RISCHIO RECESSIONE

fondomonetario

Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

IL SUICIDIO

tria centeno

Quel che non funziona fra l’Italia e Bruxelles si riassume nella giornata di oggi che vede Mário Centeno a Roma. All’ora di pranzo il presidente dell’Eurogruppo è in via XX Settembre con il ministro dell’Economia Giovanni Tria. All’ora del caffé, a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte. Prima del tramonto sarà sulla strada dell’aeroporto, avendo fatto migliaia di miglia aree senza incrociare le due persone con le quali dovrebbe sedersi per fare la differenza nella crisi attuale dell’area euro: i due viceministri che decidono in Italia, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Centeno, ministro delle Finanze del Portogallo, non ha osato chiamare i vicepremier per proporre un incontro perché avrebbe infranto il protocollo: Tria si sarebbe visto messo da parte e delegittimato dalla sua stessa controparte europea. Quanto a Di Maio e Salvini, non hanno mai cercato il tempo di un caffé con Centeno, con il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis o con il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici.

Così, mentre la crisi fra Roma e Bruxelles si è avvitata, le due parti continuano a giocare al buio: ciascuna male informata sul modo nel quale l’altra pensa e si prefigura un finale di partita. In questo la vertenza italiana del 2018 è davvero diversa da quella greca del 2015. Allora Alexis Tsipras scambiava accuse continue con le figure di punta dell’Unione europea, ma almeno le incontrava e poi, da leader, era in grado di decidere per la Grecia. In Italia invece chi parla con gli ambienti europei sui problemi dell’economia non ha potere e chi ha potere non parla con gli ambienti europei. Le parti di sfidano ma non si conoscono. È anche per questo che producono cortocircuiti come quello di ieri, quando Tria ha individuato una ‘défaillance tecnica’ nelle previsioni della Commissione Ue che fissano al 2,9% del prodotto lordo (Pil) il deficit per il 2019.

È probabile che né la Commissione Ue né il Tesoro di Roma abbiano ragione e gli errori di stima di entrambi si spieghino con ragioni politiche. Il governo vede un deficit non oltre il 2,4% del Pil l’anno prossimo sulla base di una crescita complessiva dello 0,9% del prodotto reale e dell’1,8% dei prezzi; questa stima sembra davvero troppo ottimistica perché l’economia e i prezzi molto probabilmente cresceranno meno di quanto dica il governo. La Commissione invece vede un deficit italiano più alto, fino al 2,9% del Pil nel 2019 e al 3,1% nel 2020,  sulla base di una crescita del prodotto reale dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% dei prezzi. A un disavanzo tanto più elevato rispetto ai piani del governo i tecnici di Bruxelles arrivano in base a vari fattori tutti credibili: uno 0,1% di deficit in più già nel 2018, che poi si trascinerà all’anno prossimo; un altro 0,15% di deficit in più da interessi sul debito, a causa dell’aumento già avvenuto sul rischio Italia; più un ulteriore 0,1% di deficit in più dovuto alla più bassa crescita del complesso dell’economia in termini reali e dei prezzi. In sostanza Bruxelles vede uno 0,35% in più di deficit ma riesce ad arrotondare fino a 0,50%. Proprio ciò permette di mostrare che il disavanzo salirà al 2,9% nel 2019 (dunque sarà il più alto dell’area euro) e soprattutto sopra il 3,1% nel 2020. Ciò giustificherebbe la necessità di applicare subito una procedura piuttosto aggressiva come previsto dal protocollo dell’Ue.

In sostanza a Roma, per ragioni politiche, si cerca di far apparire artificiosamente un po’ migliore lo stato dei conti; a Bruxelles per ragioni opposte non si fanno sconti. È quasi sicuro che fra pochi giorni l’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, che è indipendente da entrambi, correggerà in peggio del stime del Tesoro ma in meglio quelle di Bruxelles. È probabile poi che l’economia si fermi o vada in recessione presto, proprio a causa dell’incertezza creata dal governo, quindi alla fine lo stato dei conti nel 2019 potrebbe rivelarsi anche più preoccupante di come indica oggi la Commissione Ue. Ma questa sfida mostra quanto quello in corso sia un dialogo fra sordi, fra forze che non si capiscono. Oggi la questione dell’Italia è molto più pericolosa e complicata di quanto è successo in Grecia. L’attuale governo Conte va per la sua strada senza ascoltare neanche le valutazioni fatte dalle autorevoli istituzioni economiche dello Stato come l’Istat, la Banca d’Italia o l’Ufficio parlamentare di bilancio.

Proprio oggi, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in audizione davanti alle commissioni bilancio di Camera e Senato sulla manovra, ha detto: “L’aumento dello Spread è già costato al contribuente quasi 1,5 miliardi di interessi in più negli ultimi sei mesi, rispetto a quanto si sarebbe maturato con i tassi che i mercati si aspettavano ad aprile. Il costo sarebbe di oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. L’aumento dello spread sovrano si ripercuote sull’intera economia e la crescita dei tassi di interesse sul debito pubblico ha un effetto in qualche modo comparabile a una stretta monetaria, rischiando di vanificare tutto l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio. Le misure di condono fiscale potrebbero determinare disincentivi all’adempimento regolare degli obblighi tributari; andrebbero quindi considerate con molta attenzione”. Signorini ha anche ricordato che per abbattere lo spread sono importanti i segnali che percepiscono gli investitori.

Dunque, non si tratterebbe di una manovra a favore degli italiani ma contro gli italiani. A questo punto sarebbe doveroso chiedersi perché.

Oggi, durante la conferenza stampa a Roma assieme al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha affermato: “All’ultima riunione dei ministri delle Finanze dell’area euro ci stava un chiaro supporto alla valutazione della Commissione europea sulla manovra dell’Italia e sottolineo anche l’importanza che nell’ambito delle regole, ma anche oltre le regole, deve esserci sulla sostenibilità del Bilancio. È importante che in ogni paese le Politiche siano sane, sostenibili e che i Bilanci pubblici siano orientati in maniera tale da garantire la finanziabilità del debito sul mercato, ha avvertito”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nella stessa conferenza stampa, ha affermato:  “Per evitare una procedura di infrazione Ue sulla base della lettera delle regole dovremmo fare una manovra di restrizione fiscale violentissima, dovremmo andare a un deficit dello 0,8% del Pil che per una economia in forte rallentamento sarebbe un suicidio, non credo che nemmeno la Commisione Ue se la aspetti”.

A conclusione dell’incontro di Centeno a Roma, le posizioni dell’Italia con Bruxelles sono rimaste ferme. Sembra proprio che il Governo Conte stia provocando l’Ue per la bocciatura della manovra. Ma a chi giova fare una manovra finanziaria irresponsabilmente per farla bocciare dall’Unione europea? Non certo all’Italia e nemmeno agli italiani.

Roma, 09 novembre 2018

Salvatore Rondello

Arriva la manovra a rischio recessione

tria conte

L’Italia è ancora nel bel mezzo del caos provocato da una manovra finanziaria confusa e che continua a cambiare nei suoi contenuti. L’ultimo atto (in ordine di tempo) è arrivato ieri quando il premier Conte e il ministro dell’Economia Tria hanno messo a punto una nuova bozza con alcune novità non indifferenti. Le modalità sembrerebbero quelle dell’assalto alla diligenza, che si ripetono anche nel governo del ‘cambiamento’.

Da una parte c’è lo scorporo dei provvedimenti sul reddito di cittadinanza e sulla revisione della legge Fornero i cui fondi sono stanziati attraverso un ‘collegato’ alla legge di Bilancio che dovrà essere votato separatamente. Vale a dire che occorrerà più tempo prima che i due provvedimenti vedano la luce e dunque, al fine della stabilità dei conti pubblici, ciò equivale a una boccata d’ossigeno in più.

Dall’altra parte si è venuti a conoscenza di una nuova flat tax al 15% per le lezioni private e ripetizioni degli insegnanti, del fatto che la sterilizzazione piena dell’Iva varrà solo per il 2019 e dunque si richiederanno nuovi interventi per il 2020 e 2021, dello stanziamento di 4,3 miliardi per i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, dell’estensione della cedolare secca al 21% applicabile agli immobili commerciali non superiori a 600 mq, fino alla voce delle ‘politiche per la famiglia’ per cui si incrementa di 100 milioni il fondo relativo; arriva poi una misura che assegna la metà dei ‘terreni incolti’ della Banca dati Ismea a famiglie con un terzo figlio in arrivo nel prossimo triennio o giovani imprenditori agricoli che garantiscano una quota del 30% della loro società a quei nuclei. Ed altre misure ancora che continueranno ad aggiungersi fino a che la legge di Bilancio 2019 non verrà definitivamente approvata dal parlamento.

In questo contesto, non stupisce che i tedeschi, cioé coloro che sono maggiormente preoccupati per la sostenibilità del debito pubblico italiano arrivato alla soglia dei 2250 miliardi, cerchino di suggerire delle misure che impediscano in un futuro una distribuzione dell’onere di questo debito tra i vari paesi aderenti all’euro. Ma la proposta arrivata da Karsten Wendorff, un anziano capo finanziario della Bundesbank, è sinceramente inaccettabile. Prevede che tutti gli italiani titolari di un po’ di risparmio vengano obbligati a versare il 20% del proprio patrimonio in un fondo di solidarietà a garanzia del ripagamento del debito pubblico. Una sorta di prelievo forzoso ma di entità enorme e tale da rendere inutile qualsiasi intervento da parte del fondo Esm, cioé quello che dovrebbe intervenire qualora un paese europeo abbia un problema di sostenibilità del proprio debito.

La proposta fa capire il livello di nervosismo che serpeggia in Europa riguardo la situazione italiana, anche se già molte volte è stato affrontato il problema del debito pubblico italiano troppo alto e della necessità di un suo abbattimento. La proposta tedesca deriverebbe dalla consapevolezza che, a fronte del debito pubblico, l’Italia ha un forte risparmio privato, attivi nell’ordine dei 4000 miliardi, a cui si aggiungono le proprietà immobiliari per altri 3000 miliardi circa (sottostimati). Dunque, dal punto di vista patrimoniale l’Italia è solvibile ma si tratta di capire come trasferire, senza danni o penalizzazioni per chi è detentore di tale ricchezza, una parte di questo risparmio in investimenti a sostegno del debito pubblico e in rimborso dello stesso. Le soluzioni potrebbero essere molte, ma un prelievo forzoso in un fondo di solidarietà assomiglierebbe a una punizione nei confronti dei cittadini più virtuosi, cioé quelli che nella loro vita hanno risparmiato di più, che si troverebbero a dover pagare per le inefficienze pubbliche degli ultimi trent’anni e per le politiche sbagliate e poco lungimiranti dei governi e dei politici che si sono susseguiti dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Insomma una provocazione che rischierebbe di sfociare in rivolte di piazza. Finora, ci sono state le rivolte elettorali che hanno portato all’attuale governo.

Salvini, Di Maio, Conte, Tria, sono comunque avvertiti: i tedeschi sono fermamente contrari, e non da ora, alla socializzazione del debito pubblico italiano, sebbene in un’area di moneta comune si potrebbe pensare anche a questo. E potrebbero essere contrari anche a ulteriori manovre messe in atto dalla Bce, come l’Operation twist, cioé l’allungamento delle scadenze dei titoli di Stato italiani acquistati negli ultimi tre anni dalla banca centrale, in modo da rendere più morbido il post Quantitative easing. Una modalità che il banchiere centrale Mario Draghi starebbe studiando.

Il fatto più pericoloso che si potrebbe palesare da qui a qualche settimana sarebbe una frenata della crescita del Pil italiano che potrebbe risultare pari a zero nel terzo trimestre 2018 fino a diventare negativa nel quarto trimestre. Diversi centri studi economici lo stanno già mettendo in evidenza, attribuendo la responsabilità del rallentamento a una sorta di ‘credit crunch’ che si sta manifestando da maggio 2018 in poi, cioé da quando è cominciato a salire lo spread a causa dell’incertezza politica e dell’eventualità di una uscita dall’euro da parte dell’Italia. Se questa interpretazione fosse confermata dai dati consuntivi dell’Istat in uscita a novembre sarebbe una vera e propria doccia fredda per tutti e confermerebbe che le previsioni di crescita per il 2019 previste dal governo, pari all’1,5%, sarebbero difficilmente raggiungibili.

Questo sarebbe l’attuale quadro economico. A ciò si potrebbero aggiungere le tensioni internazionali sui dazi commerciali che stanno avendo un loro effetto sulle esportazioni delle aziende europee soprattutto verso la Cina, così come la stretta monetaria che sta mettendo in pratica la Federal reserve americana dopo anni di liquidità a pioggia immessa sui mercati finanziari.

Non si tratta allarmare ed evocare tempeste, ma cercare di evitare di entrare in una spirale negativa formata da spread al rialzo, stretta al credito da parte delle banche, contrazione dell’economia reale. E’ proprio ciò che non serve all’Italia in questo momento, ma, il governo gialloverde, ancora, non sembra rendersi conto dei potenziali danni di una spirale di questo tipo. Però, lo sanno benissimo Giovanni Tria e Paolo Savona, i due autorevoli economisti nel governo.

Salvatore Rondello

Il ministro Tria sta dalla parte di Draghi

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Il ministro dell’Economia Giovanni Tria in occasione della festa del quotidiano ‘Il Foglio’ a Firenze, ha detto: “E’ chiaro che lo spread a questo livello è dannoso. Draghi ha detto la realtà come banchiere centrale. Non ha detto niente di strano. Ma come facciamo a farlo scendere? Basta abbassare il deficit al 2,2%. Può contare nei rapporti con Europa, ma i decimali non credo preoccupano i mercati. Ad alimentare lo spread non sono i fondamentali dell’economia o i numeri della manovra, ma l’incertezza politica su dove va il Paese. La domanda che gli investitori si fanno è: vuole rompere con l’Europa o no? Bisogna giudicare i fatti, le cifre. La cifra stanziata per il reddito cittadinanza è di 9 miliardi inferiore ai 10 miliardi degli ottanta euro. La verità è che i mercati avvertono un’incertezza su dove va il Paese. Quanto alla manovra, nessuno può giudicare solo con un trimestre. La spesa pubblica si tiene sotto controllo sempre. La spesa la conosciamo mese per mese, mentre il gettito ha scadenze diverse. E la crescita non si misura in tempi brevi. Non vedo pessimismo sui tassi crescita, viene contestata nostra previsione. Tutti dicono che bisogna abbassare toni, ma c’è bisogno di lucidità di giudizio.

Il precedente governo stimava nel 2019 l’1,4%, noi abbiamo stimato 1,5%. Se non ci sarà crescita così, ci sarà un deficit del 2,8%. E’ un deficit normale in una manovra espansiva. Gli investimenti pubblici sono importanti, la carenza di investimenti pubblici riguarda tanti Paesi in Europa e negli Stati Uniti. Nel bilancio dello Stato ci sono soldi per gli investimenti, ma non riusciamo ad attivarli. Stiamo cercando di superare questa difficoltà. Dobbiamo togliere gli intoppi. Si è distrutta la capacità della pubblica amministrazione di fare progetti. Stiamo cercando di fare una struttura centrale di alto livello per farlo. Devono ripartire i cantieri, non si possono tenere bloccate le opere pubbliche”.

Il ministro dell’Economia, con riferimento ad Alitalia, ha detto: “Abbiamo tre commissari, ma non ho visto ancora un piano industriale. C’è un prestito ponte di 900 milioni che deve essere restituito. Perciò bisogna consultarsi con l’Ue per fare in modo che ogni decisione sul prestito sia presa in accordo con l’Unione e nel rispetto degli impegni presi dall’Italia quando è stato autorizzato il prestito. Occorre evitare la liquidazione di Alitalia in quanto per il nostro Paese è utile avere una compagnia efficiente. Quanto all’ipotesi dell’intervento di Fs nel capitale di Alitalia il consiglio d’amministazione della società del Tesoro farà le sue valutazioni in autonomia”.

Infine, sull’Europa Tria ha detto: “Il vero problema dell’Europa è non avere un centro politico discrezionale. Quello che sta accadendo in Europa non è colpa dell’Italia. Dipende dal fatto che l’Europa non è al passo con il resto del mondo. L’Europa sta perdendo di vista le ragioni dello stare insieme, alcuni Paesi dicono no a qualunque proposta”.

Per adesso, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha confermato il rating sovrano dell’Italia a BBB anche se realisticamente ha rivisto al ribasso le prospettive. L’outlook è infatti sceso a ‘negativo’ dal precedente ‘stabile’. Per ora nessun declassamento, quindi, ma le nuvole nere sono all’orizzonte. L’Italia resta infatti a due gradini dal livello ‘spazzatura’, ma le prospettive negative possono portare a un potenziale declassamento tra qualche mese. Se il presente è più o meno salvo, il futuro dell’Italia per S&P è pieno di incognite. A preoccupare sono soprattutto le deboli prospettive di crescita e le tensioni con l’Europa. E nel mirino dell’agenzia di rating c’è il piano economico del governo che rischia di indebolire la performance di crescita dell’Italia. La manovra messa in piedi dal governo Conte, secondo l’agenzia di rating, rischia di indebolire la crescita dell’economia italiana e per questo l’agenzia S&P ha tagliato le stime sul pil del biennio 2018-19, che dal precedente +1,4% per entrambi gli esercizi ora sono a +1,1% sia per quest’anno che per il prossimo. S&P ritiene inoltre che le politiche fiscali del governo non consentiranno al rapporto debito pil di diminuire. Secondo l’analisi di S&P: “Il debito pubblico dell’Italia rispetto al Pil non continuerà più su una traiettoria discendente”.

Anche per altri autorevoli esperti, la crescita sarebbe inferiore alle attese, il deficit oltre le previsioni, e quindi avverrebbe la fuga degli investitori dal debito. Sono questi gli spettri che aleggiano sull’Italia secondo lo studio fatto dagli economisti Olivier Blanchard e Jeromin Zettelmeyer, ‘The Italian Budget: A Case of Contractionary Fiscal Expansion?’, pubblicato sul sito del Peterson Institute for International Economics.

Gli autorevoli economisti hanno scritto: “L’espansione fiscale annunciata, molto probabilmente, non riuscirà ad aumentare la crescita e potrebbe persino ridurla. Il disavanzo diventerebbe ancora più grande del previsto. I sostenitori del governo rimarrebbero insoddisfatti. Il governo potrebbe tenere il punto, e gli investitori fuggirebbero, causando una seria crisi. Inoltre, è anche possibile che ci sia una fuga dal debito italiano ancor prima dell’effettiva implementazione della manovra a gennaio. Mentre se gli spread restassero elevati ma stabili nei prossimi mesi, ci sarebbe una nuova sfida in attesa: la sfida a superare il rallentamento della crescita i cui semi sarebbero stati piantati dalla manovra espansiva di quest’anno. Questa, più della prospettiva di uno stallo perpetuo con la Commissione Europea, è la reale minaccia per l’Italia nei prossimi due anni”.

Secondo i due economisti: “Gli effetti generalmente espansivi della manovra bocciata dalla Ue verrebbero prevedibilmente annullati dall’impennata nei tassi di interesse. Anche ipotizzando un moltiplicatore particolarmente generoso. Esperti e mercati sono ora attenti a come questo confronto potrebbe evolversi. Il punto ad ogni modo è se la proposta di bilancio possa davvero supportare l’economia italiana, come sperato e sostenuto dal governo. Noi temiamo di no. Anzi, è molto più probabile che le politiche proposte abbiano l’effetto contrario. E questo per l’impatto dello spread. A partire da metà aprile, i rendimenti dei titoli italiani sono cresciuti di circa 160 punti base. Ciò si è verificato in due fasi: in maggio, quando la squadra e il programma della coalizione di governo si stavano delineando, e a fine luglio, quando hanno iniziato a diffondersi le notizie sui contenuti della manovra. La proposta di bilancio dell’esecutivo riconosce questo aumento, ma lo tratta come esogeno, sottintendendo che l’Italia avrebbe fatto fronte a dei tassi di interesse più elevati anche se il governo si fosse attenuto al percorso di consolidamento fiscale annunciato dai suoi predecessori. Ciò non ha senso: l’aumento dei tassi di interesse è una reazione derivante dalle politiche descritte nella proposta di bilancio. A essere onesti, la crescita dei rendimenti riflette un insieme più vasto di preoccupazioni, tra cui i dubbi sulla volontà del governo di restare all’interno dell’Eurozona. Da qui i rischi che la crescita disattenda le attese, basandosi su una previsione di spread che potrebbe essere diversa dalla realtà”.

Ma anche dall’Italia, le analisi economiche rilevate dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre sono preoccupanti.

Per l’Ufficio Studi della Cgia: “Sebbene sia in arrivo la fatturazione elettronica, nel 2019 il numero delle scadenze e degli adempimenti fiscali è infatti destinato ad aumentare fino a sfiorare quota 100, in particolar modo per le realtà produttive di piccola dimensione che intrattengono scambi commerciali con l’estero (import ed export). Nel 2019, infatti, la pressione fiscale italiana è destinata ad attestarsi al 41,8%, stesso livello del 2018 e il numero delle scadenze fiscali, invece, subirà una forte impennata, soprattutto per le piccole imprese che lavorano con partner stranieri. Non per tutti, comunque, sarà così. Anche se in misura quasi impercettibile, i lavoratori autonomi potranno contare su un piccolo alleggerimento. Un’impresa artigiana senza dipendenti, ad esempio, lungo i 12 mesi del 2019 dovrà versare all’erario o inviare la propria documentazione fiscale all’Amministrazione finanziaria 29 volte (una in meno rispetto al 2018), ma una impresa commerciale con 5 dipendenti lo dovrà fare 88 volte e una piccola impresa industriale con 50 dipendenti addirittura 99. E in entrambi questi ultimi due casi, le scadenze aumenteranno di 10 unità a causa degli effetti delle disposizioni previste dalla Legge di Bilancio 2018 che, a partire dall’anno venturo, ha stabilito che entro la fine del mese successivo bisognerà inviare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi alle cessioni e all’acquisto di beni e prestazioni di servizi rivolte a soggetti non residenti nel territorio italiano. La riduzione per l’azienda artigiana, invece, è riconducibile al fatto che dall’anno prossimo, con l’introduzione della fatturazione elettronica, verrà abolito lo spesometro. A regime, pertanto, questi lavoratori autonomi risparmieranno due adempimenti. Nel 2019, comunque, ne conteremo solo uno in meno, perché a febbraio dovranno comunque inviare la comunicazione relativa al secondo semestre 2018”.

Secondo l’elaborazione effettuata dall’Ufficio studi della Cgia, tra liquidazioni e versamenti di acconti e saldi di imposta, invii e trasmissioni telematiche all’ Inps e all’Agenzia delle Entrate: “il peso della burocrazia fiscale ha raggiunto livelli inaccettabili costringendo le imprese a sostenere non solo perdite di tempo inammissibili, ma a sobbarcarsi anche dei costi aggiuntivi spesso proibitivi. E a differenza delle altre, le piccolissime imprese sono le più penalizzate. Non potendo contare su uffici amministrativi interni da dedicare anche a queste problematiche, le piccole aziende sono costrette ad esternalizzare queste incombenze, pagando però un conto salato nel momento in cui sono chiamate ad onorare i servizi ricevuti”.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Mentre gli imprenditori chiedono da tempo di abbassare il carico tributario e di alleggerire l’oppressione fiscale, la politica, che ad ogni piè sospinto non manca l’occasione per annunciare imminenti sburocratizzazioni e mirabolanti tagli alle tasse, nei fatti sta spingendo il sistema fiscale nella direzione opposta, incrementando le scadenze e, quando va bene, rinviando a tempi migliori la riduzione delle imposte”.

Il segretario della Cgia di Mestre, Renato Mason, ha spiegato: “In linea generale in nessun altro Paese d’Europa viene richiesto uno sforzo fiscale come quello presente in Italia. E nonostante la nostra giustizia civile sia lentissima, la burocrazia abbia raggiunto livelli ormai insopportabili, la Pubblica amministrazione rimanga la peggiore pagatrice d’Europa e il sistema logistico-infrastrutturale registri dei ritardi spaventosi, le nostre imprese continuano a reggere la sfida e a presidiare i mercati internazionali con performance sorprendenti”.

Dovrebbe essere dunque ormai chiaro al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che il gioco dei ‘furbetti del quartierino’ non ha mai retto, come non potrà reggere la finanziaria basata su illusori cambiamenti che non rispondono alla realtà. Non basta dare ragione al Presidente della Bce con le parole, occorrerebbero i fatti.

Salvatore Rondello

Tria e Conte spaventati dallo spread

tria conte

Dopo che lo spread ha superato quota 320 punti, sono arrivate le parole del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenuto nella trasmissione ‘Porta a Porta’ sull’andamento del differenziale tra Btp e Bund: “Lo spread sopra i 300 punti non è una febbre a 40, ma neanche 37, ma è un livello che non possiamo tenere così troppo a lungo. Uno spread alto pone un problema al sistema bancario. Ci saranno gli stress test il prossimo mese, lì si vedrà situazione e vedremo come intervenire”.

Il titolare del Tesoro sembrerebbe di aver avviato il governo ad un percorso di ragionevolezza. Ma, si potrebbe anche dubitare. La borsa di Milano è la maglia nera in Europa da quando sono arrivate le prime notizie sulla manovra.

Il governo, intanto, tira dritto sulla manovra. Ma Tria ha anche detto: “Per ora non ci sono motivi per cambiarla, perché pensiamo che sia corretta, e non ho nessun piano B. Monitoreremo quello che accade sui mercati, sarà un’analisi razionale della situazione economica nella quale decideremo cosa fare. Al momento non ci sono elementi nuovi. Quanto ai rapporti con l’Europa, è chiaro che c’è un confronto costruttivo, c’è un dialogo con il commissario Ue Pierre Moscovici e con il vice presidente Dombrovskis, ma la lettera di ieri della Commissione Ue per molte parti mi ha lasciato perplesso e un po’ sorpreso per alcune valutazioni superficiali. Forse è stata scritta un po’ in fretta. È la prima volta che la Commissione Ue boccia una manovra da quando esiste questa giunta di regole denominate Fiscal compact. Ma nelle prime due decadi circa dall’introduzione dell’euro le regole sono state molto spesso violate, per primi da Germania e Francia, e non sono neanche state condannate, e poi ci sono state varie procedure di infrazione”.

Insomma, sembrerebbe che il governo stia maturando l’idea di poter cambiare la manovra, ma ha bisogno di ‘salvare la faccia’.

Tria ha così risposto, poi, alla domanda sulle critiche fatte dal portavoce della Presidenza del Consiglio Rocco Casalino sull’operato del Mef: “Non desidero commentare volgarità e minacce contro funzionari dello Stato  specie se questi ricoprono una funzione di garanzia ed indipendenza universalmente riconosciuta e prevista dall’ordinamento”.

Dura la reazione del Movimento 5 Stelle, che in una nota ha sottolineato: “L’audio rubato al Portavoce del Presidente del Consiglio, Rocco Casalino, è un’altra vergognosa pagina di giornalismo. Quelle parole erano dette in privato e tali dovevano rimanere. Non si trattava affatto di minacce ma il Portavoce riportava quella che è la linea del Movimento 5 Stelle, perché tutto il Movimento è convinto che alcuni tecnici del Mef non svolgono il proprio ruolo con indipendenza e professionalità. Ci sorprende che il ministro Tria invece di fare valutazioni di merito e pulizia nel suo Ministero li difenda a prescindere”.

Sull’argomento è intervenuto anche il premier, Giuseppe Conte che ha affermato: “Non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto affermato un mese fa. Già in quell’occasione ho espresso piena fiducia al mio portavoce Rocco Casalino”.

Il vicepremier Luigi Di Maio è intervenuto in merito allo spread affermando:  “Intervenire sullo spread significa monitorare lo stato della situazione, ascoltare gli istituti di credito, vedere le criticità. Sono fiducioso che lo spread nelle prossime settimane inizierà a scendere perché sono le settimane di dialogo con l’Unione europea e saranno definiti i dettagli della legge bilancio e ci sarà quindi consapevolezza sulla manovra”.

Da Mosca, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha detto alla stampa: “Se lo spread si alzasse ancora, e comunque anche se si mantenesse elevato, come ora a questo punto, certo sarebbe chiaramente una problema. Un problema di sistema. Perché paghiamo tanto di interesse. Dobbiamo augurarci che scenda, abbassiamo tutti i toni e facciamo sistema perché ciò avvenga”.

Domani potrebbe presentarsi il conto di Standard & Poor’s, con il rischio di un nuovo declassamento del rating italiano.

Ma il premier Conte ha spiegato: “Se arrivasse il downgrade, lo valuteremo. Io non sono contento se lo spread è alto. Ognuno deve contribuire facendo la propria parte. Io faccio la mia e infatti cosa ho detto fin da subito? Serve un dialogo costruttivo: la nostra manovra è seria, i fondamentali sono solidi, il codice di comunicazione che abbiamo adottato è un codice molto più tranquillo che in passato. E’ vero, c’è stata qualche dialettica verbale ma adesso dobbiamo metterla da parte e lavorare tutti assieme concentrandoci sull’obiettivo. Dobbiamo fare in modo che questo spread si abbassi”.

Matteo Salvini, dopo che la Lega e M5S hanno additato le banche come principali responsabili della crisi attuale, adesso sarebbe favorevole all’ipotesi di ricapitalizzazione delle banche in caso di aumento dello spread fino a quota 400, ventilata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti.

Sulle affermazioni di Giorgetti, Salvini ha detto: “Se qualcuno ne ha bisogno noi ci siamo. Senza fare gli interventi del passato. Se qualche banca o qualche impresa avrà bisogno noi ci siamo”.

Per quanto riguarda lo spread, Matteo Salvini ha aggiunto: “Se segue l’economia reale, scenderà inevitabilmente”.

Così, Matteo Salvini, o ha manifestato tutte le sue lacune sulla conoscenza delle teorie economiche, oppure ha saputo mentire.

Nel giorno del Consiglio direttivo della Bce, il Financial Times ha lanciato un appello alla Bce affinché rinvii la sua manovra di parziale riduzione degli stimoli monetari. Secondo il quotidiano finanziario: “Ci sono buone ragioni per riconsiderare i piani attuali”.

La Bce, invece, ha in programma di portare avanti fino a dicembre gli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro, per poi interrompere questo canale e proseguire unicamente con il rinnovo dei titoli già accumulati che giungeranno a scadenza.

Ma, secondo il Financial Times vi sarebbe un crescente numero di fattori che metterebbero a repentaglio il quadro di miglioramento dell’economia in base al quale la Bce aveva deciso questo percorso. La crescita dell’area euro più debole, le tensioni internazionali sul commercio e le tensioni di mercato sull’Italia sarebbero i fattori di preoccupazione. La politica monetaria non va decisa a beneficio di un singolo Paese, ha chiarito il quotidiano londinese, ma le prospettive di risalita dell’inflazione sono meno solide. Pertanto, ha invitato la Bce a riflettere seriamente su un rinvio della rimozione degli stimoli.

La Banca centrale europea non si è smentita ed ha mantenuto la rotta tracciata sulla politica monetaria. Come ampiamente previsto ha confermato tutti i livelli dei tassi di interesse: zero sulle operazioni di rifinanziamento principali, 0,25 per cento sulle operazioni di rifinanziamento marginali e meno 0,40 per cento sui depositi presso la stessa banca centrale. L’istituzione ha anche confermato l’orientamento a mantenere i tassi ai livelli attuali almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare lo stabile ritorno dell’inflazione ai livelli auspicati: inferiore ma vicina al 2 per cento sul medio periodo (circa 18-24 mesi).

Infine, in una nota, la Bce ha anche confermato “l’orientamento a concludere gli acquisti netti di titoli pubblici e privati dell’area euro, che proseguono ridotto al ritmo di 15 miliardi di euro al mese, dopo dicembre, se i dati più recenti confermeranno le prospettive di inflazione a medio termine”.

Questo aspetto è più controverso dato che il percorso di parziale riduzione del livello di stimolo è stato deciso nell’ottica di una economia in ripresa che favorisce la normalizzazione dell’inflazione. Da alcuni mesi, invece, stanno aumentando i segnali di indebolimento nell’area euro.

Nella consueta conferenza stampa esplicativa, il presidente Mario Draghi, al termine del Consiglio direttivo, ha affermato: “In un contesto di crescita economica diffusa sono necessarie politiche di bilancio in grado di ripristinare margini, e questo risulta particolarmente importante nei Paesi dove il debito pubblico è alto e dove il pieno rispetto delle regole Ue è cruciale per salvaguardare la fiducia”.

Il messaggio di Draghi è rivolto anche all’Italia, ribadendo quanto già affermato in precedenti interviste.

Sulla questione italiana, in ambito europeo, ci sarebbe qualche novità. La portavoce della Commissione, Mina Andreeva, a Bruxelles, oggi, ha riferito: “Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha avuto ieri un colloquio telefonico con la cancelliera tedesca Angela Merkel sui temi di attualità europei, e in particolare sulla manovra finanziaria italiana e sui negoziati per la Brexit”.

La portavoce non ha aggiunto nulla sul contenuto del colloquio riguardante la manovra italiana, limitandosi a ricordare che ieri il governo tedesco aveva preso posizione in merito alla questione.

Il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert, aveva in effetti espresso il sostegno di Berlino alla posizione della Commissione, che ha respinto martedì il documento programmatico di bilancio italiano chiedendo di ripresentarne una versione rivista entro tre settimane, ma lasciando le porte aperte al dialogo con Roma.

Siebert, durante una conferenza stampa, ha detto: “La Commissione ha sottolineato, e noi l’appoggiamo fortemente in questo, che quello in corso (col governo italiano sulla manovra) è un processo cooperativo, e che si aspetta un dialogo costruttivo con l’Italia, e noi salutiamo con molto favore questo dialogo cooperativo e costruttivo”.

L’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, in una sua intervista, ha affermato: “Il Governo ha ottenuto quello che cercava: lo scontro con la Commissione Europea sulla Legge di Bilancio. Si sta costruendo il leit motif che ci accompagnerà alle elezioni europee. Il Governo è per il popolo, ma è ostacolato dalla burocrazia europea. Come si evolverà la linea del Governo nelle prossime settimane? Un ripensamento sulla dimensione e sui contenuti della manovra? I due vice premier hanno escluso che si cambi di un solo euro. Il ministro dell’Economia ha anticipato che se si sforassero gli obiettivi interverrebbero tagli di spesa. La crescita sarebbe frenata ulteriormente. Gli obiettivi di deficit e debito si allontanerebbero. Ma cosa farà il governo se i mercati voteranno contro il Paese con più decisione? Una stretta fiscale? Ma questo sarebbe inaccettabile per i partiti di governo. Si dice che se lo spread si avvicinasse a quota 400 ci sarebbe una risposta adeguata. Quale? Operazioni straordinarie sul debito? Il sottosegretario Giorgietti ha detto che se continua così bisognerà ricapitalizzare le banche. Quanti soldi ci vorrebbero? Dove andrebbe a finire il rapporto debito-pil? Come potremmo far fronte al panico e al contagio? Gli scenari peggiori sono facilmente immaginabili. Quanto ne sono coscienti i registi della teoria dello scontro frontale?”.

Le domande che ha posto Pier Carlo Padoan sono quelle di un economista serio e responsabile.

Tuttavia, il governo Conte potrebbe aver trovato il cavaliere bianco che salverà l’Italia. Avrà il volto di Vladimir Putin? Presto per dirlo ma ieri, a seguito del bilaterale con il premier Giuseppe Conte a Mosca, dal presidente russo è arrivata un’apertura importante ed ‘Il Sole 24 Ore’, oggi, ha aperto con l’articolo: “Putin: pronti a comperare i BTP”.

Ma, alla domanda postagli nella conferenza stampa successiva all’incontro con il presidente del Consiglio, Putin ha chiarito di non voler intromettersi nel dialogo sulla legge di bilancio in corso tra il governo M5S-Lega e Bruxelles, ma ha aggiunto: “Non ci sono remore di carattere politico sull’acquisto di titoli di Stato italiani dal fondo sovrano russo”.

Naturalmente, da parte sua, Conte ha precisato: “Non sono venuto qui per chiedere a Putin di comprare titoli italiani tramite il fondo sovrano. I fondamenti dell’economia italiana sono solidi, ci viene riconosciuto all’estero, meno in patria. Faccio una battuta: se poi all’esito di valutazioni tecniche il fondo sovrano e la banca centrale lo faranno sarà perchè come io credo, è conveniente, farebbero un buon affare ad investire in Italia”.

E’ chiara, dunque, la sfida lanciata ai mercati ed all’Unione europea dal governo Conte forte dell’appoggio della Russia che sicuramente acquisterà i titoli del debito pubblico italiano. Dunque, il sospetto già manifestato da questo giornale sarebbe sempre più plausibile: il governo Conte è strumento della Russia nel tentativo di distruggere l’Unione europea.

Salvatore Rondello

INCERTEZZE D’EUROPA

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Non è la prima volta che Draghi ha dovuto metterci una pezza. Lo ha fatto con il Quantitative Easing, il massiccio programma di acquisto dei titoli di stato dei paesi membri per aiutarne la sostenibilità del debito. Nel giorno in cui lo spread riprende a salire e tocca quota.

La Bce ha riunito oggi il consiglio direttivo in una fase delicatissima per l’Europa, in piena bufera per lo scontro sulla manovra italiana, incerta sull’esito dei negoziati della Brexit e preoccupata per dati che mostrano un indebolimento complessivo della crescita. Il Consiglio direttivo ha lasciato invariati i tassi sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rispettivamente allo 0,00%, allo 0,25% e al -0,40%. E proprio mentre si contano i giorni prima della fine del Quantitative Easing, la lista dei problemi e delle preoccupazioni sull’eurozona e sull’euro si allunga. Sulla manovra italiana Draghi cerca di tranquillizzare augurandosi che non si arriverà allo scontro. Lo fa in conferenza stampa al termine del Consiglio direttivo della Banca europea affermando di essere “fiducioso che si troverà un accordo” tra Commissione europea Ue e governo, precisando che questa è una sua opinione personale. Se non altro, ha spiegato perché gli aumenti dei rendimenti sui titoli di Stato italiani peseranno sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e al tempo stesso “riducono i margini espansivi” del Bilancio.

Quello che è certo e che l’Italia rimane, in compagnia della Brexit, “fra le incertezze per lo scenario economico dell’Eurozona”. Sulla manovra italiana bocciata da Bruxelles il presidente della Bce Draghi esclude il rischio che la Bce possa essere coinvolta: “Finanziare i deficit non è nel nostro mandato” chiarisce. Quindi precisa: “Abbiamo l’Omt come strumento specifico”, da usare in caso i paesi entrino in un programma, “per il resto siamo in un regime di dominanza monetaria”, non di bilancio. Un intervento della Bce nel dibattito tra Roma e Bruxelles, insomma, è “assolutamente” da escludere: “Non è il nostro compito quello di fare da mediatori” rimarca Draghi. Questa “è una discussione fiscale, non è un ruolo da banchieri centrali”.

L’ex governatore di Bankitalia parla anche dello spread e avverte: “Io non ho la palla di cristallo, 300, 400, certamente questi titoli sono nelle banche e se perdono valore loro impattano sul capitale delle banche”. Certo, “abbassare i toni e non mettere in discussione l’esistenza dell’euro può far ridurre gli spread” è l’indicazione che arriva – con un chiaro riferimento all’Italia – dal presidente della Bce. E a chi gli chiede se i rialzi dello spread italiano possano contagiare altri paesi della zona euro, risponde: “Forse c’è qualche ricaduta ma limitata”. Secondo il presidente della Bce, i rialzi dello spread sui Btp italiani pesano sui costi di finanziamento di imprese e famiglie e “riducono i margini espansivi” del bilancio.

Poi sulla manovra italiana aggiunge: “Non c’è stata una grande discussione sull’Italia, c’era Dombrovskis, gli ho chiesto il permesso di citarlo”, aggiunge, facendo eco al vice presidente dell’esecutivo Ue: “Si devono osservare e applicare le regole, ma anche cercare il dialogo” specifica il presidenre della Bce. Nel corso della conferenza stampa, Draghi mette poi l’accento sull’inflazione. “Nell’area dell’euro l’inflazione sui dodici mesi si è portata lo scorso settembre al 2,1%, dopo il 2,0 di agosto” afferma, aggiungendo che “sulla base dei prezzi correnti dei contratti future sul petrolio, è probabile che l’inflazione complessiva si collochi intorno al livello attuale nella parte restante dell’anno”. “Davanti ad ogni evenienza – sottolinea ancora Draghi – il Consiglio direttivo della Bce è pronto ad adattare i propri strumenti per assicurare che l’inflazione continui a muoversi verso l’obiettivo”.

Infine la crescita dell’Eurozona: la Bce, ha detto Draghi, “regista un certo rallentamento dello slancio ma non una inversione di rotta”. “Una delle spiegazioni arriva dalle situazione specifica dei singoli Paesi”, rimarca, facendo l’esempio delle recenti difficoltà dell’industria automobilistica tedesca. Quindi ammette: “Non è semplice distinguere fattori transitori da fattori permanenti” sottolineando però come i dati e i segnali “non ci bastano per cambiare scenario di base”.

I rischi che circondano le prospettive di crescita dell’area dell’euro possono ancora “considerarsi ampiamente equilibrati. Allo stesso tempo, i rischi relativi al protezionismo, le vulnerabilità nei mercati emergenti e la volatilità dei mercati finanziari rimangono importanti” afferma il presidente della Bce. L’espansione economica, aggiunge Draghi, è “sostenuta dalla domanda interna e da continui miglioramenti nel mercato del lavoro”. Sulla fine del Quantitative Easing, Draghi spiega che alla riunione odierna “non abbiamo parlato di un prolungamento del programma di acquisti, e non abbiamo discusso di cosa fare dopo, abbiamo altri due incontri prima di fine anno”, osservando che alla Bce “pensiamo di avere ancora strumenti che possiamo usare”, come gli Tltro tema che è stato sollevato “da due partecipanti”.

Incubo patrimoniale e allarme da spread

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Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Manovra. Il no della Commissione affonda le borse

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La bocciatura attesa è arrivata. La Commissione europea ha dato parere negativo sul documento programmatico di bilancio italiano. È la prima volta che la Commissione decide la bocciatura immediata, applicando così il secondo comma dell’articolo 7 del regolamento 473 del 2013, quello che le consente di respingere una manovra nei primi 15 giorni. Immediata la risposta di Piazza Affari, con lo spread che è schizzato oltre 310 punti base. E anche Piazza Affari recepisce lo stop della Ue: il listino principale perde quasi l’1%.

Ma nonostante il no di Bruxelles, il governo italiano imperterrito continua sulla stessa linea senza modificare di un millimetro la propria impostazione nella deliberata ricerca dello scontro con la Commissione europea. Un modo per tenere alta la tensione del proprio elettorato e per tirare la volata fino alle europee del prossimo maggio. Se reggerà il fiato ovviamente. Perché le ripercussioni per il Paese potrebbero essere pesanti. Alcune si sono già viste. Ma ancora non sono entrare con forza nelle tasche degli Italiani. Per Antonio Tajani sulla manovra, presidente del Parlamento europeo, “sarebbe più prudente lavorare per ottenere dei buoni risultati. Credo sia giusto modificare questa manovra per avere più crescita, meno pressione fiscale, più aiuti alle imprese e più aiuti per realizzare infrastrutture, altrimenti la guerra invece che farla a Bruxelles la si farà ai cittadini italiani”.

Ma la linea è quella opposta ossia quella di percorrere la strada sino qua intrapresa. Come conferma il premier Giuseppe Conte per il quale, la sostanza della manovra non cambia, “per me sarebbe difficile, non potrei accettarlo”, ha dichiarato in un’intervista concessa a Bloomberg tv. “Siamo pronti ad operare una nuova spending review se necessario”. L’Italia, ha aggiunto, deve far calare il debito. La Commissione ritiene che con l’aumento del deficit strutturale questo non sia possibile. Il commissario ha quindi ricordato i 30 miliardi di euro di flessibilità già concessi all’Italia negli anni passati.

Sullo stesso tema è poi intervenuto anche il vice premier e numero uno  della Lega, Matteo Salvini . “Non è una lotta dell’Italia con l’Europa. E’ una manovra da 15 miliardi di investimenti che aiuterà i giovani. Quindi non toglieremo nulla”. Il ministro dell’Interno si è detto disponibile ad incontrare “anche domani il presidente della commissione Ue per spiegargli la manovra”. Inoltre, Salvini ha ribadito che “nessuno toglierà un euro dalle tasche degli italiani”

Fuga dai titoli italiani, spread tocca quota 340

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I mercati sono sempre uno specchio che non mente e in cui si riflettono grane o le gioie. Quando un paese ha buone prospettive di crescita e di stabilità gli investitori vi portano i propri denari. In caso contrario li tolgono per evitare rischi inutili. È così in questi giorni gli investitori esteri stanno riducendo il portafoglio di titoli italiani. Questo è lo scenario che emerge dal Bollettino economico della Banca d’Italia, secondo il quale nel terzo trimestre dell’anno il Pil è cresciuto di appena lo 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti dello 0,1%. Per via Nazionale, “l’attività avrebbe segnato un incremento nei servizi, mentre sarebbe rimasta stazionaria nell’industria in senso stretto. Il valore aggiunto delle costruzioni avrebbe proseguito a espandersi a un ritmo moderato”. Ma il dato più preoccupante è quello della diminuzione dell’interesse da parte degli investitori esteri verso i titoli italiani. Una diminuzione quantificabile in 42,8 miliardi: i disinvestimenti hanno riguardato soprattutto i titoli pubblici (24,9 miliardi) e le obbligazioni bancarie (12,4 miliardi).

Insomma ad agosto, altri 17 miliardi di euro hanno preso il volo. Si tratta di soldi investiti in titoli di Stato italiani, che adesso sono passati in mani italiani. Ma per quanto tempo si troveranno acquirenti, se questa fuga di capitali continua? Finora la Bce, con i suoi acquisti, ha limitato la quantità di titoli di Stato in circolazione. Ma da settembre ha ridotto gli acquisti a 15 miliardi e da gennaio smetterà di acquistare i titoli di Stato. A quel punto che succederà? Intanto sui mercati lo spread continua a salire. Oggi ha toccato quota 340, un livello che non veniva raggiunto dal marzo del 2013, ben cinque anni e mezzo fa. E ancora una volta sono le liti all’interno di questo governo, oltre alle conseguenze di un Def scritto malissimo, a far salire lo spread.

EQUILIBRISTI D’EUROPA

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Un’altra giornata difficile per le Borse europee. Milano in affanno è arrivata a cedere l’1,5%. Ma il termometro che meglio segna il clima di questi giorni è quello dello spread che rimane a livelli record così come il rendimento dei Btp. Segnali chiari della difficoltà di piazzare i titoli italiani in perdita di credibilità. In Italia gli occhi sono puntati sui conti pubblici con la nota di aggiornamento al Def che arriva in Parlamento dopo la legnata ricevuta ieri sera da Fitch. In questo contesto, lo spread BTp/Bund è salito fino a 310 punti, per poi ripiegare in area 306. Nelle aste di oggi il Tesoro si è visto costretto ad alzare i rendimenti. Per trovare un valore più alto bisogna risalire all’emissione inaugurale del BTp a 7 anni nell’ottobre 2013.

“Il documento economico e finanziario rappresenta la prova generale del governo per aprire uno scenario nuovo in Europa. Non si tratta di modificare l’Unione nel nome di maggiori investimenti e di una maggiore uguaglianza, come noi abbiamo proposto”. Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Psi, mentre è in corso nell’aula del Senato la discussione della nota di aggiornamento al Def che prevede l’innalzamento del rapporto deficit/Pil.

“Si tratta – continua Nencini – di distruggere l’esistente per creare equilibri che vedano la Russia di Putin al centro del nostro interesse. Per mezzo secolo lo scontro è stato tra società aperta e società solidale, tra socialdemocrazia/cattolicesimodemocratico e liberalismo. Oggi quello scontro ha cambiato di segno. È il nazionalismo etnico il competitore più agguerrito. E il suo esordio ufficiale in Italia è stato oggi. Pochi investimenti, appena 3.5 miliardi, zero fondi in scuola e cultura, interventi redistributivi e basta, condono fiscale, nessun taglio di tasse per stipendi e pensioni. Non c’è dubbio: di errori la sinistra ne ha commessi e l’U.E. che abbiamo conosciuto non si è fatta proprio benvolere.

È il momento di rimboccarsi le maniche – ha concluso Nencini – unire storie e esperienze per non essere travolti”. I socialisti hanno presentato ieri le proprie proposte per modificare la manovra presentando una vera e propria contromanovra poggiata su pilastri bene precisi. Ovviamente il governo ha respinto ogni ipotesi di modifica rimanendo incastrato nella propria gabbia di spesa assistenzialistica senza investimenti per crescita e sviluppo. Riccardo Nencini ha presentato la proposta socialista al Documento di Economia e Finanze 2018 con particolare riferimento alle misure infrastrutturali.

Le preoccupazioni che l’Italia suscita non sono solo interne ma oltrepassano i i confini nazionali. “C’è preoccupazione, più per quello che è stato detto che per quello che è stato fatto, finora. Aspettiamo di vedere la manovra” afferma il direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, rispondendo alla domanda sull’Italia dell’editorialista del Financial Times, Martin Wolf nel corso dei lavori del meeting annuale dell’Fmi e della Banca mondiale. Facendo riferimento agli obiettivi di finanza pubblica fissati dal Governo, con il deficit pubblico al 2,4% del Pil, Lagarde ha sottolineato che “quando si entra in un club, come quello della Ue, se ne devono rispettare le regole”. Poco prima, nel più formale clima di una conferenza stampa, Lagarde aveva detto: “La nostra posizione sull’Italia è abbastanza ben conosciuta: l’Italia deve continuare il consolidamento fiscale e ci aspettiamo che tutti i Paesi membri della Ue ne rispettino le regole”.

“Stiamo aspettando la manovra nei dettagli, arriverà la prossima settimana e poi la valuteremo con le regole comuni” ha aggiunto il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. “Non è interesse o volontà della Commissione europea – ha aggiunto – entrare in conflitto con l’Italia ma non è interesse dell’Italia fare una manovra che non riduca significativamente il debito che alla fine dovrà essere pagato dagli italiani”.