Rusconi. Egemonia tedesca e destino dell’Unione Europea

Bandiera_ue_germania_BerlinoIn questi ultimi anni si sta molto discutendo sul problema dell’egemonia tedesca in Europa; lo sostiene Gian Enrico Rusconi, nell’articolo “Berlino, Europa”, pubblicato sul n. 1/2017 de “il Mulino”. I prossimi mesi varranno ad evidenziare “come si confermerà e si esprimerà questa egemonia […]. Si constaterà quanto sia logorato il dilemma sempre ripetuto ‘Germania europea o Europa germanica’ dietro al quale si sono fatti tanti discorsi nominalistici e retorici”.
La “prima variabile decisiva” che varrà a confermare o a sfatare il dilemma saranno le elezioni che si svolgeranno in alcuni importanti Paesi europei, come la Francia e la stessa Germania; molti nutrono fiducia sul fatto che in Olanda, dove la consultazione elettorale si è già svolta e dove il populista e xenofobo Gert Wilders, essendo stato sconfitto, risultando tuttavia il suo partito la seconda forza politica del Paese, il populismo antieuropeo possa essere contenuto, mancando però di considerare che il risultato elettorale olandese non è poi stato “così buono”, come vorrebbero far credere coloro che sperano che la “sconfitta” di Wilders possa fugare la paura di un’implosione dell’Unione da tempo in crisi di identità.
Quel che resta dell’Europa – afferma Rusconi – è un progetto in piena crisi esistenziale ed è facile prevedere che nel corso del 2017 si vada incontro a “un ulteriore approfondimento delle differenze tra gli Stati membri dell’Unione”. Ciò non ostante, tuttavia, la Germania di Angela Merkel sarà tutta presa dal compito di tenere insieme ciò che resta del vecchio progetto di Unione politica del vecchio Continente, “cercando di mantenere i principi e i patti originali sottoscritti da Maastricht in poi”. L’interesse di Berlino, a parere di Rusconi, è “quello di mantenere lo status quo o eventualmente di modificarlo sotto il suo rigoroso controllo”, sebbene questo intento non goda di largo consenso tra le forze politiche al governo del Paese.
Davanti alla crisi di identità dell’Unione, a parere dello stesso Rusconi, queste forze, non del tutto allineate sulle posizioni della Merkel, potrebbero indurre il governo a ritenere conveniente “una morbida forma di disimpegno. Naturalmente con conseguenze ineludibili e costrittive per il resto d’Europa”. Paradossalmente, però, questa forma di disimpegno sarebbe una prosecuzione dell’egemonia della Germania, esprimente la sua capacità di condizionare, più che una sua capacità di “saper guidare”. Ciò perché sarebbe “una risposta o un tentativo di contenimento delle pulsioni anti-europeiste di quel tipo di “populismo” che si esprime in Germania attraverso Alternative für Deutschland (AfD)”, una formazione politica portatrice di valori antieuropei molto diversi da quelli dei quali sono portatrici le formazioni politiche populiste degli altri Paesi: anziché un exit sarebbe la scelta di una “via speciale”, attraverso la quale realizzare una “disarticolazione guidata dell’Eurozona”.
Questa forma di disimpegno, però, sempre a parere di Rusconi, implicherebbe un percorso molto accidentato, dai risultati imprevedibili; ciò perché, come starebbe a dimostrare l’incontro a Coblenza dei rappresentanti dei movimenti populisti europei, in occasione del quale, i vari convegnisti, pur avendo evidenziato a parole una loro convergenza sull’obiettivo di portare fuori dall’Europa i loro Paesi, hanno però fatto emergere anche un’altra “convergenza”: quella di essere portatori di differenti posizioni nazionali. Il che varrebbe a confermare la previsione di Rusconi circa le difficoltà con le quali dovrebbe confrontarsi la Germania nell’ipotesi dovesse prevalere l’idea di percorrere la “via speciale” del suo disimpegno rispetto all’Unione; la sua percorribilità avrebbe a che fare con una “’nuova Europa’ di nazionalismi riabilitati”, che sarebbero sicuramente d’ostacolo al perseguimento dell’obiettivo di una disarticolazione guidata dell’Eurozona.
Inoltre, il possibile disimpegno della Germania dall’Europa non terrebbe conto del fatto che la critica del disegno europeo non è più soltanto retaggio delle sole formazioni politiche populiste, in quanto è diventata un atteggiamento “della gente comune e degli uomini politici altrimenti prudenti e stimati per prudenza e moderazione”; ciò è conseguenza non di una semplice disaffezione, ma di “un crescente risentimento contro ‘l’Europa’ genericamente intesa”, senza alcuna distinzione tra l’Unione politica ed il modo in cui hanno sinora funzionato le istituzioni esistenti e le modalità con cui sinora ha operato la moneta comune.
Quest’ultima, in particolare, cioè l’euro, è sempre più vista con sospetto, per cui tutti gli effetti negativi ad essa imputati dall’immaginario collettivo stanno legittimando e radicando l’idea che sia giunto il momento di “uscire dall’Euro”. A parere di Rusconi, quest’idea si sta diffondendo, nonostante non manchino “contributi ragionati” sul problema dei limiti dell’euro. Questi contributi, però, “non riescono a trasformarsi in ‘cultura politica’ in quel senso classico del termine che sembra essere diventato obsoleto”; è sempre più largo infatti il convincimento dell’opinione pubblica dei Paesi europei che i sacrifici fatti per salvare l’euro nei momenti di maggior pericolo dopo l’inizio della crisi del 2007/2008, non abbiano portato benessere per tutti, ma solo per i tedeschi. La politica del rigore e delle riforme strutturali imposte dalla Germania egemonica, per un numero crescente di cittadini e di politici europei – afferma Rusconi – “non ha funzionato. Ma al momento non si vede una politica operativa alternativa condivisa – al di là del vano lessico della crescita, della flessibilità, ecc.”.
La situazione di crisi persistente ha creato così le condizioni perché crescessero in termini di consenso le formazioni politiche populiste, che tanto spaventano gli establishment europei; il populismo, però, afferma Rusconi, “non è soltanto un hunus culturale generato dalla congiuntura: è anche un modo di immaginare o fantasticare il suo superamento”. Ma proprio a questo proposito, come sta a dimostrare l’incontro dei partiti populisti a Coblenza, per il superamento della congiuntura si propongono “approcci molto diversi”, che in Germania e Francia sono stati plasmati anche dalla xenofobia, radicalizzatasi soprattutto dopo gli episodi terroristici.
In generale, rispetto all’euro, tutte le formazioni populiste vorrebbero “disfarsi della moneta comune”, senza preoccuparsi – afferma Rusconi – “di quello che può accadere a chi non la pensa come loro nel modo e nel metodo di disfarsene”; in altri termini, senza preoccuparsi del fatto che, se i populisti dovessero, ad esempio, prevalere in Germania, in Francia e in Italia, “il risultato sarebbe una crescita esponenziale delle reciproche differenze e ostilità nazionali”, con tutte le conseguenze negative che possono essere facilmente immaginate.
La Cancelliera Angela Merkel, a parere di Rusconi, avrebbe perciò validi motivi di preoccuparsi che ciò possa avvenire; ma dovrebbe anche preoccuparsi che nelle prossime elezioni, che si svolgeranno nel settembre del 2017, il populismo germanico possa uscire vincitore, o quanto meno acquisire una posizione condizionante all’interno dell’intero schieramento delle forze politiche tedesche; tale cioè da rendere impossibile la formazione di una maggioranza governativa che ancora creda nella validità dell’Unione, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello politico interno. In particolare, sotto questo aspetto, un successo elettorale di AfD potrebbe alterare “l’”intero sistema politico”, in quanto farebbe venir meno quello che Rusconi chiama l’”equilibrio politico tradizionale”, basato sulle due formazioni partitiche popolari CDU/CSU e SPD: da un lato, l’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands) alleata con l’Unione Cristiano-Sociale di Baviera (Christlich-Soziale Union in Bayern); dall’altro, il Partito Socialdemocratico di Germania o Partito Socialdemocratico Tedesco (Zozialdemokratische Partei Deutschlands).
Entrambe queste formazioni politiche hanno retto la Bundesrepublik, concorrendo al riaccreditamento della Germania nel mondo, dopo la sconfitta del nazismo; riaccreditamento che il possibile successo di AfD potrebbe compromettere, con la rievocazione del fantasmi del passato: sia perché AfD, con la sua xenofobia, sta attirando le preferenze di molti elettori dei partiti tradizionali, sia perché, sul piano economico, sta proponendo idee non “lontane” da quelle di alcuni esponenti di rilievo del governo della Merkel, come il rigido ministro delle finanze Wolfang Schäuble. Pur escludendo un’uscita radicale dall’euro, AfD propone la divisione dell’Eurozona tra Nord e Sud, lasciando pensare che gli Stati membri dell’Unione più deboli, come la Grecia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo debbano essere estromessi dall’euro.
Il clima di incertezza ora prevalente in Germania giustificherebbe, così, il dibattito corrente all’interno della società tedesca; dibattito che si svolge tra chi è convinto che “i trattati e le procedure messe a punto nei decenni e anni scorsi siano ancora in grado di fare uscire dalla brutta crisi che attanaglia molti Paesi europei (ad eccezione della Germania) e chi invece è convinto che occorra introdurre correttivi e modifiche significativi prima che sia troppo tardi di fronte alla caduta verticale di fiducia dei cittadini”. Ma la classe politica tedesca – si chiede Rusconi – “si rende conto delle sue responsabilità specifiche?” O sarà tentata di percorrere in solitario la sua integrazione nell’economia-mondo? Se si considerano i comportamenti assunti negli ultimi tempi dalla Merkel sul piano internazionale, si direbbe che la politica tedesca è “preda” di una forte contraddizione.
Sul piano interno, fortemente preoccupata del possibile successo elettorale di AfD, la Germania si rende conto di aver bisogno dell’Europa, per non compromettere al cospetto del mondo la propria credibilità politica; mentre sul piano dei rapporti con gli altri Paesi dell’Unione, essa esercita in modo poco responsabile, l’egemonia che le deriva dalla sua forza economica. Da un lato, la Germania “predica” per gli altri la necessità del rigore nella gestione dei conti pubblici, con la giustificazione che ciò sarebbe necessario per il superamento della crisi, al fine di riprendere il processo di unificazione europea; da un altro lato, però, sembra interessata all’Unione unicamente per motivi strumentali, ovvero per salvaguardare da presunte posizioni di forza la non modificabilità delle regole che sinora hanno concorso a rendere forte la sua economia e ad imporre la propria egemonia agli altri Paesi europei.
In presenza di questa incerta situazione, è proprio il caso di dire che, attualmente, la Germania è fortemente condizionata dalla geopolitica globale condivisa, mentre l’esercizio irresponsabile della sua limitata egemonia all’interno dell’area europea la espone al pericolo della perdita della sua identità politica interna, con possibili riflessi negativi sul piano economico a livello internazionale. Per uscire dall’empasse in cui si sta dibattendo, la classe politica tedesca dovrebbe seriamente prendere coscienza delle responsabilità specifiche che si sta assumendo rispetto al progetto europeo; inoltre, evitando ogni possibile tentazione di fuga dall’Europa, dovrebbe, come qualcuno suggerisce, esercitare la sua egemonia, facendo ripartire il processo di unificazione dell’Europa, col coinvolgimento dei principali Paesi membri dell’Unione (possibilmente i sei fondatori, più pochissimi altri), al fine di riproporre su basi nuove l’idea unitaria del vecchio Continente, prima che la vittoria dei populismi faccia suonare le “campane a morto” per l’Europa dei Padri fondatori.

Gianfranco Sabattini

Schulz ottiene 100% dei voti, ora la sfida è con Merkel

sculzMartin Schulz si mette a fare il socialista per davvero, con discorsi che entusiasmano la platea dell’Spd e fanno ripartire il partito spaventando la Merkel.
Non a caso è stato eletto a capo dei socialdemocratici tedeschi e candidato alla cancelleria con il cento per cento dei voti dei delegati.
“Cari compagni e compagne, lasciatemi dire una cosa: questo è un momento travolgente, non solo per me. Grazie per la vostra fiducia, credo che questo risultato sia l’inizio della nostra conquista della cancelleria e quindi io accetto l’elezione”, ha detto alla platea che lo aveva votato. In realtà, l’inizio c’è già stato. La crescita repentina della Spd nei sondaggi dopo l’annuncio, in gennaio, della rinuncia alla candidatura di Sigmar Gabriel e il passaggio del testimone a Schulz ha scosso e mobilitato in modo deciso il partito.
Fino a pochi mesi fa, la Spd era un partito dato in declino quasi finale; oggi si ritrova unita attorno a un uomo che ha riacceso le speranze di vittoria con il solo fatto di non essere stato coinvolto nel governo di Grande Coalizione che ha visto i socialdemocratici in posizione di minoranza al fianco dell’Unione Cdu-Csu di Angela Merkel.
L’ex presidente del Parlamento europeo ha promesso di rendere la Germania più equa: “Se non lo faremo noi, non lo farà nessuno”. Schulz ha anche detto che “La Germania e l’Europa sono inseparabili” e che “dobbiamo ottenere un’Europa forte attraverso una Germania forte”. Inoltre punta tutto sul Welfare impegnandosi a chiudere l’”insopportabile” differenziale tra gli stipendi delle donne e degli uomini ma anche quello tra le buste paga dell’Est e dell’Ovest, con l’aiuto dei sindacati. Schulz ha avuto anche il coraggio di attaccare le riduzioni fiscali annunciate dalla Cdu: “Sono piani estremamente iniqui”: per il politico Spd “servono investimenti”. È tornato poi a promettere la formazione gratuita, “dall’asilo all’università”.

Germania: la svolta di Schulz su lavoro e welfare

schulzMartin Schulz il picconatore. Per la prima volta da quando è in campo, lo sfidante di Angela Merkel nella corsa alla cancelleria ha dato un segnale su quello che sarà il suo programma elettorale. Ed è un netto spostamento a sinistra della Spd, in nome del lavoro e del welfare. È un attacco deciso alla “Agenda 2010”, ossia al pacchetto di riforme targato Gerhard Schroeder, che costò al predecessore della Merkel il posto e l’alienazione dell’elettorato più di sinistra, ma che secondo molti rappresentò comunque una spinta propulsiva notevole per la cosiddetta locomotiva tedesca. Come rivela stamattina la Bild, si comincia dai sussidi di disoccupazione, la cui erogazione – secondo il piano dell’ex presidente del parlamento europeo – dovrà essere sensibilmente prolungata. La ministra federale del Lavoro, Andrea Nahles, sarebbe già al lavoro nella stesura del programma, scrive il giornale. Attualmente, un disoccupato sotto i cinquant’anni riceve di norma il sussidio per 12 mesi, per persone sopra i cinquant’anni si può arrivare a 24 mesi. Varata nel 2003, peraltro con il determinate apporto di Frank-Walter Steinmeier, appena eletto capo dello Stato, la “Agenda 2010” conteneva norme di riforma riguardanti il mercato del lavoro, le pensioni, il fisco e la sanità: le contestazioni, discussioni e controversie, anche fra gli stessi partiti di governo, ancora oggi sono pane quotidiano nel dibattito pubblico tedesco. Fu il momento culminante della cosiddetta “Neue Mitte” (il “nuovo centro”, variante tedesca della “terza via” blairiana), lanciata proprio da Schroeder nel 1998: ebbene, oggi Schulz, anche sull’onda dell’euforia di una sequenza ininterrotta di sondaggi-boom, a proposito dell””Agenda 2010″ non esista a parlare apertamente di “errori che è giusto correggere”.

Il messaggio è rivolto non solo alla base socialdemocratica, ma anche a chi negli anni si è allontanato dalle urne, oppure ha finito per scegliere i populisti  dell’Afd di Frauke Petry.

Cominciare dalle riforme di Schroeder è dunque una scelta anche simbolica: vuol dire tornare a tematiche di forte impatto sociale, segnando sull’altro fronte una smarcamento più netto nei confronti della Cdu di Frau Merkel. Non a casa la sinistra della Spd ha subito applaudito all’iniziativa, e segnali di apprezzamento arrivano pure dalla Linke, che però avverte che “un semplice make-up dell’Agenda 2010 non basterà”. Ma non finisce qui. Tocca anche il tema del precariato, il candidato socialdemocratico alla cancelleria: “Non è possibile che la nostra offerta ai giovani è che il 40% dei contratti di chi ha tra i 25 e i 35 anni sia a tempo determinato”. Tradotto: nuove regole per arginare il ricorso sistematico ai contratti a tempo. E parlando a Bielefeld ad un’iniziativa del mondo del lavoro, il candidato socialdemocratico ha annunciato di voler anche di voler incidere sulle pensioni, fermando il progressivo calo del loro valore. Un importante sostegno alla svolta di Schulz arriva dalla popolare presidente della Renania Palatinato, Malu Dreyer: “Bisogna avere il coraggio di continuare a sviluppare le riforme. Quando una persona senza propria colpa perde l’occupazione, la discesa puo’ essere molto rapida. Queste sono cose che fanno paura”. “Martin, l’imperatore dei lavoratori”, titola oggi la Zeit Online: “Ma ora deve provare che sul tema della giustizia sociale fa sul serio”.

Socialdemocratico? Da eresia di destra a eresia di sinistra

Non c’è nulla di più paradossale che sentirsi dare del socialdemocratico oggi quasi fosse diventato sinonimo di estremismo. E magari da quegli stessi che fino a un paio di decenni fa ti colpivano con la stessa scomunica come fosse un’accusa di tradimento degli ideali dell’ortodossia di sinistra. E’ possibile che lo stesso termine sia stato usato in modi così opposti e contrastanti tra loro? E’ possibile che quel che ieri era ritenuto “troppo di destra” sia oggi divenuto “troppo di sinistra”? E perché questa trasformazione o deformazione? Da quali analisi nuove, legittime o opportunistiche, è determinata?

Eduard Bernstein

Eduard Bernstein

All’origine di una parola
Andiamo intanto all’origine della parola. Come nasce e come si diffonde in Europa? All’inizio la socialdemocrazia, cioè l’inseparabilità del socialismo e della democrazia, fu il risultato del primo revisionismo marxista, che già si può riscontrare nell’ultimo Engels, quello della prefazione alla “Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850” di Karl Marx, dove il teorico tedesco, nel 1895, alla luce della conquista del suffragio universale in taluni paesi, apriva la porta anche alla costruzione della società socialista per via democratica. Ma in fondo è tutto il socialismo pre marxista, da Saint Simon a Proudhon, che è impregnato di umanesimo e di democrazia. Anche per questo costoro saranno definiti dal filosofo di Treviri “utopisti”.  Ma è soprattutto una vera teoria socialdemocratica viene elaborata solo grazie al filosofo tedesco Eduard Bernstein che nel suo libro “I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia” , un insieme di saggi pubblicati nel 1899, contesta l’ineluttabilità della violenza e lancia un progetto di cambiamento sociale ed economico progressivo.

Il solenne riconoscimento di Gorbaciov
La più bella dimostrazione dell’attualità di Bernstein è il solenne riconoscimento riservatogli da Gorbaciov, ultimo segretario del Pcus, che scrive: “Dovremmo pubblicamente riconoscere il grande errore fatto quando, come sostenitori dell’ideologia comunista, denunciammo la famosa massima di Eduard Bernstein “il movimento è tutto, il fine è nulla”. Lo chiamammo tradimento del socialismo; ma l’essenza dell’idea di Bernstein era che il socialismo non potrebbe essere compreso come sistema che nasce dall’inevitabile caduta del capitalismo, mentre – per converso – è proprio la graduale realizzazione del principio di eguaglianza e di autodeterminazione per il popolo che costituisce una società, un’economia e un paese”. Qui siamo già alla contrapposizione tra socialismo democratico e comunismo. Ma prima, appunto con Bernstein, il tema riguardava essenzialmente la correzione del marxismo.

Eppure c’erano partiti socialdemocratici e rivoluzionari. Il termine socialdemocratico,tuttavia, fino alla rivoluzione bolscevica venne usato, soprattutto in Germania, dal Partito dei socialisti, che cambiò il suo nome in Partito socialdemocratico (Spd) nel 1890, sotto l’influsso di August Bebel e Wilhelm Liebknecht, in stretto contatto col movimento sindacale, anche se già dagli anni sessanta esisteva un Partito socialdemocratico tedesco di stretta osservanza marxista. Nel Spd militava anche  Karl Kautsky (poi seguito dalla stessa Rosa Luxemburg) che capeggerà la corrente di sinistra contro le tesi revisioniste di Bernstein, ma anche contro il leninismo perché eretico rispetto alle impostazioni marxiste ortodosse. Anche lo stesso Lenin fu esponente di primo piano di una forza politica che si chiamava “Partito operaio socialdemocratico russo”, prima dell’offensiva rivoluzionaria e comunista, ed era stato protagonista delle due conferenze internazionali dei socialisti europei che si erano svolte nel 1915 e nel 1916 a Zimmerwald e a Khiental. Quando la parola non è consequentia rerum…

Il contrasto tra socialisti democratici e leninisti
Il più moderno significato della parola “socialdemocratico” deve essere riferito allo scontro con la nuova ideologia marxista-leninista del comunismo a seguito della affermazione della rivoluzione bolscevica del 1917 e della successiva formazione dei partiti comunisti nazionali e dell’Internazionale comunista, anche se il movimento socialista si divise in diversi tronconi, nei quali quello socialista democratico non era certo il solo a rimarcare differenze, in taluni casi solo di tattica, con il comunismo bolscevico. L’invasione del bolscevismo fu consistente ovunque, ma particolarmente in Germania, in Italia e in Francia. In Germania, il partito comunista della Luxemburg e di Karl Liebknecht non superò il 15 per cento dei voti nel primo dopoguerra, mentre l’Spd si aggiudicò la maggioranza e governò il paese, tuttavia l’influenza comunista si fece spazio tra i lavoratori e orientò i moti rivoluzionari armati in un paese messo in ginocchio dal trattato di Versailles. In Italia il Psi, con la sola eccezione della minoritaria corrente turatiana, aderì alla nuova internazionale di Mosca col congresso di Bologna del 1919 e non fu il leninismo la causa della scissione di due anni dopo, ma la mancata approvazione da parte dei massimalisti, allora “comunisti unitari”, di due clausole dei 21 punti di Mosca che si riferivano alla espulsione dei riformisti e al cambio del nome del partito, condizioni irrinunciabili per essere ammessi all’Internazionale comunista e che provocarono il distacco dei “comunisti puri”.

Lo sprezzante attacco di Gramsci a Prampolini

Camillo Prampolini

Camillo Prampolini

Tra loro, forse l’artefice principale assieme ad Amadeo Bordiga, fu Nicola Bombacci, che finirà fascista, impiccato assieme a Mussolini a piazzale Loreto mentre lo stesso Gramsci, dalle pagine del suo Ordine nuovo, si era esposto in una velenosa polemica coi riformisti e in particolare con Camillo Prampolini scrivendo: “Coi moralisti di Reggio Emilia (che avevano definito “moralmente ripugnante” il metodo leninista) é inutile continuare una discussione teorica; i moralisti di Reggio Emilia hanno sempre dimostrato di essere capaci di ragionamento quanto una vacca gravida, hanno dimostrato di partecipare della psicologia del mezzadro, del curato di campagna, del parassita di un arricchito di guerra; é inutile sperare che un barlume di intelligenza illumini la loro decorosa idiozia di Fra Galdino alla cerca delle noci per ingrassare la clientela elettorale…. Tra Lenin e Prampolini e Zibordi, che hanno dedicato la loro vita a procurare i favori dello stato borghese per le cooperative emiliane, favori che lo stato borghese concedeva strappando il pane di bocca agli ignoranti e sudici contadini di Sardegna, di Sicilia e dell’Italia meridionale, tra Lenin e gli scrittori della Giustizia che rimangono, per angusti fini personali, per mantenere una posizione politica conquistata salendo sulle spalle della classe operaia, in un partito che, nella grandissima maggioranza, ha dichiarato si far proprio il metodo bolscevico, tra Lenin e questi decorosi sinistri idioti chi é più ripugnante moralmente?”.

Le ingiurie di Togliatti a Turati

Filippo Turati

Filippo Turati

Anche in Francia i socialisti si divisero in due, mentre in Italia si divisero addirittura in tre, dopo l’espulsione dei riformisti a pochi giorni di distanza dalla marcia su Roma dell’ottobre del 1922. Serrati, che aveva rifiutato la loro cacciata nel 1921, la decretò l’anno dopo e quando Nenni si oppose alla unificazione col Pcdi, nel 1924, lascerà il partito per approdare lui solo con pochi amici nel partito comunista. In Francia la posizione comunista prevalse nella vecchia Sfio e venne fondato, nel 1920, il Partito comunista francese che, fino alla svolta di Epinay del nuovo Psf, sarà partito maggioritario nella sinistra d’Oltralpe. Negli anni venti si scagliò contro i socialisti l’infame arma del socialfascismo e quando morì il socialdemocratico Turati Togliatti lo accusò dei peggiori misfatti, scrivendo su Stato operaio nell’aprile del 1932 un articolo di fuoco che non può essere dimenticato: “Nella persona e nell’attività di Filippo Turati si sommano tutti gli elementi negativi, tutte le tare, tutti i difetti che sin dalle origini viziarono e corruppero il movimento socialista italiano, che lo condannarono al disastro, al fallimento, alla rovina. Per questo la sua vita può bene essere presa come simbolo e, come un simbolo, anche la sua fine. L’insegna sotto cui questa vita e questa fine possono essere poste è l’insegna del tradimento e del fallimento. Nella teoria Turati fu uno zero. Quel poco di marxismo contraffatto che si trova nei primi anni della Critica sociale non fu dovuto a lui. Dei vecchi capi riformisti egli fu il più lontano dal marxismo. Più ancora di Camillo Prampolini fu un retore sentimentale, tinto di scetticismo, e per questo, nelle apparenze, un ribelle. Le famose frasi lapidarie di Turati sono dei motti, delle banalità, delle cose senza senso alcuno. Organicamente egli era un controrivoluzionario, un nemico aperto della rivoluzione. Turati fu tra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti dal parlamentarismo e dall’opportunismo. Serrati era unitario per uno sciocco sentimentalismo. Turati lo era per astuzia, per calcolo opportunista, allo scopo di potere continuare a penalizzare ogni azione dei rivoluzionari. La sua andata al Quirinale avviene con vent’anni di ritardo. La borghesia, per conto della quale egli aveva fatto il poliziotto, il crumiro e predicato viltà, non aveva più altro da dargli che il calcio dell’asino. Noi fummo e rimaniamo suoi acerrimi nemici, nemici di tutto ciò che il turatismo è stato, ha fatto, ha rappresentato”. Vergognoso.

Quando Prampolini propose che il partito si chiamasse socialista democratico
Questo dissidio durò fino all’avvento di Hitler al potere in Germania, quando, nel 1933, i comunisti ripiegarono sulla tattica dei fronti popolari. Ma in Italia era già nato, nel 1922, un Partito d’impronta più prettamente socialdemocratica. Era il Psu (Partito socialista unitario) di Turati, Treves, Prampolini e Giacomo Matteotti che ne divenne segretario. I riformisti furono i soli socialisti che compresero il pericolo fascista e Turati, già nel 1920 col suo mirabile discorso “Rifare l’Italia”, gettò le basi programmatiche per un governo coi popolari che la maggioranza del Psi respinse in preda com’era all’infatuazione leninista. Fu Prampolini il primo a riprendere il termine “socialdemocratico” quando nel 1923, in polemica sul tema della democrazia coi comunisti, propose proprio che il Psu cambiasse nome in Psdi (Partito socialista democratico italiano). Anche nel Psi, riunificato col Psu nel 1930 grazie alla nuova volontà unitaria del suo leader Pietro Nenni, si manifestarono tendenze più prettamente socialdemocratiche. Furono in particolare i due esponenti espulsi dal partito comunista, Angelo Tasca e Ignazio Silone, ad interpretarle. In entrambi era forte lo spirito anti stalinista, mentre più sfumato si rivelò in Pietro Nenni, che venne anche messo in minoranza e rischiò l’espulsione dal partito dopo il patto Ribbentrop-Molotov del 1939 a causa della sua testarda cocciutaggine a mantenere in vita il patto d’unità d’azione coi comunisti, nonostante l’alleanza coi nazisti, giustificata da tutto il vertice comunista italiano, con la sola eccezione di Umberto Terracini.

La figura di Giuseppe Saragat e la revisione di Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Giuseppe Saragat e Pietro Nenni

Un altro esponente che diede linfa al pensiero e all’azione socialdemocratica fu il giovane Giuseppe Saragat, molto influenzato dall’austro marxismo di Renner e Bauer, che conciliavano il marxismo e l’umanesimo democratico. E qui entriamo nel merito dell’accezione della socialdemocrazia in salsa italiana. Saragat fu infatti l’esponente di spicco del Partito socialista democratico italiano, che sorse, col nome di Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) nel gennaio del 1947 dopo la scissione del Psiup, che poi tornerà a chiamarsi Psi. Il patto d’unità d’azione coi comunisti, che lo stesso Saragat aveva sottoscritto, gli andava ormai stretto. Ma soprattutto il leader socialdemocratico vedeva nell’Unione sovietica di Stalin un nuovo totalitarismo, che metteva in contrasto col suo umanesimo socialista. Diranno più o meno tutti, di lui, che aveva ragione. In pochi, tuttavia, gliela daranno allora e negli anni successivi. La socialdemocrazia italiana, infatti, non riuscì a conquistare il peso delle altre socialdemocrazia europee: il particolare comunismo italiano, la resistenza di un Psi che nel 1956 si staccherà dai comunisti dopo l’invasione dell’Ungheria, la partecipazione del Psdi ai governi centristi, poi il fallimento della unificazione socialista del 1966, impediranno la costruzione di un’alternativa socialista e democratica, consolidando l’egemonia democristiana sul governo e quella comunista sull’opposizione ancora per decenni. Furono questi i limiti che forniranno ai comunisti italiani il pretesto per quell’accusa di “socialdemocratico” che venne lanciata a più riprese verso chi contestava il paradiso sovietico e l’ortodossia comunista?

La terza via di Berlinguer, né comunista, né socialdemocratica
Dopo la revisione berlingueriana e lo strappo dall’Urss anche il modello socialdemocratico europeo, al quale nella versione nordica e soprattutto svedese, ma anche tedesca ai tempi di Willy Brandt, i comunisti italiani guardavano con rispetto, non venne tuttavia mai preso ad esempio. Anzi, nella elaborazione della cosiddetta terza via, la socialdemocrazia fu equiparata al comunismo. Solo con il congresso di Firenze del 1986, con la segreteria Natta, il Pci si professò, superando l’eurocomunismo berligueriano, un partito della sinistra europea. E poi con la svolta di Occhetto del 1989 (il Pci fu l’ultimo partito europeo a cambiare nome) il partito chiese l’adesione all’Internazionale socialista. Per poi uscirne, però, nel 2007 alla fondazione del Partito democratico, e poi rientravi grazie alla segreteria Renzi.

Il Pd post socialdemocratico
Tuttavia il nuovo Pd, che assomma reduci comunisti e democristiani, non ha ma avvertito l’esigenza di definirsi socialista o socialdemocratico. Anzi, da un trascorso prevalentemente comunista, e più limitativamente democristiano, si è passati subito a un presente post socialdemocratico. Non nego la crisi della socialdemocrazia dovuta essenzialmente alle difficoltà nel processo redistributivo, funzionale a garantire il pieno funzionamento dello stato sociale, a fronte dei grandi temi del presente: la globalizzazione, la finanziarizzazzione, l’immigrazione. Resta il fatto che è l’insieme delle forze socialdemocratiche a porsi questi legittimi, opportuni interrogativi. Si ha invece l’impressione che il Pd prenda le distanze da questo mondo e voglia ragionare da solo, quasi a suggerirsi agli altri come modello. Questo per due ordini di motivi. Il primo riguarda la sua identità che deve rimanere anomala. Come anomala era la sinistra italiana del fattore K, così è tuttora la sinistra italiana del fattore D. Si può passare da comunisti a democratici senza diventare socialisti o socialdemocratici perché é più semplice giustificare la storia, perché é assai meglio dimostrare che nel conflitto a sinistra nessuno ha vinto. Men che meno gli avversari di sempre, appunto i socialisti democratici. Ma c’é un secondo motivo. Oggi il Pd rischia di perdere la bussola del socialismo democratico e liberale e di avventurarsi in un deserto dove la democrazia degli elettori può diventare un optional e la giustizia sociale un benefit per pochi. Per questo il gioco allo scavalco di un partito ancora diviso tra rottamatori senza identità e post comunisti è lo sport preferito. Per questi due motivi l’accusa di socialdemocratico che prima era un atto di condanna per eresia di destra, adesso è divenuta una pena da comminare per eresia di sinistra. I democratici preferiscono guardare veltronianamente all’America, anche se adesso c’é Trump. Il modello socialdemocratico é fallito, pensano. Dunque meglio puntare su Marchionne e Farinetti.

Attualità o superamento della socialdemocrazia
Il modello socialdemocratico deve essere rivisto, attraverso un’idea più di società solidale che di stato sociale. Eppure viviamo in un mondo in cui si allargano le forbici tra povertà e ricchezza, in cui il potere della finanza è incontrollato, in cui la democrazia é spesso solo formalmente riconosciuta e in cui la rivoluzione tecnologica impone una forte tensione all’educazione e alla conoscenza. Un mondo nuovo, non c’è dubbio, dove le etichette del passato vanno sempre più strette anche se forse mai come oggi una moderna e aggiornata identità socialista e democratica appare attuale, pregnante, urgente. Non si capisce perché l’accusa di socialdemocratico sia infatti l’unica che tiene. Sarà mica perché, almeno in Italia, qualcuno ne ha paura?

Mauro Del Bue

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

La Repubblica Ceca
e le sue anomalie

Tomio OkamuraL’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (19^ puntata).

Sono molte le singolarità che contraddistinguono la politica ceca da quella delle altre nazioni dell’est Europa. La prima grande differenza è l’assenza di grandi partiti in grado di raccogliere ampie fette di consenso. Alle scorse elezioni nazionali il primo partito è stato il Partito Socialdemocratico del primo ministro Bohuslav Sobotka, che è riuscito a superare il 20% solo di qualche decimale. Scenario molto differente rispetto ad altri Paesi dell’Europa orientale, in Romania, un paio di mesi fa, il Partito Socialista ha trionfato con oltre il 45%, la stessa percentuale è stata sfiorata dal partito di Viktor Orban alle ultime elezioni ungheresi.

La seconda grande anomalia è l’assenza di una destra forte. In Slovacchia le due principali forze politiche di estrema destra sommate superano il 20%, in Ungheria, gli ultranazionalisti dello Jobbik, sono saldamente sopra il 15% e non si può certo dire che il primo ministro Orban non sia un modello per le destre europee, in Polonia la destra nazionalconservatrice governa dopo aver ottenuto oltre il 37% dei voti alle ultime elezioni parlamentari.

Il Partito Repubblicano della Cecoslovacchia è stata la principale forza politica di estrema destra durante gli anni 90. Il partito nazionalista riesce ad entrare per due volte nel Parlamento ceco ed a superare l’8% alle elezioni nazionali del 1996, salvo poi entrare in una profonda crisi.

Negli anni successivi diverse nuove formazioni politiche cercheranno di recuperare il consenso perso dalla compagine di estrema destra, senza però riuscirci. Per tornare a vedere la destra radicale nel Parlamento ceco bisognerà attendere il 2013.

La principale figura della nuova destra della Repubblica Ceca è Tomio Okamura, e anche questa è un’altra anomalia della politica ceca. Okamura, con nome e tratti orientali, si contrappone ad una grossa schiera di leader della destra dell’est Europa, pronti a rivendicare la propria lunga discendenza nazionale e molto spesso anche il ruolo dei propri avi durante l’età dell’oro delle rispettive nazioni.
Tomio Okamura, dopo esser diventato popolare in Repubblica Ceca grazie alla partecipazione ad un programma televisivo, viene eletto senatore nel 2012. Dopo aver annunciato la sua candidatura alle elezioni presidenziali, fonda il partito nazionalista Usvit che nel 2013 riuscirà a raccogliere il 6,9% dei consensi e ad ottenere 14 seggi alla Camera dei deputati ceca. Ma nel 2015 Okamura abbandona l’Usvit per dare vita ad un nuovo partito, l’SPD, ancora più incentrato sulla sua figura e membro della nuova alleanza dell’estrema destra europea, il Movimento per un’Europa delle nazioni e della libertà, assieme al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord, che il partito di Okamura prende come modelli, specie nelle sue campagne contro l’Unione Europea e l’immigrazione.

Le prossime elezioni nazionali in Repubblica Ceca si dovrebbero tenere il prossimo ottobre, gli ultimi sondaggi dicono che l’SPD viaggia fra il 4% e il 7%, mentre l’Usvit viene dato vicino all’1%. Il Partito Socialdemocratico dell’attuale primo ministro Sobotka si aggira fra il 16% e il 19%, superato dagli alleati di governo centristi di Ano 2011, dati fra il 28% e il 30%. Il Partito Comunista di Boemia e Moravia, che dal 1990 viaggia fra il 10% e il 14% è dato stabile sulle percentuali degli ultimi anni, mentre le quattro principali forze politiche del centrodestra sommate vengono date sotto il 25%. Le prossime elezioni presidenziali si terranno invece il prossimo anno e lo storico leader del Partito Repubblicano della Cecoslovacchia, Miroslav Sládek, ha annunciato il ritorno in politica e la sua candidatura a Presidente.

Gianluca Baranelli

18 – Polonia, roccaforte della destra in Europa
17 – Le Repubbliche Baltiche sotto il segno dell’estrema destra
16 – I ‘Veri Finlandesi’, una destra antiliberista in crescita
15 – Svezia. Da ‘micropartito’ nazionalista al Parlamento
14 – Norvegia, destra al governo dopo 40 anni di opposizione
13 –  Danimarca. L’estrema destra dal volto ‘pulito’ di Carlsen
12 –  Destra nel ‘cuore’ Europa. L’Austria e i ‘secessionisti’
11-  Viaggio nella destra europa. L’Unione di Centro svizzera
10 – Lussemburgo Pil da redord. Lussemburgo senza sorprese
9 – Germania. Dalla ex RDT, i voti alla destra oltranzista
8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

SPD. Esce Gabriel, Schulz verso la sfida con la Merkel

gabriel peter“Tutti i sondaggi hanno mostrato che gli elettori non vogliono più una grande coalizione, ma nella testa delle persone io sono proprio quella. Ecco perché Martin Schulz è l’uomo giusto”, ha spiegato nella riunione del gruppo parlamentare Spd, Sigmar Gabriel rinunciando alla candidatura alla cancelleria.
Ad anticipare la ritirata di Gabriel ci ha pensato il quotidiano tedesco “Die Zeit”, aggiungendo che l’ex candidato del Spd vorrebbe dimettersi anche dai due ruoli che attualmente ricopre: quello di segretario del partito socialdemocratico tedesco e da quello di ministro degli Affari Economici, per poi diventare ministro degli Affari esteri, quando, secondo l’accordo già raggiunto nella Grande coalizione, l’attuale ministro Frank-Walter Steinmeier diventerà, a marzo, capo dello Stato.
Salvo sorprese sarà quindi Martin Schulz, l’ex presidente del Parlamento europeo, l’avversario della cancelliera uscente Angel Merkel alle elezioni di fine settembre.
La novità arriva dopo mesi di duro confronto tra Gabriel e l’ex presidente del Parlamento europeo, dato che il segretario in carica ha tentato in ogni modo di essere lui il candidato alla cancelleria.
Nell’intervista a Stern, Gabriel ha quindi aggiunto che “per condurre davvero con successo una campagna elettorale ci sono due presupposti fondamentali: il partito deve credere nel candidato e riunirsi dietro a lui e il candidato deve volerlo con ogni fibra del suo cuore. Entrambe queste pre-condizioni non sono state presenti in misura sufficiente”. C’è anche un “motivo privato”, ha aggiunto Gabriel, riferendosi alla nascita a marzo di un nuovo figlio: “Oggi sono davvero un uomo felice. Non so se lo sarei ugualmente, se dovessi vedere la mia famiglia ancor meno di quanto mi capita adesso”, ha aggiunto.

La Germania all’alba dell’era Trump, elezioni in vista

merkel-trumpAd una settimana dall’elezione di Donald Trump quale prossimo presidente degli Stati Uniti, non accennano a fermarsi i dibattiti in Germania su quanto questo pesi nel futuro del paese e dell’Europa.

Il Segretario della SPD, ed attuale Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, vede nell’elezione del Tycoon newyorkese, e nell’euforia che ha suscitato fra i movimenti populisti europei, la nascita di “un’internazionale nazionalista e chauvinista”. Questo, per il leader social-democratico, dimostra quale veramente sia lo “Scontro di Civiltà” che esiste in Europa: non quello, caro ai populisti, fra Cristianità e Islam, ma quello interno con da una parte le forze democratiche e riformiste e dall’altra i movimenti autoritari, razzisti e nazionalisti che vogliono contrastare i cambiamenti sociali e demografici attualmente in corso con soluzioni estremiste ed anacronistiche.

Anche per il Ministro delle Finanze Schäuble, CDU, “la demagogia ed il populismo non sarebbero un problema puramente Americano, ma di tutto l’Occidente”. A preoccupare quello fra i consiglieri più fidati di Angela Merkel, è la bassa qualità del dibattito politico in corso in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia, ma anche, e soprattutto in Germania. Qui si assiste alla svolta a destra della CSU bavarese – partito locale consociato alla CDU e parte della coalizione al governo –  e alla continua crescita di AfD – il movimento anti-Europeo e anti-Immigrazione che ha ormai raggiunto uno stabile 13% a livello nazionale. Contrastare questa svolta “populista” in Germania deve diventare, per due fra i più importanti esponenti del governo, la priorità del Governo di Berlino.

Eppure, nonostante queste prese di posizione, il paese rimane preoccupato. Secondo infatti un sondaggio promosso dal “Bild am Sonntag”, il 66% dei tedeschi sono convinti che proprio le due leadership dei Partiti di governo – CDU e SPD appunto – non stiano prendendo troppo seriamente le preoccupazioni che arrivano dall’elettorato. Anche se il 53% esclude che questo possa portare, in Germania, all’elezione a cancelliere di un populista “alla Trump”, questo basta per far gridare vittoria a Frauke Petry. Il segretario dell’AfD, ha difatti affermato che “i problemi che affligono la classe media in America e che hanno portato alla vittoria di Trump sono gli stessi che l’affliggono in Europa” ovvero: Tasse e Immigrazione.

Sulla stessa riga si muove, in maniera più moderata, la CSU. Questa auspica, nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, un forte irrigidimento nelle politiche di accoglienza dei profughi, trovando una sponda nelle correnti più conservatrici della CDU stessa. In particolare il segretario e governatore della Baviera Horst Seehofer, ha dichiarato recentemente che non appoggerà un quarto governo Merkel, qualora questo, peraltro molto probabile, non cambi completamente rotta sull’immigrazione.

Se la destra si scatena, molti ambienti liberali tedeschi, ed Europei, sottolineano come proprio la Cancelliera ricopra ora, in Europa e in Occidente, il ruolo di “anti-Trump”. Questo è il giudizio dello storico Paul Nolte per il quale “l’attività politica di Angela Merkel rappresenta quella trasformazione silenziosa che sta avendo la società tedesca, più attenta ai problemi ambientali e sociali della contemporaneità” ponendo la Cancelliera di traverso a quegli atteggiamenti di chiusura e ritorno al passato che contraddistinguono Trump ed i suoi sodali Europei. Eppure, sottolineano vari analisti, la Cancelliera e la Germania da sole non bastano per far fronte agli effetti possibilmente negativi di una presidenza Trump: serve, soprattutto, l’Europa.

Su questo tema si è espressa il Ministro della Difesa tedesco e politico CDU Ursula von der Leyen, da molti vista come probabile futura cancelliera dopo Angela Merkel. In una lettera aperta al Tagesspiegel berlinese successiva alle elezioni, il Ministro ha sottolineato come le elezioni americane sono la dimostrazione che l’Europa non possa continuare ad avere un ruolo defilato nel panorama internazionale e che, in funzione anche di contrasto ad un possibile asse Trump-Putin, questo passa anche per un meccanismo di Difesa Europea congiunta. Solo in questo modo, sempre secondo il Ministro, l’Europa può farsi carico di supportare piani di stabilizzazione e sviluppo in Africa e Medio Oriente, anche indipendentemente dalla Nato. L’idea di von der Leyen, peraltro condivisa da ambienti politicamente trasversali in Germania come in Europa, è di un continente capace di occuparsi delle crisi nei paesi a lei vicini, ma, soprattutto, capace di esercitare la sua forza geopolitica indipendentemente dall’alleato americano.

Maggior integrazione Europea, accoglienza degli Immigrati, aperture sociali rimangono quindi il fulcro dell’attività di governo della Germania anche in vista della scadenza elettorale del 2017. Che queste politiche continuino a trovare l’appoggio dell’elettorato tedesco, è la grande scommessa di Berlino da cui dipende, e molto, anche il futuro dell’Europa.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

Germania. Dalla ex RDT,
i voti alla destra oltranzista

La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 …Manifestazione dell'Afd


L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (9^ puntata)


La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 dalla fusione di movimenti politici che hanno visto alla propria guida esponenti del Partito Nazionalsocialista e importanti figure dell’esercito tedesco durante il periodo nazista, che di fatto rappresentano la continuazione del pensiero e del lavoro del partito di Adolf Hitler. Alla fine degli anni ‘60 l’NPD raccoglie oltre un milione di voti, dopodiché per i neonazisti tedeschi inizia un lungo periodo di crisi dei consensi che dura fino ai giorni nostri. Nel 2014 però, la Corte Costituzionale tedesca sancisce l’incostituzionalità della recente riforma elettorale che stabiliva una soglia di sbarramento del 5%, sostituita da un proporzionale perfetto che permette a sette micropartiti di entrare al Parlamento di Bruxelles. Tra questi anche l’NPD che con 300mila voti riesce ad eleggere al Parlamento europeo, Udo Voigt, leader del partito neonazista per oltre 15 anni. A livello internazionale il partito è alleato dei greci di Alba Dorata e dell’italiana Forza Nuova, nell’‘Alleanza per la pace e per la libertà’. La quasi totalità degli elettori dell’NPD proviene dai territori dell’ex DDR, e in particolare dalle zone confinanti con la Polonia, dove i neonazisti riescono anche a superare il 5%.

Frauke Petry , leader dell'Afd

Frauke Petry , leader dell’Afd

A rubare la scena all’NPD, da qualche mese a questa parte, è il partito nazionalista dell’Alternative fur Deutschland. L’AFD ha sempre avuto, sin dalla sua fondazione nel 2013, percentuali di consenso superiori a quelle dell’NPD, tuttavia i nazionalisti tedeschi hanno dovuto superare il 10% nei sondaggi per riuscire ad attirare su di sé l’attenzione dei media internazionali. I sondaggi di inizio 2016 davano il partito attorno al 15%, ma nei mesi successivi i nazionalisti iniziano a perdere consensi e a scendere verso il 10%.

A metà del 2015 il partito svolta a destra, la nuova leadership formata dal duo Petry-Meuthen viene da subito criticata da tutta l’area più vicina al centrodestra, che abbandona l’AFD per dare vita al partito conservatore ALFA. Il nuovo partito conservatore continuerà a far parte dell’alleanza dei Conservatori e Riformisti, mentre l’AFD comincia un processo di avvicinamento al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord. La nuova leadership porta il partito su posizioni molto più radicali, la linea del partito sull’Unione europea diventa molto più critica e aumenta l’intolleranza nei confronti di islam e immigrazione.

Come l’NPD anche i nazionalisti tedeschi riescono ad ottenere la maggior parte del proprio consenso nei territori dell’ex DDR. Dopo aver sfiorato il 5% alle elezioni nazionali del 2013 ed aver eletto 7 propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 2014 (5 dei quali passati ad ALFA), lo scorso marzo l’AFD è riuscito a sfiorare il 25% in Sassonia ed è diventata la seconda forza politica della regione, dietro alla CDU di Angela Merkel.

Il terzo fenomeno politico della destra tedesca degli ultimi mesi è sicuramente il movimento Pegida, che rappresenta uno dei movimenti xenofobi con più sostenitori in Europa. Pegida è un movimento islamofobo nato a Dresda verso la fine del 2014, ed è proprio a Dresda che il movimento ha dato vita ad una lunga serie di manifestazioni a cui hanno partecipato diverse migliaia di sostenitori. Ma la presenza del movimento non si limita solo alla città tedesca, anzi, i sostenitori del movimento durante gli scorsi mesi sono riusciti ad organizzare una serie di cortei in diverse capitali europee. A capo del movimento xenofobo vi è Lutz Bachmann, cittadino di Dresda che può vantare una lunga lista di condanne per spaccio di stupefacenti e furto con scasso, e che al momento è a processo con l’accusa di incitamento all’odio razziale.

Altra storica forza politica della destra tedesca è il CSU, sezione bavarese del partito cristiandemocratico CDU guidato da Angela Merkel. Il CSU ha sempre mostrato posizioni più a destra rispetto al partito nazionale, anche le critiche interne al governo più accentuate sulle posizioni che ha espresso la cancelliera negli ultimi mesi su immigrazione e rapporti con la Turchia, arrivano da esponenti del CSU. La destra bavarese è dagli anni 50 il primo partito della Baviera e dalla fine degli anni 50 governa ininterrottamente la regione tedesca. Sempre in Baviera, negli anni ‘80, nasce il partito nazionalista Die Republikaner, che dopo essere riuscito ad eleggere, grazie ad oltre 2 milioni di voti, sette propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 1989, ha visto un rapido declino che lo ha portato a percentuali da prefisso telefonico. Negli anni 80 il partito è riuscito a spezzare l’alleanza fra il Front National e l’italiano MSI. Nel corso degli anni le posizioni su immigrazione, islam e Unione Europea sono diventate sempre più critiche, e il partito ha visto un avvicinamento alle organizzazioni tedesche più estremiste. L’elettorato repubblicano è quasi interamente locato nei territori del sud della Germania, dove il partito fatica comunque ad arrivare all’1%.

Sempre negli anni ‘80 nasce il partito ultraconservatore Familien Parti, che come l’NPD è riuscito ad eleggere, dopo decenni, un proprio candidato al Parlamento europeo nel 2014. Al Partito della Famiglia sono bastati 200.000 voti per eleggere l’ex segretario Arne Gericke, che ha intrapreso un’alleanza con i Conservatori e riformisti.

I cittadini tedeschi si recheranno alle urne per eleggere il successore di Angela Merkel nell’autunno del 2017. Al momento i sondaggi danno la CDU saldamente in vantaggio con circa il 35% dei consensi, mentre l’AFD si giocherà il ruolo di terza forza politica della Germania con i Verdi e Die Linke, dietro ai socialdemocratici. Durante il mese di settembre invece si recheranno alle urne per eleggere i nuovi governi regionali i cittadini berlinesi e quelli del Meclemburgo. I sondaggi danno i socialdemocratici dell’SPD in vantaggio in entrambe le elezioni e la CDU, che rischia di essere superata dai Verdi a Berlino e dall’AFD nel Meclemburgo, dati entrambi attorno al 20%, in forte crisi.

Gianluca Baranelli

8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo