Argentina Altobelli, storia di una socialista e sindacalista atipica

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Quello che segue è il racconto della vita di una conferenziera, di una sindacalista, di una donna socialista capo di partito nei primissimi anni del 1900. Nonostante l’esigua storiografia e l’altrettanto modesta raccolta di documenti nelle associazioni a lei dedicate, si snoderà, nelle righe successive, attraverso brevi ma essenziali momenti storici, il suo percorso di donna impegnata a tutto tondo nel sociale.

Argentina Altobelli nacque ad Imola nel 1866 da una famiglia permeata di ideali patriottici e liberali. Grazie al tessuto culturale dei genitori ben presto acquisì l’amore per la libertà che l’avrebbe portata poi a dedicarsi al perseguimento di un grande ideale di riscatto sociale. Dopo la distruzione della babilonica biblioteca di Argentina da parte della tata profondamente cattolica; in quanto la lettura e la cultura in generale erano considerate dalla Signora Annetta potenzialmente deleterie e corruttrici; iniziò a delinearsi quello che sarebbe divenuto il leitmotiv di tutta la sua attività di propagandista successiva: alfabetizzazione, istruzione e miglioramento culturale dei lavoratori come condizione necessaria per la loro emancipazione socio-politica. Aderì giovanissima alla società operaia femminile di Bologna che era diventato il sodalizio più importante della provincia, un’associazione a carattere cumulativo nata sotto il patrocinio della Società operaia.

Dopo gli eventi del 1898; il rincaro del prezzo del grano, sommossa popolare sedata col sangue di tre contadini in rivolta e non ultimo l’ostruzionismo parlamentare della sinistra al governo; si accentuò l’evoluzione in senso socialista della Camera del Lavoro. Una forte svolta, per quanto concerne l’amancipazionismo, fu senza dubbio il sostegno di Argentina al progetto di legge di Anna Kuliscioff (rivoluzionaria, sovversiva e passionale femminista, che si batté tutta la vita per la rivalsa e la libertà del popolo contadino russo) il quale, tra le altre cose, per la prima volta, introdusse il congedo di maternità. In seguito collaboreranno per la prima rivista di donne socialiste su scala nazionale La difesa delle lavoratrici edito nel 1912. Ma la scintilla della storia di Argentina Altobelli, brilla nel 1901 anno in cui aderisce alla nascita della FNLT, Federazione Nazionale Lavoratori della Terra a Bologna.

Dalla fondazione delle società operaie e di mutuo soccorso, al sorgere delle prime leghe di resistenza, alla nascita delle camere del lavoro, al 1906, anno in cui Altobelli venne eletta segretaria generale della Federazione fino al suo scioglimento avvenuto per mano fascista nel 1922. Sempre nel 1906 divenne dirigente del PSI ed aderì alla corrente integralista guidata da Ottino Morgari: essa voleva favorire la ripresa del consolidamento del riformismo a danno del sindacalismo reazionario. Sempre contemporaneamente a questi eventi continuava a collaborare con La Squilla, già organo ufficiale della FNLT. Le lotte e le rivendicazioni incessanti condotte da Argentina Altobelli dal 1889 al 1922 volte al miglioramento delle condizioni di vita per i lavoratori della terra, ad una maggiore attenzione rispetto al ruolo della donna nella società e alla sensibilizzazione del proletariato per i propri diritti, portarono all’ottenimento di grandi traguardi.

Le otto ore lavorative, l’approvazione della legge Carcano del Progetto Kuliscioff, la crescita vertiginosa della partecipazione delle donne nella vita sociale, il riconoscimento di un maggiore rispetto per chi lavora uomo o donna. Tutti aspetti questi che fecero di Argentina l’icona della militanza dell’idea socialista per i diritti dei lavoratori degli umili e degli oppressi. La sua partecipazione spirituale oltre che fisica a tutti i congressi e gli scioperi portò uno stimolo nuovo di coscienza di classe dei lavoratori. Inoltre la linea sindacalista riformista da lei propugnata contribuiva a fare di lei una sindacalista atipica a tutto tondo.

Il fatto stesso di non essersi mai piegata nemmeno di fronte alla proposta di Mussolini nei primi anni Venti del Novecento, di rimanere alla guida del sindacato che avrebbe assunto il nome di fascismo agrario, ribadisce il suo attaccamento alla libertà democratica tra cui quella sindacale e conferma la sua fermezza morale oltre che politica. La riscoperta, seppur tardiva, della figura di Argentina Altobelli ha consentito di apprendere appieno i sacrifici e le lotte dei lavoratori e dei loro rappresentanti. Aveva messo la sua vita al servizio dei lavoratori, aveva, attraverso i sui esperimenti di comunicazione arditi, provocatori e originali, sempre vigilato sui diritti collettivi, lavorando per spostare di un passo la soglia dell’ammissibile, del legittimo, del gusto e del buono. Argentina morirà povera a Roma durante gli avvenimenti della seconda guerra mondiale, nel 1942, e al suo funerale oltre alle centinaia di rose e garofani rossi aderiranno pochi compagni.

Giulia Fiaschi

Guido Mazzali, una vita tra socialismo e stampa

Nacque  a Suzzara  il 22 aprile del 1895 in una famiglia dedita alla  dura fatica dei campi, che non potè permettergli di proseguire gli studi oltre il livello primario. Lavorò prima come garzone in una bottega di fabbro, poi come commesso e nuovamente come garzone in una tipografia, e sempre venne apprezzato per  l’intelligenza che mostrava. A 16 anni cominciò a lavorare presso la Banca Popolare di Suzzara, successivamente passò alla locale Cooperativa di produzione e consumo. L’esperienza quotidiana, le letture e la riflessione gli permisero di acquisire  una  preparazione  sempre più solida, che egli seppe arricchire non poco, fino ad eguagliare e superare tanti che, maggiormente favoriti  dalle  migliori condizioni economiche, erano ricchi di studi regolari.

In  quegli anni cominciò a frequentare la Federazione mantovana del Partito socialista e nel contempo a collaborare alla stampa locale di orientamento socialista, mostrando  preparazione e acume.  Nel 1915 la stima di tanti compagni lo portò a divenire segretario della Federazione giovanile socialista,  su posizioni fortemente pacifiste e internazionaliste. Quando le forze politiche allora prevalenti in Italia  manifestarono la volontà di impegnare il paese nella  grande guerra,  si distinse per  la forte opposizione. Nel 1917  venne  chiamato alle armi. Per le sue posizioni politiche venne allora degradato da ufficiale, vigilato e impedito fino alla cessazione delle ostilità di svolgere ogni attività politica. All’indomani della guerra venne eletto segretario della Federazione  provinciale socialista di Mantova, ma di lì a poco lasciò questo incarico per passare a Capri dove diresse la Camera del Lavoro e il periodico “Falce e Martello”. Quando la violenza dei fascisti cominciò a imperversare nel mantovano, fu costretto a lasciare Carpi e passò a Milano, dove lavorò nella redazione dell’ Avanti”. Per qualche anno visse nel capoluogo lombardo, conciliando il lavoro per l’Avanti! con la collaborazione  ad alcuni periodici  democratici  tra cui era la gobettiana “Rivoluzione liberale”. Alla fede socialista  egli univa una profonda eticità, che ricavava da idealità politiche e religiose diverse, e in particolare dal protestantesimo, che conosceva e studiava da tempo  con passione. Nel 1926  pubblicò “Espiazione socialista – appunti per una storia critica del socialismo italiano”, un lavoro  stampato dalla Società Libraria Lombarda, in cui poneva in evidenza vittorie e sconfitte, successi ed errori del  movimento socialista in Italia, quando esso aveva già alle spalle una lunga storia di vittorie e sconfitte, successi ed errori e soprattutto aveva compiuto le  particolari esperienze del dopoguerra.

Nei successivi anni aderì a un “gruppo d’azione socialista” che guardava con favore alla riunificazione di massimalisti e riformisti, sogno e obiettivo di non pochi, concretatosi poi nel 1930. Per alcuni anni lavorò nel campo della pubblicità  e  si fece apprezzare per le notevoli conoscenze che rivelava nel campo dell’organizzazione sociale del lavoro, fondò la rivista “Linea grafica” e anche una casa editrice. All’inizio della seconda guerra mondiale subì la sorte di tanti antifascisti: venne infatti arrestato e poi internato a Vasto – Istonio, in quel di Chieti, e potè riavere la libertà solo dopo il 25 luglio del ’43. Ripresa l’attività politica, contribuì con Lelio Basso,  Lucio Luzzatto, Corrado Bonfantini alla nascita del Movimento di Unità Proletaria, che  poi, assieme ad altri gruppi, confluì  nel Partito Socialista. Negli anni della Resistenza curò e controllò la stampa clandestina del  partito  nelle regioni del Nord,  e diresse l’ Avanti! clandestino, alla cui redazione lavorava personalmente con grande tenacia e continuo rischio. Dal ’45 entrò nella direzione del Partito,  e diresse l’edizione milanese dell’Avanti!. Chiamato a far parte dell’amministrazione comunale di Milano in qualità di assessore, tenne a lungo l’incarico, e fu anche capogruppo socialista.

Le sue qualità e anche la sua posizione  di autonomista  all’interno del partito  lo portarono alla segreteria della federazioni provinciale e della federazione regionale. Eletto deputato  alla Camera  nel  1948, venne  rieletto nel  1953  e nel 1958 e dal  febbraio del ’59 al marzo del ’60  fece parte del governo in qualità di sottosegretario alla stampa e informazione. Morì a Milano  il 24 dicembre 1960.

Giuseppe Miccichè

Sanchez, i progressisti europei nel Mediterraneo

Pedro Sanchez

“Un Governo socialista, paritario, europeista, garante della stabilità economica, che sia rispettoso dei propri doveri europei”. Questi in sintesi gli obiettivi di Pedro Sanchez che con una manovra parlamentare ha rovesciato l’incerta e fragile maggioranza di Mariano Rajoy e realizza 24 mesi quello che non gli riuscì all’inizio della legislatura.

Nel mezzo la Spagna ha vissuto una stagione turbolenta che ha consentito tuttavia ai popolari di Rajoy di portare il paese gradualmente fuori dal rischio di una grave crisi economica, di padroneggiare con veemenza la frattura territoriale catalana ma non ha saputo però tenere a freno né l’avanzata alla sua destra di una formazione nazionalista ed europeista come Ciudadanos né di affrontare gli scandali che hanno afflitto e colpito il cuore del Partito Popolare.

Pedro Sanchez dopo esser tornato in sella del PSOE dopo esserne stato disarcionato ha atteso il momento propizio per pugnalare Mariano Rajoy di tale gesto Egli stesso se ne è in fondo risentito avendo offerto l’onore delle armi all’avversario politico sconfitto con il quale ha dovuto condividere momenti di responsabilità comune, in occasione degli attentati a Barcellona ma soprattutto in occasione del Commissariamento della Catalogna tramite l’articolo 155 della Costituzione che i  Socialisti hanno sostenuto assieme a Rajoy.

Ma affinché la crisi del PP non trascinasse definitivamente anche i Socialisti che sostenevano il Governo con un voto tecnico di astensione Sanchez ha giocato la carta parlamentare della mozione di sfiducia. Mentre all’epoca Podemos rifiutò di sostenerla assieme ai Socialisti, oggi con un indebolito Pablo Iglesias vittima anch’egli di un’ondata moralizzatrice il sostegno non poteva che apparire naturale.

Si sono aggregate tutte le forze autonomiste della Spagna, i Baschi in testa una volta che hanno ottenuto assicurazione che i vantaggiosi accordi economici pattuiti fossero mantenuti in vita e così i Catalani.

Il cambio di Governo a Madrid obbliga il blocco indipendentista catalano al realismo che per anni è mancato. I Socialisti intendiamoci non hanno nessuna intenzione di fratturare la Spagna ma al tempo stesso hanno interesse a recuperare la convivenza civile in Catalogna , a temperare l’ondata nazionalista reazionaria in tutto il paese e ad avviare la politicizzazione dello scontro territoriale sottraendone la gestione alla sola autorità giudiziaria.

Quest’ultima non ha mancato di farsi sentire proprio nella giornata della decapitazione di Rajoy : infatti i giudici tedeschi hanno dichiarato la disponibilità a concedere l’estradizione del Presidente Catalano Puigdemont che dovrebbe essere restituito alla Spagna e consegnato alle prigioni madrilene.

Naturalmente questo complicherebbe un quadro che è già sufficientemente ingarbugliato, ma la volontà di Pedro Sanchez è quella di poter recuperare il tempo perduto dall’immobilismo politico del PP per generare nell’imminenza delle Elezioni Generali la fiducia che i problemi territoriali possano essere superati.

Sul piano politico generale l’affacciarsi sullo scenario europeo nuovamente di una forza socialdemocratica, ancorché assai indebolita in termini elettorali, promuove l’idea che sia possibile contenere le spinte populiste ed anti-sistema comprendendole in un disegno di responsabilità. Il PSOE non intende formare un Governo di coalizione ma confida nella prospettiva di evoluzione e cambiamento della formazione dei Podemos in senso riformistico.

La simmetria con il caso Italiano è impressionante : mentre a Roma si formava il Governo più anti-sistema e più anti-europeo del Continente a Madrid , proprio sulla scorta del contagio tricolore , si issavano nuovamente le bandiere del progresso e della giustizia sociale, delle libertà civili e democratiche, del pluralismo territoriale dell’europeismo inteso come grande patto fra la produzione ed il lavoro.

Se reggerà questo tentativo lo diranno i fatti, quello che è certo è che siamo di fronte ad un cambio di fase politica che va in controtendenza e che apre una strada ai progressisti europei nel Mediterraneo: Lisbona, Atene ed ora Madrid; E’ l’Europa che ha subito di più il morso della crisi e che però ha scelto di non dare una inutile ed isolante risposta sovranista ma ha rilanciato lo spirito dell’Europa dei Popoli. Bisognerebbe prenderne esempio.

Bobo Craxi

In ricordo di Principato, martire socialista

Lapide_a_Salvatore_Principato«Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini quasi 50 anni fa. Però non è così: a volte gli eroi sono persone mature, sagge e consapevoli, lucidamente consapevoli della posta in gioco. Di quella collettiva e di quella individuale. Così è stato Salvatore Principato, maestro elementare socialista fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto, a Milano, insieme ad altri 14 compagni di lotta tutti più giovani. A compiere il massacro i fascisti del gruppo Oberdan della Legione Ettore Muti della Repubblica di Salò, dopo la condanna da parte del tribunale nazista. Il suo cadavere, come gli altri, venne lasciato esposto per l’intera giornata.

Aveva 52 anni Principato, a quei tempi una età più che matura. Viveva tra Milano e Vimercate da trenta anni, ma era siciliano di Piazza Armerina dove era nato nell’aprile 1892.

Non ancora ventenne era stato coinvolto nella città natale in una rivolta di ispirazione socialista, poi si era trasferito a Milano per conoscere Filippo Turati e da Anna Kuliscioff.

Partito come soldato semplice per la I Guerra mondiale, era stato promosso caporale e aveva avuta assegnata  la medaglia d’argento al valor militare. Durante una delle terribili battaglie sull’Isonzo.

Dopo il 1922 era diventato attivista di «Giustizia e Libertà» con lo pseudonimo di Socrate e era diventato uno stretto collaboratore di Carlo Rosselli. Per questa sua attività era stato arrestato ed era rimasto tre mesi in carcere. Nel 1942 aveva contribuito a fondare il M.U.P., Movimento di Unità Proletaria e poi era diventato uno dei punti di riferimento del P.S.I.U.P., Partito Socialista di Unità Proletaria.

Fece parte della 33ª brigata Matteotti, del comitato antifascista di Porta Venezia e del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola.

L’arresto che portò alla sua fucilazione avvenne nel luglio 1944 a seguito di una delazione relativa soprattutto alla sua attività tipografica clandestina.

Subito dopo la guerra, il 26 maggio 1945, sia il comune di Vimercate dove era vissuto che il comune di Piazza Armerina, gli intitolarono una strada.

La figura di Salvatore Principato sarà ricordata a Piazza Armerina dall’Università popolare del tempo libero ‘I. Nigrelli’. La mostra del 2012 rimarrà esposta alla scuola media Cascino fino al 5 maggio.

Fausto Carmelo Nigrelli

Ugo Guido Mondolfo, l’intelligenza al servizio del socialismo

Per molti anni  il nome di Ugo Guido Mondolfo  evocò “Critica Sociale”, la rivista che Turati aveva saputo collocare su un piano politico-culturale estremamente elevato facendola strumento di  elaborazione e di diffusione del socialismo riformista. Nato a  Sinigallia il 26 giugno del 1875 in una famiglia di ebrei discretamente agiata, Ugo Guido ebbe la possibilità di accedere agli studi superiori, che  seguì con risultati brillanti. Aveva appena diciassette anni quando si iscrisse all’Università di Firenze,  e ventuno quando  si laureò in Lettere. Mentre frequentava i corsi universitari assieme al fratello Rodolfo, futuro grande storico, entrò in contatto con alcuni giovani – Cesare Battisti, Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti –  destinati a lasciare un segno profondo nella storia del nostro paese.

Appena conseguita la laurea volle proseguire gli studi e a Siena frequentò i corsi di Legge sino al conseguimento, nel ‘99, della laurea.  Nel frattempo aveva però aderito al Partito socialista e collaborato ad alcuni fogli socialisti. Aveva inoltre assunto la direzione  de “La Riscossa” ed era divenuto uno dei più noti dirigenti e organizzatori  socialisti nel senese.

Presto si avviò all’insegnamento, prima a Cagliari, poi a Terni. Al tempo stesso iniziò la ricerca storica, con particolare riferimento  al feudalesimo e  al  mondo politico in età medievale. Si impegnò  anche  nella organizzazione degli insegnanti, fino a costituire la Federazione Nazionale Insegnanti Scuola Media, che dal 1907 lo ebbe suo presidente. Passato a Milano, aggiunse  all’insegnamento una intensa attività politica in qualità di propagandista, organizzatore, distinguendosi per le posizioni riformiste. Dal 1914 fu consigliere comunale e assessore nel capoluogo lombardo. Ai primi segni della guerra che allora si annunziava, si schierò in favore della neutralità dell’Italia, rifuggendo però da ogni  estremismo e solo preoccupandosi del destino del paese e del proletariato.  Per questo  venne guardato con scarsa simpatia  dai massimalisti, che nel 1920 lo esclusero  dalla candidatura al Consiglio comunale. Tornò in consiglio due anni dopo in rappresentanza del PSU appena costituito, ma come consigliere di minoranza avendo i fascio-liberal-popolari conquistato il comune, già roccaforte socialista. Attivissimo nella collaborazione a “Critica Sociale”, la rivista quindicinale diretta da Turati, che nel 1920 lo volle suo vice nella direzione, lo fu anche di “Quarto Stato”, la rivista fondata da Carlo Rosselli e Pietro Nenni, nella quale si iniziava la riflessione sulla complessa vicenda del socialismo.  Sciolti i partiti e i sindacati di opposizione e impedita ogni libera attività politica, visse insegnando fino al 1938, anno in cui per le leggi razziali venne allontanato dalla scuola. All’inizio della seconda guerra mondiale venne arrestato e per qualche tempo confinato in provincia di Pesaro. Tornato in libertà, espatriò in Svizzera, e rientrò in Italia solo a guerra finita. Reinseritosi nella vita del Partito socialista, tenendo come sempre  posizioni riformiste, promosse dal settembre del ’45 la ripresa delle pubblicazioni di “Critica Sociale”, che diresse assieme ad Antonio Greppi. Grazie al suo forte impegno, presto la rivista  si affermò, divenendo una delle più importanti espressioni della stampa socialista, vera palestra di idee grazie alla sua collaborazione unita a quella di Antonio Greppi, Antonio Valeri, Giuseppe Faravelli, Nino Mazzoni, Virgilio Dagnino e altri.

Nel 1946 venne eletto consigliere comunale e fece parte della prima amministrazione socialista capeggiata da  Greppi, rimasta  esempio di fattività e di capacità rinnovatrice e modernizzatrice. Partecipò con passione al travaglio del partito  e al confronto tra le correnti interne, che allora verteva principalmente sul problema della unità col Pci e sulla collaborazione con altri partiti. Quando nel gennaio del  ’47 si giunse alla scissione,  egli  aderì al PSLI e ne divenne consegretario. Nel 1948 venne eletto alla Camera dei deputati nella circoscrizione Milano – Pavia, ma alla fine del ’49, in polemica con la posizione accentuatamente atlantista  che il partito aveva assunto, confluì nella piccola formazione politica che nel frattempo era stata costituita da Giuseppe Romita. Nel ’51 la convergenza dei vari gruppi che si riconoscevano nella socialdemocrazia portò alla costituzione del PSDI, e U. G. Mondolfo, sempre fermo nelle sue posizioni di socialista riformista,  ritenne di dovervi aderire.  Presto però  assunse posizioni di critica, che nel ’53 lo portarono ad avversare l’accettazione della nuova legge elettorale, la cosiddetta “legge truffa”, e l’apparentamento con la DC, da lui considerate  negazioni della posizione autonoma del partito. Morì a Milano il  23 marzo  1958. “Critica Sociale” gli dedicò subito un ricco supplemento, cui seguirono sette anni dopo un volume di suoi Scritti, e nel ’71 “Una battaglia per il socialismo”.

Giuseppe Miccichè

Achille Corona, fedeltà assoluta al partito e ai lavoratori

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Fu per diversi anni uno dei più noti dirigenti socialisti, fortemente impegnato nelle organizzazioni del partito e per  suo conto consigliere comunale, assessore, parlamentare e ministro. Nato a Roma il 30 luglio 1914, studiò fino al conseguimento della laurea in Legge.  Era ancora giovanissimo quando si  fece notare per la critica  rivolta al regime fascista, promotore di nuove guerre, di leggi liberticide e di alleanza innaturali e impopolari, e si avvicinò a noti antifascisti che, sfidando fermi ed arresti, svolgevano una discreta attività propagandistica.

Con l’entrata in guerra  dell’Italia a fianco della Germania hitleriana, nel 1940, radicalizzò la propria posizione politica, e nel 1943 si schierò apertamente coi socialisti. Il 26 luglio, subito dopo l’arresto di Mussolini, si unì a un gruppo di patrioti, tra cui era Tullio Vecchietti, che nella tipografia dove in passato veniva stampato “Il Lavoro fascista” riuscirono a compilare e stampare un numero dell’Avanti! che poi diffusero in città.Successivamente  fece parte della redazione dell’organo socialista che venne ancora stampato anche quando i tedeschi occuparono la città. Per questa attività venne arrestato  e rinchiuso nelle carceri di Regina Coeli. Riacquistata la libertà dopo la liberazione di Roma da parte degli Alleati, partecipò alla costituzione del Movimento di Unità Proletaria, una formazione  quasi interamente di giovani, tra cui erano Leo Solari, Giuliano Vassalli, Tullio Vecchietti,  che si proponeva un rinnovamento profondo del Partito socialista alla luce dell’esperienza fatta soprattutto nel primo dopoguerra dal vecchio PSI e dal PSU. Nel ’45 il gruppo ritenne matura la situazione  per fondersi col  PSI, e nacque il PSIUP, (Partito Socialista di Unità Proletaria), che si accinse a  guidare  le forze progressiste nella ormai prossima battaglia per una Italia  nuova, repubblicana, democratica, sociale.

Circa la posizione del partito nello scacchiere nazionale, egli si espresse  per  l’unità dei due partiti della sinistra nell’azione, ma respinse l’idea della loro fusione in un partito unico che avrebbe  cancellato la specificità socialista. Nella primavera del successivo anno fu attivissimo nella propaganda per le elezioni amministrative e subito dopo per il Referendum istituzionale e la Costituente. Non lo fu meno nei successivi mesi, che videro il partito fortemente scosso dallo scontro  tra “autonomisti”  e “unitari” e avviato  alla scissione  dalla quale nacque  il PSLI.  Egli non approvò  la separazione, cosciente del fatto che, come la storia insegnava, ogni lacerazione produce indebolimento del corpo che la subisce. Il PSIUP, infatti, ridenominatosi PSI, perdette la forza che lo aveva  reso guida  della sinistra, venendo da allora scavalcato dal PCI.

Nell’ aprile del ’48  Corona iniziò una esperienza nuova. Costituitosi il Fronte Democratico Popolare  per la convergenza di PCI, PSI e Indipendenti,  egli venne  candidato alla Camera nelle Marche e fu tra gli eletti. Dopo il breve intervallo della Direzione centrista di Jacometti e Lombardi, avutasi dopo la sconfitta del Fronte e la forte perdita di parlamentari socialisti, entrò nella  nuova Direzione del partito, nella quale  resse con grande abilità  l’ Ufficio Enti locali e successivamente l’Ufficio Internazionale e dal ’51 l’Ufficio stampa e propaganda e l’Ufficio per i rapporti con i gruppi parlamentari, guadagnandosi una fiducia ancor più vasta a livello nazionale. Ripresentato per la Camera  nel 1953, 1958, 1963 e 1968, venne  sempre eletto con ampio suffragio. Nel 1956  fu  ad  Helsinki al Congresso dei partigiani della pace, nel quale con Lombardi e Fogliaresi  espresse  il disimpegno dei socialisti da una organizzazione che non mostrava più l’indipendenza di giudizio e di azione nei confronti della politica sovietica. Ai vari livelli se ne apprezzava la  preparazione e l’equilibrio, per cui veniva designato  per incarichi locali e nazionali. A partire dal 1951 fu consigliere comunale e anche assessore al Comune di Pesaro. Nel 1963 fu Ministro del Turismo,  successivamente dell’Ambiente e dello Spettacolo. In questi settori egli incise  fortemente: soprattutto nel mondo del teatro e di quello lirico più in particolare egli lasciò il segno della sua attività, tra l’altro promuovendo  nel ’67  una legge che favoriva in misura notevole l’attività musicale.  Per lunghi anni a fianco di Francesco De Martino, vi-segretario con Nenni e poi segretario,  ne condivise le idee e ne sostenne convintamente l’azione. Quando perciò all’interno del partito si costituì una nuova maggioranza e Bettino Craxi assunse la segreteria, egli lasciò gradualmente ogni carica e si ritrasse sempre più nell’ombra. Morì a Roma appena sessantacinquenne il 23 novembre 1979.

Giuseppe Micciché 

La socialista Merlin,  contro il fascismo e le “case chiuse”

merlinpIl 20 febbraio ricorrono i 60 anni dell’approvazione della cosiddetta “Legge Merlin”, pubblicata “nella Gazzetta Ufficiale” del

4 marzo 1958 come provvedimento legislativo per abolire le case di tolleranza e regolamentare i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Per l’occasione è ripubblicato il volume La senatrice. Lina Merlin, un “pensiero operante” (Marsilio, Venezia 2017, pp. 204) con la curatela di Anna Maria Zanetti e Lucia Danesin, oltre alle Lettere dalle case chiuse indirizzate alla Merlin, già pubblicate dalle Edizioni Avanti! E ora riproposte come Reprint dalla Fondazione Anna Kuliscioff.

Tenace oppositrice del fascismo, Angelina (Lina) Merlino (Pozzonuovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), è ricordata soprattutto per la legge contro le case di tolleranza, ma la sua attività fu molto vasta per la sua lunga militanza socialista. Iscrittasi nel 1919 al Partito socialista italiano, ella collaborò ai periodici “L’Eco dei Lavoratori” e “La Difesa delle lavoratrici” con articoli sulla questione femminile e sulla prostituzione. Negli anni 1921-22 denunciò le violenze fasciste nel Padovano per essere poi allontanata dall’insegnamento di maestra elementare per il suo rifiuto di prestare giuramento al regime. Il 24 novembre 1926 fu condannata dal Tribunale speciale a cinque anni di confino, che scontò in varie località della Sardegna. Ottenuta una riduzione della pena, nel 1929 ritornò a Padova, ma l’anno successivo si trasferì a Milano, dove visse grazie alle elezioni private di francese. Durante il soggiorno milanese, conobbe l’ex deputato socialista polesano Dante Galliani, che sposò nel 1933, ma – nonostante la perdita del marito tre anni dopo – ella continuò la sua attività antifascista.

Dopo l’8 settembre 1943, Lina Merlin partecipò alla guerra di liberazione come rappresentante del Psi nei cosiddetti “Gruppi di difesa della donna, collaborando attivamente con Ada Gobetti e Laura Conti nell’acquisizione di fondi e vestiario per i partigiani. Dopo la liberazione fu la le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e fece parte della Direzione del Partito socialista. Durante i lavori della Costituente, la Merlin intervenne più volte sulla questione della rappresentanza e sulla parità di genere, contribuendo alla stesura della prima parte dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”.

Consigliere di Chioggia dal 1951 al 1955, Lina Merlin si impegnò a favore delle popolazioni del Polesine, specialmente dopo la disastrosa alluvione del 1951, su cui pronunciò un interessante discorso al Senato, edito nello stesso anno con il titolo Il dono del Po (Roma 1951), sottolineando la necessità della bonifica integrale del territorio. Proprio nella veste di senatrice, eletta nel 1948, ella cominciò la lotta per regolamentare la prostituzione: del 12 ottobre ’49 è il primo discorso per l’abolizione delle “case chiuse” in una instancabile attività che sfociò nella sua proposta di legge.

La battaglia parlamentare, condotta poi alla Camera per la sua elezione a deputato il 25 maggio 1958, sollevò durante il dibattito aspre polemiche che, già ricordate nel volume La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta (Carocci, Roma 2006), di Sandro Bellassai, sono riprese da Giovanni De Luna nel suo articolo apparso su “La Stampa” del 13 febbraio. Egli rileva infatti come dalla lettura degli atti si coglie un senso di disorientamento per l’accento quasi ossessivo posto dai deputati sui “risvolti medico-sanitari del fenomeno”. Alcuni deputati intervengono con previsioni e statistiche sulle malattie veneree “nel tentativo di calcolare le probabilità di infezione”, mentre altri si abbandonano a bizzarri calcoli “sul rapporto esistente tra il numero dei coiti quotidianamente sostenibili da una prostituta e quello dei potenziali contagi”. Le diverse posizioni riguardano la prostituzione “regolamentata” rispetto a quella “libera” in uno schieramento politico non sempre omogeneo e incentrato in una visione antiquata del fenomeno e non statistiche “scientificamente rilevate”.

La legge contro le “case chiuse”, che prese il nome della Merlin, entrò in vigore il 20 settembre 1958 con la chiusura dei bordelli e la conclusione dell’inferiorità civile della prostituta. Essa previde la direzione dei mutamenti in atto nella società italiana, spazzando via molti stereotipi e luoghi comuni. E dal settembre di quell’anno i lupanari saranno trasformati in patronati per l’assistenza alle ex prostitute. Si rivelarono un fallimento, ma la legge avvio un processo di liberazione femminile nell’abolizione dello sfruttamento gestito dallo Stato.

Abbandonata la politica attiva, Lina Merlin tornò nel 1974 alla ribalta durante la discussione sull’indissolubilità del matrimonio come membro del Comitato nazionale per il referendum sul divorzio. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati alle sue memorie per la stesura di un un libro, che vide la luce dieci anni dopo la sua morte avvenuta nel 1979.

Antonio Vergnanini, una vita
tra sindacato e cooperative

vergnaniniNacque a Reggio Emilia il 16 maggio del 1861, in una famiglia che da tempo era bene avviata nel settore commerciale. Fece il percorso degli studi con discreti risultati fino al Liceo, poi si iscrisse  a Lettere presso l’Università di Bologna, ma non conseguì la laurea. E’ probabile che in questo senso abbiano inciso le difficoltà incontrate dal padre nella sua attività, sfociata nel fallimento. All’ inizio degli anni 90 prese contatto coi gruppi socialisti, già numerosi nella sua provincia, dove era già forte l’influsso del riformismo prampoliniano, profondamente umanitaria e volto a parlare alla mente e al cuore dei lavoratori. Collaborò inoltre alla stampa socialista, più in particolare a “La Giustizia” e “Lo Scamiciato”, fogli  vivaci, ricchi di contenuto e molto letti, e assunse la presidenza della Lega socialista di Reggio Emilia. In questo periodo  rivelò  un vivo interesse per il movimento cooperativo, che nella sua regione possedeva già corposità e articolazione di assoluto rilievo, avviando una collaborazione destinata a crescere negli anni con risultati estremamente positivi. Sempre più coinvolto nella vita del partito e delle leghe, partecipò ai congressi del PSI e  acquistò una crescente notorietà tra i quadri dirigenti e la base. Era allora in corso, partendo dalla Sicilia, l’azione repressiva promossa dal governo Crispi e finalizzata alla distruzione del movimento proletario nell’intero paese. Vergnanini venne condannato a due anni di domicilio coatto. Si rifugiò allora a Lugano e successivamente a Ginevra, dove prese contatto con gli emigrati e i rifugiati italiani di tendenza socialista, sfruttati nei posti di lavoro, ancora politicamente e sindacalmente disorganizzati, che gli affidarono la direzione de “L’Avvenire del lavoratore” e la segreteria della Unione Socialista di lingua italiana, una organizzazione con buone possibilità di sviluppo. Erano in corso tentativi di dare carattere più accentuatamente politico e forma di partito alla Unione. Vergnanini riteneva che si dovesse privilegiare il carattere economico dell’organizzazione, e per questo tentò di contrastare l’azione che proveniva dall’Italia. I suoi sforzi però non diedero i risultati sperati, essendo maggioritaria la posizione opposta. Nel congresso che l’organizzazione tenne nella primavera del 1900 egli rimase in minoranza, e la segreteria passò a Giacinto Menotti Serrati, che  lavorò per trasformare l’Unione in Partito Socialista Italiano in Svizzera. Si trasferì allora a Berna per guidarvi l’Ufficio di emigrazione, un organismo che allora svolgeva una importante funzione nel raccordo coi lavoratori ticinesi e d’Oltralpe.

All’alba del nuovo secolo era ancora attivo tra i lavoratori edili di Lugano. Rientrò quindi a Reggio Emilia, dove gli venne affidata la segreteria della Camera del Lavoro, appena nata in quella importante città. Per diversi anni si impegnò nel sindacato, profondendo nell’attività intelligenza, energia e passione, che gli vennero riconosciuti con l’elezione nel 1906 a componente del Consiglio direttivo della CGIL, e con la riconferma nel 1916. In quegli anni manifestò con maggiore nettezza la propria concezione, che vedeva nella Camera del Lavoro il centro coordinatore e propulsore di cooperative, affittanze e casse di previdenza, tutte strumenti di elevazione e  di organizzazione  dei lavoratori. Propose la costituzione di “demani collettivi”, da affidare alla gestione di produttori e consumatori con criteri cooperativistici in diversi settori, tra cui l’agricoltura, i lavori pubblici e le bonifiche. Era ancora alla guida della importante organizzazione reggina, quando si impegnò nella realizzazione del tratto ferroviario Ciano – Reggio, opera che, pienamente realizzata e poi affidata alla gestione delle stesse cooperative, procurò a lui e alle organizzazioni economiche e sindacali notorietà e apprezzamenti grandemente  positivi.

Nel 1913 venne chiamato alla segreteria della Federazione Sindacale delle Cooperative, che  nei precedenti anni era stata tenuta da Antonio Maffi, un organizzatore repubblicano proprio allora defunto. Alla guida dell’importante organismo diede ulteriori prova delle proprie capacità, rafforzandone le strutture e le articolazioni e gli strumenti di comunicazione, tra cui il periodico “La Cooperazione italiana”, organo centrale della Lega, che lo ebbe tra i collaboratori. Ormai dirigente noto anche fuori del mondo sindacale e cooperativo, venne ammesso nel 1914 tra i componenti della Direzione nazionale del Partito Socialista Italiano, allora agitato per i prodromi della guerra, lo scontro fra interventisti e neutralisti, la dissidenza mussoliniana, ecc. Nei confronti del conflitto si collocò tra gli oppositori, ma non rifiutò il proprio concorso volto ad alleviare le sofferenze  degli strati popolari, e a questo fine accettò di far parte della Commissione centrale per gli approvvigionamenti, promossa dal governo.  La ritirata di Caporetto lo collocò tra quanti nel PSI anteposero all’ideologia la necessità di difendere  il suolo  nazionale. Nel 1921 divenne membro del Consiglio di amministrazione dell’Istituto Nazionale del Credito per la Cooperazione, e in tale posizione attraversò gli anni in cui il paese sperimentava la sconfitta del movimento dei lavoratori organizzati, delle cooperative e del sindacato di classe e l’avvento della dittatura  fascista.

Davanti alle violenze squadristiche, primo momento nel cammino della forze antisocialiste e antioperaie verso il recupero di un pieno potere, sperò di poter evitare che un ricco patrimonio di esperienze, alla cui costruzione aveva contribuito per gran parte della propria vita, andasse perduto. Trasfuse esperienze, idee e speranze in un libro, “Oggi e domani nel pensiero di un cooperatore”, ma dovette arrendersi di fronte al crescendo di violenze e delitti con cui si lastricava la strada verso l’affermazione della dittatura. Nel 1926 la Lega delle Cooperative subì la medesima sorte delle tante organizzazioni che i lavoratori avevano saputo creare nei precedenti anni, e per lui non rimasero che l’emarginazione e il ricordo di un tempo glorioso per varietà di realizzazioni e ampiezza di progresso. Morì a Roma l’11 aprile 1934.

 Giuseppe Miccichè

Finestra politica. Dialogo fra “terza repubblica” e Avanti!

desertificazione politicaQueste mie riflessioni e proposte fanno perno sull’editoriale di Enrico Cisnetto pubblicato sul n. 265 del 30 giugno 2017 “Terza Repubblica – quotidiano online di Società Aperta (www.terzarepubblica.it) di cui riassumo i caposaldi. La tesi di Cisnetto è già enunciata nel titolo: “c’è da rifare il centro-sinistra (quello DC-PSI, non l’Ulivo ma serve il collante di una forza centrale (stile PRI).”

Poiché Cisnetto, per dimostrare il fondamento di questa tesi,si avvale della argomentazione incentrata su una serie di premesse, lo seguirò riassumendo liberamente i punti di appoggio del suo sillogismo.

L’astensione al voto non è una forma di qualunquismo, ma è sterile, cioè improduttiva di incisive conseguenze politiche.

I “grillini”” sono a un passo dall’assunzione di responsabilità governative, con tutti i i rischi che ne derivano (vedi Roma e Torino). Che li vota non può cavarsela a buon mercato, allegando la sua volontà di punir la pochezza di chi ha oggi responsabilità di governo. Farebbe ancor peggio se contorniato dal “Duo Fasano” Salvini-Meloni: per tacere dei delettanti allo sbaraglio dei sindaci di Casaleggio\Grillo.

Per contro, Forza Italia può essere “preziosa” se componente di una maggioranza, e dunque di un governo di coalizione di centro-sinistra, erede legittimo del vecchio (e glorioso, aggiungo io) DC-PSI.

Il PD e Matteo Renzi sono politicamente in crisi ed è velleitario, oltre che fallace, chi propone la “ricostruzione del Grande Ulivo.

Sulla base di questi caposaldi, il direttore di Terza Repubblica indica come unica via d’uscita dal pantano politico in cui è immerso il Paese la “nascita di una forza di centro che faccia da collante come le forze laiche, PRI in primo luogo, fecero al nascere dell’Alleanza tra DC e PSI” .

Su questo “ragionamento politico”, come direbbe Ciriaco De Mita, vorrei che si aprisse una discussione sulle colonne dell’Avanti – ed anche in altre sedi – fra i superstiti dei partiti laici che a suo tempo “fecero da collante” nell’alleanza di governo fra DC e PSI.

Inizio, per parte mia, con qualche “punto fermo”..

E’ palese che non possono essere corifei del nuovo buongoverno i generali delle sconfitte della fallimentare Seconda Repubblica: Prodi in testa, con seguito di D’Alema, Bersani e neo-postcomunisti, neppure se “protetti” da Pisapia. Dunque, il PD, per ora guidato e controllato dal giovanotto di Rignano sull’Arno è l’architrave della costruzione politica delineata da Cisnetto. Come corollario segue subito questa domanda: quali sono le energie politiche e culturali capaci di fare da collante per rifare il centro-sinistra?

Spero che Cisnetto sia d’accordo quando dico che un ruolo significativo può essere svolto dagli eredi del PSI: non solo il partito, che è anche rappresentato in Parlamento, ma anche l’Associazione Socialismo di Gennaro Acquaviva, i circoli Pertini, Prampolini et similia che sono presenti quasi in ogni parte d’Italia, il think tank di Mondoperaio guidato da Luigi Covatta, l’Avanti di Mauro Del Bue, le Fondazioni socialiste e laiche ancora in vita: penso in primis alla Fondazione La Malfa. Non dimentico naturalmente Terza Repubblica. Senza dire che sono ancora in campo, non vecchi come me, eminenti personalità politiche del mondo laico-liberale, impegnati nella vita culturale e pubblica, ma assenti dall’agone politico. Faccio qualche esempio: Giorgio La Malfa, Claudio Martelli, gli stessi Covatta, Del Bue e Acquaviva che ho appena menzionato e molti altri “a riposo”, compreso Francesco Rutelli, che non sono insensibili al “grido di dolore “ di tanti italiani che inorridiscono di fronte alla prospettiva di un’Italia governata da Davide Casaleggio e Matteo Salvini ed anche dai rottami della seconda Repubblica. Aggiungo che “nella riserva della Repubblica” sono presenti in ogni parte d’Italia centinaia di condottieri che hanno guidato e portate alla vittoria nelle elezioni comunali le liste civiche. E’ velleitario sperare che Terza Repubblica, l’Avanti! e Mondoperaio organizzino insieme un Convegno promotore della “Terza Forza”?

Non mi nascondo che i due “poli” destinatari e beneficiari della collaborazione della Terza Forza sono assai meno virtuosi della DC e del PSI di Andreotti-Forlani e Craxi. E’ dunque lecito chiedersi, di fronte allo sfacelo del nostro sistema politico (Galli Della Loggia sul Corriere della Sera la definisce “desertificazione politica”) se la “Terza forza” può svolgere il ruolo di collante evocato da Cisnetto fra i due soggetti principali posseduti e frustrati dalle lotte intestine.

Rispondo al quesito così: la costruzione della Terza Forza laica, radicale, liberal-socialista e fortemente europeista sarà comunque preziosa per il futuro della democrazia italiana. I miei maestri di gioventù, i radicali di Mario Pannunzio, mi hanno insegnato che nei momenti bui della nostra vicenda nazionale sono le minoranze che hanno fatto la storia.

Fabio Fabbri
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La spada di Damocle sul mondo progressista

La spada di Damocle della soglia di sbarramento del 5%, sempre più probabile, può essere il muro contro cui si infrange il progetto di una aggregazione socialista- laica – radicale – liberale – ecologista autonoma. Proposta che avrebbe potuto costituire una novità nel panorama politico italiano ed affermarsi in costanza di un sistema elettorale con una soglia di sbarramento inferiore (ed un premio di coalizione anziché di lista). Nelle scelte future non si potrà prescindere dal dato di realtà costituito dal sistema elettorale che verrà adottato, a quanto pare, con il consenso delle forze maggiori. Una scelta per “disboscare” i piccoli partiti: sensata da una parte per semplificare un quadro congestionato e sottrarre i futuri governi al ricatto di formazioni dallo scarso consenso. Ma dall’altra brutalmente aggressiva nei confronti di culture e proposte che arricchirebbero il dibattito su temi importanti, con voci fuori dal coro. Di fronte a questo panorama che fare? Quali soluzioni adottare? La scelta di una “aggregazione dei piccoli” per sfondare lo sbarramento mi pare priva di qualsiasi appeal. Tanto più se comportasse una aggregazione con segmenti confessionali e conservatori come il partito di Alfano. Alla stessa stregua una deriva verso la sinistra massimalista, che oggi appare come una armata brancaleone, snaturerebbe lo spirito riformista e liberale che contraddistingue i socialisti italiani e non solo. Si potrebbe tentare ugualmente la via del rilancio di una Rosa Nel Pugno 2.0, aperta ed allargata al mondo ecologista più moderno. Ma una simile proposta verrebbe stritolata nella tenaglia dello sbarramento elettorale e non avrebbe il tempo di affermarsi sul “mercato” in costanza di una accelerazione dei tempi verso elezioni anticipate. La scelta di candidare – senza un progetto politico sottostante – una sparuta pattuglia di esponenti socialisti, radicali, ecologisti nel PD apparirebbe come una sorta di annessione strisciante, oltre che come una salvaguardia di piccole classi dirigenti autoreferenziali (e spesso litigiose al proprio interno). D’altro canto le speranze di una tenuta democratica e di argine ai populismi passano oggi attraverso l’auspicabile affermazione del Partito Democratico alle prossime elezioni politiche. Un partito che così com’è ancora non ci piace, che tutt’ora contiene e serba in sé elementi residui di compromesso storico bonsai e incrocio tra ex “nature morte”: quella post comunista e quella confessionale di derivazione democristiana. Ma occorre riconoscere che qualche passo in avanti è stato fatto, seppur insufficiente: oggi il PD fa parte del Partito del Socialismo Europeo. In questa legislatura si è finalmente approvato il provvedimento sulle Unioni Civili, un passo storico, anche se inadeguato e tardivo. Si è approvato il Divorzio Breve. E ora sono sul campo proposte sul fine vita e sulla legalizzazione delle droghe leggere. In questo contesto è necessario il protagonismo degli eredi delle storiche battaglie degli anni ’70 su aborto, divorzio, nuovo diritto di famiglia. L’Italia di Loris Fortuna e di Marco Pannella. Oggi il Partito Democratico può essere un freno al dilagante antieuropeismo ed un interlocutore per la Francia di Macron. Quanto avrebbe bisogno degli eredi di Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, di quel fiume carsico che va dalla resistenza azionista sino al Manifesto di Ventotene ed alle battaglie per il federalismo europeo. Oggi lo stesso Partito del Socialismo Europeo è in crisi. Minoranze massimaliste da sempre presenti nei partiti socialisti e laburisti “larghi” si sono affermate in diversi Paesi: vincendo le primarie, ma perdendo o rischiando di perdere drammaticamente le primarie. O comunque, nel caso di improbabili vittorie, ritrovandosi con slogan ideologici inefficaci di fronte alle sfide di governo di società complesse. In una temperie storica drammatica. Vi è il bisogno di un ritorno al liberalsocialismo, alle prime intuizioni del New Labour, ad un socialismo dei cittadini e degli individui (come quello che fu proposto da Zapatero). E di un superamento dell’”era Corbyn”. Macron con il suo europeismo esplicito, con la ferma collocazione in un ambito di democrazia liberale laica e di diritto, può essere un modello forte con il quale confrontarsi ed al quale – in buona misura – ispirarsi. Il Partito Democratico potrebbe trarre nuova linfa e rinnovarsi attraverso il confronto e la inclusione delle culture socialiste, radicali, liberali, laiche, modernamente ecologiste. Ma ciò non può avvenire solo per meccanicismi elettoralistici o come deriva fagocitante. Dovrebbe avvenire sul piano del riconoscimento di tradizioni e culture politiche storiche e su quello del confronto serrato su temi, progetti e problemi che riguardano l’oggi. La complessità sociale. I diritti umani e civili; la giustizia giusta; il nuovo welfare; la green economy; la sfida di una accoglienza che sappia coniugare solidarietà con legalità – sicurezza – rispetto della laicità delle istituzioni. A questo appuntamento e confronto possibile il Partito Democratico dovrebbe aprirsi senza pretese egemoniche ma con curiosità e rispetto. Allo stesso tempo socialisti, radicali, mondo laico – liberale – ecologista, non dovrebbero presentarsi alla spicciolata, ma uniti, con un progetto, una idea, una provocazione politica.

Fabio Ruta