Non basta una via per Craxi

Via Craxi a Milano?
Si tratta di una questione che, fosse per me, non sarebbe nemmeno da discutere. Il compagno Bettino Craxi merita tale riconoscimento, anzi penso meriti anche di più. Non voglio snocciolare le motivazioni. Sarei noioso, ripetitivo e, essendo nato nel 1993, ho potuto solo leggere i suoi scritti e studiare i suoi interventi. Quindi, lascerei questo compito a chi lo ha conosciuto direttamente. Voglio, però, elaborare alcune riflessioni… Mi fa piacere che il Sindaco Sala abbia raccolto la proposta e aperto un dibattito. Non posso dire lo stesso osservando, invece, l’opposizione a priori di alcuni esponenti della maggioranza milanese, primo fra tutti l’assessore PD Majorino che, così facendo, porta avanti le sue istanze insieme a Matteo Salvini. Una versione 2.0 dei lanciatori di monetine, simile a coloro che protestavano contro la proposta di intitolazione, promossa dall’ex Sindaco Moratti (corteo di protesta, formato da gruppi di estrema destra e sinistra, leghisti, Di Pietro e “giustizialisti” vari). Non credo ci sia altro da aggiungere, ma ritengo sia l’ulteriore dimostrazione di quanto sia complicato dialogare con alcune parti di PD. Al contrario, ho letto, con interesse, l’apertura di un mio corregionale, il Ministro Andrea Orlando. Proprio perché credo che Bettino Craxi meriti di più, vorrei lanciare un appello al Ministro Orlando. Infatti, credo che il modo migliore per sottolineare le innovazioni (termine utilizzato da Orlando), portate da Bettino Craxi sia intraprendere alcune iniziative fondamentali.
Perché non partire da una riforma della giustizia vera, netta e senza mediazioni? Durante questa legislatura, sono stati fatti passi avanti e il Ministro Orlando ha dimostrato sensibilità nei confronti di tematiche che socialisti (e anche Radicali) affrontano da molto tempo. Argomenti, sui quali i gruppi parlamentari del PSI (ed in particolare il Sen. Buemi) hanno offerto un importante contributo. Quindi, ben venga via Craxi a Milano, ma si ricordino e si tragga esempio da idee e azione politica del Compagno Bettino Craxi. Idee che non hanno neanche bisogno di essere attualizzate. Coraggio, Ministro Orlando. Sono sicuro che i socialisti, o almeno il sottoscritto, raccoglierebbero molto volentieri una sfida simile.

Saragat e la scissione di Palazzo Barberini (seconda puntata)

Giuseppe_Saragat

(Seconda puntata) La legge di amnistia, la successiva votazione da parte dei comunisti dell’articolo 7 della Costituzione che vi includerà i Patti lateranensi, scelte che si sommano alle divaricazioni prodottesi nel passato tutt’altro  che remoto (la svolta di Salerno del 1944 di Togliatti su tutte) celano però il vero problema che stava dinnanzi ai socialisti. E cioè il giudizio sul comunismo sovietico e solo dopo sul Pci. Esattamente in questa successione. Farlo all’incontrario portava fuori strada. Era questo che nel passato aveva diviso socialisti e comunisti italiani. Nel 1921 furono i ventuno punti di Mosca, e la conseguente necessità per i leader comunisti di espellere i riformisti dal partito, la ragione della scissione. Nel 1922 furono ancora i dictat di Mosca, e stavolta Serrati volle piegarsi contrariamente all’anno prima, a determinare l’espulsione dal Psi di Turati, Prampolini, Treves e degli altri riformisti. E poi lo stesso argomento, e cioè l’adesione all’Internazionale comunista, comportò la svolta di Serrati del 1924, che coi suoi terzinternazionalisti lasciò il Psi ed entrò nel Pcdi, con Nenni a sguainare la scimitarra per la sopravvivenza del partito e poi a perseguire la prospettiva di una nuova unificazione tra Psi e Psu (che si chiamò poi Psli e infine Psuli), che a Parigi nel 1930 vide massimalisti e riformisti di nuovo insieme. Ancora lo stesso vecchio argomento divideva i socialisti: ancora la questione del rapporto coi comunisti. Che peraltro, nell’immediato dopoguerra, pareva diventato di ben diversa consistenza, coi comunisti italiani che da piccolo partito di rivoluzionari s’erano trasformati in una grande forza politica di massa, e per di più orientati a consolidare, non a demolire, quella democrazia che avevano contribuito a conquistare durante la lotta di liberazione. Questo però deve essere conciliato col suo opposto, perchè in loro restava fondamentale, questo era il filo di continuità col 1921, lo stretto legame con Mosca.

Adesso, dinnanzi ai socialisti, come una dannazione, oscillava il pendolo del filocomunismo e dell’unità socialista, progetti che s’escludevano a vicenda e che rimbalzavano nel dibattito politico come un’alternativa che era impossibile porre a sintesi. Partire dall’esame del Pci oppure da quello del comunismo? Questo era il punto di fondo. E come mettere a sistema l’esistenza dell’uno con quella dell’altro, il loro livello di relazione e addirittura di dipendenza? La questione dell’unificazione parigina del 1930 veniva, così, ancora, messa in discussione. Lo aveva sottolineato Saragat, che nel 1930 proveniva dal partito di Turati e che condusse l’operazione di ricongiunzione con Nenni, anche allora leader del Psi. I due, che avevano unito il socialismo italiano, si apprestavano ora a dividerlo di nuovo. E ancora, sul vecchio tema del rapporto coi comunisti e col comunismo. Lo riuniranno e poi lo divideranno di nuovo (ma la scissione del 1969 non sarà colpa loro). Anche Saragat aveva firmato i vari testi del patto d’unità d’azione col Pci e anche lui l’aveva giudicato necessario durante il fascismo, ma anche dopo la Liberazione. Aveva, Saragat, contestato la corrente fusionista e anche Nenni, che peraltro aveva sempre considerato la fusione una prospettiva d’avvenire. Dopo il primo Consiglio nazionale del luglio del 1945, ma già prima, tra Saragat e Nenni c’era stata un profonda divaricazione di giudizi. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov Nenni era andato in minoranza nel Psi e aveva preferito appartarsi anche dal partito, mentre Saragat e Tasca erano diventati i fautori dell’immediata rottura di ogni rapporto coi comunisti, allora accusati di subalternità addirittura col nazismo.

In Saragat, già allora, era comparsa quella sua convinzione dell’antitesi tra socialismo democratico e umanitario, da un lato, e comunismo realizzato, di stampo totalitario, dall’altro. Due visioni antiteche, che del resto anche Silone e lo stesso Tasca, due che provenivano dalle fila comuniste e ne erano usciti proprio su questo argomento, avevano prospettato. Non si riusciva tuttavia a comprendere allora perchè il leader dell’autonomismo socialista continuasse ad apporre la sua firma ai vari patti d’unità d’azione col Pci che venivano firmati, anche dopo il fascismo. Nenni, e con lui anche Basso e, sia pur con distinzioni non trascurabili, lo stesso Morandi (gli ultimi due erano rimasti in Italia durante il regime), erano invece convinti della necessità del rapporto unitario coi comunisti per battere il fascismo e quando gli eserciti tedeschi superarono il confine russo, a Nenni ritornò il sorriso e la voglia di lottare assieme ai vecchi compagni d’arma che già in Spagna avevano combattuto il franchismo, col concorso degli aiuti sovietici. La resistenza degli eserciti e della popolazione sovietica all’aggressione nazista aveva fatto il resto e individuato nell’Urss di Stalin l’autentica potenza che aveva consentito di battere Hitler. Se poi si aggiunge che nella resistenza italiana i comunisti erano stati al primo posto nella dura e sanguinosa battaglia contro il nazifascismo ne derivava una considerazione che non poteva certo rimandare alle polemiche del 1921. Anche perchè il Pci di Togliatti non era affatto quello di Bordiga e di Bombacci. Lo si poteva considerare tutto meno che estremista, velleitario e ancorato alla necessità di una rivoluzione armata, facendo “come in Russia nel 1917”. Anzi, come è stato già sottolineato, Togliatti esprimeva spesso posizioni moderate, realistiche, superando a destra lo stesso Psiup. Il problema che Nenni non teneva in sufficiente considerazione, ed è davvero anomalo per chi come lui aveva sempre privilegiato la lettura della situazione internazionale ed era in quel momento ministro degli Esteri, era proprio la natura del regime sovietico e dei paesi che dopo la guerra erano finiti sotto la sua egida e, a seguire, la natura del rapporto tra Pci e Mosca.

Su questo Saragat aveva visto giusto. Lo aveva intuito già quando, a fronte di una visione ottimistica di Nenni sul futuro del comunismo, esplicitata al primo Consiglio nazionale, e che giustificava anche la prospettiva della fusione dei due partiti, visione che presupponeva inevitabile la democratizzazione del comunismo e la creazione di un’unica Internazionale, faceva da contrappeso Saragat, che già intravvedeva alle porte la contrapposizione dei blocchi occidentale e orientale e auspicava una funzione dell’Europa come potenza di mediazione e di propulsione di un dialogo tra le due parti, anche attraverso, com’era ovvio, l’Internazionale dei Partiti socialisti, alla quale quello italiano avrebbe naturalmente dovuto aderire. Per Nenni il comunismo post bellico non poteva ritornare quello dei processi di Mosca degli anni trenta, per Saragat il comunismo sovietico era l’altra faccia del socialismo, di natura totalitaria, burocratica, dispotica. Difficile, in una contrapposizione così forte, permanere a lungo in un unico partito. Si poteva partire, come faceva Nenni, dal giudizio sul Pci italiano per come si comportava in Italia e per quel che sosteneva, si poteva invece partire, come faceva Saragat, dal legame che tale partito manteneva con Mosca e col regime comunista e capire così anche la nuova moderazione di Togliatti e del Pci (una moderazione che rappresentava una vera consapevolezza democratica o la proiezione delle indicazioni sovietiche nella logica di Yalta?). La rivoluzione impossibile pareva in effetti la conseguenza, più che di una conversione di Togliatti alla democrazia “borghese”, della nuova situazione internazionale, che Togliatti, come Saragat e molto più di Nenni, tentava di interpretare. In questo senso sia Saragat che Togliatti appaiono molto più realisti di Nenni.

La causa del tracollo socialista alle elezioni amministrative del 10 novembre 1946 non poteva essere però solo una disfunzione organizzativa. L’Avanti infatti ne individua anche una di natura politica. Secondo il quotidiano socialista, diretto da Pertini, “il partito era stato incapace di dare una direttiva al Paese ed era irrimediabilmente diviso tra tendenze che non riuscivano a trovare un minino comun denominatore” (1). Secondo l’Avanti il partito aveva dato all’operaio e all’impiegato non una linea, ma “l’opinione del socialista A contro l’opinione del socialista B” (2). Quanto alla debolezza organizzativa il ragionamento era semplice. Se i comunisti a Torino avevano 58mila iscritti e i socialisti solo 14mila, allora anche il risultato del 2 giugno, che vedeva un Psiup più forte del Pci, poteva essere facilmente ribaltato in elezioni amministrative dove la mobilitazione era più incisiva rispetto al voto politico, che era più condizionato da un moto di opinione. E per di più a fronte di una grande astensione.  La sconfitta alle elezioni amministrative del 10 novembre diede il colpo di accelerazione alla scissione, ma non ne fu certo la causa. La vera ragione fu proprio la diversa concezione del socialismo che potremmo definire, da un lato, quella di dimensione democratica e umanitaria e, dall’altro, quella rigorosamente classista. La prima portava ad una netta distinzione tra socialismo e comunismo e alla conseguente rottura tra socialisti e comunisti in Italia, la seconda alla più stretta unità d’azione in nome degli interessi del proletariato. Questo, del rapporto col comunismo e coi comunisti, non rimanda a letture ancorate ad etichette prefabbricate di destra e di sinistra nei confronti delle tendenze politiche interne al Psiup.

Prendiamo la corrente di “Iniziativa socialista”, che aveva prospettato la rottura del Cln in nome della pregiudiziale repubblicana, poi dei governi ciellenisti e l’opposizione alla presidenza democristiana del Consiglio e che era sostenuta da giovani antifascisti e da ex partigiani che nulla avevano a che fare con le vecchie barbe riformiste. Consideriamo anche la posizione di “Critica sociale”, dove invece avevano trovato la loro naturale collocazione quasi tutti i vecchi riformisti, a cominciare da Saragat fino a Simonini. Questi stessi avevano contestato la politica del partito non solo sul tema della fusione e del rapporto col Pci, ma anche sulla questione della partecipazione al governo e sulla evidenziata subalternità socialista alla Dc. In loro l’autonomia pareva valore assoluto. Anche se è netta l’impressione che le polemiche suscitate da questi ultimi sul lato destro fossero funzionali, come si dimostrerà nel prosieguo della evoluzione politica e di governo, a mantenere un rapporto di coesione col gruppo di “Iniziativa”. Era la questione del rapporto col comunismo internazionale e di conseguenza col Pci, il pomo della discordia, non l’identità di sinistra e di destra. Saragat aveva parlato al congresso di Firenze di una netta contrapposizione tra socialismo democratico e socialismo autoritario. Del primo i socialisti italiani, a giudizio di Saragat, hanno avuto scarsa coscienza. Egli sottolineava come “la maggioranza, la grande maggioranza dei lavoratori dei paesi dell’Europa occidentale e centrale milita sotto la bandiera del socialismo democratico. Allora perchè questa sfiducia nelle forze costitutive del socialismo italiano, da parte dei nostri dirigenti? Perché solo da noi le masse operaie dovrebbero allontanarsi da quello che fu il loro partito storico?” (3). Domande che i socialisti si sarebbero più volte rivolti anche in seguito. E lo stesso Saragat, che col nuovo partito non riuscirà mai a sfondare una percentuale da forza politica minore, se le sarebbe rivolte ancora. Saragat continua analizzando la situazione del paese del socialismo realizzato e dichiara: “Si era in diritto di attendere che questa prima fase della dittatura, per carattere progressivo che tutti i governi operai hanno necessariamente in se stessi, avrebbe avuto un carattere transitorio e sarebbe fiorita una vera democrazia. Assistiamo invece ad un processo di involuzione, che pare smentire nel modo più clamoroso le previsioni di Marx. Invece di assistere a quella morte dello Stato che era nella profezia di Engels, abbiamo assistito al contrario. Invece di assistere all’eliminazione della burocrazia come corpo separato dalla massa del popolo, che è una delle dottrine più costanti del marxismo, abbiamo assistito allo sviluppo enorme di una burocrazia onnipotente, che si separa sempre più dalla massa del popolo. Insomma tutti i fenomeni che abbiamo constatato nel totalitarismo borghese, si verificano, su un ben diverso piano umano, ma con una simmetricità singolare, nel totalitarismo proletario” (4). La conclusione era: “E’ camuffare i dati presentare il comunismo come convertito alla nozione democratica del socialismo occidentale, quando tutto nella sua struttura organizzativa, nella sua politica, nella sua mentalità, grida il contrario” (5).

Dal canto suo Rodolfo Morandi, che si era distinto da Basso, e in parte anche da Nenni, per l’elaborazione di contenuti non omogenei a quelli comunisti e aveva portato avanti il progetto dei consigli di gestione operai anche da neo ministro dell’Industria, rispondeva a Saragat con una certa decisione: “La sinistra”, afferma Morandi, “che considera l’esistenza di due partiti proletari come una manifestazione della lotta di classe (…) ritiene di capitale importanza la coordinazione e lo stesso affiancamento di essi nell’azione, quale espressione differenziata in questa fase di transizione di uno stesso interesse e di una stessa qualità di classe. La destra, invece, non trova spiegazione a questo fenomeno, né giustificazione storica ad una prassi di partito che fa perno attorno alla potenza sovietica come originaria forza di espansione della rivoluzione proletaria, e persiste a giudicare il comunismo militante come una degenerazione del socialismo e qualcosa di abnorme, col quale i contatti non debbono essere tanto più intimi di quelli che non possono tenersi con altri partiti” (6)). Due opposte concezioni della politica del partito, dunque. E un partito unico che stava dividendosi ancora sul solito tema del rapporto coi comunisti. Una dannazione.

Mauro Del Bue

Note

1) Autocritica, in Avanti, 14 novembre 1946

2) Ibidem.

3) Socialismo democratico e socialismo totalitario, in A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiani di questo dopoguerra (1943-1966), Bologna 1968, p. 39.

4) Ibidem.

5) Ibidem.

6) M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia, cit, p. 162.

Leggi la prima parte

Referendum. Nencini: I motivi per votare sì

schede_referendum“Vediamo dai sondaggi che la considerazione più vicina alla verità potrebbe essere quella di un referendum che finisce sul filo di lana. La mia opinione è che il numero delle persone che votano sia molto più alto del solito perché la campagna elettorale è stata lunghissima, perché l’argomento Sì o No al referendum appartiene alla vita delle famiglie e quindi la cosa muove attenzioni”.

Lo ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini, alla convention ‘Socialisti, laici, radicali e democratici per il Sì’ dove si sono riuniti militanti provenienti da tutta Italia e i comitati nazionali costituiti in tutte le province in sostegno del Sì. La tappa romana è anche quella conclusiva prima dell’appuntamento del 4 dicembre. Alla manifestazione, alla quale sono intervenuti sindaci, amministratori  e militanti, hanno partecipato, oltre Riccardo Nencini, Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli affari esteri; Giovanni Negri, promotore dei comitati “radicali per il sì”, Cesare Pinelli, costituzionalista e docente de La Sapienza, Luigi Berlinguer, già  ministro della pubblica istruzione e promotore del comitato “Sinistra per il sì”, Oreste Pastorelli, deputato Psi, Luigi Covatta, direttore di Mondoleraio, Pia Locatelli,  capogruppo Psi alla Camera, Pio Marconi, docente, Maria Cristina Pisani, portavoce del PSI, e i dirigenti socialisti Mauro Del Bue, Daniele Fichera,  Gianfranco Schietroma, Carlo Vizzini e Fausto Longo.

“Chi dal fronte del No dichiara oggi di riformare la Costituzione in sei mesi fa ridere. In sei mesi – aggiunge Nencini – non modifichi neppure un articolo del regolamento parlamentare. Nei partiti del No non hai una proposta unica di riforma della legge elettorale, tanto meno hai una proposta per formare un Governo a meno che non ci sia Grillo come Presidente del Consiglio e Salvini agli Interni”.  “Mi pare – aggiunge Nencini – si voglia procurare uno sfregio sulla faccia degli italiani che lavorano vivono e sono residenti all’estero. Il loro voto vale esattamente come gli altri italiani che risiedono in Italia” Per il segretario del Psi ci sono 5 ragioni di merito più una politica per votare sì al referendum. La prima parte della considerazione che la prima parte della Costituzione non viene toccata tranne per un miglioramento rappresentato dall’ingresso della parità di genere tra uomo e donna. Secondo:  modifichiamo e velocizziamo il processo di formazione delle eleggi superando il bicameralismo paritario. Ricordo che la proposta socialista dalla Costituente in poi fino alla conferenza di Rimini, è stata sempre quella di superare il bicameralismo paritario. Nenni – continua – arrivò con due proposte: una Costituzione fondata sul monocameralismo e in alternativa una Camera eletta e una Camera delle regioni. Il risultato è quello che abbiamo conosciuto. Alla conferenza programmatica dell’82 il superamento del bicameralismo paritario fu uno dei temi al centro del dibattito. Quindi siamo in linea perfetta con la storia del socialismo riformista italiano”.

conventionGli altri punti sottolineati da Nencini sono “l’ingresso in Costituzione del refrendum propositivo; quindi si allarga la platea dei poteri e del dare la voce ai cittadini. Poi via le province assieme al Cnel, ma penso che uno dei punti più significativi sia l’ultimo. La nuova ripartizione di poteri tra Regioni e Stato. Ricordo che il nostro primato negativo nella realizzazione delle infrastrutture deriva da 4 fattori. La carenza del progetto, definaziamenti, l’intervento della magistratura e quarto la contesa tra Regioni e Stato sulla competenza su quell’opera. Da qui l’arricchimento dei ricorsi alla Corte Costituzionale con tutto quello che ne consegue”.

Infine la ragione politica: “I partiti del no, non hanno una visione comune né su come riformare la legge elettorale, e di qua la visione c’è. Anzi c’è un impegno che ricalca il disegno di legge socialista già presentato al Senato il 23 gennaio scorso: superamento del ballottaggio e allargamento del premio di maggioranza all’intera coalizione. Tra i partiti del no invece non c’è una sola idea di riforma della Costituzione e tanto meno c’è la speranza che da lì possa nascere un governo. Quindi il rischio è che si apra un periodo d’instabilità e l’Italia non ha bisogno di instabilità”. “Per molti italiani infatti sarà un voto politico, non di merito”.

Sulla campagna elettorale ormai vicina al termine Nencini afferma che “la comunicazione è cambiata moltissimo negli ultimi 5 anni. La rete la fa da padrona e qui spesso il linguaggio è sguaiato e il linguaggio della rete purtroppo sta diventato il linguaggio collettivo. Bisogna continuare a spiegare che è vietato offendere. Mi sono accorto che anche tra i socialisti l’offesa per chi non la pensa allo stesso modo, ha trovato, in alcune piccole fasce, diritto di cittadinanza. Io mi ostino a spiegare e a fare un ragionamento politico e di merito. Non cambio opinione da qui al 3 di dicembre”.

Daniele Unfer

PERCHE’ SI’

referendum_costituzionale

 “Vediamo dai sondaggi che la considerazione più vicina alla verità potrebbe essere quella di un referendum che finisce sul filo di lana. La mia opinione è che il numero delle persone che votano sia molto più alto del solito perché la campagna elettorale è stata lunghissima, perché l’argomento Sì o No al referendum appartiene alla vita delle famiglie e quindi la cosa muove attenzioni”.

Lo ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini, alla convention ‘Socialisti, laici, radicali e democratici per il Sì’ dove si sono riuniti militanti provenienti da tutta Italia e i comitati nazionali costituiti in tutte le province in sostegno del Sì. La tappa romana è anche quella conclusiva prima dell’appuntamento del 4 dicembre. Alla manifestazione, alla quale sono intervenuti sindaci, amministratori  e militanti, hanno partecipato, oltre Riccardo Nencini, Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli affari esteri; Giovanni Negri, promotore dei comitati “radicali per il sì”, Cesare Pinelli, costituzionalista e docente de La Sapienza, Luigi Berlinguer, già  ministro della pubblica istruzione e promotore del comitato “Sinistra per il sì”, Oreste Pastorelli, deputato Psi, Luigi Covatta, direttore di Mondoleraio, Pia Locatelli,  capogruppo Psi alla Camera, Pio Marconi, docente, Maria Cristina Pisani, portavoce del PSI, e i dirigenti socialisti Mauro Del Bue, Daniele Fichera,  Gianfranco Schietroma, Carlo Vizzini e Fausto Longo.

“Chi dal fronte del No dichiara oggi di riformare la Costituzione in sei mesi fa ridere. In sei mesi – aggiunge Nencini – non modifichi neppure un articolo del regolamento parlamentare. Nei partiti del No non hai una proposta unica di riforma della legge elettorale, tanto meno hai una proposta per formare un Governo a meno che non ci sia Grillo come Presidente del Consiglio e Salvini agli Interni”.  “Mi pare – aggiunge Nencini – si voglia procurare uno sfregio sulla faccia degli italiani che lavorano vivono e sono residenti all’estero. Il loro voto vale esattamente come gli altri italiani che risiedono in Italia” Per il segretario del Psi ci sono 5 ragioni di merito più una politica per votare sì al referendum. La prima parte della considerazione che la prima parte della Costituzione non viene toccata tranne per un miglioramento rappresentato dall’ingresso della parità di genere tra uomo e donna. Secondo:  modifichiamo e velocizziamo il processo di formazione delle eleggi superando il bicameralismo paritario. Ricordo che la proposta socialista dalla Costituente in poi fino alla conferenza di Rimini, è stata sempre quella di superare il bicameralismo paritario. Nenni – continua – arrivò con due proposte: una Costituzione fondata sul monocameralismo e in alternativa una Camera eletta e una Camera delle regioni. Il risultato è quello che abbiamo conosciuto. Alla conferenza programmatica dell’82 il superamento del bicameralismo paritario fu uno dei temi al centro del dibattito. Quindi siamo in linea perfetta con la storia del socialismo riformista italiano”.

conventionGli altri punti sottolineati da Nencini sono “l’ingresso in Costituzione del refrendum propositivo; quindi si allarga la platea dei poteri e del dare la voce ai cittadini. Poi via le province assieme al Cnel, ma penso che uno dei punti più significativi sia l’ultimo. La nuova ripartizione di poteri tra Regioni e Stato. Ricordo che il nostro primato negativo nella realizzazione delle infrastrutture deriva da 4 fattori. La carenza del progetto, definaziamenti, l’intervento della magistratura e quarto la contesa tra Regioni e Stato sulla competenza su quell’opera. Da qui l’arricchimento dei ricorsi alla Corte Costituzionale con tutto quello che ne consegue”.

Infine la ragione politica: “I partiti del no, non hanno una visione comune né su come riformare la legge elettorale, e di qua la visione c’è. Anzi c’è un impegno che ricalca il disegno di legge socialista già presentato al Senato il 23 gennaio scorso: superamento del ballottaggio e allargamento del premio di maggioranza all’intera coalizione. Tra i partiti del no invece non c’è una sola idea di riforma della Costituzione e tanto meno c’è la speranza che da lì possa nascere un governo. Quindi il rischio è che si apra un periodo d’instabilità e l’Italia non ha bisogno di instabilità”. “Per molti italiani infatti sarà un voto politico, non di merito”.

Sulla campagna elettorale ormai vicina al termine Nencini afferma che “la comunicazione è cambiata moltissimo negli ultimi 5 anni. La rete la fa da padrona e qui spesso il linguaggio è sguaiato e il linguaggio della rete purtroppo sta diventato il linguaggio collettivo. Bisogna continuare a spiegare che è vietato offendere. Mi sono accorto che anche tra i socialisti l’offesa per chi non la pensa allo stesso modo, ha trovato, in alcune piccole fasce, diritto di cittadinanza. Io mi ostino a spiegare e a fare un ragionamento politico e di merito. Non cambio opinione da qui al 3 di dicembre”.

Daniele Unfer

Nencini: “Pronti a proposta di riforma dell’Italicum”

Bicameralismo“Pronti a scrivere e a sottoscrivere una proposta di riforma dell’Italicum: premio di maggioranza all’intera coalizione vincente e superamento del ballottaggio i cardini attorno a cui lavorare”. Così scrive sul proprio profilo Facebook Riccardo Nencini,  Segretario del PSI, inserendosi nel dibattito in corso per la modifica della legge elettorale. Un dibattito che rimane aperto. Lunedì prossimo si terrà la direzione del Pd, e la modifica dell’Italicum sarà al centro del dibattito. “Discuteremo in direzione e affideremo a una delegazione il compito di trattare con gli altri partiti sulla legge elettorale” ha anticipato Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, in un’ intervista al Messaggero in cui si dice convinto che alla fine con la minoranza interna si troverà un’intesa sul percorso di modifica della legge elettorale.

“Premetto che per noi l’Italicum è una buona legge elettorale”, afferma, ma “il Pd non si sottrae alla richiesta di un confronto”. Una disponibilità che sarà ufficializzata in direzione. La minoranza punta sul Mattarellum 2. La proposta di modifica dell’Italicum, ha detto Roberto Speranza della minoranza dem “l’abbiamo fatta da mesi. E’ pubblica, depositata al Senato, è il Mattarellum 2.0” che risolve i due problemi che “abbiamo posto in questi mesi: che i cittadini possano scegliere i propri deputati e poi che non si consenta a una minoranza di diventare maggioranza assoluta in Parlamento attraverso un artificio elettorale”. Una intesa è possibile anche per il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio: “L’apertura di Renzi sulla legge elettorale – ha detto – va colta dal Parlamento, che ha oggi la possibilità di apportare  modifiche condivise all’Italicum, senza, però, smantellarne l’impianto. Si può iniziare la discussione in tempi brevi con la  consapevolezza che una soluzione ampiamente condivisa è possibile”.

Al momento sono tre le  ipotesi di modifica in campo. Se è vero che la minoranza interna ha già depositato lo “Speranzellum”, l’ampia maggioranza dei deputati Dem vuole “salvare il soldato Italicum”, come ha detto in aula Francesco Sanna, che renziano non è ma è vicino a Enrico Letta. Ed anche altri deputati non renziani, come la popolare Simonetta Rubinato, si sono pronunciati per salvare il ballottaggio. Ha aperto a delle modifiche anche Dario Parrini, vicino a Renzi ed esperto di sistemi elettorali. Tre le sue ipotesi: il mantenimento dell’Italicum depurato delle parti più criticate, come le multicandidature o i capilista bloccati; oppure il Provincellum (come l’Italicum ma i collegi sono uninominali); o anche il Provincellum ma con un mix di collegi uninominali e listini proporzionali.

Lo “Speranzellum” o Mattarellum 2.0, messo a punto dal senatore bersaniano Federico Fornaro prevede 475 seggi assegnati da collegi uninominali, più 60 al partito più votato, 30 al secondo e 23 ai partiti minori come diritto di tribuna. Ma con il tripolarismo, secondo le proiezioni effettuate, il vincente (il Pd) arriverebbe a 270 seggi, condannato ad un nuovo Patto del Nazareno. Inoltre i piccoli partiti non entrerebbero in Parlamento e quindi non ne vogliono sentir parlare.

Ncd la scorsa settimana in Aula ha annunciato, con Dore Misuraca la propria proposta: via il ballottaggio e assegnazione di un premio di 90 seggi al partito più votato, fino ad un

massimo di 340 seggi complessivi, purché esso abbia ottenuto il 35% dei consensi. Una proposta in parte analoga a quella di Giuseppe Lauricella (Pd): turno unico e premio al partito che supera il 40%, altrimenti riparto proporzionale. Il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio ha depositato una Pdl che assegna il premio alla coalizione e non alla lista, e considera valido il ballottaggio se vota più del 50% degli elettori. Infine Sinistra Italiana è per il sistema tedesco: proporzionale puro con soglia al 5%. Anche M5s è per un proporzionale alla spagnola, un sistema che esclude dalla rappresentanza i partiti piccoli, se non quelli a radicamento regionale, come la Lega.

Ma sul tappeto mancano le proposte di Fi, Lega e Fdi che hanno dichiarato di non voler dialogare se non dopo il referendum.

E’ MOZIONE

alfano-e-boschi

L’Aula di Montecitorio ha approvato la mozione della maggioranza con cui la Camera si impegna ad avviare una discussione sull’Italicum. Respinte mozioni di Sinistra Italiana, M5s e centrodestra.  La mozione di Si ha avuto 207 voti contrari, 101 favorevoli e 72 astenuti. Il documento dei pentastellati ha avuto 314 voti contrari e 74 favorevoli. Infine quella del centrodestra è stata respinta da 315 voti, ha avuto 43 voti a favore mentre 124 si sono astenuti.
Il documento presentato da Pd e firmato anche da Ap e componenti del gruppo Misto, ha ottenuto 293 sì e 157 no. La maggioranza è pronta a discutere eventuali proposte di modifica all’Italicum “nelle sedi competenti”. Nella mozione si dà dunque la disponibilità ad aprire “una discussione al fine di consentire ai diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle suddette proposte”.

Tra le mozioni poste al voto ci sono, oltre a quella della maggioranza e quella di Sinistra Italiana, la prima ad essere stata presentata, anche quelladi FI-Lega-FdI. Maria Elena Boschi, ministro per le riforme,  ha espresso parere contrario su tutte le mozioni all’infuori di quella di maggioranza. La minoranza del Pd ha fatto sapere che non voterà a favoredella mozione di maggioranza.

La mozione di maggioranza
La maggioranza, come si legge nella mozione, valuterà le possibili “convergenze” ma non indica, come invece era stato chiesto da alcuni, anche della minoranza dem, un modello che rappresenti la base del dibattito. Lo stesso premier Matteo Renzi ieri, da New York, aveva auspicato che, dopo la posizione dei Cinquestelle, venissero messe sul tavolo anche quelle di “Berlusconi e Salvini”. Nel documento di maggioranza si ricorda che l’Italicum è entrato in vigore l’11 luglio di quest’anno ed “è attualmente in corso un ampio dibattito politico su possibili e articolate ipotesi di riforma”.

La firma di Ap
Insomma alla fine Pd e Ap hanno trovato una intesa sulla mozione. Una mozione che però non entra nei dettagli dei cambi sul sistema di voto e quindi lascia liberi “i diversi gruppi parlamentari di esplicitare le proprie eventuali proposte di modifica della legge elettorale attualmente vigente e valutare la possibile convergenza sulle suddette proposte”. “Con la firma della mozione di maggioranza  – ha detto il capogruppo di Ap Maurizio Lupi – si riporta finalmente il dibattito nel luogo deputato a discutere delle modifiche all’Italicum, cioè il Parlamento. La strada che noi di Area popolare abbiamo individuato, annunciando la presentazione di una mozione, ha portato infatti alla stesura di un testo comune delle forze di maggioranza che ha come conseguenza la calendarizzazione in Aula”. “In modo da dare attuazione procedurale alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio nonché segretario del Pd che più volte si è detto disponibile a modifiche dell’Italicum e a rimettersi alla volontà del Parlamento. Adesso, aspettiamo di vedere le proposte di ogni schieramento, noi di Area Popolare abbiamo la nostra che articoleremo durante la discussione oggi in Aula”.

Le richieste dei socialisti
I socialisti hanno presentato in Aula le proprie richieste per una revisione dell’Italicum. Le ha avanzate da Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera, nel corso  della dichiarazione di voto sulle mozioni per la riforma della legge elettorale. Queste riguardano l’introduzione del premio di coalizione, la verifica dell’opportunità del  ballottaggio, l’aumento della vicinanza tra elettori e eletti, l’introduzione di un certificato antimafia per le liste. “Insistiamo – ha sottolineato Pia Locatelli – sulla proposta per il premio alla coalizione: i partiti, in particolare quelli che hanno fatto la storia del nostro Paese, non si aboliscono per legge, al massimo li aboliscono gli elettori e le elettrici con il loro voto”.  “Per quanto riguarda il ballottaggio – ha aggiunto – riteniamo che il tema debba essere ‘verificato’ perché è cambiata la situazione nel paese: un sistema tripolare è molto diverso da un sistema politico dove si confrontano due blocchi contrapposti. Va garantita la stabilità dei governi ma non può essere gettata in un cestino la rappresentanza. Va considerata, inoltre, l’esigenza di avvicinare di più eletti ed elette con il corpo elettorale, siamo pronti a dare il nostro contributo per trovare i modi per favorire una ulteriore vicinanza. Infine evidenziamo ancora una volta  che il testo attuale non affronta il tema della disciplina del conflitto di interessi e l’introduzione di un certificato antimafia per le liste, un filtro preventivo alle candidature per togliere alibi ai partiti che a volte fingono di non sapere”.

Le reazioni della minoranza
Le prime reazioni che arrivano dalla minoranza del Pd alla mozione sono tutt’altro che positive. Miguel Gotor definisce la mozione una “divertente presa in giro. Credo che tutta l’Europa ce la invidierà presto”. Molto duro l’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani: “La mozione della maggioranza dà l’idea che non si voglia far nulla”. “Il governo prenda una un’iniziativa – ha aggiunto – come fece con l’Italicum”. E su Renzi aggiunge:  “Prima diceva che l’Italicum era una legge perfetta, ora che si può migliorare. Si decida, ammetta che ha fatto un errore, si apra un confronto vero”. E attacca: “A tutto c’è un limite, voglio ricordare che le volpi finiscono in pellicceria…”

La minoranza Pd non parteciperà al voto sulle mozioni, lo ha detto Roberto Speranza, nonostante con la mozione finalmente si riconosce “la non intangibilità dell’Italicum”. Una mozione che per Speranza non serve però a “fare concreti passi avanti. Il massimo che posso fare per dignità è non votare contro una mozione che ritengo debolissima”.

Da Rosato un appello all’unità del Pd
Il capogruppo Pd alla Camera Ettore Rosato ha invece definito la mozione “concreta che apre un percorso” per migliorare l’Italicum. E lancio un appello all’unità del partito: “Ci sono molte proposte e le condizioni perché il Parlamento assuma un’iniziativa al di là dei tatticismi dei partiti. Se il Pd è unito il lavoro sarà più facile e vi chiedo fiducia reciproca ad un percorso vero”. E ancora: “Il Pd lavori con coesione separando i destini del referendum dalla legge elettorale. Io penso che l’Italicum vada bene ma se c’è una legge che può tenere più unito il mio partito facciamo uno sforzo”. Il no della minoranza lascia perplesso il presidente del Pd Orfini: “È curioso che la minoranza non voti la mozione, mi sembra una decisione incomprensibile”. E a Bersani che ha detto che la mozione è “polenta” perché non entra nel merito, Orfini replica che “non ci può essere un giudizio sull’Italicum, non si può entrare nel merito perché non siamo d’accordo”. “Se vogliamo cambiare l’Italicum – ha concluso – smettiamo di giocare con le dichiarazioni e lavoriamo sul merito”.

Cyberbullismo, via libera della Camera alle norme

EVIDENZA-CyberbullismoL’Aula della Camera ha approvato le norme per il contrasto al cyberbullismo. Un odioso fenomeno di cui spesso sono piene le cronache e i notiziari e di cui sono vittime giovani e giovanissimi, ma non solo loro,  che usano il web con troppa superficialità e disinvoltura. I Sì dell’Aula di Montecitorio sono stati 242, 73 i no e 48 astenuti.  Ora il testo passa al Senato. Tutta l’opposizione si è astenuta tranne il M5S, che ha votato contro.

La normativa afferma che chiunque anche se minorenne, potrà chiedere ai gestori dei siti internet la rimozione o l’oscuramento di contenuti che costituiscano oggetto di cyberbullismo. Il testo offre la prima definizione normativa del bullismo e del cyberbullismo, e consente di richiedere la rimozione di contenuti oggetto di persecuzione online sia al minore sia al suo genitore. Il Garante per la Privacy verifica l’intervento del gestore del sito e, se questi non abbia adottato le misure entro 48 ore dalla richiesta, vi provvede direttamente. I gestori dei siti dovranno dotarsi di specifiche procedure per il recepimento e la gestione delle richieste di oscuramento, rimozione o blocco dei dati; ed analoghi obblighi riguardano la comunicazione di tali procedure sull’home page degli stessi siti. Il bullismo viene  definito come l’aggressione o la molestia, da parte di singoli o più persone, nei confronti di una o più vittime allo scopo di ingenerare in essi timore ansia o isolamento ed emarginazione; sono manifestazioni di bullismo una serie di comportamenti di diversa natura: atti vessatori, pressioni o violenze fisiche e psicologiche, istigazione all’autolesionismo e al suicidio, minacce e furti, danneggiamenti, offese e derisioni anche relative alla razza, alla lingua, alla religione, all’orientamento sessuale, all’opinione politica, all’aspetto fisico o alle condizioni personali e sociali della vittima.

I socialisti hanno votato a favore. Il voto è stato motivato in Aula dal Capogruppo Pia Locatelli. “Secondo l’Istat nel 2014 – ha detto Locatelli – più della metà dei ragazzi e delle ragazze tra gli 11 e i 17 anni ha subito episodi di bullismo da parte di coetanei. Uno, una su cinque ha subito azioni di bullismo più volte al mese, e per uno/a su dieci gli atti di prepotenza si sono ripetuti con cadenza settimanale. Un quarto erano casi di cyberbullismo. Più numerose le vittime tra le ragazze. E’ stato giusto ampliare il testo arrivato dal Senato, includendovi il bullismo perché bullismo e cyberbullismo non possono essere considerati due reati separati anche se, nel caso di cyberbullismo possono avere conseguenze ben più gravi: ne sono amplificate la portata e la pericolosità. Questo provvedimento punta non solo alla ‘punizione’ ma soprattutto  alla prevenzione, trattandosi spesso di minori che vivono situazioni di disagio.  Certamente la vittima, lasciata spesso sola, ma anche per chi compie atti di bullismo, troppo spesso inconsapevole delle conseguenze, così come lo è chi vi assiste senza reagire, anzi a volte incoraggia. La scuola – ha continuato Locatelli – è ambiente ‘privilegiato’: molti casi di bullismo e cyberbullismo nascono a scuola e si possono risolvere a scuola, in un processo di collaborazione con le famiglie. La legge è un primo passo ma, essendo un grave problema sociale, va affrontato con tutti i mezzi e le azioni possibili”.

Pia Locatelli ha ricordato il caso di “molestie sessuali telefoniche citato da Linda Laura Sabbatini su ‘la Stampa’: qualche anno fa i dati dell’Istat riportarono una diminuzione drastica delle molestie sessuali telefoniche contro le donne: fu l’effetto della introduzione della visibilità del numero chiamante, un deterrente eccezionale per i molestatori.  Non è possibile che soluzioni altrettanto efficaci non si possano individuare. Questa non è una legge inutile, non è una legge che limita la libertà di espressione: insulti e vessazioni non sono indice di libertà, ma atti di violenza che vanno eliminati e contrastati. I socialisti – ha concluso – voteranno a favore di questo provvedimento”.

Redazione Avanti!

LA POLITICA IN TESTA

Congresso Salerno sala tagliata bassa

Al via la festa nazionale dell’Avanti a Roma. Tre giorni di dibattiti senza interruzione. Come un unico film a episodi. Per la seconda volta consecutiva la festa nazionale socialista sarà dedicata al nostro giornale. E’ un riconoscimento importante ai nostri sforzi, del resto premiati dal continuo aumento dei nostri lettori e dal sempre più partecipato confronto politico che nelle varie rubriche si sviluppa sulla politica. Il nostro incontro durerà tre giorni e si svolgerà, come lo scorso anno, nella splendida cornice di villa Osio. Dal 15 al 17 settembre si svilupperanno dibattiti a getto continuo, senza sosta, come se la festa fosse un unico film da osservare con episodi diversi. Se il Pd, partito del socialismo europeo, ha scelto di rilanciare le feste dell’Unità, ripubblicando il vecchio quotidiano fondato da Gramsci come giornale comunista nel 1924 proprio in polemica con l’Avanti!, quotidiano socialista nato nel natale del 1896, questo testimonia una delle perduranti contraddizioni di questo partito.

Pensavamo, noi forse troppo legati alla coerenza della storia, che dopo la fine del comunismo e del Pci, si sarebbe formato un unico partito socialista proprio con l’Avanti! suo insostituibuile organo. Sappiamo come è andata. Il paradosso della storia di quest’ultimo quarto di secolo ha visto crollare in Italia sotto i calcinacci del muro di Berlino proprio i socialisti. E anche l’Avanti!. Noi non demordiamo anche per questo. Perchè si ristabilisca la verità della storia, perché la tradizione socialista italiana non venga cancellata coi suoi esponenti più rappresentativi, e con loro i simboli, tra cui l’Avanti!, che sempre è stato lo specchio e il moltiplicatore dei nostri ideali.

Cominceremo noi alle 17 e 30 di giovedî con la presentazione della festa (lo faremo Oreste Pastorell, i dirigenti romani e chi scrive). I temi trattati nel corso della nostra kermesse sono quelli di più stretta attualità. Giovedì al centro della riflessione ci sarà il tema della prevenzione e cura del territorio, anche alla luce del recente tragico terremoto, poi la legge di stabilità col presidente dei giovani industriali, col capogruppo del Pd alla Camera Rosato, con il sottosegretario Nannicini, con la nostra Pia Locatelli (moderatore Carlo Petrini di Repubblica). Alla sera tema più politico: verso un nuovo centro-sinistra con il vice del Pd Guerini, il sottosegretario Della Vedova, il nostro Schietroma (introduce Elisa Gambardella, modera Francesco Maesano della Rai).  Venerdi alle 17 è ancora secondo tempo, questa volta del governo con il segretario Uil Barbagallo, Cicchitto e il nostro Rometti, subito dopo doppio confronto politico prima con il ministro Boschi e poi con Alfano del nostro Nencini, poi confronto sul referedum tra me, Bobo Craxi, che fa parte del gruppo i socialisti per il no, Alessia Morani, vice capogruppo Pd alla Camera e il docente universitario Edoardo Raffiotta (introduce Maria Pisani).

Alla sera tavola sui diritti con il nostro Buemi, Cinquepalmi, Caruso e il sottosegretario Ferri. Sabato riunione del Consiglio nazionale, nel primo pomeriggio incontri dei gruppi di lavoro del partito, poi tre dibattiti finali: il socialista Vizzini e Andrea Romano (Pd) si confronteranno sulla riforma costituzionale, Aldo Forbice, Intini e Covatta sui nuovi diari di Nenni, infine (introduce Parea) un confronto sul polo riformista con il vice della Regione Lazio e Fichera. Attendiamo che i socialisti rispondano. I giovani socialisti ci saranno, capeggiati dal romantico Sajeva, con un loro stand e cosi l’Avanti! che seguirà e pubblicherà i vari dibattiti pubblici. Tre giorni con “la politica in testa”. Speriamo che funzioni. La festa e magari anche la testa…

Mauro Del Bue

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Umbria: “I socialisti radicati sul territorio”

PsiGrande soddisfazione per gli ottimi risultati ottenuti dai candidati socialisti nelle ultime elezioni amministrative, con la straordinaria affermazione di Luciano Bacchetta e della lista socialista a Città di Castello, e un netto no a qualsiasi ipotesi di apparentamento con altre forze politiche per il ballottaggio ad Assisi,  previsto per domenica 19 maggio.

E’ quanto è emerso ieri pomeriggio nel corso della Segreteria Regionale del Partito Socialista. La relazione del Consigliere Regionale, Silvano Rometti, Segretario Reggente del Partito Umbro, ha infatti messo in evidenza come i candidati socialisti abbiano ancora una volta dimostrato la capacità di radicamento sul territorio e di saper interpretare le esigenze dei cittadini e delle forze sociali.

Sugli 11 comuni chiamati alle urne il Partito Socialista elegge propri rappresentanti in 6 di essi, con la possibilità di eleggerne un altro in caso di vittoria di Stefania Proietti ad Assisi.

Su tutti spicca il risultato straordinario di Città di Castello. Nel comune tifernate infatti il sindaco uscente Luciano Bacchetta ha ottenuto un risultato entusiasmante, vincendo le elezioni già al primo turno, e aumentando la propria percentuale di consensi di oltre 2 punti, arrivando al 53,17% contro il 50,98% del 2011. Netta affermazione rafforzata dalla vittoria in 53 seggi su 54.

La vittoria di Bacchetta conferma la bontà dell’operato del Sindaco e della sua Giunta, molto apprezzato dai cittadini, e della capacità dello stesso di tenere insieme la coalizione di centro sinistra – tema su cui i socialisti invitano il Partito Democratico a fare una profonda e sincera riflessione. Il tema delle alleanze risulta fondamentale per i socialisti, che sottolineano come nelle realtà dove questa coesione fra le forze del centrosinistra è venuta meno, i risultati siano stati assolutamente deludenti.

Nel corso della riunione è stato sottolineato, sempre per Città di Castello, la grande affermazione della lista socialista, che con il 23,53% di consensi, rappresenta la miglior performance a livello nazionale, consentendo ai socialisti di eleggere ben 6 consiglieri,  con l’ottima affermazione di Massimo Massetti e Riccardo Carletti.

Buoni i risultati anche negli altri comuni in cui si è votato. Nonostante  in alcune realtà si paghi la confusione nella formazione delle liste e le divisioni del Partito Democratico per il quale all’indomani del ballottaggio chiederemo un confronto al agli organi dirigenti del PD, il Partito Socialista è riuscito ad eleggere un consigliere a Nocera Umbra.

Una menzione a parte il risultato ottenuto ad Assisi, dove in caso di vittoria della coalizione di centro sinistra guidata da Stefania Proietti, un rappresentante socialista siederà fra i banchi del Consiglio Comunale della città.

Anche nei Comuni della Provincia di Terni – ha ricordato Rometti – ottimi sono stati i risultati a Montecastrilli, Avigliano Umbro e Parrano. Discorso a parte per Amelia, dove la sconfitta della lista guidata dal sindaco uscente ha determinato anche per i socialisti una battuta d’arresto. Qui, nonostante il passaggio dell’ex assessore Santarelli nelle file del PD con la necessità del Partito locale di riorganizzarsi, in caso di vittoria della lista di Maraga, avremmo eletto i due rappresentanti socialisti, rafforzando la nostra presenza nel Consiglio Comunale. Purtroppo una serie di errori strategici, certamente non imputabili a noi, hanno portato alla sconfitta con tutte le conseguenze del caso.

Nel corso della discussione, a cui hanno partecipato, oltre Rometti, l’assessore regionale Giuseppe Chianella e tutti i rappresentanti dei territori umbri, è emersa la ferma contrarietà del PSI a qualsiasi ipotesi di apparentamento per il prossimo ballottaggio ad Assisi.

Un’ipotesi del genere rappresenterebbe infatti un ritorno al passato, con quelle logiche da vecchia politica che gli elettori hanno ormai in più occasioni dimostrato di non voler  accettare, minando anche la positiva figura della candidata Proietti, che ha fatto dell’innovazione e della freschezza della propria immagine, unita alle indiscusse capacità e competenze, il proprio elemento caratterizzante.  In questi  10 giorni che ci separano dal ballottaggio di Assisi, il Partito Socialista sarà impegnato a sostenere la candidata a Sindaco Proietti affinché si possa tornare a vincere, dopo molti anni, nella città di S. Francesco.

Nel corso della riunione, la Segreteria Regionale ha provveduto ad approvare per la provincia di Perugia e di Terni i comitati promotori per il Si al referendum costituzionale.

Nei prossimi due fine settimana, l’11 e 12 e il 18 e 19 giugno, verranno allestiti nelle maggiori città della regione, a partire da Perugia, Terni, Foligno e Città di Castello, dei banchetti per la raccolta delle firme per il SI al referendum.

Redazione Avanti!

Consumo del suolo.
“Un ddl di svolta”

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L’aula della Camera dei deputati ha approvato il ddl sul contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato, con 256 sì, 140 no e 4 astenuti. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato. Prima del voto i deputati 5 stelle hanno protestato esibendo una serie di cartelli in aula.

Soddisfazione è stata espressa dal ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina. “L’Italia ha bisogno di questa legge – ha commentato – anche per colmare un gap rispetto ad altri Paesi, tutelando la nostra agricoltura, conservando il paesaggio, che è uno dei nostri punti di forza assoluti, e stimolando anche l’edilizia di riuso e la rigenerazione urbana con il recupero di aree già occupate e strutture già esistenti. L’approvazione di oggi alla Camera è un passo concreto in avanti verso un provvedimento che attendiamo da troppo tempo. Andiamo avanti, in linea anche con gli impegni presi ad Expo con la Carta di Milano che richiama proprio i Governi a rafforzare le leggi in favore della tutela del suolo agricolo”.

“Un ddl di svolta per ambiente e paesaggio”: sono invece le parole cui il deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera, Oreste Pastorelli ha commentato il passaggio della legge alla Camera. “La conservazione dei paesaggi e dell’ambiente, così come il contenimento del consumo del suolo, devono passare anche attraverso il rilancio dell’agricoltura e, in particolare, di quella condotta con metodi ecosostenibili”. “Da tempo noi socialisti – ha detto Pastorelli nella dichiarazione di voto – sottolineiamo l’importanza che riveste l’agricoltura nella preservazione dell’ambiente e del territorio e le misure contenute nel disegno di legge confermano che non ci sbagliavamo”. “Ovviamente – ha proseguito – non ci si può fermare qui: penso al ruolo che devono ricoprire in questo importante processo le nuove generazioni, ma il provvedimento rappresenta un punto di svolta fondamentale nell’ambito degli strumenti di tutela ambientale e paesaggistica”.

Edoardo Gianelli