Tennis. Successo italiano con Berrettini. Precisione da talento svizzero

Matteo-BerrettiniUn altro successo per l’Italia e stavolta doppio (in tutti i sensi). È riuscita, infatti, l’impresa a Matteo Berrettini di conquistare sia il titolo in singolare che in doppio (in coppia con l’altro connazionale Daniele Bracciali, e ciò vale ancor di più per i colori azzurri) in Svizzera: un successo tutto italiano all’Atp di Gstaad. Il tennis maschile nostrano si aggiudica così un altro campione, a soli 22 anni. Un talento dalla precisione tutta svizzera, allora pare proprio il caso di dire. Si tratta del giovane romano Matteo Berrettini, che in finale ha battuto la testa di serie n. 2: lo spagnolo Roberto Bautista Agut. Nella finale maschile di doppio, invece, la coppia tutta italiana -formata da Matteo con Daniele- si è imposta su quella composta da Denys Molchanov ed Igor Zelenay con un doppio tie-break: vinto per 7 punti a 2 il primo e per 7 punti a 5 il secondo e decisivo, che ha decretato il trionfo degli azzurri al J. Safra Sarasin Swiss Open di Gstaad.
Dunque ora il campione italiano avrà ancor più responsabilità con questa vittoria nel difendere ed imporre il tennis italiano nel mondo e tenerne alti gli onori a livello internazionale. E sicuramente ne sente tutto il peso, a partire dalla consistenza ponderale della coppa che ha dovuto alzare (con gioia, ma faticando non poco) qui in Svizzera. Scherzi a parte, sembra davvero pronto. Per sua stessa ammissione, nella settimana dell’Atp di Gstaad ha espresso il suo miglior tennis, con una qualità di gioco elevatissima. Non ha dimenticato di rivolgere un ringraziamento alla sua famiglia che lo ha sempre supportato, sostenuto ed accompagnato ovunque, indispensabile alla sua crescita umana, professionale ed atletica. Un esempio di umiltà e genuinità significativo, poiché non ha nascosto la sua incredulità, la positiva sorpresa inaspettata ricevuta di ritrovarsi a festeggiare un trionfo importante, quasi un trampolino di lancio giunto imprevisto. Ancora non ci credeva che aveva raggiunto tale traguardo e se l’è voluto godere tutto sino all’ultimo.

Atp di Gstaad. Del resto i suoi colpi e il suo percorso qui in Svizzera non hanno lasciato spazio ad equivoci. Per arrivare alla finale ha battuto, in fila, Rublev (con un doppio 6/3 netto), poi Feliciano Lopez (per 6/3 6/4, non male per un avversario sempre ostico), poi il qualificato Jurgen Zopp (per 6/4 7/6), giocando un tennis strepitoso e vendicando il connazionale Fabio Fognini (reduce dalla vittoria in Svezia, ma sconfitto in tre set proprio da Zopp qui in Svizzera con il punteggio di 6/1 3/6 6/3). Infine l’exploit nel big match della finale contro il veterano e favorito Bautista Agut; esperto ed abile, lo spagnolo era dato per vincitore assoluto indiscusso; poche le chances riservate a Matteo. Invece, sin da subito, il romano ha messo le carte in tavola. Il primo game è durato tantissimo (più di otto minuti) e Berrettini ha avuto subito l’opportunità di portarsi avanti di un break (poi sfumata, così come nel secondo set). Si è arrivati, così, ad un giusto tie-break che Matteo ha ben gestito (conquistandolo per 11 punti a 9). Lottato anche il secondo set, soprattutto nel primo game, ma poi il giovane italiano ha trovato il break decisivo, che ha mantenuto e che lo ha portato a chiudere il secondo parziale per 6/4.

Un 7/6 6/4 che dice molto. Un punteggio molto gratificante, visto l’avversario; ma soprattutto è stata la qualità di gioco del romano -molto convincente- ad entusiasmare: le ottime percentuali di servizio, soprattutto di prime e di aces (circa 15), sono indice di una tecnica più che valida alla battuta, favorita dall’alto del suo metro e 93 di statura. Però la differenza l’ha fatta in particolare con un colpo: il passante lungolinea alla sinistra dell’avversario in top spin (inside in), specialmente di rovescio, ma anche in dritto a sventaglio. Eccezionale veramente, ha scatenato l’appaluso del pubblico più volte, quasi in una standing ovation. Inoltre apprezzabile il suo impegno per migliorare, con la volontà di venire in avanti a rete, in attacco, giocando in avanzamento, ma difendendosi anche molto bene (con buoni passanti). Serio e solido, Matteo non ha tremato neppure nei momenti di maggiore difficoltà, ma è rimasto concentrato e ha reagito; tanto da mettere lui in difficoltà un avversario esperto come Bautista Agut, anche nello scambio da fondo basato su regolarità di scambi lunghi da cui la testa di serie n. 2 ha tentato alla fine di uscire venendo avanti a rete, ma trovandosi spesso ‘infilato’ dal passante vincente di Berrettini.
Atp di Amburgo. Il giovane romano classe 1996 si avvicina così sempre più alla top 50, raggiungendo l’attuale n. 54 della posizione nel ranking mondiale. Speriamo sia solo l’inizio di un lungo cammino sempre più ricco di soddisfazioni per lui. E, a proposito di settimane di tennis spettacolare e di miglior gioco espresso, non si può non rilevare quella ugualmente di Nikoloz Basilashvili. Da qualificato è andato a vincere niente di meno che un prestigioso torneo quale l’Atp di Amburgo, su un altro veterano come Leonardo Mayer, che altrettanti grandi cose aveva fatto vedere durante la ‘sua’ settimana qui in Germania. L’aria tedesca lo ha particolarmente ispirato, ma soprattutto lo ha incoronato con il suo primo titolo Atp in carriera. Il tennista georgiano diventa, dunque, n. 35 nel mondo impedendo a Leonardo Mayer di portare a casa per la terza volta il titolo qui in Germania. Lo si ricorderà lo scorso anno quando si commosse per la vittoria dedicandola al figlioletto (presente anche quest’anno in braccio alla mamma ovvero sua moglie), imponendosi sul tedesco Florian Mayer (stesso cognome per curiosa coincidenza) per 6-4 4-6 6-3; l’argentino, poi, lo aveva già conquistato nel 2014 vincendo sullo spagnolo David Ferrer per 6/7 6/1 7/6 (in rimonta, al terzo, partendo sotto di un set). Eppure anche in questo 2018 è stato il Mayer di sempre, preciso e solido; ma non abbastanza per piegare il georgiano. Quest’ultimo potente particolarmente col dritto, è stato incisivo con le accelerate da fondo che hanno spiazzato l’avversario, lasciandolo fermo, quasi attonito e a tratti scoraggiato e rinunciatario, quasi rassegnato. Dopo aver vinto bene il primo set per 6/4 (trovando il break decisivo nel finale, dopo un gioco molto lottato ed equilibrato), Basilashvili si è un attimo come deconcentrato; o almeno ha avuto un lieve calo, con una diminuzione delle percentuali al servizio, che lo ha mandato in confusione e l’altro è entrato sempre più in partita rifilandogli un netto 6/0; bravo nel finale Nikoloz a rientrare, riuscendo ad andare a vincere per 7/5 (set simile al primo, con un solo break decisivo, ma ottenuto più tardi perché ancor più conteso quale parziale in quanto fondamentale). Una prova di gran carattere e concentrazione, di enorme forza di volontà e dedizione, di impegno massimo per il georgiano (sostenuto molto sugli spalti tra il pubblico, con striscioni affettuosi per lui). Finalmente l’incoronamento di un giusto riconoscimento di merito per il grande lavoro svolto in quest’ultimo periodo soprattutto (quando si era fatto di più notare anche a Roma agli IBI). Basilashvili aveva rincorso altre due volte il primo titolo Atp in un paio di occasioni, in anni diversi: nel 2016, quando perse la finale di Kitzbühel contro Paolo Lorenzi (che si impose per 6/3 6/4) e nel 2017 (l’anno dopo dunque) quando fu sconfitto a Memphis da Ryan Harrison (che gli rifilò un netto e severo 6/1 6/4). Ad Amburgo ha colpito la solidità di Basilashvili, in grado di battere molti avversari ‘regolari’. Partito dalle qualificazioni, ha sconfitto -in rassegna-: il tedesco Tobias Kamke, poi Jurgen Melzer, poi Philipp Kohlschreiber in tre set (il tedesco si è arreso solamente col punteggio di 7/5 1/6 6/4), poi Pablo Cuevas (sconfitto per 7/6 6/4), poi un altro Pablo -stavolta Carreno Busta (testa di serie n. 3 del tabellone)- battuto con lo stesso score, infine la durissima semifinale contro Jarry (vinta in tre set per 7/5 0/6 6/1). Se consideriamo, da ultimo, il risultato della finale (6/4 0/6 7/5), rileviamo quanto non sia stata facile né da poco l’impresa che ha compiuto di risollevarsi dopo aver incassato un cappotto come un 6/0, che avrebbe messo ko chiunque, soprattutto dopo essere stato avanti di un set. Reagire, ritrovare le redini del gioco e del comando del match e vincere la partita tornando a dominare non era affatto scontato; e Basilashvili ci è riuscito per ben due volte: considerato out, fuori dalla partita, è rientrato a pieno ed è andato a vincere. Da vero campione ‘mentale’, dando una prova di solidità di nervi degna del miglior Roger Federer (per tornare alla Svizzera prima citata per il nostro Berrettini).

Atp di Atlanta. E se prima abbiamo citato Ryan Harrison e la conquista pluriennale qui ad Amburgo di Leonardo Mayer, una situazione simile ci riporta all’Atp di Atlanta; dove era di casa John Isner. Il campione americano si conferma appunto campione di casa qui al BB&T Atlanta Open, che ha vinto ben 5 volte con questa, di cui questa del 2018 è la seconda consecutiva e la seconda di seguito proprio contro Ryan Harrison. Il connazionale americano non è riuscito a vendicare la sconfitta dello scorso anno incassata dal campione, che gli aveva rifilato un doppio tie-break nel 2017. Quest’anno, invece, quanto meno lo è riuscito a portare sino al terzo set; ma forse per John proprio per questo ha più valore tale vittoria. Isner ha dato prova di grande reattività, con una reazione di orgoglio proprio nel finale, che forse il pubblico non si aspettava più. Forse era semplicemente ancora stanco (dalla maratona contro Anderson a Wimbledon) o provato dal caldo, forse deconcentrato oppure un po’ demotivato (nel senso con la testa più rivolta alla futura nascita della sua bambina che sulla vittoria). Se ha affermato che per assistere alla nascita della sua primogenita lascerebbe persino di corsa gli Us Open, forse poi ha riflettuto su quanto tenesse a questo torneo e quanto l’Atp di Atlanta gli abbia dato. Anche in semifinale aveva faticato a vincere e stentato contro Ebden (archiviato solo al terzo set, per 6/4 6/7 6/1). Nella finale, invece, il punteggio è stato di 5/7 6/3 6/4; dunque John ha dimostrato che quando gioca non ce n’è per nessuno, soprattutto perché si regge sulla sua battuta potente e su un record di aces che ogni volta mette a segno. Contro Ebden, infatti, aveva vinto il primo set, poi si è rilassato, ha commesso qualche errore in più ed ha perso il secondo ad un tie-break molto equilibrato; ma poi, quando è rientrato nel match e ha ripreso a giocare e a controllare la partita, ha dilagato per 6/1, senza troppa possibilità di recupero per il britannico. Contro Ryan, invece, ha rischiato ancor di più, se possibile, perché era sotto di un set 7/5 e sembrava quasi assente dal match. Poi è come se avesse riflettuto che si stava giocando una finale a quanto ci tenesse e così è entrato davvero in partita e ha dominato i successivi due set per 6/3 6/4 molto facilmente. Quello dell’Atp di Atlanta è davvero il suo torneo. E forse è proprio quello che si è detto John Isner (“questo è il mio torneo”), ripensando ai traguardi qui raggiunti. Ricordiamo in rassegna le 5 vittorie cumulate: la prima risale al 2013 contro Kevin Anderson (lo stesso della strepitosa semifinale di Wimbledon); altrettanto dura fu quella finale di Atlanta, con tre tie-break molto lottati giocati, ma alla fine la spuntò Isner (e non Anderson come a Wimbledon): dopo aver perso il primo, vinse gli altri due. Poi fu la volta della conquista del titolo sia nel 2014 che nel 2015, battendo prima Sela (per 6/3 6/4) e poi Baghdatis (con un doppio 6/3). Infine dello scorso anno abbiamo già detto: fu un doppio 7/6 rifilato sempre a Ryan Harrison ad incoronarlo re del BB&T Atlanta Open. Se lo sponsor era ben visibile nella palazzina alle spalle del campo dove hanno disputato i match i tennisti, sembra quasi una dedica non solo agli atleti, al tennis, ma anche ai raccattapalle. BB&T può significare sia bed&breakfast e tennis (con la T maiuscola da notare), ossia il tennis vissuto in pieno, come in vacanza, tra mondanità e massimo divertimento, goduto in toto e in estremo relax e agio, usufruendo dei migliori servizi qui all’Atlanta Open. Ma quest’ultimo e la città di Atlanta riconoscono anche il merito dei raccattapalle quasi. BB potrebbero essere le iniziali di ball-boys in inglese, perché anche loro fanno parte della squadra dell’organizzazione che mette in moto un torneo di successo del genere, facendole uno dei punti di forza.

A parte il gioco di parole, se BB&T è un’assicurazione bancario-finanziaria per gli utenti, per l’Atp di Atlanta averla come main sponsor significa garantire la sicurezza della qualità del tennis quasi, come la banca fornisce agli utenti garanzie sulla sicurezza e l’affidabilità delle transazioni finanziarie. Se la garanzia di sicurezza è essenziale per ogni tipo di operazione economica, allora (metaforicamente) potremmo dire che anche i ball-boys -e tutto l’apparato di accoglienza e di ricettività (tipo un bed &breakfast)- lo sono per la riuscita del torneo. Invece, per quanto riguarda il vincitore, il successo di un campione quale Isner dipende tutto assolutamente dal suo servizio: quando la battuta ha funzionato meno si è perso un po’, mentre si è ritrovato non appena ha ritrovato anche le percentuali al servizio. Sicuramente questo per lui è stato il coronamento di un anno fortunato: dopo il matrimonio, la prossima nascita della figlia, il buon exploit a Wimbledon, con la conquista del trofeo qui ad Atlanta, John può considerare la stagione di questo 2018 assolutamente ben riuscita.

Barbara Conti

Wimbledon 2018: tornano due ex numeri uno, Nole e Kerber

Wimbledon

Un numero uno lo è per sempre. Anche quando non vince un torneo ed esce ai quarti, come Roger Federer (lo svizzero è stato battuto da Anderson in 4 set: per 6/2 7/6 5// 4/6 11/13); o come Rafael Nadal (che ha perso in semifinale da Novak Djokovic: per 4/6 6/3 6/7 6/3 8/10); o come Juan Martin Del Potro (uscito ai quarti proprio per mano di Rafa, ma vero campione atletico: più volte a terra, è caduto, ma si è rialzato ed ha lottato ‘generosissimo’ fino all’ultimo. Chapeau. Del resto il punteggio ben evidenzia la dura lotta dei due: l’argentino si è arreso allo spagnolo solo al quinto set, 5/7 7/6 6/4 4/6 4/6; ce l’ha messa davvero tutta). Anche quando ritorna da un lungo e grave infortunio, come Novak Djokovic. Anche quando rientra da mesi dopo la maternità e un parto cesareo che ne ha ostacolato il recupero, come Serena Williams. Anche quando ti piovono addosso critiche e malelingue ti dicono che ‘la tua luce si è spenta’ o ‘sei finita’ oppure ‘non sei più quella di una volta’ (esagerando, ma non troppo, perché a volte la stampa sa essere molto dura e i fans stancarsi presto degli in-successi e non hanno la pazienza di capire il momento ‘no’ o di grave difficoltà di un’atleta): come Angelique Kerber (ma anche per Nole stesso c’è stato l’identico discorso). Invece eccoli tutti qua a disegnare l’edizione 2018 di Wimbledon, ognuno mettendo a suo modo il proprio sigillo. E poi ci sono i numeri uno dentro, il talento evidente anche se non si afferma con primati di vittorie: quelli dei campioni della passione, della sportività, dell’umiltà, della generosità, dello spirito di sacrificio, campioni di talento ed umanità che contribuiscono ugualmente a scrivere la storia del tennis; come il finalista Kevin Anderson e/o John Isner. E poi, a tale proposito, come non citare -ancora una volta- l’esempio di impegno di Del Potro e/o quello di umanità ed umiltà di Rafael Nadal: rispetta sempre ogni avversario e gli altri campioni, che gli danno modo e gli stimoli giusti per migliorarsi continuamente -afferma-; molto amichevole nel dare sempre una parola di conforto e di amichevole stima, anche con un abbraccio sincero molto sportivo a fine partita (proprio come accaduto contro Del Potro, dopo averlo sconfitto; o dopo aver perso in semifinale contro Nole).

E poi ci sono i numeri da record paralleli, che si cerca di rilevare ad ogni edizione, in particolare di uno Slam: e questo sicuramente spetta alla semifinale durata sei ore e 36 minuti tra Isner ed Anderson appunto. Dall’altro lato, ancora, ci sono inoltre anche i record non numerici, ma ‘di colore’: e questa di quest’anno a Wimbledon è stata un’edizione particolare per vari momenti ‘colorati’. Per dirla con una canzone, con Shakira e il ritornello del suo brano-tormentone “Waka waka”: “This time for Africa…’cause this is Africa”. In sintesi dice, tradotto dall’inglese: “questo tempo è per l’Africa perché questa è l’Africa”. Come noto la cantante colombiana lo interpretò con il gruppo sudafricano Freshlyground quale inno ufficiale dei mondiali di calcio FIFA 2010, svoltisi appunto quella volta in Sudafrica. Sebbene i mondiali di calcio 2018 abbiano visto trionfare in Russia la Francia, noi riadattiamo il testo per omaggiare il finalista sudafricano Kevin Anderson. Commovente il suo discorso: nel ringraziare la sua bellissima moglie, ha detto che avrebbe giocato altre 21 ore pur di rivivere le emozioni della semifinale e della finale di Wimbledon. Così come ha emozionato il ringraziamento di Nole nel riconoscere il valore umano, morale -oltre che atletico e professionale- dell’avversario; poi si è commosso nel vedersi applaudito ed evocato dal figlioletto Stefan (“è il mio miglior sparring partner” -ha scherzato il quattro volte campion qui a Wimbledon). L’ex n. 1 è davvero tornato. Lui stesso ha avuto dei dubbi seri, ha spiegato, e non è stato neppure facile recuperare dall’infortunio e dall’intervento al gomito. Ma eccolo di nuovo qui, più grintoso che mai. Senza il sostegno della moglie Jelena (che soffriva nel suo angolo, prima di scoppiare in un’esultazione di gioia finale) e di tutti quelli che hanno creduto in lui, lo hanno sostenuto e hanno lavorato con lui, probabilmente non ce l’avrebbe fatta. Ha dominato una finale non facile contro uno stanco Anderson: un doppio 6/2 iniziale nei primi due set senza dover far troppo, poi ha controllato bene un match che gli stava sfuggendo di mano (che stava diventando pericoloso perché il sudafricano si stava facendo sempre più insidioso), con Kevin che stava entrando in partita (anche con il servizio micidiale) e al tie-break ha giocato splendidamente i punti decisivi: da campione, da vero n. 1, con autocontrollo e grinta, serafico. E non si è deconcentrato neppure nella semifinale contro Nadal: giocata in notturna col campo coperto e l’illuminazione artificiale (perché posticipata a causa delle sei ore e mezza dell’altra semifinale maschile), ha iniziato subito aggressivo e alla grande, portandosi avanti due set a uno. Poi al rientro, il giorno dopo prima della finale femminile, è apparso meno in forma e i due tennisti sono andati al quinto set; ma, dopo aver concesso il quarto set, nell’ultimo e decisivo parziale si è di nuovo fatto più solido. Forse giocare con il campo chiuso non ha agevolato Nadal; forse il dover tornare di nuovo in campo il giorno dopo l’interruzione di una notte non ha facilitato Djokovic nel chiudere il match. Forse lo spagnolo non ha particolarmente brillato nel gioco a rete quando è avanzato (ma coraggioso ed apprezzabile nel suo avanzare al net) e Nole, invece, avrebbe dovuto attaccarlo maggiormente, mentre ritornava indietro dopo aver accelerato con i passanti, ancorato a fondo. Però sono stati comunque due campioni che hanno dovuto affrontare situazioni di disagio nel giocare e le hanno accettate con sportività. Al serbo, comunque, funziona di nuovo molto bene il servizio (e questa è una nota più che positiva).

Sicuramente da record la semifinale di John Isner contro Anderson: sei ore e 36 minuti, una delle più lunghe della storia del tennis, seconda solo alla partita che lo stesso Isner ha sostenuto contro Nicolas Mahut e durata ben 11 ore e 5 minuti. L’esito è stato da record e l’ultimo set (senza tie-break) è durato un’infinità: 7/6(8) 6/7(5) 6/7 6/4 26/24 per il sudafricano. Del resto l’equilibrio del match già si vedeva dall’indicazione delle teste di serie: 8 Anderson e 9 Isner. L’americano è uscito dal campo barcollando, stremato: non ce la faceva più, si è fatto mandare anche degli altri integratori, aveva vesciche alla mano che si è fatto più volte fasciare. Ha messo a segno il record di aces, delle vere e proprie ‘sassate’. Ma, soprattutto, con Anderson sono stati campioni di umanità, abbracciandosi sportivamente a fine match. Isner, del resto, ha già vinto: sugli spalti sua moglie in dolce attesa è il più bel regalo e premio che potesse ricevere dalla vita e già quello lo ripaga di ogni fatica e sofferenza. Così come ha già vinto Serena Williams: l’americana non ha recuperato la forma fisica e ha perso la finale anche malamente per certi versi (con un netto doppio 6/3 dalla tedesca Angelique Kerber); ma anche lei non avrebbe pensato mai di poter tornare a giocare ed arrivare sino in fondo al Grand Slam di Wimbledon. È tornata a giocare “per tutte le mamme” come lei e ha dedicato loro il traguardo di finalista raggiunto. Ovviamente ciò merita un plauso, così come era stato ben gradito questo messaggio al Roland Garros quando scelse di giocare con una tuta nera aderente -disegnata a posta per lei su sua esplicita richiesta- (a difesa e sostegno della ‘maternità’ per così dire).

E se la finale maschile è stata quella che più ha emozionato, per popolarità segue solo quella storica tra Borg e McEnroe (al centro dell’omonimo film uscito al cinema), Wimbledon ha avuto i suoi Borg e McEnroe: sia nei finalisti Nole e Anderson (il primo ha un bel caratterino come John, mentre l’altro sembra di una fredda lucidità come Borg; ma poi anche Nole ha disegnato il campo splendidamente come su un foglio di carta); sia tra gli spettatori. Infatti lo spettacolo è stato anche assicurato tra gli spalti, dalla presenza di molti fan che avevano la stessa fascia e pettinatura tipo Borg. Tra l’altro Borg è venuto ad assistere ai match, come la Navratilova, la Martinez e la Bartoli. E come i Reali. La semifinale maschile è stata seguita con attenzione da Kate e Megan (che amichevolmente hanno avuto degli scambi di opinione tra loro, durante le varie pause, con dei bei sorrisi); mentre alla finale maschile hanno partecipato William&Kate. Non certo facile giocare con la loro presenza.

Infine di questo Wimbledon rimarrà un po’ di colore azzurro. Camila Giorgi è arrivata sino ai quarti dove ha perso al terzo set proprio da Serena Williams: dopo aver vinto il primo set per 6/3, ha incassato dall’americana -e dalla sua risposta e reazione d’orgoglio- un altro 6/3, prima che l’ex campionessa affondasse definitivamente la marchigiana per 6/4; ma l’italiana diventa così n. 35 al mondo e questo è un success enorme per lei. Fabio Fognini ha vinto il derby italiano contro Simone Bolelli (in tre set netti per 6/3 6/4 6/1). Thomas Fabbiano ha eliminato (giocando una partita strepitosa) l’elvetico Stan Wawrinka (continua il momento di difficoltà dello svizzero), in tre set in un match straordinario e molto lottato – con tanto equilibrio e due tie-break -: 7/6(9) 6/3 7/6(8) il punteggio finale.

Infine è stato un Wimbledon dai due volti: positivo per la copertura del Campo Centrale, negativo per il persistere dell’impossibilità di giocare il tie-break al quinto set, il che strema gli atleti, laddove ci sarebbe l’opportunità almeno di un match tie-break decisivo in via ipotetica o comunque quando si potrebbero senz’altro trovare altre alternative; già arrivare e uscire al quinto set (giocando tre su cinque e non al meglio dei tre set) è già un bel test molto importante per i tennisti. Sarà ripetitivo, inutile e retorico sottolinearlo, ma ci sembra quanto mai significativo.

Tennis: pre-qualificazioni agli IBI 2018 e i campioni si prenotano

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Mentre si giocano al Foro Italico le pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia 2018, i big si prenotano un posto d’onore tra i favoriti per la vittoria finale agli IBI.

Chi saranno i più quotati? Già abbiamo detto di Rafael Nadal. Ora si aggiunge anche il campione Next Gen (ma ormai superato perché entrato a pieno regime nella top ten dei più forti, non a caso attuale n. 3 al mondo), Alexander Zverev che conquista in casa il titolo all’Atp di Monaco, in finale in un derby tedesco che ha sempre dominato e controllato (con maturità e sicurezza sorprendenti) sul connazionale più anziano Philipp Kohlschreiber con un doppio 6/3. Il giovane era testa di serie n. 1 ed ha rispettato i pronostici che lo davano superfavorito; l’altro ha fatto un buon torneo, ma non è bastato al n. 6 del seeding per portare a casa il trofeo. Il vincitore della passata edizione degli Internazionali, infatti, ha saputo sfruttare ogni occasione e fare il break decisivo che lo ha portato a servire prima per il set e poi per il match, in sicurezza, sbagliando molto poco, con una padronanza dei propri mezzi e del campo sorprendente: non ha tremato neppure un solo attimo. Più solido, concentrato, preciso, freddo e lucido, concreto in una parola, che nella semifinale contro Hyeon (testa di serie n. 4), che comunque ha battuto per 7/5 6/2, dopo essersi sbarazzato facilmente ai quarti di un fallosissimo Jan-Lennard Struff per 6/3 6/2.

Così come ha convinto il giapponese Taro Daniel all’Atp 250 di Istanbul, che la nostra nazionale di Coppa Davis ben ha imparato a conoscere e temere, sapendo quanto possa essere insidioso. Qui in Turchia prima ha battuto il nostro Matteo Berrettini per 7/5 6/3: l’azzurro ben si è difeso, ma la superiorità del talento nipponico si è vista; difficile che conceda un gratuito, rimette e respinge sempre ogni palla; poi ha eliminato la testa di serie n. 4 Bedene con un doppio 6/2; dopo ha avuto due match duri terminati al terzo set nei quarti e in semifinale: prima contro il brasiliano Dutra Da Silva (conclusosi con il punteggio di 1/6  6/1 6/4), in seguito – al turno successivo – del francese Chardy per 6/3 4/6 6/4. In finale contro Jaziri ha fatto la differenza con la regolarità, la precisione e il maggiore autocontrollo rispetto a un nervosissimo Jaziri. Daniel ha saputo mantenere più la calma e la concentrazione, ha avuto più pazienza, ha saputo aspettare e, al momento giusto, ha realizzato i punti del vantaggio che gli servivano giocando egregiamente il tiebreak del primo set (vinto per sette punti a quattro) e 6/4. Jaziri era anche in vantaggio e il giapponese ha dovuto rimontare il punteggio, ma non ha mai mollato, mentre l’altro si è distratto in contestazioni di chiamate di palle con l’arbitro che gli sono state poco utili.

Mentre nel femminile tornano a vincere di nuovo Elise Mertens e Petra Kvitova, rispettivamente al Wta di Rabat e al Wta di Praga. La prima finale è stata senza storia, dominata completamente dalla belga che ha prevalso nettamente sulla Tomljanović. Netto il 6/2 che le ha imposto nel primo set, l’avversaria ha avuto un sussulto solamente nel finale del secondo set. La belga è andata di nuovo a servire sul 5/2 per il match e tutto sembrava destinato a chiudersi con un doppio 6/2; invece la Tomljanović è riuscita con coraggio e orgoglio a strappare il servizio alla belga, poi a tenere il suo e portarsi sul 5/4, a crederci e pareggiare i conti sul 5-5; c’è stato di nuovo il break della Mertens, che però non è riuscita a completare il parziale e si è andati a un giusto, onesto e meritato tiebreak, però giocato meglio dalla più esperta belga, che lo ha portato a casa per sette punti a quattro, contro un’amareggiata ma generosa Tomljanović.

La ceca, invece, conquista il titolo al Wta di Praga (in casa) su un’avversaria ostica da tenere a bada, molto insidiosa e difficile, che emerge e sorprende tutti: la rumena Mihaela Buzarnescu. Si va al terzo set e solo la maggiore esperienza della Kvitova le ha permesso di vincere. 4/6 6/2 6/3 il punteggio con cui la rumena ha messo davvero in difficoltà diverse avversarie, tra cui la nostra Camila Giorgi in semifinale (in una maratona finita dopo due ore e mezza al terzo set, con molte occasioni non sfruttate dall’azzurra, che poteva anche chiudere). Tenace, grintosa, ha buoni fondamentali molto incisivi, profondi e potenti, in più passa bene e viene anche all’occorrenza avanti a rete, serve bene e potrebbe essere un misto della Mertens e della Giorgi perché tira ogni colpo, lotta su ogni palla, corre tanto e sbaglia poco, aggredisce molto. Abbastanza regolare, ha saputo sempre mantenere la lucidità e la freddezza necessarie al controllo del match, ma forse in finale ha accusato un po’ di stanchezza per la lunga battaglia sostenuta contro la marchigiana e di tensione e di emozione per giocarsi un titolo per lei importantissimo; tanto che ha iniziato a mostrare cenni di cedimento fisico e mentale e di nervosismo. Visibile la sua delusione nel finale, con gli occhi lucidi di dispiacere, tra l’esultanza euforica di Petra Kvitova, che si conferma ritornata e ritrovata. Ancor più evidenti i segnali di calo fisico e nervosismo della Buzarnescu, li si sono notati maggiormente contro la russa Maria Sharapova al primo turno del successivo torneo del Wta di Madrid. Qui contro la siberiana ha iniziato a commettere più errori, ad arrivare un po’ in ritardo sulla palla e a sbattere la racchetta con gesti di stizza a terra. Più lucida, precisa e fresca la Sharapova; con facilità e supremazia Masha si è imposta per 6/4 (con un solo break decisivo di vantaggio) per poi dilagare con un severo e netto 6/1 nel secondo set, in poco tempo, con una stremata rumena. La siberiana ha fatto tutto bene e giusto, sbagliando poco, mentre per l’avversaria c’è stato qualche errore di troppo con il dritto e al servizio (con il regalo di qualche doppio fallo di troppo); la Sharapova, invece, è stata incisiva soprattutto con il rovescio lungolinea. La Buzarnescu è diventata la nuova n. 32 al mondo, mentre la Sharapova ha confermato il buono stato fisico e di condizione anche al secondo turno battendo Irina-Camelia Begu per 7/5 6/1, in maniera speculare a quella con l’latra rumena.

Tra l’altro, nel recente Wta di Madrid, la Kvitova ha continuato a vincere facile per 6/1 6/2 sulla Tsurenko; ma bene anche la Halep (6/0 6/1 alla Makarova) e la Muguruza (6/4 6/2 alla Peng). In terra spagnola continuano a trionfare Kristina Pliskova (doppio 6/4 alla Vikhlyantseva) ed Elise Mertens (con un doppio 6/4 alla connazionale belga Van Uytvanck); positivo il doppio 6/3 della Azarenka sulla Krunic; ci sono anche la Wozniacki, che si impone sulla Gavrilova per 6/3 6/1, e la Konta (6/3 7/5 su Rybarikova); male la Errani, che perde 6/1 6/4 dalla Barty (che si scontrerà proprio con la danese); perde la Osaka dalla cinese Zhang per 6/1 7/5.

Australian Open 2018: il sesto Slam di Federer, il primo della Wozniacki

2018 Australian Open - Day 14Australian Open 2018 molto avvincenti, ma caratterizzati dall’enorme caldo: trenta gradi in notturna, verso le ore 20-21. Inutile dire che le alte temperature hanno minato la tenuta fisica dei giocatori. È stato lo stesso Roger Federer a spiegarlo, scherzandoci su –durante una delle sue tante interviste esilaranti e curiose rilasciate a fine match a Jim Courier-: “quando sono arrivato in albergo mi hanno detto che i tennisti avevano richiesto di accendere l’aria condizionata per il caldo immenso, mi sono messo a ridere e non potevo crederci; ora devo dire che avevano ragione (lo abbiano visto, infatti, sudare e non solo per la tensione, lui che -di solito- non ha di questi problemi)”.

E proprio l’elvetico è stato uno dei due finalisti a Melbourne, affrontando Marin Cilic. Una finale strepitosa che si è conclusa con il sesto titolo vinto dallo svizzero qui agli Australian Open, che -così- dovrà aggiornare il numero dei titoli vinti in questo Grand Slam appunto, da 5 a 6, ben visibili sulle sue scarpe. Aveva giocato in maniera strepitosa fino a quel momento, senza regalare un set e avvalendosi del ritiro per vesciche del coreano Chung; “mi dispiace molto che Chung non abbia potuto giocare la partita sino all’ultimo come ha fatto sinora mostrando un ottimo livello di tennis; ma è capitato anche a me e quando hai le vesciche è meglio fermarsi prima che sia troppo tardi invece di proseguire”, aveva commentato Federer. Inutile evidenziare il tifo strepitoso che aveva per lui sugli spalti. Del resto, poi, Chung non era un avversario semplice né facile, anche se Roger stava dominando per 6/1 5/2. Al quarto turno, infatti, Chung aveva eliminato Novak Djokovic per 7/6(4) 7/5 7/6(3), giocando splendidamente, senza che Nole potesse fare nulla: è riuscito tutto al suo avversario, che ha messo in campo colpi profondi, violenti, precisi, anche nelle discese a rete, gli ha tolto completamente il ritmo anticipandolo con accelerate improvvise (soprattutto di dritto in lungolinea). Tanto di cappello. Altrettanto splendidamente Federer aveva giocato ai quarti contro Berdych (che aveva eliminato il nostro Fabio Fognini per 6/1 6/4 6/4 al quarto turno): un match vinto per 7/6(1) 6/3 6/4, prendendo sempre più campo e con il ceco che nel primo set conduceva avanti 3-1. Ha rigirato completamente la partita, rimontando per poi andare a dominare con colpi di livello eccezionale. Arrivava dunque abbastanza riposato alla finale, che è stata anch’essa molto altalenante. L’ha definita una vittoria memorabile, conclusa tra le lacrime di gioia per quella che è stata “la conclusione di una favola, un sogno che si realizza”, grato e riconoscente al pubblico per il supporto, che è ciò che lo sprona e lo fa proseguire (a 36 anni e mezzo) a mettersi ancora in gioco sui campi da tennis, aspirando alla conquista di primati che sono spettati a pochi. Rod Laver sugli spalti, il primo ad essere entusiasta (nel femminile invece presente Mary J. King). E lo possiamo capire bene, poiché è stata una partita molto lottata. Tra l’altro Cilic veniva da buoni risultati. A partire dai quarti, dove è stato protagonista dello scontro con Nadal (match interrotto sul 6/3 3/6 7/6 2/6 0-2 per il croato), con lo spagnolo costretto al ritiro per una lesione all’anca (come ha rivelato poi una risonanza). Cilic veniva da un match durissimo contro Carreno Busta (terminato con il punteggio di 6/7 6/3 7/6 7/6). Poi in semifinale ha completamente dominato l’inglese Edmund, che si è reso protagonista di un penalty point per regolamento antisportivo sanzionato con provvedimento di un quindici concesso a vantaggio dell’avversario. Edmund molto nervoso, perché non riusciva a trovare il bandolo della matassa della partita evidentemente (conclusasi in tre set netti per 6/2 7/6 6/2), che -tra l’altro- aveva eliminato in precedenza Dimitrov per 6/4 3/6 6/3 6/4 e prima ancora l’azzurro Seppi in quattro set, con il punteggio di 6/7(4) 7/5 6/2 6/3.

La finale maschile. Ma veniamo alla finale maschile tra questi due giocatori che hanno assolutamente convinto. Il risultato finale di una dura battaglia durata tre ore circa è stato: 6-2, 6-7 (5), 6-3, 3-6, 6-1 a favore della testa di serie n. 2, che conquista il suo ventesimo Grand Slam, a scapito della n. 6 del tabellone. Solo una tempra ferrea come la sua poteva riuscire nell’impresa. Non facile gestire tutte le pressioni e i momenti di discordante tensione, tra l’euforia di essere a un passo dalla gloria e un istante dopo il rischio di dover ricominciare tutto daccapo e recuperare il punteggio con il vantaggio annullato dall’avversario. Si va al quinto set. Federer vince il primo per 6/2 dopo essere andato subito avanti per 4-0. Nel secondo, sciupata l’occasione di salire nuovamente avanti di un break sul 2-0, non riesce a dominare così bene Cilic, che entra sempre più in partita (con coraggio, prendendo più rischi e spingendo più sui colpi, mettendo più in difficoltà Roger): si giunge così al tie-break, che vince meritatamente Cilic, premiato negli sforzi (anche attaccando continuamente l’avversario) che conquista i punti decisivi; ma poi Federer riprende possesso delle redini del gioco. Strappando il break decisivo al sesto gioco del terzo set, chiude questo parziale per 6/3 (portandosi avanti di due set a uno). Sembra partita chiusa con lo svizzero che, nel quarto, rischia di andare avanti 2-0 e poi 3-1, ma nulla, non realizza i vantaggi e così Cilic restituisce il 6/3 (stavolta a suo favore). Cilic sembra rientrato definitivamente in partita, con un Federer un po’ in calo e che inizia ad accusare la stanchezza. Invece, clamorosamente, conquista due break (il primo subito sul 3-0) e chiude in volata finale per 6/1 (forse un punteggio un po’ troppo duro e non meritato da un croato generoso).

La finale femminile. Non meno emozionante e significativa la finale femminile tra Caroline Wozniacki e Simona Halep. La danese conquista il suo primo Grand Slam e diventa la nuova numero uno. Anche la rumena inseguiva questo traguardo, ma fallisce. Amareggiata, ma non può rimproverarsi nulla. La Wozniacki ha giocato davvero bene, anche se ha tremato un attimo; ma l’emozione è tanta quando sfiori il sapore di una vittoria importante, che per lei ritorna dopo sei anni. La ex numero uno, infatti, aveva disputato due finali qui a Melbourne, entrambe perse (la prima contro la Clijsters nel 2009 e l’altra contro Serena Williams nel 2014). Quasi coetanee (27 anni Caroline, 26 Simona) danno tutto in campo. Matts Wilander aveva anticipato che forse avrebbe vinto la danese che vedeva favorita; ma di certo tutti erano consapevoli che avrebbe trionfato chi fosse riuscita a dominare meglio le emozioni. E, a fine match, è stata Mary J. King a sottolineare lo splendido exploit nella performance di Caroline (che ha giocato a livelli strabilianti) e la generosità di Simona (che non ha mai mollato). Prima è stata la rumena a chiedere il medical timeout (forse per problemi di pressione), poi è stata la volta della danese. Come nella finale maschile, si è giocato circa tre ore, si è andati all’ultimo e decisivo set (il terzo nel femminile) e si è conclusa la premiazione con la vincitrice in lacrime di gioia e commozione. Una soddisfazione immane per lei poter sollevare finalmente quella coppa, che ha voluto condividere con il pubblico, con gli organizzatori e dedicare al padre Piotr (che ha sempre creduto in lei) e al fidanzato sugli spalti David Lee (ex stella Nba), che con la sua presenza le ha dato la serenità e la tranquillità che le hanno permesso di recuperare la lucidità tattica e di gioco. Tuttavia, soprattutto la vincitrice ha voluto mostrare solidarietà alla finalista, complimentandosi per l’ottimo lavoro che ha fatto con il suo staff: lei ci è già passata (ben due volte) e sa cosa vuol dire perdere una finale dello Slam qui in Australia. Inoltre non è stato un torneo facile per la rumena, che al primo turno ha avuto un infortunio alla caviglia, poi ha dovuto annullare un match point al secondo e ha vinto in tre set su Angelique Kerber. Sicuramente del tabellone femminile resterà anche il ritorno della tedesca, che ha giocato in modo convincente e sembra davvero in forma.

7-6 (2) 3-6 6-4, il punteggio conclusivo della finale, che ha visto la danese giocare meglio nel primo set (sebbene in equilibrio e lottato sino al tie-break: la danese è avanti 3-0 e potrebbe allungare sul 4-0, ma si ritroverà sul 3-3). Lei è più vincente con il rovescio, mentre è il dritto lungolinea della Halep a metterla più in difficoltà. Nel secondo la situazione è diametralmente opposta ed è lei a subire un punteggio sul 3-1 per la rumena, che entra sempre più in gioco, messa in palla da scambi più lunghi da fondo (poiché Caroline ha perso un po’ in potenza, forse per stanchezza o forse per paura di vincere); poi, quando sul 5-3 Simona fa il break decisivo e conquista il secondo set, allungando il match al terzo, lei ritroverà il coraggio e la tenacia necessari per un terzo set molto lottato e combattuto, con una continua alternanza di break e contro-break, fino a quando non riesce a conquistare il break fondamentale per il 6/4 conclusivo, con un errore di rovescio a rete della Halep, molto amareggiata e affranta, ma anche molto sportiva (come del resto l’altra): le due non sono amiche, ma hanno dimostrato di rispettarsi molto, consapevoli di essere loro adesso le nuove protagoniste della scena del tennis femminile mondiale. Con Angelique Kerber che insegue, anche avvantaggiata dal calo della Pliskova. La tedesca si è fermata in semifinale, sconfitta in tre set dalla rumena (per 6/3 4/6 9/7); anche la ceca è stata eliminata dalla stessa avversaria: la Halep giustiziera di entrambe dunque, si impone su Karolina Pliskova con un parziale netto di due set (con il punteggio di 6/3 6/2).

Nick Bollettieri si racconta. “Per il successo reagire
e crederci sempre”

tennisLa storia di chi ha contribuito a scrivere alcune delle pagine più importanti della storia del tennis. Stiamo parlando di Nick Bollettieri e della sua controversa scuola di tennis a Bradenton in California. In questa accademia, un po’ atipica e innovativa, sono cresciuti i più grandi campioni di sempre: le sorelle Williams, Anna Kournikova, Maria Sharapova, Jim Courier e soprattutto André Agassi. Con ognuno di essi seppe creare un rapporto forte e per tutti fu una figura paterna. Ma quella con il talento di Las Vegas fu una relazione allenatore-tennista mai vista prima. Il film si incentra molto su questo legame che durò dieci anni, da quando André aveva 13 anni. Il maestro Bollettieri si racconta senza cesure, in maniera diretta. Il docu-film raccoglie persino le testimonianze di tennisti con cui ha lavorato.
I suoi metodi e la sua scuola sono stati spesso criticati fortemente; ma Bollettieri non se ne cura. Voleva allenare un campione e c’é riuscito. Voleva essere un vincente tra i vincenti e lo é stato. Non solo Agassi, ma tutti i grandi tennisti usciti dalla sua accademia hanno collezionato insieme complessivamente 180 Grand Slam. Poco importa quali mezzi si sono dovuti adottare. Consapevole di aver fatto degli errori, non ci pensa, non si preoccupa se ha dovuto ferire qualcuno, lui reagisce e basta. Va avanti e non si è mai curato di dimostrare chi fosse. Il momento di lavoro che ama di più é la costruzione e se non c’è più nulla da edificare se ne va. Per lui non esiste il ‘non ce la faccio’, perché dirlo equivarrebbe già ad una sconfitta. Non gira molto intorno ai discorsi Nick Bollettieri. Istintivo, diretto, quasi spudorato, non ha paura di rivelarsi per chi è: un uomo con i suoi limiti, ma pur sempre un essere umano. Quasi un visionario, di sicuro un rivoluzionario, con un’indole ribelle e irascibile, forse anche per questo si affezionò alla ‘rockstar di Las Vegas’ – come Jimmy Courier chiamava Agassi -. Ammette che è stato molto contento dell’esperienza di questo docu-film perché gli ha permesso di conoscersi meglio.
Ma chi è veramente Nick Bollettieri? Forse un esempio basta a far capire la personalità carismatica di un uomo self-made, cresciuto solo grazie alla sua determinazione; che non amava perdere o che lo si contraddicesse, e che sapeva essere molto convincente. Anche quando nessuno credeva nel talento di Agassi e che avrebbe potuto vincere uno Slam, Bollettieri andò da lui e gli disse: “vedi un orologio al mio polso?”. Non ne aveva e il tennista rispose “no”, allora Nick replicò: “non permettere a nessuno di dire che non c’è”. Gli insegnò a non avere paura, a non esclamare mai: “non ce la faccio”; “vedi – gli spiegò – é come attraversare la strada con un’auto che sta arrivando a 160 km/h: devi attraversare e basta e non dire ‘non ce la faccio'”.
Il docu-film é un po’ un dietro le quinte del tennis, che mostra tutto il duro lavoro e il sacrificio che c’è dietro. E non solo da parte di chi lo gioca. Con il punto di vista originale di un allenatore, fa riscoprire tutta l’umanità di questo sport. Anche dei suoi ‘lati oscuri’. Anche per questo Bollettieri é stato definito un life-coach ante-litteram.
Senza mezzi termini Bollettieri afferma che la cosa più difficile del tennis é che non ci sono vie di mezzo: é uno sport per lo più fatto di uno contro uno; o vinci o perdi, il pubblico è con te e per te o contro di te. Per questo è molto ‘mentale’. Non è tanto una questione di tecnica e di talento. Non solo, almeno; ma principalmente uno sport di testa. A fare la differenza sono passione, volontà e disciplina. Tanto che anche per tutto lo staff che lavora con lui nella sua scuola, non ci sono orari e la dedizione e l’impegno massimi.
Da qui l’originalità del titolo: “Love means zero”. Quando l’arbitro chiama il punteggio ‘0’ può dirlo in inglese: ‘love’, ma ‘love’ rimanda anche all’amore e alla passione per questo sport e zero al fatto che anche Bollettieri é partito da ‘zero’ a costruire il successo. Giocava all’università e, per mantenere la famiglia, decise di iniziare a insegnare tennis. Lo aiutò lo zio che gestiva la raccolta dell’immondizia.
Subito fece parlare di sé, anche per le regole controverse che instaurò nella scuola. Obbligava i ragazzi che accoglieva a pulire i bagni e le macchine, apparecchiare, accordare le racchette. In cambio dava vitto e alloggio come in un college. Solo i più bravi avevano diritto di mangiare, vivere, dormire e stare a casa sua. Così facendo creava gelosie e invidie che molti ritenevano discriminatorie, in quanto potevano ferire e deludere a morte (umanamente) gli ‘esclusi’, gli ‘sconfitti’. Se non si facevano progressi e non si cresceva secondo il programma di lavoro, si poteva persino essere cacciati via dall’accademia. Un sistema ferreo e crudele – forse – con il quale il suo obiettivo era alimentare la competizione e scatenare (per poi incanalare) la rabbia, da dove nasce il massimo rendimento in campo. Ma lui non pensava a tutto questo. Lui era concentrato sui risultati. Certo che ha fatto a volte anche scelte sbagliate – lo ammette -, ma forse anche quelle erano necessarie. Lui non si è mai fermato a pensare – confessa -: “e se fosse sbagliato?”; perché, se lo avesse fatto, probabilmente non sarebbe arrivato dove è giunto. “Chi è Nick Bollettieri? Questo è Nick Bollettieri”, risponderebbe. L’ambizione fatta persona. L’incoscienza e l’irruenza istintiva e immediata di chi vuole il massimo. Esigente, ma severo anche con se stesso. Seppe fare delle rinunce. Per seguire Agassi lasciò in tronco la sua prima moglie – che gli disse di scegliere tra lei e il ‘mascalzone’ -. Prese i suoi panni ancora nella lavatrice da lavare, li mise in uno zaino e se ne andò. Le lasciò casa e auto. Aveva scommesso su André e non avrebbe mollato finché non avesse raggiunto il traguardo. Nick Bollettieri é uno che va fino in fondo – nel bene e nel male – alle cose e non è disposto a fermarsi prima.
“Love means zero” (per la regia di Jason Kohn) non è un film su di lui, ma sul tennis: su questo sport e chi lo ha fatto; raccontandolo tramite le storie dei campioni (come Courier ed Agassi) e di grandi allenatori come lui. Non è solo gioie e sorrisi per le vittorie, ma anche tante lacrime per le sconfitte. É uno sport duro per il dolore di delusioni amare che possono arrivare dopo tanto lavoro. Una partita di tennis non è mai finita sino all’ultimo punto e può rigirarsi in qualsiasi momento ed essere stravolta perché – appunto – é uno sport mentale e di testa innanzitutto – ribadiamo -. Questo, forse, il più grande insegnamento che ci vuole lasciare Bollettieri. Per questo la determinazione é tutto.
Così all’immagine di un uomo spietato, crudele, cinico, si associa la parola psicologia. Per lui fu sempre tutta una questione di psicologia: tanto nell’attitudine in campo dei suoi campioni, quanto nel suo rapporto con i suoi allievi. Per farli crescere fece sempre quello che riteneva necessario, costi quel che costi. Anche a malincuore. Anche separazioni dolorose, a partire da quella con Agassi. Per questo ogni esperienza vissuta con loro sarà indelebile e lo resterà per entrambi. Del resto lui stesso era convinto che “le cose belle non durano per sempre”. “Tutto ha un prezzo”, non nega, che si deve essere disposti a pagare se si vuole arrivare in alto.
Però ha imparato ad apprezzare l’importanza degli “aggiustamenti”, i cambiamenti senza stravolgimenti. Questo conduce al successo. Un po’ come un compromesso interiore, individuale ed implicito che si deve fare innanzitutto con se stessi. Essere un tennista vuol dire diventare una ‘superstar’ – spiega nel docu-film Jim Courier definito “La Roccia” per la solidità dei suoi colpi (ma Nick scelse di sedersi sulla panchina di Agassi) – un divo, un mito, un esempio; ma occorre anche imparare ad accettare le critiche e controllare e gestire tutte le ‘pressioni’ soprattutto psicologiche, che si avranno su di sé. Anche per tale ragione é uno sport mental

Barbara Conti

Tempo di Finals, a Basilea vittoria a metà per Federer e Del Potro

tennis del porto federer

Le Next Gen Atp Finals stanno per avere luogo, nella loro prima edizione (dal 7 all’11 novembre prossimi). Intanto le donne hanno giocato le loro Finals a Singapore e si attendono anche le Finals maschili di Londra. Tempo di Finals, dunque, ma chi sono i vincitori? La sorpresa é che ci sono dei vincitori a metà.
Stiamo parlando di Roger Federer e Juan Martin Del Potro. I due campioni si sono scontrati, per la quinta volta quest’anno, all’Atp di Basilea. Una finale strepitosa vinta (in casa e per la terza volta su 5) dallo svizzero. Entrambi, oltre a vero talento, hanno messo in campo tanto nervosismo; prova evidente di quanto tenessero a questo trofeo. Non solo per il titolo di prestigio di un torneo importante, quanto per le altre conseguenze positive che avrebbe potuto contribuire a portare loro. Federer sarebbe potuto diventare il nuovo numero uno, a poco più di mille punti (1460) di distacco da Nadal. Del Potro inseguiva la qualificazione sicura alle Atp Finals di Londra. Invece entrambe le occasioni sono sfumate per tutti e due. Per il tennista elvetico e per l’argentino il torneo di Basilea si è concluso in un nulla di fatto per gli obiettivi mancati. Roger, dopo aver incassato l’ottava vittoria qui in casa, ha annunciato infatti che non giocherà il Master 1000 di Parigi Bercy e – pertanto – é matematicamente impossibile che supererà Rafa e diventerà il numero leader della classifica mondiale. Se Federer sciupa così l’occasione della posizione numero uno, per l’argentino vengono messe in discussione le Finals: avrà bisogno di raggiungere almeno la semifinale a Parigi per avere accesso diretto a Londra.
Ma il risultato conclusivo al termine della finale di Basilea é stato spettacolo assoluto. Si sono scontrati i due tennisti più forti, che hanno dato il massimo. Fuori Nadal per l’infortunio al ginocchio che lo ha costretto al ritiro, dopo il suo forfait la corsa era solo la loro. E il pubblico non poteva chiedere di meglio da una partita finita in rimonta al terzo set. Vinta per giunta dall’idolo di casa. Si parte in equilibrio, ma Juan Martin sembra più fresco e in forma, spinge di più e mette in difficoltà Roger, che ne esce solo con colpi da manuale a rete. Il servizio di Del Potro, però, funziona e strappargli la battuta é difficilissimo. Lo svizzero – viceversa – non riesce a servire come vorrebbe forse e si finisce al tie-break, giocato benissimo dall’argentino, che spinge sull’acceleratore e toglie il tempo allo svizzero e lo sorprende anticipando sempre le sue mosse.
Federer non fa in tempo a reagire e già é sotto di un set. Del Potro prosegue in vantaggio, facendo break a Roger che, però, lo recupererà portandosi sul 2-2. Da quel momento sarà lui a dominare con più aggressività. Fino al 4-4 a suo favore, quando trova il break decisivo per salire 5-4 e, a quel punto, non manca l’occasione di chiudere il set 6/4. Ancora più facile il terzo, che conquista per 6/3 strappando il servizio all’avversario sul 5-3. Federer deve tirare fuori dal cilindro i suoi colpi migliori da maestro (soprattutto a rete, a cui si inchina e che stupiscono anche Del Potro) per uscirne vincitore. Tanto che, man mano, anche le percentuali al servizio di Juan Martin (inizialmente molto ispirato) vanno scemando. 6/7 (chiuso agevolmente per 7 punti a 3, con un Federer sotto tono e sotto i suoi standard tradizionali) 6/4 6/3 il punteggio finale. É stata comunque una sorta di finale da record: oltre due ore e mezza di gioco, il 24esimo confronto tra i due, per Federer la 15esima finale giocata qui e di cui ne ha vinte 8; due le ha perse proprio da Del Potro, nel 2012 e 2013, un avversario che si dimostrava tanto più temibile in quanto reduce dalla convincente vittoria a Stoccolma (in Svezia), per 6/3 6/4 sul bulgaro Grigor Dimitrov. Per lui è il settimo titolo stagionale di quest’anno positivo, che concluderà giocando alle Atp Finals di Londra. Con 95 trofei all’attivo supera anche persino Ivan Lendl: solo Jimmy Connors ne ha vinti di piccole (fermandosi a quota 109).
Ma anche nel femminile è tempo di Finals con il Master di Singapore. A scontrarsi sono Caroline Wozniacki e Venus Williams. Se nel circuito Wta si sono alternate ben cinque numero 1, ora è stata trovata una nuova numero 3: é la danese. Alla Wozniacki bastano un’ora e mezza di gioco e un doppio 6/4 per venire a capo di un match che si stava complicando. Gioca molto bene il primo set, in pressione con ottimi colpi sull’americana. Continua benissimo il secondo in cui dilaga fino al 5-0; poi Venus ha una reazione, un sussulto e un moto d’orgoglio e, pian piano, rimonta sino al 5-4. Ma, a questo punto, Caroline non sbaglia più e chiude 6/4: ritrova la concentrazione e lo schema tattico vincente e porta a casa il match con un rovescio strepitoso sul secondo match point, che è quello giusto (il primo Venus lo annulla con un’ottima prima di servizio). La 27enne di Odense centra il 28esimo titolo in carriera e si porta al n. 3 del mondo (a pochi punti da Muguruza e Halep). Il master di fine hanno di Singapore ha visto, poi, l’addio al tennis di Martina Hingis (che ha perso in semifinale con la Chang, in coppia con la quale ha vinto quest’anno nove titoli): ex n. 1, é stata una delle più forti doppiste di sempre.
Una menzione merita anche la vittoria nell’Atp di Vienna di Lucas Pouille, in una finale facile quanto quella della Wozniacki, nel derby francese contro Tsonga. Il n. 25 Atp batte per 6/1 6/4 il n. 15.

Ba.Co.

Tennis: uomini a Shanghai e Stoccolma, donne
ad Hong Kong e Tianjin

roger federer

Nel tennis i nomi di queste ultime due settimane sono: Roger Federer, Rafael Nadal, Juan Martin Del Potro, Grigor Dimitrov, Fabio Fognini, Jerzy Janowicz, Maria Sharapova, Aryna Sabalenka, Sara Errani, Anastasija Pavljučenkova, Daria Gravilova. Andiamo con ordine.

Roger Federer conquista l’Atp di Shanghai con una finale perfetta su Rafael Nadal battendo lo spagnolo per 6/3 6/4 (che durante la premiazione si complimenta con l’altro per la straordinaria partita interpretata): toglie il tempo e il ritmo all’avversario, mandando in confusione un falloso (e nervoso) Rafa. Lo svizzero è in forma davvero smagliante e si prepara con fiducia ed ottimismo ad affrontare il torneo di casa a Basilea. Sembra davvero a un passo (attuale n. 2 del mondo) dal replicare il momento di gloria del 2004, quando dominò incontrastato la vetta della classifica mondiale. Molto positiva la vittoria in semifinale su Juan Martin Del Potro, in rimonta per 3-6 6-3 6-3; una battaglia di nervi vinta dall’elvetico, che fa la differenza sul 3-3: un game lunghissimo, più di venti colpi giocati, in cui l’argentino non riesce a portarsi avanti nel punteggio e si innervosisce, infastidito anche dal movimento del pubblico sugli spalti, che costringe gli organizzatori e l’arbitro a chiedere in cinese di fare silenzio e di prendere posto rapidamente.

Molta preoccupazione aveva destato il suo polso, dopo una brutta caduta con il peso del corpo proprio sul polso a cui aveva subito tre interventi. Invece Juan Martin Del Potro, uscito in semifinale a Shanghai per mano di Nadal (perdendo per 6-4 0-6 3-6 2-6), si dimostra un combattente doc e arriva a giocare la sua 20esima finale in carriera all’Atp di Stoccolma, contro Grigor Dimitrov. Tutti davano il bulgaro per favorito, dato l’ottimo momento agonistico che sta vivendo (e le vittorie a Brisbane, Sofia e Cincinnati di quest’anno). Invece Grigor si deve arrendere all’argentino: per lui i 55mila euro di montepremi e punti preziosi che comunque lo fanno salire in classifica. Il bulgaro ad ogni modo c’è, ma – clamorosamente – nella finale contro l’argentino appare come sfiduciato, meno aggressivo e determinato del solito; attacca, ma viene infilato dai passanti fulminanti di Juan Martin, gioca troppo sul dritto potentissimo dell’avversario e invece usa poco le palle corte, ma è generoso nel lottare. Più bravo e più paziente l’argentino, che tiene bene lo scambio ed è impeccabile. E si aggiudica così, – per la seconda volta consecutiva – il titolo, confermandosi vincitore assoluto. Dimitrov si afferma campione di sportività con i suoi abbracci sinceri di congratulazioni che ha rivolto sia a Fognini che a Del Potro. Quest’ultimo ha fatto la differenza con il servizio (con percentuali di prime e di seconde nettamente più alte, superiori di almeno un buon 10-15% rispetto a quelle di Dimitrov), con cui ha recuperato molte volte lo svantaggio nel punteggio alla battuta appunto; per non parlare poi degli aces messi a segno (saranno ben nove alla fine del match per l’argentino).

Sembrava davvero il momento di Dimitrov che, invece, ha un attimo di stand by, un po’ come Nadal. Forse pagano un po’ la stanchezza per i tanti incontri giocati, tanto che Rafael Nadal non sa se scenderà in campo a Basilea. Lo spagnolo è sempre n. 1, ma sicuramente la sconfitta contro Roger Federer gli pesa. Ai quarti di finale di Shanghai contro Grigor Dimitrov (che sconfigge per 6-4 6-7 6-3), inchiodato dalle risposte vincenti e dai servizi potenti del bulgaro, lo spagnolo si innervosisce e cerca di intimorire l’avversario. Si dimostra anche lui aggressivo in risposta e riesce a centrare la finale. Si gioca con il tetto coperto, per il maltempo che imperversa da giorni, dove sono rappresentati i petali di una magnolia. Perde Rafa contro Federer, ma non sembra intenzionato ad arrendersi. Viceversa Dimitrov si rende protagonista di due altri interessanti match di grande livello nell’Atp di Stoccolma. Al secondo turno contro il giovane polacco Jerzy Janowicz (classe 1990), degno dei migliori NextGen, che batte per 7/5 7/6. E contro Fabio Fognini, che disputa davvero un bel torneo qui in Svezia, ma deve arrendersi al bulgaro in semifinale per 6/3 7/6(2); il punteggio non rende giustizia al ligure, perché ci vuole davvero il miglior Dimitrov per batterlo e Fognini lotta e corre su ogni palla e adotta ogni tipo di colpo per cercare di mettere in difficoltà l’altro. Ma in finale arriverà Grigor.

Per quanto riguarda il tennis italiano – poi – da segnalare il ritorno (dopo due settimane di squalifica per positività – da presunta contaminazione indiretta e non da assunzione volontaria – al letrozolo) di Sara Errani. La tennista romagnola prima arriva in semifinale al Wta di Tianjin in singolare, dove invece vince in doppio con la Begu. Poi si aggiudica l’ITF di Suzhou, in Cina (con un montepremi di circa 60mila dollari), battendo agevolmente (in meno di un’ora, appena 50 minuti di gioco) la cinese 19enne Hanyu Guo con un punteggio drastico di 6/1 6/0. Concede solo un game questa tennista grintosa e vogliosa di tornare a vincere.

Ma il Wta di Tianjin segna il ritorno anche di un’altra tennista: l’ex numero uno Maria Sharapova (che qui aveva ottenuto una wild card). La siberiana rivive l’euforia del 2005 (quando era al vertice del ranking mondiale) e regala una finale “entusiasmante” – per sua stessa ammissione – contro la rivelazione del torneo: la 19enne bielorussa Aryna Sabalenka. Vero talento indiscusso, si dimostra molto ostica, giocatrice completa e solida, in grado di mettere molto in difficoltà qualsiasi avversaria con colpi precisi, potenti e di gran classe. Capace di fare qualsiasi cosa, coraggiosa, lotta e – aggressiva – non si lascia intimorire; mette a segno numerosi aces e viene a rete con buoni risultati. Con un titolo ITF all’attivo, tutti si rendono conto che è destinata a ben migliori e più alti traguardi. Dopo aver eliminato Sara Errani, approda in finale e sta quasi per avere la meglio sulla Sharapova (che vincerà con il punteggio di 7/5 7/6 – per 8 punti a 6 -). Ci vuole tutta la determinazione, la grinta, la rabbia e l’orgoglio della tigre siberiana per non cedere, non mollare e recuperare. Sempre in rimonta, la Sabalenka avrebbe potuto chiudere il match: due volte avanti di un break, si fa strappare il servizio e pareggiare; giusto il tiebreak del secondo set, lottato e giocato magnificamente dalla Sharapova. In lacrime la Sabalenka per l’occasione sfumata, gioia ed esultazione per Maria (che subito immortala il successo con un selfie con i fan). Però, nel successivo Wta di Mosca in casa, la siberiana non riesce a rendere altrettanto ed esce al primo turno eliminata dalla Rybarikova per 7/6 6/4. Un torneo cui teneva particolarmente e in cui non riesce a disegnare un altro traguardo. Forse ha accusato un po’ di stanchezza per tutte le partite giocate.

Al di là dei giochi di parole, la vittoria di una finale è sembrata un po’ una maledizione anche per la russa Anastasija Pavljucenkova. Vincitrice su Daria Gravilova del torneo di Hong Kong; qui si era imposta in tre set sulla tennista russa naturalizzata australiana con il punteggio di 5-7 6-3 7-6(3). Eppure – subito dopo – al successivo torneo di Mosca è uscita al primo turno per mano della Kasatkina (che arriverà in finale dove sarà battuta dalla Goerges per 6/2 6/1) in due set netti con un parziale di 7/6 6/1 (crollando nel secondo set, senza storia).

Sicuramente una finale avvincente e lunghissima quella con la Gavrilova ad Hong Kong; che ha qualcosa a che fare con quella maschile di Shanghai. Numerose le interruzioni per pioggia, così come nel maschile si era dovuto giocare in più giorni con il tetto coperto. Poi una curiosa alternanza di chiamate per il medical time out: prima della Pavljucenkova per problemi all’addome (vicino all’anca e all’inguine); poi della Gavrilova per un infortunio alla coscia destra (torna in campo con una vistosa fasciatura forse per un risentimento muscolare); infine di nuovo di Anastasija per un dolore alla spalla. Le due si rincorrono anche nel punteggio e sono molte le palle break, i set point ed i match point sfumati prima del punteggio definitivo. Forse la russa è stata avvantaggiata dalla maggiore potenza e profondità di colpi, che all’inizio l’hanno vista favorita rispetto a quelli di una Gavrilova – dotati, però, di maggiore rapidità e velocità – sicuramente più mobile in campo. Quando, infine, la Pavljucenkova ha ritrovato il potente servizio (con molti aces messi a segno) è riuscita a sferzare il colpo decisivo per mettere la firma su questa finale e su questo torneo.

Internazionali BNL 2017 nel segno (del cambiamento) dei tempi

tennis bnl

IBI 2017: the sign of times. E nel segno dei tempi si svolgerà la 74^ edizione degli Internazionali Bnl d’Italia (dal 10 al 21 maggio), presentata (presso la Sala delle Armi del Foro Italico a Roma) dalle figure istituzionali più coinvolte in questo mega evento sportivo, culturale e sociale, che hanno evidenziato come si sia cercato di mettere in moto un cambiamento epocale. Il “segno dei tempi” non è solo un motto, ma una vera e propria strategia adottata per promuovere la diffusione del valore del torneo e del tennis quale patrimonio culturale italiano (soprattutto per la città di Roma) di una manifestazione che non è prettamente sportiva, ma largamente sociale (ma in cui rientrano anche le Next Gen Atp Finals, il Master della nuova generazione di campioni del tennis mondiale, che si terranno a novembre a Milano e che costituiscono l’altra grossa novità tennistica di quest’anno). “Una punta d’orgoglio” e “il fiore all’occhiello della Capitale”, ha definito gli Internazionali la sindaca Virginia Raggi. Un evento che ha la “freschezza dell’età giovanile e l’autorevolezza dell’età adulta”, “con uno dei contratti di sponsorizzazione più grandi della storia dello sport”, quale appunto la partnership con BNL (rinnovata per i prossimi 8 anni) -ha affermato il presidente della FIT Angelo Binaghi-. L’obiettivo che i vertici della Federazione si sono posti è “allargarne il raggio d’azione per far sì che il tennis sia uno sport sempre più popolare”. I numeri (da record) parlano chiaro. A dare le cifre è stato proprio Binaghi: 15.121 partecipanti alle pre-qualificazioni, “lo scorso anno erano stati 9.019 e il prossimo anno si punta a superare i 20.000. Ci saranno oltre 200.000 spettatori paganti, supereremo il record dello scorso anno con un incasso, di sola biglietteria, di oltre 12 milioni di euro. I dati della prevendita (pari a circa 7.202.261 euro) lo confermano e mostrano un +13% rispetto al 2016. Infine avremo un fatturato di oltre 33 milioni di euro, pari ad oltre 4 milioni di euro per ogni giornata di gara” –ha spiegato il presidente della FIT, che presenta gli IBI per il 17esimo anno consecutivo-. Se a questo si aggiunge che i biglietti giornalieri sinora venduti sono circa 71.246, con un incremento percentuale del 15%, mentre gli abbonamenti sono 1.205, il 3% in più, evidente la crescita esponenziale avuta dal torneo.

Per questo -ha fatto sapere la prima cittadina romana- si è puntato tutto sull’accoglienza. Quest’ultima da intendersi in senso più ampio quale motore di un’esperienza sociale e di socializzazione universale, inclusiva e non emarginante, esclusiva, ma senza che escluda nessuno. A tale proposito da sottolineare la collaterale raccolta fondi di Telethon dedicata ai diversamente abili e ai più deboli e meno fortunati, cui si dedicherà un’attenzione particolare -ha assicurato Luigi Abete, Presidente di BNL Gruppo BNP Paribas-. E poi il collaterale torneo internazionale di tennis in carrozzina, giunto all’ottava edizione: gli Internazionali BNL Wheelchair Tennis, vinti da Daniel Rodrigues, numero 28 ITF. Ma anche il ritorno di Tennis&Friends (che vanta quale presidente onorario Nicola Pietrangeli e vede in veste di madrina Lea Pericoli) il 20 maggio prossimo, dalle ore 10 alle ore 18. Quest’anno alla sua settima edizione e che vedrà l’adesione di molte celebrità: Nicola Piovani, Bruno Vespa, Bobo Vieri, Gianni Rivera, Claudio Amendola, Andrea Lucchetta, Filippo Volandri, Sandrine Testud, Fiona May, Max Biaggi, Potito Starace, Corrado Barazzutti, Dario Marcolin, Roberto Baronio, Stefano Fiore, Carlo Verdone, Paolo Bonolis, Maria Grazia Cucinotta, Rosario Fiorello, Maria De Filippi, Renzo Arbore, Renato Zero, Lorella Cuccarini, Milly Carlucci, Edoardo Leo, Al Bano, Paolo Calabresi, Neri Marcorè, Pietro Sermonti, Adriano Giannini, Filippo Nigro, Edoardo Bennato, Noemi, Dolcenera, Luca Barbarossa, Fausto Brizzi, Andrea Sartoretti, Valeria Solarino, Giovanni Veronesi, Amadeus, Max Giusti, Francesco Giorgino, Veronica Maya, Alessandro Haber, Sebastiano Somma, Jimmy Ghione, Massimiliano Ossini, Roberto Ciufoli, Anna Pettinelli, Mara Santangelo, Stefano Meloccaro, Matteo Garrone.

Un evento sempre più social e interattivo con un canale Facebook monotematico dedicato e specifico quale ‘We Are Tennis’ –come ha ricordato Abete-. “A livello mondiale ha un milione e seicentomila fans. Ḕ il più grande canale tematico di Facebook sul tennis in termini di partecipanti. Anche questo è un piccolo segnale che ci vuole poco, basta un po’ di creatività e un po’ di impegno per far diventare un grande evento sportivo una grande realtà sociale” –ha aggiunto-: ‘We are tennis. We are future,’ -si potrebbe gridare allora parafrasando-; e quello televisivo di Supertennis (visibile su tablet o smartphone, oppure gratuitamente sul canale 64 del digitale terrestre, in HD sulla piattaforma satellitare SKY canale 224 e sul numero 30 di Tivùsat, in streaming on line e con un’app scaricabile per i-phone e i-pad), che ha accresciuto il suo livello di qualità di servizio a livelli massimali; oppure grazie a Sky (SKY Sport2, SKY Sport3, Sky GO); inoltre due quarti di finale, le due semifinali e la finale maschile saranno trasmessi in chiaro su TV8 del digitale terrestre. C’è anche la diretta sulla pagine Facebook di Supertennis, ma sono sfruttati anche gli altri social: oltre a FB, Twitter, Instagram, Instagram Stories e Snapchat; con l’hashtag #ibi17 per commentare, condividere foto, video ed altro. Anche quest’anno il quotidiano degli Internazionali “Qui al Foro” sarà scaricabile e consultabile dal sito www.internazionalibnlditalia.com. Oltre a WI-FI gratuito e un’app ad hoc scaricabile, il torneo potrà essere seguito in diretta anche via radio, grazie alle collaborazioni con RTL 102.5 e Radio Rai.

In materia di servizi, il ruolo della Coni Servizi (rappresentato istituzionalmente dalla figura del Presidente Franco Chimenti e dell’Amministratore delegato Alberto Miglietta), per offrire i maggiori comfort possibili a turisti ed atleti é essenziale: grazie alla joint venture con Trenitalia e Frecce; ma anche di FIT Servizi (nella persona del Presidente Emilio Sodano). Se la collaborazione con l’amministrazione capitolina é più recente, gli Internazionali BNL d’Italia si confermano un evento internazionale con la partnership con BNP Paris Bas (che vi partecipa per l’11esimo anno): dal 2007 “title sponsor” degli IBI è BNL, Banca del Gruppo BNP Paribas, a sua volta da oltre 40 anni partner del grande tennis internazionale. “É come il meccanismo di un orologio che funziona alla perfezione” -ha rimarcato la sindaca Virginia Raggi-, che porta una nuova considerazione anche per la città. Per questo si è voluto che il sorteggio dei tabelloni ufficiali, venerdì 12 maggio, avvenisse in un luogo simbolico quale l’Arco di Costantino. Non solo. Tre campi di minitennis in erba sintetica saranno montati, dal 16 al 21 maggio, presso il Parco della Riserva Nuova, a Ponte Nona, per promuovere il torneo, sensibilizzare e coinvolgere i cittadini del VI Municipio di Roma a questo sport. E tante altre iniziative in programma, che rientrano sempre nell’ambito del “Progetto Tennis in città”, grazie alla stretta collaborazione tra FIT e Comune di Roma. “Il tennis, così, entra nel tessuto sociale, mandando un messaggio positivo per i quartieri più disagiati, arrivando sino nelle periferie e non rimanendo ancorato solo ed esclusivamente nel cuore della città” –ha commentato Binaghi-. Poi c’è la riconquista del Colosseo, testimoniata dalla presenza del Soprintendente Speciale per il Colosseo e l’Area Archeologica Centrale di Roma, Francesco Prosperetti. Infatti domenica 14 maggio, per la prima volta, le stelle del tennis si riuniranno proprio al Colosseo, simbolo della Capitale nel mondo.

Una manifestazione che è anche mondana con le attività organizzate al Villaggio o alla Ballroom “the Night-Sphere”, ma soprattutto sempre più prestigioso; in tale ambito rientrano anche i servizi di Corporate Hospitality e del Club Lounge. Inoltre é di questi giorni la conferma che si sta lavorando concretamente alla copertura del Campo Centrale: l’assessore comunale allo Sport, alle Politiche Giovanili e ai Grandi Eventi di Roma Capitale, Daniele Frongia, ha comunicato che la Raggi ha già firmato un documento in proposito su tale questione: prematura, ma che si sta iniziando ad affrontare con più concretezza; tanto che a breve ci sarà persino anche un incontro con l’assessore all’Urbanistica e gli altri soggetti coinvolti -come si legge sul sito ufficiale degli Internazionali BNL d’Italia (www.internazionalibnlditalia.com). Un ulteriore passo per allargare un complesso già enorme: il Foro Italico vanta 14 campi in terra, di cui 8 per gli incontri di singolare e doppio e gli altri 6 per gli allenamenti. Tutto questo ne fa un motivo d’orgoglio: “Ḕ un dato di fatto che oggi, e molti presidenti lo possono confermare, anche all’estero ci cercano in virtù di questa professionalità, di questo know how che ci viene riconosciuto”, -ha precisato Giovanni Malagò, presidente del Coni-.

Fonte di soddisfazione è anche il fatto che Rod Lever verrà premiato con la Racchetta D’Oro (come annunciato da Nicola Pietrangeli stesso) e che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dovrebbe prendere parte alla giornata conclusiva del torneo con le finali maschile e femminile.

Intanto sono arrivati anche i primi campioni: Venus Williams, Maria Sharapova, Roberta Vinci, Andreas Seppi, Stan Wawrinka, Madison Keys, Juan Martin Del Potro, John Isner e Sam Querrey, Dominica Cibulkova e la McHale, Alexander Dolgopolov, Kevin Anderson, Daria Gravilova, Mirjana Lucic-Bartoli, Monica Puig e Jelena Jankovic.

Primi allenamenti per loro, anche a porte chiuse, ma anche i primi forfait: della danese Caroline Wozniacki, per un infortunio alla spalla; della polacca Agnieszka Radwanska, per un problema al piede destro e dell’azzurro Paolo Lorenzi, per un problema al polpaccio sinistro.

Intanto, tra dimostrazioni divertenti e giocose per i bambini, animazione, esibizioni di paddle, sono state assegnate anche le prime wild card. Nel femminile le tre per il tabellone principale sono andate a Maria Sharapova, Sara Errani e Deborah Chiesa, quest’ultima vincitrice del torneo delle pre-qualificazioni. Le quattro wild card per le qualificazioni femminili, invece, –tutte assegnate attraverso le pre-qualificazioni– sono andate a Cristiana Ferrando, Martina Trevisan, Alberta Brianti e Federica Di Sarra. Nel doppio le wild card sono andate a Errani/Trevisan e Chiesa Rubini.

Nel maschile, invece, le quattro per il tabellone principale sono state ottenute da: Andreas Seppi, Stefano Napolitano, Gianluca Mager e Matteo Berrettini (questi ultimi tre l’hanno guadagnata attraverso le pre-qualificazioni, che si sono tenute a partire dal 6 maggio scorso). Tre wild card per le qualificazioni maschili –tutte assegnate attraverso le pre-quali– sono andate ad Andrea Arnaboldi, Salvatore Caruso e Lorenzo Sonego. Ne resta da assegnare ancora una quarta. Nel doppio le wild card sono andate a Bolelli/Seppi e Gaio/Napolitano.

Le qualificazioni si giocheranno sabato 13 e domenica 14. Da domenica 14 maggio, inoltre, avranno poi luogo anche gli incontri del torneo maschile (con otto incontri del main draw) e da lunedì 15 maggio pure quelli del torneo femminile.

Ba. Co.

Fed Cup: L’Italia non retrocede grazie alla coppia Trevisan-Errani

tennis-sara-errani-fed-cup-costantini-federtennis1Puglia d’oro per la nazionale femminile di tennis. Barletta si tinge d’azzurro e incorona l’Italia di Federation Cup capitanata da Tathiana Garbin. La squadra guidata da Sara Errani regala forti emozioni e guadagna tre punti. Si porta subito sul 3-0 dopo i primi tre singolari. Se fossimo a calcio potremmo dire che vince ai rigori nel primo dei tre incontri diretti. Protagonista una giovanissima Martina Trevisan. Toscana, classe 1993, la tennista trionfa per 12 games a 10 al terzo set: la somma fa 22, più il punto guadagnato 23, quanti sono i suoi anni; l’atleta ne compirà, infatti, 24 il prossimo 3 novembre. 2-6 6-312-10 il punteggio con cui la tennista italiana ha battuto Lee Ya-hsuan, n. 298 Wta. Un match durissimo durato quasi tre ore di gioco (due ore e 53’ per la precisione). Stanchissime le due atlete. Una rimonta miracolosa quella dell’azzurra, che parte malissimo e tesissima, come ha poi confessato. La Lee domina per più di un’ora e nessuno avrebbe creduto nel recupero eccezionale da parte della tennista nostrana, che ha mostrato soprattutto una tenuta di nervi eccellente. La nuova Garbin di Fed Cup, potremmo ribattezzarla. E se l’Italia non retrocede così in serie C, ma rimane nel World Group II, la nazionale azzurra di tennis ha trovato una neo Camila Giorgi con maggiore capacità di variare il gioco. Buona struttura fisica e muscolare, valido servizio, colpi potenti da fondo come quelli della marchigiana, ostinata, determinata, stessa grinta e tenacia, dopo essere stata all’inizio molto nervosa ha saputo individuare la tattica giusta e vincente. Mancina, ha aggredito la tennista di Taipei con il suo dritto mancino ad uscire (anche a sventaglio) su quello dell’avversaria. Non ha avuto paura a venire avanti a rete, ha rischiato, ma con moderazione, non mancando di lobare qualche palla sul rovescio dell’avversaria. Un gioco non meno aggressivo rispetto a quello di Camila, ma meno monocorde e monotono: ha cercato di lavorare più i colpi e non giocare solamente piatto di forza. Ha mostrato ogni tipologia di colpi, ma soprattutto gran carattere: si è incitata più volte con un entusiastico “forza, dai!”, che sapeva di una passione ritrovata. Per lei il punto guadagnato, dopo aver mancato diverse occasioni per chiudere prima, vale doppio e sa di un successo personale. Vittoria che sa di rivincita e riscatto. Seguendo le orme del fratello Matteo, aveva iniziato a giocare e vincere a tennis sin da piccola. Poi il ritiro per problemi fisici e privati nel 2008. Da allora aveva abbandonato il tennis, per poi decidere di riprendere dopo quasi cinque anni. A distanza di quattro anni e mezzo ritorna a disputare incontri di tennis e scende in campo proprio in Fed Cup. Qui agli esordi contro il Taiwan, fa la sua partita e dimostra a tutti di non essere affatto un’esordiente e di essere tornata più forte e matura di prima, soprattutto più convinta che mai del suo legame con il tennis. Da vera campionessa esperta sul 5-4 nel terzo per la Lee si prende i punti con due vincenti di dritto straordinari, attaccando con il massimo del rischio. Non ha paura, non ha neppure mai tremato, ha esitato un poco nella fase finale del match, ma l’emozione era davvero tanta e forte. Non era facile resistere nell’ultimo parziale soprattutto, dove è stata in particolare una gara di tenuta mentale poiché c’è stato un alternarsi infinito di break e contro-break che avrebbe messo a dura prova chiunque, ma non lei. Era convinta e determinata a dovercela/volercela fare e ce l’ha fatta: molti i match point che si sono annullate a vicenda. Una sfida generazionale vinta dalla Trevisan.
Il resto lo ha fatto Sara Errani, icona veterana della Fed Cup dopo l’assenza di altre tenniste quali Vinci o la Giorgi stessa (convocabile, ma non convocata, dopo aver vinto il ricorso per la condanna alla squalifica di nove mesi e a una multa di 30mila euro). La tennista di Bologna prima, nella giornata d’apertura e nel primo singolare, batte facilmente Hsu Chieh-yu con un netto 6-0 6-2 in un match senza storia. Un’avversaria molto debole, ma domina e controlla bene anche la partita della seconda giornata nel secondo singolare, proprio contro la Lee: deve andare al terzo set, ma alla fine strappa la vittoria comunque. In difficoltà all’inizio, complice anche un po’ di sfortuna, Sara si trova sotto di un set, ma subito rimonta. 3-6 6-2 6-3 il punteggio, ottenuto con palle corte, smorzate che interrompono il ritmo di gioco; lo stesso per quanto riguarda la regolarità dei colpi, che varia e alterna con lob sul rovescio della tennista di Taipei. La giocatrice del Taiwan si ostina a voler passare con il suo rovescio bimane sul lungolinea di dritto della Errani, ma commette più errori gratuiti che punti vincenti. Una Lee un po’ sfiancata cede leggermente nel terzo set.
Una soddisfazione enorme per la capitana Tathiana Garbin, che poteva contare su tenniste non espertissime (ad eccezione della tennista bolognese). Una scelta coraggiosa quella di convocare “esordienti”, anche se di livello. Soprattutto contro un avversario da non sottovalutare e in condizioni non semplicissime: oltre al vento il fatto di giocarsi in casa (con una carica, ma anche con un senso di responsabilità che pesa maggiormente) un posto importante. Alla fine il risultato è stato un buon 3-1. Le nostre ragazze, infatti, hanno perso il doppio. Camilla Rosatello e Jasmine Paolini sono state battute, con un doppio 6/4 in poco più di un’ora di gioco, dal duo cinese Chia-Jung Chuang e Ching-Wen Hsu. Chi ben comincia è a metà dell’opera: dunque un avvio incoraggiante che infonde una folata di ottimismo in quella che si potrebbe ribattezzare l’era Garbin della Fed Cup. A questo punto, forse, occorre spostare le prospettive in avanti ai prossimi impegni e porsi due obiettivi: riuscire a portare la Giorgi in Federation Cup per il singolare e creare il nuovo doppio Trevisan-Errani, che si preannuncia di altissimo livello. Alla Garbin si aprono diversi scenari possibili e positivi: fare lo stesso ottimo lavoro effettuato con la Trevisan con l’altra Martina italiana, ovvero Martina Caregaro (già schierata in passato nella Fed Cup). Poi puntare sul ritrovato momento positivo di Francesca Schiavone (dopo la vittoria al Wta di Bogotà) per portarla in squadra (anche da schierare solamente in doppio). E cercare di riavvicinare, alla luce di questo risultato promettente, la valida Roberta Vinci (sia per il singolare che, soprattutto, per il doppio). Se venissero buone notizie da Karin Knapp non sarebbe male, ma il suo periodo buio e difficile non sembra arrestarsi. La veste ideale per la Garbin sembrerebbe essere proprio quella di talent scout. Per lei creare una sorta di scuola alla Nick Bollettieri significherebbe far crescere e poter contare su tanti giovani talenti inesplosi, ma preziosi, per il tennis italiano. Stiamo parlando di giocatrici che vivono nell’ombra e che vediamo come comparse alle pre-qualificazioni o qualificazioni degli Internazionali e in poche altre occasioni. Pensiamo ad esempio, giusto per citare un caso, a Claudia Giovine: cugina di Flavia Pennetta e vincitrice delle pre-qualificazioni degli Internazionali Bnl d’Italia lo scorso anno, potrebbe raccogliere l’eredità lasciata con una grande impronta dalla neo moglie di Fabio Fognini e futura neo mamma. Oppure alla romana Nastassja Burnett: classe 1992, ha vinto proprio lo scorso anno il torneo di Heraklion, per 6/4 7/6 su Diana Marcinkevika. Oppure ancora ad Alberta Brinati, che con Sara Errani ha già giocato in doppio nel 2010 agli Internazionali Femminili di Palermo. Tutte giovanissime, hanno tutto il tempo davanti per poter fare bene e meglio. Possono solo crescere e il tennis italiano non può restare una palestra considerata discreta, ma non di prestigio, ma deve diventare ed essere una fucina di talenti rinomata, che tutto il mondo ci invidi (come i nostri monumenti e le bellezze artistiche ed architettoniche), senza la necessità di quella fuga di campioni che vanno ad allenarsi all’estero, magari in Spagna o in altre scuole fuori del nostro Paese (come è stato per la stessa Pennetta, ai tempi in cui era legata a Carlos Moya). L’Italia deve essere una terra dove chi sogna di diventare un campione di tennis possa trovare la sua strada; infatti, un’operazione speculare ed identica a quella proposta per la Fed Cup della Garbin, dovrebbe avvenire per la Coppa Davis di Barazzutti; perché anche nel maschile abbiamo tennisti molto interessanti da rivalutare e valorizzare dando loro maggiore spazio: basti pensare ad Andrea Arnaboldi, a Thomas Fabbiano, Marco Cecchinato, Luca Vanni sulle orme di quanto già visto in Coppa Davis con l’ottimo Alessandro Giannessi. Così anche gli Internazionali Bnl di tennis faranno quel salto di qualità tanto ricercato ed auspicato, tanto da volerlo far diventare una sorta di Grand Slam italiano. Se i giovani sono il futuro, il futuro del tennis è nei giovani. Non è uno scioglilingua, ma un modo per dire che investire in loro non è mai troppo poco o troppo tardi. Sono molte, poi, del resto le tenniste ritiratasi o che hanno annunciato un prossimo ritiro venturo. Occorre rinnovare e un ricambio generazionale per proseguire un cammino faticoso, faticato, difficoltoso, ma anche soddisfacente, che tante emozioni ha regalato.
Del resto sembra una via giusta che già altre nazioni hanno seguito o stanno incominciando ad intraprendere. Pensiamo a quando la Svizzera schierò la giovanissima Belinda Bencic (rinominandola la nuova Martina Hingis), oppure alla squadra ceca di recente che ha visto esordire l’emergente Marketa Vondrousova (astro nascente uscente dal successo della vittoria al Wta di Biel, proprio in Svizzera tra l’altro).

Tennis: le imprese di Coric, Schiavone, Johnson
e Vondrousova

atp tennisQuattro tornei a finale inedito. Si tratta degli Atp di Marrakech e di Houston e dei Wta di Bogotà e di Biel. I vincitori di vere e proprie vittorie-rimonta sono: il croato Borna Coric, l’americano Steve Johnson, l’italiana Francesca Schiavone e la giovane ceca Marketa Vondrousova.

Nell’Atp di Marrakech, infatti, è stato il giovane Coric a sorprendere Philipp Kohlschreiber al terzo set. Una rimonta inaspettata, per due motivi: innanzitutto perché il tedesco era doppiamente favorito in quanto testa di serie n. 3 e per le vittorie precedenti in cui aveva dimostrato un’ottima solidità da fondo. Invece, a fare la differenza, è stata la maggiore tenacia del croato, che potremmo ribattezzare il nuovo Dominic Thiem; stesso carattere e stile di gioco, stesso fisico e medesima aggressività in cui ha rischiato i punti decisivi ribaltando una partita che sembrava quasi persa, o comunque molto dura per lui. Kohlschreiber ha avuto diversi match point e ha annullato altrettanti set point nel secondo, prima che si andasse al terzo. Nell’ultimo parziale, però, non è sembrato più dominare e avere il controllo del match come nel resto della partita. Un incontro in cui gli sono saltati inaspettatamente i nervi, tano da rompere malamente una racchetta. Forse le troppe occasioni mancate e sprecate lo hanno innervosito, comprensibile. Riesce a portare a casa il primo set per 7/5 dopo essere riuscito a fare un break a Coric. Nel secondo set si porta avanti subito di un altro break, strappando un servizio all’avversario che, però, immediatamente lo riconquista. Il tedesco ha altre chances di chiudere la partita, ma si va al tie-break e qui fa un disastro: la testa di serie n. 3 gioca malissimo molti punti, mentre è pressoché perfetto Coric nell’andare veloce, spedito, deciso, dando il massimo e con una concentrazione e una freddezza stupefacenti; non a caso il parziale a favore del croato è di 7 punti a 3. Nell’ultimo set continua quest’andamento favorevole al più giovane dei due, che arriva ad ottenere il break utile decisivo: finisce per 7/5. Avrebbe potuto addirittura chiudere prima perché ormai Philipp sembra davvero buttare via il match, troppo nervoso per ragionare o per piazzare i colpi alla perfezione come al suo solito. Incredibile. Ha lasciato tutti senza parole poiché aveva mostrato, invece, un’attitudine di moderazione, tranquillità, compostezza e totale equilibrio, anche in situazioni di svantaggio. Pensiamo agli incontri contro Struff nei quarti, in cui vince in rimonta al terzo set dopo aver perso il primo con il punteggio di 3/6 7/5 6/3, ma dando l’impressione di avere sempre in mano le redini del gioco. Così come al turno precedente contro il francese Chardy, conclusosi per 6/0 2/6 6/3: andato sempre al terzo, dopo aver vinto il primo e perso il secondo e, pertanto, in una condizione speculare a quella della finale; ci si sarebbe aspettati tutti che il tedesco ripetesse l’impresa. Forse non si aspettava una rimonta, un recupero, un ritorno, una reazione sia fisici che mentali così consistenti da parte di Coric; probabilmente pensava di avere già vinto, che il peggio fosse passato e che ora fosse tutto facile e in discesa, di avere il titolo in mano. Un po’ di deconcentrazione e stanchezza lo hanno fatto uscire dal match, anche perché Borna ha iniziato davvero a giocare decisamente meglio, soprattutto i punti decisivi, quasi togliendo il tempo al tedesco, che aveva incominciato a rallentare e frenare un po’ il ritmo, iniziando a sbagliare un po’ di più. Per entrambi i finalisti facili le semifinali: doppio 6/2 per il tedesco contro Paire e doppio 6/4 per il croato contro Vesely. Quest’ultimo aveva battuto precedentemente il nostro Paolo Lorenzi, giunto a un passo dal compiere un risultato eccezionale (3/6 6/3 7/65 il punteggio di una vera e propria battaglia, in una partita equilibratissima, in cui forse Vesely ha giocato meglio i punti decisivi e c’è stata un po’ di sfortuna per l’italiano). L’azzurro, tra l’altro, era reduce da un duro derby contro il connazionale Gianluca Quinzi, che lo ha visto trionfare per 7/65 2/6 6/4. Lorenzi veniva dalla vittoria contro Garcia-Lopez per 7/6(4) 7/5, Quinzi dal trionfo su Mathieu per 7/6(8) 6/3.

Quasi come un overrulling, nell’Atp di Houston il campione è il padrone di casa: lo statunitense Steve Johnson. Prima porta al terzo set il brasiliano Thomaz Bellucci, dopo che sembrava non avere più chances nell’incontro. Poi arrivano i crampi a un passo dal servire per il match, il time out medico, gli applausi di incoraggiamento del pubblico, la sofferenza sul suo volto, attimi di tensione per il fatto di vederlo incapace di camminare per un po’. Tutto facile per Bellucci per un set e mezzo: vince il primo set per 6/4 e nel secondo sembra assolutamente vicinissimo alla conquista del titolo. Poi la svolta. Il tenace Johnson si fa prendere da un moto d’orgoglio. Non ci sta a perdere e trova la chiave della partita: punta sul rovescio dell’avversario, mancino, che sbaglia invece ad insistere sul dritto potentissimo dell’americano che lancia vere e proprie silurate supersoniche; come frecciate con cui segna il bersaglio del traguardo di portare l’incontro al terzo set. Dopo aver vinto il secondo per 6/4 sempre, continua a spendere energie, generosissimo, attaccando molto, andando spesso a rete mentre Bellucci, più pigro e con meno mordente forse, vuole rimanere ostinato a fondo a scambiare dritto contro dritto, perdendo solamente 15 su 15. Avrebbe dovuto preferire l’altra diagonale, spostando la traiettoria sul rovescio (più di difesa e meno incisivo) di Johnson, che si è salvato molto anche con il servizio. Così qualche problema fisico per l’americano ha portato l’incontro al tie-break, ma qui ha continuato a giocare con molta intelligenza tattica e tanto “cuore”, anche tra i dolori fisici: lo ha vinto per 7 punti a 5. Non a caso, dunque, la testa di serie n. 4 ha fatto sentire il suo peso e primato sulla n. 8. Ma a risaltare è proprio il numero di americani che hanno giocato a questo torneo che si può a pieno titolo definire “americano”. Non solo tre in semifinale: Jack Sock (testa di serie n. 1, giocatore molto valido e solido, battuto dal più concreto futuro vincitore finale Johnson per 4/6 6/4 6/3); poi la wild card Ernesto Escobedo che ha lottato per tre set contro Bellucci (sconfitto per 5/7 6/4 6/2); questo esordiente veniva da un durissimo match in tre tie-break ai quarti contro il connazionale John Isner: ostico, quest’ultimo era testa di serie n. 2 e si è arreso per 7/6(6) 6/7(6) 7/6(5). Un incontro che, sicuramente, il pubblico di casa avrà gradito e che lo avrà fatto impazzire. Infine, ancora, da citare la testa di serie n. 3, sempre un altro americano: Sam Querrey, tutto altezza, aces e servizio potente con cui ama fare serve&volley, sullo stile di Isner appunto; è stato fermato da Bellucci per 6/4 3/6 6/3 ai quarti. Per citare i più forti. Ma si possono anche elencare la testa di serie n. 7 Donald Young oppure e altre wild card Bjorn Fratangelo o Reilly Opelka; oppure, inoltre, anche i qualificati (sempre rigorosamente a stelle e strisce) Tennys Sandgren e Noah Rubin.

E da una wild card era partita nel Wta di Bogotà Francesca Schiavone. Qui l’azzurra arriva a conquistare l’ottavo titolo in carriera contro la giovane Lara Arruabarrena. Vince per 6/4 7/5. Un titolo che vale doppio per lei: sia per il ritorno dopo l’essere stata a un passo dal ritiro, quando tutti (e forse anche lei stessa) la credevano “finita”, sia per l’essere riuscita non solo a tornare competitiva, ma anche a “vendicare” la connazionale Sara Errani. Quest’ultima aveva perso dalla svedese Larsson per 7/5 6/4 e lo stesso punteggio la milanese rifilerà alla medesima avversaria al turno successivo di semifinale. Un parziale direttamente inverso, ma esattamente speculare, a quello della finale che però dice tanto. Innanzitutto la capacità di mantenere la calma e la lucidità dell’azzurra. La Larsson, infatti, parte (molto nervosa) con il contestare diverse palle nei primi due games, su cui però l’italiana si porta subito in vantaggio di un break che riesce a mantenere (anche resistendo a una serie di break e contro-break: portatasi subito sull’1-0 a servizio, se lo fa strappare infatti, ma poi lo recupera nel nono gioco); più facile poi sarà il secondo set per lei, che trova fiducia e sicurezza nei colpi e gioca con maggiore aggressività. Quella che le ha permesso di fare la differenza nella finale, attaccando di più, rischiando di più e giocando meglio i colpi decisivi: l’avversaria ha 4 set points, ma Francesca chiude in 100 minuti circa. Qui la tennista nostrana gioca un torneo praticamente perfetto. Senza mai perdere un set, elimina prima Tig (6-3, 6-4), si prende poi la rivincita contro Jakupovič concedendole solo tre games e ai quarti affronta la numero uno del tabellone Kiki Bertens superandola agevolmente per 6/1 6/4. Arriva, così, a disputare la sua diciannovesima finale del circuito WTA. Un vittoria importantissima qui al Claro Open di Bogotá. Grazie al successo recupera 64 posizioni nel ranking femminile, garantendosi per la diciassettesima volta consecutiva l’accesso al main draw di Parigi: ricordiamo che la Schiavone vinse il Roland Garros nel 2010 su Samantha Stosur per 6/4 7/6(2) e che l’anno successivo (nel 2011) perse in finale da Li Na per 6/4 7/6(0).

Ed a proposito di esordienti e wild card vincenti, non si può non menzionare l’exploit assolutamente convincente della 19enne ceca Marketa Vondrousova nel Wta di Biel. Al primo titolo, nella prima finale in carriera, nella prima edizione del torneo svizzero. Contro un’altra giovanissima: la 21enne estone Anett Kontaveit. Classe 1999, da n. 233 del mondo la Vondrousova arriva sino alla posizione n. 117, vince da qualificata la finale per 6/4 7/6(6). Convince assolutamente con un tennis solido, fondamentali assolutamente di altissimo livello, grinta e mordente che non rispecchiano la giovane età. Non trema e non ha timore. Ricorda molto la Kasatkina, sia per struttura fisica che per gioco. Stava per pagare un po’ di stanchezza e rischiava di andare sino al terzo set. Non solo ha recuperato nel primo set, che aveva visto l’avversaria andare in vantaggio, ma nel secondo c’è stato il serio pericolo che lo perdesse; ma non è andata in confusione, anzi ha rigirato la partita a suo vantaggio. Un po’ stremata, ha continuato a lottare e mettere a segno vincenti. Ha vinto solamente facendo punti e non sugli errori della Kontaveit. Ha fatto la differenza con la superiore qualità di gioco, a partire dal servizio, al dritto e al rovescio. Non ha avuto paura di attaccare o di cercare la conclusione vincente con passanti e lungolinea. Si è spostata bene in campo e ha costruito bene il gioco, soprattutto variandolo, coprendo ogni zona del campo. Ineccepibile, se non per un leggero calo di tensione e fisico, di rendimento, con un piccolo passaggio a vuoto e un momento di blackout nella prima parte del secondo set, sicuramente dovuto a stanchezza. Non è mai sembrata superba o convinta di aver già vinto, ma sempre molto umile e una grande lottatrice, maratoneta e stacanovista. Ha resistito, non ha accennato a demordere neppure nelle situazioni a suo vantaggio. Da grande campionessa. Un inchino a una nuova teenager emergente molto interessante. Speriamo continui così.