I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

Aereo russo abbattuto, Putin placa l’ira contro Israele

PutinIl presidente russo Vladimir Putin ha detto oggi che l’abbattimento dell’aereo militare russo vicino alla costa della Siria è semplicemente il risultato di una catena di circostanze tragiche e casuali, smentendo quanto fatto sapere dal Ministero della Difesa russo che considera “le azioni intraprese da Israele come ostili: a causa delle azioni irresponsabili dell’esercito israeliano sono stati uccisi 15 militari russi e questo è assolutamente contrario allo spirito della cooperazione russo-israeliana. Ci riserviamo il diritto di adottare misure adeguate”.
Il Cremlino invece prova a disinnescare la miccia. “È molto probabile che si sia trattato di una catena di tragici eventi casuali, perché un aereo israeliano non ha abbattuto il nostro aereo. Ma, senza alcun dubbio, dobbiamo seriamente arrivare al fondo di quello che è successo “, ha detto Putin ai giornalisti, annunciando una telefonata con il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
“Per quanto riguarda le misure di ritorsione, saranno mirate in primo luogo e soprattutto a garantire ulteriormente la sicurezza del nostro personale militare e delle strutture in Siria. E questi saranno passi che tutti noteranno “, ha detto Putin. L’aereo Ilyushin-20 dell’aeronautica militare russa, scomparso dai radar ieri durante un raid di caccia israeliani su Latakia, è stato abbattuto per errore dalla contraerea siriana.
L’aereo Il-20 dell’aeronautica russa è stato sì abbattuto da un missile siriano, ma la responsabilità per il Ministero della Difesa russo potrebbe ricadere sugli israeliani. Inoltre gli F-16 israeliani si sono fatti scudo con il velivolo russo ed è per questo che è stato centrato dai missili di Damasco.
Quattro caccia F-16 israeliani hanno attaccato obiettivi nell’area di Latakia dopo essersi avvicinati dal Mediterraneo volando a bassa quota, ha detto il ministero. «I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura così da essere preso di mira dalle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha un’impronta radar molto più grande dell’F-16, è stato abbattuto da un missile di difesa S-200»

Rifugiati. Un convegno sui campi profughi

campo profughi

A Roma, presso la sala convegni della chiesa di S. Camillo de Lellis in Via Sallustiana, l’Associazione “Annas Linnas”, la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa CILI-Italia, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), il movimento internazionale “Uniti per Unire” e l’associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) hanno fatto il punto sulla drammatica situazione dei campi di profughi palestinesi, siriani e iracheni nel Medio Oriente, con particolare attenzione al Libano e alla Siria.

Dopo un’introduzione di Annabella D’ Elia ( Annas Linnas Italia), il padre melchita libanese Abdo Raad, di Annas Linnas Libano, co-presidente di CILI-Italia(Confederazione Internazionale laica interreligiosa), ha parlato della grave situazione – che si protrae da decenni, sul piano umano,igienico,sanitario – dei campi profughi palestinesi in Libano. Alessandra Mulas, giornalista free-lance , s’è soffermata sulla Siria, Paese fortemente disunito e disgregato al suo interno, da 7 anni alle prese con una drammatica guerra civile, e soggetto tuttora ai reiterati attacchi dell’ ISIS.

Mentre il Libano, dove in questi 7 anni si è riversata una marea di profughi siriani, ora ha chiuso strettamente i suoi confini, presidiati dall’ esercito (per entrare nel Paese dalla Siria, ora serve uno speciale permesso del Governo libanese).

L’avvocato Caterina Boca, di Caritas italia, ha fatto il quadro giuridico dello status di rifugiato e di profugo politico secondo la normativa europea. Valeria Gutierrez, della Comunità di S.Egidio, ha illustrato le principali iniziative dell’ associazione (come i corridoi umanitari) in atto attualmente in Italia per i profughi siriani e per gli immigrati in genere, e specialmente per chi richiede asilo politico; Nicola Lofoco, giornalista freelance, portavoce del movimento internazionale Uniti per Unire, dopo aver portato a tutti i saluti ufficiali del movimento, ha ricordato che “Sino a quando non si risolverà il conflitto israelo-palestinese, non potranno risolversi i problemi di questi profughi in Libano” (450.000, secondo i dati ufficiali delle associazioni palestinesi, distribuiti in 12 campi profughi).

“Il fallimento delle Primavere arabe – ha sottolineato Foad Aodi, fondatore di AMSI, Associazione Medici d’origine Straniera in Italia, e UMEM, Unione Medica Euromediterranea – si sta purtroppo traducendo in gravissimi disagi soprattutto per donne, bambini, anziani, in tante regioni del Mediterraneo. Urgono iniziative per salvare dalle sofferenze tutta questa gente, che spesso non usufruisce neanche della minima assistenza sanitaria; e per sottrarre le donne che arrivano in Europa alle violenze, e i minori ai mercato indegno dei trapianti, della violenza sessuale e del lavoro in nero  attualmente ci sono più di 10.000 minori, immigrati, dispersi in tutta Europa). Mentre è indispensabile una vera politica europea del settore, in Italia non siamo prevenuti contro alcuna forza politica, e anzi facciamo auguri al nuovo Governo che verrà: governo che, però, non dovrà assolutamente penalizzare l’integrazione costruttiva degli immigrati nella società italiana, e la cooperazione coi nostri Paesi d’origine: come proposto nel nostro recente progetto la “Buona Immigrazione”, basato su immigrazione programmata, rispetto del principio dei diritti e doveri uguali per tutti e accordi bilaterali coi Paesi d’ origine degli immigrati che arrivano in Italia “.

I numeri, registrati dall’agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), sono d’ una chiarezza impressionante. Giordania, Libano e Turchia stanno ospitando attualmente circa 4,4 milioni di soli profughi dalla Siria, giunta purtroppo al settimo ano di crisi interna. In Giordania, Paese di 6 milioni di abitanti, si trovano 2,7 milioni di rifugiati (tra questi almeno 700 mila siriani), mentre nel Libano, che ha 4,5 milioni di abitanti, i profughi sono 1 milione e mezzo. La Giordania ospitava già oltre due milioni di palestinesi e 55 mila iracheni; il Libano, 450 mila palestinesi e 30 mila iracheni. Ben più grande e popolosa, la Turchia accoglie 2,5 milioni di rifugiati. C’è una folta presenza di profughi anche in Egitto (più di 260 mila).

Fabrizio Federici

Gentiloni sulla Siria: “L’Italia non è un Pese neutrale”

gentiloni Camera

“L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’alleanza atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti e non di questa o quella amministrazione americana, di Kennedy o Nixon, di Reagan o Clinton, di Bush o Obama. È una scelta di campo, è la nostra scelta di campo”.
Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, intervenendo alla Camera sulla situazione in Siria dopo l’attacco di sabato scorso Frena sulle derive pro-Russia della Lega.

“La risposta del 14 aprile da parte di Usa, Francia e Gran Bretagna – ha detto Gentiloni – è stata una risposta motivata, mirata e circoscritta. Non ci sono indicazioni di vittime civili né indicazioni di danni collaterali” il che dimostra che “la risposta è stata coordinata con attori presenti per scongiurare vittime civili”. Gentiloni ha poi sottolineato che “all’attacco l’Italia non ha partecipato e ha condizionato il suo supporto logistico al fatto che dal nostro territorio non partissero azioni dirette a colpire il territorio siriano”.

Credo, ha detto ancora il premier, “che non possiamo accettare che si torni a 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale a legittimare l’uso della armi chimiche,non possiamo accettarlo”. “La città di Duma, che era l’ultima roccaforte dei ribelli, è stata oggetto di un attacco in cui secondo ogni evidenza si è ripetuto l’uso di armi chimiche: probabilmente cloro miscelato con sarin o agenti assimilabili. Fonti diverse hanno confermato decine di morti e centinaia di feriti. Ma abbiamo la certezza purtroppo che a seguito del veto della Russia alla proposta del Consiglio di sicurezza l’iniziativa per accertare la verità e le responsabilità è stata bloccata”.

Siria, scintille fra Trump e Macron. Il caso Israele

France Bastille Day celebrations

Gli Usa smentiscono il presidente francese, Emmanuel Macron, sui tempi della missione in Siria, mentre una fonte israeliana conferma alla stampa di aver attaccato «per la prima volta obiettivi iraniani» nel Paese mediorientale. Gli ispettori dell’Opac arrivati a Duma non hanno ancora avuto accesso alle zone del presunto attacco chimico del 7 aprile.

Intanto, nella riunione all’Aja nel quartier generale dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, prosegue lo scontro tra i Paesi occidentali e la Russia. È atteso oggi il varo di nuove sanzioni Usa contro la Russia per «il sostegno a Bashar Assad». Mosca ribatte colpo su colpo ma auspica la ripresa di un «dialogo» con gli Usa.

Ieri in una lunga intervista televisiva, Macron aveva rivelato di «aver convinto gli Usa a restare» in Siria fino «alla fine del lavoro» ma la replica della Casa Bianca non si è fatta attendere: «La missione non è cambiata» e il presidente Donald Trump vuole che i soldati americani «rientrino appena possibile».

Intanto un funzionario militare israeliano ha parlato con il New York Times: «Per la prima volta abbiamo attaccato obiettivi iraniani, comprese strutture militari e soldati» in Siria. Si tratta del raid sulla base aerea T-4 vicino a Palmira, nel centro della Siria, avvenuto dopo che l’Iran ha lanciato a febbraio un drone carico di esplosivi nello spazio aereo israeliano. Secondo quanto riferito, l’attacco ha preso di mira l’intero programma di droni iraniano presente nella base. I media iraniani hanno riferito di almeno 7 vittime tra i suoi soldati, su un totale di 14 morti provocati dal raid. L’incidente del drone è stato «la prima volta che abbiamo visto l’Iran fare qualcosa contro Israele e non per delega», ha detto il funzionario, secondo cui quell’attacco «ha aperto una nuova era» di scontri tra Israele e Iran.

È in corso all’Aja l’incontro straordinario dell’Opac sul presunto attacco chimico del 7 aprile a Duma, nella periferia di Damasco, che ha innescato poi l’azione militare di Washington, Londra e Parigi, nella notte tra sabato e domenica. «Il regime siriano e la Russia non permettono agli ispettori di raggiungere Duma», ha denunciato la rappresentanza britannica. «Sono bloccati a causa dell’attacco condotto sabato scorso», ha risposto il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov.

Mosca respinge ogni responsabilità, «conferma» il suo impegno per garantire la sicurezza della missione” e garantisce di «non interferire» nel lavoro dell’Opac ma accusa Usa, Francia e Gran Bretagna di aver voluto «minare la credibilità» della missione degli ispettori con i raid dello scorso week end. L’ambasciatore statunitense all’Opac, Kenneth D. Ward, si è detto «preoccupato che la Russia abbia manomesso il sito» dell’attacco e che Mosca «sia stata coinvolta» dal regime. Ieri Washington ha annunciato nuove sanzioni contro la Russia proprio per aver appoggiato il regime di Damasco.

Il presidente americano, Donald Trump, in Siria si aspetta che i partner regionali e gli alleati degli Stati Uniti «si assumano una maggiore responsabilità sia militare sia finanziaria, per mettere in sicurezza la regione»: lo ha detto in una dichiarazione diffusa nella notte italiana la portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders.

La stessa Sanders ha aggiunto che «il presidente Trump è stato chiaro affermando che vuole un ritorno a casa delle forze americane in Siria», in qualche modo replicando al presidente francese Macron, che in un’intervista tv aveva detto di avere «convinto Trump a rimanere in Siria a lungo».

La portavoce della Casa Bianca non ha mai citato Macron, ma è apparso chiaro che la dichiarazione diffusa alla stampa nasconda una certa “irritazione” di Trump verso le parole del “collega” francese: «La missione Usa in Siria non è cambiata – ha detto la Sanders – e il presidente è stato chiaro che vuole un ritorno a casa delle truppe Usa il più presto possibile»; la portavoce ha aggiunto anche che gli Stati Uniti «sono determinati ad annientare l’Isis e a creare le condizioni per impedire un suo ritorno».

Macron, in un’intervista in diretta al canale francese Bfm Tv, aveva detto: «Dieci giorni fa il presidente Trump ha detto che gli Stati Uniti intendevano disimpegnarsi dalla Siria. Noi l’abbiamo convinto che era necessario rimanere a lungo. E l’abbiamo anche convinto che bisognava limitare gli attacchi con armi chimiche, mentre c’era un’escalation tramite una serie di tweet che non vi saranno sfuggiti…». Alla fine di marzo, Trump in un comizio in Ohio a proposito della Siria aveva detto che «usciremo molto presto da lì: lasciamo che siano altri a occuparsene ora, in Siria ci sono circa 2mila soldati americani.

Guerra in Siria. Macron è pronto, ma Trump frena

macron 2Il giovane presidente francese, come il suo predecessore Sarkozy, Emmanuel Macron è già pronto ad entrare in guerra contro Damasco e afferma: “Abbiamo la prova che la settimana scorsa sono state utilizzate armi chimiche in Siria da parte del regime”.
La Francia vuole “togliere la possibilità di utilizzare armi chimiche” al regime siriano, affinché “mai più si debbano vedere le immagini atroci viste in questi giorni, di bambini e donne che stanno morendo”, ha aggiunto. Quanto ai tempi di un eventuale intervento, il capo dell’Eliseo si è limitato ad affermare: “Ci sono decisioni che prenderemo quando lo riterremo più utile ed efficace”. Poco prima di rilasciare questa intervista a TF1 il presidente francese ha avuto un colloquio telefonico con la cancelliera Angela Merkel. Stando a quanto comunicato dal portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, i due leader hanno discusso soprattutto della situazione in Siria. Ma Berlino non sembra intenzionata a ‘correre’ al fianco dei francesi e la cancelliera tedesca ha fatto sapere oggi che la Germania non prenderà parte ai raid contro il governo Bashar al Assad, questo nonostante sia “ovvio che Damasco non ha distrutto tutto il suo arsenale chimico”. Berlino – ha proseguito la cancelliera – “sosterrà ogni messaggio volta a sottolineare che l’uso di armi chimiche è inaccettabile”. Ma frenare sulla possibilità di un intervento è proprio The Donald: il presidente Usa dopo aver minacciato la Russia via Twitter sull’appoggio del Cremlino al regime di Damasco, adesso posticipa gli attacchi siriani.
“Non ho mai detto quando un attacco in Siria avrà luogo. Potrebbe avvenire molto presto oppure no!”, ha scritto Trump su Twitter. Il presidente degli Usa ha aggiunto: “A ogni modo, con la mia amministrazione, gli Stati Uniti hanno fatto un grande lavoro per eliminare lo Stato islamico dalla regione”. In conclusione, Trump si è chiesto: “Dov’è il vostro ‘Grazie, America’?”. Con il nuovo messaggio, Trump pare compiere una parziale marcia indietro rispetto alle sue intenzioni di compiere un intervento militare in Siria. Inoltre, Trump conferma quanto affermato ieri, 11 aprile, dalla portavoce della Casa Bianca, Sarah Sanders. In una conferenza stampa, questi ha dichiarato che gli Stati Uniti non hanno ancora preso alcuna decisione su un’operazione militare in Siria.
In queste ore però i riflettori sono accesi anche sugli accordi commerciali da 18 miliardi tra la Francia di Macron e l’Arabia Saudita del Principe ereditario, Mohammed bin Salman, che ha annunciato che il Regno sosterrà un’operazione militare in Siria, se i suoi alleati decideranno di avviarla.

Siria. L’opinione pubblica manipolata per la guerra

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Il 18 marzo le Forze Armate Turche (TSK) della Repubblica di Turchia insieme alle forze armate dell’Esercito Libero Siriano (FSA) sono entrate nel centro di Afrin in Siria.
Dopo circa due mesi di scontri con i membri dell’Unità di Protezione Popolare (YPG-J) il governo al potere in Turchia ha ottenuto ciò che voleva. L’obiettivo dell’operazione era quello di “liberare la città dai terroristi”, anche perché le forze YPG e YPJ e la loro espressione partitica PYD sono state definite da parte del governo AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) come delle “organizzazioni terroristiche”.

In realtà non è stato soltanto il partito al governo da più di 15 anni ad adottare una definizione del genere. L’operazione è stata difesa da una buona parte della cittadinanza, oppure è stato fatto di tutto perché fosse così.

In questa seconda parte del mio approfondimento parlerò dei mezzi e dei metodi utilizzati dal governo per giustificare questa operazione.  In primis i media, ma non soltanto, si sono messi a disposizione del governo. Insieme analizzeremo come la scuola pubblica, lo sport ed il mondo degli artisti sono stati utilizzati per creare un’opinione pubblica a favore della guerra.

Neanche un mese dopo l’inizio dell’intervento militare, un gruppo di artisti ha deciso di andare nella città di Hatay, al confine siriano, per dimostrare solidarietà ai soldati. Yavuz Bingöl, Tamer Karadağlı, Erhan Yazıcıoğlu, Erhan Güleryüz, Mustafa Ceceli e Zuhal Yalçın sono i primi nomi che saltano all’occhio. Il titolo dell’iniziativa era “Gli artisti insieme ai soldati”. Alla conferenza stampa, il 15 febbraio, era presente anche il vice presidente generale dell’AKP, Harun Karacan. Dopo l’incontro con la stampa i partecipanti sono andati in una caserma militare per incontrare i soldati e farsi delle fotografie. Tra i promotori dell’iniziativa c’era anche il cantante Erhan Güleryüz, l’ex solista del gruppo musicale Ayna. Güleryüz ha detto nel suo intervento: “Siamo qui per dire ai nostri soldati che gli 80 milioni di cittadini sono con loro”.

Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, con un’iniziativa lanciata su internet da una serie di artisti, sono stati mandati numerosi messaggi di solidarietà ai soldati in missione. Mentre il famoso cantante di musica arabesca, Ibrahim Tatlises, definiva i soldati come degli “eroi”, la famosa attrice Hulya Koçyigit scriveva così: “ogni giorno prego perché i soldati ritornino sani e salvi a casa” e la famosa cantante Sibel Can scriveva queste parole per mostrare il suo sostegno: “Allah aiuti i nostri soldati”.

Forse il peggio è arrivato quando l’operazione si è conclusa. Il primo aprile un gruppo di artisti, insieme al Capo dello Stato Maggiore e al Presidente della Repubblica, si sono trovati in una caserma militare nella città di Hatay. Il cantante Ahmet Şafak ha descritto così il motivo della sua presenza in quel luogo: “Siamo qui accanto ai nostri figli. Abbiamo dimostrato che teniamo all’unità del nostro Stato e riteniamo che sia implacabile l’unità della nostra nazione turca”. Questa iniziativa è stata criticata duramente dai partiti all’opposizione (CHP e HDP) soprattutto per via delle canzoni patriottiche cantate dai cantanti con l’ausilio degli strumenti musicali in caserma. Il leader del Partito Popolare e Repubblicano, Kemal Kiliçdaroglu, ha trovato scorretto questo gesto allegro fatto in un contesto di morte. All’incontro erano presenti anche alcuni sportivi.

Con questi gesti “simbolici” il mondo artistico ha contribuito alla costruzione dell’immagine dell’operazione come se fosse una guerra d’indipendenza.

Il secondo campo, a livello nazionale e popolare, in cui si è cercato di legittimare e normalizzare la guerra, è stato il mondo dello sport.

Il primo marzo un gruppo di sportivi, insieme a un gruppo di artisti e numerosi parlamentari e dirigenti locali dell’AKP, sono andati nella città di Kilis per incontrare i soldati. Il 7 febbraio la società sportiva Aski Spor insieme ad alcuni atleti olimpici, ha lanciato un video messaggio in cui venivano pronunciate queste parole: “Sono nostre queste terre che abbiamo conquistato lottando nel 1071. E’ nostra questa patria”. Pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione militare sono arrivate le prime notizie sulla morte dei soldati. Così la Federazione Turca Calcio (TFF) ha deciso di dedicare un minuto di silenzio prima di ogni partita “per commemorare i nostri martiri”. Ovviamente nelle tribune non mancava lo storico slogan patriottico “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”. Nelle tribune non c’erano soltanto queste frasi ma c’erano anche dei momenti di grande coreografia. Prima della partita di calcio tra Konyaspor e Galatasaray, i tifosi della squadra anatolica hanno occupato una sezione intera scrivendo “Afrin” ed hanno alzato dei cartelli con scritto “Turchia”; in sottofondo non mancava un inno militare ottomano.

Il 15 marzo, alla luce dell’anniversario della vittoria militare dei Dardanelli del 1915, nelle tribune dello stadio appartenente alla squadra calcistica di Istanbul Basaksehir, si è vista sorgere la mappa rossa della Turchia con la bandiera disegnata sopra, i soldati con le divise dell’epoca ed in un angolo un soldato moderno che alzava la bandiera turca. Al centro di questo poster gigantesco c’erano alcuni giocatori della squadra che facevano il saluto militare. Sotto invece si leggeva questa frase: “Anche oggi, come il 18 marzo 1915, vinceranno i credenti, non quelli che sono in maggior numero”.

Ormai si parlava dell’operazione “Ramoscello d’ulivo” come di un intervento totalmente corretto e legittimo. Nei messaggi dei membri del governo, degli artisti e del mondo sportivo si leggevano soltanto parole nazionaliste e patriottiche. Si parlava di “conquistare” un territorio che per alcuni, in realtà, “era già nostro”. Non c’era spazio per avere dubbi sulla legittimità della guerra. Per chi avesse avuto qualche dubbio, invece, erano aperte le porte dei centri di detenzione. Di questo parlerò nel prossimo pezzo.

Come già detto, anche il mondo della musica ha sostenuto questa operazione militare. Il gruppo rap Geeflow ha lanciato il suo video su internet a favore dell’operazione. Il 24 febbraio è uscito il pezzo col titolo “Ramoscello d’ulivo”. Alcuni versi della canzone recitano: “Se ci sacrifichiamo, possiamo accedere al paradiso, se versiamo il nostro sangue, la patria diventa nostra”. Nel video ovviamente non mancano le immagini dei soldati e degli scontri, anche se non in modo netto e chiaro. Anche il rapper Yunus Akpunar si è dedicato a questa missione ed ha usato anche lui il nome dell’operazione come titolo del suo pezzo. In questo caso si vede il cantante allacciare i suoi anfibi e portare una casacca militare mentre canta la canzone. Alcuni versi del pezzo dicono: “Ci sono diversi terroristi nascosti tra di noi, facciamoci attenzione. Ci sono tanti traditori che vorrebbero dividere il nostro paese. Facciamoci attenzione e non dimentichiamoci dei nostri antenati”. In alcune immagini del video si vede il cantante sventolare la bandiera turca con una mano mentre con l’altra tiene una pistola grigia.

Un altro pezzo musicale invece è di Idris Altuner. Stavolta si tratta di un lavoro diverso. Mentre i pezzi rap sono tanti, Altuner decide di fare un pezzo tradizionale utilizzando gli strumenti e le melodie dell’orchestra militare ottomana, Mehter. Si tratta di un video professionale di alta qualità. Il cantante è vestito con dei costumi antichi e tradizionali. Durante il video si vedono i musicisti dell’orchestra Mehter. Nel pezzo in cui si vede il cantante andare su un cavallo in Cappadocia, Altuner pronuncia queste parole: “La vittoria si espanda da Afrin a Mimbic, tremino le montagne con il rumore degli anfibi del Turco”.
Forse la parte più aggressiva, per via dei suoi protagonisti, di tutta questa campagna di propaganda della guerra è quella del mondo della scuola.

Il 4 marzo, nella città di Bursa, gli studenti del Liceo Gursu Yildiz, si sono riuniti nel cortile della scuola per scrivere con i loro corpi la parola “Afrin” mentre li riprendeva un drone. Come sottofondo del video c’è una canzone militare ottomana. Nella città di Karabuk, sulla costa del Mar Nero occidentale, presso il Liceo Cumhuriyet un gruppo di studenti è sceso nel cortile per fare un’azione simile. Nel loro caso il lavoro svolto era più sofisticato. Mentre alcuni studenti scrivevano, con i loro corpi, “Ramoscello d’ulivo”, altri sventolavano una grande bandiera turca ed un altro gruppo con vestiti militari leggeva “il giuramento del commando”. Ovviamente anche in questo caso tutto è stato ripreso da un drone e nel video si sente una canzone militare ottomana.

In altri casi invece, oltre alla coreografia all’aperto, sono state fatte delle preghiere collettive di solidarietà con i soldati in missione. Proprio come nel caso della Scuola Femminile per gli Imam della città di Manisa, vicina alla costa dell’Egeo, dove 130 studentesse prima hanno scritto “Ramoscello d’ulivo” con i loro corpi, poi sotto la direzione del preside hanno letto delle preghiere.

Un altro caso di preghiera collettiva invece è stato fatto nella scuola elementare di Birikim Okullari di Istanbul. Stavolta la rappresentazione si è svolta all’interno, su un palco. Un gruppo di bambini che hanno, molto probabilmente, meno di 10 anni, si sono uniti con i palmi rivolti verso il cielo. Al centro un bambino prega per il bene della nazione e dei soldati ad Afrin e in sottofondo si sentono gli altri dire “Amen” in modo collettivo. Il video realizzato con gli studenti delle elementari si conclude con un pezzo ripreso all’aperto in cui si vedono decine di bambini sventolare una grande bandiera turca gridando: “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”.

L’operazione militare “Ramoscello d’ulivo” è stata un elemento di grande dimostrazione di potere del governo ed è stata utilizzata anche per rafforzare i sentimenti nazionalistici già presenti nel tessuto sociale e storico del Paese. In realtà il governo AKP non ha fatto nulla di nuovo. In Turchia il terreno è molto fertile per le politiche nazionaliste e religiose, la sua storia è piena di periodi del genere. Il sentimento/l’orgoglio nazionalista ha radici molto profonde nella storia dei cittadini ed è il frutto di una serie di politiche nel mondo dell’istruzione, dell’arte, dello sport e non solo.

Dove non è stato possibile ottenere il sostegno popolare a favore dell’operazione militare, il governo, insieme al sistema giudiziario e alle forze dell’ordine, ha attivato il meccanismo della repressione e della censura. Questo sarà il tema del prossimo pezzo di questa serie.

Murat Cinar

Pressenza

GUERRA IN UN TWEET

putin trumpDonald Trump affida la sua dichiarazione di guerra alla Russia al cinguettio di Twitter. “La Russia promette di abbattere qualsiasi missile verrà lanciato contro la Siria. Preparati Russia, perché arriveranno, simpatici, nuovi e ‘smart’. Non dovreste essere partner di un Animale che gode uccidendo con il gas il suo stesso popolo”, scrive il Presidente Usa che aggiunge poi in un altro tweet: “Le nostre relazioni con la Russia sono peggiori di quanto non lo siano mai state, compresa la Guerra Fredda. Non c’è ragione per questo. La Russia ha bisogno del nostro aiuto per la sua economia, una cosa che sarebbe molto facile da fare, e noi abbiamo bisogno che tutte le nazioni lavorino insieme. Fermare la corsa agli armamenti?”.


Mosca nel giro di qualche minuto replica fermamente e duramente attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri del Cremlino, alle dichiarazioni al vetriolo di The Donald: “I missili ‘intelligenti’ dovrebbero volare verso i terroristi, non verso il governo legittimo della Siria”, spiega il governo di Putin nelle ore caldissime verso un possibile attacco militare contro Damasco da parte delle forze Usa-Uk-Francia. L’esercito russo continua a ripetere che se Trump attacca, la risposta di Mosca sarà certa e durissima: “Le forze russe affronteranno qualsiasi aggressione degli Stati Uniti contro la Siria, intercettando i missili e colpendo le loro piattaforme di lancio”, sottolinea inoltre Alexander Zasypkin secondo Russia Today.
A rispondere a Washington anche Damasco, il governo siriano definisce “spericolate” e “avventate” le minacce americane di un attacco militare in seguito al presunto attacco chimico di sabato scorso a est di Damasco. In un comunicato del ministero degli Esteri diffuso dall’agenzia ufficiale Sana si afferma che “il pretesto delle armi chimiche è evidentemente una scusa debole e non sostenuta da prove”. E che le “minacce americane mettono in pericolo la pace e la sicurezza internazionali”.
Tuttavia a tenere a bada le dichiarazioni del Presidente Trump è la stessa amministrazione di Washington, Il Pentagono infatti smorza i toni rispetto al tweet di Trump. “Il Dipartimento di Stato non rilascia commenti su future possibili operazioni militari. Spetta alla Casa Bianca commentare il tweet del presidente”, dice Eric Pahon, portavoce del Pentagono, aggiungendo che come detto da Trump “gli attacchi chimici del regime siriano contro i civili innocenti a Duma sono orribili e richiedono una risposta immediata da parte della comunità internazionale”.
Ma in queste ore sembra ormai tutto pronto per un intervento del trio ‘Washington- Londra- Parigi’: i dirigenti dell’amministrazione Trump stanno discutendo con dirigenti di Francia e Gran Bretagna per una possibile risposta militare comune in Siria dopo il presunto attacco chimico a Duma, attribuito dall’Occidente al regime di Damasco. Nel frattempo l’Onu si impantana ancora, non si trova l’intesa al tavolo dei diplomatici sul presunto attacco chimico. Ma per gli americani la colpa è sempre dei russi. “La Russia ha scelto ancora una volta il regime di Assad invece dell’unità del Consiglio di Sicurezza, e ha distrutto la credibilità dell’organo Onu”, ha detto l’ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, Nikki Haley dopo che la Russia ha impedito una risoluzione sulle armi chimiche siriane. Mosca ha posto il veto alla bozza Usa per istituire un nuovo meccanismo d’inchiesta indipendente, ma si è vista rifiutare dal Consiglio di sicurezza Onu anche la terza bozza di risoluzione sulla Siria presentata dalla Russia, che chiedeva l’invio di investigatori Opac a Duma per indagare il presunto attacco chimico.
La possibilità di un intervento americano, con l’aiuto di Macron e della May, è più che possibile tanto che Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli oggi ha invitato in una nota pubblica a “volare con prudenza nelle rotte del Mediterraneo orientale per via di possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”.

AI FERRI CORTI

cacciatorpediniere-usa nave

Aumenta alla stelle la tensione in Siria, con Stati Uniti e Francia che si preparano ad una reazione dopo l’attacco chimico di Douma, di cui viene accusato il regime di Assad, che nega sostenuto dall’alleato russo. Nelle prossime 24/48 ore Donald Trump prenderà la decisione sulla risposta da dare. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che il Pentagono sta esaminando le prove e che tutte le opzioni sono sul tavolo. Proprio in queste ore, la US Navy sta schierando una task force di proiezione al largo della costa siriana: ciò non significa ovviamente un’opzione militare imminente. Washington invece chiede al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di votare la bozza di risoluzione per istituire un nuovo meccanismo d’inchiesta indipendente sull’uso di armi chimiche in Siria. Alcuni jet russi avrebbero sorvolato a bassa quota il cacciatorpediniere Donald Cook della marina militare Usa, compiendo manovre di disturbo mentre si avvicinava alle acque territoriali siriane.

Il presidente francese e quello statunitense hanno avuto un colloquio sulla situazione in Siria e hanno espresso il desiderio di una “ferma risposta” da parte della comunità internazionale. Emmanuel Macron e Donald Trump hanno ribadito di volere una reazione decisa alle nuove violazioni del divieto delle armi chimiche. Se “la linea rossa è stata superata” in Siria, ci sarà “una risposta”: è l’avvertimento ribadito dal portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, alla luce del presunto attacco chimico lanciato il 7 aprile contro Douma, l’ultima roccaforte dei ribelli nella Ghouta orientale, alla periferia di Damasco. Lo scambio di informazioni tra il presidente americano e l’omologo francese, ha aggiunto, “conferma a priori l’uso di armi chimiche”. Dell’attacco è stato accusato il regime siriano di Bashar al-Assad che ha negato, sostenuto dall’alleato russo, secondo cui si tratta solo di una montatura. Trump ha promesso che gli Stati Uniti risponderanno “con forza” all'”orribile attacco” chimico.

Insomma la situazione tra le due superpotenze torna ad essere tesissima: il Cremlino difende a spada tratta Damasco accusando l’occidente di ‘fake news’. Donald Trump non vuole sentir ragion. Sull’altro fronte, il ministero degli Esteri russo minaccia “gravi ripercussioni in caso di attacco”. Così la nuova Guerra Fredda ormai in atto tra Stati Uniti e Russia tocca probabilmente il suo punto più caldo: inutile dire che le conseguenze sono attualmente imprevedibili. Intanto Trump cancella la sua partecipazione all’8/o summit delle Americhe a Lima a fine settimana e la visita a Bogotà, come originariamente previsto, e “resterà negli Usa per sovrintendere alla risposta americana alla Siria e monitorare gli sviluppi nel mondo”.

Siria: smetterla di gettare benzina sul fuoco

Le notizie di oggi (gli “strilli”, in realtà, come si dice in gergo) buttano qualche ettolitro di benzina sul fuoco.

Bellicose dichiarazioni di Trump, di vari esponenti israeliani; approvazioni varie di vari governi europei a sanzioni alla cattivissima Siria, rea dell’ennesimo ipotetico attacco chimico.

Al solito tutti questi strilli (perché qualcuno grida, quando forse sarebbe necessario parlare con voce ferma ma tranquilla) mi disturbano personalmente e immagino lo stesso succeda a chiunque abbia a cuore la questione siriana e la sorte di quella gente.

Così cerco di capire, mentre i faziosi di ogni parte cercano di convincermi che hanno ragione loro e di trarre le loro conclusioni tagliate con l’accetta.

Attacco chimico?

A chi giova? L’esercito siriano ha appena finito di sfollare migliaia di persone da Ghouta Est e sembra aver vinto la battaglia più importante, quella contro le forze che combattono contro il governo vicino a Damasco; questi gruppi (è sempre difficile dargli un nome, dire chi sono, jihadisti? vecchi oppositori passati alla lotta armata? mercenari? infiltrati dei servizi segreti? un mix di tutto questo?) sono particolarmente odiosi perché sparano contro la popolazione civile dei quartieri di Damasco (fatto che l’agenzia Sana documenta con un certo rigore, numeri precisi, foto e che confermano autorità indipendenti, come i religiosi cristiani che hanno attività in quei quartieri, vedasi per es le testimonianze sul sito oraprosiria). Il rappresentante della Russia all’ONU ha dichiarato che gli esperti russi arrivati a Douma non hanno trovato alcuna traccia di residui chimici. Il Segretario Generale dell’ONU ha dichiarato oggi: “La gravità delle recenti accuse richiede un’indagine approfondita che si avvalga di competenze imparziali, indipendenti e professionali. A tale riguardo, ribadisco il mio pieno sostegno all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) e alla sua missione d’inchiesta nell’intraprendere le necessarie indagini su tali accuse.”

Che dice l’OPCW? “Il centro operativo dell’OPCW ha seguito attentamente l’incidente e ha effettuato un’analisi preliminare delle segnalazioni sul presunto uso di armi chimiche subito dopo la loro emissione. La missione d’inchiesta sta raccogliendo ulteriori informazioni da tutte le fonti disponibili per stabilire se siano state utilizzate armi chimiche”. Stanno salendo velocemente su un aereo a controllare? Hanno chiesto al governo siriano il permesso e il governo ha risposto qualcosa? Per ora non ci risulta.

Per finire: da 48 ore il numero di moti del famoso attacco chimico varia da 40 a 100: esiste un rispetto per i morti? I siriani sono morti “un tanto al chilo”?

Ora un esercito che sta vincendo perché dovrebbe fare qualcosa che metterebbe in serio pericolo la sua vittoria? A quale scuola militare hanno studiato i generali di Assad?

Bombardamenti?

Ieri “qualcuno” ha bombardato la celeberrima segretissima base siriana chiamata T4. Chi sia questo qualcuno lo precisa un dispaccio della Sana che cita fonti dell’esercito siriano: F15 israeliani hanno sparato missili dallo spazio aereo libanese. Risultato: morti e feriti.

Israele “non conferma e non smentisce”, secondo una prassi consolidata. Qualche giornale israeliano ha buttato là che erano stati gli USA ma è arrivata una secca smentita. L’ONU fa una inchiesta? Ammonisce qualcuno? Qualche potenza occidentale chiama l’ambasciatore israeliano e gli chiede spiegazioni? Al momento non ci risulta. Risulta invece che le incursioni di vario tipo dell’aviazione israeliana in spazi aerei e territoriali non propri siano un’abitudine consolidata e che, dall’inizio della guerra civile le incursioni sono state un centinaio. Non c’era qualche norma internazionale sull’inviolabilità del territorio nazionale?

Due pesi e due misure

È evidente che nell’area mediorientale ci sono due pesi e due misure, a seconda si parli di Iran e Siria o di Arabia Saudita e Israele. E stiamo parlando di 4 paesi ben distinti, con numerose differenze tra di loro.

Forse ad analizzare la situazione dal punto di vista delle strategie delle multinazionali energetiche e produttrici di armi ci si guadagnerebbe qualcosa: sicuramente tra oleodotti e pozzi di petrolio ci sono in ballo interessi parecchio grossi e, certo, i poveri costruttori di armi per venderle hanno bisogno che qualcuno le usi…

Sia come sia sarà anche ingenuo ma io trovo assolutamente necessario chiedere che si smetta di gettare benzina sul fuoco della “guerra mondiale a pezzi” e che ognuno prenda la propria parte di responsabilità: che l’ONU faccia il lavoro di sanzione e verifica senza guardare in faccia nessuno (una bella inchiesta sui palestinesi con una pallottola israeliana in fronte a Gaza, una sulle violazioni della sovranità nazionale siriana da parte di Israele e Turchia, un’altra sullo Yemen, solo per restare in zona); che i governi facciano azioni diplomatiche e di sanzione di chi non rispetta gli accordi internazionali, che i media la smettano di alimentare notizie senza controllo o di evidente propaganda, che ognuno di noi si mobiliti perché la pace (come primo, minimo, stato di non guerra) sia ristabilita in quella come in numerose altre regioni del mondo. Per il semplice diritto di ogni popolo, e del siriano in particolare, a vivere in pace.

Perché a gettar benzina sul fuoco ci si brucia tutti

Olivier Turquet
Redazione Pressenza