La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

DISACCORDO BREXIT

brexit mayDopo anni di avvertimenti e di scenari apocalittici gli accordi per il divorzio Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, è sul tavolo. Ma come nei mesi trascorsi, ancora nulla di concreto e continui rimandi e proposte al vaglio. Tanto che la Commissione europea sollecita i Paesi Ue ad accelerare i preparativi per far fronte a tutti gli esiti possibili del negoziato sulla Brexit, aggiungendo che l’uscita della Gran Bretagna probabilmente creerà dei disagi.
“Il sollecito scritto agli Stati membri e alle entità private ad accelerare i preparativi fa seguito ad un richiesta del Consiglio europeo del mese scorso di aumentare il grado di prontezza a tutti i livelli e per tutti gli esiti possibili”, si legge in una nota dell’esecutivo Ue.
“Sebbene l’Unione europea stia lavorando giorno e notte per raggiungere un accordo per un ritiro ordinato, l’addio del Regno Unito causerà senza dubbio dei disagi — per esempio nella catena di fornitura delle imprese — che ci sia un accordo o meno”, ha aggiunto la Commissione.
Senza un accordo sulla Brexit, “tecnicamente dal 30 marzo 2019 ci sarà bisogno di un visto per entrare nel Regno Unito, ma questo è qualcosa che si può risolvere in maniera unilaterale mettendo il Paese nella lista di quelli dove si può viaggiare senza visto. È qualcosa che si può fare a livello Ue”. Così fonti Ue nel giorno in cui il negoziatore dell’Unione Michel Barnier incontra per la prima volta il nuovo ministro britannico responsabile del dossier, Dominic Raab. Il nuovo ministro è un giovane euroscettico subentrato al veterano David Davis alla guida del dicastero per la Brexit. Sul piatto ci sono le nuove proposte del governo Tory di Theresa May sancite dal Libro Bianco (White Paper) di fresca pubblicazione. La nuova linea della May di una Brexit di tipo soft ha suscitato le dimissioni polemiche di Davis e di Boris Johnson. Proprio quest’ultimo adesso si dice pronto a contrastare e a sfidare il Primo Ministro May.
“Non è troppo tardi per salvare la Brexit – ha detto il fuoriuscito Johnson -. Abbiamo tempo in questi negoziati. Abbiamo cambiato direzione una volta e possiamo cambiarla di nuovo”. Il riferimento, è ovvio, è alla necessità di virare in direzione di una “hard Brexit”, un negoziato secco e duro con Bruxelles dopo che la May avrebbe scelto invece “una Brexit di cui è rimasto soltanto il nome”.
L’ex membro del governo lancia così la sfida (non esplicita) al primo ministro, in un discorso tenuto ai Comuni in cui spiega le ragioni delle sue dimissioni.
“Tutti vogliamo un accordo, ma dobbiamo vedere come ci arriveremo”, dicono fonti dell’Unione, e sulla possibilità di ricreare una frontiera fra Irlanda del Nord e del Sud sottolineano che “ci può essere una differenza fra il confine doganale e quello politico, non è impossibile secondo le leggi internazionali”.
I ministri degli Affari europei discuteranno della questione domani, venerdì, 21 luglio. Nel frattempo la Commissione europea ha preparato un documento nel quale elenca le misure da prendere per mitigare gli effetti di una hard Brexit. Nei fatti, un Piano B. Tutti i campi sono coinvolti: dai trasporti alla salute, dalle qualifiche professionali al settore farmaceutico. Sono due gli scenari possibili e toccherà a Londra e Bruxelles decidere verso quale dei due andare incontro: il primo prevede il raggiungimento di un accordo ratificato entro il 30 marzo 2019. In questo caso le leggi dell’Unione europea smetteranno di applicarsi al Regno Unito il 1 gennaio 2021 dopo un periodo di transizione. Il secondo prevede invece il fallimento nel raggiungimento dell’intesa e in questo caso non ci sarà alcun periodo di transizione e le leggi dell’Unione europea non saranno più applicate al Regno Unito a partire dal 30 marzo 2019, determinando così la definitiva rottura tra le due parti.

Brexit. Doppio colpo sul governo di Theresa May

david davis

Il Governo conservatore inglese di Theresa May è nel caos. Dopo le dimissioni annunciate stanotte dal ministro per la Brexit, David Davis, elemento chiave della compagine, in polemica con la svolta verso un negoziato più soft con l’Ue strappata in questi giorni dalla premier, oggi hanno rassegnato le dimissioni anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson ed i sottosegretari Steven Baker e Suella Braverman.

Al posto di David Davis è stato nominato  Dominic Raab, 44 anni, un altro ‘brexiteer’ finora viceministro della Giustizia e in passato elemento di punta nel fronte pro-Leave durante la campagna referendaria del 2016.

Davis, esponente di punta della corrente Tory euroscettica, ha deciso, dopo qualche giorno di riflessione, di non poter evidentemente accettare la nuova strategia più conciliante nei confronti di Bruxelles che May aveva imposto al consiglio dei ministri solo venerdì scorso. Le dimissioni del ministro, in attesa dell’ufficializzazione di Downing Street e della nomina di un sostituto, sono state confermate dalla Bbc e da tutti i media del Regno Unito.

Davis, 69 anni, finora responsabile per il governo britannico dei negoziati sul divorzio con l’Ue, aveva sottoscritto venerdì, come tutti gli altri ministri, il compromesso proposto da Theresa May per cercare di sbloccare le trattative con Bruxelles. Il compromesso non è stato gradito dai ‘brexiteers’ ultrà del suo stesso partito, ed è stato considerato da qualcuno alla stregua di un ‘tradimento’ del risultato del referendum del 2016 e improntato a un’apertura sull’ipotesi di creazione di un’area di libero scambio post Brexit, con regole comuni, almeno per i beni industriali e per l’agricoltura, oltre che alla definizione di nuove intese doganali con l’Ue. Concessioni interpretate da diversi deputati della corrente dei falchi come un cedimento, ma su cui inizialmente la premier sembrava aver ricomposto una sia pur fragile unanimità in seno al gabinetto. Le dimissioni di Davis sono diventati un elemento di rottura.

L’uscita di scena del ministro per la Brexit rischia di essere in effetti l’inizio di un effetto domino (circolava già la voce che il primo a seguire poteva essere il titolare degli Esteri, Boris Johnson, come è avvenuto) in grado di mandare in pezzi l’esecutivo, la maggioranza ed anche la compattezza del Partito Conservatore. Con questo nuovo scenario incombe la possibilità di nuove elezioni anticipate. Le reazioni non si sono fatte attendere. Dal fronte dei ‘brexititeers’, è stato plaudito il gesto ‘coraggioso e da uomo di principi’ di Davis. Il sostegno a Davis è arrivato a tamburo battente da deputati come Peter Bone, Andrea Jenkyns e Harry Smith, mentre molti osservatori danno già per scontata una sfida imminente alla leadership Tory della May. Il dilemma sarà un nuovo governo conservatore senza la guida della May o elezioni anticipate ?

Dopo l’annuncio delle dimissioni dell’euroscettico Davis Davis, ministro responsabile della Brexit, pochi giorni dopo che la premier Theresa May era riuscita a rinsaldare il governo su una strategia di uscita che punta però a mantenere una stretta relazione commerciale con l’Unione europea, la sterlina inglese è in netto recupero sulle altre valute. A metà mattina il ‘British pound’ si è attestato a 1,3346 dollari, laddove prima dell’annuncio fluttuava attorno a 1,3286. La valuta Gb recupera anche sull’euro, che cala a 0,8821 sterline laddove in precedenza navigava sopra 0,8840.

Dunque la Brexit non piace neanche ai mercati finanziari. Comincia a piacere sempre meno anche agli inglesi che giorno dopo giorno acquistano coscienza di aver fatto scelte errate. In realtà, il referendum sulla Brexit ha già diviso a metà gli inglesi. Soltanto per una esigua maggioranza ha prevalso la Brexit. Oggi, molto probabilmente, in un nuovo referendum la maggioranza degli inglesi preferirebbe restare nell’Unione Europea. Di certo, non è un caso che il laburisti inglesi guidati da Corbin stanno guadagnando nuovi consensi. Le elezioni anticipate in Inghilterra, dunque, ben vengano. Una vittoria dei laburisti potrebbe avere anche degli effetti sul resto d’Europa. Come insegna la storia, non pagano gli estremismi e i populismi che con l’inganno e le bugie riescono a conquistare il potere. Sappiamo tutti che le bugie hanno le gambe corte. Di conseguenza, i partiti o i movimenti politici che le hanno utilizzate, presto finiranno per perdere i consensi elettorali conquistati sulla base di falsità ed illusorie promesse.

Dunque, anche in Italia, al più presto, bisogna prepararsi per offrire all’elettorato una alternativa politica credibile fatta di contenuti e di uomini. Corbin, in Gran Bretagna, molto probabilmente, ci sta riuscendo.

Salvatore Rondello

Canada: Conte al G7 stringe l’asse con Trump

Con l’esordio internazionale di Giuseppe Conte, l’Italia è torna protagonista sulla scena internazionale. Il premier italiano ha confermato l’asse con Donald Trump e l’apertura alla Russia, ma ha rallentato sullo stop alle sanzioni assicurando: “Saremo portatori di una posizione moderata”. Il premier, al G7 di Charlevoix in Canada, con un primo effetto dirompente, ha appoggiato la posizione del leader Usa, anche se poi ha manifestato molta più cautela prima di sedersi per la prima volta al tavolo dei leader mondiali, dove ‘l’avvocato del popolo italiano’ vuole portare gli interessi dei cittadini italiani, forte di una legittimazione politica molto intensa sostenuta dalle forze politiche che con il voto del 4 marzo hanno conquistato una larga maggioranza in Parlamento.

Gli argomenti sul tavolo sono molti e Conte cerca di muoversi con attenzione, in un delicatissimo equilibrio tra le posizioni gialloverdi e un posizionamento italiano ben più prudente. A partire dai dazi, su cui ci sono stati dichiarazioni molto veementi di Trump e di paesi europei, saremo portatori di una posizione moderata. Passando, appunto, all’inclusione della Russia nel summit dei big mondiali, Conte ha ricordato:  “L’Italia è stata sempre tradizionalmente fautrice della considerazione della Russia nell’ambito del G8”. Una posizione che lo ha allineato a quella del leader statunitense, ma sulla possibilità di mettere il veto sul rinnovo delle sanzioni Conte è stato prudente: “Valuteremo nel confronto con altri partner. C’è sensibilità nell’apertura al dialogo, questo non significa stravolgere un percorso attualmente definito ed è collegato all’attuazione degli accordi di Minsk. Siamo collocati confortevolmente nella Nato: non è in discussione assolutamente la collocazione internazionale dell’Italia ma sicuramente siamo per il dialogo e siamo molto attenti a che le sanzioni non impattino sulla società civile russa”.

L’impegno canadese è stato, però, per il neopremier, l’occasione per prendere contatti e iniziare il dialogo con gli altri leader, a partire da quelli europei in vista dell’importante confronto del Consiglio europeo di fine giugno.

Ecco dunque che l’agenda del presidente del Consiglio, oltre agli impegni ufficiali del summit, si è riempita di una fitta scaletta di incontri e bilaterali, che servono a fare le presentazioni e a iniziare il dialogo sui temi più urgenti che interessano il Paese. Dopo la stretta di mano con il padrone di casa Justin Trudeau, il primo incontro è stato quello con il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk che ha detto: “Colloqui buoni, positivi su G7, Unione economica e monetaria, migranti e Russia”. L’incontro, poi, è diventato a tre con la presenza di Jean Claude Juncker. Conte, dopo, ha detto: “A entrambi ho posto le nostre priorità: la riforma della disciplina del regolamento di Dublino e la questione della crescita”.  Sul tema migranti Conte ha espresso la totale insoddisfazione dell’Italia per le proposte attualmente discusse affermando: “Vogliamo un’Europa più forte ma anche più solidale. L’Italia non può essere lasciata sola nella gestione dei flussi migratori”. In ogni caso Conte e Tusk si rivedranno, ha spiegato quest’ultimo, di nuovo a Roma prima della fine di giugno, cioè del Consiglio Europeo.

Nell’agenda di Conte anche il vertice promosso dal francese Emmanuel Macron con Angela Merkel e Theresa May per cercare di compattare il fronte europeo sulla questione dei dazi. Nel pomeriggio canadese, cioè la notte italiana, ci sono stati gli incontri bilaterali con Merkel e Macron, e anche con il premier Shinzo Abe. L’appuntamento con Theresa May è stato invece fissato per sabato, prima della sessione dei lavori del G7.

Il colloquio tra il presidente Usa, Donald Trump, ed il premier Giuseppe Conte a margine del G7, è stato reso noto dallo stesso Conte con le foto divulgate su instagram mentre stringe la mano al Tycoon e passeggia insieme a lui nel parco del maniero sede del vertice. Al pranzo di lavoro, al tavolo dei grandi, il premier italiano, si è trovato tra il presidente francese Emmanuel Macron e la britannica Theresa May. Prima del pranzo, i leader hanno posato per la tradizionale foto di gruppo con il fiume San Lorenzo sullo sfondo. Alla fine, si sono allontanati a piedi parlando tra loro. In un primo momento, dalle immagini diffuse dalla regia canadese, Conte si è ritrovato da solo in fondo al gruppo, poi ha avuto occasione di scambiare qualche battuta con Trump.

Il presidente americano , Trump, durante il colloquio, ha detto al neopresidente italiano: “Avete riportato una grande vittoria, sei il vincitore”. Lo hanno riferito fonti italiane, secondo le quali Trump si sarebbe detto a più riprese contento.

Jean Claude Juncker, dopo l’incontro con Conte, ha detto: “Non abbiamo parlato in particolare della Russia ma l’Italia ha un ruolo fondamentale in Europa, l’Italia ha bisogno dell’Europa e l’Europa non è completa senza l’Italia. Ho avuto un buon colloquio con Conte. Lo rivedrò prima del vertice, parleremo con lui di immigrazione e budget europeo”.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato: “Sono in Canada per difendere gli interessi dell’Italia, nel confronto con i nostri partner del G7 ed è quello che ho fatto fin qui. Ho partecipato a diverse sessioni del G7 e avuto molti incontri bilaterali. In tutte le occasioni ho rappresentato le posizioni dell’Italia e su alcune questioni mi sono riservato di approfondire i temi, visto che il nostro governo è appena partito. Uno dei temi sui cui si è più discusso e su cui ci sono state dichiarazioni molto conflittuali, è il commercio, gli scambi commerciali e, quindi, dazi, tariffe, barriere. Posso anticipare che si è raggiunto un accordo. Abbiamo tutti convenuto, che il sistema del commercio internazionale, basato sull’Organizzazione mondiale del Commercio è un po’ datato e richiede un adeguamento, rispetto alle mutate realtà sociali ed economiche. Basti pensare che la Cina, entrata qualche anno fa come Paese emergente, ora è una potenza mondiale particolarmente invasiva sul piano commerciale. Quindi abbiamo tutti convenuto che lavoreremo in questa direzione. Con il presidente Trump c’è stato un colloquio davvero molto cordiale. Il presidente Usa ha fatto le congratulazioni a me personalmente e al nuovo governo, era molto contento di questa esperienza governativa, del fatto che due forze nuove avessero ricevuto un consenso elettorale e fossero riuscite a formare una maggioranza di governo. C’è stato anche un invito alla Casa Bianca  che abbiamo concordato verrà raccolto al più presto possibile. Per quanto riguarda la Russia, l’Italia è portatrice di una posizione di dialogo. Questo non significa abbandonare le sanzioni dall’oggi al domani, quel sistema è legato agli accordi di Minsk che sono ancora in fase di attuazione. Noi però abbiamo prospettato a tutti i nostri partner, anche quelli europei, che avere una Russia isolata, visto che gioca un ruolo centrale in tutte le crisi più delicate nel contesto geopolitico mondiale, non conviene a nessuno. Quindi, da questo punto di vista, ho rappresentato l’auspicio dell’Italia che ci possa essere quanto prima un G8 con la Russia seduta al tavolo”.

I leader del G7 dovrebbero raggiungere una sintesi e firmeranno un comunicato congiunto finale, scongiurando una spaccatura. Lo si apprende da fonti diplomatiche internazionali. Il documento dovrebbe trattare anche la questione dei dazi.

La cancelliera tedesca, parlando con i giornalisti a margine del G7, ha detto: “Parto dal principio che avremo un testo comune sul commercio ma non risolve i problemi nel dettaglio: abbiamo opinioni differenti dagli Usa”.

Anche il presidente francese, Emmanuel Macron, ha affermato: ”La dichiarazione comune del G7 sul commercio non risolve ogni problema. Le distanze sui dazi tra l’Europa e gli Stati Uniti di Donald Trump restano malgrado il documento congiunto”.

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha così risposto: “La Russia non ha mai chiesto di essere reintegrata nel G8 e ritiene che il G20 sia il formato più promettente per il futuro. Lavoriamo tranquillamente in altri formati, nella Shanghai Cooperation Organisation, nei Brics e specialmente nel G20, dove condividono il nostro approccio. Inoltre, non ci saranno ultimatum nel G20. Le cose devono essere negoziate lì. Il G20 è un meccanismo per raggiungere il consenso e credo sia il formato più promettente per il futuro”.

Donald Trump, come preannunciato, ha lasciato in anticipo il G7 in Canada dichiarando: “Non possiamo perdere. Non possiamo andare avanti con una situazione in cui gli Stati Uniti sono il salvadanaio da cui tutti rubano. Siamo stati trattati ingiustamente per colpa dei nostri leader passati. Abbiamo perso 817 miliardi di dollari, è inaccettabile. Vogliamo un commercio libero da tariffe, barriere e sussidi. Non possiamo più permetterci pratiche che ci danneggiano. E’ un bene per tutti il ritorno della Russia nel G7. L’incontro di martedì con Kim è una grande opportunità per una pace durevole”.

A conclusione dei lavori del G7 in Canada, in una conferenza stampa, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha dichiarato: “Il problema degli scambi commerciali è quello che ha creato maggiore conflittualità nell’agenda del G7. E’ il mio primo G7 ma non ce n’erano stati altri così conflittuali alla vigilia. I Paesi europei, e noi siamo tra quelli, non possono essere contenti perché da quelle misure possono essere svantaggiati. Alcune dichiarazioni alla vigilia hanno creato un’escalation”.

Però, il G7 in Canada, che presentava preoccupanti incognite alla vigilia, si è concluso positivamente. Si potrebbe intravedere qualche percorso pacifico per un nuovo equilibrio internazionale basato sul rispetto reciproco quale condizione indispensabile per abbandonare il protezionismo.

Salvatore Rondello

Trump diventa lord protettore di Conte

conte-trump2-625x350-1528530894Sorpresa ma non troppo. A Donald Trump piace il governo populista italiano. Il presidente degli Stati Uniti apprezza il nuovo esecutivo M5S-Lega, forse perché i cinquestelle e i leghisti gli ricordano le sue battaglie populiste contro l’establishment americano ed internazionale.
Trump, al vertice del G7 a Charlevoix in Canada dell’8 e 9 giugno, è andato in rotta di collisione con tutti i tradizionali alleati occidentali, ha dato ragione alle aperture del nuovo esecutivo italiano a Vladimir Putin: «Far rientrare la Russia nel G8 è nell’interesse di tutti». Giuseppe Conte ha usato le stesse identiche parole. Secondo il presidente del Consiglio «il ritorno di Mosca è nell’interesse di tutti». Trump ha evidenziato la sintonia con Conte in un incontro a due. Lo ha lodato: è «un bravo ragazzo. Sarà presto onorato a Washington. Farà un gran lavoro, la gente italiana ha scelto bene». Conte ha incassato gli elogi: «Il rapporto con Trump è stato da subito molto cordiale. C’è stata una grande apertura nei miei confronti. Ha espresso grande entusiasmo per questo governo…Con gli Usa il rapporto è strategico».
È una melodia per le orecchie di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il primo capo politico pentastellato e il secondo segretario leghista, entrambi vice presidenti del Consiglio. È, invece, una suonata piena di laceranti stecche per le orecchie di Germania, Regno Unito e Francia. L’apertura del presidente americano, che ha capovolto la precedente politica della Casa Bianca, spalanca la porta a Putin per il ritorno al G8 (se mai il Gruppo a 7 resterà in piedi) e per la cancellazione delle sanzioni economiche occidentali sollecitata da tempo dal M5S e dalla Lega. Angela Merkel, Theresa May e Emmanuel Macron, invece, vogliono il mantenimento delle sanzioni decise dopo l’annessione della Crimea da parte di Putin ai danni dell’Ucraina.
La convergenza tra il populismo americano e quello italiano, del resto, non è proprio una novità. Nei giorni infuocati della trattativa per dare vita al governo Conte, Washington per prima ha dato il disco verde alla nascita dell’esecutivo grillo-leghista. Trump si erge a lord protettore del governo populista italiano guardato invece con timore da Germania, Francia e Regno Unito.
L’esecutivo M5S-Lega è sotto attenta osservazione, in Italia e all’estero. È un caso senza precedenti: per la prima volta nella storia della Repubblica italiana il populismo ha conquistato il governo, non era mai accaduto in un paese dell’Europa occidentale. Adesso sono attesi con speranza o con paura, secondo le diverse opinioni, i primi provvedimenti del ministero Conte-Di Maio-Salvini.
Le crisi politiche sommate a quelle economiche sono il motore delle rivoluzioni: in alcuni casi sono violente, altre volte sono pacifiche. In Italia la rivoluzione è stata pacifica, realizzata il 4 marzo, attraverso libere elezioni.
Due diversi populismi hanno travolto gli equilibri consolidati della Seconda Repubblica: i partiti tradizionali del centro-destra e del centro-sinistra sono andati in frantumi. Le due forze populiste, fiere avversarie durante la campagna elettorale, hanno dato vita al “governo del cambiamento” e ora possono incrociare sia i consensi di Trump, ad ovest, sia quelli di Putin, ad est. Ne avranno bisogno: c’è il difficile problema di mantenere le grandi promesse fatte agli elettori su tasse, reddito di cittadinanza, lavoro, pensioni, immigrati.
Cinquestelle e Carroccio viaggiano tra convergenze e contrasti. Entrambi si sono sviluppati come forze d’opposizione anti sistema: con simpatie per Vladimir Putin e per Trump e fortemente ostili all’euro, alla Ue, alla Nato, agli Usa, alle élite e alle tecnocrazie nazionali ed internazionali. Poi ci sono i contrasti: Di Maio con decisione ha virato verso l’euro, la Ue, la Nato e l’alleanza con gli Usa allontanandosi dalle sirene di Mosca. Ma anche il segretario della Lega si è dato da fare, ha perfino adottato uno slogan simile a quello divenuto la cifra di Trump. Il presidente statunitense conquistò nel 2016 la Casa Bianca invocando dazi, taglio delle tasse e barriere contro gli immigrati. Martellava: “Prima l’America”. Salvini ha più che triplicato i voti promettendo: “Prima gli italiani”.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Trump a Putin: “Torni nel G8”

trump putin

Il primo  viaggio istituzionale  di  Giuseppe Conte  è con un  aereo di Stato. Il volo diretto al G7 di Charlevoix, in Quebec, è decollato ieri alle 19 da Roma. Per la sua trasferta in  Canada, quindi, il neo presidente del Consiglio non ha utilizzato un  volo di linea, tema sul quale negli scorsi anni sono state vibranti le polemiche dei Cinque Stelle. Ma, i pentastellati hanno precisato che non si tratta del  Airbus A340,  l’aereo voluto da  Matteo Renzi  e costato  150 milioni di euro, e assicurano anche di aver tentato fino all’ultimo di provare ad organizzare la trasferta con voli di linea. Questa soluzione è risultata inopportuna per il tempo che sarebbe stato necessario a causa degli scali necessari per raggiungere la destinazione canadese e per l’esigua disponibilità di posti  sui voli delle tradizionali compagnie per una partenza  “last minute”  che comunque sarebbe costata di più. In ogni caso, ha assicurato il M5S, è intenzione del premier utilizzare il più possibile aerei di linea soprattutto per le  tratte più brevi. La notizia della scelta di aereo fatta dalla presidenza del Consiglio ha comunque provocato la reazione dell’opposizione.  Michele Anzaldi, deputato del  Partito Democratico, ha detto: “Conte prende esattamente  lo stesso aereo  usato da tutti i presidenti del Consiglio, compreso Renzi”.

Oggi ci sarà il debutto sulla scena internazionale del nuovo premier italiano Giuseppe Conte al vertice mondiale del G7. Al di là della curiosità legata all’accoglienza del nuovo scenario politico, per l’Italia si tratterà di una presenza in sordina, per una serie di ragioni. La prima: il leit motiv del vertice sembra essere ‘Trump contro il resto del mondo’ per via dei messaggi ancora una volta sprezzanti partiti dalla Casa Bianca all’indirizzo dei partners. La seconda: il tema più scottante sul tavolo dei sette capi di governo è quello dei dazi commerciali, tema su cui la nuova alleanza giallo-verde non si è sbilanciata più del necessario (ad eccezione di una entusiasta adesione di Salvini, alcuni mesi fa, al sistema delle barriere commerciali). La terza: Giuseppe Conte porterà con sé il dossier preparato dallo staff del suo predecessore Paolo Gentiloni, anche se sta per essere messa a punto una strategia autonoma.

In Canada, accanto al padrone di casa Justin Trudeau, ci saranno Donald Trump (che secondo i media americani era sul punto di disertare l’appuntamento), Angela Merkel, Theresa May, Emmanuel Macron, Shinzo Abe e per l’appunto Giuseppe Conte. Ancora una volta è stato lasciato fuori dalla porta Vladimir Putin che continua a scontare le sanzioni dell’Occidente dopo l’invasione della Crimea. La vigilia è stata animata come detto da alcune dichiarazioni incrociate tra il premier canadese Trudeau e Donald Trump. La Cnn ha riportato una telefonata piuttosto tesa tra i due leader; alle lamentele di Trudeau a proposito dei dazi commerciali e alla richiesta di spiegazioni da parte di quest’ultimo, Trump avrebbe risposto: “Non bruciaste forse la Casa Bianca come nel 1812?” (facendo un po’ di confusione con la storia: ad appiccare il fuoco furono gli inglesi e non i canadesi).

Donald Trump arriverà per ultimo in Canada per partecipare al G7 e sarà il primo ad andarsene. La Casa Bianca ha confermato che il presidente Usa lascerà anticipatamente i lavori del vertice tra i grandi del mondo, ufficialmente per andare con un po’ di anticipo a Singapore per lo storico summit con il leader nordcoreano Kim Jong Un.

Anche in Canada, a poche ore dall’appuntamento, era circolata la voce che Trump non voleva proprio presentarsi al G7, cosa che avrebbe rappresentato uno strappo senza precedenti.

Per quando riguarda invece lo storico incontro del 12 giugno, il presidente americano nel corso di una conferenza stampa congiunta, alla Casa Bianca, con il premier giapponese, Shinzo Abe, ha risposto così a chi gli chiedeva se pensava di invitare Kim negli Stati Uniti: “La risposta alla seconda parte della domanda è sì, ovviamente se l’incontro andrà bene. Penso che sarebbe accolto bene e credo che lui stesso possa accogliere bene l’invito, quindi è molto probabile che accada”.

Sul vertice, Trump ha ribadito anche che la Corea del Nord deve rinunciare al nucleare, se vuole un accordo per ammorbidire le sanzioni statunitensi e ha dichiarato che il summit potrebbe durare più di un giorno: “Uno, due, tre: dipende da quello che succede”.

In vista del G7 in Canada, in programma oggi e domani, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha mandato in giro qualche messaggio: “Non vedo l’ora di raddrizzare gli iniqui accordi commerciali con i Paesi del G-7. Se non succede, ne usciremo anche meglio!”. Ed anche: “Il Canada fa pagare dazi del 270% sui prodotti caseari statunitensi. Non ve lo avevano detto, vero? Non è giusto per i nostri agricoltori!”.

Forzature storiche a parte, le barriere commerciali imposte dall’inizio di giugno da Washington ai suoi storici partners pesano molto. Europa e Canada lamentano la disparità di trattamento da parte dell’amministrazione americana, che ha intavolato un dialogo sull’argomento con la Cina (da cui subisce un feroce dumping commerciale)  ma ha usato il pugno di ferro con l’Occidente .

Trudeau ha detto: “Non potremo fare a meno di manifestare la nostra scontentezza”. Trudeau, assieme al suo omologo Emmanuel Macron auspica un fronte comune contro Trump per sbloccare la situazione”.  Due giorni fa, Bruxelles ha annunciato che farà scattare una serie di ritorsioni sull’import dei prodotti ‘made in Usa’.

Infine c’è la prevedibile curiosità attorno al debutto di Giuseppe Conte in rappresentanza dell’Italia. Il nuovo presidente ha disertato il Consiglio dei ministri proprio perché in volo per il Canada. Il nuovo rappresentante di Roma catalizzerà inevitabilmente l’attenzione soprattutto per le posizioni espresse riguardo ai rapporti con Mosca. Il fronte occidentale ritiene essenziale mantenere le sanzioni contro Putin (ad eccezione di Trump che mantiene un rapporto ambivalente) mentre Conte, nel suo discorso di insediamento al Senato ha manifestato l’intenzione di fare un passo indietro con il rischio di rompere il fronte, ma  ricevendo un altolà da parte del segretario generale della Nato Jens Stoltenberg. Un’apertura di credito all’Italia è arrivata da colei che è indicata come il nemico da parte di Lega e M5S, vale a dire Angela Merkel.

Rispondendo nell’ambito dell’Europa forum a Berlino, la cancelliera ha detto: “Fra Germania e Italia dovremmo parlare gli uni con gli altri, invece di parlare gli uni degli altri, e non iniziare la comunicazione in modo indiretto con insinuazioni e congetture”.

La linea dell’Italia, più in generale resta quella già annunciata: da un lato fedeltà ai partner occidentali, dall’altro apertura di credito verso la Russia. Lo ha ribadito ancora Matteo Salvini: “Il mio punto di vista sulle sanzioni alla Russia continua a essere quello che mantengo da anni a questa parte, ovvero che le sanzioni non risolvono nulla e che mantenendo fede agli impegni internazionali presi, ritengo fondamentale tornare a dialogare, a commerciare e a ragionare amichevolmente con la Russia”. In serata, parlando al tradizionale ricevimento all’ambasciata russa a Roma, il ministro dell’interno si è spinto anche un pò oltre. Alla domanda se è possibile un veto italiano in Europa sulle sanzioni alla Russia, Salvini ha risposto: “Dobbiamo ragionarci. In Europa almeno a parole qualcosa sta cambiando. Siamo una squadra. Lasciateci partire, ma sulle sanzioni abbiamo le idee chiare”.

Non sarà un esordio internazionale facile quello di Giuseppe Conte al G7 di Charlevoix. Catapultato in pochissimi giorni dalle aule dell’università di Firenze al tavolo dei leader mondiali, il nuovo presidente del Consiglio avrà tutti gli occhi puntati su di lui per essere considerato il premier di un governo euro-scettico, populista e aperturista verso la Russia di Putin.

Contemporaneamente, da Roma, Matteo Salvini detta la linea e smarca l’Italia dall’Ue sulla contrarietà totale ai dazi imposti da Donald Trump. Alla vigilia del G7 il vicepremier Salvini ha affermato: “Le politiche commerciali vanno ristudiate. L’Italia è una potenza che esporta e quindi va protetto il ‘made in Italy’ e credo che le politiche di Trump siano soprattutto per arginare la prepotenza tedesca. L’Italia non deve subire né l’una né l’altra manovra”.

La Merkel ha già manifestato qualche timore: “Non credo che ci sarà un problema drammatico al G7 nella posizione europea, anche se per la prima volta c’è Conte”.

Il neo presidente del Consiglio avrà incontri bilaterali con Merkel, Trump, Macron, May e Trudeau. Sembrerebbe determinato a farsi portavoce degli interessi dei cittadini italiani avendo già affermato: “La prima posizione dell’Italia sarà farsi conoscere, la seconda farsi rispettare”.

Le aspettative sono altissime. Ieri, anche il vicepremier Luigi Di Maio ha sostenuto che l’appartenenza all’Alleanza Atlantica non elimini il dialogo con la Russia con la proposta di revisione del sistema delle sanzioni. Di Maio ha chiarito: “Non sarà un governo supino alle volontà degli altri governi. L’Italia storicamente ha avuto la funzione nell’ambito della Nato di essere un Paese che dialogava con i Paesi dell’Est come la Russia”.

Lunedì prossimo il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg sarà a Roma per incontrare Conte, ma certamente il G7 sarà un primo importante test.

Conte in Quebec avrà anche un primo colloquio con il presidente della Commissione UE, Jean Claude Juncker. Con i colleghi europei avrà modo di aprire la discussione in vista del Consiglio di fine giugno sul futuro dell’Ue per trattare temi cruciali come l’immigrazione e l’unione bancaria e monetaria.

Matteo Salvini ha già avvisato: “A me piacerebbe che gli organismi internazionali di cui facciamo parte e a cui contribuiamo economicamente, essendo organismi di difesa, difendessero la sicurezza italiana ed europea”.

Al G7 a Charlevoix, in agenda, oltre alla questione sui dazi, ci sono anche Iran e clima. Tre dossier dove c’è una notevole distanza tra i leader mondiali e Trump. Infatti, la Casa Bianca sta valutando se il presidente firmerà il documento finale.

Se al summit di Taormina fu faticosamente raggiunto un documento finale a sette, limato fino all’ultimo, dal quale restò fuori solo il clima, a Carlevoix si pensa già che la dichiarazione comune non ci sarà affatto. In proposito la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto: “Ci si sta lavorando, ma ci sono troppi dissensi”. Questa percezione conferma la posizione della Casa Bianca. Il tycoon va in Canada tutt’altro che disposto a ricevere lezioni dagli altri leader.

Il maggior dissenso parte proprio dalla questione sui dazi che, direttamente o indirettamente, colpiscono tutti i leader presenti: Canada (gli Usa stanno anzi valutando ulteriori misure contro il Paese che ospita il summit), Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna. Secondo molti osservatori, minacciano gli stessi progressi compiuti dal G7 con la Cina e le sue pratiche commerciali. Nulla però fa pensare ad un possibile spiraglio dopo il fallimento del summit dei ministri delle Finanze nel quale gli Usa non sono arretrati di un millimetro sulle tariffe imposte a Europa e Canada su acciaio (del 25%) e alluminio (del 10%) dal primo giugno. La risposta dell’Ue, che va a colpire il cuore del dei prodotti a stelle e strisce, dai jeans Levi’s alle moto Harley Davidson, partirà da luglio. Il G7 potrebbe rappresentare l’ultimo momento utile per trovare un compromesso. Ma Trump si presenta a Charlevoix con la minaccia più temuta: la possibilità di estendere i dazi alle auto importate da Europa e sud-est asiatico. Una misura, hanno avvertito Tokio e Bruxelles, che porterebbe gravi turbolenze sul mercato globale e determinerebbe la fine del Wto.

Lontanissimi i leader degli altri Paesi e sempre Trump anche sull’uscita degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano. La risposta europea non è stata solo politica. Bruxelles ha subito messo in sicurezza le aziende europee, applicando lo ‘statuto di blocco’, la norma volta a neutralizzare gli effetti extra-territoriali delle sanzioni Usa e aggiornando il mandato sul prestito esterno della Banca europea per gli investimenti (Bei), rendendo l’Iran un Paese candidabile alle attività di investimento. L’inquilino della Casa Bianca rimane però irremovibile anche su questa decisione, che in un giorno ha demolito uno dei capisaldi di Obama. L’altro era l’accordo di Parigi sul clima, rimasto fuori dal comunicato congiunto di Taormina e che di certo non rientrerà in quello (se ci sara’) di Clarlevoix.

Crescita, lavoro e parità di genere saranno forse gli unici temi sui quali non ci saranno eccessive spaccature. Anche all’interno dei Paesi europei le distanze non sono poche. A cominciare dall’immigrazione, con la spaccatura totale sulla riforma del regolamento di Dublino. Proseguendo con il rapporto nei confronti della Russia. Temi fuori dall’agenda del G7 ma che entreranno certamente nei bilaterali che Conte avrà con la Merkel e con il presidente della Commissione europea Jucker, soprattutto dopo le turbolenze degli ultimi giorni per l’apertura dell’Italia al Cremlino.

A sorpresa è arrivata l’apertura di Donald Trump alla Russia. Prima della partenza per il vertice del G7 in Canada, Donald Trump ha detto: “Alla Russia dovrebbe essere permesso di tornare nel G8”.

Immediato è stato il commento del premier italiano Giuseppe Conte: “Sono d’accordo con il presidente Trump: la Russia dovrebbe rientrare nel G8. E’ nell’interesse di tutti”.

Dmitri Peskov, il portavoce di Putin ha commentato dalla Cina: “La Russia si concentra su altri formati”.

Oltre al G8 di oggi e domani, i prossimi appuntamenti importanti saranno il Consiglio Europeo il 27 e 28 giugno ed il summit Nato l’11 ed il 12 luglio.

Lo scenario mondiale, dopo le dichiarazioni del Presidente Trump a sostegno delle aperture anticipate dal premier Conte si presenta con nuovi ed interessanti sviluppi da seguire attentamente. Ma anche lo scenario politico italiano assume una colorazione diversa.

Salvatore Rondello

Conte, i 5 Stelle e le sanzioni alla Russia

puntinIl presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il suo discorso al Parlamento per il voto di fiducia, ha detto che le sanzioni alla Russia dovranno essere tolte. Immediata la reazione della Nato e degli Stati Uniti che hanno inviato al presidente Conte il seguente messaggio: “Va bene dialogare con Mosca, ma le sanzioni sono importanti e devono restare fino a quando la Russia non cambierà atteggiamento”. Il chiaro messaggio per il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte è stato espresso dalle parole del segretario generale della Nato  Jens Stoltenberg  e dell’ambasciatrice Usa Kay Bailey Hutchinson. In attesa di avere maggiori indicazioni su questo e su altri  dossier, gli alleati inviano chiari segnali all’Italia. L’apprensione di Bruxelles e Washington è palpabile in attesa di ricevere dal nuovo governo italiano maggiori indicazioni su questo e su gli altri dossier riguardanti le missioni internazionali.

Stoltenberg ha detto: “Non vedo l’ora di lavorare con lui, e lo incontrerò presto. L’Italia è un alleato impegnato e di alto valore, contribuisce alla nostra sicurezza comune e alla difesa collettiva in molti modi differenti”. Il segretario generale della Nato ha anche espresso approvazione per le parole che il premier ha rivolto all’Alleanza nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento. Eppure, sembra preoccupare l’eventuale  scivolamento dell’Italia verso Mosca, un timore giustificato soprattutto dalle tradizionali inclinazioni di Lega e Movimento 5 Stelle più che dalle parole di Conte.

Anche perché, sia Salvini che Di Maio, alla vigilia delle elezioni, si sono recati in Russia. In effetti, secondo alcune fonti vicine al Movimento pentastellato, nel passaggio sulla Russia il  premier  ha parlato di “revisione” del sistema delle sanzioni, collocando tra l’altro tale impegno nell’ambito della “convinta appartenenza” all’Alleanza Atlantica. Una revisione dunque, e non un “ritiro” come previsto dal Contratto di governo (tanto meno un “ritiro immediato” come scritto nelle bozze preliminari). Un cambio di vocabolario evidente, probabile risultato dell’apprensione che più volte è emersa da tanti alleati. Eppure, l’esame storico delle posizioni di Lega e 5 Stelle sull’argomento non aiuta di certo il capo dell’esecutivo a dissipare ogni dubbio.  Il New York Times, oggi, citando Conte, ha parlato di un “lifting” delle sanzioni, indicando che forse il messaggio non è stato poi ricevuto con tanta chiarezza oltre oceano. Lo testimoniano anche le parole dall’ambasciatrice Usa presso la Nato  Kay Bailey Hutchinson : “L’Italia è uno dei nostri più forti alleati, ma sulla Russia crediamo che le sanzioni vadano mantenute fino a quando Mosca non cambierà il suo comportamento”.

Stoltenberg ha rimarcato: “Sulla Russia è importante sottolineare che la Nato ha un approccio duale: forte difesa e deterrenza, combinate con il dialogo politico”. Si tratta del tradizionale ‘dual track’ che l’Alleanza ha adottato da tempo nei confronti di Mosca. Recentemente è stato ribadito anche dall’Assemblea parlamentare della Nato. Lo stesso presidente dell’Ap, Paolo Alli,  ha spiegato  come la posizione italiana, per una eventuale rimozione delle sanzioni, restasse sostanzialmente isolata. Senza considerare poi che il regime sanzionatorio è stato definito in ambito europeo, e dunque può essere modificato o allentato solo in questo contesto (come  ha ricordato  il presidente dello Iai  Ferdinando Nelli Feroci). Stoltenberg non ha potuto fare altro che ribadire la seguente posizione: “Non possiamo isolare la Russia, che è un nostro vicino; quindi accolgo favorevolmente il forte sostegno dell’Italia al dialogo che noi abbiano con Mosca, ma le sanzioni economiche, e la Russia dovrà cambiare il proprio comportamento prima che siano eliminate”. La Hutchinson ha aggiunto: “Un eventuale ritiro invierebbe un pessimo segnale a Mosca”.

L’impressione è che il tema sia ancora piuttosto caldo e che gli alleati chiederanno maggiori chiarimenti a Conte sulle intenzioni italiane nel corso del prossimo summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles a luglio. Oltre a questo, sembra preoccupare anche l’incertezza sulla postura militare internazionale. Il Contratto di governo parla di una “rivalutazione” delle missioni dei militari all’estero sotto il profilo della rilevanza per gli interessi nazionali. Anche in questo caso però, nonostante ciò possa essere considerato in continuità con quanto in parte predisposto dal precedente governo (con un focus maggiore su nord Africa e l’annunciato alleggerimento dei contingenti in Afghanistan e Iraq), l’andamento storico delle posizioni dei due partiti di maggioranza lascia spazio ai timori degli alleati euro-atlantici per un eventuale ritiro. Basti pensare al mantra pentastellato del “Via dall’Afghanistan” o alla ferma opposizione alla missione in Niger con “perché andiamo a presidiare il deserto” (anche se il Niger non è un paese del deserto africano). Lunedì scorso, il corrispondente de  La Stampa  negli States,  Paolo Mastrolilli, ha raccontato le preoccupazioni di Washington per l’impegno italiano in Afghanistan. In caso di ritiro, sarebbe a rischio l’intera collaborazione con gli Stati Uniti. Subito dopo l’insediamento, il governo Conte è stato già chiamato a un’ardua prova di politica internazionale.

La revisione del sistema delle sanzioni alla Russia annunciato durante il suo discorso al Senato dal  premier Giuseppe Conte  non è stato gradito dalla  Nato, dagli Usa e dalla Germania.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha esattamente detto: “Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato. Ma attenzione, saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni,  a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”.

Il discorso potrebbe farci ricordare l’atteggiamento di ‘Arlecchino servitore di due padroni”. C’è quindi anche la posizione di Berlino manifestata da Angela Merkel in vista del G7 in Canada che inizierà domani: “L’annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l’esclusione della Russia dal G8”.

La sterzata, se non altro nei toni, alla politica estera italiana, non è stata ancora commentata dalla Ue. La posizione ufficiale dell’Unione europea, aveva ricordato ieri una portavoce dell’Alto rappresentante Federica Mogherini interpellata in generale sulle relazioni Ue-Russia, resta quella concordata a 28. La portavoce ha ricordato: “Abbiamo i cinque principi guida per le politiche Ue nei confronti della Russia  che sono stati concordati nel 2016 e poi ribaditi ad aprile 2018 da tutti i 28 stati membri a livello del Consiglio affari esteri. I cinque principi includono la piena attuazione degli accordi di Minsk, legami più stretti con gli ex Paesi sovietici vicini della Russia, il rafforzamento della resilienza Ue alle minacce russe, un impegno selettivo con la Russia su alcuni temi come l’antiterrorismo, e il sostegno per i contatti interpersonali con la popolazione russa”.

Il discorso di Conte è stato pronunciato proprio mentre da Vienna il presidente russo Vladimir Putin tornava a ripetere che le sanzioni non convengono a nessuno: “Tutti sono interessati a rimuoverle”. Il lavoro diplomatico aperturista dell’Italia nei confronti della Russia a Bruxelles in realtà non si è mai fermato. E resta una caratteristica dei governi italiani dell’ultimo ventennio, da Pratica di Mare in poi, con picchi di affinità durante i governi Berlusconi, che ha caratterizzato però negli anni anche i governi di centrosinistra. Lo stesso ex premier Paolo Gentiloni ha più volte sottolineato, anche nell’ultima fase,  il “doppio binario” seguito dall’Italia di “fermezza” davanti alle violazioni, tenendo però “sempre aperta la porta del dialogo“. Un lavoro, quello italiano, mai uscito però dal perimetro tracciato insieme agli altri Stati membri a Bruxelles, che dall’invasione della Crimea si sono sempre mossi all’unisono.

La prima occasione per affrontare la questione, per il presidente del Conte, si presenterà domani in Canada, all’interno di un G7 che ha espulso la  Russia dal 2014, quando ha invaso la Crimea. E dove lo aspetta il suo primo bilaterale, che sarà proprio con la donna più potente d’Europa, la cancelliera tedesca  Angela Merkel. A Charlevoix, Conte troverà anche il presidente Usa, la cui amministrazione ha accolto con favore le parole del premier italiano sulla riaffermazione dell’Alleanza Atlantica “con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”. E che sta da tempo lavorando all’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin. Apertura a Mosca e revisione delle sanzioni, dunque, come ha detto Conte, “a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”, ma senza perdere di vista gli interessi degli italiani. Lo stop delle sanzioni alla Russia vale infatti, secondo la Coldiretti, 3 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy  all’anno andate perse dopo l’embargo deciso da Putin come ritorsione alle misure attivate dall’Occidente.

Il presidente russo di ritorno dalla sua visita in Austria, prima di partire per la Cina, intanto, fa sapere di essere convinto che prevarrà il buon senso  e ci sarà un graduale sollevamento di tutte le sanzioni contro la Russia, provvedimenti dannosi per lo sviluppo dell’economia globale, e una normalizzazione delle relazioni di Mosca con tutti i paesi partner, inclusi gli Stati Uniti, oltre che con i Paesi che, in solidarietà agli Usa hanno imposto sanzioni contro la Russia. Per Putin: “Sanzioni e misure restrittive non ci sorprendono e neanche ci spaventano, non ci faranno mai abbandonare il nostro percorso di sviluppo indipendente e sovrano. La Russia può solo essere un paese sovrano, altrimenti non ci sarà una Russia e i russi hanno scelto la prima opzione”.

Certamente sia Stoltenberg, la diplomatica americana Hutchinson e la leader tedesca si dichiarano favorevoli al dialogo con Vladimir Putin e tutti sottolineano l’importanza dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Ma la sostanza non cambia: l’uscita di Giuseppe Conte non ha trovato sponde nel blocco portante della comunità occidentale. Anche se i rapporti tra Stati Uniti e Ue sono molto tesi principalmente per i dazi commerciali, Iran e clima, sulla Russia, però, c’è un’intesa largamente condivisa. Vero, Donald Trump, continua a mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti di Putin e i consiglieri della Casa Bianca stanno lavorando con il Cremlino per combinare un vertice tra i due leader. Nonostante ciò, le relazioni tra i due Paesi sono al minimo storico dalla fine della Guerra Fredda. A Washington tutte le agenzie dei servizi segreti, il Congresso al completo, democratici e repubblicani, i ministeri principali considerano la Russia una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati europei. Il Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già colpito con due round di sanzioni società, funzionari e oligarchi vicini a Putin. Il Segretario alla Difesa, James Mattis, che oggi parteciperà alla riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, su questo punto non ammette deroghe.

Il nuovo governo italiano è stato accolto da un’apertura di credito nella capitale americana. Il Segretario di Stato Mike Pompeo sostiene che si può lavorare per rafforzare l’alleanza con Roma. Ad alcuni importanti organi di stampa, però, risulterebbe che all’interno dell’amministrazione Trump, ci sia anche chi voglia prima vedere alla prova la coalizione giallo-verde. Due sarebbero i dossier chiave: la Russia e l’Iran. Non tutti sono così ottimisti come Pompeo. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, per esempio, diffida delle posizioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, considerato troppo filo russo. E Ross, amico personale di Trump prima ancora che ministro del Commercio, è una figura importante: nella gerarchia ‘Americana’ occupa il terzo o quarto posto, dopo Pompeo, Mattis, e più o meno sullo stesso livello di Mnuchin. L’impressione è che Trump e gli Stati Uniti vogliano condurre in prima persona il dialogo con Putin, mantenendo alta e, anzi, se possibile accentuando la pressione economica su Mosca. Negli ultimi mesi la Casa Bianca si è trovata in perfetta sintonia con la premier britannica Theresa May. Vorrebbe qualcosa di più dalla Germania (pesa la polemica sul gasdotto Nord Stream che collega il Paese direttamente alla Russia) e dalla Francia. Ora anche l’Italia rischia di trovarsi allo scoperto sulla linea di tiro degli americani, senza aver trovato nessun Paese disposto a dare una copertura.

Salvatore Rondello

GB, elezioni amministrative test per il governo

theresa-may

Il voto per eleggere 4.400 consiglieri in 150 circoscrizioni è il primo test per il Governo di Theresa May dalle disastrose elezioni dell’anno scorso che avevano fatto perdere al partito conservatore la maggioranza in Parlamento. È anche l’ultima chance per i cittadini europei residenti in Gran Bretagna, che possono votare alle amministrative ma non alle politiche, di esprimere la loro opinione su Brexit. Dato che il 40% dei seggi in ballo sono a Londra, dove vivono oltre 1,1 milioni di cittadini Ue, si prevedono sconfitte per il partito conservatore.

Le elezioni amministrative, che di solito si combattono su questioni locali come la gestione dei rifiuti o la manutenzione delle strade, quest’anno sono dominate da Brexit e dall’immigrazione.

I due quartieri chiave per la May sono Westminster e Wandsworth, tradizionali roccaforti conservatrici, ma i cui residenti sono in maggioranza anti-Brexit e quindi potrebbero votare Labour per protesta contro il Governo. La perdita di uno o entrambi di questi quartieri sarebbe un grave colpo per la premier e avrebbe un grande valore simbolico per l’opposizione.

In altre circoscrizioni della capitale invece potrebbe avere successo il partito liberaldemocratico perché è l’unico ad avere una chiara posizione anti-Brexit. Il partito ha usato i social media inviando messaggi in 17 lingue ai cittadini Ue.

Nel nord dell’Inghilterra invece la politica pro-Brexit del Governo potrebbe far guadagnare voti ai conservatori a scapito dei laburisti e quindi rafforzare la May. Le zone che avevano votato per lasciare la Ue non hanno cambiato idea, afferma Tony Travers, professore alla London School of Economics: “Il voto è anche un test per il leader laburista Jeremy Corbyn, se il suo tocco magico funziona in tutto il Paese e non solo a Londra.”

Le previsioni sono unanimi su Ukip, che ha perso consensi dopo il referendum sulla Ue e che si avvia verso l’annientamento, con la perdita di tutti i consiglieri o quasi.

Il Caso Skripal dà ragione a Corbyn e alla Russia

case-skripalÈ stato uno dei casi più controversi degli ultimi anni e rischiava di rimettere in moto il vento di guerra fredda. Ma nell’avvelenamento dell’ex spia russa Sergey Skripal e della figlia Yulia con un gas nervino nel Regno unito non ci sono prove certe che incolpino Putin e la Russia. Mosca, accusata da Londra di essere responsabile di questo avvelenamento che ha scatenato una delle più gravi crisi diplomatiche tra Mosca e gli occidentali dalla Guerra Fredda, ha denunciato di fronte al Consiglio di Sicurezza dell’Onu “una campagna ordinata, preparata in anticipo” contro di lei.
Ma il caso rischia di far franare il già vacillante Governo diretto dal Ministro Theresa May.
“Boris Jonson ha molte domande a cui dovrà rispondere”, ha detto Jeremy Corbyn, dell’opposizione laburista, che da settimane era sotto un inverosimile uragano di attacchi e insulti da parte dei media britannici (da “traditore” ad “antisemita”) per essersi rifiutato di unirsi al coro di condanne senza prove. Il Ministro degli Esteri britannico è stato artefice di una sonora gaffe quando senza alcuna prova ha scatenato una crisi diplomatica di alto livello, non solo accusando la Russia dell’avvelenamento degli Skripal, ma affermando che “analisi condotte al laboratorio di Scienza e Tecnologia Bellica di Porton Down da esperti di livello mondiale hanno appurato che si tratta dell’agente nervino militare Novichok prodotto in Russia”. Tuttavia le smentite non si sono fatte attendere, la verità seppur tardiva, viene sempre a galla e una settimana fa il responsabile del laboratorio militare britannico di Porton Down ha detto che non è stato possibile risalire all’”origine precisa” dell’agente chimico mortale.
Secondo Gary Aitkenhead, il capo del laboratorio militare, si tratta di un gas militare che probabilmente può essere prodotto e utilizzato solo da uno Stato, ma non è possibile provare che arrivi dalla Russia. Downing Street nell’imbarazzo generale è stata costretta a limitare i danni affermando che i test di Porton Down sono “solo una parte del quadro di intelligence” e che “non c’è altra spiegazione plausibile” che una responsabilità russa.

Le incerte conseguenze sul “divorzio” della Gran Bretagna dalla Ue

brexitDopo il referendum del 23 giugno del 2016 e la formale notifica da parte della Gran Bretagna dell’intenzione di abbandonare l’Unione Europea (UE), stanno concretizzandosi gli accordi volti a definire le modalità del recesso, nonché le basi giuridiche che dovranno regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e UE.

Di recente, nel dicembre del 2017, il Consiglio europeo, ha esaminato gli ultimi sviluppi dei negoziati sulla Brexit, valutando positivamente i progressi compiuti dai negoziati. Su tale base si è deciso di approvare le direttive per passare alla seconda fase dei negoziati, in cui saranno avviate le trattative anche riguardo al periodo di transizione e alle future relazioni.

Secondo l’accordo raggiunto, il costo del “divorzio” dovrebbe ammontare, per la Gran Bretagna, a circa 50 miliardi di euro; a parere di molti osservatori, si tratterebbe di un passo in avanti per il debole governo britannico, anche se esso dovrà affrontare l’opposizione, all’interno del Regno Unito, di chi lamenterà il pagamento della somma convenuta; ad opporsi saranno soprattutto i laburisti, per via del possibile impatto negativo della Brexit su diversi comparti produttivi dell’economia. Restano in ogni caso ancora da dirimere le altre due questioni preliminari (i diritti dei cittadini UE residenti nel Regno e i confini fra l’Eire e l’Irlanda del Nord) prima di poter passare alla seconda fase del negoziato sulla Brexit, quello riguardante, tra l’altro, le future relazioni commerciali.

L’abbandono di una “hard Brexit” (come si sosteneva dovesse avvenire il distacco della Gran Bretagna dall’UE all’indomani del referendum) in pro di una più plausibile “soft Brexit”, a parere di Stefano Civitarese Matteucci, docente di Diritto amministrativi pressi l’Università di Chieti-Pescara, in “Brexit: la fine dell’Europa o la fine del Regno Unito?” (Istituzioni del federalismo, numero speciale/2016), è dovuto al fatto che le elezioni politiche dell’8 giugno del 2016 hanno notevolmente indebolito il Governo di Theresa May; ciò ha consentito ai laburisti di sostenere la necessità che i negoziati siano improntati ad una strategia flessibile, con una fase transitoria sufficientemente lunga, per pervenire, dopo la fine dei negoziati, a stabilire convenienti relazioni economiche col mercato interno dell’UE e regolare convenientemente i diritti dei cittadini dei Paesi europei residenti da tempo in Gran Bretagna.

Questa preoccupazione è stata fatta propria da Theresa May, come dimostra il fatto che, nel suo discorso di Firenze del 22 settembre del 2017, rivolgendosi ai Paesi europei ha annunciato d’essere favorevole ad accettare, a negoziati conclusi, un periodo transitorio di circa due anni e ad osservare le regole comunitarie per consentire a cittadini e imprese extrabritannici di “entrare gradatamente e senza traumi nel nuovo regime”. In ogni caso, nell’incertezza di quello che sarà il nuovo regime, i maggiori interrogativi, in assenza di una chiara strategia per condurre la Gran Bretagna fuori dall’UE, riguardano, a parere di Matteucci, da un lato, la condotta dei negoziati con le istituzioni europee, e dall’altro lato, le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo sull’ordinamento interno al Regno Unito, dopo 45 anni di appartenenza all’Unione.

Riguardo ai negoziati, la posizione dell’UE è stata indicata dalle linee guida fissate dal Consiglio europeo del 29 aprile del 2017; il processo di negoziazione deve svolgersi in due fasi distinte: la prima, per definire le modalità con cui deve avvenire il recesso; la seconda, per stabilire come regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e la UE; ciò perché, il Consiglio ha ritenuto che l’accordo sui rapporti futuri possa essere definito “solo quando il Regno Unito sarà diventato un Paese terzo”. La posizione del Regno Unito su questo problema risultava all’origine alquanto diversa, nel senso che recesso e rapporti futuri avrebbero dovuto essere disciplinati congiuntamente, in quanto considerati strettamente interconnessi, in relazione soprattutto alle questioni concernenti il debito del Regno Unito verso la UE, i diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e la soluzione del problema dei rapporti tra le due Irlande. Si tratta di problemi complessi per la Gran Bretagna, riguardo ai quali si registrano posizioni diverse, non solo all’interno del partito conservatore, ma anche tra quest’ultimo e il partito laburista.

La questione del debito deve essere risolta tenendo conto del fatto che la programmazione finanziaria dell’Unione è basata su un bilancio settennale e che quello in corso è relativo al periodo che va dal 2014 al 2020; rispetto ad ogni bilancio settennale, sono stabiliti i programmi europei, in armonia con i versamenti dei contributi degli Stati nell’arco del settennio. Il recesso del Regno Unito, perciò, è destinato a creare uno scompenso nell’equilibrio raggiunto nei rapporti tra tutti gli altri Stati membri; al fine di evitare tale scompenso, il Regno Unito dovrà onorare la sua posizione debitoria verso l’UE sino al 2020 e, inoltre, farsi carico – afferma Matteucci – dei costi relativi all’attuazione di programmi “il cui orizzonte temporale travalichi il 2020”. Di fronte alla previsione che il debito potesse ammontare a 100 miliardi di euro, secondo l’accordo raggiunto nel dicembre scorso, la Gran Bretagna dovrebbe saldarlo versando all’Europa la metà della somma prevista.

Riguardo ai diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna, dalla posizione iniziale del Regno che sembrava prospettare la perdita della cittadinanza europea da parte dei residenti non britannici, si è passati ad una posizione conciliante, come risulta dal discorso che la premier britannica ha tenuto a Firenze nel settembre dello scorso anno. Sul punto, Theresa May ha dichiarato di voler adottare nell’accordo di recesso una clausola sulla protezione giuridica per i cittadini dei Paesi dell’Unione residenti in Gran Bretagna, affermando, tra l’altro, di voler inserire la clausola sulla protezione nell’ordinamento britannico, in modo da assicurare che i giudici, in caso di eventuali controversie, possano fare riferimento diretto alla clausola di salvaguardia dei diritti dei cittadini residenti non britannici. Tale atteggiamento viene valutato positivamente dai negoziatori dell’UE, considerando, come sottolinea Matteucci, che, insieme al controllo dell’immigrazione, il più ricorrente bersaglio dei sostenitori della Brexit era la “soggezione alle corti europee quale principale vulnus alla sovranità nazionale”.

Riguardo ai rapporti tra le due Irlande, sarebbero stati fatti notevoli progressi; secondo i giornali inglesi, il governo britannico dovrebbe devolvere all’Irlanda del Nord poteri sufficienti al fine di favorire un’armonizzazione doganale per i prodotti agricoli ed energetici. Circa la devoluzione dei poteri di armonizzazione, il governo britannico si troverà a doversi scontrare con il partito irlandese di destra, il Democratic Unionist Party, che si oppone a qualsiasi differenziazione dello status esistente tra Ulster ed Eire, temendo che l’omogeneizzazione possa essere il presupposto della riunificazione dell’Isola irlandese; non casualmente, il leader unionista Arlene Foster non manca di ribadire che non possono esservi accordi tali da compromettere l’integrità del mercato unico del Regno Unito.

Per quanto riguarda le difficoltà che il problema dei rapporti tra Ulster ed Eire continuerà a presentare per il governo inglese, nel discorso di Firenze della premier May non sono state formulate indicazioni come rimuoverle; sul punto, Matteucci, riportando il parere di Peter Leyland, docente di Public law presso l’Università di Londra, afferma che il processo di devoluzione all’Irlanda del Nord dei poteri per l’armonizzazione doganale, dovendosi articolare in accordi sopranazionali che coinvolgeranno “la Repubblica d’Irlanda a loro volta fondati sulla comune qualità di Stati membri UE di ques’ultima e del regno Unito”, presenta l’insidia di destabilizzare gli accordi di pace del Venerdì santo e il “North Ireland Act” del 1998; un vero ostacolo per la Gran Bretagna nella prosecuzione dei negoziati, posto che l’UE, conscia della criticità dell’argomento, resta ferma nell’attesa di una proposta concreta per risolvere il problema da parte del Regno Unito.

Circa le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo del recesso sull’ordinamento interno al Regno Unito, Matteucci, sempre sulla scorta del parere di Leylend, sottolinea la “complessità del processo occorrente per ‘districare’ l’ordinamento britannico da quello europeo”, a causa dell’esistenza in quest’ultimo sia “relazioni complesse tra livelli di governo tanto infra – quanto sovra-statuali sia relazioni orizzontali tra settore pubblico e settore privato”. La conseguenza della complessità del problema vale ad evidenziare che “rimpatriare” il potere normativo, al fine di poter intervenire in via unilaterale su tale sistema, è operazione destinata a rivelarsi “molto delicata e probabilmente velleitaria”.

L’idea originaria di disciplinare il recesso sulla base di un disegno di legge, denominato dai sostenitori della Brexit “disegno della grande abrogazione” (great repeal bill), oggi è riproposta con la denominazione meno aggressiva di “disegno di legge sul recesso” (withdrawal bill), con l’intento di associare “alla abrogazione della legge del 1972 di adesione alla Comunità Europea, una clausola di incorporazione di tutta la normativa UE nell’ordinamento giuridico del Regno Unito”. Si tratterebbe – afferma Matteucci – di “una sorta di ‘naturalizzazione’ del diritto europeo nel ‘libro delle leggi’ britannico”, con la precisazione che la “legislazione post-Brexit avrà forza abrogativa […] su quella dell’UE incorporata, ma che in caso di conflitto tra una norma UE incorporata e una pre-Brexit puramente domestica la prima continuerà a dover essere applicata”.

Tra le norme che dovrebbero essere incorporate nell’ordinamento del Regno Unito vi sono anche quelle create dalla Corte di Giustizia Europea, che siano state adottare prima dell’”exit day”; il problema che insorgerà, a questo riguardo, sarà quello del ruolo dei giudici britannici, sia circa l’interpretazione del diritto europeo, sia per quanto concerne il loro rapporto con la Corte di Giustizia. Se si considera che la giurisdizione della Corte ha a che fare con la tutela dei cittadini dei Paesi europei residenti in Gran Bretagna, è facile capite come l’incorporazione delle decisioni della Corte nell’ordinamento del Regno Unito sia destinata ad originare un ulteriore ostacolo per il governo inglese nella prosecuzione dei negoziati con l’UE.

Matteucci conclude la sua analisi delle problematiche insite nel processo di recesso della Gran Bretagna dell’Unione europea, giudicandole, secondo una prospettiva più ampia, di difficile soluzione, al punto da configurarle come l’origine della “fine del processo di integrazione europea”; ciò perché le difficoltà opposte dalla soluzione di tali problematiche può essere vista come crisi giuridico-costituzionale dell’equilibrio tra le ragioni dell’Unione e il riconoscimento del ruolo delle entità nazionali, compreso il sistema della autonomie locali, quale viene sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Qust’ultimo Trattato è, accanto a quello costitutivo dell’Unione Europea (TUE), uno dei Trattati fondamentali dell’Unione. Assieme costituiscono le basi fondamentali del diritto nel sistema politico dell’UE; per questo motivo, essi vengono anche indicati come “diritto costituzionale europeo”. Il TFUE svolge quindi una funzione di completamento e rappresenta la concretizzazione dei principi espressi nel TUE. Il tentativo di fusione del TUE con il TFUE, che in un primo momento era stato pianificato in modo da dare all’UE una costituzione, è fallito nel 2005, con gli esiti negativi dei referenda della Francia e dei Paesi Bassi. Le difficoltà con le quali si scontreranno i negoziatori per il recesso del Regno Unito dall’UE sono certamente il sintomo dell’incapacità dell’Unione di darsi una Costituzione, in mancanza della quale diventa plausibile ipotizzare, secondo Matteucci, la possibile fine del processo di integrazione politica dell’Europa.

Tuttavia, lo shock causato dal referendum che ha condotto il Regni Unito a recedere dall’Europa sembra aver dato una scossa ai principali Stati membri, motivandoli a cercare il modo in cui uscire dall’empasse nel quale da tempo si è incagliato il processo di unificazione politica; non solo, lo shock sembra aver fornito, all’interno dei principali Stati membri (ieri in Francia, oggi in Germania e domani, è auspicabile, anche in Italia), le ragioni per indurre le forze politiche europeiste a trovare gli accordi utili ad evitare il pericolo, reale, che le coiddette forze sovraniste, xenofobe ed antieuropee, possano riscuotere il necessario consenso elettorale per accedere al governo, complicando la situazione politica all’interno di quei Paesi che, come l’Italia, non si sono ancora ripresi del tutto dagli esiti della Grande recessione.

Gianfranco Sabattini