non è necessaria. Queste situazioni devono essere gestite sulla base della contrattazione e della volontarietà, nel rispetto della dignità delle persone e del lavoro.

Pensa che siano tramontati quei valori, quelle necessità che nella seconda metà dell’Ottocento hanno portato prima alla costituzione delle Società di mutuo soccorso, poi dei sindacati e dei partiti? E quale deve essere il ruolo del sindacato, parlando di oggi ma guardando al domani?
Noi dobbiamo recuperare proprio lo spirito delle Società di mutuo soccorso e questo dobbiamo farlo, soprattutto, per i nuovi lavori. Il nostro futuro deve avere solide radici nel passato.

Mezzogiorno, donne e giovani sembrano scomparsi dall’agenda politica. Come farli ritornare centrali? Soprattutto con quali proposte?
Lo sviluppo del nostro Paese dipende, in gran parte, dalla capacità di far crescere il Pil delle nostre regioni meridionali. Solo così si genererebbe più lavoro anche per i giovani e le donne. Tutto questo non può avvenire per decreto: servono, invece, investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali soprattutto nel Sud del Paese. Questa è l’unica ricetta concreta, pratica ed efficace per determinare condizioni di crescita strutturale.

Quali sono i problemi più importanti, più urgenti che la Uil porterà all’attenzione del prossimo governo?
La prima rivendicazione è quella a cui abbiamo appena accennato, e la ripeto perché è fondamentale: servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. La seconda riguarda il fisco. Noi metteremo in atto una grande vertenza fiscale per ridurre il peso delle tasse su lavoratori e pensionati, così da ottenere un incremento dei salari e delle pensioni. Vorremo, poi, proseguire nella terza fase della previdenza per ottenere condizioni previdenziali migliori proprio per i giovani e le donne. Infine, bisogna che il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro diventi prioritario e perciò noi chiederemo una Strategia nazionale che, a differenza degli altri Paesi europei, in Italia è ancora assente. Non è un caso che abbiamo deciso di dedicare il Primo Maggio proprio a questo argomento.

Antonio Salvatore Sassu

Barbagallo: “Senza lavoro, una società non esiste”

barbagallo carmelo psi

“Il primo maggio è come parola magica che corre di bocca in bocca, che rallegra gli animi di tutti i lavoratori del mondo, è parola d’ordine che si scambia fra quanti si interessano al proprio miglioramento”. Da “La Rivendicazione”, Forlì, 26 aprile 1890.
La Festa del lavoro, o Giornata internazionale dei lavoratori di tutti i Paesi, viene celebrata in molte nazioni dal primo maggio 1890. La decisione di organizzare a livello internazionale e in contemporanea una giornata non solo di festa ma occasione per rivendicare i diritti sindacali della classe operaia, a partire dalla riduzione dell’orario di lavoro a otto ore giornaliere, è stata presa dal congresso di Parigi della Seconda internazionale (organizzazione politica di sinistra fondata dai partiti socialisti e laburisti europei) il 20 luglio 1889.

La data del primo maggio è stata scelta anche per celebrare i cosiddetti “martiri di Chicago”. Il primo maggio 1886, infatti, si svolge a Chicago una grande manifestazione per chiedere la riduzione dell’orario di lavoro. Uno sciopero al quale partecipano 80mila persone. I giorni successivi gli scioperi continuano e le proteste sfociano in violenze e morti. I gravi incidenti scoppiati il 3 e il 4 maggio 1886 passeranno alla storia come rivolta di Haymarket. Incidenti e tumulti con morti e feriti tra i manifestanti e le forze dell’ordine. Otto anarchici saranno processati e condannati a morte senza prove precise. La sentenza capitale sarà eseguita per quattro di loro, che finiranno impiccati in carcere.

Sui temi legati alla Festa del lavoro abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil dal 2014. Carmelo Barbagallo ha iniziato a lavorare a otto anni e dopo tanto apprendistato e lavori saltuari, viene assunto, prima, in un pastificio e, poi, come operaio specializzato dalla Fiat di Termini Imerese. Contemporaneamente inizia la sua militanza nel Partito Socialista Italiano.

Ha ancora senso celebrare il Primo Maggio come la Festa dei lavoratori? O tutto si riduce al Concertone di Roma?
Certo che ha senso! Soprattutto in Italia la cui Costituzione, proprio al suo primo articolo, recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Il Concertone di Piazza San Giovanni è ormai una bellissima e consolidata tradizione dedicata soprattutto ai nostri giovani, ma in moltissime piazze italiane si continuano a svolgere, in mattinata, decine e decine di cortei e comizi, oltre al comizio nazionale dei tre Segretari generali che, quest’anno, avrà come scenario la città di Prato e come tema quello della salvaguardia della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Il Primo Maggio continua ad avere un valore perché, nonostante tutto, il lavoro continua a essere uno dei valori più importanti per la persona e per la società.

Come viene festeggiato nel resto del mondo?
Anche in altre nazioni, ci sono cortei, manifestazioni e comizi. La festa del Primo Maggio è internazionale: accomuna tanti popoli e tanti lavoratori.

Lei è reduce da un tour in diverse regioni d’Italia per i congressi Uil. Che aria tira? Quali i problemi e le difficoltà che la gente affronta nella vita di tutti i giorni?
Intanto, devo dire che la Uil gode di ottima salute: noi aumentiamo in iscritti, voti e delegati. C’è persino un recente studio del Censis che ha certificato che noi siamo l’unico Sindacato che cresce. L’esito entusiasmante delle ultime elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego ne è l’ennesima prova: abbiamo ottenuto un successo strepitoso. Purtroppo, il Paese non sta altrettanto bene. Stanno aumentando le situazioni di disagio economico, la disoccupazione giovanile resta un problema serio, cresce il divario tra il Nord e il Sud del Paese. La gente chiede interventi strutturali per invertire davvero la rotta e puntare allo sviluppo.

Mi sembra che oggi il sindacato abbia poca presa con i giovani. Certo, abbiamo i lavoratori avanti negli anni e i pensionati. Ma i giovani? Sarà sempre più un sindacato coi capelli grigi e a rischio di estinzione?
Partiamo da un dato. La Uil è il Sindacato che ha il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati più alto di tutti gli altri Sindacati e, inoltre, ribadisco, continua a crescere ovunque. Il rischio di estinzione non sappiamo proprio che cosa sia: è un problema inesistente, è una fake news diffusa dai nostri detrattori. Noi abbiamo fatto tantissime iniziative che hanno coinvolto migliaia e migliaia di giovani i quali hanno partecipato con grande entusiasmo contribuendo alla riuscita di queste manifestazioni. Abbiamo, poi, anche una categoria, la UILTemp, che si occupa prevalentemente di quei giovani che hanno contratti precari o temporanei. Infine, io sono nettamente contrario a questo tentativo di contrapposizione tra generazioni. Un vecchio proverbio Masai, che cito spesso in occasione delle nostre riunione dice: “I giovani corrono veloce, i vecchi conoscono la strada”. Io aggiungo: “Insieme possiamo raggiungere i traguardi che ci prefiggiamo”.

Come sarà la Uil del futuro? Quali temi, quali diritti, quali valori?
Valori e diritti saranno quelli di sempre, quelli che ci hanno fatto sempre guardare al futuro ed essere il Sindacato della modernizzazione. Già sei anni fa, in occasione della Conferenza di Organizzazione di Bellaria, abbiamo avviato una riforma del nostro Sindacato, trasformandolo in un Sindacato a rete, sempre più vicini alla gente e ai luoghi di lavoro. Inoltre, abbiamo inserito nel nostro Consiglio confederale oltre quaranta Rsu, eletti di recente soprattutto tra i giovani. Anche negli altri organismi è notevolmente cresciuta la presenza di giovani e donne. Insomma, noi il cambiamento non lo annunciamo, ma lo pratichiamo e lo viviamo. E i risultati si vedono e sono sotto gli occhi di tutti.

Sarà che un’organizzazione che ha le sue radici nell’Ottocento, così come i partiti tradizionali, non è più capace di comunicare?
Lei continua a pormi domande dando per scontato che il Sindacato e la Uil siano in crisi! Lo ripeto: non è così. I numeri dicono un’altra cosa, raccontano un’altra realtà. Le faccio solo un esempio a proposito dei sistemi di comunicazione. Dieci anni fa abbiamo fondato una web Tv, la prima web Tv sindacale. Ebbene, di recente, proprio per festeggiare il decennale, abbiamo organizzato un video contest, rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni chiedendo loro di realizzare dei corti per esprimere la loro idea di lavoro, le loro ansie, le loro preoccupazioni, i loro desideri. Non solo hanno partecipato in tantissimi, ma gli accessi al nostro sito sono aumentati, in quel periodo, del 1.400 per cento. Tutto documentato.

Il mondo del lavoro sta cambiando, già si parla di industria 4.0. Ma il lavoro in sé è ancora uno dei valori fondamenti della nostra società? E quali nuove strategie si devono mettere in campo per difendere questo valore?
Senza lavoro, una società non esiste. E quando non si capisce che è uno dei valori fondamentali della nostra società e se ne calpestano i diritti, quello è il momento in cui regrediamo. Il punto è un altro: il lavoro è cambiato e, soprattutto, rischia di soccombere rispetto al profitto e agli interessi delle multinazionali o di imprenditori poco illuminati. Bisogna gestire la trasformazione verso l’impresa 4.0 e bisogna evitare che ciò accada in spregio ai diritti conquistati in questi anni.

Il sindacato deve restare dentro i confini nazionali oppure è importante che presti attenzione anche a quello che succede altrove? E perché?
I confini nazionali non esistono più: li ha abbattuti, da tempo ormai, la globalizzazione. È impensabile, dunque, governare le dinamiche sociali, occupazionali e produttive restando ripiegati su stessi e su realtà locali, senza confrontarsi con ciò che accade in Europa e nel mondo e senza quantomeno provare a influenzare le scelte e i processi decisionali delle multinazionali, da un lato, e dell’Europa o di altri Paesi, dall’altro. A questo scopo dovrebbero intervenire la Ces, la Confederazione Europea dei Sindacati, e la Csi, la Confederazione internazionale. Peraltro, il Segretario generale della Ces è un sindacalista della Uil, il nostro Luca Visentini, che siamo riusciti a far eleggere qualche anno fa al vertice di quella Organizzazione grazie a una strategia di alleanze determinata unitariamente. C’è ancora molto lavoro da fare per dare effettiva forza contrattuale a queste due realtà sovranazionali: è esattamente ciò su cui si sta impegnando da qualche anno a questa parte la Uil. Se non vogliamo correre il rischio della marginalità dobbiamo proseguire lungo questa strada.

Una delle battaglie del sindacato, anche di questi giorni, riguarda le aperture nei giorni festivi dei grossi centri commerciali. Ma la realtà presenta aspetti nuovi, tipo l’e-commerce, e citiamo solo Amazon, che sta togliendo grandi fette di guadagno al commercio tradizionale, mettendo in crisi giganti che scopriamo avere piedi d’argilla e bilanci traballanti. Non rischia di essere una battaglia di retroguardia?
Ci sono alcuni lavori, relativi ai servizi pubblici essenziali, rispetto ai quali il Sindacato non ha mai posto alcun problema poiché si tratta di funzione che devono essere svolte nell’interesse della collettività: garantirne dunque la continuità, sempre sulla base di criteri condivisi, anche nei giorni di festa è un dovere. Ci sono altri lavori, invece, ed è il caso del commercio, per i quali la continuità risponde a logiche di profitto e, dunque, non è necessaria. Queste situazioni devono essere gestite sulla base della contrattazione e della volontarietà, nel rispetto della dignità delle persone e del lavoro.

Pensa che siano tramontati quei valori, quelle necessità che nella seconda metà dell’Ottocento hanno portato prima alla costituzione delle Società di mutuo soccorso, poi dei sindacati e dei partiti? E quale deve essere il ruolo del sindacato, parlando di oggi ma guardando al domani?
Noi dobbiamo recuperare proprio lo spirito delle Società di mutuo soccorso e questo dobbiamo farlo, soprattutto, per i nuovi lavori. Il nostro futuro deve avere solide radici nel passato.

Mezzogiorno, donne e giovani sembrano scomparsi dall’agenda politica. Come farli ritornare centrali? Soprattutto con quali proposte?
Lo sviluppo del nostro Paese dipende, in gran parte, dalla capacità di far crescere il Pil delle nostre regioni meridionali. Solo così si genererebbe più lavoro anche per i giovani e le donne. Tutto questo non può avvenire per decreto: servono, invece, investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali soprattutto nel Sud del Paese. Questa è l’unica ricetta concreta, pratica ed efficace per determinare condizioni di crescita strutturale.

Quali sono i problemi più importanti, più urgenti che la Uil porterà all’attenzione del prossimo governo?
La prima rivendicazione è quella a cui abbiamo appena accennato, e la ripeto perché è fondamentale: servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. La seconda riguarda il fisco. Noi metteremo in atto una grande vertenza fiscale per ridurre il peso delle tasse su lavoratori e pensionati, così da ottenere un incremento dei salari e delle pensioni. Vorremo, poi, proseguire nella terza fase della previdenza per ottenere condizioni previdenziali migliori proprio per i giovani e le donne. Infine, bisogna che il tema della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro diventi prioritario e perciò noi chiederemo una Strategia nazionale che, a differenza degli altri Paesi europei, in Italia è ancora assente. Non è un caso che abbiamo deciso di dedicare il Primo Maggio proprio a questo argomento.

Antonio Salvatore Sassu

Colosseo chiuso per assemblea. E scoppia la polemica

Colosseo-chiuso-sindacatiNon è stata una chiusura vera e propria – ma una ritardata apertura dei principali siti archeologici della Capitale – provocata da un’assemblea sindacale, autorizzata, tenutasi stamane. Attacco frontale del capo del governo, Renzi: «Non lasceremo la cultura ostaggio di quei sindacalisti contro l’Italia. Oggi decreto legge». L’ira del ministro per i Beni Culturali, Franceschini: «La misura è colma». Immediata la replica secondo cui l’assemblea era stata autorizzata con largo anticipo. La leader della Cgil, Camusso: «L’assemblea è simbolo di democrazia». Continua a leggere

Eccoci

La festa Avanti! si è chiusa con un bel risultato. Dobbiamo esserne fieri.
Abbiamo offerto a maggioranza e opposizione un luogo aperto e civile di confronto, dalle riforme istituzionali ed economiche al nodo migranti. Dal nostro palco sono emerse le proposte di modifica delle funzioni del nuovo senato, si sono precisati i contorni della collaborazione con il sindacato, soprattutto con la UIL, sono stati anticipati i temi poi discussi in Europa sull’accoglienza dei profughi.
Si è ritrovato l’intero gruppo dirigente del partito per gridare che i socialisti ci sono e faranno la loro parte.

Proprio durante i dibattiti e durante i lavori del Consiglio Nazionale sono stati approfonditi temi che l’agenda politica autunnale tratterà.

Abbiamo avanzato proposte correttive della riforma del senato (un senato stile Bundesrat) e della legge elettorale (premio di maggioranza esteso ai partiti della coalizione). Abbiamo proposto di utilizzare volontariamente i profughi in servizi di utilità per le comunità locali e di accelerare le procedure di registrazione e di controllo di quanti arrivano in Italia.

Abbiamo gettato le basi per la Conferenza Programmatica di fine ottobre. Abbiamo posto, e forte, la necessità di ridefinire rapidamente la strategia di una sinistra europea partendo proprio dall’Italia. Abbiamo confermato il sostegno alle unioni civili. Abbiamo ripreso rapporti con i radicali in vista di iniziative comuni a partire da Roma. Abbiamo eletto Pia Locatelli nostro capodelegazione alla Camera dei Deputati.

Una festa di lavoro, dunque. E per rinnovare il patto di adesione ad una bella comunità. E’ stata anche l’occasione per accelerare i tempi di iscrizione al partito.
Forza, che c’è bisogno di ciascuno di voi.
In un tempo di profondi cambiamenti, possiamo toglierci qualche sassolino dalle scarpe.

Riccardo Nencini

Pensioni. Ancot, dialogo per un sistema previdenziale più equo

Un decalogo per rendere più equa la pensione di migliaia di lavoratori italiani. Sono le proposte dell’Ancot, Associazione nazionale consulenti tributari, portate all’attenzione degli esperti riunitisi a Palermo al ‘Festival del lavoro’ recentemente organizzato dall’Ordine nazionale dei consulenti del lavoro. L’Ancot propone “la separazione della gestione separata Inps dei lavoratori autonomi dagli altri soggetti parasubordinati, ovvero una gestione per i soli lavoratori autonomi nella quale i professionisti siano adeguatamente rappresentati: la riduzione dell’aliquota base contributiva al 24% simile a quella cui arriveranno le altre gestioni Inps di commercianti e artigiani”. Auspica anche “la ricongiunzione gratuita o onerosa al pari degli altri lavoratori perché è compito istituzionale dell’Inps dare la pensione ai lavoratori valorizzando ogni settimana i contributi; la prosecuzione volontaria del versamento dei contributi anche da parte degli iscritti alla gestione separata Inps oggi ancora esclusi”.

Per l’Ancot, “con la prosecuzione volontaria alcuni problemi legati ai cosiddetti ‘contributi silenti’ si potrebbero risolvere da soli, ma soprattutto questa opportunità rientrerebbe tra le misure di armonizzazione che hanno lo scopo di un trattamento uniforme per tutti i cittadini al fine di raggiungere il diritto alla pensione o di incrementare la misura”. L’Associazione richiede anche “la riduzione delle sanzioni e degli interessi per ritardato pagamento attraverso l’armonizzazione della norma con il ravvedimento operoso fiscale; l’aumento della rivalsa dal 4% al 6% così come concessa agli iscritti alle casse di previdenza e la contribuzione ridotta per i giovani che lo richiederanno per i primi cinque anni della professione in misura proporzionale al reddito”. E, non ultimo, “il riconoscimento dell’indennità di maternità pieno con la cancellazione dell’assurdo vincolo della dichiarazione di astensione dal lavoro impossibile da applicare per i professionisti i quali nel periodo non possono chiudere il proprio studio oltre al riconoscimento di piene tutele alla pari di quelle delle altre gestioni dell’Inps con particolare riferimento ai fattori legati al rendimento”.

A Palermo, l’Ancot ha deciso anche di annunciare le proposte per contribuire a una riforma della legge Monti-Fornero. Cinque i punti che sono alla base della richiesta e sono: possibilità di andare in pensione con almeno 35 anni di contributi e un’età tra i 62 e i 70 anni con taglio percentuale della pensione; orario ridotto e pensione per agevolare l’attuazione della staffetta generazionale; un ritorno alle quote con la considerazione dell’età e dei contributi senza penalizzazione; il calcolo contributivo con l’obiettivo di definire assegni pensionistici in base a quanto effettivamente versato; le opzioni per le donne che comprendono il calcolo contributivo e il bonus figli. “Siamo molto contenti di partecipare al ‘Festival del lavoro’ – ha detto il presidente nazionale dell’Ancot, Arvedo Marinelli – e da parte nostra abbiamo voluto garantire il nostro contributo concreto nel pieno rispetto dei ruoli e delle competenze, consapevoli che il forum di Palermo è un validissimo momento di confronto con il governo che sta mostrando vivo interesse per una riforma della previdenza”.

Pensioni, il piano di Boeri 
L’ipotesi di un crac greco rischia di far scivolare l’argomento in fondo alle priorità. Ma fino a prova contraria il governo tenta di procedere con l’agenda di lavoro che si è dato. La scorsa settimana il presidente dell’Inps Tito Boeri è stato a Palazzo Chigi per illustrare la «mappa» della previdenza italiana. L’8 luglio, dunque, Boeri presenterà la relazione annuale dell’Istituto entrando nel dettaglio delle sue proposte. L’obiettivo è quello di costruire un sistema sostenibile, come e’ oggi ma più equo, capace di chiedere un sacrificio a chi ha avuto troppo rispetto ai contributi versati. Le ipotesi sono: un parziale ricalcolo delle pensioni su base contributiva oppure un sistema di uscita più flessibile che imponga a chi vuole andare in pensione prima, di pagare una penalizzazione maggiore tanto più è generoso l’assegno che deve ricevere.

La riforma delle pensioni è quindi un progetto che coinvolge l’Inps come parte attiva, anche nel processo decisionale sulle misure da adottare. Il presidente dell’Ente, Tito Boeri, per questo ha illustrato in anteprima al Governo le proposte che l’Istituto sta approntando per l’introduzione della flessibilità in uscita in ambito previdenziale e per l’assistenza agli over 55. La data prevista per la presentazione ufficiale del progetto dovrebbe essere l’8 luglio, quando l’Inps produrrà la relazione annuale al Parlamento. L’Inps propone la flessibilità in uscita – Il piano di riforma dell’Inps è diviso in vari settori a seconda dell’intervento da compiere, con a margine i relativi costi. Per ottenere il pensionamento anticipato, che sarà volontario, si avrà una decurtazione dell’assegno che verrà calcolato interamente con il metodo contributivo. Per finanziare l’assistenza degli over 55 in condizioni di disagio economico è previsto un parziale ricalcolo degli assegni con gli importi più alti. Le proposte dell’Inps non sono, però, rigide. Il confronto continuerà con i sindacati, nei prossimi giorni ed a stretto giro, con i ministri Poletti e Padoan.

In pratica la proposta dell’Inps verte su una maggior flessibilità in uscita dal mondo del lavoro, ma senza costi troppo elevati per le casse dello stato (come accadrebbe invece utilizzando la quota 97 o quota 100 di Damiano). Da quanto è trapelato ufficiosamente sulla riforma, tra i vari punti vi è l’uscita anticipata dal mondo del lavoro soltanto per mezzo del sistema contributivo. In poche parole, la scelta sarà volontaria, ma chi vorrà andare in pensione anticipata dovrà farlo al prezzo di un assegno ricalcolato con il sistema contributivo e quindi con una riduzione piuttosto elevata (si stima oltre il 20% rispetto al retributivo). Il requisito minimo dovrebbe esser 35 anni di contributi, con un età anagrafica necessaria di soli 57 anni (58 per le autonome). Una sorta di opzione donna Inps estesa a tutti insomma, e sottoscrivibile in base alla propria libera scelta. Tra le altre misure che dovrebbero esser presentate dall’Inps, stando alle ultime novità di oggi 1 luglio, ci sarà una sorta di reddito minimo (di cui Boeri ha già parlato in passato) per tutti coloro che hanno perso il lavoro dopo i 55 anni e che non possono ancora accedere alla pensione. Un sostegno contro la povertà per la fascia tra i 55 e i 65 anni. Per individuare le risorse necessarie a questo tipo di operazione è possibili che ci sia un intervento sugli assegni pensionistici più ricchi (ricalcolo parziale su base contributiva?) e una revisione di alcune prestazioni assistenziali.

Lavoro. Arriva il declassamento per i dirigenti 
Arriva il ‘declassamento volontario’. Con un emendamento di recente approvato al ddl sulla p.a. arriva la previsione per cui pur di non essere licenziato, il dirigente pubblico, rimasto senza incarico per un certo periodo, può chiedere di essere ‘demansionato’ a funzionario, in deroga al Codice Civile. “Previsione della possibilità, per i dirigenti collocati in disponibilità, di formulare istanza di ricollocazione in qualità di funzionario, in deroga all’articolo 2103 del codice civile – che regola le mansioni (ndr.) – nei ruoli delle pubbliche amministrazioni”, si legge infatti nell’emendamento, presentato dai più gruppi parlamentari, e passato in commissione Affari Costituzionali alla Camera, dove le votazioni sulla delega continueranno anche la prossima settimana. Il provvedimento è atteso a breve nell’Aula di Montecitorio. Arriva, poi, un’altra stretta sui dirigenti. Gli incarichi dirigenziali nella P.a. – infatti – non solo potranno essere rinnovati, senza una nuova selezione, esclusivamente una volta e per un massimo di due anni ma, è questa l’ulteriore stretta, la proroga dovrà essere giustificata e supportata da un giudizio positivo sull’operato del primo mandato.

Paletti per il conferimento degli incarichi, spazio ai più giovani e al merito: così cambierà pure l’Avvocatura dello Stato, sono infatti questi gli obiettivi di un nuovo emendamento, approvato, al ddl Madia. A firmare le novità è stato il relatore, Ernesto Carbone. Niente posizioni direttive per chi è vicino alla pensione e incarichi sulla base del merito. “Gli incarichi direttivi non sono conferiti ad avvocati dello Stato che debbano essere collocati a riposo entro quattro anni dalla data di avvio della procedura selettiva”, si legge infatti nel testo dell’emendamento. E ancora: “L’incarico di vice avvocato generale e di avvocato distrettuale dello Stato ha natura temporanea ed è conferito per la durata di quattro anni, al termine dei quali l’incarico può essere rinnovato, per una sola volta e per uguale periodo o fino alla data del collocamento a riposo se anteriore, a seguito di valutazione da esprimere con lo stesso procedimento prefigurato per il conferimento”. Asticelle che, continua l’emendamento appena passato in commissione Affari Costituzionali alla Camera, “si applicano anche agli incarichi in corso alla data di entrata in vigore della presente legge”.

O meglio, viene specificato: “Gli incarichi assegnati da oltre quattro anni cessano decorsi sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge, salvo rinnovo, con lo stesso procedimento previsto per l’attribuzione, per una sola volta e per la durata di ulteriori quattro anni o fino alla data del collocamento a riposo se anteriore”. Inoltre, nei suoi pareri il “Consiglio degli Avvocati e Procuratori dello Stato fa tassativo riferimento al criterio della rotazione nel conferimento degli incarichi e tiene conto delle attitudini organizzative e relazionali del candidato, nonché della professionalità acquisita e desunta in particolare da indici di merito” predeterminati dal Consiglio stesso.
Le proposte approvate di recente: nei concorsi pubblici a fare la differenza non sarà più solo il voto di laurea, ma potrà contare anche l’università. Così un’altra proposta di modifica, deliberata dalla Commissione, al ddl P.a, che parla di “superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso” e “possibilità di valutarlo in rapporto ai fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato”. I dirigenti pubblici potranno essere licenziati se privi di incarico per un certo periodo ma non basta, l’uscita dal ruolo scatta soltanto se prima c’è stata una sostanziale ‘bocciatura’ da parte dell’amministrazione. Così un emendamento aggiuntivo al ddl P.a, da poco approvato, che prevede il collocamento in disponibilità “successivo a valutazione negativa”.

Lavoro. Nel 2014 meno scioperi 
Conflittualità in calo nel 2014 nei servizi pubblici essenziali ma raddoppiano gli scioperi generali. Triplicate anche le sanzioni contro gli scioperi illegittimi. E’ il Garante sugli scioperi, Roberto Alesse, al suo ultimo mandato ai vertici dell’Autorità, a misurare il livello di scontro nel Paese che testimonianza una “crescente tensione politico-sociale”. Sono scese a 2.084 infatti le proclamazioni di sciopero nei servizi pubblici essenziali (1.233 quelli effettivamente svolti) rispetto alle 2.338 dell’anno precedente ma è più che raddoppiata la proclamazione di scioperi generali, 17 contro i 7 del 2013. In calo invece le proteste regionali e provinciali, si legge nel Report presentato al governo e Parlamento. Sostenute dunque anche le sanzioni che passano a 320mila500 euro nel 2014 contro i 113mila700 del 2013 per il mancato rispetto della normativa sugli scioperi e per scioperi illegittimi.

E tra i settori a più alto indice di conflittualità si conferma quello del Trasporto pubblico locale, che assieme a quello dell’igiene ambientale e ai servizi delle pulizie detengono saldamente il primato nella proclamazione degli scioperi nel 201: per oltre 331 volte infatti i lavoratori hanno incrociato le braccia. Lotta dura anche nel trasporto aereo con 182 stop, il 10% in più di quanto proclamato nel 2013, e nel settore ferroviario che ha indetto 143 scioperi incrementando del 30% la protesta effettuata l’anno precedente. Al centro delle proteste quasi esclusivamente i rinnovi dei contratti, il livello del salario e l’occupazione. Ed è proprio il potere sanzionatorio a dover essere, per il Garante, rafforzato come dimostrano alcune vicende accadute di recente. I poteri attuali infatti, dice, “rispetto ad alcuni comportamenti abnormi, non fungono da deterrente sufficiente nei confronti di tutti i protagonisti del conflitto, comprese, ovviamente, le amministrazioni e le aziende”.

Per questo il Garante guarda alla possibilità di arrivare anche a sanzioni individuali per i singoli lavoratori per impedirebbe forme di elusione da parte dei datori di lavoro, ai quali, “è affidata, nell’ambito del proprio potere disciplinare, l’individuazione e la quantificazione delle sanzioni”, spiega ancora Alesse che ribadisce anche la proposta presentata nei giorni scorsi di inserire il referendum tra i lavoratori per validare la proclamazione di uno sciopero. La chiave per una gestione effettiva della conflittualità comunque, passa, per Alesse, dalla ‘concertazione’ con sindacati e aziende per ‘raffreddare’ il conflitto e poter prevenire le azioni di protesta. La concertazione, infatti, ribadisce, “non è un capriccio né un modo per rievocare i riti del passato o per esaltare forme, anche individuali, di protagonismo politico ma è, a volte, un dirompete bisogno, un metodo per individuare soluzioni concrete e ragionevoli e sbloccare o quantomeno raffreddare quelle vertenze in cui la situazione di stagnante incertezza finisce per alimentare il conflitto”, spiega.

E il Garante difende anche il sindacato rispondendo indirettamente alle parole con cui il premier, Matteo Renzi, aveva auspicato la creazione di un sindacato unico. Le organizzazione dei lavoratori infatti, dice, “se da una parte deve essere in grado di raccogliere la sfida della modernità, senza retorici condizionamenti del passato” dall’altra non possono essere “ridicolizzate” quando il sistema politico istituzionale “invoca rischiose reductiones ad unitatem, sulla base del presupposto antidemocratico che la pluralità delle articolazioni sociali è un “lusso” che non ci possiamo più permettere”. Ma il Garante risponde anche a Cgil, Cisl e Uil spesso in contrasto con le decisioni del Garante: basta attacchi contro l’Autorità perché “lacerano di proposito il tessuto istituzionale per assoggettarlo a logiche di pensiero irresponsabili e destabilizzanti”, conclude.

Carlo Pareto

Sentenza Consulta. Ad agosto via ai rimborsi sulle pensioni

Dal primo agosto prossimo l’Inps pagherà a titolo di arretrati la rivalutazione delle pensioni all’inflazione sancita dalla sentenza della Consulta, che aveva dichiarato illegittimo il blocco della perequazione, e recepita nei giorni scorso dal decreto legge del governo. Ad essere interessate dall’erogazione una tantum, i trattamenti pensionistici da 3 volte il minimo fino a 6 volte (oltre questo tetto non è previsto nessun rimborso), secondo un meccanismo di decalage confermato da una circolare Inps pubblicata il 25 giugno scorso. Nello specifico, per gli assegni di quiescenza di importo lordo fino a 1500 arriverà un rimborso di 796,27 euro a valere per gli anni dal 2012 al 2015. In particolare saranno restituiti 210,6 euro di adeguamento all’inflazione per il 2012 e 447,2 per il 2013. Per il 2014 e 2015, invece, la corresponsione dovuta sarà pari rispettivamente a 89,96 euro e 48,51 euro. Continua a leggere

Scala mobile. Il sindacato trent’anni dopo

Enrico Berlinguer alla manifestazione del 24 marzo 1984 contro la scala mobile, organizzata dal PCI

Enrico Berlinguer alla manifestazione del 24 marzo 1984 contro la scala mobile, organizzata dal PCI

“Questo non è, e non vuole essere un convegno celebrativo”, così Luigi Covatta,direttore di Mondoperaio, ha aperto i lavori al Cnel del convegno intitolato “Il sindacato ieri e domani. A trenta anni dal referndum sulla scala mobile”. Sono passati trent’anni da quando gli italiani dissero no al referendum abrogativo sul decreto di San Valentino dando così fiducia al Governo Craxi, che fece quel decreto per combattere il galoppante aumento dei prezzi che viaggiava su percentuali a due cifre. La consequenza fu la prima crepa nel mondo sindacale, in quanto da allora si allargarono le divergenze delle varie sigle sindacali. L’effetto di quel referendum fu storico, non solo ci fu la fine dell’unità sindacale (il ”decreto di San Valentino”, fu emanato con l’accordo solo di Cisl e Uil), ma allora “si suggellò il definitivo superamento sia dell’egemonia della politica sul sociale, sia dei residui condizionamenti del partito sul sindacato e sia, conseguentemente, della reciproca autonomia nei rapporti tra Governo, opposizione e parti sociali”. Ha ricordato, Raffaele Morese, sindacalista, nella sua relazione introduttiva. “Una fase nuova si apriva nello scenario delle relazioni tra i vari protagonisti della politica e del sociale, anche perché – contemporaneamente – perdeva vigore ogni velleità pansindacale (il “salario, variabile indipendente”) che pure aveva caratterizzato un bel pezzo del periodo precedente quell’evento”, ha sostenuto Morese. Il sindacalista si è poi interrogato sul senso di rievocare quegli eventi, ricordando che “quell’evento non fu provocato da banali interessi e spicciole convenienze ma da scelte valoriali che anche nella nuova situazione mantengono intatto il loro influsso e la loro incidenza. Allora come oggi – ricorda Morese – la solidarietà emergeva come collante non effimero e predicatorio di una società impaurita dagli eventi, a disagio di fronte al futuro, incollerita per le disuguaglianze montanti e per una morale politica degenerata”. Sul decisionismo del Governo attuale Morese ha poi precisato che “i corpi intermedi della società e le organizzazioni di rappresentanza, in particolare, non possono essere considerati da nessuno come un intralcio, un fastidio, un’ inutilità da parte delle istituzioni o dei partiti. Si può non essere d’accordo con le loro scelte, ma non si possono considerare degli ectoplasmi di una società. Specie quando la questione centrale di una società come la nostra è il lavoro, il suo futuro, la sua capacità di far realizzare le persone, la sua ragione di sempre: la dignità”. Numerosi poi gli interventi che si sono succeduti di personaggi di spicco del mondo sindacale: Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Giuseppe De Rita, Ivan Lo Bello, Stefano Mantegazza, Tommaso Nannicini, Maria Grazia Gabrielli, Carlo Callieri, Bruno Manghi, Giacinto Militello e Carlo Callieri.
Luciano Pero ha voluto ricordare quanto siano cambiati in questi anni “i modi di lavorare e il lavoro stesso” portando a esempio numerosi settori in crisi contro i molti in continua espansione e individuando in quelli in crescita e nell’intermediazione del contributo intelligente dei lavoratori il nuovo ruolo dei sindacati. Numerose le rievocazioni, ma su tutte ha prevalso la buona occasione che ha il nostro Paese di poter ripartire investendo sul lavoro. Molto critica la posizione del giovane sindacalista Cisl, Marco Bentivogli, che ha messo sul piano della bilancia il problema di poter e dover rappresentare dei giovani lavoratori che non hanno alcune garanzie contrattuali e soprattutto è stato critico verso “una parte del sindacato che molto spesso sciopera contro gli stessi accordi che ha sottoscritto precedentemente”.
Infine il convegno si è concluso con le relazioni finali di Carmelo Barbagallo e di Susanna Camusso. Il segretario della Cgil, Camusso, ha voluto precisare riguardo il ricordo evocativo di quegli anni che “è importante la memoria e non l’imitazione”. Riguardo il lavoro e le problematiche a esso connesse, l’errore del sindacato è stato quello di affidarsi a una “legislazione che non ha risolto nulla”. Inoltre “si continua a evocare il problema dell’inflazione a due cifre e alla crisi che può portare dimenticando invece che il vero problema è la disoccupazione” ed è quello il lavoro del sindacato. Infine la crisi che si registra nel sindacato è la mancanza di “un pensiero lungo sui problemi”, ovvero “una discussione che duri più di tre giorni” su quelle che sono le questioni del mondo lavorativo attuale.

Maria Teresa Olivieri

Pensioni, Boeri: “Busta arancione a tutti entro il 2016”

«In un anno e mezzo sarà raggiunta la totalità dei contribuenti» con l’operazione trasparenza, la cosiddetta ‘busta arancione’ (estratto conto previdenziale, ndr) dell’Inps, partita ufficialmente il 1° maggio scorso. A dirlo è stato direttamente Tito Boeri, presidente dell’Inps, alla cerimonia d’apertura della Giornata nazionale della previdenza, svoltasi recentemente a Napoli, in piazza Plebiscito. L’iniziativa ‘La mia pensione’, ha spiegato, «ha la funzione di permettere ai contribuenti», dotati di apposito pin, «di effettuare attraverso il sito dell’Istituto una previsione online» sulla prestazione futura. «Si potrà vedere», ha sottolineato il numero uno dell’Inps, «come cambia l’assegno pensionistico, al mutare di una serie di fattori, come la perdita del posto di lavoro, o l’aumento del salario». Spesso, ha proseguito Boeri, «quando si parla di contributi previdenziali» essi sono percepiti come «un prelievo, una tassa sui redditi: è un errore», ha puntualizzato, visto che «in un sistema contributivo rappresentano una forma di risparmio, di consumo differito, rimandato nel tempo».

La carenza di informazioni è stata ignavia di Stato
«È stata un’ignavia di Stato non dare ai contribuenti la possibilità di informarsi sul sistema contributivo dagli anni 90 a oggi», ha rimarcato ulteriormente l’alto dirigente dell’Ente assicuratore evidenziando l’assenza da parte dei governi di una corretta informazione a partire dagli anni 90 sul sistema pensionistico «temendo reazioni molto forti dai soggetti contribuenti che li avrebbero penalizzati elettoralmente». Per Boeri «è possibile con le nuove regole per le nuove generazioni cautelarsi».

Ressa e spintoni
Ressa e spintoni hanno interrotto la quinta edizione della Giornata Nazionale della Previdenza svoltasi nel capoluogo partenopeo. Una dozzina di sindacalisti appartenenti all’Usb pubblico impiego ha raggiunto il tavolo con il presidente dell’Inps Boeri e il ministro Poletti, chiedendo di poter parlare. L’intervento della sicurezza ha determinato qualche momento di tensione, con strattoni e spintoni. Alla fine i lavoratori hanno srotolato uno striscione con la scritta ‘pensioni pubbliche dignitose per tutti’ e un loro rappresentante è intervenuto al microfono. «Stanno ammazzando la previdenza pubblica a favore di quella privata – ha detto uno dei sostenitori della protesta intervenendo al microfono – e che il principale sponsor sia il presidente dell’Inps è per noi una vergogna». Dopo questo intervento i manifestanti, una quindicina in tutto, hanno lasciato la sala consentendo la regolare ripresa dei lavori con l’intervento del segretario della Uil, Carmelo Barbagallo.

L’equità è il modo migliore per rispondere ai disagi
«L’equità è il modo migliore per rispondere al disagio», ha affermato il presidente dell’Inps. «Siamo chiamati a scelte molto difficili in politica economica – ha continuato – e l’equità non è solo tra chi ha di più e chi ha di meno, ma è un’equità intergenerazionale». Per Boeri «chi ha avuto di più deve dare di più e chi è destinato ad avere di meno non deve essere tartassato».

Lavoro più stabile che in passato
«Il fatto positivo è che questi dati segnalano che il nuovo lavoro tende a essere più stabile che in passato, la quota di assunzioni con contratti a tempo indeterminato si sta avvicinando al 50 per cento, mentre prima era attorno al 30 per cento, quindi si va verso un lavoro più stabile», ha puntualizzato il presidente dell’Inps Tito Boeri commentando i dati appena resi noti dell’Osservatorio sul precariato. La commissione di vigilanza sull’Anagrafe tributaria ha ascoltato Tito Boeri nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’anagrafe tributaria nella prospettiva di una razionalizzazione delle banche dati pubbliche in materia economica e finanziaria; potenzialità e criticità del sistema nel contrasto all’evasione fiscale.

Aspettare i dati Istat di giugno
«A livello generale», ha aggiunto, «se aumenta l’occupazione o meno, bisognerà aspettare i dati Istat di giugno, perché l’Inps copre solo il lavoro dipendente, non il lavoro autonomo, né quello irregolare. Quello che questi dati ci dicono però, ed è importante, è che quando si assume oggi in Italia, lo si fa sempre di più, soprattutto da marzo in poi, da quando è entrato in vigore il contratto a tutele crescenti, con dei contratti a tempo indeterminato», ha detto ribadendo come la parola definitiva spetti all’Istat: «non so dire se sia occupazione aggiuntiva o meno: per quanto riguarda il lavoro subordinato aumenta, ma potrebbe essere che aumenti, accompagnato da una riduzione del lavoro autonomo o irregolare. Per questo dobbiamo aspettare i dati Istat», ha concluso.

Segnali ancora labili sul fronte dell’occupazione – I segnali sul fronte dell’occupazione, comunque, che di solito «tende a seguire l’andamento dell’economia» sono «abbastanza labili e sono appena iniziati», ha seguitato ricordando come peraltro i dati Inps fotografano «anche l’effetto degli sgravi contributivi che quest’anno sono stati molto robusti».

Pensioni. Boeri: “Equità tra generazioni  Mi auguro che le risposte che verranno date siano improntate alla ricerca di equità, e non soltanto intragenerazionale, stando attenti al fatto a chiedere un contributo più alto a chi ha dei redditi più elevati, ma anche intergenerazione. Non si possono chiedere prelievi ulteriori a chi è destinato ad avere prestazioni future più basse». Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, è intervenuto così sulle conseguenze della sentenza della Consulta sul ritorno della perequazione pensionistica durante la sua recente audizione resa nella commissione di vigilanza sull’Anagrafe tributaria.

Pensioni, Boeri: “Mi auguro contributo maggiore da chi ha di più” – «Penso – ha aggiunto Boeri – che noi siamo usciti da questa lunghissima crisi con degli squilibri tra generazioni molto forti e sarebbe un errore molto grave oggi andare a chiedere ulteriori prelievi a persone che sono destinate ad avere in futuro delle prestazioni molto più basse di chi è oggi in pensione. Questo – ha concluso – potrebbe creare problemi sulla tenuta del patto intergenerazionale».

«Equità tra generazioni» – Quanto alla decisione della Consulta, ha puntualizzato: «Non me la sento di commentare il giudizio di una Corte; queste sentenze vanno unicamente eseguite e in ogni caso bisogna guardare in avanti; penso che adesso il grosso problema è la scelta di politica economica, molto difficile, che non compete all’Inps: noi stiamo dando tutto il sostegno possibile, tutte le informazioni che possono rendere questa decisione più informata possibile». Boeri ha quindi ribadito: «Bisogna decidere se l’importo grava sui pensionati o sui contribuenti. È chiaro che ci saranno effetti redistributivi molto rilevanti; mi auguro che verranno fatte scelte motivate e improntate alla ricerca dell’equità, non solo tra chi ha di più e chi ha di meno: l’equità è anche tra chi ha avuto di più e chi è chiamato oggi a dare di più per poi ricevere di meno e mi auguro che il Governo e il Parlamento poi lo vorranno fare».

Subito rimborsi per 3-3,5 miliardi
L’operazione complessiva di restituzione delle mancate rivalutazioni del 2012 e 2013 alla quale ha lavorato il governo avverrà con gradualità e per fasce di reddito e dovrebbe concludersi con una coda di rimborsi successivi differiti in più anni a venire. Il tutto per un probabile esborso complessivo di 4-4,8 miliardi. Il rimborso avverrà con un decalage: meno soldi al salire delle fasce di reddito pensionistico con un tetto di fatto ai 2.500-3.500 euro lordi al mese. Ogni fascia di reddito dovrebbe avere un suo adeguamento lineare senza effetto trascinamento su quella successiva, secondo la soluzione prefigurata. Per quest’anno la copertura dovrebbe arrivare in grande parte dal “tesoretto” da 1,6 miliardi e dalle maggiori entrate attese dalla voluntary disclosure. Ma è stata anche prevista una clausola di salvaguardia: nell’ipotesi di margini fiscali non sufficienti scatterebbero tagli di spesa. In ogni caso per quest’anno il deficit nominale programmatico si attesterà al 2,6%, come ha ripetuto il ministro Pier Carlo Padoan nei giorni scorsi a Bruxelles.

Boeri: “Intensificare la consultazione esterna delle banche dati Inps”

Dare una valutazione sulle politiche economiche adottate, migliorarle, diminuendo così eventuali sprechi e raggiungere le persone più bisognose”. Con queste parole il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha recentemente presentato gli obiettivi del programma ‘VisitInps scholars’, con cui l’istituto intende mettere a disposizione le sue basi statistiche, a chi voglia lavorare a progetti di studio di politica previdenziale ed economica, a grande rilevanza sociale, non solo accademica. “L’Inps ha delle banche dati – ha spiegato – molto ricche, che coprono diversi aspetti che sono, appunto, fondamentali per valutare la politica economica in Italia”. “Per fare questo, però, oltre al capitale umano – ha ammesso Boeri – e al capitale di informazione straordinario di cui l’Inps dispone, serve il connubio con persone che stiano al di fuori dell’Inps e che abbiano studiato a fondo le metodologie, per utilizzare al meglio le banche dati disponibili e compiere anche inferenze di natura causale”. “Ecco, dunque, l’importanza di ‘Visitinps scholars’, un progetto strategico per l’Inps – ha fatto notare – perché tutti i grandi istituti, gli enti di sicurezza sociale hanno al loro interno dei centri studi e servizi di analisi che mettono a frutto nell’esercizio delle loro funzioni. Queste attività di studio e analisi servono per migliorare l’attività degli istituti stessi, per sapere, ad esempio, se ci sono sprechi o effetti perversi delle politiche adottate”. “In Europa – ha puntualizzato il presidente Boeri – l’Inps è il più grande ente di sicurezza sociale, eppure di fatto questo servizio di analisi, di studio e approfondimento dei dati e di valutazione della politica economica non lo sta fornendo. Ha banche dati molto ricche che coprono vari aspetti che sono fondamentali per valutare la politica economica in Italia, dagli archivi dei lavoratori dipendenti a quello dei lavoratori autonomi, gli iscritti alla Gestione separata, il casellario dei pensionati sono solo alcuni esempi”. “Ebbene, noi vogliamo imparare a usare nel migliore modo possibile – ha detto – questi dati per fornire valutazioni nel tempo giusto in cui poi le scelte devono essere prese. Spesso, invece, le valutazioni della politica economica intervengono con notevole ritardo sui processi decisionali.

Vogliamo essere più rapidi per dare davvero un contributo al miglioramento”. “‘VisitInps’ chiamerà, quindi, all’Inps a lavorare – ha continuato Tito Boeri – un numero ristretto di ricercatori. Puntiamo ad averne tra i 10 e i 15 che saranno impegnati per una durata minima di 3 mesi, interagiranno con la struttura e con le persone dell’Inps e avranno la possibilità di accedere alle banche dati, rese anonime, e avranno anche il supporto logistico”. “Queste persone verranno scelte – ha chiarito- in base ai progetti presentati sia dall’Inps sia dai ricercatori stessi. Entro il mese di giugno presenteremo un bando, definiremo una commissione che poi valuterà le domande pervenute. Chi non verrà prescelto potrà comunque avere accesso alle informazioni e dati Inps, chiaramente con modalità diverse”. “Noi avremo – ha elencato il presidente dell’Inps – una modalità di diffusione dei dati basata su tre livelli: quella del sito Inps che già oggi pubblica una serie di statistiche con il sistema degli osservatori; una legata alla presentazione di progetti da parte di ricercatori accreditati e daremo la possibilità di accedere a file, sempre però nel rispetto della privacy; quella formata da persone che staranno presso l’Istituto ma senza poter scaricare i dati”.

Carlo Pareto

Bancari. Dopo due anni accordo… di consolazione

Anti-corruzione-RenziUna lunga lotta che sembrava non dovesse portare altro che alla capitolazione da parte dei bancari. Alla fine ci sono voluti ben diciotto mesi di braccio di ferro per far sì che si arrivasse all’ipotesi di accordo del rinnovo del contratto dei bancari, con la sottoscrizione di un’ipotesi di accordo tra organizzazioni sindacali e Abi, che prima di essere efficace dovrà essere approvata dalle lavoratrici e dai lavoratori, entro il 15 giugno.

L’intesa, che riguarda oltre 309 mila lavoratori, prevede, fra l’altro, un aumento medio a regime di 85 euro: con la seguente distribuzione temporale: 25 euro il 1° ottobre 2016; 30 euro il 1° ottobre 2017; 25 euro il 1° ottobre 2018. Sicuramente si tratta di una magra consolazione per i lavoratori del settore, visto che le richieste puntavano molto più in alto, ovvero al ritiro da parte di Abi delle pregiudiziali sul calcolo del Tfr e il blocco degli scatti di anzianità per i dipendenti. Invece ai colletti bianchi sono toccati 85 euro e sono previste altre piccole concessioni come la tutela per i giovani con un salario d’ingresso, attingendo risorse dal fondo per l’occupazione, il quale sarà aumentato dell’8%, inoltre esiste la possibilità di ricollocamento del personale licenziato in caso di crisi aziendali.

Per molti l’accordo rappresenta solo una manciata di briciole dopo quasi due anni di trattative, ma c’è da mettere in conto che l’Abi e Alessandro Profumo, alla guida del comitato affari sindacali e del lavoro dell’associazione, non sembravano intenzionati a retrocedere dalle proprie posizioni.Tanto che fino a stamane c’è stato il rischio della rottura definitiva dopo l’attacco di Profumo verso Megale (Fisac)e lo scontro successivo tra i due. I sindacati sono riusciti, nonostante tutto a evitare che l’Abi sostituisse il contratto nazionale con i contratti aziendali di gruppo o a mandare tutto all’aria lasciando i dipendenti per strada.

“Dopo un anno e mezzo di durissime trattative, i bancari hanno finalmente un loro contratto nazionale. In questo modo è stata scongiurata l’eventuale disapplicazione del contratto stesso, che avrebbe creato enormi problemi ai lavoratori lasciandoli senza tutele”, ha commentato la Fabi, Federazione Autonoma Bancari Italiani, aggiungendo che “con l’ipotesi di accordo siglata questa mattina alle cinque, è stata mantenuta e difesa l’area contrattuale, sono stati valorizzati gli inquadramenti, evitando una riforma degli stessi che avrebbe creato notevoli disagi e problemi”.

Liberato Ricciardi