Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

commissione_berlaymont

Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Le istituzioni nazionali e l’Europa democratica

 

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Credo che sia giunto il tempo di pensare all’opportunità che gli Stati nazionali, al centro delle riflessioni politologiche nel ‘900, cedano parte della propria sovranità come forme di responsabilità decisionale agli enti sovranazionali europei. A condizione che le Istituzioni comunitarie si rinnovino nella composizione e nelle modalità di funzionamento.

Tuttavia, per realizzare questa ipotesi ambiziosa, la costruzione degli Stati Uniti d’Europa, è necessario riformare le Istituzioni dei paesi membri. La modifica della Costituzione e la razionalizzazione della forma di governo rappresentano una potente arma contro i populisti e i sovranisti, espressione delle destre prevalenti in questa fase storica, caratterizzata da una profonda crisi sociale e, per certi aspetti, culturale.

In Italia, da circa trenta anni le diverse classi politiche, si sono poste come obiettivo la riforma della Carta fondamentale, in particolare della seconda parte che disciplina il funzionamento delle Istituzioni. La prima parte della Costituzione rimane invariata nei suoi principi democratici e nella sua ispirazione egualitaria.

Già dalla fine degli anni Settanta furono avanzate richieste di riforma, più o meno, incisive: la prima proposta organica venne avanzata nel 1979 con il “Rapporto Giannini”; seguì il decalogo di Spadolini, in seguito la prima Commissione parlamentare bicamerale per le riforme costituzionali, presieduta dall’ex costituente di matrice liberale, Aldo Bozzi.

La prima commissione bicamerale, svolse il proprio lavoro dal 1983 al 1985, elaborando delle proposte che, tuttavia, non ebbero alcun seguito. Non ci fu alcuna disponibilità a riforme che incidessero a fondo sul regime politico, rafforzando davvero le istituzioni.

Si fece un ulteriore tentativo nel 1997, con la costituzione della Commissione bicamerale guidata da Massimo D’Alema che avrebbe dovuto istituire un semipresidenzialismo vero e proprio, accompagnato da un sistema elettorale a doppio turno. Com’è noto, i lavori della Commissione naufragarono a causa delle numerose contraddizioni e contrapposizioni tra le forze politiche.

Nel 2013, al momento della rielezione a Presidente della Repubblica di Giorgio Napolitano, in un quadro di crisi economica e stagnazione istituzionale, le forze politiche assunsero solennemente l’impegno di avviare il processo di revisione costituzionale che ha portato alla definitiva approvazione delle norme oggetto del referendum confermativo del dicembre 2016.

Ciò nonostante, anche a causa di errori nella comunicazione delle ragioni del Si (l’ex premier aveva impostato la campagna referendaria come una sorta di giudizio cosmico, un’ordalia, non tanto sul merito del progetto di revisione costituzionale, quanto su una valutazione complessiva dell’azione di governo), il 59% dei votanti decise di bocciare la proposta referendaria.

A questo punto, possiamo ricavare alcune considerazioni da un trentennio di tentativi di riforma costituzionali falliti: ieri come oggi occorre ripensare ad una “Grande Riforma” che razionalizzi la forma di governo e modifichi il sistema elettorale, rendendo il sistema politico più funzionante. Il sistema elettorale dovrebbe essere pensato come uno strumento duraturo nell’arco di più legislature e, in grado di accompagnare l’evoluzione futura del sistema partitico.

A questo proposito non c’è che da ribadire come i sistemi elettorali possano essere considerati degli acceleratori o in alternativa dei freni, che agiscono in determinati contesti e non uniche cause d’instabilità delle istituzioni.

Ritenere che il sistema elettorale da solo assicuri la stabilità è certamente errato. Bisogna considerare sia il sistema elettorale che il piano più propriamente istituzionale e strutturale. Poiché il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso con le forme di razionalizzazione della forma di governo.

In conclusione, continua ad essere presente uno dei temi chiave dell’esperienza costituzionale italiana l’assenza di progettualità costituzionale organica. Serve un coerente progetto di riforma della legge elettorale e di razionalizzazione della forma di governo, in un quadro di rinnovata centralità delle Istituzioni europee. Occorre tornare a immaginare un’Europa democratica, sociale e federale, in grado di garantire un patrimonio comune tra tutti i cittadini europei.

Paolo D’Aleo

Di Pietro e l’annosa questione Tangentopoli

beppe_grillo_antonio_di_pietroLe parole di Di Pietro hanno finalmente riaperto l’annosa questione Tangentopoli. Il mitico eroe del biennio 1992-1994 ha dichiarato che il suo successo si è largamente fondato sulla paura delle manette, e che processando la Prima Repubblica ha cancellato anche le idee su cui si fondava, aprendo la strada ai partiti personali. Sarebbe bene ricordare al Tonino nazionale che già il Psi fu un partito fortemente personalizzato, financo leaderistico. Lo stesso discorso vale anche per il Pri di Spadolini.

Ma torniamo al ruolo del magistrato più amato d’Italia. Per chi ha studiato a lungo la crisi della Prima Repubblica queste parole hanno un dolce suono. Sono arrivate un po’ in ritardo, ma sono molto importanti perché chiariscono cosa fu il dipietrismo. Il contadino di Montenero di Bisaccia fu il protagonista di una stagione giustizialista e giacobina unica per la storia della Repubblica Italiana. I metodi utilizzati da Di Pietro sono ormai arcinoti: carcerazione preventiva, tintinnar di manette, violazione sistematica del segreto istruttorio e conseguente tritacarne mediatico-giudiziario. Per non parlare della violazione continua del principio di presunzione di non colpevolezza, sancito dalla Costituzione con l’articolo 27 per cui «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Svolta-1992Il ruolo di Di Pietro, però, non si è limitato solo al giustizialismo più violento, ma si è spinto oltre provocando dei gravi danni al sistema politico italiano. Il ruolo di supplenza politica svolto dal Pool di Milano ha gravemente indebolito gli sviluppi storici derivanti dalla caduta del muro di Berlino e ha impedito un processo riformatore che cambiasse effettivamente il Paese. L’unica modifica costituzionale di quel periodo ha riguardato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, cancellando la norma che prevedeva un voto della Camera di appartenenza prima di poter avviare un’indagine contro un parlamentare.

Questa è stata la splendida revisione costituzionale promossa dal pool di Mani Pulite, che ha chiaramente giovato all’Italia e agli italiani. In quegli anni ci si è illusi di rinnovare un sistema politico affidandolo alla semplice onestà orchestrata da un insieme di magistrati molto popolari. Certo, il sistema di finanziamento alla politica era marcio ed aveva raggiunto livelli intollerabili. Ma la soluzione adottata dalla procura di Milano ha brutalmente limitato le riforme che sarebbero state necessarie per modernizzare il Paese, consegnando la politica alla magistratura, avviando così un cortocircuito ormai ventennale. Si è pensato che un semplice ricambio di classe dirigente per via giudiziaria avrebbe potuto rinnovare un intero sistema. I risultati sono sotto gli occhi di tutti..

Il ruolo di Di Pietro non deve essere semplicisticamente ridotto al giustiziere che abbatte un sistema politico, per poi sostituirvisi facendo il parlamentare e il ministro. A questa delizia si deve aggiungere la disgrazia delle mancate riforme che il Paese avrebbe dovuto avviare in quel biennio. La deriva giustizialista e manettara di quegli anni è la chiave di volta per comprendere la lunga transizione che stiamo vivendo. Una transizione che dura da 25 anni, e che non vede lontanamente la sua fine.

L’occasione del 1992-1994 ormai è stata persa. In compenso il giustizialismo giacobino è dilagato e ha partorito il Movimento 5 Stelle. Come recitava una scritta del 1992: Di Pietro grazie!

OPERAZIONE VERITA’

craxi-1A molti di noi sarà capitato di restare basiti nell’ascoltare personaggi importanti sciorinare cifre e pronunciare giudizi ridicolmente infondati su presunti e negativi comportamenti di Craxi nel campo della Finanza Pubblica. Io ricordo un articolo di Salvatore Bragantini sul Corriere della Sera di 7 anni fa in cui Craxi veniva accusato di aver raddoppiato il rapporto debito/PIL(dal 60 al 120%). In un’altra occasione in TV Corrado Augias imputava a Craxi di essere il responsabile del nostro pesante debito pubblico. In un convegno sulla politica degli anni 80 lo stesso Bruno Vespa che “moderava” un dibattito di esperti pur riconoscendo a Craxi grandi meriti di statista non mancava tuttavia di rimproverare al leader socialista una eccessiva permissività sui conti pubblici e sostanzialmente un controllo blando sulla spesa pubblica. Invece Il rigore e la durezza con cui il Governo Craxi affrontò il prorompente dilagare della spesa e gli stessi dati della finanza pubblica di quel periodo, raccontano una storia completamente diversa e mi piace sottolinearlo con le parole di un aspro nemico di Bettino Craxi, Eugenio Scalfari che nonostante l’avversione profonda nei riguardi del leader socialista non mancò di riconoscerne i meriti in campo economico. Scriveva dunque l’allora direttore de La Repubblica il primo marzo del 1987, alla imminente conclusione del governo Craxi in carica dal 4 agosto dell’83. “La legislatura volge al termine ed è possibile tentarne un primo consuntivo…L’inflazione è discesa dal 16 al 4% e questo è stato il risultato più apprezzabile e più vistoso dei quatto anni che ci stanno alle spalle. Hanno concorso robustamente a raggiungerlo le condizioni della congiuntura internazionale…Sarebbe nondimeno ingiusto negare che non ci sia stato un qualche contributo specifico da parte italiana:per esempio il livello della spesa pubblica non solo non è aumentato, ma anzi è lievemente diminuito rispetto al Prodotto Interno; nel frattempo la pressione fiscale è rimasta complessivamente invariata.. Di questi risultati va dato atto alle autorità monetarie,ai titolari del Tesoro e delle Finanze e al Governo nel suo complesso. Il favorevole andamento dei prezzi internazionali ha liberato risorse che sono state in discreta parte utilizzate per non far peggiorare i conti dello Stato. Questo il merito che va riconosciuto al Governo e per questo merita la lode. Le imprese sono tornate al profitto… il costo del lavoro a livelli accettabili ha preservato la nostra competitività..”
I risultati appaiono ancora più brillanti di quanto a detti stretti il Direttore di Repubblica descrive. L’Italia viene indicata dagli osservatori internazionali come esempio da seguire. Le società di rating assegnano al nostro paese la tripla A, l’Italia è al quinto posto nella graduatoria dei paesi industrializzati ed entra nel gruppo dei sette paesi più forti, i G7.
Ma torniamo alle false notizie. L’amico Stefano Carluccio mi accennò ad uno studio di un certo Sandro Brusco che io lessi e trovai cosi assurdamente inattendibile che non lo reputai degno di considerazione. Col passare del tempo tuttavia alcune affermazioni e alcuni dati messi senza alcun criterio nel pretenzioso e inattendibile studio(“Le conseguenze economiche di Bettino Craxi”) venivano spiattellati in varie occasioni attraverso il meccanismo del passaparola e a pappagallo replicati da molti noti personaggi. Ma allora è lecito porsi una domanda. Come mai una persona che dovrebbe masticare un po’ di economia afferma che Craxi ”ha condotto una politica economica disastrosa e tale disastrosa azione ha giocato un ruolo fondamentale nel porre l’Italia su un sentiero di regresso economico e sociale”, mentre tutto il mondo ne ha lodato la capacità eccezionale nel prendere un paese in fallimento e riportarlo all’avanguardia dei paesi industrializzati in soli 4 anni? Come mai le società di rating assegnarono a quel Governo il massimo di valutazione? La risposta è nello stesso tempo semplice e sconcertante. Il Brusco considera Craxi responsabile dei Governi dal 1980 al 1990 e non già dall’agosto dell’83 all’aprile dell’87. Gli attribuisce la responsabilità politica di governi che avevano effettivamente sperperato, potenziato le indicizzazioni e costretto Bankitalia a frequenti svalutazioni. Questo agli inizi degli anni ottanta. Ma Brusco attribuisce a Craxi anche la guida politica dei governi successivi al suo ignorando del tutto che ad esempio De Mita,segretario della DC e uno dei suoi successori, era un suo acerrimo nemico e non “un suo complice”. Così ad es. se nell’80 il debito era intorno al 60% e nel 90 al 120%, fa dire al nostro che Craxi raddoppiò il debito pubblico. Da qui le citazioni dei vari giornalisti sopra ricordati. Se si pensa che alla fine del suo governo lasciò un debito di 417 milioni di euro, è difficile sostenere che possa essere accusato di aver creato l’attuale debito che ha superato 2200 miliardi. Anche a chi osserva che il debito non vada valutato in valore assoluto, ma in rapporto al Prodotto Lordo si può precisare che durante il Governo Craxi il rapporto debito/PIL aumentò di circa 20 punti, da circa il 70% all’89%(oggi è il 132 %) valore che attualmente è all’incirca quello medio europeo. Quell’aumento, sia pure non virulento, presentava qualche attenuante. In primo luogo fu impossibile far scendere le spesa pubblica in rapporto al PIL perché totalmente indicizzata all’inflazione di periodi precedenti e paradossalmente sospinta dalla forte riduzione dell’inflazione stessa. Inoltre il costo del debito subì un’impennata in conseguenza de divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro deciso due anni prima dal Ministro Andreatta che qualche anno dopo scriverà”i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grande problema della politica economica aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’escalation della crescita del debito rispetto al Prodotto Nazionale. Infine non si fece ricorso all’aumento della pressione fiscale perché la priorità assoluta era la ripresa economica. Essa avrebbe reso più facile anche la stabilizzazione del debito rispetto al PIL. Ma come si vedrà più avanti, la legislatura venne interrotta, né i governi futuri approfittarono della forte crescita per completare l’operazione di risanamento della finanza pubblica.
Quanto alla spesa pubblica che Craxi riuscì a bloccare nel rapporto al PIL, nonostante l’operazione come è stato accennato fosse molto difficile in presenza di una estesa indicizzazione e della discesa veloce dell’inflazione. Ma queste considerazioni sono completamente assenti nei violenti e gratuiti attacchi che il Brusco rivolge a Craxi. Ignora completamente la difficile guerra alle indicizzazioni che portò il leader socialista ad un duello quasi solitario, affiancato dai sindacalisti filo socialisti, con la corazzata del PCI. Non fa cenno alla finanziaria per l’84 che operò tagli impietosi alla spesa sociale con l’applicazione della regola secondo cui le varie provvidenze(assegni familiari,adeguamenti delle pensioni al minimo, indicizzazioni delle pensioni,etc) assegnate senza considerare il livello di reddito dei percettori, venivano accordate per intero solo alla fascia di reddito bassa, parzialmente ai redditi intermedi e cancellate o fortemente ridotte per i redditi elevati. E proprio sulla finanza pubblica cui il nostro dichiara di concentrare la sua analisi spara le sue bordate più assurde e violente. Ma la storia è, come abbiamo visto, completamente diversa. I fatti e i giudizi dell’epoca ci danno un quadro simmetricamente opposto. Quando nacque il Governo Craxi la finanza pubblica era completamente fuori controllo, il fabbisogno era arrivato alla vertiginosa cifra del 16,9%, la spesa correva ad una velocità impressionante e irrefrenabile. Essa nel quadriennio 79-83 era triplicata in valore assoluto e cresciuta di ben 8 punti in percentuale del PIL. Dinamica quasi analoga per la pressione fiscale che era aumentata nello stesso periodo di 7 punti. Molti osservatori e numerosi esponenti del PSI ritenevano che la DC voleva tendere una trappola politicamente mortale all’allora emergente leader socialista,data la situazione disperata in cui si trovava il paese. Ma a Craxi non mancava il coraggio né la fiducia sulle potenzialità del Paese. Compose un Governo fortemente rappresentativo(Visentini, Andreotti,Spadolini,Amato, Scalfaro, Martinazzoli, Forlani, Fortuna,De Michelis,Pandolfi, Zanone Zamberletti etc) chiamò i sindacati per organizzare una politica dei redditi con lo scopo di sconfiggere l’inflazione, risanare la finanza pubblica, riavviare lo sviluppo e l’occupazione riequilibrare i conti esterni. E i risultati,come vedremo, gli daranno ragione.
Quando nel 1986 la politica rigorosa del triennio precedente incrociò la fortunata circostanza del calo del dollaro e del petrolio e gli indicatori accelerarono la corsa in positivo, alla DC di De Mita salì improvvisamente la febbre da paura per la popolarità crescente dei socialisti e la loro possibile candidatura a porsi come alternativa al potere democristiano. De Mita si affrettò a inviare un avviso di sfratto a Palazzo Chigi. Craxi cercò di resistere per completare la legislatura ma dovette cedere e concordò che si sarebbe dimesso in primavera. La finanziaria per l’87 che avrebbe potuto finire il lavoro di risanamento finanziario, con la stabilizzazione del rapporto debito/PIL, si trasformò in un documento blando anche perché il taglio della legislatura avrebbe condotto alle elezioni anticipate peraltro affidate ad un governo elettorale di minoranza presieduto da Fanfani.
I risultati di quel governo risultano eccellenti. L’inflazione scende al 4% dal 16,5 , ma ancora più significativo è il calo del differenziale con gli altri paesi che scende dal 9 al 2%. Il numero delle imprese è triplicato, i profitti ricostituiti,le esportazioni in forte incremento, i conti esterni risanati,il PIL in forte crescita insieme agli investimenti, ai salari reali e all’occupazione.
Dopo le elezioni si formò il governo Goria che in Parlamento venne più volte messo in minoranza con ammucchiate trasversali volte a saccheggiare nuovamente la finanza pubblica finalmente priva del guardiano(chi non ricorda l’On Lodi del Pci capo manipolo degli assalitori?). Ma anche il sindacato si sentì sciolto dal patto con il Governo. C’era un’euforia da guerra finita e vinta. L’alta crescita copriva i costi della rinata instabilità, con forti aumenti della spesa e della pressione fiscale. Ovviamente anche la politica economica di quegli anni e dei governi De Mita e Andreotti Il Brusco che non avrà letto nulla delle vicende di quel periodo, l’attribuisce a Craxi facendo un’operazione di grande disonestà intellettuale.
Se si riuscisse a fare una operazione verità senza pregiudizi e tentazioni demagogiche scopriremmo uno dei momenti migliori della nostra storia che vide una forte coesione tra Governo, Sindacato e Banca d’Italia con il risultato di costruire un capolavoro di politica economica tanto raro nel nostro paese e che fa onore a coloro che ne furono i protagonisti, a cominciare da colui che tenne le redini dell’operazione, Bettino Craxi.

Nicola Scalzini

La7 e la fiction “1992”
un’occasione sprecata
per raccontare la storia

Craxi Bettino“Ma davvero si può immaginare che il presidente del Senato Spadolini, segretario del partito repubblicano per dieci anni potesse pensare che le irregolarità nel finanziamento del suo partito fossero state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa? Oppure che il Presidente della Camera Giorgio Napolitano che nel PCI aveva avuto il ruolo per lungo tempo di ‘ministro degli esteri’ e che aveva rapporti con tutte le nomenklature dell’Europa dell’est a partire da quella sovietica, non si fosse mai accorto del grande traffico che avveniva sotto di lui tra i vari rappresentati e amministratori del partito e i Paesi dell’Est?”.

Più o meno queste le parole che Bettino Craxi pronunciò in tribunale davanti al Pm Antonio Di Pietro nell’unico incontro diretto che ebbe con il capo di ‘mani pulite’ nel corso dei procedimenti giudiziari che lo videro sul banco degli accusati. Parole di strordinaria chiarezza pronunciate per spiegare ancora una volta, così come aveva fatto alla Camera in un memorabile intervento, che la politica italiana funzionava allora così e che se si metteva sotto accusa lui, segretario del PSI e tutto il suo partito per le tangenti, non si risolveva certo il problema politico che era alla base di quel fenomeno distorsivo e che era il sistema che andava ‘curato’, le istituzioni, partiti compresi, non certo facendo invece crollare tutto.

Come andò a finire lo sappiamo bene. Una classe politica al 90% composta da opportunisti e vigliacchi, pensò di cavarsela con il sacrificio di alcuni capri espiatori, a cominciare da lui, il ‘cinghialone’ e i risultati di quel tragico e colpevole errore sono oggi sotto gli occhi di tutti: la corruzione è cresciuta e la democrazia, con i partiti enormemente indeboliti, è fortemente menomata.

Abbiamo rivisto  (il brano della deposizione dura esattamente dieci muniti, da 11.28 a 21.29)  quel Craxi ieri sera in tv, su La7, nel corso del dibattito che ha accompagnato la prima puntata della fiction “1992 – Quando tutto cambiò. O no?”, un Craxi che giganteggia per intelligenza e chiarezza di pensiero, soprattutto se messo a confronto con quanto ci circonda oggi.

Parole profetiche che in studio – c’erano il figlio, Bobo Craxi, Giorgio Gori, Vittorio Feltri, l’ex pm – hanno trovato il nulla delle argomentazioni di un Antonio Di Pietro, sempre incapace di andare al di là di una logica da aritmetica giudiziaria.

Il modesto funzionario di polizia divenuto magistrato, è apparso in tv, più di allora, essere stato strumento malleabile nelle mani sapienti di altri, il partito delle ‘toghe rosse’ o i servizi segreti americani come ha ripetuto Bobo Craxi. Un ‘Tonino nazionale’ inconsapevole (forse) che quell’inchiesta che miracolosamente si fermò davanti al portone di Botteghe Oscure e non superò mai altri ben più potenti portoni di industrie, banche, gruppi finanziari e ambasciate, avrebbe mutato il destino del nostro Paese, gli avrebbe impedito di curarsi da solo – e a dir la verità non è detto che forse ne sarebbe stato in grado – e lo avrebbe consegnato a prezzi di saldo, in altre mani.

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

Vittorio Feltri e Antonio Di Pietro

L’ex pm non sa ancora oggi rispondere con parole convincenti alla domanda ripetuta da Mentana di come mai finì a fare il parlamentare prima – collegio ‘blindato’ del Mugello – e poi ministro per quel partito, il Pds di Occhetto, che si era ‘salvato’ dalla marea di fango che aveva sterminato tre quarti della classe politica italiana anticipando di un ventennio la ‘rottamazione’ renziana (la storia si ripete due volte, la prima come tragedia la seconda come farsa, diceva Karl Marx).

Davvero quel filmato di Bettino Craxi – in fin dei conti è lui il protagonista assoluto nella fiction e in studio, convitato di pietra che conferma in quanto tale le non-risposte date fino a oggi – meritava da solo un’intera trasmissione che per il resto, dibattito compreso, ha rasentato, quanto ad informazione e approfondimento, il vuoto pneumatico.

Il figlio, Bobo – uno contro tre, forse tre e mezzo a seconda di come si interpreta il ruolo del conduttore – ha tentato fino alla noia di argomentare politicamente ai ‘ragggionamenti’ di Di Pietro. Mentana, a sua volta, è apparso appesantito dalle proprie responsabilità di non aver certo contrastato, come giornalista e Bobo Craxiquando poteva, il fenomeno giudiziario-mediatico di ‘mani pulite’, proprio lui che era divenuto giornalista praticante nel quotidiano del Psi, l’Avanti! e che dunque avrebbe dovuto avere una ‘sensibilità’ diversa da quelli di altri colleghi.

Sono riemerse, anche dalle parole di Feltri (allora direttore de ‘l’Indipendente’ e tifoso di ‘mani pulite’) e di Gori (allora dirigente di Mediaset oggi sindaco di Bergamo) una tv che strumentalizzò a fondo tangentopoli per servire gli interessi del suo editore, le logiche dell’audience e dei ‘padroni del vapore’, l’osanna conformista al ‘nuovo che avanza’.

Sulla fiction, “nata da un’idea di Stefano Accorsi”, come annuncia il promo, e che è partita ieri sera e andrà avanti in prima serata per 5 settimane, “affresco di una delle pagine più controverse del nostro paese con le vicende giudiziarie di Mani Pulite”, non c’è molto da dire. Francamente, avendo deciso di affrontare un tema così importante, sarebbe stato meglio trattarlo con maggior serietà anziché ridurlo a una sorta di fotoromanzo a puntate. Né i personaggi né tantomeno i loro comportamenti hanno spessore. Prevalgono le ‘macchiette’, quasi ovunque, nella Lega di Bossi così come nella vita interna al famoso ‘pool’ di ‘mani pulite’. Personaggi davvero poco credibili, con recitazioni non sempre da sufficienza, fanno sorgere il dubbio se il problema di fondo di questa fiction così malriuscita nasca proprio dalla volontà ideologica di ‘non’ approfondire, ma solo di raccontare la versione che, come accade dopo ogni guerra, è quella gradita al vincitore.

In questo, bisogna dire, Mentana, o chi per lui, ha avuto però il buon gusto e l’intelligenza di riportare quella deposizione di Bettino Craxi. C’è molto di più probabilmente in quei pochi minuti di confronto col ‘grande inquisitore’ della nostra storia recente che non in tutte le ore delle cinque puntate della fiction.

Se, ci auguriamo, riscatto televisivo ci sarà, sul piano dell’informazione e della storia, potrà avvenire, crediamo, solo in studio, attraverso le parole degli ospiti che verranno chiamati a commentare le altre puntate. La scelta di quegli ospiti ci dirà se Mentana ha davvero voglia di fare approfondimento e informazione o solo fiction.

Altrimenti, sarà stata un’altra occasione persa per spiegare agli italiani che allora non c’erano o erano troppo giovani, come mai oggi siamo precipitati così in basso.

Mentana Enrico

Qui il link alla puntata

Carlo Correr

Tangentopoli dal 1992 al 1994 attraverso le pagine dei principali quotidiani dell’epoca

 

Il mio amarcord
e il ruolo del nostro Psi

Ho letto e riletto, anche nella versione cartacea (sì, lo so, è un mio limite) l’articolo di Mauro Del Bue che racconta fervidamente la sua storia di militante socialista del nuovo corso di Craxi. Una storia che comincia da suo padre. Lo ricordo benissimo; era Presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo di Reggio Emilia: serio, discreto, concreto, stimato da tutti. Poi, a forgiare l’animo del giovane attivista della Federazione Giovanile c’è la lezione del riformismo reggiano, il socialismo esemplare dell’apostolo Camillo Prampolini, quello della predica di Natale. In questo alveo seguiranno poi Giuseppe Amadei, Dino Felisetti e lo stesso Mauro del Bue.

Facendo perno su queste radici, la narrazione del Direttore del nostro giornale diviene palpitante amarcord. Lo ripropongo qui e provo anche ad integrarlo: il Midas, l’orgoglio dell’autonomia socialista, la nuova serie di Mondoperaio, la sfida alla DC e al PCI (fra i due lastroni può nascere l’erba, dicevamo allora), i Congressi di Torino, di Palermo, di Verona e di Milano; e ancora: la sfida all’URSS con l’installazione degli euro-missili, la conquista della Presidenza del Consiglio, le assemblee “ideologiche” di Rimini, la scoperta del socialismo tricolore, la valorizzazione del made in Italy, la difesa della nostra indipendenza nazionale nei giorni febbrili di Sigonella, il taglio della scala mobile e la vittoria nel referendum sul decreto di San Valentino. Si collocano in questo vasto rinnovamento il dialogo Lib-Lab fra Ugo Intini ed Enzo Bettiza e la prospettiva laburista, offerta al PCI, incapace di profittarne.

Poi, lo sappiamo e ci brucia, venne l’inizio del declino, con la sconfitta nel 1991 nel referendum sulla preferenza unica. Siamo ai prodromi della disfatta che, per contrappasso, coincide beffardamente con il crollo del comunismo nel mondo.

Mi sono subito detto: etiam de te fabula narratur. Incalza così la rivisitazione del mio film personale. Nel ’76, quando il giovine Del Bue si affaccia alla ribalta del socialismo nazionale che congeda Francesco De Martino, ero da poco, contro ogni mia personale previsione, diventato membro del Senato della Repubblica. Accadde così. Ero allora Vice-Presidente socialista della Provincia di Parma, una terra in cui l’umanesimo socialista ha un suo nobile radicamento: Nullo Musini, Agostino Berenini, Gustavo Ghidini, Fernando Santi ed il suo allievo Luciano della Tana. Verranno poi, come “papi stranieri” parmigianizzati, Gaetano Arfè e Luigi Covatta. Ero approdato al PSI dopo un’intensa esperienza giovanile nell’Unione Goliardica Italiana (UGI) e nel Partito Radicale di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi. Non è vero che tutti i radicali fossero elitari. Io ero un ragazzo rotolato a Parma da un paese dell’Appennino, e Pannunzio pubblicava i miei pezzi sul Mondo. La mia origine montanara e popolare fu preziosa quando decisi di correre per il Consiglio provinciale. Dato per sconfitto, fui eletto grazie al largo consenso dei compaesani della mia valle.

Un lunedì mattina della primavera del 1976 suonò il telefono nel mio studio d’avvocato, a Langhirano: <<Sono Bettino, ti devi candidare al Parlamento, i capi del partito di Parma sono tutti nei guai.>>. Alle prime battute fui sul punto di mandare al diavolo il mio interlocutore. Credevo fosse uno scherzo. Poi compresi che la voce era la sua: ci eravamo conosciuti a Roma alle riunioni dell’UGI. Era anche così che Craxi preparava la sua squadra. Era poi vero che ero rimasto, a Parma, uno dei pochi dirigenti candidabili, a causa di quello che venne allora chiamato “lo scandalo edilizio”, rivelatore ante litteram del rapporto pericoloso fra politica e affari. Alcuni compagni furono processati ed anche incarcerati. La Magistratura aveva, per così dire, monopolizzato la scena politica: insomma, un’anteprima di “Mani pulite”. Forse perché vaccinato da questa esperienza domestica, ma soprattutto in ragione della mia visione della politica e del rapporto fra politica e morale, ho sempre rifiutato di occuparmi di affari. Spesso, anche nei giorni bui delle inchieste milanesi di “mani pulite”, mi sono domandato se, malgrado la validità adamantina e la forza innovativa della nostra linea politica, il PSI del nuovo corso avesse offerto ai suoi avversari, e soprattutto ai comunisti e ai magistrati amici dei comunisti, la corda per farsi impiccare.

Mi venne in aiuto, con una lettera che conservo, Noberto Bobbio, di cui riassumo l’essenziale: “Craxi ha dovuto combattere il più forte partito comunista del mondo libero. Aveva bisogno di molte risorse”. La storia, come ha detto Paolo Mieli, sarà generosa con Craxi. E dunque con chi ha combattuto al suo fianco. In ogni caso, caro Mauro, anche noi due non saremo esenti da errori politici, ma niente di cui dobbiamo vergognarci.

Interrompo qui il mio memoriale, consapevole che le rimembranze sono il lato debole di chi è avanti negli anni. Non posso tuttavia tacere che l’esperienza che ha lasciato il segno più profondo nella mia vita non è quella, peraltro indimenticabile, di membro di cinque Governi della Repubblica (traguardo cui non avevo mai pensato quando abbracciai la vita politica), ma quella di Presidente per quasi dieci anni del Gruppo socialista del Senato: una squadra di cinquanta parlamentari, di cui furono membri Nenni, Pertini, De Martino, Gino Giugni, Norberto Bobbio. Una scuola di politica, di vita parlamentare e, tout court, di vita. Ho avuto la fortuna di incontrare al Senato i “migliori nemici” che potessi trovare: Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso: i miglioristi del PCI con i quali si andava periodicamente a cena, anche nei momenti in cui era altissima la tensione fra PCI e PSI, a casa di Giuseppe Avolio, campano di Afragola, presidente degli agricoltori socialisti e “di sinistra”, dove ci aspettava, accompagnato dalla consorte, un altro commensale di tutto rispetto: Giorgio Napolitano. La cena di donna Elisa, la padrona di casa, si concludeva con la favolosa pastiera napoletana.

Non mi sono mai montato la testa. Ma sentivo di essere impegnato in qualcosa che vale, in una mission che esigeva una dedizione assoluta. Ho ancora il rimorso nei confronti della mia famiglia per aver dedicato gran parte della mia vita al munus publicum. Ma non mi rimprovero i miei lunghi viaggi in Ungheria, in Romania, in Polonia, negli USA, in Russia, in Cile, e da ultimo, in Somalia, in Albania ed in Mozambico, sempre come ambasciatore della lungimirante politica estera del PSI di Craxi. Ho partecipato, come gregario, alla ost-politik del segretario del PSI e del Presidente del Consiglio, rivolta ai fratelli separati dei Paesi dell’Europa Orientale, intessuta di dialogo con i governanti, ma accompagnato dal sostegno in favore dei dissidenti.

E adesso, dopo la “grande slavina” del 1994, dopo l’esilio di Craxi ad Hammamet (leggo con dolore le pagine angosciose del libro che raccoglie le amare riflessioni e racconta la vita triste dell’esiliato) noi, superstiti di quegli anni di gloria, cosa ancora possiamo fare non solo in difesa del nostro passato, ma a beneficio di questo sventurato paese, oggi e subito?

Intanto abbiamo fatto bene a rimanere uniti sotto il tetto di quella piccola casa che ancora si chiama PSI. Ed è benemerita la Fondazione Socialismo di Gennaro Acquaviva, che ricostruisce e valorizza la nostra storia. Ma questo heri dicebamus non basta e rischia di renderci prigionieri del nostro illustre passato, come sovente accade ai nobili decaduti. C’è molto nel nostro patrimonio che può servire a chi voglia operare, ora e subito, per uscire dal pantano della abominevole seconda Repubblica. Mi conforta la presenza nelle nostre file di molti giovani, che stanno con noi per ragioni di coerenza ideale, nella consapevolezza che noi vecchi non possiamo dire loro quello che Garibaldi diceva ai suoi soldati a Calatafimi: “Qui c’è gloria per tutti.”.

Possiamo soltanto dire che il futuro non ci sarà ostile. Spira un vento impetuoso sul sistema politico del bel Paese. Il cosiddetto amalgama non riuscito fra post-comunisti e post-democristiani “di sinistra” ha prodotto, in concordia-discorde con l’aborrito berlusconismo, ferite profonde nel corpo della Nazione: la recessione e il sotto-sviluppo, lacerazioni e danni difficili da riparare. Questo è il Paese che ci consegnano Prodi e Berlusconi, D’Alema e Veltroni; ma anche Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro, Umberto Bossi e Bobo Maroni. Completo la lista con Pierluigi Bersani, con il quale ho avuto rapporti sempre improntati a cordialità. Ora intona il peana in onore di una “ditta” alle soglie del dissolvimento, perfino nella natia Bettola. E lo fa dall’alto del suo 25 per cento e dopo il penoso confronto in streaming con il comico Beppe Grillo: il pifferaio che ha adescato milioni di italiani, sdegnati dal bilancio di vent’anni di non governo, e di malgoverno.

Di fronte a queste macerie, non posso fare a meno di ricordare a me stesso il distico del mio amico Giovanni Spadolini: “Sotto la vituperata Prima Repubblica l’Italia ha raggiunto traguardi di civiltà e di benessere che mai aveva conosciuto nella sua storia”. In questo scenario politico terremotato, al cospetto di quella che – correttamente, a mio parere – Enrico Cisnetto sulle colonne di Terza Repubblica chiama “la liquefazione del PD, l’ultimo baluardo del vecchio sistema”, la nostra cultura politica, la cultura del socialismo liberale, e dunque la nostra “cassetta degli attrezzi”, può ancora servire, può essere di qualche aiuto per aprire finalmente un capitolo nuovo nella storia d‘Italia. Ha ragione Del Bue quando scrive che Renzi è talora (sovente?) insopportabile. Se Telemaco-Renzi avesse ascoltato gli eredi di Ulisse-Craxi non avrebbe partorito quell’obbrobrio che è il senatellum. E tuttavia Telemaco sta operando per liquidare i Proci della Seconda Repubblica. E in questa impresa non gli può mancare il nostro sostegno.

Fabio Fabbri

La fatica di governare
lettera aperta a Delrio

Repubblica ItalianaSottosegretario, anzi caro Graziano. Noi non ci conosciamo, ma ti chiamo per nome ed uso il tu confidenziale perché sono un tuo collega. Più precisamente: sono stato tuo collega. Nei terribili anni ‘92-‘93, in articulo mortis della prima Repubblica, ho avuto il tuo stesso incarico nel Governo presieduto da Giuliano Amato. Poi c’è un’altra analogia. Per l’ottimismo di mia madre, che era maestra supplente a Selvapiana di Ciano d’Enza, sono nato in una strada di quel Comune, nel viaggio verso Tizzano, il mio paese. Dunque, due nativi della provincia del Tricolore sono stati catapultati nell’epicentro dell’attività di governo. Non ti scrivo per darti consigli – sarebbe presuntuoso e di cattivo gusto – ma per manifestarti solidarietà. Nessuno meglio di me sa che non avrai un’ora di relax. Sei il motore che fa girare Palazzo Chigi, l’alter ego del Primo Ministro. Tutte le grane, tutte le questioni da appianare finiscono sul tuo tavolo. Mi par di capire che il tuo rapporto fiduciario con Renzi sia intenso e solidissimo. Non pensare che era meglio fare il Ministro: questo dove sei è il luogo migliore per servire oggi la Nazione: una patria che ha voglia di uscire dal pantano. Poi, è successo anche a me, tornerai a fare il Ministro. Continua a leggere

Storia della prima Repubblica. Mai una crisi così…

Governo italiano-RenziQuando sosteniamo che non esiste un precedente storico analogo a quello che ha determinato la sostituzione di Letta, lo facciamo a ragion veduta. E questo non tanto per accusare Renzi di comportamento illecito. Ci mancherebbe. Dal punto di vista istituzionale resta il presidente della Repubblica titolato al mandato. Ma per amore di verità e per rispondere a chi ha perso la cultura della storia ribadisco che nella cosiddetta prima Repubblica mai si era verificato il caso di un partito che abbia deciso di sfiduciare il proprio presidente del Consiglio attraverso un suo organo politico. Continua a leggere