Svimez, si riapre la forbice tra Nord e Sud

Svimezjpg

“Puntuale il rapporto della SVIMEZ dipinge il Mezzogiorno in chiaro e scuro: ne evidenzia le potenzialità ma soprattutto i suoi ritardi e debolezze. Non è consolatorio il fatto che, nel biennio 2019-20, il Sud beneficerà di circa il 40% delle maggiori spese previste dalla manovra, grazie soprattutto al Reddito di Cittadinanza, perché ciò è un indice significativo della crescita del malessere sociale, della caduta dei redditi e dell’impatto del PIL che resta su valori molto bassi”. Lo afferma in una nota Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, in relazione ai dati evidenziati dalla Svimez nel suo ultimo rapporto sul Mezzogiorno.

“E non si può continuare – aggiunge – a far penetrare il concetto che per il Mezzogiorno la strada risolutiva siano i sussidi. Al Sud serve lavoro e buona occupazione anche per superare i divari retributivi con il resto del Paese. Il lavoro, l’occupazione di qualità, si crea con investimenti pubblici e provvedimenti per attrarre quelli privati. La manovra, da questo punto di vista, non aiuta in quanto per il Mezzogiorno, ad eccezione del rifinanziamento della decontribuzione per nuove assunzioni, peraltro affidata alle risorse comunitarie, una modifica della norma “Resto al Sud” non vi è altro”.

“Per il Mezzogiorno – continua – è necessario investire in modo significativo nelle infrastrutture materiali e immateriali, investimenti che non possono essere demandati solo e soltanto alle risorse dei Fondi Comunitari; rendere immediatamente operative le ZES; reintrodurre, una politica di fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese. La misura più urgente- conclude – è investire sui giovani e sul loro futuro con azioni per contrastare la dispersione scolastica, combattere la disoccupazione, riattivare l’ascensore sociale: è questo l’impegno che dovremmo prendere tutti.

Le previsioni 2018 di Svimez mettono in evidenza come, nel più generale rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Rispetto ad agosto, nel corso di quest’anno si prevede, infatti, una minore crescita del Pil italiano: +1,2% invece di +1,5%.

Il saggio di crescita del Pil dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno. Nel rapporto per il 2018 di Svimez emerge come, nel corso dell’anno, gli investimenti, che sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale.

Mentre, dopo il calo del 2017, anche i dati della spesa europea confermano che nell’anno in corso non c’è stata alcuna accelerazione delle spese in conto capitale, scontando le difficoltà delle amministrazioni, soprattutto locali, nell’erogare i maggiori stanziamenti previsti nelle ultime leggi di bilancio. L’export meridionale a fine 2018 si prevede segni +1,6% rispetto al +3% del Centro Nord. Infine le unità di lavoro salgono dell’1% nelle aree meridionali e dello 0,8% nelle regioni centrali e settentrionali. Lavoro, a sud livelli più bassi Al Sud nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità, +1,2%, mentre al Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Con questo risultato il Centro-Nord ha recuperato completamente i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud resta di circa 310 mila occupati sotto il livello del 2008. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez 2018 presentato oggi. Prendendo in considerazione i primi 6 mesi del 2018, il numero di occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Il tasso di occupazione è ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46% nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%). Con riferimento alle regioni, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2018, il tasso di occupazione sale in tutte le regioni del Sud, con modesti cali solo in Campania e Sicilia.

Nel periodo 2008 – 2017, il Mezzogiorno si è caratterizzato per una contrazione più sensibile del tempo pieno (-10,7% a fronte del -3,3% del Centro-Nord), solo parzialmente compensata da una dinamica più accentuata del part time: l’incidenza del part time è passata, nel Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2017, dal 12,6 al 17,9%. Al Sud è, però, molto elevata l’incidenza del part time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80%, contro il 55% del Centro-Nord. Nel corso del 2017, si legge nel documento, l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita. Se consideriamo il complesso del periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata. Il dato più eclatante, scrive Svimez, “è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Al Sud abbandono scolastico rilevante, pesa povertà Abbandono scolastico e basso tasso di occupazione dei laureati sono due fenomeni che riguardano prevalentemente il Sud Italia. E’ quanto rileva il rapporto Svimez, diffuso oggi. L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno “denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria – si legge – nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord,mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico. Nel Mezzogiorno sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord. E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud”. Nel Mezzogiorno sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento, al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento”.

Il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ciò spiega, spiegano gli esperti, perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento “migratorio” per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ciò, secondo Svimez, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione.

Visite fiscali. Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia

Visite fiscali

ARRIVA UNA GUIDA DELL’INPS

Cosa devono fare i lavoratori in caso di malattia? Per risolvere dubbi e domande arriva una guida sulla certificazione telematica e sulle visite mediche di controllo. Un vademecum con cui l’Inps vuole rispondere alle richieste più frequenti di dipendenti, pubblici e privati, indicando i passi da seguire quando, causa malattia, si è impossibilitati ad andare al lavoro.

“La prima cosa da fare – ricorda l’istituto – è contattare il proprio medico curante che ha il compito di redigere e trasmettere il certificato in via telematica all’Inps. Certificato e attestato cartacei (l’attestato indica solo la prognosi, ossia il giorno di inizio e di fine presunta della malattia; il certificato indica la prognosi e la diagnosi, ossia la causa della malattia) sono accettati solo quando non sia tecnicamente possibile la trasmissione telematica”.

Il lavoratore, si legge, “deve prendere nota del numero di protocollo del certificato e controllare l’esattezza dei dati anagrafici e dell’indirizzo di reperibilità per la visita medica inseriti”. Inoltre, può “verificare la corretta trasmissione del certificato tramite l’apposito servizio sul sito Inps, inserendo le proprie credenziali (codice fiscale e Pin o Spid per consultare il certificato; codice fiscale e numero di protocollo per consultare l’attestato)”.

Reperibilità – Nel certificato, “il medico deve inserire (solo se ricorrono) l’indicazione dell’evento traumatico e la segnalazione delle agevolazioni per cui il lavoratore, privato o pubblico, sarà esonerato dall’obbligo del rispetto della reperibilità”. Per quanto attiene le fasce per le visite fiscali di controllo, possono essere disposte d’ufficio dall’Istituto o su richiesta dei datori di lavoro per i propri dipendenti. La reperibilità cambia tra privato e pubblico: i lavoratori privati sono tenuti a essere reperibili nelle fasce 10-12 e 17-19. Per quelli pubblici, nelle fasce 9-13 e 15-18.

Assenza – Infine, “se il lavoratore risulta assente alla visita domiciliare, viene invitato a recarsi, in una data specifica, (generalmente il giorno dopo), presso gli ambulatori della struttura territoriale Inps di competenza. E’ comunque tenuto a presentare una giustificazione valida per l’assenza per non incorrere in eventuali azioni disciplinari da parte del datore di lavoro”.

Dipendenti pubblici

TORNANO I BUONI PASTO

Buone notizie per i buoni pasto degli statali. Il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno ha annunciato che dal 6 agosto torneranno ad essere erogati da un nuovo fornitore. “Come promesso, il servizio di erogazione dei buoni pasto per i dipendenti pubblici riprenderà il prossimo 6 agosto” ha reso noto Bongiorno, aggiungendo che è stato individuato il nuovo fornitore. “Un ottimo risultato raggiunto in poco tempo, in sinergia con le strutture competenti del Ministero dell’Economia e di Consip” ha aggiunto il ministro.

Dopo la disdetta della convenzione con Qui!Group, il ministero si era messo al lavoro per risolvere la situazione prima possibile evitando di danneggiare ulteriormente i dipendenti pubblici. Il caos sui buoni pasto è esploso dopo che la Consip ha annunciato la risoluzione della convenzione con la società Qui!Group “per reiterato, grave e rilevante inadempimento delle obbligazioni contrattuali”. Tra i disservizi contestati al fornitore la mancata spendibilità dei buoni emessi ed il mancato rimborso degli stessi alle imprese esercenti. Da qui la chiusura dell’accordo con il fornitore di Qui!Ticket.

Previdenza

PENSIONE, COSA DOBBIAMO ATTENDERCI

Pensione, si cambia. Dal prossimo anno ogni biennio si provvederà ad adeguare i requisiti per la pensione con le aspettative di vita. Dal 1° gennaio 2019 l’età per la pensione di vecchiaia salirà a 67 anni (71 per l’opzione contributiva), mentre per la pensione anticipata saranno necessari 43 anni e 3 mesi di contributi per gli uomini. Per le donne 42 anni e 3 mesi.

Tuttavia non faremo in tempo a metabolizzare questo cambiamento che ci sarà un nuovo adeguamento: nel 2021, infatti, l’età pensionabile per la pensione di vecchiaia salirà di altri 3 mesi, arrivando a 67 anni e 3 mesi.

D’altronde i miglioramenti nel campo della medicina e della farmacologia hanno fatto sì che la speranza di vita si allungasse, attivando un processo costante nel tempo: secondo le previsioni dell’Istat, infatti, ogni biennio le aspettative di vita dovrebbero crescere di circa 2 o 3 mesi, comportando così un aumento dell’età pensionabile.

Quindi è vero che in futuro vivremo di più, ma è anche vero che la maggior parte del tempo la passeremo lavorando. Con la crescita costante dell’età pensionabile (sempre che le previsioni dell’Istat siano confermate), infatti, in futuro non si potrà andare in pensione prima dei 70 anni.

Lo conferma una interessante, recente infografica realizzata da Money.it in cui sono indicati i cambiamenti che interverranno sul fronte previdenziale nei prossimi anni. Come possiamo vedere dall’immagine, dal 2021 in poi l’età pensionabile aumenterà di 2 mesi ogni biennio, superando i 68 anni nel 2031 e i 69 nel 2043. Un giovane di 20 anni, che oggi probabilmente ha appena iniziato a lavorare (oppure a studiare in un corso universitario), dovrebbe quindi attendere il 2069 per andare in pensione, alla veneranda età di 71 anni e 3 mesi.

Tutti disoccupati, così 600mila famiglie

SUD: RAPPORTO SVIMEZ

Il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. Così la Svimez che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”. E definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors'”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Nel 2019 “si rischia un forte rallentamento dell’economia meridionale: la crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. E’ quanto prevede la Svimez, nelle anticipazioni del Rapporto di quest’anno. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo” nel giro di due anni (dal +1,4% dello scorso anno al +0,7% del prossimo).

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. E’ questo il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire.

La Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, nelle anticipazioni del Rapporto 2018 lancia l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

Carlo Pareto

Nel Mezzogiorno occupati in crescita. Ma ancora non recuperati i livelli pre-crisi

Tribunale Roma

RECUPERO INDEBITI INPS LEGITTIMO

Col provvedimento n. 26718/2017 il Tribunale di Roma, in qualità di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso (ex art. 140 D. lgs. 206 del 2017) promosso dal Codacons e volto ad impedire all’Inps di recuperare le somme erogate indebitamente.

L’Autorità giudiziaria ha affermato in primo luogo l’assenza della legittimazione ad agire da parte dell’associazione ricorrente: il rapporto fra i pensionati e l’Inps non può essere ricondotto a un interesse collettivo dei consumatori ed utenti, anche in considerazione del fatto che le prestazioni indebite, o comunque erogate in eccedenza, non riguardano la totalità dei pensionati, essendo innumerevoli le situazioni in cui, nel corso del rapporto pensionistico, non si verifica alcuna ipotesi di indebita percezione di somme non spettanti.

Inoltre il Tribunale, nell’osservare che diverse sono le cause che possono dare luogo ad indebita erogazione, fra cui l’errore dell’Istituto ma anche il dolo dell’interessato, afferma che, posto che l’azione di recupero dell’indebito è effettuata dall’Inps sulla base delle specifiche disposizioni di legge, l’accoglimento del ricorso si porrebbe in contrasto con tutte le norme che disciplinano la modalità di recupero delle somme erogate e non dovute.

Infatti i recuperi effettuati dall’Inps nei confronti dei pensionati possono derivare da numerose tipologie di prestazioni indebitamente erogate, che nella maggior parte dei casi non traggono origine da errori dell’Istituto, e sono obbligatori in quanto previsti dalla normativa vigente.

Al riguardo giova ricordare che la maggiore causa di indebiti viene registrata in relazione a prestazioni collegate al reddito, le quali, in base alla legislazione vigente, sono erogate in via di anticipazione provvisoria in base a dati reddituali storici (quindi basati su annualità precedenti); nel momento in cui il dato reddituale relativo all’annualità cui si riferisce la prestazione viene poi certificato, l’Istituto è tenuto ad eseguire operazioni di conguaglio, che possono generare un debito (recupero indebito) o un credito (rimborso). In tali ipotesi i recuperi sono obbligatori in quanto espressamente previsti da specifiche disposizioni legislative.

Consulenti lavoro

CHIARIMENTI SU CIRCOLARE INPS CONCILIAZIONE VITA-LAVORO

A seguito della pubblicazione della circolare Inps numero 163 del 2017 sullo sgravio contributivo per i contratti collettivi aziendali contenenti misure di conciliazione vita-lavoro, anche la Fondazione Studi consulenti del lavoro è intervenuta con la circolare numero 11, per fornire maggiori chiarimenti sul tema.

Nel documento viene analizzato il decreto interministeriale del dicastero Lavoro e del ministero dell’Economia e finanze, che attua quanto previsto dall’articolo 25 del decreto legislativo 80 del 2015, per poi soffermarsi sulle condizioni di fruizione dello sgravio: dalle caratteristiche del contratto aziendale alle tempistiche e modalità di deposito dello stesso, dalla richiesta di ammissione all’agevolazione all’istruttoria Inps fino al calcolo del beneficio spettante al datore di lavoro.

“L’Inps -si legge nella circolare- ha chiarito che lo sgravio spetterà al datore di lavoro identificato dal proprio codice fiscale attraverso la presentazione della suddetta domanda su una sola delle posizioni contributive attive, che sarà l’unica cui spetterà la possibilità di fruire materialmente dello sgravio attraverso la relativa denuncia contributiva mensile. Lo sgravio concesso terrà in ogni caso conto dei dati relativi alla forza occupazionale del datore di lavoro anche se in parte riconducibile ad altri posizioni contributive Inps”.

Ma a basso reddito

AL SUD CRESCONO GLI OCCUPATI

Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità, ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità. Il Mezzogiorno resta agganciato alla ripresa economica dell’Italia uscendo da una lunga recessione. Nel 2016 ha consolidato la ripresa registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. E le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia, la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. E’ il quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2017 presentato di recente alla Camera dei Deputati.

La resistenza alla crisi non è stata omogenea, tra regioni e tra settori. E anche se riparte l’industria meridionale, aumenta il lavoro ma con basse retribuzioni e cresce il part time involontario. Il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. La stretta integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord rafforza la necessità di politiche meridionaliste per far crescere l’intero Paese. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016.

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese. Il Governo nell’ultimo anno ha riavviato le politiche per il Sud; fondamentali due interventi: le Zes e la “clausola del 34%” sugli investimenti ordinari.

Secondo le di stime Svimez, aggiornate a ottobre, nel 2017 il PIL italiano cresce dell’1,5%, risultato del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del PIL nazionale si attesta all’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del PIL nel 2017 e nel 2018 l’andamento della domanda interna, che al Sud registra, rispettivamente, +1,5% e +1,4% (nel Centro-Nord, invece, aumenta quest’anno del +1,6% e il prossimo del +1,3%). Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del +5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%.

Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018, e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord. Secondo la Svimez, queste previsioni inglobano anche gli effetti della legge di Bilancio 2018, e scontano la mancata attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 per circa 15 miliardi.

Forte ridimensionamento della Pa nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. (fonte CPT) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. La sfida di una maggiore efficienza della macchina pubblica al Sud passa per una sua profonda riforma ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

Nel 2016, 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord. L’incidenza della povertà assoluta nel 2016 nel Mezzogiorno aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. E’ la fotografia scattata dal Rapporto Svimez 2017 presentato recentemente alla Camera.

L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali. E infatti, alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016.

A parere della Svimez, “l’introduzione del reddito di inclusione avvia un processo per dotare anche l’Italia di una forma universalistica di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ma per ora l’impegno finanziario è assolutamente insufficiente: del Rei beneficerà soltanto il 38% circa degli individui in povertà assoluta per importi che sono generalmente compresi fra il 30 e il 40% della soglia di povertà assoluta per molte tipologie familiari”.

Carlo Pareto

Svimez, il Sud riparte ma resta alta la povertà assoluta

lavoroIl Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e la ripresa si consolida. Il rimbalzo non si è però ancora tradotto in un miglioramento del contesto sociale: un cittadino meridionale su 10 resta in povertà assoluta e tripla è la possibilità di caderci. Il reddito pro-capite resta poco più della metà di quello del Centro-Nord e il 66% di quello nazionale. Il quadro emerge dal Rapporto Svimez 2017, secondo cui il Pil del Sud aumenterà quest’anno dell’1,3%, contro una media nazionale dell’1,5%, mentre nel 2018 la crescita si attesterà all’1,2% contro l’1,4% medio dell’economia italiana.

“Le previsioni per il 2017 e il 2018”, si legge nel Rapporto, “confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura ‘Occupazione Sud’. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese”.

LA CRESCITA PROSEGUE: Secondo la Svimez, il Pil italiano crescerà quest’anno dell’1,5%, sintesi del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del Pil nazionale si collocherà invece al1’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del Pil l’andamento della domanda interna. Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del 5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%. Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018 e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord.

CAMPANIA E BASILICATA LE REGIONI PIÙ BRILLANTI: Nello specifico delle singole Regioni meridionali, il Pil 2016 più performante è quello della Campania (+2,4%), seguita da Basilicata (+2,1%), Molise (+1,6%), Calabria (+0,9%), Puglia (+0,7%), Sardegna (+0,6%), Sicilia (+0,3%), Abruzzo (-0,2%).

PIL PRO CAPITE ANCORA BASSO: Nel 2016 il prodotto per abitante è stato nel Mezzogiorno pari al 56,1% di quello del Centro Nord (66% di quello nazionale). Il Pil per abitante della regione più ricca d’Italia, il Trentino Alto Adige, con i suoi 38.745 euro pro capite, è più che doppio di quello della regione più povera, la Calabria, che è pari a 16.848 euro ad abitante.

CONSUMI E INVESTIMENTI: I consumi delle famiglie meridionali sono aumentati dell’1,2%, contro l’1,3% del Centro Nord: in particolare, la spesa alimentare e quella per abitazioni cresce al Sud meno che nel resto del Paese. Nel 2016 gli investimenti sono cresciuti nel Mezzogiorno del 2,9%, un incremento sostanzialmente in linea con quello del Centro Nord. Nell’industria il prodotto è cresciuto al Sud (+3%) più che al Centro Nord (+1%). Positivo nel Mezzogiorno anche il valore aggiunto delle costruzioni (+0,5%), rispetto al centro Nord (-0,3%). Nel terziario il valore aggiunto del Mezzogiorno con +0,8% ha superano quello del Centro Nord (+0,5%).

INTERDIPENDENZA TRA SUD E NORD: La domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del Pil del Centro-Nord (nel 2015, un ammontare di circa 177 miliardi di euro). I recenti referendum in Lombardia e Veneto hanno riaperto la discussione sul tema del residuo fiscale. I flussi redistributivi verso le regioni meridionali sono in calo di più del 10%, da oltre 55,5 a circa 50 miliardi. Peraltro le risorse che, sotto diverse forme, affluiscono al Sud, non restano circoscritte al solo Mezzogiorno, ma hanno effetti economici che si propagano all’Italia intera. Secondo la Svimez, su 50 miliardi di residui fiscali di cui beneficia il Mezzogiorno, 20 ritornano direttamente al Centro-Nord, altri contribuiscono a rafforzare un mercato che resta, per l’economia dell’intero Paese, ancora rilevante.

SEMPRE MENO INVESTIMENTI PUBBLICI: Nel 2016 gli investimenti pubblici hanno toccato il punto più basso della serie storica: la spesa in conto capitale è stata il 2,2% del Pil, nel Mezzogiorno appena lo 0,8%. Il crollo della spesa per infrastrutture nell’ultimo cinquantennio è stato del 2% medio annuo a livello nazionale, sintesi di un -0,8% nel Centro-Nord e -4,8% nel Sud. In termini pro capite, gli investimenti in opere pubbliche nel 1970 erano pari a livello nazionale a 529,6 euro, con il Centro-Nord a 450,8 e il Mezzogiorno a 673,2 euro. Nel 2016 si è passati a 231 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 296 e il Mezzogiorno a meno di 107 euro pro capite.

CALANO I DIPENDENTI PUBBLICI: Il Sud, si legge nel Rapporto, resta un’area penalizzata nel godimento di alcuni diritti di cittadinanza e nell’offerta dei servizi pubblici. C’è un forte ridimensionamento della P.A., in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

LA RIPRESA NON MIGLIORA IL CONTESTO SOCIALE: Nel 2016 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 cittadini nel Centro Nord. L’incidenza aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese. Nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali.

CREDITO, I DEPOSITI AL SUD FINANZIANO L’ECONOMIA DEL CENTRO-NORD: Il rapporto tra impieghi – incluse le sofferenze – e i depositi è strutturalmente più elevato nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno: nel 2016 esso è pari a 1,14 al Sud contro 1,74 nel resto del Paese. Questo divario evidenzia il trasferimento della raccolta dalle regioni meridionali a quelle centro-settentrionali. Nel 2016 nel Mezzogiorno, a fronte di depositi raccolti dalle banche operanti nell’area per 283 miliardi, ci sono solo 278 miliardi di impieghi. Livelli di impieghi inferiori ai depositi si riscontrano in tutte le regioni del Mezzogiorno, a eccezione delle Isole. Il rapporto tra impieghi e depositi risulta particolarmente basso in Molise, Basilicata e Calabria. Al contrario, nelle regioni centro-settentrionali, si osserva un fenomeno opposto: a fronte di 959 miliardi di depositi raccolti, ci sono 1.610 miliardi di impieghi.

IN ‘FUGA’ 200.000 LAUREATI, IN 15 ANNI PERSI 30 MLD: Negli ultimi 15 anni circa 200 mila laureati meridionali hanno abbandonato il loro territorio. Se si moltiplica questa cifra per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all’estero. Quasi 2 punti di Pil nazionale. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera altri effetti economici negativi indotti. Nel complesso il Mezzogiorno continua a presentare un saldo migratorio profondamente negativo. Alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud sfiora le 28 mila unità in meno, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. In particolare, nel 2016 la Sicilia perde 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900. Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016.

La “crisi continua” della politica meridionalistica

mezzogiorno 3La “Rivista Giuridica del Mezzogiorno” (3/2015) ha pubblicato i contributi presentati al Seminario, svoltosi alla Svimez nel corso del 2015 su “Fondo per lo sviluppo e la coesione e Fondi strutturali come strumenti per l’intervento pubblico nel Mezzogiorno”. Lo stesso numero della Rivista ha anche “ospitato” un insieme di “Memorie” relative ai deficit organizzativi e attuativi delle politica meridionalistica manifestatisi a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. In particolare, dal “Seminario” e dalle “Memorie” è emerso che le cause cui imputare i limiti attuativi degli interventi nel Mezzogiorno sono principalmente la mancata contemporanea considerazione degli interessi del Mezzogiorno e di quelli dell’intero Paese, contrariamente a quanto era previsto dalle finalità politiche originarie dell’intervento a favore delle regioni del Sud.
L’ipotesi che un’efficace politica meridionalistica vada realizzata attraverso il ricupero dell’idea che il problema della crescita e dello sviluppo del Mezzogiorno debba essere parte del più generale e analogo problema dell’intero Paese è stata al centro del dibattito sviluppatosi nel corso del “Seminario”, nonché delle analisi delle singole “Memorie”. Due sono i presupposti ai quali è stata ricondotta la prospettiva di un effettivo rilancio della politica meridionalistica: il problema dell’aggiuntività degli interventi nelle regioni del Sud rispetto a quelli ordinari, da un lato, ed una nuova governance volta allo snellimento dei centri decisionali cui ora è demandata la progettazione, il controllo e l’attuazione dell’attività d’intervento, dall’altro.
La “Memoria” di Giuseppe Provenzano, “La ‘solitudine’ della coesione. Le politiche europee e nazionali per il Mezzogiorno e la mancata convergenza”, è quella che maggiormente risulta essere più comprensiva di tutte le problematiche che concernono, allo stato attuale, il problema del Mezzogiorno; l’autore, tra l’altro, ha il merito di considerare la politica meridionalistica, non solo come parte do quella nazionale, ma anche della più generale politica di crescita e di sviluppo europeo.
Secondo l’autore, il momento difficile che caratterizza ora il “progetto europeo” avrebbe “riaperto la discussione sullo stato del processo di integrazione economica e politica. […] In questo quadro risulterebbe evidente la necessità di rilanciare un intervento di politica europea generale capace di innescare una dinamica di convergenza socio-economica tra le aree dell’Unione, ad oggi insufficiente a garantire la tenuta e il consolidamento di ‘a more perfect Union’, a partire dalla stabilità dell’Unione economica e monetaria”. L’intento di Provenzano, tuttavia, non è tanto quello di fissare i termini in cui impostare la nuova politica di crescita e sviluppo europea, quanto quello di analizzare il caso del Mezzogiorno, per il quale la performance insoddisfacente delle politiche di coesione attuate negli ultimi lustri precede, sì, la crisi del 2007/2008 nella quale è precipitato il Paese, ma si è però aggravata successivamente.
Le regioni del Mezzogiorno – afferma Provenzano – “non hanno conosciuto quel processo di convergenza che ha riguardato invece le altre regioni meno sviluppate dell’Europa”; prima della crisi, le regioni meridionali italiane, non diversamente da quelle del Centro-Nord del Paese, “hanno perso terreno rispetto alla media delle regioni europee”, mentre oggi l’Italia “continua ad essere caratterizzata da quel dualismo territoriale che negli anni Duemila gli altri Paesi […] hanno invece superato”. Provenzano si chiede perché ciò sia avvenuto e, con la sua “Memoria”, cerca di dare una risposta all’interrogativo, suggerendo possibili indicazioni per un effettivo rilancio della politica a favore delle regioni meridionali.
Dopo la fine, nel 1992, dell’”intervento straordinario” – ricorda Provenzano – ha avuto inizio nel 1998 l’esperienza della “Nuova politica regionale” o della “Nuova programmazione”. Alla vigilia dell’adozione della moneta unica europea, il Mezzogiorno si trovava ad avere tassi di sviluppo industriale tra i più bassi d’Europa e tassi di disoccupazione tra i più alti, che nel complesso prefiguravano, per la nuova fase meridionalistica, uno scenario difficile da affrontare. Il venir meno dell’impegno aggiuntivo dello Stato verso le regioni un ritardo di sviluppo non ha mancato di fare sentire i suoi effetti negativi riguardo al riequilibrio territoriale dell’intera area meridionale rispetto a quella settentrionale. Con il sopraggiungere della crisi del 2007/2008, le manovre restrittive della spesa pubblica hanno concorso a rendere ancora più grave la situazione.
Il crollo dei trasferimenti in conto capitale e in conto spesa corrente ha reso insostenibile la posizione di molti bilanci regionali, mentre le condizioni di indebitamento e il difficile ricorso ad ulteriori linee di credito hanno pesato negativamente sulla possibilità delle regioni di spendere per investimenti le risorse europee; la minor possibilità di ricorrere al credito bancario ha fortemente compromesso la capacità delle singole regioni di finanziare nuovi progetti a valere sui fondi strutturali, in quanto operanti sotto forma di rimborsi per spese già effettuate e non per anticipi. A risentire della generalizzata diminuzione della capacità di spesa delle regioni meridionali è stata la “politica di coesione”, a causa del fatto che le risorse europee destinate all’approfondimento della coesione sociale sono state sostitutive, sia di quelle straordinarie dello Stato, sia in parte di quelle ordinarie, come conseguenza della “spendine review” perseguita a livello nazionale.
Gli aspetti quantitativi – afferma Provenzano – non devono però fare dimenticare i deficit delle “ragioni qualitative nella realizzazione delle politiche d’intervento, che attengono ai limiti ‘interni’” alla programmazione stessa dell’intervento nel Mezzogiorno. Riguardo a queste ultime carenze, il dibattito pubblico ha teso a concentrarsi sui deficit attuativi della classi dirigenti locali, evocati spesso solo per giustificare il “fallimento” della politica nazionale riguardo al problema del Mezzogiorno. A ben vedere, secondo Provenzano, la polemica sull’incapacità delle regioni meridionali di avvalersi delle risorse europee, per il finanziamento di progetti che avrebbero dovuto favorire la convergenza delle regioni del Sud rispetto al resto dell’economia nazionale, costituisce “lo specchio perfetto” che riflette anche le responsabilità delle classi dirigenti nazionali.
A parere di Provenzano, i fondi europei sono valsi infatti “a garantire un equilibrio perfetto di reciproca ‘non interferenza’”, nel senso che sono diventati l’alibi per le classi dirigenti nazionali […] per non mettere in campo nessuna altra politica verso il Sud”. D’altro canto, le classi dirigenti locali hanno preteso di conservare gelosamente la loro autonomia decisionale riguardo all’utilizzo delle risorse europee, illudendosi di poter risolvere con esse tutti i loro problemi, ma finendo per disperderle “in una miriade di interventi rispondenti a istanze particolaristiche e ‘distributive’”. La causa principale di tutto ciò è stata, in realtà, conseguenza dell’errata impostazione della “Nuova programmazione”, che ha assegnato la responsabilità della politica locale alle regioni, senza che allo Stato fosse assegnato il ruolo di “guida e di coordinamento”.
Quest’ultima decisione non ha evitato, tra l’altro, la tendenza di ciascuna regione a programmare gli interventi con la sola preoccupazione ci conservarne tutti gli effetti all’interno dei propri confini amministrativi. La deriva localistica in fatto di politica di crescita e sviluppo “ si è verificata, o di certo si è accentuata, quando è venuto meno il ‘blocco politico di consenso’ […] tra policy makers centrali e locali intorno agli obiettivi di politica regionale”. Un altro limite interno all’attività programmatoria degli interventi nel Mezzogiorno è anche costituito dal fatto che i progetti d’investimento non sono mai stati analizzati dal punto di vista qualitativo, per cui sono stati per lo più attuati dopo una verifica di una loro rispondenza formale agli schemi generali, piuttosto che alle specifiche esigenze delle singole regioni.
Sul piano dei limiti interni, dunque, si è avuto innanzitutto un problema di struttura legato alla mancanza di una governance dell’attività d’investimento da parte di un centro di coordinamento strategico. In secondo luogo, sono mancate strutture di supporto alle inefficienze locali, che sono state la fonte di molti esiti negativi, da quando lo Stato, rinunciando ad esercitare il coordinamento tra le decisioni centrali e quelle periferiche, ha delegato alle regioni ogni responsabilità in fatto di erogazione delle risorse europee. Per superare l’impasse della quale ha sofferto (e continua ancora a soffrire) l’attività di programmazione degli interventi nell’area meridionale del Paese, sarebbe stata invece necessaria una governance che avesse teso a valorizzare, previa una riduzione del numero dei soggetti coinvolti nell’attuazione delle politiche meridionalistiche, il “gioco delle interrelazioni” tra i vari livelli decisionali, periferici e statali.
Provenzano sottolinea tuttavia come ai limiti dell’attuazione della politica a sostegno della crescita e sviluppo del Mezzogiorno non sia risultata estranea la particolare “impostazione” che è stata data alla politica di coesione direttamente da Bruxelles. A livello europeo non si sarebbe tenuto conto del fatto che la politica di coesione era, nei fatti, “la sola politica propriamente europea”, mentre le modalità con cui è stata impostata la politica di coesione non avrebbero tenuto conto che, all’origine, le regioni meridionali non sono mai state considerate residualmente. Nel secondo dopoguerra – afferma Provenzano – una combinazione di fattori interni ed esterni ha contribuito a determinare una politica a sostegno di un processo di “modernizzazione attiva”, non solo del Mezzogiorno, ma anche dell’intero Paese.
E’ stato in questo modo che, a parere di Provenzano, l’area meridionale italiana è divenuta, nell’arco di alcuni lustri, “protagonista dello sviluppo economico nazionale”, sino ad apparire, a metà degli anni Settanta del secolo scorso, secondo le parole di Adriano Giannola, un “sistema industriale in via di consolidamento con molti tratti di fragilità e anche macroscopiche inefficienze, ma con una base identificata di vocazioni e di potenzialità”. E’ giunto perciò il tempo, conclude Provenzano, di inaugurare una nuova politica meridionalistica, che faccia perno, non solo su una riforma della politica di coesione a livello europeo, ma soprattutto su quella concernente direttamente le istituzioni nazionali e locali coinvolte nel conseguimento della sempre auspicata convergenza delle regioni meridionali verso lo status di quelle più avanzate d’Europa.
Nella rifondazione della politica meridionalistica, con la rimozione di tutti i limiti quantitativi e qualitativi che Provenzano non ha mancato di indicare, non dovrà però essere trascurato il fatto che spesso le inefficienze della classi dirigenti locali, da più parti denunciate, sono state generate dalla tendenza delle forze politiche nazionali a tenerle “legate al proprio carro”, per scopi normalmente estranei a quelli per i quali venivano giustificati i trasferimenti.
Ciò significa che la rimozione del perfetto equilibrio di reciproca non interferenza nelle decisioni d’investimento, del quale parla Provengano, non deve implicare un coinvolgimento solo formale delle regioni meridionali nella predisposizione dei futuri programmi d’investimento. Queste, pur in presenza di un razionale indirizzo strategico dell’attività d’investimento esercitato dallo Stato, dovranno assumersi le specifiche responsabilità circa la destinazione delle risorse da investire; la responsabilizzazione delle classi dirigenti locali potrà ottenersi, però, non solo attraverso riforme organizzative realizzate sul piano amministrativo, ma anche e soprattutto su quello istituzionale, ovviamente di segno opposto rispetto a quelle prefigurate dall’ipotesi di riforma costituzionale bocciata dal voto referendario del dicembre dello scorso anno.

Gianfranco Sabattini

Consulenti del lavoro, rottamazione cartelle Equitalia rischia di fallire

Pensioni anticipate

APE, DECRETI IN RITARDO MA VIA A MAGGIO

Una franchigia fino a 12 mesi per garantire – ai lavoratori impegnati in attività gravose e con 36 anni di contributi – di accertare che hanno svolto un lavoro particolarmente gravoso anche negli ultimi sei anni, requisito indispensabile per accedere all’Ape. Insieme a un via libera all’utilizzo del cumulo gratuito dei contributi corrisposti in gestioni diverse anche per il calcolo dei requisiti di accesso all’Ape social o volontaria, nonché per il ritiro anticipato dei precoci, con esclusione però per gli iscritti alle casse privatizzate. E ancora: una interpretazione estensiva dei 12 mesi di versamenti effettuati prima del 19esimo anno di età per essere riconosciuto, appunto, lavoratore precoce, riconoscimento che non si perderebbe in casi di lunghe malattie, maternità o intervalli di cassa integrazione. È ruotato perlopiù attorno a questi aspetti interpretativi il tavolo tecnico sulla previdenza che si è svolto di recente al ministero del Lavoro e al quale hanno partecipato diversi economisti della policy unit di palazzo Chigi guidata da Marco Leonardi. Parte delle richieste avanzate dai sindacalisti dovrebbero trovare posto nei decreti attuativi in lavorazione dopo l’ultimo vaglio del Mef. Da poco sono scaduti i 60 giorni prefigurati per il varo dei Dpcm, ma i tecnici impegnati in questo cantiere attuativo non si sono mostrati preoccupati: l’obiettivo del debutto dell’Ape il 1° maggio resta confermato. La certificazione della mansione di lavoro pesante sarà a carico dell’azienda e sarà poi verificata sulle banche dati di Inps, Inail e ministero del Lavoro con una procedura che dovrebbe essere la più semplificata possibile, così come sarà disegnato con la massima semplicità possibile il modulo digitale di compilazione della domanda di Ape volontaria. Su quest’ultimo strumento, tuttavia, non si sono fatti approfondimenti, in attesa della chiusura degli accordi con Abi e Ania sul costo dell’anticipo (nelle vecchie slides del governo Renzi sull’Ape volontaria e aziendale s’ipotizzava un Tan al 2,5% e un premio assicurativo sul 29% del capitale anticipato da restituire con il rateo ventennale). Il prossimo incontro sui decreti previdenziali è in programma il 13 marzo, mentre il 9 si parlerà di mercato del lavoro e voucher. In questi giorni proseguiranno anche i confronti tecnici al ministero dell’Economia cui parteciperanno anche esponenti dell’Inps, istituto fulcro dell’intera operazione Ape. Il governo intanto ha anche preso in esame il documento unitario dei sindacati che sollecitano una definizione precisa della platea di lavoratori precoci e dei beneficiari dell’Ape social, insieme alla considerazione delle specificità di alcuni settori caratterizzati da alti livelli di discontinuità del lavoro, come l’edilizia, che rendono difficilissimo il possesso dei requisiti previsti per l’anticipo pensionistico. «Su alcune richieste abbiamo avuto risposte positive – ha spiegato Roberto Ghiselli (Cgil) – come sulla franchigia di 12 mesi per l’Ape o sulla richiesta che nell’individuazione della platea dei lavoratori beneficiari dell’uscita anticipata il riferimento sia alla mansione del lavoratore e non al comparto dell’azienda. Restano comunque aperte alcune questioni, in particolare per edili e marittimi, su cui continueremo il pressing. Nella “fase 2” si affronterà invece il tema delle aspettative di vita dove potrebbero essere ricompresi tanti lavori oggi esclusi dall’uscita anticipata. Il metodo del confronto è comunque positivo». Maurizio Petriccioli (Cisl) ha infatti parlato di «passaggio interlocutorio», rimarcando le «risposte positive per rendere esigibili alcune opportunità previste dall’intesa, come per il cumulo gratuito o per l’accesso all’Ape volontaria o agevolata», ma «rimangono alcuni ostacoli che rischiano di limitare la platea degli aventi diritto ai benefici previdenziali». Anche per Domenico Proietti (Uil) l’incontro è stato «proficuo», è «importante che i decreti diano a tutte le platee individuate la possibilità di accedere all’Ape sociale, al pensionamento precoce ed alla positiva ricongiunzione dei contributi corrisposti, senza vincoli interpretativi e restrittivi. Continueremo a lavorare per rendere esigibili queste opportunità per tutti gli interessati”.

Consulenti del lavoro

ROTTAMAZIONE CARTELLE EQUITALIA RISCHIA DI FALLIRE

La rottamazione delle cartelle rischia di fallire. E’ l’allarme che arriva dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, che ha inviato una lettera a Inps ed Equitalia. “Per un mancato raccordo fra la normativa fiscale e quella previdenziale, infatti, le aziende che hanno debiti previdenziali anche di modesta entità -si legge in una nota dei professionisti- potrebbero decidere di non aderire alla sanatoria. Questo perché l’adesione alla rottamazione ad oggi blocca il rilascio alle imprese del Documento unico di regolarità contributiva (Durc) da parte dell’Inps e dell’Inail e di conseguenza rende impossibile partecipare agli appalti pubblici per la fornitura di beni e servizi”. “Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, tramite il suo vicepresidente Vincenzo Silvestri, ha inviato -si legge ancora nella nota- una lettera all’amministratore delegato di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, e al direttore generale dell’Inps, Gabriella Di Michele, chiedendo di anticipare l’effetto della sanatoria. Infatti, le imprese che non hanno in essere una rateizzazione con Equitalia e richiedono la rottamazione, in attesa di ricevere il via libera per il nuovo piano di rateazione, si vedranno decadere il rinnovo del Durc”. “Questo intreccio -sottolinea il vicepresidente Silvestri nella lettera- provocherà la paradossale situazione, per coloro che accederanno alla rottamazione dei ruoli, di risultare non in linea con i pagamenti presso il concessionario”. Così, continua la nota dei professionisti, “chi avrà urgenza di chiudere contratti con la pubblica amministrazione troverà la rateazione più conveniente in termini di tempo, nonostante questa soluzione si presenti come la più onerosa”. “L’Inps e l’Inail, in realtà, potrebbero aggiornare le loro procedure informatiche – spiega – per far equivalere l’accettazione dell’istanza di rottamazione da parte di Equitalia come un primo pagamento. In questo modo, si risparmierebbero almeno due mesi, poiché la risposta di Equitalia all’istanza deve arrivare entro maggio”. “Un’altra interessante questione ancora aperta -continua Silvestri- è la definizione degli ‘interessi’ che devono essere corrisposti, in caso di debito contributivo con Inps e Inail, assieme al capitale al fine di legittimare la rottamazione. Le sanzioni previdenziali, si ricorda, hanno natura di risarcimento civilistico, con distinzione a seconda se si tratti di omissione o evasione. Da qui l’auspicio di definire la questione in tempi rapidi per consentire all’agente della riscossione di avere tutti gli elementi utili per calcolare il quantum realmente dovuto”.

Scommesse on line

ITALIA PRIMA IN EUROPA

Oggi l’Italia occupa il primo posto nel mercato europeo dei giochi on line, avendo raccolto nel 2012 circa 15 miliardi e mezzo, seguita dalla Francia che non raggiunge neppure i 9 miliardi e mezzo. Il nostro paese occupa il 22% del mercato mondiale. E il mercato legale on line nel 2012 era al primo posto nell’e-commerce. E’ quanto emerge da un articolo di Annunziata de Felice e Isabella Martucci pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, Trimestrale Svimez diretto da Riccardo Padovani. Nel periodo più acuto della recessione, l’incidenza della raccolta del gioco d’azzardo sul pil ha toccato i picchi di oltre il 5% nel 2012 e del 4,4% nel 2013. Nel Mezzogiorno l’incidenza nel 2013 è stata del 5,4%, di oltre un punto maggiore rispetto a quella del Centro-Nord (4,1%). “Si tratta di un mercato del tutto anomalo, che non ha risentito affatto delle difficoltà congiunturali che hanno interessato l’Italia: infatti, mentre durante la crisi si assisteva a una contrazione della domanda interna di beni e servizi e i consumi delle famiglie calavano del 3%, i giocatori hanno sestuplicato l’ammontare della spese per il gioco d’azzardo”, si legge nell’articolo. Ciò vale, ovviamente, rileva, “solo per il gioco legale, perché è impossibile stimare quello illegale”. Nel 2012 il giro d’affari del gioco d’azzardo ha toccato gli 84 miliardi, comprendendo tutti i diversi giochi gestiti dai Monopoli e dai 4 Casinò esistenti nel nostro paese (Campione d’Italia, Saint Vincent, Sanremo e Venezia): lotto, superenalotto, lotterie nazionali e Gratta e Vinci, scommesse sportive a base ippica, Bingo, apparecchi elettronici come i videopoker. In tempi più recenti, rileva la rivista Svimez, è aumentata esponenzialmente la passione per il gioco on line, che nel 2012 ha raggiunto il 16% dell’intera raccolta, e, ancor più, gli apparecchi di intrattenimento, che sfiorano il 56% della raccolta. “Un tipo di gioco che attrae di più giovani e donne: si tratta di un settore che sfugge a ogni controllo e dove più facilmente si annida la criminalità organizzata, la quale ottiene profitti ben più elevati di quelli scaturenti dal gioco legale”, si sottolinea. La spesa destinata al gioco è maggiore in Lombardia ma seguono Lazio e Campania. In Lombardia, dove il pil pro capite si attesta attorno ai 33 mila euro o li supera, nel 2013 sono stati raccolti 13 miliardi e 905 milioni, pari al 19,9% del totale nazionale destinato ai giochi. Seguono il Lazio (pil pro capite circa 28 mila euro) e Campania (dove il pil pro capite è di circa 16 mila euro), rispettivamente con l’11,1% (7 mld e 785 mln) e l’8,9% (6 mld e 226 mln). Tra le regioni che spendono in giochi d’azzardo una quota elevata del pil, oltre le prime tre, figurano l’Emilia Romagna col 4,6%, il Veneto col 4,5%, il Piemonte col 4,3%, la Sicilia col 5,9%, la Toscana col 3,9%, la Puglia col 5,9%. Se la preferenza per le tipologie di gioco varia da regione a regione, in tutte la raccolta più elevata proviene da slot machine, videolotteries, new slot, video lottery terminals. Il Lotto è preferito in Lombardia, seguita da Campania, Sicilia e Lazio, il Bingo piace molto soprattutto a campani e siciliani, mentre nei giochi a base sportiva di gran lunga la prima è la Campania.

Carlo Pareto 

Il Sud dimenticato, il Ponte
e il barone di Münchhausen

Renzi ha annunciato che il Prodotto interno lordo aumenterà dell’1%, senza ovviamente dire con quali strumenti, dato che si tratta di un annuncio da utilizzarsi nella campagna referendaria che lo vede in crescente difficoltà, come del resto la riesumazione del Ponte sullo Stretto.
Ma prescindendo dall’esiguità del dato di bilancio, segnato da evidente alea, nessun riferimento nella politica economica del governo esiste sul tema dello sviluppo del Mezzogiorno.
Il Sud è, ormai, segnato da una sorta di rimozione politica, tranne i riferimenti ai drammatici fenomeni delle mafie, della corruzione e della devastazione dell’ambiente, a tal punto che appare ormai abbandonato a sé stesso e la Svimez ha scritto di “desertificazione umana ed industriale” e, a ben vedere, sarebbe difficile individuare migliore definizione dell’attuale condizione meridionale.
Dall’inizio della crisi, nel Mezzogiorno le famiglie povere sono aumentate del 40%; una su cinque ha difficoltà financo al rifornimento idrico (!); la domanda per consumi è scesa del 13%; il tasso demografico diminuisce con le natalità inferiori alle morti; il tasso medio di disoccupazione è doppio rispetto al resto d’Italia con quattro giovani su cinque senza lavoro e oltre 500 mila andati via, molti dei quali all’estero; è crollata l’istruzione: quattro ragazzi su dieci non conseguono un diploma, mentre diminuiscono le iscrizioni nelle università; continua a decrescere il Pil meridionale rispetto al Nord.
Si potrebbe continuare, citando altri drammatici indicatori, evidenziano l’alto numero delle pensioni d’invalidità o il ruolo importante del Welfare familiare, ergo le pensioni dei nonni, nella sussistenza dei giovani, ma per analizzare la condizione meridionale non basta solo la denuncia, servono proposte.
E la prima, fondamentale, prima ancora che il tema ineludibile delle risorse da destinare al Sud in investimenti per infrastrutture materiali e immateriali si badi bene e non in spesa corrente, è quello del ruolo dello Stato.
Tornano alla mente le affermazioni di un grande meridionalista, Guido Dorso, sull’esigenza di costruire le istituzioni pubbliche anche nel Mezzogiorno, con una classe dirigente adeguata. Se quella che un tempo si definiva la “questione meridionale” è stata obliterata dal dibattito nazionale, ciò non è dipeso soltanto dall’affermazione del capitalismo finanziarizzato, che ha messo in mora il ruolo dello Stato in economia e la funzione dei partiti di massa, ma anche dal prevalere di élite politiche (si fa per dire!) nel Mezzogiorno, legate al clientelismo elettoralistico, a proclami demagogici e inconcludenti e, molto spesso, alla criminalità organizzata.
E questo, allora, il vero tema per il Sud: riformare la politica per istituzioni efficienti e trasparenti. Un tema in cui si inserisce la credibilità della politica, a cui non contribuiscono gli annunci propagandistici: ad esempio, se si vuole davvero realizzare il Ponte sullo Stretto, il governo deve porre in essere un atto giuridico imprescindibile, fermare la liquidazione per legge della Società “Stretto di Messina Spa” voluta da Mario Monti, concessionaria dell’opera e titolare del progetto; tutto il resto sono affermazioni che richiamano il barone di Münchhausen, quello che affermava di essere andato sulla luna su di una palla di cannone! E in linea con queste affermazioni Renzi ha già detto che “il Ponte non è una priorità”.

Maurizio Ballistreri

Sorpresa Svimez: il Sud cresce più di tutti

Svimezjpg

Il Sud torna a crescere dopo anni di contrazione. Il dato arriva dalla Svimez che, nell’anticipazione del suo “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno”, certifica come nel 2015, il Pil è salito dell’1 per cento, contro lo 0,7 per cento del resto d’Italia. I numeri statistici ci avevo abituato ad andamenti in cui il Sud non solo cresceva meno del resto del Paese, ma spesso aveva dati di Pil negativo anche quanto nel Nord si affacciavano dei timidi dati di crescita.

Uno sviluppo, osserva però l’associazione, che è la conseguenza di alcune condizioni peculiari, che non è scontato si ripetano. A giovare in parte sono state le decontribuzioni sulle nuove assunzioni previste dal Job Act. Tuttavia, osserva la Svimez, per “consolidare” questo dato ci vorranno precise scelte politiche, dal momento che la crescita del 2015 ha ridotto solo parzialmente il depauperamento di risorse e il potenziale produttivo provocato dalla crisi. Quanto alle previsioni per quest’anno e il prossimo, la stima è che la ripresa sarà più lenta del previsto. Quest’anno il Pil dovrebbe aumentare dello 0,3 per cento al Sud e dello 0,9 per cento nel resto del Paese. Principalmente per effetto della domanda interna, a cominciare dalla spesa delle famiglie (+0,7 per cento nel Sud, +0,6 per cento nel Centro-Nord). Nelle regioni centrali e settentrionali, questa spinta verrebbe affiancata poi da un’accelerazione nella spesa per gli investimenti totali (+2 per cento), mentre al Sud si fermerebbe al +0,6 per cento. Nel 2017 l’evoluzione congiunturale delle due macro aree sarebbe invece simile: +0,9 per cento nel Sud e +1,1 per cento nel Centro-Nord.

I fattori della ripresa
A favorire la ripresa al Sud, rileva Svimez, è stata una concomitanza favorevole di cause: un’annata agraria particolarmente favorevole, la crescita del turismo favorita dalle crisi geopolitiche dell’area del Mediterraneo e la chiusura della programmazione dei fondi strutturali europei 2007-2013, che ha portato a un’accelerazione della spesa pubblica legata al loro utilizzo per evitarne la restituzione. Anche la domanda estera netta ha dato un contributo positivo, con un incremento dell’export verso il resto del mondo del 4 per cento. un trend che si è riflesso anche nei consumi (+0,3 per cento, a fronte del -0,6 per cento del 2014), trainati da quelli delle famiglie (+0,7 per cento). E in risalita sono risultati nel Mezzogiorno anche gli investimenti, dopo sette anni di flessione: +0,8 per cento, esattamente come al Centro-Nord (0,8 per cento). Comunque sono elementi non strutturali e di conseguenza il dato potrebbe non ripetersi senza altri interventi di sostegno.

Aumentano gli occupati
Nel 2015 gli occupati nelle regioni meridionali sono aumentati di 94 mila unità, pari a +1,6 per cento, mentre in quelle del Centro-Nord si registra una crescita di 91 mila unità (+0,6 per cento). Ma mentre il Centro-Nord ha recuperato quasi interamente i livelli occupazionali pre-crisi, il Sud è ancora sotto la soglia del 2008 di quasi mezzo milione. Nello specifico, ci sono stati 37 mila occupati in più (+1 per cento) tra i dipendenti a tempo indeterminato, grazie alla decontribuzione sulle assunzioni con le nuove regole del Job Act. Ma il maggior contributo alla ripresa occupazionale è venuti dai contratti a termine, +56 mila, pari a +7,4 per cento, e ciò – spiega l’associazione – è dovuto al fatto che a trainare la ripresa meridionale siano stati soprattutto agricoltura e turismo. Per queste ragioni la proposta è di ripristinare la decontribuzione sulle assunzioni a tutele crescenti nella formula del 2015, visto che nel primo trimestre di quest’anno si sta assistendo a un rallentamento della dinamica occupazionale dovuto probabilmente all’affievolimento degli sgravi.

Si allarga la forbice di sviluppo con l’Europa
Rispetto area euro però la differenza è ancora forte. È dal 2012 che il Sud non cresceva, osserva la Svimez. Malgrado il segno più, tornato dopo tre anni di cali consecutivi, però, il recupero è molto più lento se confrontato con l’area euro, dove la crescita è stata doppia (+1,7 contro +0,7 per cento) e con l’intera Unione europea, dove è stato ancora maggiore (+2 per cento). Si allarga, perciò, la forbice di sviluppo con l’Europa: nel complesso del periodo 1996-2015, sottolinea l’associazione, il gap cumulato è pari a 29 punti percentuali con l’Unione europea, a quasi 23 con l’area dell’euro. Ancora peggiore il risultato del Sud: nel ventennio il Sud è cresciuto di appena l’1,3 per cento, quasi 40 punti in meno dell’Ue a 28.

Redazione Avanti!

Italia da ‘resettare’
ci serve un progetto

bandiera italiana e europaGiovanni Brauzzi e Luigi Tivelli, diplomatico di lungo corso il primo e civil servant al servizio di vari Governi il secondo, hanno recentemente condotto un’analisi lucida ed imparziale sulle “ombre” politiche e sociali che da venti anni a questa parte si stendono sull’Italia. I due autori non si sono limitati solo a descrivere i cattivi costumi, hanno anche evidenziato le “luci” che possono illuminare un progetto di rifondazione e rinascita del nostro Paese. Ed è proprio questo progetto, che dovrebbe nascere dalla collaborazione di tutte le classi dirigenti del Paese, il fulcro del loro bel libro intitolato “Reset Italia”, edito da Guerini e Associati.

L’ultimo ventennio è stato per il nostro Paese una sorta di brutte époque in cui abbiamo registrato la più bassa crescita fra i Paesi OCSE, la forte caduta dell’etica pubblica, il chiaro degrado dei rapporti civili, l’ulteriore dissesto idrogeologico del territorio, la frantumazione del Mezzogiorno, l’impoverimento delle famiglie e dei ceti medi, segnati dalla netta discesa dell’occupazione, specie giovanile. L’Italia non può dunque continuare ad essere una sorta di “società mangiagiovani”, che ruba il futuro ad intere generazioni, e non può nemmeno ambire ad avere un ruolo leader in Europa fin quando più di un terzo del Paese è incluso fra le aree più arretrate e depresse del continente.

Ciò detto, il Belpaese ha anche tutta una serie di punti di forza sui cui occorre far leva: dalle risorse legate ai beni ambientali, artistici e culturali, a quelle legate alla valorizzazione del turismo; da un tessuto imprenditoriale e manifatturiero fatto di molte imprese competitive ed orientate all’esportazione, alle start-up innovative, anche giovanili, ad altri fattori.

Il quadro è dunque quello di un’Italia a luci ed ombre, in cui però manca una idea organica, una visione del Paese. Lampante è il deficit culturale nella politica del giorno per giorno, del carpe diem. E, seppure vada dato atto al premier Renzi di aver avviato una serie di riforme da troppo tempo rinviate e necessarie, superando il cosiddetto “riformismo immobile”, secondo gli autori non è con alcune isolate riforme che si può dare la scossa ad un Paese afflosciato dopo venti anni di sostanziale “non-governo”. Soprattutto non è con le riforme che nascono dalla logica dell’uomo solo al comando che si riavvia realmente il nostro Paese e si supera definitivamente la politica politicante, il cicaleccio fine a se stesso, il dilettantismo imperversante.

È invece responsabilità di tutte le classi dirigenti, politiche e non, del Paese non lasciare solo il premier, facendosi portatrici di “una nuova idea dell’Italia” nell’ambito di un progetto a medio lungo termine.

Il messaggio che Brauzzi e Tivelli cercano di diffondere è chiaro: è giusto ridare alle istituzioni ed alla politica il potere e la capacità di decidere, ma si deve restituire lo scettro al “Principe-cittadino”.  Occorre dunque cominciare a gettare al più presto fondamenta solide, basate su un progetto coerente che si sviluppi in un arco quanto meno decennale, altrimenti il degrado del Paese è destinato a continuare.

E di qui a un decennio l’Italia ha due scadenze: una certa, il Giubileo del 2025, e una probabile, le Olimpiadi del 2024. Secondo gli autori si tratta dunque di cogliere queste scadenze come opportunità per condurre in porto un progetto di rifondazione del Paese. Un progetto a medio-lungo termine, molto ben articolato in “Reset Italia”, che nei primi due anni può già dare effetti significativi sul piano economico e che al termine del primo quinquennio produrrebbe la gran parte del suo impatto sull’amministrazione, l’economia e la società italiana.

Un progetto che dovrebbe essere predisposto col contributo delle migliori forze vive del Paese, da convocare in una sorta di Stati Generali dell’Italia. Ne parliamo con Luigi Tivelli, già consigliere parlamentare, civil servant al servizio di vari Governi ed editorialista, autore di una ventina di libri in materia di politica ed economia.

Dott. Tivelli, quali sarebbero le tre principali priorità del nuovo progetto globale per il Paese?
Direi che le tre priorità principali sono: primo, ridurre al massimo il peso ed il perimetro del settore pubblico nell’economia italiana, tagliando al massimo la spesa pubblica, ciò che non fa assolutamente la politica economica dei vari Governi e anche del Governo Renzi, come dimostra questa pessima legge di stabilità, in cui i tagli alla spesa pubblica sono ridicoli ed in cui  si finanzia in deficit la riduzione delle imposte. La seconda priorità riguarda il Mezzogiorno, che, come evidenziato da Svimez, negli ultimi dieci anni ha avuto una performance nettamente peggiore di quella della Grecia: come si può pensare di essere leader in Europa se più di un terzo del Paese sta peggio della Grecia? La terza priorità riguarda l’occupazione giovanile perché con quasi tre milioni di giovani che né studiano né lavorano, e con oltre il 40% di disoccupazione giovanile, non si va da nessuna parte. Per tutte e tre queste priorità nella terza parte del libro formuliamo progetti e programmi concreti e fattibili.

Cosa intende per Stati Generali dell’Italia?
Quello che più mi allarma è che è la prima volta nella storia italiana che praticamente tutti e quattro i leader delle principali forze politiche hanno un’impronta populista: dal populismo di origine padana di Salvini a quello poggiato sulla sabbia di Grillo, al populismo mediatico di Berlusconi a quello riformista di Renzi. Ed è tipico del populismo, ad ogni latitudine, oscurare, e non voler o saper affrontare i problemi reali, tramite continue invenzioni di nuovi idola fori e continui appelli al popolo, scavalcando i corpi intermedi. Occorrerebbe invece finalmente coinvolgere i rappresentanti delle imprese e delle varie forze sociali, dei sindacati, del mondo del lavoro, le élite intellettuali, tutti oggi un poco dormienti, depressi o latitanti, in un progetto di rifondazione e rilancio del Paese. Perché è vero che si è diffuso un facile ottimismo di comodo, ma rispetto al 2007 abbiamo perso una decina di punti di PIL, più di un milione di posti di lavoro, un quinto della produzione industriale. Non è che li recuperiamo grazie al fatto che nel 2015 il PIL crescerà dello 0,9% … Quindi l’emergenza c’è ancora tutta, e senza un progetto, con il coinvolgimento più largo possibile, non se ne esce.

Alfonso Siano

Svimez. Mezzogiorno sempre più povero

Svimez-sud poveroNel 2015, il Pil italiano “dovrebbe crescere dello 0,8%, risultato del +1% del Centro-Nord e del timidissimo +0,1% del Sud. Se confermata, si tratta della prima variazione positiva di prodotto del Sud da sette anni a questa parte”. Queste le stime di Svimez, che spiegano come la crescita sia trainata dall’andamento positivo dei consumi. L’andamento positivo dei consumi nel 2015 – continua Svimez – è stimato in +0,9% al Centro-Nord e +0,1% al Sud. Secondo il rapporto Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno, la crescita si rafforza anche nel 2016 quando “il Pil italiano dovrebbe aumentare del +1,3% a sintesi di un +1,5% del Centro-Nord e di un +0,7% del Sud”. A concorrere positivamente, anche in questo caso, sarà l’andamento dei consumi finali, stimato “in +1,3% al Centro-Nord e +0,8% al Sud. Su anche gli investimenti fissi lordi, +2% il dato nazionale, quale risultato del +2,5% del Centro-Nord e dello 0,5% del Sud”. Se confermato – sottolinea Svimez – “anche in questo caso si interromperebbe la spirale negativa dell’andamento degli investimenti fissi lordi al Sud iniziata nel 2007. Sul fronte occupazionale, si prevede un aumento nazionale del +0,8%: +0,9% al Centro-Nord e +0,6% al Sud”.

“L’Italia si è rimessa in moto dopo un po’ di difficoltà: torna il segno più anche al Sud, seppur ancora con qualche problema, ed è una buona notizia” ha commentato  il presidente del consiglio Matteo Renzi da Bogotà, sottolineando che il Paese “dopo anni di crisi può guardare con coraggio e fiducia al proprio domani”. Inoltre secondo Svimez nel 2015 sono stati creati più posti di lavoro al Sud che al Centro-Nord. “Tra la fine del 2014 e i primi due trimestri del 2015 sembra essersi determinata una decisa inversione di tendenza sul mercato del lavoro, che riguarda anche il Mezzogiorno. Con il secondo trimestre del 2015 la crescita tendenziale dell’occupazione prosegue per il quinto trimestre consecutivo. Rispetto al secondo trimestre del 2014, gli occupati crescono al Sud di 120 mila unità (+2,1%) e di 60 mila unità nel Centro-Nord (+0,4%)”, si legge nel rapporto.

povero-436-2.jpg_415368877Ma sono numeri positivi fino a un certo punto. Una crescita dello 0,1% dopo sette anni di discesa continua non sono nulla. Svimez infatti registra come siano ancora in aumento le diseguaglianze di reddito tra Nord e Sud. “Nel Centro- Nord oltre il 50% delle persone guadagna dall’80 al 100% del reddito medio regionale; al Sud questo vale solo per una persona su cinque. Al contrario, il 61,7% delle persone guadagna al massimo il 40% del reddito medio, con punte del 66% in Campania, del 70% in Molise, e addirittura del 72% in Sicilia”. Il Sud dunque è sempre più povero: “Per effetto della crisi del 2008 la povertà assoluta in Italia negli ultimi anni è più che raddoppiata, sia nel Mezzogiorno che nel Centro-Nord; se dal 2005 al 2008 i poveri assoluti in Italia non raggiungevano i due milioni di persone, nel biennio 2013-2014 si sono superati i 4 milioni. In particolare – si legge nel rapporto – la povertà assoluta sul totale della popolazione è passata dal 2008 al 2013 dal 2,7% al 5,6% nel Centro-Nord, e dal 5,2% al 10,6% al Sud. Nel 2014 la povertà assoluta ha smesso di crescere nel Centro-Nord ed è leggermente diminuita nel Mezzogiorno. Il rallentamento è dovuto verosimilmente all’erogazione del bonus di 80 euro mensili ai lavoratori dipendenti nella seconda metà dell’anno, per la parte destinata alle famiglie povere”. Per quanto riguarda gli investimenti si registrano delle divergenze nel 2015.

Al +1,5% al Centro-Nord si accompagna il calo al Sud (-1%), anche per effetto della contrazione degli investimenti pubblici (-3%). L’anno scorso gli investimenti fissi lordi avevano segnato al Sud -4% e al Centro-Nord -3,1%; dal 2008 al 2014 sono crollati del 38% al Sud e del 27% nel Centro-Nord. A livello settoriale – si evince dal Rapporto Svimez 2015 c’è stato “un crollo epocale al Sud degli investimenti dell’industria in senso stretto, ridottisi dal 2008 al 2014 addirittura del 59,3%, oltre tre volte in più rispetto al già pesante calo del Centro-Nord (-17,1%)”. Giù anche gli investimenti nelle costruzioni, “con un calo cumulato del -47,4% al Sud e del -55,4% al Centro-Nord e in agricoltura, (-38% al Sud, quasi quattro volte più del Centro-Nord, -10,8%)”. Quasi allineata nella crisi la dinamica dei servizi: “-33% al Sud, -31% al Centro-Nord”, continua il rapporto.

Nell’industria del Sud, il crollo degli investimenti “erode la base produttiva e accresce i divari di competitività”, secondo lo studio infatti “nel 2014 a livello nazionale il valore aggiunto del manifatturiero è diminuito dello 0,4% rispetto al 2013, quale media tra il -0,1% del Centro-Nord e il -2,7% del Sud. Un valore ben diverso dalla media della Ue a 28 (+1,6%), con la Germania a +2,1% e la Gran Bretagna a +2,8%”.  Complessivamente negli anni 2008-2014 il valore aggiunto del settore manifatturiero “è crollato in Italia del 16,7% contro una flessione dell’Area Euro del -3,9%. Dal 2008 al 2014 il settore manifatturiero al Sud ha perso il 34,8% del proprio prodotto, e ha più che dimezzato gli investimenti (-59,3%). La crisi non è stata altrettanto profonda nel Centro-Nord, dove la diminuzione è stata meno della metà, -13,7% del prodotto manifatturiero e circa un terzo negli investimenti (-17%)”, conclude il rapporto Svimez.

Ma i dati del rapporto fanno dire al capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato che “dopo sette anni con il segno meno anche il Sud torna a crescere. Timidamente, certo. Ma quel +0,1% è pur sempre un dato positivo e incoraggiante. Anche l’occupazione torna a crescere al Sud, e cresce più che al Nord: +2,1% rispetto al + 0,4%”. Per Rosato “è giusto affermare che siamo in presenza di una importante inversione di tendenza che ci fa ben sperare per il domani. Soprattutto se ricordiamo il rapporto dello scorso anno, che era un autentico bollettino di guerra – ricorda Rosato – Ora la rotta è invertita. E i giovani meridionali possono guardare al futuro con occhi diversi. Certo, fa riflettere il dato sugli investimenti: -1% al Sud contro il +1,5% al Nord. Occorre essere meno timidi e più Intraprendenti”.

Ovviamente opposto il giudizio del capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta per il quale il rapporto “dimostra che nessun passo avanti è stato fatto da agosto. In Stabilità solo elemosine”.

“Dal rapporto Svimez – afferma Alfredo D’Attorre della minoranza del Pd – emerge la conferma dell’assenza di ogni strategia concreta di intervento per il Sud nella legge di stabilità. Il masterplan annunciato in pompa magna ad agosto è rimasto una trovata comunicativa, misure fiscali differenziate non sono state neppure proposte in sede Ue, non c’è traccia di vincoli di destinazione al Sud di investimenti statali e di grandi aziende pubbliche. Il Sud è tema che segnala inadeguatezza della legge di stabilità e la sua insostenibilità in assenza di radicali correzioni”. Severa anche la Cgil. “Il governo – afferma il segretario Susanna Camusso – non sta facendo nulla per il Sud e nella Legge di stabilità manca totalmente il Mezzogiorno”. Il leader della Cgil sottolinea che nella Legge di stabilità “non ci sono idee, né costruzione di fiscalità di vantaggio, né investimenti, né la capacita’ di rifinanziare significativamente i fondi Coesione. Non ci sono – conclude – scelte che puntino a chiudere la forbice di diseguaglianza che si è aperta tra il Nord e il Sud del Paese”.

Redazione Avanti!