Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Torneo di Miami 2018: vittoria di talenti ormai ‘cresciuti’

vincitori-miami-2018-696x338Come ogni anno, dopo il torneo di Indian Wells segue l’importante Master 1000 di Miami. E quest’anno l’America incorona due suoi campioni sempre più emergenti. Davvero “cresciuti” per dirla con il termine usato dal vincitore della sezione Atp: John Isner, quasi 33 anni, vero battitore di aces da record, tanto da chiudere il match (al terzo set) sul game decisivo (con un break di vantaggio strappato all’avversario) con un ace centrale, che faceva seguito ad altri due (sempre nello stesso game) oltre a un dritto vincente eccezionale. Un sogno per lui vincere in casa, in terra americana, il suo primo Master 1000 in carriera; su un avversario durissimo e ritrovato come Alexander Zverev. Isner ha vinto eliminando sia Cilic che niente di meno che Juan Martin Del Potro, campione uscente del precedente torneo di Indian Wells, in semifinale per 6/1 7/6(2). Evidenti le sue lacrime di commozione per il traguardo raggiunto nel finale, mentre in panchina quelle di amarezza, dispiacere, delusione, sofferenza, rancore, rabbia di Alexander Zverev (che ha rotto malamente una racchetta proprio dopo aver concesso il break fondamentale che ha portato Isner a servire per il match sul 5-4). Ma simpatica la dedica che John ha riportato sulla telecamera che lo inquadrava, scrivendo “he is risen”, “lui è cresciuto”: a chi si rivolgeva, a se stesso o all’avversario? Non c’è che dire che il livello di tennis di entrambi è stato altissimo e i successi collezionati dai due sempre più continui; due tennisti solidi e campioni di tecnica. Del resto ormai questa è l’ennesima dimostrazione anche da parte del tedesco di essere entrato a pieno regime nella top ten dei “grandi”, in grado di competere con i primi cinque più forti al mondo (solamente dopo Nadal, Federer e Cilic), seguito a poca distanza da Dimitrov. Ha surclassato ormai i giovani coetanei o vicini di età; come Coric e Pablo Carreno Busta, che ha sconfitto rispettivamente nei quarti (con un doppio 6/4, e lo stesso punteggio ha rifilato a Kyrgios negli ottavi; l’australiano aveva eliminato il nostro Fabio Fognini con un doppio 6/3 ai sedicesimi) e in semifinale (per 7/6 6/2). Oltre a questi, nei sedicesimi, il tedesco e testa di serie n. 4 del tabellone era venuto a capo di un duro match contro Ferrer, vinto al terzo set (per 2/6 6/2 6/4). Per lui comunque raggiungere di nuovo una finale con ottimi risultati, dopo un momento di appannamento, è sicuramente un segnale positivo.
Ma le gioie per i tifosi americani non sono finite qui, perché nel femminile si impone un’altra statunitense come Sloane Stephens, che torna a conquistare un torneo dopo la vittoria lo scorso settembre agli Us Open (sull’altra connazionale Madison Keys per 673 6/0). Nuova n. 9 al mondo, ha saputo riconfermare l’importante obiettivo raggiunto, dando prova e dimostrazione di un grande autocontrollo, non solo e non tanto per la preferenza per una superficie quale il cemento, quanto per la capacità di giocare davanti al pubblico di casa che si fa sentire eccome. Nel match di Isner più volte ha esultato e lo ha esortato, così come il campione americano lo ha incitato a supportarlo. Lo stesso ha fatto, a sua volta, anche Zverev, replicando persino gli stessi punti. Nel femminile non era facile mantenere la concentrazione contro un’avversaria come la Ostapenko, vogliosa anche lei di far vedere che l’exploit al Roland Garros non era solo una parentesi. Ma la Stephens ha dimostrato più intelligenza tattica. Inoltre, curiosità, sugli spalti ad assistere c’erano due Miss Florida; una bianca con i capelli ricci lunghi e biondi, l’altra di colore e mora: esattamente come Ostapenko e Stephens. Così come il torneo di Miami ha visto trionfare un tennista bianco e una tennista di colore. Sloane, tra l’altro, sembra destinata a voler rincorrere l’esempio tracciato all’epoca dalle sorelle Williams: e per gli Usa lei potrebbe essere a pieno regime un’atleta da Federation Cup. Per quanto riguarda la replica del duo delle Williams, potrebbe chiedere aiuto a un’altra giovane di colore, seppure nipponica: la giapponese Osaka, che ha fatto faville nonostante la giovane età, tanto da vincere agevolmente il primo turno anche al Wta di Charleston battendo nettamente l’americana Jennifer Brady con un doppio 6/4. Quello che stupisce di lei è la capacità di rimonta nel match, sotto nel punteggio, con un gioco tutto in anticipo sui tempi dell’avversaria, e in accelerata coi fondamentali. Così come ha sovvertito i pronostici di inizio match Sloane Stephens, a partire dalla finale. Stava perdendo dalla Ostapenko, eppure ha rimontato ed è andata a vincere in un duro tie-break nel primo set dominandolo per 7 punti a 5, giocando in maniera esemplare i punti decisivi. Infine ha dilagato ed è stata protagonista assoluta del secondo set, strapazzando per 6/1 la Ostapenko. Molto è dipeso dalla lettone, che ha fatto più colpi vincenti rispetto alla Stephens, ma il doppio degli errori gratuiti; inoltre non ha servito in maniera brillante, mentre Sloane ha avuto buone percentuali sia (soprattutto) di prima che di seconda. Sicuramente ammirevole l’impegno e lo sforzo di Jelena di fare sempre lei il punto, di costruirselo e di cercare di chiuderlo, ma meno buona una presa di rischio così alta, che l’ha portata a perdere il controllo dei colpi. Ma si conosce il suo carattere ostinato, determinata, gioca sempre per il tutto per tutto, al massimo, senza mai risparmiarsi. Lodevole la sua semifinale contro un’altra giovane americana emergente molto interessante (con buoni fondamentali e un gioco aggressivo valido e solido) come Danielle Collins, che ha battuto per 7/6(1) 6/3, Collins che tra l’altro ai quarti aveva eliminato proprio Venus Williams con il punteggio di 6/2 6/3. Sia Ostapenko che Collins hanno dimostrato di essere due tenniste in grado di costruirsi il gioco e dettare lo schema tattico, senza paura di tirare i colpi, anzi prendendosi rischi molto elevati. E proprio la Collins, insieme alla Stephens, potrebbero rappresentare le due nuove miss Florida del tennis. Di Sloane rimarrà impressa sicuramente la semifinale contro un’altra tennista ritrovata che forse meritava di più: la bielorussa Viktoryja Azarenka, reduce da un momento difficile (dopo l’assenza per gravidanza, la contesa del figlio con il compagno, il duro ritorno soprattutto a causa di una condizione fisica non al top in cui è apparsa molto dimagrita). Nella semifinale contro Vika era sotto di un set e la bielorussa, che mostrava un’ottima qualità di tennis, era in vantaggio 2 a 0 anche nel secondo. Poi la rimonta dell’americana sino al 3 a 2 e, da quel momento, ha preso sempre più campo fino ad impartirle un netto 6/2 6/1. Nel terzo set la Azarenka non ce la fa più, lotta tanto, ma non riesce a correre per un problema alla caviglia, o forse per la stanchezza di un match duro in cui ha speso tanto; ha tentato in tutti i modi di essere aggressiva, ma forse il forte vento le ha giocato contro. Ma la sua vittoria personale, come il suo nome, è scritta nelle sue scarpe: Leo, il nome del figlio, quello per cui lottare e combattere e continuare a giocare. Sempre, per rialzarsi dopo ogni sconfitta bruciante. Tuttavia di questo torneo resterà l’incetta di avversarie ‘nobili’ che ha battuto: la Bellis (per 6/3 6/0), la Keys per ritiro (sul 7/6 2/0 in suo favore), la Sevastova al terzo set in rimonta dopo aver perso il primo, la Radwanska con un doppio 6/2, la Pliskova per 7/5 6/3. Continua il periodo no di Radwanska e Karolina Pliskova.
La finale femminile. Si incomincia con i primi quattro games che sono una serie di break e contro break alternati. Fino al 2-2, dunque, totale equilibrio. Poi sul 4-3 c’è un altro break della Stephens, ma nel momento di andare a servire si fa strappare di nuovo la battuta e non è 5-3; non chiude e si arriverà sino al 5-5, poi di nuovo break di Sloane che, però, fallisce di nuovo l’occasione (forse per l’emozione). Si giunge a un meritato tie-break che, però, la Ostapenko gioca malissimo. La lettone cambia anche racchetta con una tensione di corda diversa, forse per trovare più sensibilità di palla, ma nemmeno questo basta ad impedirle di commettere il doppio degli errori gratuiti non forzati rispetto ai suoi vincenti, rispettivamente 48 a 25. Complice anche la percentuale bassa al servizio. Più aggressiva la Ostapenko cerca il vincente, ma rischia troppo e sbaglia, perdendo il controllo dei colpi; mentre Sloane vince di rimessa, con un gioco più contenitivo, di difesa, in sicurezza o almeno finché non trova fiducia e attacca. Jelena spreca tante energie e corre parecchio, in campo è molto generosa, non si risparmia. Del resto già in precedenza (con la Azarenka stessa) abbiamo visto la Stephens in difficoltà nel primo set e poi recuperare sempre meglio pian paino, fino a ‘sciogliersi’ del tutto. Forse la tensione di giocare in casa e in un torneo importante. Sloane, infatti, dopo il 7/6 del primo set, dilaga nel secondo set e fa doppio break alla Ostapenko: prima sul 2-1 e si porta 3-1 e poi 4-1 con il proprio servizio, e dopo sul 4-1 che la conduce sul 5-1 e a servire per il match; stavolta non fallisce l’occasione e con molto sangue freddo chiude la partita tenendo la battuta a 0.
Del resto altre volte nel tennis femminile abbiamo visto tenniste vincere puntando sull’errore dell’avversaria, o almeno cercando di far sbagliare molto l’altra atleta e tentando di mandarle fuori palla, con un gioco senza rischiare troppo. Era accaduto alla Sharapova contro la Niculescu al Wta di Doha, quando la rumena si è imposta sulla russa al terzo set, in rimonta dopo essere stata sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/4 6/3 mandando in confusione la siberiana e stracciandola con palle corte e smorzate velenosissime. Lo stesso fece la Kasatkina ad Indian Wells contro Venus Williams in semifinale (vinta dalla prima per 4/6 6/4 7/5) : l’americana l’ha persa per un soffio, devastata dalle continue corse laterali e a rete di un’avversaria che respingeva e prendeva tutto, che la costringeva a rischiare e spingere sui colpi per chiudere, non trovando più le righe nel finale per evidente stanchezza e appannamento fisico. La Kasatkina ha aspettato il momento giusto, l’ha lasciata sfogare e l’ha logorata, per poi mordere e attaccare lei per mettere a segno vincenti favolosi. Questo dimostra che occorre saper alternare il gioco difensivo a quello offensivo e non tenere sempre lo stesso ritmo. Questa una cosa che ha migliorato lo stesso Alexander Zverev, ma che deve incrementare per essere ancor più vincente: non giocare solamente in pressione sull’avversario, ma contenere anche a fasi alternate. Questo anche quello che manca un po’ ancora a Denis Shapovalov, che comunque è già a un buon livello, seppure non si ancora esploso del tutto. La capacità di mandare fuori palla l’avversario/a cambiando continuamente ritmo e tipo di colpo, così che vada fuori giri appena prova a spingere i colpi su palle prive di peso, puntando anche sul back e sui tiri lobati o lavorati (specie al servizio). Questo fa perdere sensibilità di palla e regala molti errori gratuiti non forzati appunto.
La finale maschile. Isner vince su Alexander Zverev per 6/7(4) 6/4 6/4. Il tedesco gioca bene il tie break del primo set, poi la partita continua in equilibrio e in parità fino al 4-4 nel secondo set in cui regala il 5/4: Zverev commette un errore di dritto clamoroso. Isner attacca e chiude con un dritto in avanzamento, dopo che il tedesco aveva avuto due colpi del contro break, si procura il vantaggio decisivo: un attacco col dritto straordinario e uno scambio che gli regala il più bel punto del match, passando Zverev a rete col dritto lungolinea, dopo averlo costretto al recupero due volte anche venendo in avanti con palle corte sotto il net, non solo facendolo correre lateralmente tanto; ma Zverev non ci sta e ricambia il punto alla stessa maniera, ma il servizio di Isner è troppo forte e chiude 6/4; così sarà anche nel terzo set quando regala il break sul 4-4 e suo servizio, portando alla battuta Isner sul 5/4 con un errore per cui il tedesco rompe la racchetta molto arrabbiato, che tira al pubblico. Più controllo e maturità dell’americano, ma uno Zverev davvero molto cresciuto.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.

Tennis. Colpo grosso
di Stephens a Charleston

StephensWta di Charleston alla Stephens, Atp di Marrakesh a Del Bonis, Wta di Katowice a Cibulkova

Tennis del Wta di Charleston con molti colpi di scena. A partire dalla sorpresa della vincitrice, Sloane Stephens, quando vede entrare il super premio per lei: una Volvo blu elettrico, del resto il torneo è noto anche come Volvo Car Open. La Stephens ha giocato una finale eccezionale contro la rivelazione del torneo: Elena Vesnina, battuta per 7-6 (4), 6-2, conquistando così il suo quarto titolo in carriera. La russa già si era fatta notare nel torneo di Indian Wells, ma nulla ha potuto contro una più precisa Stephens, che la ha attaccata e la ha anticipata nei tempi, venendo anche a rete. Sicuramente le due giocatrici migliori. La Stephens ha battuto persino la favorita tedesca Angelique Kerber, ritiratasi, sotto 6-1 3-0, per problemi di pressione. Fuori per un infortunio al polso Madison Keys, anche la Vesnina è stata artefice di buone prestazioni, battendo sia Venus Williams che Sara Errani (per 4-6 6-4 6-2 in due ore e diciannove minuti).
L’Italia si arrende proprio a un passo dal successo. La Errani si fa sorprendere dalla russa sullo scambio duro di dritto, vinto sempre dalla russa con accelerate e passanti improvvisi, che fanno avanzare a rete la Vesnina, che ha fatto vedere buone volée. Il segreto per l’azzurra sarebbe stato insistere sul rovescio dell’avversaria con palle anche in back o traiettorie lobate per poi incrociare accelerazioni anche anticipate al volo in avanzamento. Così l’avventura per Sara finisce in semifinale, dopo i primi turni d’esordio vinti facilmente.
Un passo in più a Katowice in Polonia per Camila Giorgi, che però perde malamente la finale dalla Cibulkova (per 6/4 6/0 in 1h17), facendosi imbrigliare sul gioco in pressione a ritmi alti e pressanti, puntando più sulla potenza che sulla precisione. Peccato perché entrambe le italiane erano state artefici di ottime prestazioni in precedenza. Per loro il prossimo appuntamento è con lo spareggio di Federation Cup del 16 e 17 aprile prossimi. Per la Giorgi la soddisfazione di aver vinto una semifinale difficile e di alto livello agonistico e tecnico con la russa Jelena Ostapenko per 6/4 6/3; quest’ultima, giovanissima, l’avevamo già vista contro Roberta Vinci, dimostra una volta in più di essere un talento vero e non una meteora.

Nel maschile, il torneo di Marrakech regala la piacevole sorpresa della scoperta di un giovane talento, già completo e maturo: Federico Delbonis che si impone in un match comunque insidioso contro Borna Coric (con un netto 6/2 6/34): quest’ultimo ricorda un po’ l’austriaco Thiem, nei colori della maglia e fisicamente, ma ancora è più acerbo, meno preciso e meno completo. Una finale tra i due equilibrata, tuttavia, nonostante Delbonis l’abbia sempre dominata e controllata magistralmente con facilità. Sulla terra sono due giovani da tenere d’occhio.

Barbara Conti