Charles de Gaulle: un sovranista ‘ante litteram’

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IL GOLLISMO «Il generale Charles de Gaulle (1890-1970) ha lasciato alla storia, non solo della Francia, un pesante retaggio di idee e di prassi assorto a ideologia che da lui prende nome. Cominciò a maturare il proprio pensiero negli anni ’30 nel contesto di ambienti di sinistra democristiana e di tendenza filosofica personalista». In politica interna, «mantenne un orientamento di cosiddetta destra sociale: operò il miglioramento del welfare, attuò delle nazionalizzazioni e inoltre introdusse il suffragio femminile». Il “gollismo” propone «una terza via che superi la contrapposizione tra socialismo e capitalismo, non si colloca né a destra né a sinistra». La scelta “indipendentista”i in campo internazionale incoraggiata da De Gaulle, ma soprattutto «l’ambizione di un’Europa che diventasse coesa (dall’Atlantico agli Urali, con la Germania riunificata) e ago della bilancia nella politica mondiale (auspicato terzo polo a vocazione anticomunista, autonomo rispetto agli Stati Uniti) portò le forze militari francesi, a gradi tra il ’59 e il ’66, fuori dell’inquadramento nelle strutture della NATO (ci sono ritornate nel 2009) e l’Eliseo a dotarsi di sue armi nucleari».ii

Sorte comune a molti personaggi storici, nella sua vita seppe calamitare su di sé vasti consensi, ma le sue virtù e la sua esuberanza furono molto presto oggetto di dissapori e dichiarate antipatie. «Lo comprendevo e lo ammiravo, anche se il suo atteggiamento arrogante mi irritava» dirà di lui lo stesso Winston Churchill.iii

I francesi amarono il suo carisma e nel 1945 lo elessero capo del governo provvisorio. Decisionista infastidito dai partiti politici e dai riti della democrazia parlamentare, politicamente “isolato” nel suo disegno politico di riforma delle istituzioni di stampo “presidenziale”, nel 1947 si ritirò, seppure temporaneamente, dalla scena politica «in aperta polemica col sistema dei partiti».iv Vi rientrerà, nelle vesti di indiscusso «salvatore della patria», nel 1958, in occasione della guerra d’indipendenza algerina, «proprio in uno dei momenti più bui della storia francese ad un passo dal golpe»v, confermandosi così «per eccellenza l’uomo delle transizioni politiche». vi

DE GAULLE E L’EUROPA
De Gaulle è per una “Europa europea”, «si schiera a favore di un’Europa degli Stati, rifiuta di immaginare un’organizzazione politica che implichi l’abbandono della sovranità francese». Sogna un’Europa autosufficiente sul piano militare, «in grado di imporsi di fronte al mondo bipolare dominato dagli americani e dai sovietici». vii

In un’intervista su Le Monde del 11 settembre 1965 critica fortemente «una concezione differente a proposito di una federazione europea nella quale […] i paesi perderebbero la loro personalità nazionale, e dove del resto, in mancanza di un “federatore”, quale, all’Ovest, tentarono di esserlo – ciascuno a modo suo – Cesare e i suoi successori, Carlo Magno, Ottone, Carlo V, Napoleone, Hitler, e quale, all’Est, ci provò Stalin, sarebbe governata da qualche areopago tecnocratico, apolide e irresponsabile». Sono le stesse accuse che vengono mosse all’UE e in particolare, dei suoi organi, alla Commissione Europea.

Sia il Prof. Dieter Grimm che il Prof. Giuseppe Guarino concordano sul fatto che «l’Europa abbia agito in questi anni secondo una mera logica di “sottrazione”, limitando la sovranità nazionale degli Stati membri e condizionandone le politiche economiche, senza offrire però un idoneo bilanciamento e una valida alternativa alla categoria giuridica dello Stato-Nazione, necessaria per fronteggiare le sfide che la globalizzazione» oggi pone al nostro continente.

Propongono entrambi «di eliminare, o quanto meno ridurre il deficit rappresentativo» del Parlamento Europeo collocandolo in una maggiore posizione di forza rispetto alle altre istituzioni comunitarie. L’Europa secondo il Prof. Grimm «può e deve andare avanti solo come un’associazione di scopo fra Stati, al fine di espletare quelle funzioni e quei compiti che gli Stati non sono più in grado di svolgere efficacemente da soli; ma non può ambire a replicare quell’ideale di patria, quel legame emozionale esistente solo nell’ambito dello Stato-Nazione».

Secondo il Prof. Guarino un vero e proprio «colpo di Stato» sarebbe avvenuto il 1° gennaio 1999, «realizzato non con la forza, ma con fraudolenta astuzia che ha portato a diverse conseguenze per l’Unione e per gli Stati membri». L’inizio di «una strage moderna le cui vittime sono costituite da: giovani disoccupati, esodati, cassaintegrati, un numero sempre più allarmante di imprese fallite, la distruzione e il deperimento di strutture fisiche quali istituti di istruzione e culturali, musei, biblioteche, ospedali, istituti di ricerca; il deperimento del patrimonio storico ed artistico; la disfunzione nei servizi pubblici di carattere tecnico, e più in generale delle amministrazioni pubbliche». viii

LA CENTRALITÀ DELLA FRANCIA
In «un secolo che è giunto ai due terzi del suo corso» De Gaulle, pur essendo consapevole che «la Francia non appare più quella Nazione mastodontica, che era ai tempi di Luigi XIV o di Napoleone I» auspica che il proprio Paese si ritagli nuovamente un ruolo preminente nel mondo, tornando al vertice delle grandi potenze del mondo. «Siamo un popolo che sale, come salgono le curve della nostra popolazione, della nostra produzione, dei nostri scambi con l’estero, delle nostre riserve monetarie, del nostro livello di vita, della diffusione della nostra lingua e della nostra cultura, della potenza delle nostre armi, dei nostri risultati sportivi, ecc. I nostri poteri pubblici danno prova di una stabilità e di una efficienza che da molto tempo non conoscevamo più».

«Le possibilità della Francia – prosegue – ciò che essa fa, ciò che essa vuole fare, suscitano ora un’attenzione e una considerazione che si staccano nettamente dall’indifferenza o dalla commiserazione di cui, solo poco tempo fa, essa era troppo spesso attorniata. […] noi possiamo e, conseguentemente, dobbiamo avere una politica che sia nostra. […] Si tratta prima di tutto di tenerci fuori da qualsiasi “infeudazione”». Rivendica con orgoglio che il popolo francese sia stato cofondatore dell’ONU e «desiderando che questa rimanga il luogo d’incontro delle delegazioni di tutti i popoli e il foro aperto per i loro dibattiti» è restio verso ogni intervento armato in contradizione con la Carta delle Nazioni Unite. «Del resto, è agendo così» che egli ritiene si possa «servire nel modo migliore l’alleanza dei popoli liberi, la Comunità Europea, le istituzioni monetarie e l’Organizzazione delle Nazioni Unite». ix

LA POLITICA ESTERA, I RAPPORTI CON L’URSS E IL TERZO MONDO
Svincolato da ogni “marcatura” ideologica, ebbe campo libero in patria e divenuto collettore di forze politiche talvolta eterogenee, disponendo nel suo armadio sia di colbacchi che di cappelli da “cowboy”, piovvero inevitabilmente su di lui non poche insinuazioni di “trasformismo”. Si gioca altresì, da protagonista, tutte le sue carte nello scacchiere internazionale. Alcuni suoi contemporanei ne esaltano i meriti, le abilità, altri ne evidenziano le profonde contraddizioni.

«Si ignora – tuona André Fontainex – che colui che il mondo intero saluta oggi come il grande decolonizzatore entrò, nel 1945, in conflitto con l’Inghilterra, perché voleva mantenere la Siria e il Libano nella sfera d’influenza francese – pronunciandosi – categoricamente, nello stesso anno, per la riconquista dell’Indocina». Nell’orbita del «capo della Francia libera», ruotano «dei monarchici e dei comunisti, dei cattolici e dei massoni, degli ufficiali di carriera e dei vecchi antimilitaristi. […] si è sempre rifiutato di optare per gli uni o per gli altri dei suoi partigiani. Intendendo rimanere l’arbitro, il più possibile incontestato, di una Nazione di cui egli rispetta il carattere pluralistico e le libertà fondamentali. Non bisogna dunque stupirsi del fatto che esistano […] dei gaullisti di destra e dei gaullisti di sinistra».

«La difesa della Nazione», d’altronde, «coincide con l’adempimento della sua missione storica», ovvero quella di «mostrare agli uomini il cammino migliore» perché costui, richiamando visivamente l’immagine del “buon pastore”, nell’ottica di una visione (da un punto di vista psicologico) squisitamente “messianica”, «non aspira a possedere l’universo, ma ad indicargli» meramente «la via da seguire». Interpretando bene la parte della “Dea della Discordia” nel “Pantheon Europeo” e rompendo per primo il tabù della riapertura dei legami con il Cremlino, hanno da sempre destato non pochi sospetti i suoi presunti rapporti con l’URSS. «Dopo la liberazione della Francia, egli – tuttavia – prese il volo per Mosca: non per tradire gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, che, del resto, trattavano anch’essi a quell’epoca con Stalin, ma per mostrare bene che, lungi dal mettersi a rimorchio dei suoi liberatori, intendeva giovarsi deliberatamente contro di essi dell’appoggio che potevano essere tentati di dargli i sovietici, poco desiderosi di lasciare installarsi in Europa occidentale una troppo forte testa di ponte anglosassone». Lo stratagemma era pertanto delineato: nello scenario dei “due blocchi” rigidamente contrapposti che ha caratterizzato la Guerra Fredda (1949-1989), segnata dalla “cortina di ferro”, non esitava a volgere lo sguardo nella direzione opposta all’Oceano per vantare nel proprio arsenale diplomatico un valido deterrente nei confronti nei suoi stessi Alleati.

«Alla fine del settembre 1958, scrisse al Presidente Eisenhower ed a Macmillan, allora Primo Ministro della Gran Bretagna», illustrando la sua iniziativa di dar vita ad «una organizzazione della direzione della strategia politica e militare comune da parte delle tre potenze occidentali a vocazione mondiale (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia), ivi compreso tutto quanto si riferiva all’impiego di armi nucleari. Nello stesso tempo fece mettere in cantiere un progetto di revisione dei trattati europei». Un piano geniale quanto arduo che però, non riscuotendo le adesioni sperate, ne deluse le già esigue aspettative. «Washington, poco incline a dividere il potere decisionale in materia nucleare, Londra decisa a mantenere la sua posizione di alleato privilegiato, Bonn e Roma, poco disposte a vedere riconoscere alla Francia un diritto di primogenitura insopportabile per la loro suscettibilità, si sono unite per rigettare il progetto di direttorio occidentale a tre. Quanto al progetto di revisione dei trattati europei, esso è rimasto nelle cartelle di Quai d’Orsay».

La sua fama “garibaldina”, ciò nonostante, non avrà eguali lungo tutta la seconda metà del XX secolo. «Il modo in cui», la Francia a guida gollista «ha condotto a buon fine la decolonizzazione le è valso nel terzo mondo un prestigio che contribuisce enormemente alla sua autorità sulla scena internazionale. La sua pregiudiziale di indipendenza nei riguardi degli Stati Uniti, il modo in cui essa condanna l’ingerenza dei Grandi negli affari interni dei popoli […] non possono che accrescere ancora un tale prestigio presso i popoli troppo recentemente pervenuti all’autodeterminazione, per non apprezzare presso gli altri soprattutto il loro rifiuto d’inchinarsi davanti alle imposizioni dei potenti». La coraggiosa presa di posizione parigina «nelle conferenze internazionali, contro gli anglosassoni, fautori del libero scambio, e in favore di una stabilizzazione dei prezzi delle materie prime, non poteva non andare dritta al cuore di paesi la cui economia troppo dipende dall’esportazione di alcune derrate essenziali per non essere messa gravemente alla prova da ogni oscillazione un po’ vivace dei prezzi». Un oppositore dunque del «mercatismo»xi già alla vigilia della globalizzazione.

«Tutti questi elementi hanno contribuito a fare di De Gaulle», considerato ancora alla fine degli anni ’50 da «gran parte dell’opinione mondiale, il simbolo della reazione, del militarismo, del colonialismo, il personaggio forse più popolare, dall’America Latina all’Asia sud-orientale, del mondo sottosviluppato». Quello stesso continente asiatico nel quale ha sperato a lungo, «mediante il riconoscimento della Cina popolare, il mantenimento di stretti legami con la Cambogia, lo sviluppo di relazioni con il Giappone, l’India, il Pakistan, di poter esercitare un ruolo pacificatore». xii

ANTESIGNANO DEI NUOVI POPULISMI?
Una propaganda “ottimistica”, spiccatamente nazionale (i cronisti odierni direbbero “sovranista”), accompagnata da una retorica sì “comunitarista”, ma al tempo stesso “euroscettica” (o forse “europessimista”). Quella di De Gaulle, con le annesse tendenze “protezionistiche” e i richiami patriottici, è una chiave narrativa che sembra preconizzare, nel linguaggio e nei contenuti, l’era dei “populismi 2.0”xiii del terzo millennio, preceduta dalla Brexit ed inaugurata dal celebre «American First»xiv di Donald Trump. Speriamo quest’ultimi di De Gaulle, alla prova dei fatti, sappiamo quantomeno eguagliarne la coerenza e la statura morale.

Norberto Soldano

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La ferrea intransigenza nel garantire il rispetto delle norme del diritto internazionale che lo contraddistinse nella famosa “notte di Sigonella” fra l’11 e il 12 ottobre 1985, il sostegno alla nobile causa palestinese nonché il suo spirito riformista tanto in politica interna, tanto sul versante estero, accomunano per certi aspetti la figura di Bettino Craxi a quella di Charles de Gaulle. Rinviamo, tuttavia, ad un futuro approfondimento il confronto fra i Governi Craxi (1983-1986; 1986-1987) e l’operato del leader francese. Invero, quest’ultimo presenta delle affinità, soprattutto caratteriali, anche con Mustafa Kemal, passato alla storia come “Atatürk”, il “padre dei Turchi” (1881-1938) che in altra sede meriteranno senz’altro di essere ripercorse.
ii “Il Gollismo-Teoria di una democrazia efficiente”, di Danilo Caruso, Rivista Instoria n°49-gennaio 2012.
iii Riferimento tratto da un servizio, mandato in onda nel corso della puntata intitolata “Charles de Gaulle: il Presidente Monarca” della trasmissione “Il Tempo e la Storia”, condotta su Rai Storia, da Massimo Bernardini al minuto 6’.
iv Secondo lo storico Gilles Pecout, Rai Storia Ibidem.
v Bernardini, Rai Storia Ibidem.
vi Pecout, Rai Storia Ibidem.
vii Vedasi il percorso tematico-multimediale “De Gaulle e l’Europa” sul sito Charles de Gaulle, paroles publiques della Fondazione dedicata allo statista francese.
viii “Il deficit democratico dell’Europa. Due punti di vista” di Francesca Rosignoli, Dottoranda in Diritto pubblico, comparato e internazionale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, sulla rivista Nomos – Le attualità nel diritto.
ix L’intervista è stata tradotta in italiano e pubblicata sulla rivista Aggiornamenti Sociali, settembre-ottobre 1965, pp. 622-627.
x André Fontaine (1921-2013), esperto di politica internazionale, ha percorso tutti i gradini all’interno della redazione del giornale francese Le Monde sino a diventarne il Direttore nel gennaio del 1985.
xi Inteso questo da Giulio Tremonti come una «versione degenerata del liberismo», “La paura e la speranza”, edito da Oscar Mondadori nel 2008, p.19.
xii “La politica estera di De Gaulle” di André Fontaine per la rivista Aggiornamenti Sociali, dicembre 1965, pp. 755-766.
xiii L’espressione è stata coniata da Marco Revelli, autore del medesimo saggio “Populismo 2.0” edito da Einaudi nel 2017.
xiv La frase è stata pronunciata dall’attuale Presidente degli USA durante il suo discorso d’insediamento alla Casa Bianca, nel giorno del giuramento avvenuto il 20 gennaio 2017.

Le vicende poco note
della storia del Pci

botteghe oscureÈ da poche settimane in libreria il nuovo libro di Salvatore Sechi, L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del Kgb sulle nostre imprese, edito da Goware, e che porta a compimento delle lunghe ricerche che l’autore, a lungo professore ordinario di storia contemporanea in università italiane e estere, oltre che consulente della Commissione Mitrokhin e della Commissione Antimafia, ha effettuato in archivi nazionali e internazionali. L’importanza del lavoro, che analizza aspetti poco conosciuti della storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, è rilevante, e Sechi è stato lieto di rilasciarsi un’intervista sui nodi cruciali del suo volume.

Professore, negli ultimi mesi la pubblicazione del suo volume e di quello di Giuseppe Pardini ha portato a una chiarezza di fondo sull’esistenza di un apparato para-militare del Pci. Chi si occupava di questa struttura?
Direi che gli elementi probatori raccolti da Giuseppe Pardini sono impressionanti e confermano quanto nei miei precedenti lavori (ad esempio Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta amata, Rubbettino 2006, ndr) avevo intuito e in parte documentato. Mi riferisco alla ricchezza di fonti come quella dello Stato maggiore della Difesa e del nostro controspionaggio, di cui Pardini ha potuto fruire e che ha saputo utilizzare con molta maestria. L’apparato paramilitare non era una sezione di lavoro con un responsabile. Il comandante delle formazioni militari comuniste è stato, pare, il generale Alfredo Azzi. Come ricorda Pardini, è lui che il 13 luglio presenta alla sezione Italia del Cominform il documento Piani di difesa e di offesa.

Il 13 luglio vuol dire il giorno prima che Pallante sparasse a Togliatti. E il destinatario fu Gheorgiu Dimitrov, cioè il dirigente bulgaro insediato da Stalin alla testa del Cominform?
Sì, proprio il segretario del Cominfirm che, sulla base di una denuncia presentata dalla famiglia Gramsci, segnò l’uscita di Togliatti dalla segreteria del Comintern e il suo “esilio” nella Repubblica sovietica della Baschiria, a ridosso degli Urali. Dimitrov è un esecutore fedele delle preoccupazioni di Mosca. Ordina “alla Direzione del Pci di evitare azioni di forza, pur lasciando ampia libertà di azione in materia di scioperi”. In altre parole Mosca non vuole che nel Mediterraneo si ripeta una seconda Grecia. Come disse a Secchia nell’incontro del dicembre 1947, punta ad arginare l’area del contenzioso con gli Stati Uniti e i principali paesi europei.

Per il braccio armato del Pci si è sempre fatto il nome di Luigi Longo e soprattutto di Pietro Secchia.
Durante la Resistenza erano stati comandanti partigiani ed ebbero un’attenzione e un interesse per l’organizzazione militare del partito che invece Togliatti non aveva.

Tra gli storici è stato Paolo Spriano a valorizzare l’importanza del bracco armato del Pci.
E’ vero, ma non ha dedicato neanche un articolo all’argomento. Gli altri storici comunisti hanno glissato o sono stati generici (come Silvio Pons). Eppure una delle prerogative richieste fin dal 1917 per essere accolti come membri del Comintern e poi del Cominform fu proprio la struttura dotata di capacità di offesa e di autodifesa.

Può ricordare qualche episodio relativo a Secchia?
Fu proprio lui, che era vicesegretario del partito (nel periodo della degenza in ospedale di Togliatti lo sostituì alla testa del partito) su l’Unità ad esaminare città per città quali erano state le reazioni all’attentato. Si tratta di una vera e propria rassegna sull’efficienza e i limiti dell’esercito rosso.

Qual era la consistenza di questo apparato?
Dipartimento di Stato e Cia parlano di circa 200-300mila uomini, con un armamento non uniforme e non sempre aggiornato. Ma il corpo attivo era di circa 25-30mila unità distribuito soprattutto nel Modenese, in Romagna e nei grandi centri industriali del Nord dove maggiore era la concentrazione del proletariato di fabbrica. La preoccupazione del Dipartimento di Stato e della Cia era grande, come ho segnalato nei miei lavoro precedenti. La struttura militare del Pci era in grado di spaccare l’Italia, tenerla divisa per qualche mese, tenere in scacco il governo. E se jugoslavi e sovietici fossero intervenuti il rischio era di una terza guerra mondiale. Dunque, un’apocalisse.

Quante province furono investite da azioni insurrezionali o para-insurrezionali comuniste nei giorni, se non nelle ore, successivi all’attentato?
Secondo i dati desumibili da fonti militari (alle quali di recente Pardini ha potuto accedere) le reazioni aggressive nei confronti della polizia e delle autorità militare dopo l’attentato del 14 luglio si ebbero in 12 province. Al Nord Genova, Milano, Torino, Piacenza, Varese e Venezia. Al centro Forlì, Rovigo e Siena. Nel Sud Napoli e Taranto.

Quante furono le vittime degli scontri?
Riprendo le cifre dal bilancio ufficiale presentato dal ministro Scelba (ma le versioni furono diverse) al termine dello sciopero generale: 9 morti e 120 feriti tra le forze di polizia; 7 morti e 86 feriti tra i cittadini. Gli arrestati furono migliaia. L’apparato militare comunista in diverse città non solo fronteggiò le unità di polizia e dell’esercito, ma le disarmò e le tenne in ostaggio. Furono attaccate e devastate molte sedi della Dc e dei partiti di governo. L’elenco è ampio: Roma, Viterbo, Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena, Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia. Si verificarono blocchi del traffico e scioperi diffusi. Nelle manifestazioni avutesi nel Sud siamo sul piano prevalentemente della protesta. Non si ebbero attacchi ai poteri istituzionali. Ma nei grandi centri industriali la musica fu un’altra.

Quale?
Scontri diretti e assalti alle caserme dei carabinieri e della guardia di finanza (come a Busto Arsizio e a Piombino), assalti alle carceri (per liberare i partigiani detenuti), blocchi stradali, interruzione dei binari ferroviari (a Foligno, Fidenza, Massarosa), presidi del territorio e posti di blocco nelle principali vie d’accesso, e altro ancora.

Lei intende dire che quanto accadde a Torino, Milano, Venezia, Genova ecc. rivelò una cura e una programmazione specifiche, di lunga durata? Aveva dunque ragione Pietro Ingrao a intitolare la prima pagina de l’Unità, di cui era direttore, “Via il governo della guerra civile”?
Dissento completamente. Quello di Ingrao, di Secchia e di Longo fu un plateale tentativo di attribuire a De Gasperi e a Scelba una responsabilità nell’attentato a Togliatti. Era semplicemente una forzatura, una invenzione pericolosa. Molto più cauto fu l’atteggiamento di Di Vittorio, Ruggero Grieco e di altri dirigenti di limitarsi allo sciopero generale e porre un argine alla linea di radicalizzazione dello scontro in atto.

Che cosa leggere per capire i termini del dibattito interno al Pci?
Secondo me risultano puntuali le analisi che vengono fatte dagli alti comandi della polizia, dei carabinieri e dell’esercito come del controspionaggio. Da Mitifrisco a funzionari come Vincenzo Ciotola, Giuseppe Massaioli, Arnaldo Valentini, Luigi Efisio Marras ecc. La ricostruzione che si può leggere nel saggio Prove tecniche di rivoluzione è da questo punto di vista minuziosa e fondata su fonti diverse, cioè è un lavoro storiograficamente incontrovertibile.

L’apparato militare sceso in capo nei giorni del 14-16 luglio puntò solo a difendersi da un eventuale “colpo di stato della borghesia”?
Questo fu il pretesto inscenato. In realtà si volle costruire un’alternativa ad essa, cioè dare vita allo schema di un vero e proprio potere operaio. Furono prove di una rivoluzione possibile. Ci fu l’occupazione delle fabbriche. Clamorosa quella della Fiat a Torino dove Vittorio Valletta fu tenuto per diversi giorni ristretto nel suo ufficio. Fu trattato con ogni possibile riguardo anche per il contributo che durante la guerra di liberazione e successivamente aveva dato ai dirigenti comunisti. Ma comunque fu fatto prigioniero dai suoi operai. La testimonianza migliore è quella fornita al Dipartimento di Stato dal console degli Stati Uniti a Torino.

Rispetto alla sconfitta elettorale del 18 aprile che cosa rappresentò l’attentato a Togliatti?
La classe operaia più avanzata, ma anche le masse popolari, fecero valere alcuni principi che elenco. In primo luogo che per sconfiggere il fascismo andavano recise le basi economiche dello sfruttamento e del lavoro salariato. In secondo luogo che i voti si contano, ma anche si pesano. In terzo luogo che l’odio e gli strumenti della violenza non sono rubricabili come nel vecchio Stato di diritto prefascista, cioè come una prerogativa dello Stato. L’esistenza dell'”esercito rosso” poneva, dunque, un’ipoteca sul monopolio statale della violenza legittima.

Come fece il Pci a superare queste ambasce e contraddizioni?
Nei decenni successivi, si lasciò trascinare in una politica di parlamentarizzazione infinita. Sia del partito, sia della lotta di classe sia dei conflitti sociali. Di comunista non sarebbe sopravvissuto molto, se non una retorica e una leggenda che stendeva elegia e poesia su una prosa che incorporava una vera e propria débacle.

Ma la Dc e i partiti suoi alleati disponevano anch’essi di strutture para-militari?
In una certa misura. Lo ha documentato il giudice di Venezia Carlo Mastelloni. Ma di fronte alle manifestazioni violente inscenate dai comunisti, i corpi militari dei partiti di governo finirono per rivolgersi alla polizia e all’esercito. Di qui la valutazione negativa che essi trassero di questi organi. Capirono che non potevano fare alcun affidamento. D’Altro canto non si poteva cavalcare l’alternativa di mettere fuori legge il Pci. In un regime di democrazia liberale l’opposizione è un valore, non si può farne strame con misure legislative di contenimento forzoso.

sechiSi può dire che il Pci sia stato l’iniziatore della spartizione delle risorse pubbliche?Sì. Basta pensare al grande affaire dell’Ingic (l’Istituto nazionale per la gestione delle imposte comunali) nel 1954. Fu un grande scandalo di peculato e corruzione che coinvolse amministratori di tutti partiti, parlamentari, funzionari ecc. per un reato che anticipava quello del finanziamento pubblico ai partiti. Un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio approfitta della propria posizione per un fine o una utilità propria (come la “sovvenzione” ai partiti che, mettendosi preventivamente d’accordo, dovevano decidere a quale società affidare la riscossione delle imposte locali). Ebbe 1183 imputati, ma alla fine si risolse in un nulla di fatto, una sorta di amnistia generalizzata. Il Pci fu in prima linea nel difendere l’amnistia e la non colpevolezza di chi attraverso pressioni e scambi aveva introdotto la corruzione nella scelta delle imprese abilitate alla riscossione dei proventi fiscali nelle amministrazioni comunali. La partitocrazia è nata con la guerra di liberazione, quando Pci, Dc, Psi ecc. si assegnavano, in base a calcoli di proporzionalità politiche e successivamente elettorali, le presidenze degli enti comunali (per l’energia elettrica, per l’acqua, le centrali del latte, i mattatoi, le fiere, il controllo dei consumi). Dall’emergenza si è passati a farne una regola, un principio politico. Tutto questo in nome della retorica dell’antifascismo non lo si dice. Sull’Ingic ad alzare la voce fu l’ex comandante delle prime formazioni partigiane in Piemonte e inviato speciale de l’Unità, Luigi Cavallo, un diventato un irriducibile anti-comunista.

Sono valutazioni le sue, professore, alle quali la storiografia comunista e in generale di sinistra non mi pare si sia spinta.
Guardi, non creda a chi dice che nel paese esistono zone non infettate. Anche nell’università, nella nomina dei docenti, ha prevalso un dovere di solidarietà politica, e non di ricerca della competenza, del merito o verità storica.

Leonardo Raito

Giuseppe Saragat, il vincitore del XX secolo

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L’11 giugno di trent’anni fa moriva a Roma Giuseppe Saragat. Il leader che aveva visto giusto condannando per primo i misfatti di Stalin rivelati da Kruscev e opponendosi apertamente all’invasione dell’Armata Rossa sovietica per schiacciare il dissenso di Ungheria e Cecoslovacchia.

Un anticipatore, il quinto presidente della Repubblica, un politico lungimirante dalle intuizioni al limite della profezia. Che dieci anni prima di Pietro Nenni e quarant’anni prima di Bettino Craxi preferì il riformismo socialdemocratico al massimalismo marxista con gesti talvolta impopolari. Dimostrando grande coraggio. La storia gli ha dato ragione, nonostante in quel periodo le sue idee innovative provocarono spesso giudizi affrettati e contrastanti, e oggi il suo nome è iscritto fra quelli dei “padri fondatori” della moderna socialdemocrazia europea. Certo, all’epoca non c’era la forza mediatica dei talk show televisivi o dei social network e la concretezza aveva maggiore spessore delle semplici parole e Saragat combatté una battaglia di minoranza per affermare quel socialismo democratico che tanti anni dopo sarebbe diventato patrimonio di molta parte della sinistra.

Formatosi anche nella lettura di Marx, il suo stile di vita rappresentò un modello di socialdemocrazia proteso verso la ricerca dell’affermazione della libertà e della giustizia sociale a cui miravano diversi ambienti della sinistra nel dopoguerra. La sua opera non è solo una pagina indelebile di storia ma è, piuttosto, la coscienza dei socialisti. Il caso Saragat, dunque, ha suscitato nel tempo, soprattutto a sinistra dello scacchiere politico, tanti ripensamenti, alimentando in particolare la polemica dei riformisti verso le responsabilità della diaspora e spingendo a riaprire un capitolo carico di contraddizioni per essere considerato chiuso per sempre.

“La democrazia italiana deve moltissimo a Giuseppe Saragat – ha scritto Leo Valiani nella prefazione del libro ‘Saragat. Il coraggio delle idee’ di Vittorio Statera –. Nel mentre, dappertutto, anche in Occidente, si plaudiva ancora a Stalin, glorificato – non senza fondamento – come uno dei massimi artefici della vittoria su Hitler, Saragat vide lucidamente il pericolo che il totalitarismo staliniano, fatto proprio, con fanatismo acritico, dai partiti comunisti del mondo intero, e in Italia anche dalla maggioranza del Partito socialista, costituiva per le libertà democratiche appena conquistate”.

La sua è stata una figura che ha caratterizzato la vita politica di buona parte del Novecento. Da riscoprire per esaminare una questione anzitutto storica con protagonista un uomo che, nella patria dei voltagabbana, scelse coerentemente una sola strada percorrendola senza esitazioni, battendosi fino alla fine per le idee nelle quali credeva. E per rimettere in prospettiva una icona minacciata dalla fugacità del presente.

Fabio Ranucci

Scontro nella Lega. Maroni a Salvini: io Lenin tu Stalin

Salvini-Maroni-675È scontro tra Matteo Salvini e Roberto Maroni. A tre giorni dalla rinuncia a correre per un secondo mandato per Palazzo Lombardia, il governatore sembra non aver affatto gradito la reazione pubblica del segretario leghista che, all’indomani del suo passo indietro, aveva chiarito che se “uno rinuncia alla Regione non potrà fare altro”. In una lunga intervista al ‘Foglio’, Maroni si toglie qualche sassolino dalla scarpa e attacca il ‘capitano’ leghista accusandolo di “metodi stalinisti”. “Non rispondo a insulti – replica Salvini su Facebook -: le polemiche le lascio ad altri”. “Io sono una persona leale. Sosterrò il segretario del mio partito. Lo sosterrò come candidato premier. Ma, da leninista, non posso sopportare di essere trattato con metodi stalinisti e di diventare un bersaglio mediatico solo perché a detta di qualcuno potrei essere un rischio”, si sfoga Maroni.

“Consiglierei al mio segretario non solo di ricordare che fine ha fatto Stalin e che fine ha fatto Lenin ma anche di rileggersi un vecchio testo di Lenin. Ricordate? L’estremismo è la malattia infantile del comunismo. Se solo volessimo aggiornarlo ai nostri giorni dovremmo dire che l’estremismo è la malattia infantile della politica”, attacca. Nella lunga intervista, Maroni non manca di sottolineare le differenze di orientamento politico che lo separano dal suo ex delfino. Le distanze politiche da Salvini sono “uno dei tanti motivi che mi hanno spinto a ragionare su un futuro diverso, lontano da un modo di fare politica, che capisco ma che, le dico la verità, proprio non mi appartiene”.

Per esempio, l’ex ministro del Welfare – promotore ai tempi del libro bianco di Marco Biagi – ‘salva’ il Jobs act renziano. “Io penso che la riforma del lavoro migliore che la politica dovrebbe portare avanti è quella di migliorare la flessibilità prevista dal Jobs Act con alcuni correttivi che erano già contenuti nella legge Biagi, che conteneva un giusto equilibrio tra apertura del mercato e protezione del lavoro”, afferma. “Purtroppo – aggiunge – tutto questo non si può dire perché in campagna elettorale, e vale anche per questa campagna elettorale, da una parte e dall’altra ci sono spesso valutazioni su questi temi che prescindono dal merito, frutto di perversi atteggiamenti ideologici in base ai quali tutto quello che è stato fatto prima di noi deve essere cancellato. Questa non è politica, è propaganda”. “Purtroppo bisogna essere sinceri e dire che la campagna ricca di propaganda è causata anche da una legge elettorale che costringe in un modo o in un altro a essere tutti gli uni contro gli altri: per ottenere un voto in più di un altro partito viene quasi naturale parlare più alla pancia che alla testa. E proprio per questo, ma spero di sbagliarmi, mi sembra di essere tornati al 1994”, conclude Maroni. Malgrado vi fossero voci da mesi, nel partito, la decisione di Maroni ha spiazzato un po’ tutti. E sono insistenti – alimentate anche dalle ricostruzioni di stampa – le letture ‘maliziose’ sul suo gesto: ovvero che sarebbe una mossa anti-Salvini, in accordo con Silvio Berlusconi, per prenotare un’eventuale posto a Palazzo Chigi, anche nell’ipotesi di un governo di larghe intese, nel caso il centrodestra non ottenesse la maggioranza alle politiche.

“La Lega di Salvini è questa. Prendere o lasciare. Come era la Lega di Bossi. C’è spazio per Maroni

così come per tutti. L’importante è rispettare le regole”, è l’avvertimento del capogruppo al Senato, Gian Marco Centinaio. Mentre Salvini non perde occasione pubblica per ribadire che il centrodestra sarà vincente, la Lega si affermerà come primo partito della coalizione e lui si sente “pronto” per governare.

Redazione Avanti!

Rivoluzione permanente e l’involuzione della Rivoluzione d’Ottobre

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MicroMega (7/2017) ha celebrato l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre ricordando, come afferma Paolo Flores D’Arcais in “Rivoluzione contro Rivoluzione”, che occorre ricordare “le correnti rivoluzionarie eretiche, gli sconfitti anziché i vincitori”; ciò perché, a parere del direttore del periodico, “le tradizioni rivoluzionarie, neglette e spesso dimenticate […], vanno ri-costruite e ri-pensate, perché portano con sé alcuni elementi potenziali ancora fecondi, mentre le vicende del potere bolscevico, almeno da Kronštad in poi, insegna solo cosa una rivoluzione non può e non deve essere”.

Le parole di D’Arcais, “come linea generale” da seguirsi nello svolgimento di qualsiasi discorso possa essere fatto intorno ad un evento “rivoluzionario” (non soltanto in senso politico), quale è stato la Rivoluzione russa del 1917, costituiscono un vincolo ineludibile, soprattutto se quell’evento è stato il “crogiuolo” di fermenti politici e culturali il cui sviluppo avrebbe consentito il disvelamento di “verità” che la sua involuzione in senso “controrivoluzionario” ha impedito fossero colte.

Uno dei fermenti, nati durante la fase organizzativa della società sovietica, dopo l’abbattimento dello Stato monarchico ed autocratico zarista, è insorto, a partire dagli anni Venti, con la fine del “comunismo di guerra” e l’inaugurazione della cosiddetta “Nuova Politica Economica” (NEP), che ha segnato l’inizio del dibattito tra i principali protagonisti della Rivoluzione e tra i membri dei suoi più importanti organi direttivi. Il dibattito ha riguardato il modo in cui poteva essere organizzato e gestito, in presenza delle particolari condizioni economiche di arretratezza della Russia del tempo, il sistema produttivo, finalizzato all’edificazione della società socialista: fatto, questo, di solito oscurato dalla prevalente considerazione degli aspetti ideologici che hanno accompagnato i fatti che si sono succeduti in Russia dopo il 1917.

Il problema che ha dato luogo al dibattito ha riguardato il modo in cui doveva essere regolato il rapporto tra il principale settore produttivo russo, quello agricolo, e quello che, nella strategia rivoluzionaria, doveva essere privilegiato, il settore industriale, largamente arretrato. Il dibattito, che nella letteratura economica ha preso il nome di “problema del calcolo economico in una società socialista”, ha avuto ad oggetto la determinazione, all’interno del nuovo contesto sociale nel quale era stato abolito il mercato, degli opportuni “indici” (prezzi), in base ai quali regolare in modo automatico (quindi senza implicazioni prescrittive) gli scambi tra il settore agricolo e quello industriale, rispettando le “necessarie convenienze economiche” da parte delle unità di produzione presenti in entrambi i settori.

La discussione in seno al Partito comunista si è presto radicalizzata, determinando una “spaccatura” tra chi lamentava, in assenza di un meccanismo automatico di regolazione degli scambi, che al settore industriale fosse consentito arbitrariamente di imporre prezzi eccessivamente alti, a danno del settore agricolo, e chi, invece, criticava la maggioranza, riunita in seno al partito intorno al “triunvirato” formato da Stalin, Zinov’ev e Kamenev, imputando ad essa, con l’inaugurazione della NEP, un parziale ritorno al capitalismo.

Nel 1923, alla vigilia della celebrazione del XII Congresso del partito, all’interno dei suoi organi direttivi si è polarizzato un conflitto, destinato a protrarsi per tutti gli anni Venti e a concludersi tragicamente per molti suoi protagonisti, tra il “triunvirato” e coloro che si identificavano nella cosiddetta “Opposizione di sinistra”. Non è semplice definire cosa sia stata realmente questa opposizione; essa – secondo Virginia Pili (“Lev Trockij e l’opposizione di sinistra: 1920-1940”, in MicroMega 7/2017) era espressa da un gruppo eterogeneo di rivoluzionari, composto da figure diversissime tra loro, come, per citare i nomi più famosi, Eugenij Preobrazhenski, Nikolaj Bucharin, Karl Radek; costoro si raccoglievano “attorno a Lev Trockij, leggendario commissario del popolo alla guerra, artefice della vittoria sulle armate bianche”, perché in lui vedevano l’unica figura capace di opporsi alla “deriva neocapitalista (nella società) e burocratico-autoritaria (nel Partito)”.

Sempre nel 1923, dopo che il Plenum del Comitato Centrale del partito aveva approvato l’abbassamento dei prezzi industriali, mostrando con l’inaugurazione della NEP di voler avvalersi di un parziale ritorno a rapporti di produzione propri di un’economia capitalistica, l’opposizione di sinistra ha denunciato apertamente (con la “Dichiarazione dei 46”) la politica perseguita dal “triunvirato”.

La situazione interna al partito è improvvisamente precipitata nel 1924, con la morte di Lenin; egli lasciava un “testamento” che la tradizione vuole che non sia stato reso subito di pubblico pubblico; in esso Lenin formulava delle valutazioni sul alcuni rivoluzionari, in quanto possibili futuri segretari del partito. Nel “testamento”, Bucharin veniva considerato il maggior teorico bolscevico e il più amato dall’intero partito, con riserve sulla sua capacità di svolgere un’azione pratica adeguata, mentre Trockij era considerato “personalmente il più capace”, ma criticato per l’eccessiva fiducia che riponeva nelle proprie capacità. Il giudizio di Lenin su Stalin era negativo: “Il compagno Stalin – affermava Lenin -, essendo diventato segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un illimitato potere, e non sono sicuro che saprà sempre usarlo con sufficiente prudenza”.

Il potere che Stalin aveva nelle sue mani ha avuto un peso decisivo nella lotta per la successione; solo Trockij ha cercato di contrastarlo, non solo sul piano della direzione del Partito, ma anche sul piano della politica economica, sostenendo una tesi che negli anni precedenti era stata condivisa da Lenin; ovvero, che un Paese arretrato come la Russia poteva realizzare la società socialista, a condizione che la Rivoluzione fosse stata esportata anche in altri Paesi; pena, se ciò non fosse accaduto, la possibilità che la società dei soviet andasse incontro a processi degenerativi.

Nella lotta per la successione nella segreteria del partito è risultata decisiva la discussione sul rapporto tra rivoluzione mondiale e rivoluzione russa; si contrapponevano due concezioni: quella della “Rivoluzione Permanente”, sostenuta da Trockij e quella della possibilità di costruire il socialismo in un solo Paese, l’Unione Sovietica, in condizioni di accerchiamento capitalista, sostenuta da Stalin. Nei confronti di Stalin, Trockij partiva da una posizione di svantaggio: per quanto egli godesse di un grande prestigio all’interno dell’URSS, Stalin poteva fare leva sul fatto che i tentativi rivoluzionari esperiti in altri Paesi erano falliti. In tal modo, non è stato difficile per Stalin fare prevalere la sua posizione, oltre che all’interno del Partito comunista russo, anche all’interno della Terza Internazionale, divenuta un organismo a sostegno della politica interna e internazionale dello Stato sovietico. Lo scontro tra Stalin e Trockij è proseguito allargandosi successivamente dalla politica estera agli aspetti della politica interna, il più importante dei quali era rappresentato dalla determinazione del ritmo che si intendeva imprimere al processo d’industrializzazione.

Durante la NEP, una parte degli agricoltori si era arricchita, ed era nata una classe di kulaki (contadini ricchi); Trockij, appoggiato da Zinov’ev e da Kamenev, che nel frattempo avevano abbandonato l’alleanza con Stalin, sosteneva che occorresse lottare subito a fondo contro di loro, mentre Stalin, col quale si era schierato (dopo avere abbandonato l’opposizione di sinistra) Nicolaij Bucharin, era del parere che ancora non fossero maturate le condizioni necessarie. Nel 1927, la sinistra è stata messa in minoranza, con Trockij espulso dal partito, mentre Zinov’ev e Kamenev, accettavano le tesi di Stalin. La nuova maggioranza ha potuto così imputare all’ideologia trockijsta la responsabilità delle difficoltà che l’URSS doveva affrontare nell’organizzazione della propria industrializzazione, provvedendo ad eliminare tutti coloro che in tale ideologia si identificavano.

Nel 1928, la nuova maggioranza, liberatasi del trockijsmo, ha inaugurato la politica di industrializzane accelerata dell’URSS, fondata principalmente sulla collettivizzazione del settore agricolo, a spese, oltre che degli operatori agricoli, anche dell’intera popolazione e, in generale, di tutta la forza lavoro, parte della quale costretta al lavoro forzato. Alla fortissima accelerazione che Stalin ha impresso al processo di industrializzazione si è opposto Bucharin (supportato da Aleksey Rykov e Mikhail Tomsky), perché convinto che fosse più conveniente dal punto di vista economico e da quello sociale conservare la presenza all’interno del sistema economico sovietico di ciò che ancora residuava delle attività agricole orientate al mercato.

Gli esiti negativi della collettivizzazione hanno spinto successivamente Bucharin a rimproverare a Stalin una politica improvvisata e troppo empirica; secondo Bucharin, la questione si poneva in termini molto diversi; in sostanza, egli affermava che, perché il settore agricolo collettivizzato non era ancora in grado di fornire sufficienti surplus, era necessario normalizzare i rapporti con i ceti contadini. Stalin era invece di tutt’altro avviso: a sua parere, fino a quando il settore agricolo non fosse stato in grado di risolvere il problema della fornitura delle risorse agricole necessarie per sostenere il processo di industrializzazione, era indispensabile ricorrere alle misure straordinarie della sua collettivizzazione.

In altre parole, mentre Stalin riteneva che lo scambio non equivalente (tra industria e agricoltura) e la presenza del mercato fossero due cose incompatibili, in quanto la seconda ostacolava la prima. Bucharin, invece, sosteneva che il drenaggio delle risorse agricole dovesse effettuarsi in termini meno drastici, attraverso una parziale conservazione dei meccanismi di mercato. Nessuno dei due aveva ragione: da un lato, infatti, era assurdo pensare che attraverso la conservazione di un certo numero di unità di produzione agricole orientate al mercato fosse possibile drenare coercitivamente le risorse agricole, per supportare lo sviluppo accelerato dell’industria pesante; dall’altro lato, era altrettanto assurdo non pensare che il ricorso a misure eccezionali avrebbe compromesso, non solo l’equilibrato rapporto tra settore agricolo e settore industriale, ma avrebbe, anche e soprattutto, comportato il “tradimento” delle finalità democratiche ed equitative sul piano distributivo della Rivoluzione d’Ottobre.

Il realismo di Stalin è riuscito tuttavia ad imporsi, respingendo l’appello alla prudenza lanciato dalla destra del partito espressa principalmente da Bucharin, Rykov e Tomski. Contro di essa non ha tardato ad abbattersi l’”ira” di Stalin con il processo del 1938, intentato contro il cosiddetto “blocco trotskista di destra”, che ha coinvolto 21 imputati, accusati dal procuratore Andrej Vyšinskij dei crimini più assurdi e più gravi. Con la morte di gran parte degli imputati e con l’impiego del terrore, Stalin è riuscito così a liberarsi dell’ultimo grande ostacolo che si opponeva alla realizzazione della società socialista attraverso il culto della sua personalità.

Poteva essere evitato il dramma che ha portato alla soppressione fisica di molti di coloro che avevano animato il dibattito sulle modalità di realizzazione di un processo di accumulazione sufficiente a sostenere l’industrializzazione all’interno di un sistema sociale arretrato in condizioni di libertà di opinione e di equità distributiva? Forse si, se i partiti comunisti occidentali, nati dalla scissione dei vecchi partiti socialdemocratici per volontà della dirigenza rivoluzionaria russa, anziché “infangare” – come afferma D’Arcais – in modo vergognoso molte personalità rivoluzionarie e appoggiare il satrapo georgiano nei processi-farsa (coi quali ha mandato quelle personalità “sotto terra”, perché a lui contrarie), avessero concorso ad arricchire il dibattito, sostenendo che l’equilibrato rapporto tra i due settori portanti del processo di accumulazione (quello agricolo e quello industriale) non poteva essere garantito, in mancanza della possibilità di effettuare il “calcolo economico” senza la presenza di un mercato generale, attraverso l’impiego di prezzi determinati su basi amministrative.

I partiti comunisti dell’Occidente si trovavano nelle condizioni migliori per “ammansire” la politica terroristica di Stalin, portando, ad esempio, a sostegno delle posizioni di Bucharin e compagni, i termini del dibattito in corso in Occidente all’interno dell’analisi economica, riguardante l’impossibilità del razionale calcolo economico in un sistema sociale, privo, sia del mercato, che della libertà di scelta dei gestori delle attività economiche collettivizzate.

Responsabile di questo atteggiamento dei partiti comunisti occidentali è stata anche una parte della corporazione tradizionale degli economisti, studiosi delle condizioni di funzionamento delle economie di mercato; questi, convertiti sulla “Via di Damasco” dalla Rivoluzione d’Ottobre, hanno elaborato una teoria della pianificazione, che ha spinto i partiti comunisti occidentali a schierarsi a sostegno delle tesi staliniste, ignorando le critiche che venivano rivolte a tale teoria e sostenendo la “superiorità” dell’impiego del piano in luogo del mercato regolato.

I partiti comunisti occidentali hanno continuato per decenni a tacciare di trockijsmo tutti coloro che mettevano in evidenza i guasti sociali ed economici dell’impiego discrezionale della pianificazione in luogo del mercato, come strumento di governo del funzionamento del sistema economico; in tal modo, essi, hanno continuato ad “infangare”, per anni chi (come Bucharin) tentava, pur da posizioni parzialmente vere, di salvare il senso e il fine che avevano ispirato la Rivoluzione d’Ottobre: l’abbattimento di ogni forma di potere autocratico e la realizzazione di una società equa sul piano della distribuzione del prodotto sociale.

È stata necessaria la crisi del sistema del socialismo reale, perché i comunisti occidentali riconoscessero il fallimento delle economie pianificate di stampo totalitario in Russia e nell’Europa dell’Est, e riconoscessero anche che, mentre la costruzione della società socialista attraverso l’impiego della pianificazione e del terrore falliva in URSS, la realizzazione di una società conforme, sebbene ancora parzialmente, alla soddisfazione dei principi della Rivoluzione del 1789 aveva successo in Occidente, con il contributo di quei partiti socialdemocratici, tanto “infangati” da quelli comunisti.

I partiti socialdemocratici, infatti, dopo aver subito gli attacchi disgreganti dell’ortodossia leninista, con le loro idee e la loro forza, hanno concorso a realizzare un’organizzazione sociale fondata sull’equilibrio tra “libertà di scelta, efficienza nell’uso delle risorse e giustizia sociale”; ciò che avrebbe dovuto costituire l’obiettivo irrinunciabile di quanti hanno operato in Russia dopo l’evento rivoluzionario.

Gianfranco Sabattini

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo

Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.

La rivoluzione Ungherese e l’illuminazione socialista

rivoluzione-unghereseIl 23 ottobre cade l’anniversario della Rivoluzione ungherese del 1956, nota anche come insurrezione ungherese o semplicemente rivolta ungherese, una sollevazione armata di spirito anti sovietico scaturita nell’allora Ungheria socialista che durò dal 23 ottobre al 10 – 11 novembre 1956. Quell’anno in tutta l’Europa democratica – dove già c’erano state reazioni alle novità del ‘rapporto Kruscev’ e alla rivolta polacca – le ripercussioni della rivoluzione ungherese furono rilevanti, in particolare per il Partito Socialista Italiano, alleato del PCI dopo il 1934, quando Stalin autorizzò i ‘fronti popolari’, che prese subito le distanze dai sovietici e dai comunisti italiani. Fu il sangue dei lavoratori ungheresi ad aprire gli occhi a una buona parte dei socialisti.
Il merito di Nenni fu quello di imboccare senza esitazioni una strada di separazione dal PCI e dall’URSS, compito difficile per lui che era stato l’uomo dell’unità a sinistra in nome della classe operaia. Nenni fu il mentore di quella svolta, la politica ‘autonomista’: nessuna subordinazione e ‘socialismo nella democrazia’. Smitizzazione dell’Unione Sovietica e delle ‘democrazie popolari’ dell’Est europeo come ‘paradisi’ della classe lavoratrice, legittimazione dei socialisti italiani come interlocutori nella politica nazionale.


Storia contro ricordo

di Raffaele Tedesco

Il 23 di ottobre, cade l’anniversario della Rivoluzione Ungherese del 1956, in cui il popolo magiaro si sollevò contro l’oppressione dell’URSS comunista e dittatoriale. Molti giornali, come giusto che sia, ne danno menzione, raccontando ognuno quei momenti tragici. Sul Manifesto compare un articolo di Luciana Castellina, con il quale, la storica militante comunista, racconta come ha vissuto quei giorni convulsi. Era piuttosto giovane, allora, ed in quel giorno racconta che si trova in Belgio, per questioni politiche, in un contesto in cui imperava la Guerra Fredda, e si viveva su fragili equilibri contrapposti. E’ un racconto personale, il quale, come tutte le storie volte al passato, risentono della dimensione sfumata e nostalgica del tempo trascorso, quanto delle passioni vissute.

Ma la storia, come emette i suoi verdetti postumi, su cui riflettere, un tempo è stata presente; ed in quel presente c’era già chi aveva ragione, ed era dalla parte giusta, rispetto agli avvenimenti ungheresi e al comunismo. Delle ragioni, e di quella “parte giusta”, nel racconto della Castellina non c’è nulla. La tensione emotiva che traspare nell’articolo non porta a nessuna considerazione di tal fatta. Ella, alla fine, afferma:”….io non partecipai alla protesta (contro i carri armati ndr), pur con tutte le riserve sui regimi dell’est e sui giudizi minimizzanti che pur senza censurare le informazioni, furono emessi dal PCI. Non lo feci non per non rompere la disciplina, ma perché c’era appena stato il XX congresso e l’URSS con Kruscev sembrava stesse cambiando; quello che stava succedendo a Budapest si presentava come un colpo di coda della vecchia guardia stalinista….(per noi) la minaccia principale restava l’imperialismo occidentale”.Ma la sinistra non si comportò tutta allo stesso modo. Strappi importanti (soprattutto di intellettuali) ci furono anche nel PCI.

Di quel che succedeva realmente, e delle sue motivazioni, se ne discuteva in quei giorni tragici su tutti i giornali. Di cui, per sua ammissione, la Castellina non si fidava, perché borghesi. Il racconto è rinchiuso tutto all’interno della storia comunista e del suo pensiero dell’epoca. È una storia ferma, solo evocativa, e senza nessuna presa di coscienza. Di quelle scelte non pagarono solo innocenti, ma anche la sinistra italiana, la quale non poté mai assurgere a diventare maggioritaria come in tutte le democrazie occidentali.

E manca, ma c’è poco da meravigliarsi, la presa di coscienza di un inequivocabile dato storico: l’indubbia superiorità del socialismo su ogni tipo di comunismo. Compreso quello di stampo togliattiano che parlava di un “partito nuovo”. Eppure, è da sempre che nel socialismo si dibatteva su riformismo e rivoluzione. Su violenza e gradualità. E sul valore imprescindibile della libertà.Esperienze concrete ce n’erano. Come in Italia, ma non solo, il dibattito e lo scontro erano stati sempre forti.Il riformismo turatiano, quanto quello di Bernstein, lo sforzo di conciliare giustizia e libertà fatto dai fratelli Rosselli. L’austromarxismo, il quale ha tentato, con risultati importanti, di dare una nuova prospettiva al marxismo.

E poi, Treves, Calogero, Capitini, Spinelli, col suo progetto di federazione europea, Valiani, Pannunzio e tanti altri ancora. Nenni, in fondo l’unico rivoluzionario rimasto all’epoca in Italia (non dimentichiamo che partecipò alla Settimana Rossa del 1914), non ebbe esitazioni rispetto alla condanna dell’invasione sovietica. Rompendo, di conseguenza, l’unità d’azione con i comunisti. Senza dimenticare, in tutto ciò, la tragedia degli anarchici e dai militanti del POUM in Spagna, trucidati dai comunisti.La lotta dei socialisti, non certo scevra di limiti e contraddizioni, è stata la lotta contro il dogmatismo.

Di tutto ciò, oggi, nel 2016, non c’è alcuna traccia nei ricordi della Castellina. Eppure, anche lei, in ritardo, fu una dissidente del PCI; radiata, con i suoi compagni del Manifesto, da un partito che, ancora nel 1968, non scelse la libertà, ma la tirannide comunista. Bobbio, nel suo “Quale socialismo?”, affermava che “Una prima conseguenza dell’abuso del principio di autorità è sempre l’ottundimento dello spirito critico. Se una cosa l’ha detta Marx o è ricavabile da quel che ha detto Marx o un interprete autorizzato, la si prende per buona e non si va tanto per il sottile nel giudicarla e nel metterla al vaglio delle cose che succedono realmente”.

Mi si potrebbe obbiettare di scrivere critiche così severe su un articolo evocativo della comunista Castellina e, per giunta, pubblicato sul Manifesto. Ma se in Italia non si è mai arrivati, se non in maniera tardiva, incompleta e parziale, ad un riconoscimento del socialismo riformista e liberale come architrave della sinistra tutta, lo si deve anche a questi atteggiamenti; in cui il ricordo del passato appare puramente autocentrato quanto acritico. E se oggi, la stessa parola riformismo viene usata disinvoltamente dai politici dei più disparati colori, è probabile che il suo significato, e la sua valenza storica nel nostro paese, non sono stati debitamente puntellati e riconosciuti attraverso un’analisi critica e autocritica.

Politicamente, le conseguenze si vedono ancora oggi.

Raffaele Tedesco

Blog Fondazione Nenni

Francesco Ghezzi,
vittima dello stalinismo

Lager1La rivoluzione russa del 1917 e la costituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (1922) suscitano ampi consensi e diffuse speranze nella Sinistra italiana. Comunisti, socialisti e anarchici collegano quell’evento rivoluzionario a un processo di mutamento sociale e di pace. La popolarità di Lenin come personificazione dell’ideale socialista comincia con gli articoli pubblicati sull’«Avanti!» – famoso è quello di Giacinto Menotti Serrati pubblicato il 20 agosto 1917 con il titolo «viva Lenin!» – e prosegue negli anni successivi fino alla morte avventuta il 21 gennaio 1924. L’evento-rivoluzione e la personalità del suo leader suscitano un grande fascino tra i militanti, che impongono il nome di Lenìn (con l’accento sull’ultima sillaba) a molti bambini nati in quegli anni per un tributo onorifico al capo bolscevico, che incarna ogni sorta di virtù salvifica come protagonista di una nuova società.

Le denunce di alcuni socialisti (Emilio Colombino, Ludovico D’Aragona, Vincenzo Vacirca), i primi a comprendere la natura repressiva del bolscevismo, non attenuano il fascino della rivoluzione russa sui militanti della Sinistra italiana, che per sfuggire alle angherie di Mussolini si rifugiano in Unione Sovietica: è il caso di Francesco Ghezzi (4 ottobre 1893-3 agosto 1942), che approda nel cosiddetto Paese del «socialismo realizzato» dopo varie peregrinazioni in vari paesi europei. La sua illusione di trovare una società migliore si trasforma in un’esperienza dolorosa a contatto con una realtà oppressiva, rivelatasi la più ingiusta e disumana possibile. Di questa esperienza si fa ora portavoce Carlo Ghezzi, che ripercorre la sua vicenda umana e politica in un libro intitolato Francesco Ghezzi, un anarchico nella nebbia. Dalla Milano del teatro Diana al lager in Siberia (Zero in condotta edizioni). L’autore, partecipe a questa vicenda per un vincolo di parentela (Francesco è cugino del padre), non compie un’opera agiografica nè cede nel paravento asettico della ricerca storica, che presenta però  alcuni limiti per l’assenza di indicazioni bibliografiche e alcuni giudizi impropri sul Partito socialista e sui legami tra Pcd’I e la centrale moscovita.

Figura emblematica del movimento operaio lombardo, Francesco Ghezzi manifesta fin da giovane uno spirito irrequieto, che lo porta ad abbracciare l’ideale anarchico come reazione all’educazione bigotta dei genitori. In una città come Milano, caratterizzata da un aspro conflitto sociale, egli svolge diversi lavori fino a diventare operaio qualificato come cesellatore di bronzo. Entrato in contatto con gli ambienti libertari, il giovane Ghezzi è arrestato nel 1909 durante la manifestazione di solidarietà a favore dell’anarchico spagnolo Francisco Ferrer y Guardia, condannato ingiustamente a morte. Nel 1911 partecipa alla campagna antimilitarista contro la guerra di Libia e, l’anno successivo, aderisce all’Unione Sindacale Italiana (USI), la nuova organizzazione operaia che si oppone alla Confederazione del Lavoro e che raggiunge in un anno 98 mila iscritti. Nello stesso anno partecipa alle iniziative di Luigi Molinari per costituire una Scuola Moderna sull’esempio del modello educativo di Ferrer.

La conoscenza di Ugo Fedeli e di altri anarchici come Pietro Bruzzi e Carlo Molaschi orentano Ghezzi verso l’anarchismo individualista in un’intensa attività antimilitarista, che lo vede imputato nel 1913 e nel 1915 di propaganda sovversiva. Vicino alle posizioni di Giuseppe Monanni, egli partecipa alle sue iniziative che ruotano intorno alla Libreria Editrice Sociale e all’edizione di fogli anarchici di breve durata come «Il Giornale anarchico» (27 luglio-3 agosto 1912) «La Libertà» (1° marzo 1913-7 aprile 1915). La sua attività contro la guerra lo vede protagonista in diverse manifestazioni promosse a Milano, dove il 30 aprile viene fermato in piazza del Duomo e il 16 giugno nuovamente arrestato insieme ad Ugo Fedeli.

Contrario alla guerra, Ghezzi riesce ad evitare il servizio militare per motivi di salute, ma richiamato alle armi il 28 settembre 1916 diserta e si rifugia a Zurigo, dove «trova lavoro come tornitore e pulitore d’argento nella ditta Wiskemann di Tiefenbrunner» (p. 46). Nel febbraio 1917 partecipa al corteo festante in onore di Lenin alla stazione di Zurigo, dove riesce a farsi fotografare accanto al rivoluzionario bolscevico in partenza per Mosca. Dopo aver trascorso alcuni mesi nel carcere di Zurigo, Ghezzi è espulso nel 1919 dalla Svizzera, da dove rientra a Milano e riprende l’attività sindacale nelle file dell’USI. Con Ugo Fedeli e Pietro Bruzzi svolge un’intensa attività, che sfocia nella redazione  di periodici anarchici come «Nichilismo» (5-20 aprile 1920) e «L’Individualista» (1° febbraio-16 marzo 1921). Proprio per questa sua frenetica attività è accusato di aver partecipato all’attentato al Teatro Diana (23 marzo 1921).

Quel mostruoso atto terroristico, che provoca 21 morti e 80 feriti, è compiuto per protesta all’incarcerazione di Errico Malatesta, Armando Borghi e Corrado Quaglino, ma la dinamica dell’attentato e le responsabilità sono avvolte in una zona d’ombra per il ruolo poco chiaro di Elena Melli, compagna di Malatesta. Tuttavia la confessione di Giuseppe Mariani e di Ettore Aguggini, l’uno condannato all’ergastolo e l’altro a trent’anni di prigione, non scagionano Ghezzi, accusato di complicità nell’attentato al Teatro Diana e condannato in contumacia a sedici anni di reclusione per associazione a delinquere. Scappa in Svizzera, si rifugia poi a Berlino, dove partecipa a un congresso di giovani socialisti. Con Bruzzi e Fedeli si stabilisce nel giugno 1921 a Mosca, dove rimane per poco tempo. Dal 25 dicembre al 1° gennaio 1922 partecipa al congresso anarchico internazionale di Berlino, dove mostra le riprese fotografiche del funerale di Kropotkin, pubblicate poi in un album dalle edizioni di Frit Kater. Nella capitale tedesca vive indisturbato pochi mesi, finché passa nuovi guai. I giornali italiani del 26 aprile 1922 danno l’annuncio dell’arresto di Ghezzi, mentre il suo avvocato Leonida Rèpaci (non Rapaci) chiede di interessarsi  alla sua vicenda, ma gli viene negato il passaporto.

Espulso dalla Germania, Ghezzi ritorna nei primi mesi del 1923 in Uniove Sovietica, convinto che essa sia «la grande patria socialista». Egli trascorre un soggiorno imprecisato in Crimea per motivi di salute, forse a Jalta, dove lavora fino al 1926 in una comune agricola di emigrati politici anarchici. Dal 1924 l’ascesa al potere di Stalin, segretario generale del Partito comunista, aggrava la situazione dei fuorusciti italiani, tra i quali quella di Ghezzi diventa più pesante per il suo passato di sovversivo. Egli, che lavora in una gioielleria come tornitore di metalli preziosi, mantiene i contatti con i vecchi compagni anarchici e stringe nuove amicizie con Emma Goldman, Alexander Berkmann, Vsevold M. Eichenbaum dettoVolin e Victor Serge.

Arrestato l’11 maggio 1929, Ghezzi è condannato l’11 gennaio 1930 a tre anni di campo di lavoro con l’accusa di aver compiuto propaganda antisovietica, pena che sconta nel carcere politico di Suzdal in condizioni pietose a causa della tubercolosi. Intellettuali come Luigi Fabbri, Romain Rolland, Jacques Mesnil, Autant-Lara e Victor Serge promuovono una campagna internazionale a suo favore e ne chiedono il rilascio. Le autorità sovietiche diffondono la voce che Ghezzi è un agente dell’ambasciata fascista: una tesi,  approvata da Palmiro Togliatti e respinta da Mesnil, che nella «Révolution Prolétarienne» respinge la voce delle autorità sovietiche di far passare l’operaio italiano per una spia fascista o per un sostenitore di Makhno. Nelle sue Memorie di un rivoluzionario (Firenze 1974, p. 292) Victor Serge gli dedica questo ritratto: «Magro, duro, vestito da vero proletario, […] il sindacalista italiano Francesco Ghezzi, dell’Unione sindacale, usciva dalla prigione Suzdal per parlarci con foga dell’industrializzazione», che non risolve la questione operaia e lascia insoluta la questione salariale.

Liberato nel 1931, Ghezzi ritorna a lavorare nella fabbrica Labormetiz di Mosca, dove presta servizio nel reparto riparazioni fino al nuovo arresto del 15 novembre 1937. Egli è condannato a tre anni di reclusione e rinchiuso nel carcere della Lubjanka a Mosca; ma la sentenza definitiva del 3 aprile 1939 gli infligge otto anni di lavori forzati nel lager di Vorkuta, a nord del circolo polare artico. L’accusa di trotzkismo gli è fatale per le  torture subite, che aggravano la sua salute già minata dalla tubercolosi, portandolo alla morte il 3 agosto 1942. Il 13 gennaio 1943, quando è già deceduto, è nuovamente condannato alla pena di morte per partecipazione a un’organizzazione antisovietica. Bisogna attendere il 1994 per essere riabilitato dalla Procura di Mosca, che riconosce «vittima delle repressioni politiche» la figlia, Tajana Francescovna Ghezzi Stepanova.

Nunzio Dell’Erba

Nessuna novità
nella comunicazione renziana

La comunicazione, verbale e non, di Matteo Renzi è stata soggetta ad analisi e commenti sin dalla partecipazione dell’ex sindaco di Firenze alle Primarie del 2012, in vista delle successive elezioni politiche del 2013. Questo perché Renzi, oltre a rappresentare una figura nuova – o quasi – agli occhi degli elettori, si è guadagnato ampio spazio sul proscenio politico odierno grazie ad espressioni lessicali considerate di rottura, sintetizzabili con due verbi: “rottamare” e “asfaltare”. La ghostwriter Flavia Trupia sembra aver trovato il segreto del successo di queste espressioni: “È uno straniamento, una procedura che crea una percezione inedita nel linguaggio. È quanto succede prendendo in prestito l’espressione ‘rottamare’ dal mondo delle auto usate e trasportandola nel mondo della politica” 1.

Un tipo di comunicazione che non lascia niente al caso, questo è certo; ma, andando a trattare in maniera più esauriente la narrazione renziana, siamo proprio sicuri che essa sia così innovativa e moderna?

L’aspetto più immediato della stessa è, senza dubbio, il frequente ricorso agli slogan, a partire dall’ormai famoso “cambia verso”, che vorrebbe calcare le orme del “Yes, we can” obamiano. Già questo dovrebbe farci riflettere sul fatto  che gli slogan sono sempre stati utilizzati in polica, in quanto semplici, sintetici, espressivi, facili da ricordare e da riportare sui giornali.
Lo slogan è una formula e la politica è, a suo modo, un prodotto. Binomio perfetto, dunque. Senza contare che gli slogan sono formulati ad hoc per una comunicazione immediata e non riflessiva, ad uso e costume delle “masse” e non del popolo.

Che non si pensi solamente alla politica estera quando si parla di slogan, perché anche quella italiana ne è ricchissima, da sempre. Basti pensare, per esempio, al “Libera Chiesa in Libero Stato” di Camillo Benso di Cavour, all’antiaustriaco “W V.E.R.D.I”, al “proletari di tutto il mondo, unitevi!”, inno marxista diffuso in Italia da Togliatti, o agli innumerevoli motti politici di Benito Mussolini, come “credere obbedire combattere” o “vincere e vinceremo”. Non v’è, dunque, motivo alcuno per ritenere questo approccio reclamistico da parte di Renzi come una novità.

Così come l’informalità che caratterizza ogni sua esternazione pubblica, già stata introdotta anni or sono da Silvio Berlusconi. Ma, se è vero che l’allievo supera il maestro, Renzi trascende persino B. con il suo approccio populista e poco istituzionale, fatto di discorsi a braccio, promesse, date, espressioni ottimistiche e mani in tasca.

Il linguaggio renziano è, per tale motivo, molto semplice ed espressivo, e va a coprire un profilo lessicale basso. Ciò non deve sorprendere poiché il potere forte è di norma linguisticamente più debole ed è “elaborato per far sembrare vere le menzogne, rispettabile l’omicidio e per dare sembianza di solidità al vento” 2. Il linguaggio politico è, inoltre, quello con più debiti verso altri settori, giornalismo prima di tutto. Ma, più che del giornalismo, il politichese renziano è imbevuto delle dinamiche comunicative proprie dell’universo televisivo, con tanto di pause e ripetizioni, per assicurarsi che l’ascoltatore abbia compreso e assimilato quanto detto.

All’estrema semplicità Renzi aggiunge qua e là anglicismi vari, come jobs-act o cool, dove questo imbarbarimento della narrazione politica fa parte di un più ampio paradigma di mero giovanilismo di facciata. E anche qua niente di nuovo: si pensi a termini quali spreadauthoritybipartisan, che fanno parte del linguaggio politico-economico comune, e all’ormai celebre choosy della Fornero.

In realtà, non si può certo negare che Renzi -o chi per lui- sia un abile giocoliere verbale, incredibilmente persuasivo nel modo di porsi e di affrontare eventi, manifestazioni ed interviste riuscendo, con un tocco di ironia e affabilità, a non prendersi mai completamente sul serio.

Ma se questa sua abilità mediatica si traduce in un pop-speaking troppo metodico e straordinariamente banale, c’è poco da rallegrarsi. Si pensi, ad esempio, a dichiarazioni come: “non tramo ma non tremo”, che rimanda al “marciare e non marcire” mussoliniano, e “voglio un PD pensante e non pesante”. In entrambi i casi viene utilizzata la paranomasia, figura retorica tanto cara al Premier, che consiste nell’accostare parole simili foneticamente ma non semanticamente.

Appare chiaro che al politico fiorentino piace giocare con i chiaro-scuri, facendo seguire alla negazione un ribaltamento positivo, oppure attuando contrasti tra concetti vecchi (quelli degli altri, “loro”) e concetti nuovi (i suoi, “noi”). Ma questi giochi di parola sono molto antichi e, come ci insegna la semiologa Giovanna Cosenza, “esagerare con le figure retoriche rende non solo lezioso il discorso, ma lo svuota, lo fa apparire tanto più vacuo quante più figure usi. Specie se non sei un poeta. Specie se ai giochi di suono e alle immagini non fai corrispondere contenuti concreti, dettagliati, precisi, né argomentazioni stringenti”.

In ultimo, altro aspetto fondante della comunicazione verbale renziana è l’avere, più che un avversario, un vero e proprio nemico politico. Il Premier dichiara di non avere nemici politici, ma il suo linguaggio lascia intendere tutt’altro: egli è solito, infatti, fronteggiare Beppe Grillo con frecciatine ironiche, provocazioni e un ostentato atteggiamento di superiorità. Questo perché Renzi corteggia gli elettori del Movimento Cinque Stelle ma, senza addentrarci in discorsi squisitamente politici, non vi sembra che questo atteggiamento ostile verso il leader di una forza politica pericolosa e/o scomoda, sia un qualcosa di già vissuto e ri-vissuto abbondantemente? Un eroe, per essere considerato tale, deve avere un nemico da cui guardarsi. Un anti-eroe. E questo Renzi lo sa bene.

Nihil sub sole novum, mister Renzi.

Giulia Quaranta

1 Trupia, Flavia “Zzzzz, le parole dormono. E i rottamatori di Renzi le risvegliano” in discorsipotenti.blogspot.it, novembre 2010

Orwell, George Politics and English Language, London, 1946 (trad.it. Mesina, Umberto La politica e la lingua inglese, 2009)

Padre Popiełuszko resta
il mistero dopo trent’anni

PopieluszkoIl 19 ottobre 1984 il prete polacco, uno degli esponenti più attivi dei gruppi di appartenenza a Solidarnosc, veniva massacrato da tre funzionari del Ministero dell’Interno del regime di Jaruzelski. I carnefici, condannati a 25 anni di reclusione, saranno liberati dopo pochi anni per un’amnistia. Continua a leggere