Siria raid da Usa. Bombe di Assad ‘Made in Germany’

raid usaDonald Trump passa all’attacco in Siria. La coalizione a guida statunitense che combatte l’Isis in Siria ha compiuto raid aerei e operazioni d’artiglieria contro forze alleate del regime, uccidendo oltre 100 combattenti: lo ha annunciato la stessa coalizione. “Abbiamo risposto all’attacco ingiustificato delle forze governative sui nostri partner”, si legge in una nota diffusa dalla coalizione a guida Usa. Gli aerei a stelle e strisce hanno effettuato attacchi di rappresaglia nella provincia nord-orientale di Deir ez-Zor, contro forze fedeli ad Assad che avevano attaccato un quartier generale dell’alleanza arabo-curda. La Coalizione cerca di cacciare dal lato orientale del fiume Eufrate gli ultimi combattenti dell’Isis, con l’appoggio delle FDS. L’Eufrate è la linea di demarcazione tra le forze di Assad, appoggiate da Russia e Iran, e le FDS. Le Forze democratiche siriane sono in prevalenza milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare, note come Ypg. Ed è proprio contro di loro che si è mossa la Turchia con la sua operazione “Ramoscello d’Ulivo”, contro l’enclave curda di di Afrin nel nordovest della Siria.
“Il recente incidente dimostra ancora una volta che la presenza militare illegale degli Stati Uniti in Siria è in realtà finalizzata a prendere il controllo delle risorse economiche del paese e non a combattere contro l’Isis”. Così il ministero della Difesa russo commenta, in un comunicato, il raid contro i lealisti da parte delle forze della coalizione nella regione di Dayr az Zor.
La situazione continua a complicarsi visto che se da un lato l’esercito di liberazione siriano (contro Assad) appoggiato dagli Usa è stato lo stesso che ha attaccato le forze curde ad Afrin affiancando Ankara nell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Ma Washington con questa azione punta a mostrare i muscoli contro il nuovo ‘terzetto’ composto da Turchia, Russia e Iran intenzionato a guidare la guerra in Siria e che ha fatto sapere di un prossimo vertice ad Ankara.
Nel frattempo però prosegue la guerra e la strage di civili siriani a cui l’Europa non sembra interessarsi, anche se pochi giorni fa il quotidiano tedesco Bild ha rivelato con tanto di foto che le bombe al cloro sganciate da Assad sono ‘Made in Germany’. Berlino è infatti il più grande partner commerciale europeo dell’Iran,

Turchia, Locatelli: Erdogan rispetti i diritti umani

erdogan roma

Quasi un’ora di colloquio in Vaticano con Papa Francesco per il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan, nel primo appuntamento della visita in Italia segnata da tensioni al sit-in di protesta dei curdi, dove sono stati fermati due manifestanti dei centri sociali. Erdogan, accompagnato da moglie, figlia e cinque ministri, è rimasto per oltre 50 minuti da solo con il Pontefice. Erdogan, primo capo di Stato turco a recarsi in Vaticano da 59 anni, ha ricevuto in dono da Francesco un medaglione con un angelo della pace che “strangola il demone della guerra, simbolo di un mondo basato sulla pace e sulla giustizia”, e il messaggio per la pace di quest’anno. Il presidente turco ha ricambiato con una panoramica di Istanbul in ceramica e quattro libri riguardanti sul massimo poeta mistico persiano. Nel colloquio si è parlato dello status di Gerusalemme, della questione dei migranti, delle persecuzioni dei cristiani e della “necessità di promuovere la pace e la stabilità” nella regione mediorientale “attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalita’ internazionale”. Probabile si sia fatto cenno anche all’offensiva di Ankara contro la provincia curda di Afrin, in Siria. Al termine, Erdogan ha visto il segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, e con il seguito ha visitato la Basilica di San Pietro. La visita di Stato è proseguita nel pomeriggio con i colloqui al Quirinale, dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Successivamente è atteso a Palazzo Chigi con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, poi la cena in hotel con un gruppo di imprenditore italiani dei gruppi che più investono in Turchia. Malgrado le imponenti misure di sicurezza con 3.500 uomini in campo, nell’unica manifestazione di protesta autorizzata si sono registrati scontri.

“Noi riteniamo che la Turchia possa aspirare a un futuro migliore – ha scritto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista a Montecitorio e presidente del comitato Diritti umani della Camera, in una lettera inviata al presidente Erdogan in occasione della sua visita a Roma – solo se saprà avanzare con decisione anche sul terreno della democrazia e delle libertà e per questa ragione vogliamo chiederle il più forte e deciso impegno al rispetto dei diritti umani e a garantire processi equi alle migliaia di persone che sono state arrestate dopo il tentato golpe del 2016. Riteniamo – ha aggiunto – che sia nel nostro reciproco interesse costruire un rapporto solido e duraturo, ma che ma che questo non può contenere margini di ambiguità sul rispetto dei diritti umani non solo perché tradiremmo la nostra storia, ma anche perché sarebbe un atto di miopia politica che getterebbe un’ipoteca colossale che prima o poi, inevitabilmente, giungerebbe all’incasso”.

Il sit-in promosso da Rete Kurdistan Italia nei giardini di Castel Sant’Angelo è degenerato quando un gruppo di attivisti dei centri sociali ha tentato di forzare il cordone di agenti antisommossa per muovere in corteo verso il Vaticano. La Polizia ha respinto i manifestanti e ci sono stati anche due fermi. Tra gli striscioni esposti “Boia Erdogan! Giù le mani dal Kurdistan” e “Stato turco assassino”. Un altro presidio si è tenuto a Venezia davanti alla Basilica di San Marco con qualche decina di attivisti dei Centri sociali del Nord-est e dell’associazione Ya Basta. Mentre Erdogan lasciava il Vaticano, l’Olanda ha annunciato il ritiro del suo ambasciatore in Turchia dopo che i recenti “colloqui non hanno offerto una prospettiva di normalizzazione delle relazioni bilaterali”. All’ambasciatore olandese ad Ankara viene negato l’accesso in Turchia dal marzo scorso.

Iran. Locatelli: “Serve più rispetto dei diritti umani”

Ahmadreza-DjalaliTenere alta l’attenzione sul caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, la cui condanna a morte per spionaggio è stata sospesa ed è ora al riesame della sezione 33 della Corte suprema. Ma anche sul tema del rispetto dei diritti umani nella Repubblica islamica, a partire da quello di un giusto processo anche per le migliaia di giovani manifestanti arrestati durante le ultime proteste di piazza. E’ l’invito rivolto alle istituzioni italiane ed europee in una conferenza stampa oggi a Roma, su iniziativa della sen. Elena Cattaneo e con la collaborazione della Fidu Federazione italiana diritti umani. Alla storia di Djalali, che si teme abbia un tumore, “si sovrappone la storia collettiva – ha detto la sen. Cattaneo – di tanti giovani rinchiusi in carcere” e minacciati in alcuni casi anche di condanna a morte. E fra i quali – circa 7.000 gli arrestati secondo le fonti di Antonio Stango, presidente Fidu – almeno tre sono morti in prigione in circostanze non chiare, anche se le autorità iraniane hanno parlato di suicidio. “Siamo di fronte ad una violazione costante del diritto ad un equo processo ed al disprezzo di quello alla vita”, ha detto sul caso Djalali, in collegamento telefonico, Luca Ragazzoni, suo collega negli anni in cui il ricercatore – prima di trasferirsi in Svezia e poi andare nel 2016 in Iran per un viaggio di lavoro, durante il quale è stato arrestato – collaborava in Italia con l’Università del Piemonte Orientale. Nell’incontro – svoltosi in Senato e in cui è stato ricordato il caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto – è stato rilanciato l’appello al ministro degli Esteri Angelino Alfano ed all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini a continuare a spendersi per il caso di Djalali, ma anche per proteggere i detenuti dal rischio di torture e le liberta’ fondamentali di studenti e accademici che si rechino in Iran.

Paese con cui “l’Italia ha una lunga tradizione di rapporti – ha ricordato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i diritti umani della Camera e presidente del gruppo del Psi alla Camera – ma dobbiamo lavorare anche perché si arrivi a ridurre e infine abolire la pena di morte”. “Nel 2016 in Iran ci sono state 530 esecuzioni, il numero più basso degli ultimi 10 anni; la sospensione dell’esecuzione del professor Ahmadreza Djalali può essere considerata un indice di prudenza delle autorità iraniane in questa direzione”. “L’Italia – continua Locatelli – ha una lunga tradizione di rapporti economici, ma anche di ricerca con l’Iran: essi sono importanti di per sé, ma anche come ‘fili da tirare’ per sollecitare un maggior rispetto dei diritti umani. Dobbiamo evitare di scambiare i nostri rapporti economici con una maggior ‘timidezza’ nella denuncia della violazione dei diritti”. “Lancio un appello – ha concluso Pia Locatelli – per una regione vicina all’Iran: 91 persone sono state arrestate in Turchia per essersi opposte a quanto è avvenuto con i curdi nel Nord della Siria, non lasciamo passare sotto silenzio quanto avviene, perché la repressione della libertà di manifestare la propria opinione è una violazione dei diritti”.

Elisabetta Zamparutti, del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e di Nessuno Tocchi Caio ha concluso di lavori affermando che “con Teheran si sono siglati negli ultimi tempi tanti accordi, ma la questione dei diritti umani viene sempre lasciata in fondo alla lista” dei punti in agenda.

Erdogan in guerra contro i curdi, l’appello di Chomsky

milizie ankaraUna vera e propria operazione militare che paradossalmente prende il nome di ‘ramoscello d’Ulivo’ stata avviata dal Presidente Erdogan contro i curdi. Sono tre giorni che viene bombardata Efrin, il confine turco-siriano dove Ankara ha schierato 24mila veicoli militari. È lì che si trova la provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, a seguito di eventi legati alla guerra civile siriana, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo. Per il presidente turco le YPG, unità di protezione popolare alleate con gli Usa nella guerra all’Isis, sono in realtà complici del partito terroristico del PKK. Ma a imbarazzare ancora di più gli Stati Uniti è la notizia che a combattere contro i curdi, al fianco di Ankara, ci siano anche elementi dell’esercito siriano libero (Esl).
L’annuncio dell’operazione è stato dato sabato dal presidente turco, Recep Tayyp Erdogan: “L’operazione Afrin è di fatto iniziata sul terreno, sarà seguita da Manbij”, aggiungendo “più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”. Il ‘sultano’ turco non si è fermato nemmeno dopo le richieste della Comunità internazionale. Subito dopo la notizia la Francia ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani, ritenendo che questo possa solo nuocere alla lotta contro l’Isis. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha sottolineato la profonda preoccupazione di Parigi per il “brutale peggioramento della situazione” in Siria in luoghi come Afrin, ma anche Idlib e Ghuta. Alle richieste a cui si è unita Washington richiamando alla moderazione Ankara, Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza (dell’Onu) non si è riunito quando” in passato “sono state commesse atrocità ad Afrin”, e quindi “ora non ha il diritto di riunirsi” per discutere “la nostra operazione” contro “un’organizzazione terroristica” nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria. Dopo l’operazione militare contro i curdi in Siria, nella regione di Afrin, alcuni intellettuali e attivisti tra cui Noam Chomsky, Michael Hardt e Debbi Bookchin hanno scritto un appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale per non lasciare soli i curdi.

Emilie Konig, foreign fighter arrestata dai curdi

emilie konigIeri il giornale curdo Kurdistan24 ha pubblicato una notizia in cui una foreign fighter dell’Isis in Siria di nome Emilie Konig è arrestata dalle milizie curde di YPG in Siria, Emilie era tra le più note nelle liste nere del terrorismo internazionale.
Originaria della Francia, dove i suoi genitori vivono tuttora, da poco sua madre ha fatto sapere al giornale francese Ouest France che sua figlia aveva un ruolo importante nello svolgere attività di propaganda e proselitismo attraverso internet a favore dell’Isis. La madre aveva inoltre detto che sua figlia l’ha contattata e dicendo di essere prigioniera in un campo militare dei curdi in Siria, chiedendo inoltre di sollecitare le autorità francesi di aiutarla a ritornare in Francia con i suoi tre figli nati proprio in Siria.
Emilie aveva già altri due figli avuti da un precedente matrimonio e li aveva lasciati dalla madre per poter si recare da sola in Siria dove instaura una nuova relazione con un terrorista dell’Isis con il quale ebbe tre figli, ma il compagno successivamente viene ucciso in combattimento.
Nel 2014 e 2015 nelle liste dei nomi dei terroristi pericolosi pubblicati dalle nazioni unite e dagli stati uniti il nome di Emilie Konig spiccava in testa.

Kawa Goron

Onu: Assad ha usato armi chimiche a Khan-Sheikhun

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Un rapporto delle Nazioni Unite ha rivelato come il regime del presidente siriano Bashar Assad sia da ritenere responsabile per l’utilizzo di armi chimiche a Khan-Sheikhun. Lo ha sottolineato l’ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite Nikki Haley. “I risultati resi noti dall’Organizzazione per il divieto di armi chimiche (OPCW) e dal Meccanismo di investigazione comune (JIM) dell’Onu portano a concludere che il regime di Assad ha usato armi chimiche su oltre 100 civili innocenti utilizzando il sarin a Khan Sheikhoun il 4 aprile scorso” ha sottolineato Haley che ha fatto riferimento anche all’impiego da parte dell’Isis di materiali vietati (la senape di zolfo) nell’attacco dello scorso 16 settembre a Um-Housh.

Alla luce di quanto denunciato dal rapporto, Human Rights Watch ha esortato la comunità internazionale a infliggere sanzioni alla Siria. “Il Consiglio di Sicurezza dovrebbe muoversi velocemente per assicurare la presa di responsabilità imponendo sanzioni su individui ed entità responsabili per gli attacchi chimici in Siria”, ha dichiarato l’organizzazione umanitaria in una nota. Per Ole Solvang, vice direttore emergenze di Hrw, il rapporto “dovrebbe mettere fine all’inganno e alle false teorie che sono state diffuse dal governo siriano”. Puntando il dito contro “l’uso ripetuto da parte della Siria di armi chimiche” Solvang ha sottolineato che “tutti i Paesi hanno un interesse nell’inviare un forte segnale che queste atrocità non saranno tollerate”.

Corre in difesa di Assad la Russia che ha definito incongruente il rapporto dell’Onu. Secondo il vice ministro degli Esteri russo, Sergei Ryabkov nel rapporto vi sono “molte incongruenze, discrepanze logiche, testimonianze dubbie e prove non verificate”. Per Ryabkov altri Paesi stanno cercando di usare il documento presentato al Consiglio di Sicurezza per “risolvere le loro personali questioni geopolitiche in Siria”. Mosca, ha aggiunto, analizzerà il rapporto e presenterà presto una risposta.

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

Maxi sequestro armi di Pyongyang dirette in Egitto

armiVentiquattromila granate a razzo più il materiale per costruirne altre seimila. È il carico sequestrato da una nave nord-coreana, ma battente bandiera cambogiana, in acque egiziane, poco prima dell’ingresso nel canale di Suez. Lo rivela un’inchiesta condotta dal Washington Post, su quello che viene definito da un rapporto dell’Onu come “il più grande sequestro di munizioni nella storia delle sanzioni contro la Repubblica Democratica Popolare di Corea”, il nome ufficiale della Corea del Nord.

A ordinare il quantitativo di armi da Pyongyang, sarebbero stati uomini d’affari egiziani, in base all’indagine dell’Onu: le armi, per un valore complessivo di 23 milioni di dollari, erano state nascoste sotto un carico di minerali di ferro, e avrebbero avuto come destinazione finale l’esercito egiziano.

La vicenda ha contribuito a fare luce sulle vendite di armi da parte della Corea del Nord, da cui il regime, sottoposto a otto round di sanzioni economiche dell’Onu per i suoi programmi missilistico e nucleare, trae parte del sostentamento. Rimane da chiarire se la Corea del Nord abbia ricevuto il pagamento di 23 milioni di dollari per le armi, ma l’Egitto non è l’unico Paese sulla lista degli acquirenti di armi convenzionali di Pyongyang: tra i nomi citati dal quotidiano Usa figurano Myanmar, Siria, Iran, Cuba ed Eritrea e il gruppo di Hezbollah.

La nave, Jie Shun, poco più che un rudere dalle descrizioni, era salpata dal porto nord-coreano di Haeju il 23 luglio scorso, con 23 uomini a bordo. Registrata a Phnom Penh, batteva bandiera cambogiana, anche se di proprietà nord-coreana, per evitare di attirare attenzioni sgradite. Passata attraverso lo stretto di Malacca, l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, la nave è stata fermata, su segnalazione degli Usa, per un’ispezione da un’imbarcazione egiziana prima di raggiungere il canale di Suez. Al porto di al-Adabiyah venne scoperto il quantitativo di armi, tutte copie dei Pg-7 di fabbricazione sovietica. A un’analisi più attenta, compiuta da ispettori dell’Onu, era emerso, pero’, un altro particolare: le armi non erano affatto nuove, come avrebbe fatto credere l’etichetta posta

su ognuna di loro, datata marzo 2016, ma giacenze di magazzino, vendute a prezzi più bassi delle armi in commercio. Le armi vennero poi distrutte, sotto la supervisione degli ispettori delle Nazioni Unite, che le ritengono destinate, appunto, all’esercito egiziano, ma l’episodio sarebbe stato l’ultimo di una serie che avrebbe contribuito ad aumentare la diffidenza di Washington nei confronti del Cairo. Proprio pochi mesi prima, durante l’incontro tra Trump e al-Sisi alla Casa Bianca, il presidente Usa aveva sottolineato il “magnifico lavoro” che il presidente egiziano stava conducendo, ma in privato aveva sottolineato l’importanza di rispettare le sanzioni alla Corea del Nord e di “smettere di fornire aiuti economici e militari” a Pyongyang. L’irritazione di Washington era sfociata, alcuni mesi più tardi, nella decisione dell’amministrazione Trump di tagliare 291 milioni di dollari di assistenza economica e militare al Paese. La cooperazione tra il Cairo e Pyongyang sul piano della vendita di armi, scrive il magazine The Diplomat, risale addirittura agli anni Settanta, ma ancora negli anni Novanta, l’ex presidente, Hosni Mubarak, aveva acquistato missili scud da Pyongyang.

La Corea del Nord ha aiutato gli scienziati egiziani a produrre il loro sistema missilistico in cambio di valuta, e l’import dalla Corea del Nord aiuta a diversificare le fonti di approvvigionamento oltre a quelle tradizionali (Usa e Russia). L’interesse verso la tecnologia missilistica nord-coreana è riemerso dopo gli ultimi test di missili balistici iraniani. L’Egitto sarebbe particolarmente interessato ai missili terra-terra nord-coreani. Washington è preoccupata per il rifiuto di ispezioni da parte del governo egiziano riguardo al programma nucleare e Pyongyang è vista come un possibile fornitore di materiale nucleare al Cairo, nel caso in cui l’Egitto intenda procedere con i suoi piani per l’arricchimento dell’uranio.

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.

LONDON CALLING

polizia britannicaDopo il dolore arriva il subbuglio. L’attentato di Londra mette con le spalle al muro non solo il Governo di Sua Maestà, ma l’intero Occidente, sempre più incapace di trovare una soluzione e con i Paesi Arabi che a loro volta non riescono a dialogare tra di loro. Dopo le dure parole di domenica (quell’”enough is enough” che aveva dato il senso dell’esasperazione del clima), Theresa May è tornata a parlare dell’allarme terrore: “L’attacco di sabato sera non era solo contro Londra ma contro il mondo libero” ha detto la premier sottolineando le diverse nazionalità delle persone coinvolte. Il primo ministro ha ribadito che il livello di allerta anti-terrorismo resta “grave”, come aveva già indicato ieri il ministro degli Interni Amber Rudd, e confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza sui ponti di Londra con barriere a protezione dei pedoni. La premier si è inoltre detta soddisfatta dell’azione degli agenti armati di Scotland Yard sostenendo lo ‘shoot to kill’, lo ‘sparare per uccidere’ i terroristi adottato: grazie alla tempestività, questo ha permesso di salvare “innumerevoli vite”. La premier britannica ha poi continuato il suo discorso sottolineando che il tempo della comprensione è finito, che è necessario iniziare a lottare per garantire i diritti, le libertà e i valori del popolo inglese: “I nostri valori sono superiori a quelli offerti dai predicatori d’odio” e per garantirli, ha annunciato, è pronta a dare maggiore potere alle polizie e a inasprire i controlli sui reati legati al terrorismo.
Sembra però che queste misure servano più che altro a garantire il Governo dei conservatori spaventati dalle imminenti elezioni di questo giovedì. Secondo i sondaggisti, i conservatori di May erano a 330 seggi quando sono state indette le elezioni anticipate ad aprile, sabato scorso, invece secondo YouGov i conservatori erano a 308 seggi. Il primo ministro britannico Theresa May potrebbe ottenere 305 seggi in parlamento nelle elezioni di giovedì, 21 in meno rispetto alla maggioranza di 326, secondo una proiezione della società di sondaggi YouGov. Ad oggi i laburisti potrebbero ottenere 268 seggi contro i 261 delle proiezioni di sabato. La scorsa settimana, un altro sondaggio di Lord Ashcroft Polls dava ai conservatori la maggioranza.
Lo scenario sembra essersi catapultato tutta sulla sfera politica, tanto che il leader laburista Jeremy Corbyn controreplica alla premier Tory, Theresa May, nella polemica sulla sicurezza nazionale innescata dall’attacco terroristico di sabato a Londra e ne invoca apertamente le dimissioni da capo del governo: ancor prima delle elezioni di giovedì 8. May – ha tuonato Corbyn – dovrebbe “dimettersi per aver presieduto ai tagli” imposti alle forze di polizia mentre era ministro dell’Interno. È un’opinione – ha insistito – condivisa da “persone molto responsabili” che sono “molto preoccupate”.
Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, dopo aver visitato i luoghi dell’attacco terroristico di sabato sera con la comandante di Scotland Yard, Cressida Dick ha infatti fatto sapere: “Riceviamo la metà dei fondi alla polizia che ci spettano, 170 milioni di sterline contro 370” e ha aggiunto: “Negli ultimi sette anni abbiamo dovuto chiudere delle stazioni di polizia e abbiamo perso migliaia di agenti”.
Nel frattempo anche da parte americana si pensa a misure restrittive alla tolleranza. Già la settimana scorsa la squadra legale di Trump ha chiesto alla Corte Suprema, che raramente si pronuncia d’urgenza, di consentire l’entrata in vigore immediata del controverso ordine esecutivo del 6 marzo, bloccato da alcuni tribunali, che impedisce ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump oggi ha chiesto alla sua amministrazione una versione più rigida del discusso divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi islamici, dopo l’attacco a Londra nel fine settimana, e ha invitato la Corte Suprema a pronunciarsi rapidamente sulla questione.
“Il Dipartimento della Giustizia avrebbe dovuto sostenere il divieto di viaggio originale, non la versione annacquata, politicamente corretta sottoposta alla Corte Suprema”, ha scritto Trump in una serie di tweet sull’argomento stamattina presto. “Il Dipartimento della Giustizia dovrebbe chiedere un’udienza rapida sull’annacquato divieto di viaggio davanti alla Corte Suprema, e cercare una versione molto più severa!”, ha twittato Trump, che in qualità di presidente sovrintende il dipartimento.
L’eco di Trump è arrivato nei Paesi del Golfo dopo l’appello del presidente degli Stati Uniti rivolto ai Paesi musulmani di combattere il terrorismo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar con una mossa coordinata, che non ha precedenti fra i principali esponenti del consiglio di cooperazione del Golfo. I tre Stati del Golfo hanno annunciato la chiusura dei trasporti con il Qatar e hanno dato due settimane di tempo ai turisti del Qatar e ai residenti per lasciare il Paese. Il Qatar è stato anche espulso dalla coalizione a guida saudita che combatte nello Yemen. Le accuse contro lo Stato sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrain. A questi quattro Paesi si sono uniti, poi nel giro di poche ore, anche Yemen e Maldive. Il terremoto diplomatico registrato nella ricca zona del Golfo è destinato a rimescolare le carte delle alleanza in tutto il Medio Oriente: dalla Libia ai Territori palestinesi, dallo Yemen all’Iraq per non parlare della Siria e il Libano. Per molti analisti arabi sullo sfondo della crisi dietro la mossa di Riad c’è una precisa strategia in funzione anti-Iran. Non è un caso infatti che il Kuwait ed il Sultanato di Oman, entrambi membri del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo ed entrambi favorevoli ad un dialogo con Teheran, non hanno aderito alla decisione di rompere con il Qatar. Nel frattempo il Qatar esprime rammarico per questa decisione di rompere i legami diplomatici. “Le misure sono ingiustificate e basate su accuse che non hanno base nei fatti”, dice la Tv Al Jazeera che cita le dichiarazioni del ministro degli Esteri. Il Qatar ha aggiunto che le decisioni prese non “avranno effetti sulla vita normale di cittadini e residenti”.