Onu: Assad ha usato armi chimiche a Khan-Sheikhun

siria-bashar-al-assad

Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar Assad sia da ritenere responsabile per l’utilizzo di armi chimiche a Khan-Sheikhun. Lo ha sottolineato l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley. “I risultati resi noti dall’Organizzazione per il divieto di armi chimiche (OPCW) e dal Meccanismo di investigazione comune (JIM) dell’Onu portano a concludere che il regime di Assad ha usato armi chimiche su oltre 100 civili innocenti utilizzando il sarin a Khan Sheikhoun il 4 aprile scorso” ha sottolineato Haley che ha fatto riferimento anche all’impiego da parte dell’Isis di materiali vietati (la senape di zolfo) nell’attacco dello scorso 16 settembre a Um-Housh.

Alla luce di quanto denunciato dal rapporto, Human Rights Watch ha esortato la comunità internazionale a infliggere sanzioni alla Siria. “Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe muoversi velocemente per assicurare la presa di responsabilità imponendo sanzioni su individui ed entità responsabili per gli attacchi chimici in Siria”, ha dichiarato l’organizzazione umanitaria in una nota. Per Ole Solvang, vice direttore emergenze di Hrw, il rapporto “dovrebbe mettere fine all’inganno e alle false teorie che sono state diffuse dal governo siriano”. Puntando il dito contro “l’uso ripetuto da parte della Siria di armi chimiche” Solvang ha sottolineato che “tutti i Paesi hanno un interesse nell’inviare un forte segnale che queste atrocità non saranno tollerate”.

Corre in difesa di Assad la Russia che ha definito incongruente il rapporto dell’Onu. Secondo il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov nel rapporto vi sono “molte incongruenze, discrepanze logiche, testimonianze dubbie e prove non verificate”. Per Ryabkov altri Paesi stanno cercando di usare il documento presentato al Consiglio di Sicurezza per “risolvere le loro personali questioni geopolitiche in Siria”. Mosca, ha aggiunto, analizzerà il rapporto e presenterà presto una risposta.

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

Maxi sequestro armi di Pyongyang dirette in Egitto

armiVentiquattromila granate a razzo più il materiale per costruirne altre seimila. È il carico sequestrato da una nave nord-coreana, ma battente bandiera cambogiana, in acque egiziane, poco prima dell’ingresso nel canale di Suez. Lo rivela un’inchiesta condotta dal Washington Post, su quello che viene definito da un rapporto dell’Onu come “il più grande sequestro di munizioni nella storia delle sanzioni contro la Repubblica Democratica Popolare di Corea”, il nome ufficiale della Corea del Nord.

A ordinare il quantitativo di armi da Pyongyang, sarebbero stati uomini d’affari egiziani, in base all’indagine dell’Onu: le armi, per un valore complessivo di 23 milioni di dollari, erano state nascoste sotto un carico di minerali di ferro, e avrebbero avuto come destinazione finale l’esercito egiziano.

La vicenda ha contribuito a fare luce sulle vendite di armi da parte della Corea del Nord, da cui il regime, sottoposto a otto round di sanzioni economiche dell’Onu per i suoi programmi missilistico e nucleare, trae parte del sostentamento. Rimane da chiarire se la Corea del Nord abbia ricevuto il pagamento di 23 milioni di dollari per le armi, ma l’Egitto non è l’unico Paese sulla lista degli acquirenti di armi convenzionali di Pyongyang: tra i nomi citati dal quotidiano Usa figurano Myanmar, Siria, Iran, Cuba ed Eritrea e il gruppo di Hezbollah.

La nave, Jie Shun, poco più che un rudere dalle descrizioni, era salpata dal porto nord-coreano di Haeju il 23 luglio scorso, con 23 uomini a bordo. Registrata a Phnom Penh, batteva bandiera cambogiana, anche se di proprietà nord-coreana, per evitare di attirare attenzioni sgradite. Passata attraverso lo stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, la nave è stata fermata, su segnalazione degli Usa, per un’ispezione da un’imbarcazione egiziana prima di raggiungere il canale di Suez. Al porto di al-Adabiyah venne scoperto il quantitativo di armi, tutte copie dei Pg-7 di fabbricazione sovietica. A un’analisi più attenta, compiuta da ispettori dell’Onu, era emerso, pero’, un altro particolare: le armi non erano affatto nuove, come avrebbe fatto credere l’etichetta posta

su ognuna di loro, datata marzo 2016, ma giacenze di magazzino, vendute a prezzi più bassi delle armi in commercio. Le armi vennero poi distrutte, sotto la supervisione degli ispettori delle Nazioni Unite, che le ritengono destinate, appunto, all’esercito egiziano, ma l’episodio sarebbe stato l’ultimo di una serie che avrebbe contribuito ad aumentare la diffidenza di Washington nei confronti del Cairo. Proprio pochi mesi prima, durante l’incontro tra Trump e al-Sisi alla Casa Bianca, il presidente Usa aveva sottolineato il “magnifico lavoro” che il presidente egiziano stava conducendo, ma in privato aveva sottolineato l’importanza di rispettare le sanzioni alla Corea del Nord e di “smettere di fornire aiuti economici e militari” a Pyongyang. L’irritazione di Washington era sfociata, alcuni mesi più tardi, nella decisione dell’amministrazione Trump di tagliare 291 milioni di dollari di assistenza economica e militare al Paese. La cooperazione tra il Cairo e Pyongyang sul piano della vendita di armi, scrive il magazine The Diplomat, risale addirittura agli anni Settanta, ma ancora negli anni Novanta, l’ex presidente, Hosni Mubarak, aveva acquistato missili scud da Pyongyang.

La Corea del Nord ha aiutato gli scienziati egiziani a produrre il loro sistema missilistico in cambio di valuta, e l’import dalla Corea del Nord aiuta a diversificare le fonti di approvvigionamento oltre a quelle tradizionali (Usa e Russia). L’interesse verso la tecnologia missilistica nord-coreana è riemerso dopo gli ultimi test di missili balistici iraniani. L’Egitto sarebbe particolarmente interessato ai missili terra-terra nord-coreani. Washington è preoccupata per il rifiuto di ispezioni da parte del governo egiziano riguardo al programma nucleare e Pyongyang è vista come un possibile fornitore di materiale nucleare al Cairo, nel caso in cui l’Egitto intenda procedere con i suoi piani per l’arricchimento dell’uranio.

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.

LONDON CALLING

polizia britannicaDopo il dolore arriva il subbuglio. L’attentato di Londra mette con le spalle al muro non solo il Governo di Sua Maestà, ma l’intero Occidente, sempre più incapace di trovare una soluzione e con i Paesi Arabi che a loro volta non riescono a dialogare tra di loro. Dopo le dure parole di domenica (quell’”enough is enough” che aveva dato il senso dell’esasperazione del clima), Theresa May è tornata a parlare dell’allarme terrore: “L’attacco di sabato sera non era solo contro Londra ma contro il mondo libero” ha detto la premier sottolineando le diverse nazionalità delle persone coinvolte. Il primo ministro ha ribadito che il livello di allerta anti-terrorismo resta “grave”, come aveva già indicato ieri il ministro degli Interni Amber Rudd, e confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza sui ponti di Londra con barriere a protezione dei pedoni. La premier si è inoltre detta soddisfatta dell’azione degli agenti armati di Scotland Yard sostenendo lo ‘shoot to kill’, lo ‘sparare per uccidere’ i terroristi adottato: grazie alla tempestività, questo ha permesso di salvare “innumerevoli vite”. La premier britannica ha poi continuato il suo discorso sottolineando che il tempo della comprensione è finito, che è necessario iniziare a lottare per garantire i diritti, le libertà e i valori del popolo inglese: “I nostri valori sono superiori a quelli offerti dai predicatori d’odio” e per garantirli, ha annunciato, è pronta a dare maggiore potere alle polizie e a inasprire i controlli sui reati legati al terrorismo.
Sembra però che queste misure servano più che altro a garantire il Governo dei conservatori spaventati dalle imminenti elezioni di questo giovedì. Secondo i sondaggisti, i conservatori di May erano a 330 seggi quando sono state indette le elezioni anticipate ad aprile, sabato scorso, invece secondo YouGov i conservatori erano a 308 seggi. Il primo ministro britannico Theresa May potrebbe ottenere 305 seggi in parlamento nelle elezioni di giovedì, 21 in meno rispetto alla maggioranza di 326, secondo una proiezione della società di sondaggi YouGov. Ad oggi i laburisti potrebbero ottenere 268 seggi contro i 261 delle proiezioni di sabato. La scorsa settimana, un altro sondaggio di Lord Ashcroft Polls dava ai conservatori la maggioranza.
Lo scenario sembra essersi catapultato tutta sulla sfera politica, tanto che il leader laburista Jeremy Corbyn controreplica alla premier Tory, Theresa May, nella polemica sulla sicurezza nazionale innescata dall’attacco terroristico di sabato a Londra e ne invoca apertamente le dimissioni da capo del governo: ancor prima delle elezioni di giovedì 8. May – ha tuonato Corbyn – dovrebbe “dimettersi per aver presieduto ai tagli” imposti alle forze di polizia mentre era ministro dell’Interno. È un’opinione – ha insistito – condivisa da “persone molto responsabili” che sono “molto preoccupate”.
Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, dopo aver visitato i luoghi dell’attacco terroristico di sabato sera con la comandante di Scotland Yard, Cressida Dick ha infatti fatto sapere: “Riceviamo la metà dei fondi alla polizia che ci spettano, 170 milioni di sterline contro 370” e ha aggiunto: “Negli ultimi sette anni abbiamo dovuto chiudere delle stazioni di polizia e abbiamo perso migliaia di agenti”.
Nel frattempo anche da parte americana si pensa a misure restrittive alla tolleranza. Già la settimana scorsa la squadra legale di Trump ha chiesto alla Corte Suprema, che raramente si pronuncia d’urgenza, di consentire l’entrata in vigore immediata del controverso ordine esecutivo del 6 marzo, bloccato da alcuni tribunali, che impedisce ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump oggi ha chiesto alla sua amministrazione una versione più rigida del discusso divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi islamici, dopo l’attacco a Londra nel fine settimana, e ha invitato la Corte Suprema a pronunciarsi rapidamente sulla questione.
“Il Dipartimento della Giustizia avrebbe dovuto sostenere il divieto di viaggio originale, non la versione annacquata, politicamente corretta sottoposta alla Corte Suprema”, ha scritto Trump in una serie di tweet sull’argomento stamattina presto. “Il Dipartimento della Giustizia dovrebbe chiedere un’udienza rapida sull’annacquato divieto di viaggio davanti alla Corte Suprema, e cercare una versione molto più severa!”, ha twittato Trump, che in qualità di presidente sovrintende il dipartimento.
L’eco di Trump è arrivato nei Paesi del Golfo dopo l’appello del presidente degli Stati Uniti rivolto ai Paesi musulmani di combattere il terrorismo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar con una mossa coordinata, che non ha precedenti fra i principali esponenti del consiglio di cooperazione del Golfo. I tre Stati del Golfo hanno annunciato la chiusura dei trasporti con il Qatar e hanno dato due settimane di tempo ai turisti del Qatar e ai residenti per lasciare il Paese. Il Qatar è stato anche espulso dalla coalizione a guida saudita che combatte nello Yemen. Le accuse contro lo Stato sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrain. A questi quattro Paesi si sono uniti, poi nel giro di poche ore, anche Yemen e Maldive. Il terremoto diplomatico registrato nella ricca zona del Golfo è destinato a rimescolare le carte delle alleanza in tutto il Medio Oriente: dalla Libia ai Territori palestinesi, dallo Yemen all’Iraq per non parlare della Siria e il Libano. Per molti analisti arabi sullo sfondo della crisi dietro la mossa di Riad c’è una precisa strategia in funzione anti-Iran. Non è un caso infatti che il Kuwait ed il Sultanato di Oman, entrambi membri del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo ed entrambi favorevoli ad un dialogo con Teheran, non hanno aderito alla decisione di rompere con il Qatar. Nel frattempo il Qatar esprime rammarico per questa decisione di rompere i legami diplomatici. “Le misure sono ingiustificate e basate su accuse che non hanno base nei fatti”, dice la Tv Al Jazeera che cita le dichiarazioni del ministro degli Esteri. Il Qatar ha aggiunto che le decisioni prese non “avranno effetti sulla vita normale di cittadini e residenti”.

Mostra di Muhammad Abdullah, fotografo di guerra Reuters

Per il decimo anno consecutivo, il 20 maggio torna a Roma (Stadio Nando Martellini, Terme di Caracalla) Sport Against Violence Event, lo speciale villaggio dello sport per la Pace, gemellato con le maratone di Baghdad ed Erbil, che vede riuniti in un’unica giornata atleti, dilettanti, famiglie, migranti e attivisti per giocare e dialogare sotto il segno delle buone pratiche inter-religiose e interculturali.

Sport Against Vionece_20 maggio 2017Insieme allo Sport, per la prima volta in Italia, “Reagire alla guerra: sport e società civile in Siria”, mostra fotografica di Muhammad Abdullah (ex fotografo di guerra della Reuters attualmente rifugiato in Belgio), Radio Alwan e Arta.fm (media radio e tv dell’area) con le squadre femminili di calcio e immagini dai campi.

Fin dai primi anni del regime siriano, lo sport e le squadre nazionali sono stati uno strumento di propaganda di stato e di esaltazione del nazionalismo pan-arabo, in continuità con l’esempio sovietico degli anni della guerra fredda. A sei anni dall’inizio della rivolta ed a cinque da quello della guerra, in ogni parte della Siria e lì dove si ammassano i profughi del martoriato paese mediorientale nascono iniziative sportive. Il gioco e la competizione sono lo strumento per distrarre i giovani dalla brutale quotidianità della guerra e bastano poche ore senza combattimenti per rivedere i bambini sfidarsi a pallone per le strade. Attraverso lo sport si ricostruiscono i legami sociali lacerati da una guerra che ha spinto più di metà della popolazione fuori dalle proprie case, si offre un’occasione di spensieratezza ma anche di sfogo a giovani troppo spesso costretti a vivere nella paura ed attraversati dalla forte aggressività dovuta ai traumi. Non c’è una famiglia che non abbia perso qualche membro, in tante la frustrazione di non riuscire a mettere un piatto caldo in tavola si trasforma in un clima domestico teso e difficile.

Negli scatti in esposizione nell’evento annuale di Sport Against Violence vedremo le immagini del campionato di calcio tra le squadre delle organizzazioni della società civile nel nord del paese, i giochi dei bambini siriani nei campi profughi informali del Libano, l’esperienza delle squadre femminili di calcio e pallavolo nate fin dal 2013 ad Amuda, nell’area curdo siriana e quelle della maratona degli atleti diversamente abili e feriti in guerra che si è tenuta nei sobborghi damasceni.

Alcuni esempi di una società che cerca di reagire alla guerra e di costruire anticorpi contro il perpetrarsi della spirale della violenza anche attraverso la rinascita di federazioni ed associazioni sportive nelle aree al di fuori del controllo del governo di Damasco, nel tentativo di restituire normalità ai giovani.

Le foto in Libano sono state scattate da: Muhammad Abdullah, ex fotografo di guerra della Reuters attualmente rifugiato in Belgio; quelle del calcio dal team di Radio Alwan (la radio a colori, emittente della zona di Idleb); quelle delle squadre femminili sono di Arta.fm, emittente plurilingue che trasmette nell’area curdo siriana e promuove progetti sportivi inclusivi.

L’America Donald Trump
e il ritorno di Kissinger

trumpTutti sembrano concordare sul fatto che Trump sia, sul piano internazionale, un ignorante. Ma di che tipo? Su questo regnava e regna tuttora la massima incertezza. Un isolazionista semplice? Un isolazionista muscolare? Un unilateralista? Un anticinese, antiiraniano, antiislamico, antitedesco, antieuropeo, antimessicano e ora, magari, anche antirusso? Un interventista cauto alla Reagan o spericolato alla Bush jr o globale alla Clinton? Questo e altro è stato scritto e ipotizzato su di lui. Ma non che fosse un seguace di Obama. O un real politico alla Kissinger.

Pure qualche indicazione in quest’ultimo senso non mancava. Dal rozzo pragmatismo del personaggio (” prima meno, anzi minaccio di menare, poi tratto”). Dalla cautela, rara nel suo caso, con cui ha affrontato il dossier siriano. E infine e soprattutto dall’interesse diciamo così attivo dimostrato da Putin per la sua candidatura (cosa in cui non riesco a vedere nulla di peccaminoso o di illegale: da sempre i russi, come i cinesi, hanno
preferito interlocutori repubblicani; in quanto alle “interferenze” solo chi non ha peccato può scagliare la prima pietra; e gli americani sono gli ultimi a poterla scagliare…).

Oggi però, gli indizi si sono moltiplicati sino ad assumere la dignità di prove. Lo stesso Kissinger ha avuto un lungo incontro con Trump. L’amministrazione ha comunicato ufficialmente che Donald e Putin hanno regolari contatti telefonici, così come i rispettivi capi di stato maggiore. E soprattutto, prova suprema, vera e propria pistola fumante, abbiamo l’accordo sulla Siria, portato avanti formalmente dai mediatori russi, turchi e iraniani con il concorso dell’inviato Onu ma accolto con favore dagli americani, presenti agli incontri,e avallato, cosa ancora più importante, da isrealiani e sauditi.

Come nasce questa intesa? Che cosa comporta? E quali scenari anticipa?
Tutto parte, nella sostanza, da russi e turchi. I primi sono intervenuti massicciamente e brutalmente per salvare Assad e il suo regime. Ma hanno ora bisogno di tirare i remi in barca consolidando i risultati raggiunti. I secondi, già in prima fila nella lotta armata contro Damasco vedono nella prosecuzione del conflitto e nei suoi effetti collaterali (Isis, curdi, magari anche iraniani) una minaccia grave per i loro interessi nazionali. L’obbiettivo, realistico, non è dunque quello di “fare la pace” o di “riaprire il dialogo nazionale” ma di fare cessare il conflitto.

Principale ostacolo, lo stesso Assad ( e con lui gli Hezbollah libanesi ). Questi, dimentichi del fatto che a salvarli è stata Mosca, sperano, o mostrano di sperare in una vittoria; e, come da copione, non vogliono nemmeno discutere con i loro nemici interni considerati, tutti, come “terroristi”.
E’ dunque sul no del regime al cessate il fuoco e alla relativa ricollocazione dei gruppi in lotta in “aree tutelate” che il negoziato si incaglia; per riprendere, però, e per concludersi con il consenso palese o tacito di tutti (un quadro che non comprende naturalmente l’Isis anche se include gruppi qaedisti) dopo qualche settimana.

Cos’è accaduto nel frattempo? C’è stato il bombardamento di Idlib, con annesse vittime del gas. E c’è stata la reazione americana, evento politicamente assai più rilevante del primo. (Ed è il caso di aggiungere, per inciso, che le due versioni opposte sui colpevoli del massacro non convincono affatto; e che manca, per la sua ricostruzione, una componente essenziale: la tracciabilità della redistribuzione dei depositi di gas nervino all’indomani della risoluzione dell’ sul loro stoccaggio, trasferimento e successiva distruzione. Del resto la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza, bloccata dal veto russo e cinese, intendeva condannare Damasco per l’uso del gas ma si riferiva al 2014/2015 e non al 2017 …).

La reazione americana è estremamente misurata e, oltre tutto, non dico concordata con Mosca ma preventivamente comunicata a chi di dovere. E il messaggio è chiarissimo: Washington non prenderà pretesto dal bombardamento per rilanciare la crociata contro il Dittatore sanguinario; ma vuole che questi si dia una calmata; che rinunci ai suoi sogni di vittoria totale; e che Mosca faccian pressione su di lui per fargli intendere ragione. Messaggio ricevuto. Perché Assad firmerà il nuovo accordo; e perché, coincidenza significativa, anche i gruppi qaedisti lo accetteranno di fatto, lasciando i sobborghi di Damasco (dove erano accerchiati e sotto potenziale attacco per rifugiarsi ad Idlib).
E qui siamo in pieno nell’universo kissingeriano. Nessuna pace vera e nemmeno qualcosa che le assomigli (non a caso, l’obbiettivo conclamato è quello della de-escalation del conflitto), nessuna, almeno esplicita, divisione di sfere di influenza. Piuttosto l’auspicio -avvertimento espresso, insieme, da Mosca e Washington. Si auspica che il conflitto finisca per esaurimento o meglio per la fine delle sue varie “spinte propulsive”; si dà sostanza a questo auspicio facendo presente che non verranno tollerati ulteriori tentativi di utilizzare la Siria come trampolino. per disegni più ambiziosi e destabilizzanti (che siano turchi o curdi, sunniti o sciiti, sauditi o iraniani).

Il messaggio sembra, qui e ora, essere stato raccolto da tutti. E cosa oggettivamente rilevante, accolto con particolare favore da Israele (in contatto sia con Mosca che con Washington).
Per lo stato ebraico sancisce non solo la divisione definitiva della Siria; e cioè del punto di passaggio obbligato dell’asse teheran-Damasco-Beirut, con il relativo sostegno logistico e militare agli Hezbollah. Ma mette definitivamente al suo incubo storico: quello dell’unità del mondo arabo che, in tutte le sue versioni storiche-nasserismo, panarabismo, primavera araba, egemonia sciita- sarebbe o diventerebbe comunque ostile alla presenza stessa di Israele.

Oggi Siria ma anche Iraq sono morti, ora e nel futuro immediatamente prevedibile, come stati unitari; e anche nella penisola arabica, dallo Yemen a Bahrein le fessure religiose – non tollerate dal regime saudita diventano sempre più irrimediabili.
Una situazione che sarà fonte di infinite scosse di assestamento. Ma non di Grandi progetti tanto ambiziosi quanto totalizzanti e sanguinosi. La situazione ideale per vecchi e nuovi emuli di quella vecchia e cinica canaglia che si chiama Henry Kissinger ma anche guarda caso per noi, italiani ed europei. Dopo tutto, per apprezzare la pace di Westfalia, basta avere conosciuto le guerre di religione.

Turchia isolata. Addio a Ue e tensioni con Usa e Russia

Kurds-baseErdogan torna sul trono sull’Akp, il partito che ha contribuito a fondare e promette pugno di ferro contro ogni dissidenza, ma prima torna a minacciare ancora una volta l’Europa. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso pronunciato ad Ankara, presso la sede dell’Akp, in occasione del suo rientro nel partito ha infatti affermato che se Bruxelles non aprirà nuovi capitoli dei negoziati di adesione, la Turchia non cercherà più di far parte dell’Ue.
“Non c’è altra opzione che aprire i capitoli che finora non avete aperto. Se lo farete, bene. Altrimenti addio”, ha dichiarato Erdogan, citato dai media locali. “La Turchia – ha aggiunto – non è l’usciere (dell’Unione europea, ndr)”.
Ma l’allontanamento dall’Europa rischia di mettere in discussione i progressi fatti nel Paese. Il dialogo con l’Unione Europea ha permesso, infatti, nel primo decennio di questo secolo, significativi miglioramenti, come l’abolizione della pena di morte e alcuni tentativi di dialogo tra il governo turco e le rappresentanze politiche del movimento nazionale curdo.
Proprio la questione curda rischia ora di far scivolare una situazione sul filo del rasoio anche in Siria. Nei giorni scorsi l’aviazione e l’artiglieria di Ankara hanno bombardato le postazioni dello Ypg, accusato di essere un’organizzazione terroristica, gemella del Pkk in Turchia. Ma gli Usa e la Russia si sono ritrovati dalla stessa parte, al fianco dei curdi. Gli Usa hanno subito inviato pattuglie miste curdo-americane al confine fra la provincia di Hassakah e la Turchia, mentre Mosca ha risposto con il supporto di truppe, assieme ai militari siriani fedeli al presidente Bashar al-Assad, al confine fra il cantone di Afrin e il territorio turco.
Nel frattempo la coalizione curdo-araba appoggiata dagli Stati Uniti sta conducendo un’offensiva per strappare agli islamisti Raqqa in Siria.

NODO SIRIANO

siria fLa Siria continua ad essere il centro nevralgico nello scacchiere internazionale, soprattutto nella disputa tra Usa e Russia, ma stavolta a tuonare contro Washington è il presidente Bashar al-Assad. Nel corso di un’intervista esclusiva concessa all’agenzia Afp Assad accusa gli americani di aver inventato il raid chimico contro Khan Sheikhun, città nella provincia nord-occidentale di Idlib. L’attacco chimico che ha sconvolto l’opinione pubblica e in cui sono morte più di 80 persone fra cui 28 bambini, per Assad è la scusa, il motivo utile agli americani “per colpire” la Siria.
“L’attacco chimico che il regime siriano avrebbe compiuto a Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, è al 100 per 100 un’invenzione degli Usa. Damasco ha consegnato tutte le armi chimiche e il regime siriano autorizzerà soltanto inchieste imparziali sul presunto attacco”, afferma il presidente siriano. “La nostra impressione – ha spiegato – è che l’Occidente, in particolare gli Stati Uniti, sia complice dei terroristi. Hanno inventato tutta la storia per avere un pretesto per l’attacco. Noi intendiamo lavorare (con i russi) in vista di un’inchiesta internazionale. Ma deve essere imparziale. Noi possiamo permettere un’inchiesta se, e soltanto se, sia imparziale e ci garantisca che Paesi imparziali prendano parte, per essere sicuri che non sia utilizzata a fini politici”, ha detto. Quanto al raid ordinato dal presidente americano Trump, Assad assicura che “la potenza di fuoco del nostro esercito, la nostra capacità di attaccare i terroristi non è stata intaccata da questo raid”.
Ma militari e intelligence Usa hanno intercettato comunicazioni di militari siriani ed esperti circa la preparazione per l’attacco con armi chimiche compiuto a Idlib la scorsa settimana. Lo ha riferito una fonte ufficiale americana alla Cnn. Gli Usa – precisa però l’emittente – non sapevano però che il gas sarebbe stato usato sui civili. Le intercettazioni erano parte del materiale di intelligence visionato nelle ore successive allo stesso attacco allo scopo di stabilirne la responsabilità. La stessa fonte ha sottolineato che gli Usa non erano al corrente in anticipo del raid. Gli Usa solitamente raccolgono vaste quantità di comunicazioni intercettate in zone come Siria e Iraq, materiale che spesso non viene analizzato se non in caso di un particolare evento che richiede la ricerca di analisti di relative informazioni di intelligence.
In queste stesse ore arriva poi la notizia che le forze armate americane avrebbero attaccato nel nord della Siria e in seguito ad un raid aereo sono rimasti uccisi per errore 18 combattenti alleati impegnati nella lotta all’Isis. Secondo il Comando centrale statunitense, martedì scorso gli aerei Usa si sono fidati delle coordinate errate date loro dalle Forze democratiche siriane (Sdf), composte soprattutto da miliziani curdi. L’obiettivo era una posizione dell’Isis a sud di Tabqa, roccaforte dello Stato Islamico: le bombe sono invece finite sulle linee delle Sdf, causando 18 vittime.
Nel frattempo gli americani, dopo giorni di tensione con il Cremlino, tentano un dialogo con Mosca. Il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, ha incontrato il presidente russo, Vladimir Putin, con il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov. “Nessuna crisi è insormontabile”, hanno detto i due capi delle diplomazie in conferenza stampa, “ne’ quella ucraina, ne’ quella siriana”, ma nei fatti le divergenze continuano ad apparire insormontabili. Se non altro è stata ripristinata l’intesa per evitare incidenti tra i rispettivi aerei militari in manovra sui cieli siriani, sospesa dalla Russia all’indomani dell’attacco statunitense alla base siriana di al-Shayrat. Tillerson ha spiegato: “Abbiamo discusso francamente dell’attuale stato dei rapporti tra Stati Uniti e Russia: c’è un basso livello di fiducia tra i nostri due Paesi”. “Siamo d’accordo – ha aggiunto – sulla creazione di un gruppo di lavoro che affronti gli argomenti minori e faccia fare progressi nella stabilizzazione del rapporto”. D’altro canto “non è possibile che le due principali potenze nucleari abbiano un rapporto con un basso livello di fiducia”.
Un incontro che è andato “meglio di quanto ci attendessimo”, ha detto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sostenendo che nelle prossime ore farà un punto con il segretario di Stato. Parlando poi delle relazioni con Putin, Trump ha confermato le tensioni, ma ha detto che “vedrà” nei prossimi mesi come si svilupperanno, ricordando tuttavia di voler dialogare con la Russia. Questo, dopo aver di nuovo affermato che è “certamente possibile” che la Russia sapesse dell’attacco chimico in Siria, secondo gli Usa lanciato per ordine di Assad, che ha definito “un macellaio”.
Ma nonostante le buone intenzioni, restano le divergenze. Al Consiglio di sicurezza dell’Onu la Russia ha posto il veto per l’ottava volta. Matthew Rycroft, ambasciatore britannico all’Onu, commenta duramente il nuovo no di Mosca sulla bozza di risoluzione che condannava l’attacco chimico nella provincia di Idlib. “Questo doveva essere l’inizio della responsabilità per gli autori dell’attacco chimico in Siria – dice -, e invece abbiamo un veto della Russia: è una vergognosa scelta di proteggere il tossico regime di Assad”.

Siria: Alfano, evitare escalation, serve negoziato

siriaIn Siria occorre “evitare l’escalation militare e riportare la diplomazia al centro”: lo ha sottolineato il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che in Senato ha svolto l’informativa sulla situazione nel martoriato Paese mediorientale, anche alla luce delle conclusioni del G7 del ministro degli Esteri, a Lucca. Alfano ha ribadito che “occorre rilanciare il negoziato” e ha aggiunto che l’Italia è convinta che si possa pacificare la Siria solo con lo strumento del negoziato: “Non può esserci soluzione militare, il futuro dipende del processo politico”.

Secondo Alfano lo sforzo della diplomazia italiana nella crisi siriana deve essere quello di “spingere Mosca a prendere le distanze da Assad”. “La soluzione della crisi in Siria passa attraverso il coinvolgimento della Russia, che non va messa nell’angolo”, ha detto Alfano. “Occorre convincere Mosca a esercitare pressioni su Assad affinché rispetti in maniera duratura il cessate il fuoco” e “cessi di attaccare i civili e bombardare il suo popolo”.

Secondo Alfano, dopo l’attacco chimico del regime siriano paradossalmente “si è creata una nuova occasione per convincere Mosca a mettere sotto pressione Assad e fare concessioni politiche”. Il ministro degli Esteri ha ricordato che, dopo l’attacco chimico del regime siriano nell’agosto 2013 a Ghouta Est, si arrivò all’intesa russo-americana che consentì all’Opac, l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, di smantellare (con il “fattivo sostegno” dell’Italia) l’arsenale chimico del regime. Oggi, dopo l’attacco chimico nella provincia di Idlib, “abbiamo un’altra occasione e non vogliamo disperderla”.

Il ministro degli esteri ha parlato anche dell’Iran e di come l’Italia stia continuando il pressing sul Theran perché eserciti “tutta la sua influenza su Damasco” in modo che il regime eviti nuovi attacchi sui civili.

“Noi socialisti – ha detto Pia Locatelli intervendo dopo l”informativa urgente del Governo – ancora una volta ribadiamo la condanna per il bombardamento di Idlib in cui sono stati usati gas nervini, che ha causato la strage di decine e decine di civili di cui un terzo minori, quindi condanna ferma senza incertezze”.

“Esprimiamo invece qualche dubbio – ha aggiunto – per la reazione americana che ha lanciato missili sulla base militare siriana da cui sarebbero partiti gli aerei impiegati contro gli abitanti di Idlib. Restano dubbi perché, nonostante le asserite prove della colpevolezza del regime di Assad, è un passato recente quello delle prove schiaccianti contro il dittatore iracheno Saddam Hussein che si sono rivelate montature strumentali alla dichiarazione di una guerra. Comunque, al di là delle possibili responsabilità di Assad che andranno accertate, restano interrogativi per noi senza risposta sull’efficacia dei bombardamenti statunitensi. Non mancano nemmeno interrogativi, questi sì enormi, sul comportamento russo sia per il suo sostegno al regime di Assad e sono gravi responsabilità perché hanno protratto la durata di questa crisi e hanno provocato l’ulteriore intensità di questa tragedia, ma anche per non aver fermato l’uso delle armi chimiche se fossero accertate le responsabilità siriane. A noi sembrano chiari gli obiettivi da perseguire in questa tragedia, in questa tragica vicenda siriana, per i rapporti con i Governi coinvolti nella crisi, per le nostre alleanze, per il nostro interesse nazionale, anche in relazione ai flussi migratori, per il nostro impegno per promuovere libertà e democrazia”.

“Ecco per tutto questo – ha concluso Pia Locatelli – non possiamo che ribadire che ogni piano per la Siria deve avere come linea guida la lotta al radicalismo terrorista islamista, in particolare l’ISIS, la fine di un regime dispotico e sanguinario anche attraverso un processo di transizione, senza rompere l’integrità territoriale della Siria e senza replicare il caos afgano, poi iracheno, poi libico. Siamo d’accordo con lei signor Ministro e ribadiamo che non può esservi altra strada percorribile che la continuazione del dialogo e del negoziato, anche unendo i tavoli di Ginevra e Astana. È la linea, quella del negoziato, ribadita dal nostro Presidente Mattarella, che nella visita di ieri a Mosca ha operato per far condividere alla Russia la scelta della via negoziale, mettendo da parte l’opzione militare, che si è rivelata inefficace ed è costata la vita a mezzo milione di persone in sei anni”.