LO STRANO MATRIMONIO

bonino tabacci nuova“Sono stupito. Mi chiedo perché due giorni fa sia stato detto di no a una proposta del tutto simile della lista ‘Insieme’; una proposta che avrebbe permesso ai radicali di non raccogliere le firme e di lavorare a un progetto comune, simbolo compreso, e 24 ore dopo invece è stato detto di sì alla proposta di Tabacci la cui storia è onoratissima, ma non c’entra nulla con le battaglie laiche di radicali e socialisti”. È quanto afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini commentando l’accordo tra i Radicali di Emma Binino e Centro Democratico, il movimento guidato da Bruno Tabacci.

Verrà fuori il problema di fare un programma in cui ci saranno le idee dei radicali e quelle di Tabacci che viene da una storia opposta da quella radicale
Il problema è preventivo. Perché se ti presenti assieme nella campagna elettorale devi usare argomenti condivisi. Sono felice se Tabacci si occuperà di quelle campagne sui diritti civili e quindi di formidabile laicità che hanno visto insieme radicali e socialisti negli anni settanta.

I rischio è che succeda il contrario. Ossia una diminutio della difesa dei diritti civili…
Non me lo auguro. Non dobbiamo inorgoglirci se si è da soli a sostenere grandi battaglie di civiltà. Ma bisogna porre le condizioni affinché queste battaglie vengano condivise. Ma c’è una cosa ulteriore che spero venga chiarita quanto prima.

Quale?
Che contributo darà questa nuova lista alla coalizione di centrosinistra? La prima domanda da farsi è se questa formazione sarà all’interno o meno della coalizione di centrosinistra. Emma Bonino, meno di un anno fa, è venuta al nostro Congresso a Roma, a sostenere la bontà del disegno strategico della Rosa del Pungo, cioè di una alleanza laica tra socialisti e radicali.

Ci sono visioni che difficilmente potranno convivere. Che può succedere?
Delle due l’una. O Tabacci sposa una posizione che per mezzo secolo non è mai stata la sua, oppure è la Bonino che dovrà farlo. Terziur non datur.

Si scoprirà dopo il 13 gennaio che cosa vorranno fare…
Al momento non ci sono elementi per capire. Però io la domanda la faccio. Una domanda legata al rifiuto della nostra disponibilità. E spero che la risposta che mi do sia sbagliata, ossia che loro si muovano al di fuori del campo del centrosinistra.

Una scelta che mette a rischio le tante battaglie civili dei radicali.
Mi auguro che questo non avvenga. Perché sarebbe il venir meno di una bella storia. E sarebbe un vulnus alle battaglie di civiltà necessaria all’Italia. L’auspicio è che non vi sia una correzione di rotta dei radicali su questi temi. Rimane la domanda sul perché di questo strano matrimonio.

Daniele Unfer

Sciolte le Camere, per il PSI una nuova avventura

bandiera-psiDi sinistra, progressisti e coerenti, i socialisti in Parlamento, nei limiti del consenso concesso dagli italiani alle scorse elezioni, hanno lavorato in maniera infaticabile per costruire quanto di buono è stato fatto dal Governo ed anche per limitare quanto lasciava perplessi.
Ora il PSI inizia la sua campagna elettorale per far si che nella prossima legislatura sia possibile rendere più efficace la propria azione.
Socialisti, Verdi e prodiani, INSIEME, chiederanno agli italiani quel consenso necessario affinchè gli ideali di giustizia sociale, ambientalismo e solidarietà, possano agire in maniera efficace nella prossima legislatura. E’ inoltre necessario ostacolare la peggior destra e il peggior populismo che negli ultimi anni si sono nutriti dello scontento di una società disgregata e sempre più lontana dai valori della nostra Costituzione.
E’ altresì necessario che le iniziative politiche, le strategie vengano condivise dai territori, veri protagonisti di quella “miracolosa” vivacità che fa si che in Italia il PSI resti l’unico partito tradizionale efficacemente radicato nei territori.
Una nuova avventura, difficile. Difficile poiché nessuno ci regalerà nulla.
Difficile ma da affrontare a viso aperto, mettendo in campo tutte le risorse utile. A partire dai molti dirigenti di Partito che sul territorio, ogni giorno si spendono per dare visibilità e consistenza all’azione del PSI.
In molti collegi uninominali il centrosinistra è dato perdente, quasi dappertutto al nord, ma questo non deve spaventarci, anzi. Si tratta dell’occasione migliore per poter proporre candidati socialisti nei collegi uninominali dove altri, per timore, non lo faranno. Non saranno eletti? Forse, ma quale occasione migliore per aprire la strada ad una generazione di compagni iscritti che il partito potrebbe utilizzare nelle prossime elezioni amministrative?
Compagni iscritti, poiché candidare dei tecnici o persone esterne al partito, non sarebbe di alcuna utilità politica. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, dobbiamo solo farci riconoscere per ciò che siamo.
Molti allora saranno i collegi uninominali da coprire e molti i listini da riempire. Spazi elettorali che, oltre ai compagni che sinora hanno ricoperto con dignità ed efficacia il ruolo di parlamentari, il partito deve poter coprire con i propri dirigenti regionali, provinciali e con quelle amministratrici ed amministratori che tanto efficacemente hanno operato ed operano.
Quadri dirigenti, Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali del PSI, proposti agli italiani come finora non è stato possibile fare.
E’ chiaro che in questo percorso l’autonomia del partito nei territori è fondamentale. Dal territorio arrivino le proposte programmatiche e i nomi da poter utilizzare a vantaggio del PSI.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI del Veneto

Blitz di Forza Nuova. Buemi: “Attacco alla democrazia”

attacco repubblica forza nuova

“Ogni volta che si attacca un giornale con azioni intimidatorie e violente si attacca la democrazia di un Paese, sono cose che abbiamo già viso e che non possiamo consentire che si ripetano”, così il Senatore Enrico Buemi, Capogruppo Psi in commissione Giustizia e responsabile Giustizia del partito socialista commenta le intimidazioni di Forza Nuova al quotidiano “la Repubblica”. Una piccolo gruppo di militanti del movimento di estrema destra si è recato oggi sotto la sede del quotidiano a Roma e ha acceso fumogeni e appeso uno striscione che invitava a boicottarlo.

“La solidarietà dei socialisti – ha continuato Buemi – verso i redattori e il giornale ‘la Repubblica’ e verso i suoi lettori è sincera e preoccupata”. “Si sono sottovalutate presenze che da sempre sono in contrasto con la norma transitoria che vieta la ricostituzione del partito fascista sotto qualsiasi forma e che ha consentito che soggetti di chiara derivazione violenta, autoritaria e antidemocratica potessero esercitare attività che di certo non si possono dire culturali”.

“La contiguità con alcuni partiti, anche presenti in Parlamento, deve far riflettere e deve indurre tutti indistintamente a prendere le distanze in maniera chiara e ufficiale. Non devono essere consentiti ammiccamenti di vario tipo. La magistratura e le forze di polizia che hanno il dovere della tutela democratica – ha concluso Buemi – facciano il proprio dovere con rigore e senza consentirsi distrazioni e tolleranze”.

Mentre avveniva il blitz il quotidiano scriveva: “La spedizione arriva mentre Repubblica informa sul diffondersi di episodi di fascismo e intolleranza nel Paese”. “Oggi è stato solo il primo attacco”, ha scritto invece su Facebook Forza Nuova che rivendica il blitz. E il leader di Forza Nuova, Roberto Fiore, ha affermato: “È il primo atto di una guerra politica contro il gruppo Espresso e contro il Pd. Stanno portando avanti un’opera di mistificazione e di criminalizzazione che vuole mettere fuori gioco Forza Nuova”.

DL FISCO, SÌ ALLA FIDUCIA

idecreto fiscaleLa Camera ha approvato il decreto fiscale con 237 sì, 156 no e tre astenuti. Il testo, già approvato dal Senato, è legge. In mattinata era stata approvata la richiesta di fiducia chiesta dal governo con 284 voti a favore, 162 contrari e 1 astenuto al voto di fiducia chiesto dal governo per il provvedimento. Montecitorio non ha apportato modifiche al testo licenziato da palazzo Madama. Ricco il menù del provvedimento che accompagna la legge di bilancio attualmente all’esame del Senato: dal pacchetto sisma, alla rottamazione bis delle cartelle all’equo compenso, passando per la stretta sull’e-cig e le bollette a 28 giorni fino alle nuove norme sullo stalking. Intanto al Senato il governo ha posto la questione di fiducia sul maxiemendamento alla manovra così come approvato dalla commissione con “alcune correzioni e integrazioni di carattere tecnico e istituzionali”.

Il gruppo del Psi, come ha detto Pia Locatelli intervenendo in Aula a nome dei socialisti, ha votato a favore della fiducia “anche se dobbiamo ancora una volta sottolineare l’abuso del ricorso a questo strumento nella legislatura”. Questa volta, ha aggiunto la presidente del Gruppo Psi, la richiesta di fiducia è giustificata dall’urgenza e dalla natura del provvedimento, che va necessariamente approvato entro l’anno. Però, ha detto ancora “ci siamo trovati molte volte, troppe, a votare la fiducia su provvedimenti che avrebbero meritato un ampio dibattito parlamentare e non una semplice ratifica da parte della Camera. Allora, visto che il ricorso alla fiducia appare generalizzato e diffuso in maniera anomala, mi auguro che se ne voglia abusare anche su altri provvedimenti che stanno a cuore ai cittadini e che sarebbe opportuno approvare entro la fine della legislatura, primo fra tutti, ma non solo, il testamento biologico. È chiaro, noi ribadiamo la nostra contrarietà al ricorso patologico, nel senso di eccessivo, alla fiducia, ma visto che ci sono tanti provvedimenti, usiamola questa volta per non vanificare il lungo lavoro che abbiamo fatto in questi anni”.

“Tra gli elementi positivi, voglio esprimere soddisfazione per la decisione del Governo di correggere un grave errore contenuto nella riforma del codice penale, che consentiva di estinguere il reato di ‘stalking’con una semplice pena pecuniaria. Avevo segnalato la questione al Ministro Orlando nel corso di un question-time; il Ministro si era impegnato e sono felice che abbia mantenuto la promessa: la correzione è una risposta concreta ad un errore che avrebbe vanificato la capacità di deterrenza della norma, oltre che un messaggio di banalizzazione del reato di ‘stalking’”.

Oreste Pastorelli è intervento a nome del Psi nella dichiarazione di voto finale. Un decreto fiscale che contiene misure “fondamentali per sostenere ed incrementare la crescita economica timidamente in atto. Partendo da qui – ha detto Pastorelli – è importante sottolineare come il provvedimento contenga un’ulteriore serie di disposizioni in favore dei territori delle regioni interessate dagli eventi sismici del 2016”. “Particolarmente soddisfacente – ha proseguito il parlamentare socialista – il piccolo contributo, anche se avremmo preferito fosse più ingente, che arriverà per i Vigili del fuoco, con la riassegnazione di alcune risorse per il pagamento delle ore di straordinario. Riguardo ai temi ambientali, a noi sempre cari, riteniamo corretto l’inserimento degli enti gestori delle aree protette tra i soggetti beneficiari designabili dai contributi per l’accesso a riparto della quota del 5 per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, a decorrere dall’anno 2018. Da mettere in risalto – ha concluso – come le disposizioni inserite nel decreto siano tutte volte alla diminuzione della rigidità burocratica e fiscale e alla semplificazione delle attività di vari settori del tessuto produttivo italiano, delle piccole e medie imprese, fino ai professionisti”.

Insomma un provvedimento ampio ove i temi sono diversi. Ecco i principali punti

PACCHETTO SISMA – Le rate dei mutui su prime case e attività produttive, inagibili o distrutte, inserite nelle zone rosse dei Comuni del Centro Italia colpiti dal sisma del 2016 saranno sospese fino al 2020. Per sanare situazioni limite degli sfollati, l’attività edilizia libera è consentita agli immobili costruiti senza titolo abilitativo eliminando l’obbligo di rimozione entro 90 giorni. Ad Ischia i tributi sono sospesi fino alla fine del 2018. All’isola sono riconosciuti 40 milioni di “risarcimento danni”.

FONDI PUBBLICI PER TERAPIA CANNABIS ANTIDOLORE – Le preparazioni prescritte dal medico per la terapia contro il dolore saranno a carico del Servizio sanitario nazionale. Stanziati altri 2,3 milioni per la sua diffusione. La produzione inoltre viene estesa ad altri enti e imprese, secondo le procedure già previste per lo stabilimento militare di Firenze.

STOP BOLLETTE A 28 GIORNI – La fatturazione diventa obbligatoriamente mensile per telefoni e pay-tv, con l’esclusione di promozioni non rinnovabili o inferiori al mese. Gli operatori avranno 4 mesi per adeguarsi. Già si solleva da più parti il nodo dei rimborsi per il passato.

STALKING, NON BASTA RIMBORSO IN DENARO – Il reato di stalking non sarà più estinguibile esclusivamente con una pena pecunaria.

EQUO COMPENSO PER TUTTI – Viene esteso a tutti i professionisti, anche se non appartenenti ad un ordine, il riconoscimento economico “proporzionato” al lavoro svolto. Un principio che anche la P.a. è tenuta a riconoscere.

STRETTA E-CIG – Stretta sulle sigarette elettroniche, che non potranno più essere vendute online. La commissione Bilancio del Senato ha approvato un emendamento al decreto fiscale a prima firma Vicari che prevede la vendita solo nelle tabaccherie e nelle rivendite autorizzate. La misura, spiega la senatrice, ha un doppio scopo: quello di combattere un mercato che anche la relazione tecnica stima per il “50% illegale”, recuperando quindi l’evasione fiscale, e quello di garantire gli adeguati controlli sul fronte sanitario dei liquidi venduti.

MINI SCUDO PER FRONTALIERI – I lavoratori frontalieri o chi ha lavorato all’estero spostando anche la residenza potranno sanare depositi rimasti all’estero, compresi gli introiti della vendita degli immobili, versando il 3% forfait.

A CASA DA SCUOLA ANCHE DA SOLI – I ragazzi con meno di 14 anni potranno tornare autonomamente da scuola, previa autorizzazione dei genitori che esonera gli istituti dalla responsabilità “connessa all’obbligo di vigilanza”.

VACCINI – Arrivano semplificazioni per le scuole, che non dovranno più verificare la regolarità delle vaccinazioni.

SCONTI FISCO A FUORISEDE – Per poter usufruire delle detrazioni si dovrà sempre risiedere ad almeno 100 km di distanza dall’università dove si studia ma non è più necessario che i due comuni debbano appartenere ad una provincia diversa. Inoltre, se gli studenti fuorisede risiedono in montagna o in zone disagiate la distanza viene dimezzata a 50Km.

ROTTAMAZIONE DIVENTA MAXI – La definizione agevolata ora vale per tutte le cartelle degli ultimi 17 anni, dal 2000 al terzo trimestre 2017. Inclusi anche i contribuenti esclusi dalla prima edizione perché non in regola con le rate di piani precedenti.

AGENZIE FISCALI – Salta dal decreto la riforma delle agenzie fiscali. La norma sarà ripresentata in manovra.

STRAORDINARI FORZE POLIZIA – Sarà possibile recuperare le le cifre non spese nel 2017 e trasferirle al 2018 per finanziare gli straordinari delle forze di polizia.

CAMBIA LO SPESOMETRO – I contribuenti potranno trasmettere i dati annualmente o semestralmente, semplificando la procedura. Per gli errori commessi nell’invio dei dati delle fatture del primo semestre 2016, sono abolite le sanzioni, purché tali errori siano sanati con un nuovo invio entro febbraio 2018.

SCONTI PER ALIMENTI A FINI MEDICI SPECIALI – La norma estende per il 2017 e il 2018 la detrazione già prevista per protesi dentarie e sanitarie alle spese sostenute per alimenti, a esclusione di quelli per i lattanti, da persone affette da malattie metaboliche congenite, ovvero disturbi del metabolismo.

OK A CONFISCHE ALLARGATA CONTRO CORROTTI – L’obiettivo è quello di adeguare le misure del cosiddetto codice antimafia alle norme europee per reprimere le condotte corruttive anche da parte dei vertici delle società.

La Grande Guerra e quei socialisti troppo in anticipo sui tempi
Ugo Intini
Il Mattino

Nel centenario di Caporetto, si moltiplicano gli articoli, i libri e le trasmissioni televisive. La resistenza (e la successiva vittoria sul Piave) sono l’orgoglio degli italiani e si devono anche alla riconquistata unità nazionale tra le forze politiche. I socialisti erano infatti contrari alla guerra, ma il loro padre storico, Filippo Turati, nel momento del pericolo, pronunciò alla Camera il suo discorso forse più famoso chiamando al combattimento. “Allorché la morte pulsa al nostro uscio –scandì nel silenzio più teso- affetti si ridestano che parevano sopiti, ire si smorzano. Che ciascuno, uomo o partito, interroghi la coscienza profonda che è in lui e a questa sola obbedisca. Onorevoli colleghi, oggi la nostra città, il nostro borgo, il nostro collegio sono diventati la nostra trincea. Nessuna gragnuola di proiettili o tempesta di gas asfissianti e brucianti ce la farà disertare, finché duri la minaccia di un pericolo”. E fu il ritorno dell’unità nazionale, come ci dice, pur nel suo linguaggio burocratico, il resoconto ufficiale della Camera. “I deputati sorgono in piedi e prorompono vivissimi, unanimi applausi che si rinnovano a più riprese. Moltissimi colleghi si recano a congratularsi con l’oratore. Alcuni di essi, tra cui il ministro Bissolati, lo abbracciano”.

Oggi si discute sulle crudeltà dei generali e sulle fucilazioni di massa. Il capo di Stato maggiore della Difesa Graziano, in un’intervista sul Corriere della Sera, ha usato parole equilibrate. Ma colpisce il silenzio assoluto della politica: soltanto di quella italiana, perché le fucilazioni sono avvenute in tutti i Paesi belligeranti e altrove il silenzio non c’è stato. In Francia, ad esempio, un presidente della Repubblica di destra e nazionalista, Nicolas Sarkozy, ha trovato i toni giusti per rendere giustizia anche ai soldati morti sotto il fuoco ordinato dai loro stessi ufficiali. Celebrando il novantesimo anniversario della vittoria, nel 2008, ha detto. “La Francia non dimenticherà mai i suoi figli che sono morti per lei. Penso anche a quegli uomini ai quali troppo è stato chiesto, che troppo sono stati esposti, che sono stati mandati talvolta al massacro per errori dei loro comandanti e che un giorno non hanno più avuto la forza di combattere”.

In Italia si potrebbe dire molto di più di fronte a fucilazioni ordinate non per diserzione, ma addirittura per futili motivi. Il quotidiano socialista l’Avanti!, terminata la guerra, fece una campagna contro il “militarismo caporettista di Luigi Cadorna”. Il caporettismo diventò un termine famoso. Il giornale arrivò a vendere milioni di copie in pochi giorni, con titoli a tutta pagina che denunciavano sempre nuovi misfatti dei “generali fucilatori”. La campagna partì con la clamorosa denuncia di quanto rilevava addirittura un rapporto ufficiale rinvenuto da un cronista. “Noventa di Padova, 3/11/1917, ore 16,30 circa. Il generale Graziani di passaggio vede sfilare una colonna di artiglieria da montagna. Un soldato, certo Ruffini di Castelfidardo, lo saluta tenendo la pipa in bocca. Il generale lo redarguisce e riscaldandosi inveisce e lo bastona. Il soldato non si muove. Molte donne e parecchi borghesi sono presenti. Un borghese interviene e osserva al generale che quello non è il modo di trattare i nostri soldati. Il generale infuriato risponde: ‘dei soldati io faccio quello che mi piace’. E per provarlo fa buttare contro un muricciuolo Ruffini e lo fa fucilare immediatamente tra le urla delle povere donne inorridite. Tutti gli ufficiali del 28° artiglieria campale possono testimoniare il fatto”. Come spesso avviene, lo scandalo fu sostanzialmente insabbiato.
Oggi è certo inutile discutere se avessero ragione i sostenitori o gli oppositori della guerra, che portò a morire 9 milioni di soldati (680 mila gli italiani). Forse ragionavano con intelligente realismo quelli che consideravano inevitabile partecipare al conflitto ormai esploso. Forse era giusto invece il pacifismo della maggioranza socialista, del liberale Giolitti, e di Papa Benedetto XV che denunciava “l’inutile strage”. Certamente anche le singole famiglie politiche si divisero. Perché Nenni e Pertini (destinati a diventare leader del socialismo democratico) da una parte, Mussolini (futuro capo del fascismo) dall’altra, partirono volontari per il fronte.

Proprio Giolitti temeva che per Paesi ancora arretrati come l’Italia la guerra fosse un trauma insostenibile. In effetti essa portò il bolscevismo in Russia e il fascismo in Italia. Semplificando all’estremo, qui si ritorna al tema dei generali “fucilatori”. In Russia, i soldati spararono non contro i disertori, ma contro gli ufficiali che ordinavano il fuoco: e fu la rivoluzione comunista. In Italia, le sinistre spararono non materialmente, ma idealmente, contro gli ufficiali. Giungendo, con eccessi e generalizzazioni, quasi a criminalizzare il patriottismo: e fu il fascismo.

Caporetto solleverà a lungo riflessioni contrastanti. Una cosa sola è certa. E colpisce. Se si viaggia sul treno ad alta velocità tra Francia e Germania, si attraversa in pochi secondi l’intero terreno che nelle battaglie più sanguinose della prima guerra mondiale fu conteso palmo a palmo tra francesi e tedeschi, ingoiando centinaia di migliaia di morti. In quei pochi secondi, ci si accorge di aver sorpassato la frontiera soltanto perché sul display del cellulare la scritta France Telecom viene sostituita da quella Deutsche Telecom. E viceversa. Forse, un secolo fa, i favorevoli alla guerra hanno guardato troppo al passato e al presente. Gli oppositori hanno guardato troppo al futuro e sono stati troppo in anticipo sui tempi.

Ugo Intini

Giuliano Pisapia “copre” 
a sinistra Matteo Renzi

COMUNE, INCONTRO PISAPIA- RENZI - FOTO 9

Matteo Renzi schiva l’isolamento a sinistra. Quando la missione di Piero Fassino per costruire “un centrosinistra ampio” cominciava a volgere al brutto, è arrivata una schiarita. L’ex sindaco di Torino ha posto le premesse per una intesa con Giuliano Pisapia. Fassino ha avuto un colloquio importante con l’ex sindaco di Milano. Un comunicato stampa congiunto è andato al nocciolo: “L’incontro è stato positivo”.

Ancora non c’è l’accordo, ma la strada è segnata. Nei prossimi giorni ci saranno altri incontri e riunioni per discutere un programma comune tra il Pd di Renzi e Campo Progressista di Pisapia. L’obiettivo è avviare «una nuova stagione del centrosinistra». Se tutto andrà bene Pd e Campo Progressista daranno vita ad una coalizione nelle difficili elezioni politiche della prossima primavera (il centrodestra di Berlusconi e i cinquestelle di Grillo volano nei sondaggi).

Fassino da una settimana si sta spendendo molto per ricomporre le forti divisioni scoppiate dopo le scissioni del Pd: nel 2015 se ne sono andati Civati, Cofferati e Fassina; all’inizio di quest’anno Bersani, D’Alema e Speranza. Tutte le scissioni sono avvenute da sinistra, hanno contestato le “scelte di destra” del segretario del Pd in economia e nelle istituzioni.

Fassino, su mandato di Renzi, sta cercando di superare i contrasti per recuperare l’unità. Una impresa difficile. In una settimana di incontri e contatti, l’ex segretario Ds ha collazionato una serie di pesanti no. Un pesante no, anche se non definitivo, è arrivato dal Mdp (Bersani, D’Alema, Speranza). Bersani è stato duro: gli incontri di Fassino sono «un teatro», non è possibile una alleanza perché «c’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

Mentre per l’ultimo segretario dei Ds «divisi di perde», secondo l’ex segretario del Pd è vero il contrario: «Uniti si perde» perché le differenze sono troppo forti. Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Civati (Possibile) hanno posizioni ancora più radicali contro Renzi. Dal presidente del Senato Pietro Grasso e dalla presidente della Camera Laura Boldrini (probabilmente politicamente impegnati con Bersani) sono giunti altri due perentori “no”, anche se imbastiti in una garbata “confezione istituzionale”.

Tuttavia tra tanti “niet” sono arrivati anche dei “sì” ad aprire un dialogo. Il colloquio con Romano Prodi a Bologna «è stato un incontro molto positivo». L’inventore dell’Ulivo e del Pd, che pure ha un rapporto aspro con il giovane segretario democratico, si è mostrato disponibile con Fassino a ricucire i contrasti. Sono andati bene anche i colloqui con i radicali di Emma Bonino, con i socialisti di Riccardo Nencini, con i Verdi di Angelo Bonelli, con l’Idv di Ignazio Messina e con Democrazia Solidale di Andrea Olivero.

Si è aperto un varco per rompere l’isolamento di Renzi, reduce da tante sconfitte: le elezioni regionali del 2015, quelle comunali del 2016, il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, le regionali siciliane all’inizio di novembre. È importante soprattutto il sì di Pisapia, ex sindaco di Milano molto stimato, l’uomo indicato come “il federatore” del centrosinistra dal tandem Bersani-D’Alema prima che sopraggiungesse una clamorosa rottura. L’aggancio di Pisapia sarebbe un colpaccio per Fassino: alle elezioni politiche coprirebbe a sinistra Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Steven Forti: in Catalogna gioco pericoloso

Catalogna

Steven Forti risiede da diversi anni a Barcellona, è ricercatore presso l’Instituto de Història Contemporânea dell’Universidade Nova a Lisbona, ed insegna Storia contemporanea all’Universitat Autònoma di Barcellona. Si è occupato del massimalismo socialista e di Nicola Bombacci, e, tra gli altri, ha firmato insieme a Giacomo Russo Spena, un volume su Ada Colau. Scrive per diverse testate e conduce un programma in una storica radio libera barceloneta. Lo abbiamo incontrato per valutare alcuni aspetti del profondo dissidio Madrid-Barcellona.

Steven Forti, il gioco delle parti tra governo centrale spagnolo e quello catalano di Carles Puigdemont sta evolvendo nelle ultime settimane verso sviluppi imprevedibili. Una china molto seria, con l’avvio della procedura di applicazione dell’articolo 155 della Costituzione spagnola, che sarà votata venerdì in Senato, e che potrebbe portare alla sospensione più o meno integrale dell’autonomia di Barcellona. Quali le prospettive nell’immediato?
Era ovvio che il Premier Rajoy pensasse ad un’unica strada obbligata, ed arrivare ad applicare l’articolo 155. E quindi, risolversi a portare la questione in Consiglio dei Ministri era qualcosa di risaputo e non sorprendente. Lo si era capito nelle ultime settimane. Inoltre, vi è stato anche uno scambio di lettere tra governo regionale e quello centrale sulla questione che è apparso un po’ ottocentesco, dove però si lasciava intendere verso quale direzione il Presidente del Governo potesse andare.
Dal momento che il capo dell’esecutivo, Puigdemont, in due occasioni ha risposto in modo non chiaro su quello che era realmente accaduto il 10 ottobre nel Parlamento catalano, si rendeva evidente che, a quel punto, il Partido Popular al potere non poteva fare altrimenti. E questo, a causa delle posizioni su cui i due governi sono ambedue arroccati da tempo, del tutto schiavi delle loro – chiamiamole così – strategie.

Una vicenda di specchi, giochi e contromosse dove ancora non si ha chiarezza sullo sbocco finale, in cui si inseriscono due discorsi di Felipe VI, forse inevitabilmente, ma nettamente sbilanciati sulla posizione del “centro”, di Madrid.
I discorsi del Re sono molto rilevanti. E credo sia interessante tenere presenti insieme due cose: innanzitutto il recentissimo discorso del 19 ottobre in occasione della consegna dei premi Principe de Asturias, in cui il sovrano ha ribadito che la Catalogna è e sarà sempre parte della Spagna. Ciò si ricollega a quanto Felipe VI aveva affermato nell’altro discorso del 3 ottobre. Questo naturalmente rafforza il governo dei Popolari, legandoli strettamente l’uno all’altro.
Peraltro, pur essendo un esecutivo di minoranza, Rajoy ha la maggioranza assoluta al Senato. In più ha l’appoggio al cento per cento di Ciudadanos ed anche il sicuro sostegno dei Socialisti di Pedro Sánchez, per quanto vi siano alcune divergenze al loro interno su come applicare l’articolo 155. Infatti, la federazione catalana e quella delle Baleari sono molto critiche della linea della dirigenza del Psoe e vorrebbero che non ci fosse il “sì” all’articolo 155. Comunque sia, Sánchez e i socialisti su questo hanno posizioni coincidenti con i Popolari, non intendendo mettere in discussione l’unità della Spagna. Altra cosa importante: l’articolo 155 non è applicabile fino al momento del voto dell’aula del Senato di venerdì. Ma il discorso del Re, soprattutto quello del 3 ottobre, è stato importante anche per un’altra cosa: ha chiuso la strada a qualunque possibilità di intervento o mediazione internazionale. Ed ha avuto successo in questo.

Il Premier ha assunto una posizione nettamente di chiusura, una linea “spagnolista” a tutto tondo, dopo una opaca gestione della vicenda fino alle rudezze ai seggi da parte della Guardia Civil, il giorno del voto referendario. Un punto di non ritorno da parte del governo centrale che avocherà a sé tutte le competenze o Rajoy poi graduerà le opzioni – nonostante la bozza presentata sia estremamente rigida, cosa che ha spiazzato i socialisti – con una linea più soft?
Il discorso di Rajoy dell’altro giorno è stato molto duro e le conseguenze saranno serie: sebbene non si sospenderà formalmente l’autonomia catalana, salteranno le competenze locali sulla polizia, sulla tv pubblica catalana, poi si sospenderebbe il Presidente e gli assessori catalani, con l’intervento, di fatto, di una serie di commissari governativi, fino alla convocazione di nuove elezioni nella regione nel giro di sei mesi.  Il testo appena uscito è molto più pesante di quanto ci si attendesse.
Adesso c’è un margine di tempo di alcuni giorni per discutere, sebbene la bozza di mozione si collochi su una linea severa.  In Senato non ci saranno problemi: il Partido Popular ha la maggioranza assoluta e la mozione passerà senza problemi, con il sostegno aperto di Ciudadanos e socialisti, pur con i loro settori dubbiosi.

Un gioco estremamente pericoloso, dove ognuno fa le sue mosse.
Sì, tutto appare come una partita di poker, quasi una roulette russa. Il conflitto tra Barcellona e il centro madrileno si è andato intensificando moltissimo negli ultimi cinque anni e ancor di più nelle ultime settimane. Avviare la procedura dell’articolo 155 la vedo come una strategia del governo di Rajoy per obbligare il governo Puigdemont a fare comunque una mossa.
Ossia, a Madrid si vorrebbe che l’esecutivo catalano convocasse immediatamente nuove elezioni, il che vorrebbe dire convocare e svolgere legali elezioni regionali in Catalogna. Questo sarebbe come ritornare implicitamente dentro la legalità spagnola, dal momento che per convocarle ci si deve basare sulla legge nazionale spagnola, e non sulla legge approvata il mese scorso dal Parlamento catalano sul Referendum e la cosiddetta Transitorietà giuridica.
Questa ipotesi sarebbe e potrebbe essere perlomeno la soluzione per uscire da una incredibile impasse, che veramente potrebbe condurre verso il peggio. Purtroppo che accada ciò appare molto difficile: ci sono tensioni molto forti nella eterogenea compagine indipendentista, che comprende il governo di minoranza della coalizione Junts pel Sí, formato dai Democratici catalani (aderenti ai Liberali europei dell’Alde, dopo la rottura della alleanza con i democristiani e il crack di Convergencia i Unió, NdR) e da Esquerra Republicana de Catalunya, e che è appoggiato dalla Cup (il cartello anticapitalista di sinistra radicale).

Quale valutazione, invece, sulla condotta del Presidente regionale di Barcellona? Il leader ed i catalanisti pro indipendenza sono ormai prigionieri della retorica?
Bisognerà capire cosa accadrà nei prossimi giorni. Il governo catalano pare non abbia alcuna volontà di orientarsi verso nuove elezioni. Qui giocano a questa tattica suicida di azione/reazione: ossia provocare una reazione dello Stato spagnolo per poi cercare di avere un appoggio maggiore e più esteso da parte della società catalana al loro progetto.
Così come abbiamo visto il 1° ottobre, quando è sceso in strada non solo lo zoccolo duro indipendentista, o anche nella manifestazione dell’altro giorno per la libertà dei due dirigenti indipendentisti incarcerati lunedì scorso, Jordi Cuixart e Jordi Sànchez. Infatti, appoggiano queste manifestazioni persone che sono del tutto contrarie al governo del PP e, comunque gente che vuole difendere l’autonomia catalana, ma che non è direttamente pro-indipedenza.
Dunque, ripeto, il governo catalano di fatto ha una strategia suicida, dove dietro non c’è un vero progetto. Si vede che non ha chiaro né cosa fare, né come farlo. Sono degli irresponsabili.
D’alta parte il governo conservatore di Madrid sta facendo degli errori di calcolo molto gravi. La mozione è pesante, e la cosa contribuirà a far peggiorare le cose.
Tornando alla strategia del governo catalano, ci potrebbe essere la volontà – e vedremo in che termini e se poi accadrà davvero nelle prossime ore e giorni – di dichiarare unilateralmente l’indipendenza. Adesso c’è un dibattito interno, anche se non traspare chiaramente nella compagine indipendentista sul se e come farlo: con una dichiarazione in Parlamento regionale prima dell’applicazione dell’articolo 155? Con una dichiarazione istituzionale? Con un voto parlamentare? Questo scenario provocherebbe evidentemente un’altra reazione da parte del governo di Madrid, che poi alimenterebbe questo circolo improduttivo, dove le cose peggiorano sempre più.

Ormai non c’è più spazio per un recupero meditato di alcuni elementi delle miniriforme del tempo precedente all’agitazione indipendentista, per un diverso assetto statale, insieme a semplici modifiche dello Statuto regionale, non è così? La crescente spinta separatista e il nazionalismo madrileno hanno vanificato le tappe precedenti?
Sulla possibilità di avvio di una riforma istituzionale e dello Statuto, non credo vi sarà spazio in questi pochi giorni per una ipotesi che richiede dinamiche e tempi più rallentati.
Posso sbagliarmi, perché tutto cambia molto rapidamente, ma ritengo che, adesso, centrale è capire se in tutto questo ‘gioco’ il governo catalano intende muovere lui il primo passo, e dichiarare l’indipendenza e, se sì come; oppure orientarsi a convocare elezioni regionali e di che tipo, magari definendole “costituenti” o “plebiscitarie”.
Oppure dichiarando esplicitamente: “No, noi ora convochiamo elezioni costituenti perché non vogliamo essere più dentro la Costituzione e lo Stato spagnolo, ma seguiamo le leggi che abbiamo varato a settembre, le leggi di Transitorietà giuridica e di indizione del Referendum di autodeterminazione”. E peraltro sempre accettando come dati per buoni i risultati di questa consultazione. A questo punto, si vedrà che cosa farà il governo centrale e quale sarà la gradualità che deciderà di adottare nell’applicazione pratica dell’articolo 155.

La sindaca di Barcellona, Ada Colau, che proviene dai movimenti popolari dal basso, ha una posizione equilibrata e ragionevole. Quali i punti rilevanti di Barcelona en Comú e quelli di Pablo Iglesias con Podemos, peraltro sempre stabili ad un terzo posto nei sondaggi nazionali?
La Colau spinge per un vero dialogo. La sua posizione è: no al 155, no alla dichiarazione unilaterale di indipendenza; sì al dialogo reale ed ad una riforma vera e profonda del sistema spagnolo; ancora, un sì ad un referendum legale e vincolante concordato con lo Stato centrale.
La sindaca è favorevole, poi, a nuove elezioni in Catalogna ma a certe condizioni. Ha chiesto a tutti la massima calma, di cercare di ragionare politicamente. Aggiungendo che, in ogni caso, non dovranno essere elezioni convocate dallo Stato dopo l’applicazione dell’articolo 155, né portate avanti in un clima di così grande tensione. Anche Podemos è, sostanzialmente, sulla stessa linea d’onda.

Inés Arrimadas, la leader di Ciudadanos, i giovani liberal-centristi di C’s, ha ancora oggi sostenuto una alleanza trasversale antindipendentista.
Sì, la Arrimadas, in realtà, da tempo ripete la necessità di una sorta di fronte unionista, che più propriamente definirei il gruppo dei partiti non indipendentisti: PP, Psoe e Ciudadanos. Per lei, è poi molto conveniente farlo, perché il suo partito è il più forte in Catalogna, avendo più voti, e, anche se dovranno discutere, è la candidata naturale a guidarlo. Peraltro, i sondaggi di oggi la confortano: in Catalogna, con la sua linea molto dura verso i separatisti, C’s perderebbe solo qualche seggio a favore dei socialisti, mentre a livello nazionale ne guadagnerebbe molti a spese dei Popolari.

Intanto, si va precisando il calendario e si corre in direzione di un terreno inesplorato. E tutto accadrà questa settimana…
Sì, sono oramai giorni chiave per la Catalogna e la Spagna: martedì si forma la Commissione senatoriale per l’esame della proposta governativa, giovedì questa sarà votata, tra mercoledì e giovedì si vocifera della possibile apparizione del leader Puigdemont in Commissione. Il quale medita addirittura di presentarsi a in aula a Madrid venerdì, durante il voto in Senato. Giovedì peraltro, ci sarà soprattutto la incognita totale: la sessione del Parlamento di Barcellona, in cui forse si proclamerà la dichiarazione unilaterale di indipendenza.
Le ultime notizie, infine, sono che il PP nelle scorse ore, pur riconfermando di voler sottoporre alla Commissione un testo molto duro per l’applicazione dell’articolo 155, ha però lasciato una porta aperta: i Popolari potrebbero addivenire ad un 155 “light” qualora non vi fosse la dichiarazione di indipendenza e, forse, nemmeno la sua applicazione pratica. Ma solo, però, se Puigdemont decidesse di indire le nuove elezioni catalane in un quadro legale.

Roberto Pagano

Vitalizi: Pastorelli, si toccano principi inviolabili

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Con il voto di oggi la Camera ha approvato, in prima lettura, la pdl Richetti che abolisce i Vitalizi per gli ex parlamentari e fissa una nuova disciplina dei trattamenti pensionistici dei membri del Parlamento e dei consiglieri regionali. I sì sono stati 348, i no 17, astenuti 28. A votare a favore sono stati Pd, M5S, Lega, Fdi e Scelta civica. Contrario Ap. Psi e Mdp si sono astenuti. Forza Italia non ha partecipato al voto. Un voto scontato. Ai voti del Pd si sono aggiunti quelli del Movimento 5 Stelle e della Lega. Al Senato, con i numeri spesso in bilico, la questione potrebbe essere diversa.

Ma dire vitalizi sì o vitalizi no, senza entrare nel merito della questione, è facile. Non si discute sul principio ma sulla sua applicazione. Il Psi si è astenuto. Il motivo nelle parole di Oreste Pastorelli che è intervento nel corso delle dichiarazioni di voto. “Noi socialisti – ha detto – non siamo per nulla a favore dei privilegi alla classe politica. Condividiamo pienamente la parte della legge che riguarda il trattamento pensionistico per gli attuali e i futuri parlamentari. Pensiamo che sia un passo importante, che anzi andava compiuto prima che si sollevasse l’ondata dell’antipolitica e non adesso per tentare di raccogliere voti inseguendo il malcontento”.

“Secondo noi però – ha proseguito Pastorelli – al testo manca la previsione di un contributo di solidarietà per chi gode di trattamenti alti non sostenuti da adeguati versamenti. Così come sarebbe necessario un tavolo Governo-Regioni per riequilibrare i vitalizi regionali, troppo differenti tra loro. L’autonomia delle regioni sulla questione, infatti, non impedisce a Governo e Parlamento di esprimere un orientamento. Lo stesso ministero dell’Economia ha espresso i propri dubbi sul testo, precisando come non siano disponibili dei dati necessari alla elaborazione di una relazione tecnica sul provvedimento. Senza contare che la legge andrebbe ad influire su requisiti giù maturati modificando così diritti acquisiti e dunque inviolabili. Quindi, pur essendo convinti della necessità delle modifiche da attuare nel settore previdenziale dei parlamentari, il Psi si astiene”.

LA SCHEDA

A cancellare i vitalizi fu il governo Monti, subentrato al governo Berlusconi il 16 novembre 2011, appoggiato dai partiti di centrodestra e di centrosinistra. In particolare fu il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che il 29 novembre si riunì a tale scopo con i presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, a spingere la decisione dei rispettivi uffici di presidenza con cui vennero poi aboliti i vitalizi. Stava infatti per essere varata la riforma sulle pensioni Fornero e, come ricostruito dall’allora deputato Pdl Giuliano Cazzola, il ministro “chiese che i deputati e i senatori mandassero un chiaro segnale nella medesima direzione della riforma che prese il suo nome. L’azione del ministro si era inserita, tuttavia, nel contesto di processi gia’ in corso, anticipandone le scadenze”. Le due Camere avevano infatti già espresso autonomamente l’intenzione di procedere in quella direzione.

Prima dell’intervento della Fornero, tuttavia, non si era giunti a un risultato definitivo. Oltretutto la riforma – anche nella versione uscita dal Senato il 24 novembre – avrebbe iniziato ad avere effetto solo dalla legislatura successiva, per non intaccare i “diritti acquisiti” dei parlamentari in carica.

Si decise invece di anticipare l’entrata in vigore al primo gennaio 2012, anche se non con effetto retroattivo (non si toccavano cioè i vitalizi già maturati dagli ex senatori e deputati) per evitare rischi di incostituzionalità. Il provvedimento fu votato dagli uffici di presidenza di Camera e Senato il 14 dicembre. La nuova disciplina prevedeva il passaggio da vitalizio a pensione, per i parlamentari, calcolata col metodo contributivo – quello che in base alla riforma Fornero vale per tutti gli italiani – e che scatta solo se viene completata un’intera legislatura a 65 anni (a 60 se le legislature sono due o più).

Il ddl Richetti

Il disegno di legge Richetti appena approvato dalla Camera che poi dovrà andare al Senato imporrebbe il ricalcolo col metodo contributivo per i vitalizi maturati in passato, che ad oggi non risentono della riforma del 2012. Si tratta di misure che – secondo le stime del presidente dell’Inps, Tito Boeri – riguardano 2600 ex parlamentari per una cifra che nel 2016 ha raggiunto i 193 milioni di euro, senza considerare gli incarichi al parlamento europeo e ai consigli regionali. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle litigano sulla paternità del provvedimento, col deputato pentastellato Danilo Toninelli che afferma: “Si scrive Richetti ma si legge Lombardi”, dal nome della deputata grillina che aveva avanzato una proposta simile per il superamento dei vitalizi. La proposta di legge in discussione vede come primo firmatario Matteo Richetti, deputato Pd. È tuttavia vero che nel testo in discussione siano confluite anche altre proposte di legge, tra cui quella del M5S a prima firma Lombardi. Ma sono state unificate anche le proposte di legge di Lega Nord, Scelta Civica, Sel, e di singoli deputati.

I dubbi di costituzionalità

I dubbi di costituzionalità affondano le proprie radici nel seguente problema: si vara una nuova disciplina per delle situazioni già concluse nel passato, dei “diritti acquisiti”. Non sarebbe costituzionalmente legittimo, in particolare, ricalcolare delle prestazioni che per anni sono state erogate col metodo retributivo – e a tutt’oggi ancora lo sono – con il metodo contributivo. A maggior ragione se i destinatari sono una particolare categoria e non la generalità dei pensionati. C’è chi sostiene infatti che seguendo il precedente che seguirà a questo provvedimento tutte le pensioni potranno essere ricalcolate sulla base del sistema contributivo, che è molto ma molto meno vantaggioso del retributivo.

Anche dopo la riforma Fornero, infatti, per la grande maggioranza dei pensionati italiani è rimasto in vigore il calcolo retributivo. Quello contributivo riguarda solo i lavoratori andati in pensione successivamente. Compromettere questo principio dei “diritti acquisiti” per una sola categoria potrebbe risultare incostituzionale.

Nencini. Patto con gli Italiani con la sinistra riformista

Nencini-Psi“Sabato 1 luglio Pisapia a Roma, i socialisti a Bari. Noi celebreremo i 125 anni di storia del socialismo italiano. Non siamo nati ieri. Siamo quelli che hanno fatto l’Italia più libera e più civile”. E’ quanto ha dichiarato il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, riferendosi alle celebrazioni del 125mo anno dalla fondazione del Psi, che i socialisti festeggeranno in una Kermesse di due giorni a Bari, alla fiera del Levante, venerdì 30 giugno e sabato 1 luglio. Domani, mercoledì 28 giugno, alle ore 13.15, Nencini e i parlamentari e dirigenti del Psi, tra i quali Pia Locatelli, Oreste Pastorelli, Enrico Buemi, Gian Franco Schietroma, Maria Pisani e Claudio Altini, presenteranno l’evento in una conferenza stampa che si terrà presso la sala stampa della Camera dei Deputati.

Sarà l’occasione per fare il punto sul dopo voto delle elezioni amministrative e sulle prossime sfide del centrosinistra. Nencini aggiunge: “Proprio da qui lanceremo tre appelli: al voto alla scadenza naturale, una legge elettorale di stampo maggioritario, un Patto con gli Italiani siglato da tutta la sinistra riformista”- ha concluso Nencini.

Continuano intanto le polemiche all’indomani dei ballottaggi. Il segretario del Pd Matteo Renzi, ha fatto la sua analisi durante la rassegna stampa del Nazareno: “Le continue esasperanti polemiche nel centrosinistra alla fine – ha detto – non fanno altro che agevolare il fronte avversario. È stato sempre così. Ma se in tanti pensano che il problema sia soltanto dentro il Pd, è chiaro che poi alle elezioni rischia di vincere qualcun altro”. “Noi – aggiunge – spalanchiamo le finestre e parliamo agli italiani. Se si perdono le elezioni è perché non si parla con la gente, non perché si fanno complicati giochi alchemici in quel di Roma. Il Pd ha risultati e una visione per i prossimi anni”. E aggiunge: “Bene quel che abbiamo fatto nei Mille giorni e quel che sta facendo il governo Gentiloni. Da venerdì al forum dei circoli di Milano vogliamo parlare di dove vogliamo portare l’Italia nei prossimi tre anni. Il Pd è l’unica forza che parla di contenuti: se si parla di contenuti non abbiamo nulla da perdere”.

Insomma Renzi non si sente affatto lo sconfitto di questo turno di amministrative. “Sconfitto io? Non mi pare proprio”. E sulle coalizione afferma: “Si conferma la tesi che i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici. È stato infatti ancora una volta dimostrato che quelli che invocano una coalizione di centrosinistra larga il più possibile fanno il gioco del centrodestra, e non del Pd”. La sua seconda riflessione riguarda esponenti come Prodi, Orlando, Pisapia, Bersani, gente “che da giorni si era preparata la parte in commedia: erano pronti a dire ‘Renzi perde, vince la coalizione’, ma la realtà è stata un’altra”.

Un dibattito in cui è intervenuto anche l’ex presidente del consiglio Romano Prodi: “Leggo  – ha affermato  in un nota – che il segretario del Partito democratico mi invita a spostare un po’ più lontano la tenda. Lo farò senza difficoltà: la mia tenda è molto leggera. Intanto l’ho messa nello zaino”.

LA PROPOSTA

cameraUna conferenza stampa alla Camera per presentare la proposta di legge elettorale di socialisti e radicali nei giorni in cui le forze politiche di maggioranza e di opposizione stanno cercando un accordo condiviso. Presenti Riccardo Nencini segretario del Psi, Riccardo Magi segretario dei Radicali Italiani , Pia Locatelli presidente del gruppo Psi alla Camera, il senatore socialista Enrico Buemi e il responsabile riforme del Psi Vincenzo Iacovissi.

conferenza stampa 2Il Psi e i Radicali propendono per un sistema basato su un meccanismo elettorale di tipo maggioritario a turno unico, da applicare in collegi uninominali pari al 90% dei seggi della Camera e del Senato. Il sistema prevede poi un premio di governabilità pari al 10% dei seggi da attribuire alla coalizione che abbia conquistato il maggior numero di seggi nei collegi uninominali. Oltre ai candidati vincenti nei singoli collegi uninominali sarebbero eletti anche i migliori perdenti compresi nella lista o coalizione che abbia ottenuto il premio di governabilità. A tal fine vengono presi in considerazione i candidati di collegio con le percentuali più alte.

“Ieri – spiega Nencini – abbiamo incontrato il presidente della Commissione Affari Costituzionali Mazziotti e non abbiamo cambiato opinione sulla legge elettorale. Andiamo al voto per darci governi che devono avere le caratteristiche della stabilità e per garantire la governabilità. In un sistema tripolare – aggiunge Nencini – l’ideale è avere un sistema maggioritario che estenda il premio alla coalizione e non alla lista”. “Si dice che una proposta simile non avrebbe i numeri. Non è vero. Questa proposta alla Camera avrebbe una maggioranza solida perché i numeri ci sono, mentre al Senato non ci sarebbe una maggioranza alternativa che si potrebbe opporrebbe. Ad oggi questa è la proposta che avrebbe la meglio”. E’ la ragione – chiude Nencini – per la quale radicali e socialisti la presentano formalmente e lo fanno assieme presentandosi insieme agli incontri che ci saranno nelle sedi istituzionali”.

Dopo Nencini il segretario dei radicali Magi aggiunge che “questa è una proposta che non possiamo non sostenere”. “Una proposta che ha il pregio di riportare il dibattito nei veri termini della questione: la contrapposizione tra proporzionalisti e tra chi sostiene il maggioritario”. Magi sottolinea che “a differenza di quello che si legge sui giornali, non è vero che questa legge ha meno chance di altre. Populismo e demagogia si sconfiggono mettendo delle facce, delle storie, in relazione con gli elettori. La legge elettorale – aggiunge Magi – non è un abito che si cambia a seconda delle stagioni. E chi lo fa di solito va sbattere. Le leggi elettorali sono invece dei veri sistemi di riforma istituzionale e politico”. Magi sottolinea che “l’elemento del collegio uninominale può rispondere in questo momento di crisi istituzionale alla ricostruzione del rapporto tra elettorato ed eletti e anche al rinnovo della classe dirigente su basi qualitative”. Magi infine accenna ad alcuni fattori procedurali ma non secondari: “È arrivato il momento di una semplificazione delle procedure. Per esempio la possibilità di sottoscrivere le liste in via digitale. Altra questione il numero di firme che servono per l’accesso. Nell’ultima versione dell’Italicum eravamo arrivati a 170mila firme a livello nazionale. E’ evidente che per forze politiche nuove e che non hanno rappresentanza questo costituisca uno scoglio insuperabile”. Anche per Vincenzo Iavovissi “il sistema maggioritario è l’unico in grado di avvicinare gli elettori alla politica. E la nostra proposta va in questo senso. Per non parlare dei costi elettorale che comportano i sistemi proporzionali. Altro fatto importante è quello della possibilità di realizzare una democrazia competitiva in cui in ogni collegio vi è una sfida tra le proposte politiche che vengono incarnate dai candidati”.

Il senatore Buemi parte dalla positività dell’esperienza del Mattarellum. “Ha esaltato in quella fase storica – afferma – il rapporto tra il territorio e la rappresentanza”. Mentre “le correzioni e le modifiche successive hanno creato il disastro di questo tempo”. Per il senatore socialista bisogna invece “ritornare sui nostri passi con l’atteggiamento del riformista positivo. Al Senato la discussione è aperta e supera gli schieramenti ufficiali. Quello che apparentemente non è possibile nella sostanza – conclude – diventa possibile e spesso le certezze che si hanno dall’esterno in Aula vengono vanificate”.

Pia Locatelli aggiunge un elemento al dibattito: “Nel rapporto di rappresentanza tra eletto ed elettore vi è anche un altro aspetto; quello della restituzione che ogni singolo parlamentare può dare nel proprio collegio. È una elemento di relazione molto importante nella attività parlamentare, concepita troppo spesso come un rapporto unidirezionale. Mentre come socialisti siamo stati impegnati a ricevere mandato e a restituire al nostro elettorato il risultato della nostra azione”.

Daniele Unfer