La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Bollette telefoniche. Dal 4 aprile fattura a 30 giorni

bollette pazzeNiente più contratti telefonici a 28 giorni, il periodo mensile o suoi multipli è stato ripristinato come “standard minimo” dei contratti. Entro il prossimo 4 aprile le bollette di telefonia e pay tv dovranno tornare mensili, come ha stabilito il decreto fisco collegato alla manovra poi convertito con la legge 172/2017. La norma prevede che gli operatori dovranno adeguarsi entro 120 giorni dall’entrata in vigore (6 dicembre), ovvero a partire dal 4 aprile chi è inadempiente dovrà rimborsare ogni utente con un indennizzo forfettario di 50 euro, maggiorato di 1 euro per ogni giorno successivo alla scadenza del termine imposto dall’Autorità. Raddoppiate anche le sanzioni che vanno da un minimo di 240 mila euro a un massimo di 5 milioni. Nel frattempo il Tar del Lazio si è espresso con due ordinanze di accoglimento parziale delle richieste con le quali Wind, Tre e Vodafone hanno contestato le delibere dello scorso dicembre con cui Agcom le sanzionava per non aver seguito le indicazioni dell’Autorità. Il tribunale ha quindi rinviato la questione dei rimborsi automatici alla discussione di merito con udienza già fissata per il 31 ottobre. Entro fine mese il Tar si esprimerà anche sui ricorsi di Telecom e Fastweb. Nonostante l’intervento dell’Agcom che imponeva agli operatori della telefonia fissa e di quella ibrida  (fissa e mobile) di tornare alla modalità di fatturazione mensile, gli operatori telefonici hanno però disatteso il termine di 90 giorni concesso dal Garante per adeguarsi. E hanno scelto, insieme a Sky, di impugnare la delibera dell’Authority davanti al Tar del Lazio. Lo scorso dicembre, visto il perseverare delle fatturazioni a 28 giorni, l’Agcom era intervenuta di nuovo, applicando una sanzione di oltre un milione di euro a carico di Tim, Vodafone Italia, Wind Tre e Fastweb. Sul piede di guerra l’associazione dei consumatori: il Codacons ha presentato un’istanza a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia in cui si chiede di disporre sequestri cautelari presso le compagnie telefoniche operanti nel nostro paese.

Italo viaggia con bandiera Usa

italo treno

Il Cda di Italo-Ntv ha accettato l’offerta del fondo statunitense Global Infrastructure Partners. Entro domenica prossima è prevista la firma dopo il nulla osta dell’Antitrust.

Ntv-Italo ha abbandonato la quotazione in Borsa e si abbandona nelle braccia del fondo Usa Global Infrastructure Partners (Gip). La società ha accettato la nuova offerta da 1,940 miliardi di euro ricevuta da Gip per il 100% del capitale sociale. Inoltre è previsto che gli attuali azionisti di Italo incassino il dividendo di 30 milioni deliberato dall’assemblea della società e che la stessa sostenga spese relative all’interrotto processo di quotazione fino ad un massimo di 10 milioni di euro, quindi il controvalore complessivo dell’offerta americana è di 1,980 miliardi di euro. Gip ha anche confermato di farsi carico dei quasi 450 milioni  di debito di Italo-Ntv. Pertanto l’intera operazione sfiora i 2,5 miliardi di euro.

Gli attuali azionisti hanno poi la facoltà di reinvestire fino ad un massimo del 25% dei proventi derivanti dalla vendita alle stesse condizioni di acquisto da parte di Gip. In mattinata, intanto, è convocato il Cda di Italo-Ntv che procederà al ritiro della domanda di autorizzazione alla pubblicazione del prospetto depositata presso Consob e di ammissione a quotazione delle azioni della società depositata presso Borsa Italiana.

I soci di Italo, accettando l’offerta vincolante del fondo americano GPI, incasseranno ricche plusvalenze. L’offerta da 1,9 miliardi di euro per il 100% di Italo è quasi 4 volte il valore dell’equity sul quale sono state definite in estate l’ingresso del fondo Peninsula Capital e l’aumento di capitale da 15 milioni di euro riservato all’amministratore delegato Flavio Cattaneo.

Proprio Cattaneo detiene una quota che sfiora il 6% per effetto del 2,9% acquisito al rientro in Italo dopo l’esperienza in Telecom, che è andato a sommarsi al 2,1% precedentemente in portafoglio e allo 0,8% attraverso i piani di stock option.

Per il 2,9% Cattaneo ha sottoscritto un aumento di capitale da 15 milioni a lui riservato che fissa un valore dell’equity di Italo a circa 507 milioni di euro. Lo stesso valore è stato il riferimento per l’ingresso a giugno di Peninsula Capital per il 12,8%, un investimento da 65 milioni di euro. L’offerta del fondo americano GPI valorizza il pacchetto azionario di Cattaneo a 110 milioni, mentre quello di peninsula a 243 milioni (con una plusvalenza di 178 milioni in appena otto mesi.

Anche per gli altri grandi soci di Italo l’offerta del fondo americano rappresenta un’importante valorizzazione dell’investimento. In base al bilancio 2016, Italo ha un patrimonio netto di 124,3 milioni e un capitale investito superiore a 640 milioni. Intesa Sanpaolo è il principale singolo azionista con il 19% e incasserebbe 360 milioni dalla vendita della partecipazione in Italo per la quale l’investimento originario dovrebbe essere intorno ai 30-35 milioni.

Per gli altri grandi soci, i fondatori sono riuniti nella holding Mdp. Della Valle detiene il 17,4% di Italo, Montezemolo il 12,70% e Gianni Punzo il 7,85%. Per la cessione a GPI la holding dei tre soci incasserebbe circa 720 milioni di euro. Oltre 280 milioni andrebbero a Generali Assicurazioni che detiene il 14,31% attraverso la società Allegro Saarl. Altre partecipazioni rilevanti sono il 5,72% detenuto da Isabella Seragnoli e il 4,77% in portafoglio a Alberto Bombassei.

L’offerta di GPI tuttavia prevede l’acquisizione di almeno il 75% del capitale di Italo, poiché gli attuali soci potranno reinvestire fino a un massimo del 25% del corrispettivo incassato. Inoltre l’offerta prevede la concessione di una opzione di vendita avente ad oggetto l’intero reinvestimento, esercitabile quanto al 50% del capitale reinvestito al terzo anno e quanto al rimanente 50% al quinto anno, a condizioni predefinite.

Nel 2017 Italo-Ntv ha trasportato tredici milioni di passeggeri che hanno generato ricavi per 454,9 milioni di euro.

Italo utilizza treni Alstom ad altissima velocità di tipo AGV (Automotrice Grande Vitesse) dotati dello stesso sistema di trazione del treno che il 3 aprile 2007 ha stabilito il record mondiale di velocità su rotaia a 574,8 km/h. L’AGV è un concetto interamente nuovo, progettato per viaggiare a 360 km/h.
Per il completamento della costruzione della flotta sono stati utilizzati gli stabilimenti di Savigliano (Cuneo) e La Rochelle. L’esordio sui binari della rete ferroviaria nazionale è avvenuto invece nell’aprile del 2012.

La capacità è di 462  posti, distribuiti su 11 carrozze (lunghezza treno 200 metri), e viaggia in Italia sulla rete ad alta velocità a 300km/h.
La flotta di Italo è attualmente composta da 25 di questi treni, ai quali si sono aggiunti i 17 nuovi treni Italo EVO (sempre marchiati Alstom). L’acquisto di questi ultimi è stato deliberato dal Consiglio di Amministrazione del 1° ottobre 2015.
I  17 Italo EVO, di cui 4 in servizio da dicembre 2017, viaggiano alla velocità di 250 km/h,  sono  composti di sette carrozze, per un totale di 187m,  per ospitare 472 passeggeri e sono una nuova evoluzione della famiglia dei “Pendolino”, un treno che conta più di 500 esemplari in tutto il mondo, esempio di comprovata affidabilità ed elevate performance. Questa “evoluzione” è volta a migliorare il comfort per il viaggiatore. Inoltre questo treno recepisce integralmente le più recenti specifiche europee per l’interoperabilità (TSI-2014) oltre a rispettare tutte le normative europee e nazionali in materia di sicurezza ed ambiente.

Italo  è il primo operatore privato italiano sull’Alta Velocità. Il treno Italo collega 19 stazioni di 14 città: Salerno, Napoli, Napoli Afragola, Roma Termini, Roma Tiburtina, Firenze SMN, Bologna, Verona, Brescia, Ferrara, Rovigo, Padova, Venezia Mestre, Venezia Santa Lucia, Reggio Emilia AV, Milano Rogoredo, Milano Centrale, Torino Porta Susa e Torino Porta Nuova.

Italo integra il suo network ferroviario dell’Alta Velocità con il trasporto su gomma di Italobus, che collega alle stazioni dell’Alta Velocità, per mezzo di pullman di ultima generazione, le località di: Mantova, Parma, Cremona, Modena, Bergamo, Capriate, Orio al Serio, Rovereto, Trento, Cavalese, Predazzo, Moena, Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Canazei, Picerno, Potenza, Ferrandina, Matera, Sala Consilina, Lauria, Frascineto (Castrovillari) e Cosenza.

Nel periodo dicembre 2017-aprile 2018 sono collegate le località stagionali: Treviso e Cortina (da/per Venezia Mestre), Aosta e Courmayeur (da/per Torino).

Soddisfatti della proposta ricevuta dall’azienda ferroviaria italiana privata, il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, e il Ministro dell’Economia e delle Finanze,  Pier Carlo Padoan, in una nota congiunta hanno dichiarato: “È molto positivo che vi sia un grande interesse da parte di potenziali investitori su NTV. Il merito va alla capacità degli imprenditori, del management e delle istituzioni finanziarie, a partire da Banca Intesa, che hanno costruito una grande azienda di servizi con investimenti molto significativi e che hanno saputo con coraggio superare anche momenti di difficoltà. Questa operazione dimostra tra l’altro il potenziale della concorrenza nella creazione di posti di lavoro e nel miglioramento dei servizi ai clienti. La quotazione in borsa della società rappresenterebbe il perfetto coronamento di una storia di successo”.
Su una possibile emigrazione di Italo negli Stati Uniti, il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva già dichiarato che “non è un pezzo d’Italia che se ne va, ma un investimento estero arrivato in Italia che fa parte dell’integrazione che deve avvenire tramite accordi tra imprese anche ad alta tecnologia. Si tratta di gioielli italiani che sono collocati all’estero anche per essere valorizzati”.

Il 6 febbraio 2018,  Intesa Sanpaolo, azionista di maggioranza di Italo, ha dichiarato che ‘la partecipazione che possiede non è strategica’. Durante la conferenza stampa sul piano 2018-2021, l’Amministratore delegato della banca-azionista,  Carlo Messina,  ha specificato che “nel momento in cui si realizzano le condizioni per uscire, noi siamo per la dismissione. Alla miglior valorizzazione possibile si chiude l’operazione”.

Con l’acquisizione di Italo-Ntv, il fondo Global Infrastructure Partners è il primo gruppo degli Stati Uniti che si inserisce in Europa nel settore dei trasporti su rotaia.

Salvatore Rondello

Bollette. Agcom, fattura mensile o sanzioni in arrivo

telecom

Sanzioni agli operatori di telefonia che non rispettano l’obbligo di cadenza mensile della fatturazione. E’ quanto deciso dall’Autorità per le comunicazioni, che ha “deciso di avviare procedimenti sanzionatori nei confronti degli operatori telefonici Tim, Wind Tre, Vodafone e Fastweb per il mancato rispetto delle disposizioni relative alla cadenza delle fatturazioni e dei rinnovi delle offerte di comunicazioni elettroniche”, si legge in una nota della Agcom.

“Al fine di garantire massima trasparenza e confrontabilità dei prezzi vigenti, nonché il controllo dei consumi e della spesa garantendo un’unità standard (mese) del periodo di riferimento delle rate sottostanti a contratti in abbonamento per adesione”, con una delibera del marzo scorso, l’Autorità aveva infatti stabilito, ricorda la nota, “che per la telefonia fissa e per le offerte convergenti l’unità temporale per la cadenza delle fatturazioni e del rinnovo delle offerte dovesse avere come base il mese o suoi multipli”. Al termine delle verifiche effettuate da Agcom, però, “è risultato che gli operatori menzionati non hanno ottemperato alla delibera dell’Autorità”.

Allo stesso tempo il Governo ha preso posizione sulla questione tariffe e la battaglia in corso tra aziende, consumatori e Authority. Il ministero dello Sviluppo economico sta, infatti, valutando un “intervento normativo” per fare ordine, visto che gli operatori di telefonia e di pay-tv “hanno progressivamente modificato la cadenza delle proprie fatturazioni, portandola a una volta ogni 28 giorni”, spiega la responsabile per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. Il risultato è “un aggravio dei costi per i consumatori” (come noto il rincaro stimato si aggira introno all’8,6%). Rialzo che deriva da un comportamento considerato “scorretto” dall’esecutivo, chiarisce la ministra rispondendo al question time alla Camera, in sostituzione di Carlo Calenda. Si fa così strada la previsione di un termine unico, valido per tutti, magari su base mensile, in modo da agevolare i consumatori e mettere fine al caos. Infatti, stando alla delibera di marzo dell’Agcom, l’Autorità per le comunicazioni, solo i contratti di telefonia mobile potevano ricorrere alla scadenza a quattro settimane, per la linea fissa invece il tempo minimo di fatturazione coincideva con il mese.

Oreste Pastorelli, deputato del Psi, accoglie positivamente l’iniziativa del governo di porre mano alla questione. “Quanto annunciato dalla ministra Finocchiaro sull’intenzione del Governo di intervenire sulla fatturazione a 4 settimane dei gestori telefonici è davvero un’ottima notizia per i consumatori. Con le nuove modalità di pagamento, infatti, i cittadini avrebbero dovuto pagare 13 mensilità anziché 12: una vera e propria truffa”. “Per questo – prosegue il parlamentare socialista – nei giorni scorsi avevamo presentato una interrogazione ai ministeri dello Sviluppo Economico e delle Finanze affinché si intervenisse su questo raggiro che stava per essere perpetrato ai danni dei consumatori. L’Esecutivo ha convenuto con noi sulla necessità di attuare un’azione legislativa a tutela della clientela dei gestori telefonici. Bene così. Aspettiamo adesso l’intervento normativo annunciato dalla ministra così da porre fine a questa vicenda grottesca”.

Agli operatori del settore però la nuova regola non è piaciuta ed è quindi scattato il ricorso al Tar. Tribunale che a giugno ha accolto le richieste di sospensiva, fissando al prossimo 7 febbraio la data per il giudizio. Intanto sempre quest’estate l’Unione nazionale consumatori ha presentato un esposto, proprio all’Agcom, contro la decisione “di Sky di fare – spiega l’associazione – come le compagnie telefoniche, ossia di fatturare, a partire dal primo ottobre, ogni 28 giorni invece che una volta al mese”. Ma ai consumatori non basta solo una calendarizzazione mensile, chiedono anche di “cambiare gli importi delle multe, eliminando i tetti attuali”. Una vicenda complessa quindi, che non fa che scaldarsi. Il Codacons rilancia: “serve una maxi-sanzione pecuniaria nei confronti dei gestori telefonici e delle pay-tv” che “ignorano” le regole. Addirittura l’organizzazione si dice pronta a “una denuncia penale”. Davanti al Parlamento il Governo fa sapere di avere apprezzato la linea dell’Agcom perché volta ad “aumentare il livello di trasparenza” a tutela dei consumatori. “Al contempo” si pensa, dice sempre Finocchiaro, che “l’omogeneità delle condizioni contrattuali”, anche per quanto riguarda la base temporale per il calcolo dei costi da fatturare, “debba essere un obiettivo da perseguire concretamente utilizzando tutti gli strumenti di regolazione a disposizione”.

In attesa che si dipani qualche nodo, tra contenziosi e istruttorie su eventuali pratiche commerciali sleali, il ministero dello Sviluppo “sta valutando segnalazioni specifiche all’Antitrust e un apposito intervento normativo” con l’obiettivo di proteggere i consumatori e garantire la trasparenza del mercato.

Fincantieri-Stx: scontro Roma-Parigi

fincantieriMacron sta aprendo una ingiustificata conflittualità con l’Italia. Ieri la furbata con l’accordo pacificatore tra i principali rivali della Libia raccogliendo i frutti di un lungo e tenace lavoro svolto dall’Italia. Oggi, riapre la questione del controllo di Fincantieri su Stx-France già concordata con Hollande.

Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire ha dichiarato di preferire soluzioni uguali, al 50 e 50 per Stx France, la società a monte dei cantieri Saint Nazaire attiva nella produzione di portaerei e navi da crociera. In cambio, Le Maire avrebbe prospettato all’Italia di accrescere la cooperazione in campo navale militare. Un’offerta che non riscuote consensi: Fincantieri ha rilevato lo scorso aprile il 66,67% di Stx France dagli azionisti sudcoreani, Stx Offshore&Shipbuilding finiti in amministrazione straordinaria, con un investimento di 79,5 milioni di euro.

L’amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono, nel corso della presentazione agli analisti dei risultati del primo semestre che si è chiuso con un risultato positivo di 11 milioni, in aumento di 6 milioni rispetto al primo semestre 2016, ha dichiarato: “L’obiettivo dell’acquisizione di Stx è industriale e non politico. In questa operazione, abbiamo il pieno sostegno del nostro governo. Siamo fiduciosi che l’accordo sarà raggiunto. Siamo ancora nella fase di negoziazioni con lo Stato francese per la definizione della struttura della futura governance in Stx France con nuove posizioni dopo le elezioni in Francia”.

Parigi però avrebbe ancora la carta per rovesciare il tavolo: l’operazione era stata concertata con Parigi quando all’Eliseo c’era Francois Hollande. Entro sabato 29 luglio il governo targato Macron potrebbe tecnicamente esercitare la prelazione – con un costo economico altissimo – con cui nazionalizzare i cantieri Saint Nazaire.

Il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, parlando a margine di una conferenza stampa ha affermato: “Non abbiamo nessuna intenzione di andare avanti se non ci sono le condizioni. E’ stato firmato un accordo dal precedente governo francese, che contiene alcune condizioni fondamentali per la realizzazione del progetto da parte di Fincantieri. Condizioni che sono conosciute anche all’attuale governo”. Per il ministro Calenda: “Questo è un buon test per capire se chi parla di europeismo e valori liberali poi li applica”.

Il ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan prende atto con rammarico dell’orientamento del governo francese ad esercitare il diritto di prelazione su STX. Il titolare del dicastero di Via XX Settembre in una nota si è così espresso: “L’attuale esecutivo francese ha deciso di cancellare accordi già presi sulla presenza di Fincantieri nella compagine sociale di STX. Abbiamo dato la nostra disponibilità ad ascoltare le esigenze del nuovo governo, ma non c’è nessun motivo per cui Fincantieri debba rinunciare alla maggioranza e al controllo della società francese”.

Nel frattempo il titolo della Fincantieri ha perso circa il 10% alla Borsa di Milano scendendo a 0,945 euro per azione.

Non si comprende nemmeno perché la Francia non ha posto nessun veto ai Sud coreani che già detenevano la quota di controllo di Stx. La Fincantieri ha acquisito direttamente dal Tribunale di Seul il 66,7% del pacchetto azionario della Stx-France che gestisce i cantieri francesi.

Con Hollande, l’assetto societario della stessa Stx prevedeva la maggioranza assoluta in mani italiane, fra Fincantieri e Fondazione CrTrieste. Macron lo ha messo in discussione ed ha chiesto di ridiscuterlo. Oggi, dopo le indiscrezioni e i rumors dei giorni scorsi, il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, davanti alla Commissione degli affari economici del Senato, è venuto allo scoperto affermando: “Aspettiamo la risposta del governo italiano sulla proposta di un’azionariato diviso a metà fra Italia e Francia”. Poi ha aggiunto di sperare in una risposta positiva. In conclusione, in caso di esito negativo ha detto: “Tutto si deciderà entro la fine di questa settimana”.

La risposta del governo italiano non si è fatta attendere. Il Ministero dell’Economia e Finanza ha ricordato l’ampia disponibilità a modificare gli accordi già raggiunti al massimo livello e i due requisiti irrinunciabili per una nuova intesa: in mani italiane devono restare la maggioranza di Stx e il voto decisivo nel consiglio di amministrazione in caso di stallo. Requisiti intorno ai quali sono state delineate le modifiche da apportare agli accordi che però i francesi non hanno voluto accettare. A questo punto, a pochi giorni dalla scadenza del 29 luglio, termine ultimo per il governo francese (che ora detiene il 33,3% di Stx France) per esercitare il diritto di prelazione sul 66,67% acquistato da Fincantieri a Seul, la partita è tutta politica. Con gli italiani che vogliono la certezza di poter gestire sul piano industriale i cantieri e i francesi che vogliono salvaguardare la minoranza di blocco in Stx France. Sullo sfondo resta la partita industriale della più importante acquisizione italiana in Francia degli ultimi decenni, primo passo per la creazione di un grande polo europeo della cantieristica in grado di competere sullo scenario globale.

L’Italia non ha mai creato nessun problema alla Francia per i suoi investimenti in Italia. Dovrebbero ricordare i francesi l’acquisto della BNL da parte di BNP-Paribas, della Cassa di Risparmio di Parma attraverso il Credit Agricole, della catena di distribuzione GS oggi della francese Carrefour, della presenza del gruppo Bollorè in Telecom ed in Mediaset, etc…

Complessivamente gli investimenti francesi in Italia ammonterebbero a 37 miliardi di euro pari al 7% dell’intera capitalizzazione della Borsa italiana, mentre gli investimenti italiani in Francia non raggiungono 20 miliardi di euro e rappresentano soltanto lo 0,9% della capitalizzazione della Borsa francese.

Gli italiani hanno già subito le campagne napoleoniche in Italia del 1800. Ricordano anche il mancato rispetto dei francesi alla tregua da loro stessi chiesta nel 1849 durante la battaglia della Repubblica Romana. Con la creazione dell’Europa gli italiani mantengono buoni rapporti con tutti i popoli ed amano vivere in pace, ma non sono più disposti a subire violenze e dominazioni. Gli italiani si sentono europei e pensano a fare una grande Europa.

Non sappiamo ancora cosa vuol fare Macron che ha la desinenza in comune con Napoleon.

Salvatore Rondello

Telecom e Fastweb nel mirino dell’antitrust

L’Antitrust ha avviato un procedimento istruttorio per possibile violazione dell’articolo 101 TFUE (divieto di intese restrittive della concorrenza) nei confronti di Telecom Italia e Fastweb. La decisione è stata presa a seguito della comunicazione con cui le due società hanno reso noto all’autorità di aver sottoscritto un accordo per la costituzione di un’impresa compartecipata denominata Flash Fiber.

Sempre oggi i funzionari dell’Antitrust, con l’ausilio del nucleo speciale Antitrust della Guardia di Finanzia, hanno eseguito una serie di ispezioni nelle sedi delle società. Flash Fiber – precisa una nota dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) – è una società controllata congiuntamente da Telecom Italia e Fastweb e avrà come scopo la realizzazione di reti in fibra ottica in architettura FTTH (Fiber To The Home) nelle 29 principali città italiane.

“Nel contesto di profonda evoluzione tecnologica ed economica che sta interessando il settore delle telecomunicazioni su rete fissa, l’accordo sottoscritto da Telecom Italia e Fastweb, per quanto promosso al fine dichiarato di consentire uno sviluppo più efficiente di infrastrutture tecnologiche innovative, potrebbe, al contempo – si legge nella nota dell’Antitrust – risultare potenzialmente idoneo a impedire, restringere o falsare in maniera consistente il gioco della concorrenza nei mercati nazionali dei servizi di accesso all’ingrosso su rete fissa e dei servizi al dettaglio di telecomunicazioni a banda larga e ultralarga”.

“L’intesa in oggetto, infatti – prosegue l’autorità -, comportando un rilevante coordinamento tra Fastweb e Telecom Italia in scelte strategiche relative alle reti fisse a banda larga e ultra-larga, potrebbe ridurre l’intensità della competizione statica e dinamica, considerando che essa coinvolge i due principali operatori verticalmente integrati operanti nel settore”. Nel corso del procedimento saranno oggetto di valutazione tutte le argomentazioni e gli elementi addotti dalle Parti in ordine al rispetto delle condizioni su cui si fonda un’eventuale deroga ai sensi dell’art. 101.3 TFUE.

In una nota : “Fastweb è convinta della correttezza del proprio operato e della validità del progetto industriale di Flash Fiber che sta procedendo speditamente a cablare in Fiber to the Home 20.000 case a settimana, in linea con le previsioni industriali e in coerenza con i piani pubblici di infrastrutturazione del paese”. “Come in passato, Fastweb – prosegue il comunicato – rinnova la sua fiducia nell’operato dell’Agcm e continuerà a collaborare costruttivamente con l’Autorità”.

Fiducia nel Garante anche da parte di Tim che ricorda la mole di investimenti di un miliardo di euro entro il 2020 ipotizzata dalla Flash Fiber. L’Antitrust si è mosso dopo aver ricevuto le segnalazione da tre concorrenti (Wind, Vodafone ed Enel) tra agosto 2016 e gennaio 2017. Sembrerebbe decisiva l’ultima segnalazione fatta da Enel.

Nella loro difesa, le aziende sotto accusa hanno speso i seguenti argomenti :
– la società che hanno creato, “Flash Fiber”, non sarebbe una “impresa comune a pieno titolo;

-al punto che la nuova rete sarà proprietà della sola Fastweb;
– la vendita di alcuni servizi tecnici ad altri operatori (come Vula e Bitstream) avverrà in competizione tra Telecom e Fastweb;

– la presenza di Enel in questo ambito – con la sua “Open Fiber” – sarebbe garanzia di una piena concorrenza.

Telecom e Fastweb avranno 60 giorni di tempo per presentare le loro ragioni davanti al Garante, che chiuderà il suo “processo” entro dicembre 2017.

Pesano, invece, le quote di mercato. Nel 2015 gli incassi da utenti complessivamente rappresentava il 66,5% (Telecom 39,6 e Fastweb 26,9). Le quote di mercato delle linee nel 2016 complessivamente rappresentavano il 60,9% del mercato (Telecom 46% e Fastweb 14,9%).

In realtà, i confini dell’accordo sono più ampi: Telecom Italia si riserva un diritto d’uso inalienabile per trenta anni sulle infrastrutture di fibra ottica di proprietà di Fastweb.

Ci sono buone motivazioni per puntare il faro sull’accordo della joint-venture tra Telecom e Fastweb. Sarebbero legittime le perplessità che potrebbero sorgere ai lettori sulla correttezza dello stesso accordo. Nel frattempo, compete al Garante l’ardua sentenza sull’infrazione delle norme sulla concorrenza.

Salvatore Rondello

DISASTRO ILVA

Ilva-chiusura stabilimento

Il Gup Wilma Gilli mette un primo punto fermo a quello che è stato chiamato “ambiente svenduto”, ovvero il processo nato dall’inchiesta giudiziaria del 26 luglio del 2012 che portò il gip Patrizia Todisco, a sequestrare senza facoltà d’uso tutta l’area a caldo del siderurgico di Taranto: altiforni, acciaierie, cokerie, parchi minerali. A cui seguirono i primi arresti, per disastro ambientale, tra cui quelli di Emilio e Nicola Riva (proprietari dell’industria siderurgica). Oggi il Gup ha deciso la sorte di 52 imputati, Gilli ha rinviato a giudizio 44 persone tra cui spiccano: Nicola e Fabio Riva con Luigi Capogrosso (all’epoca direttore dell’Ilva), accusati di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale; le istituzioni all’epoca dei fatti, ovvero l’ex presidente della Regione Nichi Vendola per concussione aggravata, l’ex sindaco di Taranto Ippazio Stefano per omissione di atti di ufficio e l’ex presidente della provincia di Taranto, Gianni Florido. Cinque sono state invece le richieste di condanna col patteggiamento avanzate dalla Procura di Taranto Nichi Vendola è accusato di concussione aggravata per aver fatto pressioni sul direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, affinché assumesse un atteggiamento meno severo nei confronti della fabbrica. “Sarei insincero se dicessi, come si usa fare in queste circostanze, che sono sereno – commenta con una nota l’ex governatore – Sento come insopportabile la ferita che mi viene inferta da un’accusa che cancella la verità storica dei fatti: quella verità è scritta in migliaia di atti, di documenti, di fatti. Io ho rappresentato la prima e l’unica classe dirigente che ha sfidato l’onnipotenza dell’Ilva e che ha prodotto leggi regionali all’avanguardia per il contrasto dell’inquinamento ambientale a Taranto”. “Vado a processo con la coscienza pulita” conclude Vendola.
A giudizio anche tre società: Riva Fire, Riva Forni Elettrici e Ilva. Quest’ultima ha anche presentato istanza di patteggiamento che però la Procura, ritenendola non congrua, ha respinto.

LA QUESTIONE DEI FONDI CONGELATI PER IL RISANAMENTO
Resta in dubbio ora la questione sulla nuova gestione Ilva, affidata a gennaio in commissione straordinaria ai commissari Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba, che attendono ora la decisione di un altro Tribunale, quello federale di Bellinzona.
Si attendono 1,2 miliardi di euro sequestrati in Svizzera su richiesta della magistratura italiana presso diversi conti Ubs ad alcuni componenti della famiglia Riva, ma non sono ancora rientrati in Italia e che servono per risanare l’azienda. A congelare il trasferimento dei fondi è stato il ricorso presentato al Tribunale federale di Bellinzona fatto da due figlie di Emilio Riva, le stesse che avevano rinunciato all’eredità per sottrarsi alle pretese dei creditori. Secondo il piano industriale e ambientale messo a punto dai commissari, è previsto, tra l’inizio dell’autunno e la fine dell’anno, la costituzione di una newco per l’Ilva, per quanto riguarda la parte industriale, mentre per il risanamento ambientale l’azienda, entro fine mese, dovrà dimostrare di aver attuato l’80 per cento delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) come previsto da specifico piano normato da un Dpcm di marzo 2014. Il 27 luglio l’Ilva dovrà, dopo le verifiche sui lavori di Ispra e Arpa Puglia, inviare la relazione sull’Aia al ministero dell’Ambiente mentre sui lavori. I soldi bloccati da Zurigo sono essenziali quindi perché l’Ilva possa attuare il suo piano di risanamento ambientale e in sostanza perché possa sopravvivere. Se quella somma dovesse restare bloccata in Svizzera o se dovesse arrivare troppo tardi l’intero progetto di risanamento messo in piedi dall’azienda rischierebbe di fallire e di conseguenza l’Industria rischierebbe la chiusura.

IL BRACCIO DI FERRO SULLE TESTE DEI LAVORATORI
L’azienda è stata già dichiarata insolvente dal Tribunale Fallimentare di Milano, per i giudici, l’Ilva non ha “né mezzi propri né affidamenti da parte di terzi che consentano di soddisfare regolarmente e con mezzi normali le obbligazioni e di far fronte, contestualmente, all’attuazione degli interventi previsti dal Piano Ambientale”. A farne le spese sono proprio gli operai, gli stessi che non solo spesso si trovano in prima linea nel rischiare la vita sul posto di lavoro, come nel caso del giovane operaio Alessandro Morricella, ma anche a rischiare nell’eventualità di una chiusura dell’Industria siderurgica. Già in questi mesi ci sono state proteste per i mancati pagamenti alle società di autotrasporto, per finire poi all’ultima beffa, quella della denuncia per 19 operai accusati dai carabinieri della Polizia giudiziaria di violazione di sigilli, essendo stati trovati al lavoro nell’area dell’Altoforno2, sottoposto a sequestro senza facoltà d’uso dalla Procura. A difesa degli operai è intervenuto non solo il sindacato di categoria, ma anche la stessa Ilva che in una nota ha precisato “di aver operato nel pieno rispetto della legalità in ottemperanza alle previsioni del decreto legge 92/15. I dipendenti identificati hanno eseguito le previsioni di un decreto legge normato su presupposti di urgenza. Al momento resta garantita la continuità produttiva”. Garantendo “la tutela legale dei propri dipendenti fornendo loro la più ampia assistenza”.

ILVA E ALTRI “CARROZZONI”
Oggi il commissario straordinario dell’Ilva Piero Gnudi in audizione alla Camera ha affermato ottimista che grazie all’ultimo prestito ponte di banche e Cdp “abbiamo accelerato l’attuazione dei provvedimenti previsti nell’Aia. Il 31 luglio è dopodomani ma siamo già largamente al di là dell’80%”, quindi è un obiettivo che può essere “raggiunto”. I livelli di sicurezza dell’Ilva “dalle analisi condotte” risultano “soddisfacenti”, ha poi affermato l’altro commissario straordinario Enrico Laghi. Ma le deduzioni dell’amministrazione straordinaria sebbene riguardano il piano ambientale non tengono conto del profondo deficit del piano industriale. Secondo le analisi di Federacciai il primo semestre 2015 è stato per l’acciaio il peggiore degli ultimi 5 anni, con una produzione di sole 11.719 tonnellate (-10,6% rispetto al 2014). In nessuno dei 6 mesi presi in esame la produzione di acciaio è stata all’altezza di quella del 2014, con cali che oscillano tra il -9,6% di febbraio e il -12,6% di maggio.

Tabella Sole24

I dati Federacciai (rilevati da Il sole 24 ore) sono ancora provvisori ma evidenziano come a giugno l’ouput italiano d’acciaio resta al di sotto dei 12 milioni di tonnellate, il 10,6 per cento in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Probabilmente servirà ancora altro denaro per supportare l’azienda, così come accade ad altri settori strategici del BelPaese che continuano a chiedere supporto e denaro dal Governo. Telecom Italia ha chiesto oggi al Mise un decreto per il gruppo per poter avere soldi pubblici per i contratti di solidarietà espansiva, oppure lascerà a casa 1.700 lavoratori. Un bel ricatto, molto simile alle continue iniezioni di denaro che lo Stato ha dato per anni a un altro ex monopolio statale, Alitalia, che nonostante tutto, non naviga ancora in acque sicure e che oggi ha cancellato il 15 per cento dei suoi voli di domani, 24 luglio, per uno sciopero di 24 ore dei piloti e degli assistenti di volo del sindacato Anpac.

PASSA IL DECRETO SALVA “ILVA”
Dopo il via libera del 3 luglio scorso al decreto che ha permesso all’Ilva di tornare a produrre, un nuovo decreto il cosiddetto “dl fallimenti”, dà il via libera alle acciaierie di Taranto. Secondo le disposizioni del Tribunale il 6 luglio ol’Ilva avrebbe dovuto spegnere l’Altoforno 2 di Taranto e ciò avrebbe comportato lo stop dell’intero impianto che per motivi di sicurezza non può marciare con un solo altoforno in uso, il 4, visto che l’1 e il 5 sono in manutenzione per gli interventi dell’Aia e il 3 è spento da tempo. Il Governo ha incassato ieri, 23 luglio, la fiducia sul dl fallimenti e oggi, 24 luglio, un nuovo sì a Montecitorio con il voto finale, ora quindi il testo passa al Senato. “La tutela dell’ambiente rappresenta il motore della ripresa economica dell’Italia. Solo attraverso lo sviluppo sostenibile il nostro Paese può mettersi alle spalle la crisi in cui è precipitato. Un’ottima notizia, quindi, il piano ambientale da 1,6 miliardi per l’Ilva annunciato dal ministro Galletti”. Lo afferma in una nota Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera. “Da anni – continua il parlamentare socialista – il territorio tarantino, vessato da inquinamento e malattie, aspettava un progetto così ambizioso. L’obiettivo è quello di dimostrare che l’ambiente può procedere di pari passo con la crescita e l’occupazione. Dobbiamo spezzare, perciò, l’antico legame tra sviluppo e danno ambientale. Far prosperare il Paese e al tempo stesso tutelare ambiente e salute dei cittadini è possibile”, conclude Pastorelli.

Maria Teresa Olivieri 

Per saperne di più:
ILVA, PASSA IL DECRETO “SALVA-IMPIANTI”
Ilva: la maledizione che rischia di soffocare Taranto
Ilva, l’esperto del Politecnico di Torino: «Ecco perché la contrapposizione lavoro-ambiente è un falso problema»
L’Ilva commissariata dal governo. Il ministro: «L’azienda ha disatteso le disposizioni»
Ilva. Ue valuta possibili aiuti di Stato
ILVA, VIA AL RISANAMENTO
Disastro Ilva. “Ambiente svenduto” e addio risarcimento

Italia, siamo all’anno zero
del “piccolo è bello”

Operai in fabbricaOggi, mentre molte parti del mondo industrializzato mostrano segni di una duratura ripresa, l’Italia continua ad essere sempre sotto esame da parte delle autorità di Bruxelles, per la mancata capacità di fare quadrare i conti e per la conseguente impossibilità di finanziare le riforme e contemporaneamente rilanciare la ripresa, senza la quale le riforme stesse diventano un problema irrisolvibile. Le difficoltà attuali nelle quali si trova a languire il paese sono bene evidenziate da libro “L’anno zero del capitalismo italiano”, del vicedirettore di “la Repubblica”, Massimo Giannini. Continua a leggere

NSAGATE, COSÌ FAN TUTTI

TAVAROLI-Telecomunicazioni

«Chi è capace di tenere le mani in tasca quando si trova in una pasticceria apparecchiata?». Una domanda semplice, in apparenza, ma che in realtà aiuta ad inquadrare quanto avviene in queste ore sul filo Parigi – Washington dopo le rivelazioni del quotidiano Le Monde che attribuiscono alla National Security Agency la responsabilità di aver registrato in segreto più di 70 milioni di telefonate francesi. Continua a leggere

NSAGATE, COSÌ FAN TUTTI

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«Chi è capace di tenere le mani in tasca quando si trova in una pasticceria apparecchiata?». Una domanda semplice, in apparenza, ma che in realtà aiuta ad inquadrare quanto avviene in queste ore sul filo Parigi – Washington dopo le rivelazioni del quotidiano Le Monde che attribuiscono alla National Security Agency la responsabilità di aver registrato in segreto più di 70 milioni di telefonate francesi.

A scatenare le ire di Quay d’Orsay, così come dello stesso Hollande, non c’è solo una questione di “Grandeur” francese ferita. Nel setaccio dell’agenzia di spionaggio elettronico americano, infatti, sono finite oltre alle telefonate di sospetti terroristi, anche, soprattutto forse, quelle di dirigenti e funzionari di aziende importanti per il sistema economico d’Oltralpe.

«Non credo che gli Usa abbiano una particolare propensione allo spionaggio commerciale nei confronti della Francia o di altri alleati. Di sicuro, però, le agenzie statunitensi mettono l’economia al centro dell’idea di sicurezza nazionale: questo implica che vengano fatte tutta una serie di analisi, ad esempio, su quanto la corruzione possa pesare in caso di assegnazione di appalti internazionali in cui concorrono aziende americane, soprattutto in settori strategici. È il caso di quanto avvenuto anni fa con un’azienda francese che aveva vinto una gara per un sistema di sicurezza ambientale in Amazzonia: gli Usa fornirono informazioni che portarono alla scoperta di un giro di corruzione che fece saltare l’appalto, poi vinto proprio da un’azienda americana».

Ecco dunque che la domanda iniziale si carica di un senso profondo. A porsela in una lunga intervista con l’Avanti!  è Giuliano Tavaroli ex carabiniere del nucleo antiterrorismo del generale Dalla Chiesa passato poi a guidare la security di Pirelli, prima, e di Telecom Italia poi, fino a quando venne coinvolto nello scandalo Telecom-Sismi. Una vita passata nel mondo della sicurezza e dell’intelligence, attraversandone luci e ombre. Una professione, ma anche una grandissima passione che prende corpo nell’abilità che Tavaroli  ha di articolare una prospettiva a tuttotondo sulla tematica ribattezzata “NSAgate”.

A cominciare dalla pratica, messa sotto accusa da Parigi, di “spiare” un paese alleato: «I francesi si dicono scandalizzati perché gli americani raccoglievano informazioni sul loro territorio nazionale, ma questo non ha senso per due ordini di motivi. Il primo è che dalla notte dei tempi si raccolgono informazioni anche sugli alleati. Il secondo é che i francesi, potenzialmente, non sono da meno: semmai hanno a disposizione molti, ma molti meno mezzi per farlo. Tanto per parlare di simmetrie d’azione, non penso che i guai recenti di Finmeccanica siano del tutto al di fuori di questo tipo di dinamiche».

Insomma, se la questione è il metodo, allora si può affermare che non c’è “nulla di nuovo sul fronte occidentale”. «Quello che semmai poteva essere sfuggito riguarda il pazzesco salto tecnologico che hanno fatto le agenzie di intelligence americane».

L’analisi di Tavaroli, dunque, non si perde in narrazioni, ma va al nocciolo della questione: l’ex responsabile della security Telecom  ricorda che il sistema è e rimane il medesimo, quello che cambia sono, da un lato, la mole delle informazioni, dall’altro la capacità di archiviarle e la velocità  nel richiamarle: in una sola parola i database.

«L’intelligence segue sempre la stessa procedura, un circolo basato su delle fasi che, molto schematicamente, prevedono la raccolta, la selezione e l’analisi. Prima si “spazzola” il traffico, poi lo si filtra e, in caso di interesse, lo si analizza. Noi estimatori dei romanzi di Le Carré ricordiamo l’immagine dell’analista occhialuto chiuso in uno stanzino a leggere documenti. Ora quel lavoro lo fanno i grandi computer, molto rapidamente, lavorando su parole chiave, sul riconoscimento della voce, etc. Una mole di dati spaventosa».

E, sottolinea Tavaroli, come in ogni attività su scala industriale, la differenza la fanno gli investimenti: «Il budget che gli Stati Uniti destinano al solo settore dell’intelligence è enorme, una cifra nell’ordine di circa 70 miliardi di dollari. Gli Usa sono una potenza mondiale e, come tale, esposta ad un enorme rischio perché hanno il problema di difendere il vantaggio tecnologico delle aziende americane. Sono leader nell’aerospaziale, nella difesa, in tutta l’economia di Internet: da Amazon a Yahoo, da Twitter a Forsquare. Non dimentichiamo che Facebook non ha server al di fuori dagli Usa e non è un caso: loro la pasticceria se la sono tenuta perchè più che spiare le aziende straniere, gli americani sono vittime di tentativi di spionaggio elettronico».

Possibile che non accada mai che quelle informazioni vengano utilizzate per interessi non propriamente correlati alla sicurezza nazionale? «Certo, può accadere che Alcatel sia spiata rispetto ad una gara anche se questo è vietato dalle leggi americane. Ma rimane un fenomeno su scala artigianale come quello che riguardava alcuni dipendenti della Nsa che si facevano i cavoli delle mogli. La cyberguerra, quella vera, è tra Cina e Usa”.

Il punto dolente, dunque, come già evidenziato in uno speciale dell’Avanti!, riguarda principalmente la cultura della sicurezza, soprattutto il Europa, da parte dei cittadini come delle aziende: «Le prime a non essere protette sono le aziende. Non investono sulla sicurezza. Una ricerca recente ha messo in evidenza che nella percezione dei rischi principali dei manager c’è la reputazione, molto dopo il “cyber-risk”».

Tutti dati che, per Tavaroli, parlano di qualcosa che non ha prettamente a che fare con la dimensione cyber, ma con una realtà antica quanto il mondo: il punto centrale è che sembra che alle società opulente sia «sfuggito il concetto che l’Universo è governato dal principio delle risorse scarse. Non c’è tutto per tutti. Non c’è economia per tutti. Competiamo per occasioni, opportunità, risorse scarse. Questo innesca dinamiche competitive. Siamo all’economia di sostituzione: ormai quasi tutti i mercati accessibili hanno i beni, chi più chi meno, non ci sono troppi margini di espansione. La questione è chi sostituisce i beni in circolazione e, se la sostituzione la fa un’azienda “X” significa che un altro soggetto commerciale perde la vendita». Il cyberspazio si trasforma, dunque, nel principale campo di battaglia della guerra per le risorse nel Terzo Millennio.

Roberto Capocelli