TERREMOTO BREXIT

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Il governo britannico è nel caos. Dopo il sì del consiglio dei ministri di ieri alla bozza di accordo sulla Brexit raggiunta da May con le autorità europee, stamattina sono arrivate le dimissioni di quattro membri dell’esecutivo euroscettici che ora mettono a serio rischio il futuro politico di Theresa May.

La perdita più importante è l’addio del ministro della Brexit Dominic Raab, che era il caponegoziatore del Regno Unito nelle trattative con l’Unione Europea. Un addio clamoroso, perché Raab non era dato negli ultimi giorni come tra i più ribelli dell’esecutivo. Invece no, ha mollato con una lettera formale ma pesantissima su Twitter: “Non posso sostenere l’accordo con l’Ue”, ha scritto lui stesso che ha negoziato quell’accordo, “la soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”. A seguire Raab poco dopo anche la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman.

Insomma il governo May, dopo l’accordo sulla Brexit, perde pezzi.  Il capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, ha detto: “Sulla Brexit è un momento molto importante. L’accordo concordato è giusto ed equilibrato, assicura le frontiere dell’Irlanda e getta le basi per un’ambiziosa relazione futura. Ma abbiamo ancora una lunga strada davanti”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato: “Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre”.

Theresa May, dopo cinque ore di riunione con i suoi ministri ha annunciato: “Il Consiglio dei Ministri del governo britannico, convocato per discutere la bozza di accordo con l’Unione Europea sulla Brexit, ha dato il proprio benestare. Il governo britannico ha deciso collettivamente di adottare la bozza d’accordo sulla Brexit definita a Bruxelles.  Non è stata una decisione leggera, ma il migliore possibile nell’interesse nazionale”. Secondo Therea May, la bozza consentirà a Londra di recuperare il controllo sull’uscita, mentre l’alternativa sarebbe stata quella di tornare al punto di partenza e rischiare di non attuare il mandato referendario.

Ma, a poche ore dal via libera all’intesa, sono arrivate le dimissioni in serie dal governo. Si sono dimessi il ministro per la Brexit Raab, la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman, la ministra del lavoro Esther McVey, brexiteer convinta, e il sottosegretario  britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

La sterlina è in caduta libera. Dopo il sofferto via libera a un accordo sulla Brexit con l’Ue da parte del governo della Gran Bretagna, la divisa britannica è scesa a 1,2866 dollari a metà mattina, mentre ieri a tarda serata si attestava sopra 1,30.

La premier May comunque ha avvertito: “La Brexit ci sarà, un nuovo referendum è escluso”.

Il leader laburista Corbyn ha attaccato: “Intesa flop, non ha consenso nel Paese”. Altre critiche per le promesse violate, sono arrivate dagli unionisti nordirlandesi del Dup.

Theresa May continua a difende l’intesa raggiunta con l’Ue come una scelta fatta nell’interesse nazionale, affermando che essa garantirà l’uscita dall’Ue del Regno Unito nei tempi previsti e che l’unica alternativa sarebbe un no deal o nessuna Brexit ed è decisa ad andare avanti malgrado le dimissioni di alcuni ministri del suo governo. La premier ha fatto notare che il negoziato ha comportato scelte difficili ed esprime rispetto per le decisioni di Dominic Raab e di chi s’è dimesso, ma afferma di non condividerle.

La premier britannica ha espresso le sue motivazioni ai Comuni, ammettendo che la soluzione indicata per garantire un confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord può suscitare perplessità, ma che sarebbe stato irresponsabile rifiutarla. May ha insistito che l’obiettivo è evitare l’entrata in vigore del meccanismo di salvaguardia del backstop, sostenendo tuttavia che non sarebbe stato possibile escluderlo come clausola da alcun tipo di accordo.

Rispondendo al leader liberaldemocratico, Vince Cable, che ai Comuni è tornato a invocare oggi l’opzione di un secondo referendum in alternativa all’accordo proposto da May o a un ‘no deal’, Theresa May May ha detto: “Il governo britannico non intende prepararsi allo scenario di una no Brexit. E’ mio dovere attuare il mandato referendario stabilito dal popolo nel giugno del 2016”. Alternativa che la premier ha nuovamente respinto categoricamente replicando anche alla deputata Tory filo-Ue Anna Soubry.

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit proposta da May come un enorme e dannoso fallimento. Corbyn ha affermato che la bozza lascerebbe la Gran Bretagna in un limbo a tempo indeterminato senza dare certezze sui rapporti futuri definitivi con l’Ue sulla questione irlandese. Il leader laburista ha criticato anche ‘la falsa scelta fra questo cattivo accordo e un no deal che non può essere una opzione reale’. Secondo Corbyn, sull’intesa proposta il governo non ha il consenso del Parlamento, né del popolo del Regno Unito.

Un’altra tegola per il governo di Theresa May sono gli unionisti nordirlandesi del Dup, vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.

Raab, figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e brexiteer convinto, ha affermato di non poter sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May ha affermato di comprendere i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di rispettare il diverso punto di vista espresso che ha spinto la premier e altri colleghi a dare il via libera al testo in buona fede. Personalmente, ha affermato, tuttavia, di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito, né un meccanismo di backstop indefinito. Raab, è il secondo ministro per la Brexit a lasciare il governo dopo David Davis, ma non ha chiesto le dimissioni di May. Il suo forfait rappresenta comunque un duro colpo per il governo e per il contesto negoziale, mentre non si escludono altre possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.

Il D-Day della Brexit è scattato ieri sera da Downing Street, con il faticoso sì strappato da Theresa May ai ministri del suo governo, o alla maggioranza dei presenti, sulla bozza d’intesa definita ieri con Bruxelles dopo due anni di negoziati. Ma lo sbarco è ancora tutto da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà.

Evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario convocato per il 25 novembre ed il successivo iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dall’Ue il 29 marzo 2019.

I contenuti della bozza, si leggono in ben 500 pagine e sono sintetizzati in un libro bianco diffuso ieri sera. Si sapeva già l’essenziale. Sono stati confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini ospiti. Il conto del divorzio britannico ammonta a 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi. Viene illustrato nei dettagli anche la soluzione ‘a tappe’ architettata per assicurare il mantenimento d’un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord, con una permanenza temporanea dell’intero Regno nell’unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles. Si tratterebbe di soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare.

Raab che non ha partecipato all’ultima tornata di negoziati, ha detto: “Nessuna nazione democratica ha mai firmato per essere vincolata da un regime così ampio, imposto esternamente senza nessun democratico controllo sulle leggi applicate, né la possibilità di decidere di uscire dall’accordo”. L’accordo viene considerato anche un punto di partenza per negoziare un’alleanza futura economica. Raab ha anche aggiunto: “Se lo accettiamo, questo pregiudicherà severamente contro di noi una seconda fase di negoziati. Soprattutto io non posso conciliare i termini dell’accordo con le promesse che abbiamo fatto al Paese nel nostro manifesto alle ultime elezioni”.

Iain Duncan Smith, un ex leader dei Tory ed uno dei principali esponenti dei Brexiteer, ha detto che le dimissioni di Raab sul governo hanno un impatto devastante. E che la sua lettera alla May prova che le sue posizioni sono state ignorate.

Anche il 58enne conservatore Vara, esponente dei Tory, ha annunciato oggi le sue dimissioni a causa del suo disaccordo con il progetto di accordo dichiarando: “Con molta tristezza e rammarico ho presentato la mia lettera di dimissioni da ministro dell’Irlanda del Nord al premier. Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio. Ecco perché non posso sostenere questo accordo”.

Dopo le notizie delle dimissioni degli esponenti del governo britannico, Michel Barnier ha dichiarato:  “Sotto l’autorità del presidente Juncker e con il sostegno della Commissione, la scorsa notte abbiamo raggiunto un importante passo nei negoziati sulla Brexit. Rimaniamo decisi a procedere con un divorzio ordinato con il Regno Unito. Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati sulla Brexit con la Gran Bretagna. Considero che questa sera sono stati fatti progressi decisivi per un ritiro ordinato della Gran Bretagna dall’Ue e per gettare le basi per la relazione futura. Sarà possibile estendere il periodo di transizione della Brexit di 21 mesi previsto dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 attraverso un accordo congiunto. Nel caso in cui non saremo pronti per il luglio 2020 a un accordo definitivo sulla frontiera irlandese, allora scatterà il backstop sui cui è ora stata trovata un’intesa tra Ue e Gran Bretagna”.

Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre, alle 9,30. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in una conferenza stampa congiunta col capo negoziatore dell’Unione Michel Barnier.

Tusk ha spiegato: “Nei prossimi giorni proseguiremo come segue. L’accordo ora viene analizzato dagli Stati membri. Alla fine di questa settimana, gli ambasciatori dei 27 si incontreranno per condividere la loro valutazione sull’intesa. Spero non ci siano troppi commenti. Discuteranno anche il mandato alla Commissione per la finalizzazione della dichiarazione politica congiunta sulla relazione futura tra l’Ue ed il Regno Unito. I ministri europei saranno coinvolti in questa procedura. La Commissione intende concordare la dichiarazione sulla relazione futura col Regno Unito entro martedì. Nelle 48 ore successive, gli Stati membri avranno il tempo di valutarla. Questo significa che gli sherpa dei 27 devono concludere il loro lavoro per giovedì. A quel punto, se non succede niente di straordinario, terremo una riunione del Consiglio europeo, per finalizzare e formalizzare l’accordo sulla Brexit. Prendo atto dell’accordo sulla Brexit ma non condivido l’entusiasmo di Theresa May. Ho pensato fin dall’inizio che questa sia una situazione ‘lose-lose’, e che occorresse lavorare per controllare i danni a conseguenza di questo divorzio”.

Nigel Farage, l’europarlamentare euroscettico, ha così commentato l’accordo sulla Brexit definito a Bruxelles:  “Ogni membro del gabinetto che è un autentico Brexiteer deve dimettersi subito o non sarà più attendibile, questo è il peggior accordo della storia”.

Guy Verhofstadt, il leader dei liberali (Alde) al Parlamento europeo, ha così commentato: “Mentre spero che un giorno il Regno Unito tornerà, nel frattempo questo accordo renderà possibile la Brexit, pur mantenendo una stretta relazione tra l’Ue e il Regno Unito, una protezione dei diritti dei cittadini ed evitare un confine irlandese duro”.

La partita della Brexit è ancora aperta ed il popolo inglese potrebbe tornare ad essere nuovamente arbitro delle sue decisioni per i rapporti con l’Unione europea. Nel Regno Unito, per la Brexit, oggi c’è un governo in crisi ed un paese spaccato in due con i Brexiteer in diminuzione e la maggioranza degli inglesi che vorrebbe restare nell’Unione europea contrariamente a quanto è risultato due anni fa.

Salvatore Rondello

Brexit, Spagna e Uk trovano intesa su Gibilterra

Theresa-May e Pedro-SanchezMentre Bruxelles e Londra litigano ancora sulla Brexit, il premier socialista Pedro Sànchez annuncia esiti positivi per un’intesa con Theresa May sullo stretto di Gibilterra, il territorio di oltremare della corona britannica che si trova nel sud della Spagna e che fu ceduto ai britannici nel 1713.
È stato infatti annunciato che il Regno Unito ha raggiunto un accordo con la Spagna su come Gibilterra sarà regolamentata dopo la Brexit, anche se nei fatti si tratta di un accordo per trovare un accordo nei prossimi anni sulla sovranità del piccolo promontorio. Quindi in sostanza il protocollo sarebbe nullo se la Gran Bretagna non riesce a mettersi d’accordo prima con l’Unione europea
Il premier spagnolo ieri dopo il Consiglio Europeo a Bruxelles ha fatto sapere che esiste uno speciale protocollo su Gibilterra che è stato già “chiuso con il governo britannico” e riguarda questioni come la sicurezza e i diritti dei cittadini. Protocollo che però verrà allegato all’eventuale accordo fra Unione Europea e Regno Unito su Brexit. La Spagna non ha rivelato però ulteriori dettagli del protocollo.
Il territorio di Gibilterra infatti lascerà l’UE insieme al Regno Unito nel marzo del prossimo anno.

Brexit, ancora nessun accordo in vista

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Ancora una fumata nera sulla Brexit.. Al Vertice Ue al termine della cena dei capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles, la trattativa tra Unione europea e Regno Unito resta ferma al palo. I 27 annullano il vertice straordinario annunciato per novembre e si preparano allo scenario del ‘non accordo’.

I leader della Ue constatando che non sono stati fatti “sufficienti progressi” nelle trattative con il Regno Unito, hanno deciso di cancellare il Vertice straordinario del 17 e 18 novembre, fanno sapere in serata fonti Ue, ma “sono pronti a convocare un Consiglio europeo, se e quando il negoziatore dirà che sono stati fatti progressi decisivi”. “Per ora l’Ue a 27 non ha intenzione di organizzare un vertice straordinario a novembre”, ha aggiunto la stessa fonte. Durante la discussione a cena, i leader dei 27 hanno ribadito “la loro fiducia” in Michel Barnier come negoziatore e la loro “determinazione a restare uniti”. E hanno chiesto a Barnier di “continuare il suo sforzo per raggiungere un accordo sulla base delle linee guida” già adottate dall’Ue. “Non ci siamo ancora, serve molto più tempo”, aveva detto lo stesso Barnier subito dopo l’intervento di Theresa May all’inizio della cena.

Nel merito delle trattative, mentre il nodo continua a essere legato al cosiddetto ‘backstop’ sulla frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord su cui le parti restano distanti, il primo ministro britannico non avrebbe chiuso la porta alla possibilità di estendere di un anno il periodo di transizione. Secondo fonti di Bruxelles, May sarebbe pronta a accettare di allungare il periodo transitorio durante il quale il Regno Unito applicherà le regole Ue anche dopo la Brexit, oltre il 31 dicembre 2020. Durante il suo discorso questa sera agli altri capi di Stato e di governo dell’Ue, May ha detto che “il Regno Unito è pronto a considerare un’estensione del periodo transitorio”, hanno aggiunto le fonti Ue. La premier britannica – secondo un altra fonte – avrebbe anche chiesto ai leader Ue di aiutarla a trovare un accordo che possa essere approvato dal suo governo e dalla Camera dei Comuni, dove i suoi piani per la Brexit stanno incontrando una crescente resistenza. Un’apertura parzialmente confermata dal presidente del Parlamento europeo, Antonio tajani, secondo cui l’opzione è emersa nel dibattito anche se May sul punto ha avuto un atteggiamento ‘neutrale’.

Francia e Germania continuano a mostrare “fiducia” ma allo stesso tempo si preparano allo scenario ‘no-deal’, eventualità che il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk alla vigilia del vertice ha definito come “mai cosi’ probabile”. E che con il passare delle settimane si sta concretizzando. Anche l’olandese Mark Rutte ha detto di essere “cautamente ottimista”, aggiungendo che “Non ci aspettiamo e non ci auguriamo” un mancato accordo, ma “abbiamo chiesto alla Commissione di lavorare con maggiore vigore su uno scenario di no-deal”. La verità, sintetizza la presidente lituana Dalia Grybauskaite, “che non c’è ancora da parte di May una posizione chiara su cosa voglia la Gran Bretagna, Nel governo May “non c’e’ una posizione chiara o una proposta chiara, ci dicano cosa vogliano.

Brexit, verso accordo. Tre ministri pronti a lasciare May

Theresa-MayContinuano le trattative per il divorzio europeo tra indiscrezioni e supposizioni, ma il tutto a ritmi serrati e abbastanza segreti, almeno fino al Vertice Ue del 17. Nel frattempo Theresa May ha informato il suo gabinetto che si è vicini ad una svolta e la Premier avrebbe convocato i membri di maggior rilievo del suo governo per discutere uno schema di trattato di uscita caratterizzato da un‘unione doganale temporanea.
Tuttavia, secondo indiscrezioni della stampa britannica, almeno tre ministri euroscettici del governo della premier britannica Theresa May sono pronti a dimettersi dopo le voci su un accordo con l’Ue nell’ambito dei negoziati sulla Brexit che includa la cosiddetta clausola di “backstop”. I tre ministri che potrebbero lasciare sono Penny Mordaunt, titolare dello Sviluppo internazionale, Esther McVey, ministro del Lavoro e la leader dei Comuni, Andrea Leadsom. I tre non sono stati invitati alla riunione ristretta di ieri. “Non è quello per cui hanno votato gli elettori”, avrebbero detto i ministri secondo la fonte del Telegraph.
E proprio mentre i colloqui di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea si avvicinano al traguardo, gli investitori si preparano a grandi oscillazioni nella sterlina.

Brexit. Corbyn verso nuovi obiettivi per il Labour

jeremy-corbyn-1Le difficili acque in cui naviga il Governo britannico sulla questione Brexit aprono un nuovo scenario per il Partito dei Labour. La conferenza annuale del partito di Jeremy Corbyn, a Liverpool, ha aperto l’opzione per un referendum bis sulla Brexit, approvando a valanga una mozione, anche se in subordine rispetto alla prospettiva di elezioni politiche anticipate, in caso di un ‘no deal’ o di un accordo con l’Ue firmato dal governo Tory di Theresa May, ma respinto dal parlamento di Westminster. Tuttavia il leader Corbyn non sembra d’accordo con la base e più che puntare su un nuovo voto referendario rimette in moto il partito dei lavoratori, puntando su obiettivi della classe operaia. Dal palco di Liverpool Corbyn indica alcune linee del programma radicale di un suo ipotetico futuro governo, una settimana dopo che John McDonnell, ha esposto una serie di politiche economiche redistributive. Per il leader laburista i britannici “sono pronti per qualcosa di nuovo”, avanti con una “rivoluzione verde” in economia e l’impegno di creare “400.000 posti di lavoro verdi qualificati”, tramite un piano senza precedenti di taglio dell’emissioni di carbonio: -60% nel 2030, zero nel 2050. Ma soprattutto basta con questo Capitalismo deregolamentato e ‘selvaggio’.
Tra le politiche che vuole cambiare, Corbyn menziona un piano per estendere a 30 ore di permesso per l’assistenza dei figli ai genitori di tutti i bambini di due, tre e quattro anni.
Le famiglie con redditi più bassi dovrebbero aver diritto a ulteriori ore sovvenzionate in aggiunta alle 30 ore, che sarebbero gratuite per loro e costerebbero non più di 4 sterline all’ora per quelli con i redditi più alti.

Brexit, Macron fa fare pressioni alla May sull’Ulster

may tridentNon è un buon momento per la Premier Theresa May che si ritrova con un accordo in alto mare per il divorzio europeo. La proposta di Londra, secondo la premier May è l’unica seria e credibile, e prevede allo stato attuale una zona di libero scambio con l’Ue dei beni, ma non delle persone. Bruxelles invece vuole evitare che la contiguità con l’Ulster crei problemi doganali alla repubblica irlandese. La questione è intricata e il divorzio è previsto a fine marzo 2019. Theresa May ha annunciato che sul problema irlandese avanzerà delle nuove proposte, ma che non è possibile una soluzione che crei differenze doganali fra l’Ulster e il resto della Gran Bretagna. Ma nel frattempo si alzano gli scudi europei, “siamo scettici e critici sulle proposte” della Gran Bretagna, ha detto Donald Tusk, serve “chiarezza” e se non arriverà un segnale “concreto” entro il vertice europeo del prossimo ottobre, il summit straordinario del 17 e 18 novembre non verrà neppure convocato
In realtà è stato il presidente francese Emmanuel Macron a convincere i partner europei che era giunto il momento di mettere alle strette Theresa May sulla Brexit, dopo che la premier britannica aveva detto pubblicamente che l’unica opzione possibile è il suo «piano dei Chequers». Con questo piano il Regno Unito vuole restare allineato alle regole del mercato unico nel settore manifatturiero e dei prodotti agricoli (quello dei beni), in modo da evitare il ripristino di controlli alla frontiera in Irlanda del Nord, ma intende uscire dal quadro della regolamentazione europea sul fronte dello scambio di servizi, capitali e persone. Secondo fonti diplomatiche citate da Le Figaro, c’era inizialmente un consenso sulla scelta di non mettere in difficoltà la May in vista del Congresso del suo partito conservatore fra il 30 settembre e il 3 ottobre. Ma Macron si è adoperato per convincere gli altri che era tempo di “fare pressione sul Regno Unito perché facesse delle vere proposte”. “È venuto il momento di essere chiari. Non serve a niente dirci fra noi che le proposte non funzionano e raccontare all’esterno che le cose non vanno così male”, ha detto il presidente francese.
Ma la premier britannica non si lascia certo intimidire. “Siamo nell’impasse” e per Londra “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto May in un discorso alla nazione pronunciato da Downing Street all’indomani del vertice Ue di Salisburgo. Il governo britannico ha sempre trattato l’Ue “con nient’altro se non rispetto” e “il Regno Unito si attende lo stesso” da Bruxelles, ha detto ancora la premier lasciando trasparire la sua irritazione per i toni e l’atteggiamento tenuto dei leader dei 27.

Brexit, si allarga il fronte per un secondo Referendum

theresa-may-an103106230epa05433683Si fatica ancora a trovare un accordo per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione europea. Ieri il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a Salisburgo prima della cena del vertice informale dei capi di Stato e di governo del blocco comunitario, ha fatto sapere che l’accordo per la Brexit è lontano.
Theresa May però si dice “fiduciosa che con buona volontà e determinazione possiamo raggiungere un accordo che sia giusto per entrambe le parti”. La prima ministra inglese, però, ci tiene a precisare il suo rifiuto all’idea di rimettere nelle mani degli elettori la decisione sulla Brexit, tramite un nuovo referendum: “Voglio essere assolutamente chiara, questo governo non accetterà mai un secondo referendum. Ora chiedo alla leadership Labour di escludere un secondo referendum e smettere di tentare di frustrare il processo della Brexit”.
Tuttavia sembra che il fronte per un nuovo Referendum, dopo le dichiarazioni del sindaco di Londra Sadiq Khan e di altri laburisti, si stia allargando anche all’interno dei conservatori. Ma difficilmente qualcuno dei conservatori potrebbe sfidare la premier May, nel frattempo a sinistra un centinaio delegazioni regionali del partito hanno formalmente chiesto che il Labour si schieri a favore di un secondo referendum.

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

DISACCORDO BREXIT

brexit mayDopo anni di avvertimenti e di scenari apocalittici gli accordi per il divorzio Brexit, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, è sul tavolo. Ma come nei mesi trascorsi, ancora nulla di concreto e continui rimandi e proposte al vaglio. Tanto che la Commissione europea sollecita i Paesi Ue ad accelerare i preparativi per far fronte a tutti gli esiti possibili del negoziato sulla Brexit, aggiungendo che l’uscita della Gran Bretagna probabilmente creerà dei disagi.
“Il sollecito scritto agli Stati membri e alle entità private ad accelerare i preparativi fa seguito ad un richiesta del Consiglio europeo del mese scorso di aumentare il grado di prontezza a tutti i livelli e per tutti gli esiti possibili”, si legge in una nota dell’esecutivo Ue.
“Sebbene l’Unione europea stia lavorando giorno e notte per raggiungere un accordo per un ritiro ordinato, l’addio del Regno Unito causerà senza dubbio dei disagi — per esempio nella catena di fornitura delle imprese — che ci sia un accordo o meno”, ha aggiunto la Commissione.
Senza un accordo sulla Brexit, “tecnicamente dal 30 marzo 2019 ci sarà bisogno di un visto per entrare nel Regno Unito, ma questo è qualcosa che si può risolvere in maniera unilaterale mettendo il Paese nella lista di quelli dove si può viaggiare senza visto. È qualcosa che si può fare a livello Ue”. Così fonti Ue nel giorno in cui il negoziatore dell’Unione Michel Barnier incontra per la prima volta il nuovo ministro britannico responsabile del dossier, Dominic Raab. Il nuovo ministro è un giovane euroscettico subentrato al veterano David Davis alla guida del dicastero per la Brexit. Sul piatto ci sono le nuove proposte del governo Tory di Theresa May sancite dal Libro Bianco (White Paper) di fresca pubblicazione. La nuova linea della May di una Brexit di tipo soft ha suscitato le dimissioni polemiche di Davis e di Boris Johnson. Proprio quest’ultimo adesso si dice pronto a contrastare e a sfidare il Primo Ministro May.
“Non è troppo tardi per salvare la Brexit – ha detto il fuoriuscito Johnson -. Abbiamo tempo in questi negoziati. Abbiamo cambiato direzione una volta e possiamo cambiarla di nuovo”. Il riferimento, è ovvio, è alla necessità di virare in direzione di una “hard Brexit”, un negoziato secco e duro con Bruxelles dopo che la May avrebbe scelto invece “una Brexit di cui è rimasto soltanto il nome”.
L’ex membro del governo lancia così la sfida (non esplicita) al primo ministro, in un discorso tenuto ai Comuni in cui spiega le ragioni delle sue dimissioni.
“Tutti vogliamo un accordo, ma dobbiamo vedere come ci arriveremo”, dicono fonti dell’Unione, e sulla possibilità di ricreare una frontiera fra Irlanda del Nord e del Sud sottolineano che “ci può essere una differenza fra il confine doganale e quello politico, non è impossibile secondo le leggi internazionali”.
I ministri degli Affari europei discuteranno della questione domani, venerdì, 21 luglio. Nel frattempo la Commissione europea ha preparato un documento nel quale elenca le misure da prendere per mitigare gli effetti di una hard Brexit. Nei fatti, un Piano B. Tutti i campi sono coinvolti: dai trasporti alla salute, dalle qualifiche professionali al settore farmaceutico. Sono due gli scenari possibili e toccherà a Londra e Bruxelles decidere verso quale dei due andare incontro: il primo prevede il raggiungimento di un accordo ratificato entro il 30 marzo 2019. In questo caso le leggi dell’Unione europea smetteranno di applicarsi al Regno Unito il 1 gennaio 2021 dopo un periodo di transizione. Il secondo prevede invece il fallimento nel raggiungimento dell’intesa e in questo caso non ci sarà alcun periodo di transizione e le leggi dell’Unione europea non saranno più applicate al Regno Unito a partire dal 30 marzo 2019, determinando così la definitiva rottura tra le due parti.

Brexit. Doppio colpo sul governo di Theresa May

david davis

Il Governo conservatore inglese di Theresa May è nel caos. Dopo le dimissioni annunciate stanotte dal ministro per la Brexit, David Davis, elemento chiave della compagine, in polemica con la svolta verso un negoziato più soft con l’Ue strappata in questi giorni dalla premier, oggi hanno rassegnato le dimissioni anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson ed i sottosegretari Steven Baker e Suella Braverman.

Al posto di David Davis è stato nominato  Dominic Raab, 44 anni, un altro ‘brexiteer’ finora viceministro della Giustizia e in passato elemento di punta nel fronte pro-Leave durante la campagna referendaria del 2016.

Davis, esponente di punta della corrente Tory euroscettica, ha deciso, dopo qualche giorno di riflessione, di non poter evidentemente accettare la nuova strategia più conciliante nei confronti di Bruxelles che May aveva imposto al consiglio dei ministri solo venerdì scorso. Le dimissioni del ministro, in attesa dell’ufficializzazione di Downing Street e della nomina di un sostituto, sono state confermate dalla Bbc e da tutti i media del Regno Unito.

Davis, 69 anni, finora responsabile per il governo britannico dei negoziati sul divorzio con l’Ue, aveva sottoscritto venerdì, come tutti gli altri ministri, il compromesso proposto da Theresa May per cercare di sbloccare le trattative con Bruxelles. Il compromesso non è stato gradito dai ‘brexiteers’ ultrà del suo stesso partito, ed è stato considerato da qualcuno alla stregua di un ‘tradimento’ del risultato del referendum del 2016 e improntato a un’apertura sull’ipotesi di creazione di un’area di libero scambio post Brexit, con regole comuni, almeno per i beni industriali e per l’agricoltura, oltre che alla definizione di nuove intese doganali con l’Ue. Concessioni interpretate da diversi deputati della corrente dei falchi come un cedimento, ma su cui inizialmente la premier sembrava aver ricomposto una sia pur fragile unanimità in seno al gabinetto. Le dimissioni di Davis sono diventati un elemento di rottura.

L’uscita di scena del ministro per la Brexit rischia di essere in effetti l’inizio di un effetto domino (circolava già la voce che il primo a seguire poteva essere il titolare degli Esteri, Boris Johnson, come è avvenuto) in grado di mandare in pezzi l’esecutivo, la maggioranza ed anche la compattezza del Partito Conservatore. Con questo nuovo scenario incombe la possibilità di nuove elezioni anticipate. Le reazioni non si sono fatte attendere. Dal fronte dei ‘brexititeers’, è stato plaudito il gesto ‘coraggioso e da uomo di principi’ di Davis. Il sostegno a Davis è arrivato a tamburo battente da deputati come Peter Bone, Andrea Jenkyns e Harry Smith, mentre molti osservatori danno già per scontata una sfida imminente alla leadership Tory della May. Il dilemma sarà un nuovo governo conservatore senza la guida della May o elezioni anticipate ?

Dopo l’annuncio delle dimissioni dell’euroscettico Davis Davis, ministro responsabile della Brexit, pochi giorni dopo che la premier Theresa May era riuscita a rinsaldare il governo su una strategia di uscita che punta però a mantenere una stretta relazione commerciale con l’Unione europea, la sterlina inglese è in netto recupero sulle altre valute. A metà mattina il ‘British pound’ si è attestato a 1,3346 dollari, laddove prima dell’annuncio fluttuava attorno a 1,3286. La valuta Gb recupera anche sull’euro, che cala a 0,8821 sterline laddove in precedenza navigava sopra 0,8840.

Dunque la Brexit non piace neanche ai mercati finanziari. Comincia a piacere sempre meno anche agli inglesi che giorno dopo giorno acquistano coscienza di aver fatto scelte errate. In realtà, il referendum sulla Brexit ha già diviso a metà gli inglesi. Soltanto per una esigua maggioranza ha prevalso la Brexit. Oggi, molto probabilmente, in un nuovo referendum la maggioranza degli inglesi preferirebbe restare nell’Unione Europea. Di certo, non è un caso che il laburisti inglesi guidati da Corbin stanno guadagnando nuovi consensi. Le elezioni anticipate in Inghilterra, dunque, ben vengano. Una vittoria dei laburisti potrebbe avere anche degli effetti sul resto d’Europa. Come insegna la storia, non pagano gli estremismi e i populismi che con l’inganno e le bugie riescono a conquistare il potere. Sappiamo tutti che le bugie hanno le gambe corte. Di conseguenza, i partiti o i movimenti politici che le hanno utilizzate, presto finiranno per perdere i consensi elettorali conquistati sulla base di falsità ed illusorie promesse.

Dunque, anche in Italia, al più presto, bisogna prepararsi per offrire all’elettorato una alternativa politica credibile fatta di contenuti e di uomini. Corbin, in Gran Bretagna, molto probabilmente, ci sta riuscendo.

Salvatore Rondello