Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Caso Alpi. FNSI e OdG: “Noi non archiviamo”

alpi conf stampa“Noi non archiviamo”: alla sede della Federazione, conferenza stampa di FNSI e OdG sulla prosecuzione delle indagini sul caso Alpi-Hrovatin

“La decisione del Gip di Roma Andrea Fanelli di richiedere ulteriori accertamenti sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin conferma che ancora molto resta da fare, per ottenere verità e giustizia per la giornalista e l’operatore del Tg3 uccisi in Somalia il 20 marzo 1994.
Ora più che mai, dunque, è necessario intensificare gli sforzi per illuminare la loro vicenda e ribadire con ancora più determinazione che #NoiNonArchiviamo. Per questo la Federazione nazionale della Stampa italiana, insieme con le associazioni che hanno aderito alla campagna (Stampa Romana, “Articolo 21”, “Rete No bavaglio”,ecc…) ha promosso questa conferenza stampa a Roma, nella sede del sindacato in Corso Vittorio Emanuele II: per fare il punto della situazione e annunciare la volontà di costituirsi parte offesa, così da poter dare dare un suo contributo (anche mediante gruppi di lavoro che esortiamo tutti i colleghi a creare, anche al di fuori dei confini aziendali e di testata) alle indagini, che proseguiranno per i prossimi 180 giorni.

In questo modo, la FNSI avrà la possibilità di presentare memorie e indicare agli inquirenti elementi di prova, proseguendo sul percorso tracciato da Giorgio e Luciana Alpi, genitori di Ilaria”.  Così Beppe Giulietti, presidente nazionale della FNSI, ha aperto oggi la conferenza stampa organizzata proprio per fare il punto sul caso Alpi_Hrovatin. Evidenziando anche il clima, diverso dal passato, che – probabilmente sull’onda anche dello sdegno dell’ opinione pubblica per vicende come quella degli Spada ad Ostia Lido e, in campo internazionale, le uccisioni dei due giornalisti investigativi, specialisti di corruzione e Pubbliche amministrazioni, a Malta e in Slovacchia – sembra si stia finalmente respirando, nei confronti dei giornalisti, nelle aule di giustizia. “Il tribunale di Siracusa – ha aggiunto Giulietti – ha condannato ora a due anni e otto mesi di carcere, riconoscendo anche l’aggravante mafiosa, quel Francesco De Carolis che minacciò il cronista Paolo Borrometi, intimandogli di smettere di scrivere sul clan di famiglia. La FNSI, costituita parte civile insieme con l’ Ordine dei Giornalisti, proseguirà nel suo impegno dalla parte dei cronisti minacciati: venerdì prossimo saremo, invece, al Tribunale di Pavia, per il processo sul caso dell’altro giornalista Rocchelli, ucciso nel 2014 in Iraq: dove saremo parte civile con Giuliano Pisapia, affiancati anche dalla stessa legale del caso Regeni. Forse si sta affermando il principio che colpire un giornalista significa calpestare lo stesso articolo 21 della Costituzione, sulla libertà di manifestazione del pensiero “.

Tornando al caso Alpi- Hrovatin, Fabrizio Orfeo, membro del CdR del Tg3 ( testata chiaramente presente alla conferenza stampa, in memoria di Ilaria), ha fatto anzitutto il punto sulle indagini: attualmente arenatesi, dopo la lunga detenzione (17 anni) d’un cittadino somalo erroneamente ritenuto assassino della giornalista (“Ora si tratta, soprattutto,di mettere insieme le tante tessere del mosaico, eliminando quelle che sono vere e proprie “favole investigative”, divenute luoghi comuni”). C’è anche la proposta.- fatta dalla senatrice del M5S Paola Nunez – di creare una nuova commissione parlamentare d’ inchiesta: dopo, peraltro, gli scarsi risultati ottenuti dalla prima.

“La nostra costituzione, come parte offesa, nella prosecuzione delle indagini”, ha sottolineato, in chiusura, Vittorio Di Trapani, segretario generale USIGRAI, “preciso impegno già preso con la mamma di Ilaria Alpi, Luciana (scomparsa pochi giorni fa), rappresenta, piu’ di 24 anni dopo quel duplice omicidio in Somalia, il modo migliore per affermare la realtà d’un giornalismo che non si limiti alla pura registrazione dei fatti. Questo, a maggior ragione in tempi in cui alcuni si spingono addirittura a ipotizzare un mondo futuro senza giornalismo”.

Fabrizio Federici

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.

Somalia, due minorenni rischiano l’esecuzione

somalia minorenniCinque sono stati messi a morte l’8 aprile, altri due potrebbero fare la stessa fine molto presto. Sono sette ragazzi arrestati lo scorso dicembre a Bosaso, nel Putland, regione della Somalia nord-orientale, e condannati alla pena capitale.

In questo paese dell’Africa orientale alle prese con drammatici conflitti interni e gravi crisi umanitarie, il destino dei più giovani non è particolarmente fortunato. Secondo l’Unicef, ci sarebbero oltre 5mila bambini soldato reclutati da al-Shabaab e da altri gruppi armati.

Potrebbe passare quasi sotto silenzio il destino di sette giovani dai 14 ai 17 anni colpevoli di aver ucciso tre alti funzionari. Ma un appello di Amnesty International ha gettato un po’ di luce e di speranze sui soli due sopravvissuti dopo che un mese fa un primo giro di esecuzioni ha fatto ‘giustizia’ per cinque di loro. Poco importa alle autorità che i sette siano stati lasciati marcire in containers per due settimane dopo il loro arresto prima di essere trasferiti in una stazione di polizia, che siano stati sottoposto a brutalità e torture come due ragazzi hanno detto alle loro famiglie, tra violenze sessuali, scariche elettriche, simulazioni d’annegamento. Alla fine hanno confessato il delitto e firmato la loro condanna. Probabilmente quello che le autorità volevano fin dal principio, in fin dei conti a chi importa della sorte di sette di un clan minoritario discriminato ed emarginato del Puntland, il Madibaan. Processo davanti a un tribunale militare e nessuna assistenza legale. Pena di morte confermata in appello.

Ora, a Mohamed Yasin Abdi e Daud Saied Sahal resta ben poco o forse molto di più di quel che finora è stato concesso loro: gli appelli delle organizzazioni umanitarie e la pressione internazionale.

Firma l’appello di Amnesty International

Massimo Persotti

Trump, dopo bocciatura ‘muslim ban’ guarda alla Cina

trump_cinaAncora uno “schiaffo” al presidente Donald Trump. La Corte d’appello di San Francisco, infatti, ha negato il ripristino del bando che vieta l’ingresso di rifugiati e cittadini provenienti da 7 Paesi islamici: Libia, Sudan, Somalia, Siria, Iraq, Iran e Yemen. E’ stata così confermata la decisione di un giudice federale di Seattle. “Ci vediamo alla Corte suprema, è in gioco la sicurezza della nazione”, ha twittato Trump. Secondo i giudici d’appello, l’amministrazione Usa non ha portato alcuna prova che qualcuno proveniente dai sette Paesi in questione ha commesso un attacco terroristico in Usa e non ha spiegato l’urgenza del provvedimento. Stando al collegio, erano in ballo da un lato l’interesse della sicurezza nazionale e la capacità del presidente di attuare le sue politiche, dall’altro il diritto a viaggiare liberamente, ad evitare la separazione delle famiglie e la discriminazione: sono prevalsi i secondi. Il muslim ban non è senza conseguenze, di certo mina i rapporti diplomatici ed economici. Il premier iracheno Haider al-Abadi ha infatti chiesto in un colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che l’Iraq venga eliminato dalla lista dei Paesi a cui è vietato l’ingresso. In una nota si legge che: “Il Primo ministro ha sottolineato l’importanza di una rivalutazione della decisione riguardo al diritto degli iracheni di viaggiare negli Stati Uniti”.
Ma intanto mentre si deteriorano i rapporti sul versante mediorientale, il presidente Trump punta sul Sol Levante fa retromarcia con Pechino e accetta di onorare la tradizionale linea politica americana che da decenni riconosce “una sola Cina”, su richiesta del presidente Xi Jinping, con cui ha avuto una telefonata “lunga ed estremamente cordiale”. In passato il presidente Usa aveva ‘flirtato’ con la ribelle Taiwan sostenendo di non prendere ordini da Pechino e di non sentirsi vincolato alla politica di una sola Cina fin quando Pechino non farà concessioni commerciali. Dopo la telefonata comunicata dalla Casa Bianca i due leader “si impegneranno in discussioni e negoziazioni su varie questioni di reciproco interesse”. La telefonata è stata “estremamente cordiale” e i due presidenti hanno espresso “i migliori auguri al popolo dell’altro Paese”.

La distensione dei rapporti con la Cina è fondamentale in queste ore poiché oggi ci sarà l’incontro programmato tra Trump e il suo omologo giapponese Shinzo Abe. Il premier di Tokyo, visto come un avversario a Pechino, è negli Stati Uniti per parlare di investimenti e sicurezza. Il Giappone è impegnato a difendere le isole Senkaku dalle rivendicazioni della Cina, che le chiama Diaoyu. E Washington si è impegnata a sostenere l’alleato giapponese, almeno fino ad oggi…

Arriva l’era Trump, l’America chiude agli immigrati

trump-votoIniziata l’era Trump, l’America si ritrova trincerata. Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, parte così la stretta sull’immigrazione e il rafforzamento dell’Esercito, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.
L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono improvvisamente diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati. I gruppi per i diritti civili parlano di centinaia di persone detenuti. Uno tra questi è stato comunque rilasciato dopo l’intervento di due deputati democratici.
E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore particolare preoccupante: il bando ai cittadini di sette Stati giudicati a rischio terrorismo è allargato anche a chi è in possesso di una “green card”. La carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. “La decisione del governo degli Stati Uniti di colpire il popolo iraniano è un affronto a tutte le persone di questa grande nazione”: per questo il governo iraniano “per proteggere la sacralità e la dignità di tutti i cittadini dell’Iran in patria e all’estero” e “per proteggerne i diritti”, “attua il principio di reciprocità”. Lo rende noto un comunicato del ministero degli Esteri iraniano.
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York.
I gruppi parlano di un ordine che violerebbe una legge di più di cinquant’anni fa, che mette al bando ogni discriminazione per gli immigrati sulla base delle origini nazionali. Trump ha fondato in realtà il suo ordine esecutivo su un’altra legge, del 1952, che dà al presidente l’autorità di “sospendere l’entrata a ogni classe di stranieri che egli trovi di detrimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ma il Congresso, nel 1965, ha di nuovo riaffermato che nessuno può essere “discriminato in termini di emissione di un visto sulla base della sua razza, sesso, nazionalità, luogo di nascita e residenza”.
La preoccupazione cresce anche oltre i confini statunitensi, l’Onu ha rivolto un appello a Trump per proseguire la tradizione americana di accoglienza dei rifugiati e di non operare restrizioni di razza, nazionalità e restrizione. Il Presidente degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. “L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani” è “dannoso per gli interessi del Paese”, ha scritto il presidente, che sta trasformando la politica di asilo in una parte fondamentale della strategia anti-terroristica e di difesa della nuova amministrazione americana. Così in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato per i rifugiati hanno ricordato come “il programma americano di reinsediamento sia uno dei più importanti del mondo” e ribadito l’impegno a collaborare con il governo statunitense, come fatto finora, per “proteggere le persone che ne hanno più bisogno”.
Tra i primi a manifestare la propria seria preoccupazione per il decreto anti rifugiati è Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014: “Mi si spezza il cuore nel vedere che l’America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore”.
Dall’Europa il primo a rispondere alle dichiarazioni di Trump e alle sue iniziative è stato il presidente Hollande. “Quando le dichiarazioni del presidente americano indicano la Brexit come modello per altri paesi, credo che si debba rispondere”, ha sottolineato il presidente francese poco prima dalla telefonata prevista con il leader della Casa Bianca. L’Ue dovrebbe avviare un “dialogo fermo” con Washington, ha aggiunto il capo dell’Eliseo.
Il giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca il premier britannico Theresa May, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la diplomazia delle telefonate con i leader dei principali paesi europei. Trump ha sottolineato i legami transatlantici con la Germania, un rapporto di parità con la Russia e si è sentito richiamare dalla Francia per il suo controverso ordine esecutivo che sta bloccando gli arrivi da una serie di paesi islamici.
Il presidente francese Francois Hollande ha invitato l’amministrazione Trump a “rispettare” il principio dell'”accoglienza dei rifugiati”. Secondo l’Eliseo Hollande ha anche esortato Trump a tenere nel dovuto conto “le conseguenze economiche e politiche di un approccio protezionista”. Il presidente socialista ha detto ai giornalisti che l’Europa deve formare un fronte unito e fornire una risposta “ferma” per le politiche controverse di Trump.

Sempre dalla Francia, parlando ad una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che molte delle decisioni di Trump stanno preoccupando i due alleati degli Stati Uniti, tra cui le nuove restrizioni in materia di immigrazione.

Ma la protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

La lezione della Shoah, salviamo i bambini dai ghetti di oggi

bambini romRicorre il 27 gennaio il giorno in cui viene ricordata la tragedia della shoah, vorrei porre attenzione sui minori: inizio trascrivendo il testo del Salmo 23, le maestre ebree facevano cantare ai bambini: “Anche se andassi per le valli più buie di nulla avrei paura perché tu sei al mio fianco se tu sei al mio fianco il tuo bastone, il tuo bastone mi dà sicurezza”. In tutto, si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai nazisti. Più di un milione erano ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom, polacchi e sovietici, e bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali.
​Il loro destino era di venire uccisi al loro arrivo o subito dopo la nascita, o destinati al lavoro forzato o usati per esperimenti medici
Voglio ricordare un episodio vissuto in prima persona in occasione di un viaggio organizzato, circa 15 anni fa, dalla comunità ebraica di Parigi per visitare il campo di Auschwitz. Una guida del luogo ci spiegava che non esistevano bambini nel campo. Ma un nostro accompagnatore, salendo le scale in fretta e con affanno, gridò: ”Non dategli retta, io c’ero ed una sera all’imbrunire assistetti ad una scena che vi prego di riportare ai vostri figli. Ero nella baracca quando ad un certo punto vidi come una processione di tanti bambini, tutti in fila, che venivano accompagnati ai forni. Ecco perché i bambini piccoli non erano nei campi, venivano eliminati subito perché improduttivi!”.
​​Anche i bambini non ebrei non vennero risparmiati, come, ad esempio, i bambini Rom (Zingari) uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose.
​Ma nonostante ciò, molti bambini trovarono il modo di sopravvivere Ad esempio, alcuni di loro contrabbandarono il cibo all’interno dei ghetti. A tale ultimo riguardo posso riportare qui la testimonianza di una mia vicina di casa a Tel Aviv, che mi raccontò come, internata all’età di 12 anni, salvava se stessa ed il fratellino perché parlava le lingue facendo da interprete ai nazisti e… rubava, rubava, rubava tutto il cibo che poteva….
Finita la Seconda Guerra si cominciò a cercare in tutta Europa i bambini dispersi. Migliaia di orfani si trovavano nei campi profughi, molti bambini ebrei sopravvissuti erano fuggiti e si erano diretti verso Yishuv, la zona d’insediamento ebraico e poi nello Stato di Israele, dopo la sua costituzione nel 1948.
​Si stima che i nazisti abbiano assassinato complessivamente circa 2 milioni di bambini, tra ebrei, zingari e slavi.
​​Su di loro furono esercitate violenze inaudite e inenarrabili. Nei lager molti furono i medici delle SS che condussero crudeli ed infami esperimenti sui bambini prigionieri per poter dimostrare scientificamente la superiorità della “razza ariana”e, una volta scoperti i meccanismi della gemellarità, incrementare con nascite gemellari la consistenza della popolazione tedesca ariana.
​Se le povere vittime non morivano durante gli esperimenti, si provvedeva a farle sopprimere con una puntura di fenolo al cuore.
​​Questi sono i bambini che ricordiamo oggi, questi sono i bambini per i quali piangiamo, questi sono i bambini che ci fanno ancora e sempre dire “MAI PIU'”
​Ma qualcosa dobbiamo fare per questi bambini. L’unico modo che ci resta come esseri umani per onorarli è ricordare la situazione dei tanti bambini per cui qualcosa possiamo e dobbiamo ancora fare.
​Non parlo dei bambini siriani o africani, ma parlo di quelli che sono qui, nel nostro Paese.
​Mai sentito parlare del ghetto dei bulgari di Foggia, ove i bambini vivono tra sporcizia, e rifiuti senza abiti adeguati per l’inverno? ​
Nel ghetto, in questo momento, vivono circa 100 persone e, tra queste, vi sono 37 bambini. Le condizioni igieniche in cui stanno vivendo sono pessime. Non ci sono bagni, ma latrine poste accanto a vere e proprie discariche a cielo aperto. Abbiamo riscontrato la presenza di escrementi anche lungo la via principale che attraversa il ghetto”, “Tutto intorno è un pantano di fango, rifiuti di ogni genere anche tossici, baracche messe su alla meno peggio, con legno e materiali di ogni tipo”.
​“Sappiamo che la situazione, che oggi è già drammatica, è destinata a peggiorare già da marzo, quando nel campo torneranno molti dei nuclei familiari che arrivano in Capitanata in prossimità dell’inizio dei lavori agricoli stagionali. Per questo motivo è fondamentale intervenire subito. I bambini versano in condizioni pietose: sono sporchi, scalzi, indossano abiti che non possono proteggerli dal freddo. I bambini del ghetto giocano tra fango e rifiuti, nessuno di loro è scolarizzato e hanno tutti serie difficoltà a comprendere e a parlare la lingua italiana. Ad oggi, sono soltanto i volontari a recarsi nel ghetto per fornire qualunque tipo di assistenza. Non si può pensare di nascondere sotto il tappeto dell’indifferenza situazioni come quella del ghetto dei bulgari”.
​Ritengo di dover segnalare un altro problema di non poco conto, che dovrebbe mobilitarci tutti ma veramente tutti.
​Nei primi 8 mesi del 2016 in Italia sono arrivati – attraverso il Mediterraneo – 16.800 minori non accompagnati. Si prevede che per la fine dell’anno il numero dei minori non accompagnati salirà a 20mila. (ricerca Ismu, Istituto per lo Studio della Multietnicità).
​”Ogni giorno in Italia ventotto minori non accompagnati scompaiono. Il sistema d’accoglienza è inefficace, non fornisce supporto necessario”. Così denuncia il documento “Grandi speranze alla deriva”, che afferma come, nei primi sei mesi del 2016, si siano perse le tracce di 5.222 minori, in maggioranza “scappati dai centri di accoglienza”.
​Ragazzi che diventano così invisibili, uscendo dai radar della legge e diventando conseguentemente ancor più esposti a fenomeni di violenza e sfruttamento.
​La maggior parte dei bambini che arrivano da soli via mare sulle coste italiane, provengono da Egitto, Gambia, Eritrea, Nigeria e Somalia. Fuggono da situazioni di guerra, insicurezza e povertà
Che fine hanno fatto i bambini migranti? La domanda è d’obbligo di fronte a un numero sconvolgente: almeno diecimila minorenni arrivati in Europa da soli sono scomparsi. Eclissati, volatilizzati. Di loro non si hanno più notizie e in questi casi l’elemento di per sé porta a pensare a situazioni di pericolo e di illegalità. Giovani vite finite nelle mani dei mercanti di esseri umani o delle organizzazioni criminali che fanno affari con la prostituzione minorile? ​
​“Se siano registrati o meno, stiamo parlando di circa 270.000 bambini. Non tutti sono soli, ma sappiamo che tanti di loro potrebbero esserlo”, ha spiegato Brian Donald, funzionario di Europol che ha poi lanciato l’allarme su quella che ha definito “una sofisticata ‘infrastruttura criminale’ europea che prende di mira i migranti. “Non è assurdo dire che stiamo cercando 10 mila e più bambini. Non tutti sono sfruttati dai criminali; alcuni potrebbero essersi riuniti a familiari. Solo non sappiamo dove siano, cosa stiano facendo e con chi siano”.
​La preoccupazione è che i minorenni arrivati in Europa possano essere finiti nelle maglie della rete di criminali che li sfruttano, anche sessualmente.​A livello europeo esisterebbe una sofisticata rete criminale che sta prendendo di mira proprio i migranti in arrivo dall’Africa o dal Medio Oriente, e in particolare proprio gli adolescenti e i ragazzi giovanissimi .
​In conclusione, dunque, interessarci e risolvere questi problemi è un modo dignitoso di rendere vivo il ricordo di quei tanti bambini massacrati nei campi di concentramento!

Ilda Sangalli Riedmiller

Migranti. Strage nel Mediterraneo, Ue chiama Italia

gentiloni migranti“Stiamo cercando di avere notizie ulteriori, soprattutto dalle autorità egiziane. In ogni modo è un motivo in più per discutere il ‘migration compact’ preparato dall’Italia”, così il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, sull’ipotesi del rovesciamento di un barcone con a bordo 400 migranti, per la maggior parte somali (ma ci sarebbero anche etiopi ed eritrei) nel Mar Mediterraneo. L’ambasciatore somalo in Egitto ha dichiarato che stanno facendo verifiche sull’accaduto e la stampa somala fa sapere che le squadre di soccorso sono riuscite a trarre in salvo solo 29 persone, mentre sui social media circola la notizia, ancora non confermata, che gli annegati erano partiti dall’Egitto e diretti in Italia.
“C’è veramente bisogno di pensare, oggi, di fronte ad una ennesima tragedia in cui sono morte centinaia di persone, ad un anno da una tragedia in cui ne morirono 800”, ha detto il Presidente Sergio Mattarella, nel corso della cerimonia di presentazione dei candidati ai premi David di Donatello.

Intanto dall’Europa iniziano i primi riscontri sulla questione emigranti per l’Italia. “Bruxelles dà un grande benvenuto al Migration compact proposto dall’Italia”. Così il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas, aggiungendo: “Il presidente Juncker è molto contento che l’approccio europeo trovi forte sostegno da parte del premier Matteo Renzi”, perché è convinzione del presidente dell’esecutivo comunitario che “solo un approccio comune può aiutare ad avere una gestione della
crisi migratoria in termini di responsabilità”. L’italia ha proposto di finanziare il patto europeo per l’immigrazione attraverso speciali bond europei, idea su cui Schinas non è entrato nel merito. “Per il finanziamento delle politiche migratorie è stato sempre detto che bisogna essere creativi, e prendiamo nota della proposta dell’Italia”.

Sembra un primo punto a favore di Roma, ma a mettersi di traverso ci pensa anche stavolta Berlino, che ha fatto sapere di essere contraria alla proposta italiana di ricorrere agli eurobond contro la crisi migratoria che ha coinvolto l’Europa. “Il governo tedesco non vede alcuna base per un finanziamento comune dei debiti per le spese degli stati membri per la migrazione”, ha risposto in proposito il portavoce del governo Steffen Seibert. Il portavoce ha poi ricordato che vi sono altri strumenti disponibili nel bilancio europeo.

L’Italia sembra ritrovarsi a dover gestire la crisi dei migranti con da una parte l’ostilità finanziaria teutonica, dall’altra il “muro” dei vicini austriaci. La Commissione europea sta valutando se i piani dell’Austria di imporre restrizioni lungo i suoi confini con l’Italia violino le normative Ue sulla libertà di movimento e se le misure annunciate da Vienna siano necessarie e proporzionate, e nel caso potrebbe avviare una procedura di infrazione. Intanto sulla questione il ministro Gentiloni, si dice fiducioso al riguardo: “Abbiamo parlato spesso con i nostri colleghi austriaci. C’è uno scarto tra le dichiarazioni e quello che apparentemente si sviluppa sul terreno. Io non perso la speranza che, al di là di gesti simbolici e dichiarazioni, si possa collaborare. Perché sappiamo tutti che l’innalzamento di un muro in quel posto, cioè al Brennero, avrebbe effetti economici e simbolici molto gravi per l’Europa”.

Redazione Avanti!

Somalia. Bomba sull’Airbus
Il pilota evita una strage

Attentato aereo bomba

Lo squarcio nella carlinga – Foto di JJ Green – @NATSEC09 – International Security Reporter/Analyst

Un Airbus della compagnia aerea Daallo Airlines, diretto a Gibuti, è esploso ieri 20 minuti dopo il decollo dall’aeroporto di Mogadiscio, in Somalia. Ali Ahmed Jama, ministro dei Trasporti aerei e dell’aviazione civile, ha fatto sapere che l’esplosione sarebbe stata causata da una bomba, la quale avrebbe provocato lo squarcio nella parte laterale della fusoliera dell’Airbus A321 visibile anche in queste foto.

Secondo quanto viene riferito dalle agenzie di stampa, la strage si sarebbe evitata grazie alle manovre eseguite dal giovane pilota Riccardo Bonaldi, originario di Bergamo. Ciò nonostante, un uomo avrebbe perso la vita durante l’esplosione. Mentre si attendono conferme sulla presenza di una bomba a bordo, cresce inevitabilmente la paura degli attacchi terroristici.

La sicurezza aerea viene nuovamente passata sotto la lente d’ingrandimento. In particolare, dopo la bomba esplosa sull’aereo russo partito da Sharm El Sheikh (Egitto) nel Novembre del 2015, interrogarsi sull’efficienza dei controlli in aeroporto è lecito. Inoltre, le ultime notizie trapelate dalle fonti vicine alle indagini sul velivolo esploso mentre era in volo sul Sinai, mettono in evidenza l’atroce possibilità che sia stato proprio un addetto della sicurezza a collocare la bomba.Attentato aereo bomba 1

Nel 1985, dopo la tragedia del volo Air India 182, avvenuta a causa di una bomba nascosta all’interno di una valigia, si era considerata l’ipotesi di collocare nelle stive dei velivoli un’imbottitura, dalle fibre similari a quelle dei giubbotti antiproiettile, in grado di attutire le esplosioni. Anche se i test risultarono soddisfacenti, venne scartata la possibilità di montare le imbottiture per via del loro elevato costo, considerando anche il fatto che potevano essere danneggiate con estrema facilità. In risposta a quella strage terroristica, la soluzione fu quella di aumentare i controlli aeroportuali e di investire su nuove tecnologie di rilevamento d’esplosivo.

Ad oggi, l’ipotesi di valutare nuovi materiali, più resistenti e più economici, per rivestire le stive degli aerei, sembra non essere stata presa in considerazione. Anche se una prevenzione di questo tipo non risolverebbe i problemi al di fuori della stiva, potrebbe comunque consentire una maggiore sicurezza.

Alessia Malachiti

Kenya. Dopo la strage
di cristiani, nuovi allarmi

Kenya-strage147 le vittime accertate, circa 80 i feriti: questo il tragico bilancio dell’attacco di giovedì all’università di Garissa – a est del Kenya – da parte di Al Shabaab, gruppo fondamentalista somalo. Si tratta dell’attentato più sanguinoso dopo quello all’ambasciata americana di Nairobi nel 1998 da parte di al Qaeda, in cui morirono 213 persone. Secondo le testimonianze di alcuni sopravvissuti all’attacco tra le vittime vi sono state anche persone decapitate. Parole di cordoglio, solidarietà e condanna sono giunte da Papa Francesco – che ha definito la strage “un atto di brutalità senza senso” – e dal Ministero degli Esteri che confida nelle istituzioni democratiche del Kenya “che sapranno reagire con fermezza al terrorismo”. Continua a leggere