Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Noura Hussein, corte annulla pena capitale

husseinUna Corte d’Appello in Sudan ha annullato la condanna a morte di Noura Hussein. La notizia viene rilanciata in queste ore da fonti giornalistiche internazionali ed ha cominciato a diffondersi su tutti i social media. Per le organizzazioni non governative che si sono battute in questi mesi e per le oltre 400mila persone che in tutto il mondo hanno sottoscritto gli appelli per fermare l’esecuzione della sposa-bambina, è un successo quasi insperato. Ma che dimostra come la mobilitazione internazionale può spesso rappresentare uno strumento importante nella battaglia per il rispetto dei diritti umani.

Noura Hussein è stata costretta dai genitori a sposarsi all’età di 15 anni ma per tre anni è riuscita a trovare riparo presso una sua zia. Finché il padre, ricorrendo a un inganno, l’ha riconsegnata al marito. Noura si è opposta in ogni modo a consumare il matrimonio con un uomo che non aveva scelto, finché il marito non decide di violentarla facendosi aiutare da alcuni cugini. Ma, il giorno dopo, quando l’uomo prova di nuovo a stuprarla, Noura prende un coltello per difendersi e lo pugnala a morte.

Lo scorso 10 maggio un tribunale la condanna alla pena capitale e da subito su Twitter gli hashtag #JusticeforNoura e #SaveNoura diventano sempre più popolari, mentre si moltiplicano petizioni e appelli a cui aderiscono anche celebrità internazionali. Il caso di Noura non è così singolare in un paese dove è lecito sposarsi già a 10 anni, ma mai in passato una storia come la sua era riuscita a trovare così tanta attenzione e solidarietà in tutto il mondo. Anche questo deve aver influito nel giudizio della Corte d’Appello che ha annullato la pena di morte e l’ha commutata in cinque anni di reclusione. Zainab Ahmed, la madre di Noura, ha detto alla BBC di esser felice che la vita di sua figlia fosse stata risparmiata. Ma per i suoi avvocati la battaglia ancora non è finita e hanno già annunciato di appellarsi anche contro la condanna al carcere.

Massimo Persotti

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.

Trump, dopo bocciatura ‘muslim ban’ guarda alla Cina

trump_cinaAncora uno “schiaffo” al presidente Donald Trump. La Corte d’appello di San Francisco, infatti, ha negato il ripristino del bando che vieta l’ingresso di rifugiati e cittadini provenienti da 7 Paesi islamici: Libia, Sudan, Somalia, Siria, Iraq, Iran e Yemen. E’ stata così confermata la decisione di un giudice federale di Seattle. “Ci vediamo alla Corte suprema, è in gioco la sicurezza della nazione”, ha twittato Trump. Secondo i giudici d’appello, l’amministrazione Usa non ha portato alcuna prova che qualcuno proveniente dai sette Paesi in questione ha commesso un attacco terroristico in Usa e non ha spiegato l’urgenza del provvedimento. Stando al collegio, erano in ballo da un lato l’interesse della sicurezza nazionale e la capacità del presidente di attuare le sue politiche, dall’altro il diritto a viaggiare liberamente, ad evitare la separazione delle famiglie e la discriminazione: sono prevalsi i secondi. Il muslim ban non è senza conseguenze, di certo mina i rapporti diplomatici ed economici. Il premier iracheno Haider al-Abadi ha infatti chiesto in un colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che l’Iraq venga eliminato dalla lista dei Paesi a cui è vietato l’ingresso. In una nota si legge che: “Il Primo ministro ha sottolineato l’importanza di una rivalutazione della decisione riguardo al diritto degli iracheni di viaggiare negli Stati Uniti”.
Ma intanto mentre si deteriorano i rapporti sul versante mediorientale, il presidente Trump punta sul Sol Levante fa retromarcia con Pechino e accetta di onorare la tradizionale linea politica americana che da decenni riconosce “una sola Cina”, su richiesta del presidente Xi Jinping, con cui ha avuto una telefonata “lunga ed estremamente cordiale”. In passato il presidente Usa aveva ‘flirtato’ con la ribelle Taiwan sostenendo di non prendere ordini da Pechino e di non sentirsi vincolato alla politica di una sola Cina fin quando Pechino non farà concessioni commerciali. Dopo la telefonata comunicata dalla Casa Bianca i due leader “si impegneranno in discussioni e negoziazioni su varie questioni di reciproco interesse”. La telefonata è stata “estremamente cordiale” e i due presidenti hanno espresso “i migliori auguri al popolo dell’altro Paese”.

La distensione dei rapporti con la Cina è fondamentale in queste ore poiché oggi ci sarà l’incontro programmato tra Trump e il suo omologo giapponese Shinzo Abe. Il premier di Tokyo, visto come un avversario a Pechino, è negli Stati Uniti per parlare di investimenti e sicurezza. Il Giappone è impegnato a difendere le isole Senkaku dalle rivendicazioni della Cina, che le chiama Diaoyu. E Washington si è impegnata a sostenere l’alleato giapponese, almeno fino ad oggi…

Arriva l’era Trump, l’America chiude agli immigrati

trump-votoIniziata l’era Trump, l’America si ritrova trincerata. Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, parte così la stretta sull’immigrazione e il rafforzamento dell’Esercito, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.
L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono improvvisamente diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati. I gruppi per i diritti civili parlano di centinaia di persone detenuti. Uno tra questi è stato comunque rilasciato dopo l’intervento di due deputati democratici.
E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore particolare preoccupante: il bando ai cittadini di sette Stati giudicati a rischio terrorismo è allargato anche a chi è in possesso di una “green card”. La carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. “La decisione del governo degli Stati Uniti di colpire il popolo iraniano è un affronto a tutte le persone di questa grande nazione”: per questo il governo iraniano “per proteggere la sacralità e la dignità di tutti i cittadini dell’Iran in patria e all’estero” e “per proteggerne i diritti”, “attua il principio di reciprocità”. Lo rende noto un comunicato del ministero degli Esteri iraniano.
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York.
I gruppi parlano di un ordine che violerebbe una legge di più di cinquant’anni fa, che mette al bando ogni discriminazione per gli immigrati sulla base delle origini nazionali. Trump ha fondato in realtà il suo ordine esecutivo su un’altra legge, del 1952, che dà al presidente l’autorità di “sospendere l’entrata a ogni classe di stranieri che egli trovi di detrimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ma il Congresso, nel 1965, ha di nuovo riaffermato che nessuno può essere “discriminato in termini di emissione di un visto sulla base della sua razza, sesso, nazionalità, luogo di nascita e residenza”.
La preoccupazione cresce anche oltre i confini statunitensi, l’Onu ha rivolto un appello a Trump per proseguire la tradizione americana di accoglienza dei rifugiati e di non operare restrizioni di razza, nazionalità e restrizione. Il Presidente degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. “L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani” è “dannoso per gli interessi del Paese”, ha scritto il presidente, che sta trasformando la politica di asilo in una parte fondamentale della strategia anti-terroristica e di difesa della nuova amministrazione americana. Così in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato per i rifugiati hanno ricordato come “il programma americano di reinsediamento sia uno dei più importanti del mondo” e ribadito l’impegno a collaborare con il governo statunitense, come fatto finora, per “proteggere le persone che ne hanno più bisogno”.
Tra i primi a manifestare la propria seria preoccupazione per il decreto anti rifugiati è Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014: “Mi si spezza il cuore nel vedere che l’America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore”.
Dall’Europa il primo a rispondere alle dichiarazioni di Trump e alle sue iniziative è stato il presidente Hollande. “Quando le dichiarazioni del presidente americano indicano la Brexit come modello per altri paesi, credo che si debba rispondere”, ha sottolineato il presidente francese poco prima dalla telefonata prevista con il leader della Casa Bianca. L’Ue dovrebbe avviare un “dialogo fermo” con Washington, ha aggiunto il capo dell’Eliseo.
Il giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca il premier britannico Theresa May, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la diplomazia delle telefonate con i leader dei principali paesi europei. Trump ha sottolineato i legami transatlantici con la Germania, un rapporto di parità con la Russia e si è sentito richiamare dalla Francia per il suo controverso ordine esecutivo che sta bloccando gli arrivi da una serie di paesi islamici.
Il presidente francese Francois Hollande ha invitato l’amministrazione Trump a “rispettare” il principio dell'”accoglienza dei rifugiati”. Secondo l’Eliseo Hollande ha anche esortato Trump a tenere nel dovuto conto “le conseguenze economiche e politiche di un approccio protezionista”. Il presidente socialista ha detto ai giornalisti che l’Europa deve formare un fronte unito e fornire una risposta “ferma” per le politiche controverse di Trump.

Sempre dalla Francia, parlando ad una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che molte delle decisioni di Trump stanno preoccupando i due alleati degli Stati Uniti, tra cui le nuove restrizioni in materia di immigrazione.

Ma la protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

Hacking Team. L’azienda “spia” italiana hackerata

Hacking teamÈ al limite del paradosso quello che è successo in queste ore all’azienda italiana, Hacking Team, balzata agli onori della cronaca per essere stata hackerata.
Hacking Team è infatti un’azienda milanese specializzata nello sviluppo e gestione di software per hackerare computer e smartphone, e in questo modo intercettare le loro comunicazioni, il tutto però a servizio di governi, forze dell’ordine e agenzie di intelligence di tutto il mondo.

E qui arriva il paradosso perché l’azienda leader nazionale del mercato della Videosorveglianza è stata colpita ieri da un clamoroso leak, una diffusione di informazioni riservate via Twitter e torrent sottratte, come molti fanno notare a 24 ore dai fatti, probabilmente nell’arco di un lungo periodo di tempo. Si tratta di 400GB di materiale scottante e a tratti grottesco: documenti, ricevute, elenchi, screenshot di conversazioni e-mail. Un duro colpo in quanto se da un lato è stato evidenziato gli scarsi accorgimenti della compagnia per proteggere rete e dati societari, in quanto l’hacker che ha colpito ha è riuscito a penetrare anche nei pc di Christian Pozzi e Mauro Romeo, amministratori di sistema della Hacking Team, dall’altro lato poi, attraverso la velocità con cui sono stati pubblicati alcuni documenti, subito dopo la violazione del profilo Twitter, è stata confermata l’accusa rivolta all’azienda di vendere le sue armi informatiche anche a regimi dittatoriali, quali la Corea del Sud, il Kazhakistan, l’Arabia Saudita, l’Oman, il Libano e la Mongolia. Senza dimenticare che in questo modo sono stati confermati i famigerati rapporti di Hacking Team con il governo sudanese che l’azienda avrebbe sempre negato. Non a caso prima l’Onu, poi Privacy International, nel 2014 avevano chiesto conto al governo italiano del finanziamento di Hacking Team da parte della Regione Lombardia (tramite il fondo Finlombarda Gestioni SGR spa), ricordando che il Sudan era “soggetto a misure restrittive sul commercio d’armi da parte dell’Ue”. Infatti tra il materiale hackerato, Sudan e Russia sono presenti in una lista sotto il nome: non supportate “ufficialmente”. Questa “politica” da venditori puri ha fatto guadagnare l’inserimento di Hacking Team da parte di Reporters sans Frontiere nella black list “Enemies of the Internet”, che ingloba le realtà che costituirebbero i peggiori nemici della Rete, della libertà di espressione e di pensiero, e della democrazia.

Il cavallo di battaglia di Hacking Team è sempre stato il suo Remote Control System, conosciuto meglio come Galileo, una suite di attacco e analisi. “La crittazione dei dati viene utilizzata ovunque per proteggere la privacy degli utenti; allo stesso modo, la privacy protegge anche i criminali,” cita la brochure di Galileo, che continua elencando poi il come e il dove questi criminali potrebbero risultare protetti e conclude, “Come puoi indagare su questo tipo di criminali? Ecco, Remote Control System serve esattamente a questo”. Ora però, dopo l’attacco l’Azienda ha subito chiesto a tutti i clienti a cui ha venduto il suo trojan Rcs, di sospendere ogni operazione in cui il software fosse impiegato. Eppure la società avrebbe mantenuto una backdoor in ogni programma venduto, riuscendo così a intervenire sul programma in maniera autonoma, tramite un accesso remoto, da questa constatazione non si capisce quindi il motivo della richiesta.

Liberato Ricciardi

l’Italia, primi per corruzione

Corruzione-Italia-primatoNeanche a farlo apposta. All’indomani del caso scoppiato a Roma che ha coinvolto nomi eccellenti dell’amministrazione capitolina e dintorni, arrivano i dati sulla corruzione da cui emerge che l’Italia scala la classifica di tutta Europa. È quanto emerge dal ventesimo rapporto di Transparency International sull’indice di corruzione percepita in 174 paesi del mondo. L’Italia si classifica al 69° posto come nel 2013. Sullo stesso gradino troviamo la Romania, la Grecia e la Bulgaria. I paesi meno corrotti sono Danimarca, Nuova Zelanda e Finlandia. All’ultimo posto tra quelli meno virtuosi, la Somalia e Corea del Nord precedute da Sudan e Afghanistan. Vette che fortunatamente ancora non raggiungiamo. Continua a leggere

Sì viaggiare, ma con le dovute indicazioni su Mali, India, Tunisia e Sudan

Viaggiare sì, ma con le giuste notizie e informazioni, soprattutto se si intende visitare realtà profondamente diverse da quelle europee. L’Unità di crisi del ministero degli Esteri ha infatti diffuso avvertenze e consigli, utili a chi è intenzionato a raggiungere, o già vi si trovi, i seguenti Paesi: Repubblica del Mali, l’India, la Tunisia e il Sudan. Nel Mali a fine marzo scorso c’è stato un colpo di Stato. La situazione della Repubblica africana resta dunque fortemente incerta, e potrebbe sfociare in un aperto conflitto con possibili scontri anche nella capitale, Bamako. Continua a leggere