La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

di-maio-755x515

Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Uòlter disegna la strada del dopo Renzi

Veltroni non si ricandidaWalter Veltroni, Uòlter, doveva aver fiutato il disastro. Venti giorni prima del voto del 4 marzo era andato ad una iniziativa della campagna elettorale del Pd a Milano. Spiegava: «Do una mano nei momenti difficili». Smentiva di voler tornare alla guida del partito: «In politica non si torna, si sta». Prima era stato “rottamato” da Matteo Renzi, poi era tornato in pista criticando sia la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza sia l’allora segretario, in difficoltà per la sconfitta al referendum costituzionale.

Adesso Uòlter, come è stato ribattezzato dai comici satirici Ficarra e Picone per il suo buonismo non privo di stilettate spregiudicate, ha segnato di nuovo la sua presenza in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’. Il primo segretario del Pd, ex segretario dei Ds, ex ministro della Cultura e già sindaco di Roma ha indicato ai democratici la strada del dopo Renzi. I toni sono cortesi, ma le parole sono dure. Punto uno: la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». Punto due: «È abbastanza incredibile la rapidità con cui si è passati sopra la più grande sconfitta della sinistra nella storia del dopoguerra». Punto tre: «All’opposizione sì. Ma deve esserci un governo».

Mentre la XVIII legislatura è cominciata faticosamente sotto il protagonismo di Di Maio, Salvini e Berlusconi, il Pd è sbandato per la sconfitta. I voti del centro-sinistra e della sinistra sono volati via verso i partiti della protesta populista; il M5S e la Lega, o verso l’astensione. Veltroni ha analizzato il perché: il Pd non ha saputo dare una risposta al mondo «dominato dalla precarietà e dalla paura». Con una delle sue riflessioni tra il politologico e il poetico ha puntato il dito contro «l’errore drammatico di togliere alla nostra comunità le emozioni e la memoria», cioè «l’idea di partecipare a qualcosa di grande» e «il desiderio del futuro». In sintesi: è mancato un progetto politico credibile per affrontare la crisi economica e le forti disuguaglianze sociali.

Il problema immediato è il nuovo governo e come rispondere alle richieste di dialogo lanciate dai cinquestelle. Veltroni ha invitato a fare attenzione alle mosse di Sergio Mattarella: il Pd “per ora” fa bene a collocarsi all’opposizione, ma se «sotto la regia del capo dello Stato, emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche… il Pd farebbe bene a discuterne».

Ha indicato la strada per arrestare la caduta: «Il Pd ha bisogno di apparire ciò che è: una forza della sinistra con ambizioni maggioritarie». Un bel problema: significa ritessere un rapporto di fiducia e di partecipazione con i militanti e gli elettori delusi e sfiduciati. Uòlter ha criticato Matteo Renzi con una lunga perifrasi felpata ma urticante: «A Renzi non riserverò nessuna delle parole che furono riservate alle persone che in altri momenti avevano avuto responsabilità di guida a sinistra». Ha rimproverato all’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio «di aver perso tutte le elezioni dal 2014», cioè dopo il 40,8% incassato alle europee. Maurizio Martina, reggente dei democratici dopo la disfatta elettorale, neppure è menzionato.

Nessun riferimento nemmeno ai suoi errori di fondatore e primo segretario del Pd: il partito kennedyano in un’Italia senza Kennedy; la sconfitta elettorale patita per mano di Berlusconi nel 2008; il 33% di voti ottenuto teorizzando e praticando il partito autosufficiente senza alleati (ad eccezione di Antonio Di Pietro) che cancellò dal Parlamento sia la sinistra critica sia quella riformista; le dimissioni all’inizio del 2009 dopo aver perso anche nelle elezioni regionali in Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Adesso, ancora una volta, ha escluso una sua ricandidatura alla segreteria del Pd: «La mia passione politica si può esercitare senza potere». Per sé ha ritagliato la figura del segretario supplente. Ora tra le rovine del Pd si aggira un ex segretario (Renzi), un reggente (Martina) e un supplente (Veltroni): la ricerca di una nuova leadership appare lunga e difficile. Tra tante incertezze una sola cosa appare sicura: smentendo i molti annunci, anche questa volta Veltroni non andrà in Africa per aiutare le popolazioni povere di quel continente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

 

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Contro Matteo Renzi la gara delle “spallate”

renzi bersani

Giù, sempre più giù. Matteo Renzi va sempre più giù nei sondaggi elettorali. Il Pd perde voti verso sinistra, verso destra e verso l’astensione: adesso è dato dalle ultime rilevazioni sul 24% dei voti, sotto il 25% dell’era Bersani, ben lontano dal 30% di un anno fa. Sommando il 4% dei consensi dei possibili alleati minori (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), il centro-sinistra arriverebbe al 28%.

Il M5S, invece, sarebbe nettamente il primo partito italiano con il 27% mentre il centro-destra potrebbe vincere le elezioni politiche del 4 marzo con il 36%. La sinistra di Pietro Grasso, in netta contrapposizione con il segretario democratico, otterrebbe il 6%.

Avversari esterni ed interni, alleati, ex alleati ed ex compagni picchiano duro su Renzi. Il Pd, fino a poco tempo fa il partito egemone del sistema politico italiano, s’indebolisce sempre di più. Lo spartiacque della crisi è stata la disfatta subita da Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, bocciata il 4 dicembre 2016 da quasi il 60% degli italiani.

Da allora sono cominciati i guai: Renzi ha perso la presidenza del Consiglio; ha subito da sinistra la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza; è contestato sia sul piano politico (le scelte “subalterne” al centro-destra di Silvio Berlusconi) sia sul piano personale (la gestione “autocratica” del partito).

L’ex presidente del Consiglio continua a difendere “le riforme strutturali” del suo governo (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, fisco) che hanno fatto “ripartire l’Italia”, ma ha perso il magnetismo e la carica innovativa di quattro anni fa. Il segretario del Pd è sotto un fuoco incrociato. Micidiali spallate arrivano dagli ex compagni di partito, ora sostenitori di Liberi e Uguali di Grasso. Massimo D’Alema parla dell’esistenza di «un gruppo di potere» formatosi nel Pd e «il capo è Matteo Renzi». Roberto Speranza nega di nutrire “odio” ma lo accusa di «aver tradito il suo popolo» perché «ha inseguito la destra».

Spallate pericolose partono dai cinquestelle. Luigi Di Maio, il traghettatore del M5S dall’opposizione anti sistema al dialogo con gli imprenditori italiani ed europei, cerca di assestare un colpo mortale distinguendo tra Renzi e il Pd. Il candidato premier cinquestelle avverte: se il M5S non avrà i numeri per governare da solo «la sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Secondo delle indiscrezioni Di Maio vorrebbe «aprire ai dem senza Renzi» perché il segretario verrebbe fatto fuori dai critici interni dopo l’eventuale sconfitta nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Per Renzi sono brutti momenti. È scattata la gara delle “spallate” contro di lui. Oltre agli attacchi di avversari e di ex compagni di partito si vede piovere addosso anche le critiche di Sergio Marchionne, un tempo suo strenuo sostenitore. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles lo vede in declino: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo». Carlo De Benedetti invece, anche se tra molti dubbi, non volta le spalle a Renzi. L’ex dominus dell’ Olivetti, della Sorgenia e del gruppo Espresso-Repubblica, avverte: «Sono deluso, ma alla fine, vista l’offerta politica, voterò Pd».

Certo il segretario democratico ha commesso degli errori, si è isolato e adesso paga il prezzo delle sconfitte patite nel referendum e nelle elezioni amministrative degli ultimi anni; sono lontani i tempi di quando ottenne il 40,8% dei voti nelle europee del 2014. Renzi prende atto della realtà e cerca di recuperare: «È vero, il consenso è in calo» ma il Pd «sarà il primo partito, anche se non siamo più ai livelli del 2014». Sembra anche mettere da parte il progetto di tornare ad essere presidente del Consiglio dopo le elezioni: «Non è importante qual è il nome che va a Palazzo Chigi ma che sia del Pd».

Inaspettatamente Carlo Calenda, dopo le dure critiche degli ultimi mesi, torna al suo fianco. Il ministro dello Sviluppo economico prende a prestito il linguaggio del calcio: «Renzi è il nostro centravanti di sfondamento». Subito dopo, però, assegna la stessa maglietta di «centravanti di sfondamento» anche a Paolo Gentiloni, amico di Renzi, attuale ed apprezzato presidente del Consiglio.

(Sfogliaroma.it)

Rodolfo Ruocco

Gentiloni bis, anti Renzi con l’appoggio di Renzi

gentiloni-uscita

Mite, sgusciante, determinato. Spunta un Gentiloni bis all’orizzonte. Paolo Gentiloni punta al governo bis nella prossima legislatura. Il presidente del Consiglio ha tirato un bilancio positivo del suo esecutivo in pista da un anno: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Nella conferenza stampa di fine anno ha indicato i maggiori, difficili, obiettivi realizzati: economia in ripresa (un milione di posti di lavoro recuperati, dimezzato il deficit pubblico); diritti civili conquistati (importanti leggi come il bio testamento e le unioni civili hanno tagliato il traguardo); riduzione del 70% degli sbarchi degli immigrati.

Non ha messo solo la sua firma sotto questi successi, ma li ha intestati all’impegno degli italiani e anche ai due presidenti del Consiglio che l’hanno preceduto dal 2013 al 2016: “Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Dunque se l’Italia ha schivato il baratro del fallimento economico il merito, ci tiene a sottolinearlo Gentiloni, è merito di tutto il centro-sinistra basato sul Pd.

Tuttavia il presidente del Consiglio non pensa solo al passato. Adesso l’attenzione è tutta rivolta alle prossime elezioni politiche. Il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere ponendo fine alla XVII legislatura, si voterà il 4 marzo. La situazione si profila molto difficile. Il Pd negli ultimi tre anni ha subito tre diverse scissioni da sinistra: prima se ne sono andati Cofferati e Civati; poi Fassina; quindi Bersani, D’Alema, Speranza e Rossi (hanno creato la lista elettorale Liberi e uguali guidata da Grasso).

Le scissioni e le politiche per combattere la Grande crisi economica hanno fatto perdere consensi al Pd: dalla vetta del 40,8% dei voti ottenuti nelle elezioni europee del 2014 il partito guidato da Renzi ha subito un crollo. Ora i sondaggi elettorali gli assegnano circa il 25% dei voti, con gli alleati di centro-sinistra (Psi di Nencini, Verdi di Bonelli, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Casini e di Lorenzin) arriverebbe al 30%. Il primo partito, invece, sarebbe il M5S con qualche frazione di punto in più sul Pd mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi viaggerebbe attorno al 35%-38%.

Vincere le elezioni è una ardua scommessa. La sfida elettorale potrebbe concludersi senza un vincitore: centro-sinistra a guida Renzi, sinistra di Grasso, centro-destra di Berlusconi e cinquestelle di Di Maio potrebbero essere quattro sconfitti. Di qui l’ipotesi Gentiloni bis. In molti guardano proprio al presidente del Consiglio per dirigere un possibile governo di “grande” o “piccola” coalizione perché amico ma autonomo da Renzi. Sia Berlusconi, sia di Di Maio, sia Grasso sarebbero pronti ad una intesa post elettorale con il Pd ma senza Renzi.

Il tema è bollente. Gentiloni ha dribblato le domande dei giornalisti su un secondo incarico di governo dopo le elezioni, ma ha aggiunto: “Non tireremo i remi in barca” e “siamo in grado di gestire la situazione dopo il voto”. Ha parlato anche dei temi della prossima legislatura: dovrà “proseguire questa crescita economica e in più lavorare sulla ricucitura delle relazioni sociali, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze”. Ha tratteggiato quasi il programma del prossimo governo, un Gentiloni bis.

Renzi non ha mai nascosto l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi, ma adesso sembra dare il disco verde. L’ex presidente del Consiglio è fortemente indebolito dalle scissioni, dalla disfatta al referendum costituzionale dell’anno scorso e dalle sconfitte nelle elezioni amministrative degli ultimi tre anni. Sotto assedio, anche se con poco entusiasmo, sembra dare il disco verde a un possibile nuovo mandato da presidente del Consiglio a Gentiloni, suo amico e suo ex ministro degli Esteri. Il via libera all’ipotesi sembra arrivare da Renzi con una intervista a ‘La Stampa’: “Spero in un governo guidato da un premier Pd”. Sul rebus presidente del Consiglio in precedenza aveva sempre risposto in maniera diplomatica con un “lo decidono gli elettori”.

Certo bisognerà vedere i risultati elettorali, che potrebbero essere ben diversi dagli attuali sondaggi. Poi la decisione passerà nella mani di Sergio Mattarella. Se nel nuovo Parlamento ci sarà una maggioranza politica omogenea, la soluzione sarà abbastanza facile. Ma se dalle urne emergerà l’ingovernabilità, sarà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica. Si potrebbe tornare a votare oppure un secondo mandato di governo a Gentiloni potrebbe trovare una maggioranza in Parlamento. Un fatto è sicuro: Renzi non si opporrebbe a quella che all’inizio appariva come una manovra dei suoi avversari. Un Gentiloni bis sarebbe una soluzione anti Renzi con l’appoggio di Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Liberi e Uguali. La sinistra cancella “sinistra” dalla lista

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso a Firenze in una foto del 2010 ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Il nome in politica, come nella vita, è importante: indica un programma, una identità, un profilo di società. La sinistra alla sinistra del Pd alla fine ha scelto il nome con cui presentarsi alle elezioni politiche: “Liberi e uguali”. La decisione, non scontata, è stata ufficializzata da Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha accettato ieri, tra gli applausi dei 1.500 delegati e militanti di sinistra, di correre come candidato presidente del Consiglio: «Io ci sono, noi riaccenderemo la speranza». E ha ufficializzato la scelta del nome della lista elettorale: la battaglia sarà perché tutti «siano liberi e uguali, liberi e uguali». Così ha indicato il nome della lista elettorale, Liberi e uguali, appunto.
Le tre sinistre, che hanno proposto la candidatura a Grasso e organizzato l’assemblea all’Atlantico Live a Roma, hanno tirato un sospiro di sollievo, forse tra non troppo entusiasmo. Movimento democratico e progressista, Mdp in sigla (Speranza, Bersani, D’Alema), Sinistra italiana, acronimo Si (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati), alla fine sono riusciti a trovare una soluzione in tempo utile: una manciata di mesi prima delle elezioni politiche della prossima primavera, appena 4 mesi prima del possibile appuntamento con le urne da molti atteso a marzo.
All’inizio il candidato premier prescelto era stato Giuliano Pisapia, “il federatore” come l’aveva definito Pier Luigi Bersani, alfiere di «un nuovo centrosinistra largo». Ma i tanti “no” pronunciati da Fratoianni, Fassina e Civati, hanno ostacolato la marcia dell’ex sindaco di Milano, cammino bloccato infine dallo scontro con Massimo D’Alema e dallo scoglio su una possibile alleanza con Matteo Renzi.
Di qui il ricorso alla carta di Grasso, uscito poco tempo fa dal Pd dichiarando: «Ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Le scelte di sinistra sul lavoro, sui diritti civili, sugli immigrati, sul rinnovamento dell’Italia hanno determinato una forte sintonia. Sia l’ex magistrato, sia la sinistra radicale, sia gli ex Pd hanno contestato Renzi per la “subalternità” alle proposte sociali, economiche ed istituzionali della destra.
Così era naturale aspettarsi un nome della lista caratterizzato dalla parola sinistra o socialista, invece non è avvenuto. Sembra che la discussione su quale nome scegliere sia stata dura, ma alla fine è prevalsa la decisione di adottare Liberi e uguali.
È prevalso l’orientamento di corteggiare il ceto medio allergico alla parola sinistra e, tanto più, a quella socialista. Sulla scomparsa della parola sinistra D’Alema ha dato una spiegazione ai giornalisti:«Vogliamo rivolgerci a tutti gli italiani. Non vogliamo rinchiuderci nel recinto della sinistra». I rapporti con il Pd si profilano concorrenziali e di sfida. Renzi si è domandato «se comanderà Grasso o D’Alema». Ritiene «che un elettore di sinistra farà fatica» a votare per la sinistra radicale in un collegio perché ci sarebbe il rischio di far vincere Berlusconi e Salvini.

Anche Riccardo Nencini ha indicato il pericolo di “un danno” per “l’intero centrosinistra”. In questo modo “il rischio in alcuni collegi del Sud e del Nord per la vittoria del centrosinistra proviene da casa sua, non da fuori”, e anche in Toscana “certo non è un aiuto”. Nencini non si dice stupito del fatto che sul nuovo movimento ci sia “l’ombra” di D’Alema e Bersani ma è convinto che Liberi e Uguali non danneggerà “un tentativo che proprio questa settimana metteremo in campo, Socialisti, Verdi e Pisapia, quanto alla costruzione di una sinistra riformista alleata del Pd e non solo per le prossime elezioni politiche”.

Adesso la parola passerà agli elettori. Alle urne si vedrà quanti elettori di sinistra e progressisti delusi, Liberi e uguali riuscirà a raccogliere. D’Alema si aspetta «un risultato a due cifre». Gli ultimi sondaggi elettorali, però, danno solo il 5-6% dei voti alla lista unitaria delle tre sinistre. Il Pd, invece, sarebbe testa a testa con il M5S intorno al 25-26%, mentre il centro-destra otterrebbe il 35%. Ma da ora al voto molto potrebbe cambiare.

Rodolfo Rucco

Giuliano Pisapia “copre” 
a sinistra Matteo Renzi

COMUNE, INCONTRO PISAPIA- RENZI - FOTO 9

Matteo Renzi schiva l’isolamento a sinistra. Quando la missione di Piero Fassino per costruire “un centrosinistra ampio” cominciava a volgere al brutto, è arrivata una schiarita. L’ex sindaco di Torino ha posto le premesse per una intesa con Giuliano Pisapia. Fassino ha avuto un colloquio importante con l’ex sindaco di Milano. Un comunicato stampa congiunto è andato al nocciolo: “L’incontro è stato positivo”.

Ancora non c’è l’accordo, ma la strada è segnata. Nei prossimi giorni ci saranno altri incontri e riunioni per discutere un programma comune tra il Pd di Renzi e Campo Progressista di Pisapia. L’obiettivo è avviare «una nuova stagione del centrosinistra». Se tutto andrà bene Pd e Campo Progressista daranno vita ad una coalizione nelle difficili elezioni politiche della prossima primavera (il centrodestra di Berlusconi e i cinquestelle di Grillo volano nei sondaggi).

Fassino da una settimana si sta spendendo molto per ricomporre le forti divisioni scoppiate dopo le scissioni del Pd: nel 2015 se ne sono andati Civati, Cofferati e Fassina; all’inizio di quest’anno Bersani, D’Alema e Speranza. Tutte le scissioni sono avvenute da sinistra, hanno contestato le “scelte di destra” del segretario del Pd in economia e nelle istituzioni.

Fassino, su mandato di Renzi, sta cercando di superare i contrasti per recuperare l’unità. Una impresa difficile. In una settimana di incontri e contatti, l’ex segretario Ds ha collazionato una serie di pesanti no. Un pesante no, anche se non definitivo, è arrivato dal Mdp (Bersani, D’Alema, Speranza). Bersani è stato duro: gli incontri di Fassino sono «un teatro», non è possibile una alleanza perché «c’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

Mentre per l’ultimo segretario dei Ds «divisi di perde», secondo l’ex segretario del Pd è vero il contrario: «Uniti si perde» perché le differenze sono troppo forti. Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Civati (Possibile) hanno posizioni ancora più radicali contro Renzi. Dal presidente del Senato Pietro Grasso e dalla presidente della Camera Laura Boldrini (probabilmente politicamente impegnati con Bersani) sono giunti altri due perentori “no”, anche se imbastiti in una garbata “confezione istituzionale”.

Tuttavia tra tanti “niet” sono arrivati anche dei “sì” ad aprire un dialogo. Il colloquio con Romano Prodi a Bologna «è stato un incontro molto positivo». L’inventore dell’Ulivo e del Pd, che pure ha un rapporto aspro con il giovane segretario democratico, si è mostrato disponibile con Fassino a ricucire i contrasti. Sono andati bene anche i colloqui con i radicali di Emma Bonino, con i socialisti di Riccardo Nencini, con i Verdi di Angelo Bonelli, con l’Idv di Ignazio Messina e con Democrazia Solidale di Andrea Olivero.

Si è aperto un varco per rompere l’isolamento di Renzi, reduce da tante sconfitte: le elezioni regionali del 2015, quelle comunali del 2016, il referendum sulla riforma costituzionale del 4 dicembre dello scorso anno, le regionali siciliane all’inizio di novembre. È importante soprattutto il sì di Pisapia, ex sindaco di Milano molto stimato, l’uomo indicato come “il federatore” del centrosinistra dal tandem Bersani-D’Alema prima che sopraggiungesse una clamorosa rottura. L’aggancio di Pisapia sarebbe un colpaccio per Fassino: alle elezioni politiche coprirebbe a sinistra Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Uòlter esce dall’ombra
Si fa alternativa a Renzi

EVIDENZA - Veltroni

Si può perdere tutto in un attimo. Walter Veltroni nel 2008 ci riuscì. Perse contemporaneamente contro Silvio Berlusconi le elezioni politiche, le regionali sarde, il Campidoglio dal quale si era dimesso da sindaco aprendo la strada all’era di Gianni Alemanno. Non solo. Negò nel 2008 un’alleanza elettorale alla sinistra radicale dell’Arcobaleno e a quella riformista del Psi in nome dell’autosufficienza del Pd, perse la segreteria dei democratici.

Un disastro. Nel febbraio del 2009 si dimise da segretario del Pd: «Me ne vado senza sbattere la porta…Non è il partito che sognavo. Ce l’ho messa tutta ma non ce l’ho fatta. Chiedo scusa».

Veltroni si fece da parte ma restò in pista, continuò a fare il deputato e a contare nel Pd fino a quando non fu “rottamato” da Matteo Renzi, il giovane ex sindaco di Firenze, divenuto prima segretario del Pd dalla fine del 2013 e poi presidente del Consiglio dall’inizio del 2014. L’ex segretario dei democratici cambiò vita: uscì dalla scena politica, si dedicò a scrivere libri, a firmare documentari televisivi e a fare il giornalista sportivo.

Sembrava scomparso dall’orizzonte politico come tanti altri finiti sotto il rullo compressore renziano della “rottamazione”, del ricambio generazionale: ma non è stato così. Sorpresa: è ricomparso il 14 ottobre al Teatro Eliseo per festeggiare i 10 anni del Pd. A Roma è salito sul palco con Renzi e il presidente del Consiglio Gentiloni e tra gli applausi ha annunciato un cauto ritorno. Ha sollecitato l’unità condannando divisioni e scissioni, ha invitato a costruire una sinistra riformista capace di tessere alleanze non spurie di centro-sinistra. Ha assicurato: «La mia vita è e sarà diversa, ma non sarà altrove».

Lui era presente all’Eliseo mentre gli altri padri fondatori del Pd del 2007 erano assenti: o si sono allontanati dal partito dedicandosi agli studi (Romano Prodi, Arturo Parisi, Enrico Letta) o si sono separati con dolorose scissioni (Bersani, D’Alema, Fassina, Civati, Cofferati, Speranza, Enrico Rossi).

Adesso c’è una nuova sorpresa: il cauto ritorno si è trasformato in un boato politico contro Renzi. L’ex segretario ha tuonato contro l’attuale segretario del Pd bocciando la mozione presentata alla Camera contro la conferma di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. La dichiarazione di ieri 18 ottobre all’Ansa è stata lapidaria: il no a Visco è «incomprensibile e ingiustificabile» perché «da sempre la Banca d’Italia è un patrimonio di indipendenza e di autonomia per l’intero paese».

È scoppiato lo scontro “fratricida”. Renzi ha confermato le critiche a Bankitalia per le carenze nella sorveglianza sui malandati conti di alcune banche italiane: in questi anni «è successo di tutto nelle banche…È mancata una vigilanza efficace. C’è bisogno di scrivere una pagina nuova».

Ulteriore sorpresa: buona parte del Pd e della maggioranza di governo si è schierata con Veltroni. Il ministro dello Sviluppo economico Calenda, il capogruppo democratico al Senato Zanda, l’ex presidente del Consiglio Monti e l’ex presidente della Repubblica Napolitano hanno dato ragione all’ex segretario del Pd. Ma al di là dei contenuti, la contestazione fa ritornare Veltroni protagonista, di fatto diventa una possibile alternativa al giovane segretario.

Uòlter, soprannome dato a Veltroni anni fa dai comici satirici Ficarra e Picone, è rimasto scolpito nel linguaggio comune. L’ex sindaco di Roma, ribattezzato così per il suo “buonismo”, sa tirare delle feroci zampate quando vuole. Da anni ha invitato a fare una politica col “cuore”, a mettere da parte le “ideologie”,  ad abbandonare l’”odio” anche contro Silvio Berlusconi. Ha indicato una strada da seguire: «Siamo uomini e boyscout». Ha sollecitato ad aiutare i “poveri” e le “popolazioni povere” dell’Africa. Anzi, ha annunciato più volte l’intenzione di voler andare in Africa dopo aver lasciato la politica. Dopo le dimissioni da segretario del Pd nel 2009 confermò la promessa:  «Dopo 33 anni di scena politica quello che ritrovo è il tempo, anche per andare in Africa, cosa che tante ironie ha suscitato».

Tuttavia l’impegno è stato disatteso, non è andato in Africa. Veltroni, 62 anni, ha una lunghissima carriera politica alle spalle che ha attraversato la Prima e la Seconda Repubblica. Ha accumulato una grandissima esperienza politica: consigliere comunale del Pci a Roma nel 1976, per la prima volta deputato nel 1987, segretario dei Ds e del Pd, due volte sindaco della capitale, vice presidente del Consiglio nel governo Prodi, ministro della Cultura.Nicola Rossi, economista, ex Ds, già deputato dell’Ulivo, stimava Veltroni e lo volle segretario del Pd perché sa «suscitare emozioni». Spiegava: somiglia a «una Vespa, quella di Vacanze romane. Elegante, leggera e facile nei cambi di direzione».

Uòlter è abile nelle elaborazioni e nei repentini cambi di marcia. Nel dicembre del 2008, dopo la sconfitta elettorale, esortava: «Meno dirigenti a vita. Serve un ricambio». Adesso è il solo uomo del vecchio gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds-Pd rimasto in piedi, ha saputo resistere a Renzi e si scava uno spazio di sinistra.

Di fatto è una alternativa a Renzi traballante che ha subito la pesante scissione di Bersani-D’Alema-Speranza dopo la disastrosa sconfitta nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Certo Uòlter non può essere annoverato tra i giovani e il suo medagliere è piuttosto ammaccato. Ha cercato di conciliare impossibili contrasti come il comunismo e il liberalismo. Non a caso nel suo studio di segretario del Pd aveva sia la foto di Berlinguer e sia quella di Kennedy. Si è dichiarato un liberal kennediano. Alle volte è riuscito nell’impresa, spesso le contraddizioni sono deflagrate. Ora si è aperta una partita nuova, può succedere di tutto nel Pd.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sinistre irrilevanti
l’incubo incombe

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

È il momento dei sudori freddi per chi aveva scommesso sulla nascita di una sinistra alla sinistra del Pd. Sinistre irrilevanti, appare lo spettro. I sondaggi elettorali degli ultimi giorni danno risultati da incubo per le tre sinistre pronte a dare battaglia nelle politiche all’inizio del 2018. Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, più semplicemente Mdp (Bersani-D’Alema-Speranza), viaggerebbe attorno al 3-4% dei voti. Sinistra Italiana (Fratoianni e Fassina) oscillerebbe intorno al 2%. Campo Progressista (Pisapia) a stento potrebbe arrivare all’1%.

Sinistre irrilevanti, cresce l’allarme. Certo si tratta solo di sondaggi, molte volte si sono rivelati sbagliati. Ma possono indicare una tendenza. La delusione è forte. Da quando a febbraio Bersani, D’Alema e Speranza, dicendo addio al Pd, hanno fondato il Mdp, la corsa è diventata sempre più difficile. Il progetto iniziale di raccogliere il 10-15% dei voti, recuperando consensi dal M5S e dal bacino dell’astensione, si va sempre di più appannando.

Non va meglio a Sinistra Italiana che stazionerebbe attorno al 2% dei voti: meno del 3,2% ottenuto nel 2013 quando si chiamava ancora Sel, prima di accogliere uomini usciti dal Pd come Stefano Fassina. Infine Campo Progressista fondato pochi mesi fa da Giuliano Pisapia fatica a raggiungere l’1%. Per ora stentano a vedersi i successi ottenuti cinque anni fa a Milano quando trionfò come sindaco di un centro-sinistra unito.

E qui sta il problema centrale. Le tre sinistre sono divise tra di loro e anche al loro interno sul tema cruciale del rapporto con Matteo Renzi. Solo Pisapia, a certe condizioni (se ci saranno delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier), è pronto ad allearsi con il segretario democratico: lo vuole sfidare ma non si considera alternativo. Gli altri, nella stragrande maggioranza, neppure vogliono sentire parlare di un’intesa, anche solo elettorale, con l’ex presidente del Consiglio.

Dopo la scissione, punteggiata da scambi di accuse pesanti sul piano politico e personale, è difficile riaprire il dialogo nella variegata famiglia del centro-sinistra. A Renzi gli scissionisti hanno rimproverato l’”arroganza”, di essere “un uomo solo al comando”, la “deriva di centro” o “di destra” nella politica economica e sociale. Il segretario del Pd li ha accusati di fomentare le divisioni per “odio” verso di lui o per l’impostazione di “una sinistra conservatrice”. Massimo D’Alema ha detto no ad ogni tipo di alleanza perché «Renzi alla sinistra è totalmente estraneo».

Frammentazioni, sinistre irrilevanti. Le distanze sono forti, quasi siderali. I contrasti sono difficilmente colmabili sia secondo Renzi sia secondo le tre sinistre lanciate in un difficile progetto di riunificazione. Sia il primo sia gli altri vogliono combattere le aumentate disuguaglianze sociali e realizzare una politica espansiva per combattere la disoccupazione e aiutare la ripresa economica. Tutti vogliono mettere in piedi una forza di governo e non di opposizione, ma gli strumenti che vogliono utilizzare sono diversi.

C’è anche una quarta sinistra radicale emersa a giugno, quando si riunì al Teatro Brancaccio a Roma, di questa però si sono perse le tracce. In quella assemblea romana Anna Falcone e Tomaso Montanari attaccarono sia Renzi sia le tre sinistre tradizionali, delineando un programma di scelte sociali, economiche ed istituzionali intransigenti. Tuttavia non c’è stato un seguito a quella iniziativa.

Sinistre irrilevanti sì o no? La domanda drammatica ritorna martellante: esiste uno spazio alla sinistra del Pd? Oppure le sinistre sono condannate ad una micro presenza di tipo residuale. Bersani non si rassegna. L’ex segretario del Partito democratico prima ha invocato “un nuovo Prodi” e poi ha indicato Pisapia come l’uomo giusto per dare vita a un nuovo centro-sinistra perché «è perfettamente in grado di fare il federatore».

Già, il federatore. Gran parte delle sinistre contesta a Pisapia proprio la capacità di essere “un federatore”. La partita è aperta e tutta da giocare. Gira anche il nome di Pietro Grasso come possibile leader di Mdp se la candidatura di Pisapia dovesse naufragare. Il presidente del Senato è stato molto applaudito alla Festa dei bersaniani. Si candiderà alle elezioni e con chi? La risposta di Grasso è elusiva: «Il mio futuro non lo conosco».

Certo è difficile immaginare un centro-sinistra senza il Pd, il partito al quale i sondaggi attribuiscono il 27-28% dei voti, in lotta con il M5S per essere la maggiore forza politica italiana e con il centro-destra in fase di rilancio che cerca di ricostruire la sua unità.

Sinistre irrilevanti votate alla sconfitta? Bersani ha indicato il pericolo di una terribile disfatta della sinistra. Dopo la sconfitta dei socialdemocratici e della sinistra radicale in Germania ha commentato: la sinistra in Italia rischia di fare «la fine del coniglio davanti al leone». È una delle sue simpatiche metafore per farsi capire meglio.

Certo in Germania Spd e Die Linke hanno perso, però complessivamente hanno ottenuto il 30% dei voti mentre in Italia le sinistre rischiano percentuali microscopiche, irrilevanti. C’è perfino il pericolo di non riuscire ad entrare in Parlamento. Strana sorte sarebbe per D’Alema sempre sulle barricate contro una sinistra minoritaria.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primarie, 
Pisapia spariglia

Pisapia-unioni civiliLe elezioni politiche di inizio 2018 si avvicinano e tutti cercano di non restare “scottati” dal decisivo appuntamento con le urne. Giuliano Pisapia ha un problema enorme da affrontare: vuole costruire “un nuovo centro-sinistra” con il Pd e con le sinistre, ma il primo e le seconde sono in rotta di collisione tra di loro. Eppure in teoria sia il Pd di Matteo Renzi sia le tre sinistre (Campo progressista di Pisapia, Mdp di Speranza-Bersani-D’Alema e Sinistra italiana di Fratoianni-Fassina) avrebbero un forte interesse a un accordo.

I motivi per superare i duri contrasti sono evidenti: il Pd ha bisogno di alleati perché il M5S di Beppe Grillo gli insidia il primato di maggiore partito italiano e Silvio Berlusconi può ricomporre un concorrenziale centro-destra; le tre sinistre divise stentano a superare lo sbarramento del 3% dei voti previsto dall’attuale legge elettorale per accedere alla Camera (al Senato la soglia minima è addirittura dell’8%). Tuttavia, nonostante il grande interesse all’unità o comunque a raggiungere un’intesa elettorale, la lotta fratricida continua. Lo scontro è permanente tra il Pd, da una parte, e il Mdp e Sinistra italiana, dall’altra.

Pisapia, corteggiato da tutti i contendenti, ha cercato di costruire “un centro-sinistra largo” ma finora con scarsi risultati. Le sinistre rimproverano a Renzi una “deriva di destra” e il segretario del Pd controbatte con l’accusa di “sinistra conservatrice”. Lo stallo dura da tempo e la contesa si è inasprita con la scissione del Pd, realizzata lo scorso febbraio dal trio Speranza-Bersani-D’Alema. È difficile se non impossibile dialogare dopo una scissione.

Così tutte le speranze sono riposte su Pisapia apprezzato da tutti. L’ex sindaco di Milano ha cercato di riunire le sinistre e di dialogare con Renzi, ma lo stop è arrivato ogni volta puntuale. Poi è seguita la svolta. Ha lanciato un colpo a Renzi. Ha sparigliato giocando la carta delle primarie di coalizione, ha sollecitato il Pd a seguire questa strada per scegliere il candidato premier: «Dica apertamente che non è autosufficiente e che il candidato non sarà il segretario del Pd».

È una stoccata dura per l’ex presidente del Consiglio, che punta a ritornare a Palazzo Chigi dopo le elezioni politiche. Ed è una mossa che aggrega le tre sinistre sul piede di guerra contro Renzi, sinistre sicure di raccogliere i voti di protesta finiti ai cinquestelle o nell’astensione se si presenteranno come forze alternative al segretario democratico.

Ma è una mossa che, a sorpresa, alla fine può risultare vincente. Le primarie di coalizione sono una carta importante giocata dal leader di Campo progressista. Tutti alla fine potrebbero approvare la proposta. Pisapia potrebbe vantare la “discontinuità” ottenuta dal Pd con le primarie di coalizione per votare il candidato premier, le sinistre rientrerebbero in gioco riacquistando un ruolo, Renzi potrebbe vincere anche questa nuova sfida elettorale interna dopo quella per il secondo mandato da segretario del Pd.

Tutto può cambiare. Pisapia potrebbe tagliare il traguardo di “un centro-sinistra largo”. Il leader di Campo progressista invita “a stare insieme” per combattere le aumentate disuguaglianze sociali. Vuole un centro-sinistra unito: «I miei avversari sono il populismo, la destra e il centrodestra, il mio nemico è il nazifascismo». E qualcosa si muove: nel Pd hanno apprezzato l’abbraccio di Pisapia a Maria Elena Boschi, la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio contestatissima a sinistra.

Dalla sinistra arriva un’apertura alla proposta. Pier Luigi Bersani, a sorpresa, ha aperto la porta al dialogo con Renzi e alle primarie di coalizione: «Fosse per me le farei». L’ex segretario del Pd ha alzato il disco verde a una sfida tra Renzi e Pisapia per la premiership ad una cena di autofinanziamento del Mdp a Pontelagoscuro vicino Ferrara. Ma ha posto delle condizioni e, in particolare di andare a votare alle politiche con il Mattarellum mettendo da parte il cosiddetto Rosatellum, ora all’esame della Camera: le primarie di coalizione si devono realizzare con «il Mattarellum, che prevede vere coalizioni, non con questa legge che stanno discutendo. E con un’intesa su un programma in discontinuità con i governi di questi anni». Adesso, anche se è scettico, aspetta la risposta del segretario del Pd: «Noi non siamo la sinistra settaria, non siamo la Cosa rossa. Se c’è un centrosinistra unito senza Alfano, come nel Lazio e in Lombardia, noi ci sediamo al tavolo. Ma non credo che Renzi vorrà allearsi con noi. Non ci ha neppure invitato alle Feste dell’Unità».

La situazione è in movimento. Giuliano Pisapia è riuscito a sparigliare. Si è aperto uno spiraglio per un accordo tra il segretario e l’ex segretario del Pd, tra Renzi e chi ha lasciato il partito sbattendo la porta. Bersani è sceso in campo per dare una mano a Pisapia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)