I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

Musei: stop a riforma Franceschini su direttori stranieri

musei-nel-caos-annullate-nomine-di-franceschiniIl ministro della cultura Dario Franceschini, che della rivoluzione dei musei ha fatto il fiore all’occhiello del suo mandato, sbotta: “Davvero difficile fare le riforme in Italia. Dopo 16 decisioni del Tar e 6 del Consiglio di Stato, quest’ultimo cambia linea e rimette la decisione sui direttori stranieri dei musei all’adunanza plenaria. Cosa penseranno nel mondo?”. Il Consiglio di Stato infatti con una nuova sentenza rimette di fatto di nuovo in discussione la scelta italiana di affidare anche a direttori stranieri la guida dei musei pubblici. Anche se il contenzioso sulla riforma di Franceschini va avanti ormai da maggio dell’anno scorso, la sentenza del Consiglio di Stato rimette in discussione quello che era già stato deciso. Ma il motivo è soprattutto evitare un contrasto tra due sentenze emesse nel giro di pochi mesi dallo stesso Consiglio di Stato. Per questo la validità della nomina del direttore del Palazzo Ducale di Mantova, Peter Assman, verrà decisa dall’Adunanza plenaria di Palazzo Spada. Tutto ruota intorno ai ricorsi fioccati contro la riforma del sistema museale italiano messa in atto dal ministro Dario Franceschini. Il primo, quello che riguardava i direttori dei Musei, e il secondo (in termini di tempo) avanzato dal Campidoglio e dalla Uil contro l’istituzione del Parco archeologico del Colosseo e la nomina del direttore del nuovo ente con una procedura internazionale che accogliesse anche candidature estere. Accolti entrambi dal Tar, i ricorsi sono passati al Consiglio di Stato per con un appello presentato dal Mibact. E se quello sui direttori aveva ottenuto la sospensiva, quello sul Colosseo era andato a sentenza (la 3666/2017) lo scorso 24 luglio. Nel dispositivo, oltre a dichiarare valida la costituzione del Colosseo ribaltando la decisione del Tar, la sesta sezione del Cds aveva anche affrontato la questione della nomina del direttore tramite procedura internazionale, specificando che “il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia ammettono che sia consentita una riserva di posti a soli cittadini italiani, con deroga al principio generale di libera circolazione dei cittadini europei, soltanto in relazione a posti che implicano l’esercizio, diretto o indiretto, di funzioni pubbliche – si legge in una nota di Palazzo Spada di quel giorno – quali sono, in particolare, quelle poste in essere nei settori delle ‘forze armate, polizia e altre forze dell’ordine pubblico, magistratura, amministrazione fiscale e diplomazia’. Nel caso in esame, il Consiglio di Stato ha ritenuto che il Direttore del Parco non è chiamato a svolgere tali funzioni, in quanto il bando di gara gli attribuisce compiti che attengono essenzialmente alla gestione economica e tecnica del Parco. Si è, pertanto, ritenuta legittima la previsione di una selezione pubblica internazionale”.

Ilva, riprendono le trattative con i sindacati

Ilva-Dl-diossina-boviniLe trattative sull’ILVA sono proseguite al Mise. Oggi il Ministero dello Sviluppo Economico, ha ospitato il tavolo fra i sindacati e l’azienda sul piano industriale per il rilancio dell’Ilva. Al tavolo del Mise, oltre ai segretari generali di Uilm, Cisl e  Fiom, si sono seduti i manager di Am InvestCo, il viceministro Teresa Bellanova ed il commissario straordinario Enrico Laghi.

Rocco Palombella, segretario della Uilm, ha detto: ”Lavoriamo per arrivare con un piano industriale condiviso prima della pronuncia antitrust”.

E’ il primo incontro del 2018 sul passaggio dell’Ilva dall’amministrazione straordinaria alla società acquirente Am Investco  (ArcelorMittal e Marcegaglia). È un incontro di approfondimento rispetto ai piani ambientale e industriale presentati dall’investitore ma, soprattutto, è il primo di una fitta serie di appuntamenti in calendario per questo mese. Obiettivo del Governo è, infatti, quello di cercare di arrivare alla stretta finale tra fine e inizio di febbraio.  L’accordo con i sindacati è vincolante per Am Investco  ai fini dell’acquisizione dell’Ilva,  così come  è vincolante  l’atteso via libera dell’Antitrust europeo che sull’Ilva ha un’istruttoria in corso che dovrebbe concludersi a fine marzo. Resta tuttavia l’ostacolo, non ancora superato, dei ricorsi al Tar di Lecce presentati da Regione Puglia e Comune di Taranto contro il Dpcm che approva il nuovo piano ambientale dell’Ilva.

Il tavolo fra i sindacati e l’azienda sul piano industriale per il rilancio dell’Ilva è iniziato al Mise intorno alle undici. Durante l’incontro, i sindacati hanno chiesto all’amministrazione straordinaria di ‘far ripartire le linee produttive ancora ferme, perché, al momento della cessione degli attivi, lo stabilimento di Taranto sia vivo e funzionale’. Il segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli, uscendo dal Mise ha detto: “Abbiamo troppe linee produttive ferme a Taranto. Troppi lavoratori sono a casa. Mentre i nostri impianti sono fermi, Fincantieri fa acquisti all’estero. Mentre i tubifici di Taranto sono fermi, anche la Snam rischia di ordinare all’estero. Questo è tipico del masochismo industriale dell’Italia”.

Il leader della Fiom, Francesca Re David, al termine dell’incontro di oggi, ha dichiarato: “Non siamo ancora entrati nel vivo della trattativa ma nessuno pensi di lasciare il tema degli esuberi in fondo perché si sbagliano”.

Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dopo l’incontro, ha comunicato: “Il viceministro ci ha confermato al Tavolo di oggi che il protocollo d’intesa con la regione Puglia e il comune di Taranto non modificherà il Piano Industriale presentato da Arcelor Mittal, piano sul quale ci stiamo confrontando. Il Piano industriale resta quello originario e non avrà modifiche a prescindere dalle decisioni del Tar di Lecce sul ricorso. Quindi il confronto sul piano industriale continuerà nel mese di gennaio, in vista di un rush finale di trattativa nei primi sette giorni di febbraio che puntano a raggiungere un’accordo azienda-sindacati entro la prima metà di febbraio”.

Il viceministro del Mise, Teresa Bellanova, alla fine dell’incontro ha concluso: “Durante l’incontro su Ilva al Mise, ho invitato le parti a fare un affondo sul piano industriale nel corso di questo mese, per passare già da inizio febbraio a valutare una no-stop per arrivare a raggiungere un’intesa che deve dare prospettiva solida a 20.000 famiglie. Per quanto riguarda il Governo lavoriamo intensamente per arrivare a raggiungere un’intesa in tempi rapidi, sul piano ambientale sono stati fatti tanti incontri. Il Governo ha raccolto nel protocollo d’intesa i suggerimenti arrivati dagli enti locali e in gran parte dalle parti sociali. Oggi siamo di fronte a un sito particolarmente inquinato che può finalmente vedere la ripartenza con il risanamento ambientale e la messa in sicurezza di lavoratori e cittadini di Taranto. Su questo l’appello che facciamo agli enti locali, a partire dal sindaco di Taranto e dal presidente di Regione, è di non farsi promotori del rallentamento dell’avvio del risanamento”.

Il problema dell’Ilva di Taranto, molto probabilmente non si sarebbe mai presentato, se si fosse già provveduto a regolamentare l’art. 46 della nostra Costituzione o, maggiormente, se fossero già state prese in considerazione le teorie economiche di James Meade (Premio Nobel per l’economia) finalizzate ad evitare il sorgere dei conflitti territorio-produzione e capitale-lavoro.

Salvatore Rondello

Ilva, dopo il muro contro muro scongiurata la chiusura

ilvaSembrava un muro contro muro tra il Governo da una parte e gli Enti locali pugliesi (Comune di Taranto e Regione) dall’altra parte. A seguito di un intenso dialogo e diverse polemiche tra le parti, anche la Regione Puglia, dopo il Comune di Taranto, ha depositato la rinuncia alla richiesta di sospensiva al Tar sul decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che contiene il piano ambientale per l’ILVA.

Il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda ha affermato: “È un segnale positivo, che scongiura il rischio spegnimento il 9. Ora lavoriamo insieme per il ritiro del ricorso”.

Il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha affermato: “Il Natale ha fatto bene al ministro Calenda che, dopo aver fatto saltare la riunione del 20 dicembre, adesso ha espresso il desiderio di lavorare con la Regione Puglia e il Comune di Taranto. Ricordo infatti che prima di iniziare la riunione del Tavolo Ilva lo scorso 20 dicembre, la Regione Puglia e il Comune di Taranto avevano chiaramente dichiarato, ribadendolo poi nel corso dell’incontro, l’intenzione di rinunciare alla richiesta cautelare, attesa la convocazione del tavolo e l’inizio dei lavori. Ciononostante il ministro Calenda, in quella occasione, si alzò bruscamente dal tavolo e andò via. Prendiamo atto che oggi ha cambiato idea ed è pronto a lavorare con Regione e Comune. E questa è una buona notizia.  Il ricorso rimane in piedi e non verrà ritirato fino a che non verrà raggiunto un accordo sul piano industriale e ambientale tra tutte le parti del tavolo”.

La società Ilva in amministrazione straordinaria, dando seguito a quanto anticipato dal ministro Carlo Calenda, durante l’incontro che si è tenuto al Mise lo scorso 20 dicembre, sta adempiendo ai pagamenti dei debiti esigibili verso i fornitori dell’indotto pugliese.  Entro la giornata di oggi dovrebbe essere saldato tutta il debito già scaduto ed accumulato fino al 10 dicembre 2017 per un ammontare di oltre 30 milioni di euro  che rappresenta la quasi totalità delle cifre esigibili mentre il pagamento di una piccola parte residuale avverrà a seguito delle verifiche necessarie previste, nei primi giorni di gennaio, come si apprende da un comunicato diffuso dalla stessa società.

Nella nota dell’Ilva si legge anche: “Questa somma va ad aggiungersi ai 220 milioni di euro che Ilva ha già versato dall’inizio dell’anno a oggi per un totale di oltre 250 milioni di euro pagati nel 2017 alle imprese del territorio pugliese. Queste risorse sono state individuate grazie alla disponibilità del governo a finanziare la fase gestionale che precede il ‘closing’ dell’operazione con il nuovo investitore e di Intesa SanPaolo che ha anticipato al mese di dicembre l’erogazione delle somme che erano previste per gennaio 2018. La società, pur nelle difficoltà economiche, sta compiendo ogni possibile sforzo per onorare tutti gli impegni e dare serenità e fiducia alle imprese del territorio”.

La storia dell’Ilva sembra avviarsi ad una felice soluzione e lascia sperare un buon proseguimento per il 2018.

Salvatore Rondello

MURO CONTRO MURO

ilvaL’Ilva potrebbe avere le ore contate. Questa mattina a Roma si è tenuto un incontro istituzionale per tentare di sciogliere il nodo sulle acciaierie. Al tavolo coordinato dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, erano presenti anche il presidente della Puglia, Michele Emiliano, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci. Un incontro nato con le migliori intenzioni ma terminato in malo modo con scambi di accuse reciproche. Al termine dei lavori il ministro Calenda è stato chiaro: se il Comune e la regione Puglia non ritirano il ricorso al Tar sull’Ilva “il tavolo è concluso”. “Continueremo ad andare avanti con l’investitore, ma se la condizione è costruire un’addenda contrattuale con garanzia dello Stato, non posso fare assumere allo Stato la responsabilità di 2,2 miliardi di euro per pagare il conto del ricorso”. “Il governo italiano – ha aggiunto – non è disponibile a buttare 2 miliardi e 200 milioni di euro per i ricorsi al Tar del governatore della Puglia e del sindaco di Taranto”. “Abbiamo fatto il massimo. Il sindaco ha detto che avrebbe ritirato il ricorso e non lo ha fatto. Io ho detto che non mi sarei seduto se non si ritirava il ricorso ed alla fine l’ho fatto lo stesso. Io da qui non vado avanti. Il governatore ed il sindaco si assumeranno le loro responsabilità – ha precisato il ministro -. Io non posso far assumere al governo italiano il costo dei ricorsi del governatore e del sindaco di Taranto. Io non lavoro con la spada di Damocle del ricorso. Oltre questo non sono capace ad andare”.

Il sindaco Melucci ha sottolineato che per quanto riguarda “la parte più importante del ricorso degli enti locali, l’istanza cautelare, abbiamo dato disponibilità già da oggi a ritirarla” e questo “toglie dal campo l’ostacolo più grande”. Ma da Emiliano nelle ore successive alla chiusura del tavolo sono arrivate parole che di istituzionale hanno ben poco. Al tavolo c’era “un clima positivo da parte di tutti” poi c’è stato uno scambio “di sms o non so cosa fra Calenda e De Vincenti al termine del quale Calenda ha avuto una crisi nervosa. Ha fatto un intervento durissimo e se ne è andato. Cosa sia accaduto lo spiegherà lui”, ha detto il governatore della Puglia.

E ancora: “Noi siamo dell’idea che, siccome Calenda è un ministro pro tempore, il tavolo si è insediato e a mio giudizio può essere anche autogestito da tutti quelli che vogliono partecipare”. “Secondo me, se abbiamo voglia di trovare una soluzione, visto che il ministro fa solo da mediatore, riusciamo a trovarla anche senza di lui”. E sul ricorso Emiliano ha aggiungo “Non è affatto vero che blocchi alcunché, sono sciocchezze che non so chi abbia raccontato al ministro. Sono cose senza senso – ha proseguito – non è vero che Mittal se ne va. Ho salutato i rappresentati di Mittal all’uscita, ho stretto loro la mano uscendo dal tavolo, dopo la crisi isterica del ministro, e ci siamo riproposti di vederci al più presto. Quello che dice il ministro dal mio punto di vista non è vero”.

Da Calenda per il momento nessuna replica. Ma le parole del Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti sono altrettanto dure e non lasciano tanti spazi per riprendere  il dossier: “Leggo dichiarazioni farneticanti del Presidente Emiliano: non sa quel che dice e, forse, neanche quel che fa”

Redazione Avanti!

Ilva, duello Calenda Emiliano, resta lo stallo

calenda emilianoBraccio di ferro sull’Ilva. Stavolta è intervenuto anche il vescovo di Taranto, mons. Filippo Santoro, che afferma: “Questo è il momento di un segno. È necessario dare una risposta al disagio, fare vedere che c’è qualcosa che si muove, riannodando il dialogo tra le istituzioni. Serve un’opera che rappresenti la discontinuità”. E invita le parti al dialogo: “Come si può discutere, come si può anteporre orgoglio personale, posizionamento politico, davanti a una questione di questo tipo? Che prospettiva di futuro stiamo dando ai nostri bambini?”. “Serve sedersi attorno a un tavolo – aggiunge Santoro – e comprendere le posizioni di tutti”. A fargli eco anche il Presidente della Provincia tarantina, preoccupato dallo stallo che rischia di pesare sulla città di Taranto. “Più che un passo di lato, ne servirebbe uno in avanti. Per entrambe le posizioni in campo. Taranto ha bisogno di pacificazione istituzionale e non di contrapposizioni sterili e dal sapore antistorico”. Il presidente della Provincia Michele Tamburrano interviene sulla vicenda Ilva che vede contrapposti Regione Puglia, Comune di Taranto e Governo. “Emiliano e Melucci da una parte, il ministro Calenda e il governo italiano dall’altra, devono abbandonare le posizioni isolazioniste e ricercare una sintesi virtuosa, un ideale alto – afferma Tamburrano – per il bene della seconda città pugliese, per il futuro manifatturiero della nazione e, cosa assai più importante, per tratteggiare un futuro più ottimistico – e meno incerto – per le popolazioni tarantine. Tutte: quelle della città capoluogo al pari degli abitanti della provincia”.
All’invito al dialogo ha risposto il Governatore della Puglia, Michele Emiliano: “Ho letto con grande interesse e condivisione l’intervista al vescovo di Taranto che invita la Regione Puglia ed il governo a sedersi immediatamente al tavolo e do la mia immediata disponibilità”. Poi Emiliano fa sapere: “Quando ci si deve sedere per parlare e per trovare una via di uscita non si pongono condizioni. Questa è una regola fondamentale. D’altra parte senza l’impugnativa fatta sarebbe stato difficilissimo – secondo Emiliano – convincere il governo e l’azienda a ragionare con la Regione Puglia e il Comune di Taranto del piano ambientale ed industriale dell’Ilva”.
Dall’altra parte il ministro Calenda resta fermo sulla sua posizione riguardo allo smacco del ricorso al Tar. “L’invito è sempre lo stesso: ritiri il ricorso, apriamo un tavolo di confronto, perché non si può chiedere di aprire un confronto quando il confronto quando il confronto lo si sposta sui tribunali. E questa non è una cosa corretta”, ha detto Calenda a margine del decennale della quotazione di Maire Tecnimont. Carlo Calenda poi precisa su Emiliano: “Io sono sempre pronto a vederlo, sentirlo e parlare con lui, come del resto ho fatto quando ci siamo visti al ministero dove lui era molto soddisfatto poi si vede che ha cambiato idea e ha fatto ricorso”. E conclude: “Per me la cosa importante è risolvere questo problema e non allontanare da Taranto un piano ambientale importante e un piano di investimenti fondamentali”.

ACCORDO CONGELATO

emiliano ilvaAncora grane dall’Ilva, ma stavolta a mettere i paletti è il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, duro contro l’iniziativa del Governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha deciso con il Comune di Taranto, di impugnare davanti al Tar la legge firmata da Paolo Gentiloni lo scorso 29 settembre. Michele Emiliano, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, hanno infatti annunciato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto del presidente del Consiglio relativo al nuovo piano ambientale dell’Ilva proposto da Am Investco con un investimento di 1,1 miliardi di euro e interventi sino ad agosto 2023. Calenda ha fatto sapere che ha deciso di congelare il negoziato sull’Ilva aspettando la decisione del Tar e commenta preoccupato la decisione dei due enti locali: “Mentre Governo, parti sociali e molti enti locali coinvolti stanno costruttivamente lavorando per assicurare all’Ilva, ai lavoratori e a Taranto investimenti industriali per 1,2 mld, ambientali per 2,3 miliardi e la tutela di circa 20.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti, il comune di Taranto e la Regione Puglia decidono di impugnare il DPCM ambientale mettendo a rischio l’intera operazione di cessione e gli interventi a favore dell’ambiente”. Il Ministro poi precisa: “Nonostante la presentazione dettagliata di piano ambientale e industriale fatta al tavolo istituzionale del Ministero, peraltro disertato all’ultimo minuto dal Sindaco di Taranto, l’impegno preso a convocare un tavolo dedicato a Taranto e l’anticipo dei lavori di copertura dei parchi confermato oggi dai commissari, continua la sistematica e irresponsabile opera di ostruzionismo delle istituzioni locali pugliesi” Infine Calenda conclude amareggiato: “Si tratta credo del primo caso al mondo in cui un investimento di riqualificazione industriale di queste dimensioni viene osteggiato dai rappresentati del territorio che più ne beneficerà. Spero vivamente che Regione e Comune abbiano ben ponderato le possibili conseguenze delle loro iniziative e le responsabilità connesse”.
Calenda poi non ha dimenticato di puntare il dito direttamente contro Michele Emiliano: “Ha detto che i bambini di Taranto gli chiedono di impugnare il decreto, invece io penso che i bambini di Taranto ci chiedono di coprire i parchi, di fare gli investimenti. Qui c’è una campagna elettorale sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini”.
Ieri è arrivata la notizia dell’iniziativa della Regione Puglia comunicata direttamente dal presidente Michele Emiliano, che ha definito il decreto “illegittimo” perché “concede di fatto una ulteriore inaccettabile proroga al termine di realizzazione degli interventi ambientali, di cui alle prescrizioni Aia, già da tempo scadute e sinora rimaste inottemperate”.
Sul piano ambientale è intervenuto stupito anche il Ministro dell’Ambiente che ha difeso il decreto. “Noi – dice Gian Luca Galletti – abbiamo presentato un Piano ambientale che supporta un Piano industriale dove si spendono oltre due miliardi per l’ambientalizzazione; ci sono novità anche rispetto alla precedente Aia (Autorizzazione integrata ambientale): non c’è la copertura del solo parco minerario principale ma anche quella di alcuni parchi minori”. “Oltretutto c’è una clausola di salvaguardia fortissima – conclude – cioè fino alla fine dell’ambientalizzazione, finché non sarà completato l’ultimo degli interventi previsti dall’Aia, la produzione avrà un tetto a 6 milioni di tonnellate l’anno, che è esattamente quello che Ilva produce oggi”.
“Ci auguriamo che le conseguenze dell’impugnazione non penalizzino ulteriormente un territorio e una popolazione che stavano trovando una soluzione equilibrata a problemi di anni”, ha commentato preoccupato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Preoccupati e contrariati anche i sindacati, il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli è duro contro l’iniziativa della Puglia: “Affidare al TAR il proprio disappunto per essere in un tavolo parallelo a quello col sindacato è un atteggiamento infantile e grave. Non si può trascinare una vicenda in cui è in ballo il risanamento ambientale e la difesa di migliaia di posti di lavoro a capricci per la propria visibilità politica. La Regione Puglia ha tante possibilità e responsabilità da esercitare per dare il proprio contributo positivo. Oggi ha deciso di buttare la palla in tribuna a danno di ambiente, occupazione e sviluppo. Prenda esempio dalle altre quattro regioni coinvolte che hanno ben accolto la loro partecipazione al tavolo istituzionale”. Preoccupata la Uil, per la quale potrebbero venire fuori scenari drammatici soprattutto sul fronte occupazionale qualora il Tar dovesse accogliere il ricorso.
Mentre per il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini, quella di Emiliano “è una scelta sbagliata”. “Questo non è il momento dei tribunali, c’è una trattativa in corso, è il momento della responsabilità”. “Oggi – ha proseguito Landini – è opportuno far ripartire gli investimenti e la copertura dei parchi minerari. È importante – ha proseguito – portare ArcelorMittal a utilizzare tutte le tecnologie migliori e le soluzioni possibili” per ambientalizzare l’Ilva.
Nel frattempo però arrivano notizie anche dall’Europa. Il commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, durante la conferenza stampa che ha seguito l‘inaugurazione dell‘anno accademico dell‘università Bocconi, ha fatto sapere che l’Antitrust europea vuole arrivare a chiudere l‘esame relativo all‘acquisizione di Ilva da parte della cordata formata da Arcelor Mittal e Gruppo Marcegaglia prima della scadenza legale, a fine marzo. “Abbiamo aperto un‘indagine dettagliata che porteremo avanti ma vogliamo arrivare in anticipo rispetto alla scadenza legale” ha affermato Vestager, spiegando che l‘analisi dell‘Ue riguarda “alcune tematiche legate alla concorrenza”, in particolare “se nelle procedure ci sono degli aspetti che danneggiano gli attuali clienti che acquistano materiale e acciaio in Europa”.
“Dobbiamo essere veloci e se troveremo eventuali problematiche di concorrenza sarà l‘acquirente che dovrà occuparsene, quindi risolverle e fare chiarezza” ha concluso.
Da questo punto di vista il gruppo Marcegaglia ha già fatto sapere di essere pronto, nel caso in cui l’Antitrust imponesse il ritiro, a dare via libera a CDP e Intesa. “In caso di uscita del gruppo Marcegaglia da Am InvestCo siamo aperti sia a un incremento dell’attuale quota di Banca Intesa, sia all’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti. Per ArcelorMittal le due opzioni sono equivalenti”, ha dichiarato Aditya Mittal, ad di ArcelorMittal Europa e direttore finanziario del gruppo, a margine dell’ArcelorMittal Day di Parigi.

Vaccini. Dal governo ricorso contro decisione Veneto

vaccini venetoNuovo capitolo sui vaccini. Il decreto varato ieri dalla Regione Veneto per una ‘moratoria’ sull’obbligo vaccinale per i bimbi già iscritti alla scuola dell’infanzia è al centro di nuove polemiche. Secondo il presidente della Regione, Luca Zaia quel decreto rispetta la legge. “Noi non cerchiamo la rissa, non abbiamo politicizzato quest’ultima scelta ma ho chiesto ai dirigenti di vedere se c’erano dei varchi per evitare il problema dell’iscrizione a scuola, e abbiamo trovato il modo di farlo rispettando la legge”, ha detto Zaia. Il provvedimento, firmato dal direttore dell’area sanità della Regione Veneto, dispone che fino al 2019 i bambini da zero a sei anni non vaccinati potranno comunque iscriversi a scuola. Non è dello stesso parere il Governo che, tramite il Ministero della

Salute, sta valutando di impugnare il decreto della Regione Veneto. Informalmente è già stato avviato l’esame del dossier per impugnare la norma di fronte al Tar del Veneto.

L’esame, che coinvolge anche il distretto del Veneto dell’Avvocatura dello Stato, riguarda, come detto, i contenuti della norma regionale che dà tempo fino all’anno scolastico 2019-2020 in Veneto per presentare tutta la documentazione vaccinale per i bambini da zero a sei anni, evitando la decadenza dell’iscrizione dagli asili nido e infanzia. Il principio cardine su cui farà leva l’impugnazione è che sebbene la sanità sia una materia in gran parte concorrente, cioè di competenza sia delle Regioni che dello Stato, la salvaguardia della salute è invece una competenza esclusivamente statale e quindi non è possibile che ci siano trattamenti e regole diversi a seconda degli orientamenti regionali.

Per il deputato di Ap Fabrizio Cicchitto “la rottura sui Vaccini del governatore Zaia è eversiva e dà la cifra di cosa è oggi la Lega, visto anche che Zaia passa per un moderato. Ciò vuol dire che ci troviamo di fronte ad una forza politica totalmente inaffidabile dal punto di vista del governo nazionale, ciò è dimostrato anche da alcune proposte programmatiche che stanno in campo”. Mentre il Codacons si schiera con il Veneto e annuncia una denuncia nei confronti del ministro della Salute Beatrice Lorenzin al Tribunale dei ministri: “Sulla proroga della regione minacce inaccettabili. violata l’autonomia riconosciuta dalla Costituzione in materia sanitaria”. “Presenteremo oggi stesso un esposto al tribunale perché riteniamo il comportamento del ministro inaccettabile e lesivo della Costituzione”

Guerra di ricorsi alla Statale di Milano

statale di milanoIn seguito alla decisione del Tar del Lazio di accogliere il ricorso contro l’introduzione del numero chiuso nelle facoltà di studi umanistici dell’Università statale di Milano, la stessa Università ha deciso di presentare ricorso al Consiglio di Stato contro la pronuncia del Tar che aveva decretato la sospensione dei test di ammissione alle facoltà umanistiche in programma nella prima metà di settembre. In caso di esito negativo l’Ateneo farà anche ricorso contro il giudizio di merito del Tar atteso per il 9 maggio del 2018.

“Noi non siamo stati i primi a introdurre il numero chiuso per le facoltà umanistiche. La pronuncia del Tar, se confermata, pone delle questioni di ordine generale, cioè il fatto che è già stato introdotto il numero chiuso in molti atenei e corsi di laurea in Italia. Il ministero dell’Istruzione deve chiarire qual è il criterio determinante per introdurre il numero chiuso”, ha dichiarato il rettore dell’Università Statale di Milano, Gianluca Vago.

“E’ come se fossimo commissariati – ha aggiunto Vago -, ci dicono di prendere tutti gli studenti, ma la legge dice anche che bisogna avere un numero di docenti adeguato agli iscritti. Situazione che rischia di essere paradossale, con il rischio che alcuni corsi potrebbero non essere accreditati”.

Il rettore Vago ha poi annunciato che sarà inviata subito comunicazione della sospensione dei corsi agli studenti che resteranno iscritti con riserva. Se il Consiglio di Stato dovesse concedere la sospensiva della pronuncia del Tar, secondo il Rettore sarebbe possibile riprogrammare i test di ammissione per la fine di settembre.

Secondo il Rettore dell’Università Statale di Milano la pronuncia del Tar sulla sospensione dei test di ammissione alle facoltà umanistiche può essere “un’occasione per rivedere l’impianto normativo generale. Io non sono a favore del numero chiuso, ma ho due necessità: uno di rispettare le leggi, cioè quello che il Ministero ci ha imposto in questi anni in termini di rapporto fra docenti e studenti nei corsi di laurea, ma ancora di più ho il dovere di alzare il più possibile la qualità dei miei corsi a tutela degli studenti”. Vago ha poi ricordato che “i dati ci dicono, infatti, che, ad esempio nei corsi di Lettere, il rapporto fra studenti e docenti è fondamentale per determinare la riuscita dei corsi e il
completamento del percorso di laurea da parte degli studenti”.

Secondo i dati forniti dall’Ateneo nei corsi di Lettere il tasso di abbandono medio nel primo anno è del 30%. Senza contare, ha concluso il Rettore che il rapporto fra studenti e docenti “è uno dei parametri utilizzati per valutare gli atenei nelle graduatorie internazionali”.

Tap. Accolto ricorso Regione Puglia, sospesi i lavori

pipeline“Finalmente la giustizia può dare una risposta certa sui disguidi nati su quanto dichiarato da Regione e Comune in merito alla prescrizione A.44, mai rilasciata dalla Regione e che impediva gli espianti, e quanto con arroganza e prepotenza il ministero dell’Ambiente ha fatto permettendo la mattanza degli ulivi da parte di Tap”. Questo il commento a caldo del presidente del comitato No Tap Salento, Alfredo Pasiello, dopo il pronunciamento del Tar.
“Comunico – dice Pasiello – la somma soddisfazione anche per conto di tutti gli attivisti che in questi giorni hanno difeso la propria terra”.
Il presidente del Tar del Lazio ha accolto con decreto l’istanza della Regione Puglia per l’annullamento, previa sospensione, delle note del Ministero dell’Ambiente con le quali veniva autorizzata TAP all’espianto degli ulivi nell’area del cantiere di Melendugno. Il Tar ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti in attesa della discussione dell’istanza cautelare fissata per il 19 aprile. Lo comunica la Regione Puglia. Il presidente del tribunale amministrativo romano, Gabriella De Michele, ha accolto l’istanza per la sospensione della nota del ministero dell’Ambiente che dichiarava ottemperata la prescrizione A44 relativa all’espianto degli ulivi, sulla base della quale i lavori di espianto erano immediatamente stati avviati.
Quella del 19 aprile è una scadenza molto prossima, ma che consente comunque di tirare un sospiro di sollievo e di sancire una sorta di tregua pasquale dopo due settimane scandite da tensioni, qualche disordine e molte manifestazioni contro il gasdotto progettato da Tap che, come ha confermato il ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, rimane strategico e da realizzare nei tempi previsti.
La Tap stava spostando poco più di 200 ulivi per scavare il microtunnel all’interno del quale deve passare il tubo del gasdotto. Gli ulivi saranno reimpiantati al termine dei lavori, anche se tutto era fermo da sabato a causa delle proteste degli ambientalisti, che presidiano l’area ininterrottamente, giorno e notte, da 21 giorni.

Intanto si registrano nuovi danneggiamenti in località San Basilio, a San Foca di Melendugno. La recinzione di tutto il lotto A/1 risulta stamani totalmente priva della recinzione metallica, divelta probabilmente dalle frange più estreme degli attivisti che si oppongono alla realizzazione dell’opera.  Strade bloccate e presidio No Tap pienamente operativo: il ventunesimo giorno di protesta contro la realizzazione del gasdotto Tap a Melendugno è caratterizzato da una situazione di stasi nel cantiere di località San Basilio. Fermi i lavori di espianto degli ulivi ma anche quelli di messa in sicurezza degli alberi espiantati, considerato che i mezzi della multinazionale hanno difficoltà ad arrivare alla zona. Nella giornata di ieri erano stati ripiantati in grandi vasi 11 ulivi temporaneamente stoccati nel deposito della società che si occupa della vigilanza, che erano stati espiantati la settimana scorsa ma non trasferiti a causa dei blocchi stradali attuati sabato dai manifestanti. Lo stesso è stato fatto per altri alberi che si trovavano nell’area del cantiere, poiché erano stati espiantati ma non trasferiti alla Masseria del Capitano, dove resteranno per tutto il tempo di realizzazione del gasdotto.