Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.

LONDON CALLING

polizia britannicaDopo il dolore arriva il subbuglio. L’attentato di Londra mette con le spalle al muro non solo il Governo di Sua Maestà, ma l’intero Occidente, sempre più incapace di trovare una soluzione e con i Paesi Arabi che a loro volta non riescono a dialogare tra di loro. Dopo le dure parole di domenica (quell’”enough is enough” che aveva dato il senso dell’esasperazione del clima), Theresa May è tornata a parlare dell’allarme terrore: “L’attacco di sabato sera non era solo contro Londra ma contro il mondo libero” ha detto la premier sottolineando le diverse nazionalità delle persone coinvolte. Il primo ministro ha ribadito che il livello di allerta anti-terrorismo resta “grave”, come aveva già indicato ieri il ministro degli Interni Amber Rudd, e confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza sui ponti di Londra con barriere a protezione dei pedoni. La premier si è inoltre detta soddisfatta dell’azione degli agenti armati di Scotland Yard sostenendo lo ‘shoot to kill’, lo ‘sparare per uccidere’ i terroristi adottato: grazie alla tempestività, questo ha permesso di salvare “innumerevoli vite”. La premier britannica ha poi continuato il suo discorso sottolineando che il tempo della comprensione è finito, che è necessario iniziare a lottare per garantire i diritti, le libertà e i valori del popolo inglese: “I nostri valori sono superiori a quelli offerti dai predicatori d’odio” e per garantirli, ha annunciato, è pronta a dare maggiore potere alle polizie e a inasprire i controlli sui reati legati al terrorismo.
Sembra però che queste misure servano più che altro a garantire il Governo dei conservatori spaventati dalle imminenti elezioni di questo giovedì. Secondo i sondaggisti, i conservatori di May erano a 330 seggi quando sono state indette le elezioni anticipate ad aprile, sabato scorso, invece secondo YouGov i conservatori erano a 308 seggi. Il primo ministro britannico Theresa May potrebbe ottenere 305 seggi in parlamento nelle elezioni di giovedì, 21 in meno rispetto alla maggioranza di 326, secondo una proiezione della società di sondaggi YouGov. Ad oggi i laburisti potrebbero ottenere 268 seggi contro i 261 delle proiezioni di sabato. La scorsa settimana, un altro sondaggio di Lord Ashcroft Polls dava ai conservatori la maggioranza.
Lo scenario sembra essersi catapultato tutta sulla sfera politica, tanto che il leader laburista Jeremy Corbyn controreplica alla premier Tory, Theresa May, nella polemica sulla sicurezza nazionale innescata dall’attacco terroristico di sabato a Londra e ne invoca apertamente le dimissioni da capo del governo: ancor prima delle elezioni di giovedì 8. May – ha tuonato Corbyn – dovrebbe “dimettersi per aver presieduto ai tagli” imposti alle forze di polizia mentre era ministro dell’Interno. È un’opinione – ha insistito – condivisa da “persone molto responsabili” che sono “molto preoccupate”.
Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, dopo aver visitato i luoghi dell’attacco terroristico di sabato sera con la comandante di Scotland Yard, Cressida Dick ha infatti fatto sapere: “Riceviamo la metà dei fondi alla polizia che ci spettano, 170 milioni di sterline contro 370” e ha aggiunto: “Negli ultimi sette anni abbiamo dovuto chiudere delle stazioni di polizia e abbiamo perso migliaia di agenti”.
Nel frattempo anche da parte americana si pensa a misure restrittive alla tolleranza. Già la settimana scorsa la squadra legale di Trump ha chiesto alla Corte Suprema, che raramente si pronuncia d’urgenza, di consentire l’entrata in vigore immediata del controverso ordine esecutivo del 6 marzo, bloccato da alcuni tribunali, che impedisce ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump oggi ha chiesto alla sua amministrazione una versione più rigida del discusso divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi islamici, dopo l’attacco a Londra nel fine settimana, e ha invitato la Corte Suprema a pronunciarsi rapidamente sulla questione.
“Il Dipartimento della Giustizia avrebbe dovuto sostenere il divieto di viaggio originale, non la versione annacquata, politicamente corretta sottoposta alla Corte Suprema”, ha scritto Trump in una serie di tweet sull’argomento stamattina presto. “Il Dipartimento della Giustizia dovrebbe chiedere un’udienza rapida sull’annacquato divieto di viaggio davanti alla Corte Suprema, e cercare una versione molto più severa!”, ha twittato Trump, che in qualità di presidente sovrintende il dipartimento.
L’eco di Trump è arrivato nei Paesi del Golfo dopo l’appello del presidente degli Stati Uniti rivolto ai Paesi musulmani di combattere il terrorismo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar con una mossa coordinata, che non ha precedenti fra i principali esponenti del consiglio di cooperazione del Golfo. I tre Stati del Golfo hanno annunciato la chiusura dei trasporti con il Qatar e hanno dato due settimane di tempo ai turisti del Qatar e ai residenti per lasciare il Paese. Il Qatar è stato anche espulso dalla coalizione a guida saudita che combatte nello Yemen. Le accuse contro lo Stato sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrain. A questi quattro Paesi si sono uniti, poi nel giro di poche ore, anche Yemen e Maldive. Il terremoto diplomatico registrato nella ricca zona del Golfo è destinato a rimescolare le carte delle alleanza in tutto il Medio Oriente: dalla Libia ai Territori palestinesi, dallo Yemen all’Iraq per non parlare della Siria e il Libano. Per molti analisti arabi sullo sfondo della crisi dietro la mossa di Riad c’è una precisa strategia in funzione anti-Iran. Non è un caso infatti che il Kuwait ed il Sultanato di Oman, entrambi membri del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo ed entrambi favorevoli ad un dialogo con Teheran, non hanno aderito alla decisione di rompere con il Qatar. Nel frattempo il Qatar esprime rammarico per questa decisione di rompere i legami diplomatici. “Le misure sono ingiustificate e basate su accuse che non hanno base nei fatti”, dice la Tv Al Jazeera che cita le dichiarazioni del ministro degli Esteri. Il Qatar ha aggiunto che le decisioni prese non “avranno effetti sulla vita normale di cittadini e residenti”.

Mostra di Muhammad Abdullah, fotografo di guerra Reuters

Per il decimo anno consecutivo, il 20 maggio torna a Roma (Stadio Nando Martellini, Terme di Caracalla) Sport Against Violence Event, lo speciale villaggio dello sport per la Pace, gemellato con le maratone di Baghdad ed Erbil, che vede riuniti in un’unica giornata atleti, dilettanti, famiglie, migranti e attivisti per giocare e dialogare sotto il segno delle buone pratiche inter-religiose e interculturali.

Sport Against Vionece_20 maggio 2017Insieme allo Sport, per la prima volta in Italia, “Reagire alla guerra: sport e società civile in Siria”, mostra fotografica di Muhammad Abdullah (ex fotografo di guerra della Reuters attualmente rifugiato in Belgio), Radio Alwan e Arta.fm (media radio e tv dell’area) con le squadre femminili di calcio e immagini dai campi.

Fin dai primi anni del regime siriano, lo sport e le squadre nazionali sono stati uno strumento di propaganda di stato e di esaltazione del nazionalismo pan-arabo, in continuità con l’esempio sovietico degli anni della guerra fredda. A sei anni dall’inizio della rivolta ed a cinque da quello della guerra, in ogni parte della Siria e lì dove si ammassano i profughi del martoriato paese mediorientale nascono iniziative sportive. Il gioco e la competizione sono lo strumento per distrarre i giovani dalla brutale quotidianità della guerra e bastano poche ore senza combattimenti per rivedere i bambini sfidarsi a pallone per le strade. Attraverso lo sport si ricostruiscono i legami sociali lacerati da una guerra che ha spinto più di metà della popolazione fuori dalle proprie case, si offre un’occasione di spensieratezza ma anche di sfogo a giovani troppo spesso costretti a vivere nella paura ed attraversati dalla forte aggressività dovuta ai traumi. Non c’è una famiglia che non abbia perso qualche membro, in tante la frustrazione di non riuscire a mettere un piatto caldo in tavola si trasforma in un clima domestico teso e difficile.

Negli scatti in esposizione nell’evento annuale di Sport Against Violence vedremo le immagini del campionato di calcio tra le squadre delle organizzazioni della società civile nel nord del paese, i giochi dei bambini siriani nei campi profughi informali del Libano, l’esperienza delle squadre femminili di calcio e pallavolo nate fin dal 2013 ad Amuda, nell’area curdo siriana e quelle della maratona degli atleti diversamente abili e feriti in guerra che si è tenuta nei sobborghi damasceni.

Alcuni esempi di una società che cerca di reagire alla guerra e di costruire anticorpi contro il perpetrarsi della spirale della violenza anche attraverso la rinascita di federazioni ed associazioni sportive nelle aree al di fuori del controllo del governo di Damasco, nel tentativo di restituire normalità ai giovani.

Le foto in Libano sono state scattate da: Muhammad Abdullah, ex fotografo di guerra della Reuters attualmente rifugiato in Belgio; quelle del calcio dal team di Radio Alwan (la radio a colori, emittente della zona di Idleb); quelle delle squadre femminili sono di Arta.fm, emittente plurilingue che trasmette nell’area curdo siriana e promuove progetti sportivi inclusivi.

L’America Donald Trump
e il ritorno di Kissinger

trumpTutti sembrano concordare sul fatto che Trump sia, sul piano internazionale, un ignorante. Ma di che tipo? Su questo regnava e regna tuttora la massima incertezza. Un isolazionista semplice? Un isolazionista muscolare? Un unilateralista? Un anticinese, antiiraniano, antiislamico, antitedesco, antieuropeo, antimessicano e ora, magari, anche antirusso? Un interventista cauto alla Reagan o spericolato alla Bush jr o globale alla Clinton? Questo e altro è stato scritto e ipotizzato su di lui. Ma non che fosse un seguace di Obama. O un real politico alla Kissinger.

Pure qualche indicazione in quest’ultimo senso non mancava. Dal rozzo pragmatismo del personaggio (” prima meno, anzi minaccio di menare, poi tratto”). Dalla cautela, rara nel suo caso, con cui ha affrontato il dossier siriano. E infine e soprattutto dall’interesse diciamo così attivo dimostrato da Putin per la sua candidatura (cosa in cui non riesco a vedere nulla di peccaminoso o di illegale: da sempre i russi, come i cinesi, hanno
preferito interlocutori repubblicani; in quanto alle “interferenze” solo chi non ha peccato può scagliare la prima pietra; e gli americani sono gli ultimi a poterla scagliare…).

Oggi però, gli indizi si sono moltiplicati sino ad assumere la dignità di prove. Lo stesso Kissinger ha avuto un lungo incontro con Trump. L’amministrazione ha comunicato ufficialmente che Donald e Putin hanno regolari contatti telefonici, così come i rispettivi capi di stato maggiore. E soprattutto, prova suprema, vera e propria pistola fumante, abbiamo l’accordo sulla Siria, portato avanti formalmente dai mediatori russi, turchi e iraniani con il concorso dell’inviato Onu ma accolto con favore dagli americani, presenti agli incontri,e avallato, cosa ancora più importante, da isrealiani e sauditi.

Come nasce questa intesa? Che cosa comporta? E quali scenari anticipa?
Tutto parte, nella sostanza, da russi e turchi. I primi sono intervenuti massicciamente e brutalmente per salvare Assad e il suo regime. Ma hanno ora bisogno di tirare i remi in barca consolidando i risultati raggiunti. I secondi, già in prima fila nella lotta armata contro Damasco vedono nella prosecuzione del conflitto e nei suoi effetti collaterali (Isis, curdi, magari anche iraniani) una minaccia grave per i loro interessi nazionali. L’obbiettivo, realistico, non è dunque quello di “fare la pace” o di “riaprire il dialogo nazionale” ma di fare cessare il conflitto.

Principale ostacolo, lo stesso Assad ( e con lui gli Hezbollah libanesi ). Questi, dimentichi del fatto che a salvarli è stata Mosca, sperano, o mostrano di sperare in una vittoria; e, come da copione, non vogliono nemmeno discutere con i loro nemici interni considerati, tutti, come “terroristi”.
E’ dunque sul no del regime al cessate il fuoco e alla relativa ricollocazione dei gruppi in lotta in “aree tutelate” che il negoziato si incaglia; per riprendere, però, e per concludersi con il consenso palese o tacito di tutti (un quadro che non comprende naturalmente l’Isis anche se include gruppi qaedisti) dopo qualche settimana.

Cos’è accaduto nel frattempo? C’è stato il bombardamento di Idlib, con annesse vittime del gas. E c’è stata la reazione americana, evento politicamente assai più rilevante del primo. (Ed è il caso di aggiungere, per inciso, che le due versioni opposte sui colpevoli del massacro non convincono affatto; e che manca, per la sua ricostruzione, una componente essenziale: la tracciabilità della redistribuzione dei depositi di gas nervino all’indomani della risoluzione dell’ sul loro stoccaggio, trasferimento e successiva distruzione. Del resto la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza, bloccata dal veto russo e cinese, intendeva condannare Damasco per l’uso del gas ma si riferiva al 2014/2015 e non al 2017 …).

La reazione americana è estremamente misurata e, oltre tutto, non dico concordata con Mosca ma preventivamente comunicata a chi di dovere. E il messaggio è chiarissimo: Washington non prenderà pretesto dal bombardamento per rilanciare la crociata contro il Dittatore sanguinario; ma vuole che questi si dia una calmata; che rinunci ai suoi sogni di vittoria totale; e che Mosca faccian pressione su di lui per fargli intendere ragione. Messaggio ricevuto. Perché Assad firmerà il nuovo accordo; e perché, coincidenza significativa, anche i gruppi qaedisti lo accetteranno di fatto, lasciando i sobborghi di Damasco (dove erano accerchiati e sotto potenziale attacco per rifugiarsi ad Idlib).
E qui siamo in pieno nell’universo kissingeriano. Nessuna pace vera e nemmeno qualcosa che le assomigli (non a caso, l’obbiettivo conclamato è quello della de-escalation del conflitto), nessuna, almeno esplicita, divisione di sfere di influenza. Piuttosto l’auspicio -avvertimento espresso, insieme, da Mosca e Washington. Si auspica che il conflitto finisca per esaurimento o meglio per la fine delle sue varie “spinte propulsive”; si dà sostanza a questo auspicio facendo presente che non verranno tollerati ulteriori tentativi di utilizzare la Siria come trampolino. per disegni più ambiziosi e destabilizzanti (che siano turchi o curdi, sunniti o sciiti, sauditi o iraniani).

Il messaggio sembra, qui e ora, essere stato raccolto da tutti. E cosa oggettivamente rilevante, accolto con particolare favore da Israele (in contatto sia con Mosca che con Washington).
Per lo stato ebraico sancisce non solo la divisione definitiva della Siria; e cioè del punto di passaggio obbligato dell’asse teheran-Damasco-Beirut, con il relativo sostegno logistico e militare agli Hezbollah. Ma mette definitivamente al suo incubo storico: quello dell’unità del mondo arabo che, in tutte le sue versioni storiche-nasserismo, panarabismo, primavera araba, egemonia sciita- sarebbe o diventerebbe comunque ostile alla presenza stessa di Israele.

Oggi Siria ma anche Iraq sono morti, ora e nel futuro immediatamente prevedibile, come stati unitari; e anche nella penisola arabica, dallo Yemen a Bahrein le fessure religiose – non tollerate dal regime saudita diventano sempre più irrimediabili.
Una situazione che sarà fonte di infinite scosse di assestamento. Ma non di Grandi progetti tanto ambiziosi quanto totalizzanti e sanguinosi. La situazione ideale per vecchi e nuovi emuli di quella vecchia e cinica canaglia che si chiama Henry Kissinger ma anche guarda caso per noi, italiani ed europei. Dopo tutto, per apprezzare la pace di Westfalia, basta avere conosciuto le guerre di religione.

Turchia isolata. Addio a Ue e tensioni con Usa e Russia

Kurds-baseErdogan torna sul trono sull’Akp, il partito che ha contribuito a fondare e promette pugno di ferro contro ogni dissidenza, ma prima torna a minacciare ancora una volta l’Europa. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso pronunciato ad Ankara, presso la sede dell’Akp, in occasione del suo rientro nel partito ha infatti affermato che se Bruxelles non aprirà nuovi capitoli dei negoziati di adesione, la Turchia non cercherà più di far parte dell’Ue.
“Non c’è altra opzione che aprire i capitoli che finora non avete aperto. Se lo farete, bene. Altrimenti addio”, ha dichiarato Erdogan, citato dai media locali. “La Turchia – ha aggiunto – non è l’usciere (dell’Unione europea, ndr)”.
Ma l’allontanamento dall’Europa rischia di mettere in discussione i progressi fatti nel Paese. Il dialogo con l’Unione Europea ha permesso, infatti, nel primo decennio di questo secolo, significativi miglioramenti, come l’abolizione della pena di morte e alcuni tentativi di dialogo tra il governo turco e le rappresentanze politiche del movimento nazionale curdo.
Proprio la questione curda rischia ora di far scivolare una situazione sul filo del rasoio anche in Siria. Nei giorni scorsi l’aviazione e l’artiglieria di Ankara hanno bombardato le postazioni dello Ypg, accusato di essere un’organizzazione terroristica, gemella del Pkk in Turchia. Ma gli Usa e la Russia si sono ritrovati dalla stessa parte, al fianco dei curdi. Gli Usa hanno subito inviato pattuglie miste curdo-americane al confine fra la provincia di Hassakah e la Turchia, mentre Mosca ha risposto con il supporto di truppe, assieme ai militari siriani fedeli al presidente Bashar al-Assad, al confine fra il cantone di Afrin e il territorio turco.
Nel frattempo la coalizione curdo-araba appoggiata dagli Stati Uniti sta conducendo un’offensiva per strappare agli islamisti Raqqa in Siria.

NODO SIRIANO

siria fLa Siria continua ad essere il centro nevralgico nello scacchiere internazionale, soprattutto nella disputa tra Usa e Russia, ma stavolta a tuonare contro Washington è il presidente Bashar al-Assad. Nel corso di un’intervista esclusiva concessa all’agenzia Afp Assad accusa gli americani di aver inventato il raid chimico contro Khan Sheikhun, città nella provincia nord-occidentale di Idlib. L’attacco chimico che ha sconvolto l’opinione pubblica e in cui sono morte più di 80 persone fra cui 28 bambini, per Assad è la scusa, il motivo utile agli americani “per colpire” la Siria.
“L’attacco chimico che il regime siriano avrebbe compiuto a Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, è al 100 per 100 un’invenzione degli Usa. Damasco ha consegnato tutte le armi chimiche e il regime siriano autorizzerà soltanto inchieste imparziali sul presunto attacco”, afferma il presidente siriano. “La nostra impressione – ha spiegato – è che l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, sia complice dei terroristi. Hanno inventato tutta la storia per avere un pretesto per l’attacco. Noi intendiamo lavorare (con i russi) in vista di un’inchiesta internazionale. Ma deve essere imparziale. Noi possiamo permettere un’inchiesta se, e soltanto se, sia imparziale e ci garantisca che Paesi imparziali prendano parte, per essere sicuri che non sia utilizzata a fini politici”, ha detto. Quanto al raid ordinato dal presidente americano Trump, Assad assicura che “la potenza di fuoco del nostro esercito, la nostra capacità di attaccare i terroristi non è stata intaccata da questo raid”.
Ma militari e intelligence Usa hanno intercettato comunicazioni di militari siriani ed esperti circa la preparazione per l’attacco con armi chimiche compiuto a Idlib la scorsa settimana. Lo ha riferito una fonte ufficiale americana alla Cnn. Gli Usa – precisa però l’emittente – non sapevano però che il gas sarebbe stato usato sui civili. Le intercettazioni erano parte del materiale di intelligence visionato nelle ore successive allo stesso attacco allo scopo di stabilirne la responsabilità. La stessa fonte ha sottolineato che gli Usa non erano al corrente in anticipo del raid. Gli Usa solitamente raccolgono vaste quantità di comunicazioni intercettate in zone come Siria e Iraq, materiale che spesso non viene analizzato se non in caso di un particolare evento che richiede la ricerca di analisti di relative informazioni di intelligence.
In queste stesse ore arriva poi la notizia che le forze armate americane avrebbero attaccato nel nord della Siria e in seguito ad un raid aereo sono rimasti uccisi per errore 18 combattenti alleati impegnati nella lotta all’Isis. Secondo il Comando centrale statunitense, martedì scorso gli aerei Usa si sono fidati delle coordinate errate date loro dalle Forze democratiche siriane (Sdf), composte soprattutto da miliziani curdi. L’obiettivo era una posizione dell’Isis a sud di Tabqa, roccaforte dello Stato Islamico: le bombe sono invece finite sulle linee delle Sdf, causando 18 vittime.
Nel frattempo gli americani, dopo giorni di tensione con il Cremlino, tentano un dialogo con Mosca. Il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, ha incontrato il presidente russo, Vladimir Putin, con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. “Nessuna crisi è insormontabile”, hanno detto i due capi delle diplomazie in conferenza stampa, “ne’ quella ucraina, ne’ quella siriana”, ma nei fatti le divergenze continuano ad apparire insormontabili. Se non altro è stata ripristinata l’intesa per evitare incidenti tra i rispettivi aerei militari in manovra sui cieli siriani, sospesa dalla Russia all’indomani dell’attacco statunitense alla base siriana di al-Shayrat. Tillerson ha spiegato: “Abbiamo discusso francamente dell’attuale stato dei rapporti tra Stati Uniti e Russia: c’è un basso livello di fiducia tra i nostri due Paesi”. “Siamo d’accordo – ha aggiunto – sulla creazione di un gruppo di lavoro che affronti gli argomenti minori e faccia fare progressi nella stabilizzazione del rapporto”. D’altro canto “non è possibile che le due principali potenze nucleari abbiano un rapporto con un basso livello di fiducia”.
Un incontro che è andato “meglio di quanto ci attendessimo”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sostenendo che nelle prossime ore farà un punto con il segretario di Stato. Parlando poi delle relazioni con Putin, Trump ha confermato le tensioni, ma ha detto che “vedrà” nei prossimi mesi come si svilupperanno, ricordando tuttavia di voler dialogare con la Russia. Questo, dopo aver di nuovo affermato che è “certamente possibile” che la Russia sapesse dell’attacco chimico in Siria, secondo gli Usa lanciato per ordine di Assad, che ha definito “un macellaio”.
Ma nonostante le buone intenzioni, restano le divergenze. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu la Russia ha posto il veto per l’ottava volta. Matthew Rycroft, ambasciatore britannico all’Onu, commenta duramente il nuovo no di Mosca sulla bozza di risoluzione che condannava l’attacco chimico nella provincia di Idlib. “Questo doveva essere l’inizio della responsabilità per gli autori dell’attacco chimico in Siria – dice -, e invece abbiamo un veto della Russia: è una vergognosa scelta di proteggere il tossico regime di Assad”.

Siria: Alfano, evitare escalation, serve negoziato

siriaIn Siria occorre “evitare l’escalation militare e riportare la diplomazia al centro”: lo ha sottolineato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che in Senato ha svolto l’informativa sulla situazione nel martoriato Paese mediorientale, anche alla luce delle conclusioni del G7 del ministro degli Esteri, a Lucca. Alfano ha ribadito che “occorre rilanciare il negoziato” e ha aggiunto che l’Italia è convinta che si possa pacificare la Siria solo con lo strumento del negoziato: “Non può esserci soluzione militare, il futuro dipende del processo politico”.

Secondo Alfano lo sforzo della diplomazia italiana nella crisi siriana deve essere quello di “spingere Mosca a prendere le distanze da Assad”. “La soluzione della crisi in Siria passa attraverso il coinvolgimento della Russia, che non va messa nell’angolo”, ha detto Alfano. “Occorre convincere Mosca a esercitare pressioni su Assad affinché rispetti in maniera duratura il cessate il fuoco” e “cessi di attaccare i civili e bombardare il suo popolo”.

Secondo Alfano, dopo l’attacco chimico del regime siriano paradossalmente “si è creata una nuova occasione per convincere Mosca a mettere sotto pressione Assad e fare concessioni politiche”. Il ministro degli Esteri ha ricordato che, dopo l’attacco chimico del regime siriano nell’agosto 2013 a Ghouta Est, si arrivò all’intesa russo-americana che consentì all’Opac, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, di smantellare (con il “fattivo sostegno” dell’Italia) l’arsenale chimico del regime. Oggi, dopo l’attacco chimico nella provincia di Idlib, “abbiamo un’altra occasione e non vogliamo disperderla”.

Il ministro degli esteri ha parlato anche dell’Iran e di come l’Italia stia continuando il pressing sul Theran perché eserciti “tutta la sua influenza su Damasco” in modo che il regime eviti nuovi attacchi sui civili.

“Noi socialisti – ha detto Pia Locatelli intervendo dopo l”informativa urgente del Governo – ancora una volta ribadiamo la condanna per il bombardamento di Idlib in cui sono stati usati gas nervini, che ha causato la strage di decine e decine di civili di cui un terzo minori, quindi condanna ferma senza incertezze”.

“Esprimiamo invece qualche dubbio – ha aggiunto – per la reazione americana che ha lanciato missili sulla base militare siriana da cui sarebbero partiti gli aerei impiegati contro gli abitanti di Idlib. Restano dubbi perché, nonostante le asserite prove della colpevolezza del regime di Assad, è un passato recente quello delle prove schiaccianti contro il dittatore iracheno Saddam Hussein che si sono rivelate montature strumentali alla dichiarazione di una guerra. Comunque, al di là delle possibili responsabilità di Assad che andranno accertate, restano interrogativi per noi senza risposta sull’efficacia dei bombardamenti statunitensi. Non mancano nemmeno interrogativi, questi sì enormi, sul comportamento russo sia per il suo sostegno al regime di Assad e sono gravi responsabilità perché hanno protratto la durata di questa crisi e hanno provocato l’ulteriore intensità di questa tragedia, ma anche per non aver fermato l’uso delle armi chimiche se fossero accertate le responsabilità siriane. A noi sembrano chiari gli obiettivi da perseguire in questa tragedia, in questa tragica vicenda siriana, per i rapporti con i Governi coinvolti nella crisi, per le nostre alleanze, per il nostro interesse nazionale, anche in relazione ai flussi migratori, per il nostro impegno per promuovere libertà e democrazia”.

“Ecco per tutto questo – ha concluso Pia Locatelli – non possiamo che ribadire che ogni piano per la Siria deve avere come linea guida la lotta al radicalismo terrorista islamista, in particolare l’ISIS, la fine di un regime dispotico e sanguinario anche attraverso un processo di transizione, senza rompere l’integrità territoriale della Siria e senza replicare il caos afgano, poi iracheno, poi libico. Siamo d’accordo con lei signor Ministro e ribadiamo che non può esservi altra strada percorribile che la continuazione del dialogo e del negoziato, anche unendo i tavoli di Ginevra e Astana. È la linea, quella del negoziato, ribadita dal nostro Presidente Mattarella, che nella visita di ieri a Mosca ha operato per far condividere alla Russia la scelta della via negoziale, mettendo da parte l’opzione militare, che si è rivelata inefficace ed è costata la vita a mezzo milione di persone in sei anni”.

Siria. Gentiloni: “Una risposta motivata a un crimine”

mogherini-gentiloni“L’azione ordinata stanotte da Trump è una risposta motivata a un crimine di guerra”. Così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in conferenza stampa a Palazzo ha commentato l’attacco Usa di questa notte alla Siria. “L’azione di questa notte – ha aggiunto – come noto si è sviluppata nella base aerea da cui erano partiti gli attacchi con uso di armi chimiche nei giorni scorsi. Contro un crimine di guerra il cui responsabile è il regime di Assad”. “Credo – ha aggiunto Gentiloni – che le immagini di sofferenza che abbiamo dovuto vedere nei giorni scorsi in seguito all’uso delle armi chimiche non possiamo pensare di rivederle”. “Chi fa uso di armi chimiche non può contare su attenuanti e mistificazioni”, ha detto ancora il premier Gentiloni. Ma la strada da seguire è quella del negoziato: “L’Italia – dice Gentiloni – è sempre stata convinta che una soluzione duratura per la Siria vada cercata nel negoziato. Era e resta la nostra posizione. Il negoziato deve comprendere tanto le forze di opposizione quanto il regime, sotto l’egida delle nazioni unite con ruolo decisivo e costruttivo della Russia”. “C’è l’impegno comune perché l’Europa contribuisca alla ripresa dei negoziati in Siria”. E per questo “sono convinto che l’azione di questa notte non ostacoli ma acceleri la chance per il negoziato politico”, aggiunge il premier per il quale “gli Stati Uniti hanno definito la loro azione come puntuale e limitata e non come una tappa di una escalation militare”. E sul ruolo dell’Europa Gentiloni afferma che “con il presidente francese Hollande e la cancelliera Merkel abbiamo preso il comune impegno perché l’Europa contribuisca alla ripresa dei negoziati in Siria”.

Che si dovesse rispondere a un attacco chimico è la posizione espressa dal presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker in una dichiarazione letta dalla portavoce Mina Andreeva. La scorsa notte “gli Usa hanno lanciato attacchi aerei contro un aeroporto in Siria in risposta all’orribile attacco chimico di Idlib. Gli Usa hanno informato l’Ue che gli attacchi erano limitati e mirati a prevenire ulteriori atrocità con armi chimiche”. La portavoce ha aggiunto che “Juncker è stato inequivocabile nella sua condanna dell’uso delle armi chimiche e sul fatto che il ripetuto uso delle stesse doveva avere una risposta”. Mina Andreeva ha aggiunto che il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, “capisce gli sforzi per prevenire ulteriori attacchi” ed ha osservato che “c’è una chiara differenza tra attacchi aerei su obiettivi militari e l’uso di armi chimiche contro i civili”.

A chi ha chiesto quale fosse la posizione della Ue nei confronti del futuro di Bashar al Assad, la portavoce dell’alto rappresentante Federica Mogherini, Maja Kocijancic, ha risposto: “Non ci sono dubbi sulle conclusioni che sono state adottate dal Consiglio esteri lunedì scorso, in cui cui si dichiarava che gli europei ricordavano che non ci poteva essere una pace durevole in Siria sotto l’attuale regime”. E sul futuro dei negoziati di Ginevra alla luce dell’attacco americano della notte scorsa, Kocijancic ha indicato che Mogherini “stamattina è stata in contatto con Steffan de Mistura”, l’inviato speciale dell’Onu per la Siria ed ha ricordato che la responsabile per la politica estera “in settimana ha ospitato una Conferenza sulla Siria a Bruxelles” e la Ue “continuamente sostenuto il processo mediato dalle Nazioni Unite e continueremo a farlo”.

A chiedere un impegno da parte dell’Europa è Martin Schulz, candidato alla cancelleria dell’SPD. Serve una “forte offensiva diplomatica in Siria. L’Europa deve assumersi la sua responsabilità politicamente non militarmente”, ha aggiunto. “Questo è il momento dei colloqui, non delle bombe”. Per l’ex presidente del Parlamento europeo, il fatto che il consiglio di sicurezza dell’Onu “non sia nella situazione di poter formulare una chiara risposta all’attacco col gas in Siria è più che inquietante”. Il governo tedesco definisce l’attacco degli Usa come “mirato e limitato” e Berlino chiede che “ora con tutte le forze ci si impegni per un processo politico” per risolvere il conflitto in Siria. ha detto il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert. Il veto sulle armi chimiche è “centrale nell’ambito della tutela dei diritti umani”, ha continuato il portavoce del ministero degli Esteri, rispondendo a chi chiedeva se l’azione di Washington sia conforme al diritto internazionale. Dalla prospettiva del governo tedesco si è di fronte “ad un’eclatante rottura del diritto internazionale da un lato”, con la violazione siriana, e dall’altro lato “a un mirato limitato attacco” da parte degli Usa. Per questo motivo, di fronte alla circostanza che il consiglio di Sicurezza dell’Onu non ha potuto esprimere una risoluzione, “l’attacco americano è comprensibile”. L’Onu ha però indetto per le ore 17.30 italiane al Palazzo di Vetro una riunione di emergenza.

Condanna ad Assad anche da parte della Nato per la quale “il regime siriano porta la piena responsabilità per questo sviluppo”. Lo dichiara il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg che ha sottolineato che l’Alleanza “considera l’uso di armi chimiche come una minaccia alla pace e sicurezza internazionali”. “Qualsiasi uso di armi chimiche è inaccettabile ed i responsabili devono essere condotti a risponderne” ha detto ancora il Segretario generale ribadendo che “la Nato sostiene tutti gli sforzi internazionali diretti a raggiungere la pace ed una soluzione politica in Siria”.

MISSILI SULLA SIRIA

siria usa

Spaventa l’escalation che potrebbe innescarsi dopo l’attacco Usa in Siria. Una nave da guerra russa è entrata nel Mediterraneo e si starebbe dirigendo verso i due cacciatorpedinieri americani che hanno lanciato l’attacco in Siria della scorsa notte. Lo riporta Fox News. “Attaccando una base aerea siriana, gli Stati Uniti sono arrivati “ad un passo dallo scontro con la Russia”: lo scrive su Facebook il premier russo, Dmitri Medvedev.

Il raid Usa

“Nessun bambino dovrebbe patire un simile orrore”. Con queste parole, il presidente Usa, Donald Trump, ha dato il ‘via libera’ al raid americano contro la base aerea di Shayrat, nella provincia di Homs, quella da dove, secondo l’intelligence Usa, erano partiti i raid con le armi chimiche che avevano ucciso decine di civili nella provincia di Idlib. È stato il primo attacco americano da quando è cominciata la guerra civile in Siria: 59 missili Cruise lanciati da due navi americane nel Mediterraneo.

Furente il Cremlino che parla di “aggressione contro uno Stato sovrano, in violazione del diritto internazionale e con un pretesto inventato”, aggressione che – aggiunge Mosca – porterà “danni considerevoli” alle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Come prima mossa concreta, Mosca ha sospeso la cooperazione con gli Usa per evitare incidenti nei cieli siriani. La Russia ha anche chiesto l’immediata riunione del Consiglio di sicurezza Onu.

I 59 missili Tomahawk lanciati dai cacciatorpedinieri Uss Porter e Uss Ross hanno semidistrutto la base aerea. “Occorrera’ tempo per valutare i danni”, ha precisato il governatore di Homs. Ma sono morti 6 militari siriani, tra i quali un generale di Brigata aerea. La base è stata distrutta. In una nota, il Pentagono ha definito la risposta americana “proporzionata” rispetto all’odiosa azione di Assad contro la sua gente. Il raid americano è scattato alle 20:40 ora statunitense, quando in Siria erano le 04:40, le 03:40 in Italia. Una portavoce del Pentagono americano ha aggiunto che l’attacco è un evento “one-off”: dunque si tratta di un’azione isolata e non è prevista al momento un’escalation militare americana in Siria.

Il presidente americano, Donald Trump, sceglie dunque il pugno di ferro contro il regime di Bashar al Assad, che ritiene responsabile dell’attacco chimico a Khan Sheikhoun. “Anche bellissimi neonati sono stati crudelmente assassinati in questo barbaro attacco: Assad ha stroncato la vita di uomini, donne e bambini innocenti e per molti è stata una morte lenta e brutale”, ha detto Trump, parlando in diretta tv, dalla Florida, dove riceveva il presidente cinese Xi Jinping, da lui stesso informato del blitz missilistico. L’attacco è arrivato dopo un lungo vertice tra alti funzionari della Casa Bianca, il ministro della Difesa Jim Mattis, il segretario di Stato Rex Tillerson e il consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster. Una mossa a pochi giorni dal viaggio di Tillerson in Russia; e secondo alcuni analisti, la decisione di velocizzare l’intervento servirà agli Stati Uniti anche per dare un maggior peso politico all’incontro con il ministro degli Esteri russo, Serghey Lavrov.

La Russia è il maggior alleato del presidente siriano e oltre ad aiutare militarmente l’esercito governativo, ha bloccato la quasi totalità delle iniziative diplomatiche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Ha già parlato anche la Cina che condanna “l’uso delle armi chimiche da parte di qualsiasi Paese”. Con Trump anche la Germania: “Il raid (americano) è comprensibile”. Da Londra arriva il “pieno appoggio” del governo britannico per una “azione appropriata”. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu condivide “il messaggio forte e chiaro” lanciato dagli Usa, e auspica che sia recepito anche da Teheran e Pyongyang. Dal composito fronte anti-Damasco esulta la Turchia, che parla di attacco “positivo” contro la “barbarie” di Assad. Plaudono a Trump anche L’Arabia Saudita e il premier australiano, Malcolm Turnbull.

L’attacco americano contro la Siria mostra come il presidente Donald Trump sia pronto “ad azioni decisive per rispondere ad atti odiosi”, ha spiegato Rex Tillerson, parlando con i cronisti in Florida. Il consigliere per la sicurezza nazionale, il generale McMasters, ha spiegato che a Trump sono state presentate tre opzioni per rispondere alla strage con il gas in Siria. Lui ha detto di concentrarsi su due di queste e poi ieri ha preso la decisione finale ordinando il raid. All’ira di Mosca, si è unita la condanna dell’Iran, il principale alleato regionale di Damasco: Teheran “condanna energicamente” i bombardamenti statunitensi in Siria e ritiene che “rafforzino i gruppi terroristici”, ha detto il portavoce del ministero degli esteri, Bahran Ghasemi, aggiungendo che gli attacchi americani “un’azione unilaterale pericolosa, distruttiva e che viola i principi del diritto internazionale”.

L’Unione europea era stata informata della probabilità di un’imminente svolta degli Stati Uniti sulla Siria. Dopo l’attacco della notte scorsa, l’alto rappresentante Federica Mogherini ha seguito durante la notte gli eventi assieme ai servizi diplomatici di Bruxelles. L’Ue, si apprende, sta coordinando gli Stati membri e il capo della diplomazia ha già ricevuto, fra le altre, la telefonata del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. E’ inoltre in contatto con gli Stati Uniti e con le Nazioni Unite.

Con questa salva di missili Tomahawk, il presidente americano accontenta in patria il partito dei falchi, che da sempre preme perché la Casa Bianca intervenga contro Damasco. “Diversamente dalla precedente amministrazione, il presidente ha affrontato un momento cruciale in Siria ed ha agito. Per questa ragione merita il sostegno del popolo americano” hanno detto in comunicato ufficiale congiunto i senatori repubblicani John McCain e Lindsey Graham, tra i primi a fare pressioni su Trump. I repubblicani infatti non hanno mai perdonato a Barack Obama di non esser intervenuto nel 2013, nonostante fosse stato provato l’uso di armi chimiche dal governo di Assad che sanciva il superamento “della linea rossa”. Il presidente americano fu accusato di aver indebolito la leadership degli Stati Uniti.

Ma anche esponenti democratici al Congresso hanno espresso il loro appoggio all’attacco ordinato da Trump. “Assicurarsi che Assad sappia che quando commette tali riprovevoli atrocità pagherà un prezzo è corretto”, ha detto Chuk Schumer, leader della minoranza democratica al Senato. E il suo omologo alla Camera dei rappresentanti, Pelosi, ha avvertito che “la crisi in Siria non sarà risolta da una notte di attacchi aerei”, però ha osservato che l’attacco ordinato dal presidente è “una risposta proporzionata all’uso delle armi chimiche da parte del regime”.

Siria, ONU e Ue escano
dal loro torpore

Siria, oltre 125 morti, di cui 32 bambini e 12 professionisti della Sanità, 400 i feriti. AMSI e UMEM: “Chiediamo la verità, e un immediato corridoio umanitario per il popolo siriano”

siriaA proposito della grave situazione in Siria, dove nuovi raid hanno colpito le città di Idlib e Khan Shaykhun, Foad Aodi, Presidente dell’Associazione Medici d’Origine Straniera in Italia (AMSI), delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e fondatore della Confederazione Internazionale UMEM- Unione Medica Euro Mediterranea, riporta statistiche specifiche, provenienti da fonti mediche e ospedaliere “in loco”: “Esprimiamo anzitutto la nostra solidarietà al popolo siriano, ai bambini e alle donne,che sono le prime vittime d’ un massacro senza fine. La situazione è aggravata da un’altra guerra, quella dell’informazione e mediatica: le notizie riportate dalla stampa, infatti, non fanno chiarezza sulla tragedia. Stando alle fonti mediche e ospedaliere che si trovano nel Paese”, prosegue Aodi, i morti dopo l’ultimo raid ad Idlib e a Khan Shaykhun sono 125, di cui 32 sono bambini, e 12 professionisti della sanità. Le strade delle città sono cosparse di feriti e cadaveri. I feriti ammontano a 400; la maggior parte di loro riporta difficoltà respiratorie, soffocamento, lacrimazione oculare e battiti cardiaci accelerati. Chiediamo a nome delle Co-mai la verità sull’accaduto, e chiediamo all’ONU e all’Unione Europea d’uscire dal loro torpore, e attivare immediatamente un corridoio umanitario. Serve sostegno alle strutture sanitarie in Siria, attualmente in una condizione di paralisi. Mancano medici, infermieri, ambulanze e medicinali. Manca il sangue e mancano gli strumenti per effettuare interventi chirurgici d’urgenza. Lanciamo quindi il nostro appello Salviamoibambinisiriani. Speriamo che la nostra voce possa arrivare al cuore di tutti i politici che hanno il potere di decidere, e posson contribuire alla risoluzione pacifica del conflitto siriano”.

Fabrizio Federici