BELLA SORPRESA

svezia-politicheNessuna debacle per i socialisti svedesi, al contrario del resto d’Europa. La destra avanza, ma non sfonda. È questo il primo risultato, nonché inaspettato, delle elezioni svedesi. Nonostante gli exit poll prefigurassero ormai la vittoria del Partito dei Democratici svedesi di Jimmie Åkesson, alla fine i socialisti democratici riescono ad arrivare in testa con Stefan Löfven, in carica dal 2014 sulla coalizione di Governo formata da socialisti e verdi. I democratici svedesi puntavano agli stessi temi della destra del resto d’Europa contro l’immigrazione, in un Paese ha accolto 163mila migranti, superando il numero di richiedenti asilo presenti negli altri Stati europei in proporzione alla popolazione. Ma non solo il Governo di Löfven, ha reso più stringenti le leggi sul diritto di asilo, ma anche durante la campagna elettorale il Premier ha chiamato in causa l’Unione europea per “una politica migratoria comune”.

Il problema ora si pone per quanto riguarda il futuro Governo: nessun partito al momento si è detto disposto a collaborare con i Democratici svedesi, che si attestano al secondo posto nei sondaggi. In ogni caso, i partiti vincitori avranno bisogno del sostegno di una parte dell’opposizione per governare.
“Siamo lieti che il nostro partito svedese Socialdemokraterna abbia vinto le elezioni con un buon margine e con probabilità molto difficili. Questa vittoria è incoraggiante per tutti i socialdemocratici europei e in un contesto di forte polarizzazione e crescita dell’estrema destra ovunque in Europa. Spero che si formi un nuovo governo a guida socialdemocratica e non vedo l’ora di continuare il nostro lavoro con Stefan Löfven come primo ministro pro-europeo svedese”. ha affermato il presidente del PES Sergei Stanishev
“Gli elettori hanno ancora una volta fatto dei socialdemocratici il partito più significativo”, ha commentato durante i primi scrutini Stefan Löfven, ma per il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, i vincitori non sono loro.
“La Svezia patria del multiculturalismo e modello della sinistra, dopo anni di immigrazione selvaggia ha deciso finalmente di cambiare. Ora anche lì dicono no a questa Europa di burocrati e speculatori, no ai clandestini, no all’estremismo islamico. La forte affermazione di Jimmie Åkesson è l’ennesimo avviso di sfratto ai Socialisti: a maggio, alle elezioni Europee, completeremo l’opera del cambiamento fondato sui valori del lavoro, della sicurezza e della famiglia”, dice il leader della Lega.


La socialdemocrazia svedese ha retto l’urto della destra
di Salvatore Rondello

Le ultime elezioni in Svezia sono state molto sentite. Alla fine la socialdemocrazia svedese ha retto l’urto della destra. Dal risultato elettorale, la Svezia risulta spostata più a destra (ma non tanto quanto si temeva), con un Parlamento diviso quasi perfettamente a metà tra centrosinistra e centrodestra (sovranisti di estrema destra a parte) e una situazione politica a dir poco complicata. Questo è il risultato uscito urne elettorali. Gli svedesi sono andati a votare in massa (83%) chi per mandare al governo Svezia Democratica (il partito di estrema destra xenofoba guidato da Jmmie Akesson) chi con l’obiettivo opposto per evitare di precipitare nell’incubo neonazista o sovranista-trumpiano. L’estrema destra è stata arginata, ma è salita del 4,7% a quota 17,6% (un milione e centomila voti), ma non ha sfondato e si è femata molto più in basso di alcune previsioni che la davano oltre il 20  per cento, addirittura vicino al 25. In Parlamento (349 seggi in totale) Akesson avrà 62 deputati (13 in più della scorsa legislatura) che, dal punto di vista politico, però, non dovrebbero poter incidere sulla maggioranza di governo che dovrà formarsi.
La partita, in realtà, si gioca tra i due schieramenti tradizionali della politica svedese: il centrosinistra e il centrodestra. I socialdemocratici del premier uscente Stefan Lofven  (nella foto in alto) hanno tenuto (28,4% con un calo del 2,8%)  e portano al Riksdag (il Parlamento svedese) 101 deputati. A loro si devono sommare la Sinistra (Vansterpartiet) che ha preso il 7,9% (+2,2) e 28 seggi e gli ecologisti (Miljopartiet) con il 4,3% (-2,4%) e 15 seggi. Il totale della coalizione fa 40,6% (2 milioni e mezzo di voti, circa) e 144 seggi al Riksdag. Le femministe (0,4% crollate dal 3%) non avranno seggi.
Il  Centrodestra è formato da 4 partiti (in parte anche in competizione tra loro). I Moderati (Moderatema) di Ulf Kristensson hanno perso il 3 per cento fermandosi al 19,8% con 70 seggi, i Centristi (Centerpartiet) di Annie Loof, hanno ottenuto l’8,6% (+2,5%) e 31 seggi. Il liberali (Liberalema) di Jan Bjoerklund, hanno tenuto con il 5,5% (-0,1%) e gli stessi seggi (19) della scorsa legislatura. I Cristianodemocratici (Kristdemokratema) di Ebba Busch Thor hanno raggiunto il 6,8% (+1,8%) con 23 deputati. In totale, l’Alleanza di centrodestra ha preso il 40,3% (2 milioni e 400mila voti citrca) e 143 seggi, uno in meno del centrosinistra.
Chiaro che, a questo punto, non ci sono soluzioni di parte. La situazione ricorda quella tedesca (che è finita con la Grosse Koalition). Il leader socialdemocratico Lofven ha fatto qualche apertura al centrodestra e dichiarandosi disponibile a trattare ha detto: “Il risultato non è ancora chiaro. Sta ora ai partiti politici cooperare responsabilmente e creare un governo forte”. Sull’estrema destra ha commentato: “Un partito con radici naziste non potrà mai offrire nulla di responsabile”.
Dal centro destra è arrivata una risposta piuttosto brusca. Ma è chiaro che sono iniziati i giochi e, siccome nessuno (neanche il centrodestra) ha convenienza a fare qualcosa con l’estrema destra, si dovrà arrivare a qualche forma di coalizione che, però, potrebbe perdere dei pezzi.  Il moderato Ulf Kristersson ha chiesto pesantemente a Lofven di dimettersi chiedendo per sè un mandato a fare il governo dicendo: “L’alleanza di opposizione in parlamento è chiaramente la più ampia e il governo deve andarsene”.
Il sovranista Jimmie Akesson (ama il gioco d’azzardo e ammira Matteo Salvini) ha già tratto le sue conclusioni ed ha detto: “Le elezioni le abbiamo vinte noi”. Dal punto di vista strettamente numerico, il suo 4,7% in più lo autorizza all’ottimismo e alla soddisfazione, ma, di fatto, con 13 deputati in più, il suo peso nel Paese non è cresciuto di molto.
Adesso, in Svezia, molto probabilmente si farà un governo con il centrosinistra ed i moderati, visto che nessuno ha vinto le elezioni. Tuttavia, bisognerà stare molto attenti all’onda lunga del neonazismo che si sta diffondendo in più parti del mondo mascherato dal sovranismo e dal giustizialismo: sono ormai vicine le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

STALLO SUPERATO

Giuseppe-ConteDopo una lunghissima riunione, al summit dei ventotto Paesi Ue, si è approdati ad un accordo. L’Unione Europea è salva e potrà proseguire il suo cammino.

Il premier Giuseppe Conte, lasciando all’alba il vertice europeo, visibilmente soddisfatto, ha elencato, un articolo dopo l’altro, il testo delle conclusioni del summit per dimostrare come i partner Ue abbiano recepito e sottoscritto molte delle richieste del piano in dieci punti presentato da Roma. Conte ha detto: “E’ stato un lungo negoziato. Da questo Consiglio europeo esce un’Europa più responsabile e solidale: l’Italia da oggi non è più sola”.

Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, dopo una maratona di trattative durata tredici ore, con un laconico messaggio su Twitter poco dopo le 4,30 della notte, ha annunciato il superamento dello stallo di ieri al vertice di Bruxelles: “I leader dell’Europa a 28 hanno raggiunto un accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo, incluso il tema delle migrazioni”.

Era stata proprio l’Italia ad opporsi alle conclusioni del Consiglio. Nella giornata di ieri, proprio la posizione italiana aveva fatto saltare la prevista conferenza stampa dello stesso Tusk con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Roma infatti aveva chiesto che fosse subordinata a un’intesa su tutti i contenuti del documento, compresa la questione della gestione dei flussi migratori. Il premier italiano, scontrandosi fra gli altri con il primo ministro svedese, Stefan Lofven che gli ha rinfacciato un atteggiamento non appropriato, ha rivendicato: “Sono un giurista e questo documento ha un solo numero di protocollo, dunque va approvato in toto o l’Italia non ci sta”.

Nella prima giornata del vertice si sono inseguite le indiscrezioni, diffuse prima da parte francese e poi da parte delle fonti governative italiane, sui possibili contenuti dell’accordo cui stavano lavorando il presidente Emmanuel Macron e il leader italiano. Illustrandoli, Conte all’alba di venerdì ha spiegato: “E’ passato il principio che il tema della regolazione dell’emigrazione e della gestione dei flussi migratori deve essere affrontato secondo un approccio più integrato, come avevamo richiesto, che riguardi sia la dimensione esterna, sia quella interna, sia il controllo delle frontiere”. Inoltre, ha sottolineato, “è affermato il principio chi arriva in Italia arriva in Europa”. Testualmente, in realtà, in questo punto delle conclusioni è scritto che la sfida dell’immigrazione “non riguarda un singolo Stato membro, ma l’Europa nel suo insieme”.

Conte ha continuato: “Nel paragrafo 3 è affermato il principio che tutte le navi che solcano il Mediterraneo devono rispettare le leggi, quindi anche le Ong, e non devono interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. Questo punto nella prima bozza non c’era.

Il premier Conte ha poi citato il paragrafo 5, che afferma: “Il principio di un nuovo approccio per quanto riguarda il salvataggio in mare: d’ora in poi si prevedono azioni basate sulla condivisione e quindi coordinate tra gli Stati membri”. Conte ha continuato: “Sempre al paragrafo 5 è prevista poi la possibilità di creare, di istituire dei centri di accoglienza per consentire lo sbarco, e se del caso il transito dei migranti anche verso paesi terzi sotto il coordinamento e la cooperazione dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni”. Questo punto riguarda le “piattaforme di sbarco regionali” al di fuori dell’Europa, e in particolare in Nordafrica, di cui già si parlava nella prima bozza di conclusioni. Tra le altre rivendicazioni di palazzo Chigi, i 500 milioni di finanziamento del fondo per l’Africa e la dichiarazione di principio sulla necessità di riformare il regolamento di Dublino.

Infine, il punto della possibilità di creare centri di accoglienza negli Stati membri ma su base volontaria. Si tratta, in sostanza, della prefigurazione di quella “coalizione dei volenterosi” di cui parlava nei giorni scorsi la cancelliera Merkel: un accordo fra gli Stati membri che vorranno effettivamente condividere la gestione dello smistamento dei migranti dopo il loro salvataggio in mare e sbarco nei “centri di accoglienza” (o, come vengono chiamati nelle conclusioni, “centri controllati”) che funzioneranno “con il pieno sostegno dell’Ue”.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, all’uscita dal Consiglio, ha detto: “L’accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo sull’immigrazione, raggiunto stamattina dopo una lunga notte di negoziati, è una tappa importante perché siamo riusciti a ottenere una soluzione europea e un lavoro di cooperazione. L’Europa vivrà ancora per lungo tempo la sfida dell’immigrazione: dobbiamo farvi fronte a restando fedeli ai mostri valori. In molti avevano previsto che non ci sarebbe stato un accordo, che sarebbe stato il trionfo delle soluzioni nazionali. Stasera siamo riusciti a trovare una soluzione europea”.

Angela Merkel ha definito ‘un buon segnale’ il fatto che sia stato raggiunto un accordo a 28. La cancelliera, che rischia la tenuta del suo governo, è riuscita ad ottenere il riferimento ai movimenti secondari. Infatti, nel documento si legge: “I paesi devono prendere tutte le misure necessarie e collaborare strettamente tra di loro per contrastare i movimenti secondari”. Si tratta ora di capire se basterà a Horst Seeheofer, il ministro tedesco falco.

Secondo il premier polacco, Mateusz Morawiecki, la chiave che ha aperto la porta ad un’intesa, è stata la volontarietà di partecipare ai meccanismi che sono stati introdotti. Di sicuro i leader sono riusciti a trovare un compromesso su cui pochi avrebbero scommesso alla vigilia della riunione e l’Italia porta a casa un segnale forte dopo una trattativa a tratti anche dura, portata avanti dall’inizio con l’intenzione di chiudere a 28.

Dal vertice è anche venuto il via libera al rinnovo delle sanzioni alla Russia, che ora dovranno essere adottate formalmente. Quindi, non è stata accolta la proposta dell’Italia, fortemente voluta da Salvini, di ridurre le sanzioni alla Russia. Anzi, c’è stata un’estensione delle sanzioni.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha manifestato scetticismo sugli accordi di Bruxelles, dicendo: “Non mi fido delle parole vediamo che impegni concreti ci sono perché finora è sempre stato ‘viva l’Europa viva l’Europa, ma poi paga l’Italia. Vediamo che principi, che soldi e che uomini ci sono, fermo restando che i principi fondamentali era e continua ad essere la protezione delle frontiere esterne, non lasciare sola l’Italia, in investimento vero in Africa e non a parole”. Poi, Salvini ha annunciato: “Le navi delle Ong non vedranno più l’Italia se non in cartolina, ribadendo il no all’accesso ai porti per le navi umanitarie. Ora ci sono due navi davanti alla Libia di Proactiva Open Arms. Chiedo che oggi stesso pubblichino l’elenco dei finanziatori. Loro e le altre Ong, fanno politica, mi danno del razzista e del fascista ma, come dicono i militari italiani e libici, aiutano gli scafisti. L’unico modo per bloccare l’esodo è permettere a quelle ragazze e a quei ragazzi di avere un futuro nelle loro città”. Il vicepremier e ministro dell’ Interno, Matteo Salvini, ospite di “Circo Massimo” su Radio Capital, ha così commentato i risultati del vertice europeo.

Oggi le Borse europee si presentano toniche in mattinata, in recupero dopo le recenti perdite, spinte anche dall’accordo raggiunto nella notte a Bruxelles sui migranti.

Un accordo, tuttavia, non del tutto chiaro e lacunoso che ha lasciato aperte molte problematiche gestionali. Sicuramente positivo è stato il segnale unitario dell’Ue.

Salvatore Rondello

Terrore a Stoccolma. Camion sulla folla in centro

camion stoccolma

L’incubo si ripete a Stoccolma, come Londra, Berlino e Nizza. Un camion ha falciato un gruppo di persone che camminavano nel centro di Stoccolma, per poi schiantarsi dentro Ahlens City, il centro commerciale più grande della città. L’uomo alla guida del camion, che indossava un passamontagna, è fuggito. Subito dopo è iniziata una sparatoria vicino al commerciale Ahlens City in Fridhemsplan, una delle più grandi catene commerciali della città.
Almeno cinque morti e otto feriti, mentre è stata subito smentita dalla polizia la notizia di un arresto. Le autorità hanno invitato gli abitanti a evitare il centro della città, chiuse tutte le metropolitane, evacuata la stazione ferroviaria.

Il primo ministro svedese Stefan Lofven ha detto: «La Svezia è stata attaccata e tutto fa supporre un attentato terroristico». È stata invece smentita dalla polizia la notizia dell’arresto di una persona.
«Un attacco contro uno dei nostri stati membri è un attacco contro tutti noi» ha detto il presidente della Commissione Europa Jean-Claude Juncker. «Una delle nostre città più colorate e vibranti sembra essere stata colpita da quelli che le vogliono male» e che vogliono male «al nostro modo di vivere» si legge in una nota. «Siamo solidali, fianco a fianco, col popolo – aggiunge – e le autorità svedesi possono contare sul sostegno della Commissione europea in qualsiasi modo ci sia possibile». «Il mio cuore è a Stoccolma» ha scritto su Twitter il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il re di Svezia Carlo Gustavo ha fatto sapere che la famiglia reale è «sgomenta» davanti a quanto accaduto a Stoccolma. «Il nostro pensiero va alle vittime e alle loro famiglie» si legge nella nota. «Siamo insieme contro il terrorismo» ha twittato Steffen Seibert, portavoce della Cancelliera tedesca Angela Merkel.

I fatti alle 15.00

Torna l’incubo attentati in Europa. A Stoccolma un camion si è diretto contro la folla in una via centrale, il furgone è finito in un negozio di un centro commerciale all’incrocio con Drottninggatan, la via pedonale più frequentata della capitale svedese. La zona è la stessa del duplice attentato dell’11 dicembre 2010 con autobomba, in quello che all’epoca era il primo attentato suicida nei paesi scandinavi.
Secondo la radio svedese sono stati sparati dei colpi di arma da fuoco, nel luogo dove un camion ha colpito la folla. La radio non ha precisato se i colpi siano stati sparati dalla polizia o meno. Sempre dalla radio svedese arriva la notizia da parte di un reporter della radio pubblica Ekot che riferisce di aver visto tre vittime, non confermate però da fonti ufficiali.
La polizia parla per il momento di “possibile attacco terroristico”, mentre sono all’opera tutte le indagini sull’accaduto.
Polizia e vigili del fuoco hanno evacuato la zona e stanno compiendo una vasta operazione di ‘bonifica’ dell’area.
Secondo Aftonbladet, il camion, di proprietà della società Spendrups, è stato dirottato o rubato mentre l’autista era in procinto di effettuare una consegna a un ristorante.

Svezia. Sì alla flessibilità
nel lavoro, ma no agli abusi

Stefan Löfven

Stefan Löfven

Sì alla flessibilità, no agli abusi. Soprattutto a quelli derivanti dal ricorso spropositato ai contratti a tempo determinato. È questa la proposta dei socialisti svedesi che, tramite il ministro Ylva Johansson vanno verso una nuova riforma del mercato del lavoro.

L’intenzione principale del gabinetto rosso-verde di Stefan Löfven è quella di dare ai contratti a tempo determinato il ruolo di valvola di salvataggio per le necessità temporanee o particolari (ad esempio per i lavori stagionali), evitando che essi si impongano come regola e modello imperante. Alla base di tutto – dice il governo – sta il benessere, anche morale, dei lavoratori, spesso bloccati in una spirale ininterrotta di contratti a tempo determinato.

Il progetto di legge presentato dalla titolare del ministero del Lavoro, dunque, favorisce le trasformazioni dei contratti temporanei in rapporti a tempo indeterminato. In pratica, se un contratto a tempo determinato verrà rinnovato in determinate condizioni, esso sarà automaticamente convertito in uno a tempo indeterminato. Lo stesso intervento del governo sarà adeguabile alle necessità specifiche delle aziende tramite una negoziazione del contratto collettivo.

Non subirà alcuna modifica la tradizionale flessibilità del mercato del lavoro svedese, molto simile al modello adottato in Italia col Job’s Act e il contratto a tutele crescenti. In Svezia, infatti, le aziende possono licenziare per gravi motivi o per ristrutturazione dell’impresa ma, se in caso di licenziamento illegittimo non possono procedere al reintegro del lavoratore, debbono corrispondergli un’indennità variabile dell’ordine di un certo numero di mensilità.

Se l’iter parlamentare procederà senza intoppi, la nuova legge entrerà in vigore il 1° maggio 2016.

Giuseppe Guarino

Migranti. Germania: “Noi anche 500mila l’anno”

Juncker-immigrati-accoglienzaL’Europa continua a dividersi sulla questione immigrati e, in particolare, sul piano Juncker che riguarda le quote. Domani Jean-Claude Juncker, terrà il suo primo discorso sullo stato dell’Unione, annunciando che il 14 settembre al vertice dei ministri di Interni e Giustizia, presenterà un piano per 120mila ricollocamenti intra-Ue in aggiunta ai 40mila già pianificati per Italia e Grecia, includendo anche l’Ungheria. Ognuno dei 28 Stati potrà dichiarare a priori se è disponibile ad accogliere una parte degli arrivi, ma se non vorranno fare la loro parte dovranno versare un contribuito economico che servirà a sostenere le spese dell’accoglienza negli Stati che si sono detti disponibili a concederla (una multa dello 0,002% del Pil). Le sanzioni pagate dagli Stati membri confluiranno nel Fondo per asilo, migrazione e integrazione (Amif). Il piano Juncker potrebbe inoltre fornire strumenti per separare i rifugiati dai migranti economici, cioè i profughi che fuggono dalle guerre dai migranti economici alla ricerca di un lavoro.

La Polonia, come aveva già annunciato la settimana scorsa, non sembra disposta ad accettare le quote in maniera automatica: “In Europa si parla troppo di come combattere le conseguenze e poco di come sradicare le cause del problema. L’Europa si trova in una sorta di strada senza uscita”, ha detto il Presidente polacco Duda. La Spagna è invece pronta ad accogliere il numero di rifugiati che la Commissione europea affiderà al Paese iberico. Lo ha affermato la vicepremier Soraya de Santamaria dopo una riunione del governo. La Ue dovrebbe affidare alla Spagna 14.931 rifugiati, la terza quota più importante dopo quelle di Germania (31.443) e Francia (24.031).
Proprio il problema delle quote è stato anche al centro delle dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel. Rispetto all’obiettivo di quote vincolanti di migranti “siamo purtroppo molto lontani e pensiamo che qualcosa debba cambiare”.

“Questo sistema europeo congiunto di asilo non può esistere solo su carta ma deve anche esistere in pratica: lo dico perché esso dispone standard minimi per ospitare rifugiati e il compito di registrarli”, ha detto la Merkel durante una conferenza stampa congiunta col premier svedese Stefan Lofven a Berlino, la cancelliera ha detto che gli Stati dell’Unione Europea hanno necessità di trovare una soluzione comune alla crisi dei rifugiati, piuttosto che minacciarsi a vicenda se non collaborano. “Io personalmente, e ne abbiamo parlato, sono dell’opinione che non dovremmo fare una gara a chi minaccia di più”, ha detto la Merkel, “dovremmo parlarci in uno spirito di mutuo rispetto”. “Sono ottimista che alla fine troveremo una soluzione comune. Non accadrà domani, né la prossima settimana, ma prima o poi ci arriveremo”, ha aggiunto Merkel.

Il vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel annuncia che la Germania può accogliere 500 mila migranti all’anno per alcuni anni. “Penso che possiamo farcela certamente con mezzo milione di persone, per alcuni anni”, ha affermato. “Non ho dubbi, forse anche di più”. Intanto Angela Merkel ha ribadito la necessità di aiutare Italia e Grecia. “Da sole non ce la fanno”, ha evidenziato.

Anche l’Italia inizia ad organizzarsi: è partita la circolare del Viminale ai prefetti per la pianificazione dell’accoglienza di altri 20 mila immigrati. La distribuzione è sempre per quote regionali che dovranno essere definite entro pochi giorni. I 20 mila nuovi migranti verranno “equamente distribuiti” in base alle intese sottoscritte nel 2014 nell’ambito della conferenza unificata Stato-Regioni.

La proposta di ridistribuire 120 mila persone da Italia, Grecia e Ungheria si baserà su un meccanismo temporaneo, per quote obbligatorie e saranno 15.600 i richiedenti asilo che verranno ricollocati dall’Italia. La cifra andrà ad aggiungersi ai 24 mila già previsti dal precedente schema (quello per 40 mila che a causa di forti resistenze col consiglio dei ministri dell’Interno Ue di luglio si era fermato a 32.600), totalizzando 39.600 profughi su 160 mila. Dalla Grecia ne saranno ridistribuiti 54 mila, e 66 mila dall’Ungheria.

Ma il problema non riguarda solo gli sbarchi in Italia, sempre più immigrati arrivano in Europa attraverso “la rotta balcanica”: chi riesce a sbarcare sulla terraferma grazie ai traghetti, passa in Macedonia e prende un treno per andare in Serbia, per poi finire in Ungheria, dove a bloccarli ci pensa la polizia ungherese.

Il Presidente Orban continua a con la politica dei respingimenti verso gli immigrati: “Poi parleremo di quote, adesso pensiamo a salvare i confini”. Ieri il ministro della Difesa ungherese Csaba Hende è stato costretto alle dimissioni per non aver finito il muro anti-migranti al confine con la Serbia, sostituendolo con Istvan Simicsko, finora responsabile per lo sport.

Intanto è stata approvata una risoluzione non legislativa sui diritti fondamentali dei richiedenti asilo in Europa.

I diritti fondamentali dei richiedenti asilo potrebbero essere violati dalle condizioni dei centri di accoglienza, dalle cosiddette “procedure di espulsione a caldo” e dalle altre misure di dissuasione, affermano i deputati in una risoluzione non vincolante approvata oggi. Il testo sottolinea anche l’impatto negativo delle misure di austerità sui diritti economici, civili, sociali e culturali.

La risoluzione non legislativa, approvata da 369 voti a favore, 291 contrari e 58 astensioni, offre un quadro generale sulla situazione dei diritti fondamentali nell’Unione europea per 2013-2014. I deputati affermano che l’UE e i suoi Stati membri dovrebbero mettere la solidarietà e il rispetto dei diritti fondamentali dei migranti e dei richiedenti asilo al centro delle politiche migratorie dell’UE. Gli Stati membri dovrebbero adottare misure obbligatorie per prevenire ulteriori tragedie in mare, aggiungono. Essi chiedono inoltre l’istituzione di un sistema di asilo comune efficace e un’equa distribuzione dei richiedenti asilo tra gli Stati membri. I deputati criticano per le procedure di rimpatrio “a caldo”, per l’accoglienza offerta ai migranti nei centri di detenzione e per gli stereotipi negativi e la disinformazione sui migranti. La risoluzione condanna anche le misure di sicurezza alle frontiere dell’UE, che ” che può giungere fino alla costruzione di muri e di sbarramenti di filo spinato” e chiede “controlli alle frontiere rispettosi dei diritti fondamentali”.

Infine deputati deplorano il modo in cui la crisi finanziaria ed economica, insieme alle restrizioni di bilancio, hanno influenzato negativamente i diritti economici, civili, sociali e culturali. Al momento di decidere e attuare misure correttive e tagli di bilancio, le istituzioni dell’UE e gli Stati membri dovrebbero eseguire una valutazione d’impatto sui diritti fondamentali e garantire che risorse sufficienti siano messe a disposizione per salvaguardarli, dicono i deputati. Essi aggiungono che si devono garantire “livelli minimi essenziali per il godimento dei diritti civili, economici, culturali e sociali, prestando particolare attenzione ai gruppi maggiormente vulnerabili e socialmente svantaggiati”.

Liberato Ricciardi

Riad, mille frustate e 10 anni di carcere a un blogger

Raif Badawi-blogger-frustatoLa Corte suprema di Riad ha confermato la sentenza di mille frustate, 10 anni di prigione e una multa di un milione di rial (circa 267.000 dollari) per il blogger Raif Badawi per aver “offeso l’Islam”. ha fondato nel 2008 il sito indipendente Free saudi liberals. È stato arrestato nel 2012 per oltraggio all’islam, accusato di apostasia, processato e condannato il 7 maggio 2014 da un tribunale di Gedda; la sua colpa vera quella di aver aperto un forum online per dibattere sul ruolo della religione nel regno saudita, uno dei peggiori regimi teocratici che esistono al mondo. L’Arabia saudita è un Paese governato da una satrapia oscurantista e totalitaria, che però intrattiene buoni rapporti con quasi tutto il mondo, in virtù delle sue immense riserve petrolifere.

Badawi è stato condannato a sette anni di carcere e 600 frustate nel 2013, ma la sua pena è stata successivamente innalzata a dieci anni e mille frustate. Le prime 50 gli sono state inflitte il 9 gennaio 2015 al termine della preghiera del venerdì, in una pubblica piazza di Gedda, di fronte alla moschea Al Jafali. Dopo le proteste internazionali, il 16 gennaio, la prevista razione di frustate non gli stata inflitta per “motivi medici”, perché a detta dei medici il suo organismo non sarebbe stato in grado di sopportare un’ulteriore tortura. Il medico verificò che le lacerazioni causate dai colpi ricevuti il 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e che il detenuto non avrebbe potuto sopportarne un’ulteriore dose, raccomandando un rinvio di almeno una settimana.

Da gennaio Badawi non è stato più torturato, ma ora che la sentenza è divenuta definitiva, già il prossimo venerdì, il boia potrebbe ricominciare a frustarlo. Secondo la barbara usanza codificata nella sharia, il codice islamico, il totale delle frustate deve essere comminato in un periodo di 20 settimane. Per la legge islamica la pena di morte è prevista in caso di omicidio ‘ingiusto’ di un musulmano,  adulterio, bestemmia e apostasia.

“Questa sentenza – ha detto Philip Luther, direttore del programma per il Nord Africa e il Medio Oriente di Amnesty International – è crudele e ingiusta. Tenere un blog non è un crimine e Raif Badawi è stato punito soltanto per aver esercitato il suo diritto alla libertà di espressione”.

Per Amnesty, che considera Badawi un prigioniero di coscienza, la Corte Costituzionale ha mostrato disprezzo “per la giustizia e per le tantissime voci nel mondo che avevano chiesto l’immediato rilascio” del blogger.

L’apostasia è un reato che nel regno saudita, dominato dalla minoranza dell’islamismo wahabita, comporta automaticamente l’applicazione della pena capitale, così come la blasfemia.

Diciotto premi Nobel a gennaio hanno lanciato un appello agli accademici sauditi a fare sentire la loro voce contro la condanna ed è grazie a questo che si ebbe la visita medica in carcere e la sospensione della tortura, rinviata poi una seconda volta sempre per motivi di salute. Sulla scorta dell’appello c’è stata una mobilitazione internazionale, sostenuta da intellettuali e associazioni umanitarie, ma anche da alcuni Paesi come gli Stati Uniti, con manifestazioni di solidarietà nei confronti di Badawi. Riad ha respinto le pressioni umanitarie esprimendo “sorpresa e sconcerto”, definendole come interferenze da parte dei Paesi stranieri nei propri affari interni.

Ensaf Haidar, la moglie di Raif Badawi che dal 2012 vive in Canada con i tre figli, ha chiesto alla Francia di appoggiare una domanda di liberazione redatta da diverse associazioni per la difesa dei diritti umani, come Reporter Senza Frontiere (RSF) e Amnesty International. Romain Nadal, portavoce del ministero degli Esteri francese, ha sottolineato che “la Francia è favorevole alla libertà di espressione”, ma non ha fornito dettagli sulla richiesta di liberazione.

Le Nazioni Unite hanno definito la condanna come “crudele e disumana”.

A oggi l’unico atto concreto per convincere il regno medioevale saudita a un comportamento un po’ più civile, è stato quello del governo svedese che ha deciso di interrompere un accordo di cooperazione militare tra i due Paesi, firmato nel 2005 e rinnovato nel 2010, che prevedeva cooperazione nei settori della logistica, degli armamenti, della tecnologia e dell’addestramento.

Il caso Badawi è sfociato in crisi diplomatica aperta quando il ministro degli Esteri svedese, Margot Wallstrom, ha condannato Riad per le frustate inferte al blogger. Il primo ministro, Stefan Lofven, ha confermato che il suo governo ha difeso i diritti umani in passato e continuerà a farlo anche in futuro. “Vogliamo mantenere buone relazioni con l’Arabia Saudita e vedremo come riuscirci”, ha aggiunto, rivendicando però la scelta di rompere la partnership militare.

Redazione Avanti!

Svezia, una No fly zone per
la caccia al sub misterioso

Kanholmsfjarden, al largo di Stoccolma da dove sono partiti i messaggi di SOS

Kanholmsfjarden, al largo di Stoccolma da dove sono partiti i messaggi di SOS

Nuova puntata della “Caccia a Ottobre Rosso’, come definisce ormai più di un mezzo di informazione la ricerca spasmodica dell’unità misteriosa che venerdì scorso ha lanciato due messaggi di SOS dalla zona di Kanholmsfjarden, l’arcipelago di scogli, isole e isolotti nel Mar Baltico al largo di Stoccolma, e captato su un canale criptato riconducibile all’enclave russa sul Baltico di Kaliningrad. Da ieri le autorità di Stoccolma hanno istituito una no-fly zone attorno all’area dell’avvistamento, nel Mar Baltico, a circa 50 chilometri dalla capitale. Continua a leggere

La Svezia riconoscerà
lo Stato di Palestina

socialdemocratico LöfvenIl premier socialdemocratico Stefan Löfven ha annunciato di voler riconoscere formalmente lo Stato di Palestina. Un primo passo, secondo Löfven  in grado di risolvere definitivamente il conflitto israelo-palestinese. “Una soluzione a due Stati presuppone un riconoscimento mutuo e la volontà di una coesistenza pacifica.” ha dichiarato l’ex sindacalista svedese che ha ottenuto il 44,9% alle ultime elezioni, “E’ per questo che la Svezia riconoscerà lo Stato di Palestina”.

L’annuncio è molto significativo perché s’inserisce in una fase del conflitto che vede i palestinesi intenti a ottenere dalle Nazioni Unite la fine dell’occupazione israeliana da novembre 2016 e Israele sempre più sotto pressione dall’opinione pubblica internazionale, da Washington e dall’Unione Europea. L’Europa e gli Stati Uniti hanno da tempo messo in guardia il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, del rischio d’isolamento internazionale, dopo che il governo ha dato il via libera alla costruzione di 2600 appartamenti per coloni alla periferia di Gerusalemme Est, una zona che non prevede la presenza di unità abitative per gli israeliani. Tale decisione governativa ha rappresentato, per UE e Washington, una violazione del diritto internazionale.

Se la decisione del primo ministro Löfven dovesse andare in porto la Svezia sarebbe il primo paese dell’Unione Europea a schierarsi così apertamente per la creazione dello Stato di Palestina. Gli Stati Uniti e il resto dell’Unione Europea hanno sempre dichiarato di preferire la via dei negoziati per la possibile nascita di uno Stato palestinese. Intanto il prossimo 13 ottobre anche nel Regno Unito se ne parlerà: il deputato laburista Grahame Morris chiederà di votare proprio il riconoscimento di quest’ultimo. Che sia, questo della Svezia, un riconoscimento “guida” per altri paesi?

Stefano Lanzano

In Svezia tornano a vincere i socialdemocratici

Stefan LöfvenI sondaggi delle ultime settimane e gli exit poll del pomeriggio avevano già scattato la fotografia del voto svedese, socialdemocratici in testa, ma anche il boom dell’estrema destra.

I socialdemocratici hanno raggiunto il risultato del 31% che con Verdi ed ex comunisti porta la coalizione a sfiorare il 44% (lontano comunque dalla maggioranza assoluta) contro l’avanzata dei populisti di estrema destra (Democratici Svedesi) che sono passati dal 5,7% di quattro anni fa al 13%. Continua a leggere