Perché è illegale il referendum catalano

catalogna“La Costituzione si basa sulla indissolubile unità della Nazione spagnola, patria comune e indivisibile di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà fra tutte le medesime”. Questo recita l’articolo 2 della costituzione spagnola. Non la carta del governo spagnolo o di Madrid, ma di tutti gli spagnoli. La base dell’incostituzionalità (ed illegalità) del Referendum Catalano sta proprio qui. Non c’è da discutere se sia giusto o sbagliato, c’è da prendere atto della situazione. Nel percorso post-Franco la costituzione del 1978 è stata frutto di una stesura “democratica” e la sua approvazione è passata da un referendum popolare. Non parliamo di un testo dittatoriale od imposto con la forza, ma di una scelta del popolo spagnolo.

Tanto basta per dichiarare illegittimo il referendum del primo ottobre. Se così non fosse la stabilità di ogni ordinamento democratico potrebbe essere minata da qualsiasi movimento populista (o meno) che abbia un grande seguito. Se per superare la costituzione fosse sufficiente un referendum (per giunta limitato ad una singola regione), allora molti atti incostituzionali sarebbero legittimati. Chi approva questo tentativo di secessione, riempiendosi la bocca con “autodeterminazione dei popoli” o “democrazia”, va proprio contro questi stessi concetti. Un popolo che si dà delle regole limita il suo raggio d’azione alle stesse, imponendosi di rispettarle per vivere in una società civile. Questo non significa che i referendum secessionisti siano illegittimi in senso assoluto, ma che debbano rientrare entro gli schemi di legge eventualmente previsti dalle singole costituzioni. Si pensi a quello del Quebec nel 1995 o al tentativo scozzese nel 2014. In entrambi i casi furono seguiti gli iter di legge, rispettando i principi democratici dei singoli paesi. Aspetto che pare non stare troppo a cuore ai leader indipendentisti spagnoli. Il governo catalano, in barba alla costituzione ed al buonsenso, ha persino indetto un referendum senza quorum e a indipendenza automatica in caso di vittoria dei secessionisti.

Ma oltre al “tecnicismo” costituzionale, la scelta della secessione risulta persino sconveniente. In un mondo che va verso la globalizzazione estrema, la divisione non può che far male. I dati del “Registro Mercantil” (“Registro delle Imprese” spagnolo) parlano di 8000 imprese fuggite dalla Catalogna (a partire dal 2008) a causa del rischio di secessione e per la pressione fiscale crescente. Questi dati portano la regione al secondo posto per fuga di società, subito dietro alle Canarie. Gli ultimi due anni sono stati ancora peggiori. Nel 2016 sono stati persi capitali per 1,3 miliardi di euro, mentre i primi 8 mesi del 2017 hanno registrato la migrazione di 414,6 milioni. Numeri che dovrebbero far allarmare la classe politica catalana, ma che evidentemente non bastano per far comprendere il rischio della secessione.

Federico Marcangeli
Blog Fondazione Nenni

Catalogna. Rajoy ferma referendum, è incostituzionale

epa05003851 Spanish Prime Minister, Mariano Rajoy gives a press conference after his meeting with Podemos' party leader Pablo Iglesias and Ciudadanos' leader (not pictured), at La Moncloa palace in Madrid, Spain, 30 October 2015. Rajoy is meeting with the leaders of the main Spanish political parties after Catalonian pro-independence parties Junts pel Si (JxS) and the CUP, announced an agreement to issue a parliamentary resolution to start a process in order to create a Republic in Catalonia despite any future resolution of the Constitutional Court. EPA/BALLESTEROS

Spanish Prime Minister, Mariano Rajoy EPA/BALLESTEROS

Sale la tensione in Spagna dopo la decisione del Parlamento catalano di convocare il referendum “secessionista” il 1° ottobre prossimo. Nel braccio di ferro a tenere duro è ancora una volta Madrid che rigetta la decisione della Generalitat catalana e nega così la possibilità di una secessione per Barcellona. Il premier spagnolo Mariano Rajoy ha annunciato che il Governo, riunito in sessione straordinaria, ha dato ordine all’avvocatura dello stato di presentare un “immediato ricorso di incostituzionalità” davanti alla Corte Costituzionale contro il decreto di convocazione del referendum del 1 ottobre, che ha definito “illegale”, firmato dal Governo catalano e contro la legge sul referendum adottata la notte scorsa dal parlamento di Barcellona.
Mariano Rajoy ha dichiarato che il referendum di autodeterminazione catalano “non ci sarà. Questo voto non si celebrerà in alcun caso”. Lo ha affermato nel corso di una conferenza stampa dopo la riunione straordinaria del Governo. La convocazione del referendum da parte del presidente Carles Puigdemont, ha aggiunto, è “un chiaro e intollerabile atto di disobbedienza alle nostre istituzioni democratiche”.
I partiti indipendentisti catalani hanno però presentato la legge di “rottura” dalla Spagna alla plenaria dell’assemblea di Barcellona di questo pomeriggio, chiedendo che venga esaminata e approvata oggi, modificando l’ordine del giorno. La presidente del parlamento catalano, Carme Forcadell, si è vista costretta a sospendere la seduta per via delle contestazioni dell’opposizione e ha convocato l’ufficio di presidenza. Poco prima il procuratore generale spagnolo ha annunciato denunce penali contro Carles Puigdemont, presidente catalano, e contro tutti i membri del parlamento che hanno firmato il decreto di convocazione del referendum.

Venezuela nel sangue. Ucciso leader opposizione

venezuela 6Venezuela ancora nel sangue. Il giorno dopo il voto per l’Assemblea Costituente il Paese si ritrova ancora di più sull’orlo della guerra civile, ma il governo ha evitato di fornire bilanci delle vittime, mentre per l’opposizione negli ultimi due giorni ci sono stati 16 morti e la procura ha parlato di 10 persone uccise solo ieri, tra queste due minori e un candidato all’assemblea costituente.
Elezioni indette da Maduro dopo il referendum simbolico che ha organizzato l’opposizione venezuelana a metà luglio.
Tra i membri eletti figurano la moglie del presidente Nicolás Maduro, Cilia Flores, e il secondo uomo del chavismo, Diosdado Cabello. Fonti ufficiali parlano di un’affluenza superiore al 41 per cento, mentre per le opposizioni, che avevano chiesto ai cittadini di boicottare la tornata, i dati reali sull’affluenza di ieri sono il sintomo della fine dello chavismo. Secondo l’opposizione hanno votato 2.252.250 votanti, pari a non più del 12 per cento del registro elettorale: e c’era almeno il 25 di schede bianche e nulle, corrispondenti a dipendenti pubblici che sono stati costretti a votare sotto la minaccia del licenziamento o a anziani cui era stato prospettato addirittura di perdere la pensione.
Per il deputato Henry Ramos Allup del tavolo dell’unità democratica (Mud) ben l’88 per cento degli elettori ha deciso di asternersi. Lo stesso deputato riferisce, supportato dalle autorità giudiziarie, che Ricardo Campos, 30 anni, leader dell’opposizione, è rimasto ucciso durante una manifestazione a Cumana, nel nordest del Paese. Ma non è il solo: “Un gruppo ha fatto irruzione” nell’abitazione del 39enne José Felix Pineda, avvocato, a Ciudad Bolivar, “e gli ha esploso numerosi colpi d’arma da fuoco”. Pineda è il secondo candidato assassinato in Venezuela: prima di lui, il 10 luglio scorso, era stato ucciso José Luis Rivas, mentre faceva campagna elettorale nella città di Macaray.
Ma a morire è anche la popolazione civile: una ragazza di 15 anni che era rimasta ferita ieri da uno sparo di arma da fuoco al torace è morta oggi a San Cristobal, capitale dello stato Tachira, nell’ovest del Venezuela. Secondo il fidanzato, la ragazza non stava partecipando ad alcuna protesta, ma è passata accanto a un corteo dell’opposizione proprio mentre un gruppo di chavisti ha iniziato a sparare contro i manifestanti. I cecchini dell’esercito hanno infatti iniziato a sparare sulla folla nel giorno del voto durante le proteste contro Maduro.
Ma il presidente Maduro nel suo primo discorso pubblico ha detto che “si tratta del voto più importante che la rivoluzione abbia mai avuto in 18 anni di storia”. In un discorso in Plaza Bolivar, a Caracas, dopo i risultati, Maduro ha detto che la Costituente è nata con “grande legittimazione” popolare e ha salutato i membri dell’organismo che nelle prossime ore prenderanno il “comando” del Venezuela con pieni poteri. Inoltre, il presidente venezuelano, avvertendo che non tollererà più “la cospirazione dei media”, ha assicurato che se l’opposizione seguirà nella sua “pazzia”, con le sue proteste contro il governo, alcuni dei suoi dirigenti “finiranno in una cella e altri in un manicomio”.
Nel suo primo discorso pubblico il presidente venezuelano ha annunciato che l’organismo servirà per prendere misure contro il Parlamento, la Procuratrice Generale, i dirigenti dell’opposizione e la stampa indipendente. Il leader dell’opposizione Henrique Capriles ha parlato di un “giorno nero” e ha accusato il presidente per quella che definisce un'”ambiziosa malattia”.
Dura condanna è arrivata dagli Stati Uniti che hanno bollato l’Assemblea costituente appena votata come un organismo concepito “per rimpiazzare l’Assemblea Nazionale legittimamente eletta e per minare il diritto del popolo venezuelano all’autodeterminazione”.
I tentativi di mediazione dell’Osa (Organizzazione degli Stati americani) come pure del Vaticano sono falliti, e la decisione di convocare le elezioni per la Costituente, di fatto per esautorare il parlamento, hanno chiuso anche la disponibilità dell’opposizione al dialogo, per cui la situazione potrebbe precipitare drasticamente da un momento all’altro e sfociare nella guerra civile.
Comunque a parte l’Osa, hanno annunciato di non riconoscere la Costituente i governi di Brasile, Argentina, Perù, Colombia, Messico, Spagna, Stati Uniti, Panama, Canada, Cile, Costa Rica e Paraguay, oltre al Parlamento Europeo. Il Mercour sta per deliberare l’espulsione del Venezuela. L’opposizione annuncia nuove proteste, già da oggi.

Il Psoe e la legalizzazione dell’eutanasia

Pedro SanchezI socialisti spagnoli hanno in mente una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia nel paese iberico. Secondo quanto riportato dal quotidiano El País, Pedro Sánchez e compagni starebbero per portare in Parlamento – per la prima volta nella storia – un progetto a riguardo. Per sostenerla sembra esserci già un accordo con altri partiti di sinistra, in particolare con Izquierda Unida.

Il leader del Psoe ha infatti cercato una strada che possa garantire l’approvazione della legge. Tutto passa anche attraverso la ricucita di vecchie ferite tramite il dialogo con Alberto Garzón, coordinatore generale di IU e co-portavoce della gruppo parlamentare della coalizione Unidos Podemos. Il patto raggiunto con lui dovrebbe estendersi a tutti i partiti che fanno parte della coalizione, compreso anche lo spinoso Podemos di Pablo Iglesias.

Si potrebbe in tal modo tentare di arrivare ad una maggioranza alternativa, dato che il Psoe starebbe cercando di far rientrare nell’accordo anche alcuni tra i partiti delle comunità non castigliane, che garantirebbero i numeri qualora il Partito Popolare e Ciudadanos dovessero opporsi alla proposta.

Per quanto riguarda questi ultimi c’è tuttavia ancora qualche spiraglio di dialogo. Il gruppo di Albert Rivera ha infatti già presentato una proposta di legge legata al trattamento di fine vita, volta a garantire la dignità e la volontà del paziente terminale ma escludendo l’eutanasia.

Non è tuttavia detto che il dialogo con Sánchez non possa evolversi, coinvolgendo anche Ciudadanos tra i promotori della legge.

Appare difficile al momento, ma il dibattito sull’eutanasia potrebbe porre più d’un bastone tra le ruote del governo di Rajoy. A partire dalla prima proposta di legge sul tema in un paese fortemente cattolico come la Spagna fino alle prove tecniche di coalizione da parte del resto dell’emiciclo parlamentare, la partita potrebbe avere dei risvolti piuttosto interessanti.

Giuseppe Guarino

Sanchez torna a dirigere il Psoe, ma la sfida è ora

spagna sanchezSanchez la spunta. Il vecchio segretario, colui che si era guadagnato l’inimicizia del PSOE per via della sua ostinazione nel voler cercare un’alternativa ad ogni ipotesi di governo con Rajoy ed il Partito Popolare, è tornato al suo posto in vetta al partito.
Il suo merito è quello di aver messo la base al primo posto, avviando una campagna elettorale senza precedenti che lo ha portato a girare tutto il paese dopo essersi dimesso dal Parlamento in seguito alla sua opposizione a larghe intese e, come poi effettivamente accaduto, a governi di minoranza. Le primarie lo hanno incoronato con il 49% dei consensi contro il 40% della sua principale avversaria, la presidente andalusa Susana Diaz, e il 10% del basco Patxi Lopez.
Sconfitti invece i “baroni”, ossia lo stesso establishment del partito che lo aveva costretto alle dimissioni in seguito alle sue scelte politiche. Tutti (o quasi) avevano puntato ferocemente sulla Diaz, data per favorita alla vigilia.
Adesso molti i timori sulla tenuta del governo. Il partito svolta nuovamente a sinistra – ma con la dichiarata volontà di non rincorrere Podemos – e per il futuro molti commentatori profilano lo spettro dell’instabilità politica. Sanchez sta subito stemperando i toni, dichiarando di voler ricomporre le relazioni con i “baroni”, in attesa del congresso di metà giugno.
Le sfide sono appena all’inizio, a cominciare dalla mozione di sfiducia mossa da Podemos e che il partito di Iglesias promette di ritirare nel caso il PSOE passi all’opposizione presentandone una propria.

Giuseppe Guarino

Commercio estero. Dall’Istat segnali di ripresa

Commercio mondialeL’Istat ha comunicato i dati sul commercio estero per il 2016. “A dicembre 2016, rispetto al mese precedente, si registra una crescita sia dell’export (+2,3%) sia dell’import (+2,5%). L’avanzo commerciale è pari a 5,8 miliardi (+5,6 miliardi a dicembre 2015). L’aumento congiunturale dell’export coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento delle vendite maggiore verso i paesi extra Ue (+2,5%) rispetto all’area Ue (+2,1%).

Rispetto al trimestre precedente, negli ultimi tre mesi dell’anno si rileva una dinamica positiva per entrambi i flussi (+2,4% per l’export e +3,6% per l’import). Le vendite di tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione, in particolare per i prodotti energetici (+20,6%) e per i beni di consumo non durevoli (+2,9%).

Nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente, a dicembre 2016 crescono sia l’export (+5,7%) sia l’import (+6,1%). Le variazioni tendenziali risultano pari a +8,5% per l’export e +10,0% per l’import se corrette per i giorni lavorativi.

Nel corso dell’anno 2016 le esportazioni sono in crescita (+1,1% in valore e +1,2% in volume) mentre le importazioni registrano una diminuzione (-1,4%) in valore e un aumento (+3,1%) in volume. L’espansione dell’export è da ascrivere esclusivamente ai paesi dell’area Ue (+3,0%); la flessione del valore delle importazioni (-1,4%) al netto dell’energia risulta in aumento (+1,5%). L’avanzo commerciale raggiunge i 51,6 miliardi (+78,0 miliardi al netto dell’energia).

Nel 2016, i mercati più dinamici all’export sono Giappone (+9,6%), Cina e Repubblica ceca (+6,4% entrambe), Spagna (+6,1%) e Germania (+3,8%). Si segnala la forte crescita nell’anno delle vendite all’estero di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%), autoveicoli (+6,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+4,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,2%).

Nel 2016, gli acquisti dalla Russia (-26,3%), così come quelli di gas naturale e di petrolio greggio (rispettivamente -28,5% e -20,4%), sono risultati in forte calo. Nel mese di dicembre 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,6% nei confronti di dicembre 2015.

L’incremento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un più contenuto aumento (+0,1%) rispetto al mese precedente e una diminuzione dello 0,2% in termini tendenziali”. E’ particolarmente evidente il peggioramento delle relazioni commerciali con la Russia per la netta flessione delle importazioni di gas e petrolio greggio. Nel determinare l’avanzo della bilancia commerciale hanno principalmete contribuito i prodotti farmaceutici e medicinali, gli autoveicoli e i mezzi di trasporto, i prodotti agro-alimentari. Discorso a parte meriterebbe la forte espansione delle vendite dei prodotti energetici.

Programmi più ambiziosi si potrebbero fare per il prossimo futuro puntando su settori in cui l’Italia è particolarmente competitiva come l’industria del legno e del mobilio, la cantieristica navale, l’elettronica avanzata, ed altri settori come haute-couture, abbigliamento, etc. in cui l’Italia può vantare alta tecnologia, avanguardia stilistica e innovazione creativa.

Salvatore Rondello

Migranti. ‘Muro’ europeo per bloccare la rotta dalla Libia

migranti-in-libiaChiusa la rotta balcanica, i migranti in fuga dalla miseria e dall’instabilità politica di molti paesi africani non hanno altra scelta che mettersi nelle mani dei trafficanti libici senza scrupoli e cercare di attraversare il Mediterraneo diretti in Italia, passando per la Libia. L’Europa però ora è pronta a chiudere anche la rotta del Mediterraneo. L’appuntamento è al vertice informale del 3 febbraio a La Valletta, durante il quale Federica Mogherini e la Commissione presenteranno il piano per frenare i flussi dalla Libia all’Italia, migliorare le condizioni dei migranti nei campi libici e favorire i ritorni ma anche garantire le richieste di asilo. Alla Libia verranno forniti i mezzi per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, con il coordinamento dell’operazione Sophia. Tra i punti principali, il completamento dell’addestramento della guardia costiera libica e la fornitura dei mezzi navali necessari per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, riportando i migranti sulla costa, in collegamento con un Centro di coordinamento operativo in primavera con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo. Il piano Ue propone poi almeno 200 milioni di finanziamenti di progetti in Libia e punta a rafforzare la frontiera sud aumentando anche la cooperazione con Egitto, Tunisia e Algeria per evitare che si creino rotte alternative.
Altro punto rilevante del piano, la proposta di incrementare la cooperazione con la Iom e lo Unhcr, ma anche con le municipalità libiche per migliorare le condizioni di vita nei campi in Libia che vengono definite come “inaccettabili” e “molto lontane dagli standard internazionali” e da una parte favorire i ritorni ai paesi di origine per i migranti economici che non possono restare in Libia e non hanno speranze di raggiungere l’Europa, dall’altra assicurare che possa ottenere protezione chi ha diritto all’asilo.
Per il controllo della frontiera sud, attraverso la quale passano i flussi, la Ue intende aumentare il lavoro con i paesi già coinvolti nei ‘compact’ come Niger e Mali, ma anche con il Ciad. Inoltre propone di rafforzare ulteriormente l’operatività della missione Eucap Sahel operativa ad Agadez, ma anche valutare i progetti per dare un’alternativa economica alla regione nel Niger settentrionale che attualmente di fatto vive del contrabbando di esseri umani. “A lungo termine” si propone di valutare se una missione civile e di sicurezza della Ue possa sostenere una guardia di frontiera libica eventualmente con un’azione combinata della Guardia di frontiera europea “per migliorare il monitoraggio ed il flusso informativo”.
Nonostante i buoni propositi, a far discutere è non solo l’instabilità politica libica, ma anche i numerosi racconti e reportage sulle condizioni e le vessazioni a cui sono sottoposti i profughi che passano dalla Libia. Poco tempo fa è stato pubblicato anche un dossier delle Nazioni Unite che evidenzia un calvario continuo di queste persone che restano intrappolate nel territorio libico, ma che ora rischiano anche dopo essere riuscite a scappare verso l’Europa di essere rimpatriate. “La situazione dei migranti in Libia fa emergere una crisi dei diritti umani. Il collasso del sistema di giustizia ha provocato uno stato di impunità nel quale gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”, si legge nel dossier. Con la complicità, si aggiunge, di funzionari governativi: “La missione Onu in Libia (Unsmil) ha ricevuto informazioni attendibili che alcuni esponenti di istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al sistema di contrabbando e traffico”. E ancora: “La compravendita di migranti è una pratica abituale. Detenzione, sfruttamento, lavoro forzato per potersi pagare il viaggio. E sono le donne a pagare il prezzo più alto”.
Intanto la Commissione Ue raccomanda al Consiglio europeo di autorizzare Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia a mantenere per altri tre mesi i controlli temporanei in vigore presso determinate frontiere interne Schengen. “Nonostante la graduale stabilizzazione della situazione e l’attuazione di una serie di misure proposte dalla Commissione per migliorare la gestione delle frontiere esterne, Bruxelles ritiene che non siano soddisfatte le condizioni della tabella di marcia ‘Ritorno a Schengen’ per ristabilire il normale funzionamento dello spazio Schengen”.

Spagna, le elezioni in Galizia avvertimento per Sanchez

Pedro Sanchez

Le elezioni regionali in Galizia e Paesi Baschi hanno indebolito i socialisti spagnoli e ora cresce il pressing sul leader del Psoe, Pedro Sanchez, perché permetta la nascita, con la sua astensione, di un nuovo governo guidato da Mariano Rajoy. Il Psoe ha chiuso al quarto posto nella regione basca, scavalcato da Podemos, e in Galizia ha conquistato gli stessi seggi, 14, della coalizione En Marea di cui fa parte anche Podemos che punta a scalzare il Partito socialista come prima forza di sinistra. Nel vertice del Psoe in programma sabato prossimo, Sanchez a questo punto potrebbe rivedere la sua strategia di guardare a Podemos per un futuro governo.

Il segretario del Pp, Maria Dolores de Cospedal, ha affermato che “i socialisti sono stati puniti alle urne per lo stallo istituzionale” e ha invitato il Psoe a “riflettere” su questo risultato. “Non sono risultati buoni per i socialisti”, ha ammesso Cesar Luena, uno dei massimi dirigenti del partito. Il Psoe viene da due risultati negativi nelle elezioni di dicembre e giugno scorsi, da cui non è emersa una maggioranza chiara al punto che la Spagna è senza un governo nel pieno dei poteri da nove mesi.
Le elezioni nelle due regioni settentrionali hanno visto una vittoria dei popolari del premier, Mariano Rajoy, in Galizia e del Partito nazionale basco (Pnv) nei Paesi Baschi. In Galizia, un bastione conservatore di cui è originario Rajoy, i popolari hanno confermato i loro 41 seggi su 75 mentre nei Paesi Baschi ne hanno conquistati 10, solo un meno rispetto alle precedenti elezioni. I nazionalisti baschi moderati del Pnv hanno ottenuto 28 seggi ma dovranno cercare nuovamente il sostegno di altre formazioni per formare un governo di coalizione guidato sempre dal governatore uscente Inigo Urkullu.

Erano più di tre milioni gli spagnoli chiamati alle urne per questo test elettorale che potrebbe aiutare Rajoy a formare finalmente un esecutivo. C’é tempo fino al 31 ottobre per trovare un governo nazionale, dopodiché si tornerà a votare, il 18 dicembre, per la terza volta in un anno, un record.

Spagna. Sul governo
accordo ancora lontano

SANCHEZ-SpagnaI problemi tra il leader del Partito Popolare spagnolo Mariano Rajoi e i suoi omologhi del PSOE e di Ciudadanos sono lungi dall’essere risolti. Pedro Sánchez e Albert Rivera, dal canto loro, sembrano meno affiatati di un tempo ma sicuramente d’accordo sull’atteggiamento da tenere nei confronti del leader popolare. E se Rajoi è obbligato a tentare un approccio con i due partiti per tentare di formare un governo, socialisti e arancioni fanno di tutto per non prescindere da alcuni temi essenziali, soprattutto in virtù di quello che nella proposta dell’ex capo del governo manca. La riforma costituzionale su tutto.

Le tre formazioni stanno cercando di venire a capo di una situazione che blocca tutto dallo scorso dicembre e finora la proposta dei popolari si basa soprattutto su antiterrorismo ed europeismo, tenendo conto dell’accordo che Ciudadanos e PSOE avevano raggiunto a febbraio per l’investitura di Sánchez.

Va da sé che un governo di unità nazionale porti con sé grandi occasioni, specie in materia di riforme istituzionali, che potrebbero così essere raggiunte in maniera condivisa. Socialisti e Ciudadanos chiedono una modifica rapida della Costituzione, che riformi composizione e funzioni del Senato, inserisca nuovi diritti civili e sociali, limiti a otto anni il mandato presidenziale, riveda il concordato con la Santa Sede. E poi, ancora, premono sullo sbloccamento delle liste e sull’inserimento dell’obbligo per tutti i partiti di tenere le primarie.

Ma la Costituzione non è l’unica cosa che Sánchez e Rivera vorrebbero andare a toccare, in quanto la loro idea è quella di snellire la giustizia, riformulare il sistema tributario e rimodellare lo statuto dei lavoratori.

La formazione di un governo sembra ancora lontana ma sta lentamente prendendo forma, modellandosi a poco a poco intorno alle istanze dei liberali e dei socialisti, che tentano così di colorare il grigiore dei popolari con il meglio dei rispettivi repertori: diritti civili, sociali e politici.

Giuseppe Guarino

Renzi all’Europa: “Chiudere con l’austerity”

“Rimettendo a posto l’Italia diamo una chiara direzione di marcia all’Ue: oggi non è solo l’inaugurazione di una strada, l’Italia chiude i conti con le cose rimaste a mezzo e può andare in Ue a dire che bisogna investire di più nelle infrastrutture e chiudere con l’austerity che ha tagliato gli investimenti. Accettare quel principio è stata una follia culturale prima che economica”. Lo ha detto il presidente dei consiglio Matteo Renzi inaugurando a Colfiorito il quadrilatero delle statali. L’occasione diventa motivo per tornare a rivendicare la posizione italiana in Europa contro una austerity che da troppi anni strozza la ripresa a allo stesso tempo indica una presa di coscienza in questo senso da parte della commissione.

“Basta ai ritardi sulle infrastrutture e via a una politica che non guardi solo all’austerity perché è una follia” ha aggiunto. “Il messaggio di oggi, al di là dei numeri degli investimenti è che abbiamo smesso con i rinvii. Siamo pieni di aziende, se noi come governo rimuoviamo gli ostacoli burocratici e portiamo infrastrutture mi dite chi è in grado di competere con la qualità italiana? L’opera pubblica è un messaggio al paese: si fanno, si smette di rinviare, si sbloccano opere per sbloccare il paese. Questo è un messaggio per il turismo e per l’economia. Questa strada è il paradigma di un modello diverso di futuro per l’Italia”. “Io – ha puntualizzato – non dico che tutto va bene. Dico che se ciascuno di noi fa la sua parte, le cose possono finalmente andare meglio. E voi, come Arena, siete un simbolo e un segnale a livello mondiale”. “Questo – ha aggiunto – è quello che serve all’Italia: ciascuno fa un pezzettino e ci crede”.

Inoltre, a proposito di opere pubbliche, il Consiglio dei ministri di oggi, dovrebbe dare il via libera al decreto che taglia la burocrazia per le grandi opere. Si tratta di un regolamento, attuativo della riforma Madia, che ha l’obiettivo di velocizzare le pratiche amministrative, con una riduzione fino al 50% dei tempi. Non solo, in caso di stallo c’è la possibilità di ricorrere ai poteri sostitutivi del premier. Sempre in materia infrastrutturale atteso in Cdm anche il riordino delle autorità portuali, le attuali 24 saranno assorbite da 15 autorità di sistema.

Un messaggio, quello del presidente del Consigli, rivolto all’interno e all’esterno forse con un occhio anche a quanto sta succedendo in Spagna e Portogallo verso le quali la Commissione Europea ha chiuso un occhio sull’elevato deficit. La Commissione infatti ha deciso che, anche se non hanno rispettato le norme sul percorso di aggiustamento del deficit pubblico, le sanzioni che dovrebbero essere inflitte per Spagna e Portogallo (fino allo 0,2% del Pil) vanno annullate. Lo ha annunciato il vicepresidente Valdis Dombrovskis, precisando che ora spetta al Consiglio avallare tale decisione.

Anche se Spagna e Portogallo “non hanno raggiunto gli obiettivi di bilancio del 2015”, hanno però “fatto grandi sforzi e approvato riforme strutturali importanti”: questo, ha spiegato il commissario Ue agli Affari economici e finanziari Pierre Moscovici, “non può essere ignorato”. Ecco perché la Commissione ha chiesto che le sanzioni previste dal Patto di stabilità e crescita quando i paesi Euro non rispettano il percorso di riduzione del deficit pubblico siano annullate. “Non riteniamo che un approccio punitivo sia il migliore in questa fase dell’economia europea”, ha commentato Moscovici. Per entrambi i Paesi, la scadenza entro la quale decidere nuove misure efficaci è stata rinviata a metà ottobre.

Redazione Avanti!