Vicenza, governare in maniera più pacata

migranti skyl PD, LeU e PSI della provincia di Vicenza sollecitano le forze del centrodestra che oggi governano il Veneto e l’Italia a fare maggior attenzione a quanto realmente accade nei territori.
E’ il caso delle presunte richieste fatte pochi giorni fa da alcuni migranti alla Questura di Vicenza. Alcuni organi di stampa si sono affrettati a riportare e mettere in risalto la richiesta di collegamenti Sky e aria condizionata, mettendo in secondo piano la richiesta legittima di una Carta d’identità.

Ecco così che oggi i media riportano le dichiarazioni scandalizzate dei principali esponenti del centrodestra vicentino che parlano di “presunti rifugiati” e di “masse di persone che vengono in Italia a fare le vacanze”.
Poche ore fa la verità riportata da una valida giornalista del Corriere della Sera del Veneto che, correttamente e forse in maniera solitaria, ha contattato la Questura e la Prefettura per chiedere come realmente si fossero svolti i fatti.

In Questura vi è stato un incontro con i rappresentanti dei migranti, ma per parlare di ordine pubblico.
In Prefettura vi è stato un incontro con la cooperativa che gestisce il centro culturale San Paolo, ma si è parlato della richiesta di residenza per i migranti stessi.
Nulla di scandaloso quindi se non forse la continua propensione del centrodestra a trasformare ogni refolo in una tempesta.

PD, LeUe PSI della provincia di Vicenza auspicano che si torni a far politica (e in alcuni casi informazione) in maniera più pacata e costruttiva. Pacatezza e desiderio di costruire più che distruggere, due virtù troppo spesso accantonate da chi fa politica con le parole più che con i fatti.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI Veneto

Bollette. Agcom, fattura mensile o sanzioni in arrivo

telecom

Sanzioni agli operatori di telefonia che non rispettano l’obbligo di cadenza mensile della fatturazione. E’ quanto deciso dall’Autorità per le comunicazioni, che ha “deciso di avviare procedimenti sanzionatori nei confronti degli operatori telefonici Tim, Wind Tre, Vodafone e Fastweb per il mancato rispetto delle disposizioni relative alla cadenza delle fatturazioni e dei rinnovi delle offerte di comunicazioni elettroniche”, si legge in una nota della Agcom.

“Al fine di garantire massima trasparenza e confrontabilità dei prezzi vigenti, nonché il controllo dei consumi e della spesa garantendo un’unità standard (mese) del periodo di riferimento delle rate sottostanti a contratti in abbonamento per adesione”, con una delibera del marzo scorso, l’Autorità aveva infatti stabilito, ricorda la nota, “che per la telefonia fissa e per le offerte convergenti l’unità temporale per la cadenza delle fatturazioni e del rinnovo delle offerte dovesse avere come base il mese o suoi multipli”. Al termine delle verifiche effettuate da Agcom, però, “è risultato che gli operatori menzionati non hanno ottemperato alla delibera dell’Autorità”.

Allo stesso tempo il Governo ha preso posizione sulla questione tariffe e la battaglia in corso tra aziende, consumatori e Authority. Il ministero dello Sviluppo economico sta, infatti, valutando un “intervento normativo” per fare ordine, visto che gli operatori di telefonia e di pay-tv “hanno progressivamente modificato la cadenza delle proprie fatturazioni, portandola a una volta ogni 28 giorni”, spiega la responsabile per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. Il risultato è “un aggravio dei costi per i consumatori” (come noto il rincaro stimato si aggira introno all’8,6%). Rialzo che deriva da un comportamento considerato “scorretto” dall’esecutivo, chiarisce la ministra rispondendo al question time alla Camera, in sostituzione di Carlo Calenda. Si fa così strada la previsione di un termine unico, valido per tutti, magari su base mensile, in modo da agevolare i consumatori e mettere fine al caos. Infatti, stando alla delibera di marzo dell’Agcom, l’Autorità per le comunicazioni, solo i contratti di telefonia mobile potevano ricorrere alla scadenza a quattro settimane, per la linea fissa invece il tempo minimo di fatturazione coincideva con il mese.

Oreste Pastorelli, deputato del Psi, accoglie positivamente l’iniziativa del governo di porre mano alla questione. “Quanto annunciato dalla ministra Finocchiaro sull’intenzione del Governo di intervenire sulla fatturazione a 4 settimane dei gestori telefonici è davvero un’ottima notizia per i consumatori. Con le nuove modalità di pagamento, infatti, i cittadini avrebbero dovuto pagare 13 mensilità anziché 12: una vera e propria truffa”. “Per questo – prosegue il parlamentare socialista – nei giorni scorsi avevamo presentato una interrogazione ai ministeri dello Sviluppo Economico e delle Finanze affinché si intervenisse su questo raggiro che stava per essere perpetrato ai danni dei consumatori. L’Esecutivo ha convenuto con noi sulla necessità di attuare un’azione legislativa a tutela della clientela dei gestori telefonici. Bene così. Aspettiamo adesso l’intervento normativo annunciato dalla ministra così da porre fine a questa vicenda grottesca”.

Agli operatori del settore però la nuova regola non è piaciuta ed è quindi scattato il ricorso al Tar. Tribunale che a giugno ha accolto le richieste di sospensiva, fissando al prossimo 7 febbraio la data per il giudizio. Intanto sempre quest’estate l’Unione nazionale consumatori ha presentato un esposto, proprio all’Agcom, contro la decisione “di Sky di fare – spiega l’associazione – come le compagnie telefoniche, ossia di fatturare, a partire dal primo ottobre, ogni 28 giorni invece che una volta al mese”. Ma ai consumatori non basta solo una calendarizzazione mensile, chiedono anche di “cambiare gli importi delle multe, eliminando i tetti attuali”. Una vicenda complessa quindi, che non fa che scaldarsi. Il Codacons rilancia: “serve una maxi-sanzione pecuniaria nei confronti dei gestori telefonici e delle pay-tv” che “ignorano” le regole. Addirittura l’organizzazione si dice pronta a “una denuncia penale”. Davanti al Parlamento il Governo fa sapere di avere apprezzato la linea dell’Agcom perché volta ad “aumentare il livello di trasparenza” a tutela dei consumatori. “Al contempo” si pensa, dice sempre Finocchiaro, che “l’omogeneità delle condizioni contrattuali”, anche per quanto riguarda la base temporale per il calcolo dei costi da fatturare, “debba essere un obiettivo da perseguire concretamente utilizzando tutti gli strumenti di regolazione a disposizione”.

In attesa che si dipani qualche nodo, tra contenziosi e istruttorie su eventuali pratiche commerciali sleali, il ministero dello Sviluppo “sta valutando segnalazioni specifiche all’Antitrust e un apposito intervento normativo” con l’obiettivo di proteggere i consumatori e garantire la trasparenza del mercato.

Campo dall’Orto prepara un “uovo di Pasqua” alla Rai

Rai: conferenza stampa di consegna degli attestati di frequeLa Rai, nel bene e nel male, è una delle principali aziende di Roma e d’Italia. Quando gli automobilisti percorrono la via Flaminia molte volte si irritano alla vista di Saxa Rubra e dell’enorme antenna dell’azienda radio-televisiva pubblica. Il pensiero va immancabilmente all’inviso canone, dall’anno scorso pagato obbligatoriamente nella bolletta della corrente elettrica. E scattano anche dei gesti di nervosismo poco eleganti.

Sui giornali si sono letti i conti esatti del 2016: 1.793 milioni di euro contro i 1.537 incassati nel 2015 da viale Mazzini, quando il canone era ancora pagato su base volontaria. Ben 256 milioni di euro in più. Però gli introiti supplementari non sono riusciti ad evitare l’anno scorso alla Rai un deficit di 25,6 milioni. Gli scontenti sono tanti: oltre agli evasori, che finalmente hanno compiuto il loro dovere, c’è la maggioranza degli “abbonati obbligati” che lamentano la scarsa qualità dei programmi, dei telegiornali e dei giornali radio.

Antonio Campo Dall’Orto aveva fatto grandi promesse di rinnovamento quando si insediò due anni fa. Ma da allora si sono viste ben poche novità tra quelle promesse dal direttore generale della Rai. È prevalso l’immobilismo. In sostanza è rimasto inalterato il vecchio schema di gioco basato su Tg1, Tg2, Tg3 e su Rai Uno, Rai Due e Rai Tre, la tripartizione dell’era Dc, Psi, Pci. La riorganizzazione dell’informazione è rimasta al palo, non si è fatto niente dopo i tentativi, affidati a Carlo Verdelli, e falliti prima ancora del varo.

Ora, però, sembra essere scoccata l’ora X. La Rai ha convocato l’Usigrai (il sindacato dei giornalisti radio-televisivi) per parlare del piano industriale per l’informazione. L’incontro è fissato per il 20 aprile. L’attesa è grande, ma c’è il riserbo più stretto sul progetto. Non si sa come Campo Dall’Orto immagina i nuovi giornali televisivi, radiofonici e web. Non si sa se il progetto preveda l’unificazione delle testate giornalistiche (come stabiliva il piano, poi naufragato, dell’ex direttore generale Luigi Gubitosi) o delle nuove iniziative (tempo fa si parlava della nascita di una specifica testata web al posto di quella collocata all’interno di Rainews).

Viale Mazzini prepara “un uovo di Pasqua”, ma non filtra un’indiscrezione sul progetto. C’è il massimo riserbo sia sull’”uovo di Pasqua” sia sulla possibile “sorpresa”. Occorrerà vedere se sarà “brutta” o “bella”. Negli ultimi tempi Campo Dall’Orto si è mosso con grande prudenza. Si è limitato a dire: la Rai deve offrire «contenuti e modalità di fruizione adeguate ai tempi che viviamo». Ha indicato l’obiettivo di trasformare l’azienda «in una moderna ed efficiente media company».

L’Usigrai si aspetta la valorizzazione delle professionalità interne, l’ammodernamento tecnologico dei sistemi di produzione, il potenziamento delle iniziative soprattutto di servizio pubblico, il motivo per il quale i cittadini pagano il canone. Del resto i numeri parlano da soli: dal canone la Rai incassa 1.793 milioni di euro contro i circa 800 milioni provenienti dalla pubblicità e da altre voci minori. Il rapporto tra canone e pubblicità è di oltre 2 a 1 in favore del primo. Anche la preponderanza finanziaria del canone sulla pubblicità deve avere una ricaduta sui contenuti dei programmi e dell’informazione.

Campo Dall’Orto deve aver preso atto del problema, così ha annunciato per la fine di aprile una nuova tv dei ragazzi, immaginata con criteri di servizio pubblico. Tuttavia i problemi per il direttore generale della Rai non mancano: sembra che debba fronteggiare, oltre alla battaglia con l’Usigrai, le ire di Matteo Renzi, insoddisfatto della gestione. Non a caso Michele Anzaldi, deputato iper renziano, componente della commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, ha più volte attaccato Campo Dall’Orto, un tempo gradito all’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd.

Non a caso si è perfino parlato di un’uscita del direttore generale dall’azienda. Dagospia ai primi di marzo ha scritto: «Camposanto Dall’Orto pensa alle dimissioni». Solo due dati sono certi:1) la Rai è una delle poche aziende pubbliche ancora saldamente in piedi, indenne da bancarotte e da svendite a privati; 2) è stata capace di reggere e di vincere sul mercato la concorrenza di colossi come Mediaset, Sky e La7.

Rodolfo Ruocco
Sfogliaroma.it

Pubblicità, l’Udi premia quelle amiche delle donne

Un frame dello spot della Lines

Un frame dello spot della Lines

Erano solo pochi anni fa quando le donne degli spot televisivi venivano presentate solo come casalinghe ossessionate dalla pulizia dei pavimenti e dal bianco delle camicie dei loro mariti o come oggetti sessuali per promuovere prodotti che nulla avevano a che fare con l’esibizione dei loro corpi.  Poi le cose sono cominciate a cambiare, lentamente e con difficoltà, ma sono cambiate. In parte lo si deve alla risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini, in gran parte a una campagna avviata dall’UDI (Unione donne in Italia) nel 2010 che ha dato vita al “Premio immagini Amiche” con l’obiettivo di contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne fino a lederne la dignità, e di valorizzare una comunicazione che, al di là degli stereotipi, veicoli messaggi creativi positivi.

Da sinistra, Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Da sinistra: Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Oggi il Premio è giunto alla sesta edizione e nella cerimonia, aperta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, che si è svolta presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari, alla presenza di quasi 300 persone, il cambiamento si è visto tutto.  “Spesso le immagini pubblicitarie – ha detto la Boldrini – non sono quelle di una donna reale ma di una donna che non esiste. Fare un premio per le immagini pubblicitarie che rispettano il femminile  è una cosa molto importante. Vuol dire che le cose stanno cambiando e che c’è una oggi anche un tipo di pubblicità che non strumentalizza le donne per far vendere i propri prodotti e che ci sono imprese responsabili che vogliono partecipare a questo cambiamento”.

La cerimonia della premiazione, presentata dalla giornalista del Corriere della Sera, Emilia Costantini, ha visto sei spot finalisti, tre per la categoria web e tre per quelli televisivi. Gli spot erano tutti non solo rispettosi dell’immagine della donna, ma anche molto belli. Scelta difficile per la giuria presieduta dalla giornalista e scrittrice Daniela Brancati,  che ci ha tenuto a ricordare che non basta “fare uno spot che non strumentalizzi il corpo delle donne, ma che questo deve essere anche bello e efficace”. Alla fine hanno vinto la Lines con uno spot realizzato dall’Agenzia Armando Testa e H&M, ma tutti i finalisti Citroen, Barilla, Mattel e Edison avrebbero meritato ugualmente un premio.

“Questa volta – ha detto Brancati – abbiamo avuto la possibilità di scegliere, cosa che fino a qualche anno fa non avveniva e ci piace pensare che questo è merito anche nostro”.

“La campagna dell’UDI – ha aggiunto Vittoria Tola coordinatrice nazionale dell’Unione Donne italiane, a cui va il merito di aver svolto un enorme lavoro di sensibilizzazione sulle scuole e sui Comuni – ha dato i suoi frutti, non solo sul fronte degli spot, ma anche su quello delle affissioni che era il punto più dolente. Ci sono stati anni in cui non abbiamo assegnato alcun premio, perché le pubblicità erano davvero molto brutte”. E invece anche per questa categoria vinta da Poste italiane, c’è stata una bella terna di finalisti con Enel e Conad.

La terza categoria di premiati riguardava i programmi televisivi e la scelta è caduta sulla fiction della Rai “Lea”, film di Marco Tullio Giordana, ispirato alla vera storia di Lea Garofalo, la donna che seppe opporsi allo strapotere della mafia e per questo uccisa e il suo corpo fatto sparire, e di sua figlia Denise, minorenne all’epoca dei fatti, che testimoniò contro il padre, mandante dell’omicidio. Menzione speciale anche a Pio D’Emilia il corrispondente del TG di SKY per i suoi servizi dedicati alla rotta dei Balcani.

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Una menzione inoltre è stata assegnata, dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera Pia Locatelli, alla campagna di Human Rights Wacht sulla situazione delle donne in Arabia Saudita. “La situazione delle donne in Arabia Saudita è tristemente nota, ma purtroppo non isolata. Ci sono tantissimi Paesi dove le donne non hanno diritti e dove la parità è ancora molto lontana. Anche quando una donna riesce a raggiungere posizioni di vertice nelle istituzioni, soprattutto negli Stati islamici, questa è sempre sottomessa a un padre, un fratello, un marito. Non è questione di velo o di burkini. Una donna può vestirsi come vuole. La cosa fondamentale è che sia libera di scegliere e di decidere e non che questa decisione venga imposta dagli altri”.

Tra le categorie premiate anche le città di Medolla, Imperia e Bergamo, comuni “virtuosi” che hanno messo in atto politiche a favore e in difesa delle donne, e le scuole  che hanno partecipato in maniera massiccia al premio inviando i loro lavori. Il Liceo Calvi di Padova, l’istituto comprensivo Elisa Springher di Lecce e la scuola elementare di Bologna R.Sanzio, tra i finalisti: tutti troppo bravi per premiarne uno solo…e tutti premiati.

Cecilia Sanmarco

Doctor’s Life, canale tv dei medici stranieri in Italia

FOAD e MARRA

FOAD e MARRA

“Il 70% dei medici d’ origine straniera torna nel suo Paese dopo la laurea in Italia, ma conserva il legame con l’Italia anche attraverso l’aggiornamento professionale di ‘Doctor’s Life’. Grazie al gruppo Adnkronos, per aver riportato la nostra voce con grande professionalità dal 2000: trasmettendo in tempo reale notizie, ricerche e dati statistici dai nostri Paesi d’ origine su immigrazione, sanità e cooperazione internazionale”. È il benvenuto di Foad Aodi, medico fisiatra, fondatore e Presidente dell’Associazione dei Medici di Origine Straniera in Italia (AMSI), membro della Commissione “Salute Globale” della Federazione Nazionale Ordini dei Medici, Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), e consigliere della Fondazione dell’Ordine dei Medici di Roma, al nuovo palinsesto di “Doctor’s Life”. Il primo canale per formare e informare i medici italiani e stranieri, edito da Adnkronos Salute, in onda sul canale 440 della piattaforma SKY.

Il lancio ufficiale è avvenuto a Roma presso il Palazzo dell’Informazione in Piazza Mastai, per la ricorrenza del V compleanno di Doctor’s Life. Il canale trasmetterà a partire da settembre talk show, interviste e mini-documentari su argomenti innovativi di carattere scientifico; ed erogherà corsi ECM. Dopo aver esteso i suoi ringraziamenti al promotore dell’evento, il proprietario e direttore dell’ ADNKRONOS Giuseppe Pasquale Marra, Aodi ha riportato, alla presenza di esperti di sanità, ricerca e informazione, le statistiche dell’ AMSI, avanzando inoltre le sue proposte: “In Italia 17 mila medici, 37 mila e 200 infermieri, 4000 fisioterapisti, 3.500 farmacisti e 270 psicologi sono di origine straniera, provenienti da tutti i continenti. In circa 16 anni – ha proseguito – abbiamo organizzato più di 440 corsi e convegni di aggiornamento professionale, internazionale e interdisciplinare. Chiediamo di dedicare il 30% dei corsi erogati da Doctor’s Life a immigrazione e sanità: per arricchire il bagaglio formativo dei professionisti della sanità italiani e di origine straniera, con un aggiornamento continuo sulle patologie emergenti e con una sezione sulle patologie che piu’ frequentemente si riscontrano tra gli immigrati nei loro viaggi. Ci avvaliamo, per questo, dell’esperienza degli ambulatori AMSI per stranieri, maturata dal 2001, e della nostra rete di oltre 400 Associazioni e Comunità italiane e d’ origine straniera, che aderiscono appunto all’ AMSI e al movimento per il dialogo interculturale ed interreligioso “Uniti per unire”. Va promossa la ricerca scientifica sullo stile di vita, l’alimentazione e le sindromi ansiose e depressive degli immigrati e dei rifugiati. E vanno combattute le cure “fai da te”, e soprattutto le pratiche illegali, come la mutilazione dei genitali femminili ( purtroppo ancora frequente tra gli immigrati, e in vari gruppi di stranieri in Italia, N.d.R.) ; va invece autorizzata, ma solo nelle strutture pubbliche, o comunque in grado d’offrire piena igiene e sicurezza, la pratica della circoncisione”.

È seguìta la proposta dell’europarlamentare Lara Comi, per la costituzione di un tavolo di lavoro concentrato sulla ricerca scientifica, attraverso il quale il nostro Paese possa fruire dei fondi europei per la ricerca, alla stregua degli altri Paesi UE. L’europarlamentare ha invitato l’AMSI alla collaborazione, per vigilare sulla circolazione dei medici in Europa e sul riconoscimento dei loro titoli di studio e professionali conseguiti all’estero, per ottimizzarli.
“L’AMSI accoglie con entusiasmo quest’ invito, mettendo a disposizione tutta la sua esperienza in materia di riconoscimento dei titoli di studio”, risponde Aodi. “Occorre vigilare sulla circolazione in Europa di medici e altri operatori sanitari. I titoli di studio rilasciati dalle Università devono seguire degli standard di qualità ed essere riconosciuti in maniera uniforme. Molti errori sono stati compiuti in passato, creando illusioni sui posti di lavoro: vedi la strategia attuata dal cancelliere tedesco Angela Merkel, che ha proposto di facilitare l’accesso ai soli rifugiati siriani qualificati in Germania, provocando così la fuga dei professionisti della sanità siriani dall’Italia e dagli altri Paesi appunto verso la Germania”.

Fabrizio Federici

Anche gli asini sanno scattare una foto,
ma qualcuno fa poesia

Master of Photography, il primo talent show firmato Sky Arte HD dedicato alla fotografia. Dimmi cosa vedi e ti dirò chi sei.


Se è vero che la bellezza è negli occhi di chi guarda, in una foto c’è molto di più. La bellezza, senza dubbio, insieme a tutto ciò che ci piace e che non ci piace vedere. Oliviero Toscani in occasione della presentazione di Master of Photography, il primo talent show dedicato alla fotografia firmato Sky Arte HD, afferma che non esiste una foto scioccante in sé. “Oggi, continua il neo giudice del programma, tutti fanno foto, anche gli asini sanno fotografare”. A fare la differenza quindi, non è tanto l’indubbia padronanza della tecnica dello scatto, quanto piuttosto la consapevolezza della responsabilità di un lascito. “Siamo i testimoni del nostro tempo, la fotografia non è un fatto estetico ma sociopolitico. Scegliere un dettaglio significa scegliere di spiegare una problematica. La fotografia è la nuova scrittura”.

La giuria, Rut Blees Luxemburg, Simon Frederick e Oliviero Toscani con Isabella Rossellini

La giuria – Rut Blees Luxemburg, Simon Frederick e Oliviero Toscani con Isabella Rossellini

Con 12 concorrenti di differenti nazionalità, 3 giudici d’eccellenza (Rut Blees Luxemburg, Simon Frederick e Oliviero Toscani) e una conduttrice (Isabella Rossellini) apprezzata in tutto il mondo, Master of Photography regala al pubblico 8 puntate girate in tutta Europa. Si parte il 21 luglio, al vincitore spetteranno 150.000 euro e il titolo di primo Master of Photography d’Europa. In ogni puntata sarà ospite un fotografo di fama mondiale, Alex Webb, Bruce Gilden, Elina Brotherus, Jason Bell, Lois Greenfield, Franco Fontana, Jonny Briggs, David Lachapelle. Nella puntata dedicata al ritratto d’attore protagonista è Michael Madsen, un gioiello dei film di Tarantino. L’attore, durante la presentazione del talent show, ha raccontato la sua passione per la fotografia. Come è nata la copertina del suo libro-raccolta, con un uomo steso su una panchina, e di come la fotografia riesca a fissare un momento rendendolo immodificabile. “Io, racconta l’attore, mi sento a disagio di fronte alla macchina fotografica”. Un punto di vista nuovo per chi è abituato a vederlo recitare, non resta che scoprire come i concorrenti del programma abbiano catturato tanto talento. “Sono gli altri che riconoscono se hai talento”, dice Simon Frederick.

Macchina alla mano si parte alla volta di Roma – La grande bellezza, sei ore di tempo per raccontare ciò che rappresenta al meglio la relazione tra l’arte e la città di Roma. A seguire Berlino – Nightlife, uno spaccato di vita notturna. E non poteva mancare una sessione dedicata al nudo e il già citato Scatto d’attore. Londra – Backstage racconterà l’atmosfera che si respira dietro le quinte dei teatri londinesi; Natura e paesaggio le infinite meraviglie di Madre Natura e Casa dolce casa l’intimità domestica dei concorrenti. Chiude il click tour Viaggio in Europa, con le sue genti, il suo passato e il suo delicato futuro.

In un’epoca caratterizzata dalla velocità stride piacevolmente la pausa presa a fissare uno scatto. La fotografia ha il grande dono della riflessione e dell’autoesplorazione, “aprite le vostre carte d’identità e guardate quella foto” continua Oliviero Toscani. Il resto viene da sé. Se la fotografia è la nuova scrittura, il futuro è pieno anche di tomi popolati di selfie. Il pregio di Master of Photogrtaphy? Ricordare che la fotografia è poesia.

Valentina Correr


Master of photography
dal 21 luglio, per 8 giovedì, alle 21.10 su Sky Arte HD

SKY_MOP_ Group Photo

I concorrenti: Dragica Carlin (Croazia), Rupert Frere (Gran Bretagna), Neal Gruer (Gran Bretagna), Marta Lallana Garcia (Spagna), Gabriele Micalizzi (Italia), Lanka Perren (Francia), Yan Revazov (Russia), Sebastian Siebel (Germania), Gina Soden (Gran Bretagna), Chiara Stampacchia (Italia), Hongwei Tang (Austria), Laura Zalenga (Germania).

Calcio & finanza
tanti affari, poco sport

Blatter_JosephI fondi di investimento hanno trovato nel mondo del calcio uno dei comparti dai rendimenti più redditizi; i loro gestori, al fine di aumentare la rimunerazione delle risorse impiegate, hanno messo a punto “modelli di ingegneria finanziaria”, considerati adatti allo scopo. All’inizio degli anni Duemila, i fondi di investimento sono comparsi nel mondo del calcio sudamericano, per poi approdare, invertendo il percorso delle caravelle di Colombo, nel Vecchio Continente, sulle coste della Spagna e del Portogallo, vincendo il soffio degli alisei verso Occidente, con il miraggio dei facili profitti da realizzare mediante lo sfruttamento della passione degli sportivi per il “gioco più bello del mondo”.

Com’è accaduto che, andando di pari passo con l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione, il mondo del calcio finisse per essere plasmato secondo la logica dell’neoliberismo finanziario? Per capirlo, Marco Bellinazzo, autore di “Goal economy. Come la finanza globale ha trasformato il calcio”, suggerisce di osservare l’evoluzione del mondo del calcio in una prospettiva storica, identificando tre fasi, per analogia a quelle proprie dell’evoluzione della rivoluzione industriale. Il periodo che va dalla fine degli anni Ottanta a quella degli anni Novanta è quello della “Prima Rivoluzione Industriale del calcio”, caratterizzata dalla comparsa delle “pay-tv”, che ha indotto i club e le Leghe “ad evolversi in aziende capaci di dilatare i profitti, […] dando luogo a investimenti in infrastrutture, governance e attività commerciali e creando tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, le condizioni per l’avvento della Seconda Rivoluzione Industriale” del calcio; caratterizzata, questa, da un salto di qualità di cui hanno “approfittato principalmente la Premier League inglese, la Bundesliga tedesca e le due ‘regine’ di Spagna, Real Madrid e Barcellona”. La fase attuale è infine quella della “Terza Rivoluzione Industriale”, nella quale si trova “immerso” il mondo del calcio, caratterizzata da una esasperata finanziarizzazione e dalla conquista di nuovi mercati, cioè dalla colonizzazione calcistica di quasi tutti i Paesi del mondo.

Con la comparsa dei fondi di investimento, la terza fase ha anche segnato l’esaurirsi della propensione dei club a farsi quotare in borsa; mentre la diffusione planetaria del gioco, motivata dagli alti profitti che i gestori dei fondi possono conseguire attraverso la compravendita di calciatori e di squadre, è sorretta dalle strategie suggerite dal “The International Centre for Sports Studies” che, creato nel 1995 presso l’Università di Neuchatel, in joint venture con la FIFA, ha costruito modelli matematici per la certificazione del valore dei calciatori, agevolando la loro quotazione. L’Italia, osserva Bellinazzo, che era stata uno dei protagonisti della “Prima Rivoluzione Industriale”, è rimasta ai margini della successiva evoluzione del mondo del calcio, con conseguenti ricadute negative sul piano sportivo e su quello economico; infatti, oggi, dal punto di vista calcistico, l’Italia è postergata rispetto a Spagna, Inghilterra e Germania, avendo perso il diritto di essere rappresentata da quattro squadre nella Champions League; mentre, dal punto di vista economico, essa è per lo più disertata dai fondo di investimento, anche a causa della litigiosità interna degli organi di governo del gioco. Solo di recente, i fondi hanno trovato conveniente interessarsi dell’Italia, secondo procedure svolte non sempre alla luce del sole, come stanno a dimostrare le cessioni totali o parziali di Inter e Milan.

Il processo di finanziarizzazione del calcio ha stravolto completamente il modo tradizionale in cui funzionava il “mercato dei calciatori”; non molto tempo addietro, i principali artefici delle compravendite calcistiche erano i procuratori, ora sono le Super-Agenzie, quali, solo per ricordarne alcune tra le più importanti, la brasiliana Europe Sports Group, le tedesche Mondial Sport Management, Stellar Football Ltd, Sports Total, la britannica Europe Sports Group, la spagnola Bahia International, l’olandese Sports Entertainment Group e così via; rari sono ormai i procuratori sopravvissuti che agiscono a titolo individuale, come Mino Raiola, operante per lo più in Olanda e noto in Italia anche per aver riportato Mario Balotelli, nel corso dell’estate di quest’anno, dal Liverpool a Milan.

Tra i fondi che stanno finanziarizzando il settore del calcio c’è il Royal Football Lmt di Dubai, il britannico Media Sports Investments, il maltese Doyen Sport Investment, il cui massimo rappresentante è Nelio Lucas, che farebbe parte della cordata organizzata dal broker thailandese Bee Taechuabol per l’acquisto di una parte del Milan, e il fondo sovrano qatariota “Qatar Investment Authotity”, gestito dall’emiro in pectore del Qatar, Tamin bin Hamad al Thani, che, attraverso il Qatar Sport Investment, si muove con sicurezza nel mondo del calcio in Francia ed in Spagna; l’emiro in pectore è sospettato d’essere il “deus ex machina” degli intrighi che hanno portato la FIFA nel 2010 ad assegnare lo svolgimento del campionato del mondo di calcio del 2022 al Qatar, provocando polemiche ed accuse di “dazioni di danaro, regalie e tangenti elargite per orientare il voto”.

Le accuse hanno provocato un’azione giudiziaria contro i vertici della FIFA: nel maggio 2015, l’FBI statunitense ha spiccato un mandato di arresto contro numerosi dirigenti della Federazione calcistica internazionale (FIFA), riuniti a Zurigo per la rielezione alla presidenza della Federazione di Joseph Blatter, con l’accusa di associazione a delinquere e corruzione. Tuttavia, nonostante il clamore, Blatter è stato rieletto per la quinta volta consecutiva, annunciando successivamente le sue dimissioni, dopo essere stato ininterrottamente presedente della FIFA per diciassette anni. Il suo successore dovrebbe riformare un sistema che sinora ha governato con poca trasparenza una Federazione che include 209 federazioni nazionali, in presenza però di un conflitto sempre più profondo che vede all’opposizione le federazioni emergenti di Russia, USA, Cina, India, Qatar ed altre ancora.

Cosa potrà diventare il mondo del calcio con la sua finanziarizzazione, si può desumere da quanto Blatter ha dichiarato, in occasione del 64° Congresso della FIFA, al cospetto dei delegati delle federazioni nazionali, alla vigilia delle elezioni presidenziali del maggio scorso: “Dovremmo essere orgogliosi dell’impatto e dell’importanza che il nostro sport ha nella mappa geografica mondiale. Ecco, perché il calcio non è solo un gioco. Il calcio è più di un business, perché è più di un gioco. E’ un business multimiliardario, crea opportunità, ma crea anche controversie e difficoltà. Il calcio non è politica, ma forse possiamo contribuire a risolvere problemi che i politici non riescono ad affrontare in maniera rapida”. Certo, dopo il clamore sollevato dal mandato d’arresto di Zurigo del maggio scorso, la FIFA sarà chiamata a governare il mondo del calcio in modo più trasparente e ad adottare nuovi regolamenti, soprattutto “per impedire che catene di partecipazioni e intrecci azionari, alta finanza spicciola, fondi in cerca di allocazioni sempre più redditizie e club da spolpare continuino ad affastellarsi nei gangli del sistema incancrenendolo progressivamente” a danno dei consumatori dei servizi calcistici, ovvero dei tifosi.

Un maggior impegno della FIFA per un governo trasparente del mondo del calcio è tanto più necessario, per evitare che in Paesi come l’Italia, dove il pallone è simbolo dello sport più popolare e diffuso, sia oggetto delle mire di finanzieri-d’assalto antichi e moderni. È recente la notizia che la società di mediazione di proprietà cinese ‘In front’, fondata da Philippe Blatter (nipote di Joseph), la cui filiale italiana, per le modalità con cui ha gestito il patto col quale sono stati divisi tra il gruppo Sky e Mediaset i diritti televisivi per la trasmissione delle partite delle serie A e B italiane e quelle della Champion league e di Europa League, è oggetto di indagine anti-trust. Inoltre, è di questi giorni la notizia che due squadre blasonate italiane, Genoa e Sampdoria, avranno nuovi proprietari; guarda caso, titolari di risorse accumulate nel mondo del petrolio e in cerca di nuove forme d’investimento: l’azionista di maggioranza del Genoa sarà Giovanni Calabrò che, dopo aver fatto fortuna in Russia e stretto amicizia con Putin, sostituirà l’indebitato Enrico Preziosi; mentre Gabriele Volpi, dopo aver fatto fortuna in Nigeria, sostituirà Massimo Ferrero, per il quale la presidenza della Sampdoria risulta al di là delle sue possibilità.

Come reagire contro l’invadenza della finanza d’assalto nel mondo del calcio e contro i maneggi dei proprietari delle società ai danni dei tifosi, offuscando il prestigio e l’immagine del “gioco più bello del mondo? Non c’è che una via: occorre una riforma organizzativa che “consenta ai tifosi, attraverso trust, associazioni, o altre formule, una maggiore partecipazione alla vita societaria, che riconosca loro più poteri decisionali e di controllo sul management a fronte del pagamento di quote associative”; è questa la via imboccata da tre club europei prestigiosi: Real Madrid, Barcellona e Bayern Monaco si sono dotati di una “struttura aperta”. Si tratta di una riorganizzazione che nel Regno Unito è stata persino accolta dal manifesto del partito laburista presentato per le elezioni politiche del maggio 2015; nel manifesto si proponeva una modifica della governance del calcio inglese, incentrata sull’istituzione di “supporter trust”, ai quali riconoscere il diritto di ottenere informazioni riguardo al giro d’affari dei club, di nominare almeno due membri nei consigli di amministrazione e di acquisire fino al 10% delle quote azionarie qualora i club cambiassero di proprietà. Ma la riorganizzazione del mondo del calcio dovrebbe soprattutto prevedere l’estensione dell’azionariato diffuso anche per l’acquisto dei calciatori.

Sarà una pia illusione sperare che il controllo dei supporter trust e l’azionariato diffuso possano concorrere ad estraniare il neoliberismo finanziario dal mondo del calcio e dai comportamenti di chi pensa che, nascondendosi dietro la logica della contrattazione privata, si possa continuare a danneggiare impunemente i tifosi-consumatori; c’è solo da sperare che questi ultimi percepiscano quanto prima l’urgenza di un loro maggiore impegno, non solo negli stadi, per supportare la “squadra del cuore”, ma anche all’interno della società, premendo perché siano adottati, a livello politico, i necessari provvedimenti, al fine di porre un freno agli effetti negativi che la logica perversa dei fondi di investimento sta provocando ai danni del mondo del calcio, con implicazioni altrettanto negative per l’intero sistema sociale.

Gianfranco Sabattini

È arrivato Netflix. Aumenta la concorrenza tv

Netflix Italia

Cos’è Netflix? Netflix è un servizio di streaming di film e serie TV, molte delle quali originali, il più grande degli Stati Uniti. Dopo anni, finalmente Netflix è disponibile anche in Italia. E’ sufficiente accedere al sito e iniziare il mese gratuito per provare il servizio, mentre i successivi mesi saranno a pagamento, con una tariffa che ricorda tanto quella di Spotify, il servizio di streaming musicale più conosciuto ed utilizzato. La tariffa base, che prevede contenuti disponibili in qualità standard e utilizzabili da un solo dispositivo alla volta, costa 7,99 euro, quella standard – nonché la più funzionale, con contenuti in FullHD e utilizzabile da due dispositivi – costa 9,99 euro, e infine la tariffa Premium, con una qualità implementata maggiormente e la possibilità di utilizzare quattro dispositivi, costa 11,99 euro.

Un progetto interessante, che probabilmente andrà a far concorrenza alle Pay TV come Sky e Mediaset Premium. La particolarità che tanto fa amare i servizi streaming come Netflix non risiede tanto nei contenuti quanto nella modalità, ossia la possibilità di vedere ciò che si vuole quando si vuole. Niente che i siti di streaming non abbiano già fatto da anni in realtà. Ma sicuramente avere a disposizione un vero e proprio servizio, che garantisce uno streaming non pixelloso, per esempio, aiuta il cliente a farsi sentire coccolato.

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La serie TV originale Netflix “Marco Polo” con Lorenzo Richelmy e Pierfrancesco Favino

C’è da dire che il pubblico a cui Netflix punta è per lo più giovane, almeno a giudicare dai contenuti (serie TV come “Orange Is The New Black”, “Una Mamma per Amica”, “Daredevil” e la serie TV originale Netflix “Marco Polo” con Lorenzo Richelmy e Pierfrancesco Favino), un pubblico che dunque con ogni probabilità è abituato a scaricare film e serie TV da servizi di dowload come Torrent ed è, come abbiamo già detto, avezzo ai siti di streaming.

Per loro Netflix non costituisce affatto questa grande “rivoluzione” di cui si sta tanto parlando, senza contare che in Italia la maggior parte delle persone non ha a disposizione connessioni ADSL idonee ad assicurarsi uno streaming fluido e senza interruzioni. Ottimo prodotto, dunque, per i più pigri e per coloro che hanno la fortuna di disporre di una connessione veloce. Tutti gli altri possono armarsi di biscotti e succhi di frutta e continuare a guardare le loro serie TV sui siti di streaming o dopo averle scaricate. Esattamente come dieci anni fa.

Giulia Quaranta

Riforme. La Rai rischia un ritorno al passato

Rai-RiformeCalo della pubblicità, degli ascolti, della credibilità dell’informazione. Tanti difetti. Tuttavia la Rai regge bene alle sfide della concorrenza, della crisi economica, del rinnovamento tecnologico. Le televisioni del servizio pubblico, nonostante tutto, hanno ancora l’egemonia degli ascolti: nel 2014 hanno ottenuto il 37,5% di share. Un risultato da far invidia agli altri servizi pubblici europei; quello tedesco si è perfino messo a studiare il “mistero” del successo e ha concluso: la ragione è nel pluralismo delle tre reti tv generaliste: Rai1, Rai2, Rai3 centrate su Tg1, Tg2, Tg3 e, da qualche anno, anche da Rainews24. Questa larga differenziazione di reti, è l’analisi, riesce a raccogliere il pubblico di diverso orientamento culturale e politico. Adesso tutto potrebbe cambiare.

Matteo Renzi ha presentato un disegno di legge di riforma della Rai: la parola chiave è “amministratore delegato” e «se – ha avvertito – non porta risultati viene cacciato via, ma deve poter decidere come fanno tutti i manager». Il progetto del governo da aprile è all’esame del Senato e, finora, è rimasto al palo. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd in questi mesi è stato impegnato su ben altri infuocati fronti: riforma del mercato del lavoro, del bicameralismo perfetto, della scuola, elezioni amministrative del 31 maggio, gli arresti di Mafia Capitale che hanno coinvolto anche il Pd. Ha affrontato avversari esterni, le opposizioni, ed interni, le minoranze di sinistra del Pd. Così la riforma della Rai è passata in secondo piano e difficilmente potrà diventare legge entro luglio, secondo i piani. Renzi tuttavia ha già previsto questa eventualità: «Faremo le nomine con la Gasparri se non ci sarà la riforma della Rai a luglio».

Già, in realtà, cambierebbe poco per la Rai. Un deputato della maggioranza spiega nel Transatlantico della Camera mentre nell’aula sono in corso delle votazioni: «Per Renzi non cambia niente. Se non passa la riforma, rinnova il consiglio di amministrazione con la Gasparri, la legge sulle tv di Berlusconi. La riforma assegna la nomina dell’amministratore delegato al governo e la Gasparri attribuisce la scelta del direttore generale sempre all’esecutivo». Non solo. Il nuovo consiglio di amministrazione del servizio pubblico radio televisivo potrebbe, secondo una scuola di pensiero, decidere di sostituire la figura del direttore generale con quella dell’amministratore delegato. Tutte e due le nomine competono al governo, ma la seconda ha un potere decisionale molto più forte ed indipendente dal consiglio di amministrazione espressione del Parlamento e, quindi dei vari schieramenti politici e dei diversi partiti.

Perché, allora, la riforma? Al presidente del Consiglio serve di apporre “il timbro del cambiamento renziano” anche sul capitolo dell’azienda pubblica radio televisiva. È una mossa, insieme, di immagine e di ampliamento dei poteri dell’esecutivo. Le accuse sono fioccate e il giovane “rottamatore fiorentino ha smentito la volontà di “mettere le mani” sulla Rai. Tuttavia l’assicurazione è stata poco convincente. Non a caso ha insistito sulla necessità «di affidare a un amministratore delegato la responsabilità di guidare l’azienda senza mediare continuamente con il consiglio di amministrazione sulle scelte operative». Il manager del governo alla guida del servizio pubblico deve avere dunque «le mani libere» dal Parlamento e dai vari schieramenti politici e partitici.

Non sarebbe, del resto, un fatto inedito. La Rai, fino alla riforma del 1976, fu strettamente controllata dal governo; più esattamente, dalla Democrazia cristiana; più specificatamente, dalla Dc di rito fanfaniano. Poi, 40 anni fa, finì “il latifondo democristiano”: fu il Parlamento e non più l’esecutivo il “supervisore” della Rai. S’impose il pluralismo culturale e politico con la comparsa di reti e tg non solo d’impostazione scudocrociata, ma anche d’ispirazione socialista, comunista e laica. Nella Prima come nella Seconda Repubblica ci fu e c’è stata, in alcuni casi, anche una degenerazione nella famigerata “lottizzazione”, tuttavia nel servizio pubblico è cresciuta la libertà e la democrazia culturale e politica. Nacque anche la capacità di reggere alla concorrenza nel libero mercato delle televisioni commerciali.

Dal 1976 ad oggi la Rai non ha più avuto il monopolio della programmazione radio-televisiva ed informativa e ha dovuto confrontarsi con il mercato. Finora è stata una sfida vinta. “Mamma Rai” è riuscita a combattere prima contro le tv Mediaset di Silvio Berlusconi e poi con le altre scese in campo, fino ai più recenti arrivi di Sky e di La7.

La Rai è una delle ultime grandi aziende italiane, ha segnato la storia del Belpaese, contribuendo a rinsaldare l’unità nazionale, diffondendo la stessa lingua italiana in una popolazione un tempo scarsamente alfabetizzata. La “galassia” Rai è una realtà culturale, industriale ed informativa imponente: 15 reti tv tra generaliste e tematiche, 11 canali radio, 19 portali web, centrati da un anno su Rainews.it, la scommessa per l’informazione on line. E ancora: quasi tre miliardi di euro di entrate l’anno (oltre 1,7 dal canone e il resto dalla pubblicità), circa 12 mila dipendenti (1.600 giornalisti), oltre 10 mila collaboratori, 9 centri di produzione (a Roma, Milano, Torino, Napoli), 21 sedi regionali. “Tagli” e risparmi degli ultimi anni hanno cancellato il deficit e riportato i conti a posto: l’utile netto nel 2014 è stato di 57,9 milioni di euro, grazie anche alla vendita del 35% di Rai Way (la società delle torri di trasmissione). L’evasione del canone è enorme: circa il 30%, la più alta in Europa.

Il governo ha indicato per “la nuova Rai” l’obiettivo di “informare, educare, divertire”. Intanto ha chiesto e ottenuto l’anno scorso dall’azienda pubblica 150 milioni di euro come “contributo” per risanare le finanze del Paese. Luigi Gubitosi, il direttore generale giunto a fine mandato, ha tagliato costi ed organico, ed ha proposto una riorganizzazione dell’informazione televisiva abolendo i vari tg e unificando tutto in “due Newsroom” con risparmi stimati di 80-100 milioni di euro.

Più che una riforma c’è chi teme un ridimensionamento di programmi e d’informazione con un taglio pesante del personale, per aprire la strada alla vendita-svendita di una rete televisiva ai concorrenti privati. L’esperienza dell’unificazione di Gr1, Gr2, Gr3 in un solo Gr Rai, avvenuta nei primi anni Novanta, non ha portato bene. Gli ascolti sono caduti a picco. Radio private come Rtl e Rds hanno surclassato i canali radio dell’azienda pubblica. Un vecchio spot per invitare a pagare il canone diceva: “Rai, di tutto di più”. Ora sembra una corsa verso “di tutto, di meno”.

Tommaso Del Grillo

Skype, traduzioni
in tempo reale

Skype Translator PreviewMicrosoft stupisce ancora i suoi utenti. Si realizza un sogno che pareva impossibile: tradurre in tempo reale le conversazioni tra lingue differenti. Il traduttore universale era un dispositivo immaginario presenti in numerose storie di fantascienza. L’esempio più lampante è quello della fortunata e amata serie televisiva Star Trek. Nel 2015 questo miracolo della tecnologia sarà disponibile.

L’azienda Redmond ha recentemente sponsorizzato in anteprima assoluta il programma “Skype Translator Preview”. Questo rivoluzionario progetto richiede l’uso di Windows 8.1, uno degli ultimi sistemi operativi di casa Microsoft, ed è capace di tradurre istantaneamente dall’inglese allo spagnolo e viceversa dei dialoghi vocali. Skype Translator Preview supporta inoltre 40 lingue se la conversazione è effettuata tramite chat testuale, utile quindi agli utilizzatori di social network.

L’aspetto più significativo di questo programma è il suo “apprendimento automatico”, cioè se questo tipo di tecnologia viene utilizzata diventa più intelligente, memorizzando schemi grammaticali, lessicali e semantici di una data lingua.L’annuncio di Microsoft è stato accompagnato da un video in cui Skype Translator Preview viene messo alla prova da due gruppi di studenti, uno residente in Messico e uno residente negli Stati Uniti. I due gruppi hanno posto reciprocamente delle domande nella propria lingua nativa e il software ha tradotto istantaneamente, eliminando perciò ogni ostacolo nella comunicazione.

Per utilizzare Skype Translator Preview in anteprima occorre però registrarsi sull’apposito sito. Microsoft non ha ancora indicato una data di commercializzazione definitiva del prodotto, probabilmente per dare tempo agli ingegneri informatici di migliorare ulteriormente il servizio. Questa straordinaria rivoluzione tecnologica fa però nascere una domanda: che futuro avranno gli interpreti e i traduttori?

Manuele Franzoso