Le vicende poco note
della storia del Pci

botteghe oscureÈ da poche settimane in libreria il nuovo libro di Salvatore Sechi, L’apparato para-militare del PCI e lo spionaggio del Kgb sulle nostre imprese, edito da Goware, e che porta a compimento delle lunghe ricerche che l’autore, a lungo professore ordinario di storia contemporanea in università italiane e estere, oltre che consulente della Commissione Mitrokhin e della Commissione Antimafia, ha effettuato in archivi nazionali e internazionali. L’importanza del lavoro, che analizza aspetti poco conosciuti della storia del più grande partito comunista dell’Europa occidentale, è rilevante, e Sechi è stato lieto di rilasciarsi un’intervista sui nodi cruciali del suo volume.

Professore, negli ultimi mesi la pubblicazione del suo volume e di quello di Giuseppe Pardini ha portato a una chiarezza di fondo sull’esistenza di un apparato para-militare del Pci. Chi si occupava di questa struttura?
Direi che gli elementi probatori raccolti da Giuseppe Pardini sono impressionanti e confermano quanto nei miei precedenti lavori (ad esempio Compagno cittadino. Il Pci tra via parlamentare e lotta amata, Rubbettino 2006, ndr) avevo intuito e in parte documentato. Mi riferisco alla ricchezza di fonti come quella dello Stato maggiore della Difesa e del nostro controspionaggio, di cui Pardini ha potuto fruire e che ha saputo utilizzare con molta maestria. L’apparato paramilitare non era una sezione di lavoro con un responsabile. Il comandante delle formazioni militari comuniste è stato, pare, il generale Alfredo Azzi. Come ricorda Pardini, è lui che il 13 luglio presenta alla sezione Italia del Cominform il documento Piani di difesa e di offesa.

Il 13 luglio vuol dire il giorno prima che Pallante sparasse a Togliatti. E il destinatario fu Gheorgiu Dimitrov, cioè il dirigente bulgaro insediato da Stalin alla testa del Cominform?
Sì, proprio il segretario del Cominfirm che, sulla base di una denuncia presentata dalla famiglia Gramsci, segnò l’uscita di Togliatti dalla segreteria del Comintern e il suo “esilio” nella Repubblica sovietica della Baschiria, a ridosso degli Urali. Dimitrov è un esecutore fedele delle preoccupazioni di Mosca. Ordina “alla Direzione del Pci di evitare azioni di forza, pur lasciando ampia libertà di azione in materia di scioperi”. In altre parole Mosca non vuole che nel Mediterraneo si ripeta una seconda Grecia. Come disse a Secchia nell’incontro del dicembre 1947, punta ad arginare l’area del contenzioso con gli Stati Uniti e i principali paesi europei.

Per il braccio armato del Pci si è sempre fatto il nome di Luigi Longo e soprattutto di Pietro Secchia.
Durante la Resistenza erano stati comandanti partigiani ed ebbero un’attenzione e un interesse per l’organizzazione militare del partito che invece Togliatti non aveva.

Tra gli storici è stato Paolo Spriano a valorizzare l’importanza del bracco armato del Pci.
E’ vero, ma non ha dedicato neanche un articolo all’argomento. Gli altri storici comunisti hanno glissato o sono stati generici (come Silvio Pons). Eppure una delle prerogative richieste fin dal 1917 per essere accolti come membri del Comintern e poi del Cominform fu proprio la struttura dotata di capacità di offesa e di autodifesa.

Può ricordare qualche episodio relativo a Secchia?
Fu proprio lui, che era vicesegretario del partito (nel periodo della degenza in ospedale di Togliatti lo sostituì alla testa del partito) su l’Unità ad esaminare città per città quali erano state le reazioni all’attentato. Si tratta di una vera e propria rassegna sull’efficienza e i limiti dell’esercito rosso.

Qual era la consistenza di questo apparato?
Dipartimento di Stato e Cia parlano di circa 200-300mila uomini, con un armamento non uniforme e non sempre aggiornato. Ma il corpo attivo era di circa 25-30mila unità distribuito soprattutto nel Modenese, in Romagna e nei grandi centri industriali del Nord dove maggiore era la concentrazione del proletariato di fabbrica. La preoccupazione del Dipartimento di Stato e della Cia era grande, come ho segnalato nei miei lavoro precedenti. La struttura militare del Pci era in grado di spaccare l’Italia, tenerla divisa per qualche mese, tenere in scacco il governo. E se jugoslavi e sovietici fossero intervenuti il rischio era di una terza guerra mondiale. Dunque, un’apocalisse.

Quante province furono investite da azioni insurrezionali o para-insurrezionali comuniste nei giorni, se non nelle ore, successivi all’attentato?
Secondo i dati desumibili da fonti militari (alle quali di recente Pardini ha potuto accedere) le reazioni aggressive nei confronti della polizia e delle autorità militare dopo l’attentato del 14 luglio si ebbero in 12 province. Al Nord Genova, Milano, Torino, Piacenza, Varese e Venezia. Al centro Forlì, Rovigo e Siena. Nel Sud Napoli e Taranto.

Quante furono le vittime degli scontri?
Riprendo le cifre dal bilancio ufficiale presentato dal ministro Scelba (ma le versioni furono diverse) al termine dello sciopero generale: 9 morti e 120 feriti tra le forze di polizia; 7 morti e 86 feriti tra i cittadini. Gli arrestati furono migliaia. L’apparato militare comunista in diverse città non solo fronteggiò le unità di polizia e dell’esercito, ma le disarmò e le tenne in ostaggio. Furono attaccate e devastate molte sedi della Dc e dei partiti di governo. L’elenco è ampio: Roma, Viterbo, Udine, Forlì, Reggio Emilia, Ferrara, La Spezia, Pistoia, Savona, Cesena, Venezia, Varese, Civitavecchia, Padova e Perugia. Si verificarono blocchi del traffico e scioperi diffusi. Nelle manifestazioni avutesi nel Sud siamo sul piano prevalentemente della protesta. Non si ebbero attacchi ai poteri istituzionali. Ma nei grandi centri industriali la musica fu un’altra.

Quale?
Scontri diretti e assalti alle caserme dei carabinieri e della guardia di finanza (come a Busto Arsizio e a Piombino), assalti alle carceri (per liberare i partigiani detenuti), blocchi stradali, interruzione dei binari ferroviari (a Foligno, Fidenza, Massarosa), presidi del territorio e posti di blocco nelle principali vie d’accesso, e altro ancora.

Lei intende dire che quanto accadde a Torino, Milano, Venezia, Genova ecc. rivelò una cura e una programmazione specifiche, di lunga durata? Aveva dunque ragione Pietro Ingrao a intitolare la prima pagina de l’Unità, di cui era direttore, “Via il governo della guerra civile”?
Dissento completamente. Quello di Ingrao, di Secchia e di Longo fu un plateale tentativo di attribuire a De Gasperi e a Scelba una responsabilità nell’attentato a Togliatti. Era semplicemente una forzatura, una invenzione pericolosa. Molto più cauto fu l’atteggiamento di Di Vittorio, Ruggero Grieco e di altri dirigenti di limitarsi allo sciopero generale e porre un argine alla linea di radicalizzazione dello scontro in atto.

Che cosa leggere per capire i termini del dibattito interno al Pci?
Secondo me risultano puntuali le analisi che vengono fatte dagli alti comandi della polizia, dei carabinieri e dell’esercito come del controspionaggio. Da Mitifrisco a funzionari come Vincenzo Ciotola, Giuseppe Massaioli, Arnaldo Valentini, Luigi Efisio Marras ecc. La ricostruzione che si può leggere nel saggio Prove tecniche di rivoluzione è da questo punto di vista minuziosa e fondata su fonti diverse, cioè è un lavoro storiograficamente incontrovertibile.

L’apparato militare sceso in capo nei giorni del 14-16 luglio puntò solo a difendersi da un eventuale “colpo di stato della borghesia”?
Questo fu il pretesto inscenato. In realtà si volle costruire un’alternativa ad essa, cioè dare vita allo schema di un vero e proprio potere operaio. Furono prove di una rivoluzione possibile. Ci fu l’occupazione delle fabbriche. Clamorosa quella della Fiat a Torino dove Vittorio Valletta fu tenuto per diversi giorni ristretto nel suo ufficio. Fu trattato con ogni possibile riguardo anche per il contributo che durante la guerra di liberazione e successivamente aveva dato ai dirigenti comunisti. Ma comunque fu fatto prigioniero dai suoi operai. La testimonianza migliore è quella fornita al Dipartimento di Stato dal console degli Stati Uniti a Torino.

Rispetto alla sconfitta elettorale del 18 aprile che cosa rappresentò l’attentato a Togliatti?
La classe operaia più avanzata, ma anche le masse popolari, fecero valere alcuni principi che elenco. In primo luogo che per sconfiggere il fascismo andavano recise le basi economiche dello sfruttamento e del lavoro salariato. In secondo luogo che i voti si contano, ma anche si pesano. In terzo luogo che l’odio e gli strumenti della violenza non sono rubricabili come nel vecchio Stato di diritto prefascista, cioè come una prerogativa dello Stato. L’esistenza dell'”esercito rosso” poneva, dunque, un’ipoteca sul monopolio statale della violenza legittima.

Come fece il Pci a superare queste ambasce e contraddizioni?
Nei decenni successivi, si lasciò trascinare in una politica di parlamentarizzazione infinita. Sia del partito, sia della lotta di classe sia dei conflitti sociali. Di comunista non sarebbe sopravvissuto molto, se non una retorica e una leggenda che stendeva elegia e poesia su una prosa che incorporava una vera e propria débacle.

Ma la Dc e i partiti suoi alleati disponevano anch’essi di strutture para-militari?
In una certa misura. Lo ha documentato il giudice di Venezia Carlo Mastelloni. Ma di fronte alle manifestazioni violente inscenate dai comunisti, i corpi militari dei partiti di governo finirono per rivolgersi alla polizia e all’esercito. Di qui la valutazione negativa che essi trassero di questi organi. Capirono che non potevano fare alcun affidamento. D’Altro canto non si poteva cavalcare l’alternativa di mettere fuori legge il Pci. In un regime di democrazia liberale l’opposizione è un valore, non si può farne strame con misure legislative di contenimento forzoso.

sechiSi può dire che il Pci sia stato l’iniziatore della spartizione delle risorse pubbliche?Sì. Basta pensare al grande affaire dell’Ingic (l’Istituto nazionale per la gestione delle imposte comunali) nel 1954. Fu un grande scandalo di peculato e corruzione che coinvolse amministratori di tutti partiti, parlamentari, funzionari ecc. per un reato che anticipava quello del finanziamento pubblico ai partiti. Un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio approfitta della propria posizione per un fine o una utilità propria (come la “sovvenzione” ai partiti che, mettendosi preventivamente d’accordo, dovevano decidere a quale società affidare la riscossione delle imposte locali). Ebbe 1183 imputati, ma alla fine si risolse in un nulla di fatto, una sorta di amnistia generalizzata. Il Pci fu in prima linea nel difendere l’amnistia e la non colpevolezza di chi attraverso pressioni e scambi aveva introdotto la corruzione nella scelta delle imprese abilitate alla riscossione dei proventi fiscali nelle amministrazioni comunali. La partitocrazia è nata con la guerra di liberazione, quando Pci, Dc, Psi ecc. si assegnavano, in base a calcoli di proporzionalità politiche e successivamente elettorali, le presidenze degli enti comunali (per l’energia elettrica, per l’acqua, le centrali del latte, i mattatoi, le fiere, il controllo dei consumi). Dall’emergenza si è passati a farne una regola, un principio politico. Tutto questo in nome della retorica dell’antifascismo non lo si dice. Sull’Ingic ad alzare la voce fu l’ex comandante delle prime formazioni partigiane in Piemonte e inviato speciale de l’Unità, Luigi Cavallo, un diventato un irriducibile anti-comunista.

Sono valutazioni le sue, professore, alle quali la storiografia comunista e in generale di sinistra non mi pare si sia spinta.
Guardi, non creda a chi dice che nel paese esistono zone non infettate. Anche nell’università, nella nomina dei docenti, ha prevalso un dovere di solidarietà politica, e non di ricerca della competenza, del merito o verità storica.

Leonardo Raito

ANCORA AVANTI!

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“L’Avanti! ha dato un contributo fondamentale alla storia di questo Paese. Ora lo stesso lavoro di digitalizzazione andrà fatto pure per MondOperaio che costituisce parte della storia della cultura dell’Italia”. Lo ha detto Ugo Intini in conclusione del convegno di presentazione della digitalizzazione dell’Avanti! dal primo numero, quello del 25 dicembre del 1896, anno della sua fondazione, fino al 1993. Intini, che del quotidiano socialista fu direttore, ha ricordato come la crisi della democrazia nasce anche dalla cancellazione della storia. E la digitalizzazione dell’Avanti! vuole contribuire proprio a questo. A evitare che una parte della storia del nostro Paese venga rimossa e che così possa essere consegnata a una nuova generazione”. La presentazione ufficiale, tenuta presso la Biblioteca del Senato, ha visto la collaborazione dell’Avanti! on line con l’istituto di studi storici Gaetano Salvemini e Critica sociale. Ricco l’elenco dei presenti e degli interventi. Dopo le introduzioni di Marco Brunazzi, dell’istituto di studi storici Gaetano Salvemini, di Stefano Carluccio, della Biblioteca storica di Critica Sociale e dell’Avanti! e di Mauro Del Bue, attuale direttore dell’Avantionline!, ha proseguito il prof. Zeffiro Ciuffoletti, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Firenze. In sala anche il segretario del Psi Riccardo Nencini. Sono intervenuti inoltre Claudio Martelli, Rino Formica, Stefania Craxi. Presenti i presidenti di varie fondazioni e associazioni. Durante l’incontro si è svolta una breve presentazione della banca dati dell’Avanti!. Presenti Enrico Buemi, Gennaro Acquaviva, presidente dell’Associazione Socialismo, Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio. In sala anche Bobo Craxi, Giorgio Benvenuto, Maria Vittoria Nenni, Sergio Zavoli, Ugo Sposetti e Lia Quartapelle.

Il direttore dell’Avanti Online Mauro Del Bue ha ricordato come di recente Renzi abbia scritto un libro dal titolo Avanti. “In risposta – ha detto con una battuta – ho deciso di scrivere un libro dal titolo l’Unità, raccontando le divisioni, le scissioni, le epurazion avvenute nella sinistra italiana dal 1892. Ma l’Avanti! non è un libro, è una storia lunga 120 anni. Voglio ricordare – ha aggiunto – tre prima pagine: il primo numero, con Bissolati direttore, nel Natale del 1896. Un giorno di festa, perché i lavoratori concepissero le feste non solo come riposo ma anche come occasione da dedicare alla cultura e allo studio. L’educazione come giorno fondamentale della crescia del partito”. Il secondo numero ricordato da Del Bue è quello del commento al 2 giugno 1946 con il titolo “Grazie Nenni”. “Il Psi – ha sottolineato Del Bue – è stato l’unico partito della sinistra a fare della discriminante Repubblicana un obiettivo fondamentale”. “In questi anni di celebrazione della Costituzione si dimentica il contributo dei socialisti nella redazione della carta costituzionale che celebra come incontro tra De Gasperi e Togliatti”. Come ultimo numero Mauro Del Bue ha ricordato quello in cui appariva l’articolo di Bettino Craxi sulla necessità della grande riforma. Era l’estate del 1979. “Craxi partiva dalla forma dello Stato e non dalla legge elettorale. Se oggi non comprendiamo che il destino del Paese è legato alla riforma dello Stato non si può capire la natura della crisi attuale. Queste tre prime pagine rappresentano la testimonianza della capacità di anticipazione che il nostro quotidiano ha proposto e diffuso”.

Il prof. Ciuffoletti, nel suo lungo e articolato intervento, ha ricordato come “l’Avanti! eredita la cultura democratica del Risorgimento”. E ha sottolineato il grande lavoro svolto da Gaetano Arfè che con la sua “Storia dell’Avanti!” del 1956 ha ridato slancio e forza all’azione socialista, dopo gli anni bui del frontismo. La politica – ha concluso facendo riferimento alle vicende di oggi – deve avere spessore morale. La democrazia non è un dono che viene dal cielo e noi siamo un paese in cui la democrazia è una conquista recente”.

Claudio Martelli ha affermato che “L’Avanti! digitale ci restituisce intatta, integra, plurale, conflittuale come fu l’opera di civilizzazione compiuta dai socialisti, un’opera immensa dedicata alla vita e alla coscienza di ogni donna e di ogni uomo. Ciascuno saprà approfittarne liberamente secondo i propri bisogni e i propri interessi”. “Nella drammatica crisi che si è aperta – ha concluso Martelli con riferimento al dibattito sul nuovo governo – bisogna unire innanzitutto i socialisti poi i riformisti, moderati e cattolici, per andare oltre e guardare all’Europa fermando l’ascesa dei sovranismi europei. Non c’è speranza senza lotta. Bisogna – ha concluso – difendere il nostro popolo da ciarlatani e avventurieri”.

Dopo l’ex ministro della giustizia è intervenuto Rino Formica che ha ricordato il ruolo dell’Avanti! nelle tre crisi di sistema che il nostro Paese ha attraversato. La prima nel primo dopoguerra quando il giornale socialista fu sempre per la lotta democratica. Poi nel secondo dopoguerra con il sostegno forte alla Costituente e alla Repubblica. Infine la crisi di sistema che si ripeté nel ‘89. “Il metro di Craxi – ha detto Formica – era quello di unire sullo stesso binario le crisi politiche e quelle di sistema. Oggi invece si ripetono gli errori del passato e si affrontano le crisi come fossero solo vicende politiche”. Per Formica una grande battaglia politica va fatta nella riforma della Costituzione non più adeguata ai tempi. Gli stati nazione per Formica devono “cedere sovranità” e quindi serve un “nuovo ordine costituente” per inserire chiaramente la “nostra collocazione internazionale e la natura e i compiti della democrazia rappresentativa. Occorre unire contro il governo dei populisti e dei sovranisti un’ampio fronte repubblicano. Infine un accenno al lavori per il governo: “Mattarella non doveva concedere le ulteriori 24 ore. La questione doveva essere posta rinviando in Parlamento il suo governo neutrale. I due dovevano attendere le decisioni del presidente e non far dipendere le sue scelte dalle piattaforme digitali o da qualche cantina del Veneto”.

Nencini, a margine di lavori, ha parlato della necessità di far diventare l’Avanti! il luogo dove si riuniscono tutti coloro che fanno parte della stessa cultura pur appartenendo a storie partitiche diverse. Poi – ha aggiunto – è vero che l’Avanti era un quotidiano di partito, però ha utilizzato il meccanismo dell’innovazione in maniera decisa. I grandi pittori futuristi si formano sulle copertine dell’Avanti!. Ho trovato pezzi di D’Annunzio che fu candidato nel collegio di Montevarchi. Quindi c’era una attenzione a un mondo di confine a cui veniva dato diritto di cittadinanza”. “Una volta – ha detto ancora – i dibattiti si facevano sui giornali. Ora non si fanno più né sui giornali né in televisione. C’è una frase bellissima e decisamente attuale di Gustave Le Bon, il teorico della psicologia delle masse, che dà questo suggerimento: ‘In campagna elettorale sparatele pure grosse, tanto la folla dimentica’”. Frase che si  presta assai ai nostri giorni.

Daniele Unfer

Lina Merlin non era
una donna compiacente

Un convegno alla sala Zuccari del Senato ha ricordato i 130 anni dalla nascita della socialista che riusci’ ad abolire le case chiuse e la dicitura ‘Figlio di NN’.
A Lina Merlin si deve anche la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione.


merlinpLina Merlin non era una donna compiacente e non era soltanto colei che diede il proprio nome alla legge con cui si mise fine alla vergogna delle ‘case chiuse’, il luogo dove si esercitava la prostituzione, sfruttando le donne e rendendole schiave per sempre in collaborazione con lo Stato. Era una socialista che credeva fortemente nella pace, nella libertà e nella giustizia sociale.
A Palazzo Giustiniani, al convegno ‘Lina Merlin la Senatrice: 130 anni e non li dimostra’, politici, storici e giornalisti si sono ritrovati martedì 13 giugno non solo per celebrare la ricorrenza e convincere il Senato a ricordarla con un busto, ma anche e soprattutto per interrogarsi su come valorizzarne la preziosa eredità di passione e di idee.
L’obiettivo lo ha subito dichiarato Daniela Brancati che introduceva e coordinava il convegno. Dobbiamo chiederci come possiamo arrivare “a una rivalutazione del suo operato” perché Lina Merlin (Pozzonovo, 15 ottobre 1887 – Padova, 16 agosto 1979), non può essere confinata nel ricordo della sua pur importantissima legge. Aveva fatto molto altro anche sul piano legislativo e lei stessa, unica donna eletta nella seconda legislatura, ricordava cosa dicevano di lei i colleghi maschi: “Si dice che questo parlamento ha una sola donna… ma una di troppo”.
Si alternano al microfono la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, il capogruppo del Pd, Luigi Zanda, Vannina Mulas, già sindaco socialista di Dorgali, Elena Marinucci, già senatrice ed europarlamentare socialista, Paola Lincetto, presidente del Comitato Lina Merlin, la ministra della PI, Valeria Fedeli, la senatrice Laura Puppato, la giornalista Anna Maria Zanetti, il presidente della Fondazione Kuliscioff, Walter Galbusera, la storica Monica Fioravanzo, l’economista Daniela Colombo e Pia Locatelli, capogruppo socialista alla Camera, che ha concluso i lavori.
In molti degli interventi riaffiora così il ritratto di una donna che aveva scelto la politica per passione e come reazione alla nascente dittatura fascista, che era stata partigiana, costituente, senatrice, trasferendo nelle Istituzioni il suo amore per la libertà e la giustizia, il suo modernissimo, per i tempi, femminismo.
“Io parlo da sardo – premette Luigi Zanda – e posso dire che i fascisti la esiliarono a Nuoro perché consideravano Nuoro la peggiore punizione possibile. Ignoravano che in quella zona c’è una straordinaria capacità culturale. Da Nuoro a Dorgali e poi a Orune, ma tra Merlin e i pastori sardi si crea subito un’empatia, si stabilisce un’alleanza tra l’antifascismo e la povertà”.
convegno merlin 3Oggi, aggiunge, il Fondo Monetario Internazionale “ci dice che stiamo entrando in una fase economica diversa. Si prevede una crescita del Pil dell’1,3%. Cominciamo a vedere la luce, perché +1,3% non e’ zero virgola. La domanda che però mi pongo, senza avere una risposta, è questa: la vera luce non viene solo dal progresso economico ma dalla maturità della classe dirigente. La generazione di Lina Merlin vide tra gli altri De Gasperi, Togliatti, Pertini, Craxi, Moro, Berlinguer, Anselmi… perché dopo di loro la classe dirigente del Paese è così scesa di livello?”. Dobbiamo dire che “fu una persona straordinaria e le sue qualità precedono la dimensione politica”.
Dai ritratti dei diversi oratori emerge pian piano la figura completa di questa donna.
Lina Merlin, ricordano, insegnava a leggere e a scrivere, cercava come poteva di fare qualcosa per quella gente durante il suo confino. Aveva a cuore in particolare le donne e il ritratto forse più efficace è quello che dipinge Vannina Mulas, prima donna sindaco nel 1983 proprio di quel Dorgali, “considerato uno dei comuni più fascisti dell’isola”, dove era stata confinata la Merlin dopo la prima tappa di Nuoro.
Dai ricordi dei familiari di Vannina Mulas che avevano ospitato in casa quella pericolosa antifascista, emerge l’affetto profondo che si era stabilito tra loro. “C’è una foto di Merlin con il costume dorgalese, vestita proprio come avrebbe fatto una loro figlia per il giorno del matrimonio”. In quel piccolo paese dove mancava tutto a cominciare dall’acqua corrente, le privazioni soprattutto per lei erano tante, e per alleviare la pena, ricorda, le avevano fatto una specie di corridoio nel cortile con le piante per consentirle dalla sua stanza di raggiungere il bagno, così da nasconderla un po’ e farle superare l’imbarazzo di una donna abituata a vivere in una grande città in un ambiente borghese. Insomma affetto e stima che lei cercava di ricambiare insegnando, come aveva ricordato anche Zanda, a leggere e scrivere, ma con un particolare occhio di riguardo per le donne “La firma –diceva loro – dovete imparare a farla perché nessuno deve sostituirsi a voi”.
Ma questo non piaceva ai gerarchi e così, come ulteriore punizione, le tolgono anche l’indennità di confine sostenendo che guadagnava dei soldi facendo la maestra, ma a quel punto furono i suoi nuovi amici e compagni che le passarono il necessario per vivere. Un gesto che non dimenticò mai e anche per questo quando tornò libera e divenne senatrice continuò a riceverli e a onorarli, anche a Palazzo Madama.
È insomma un “obbligo morale sottrarla all’oblio” (Zanda) anche perché non ha fatto solo la legge sulla case chiuse. E in molti ricordano il suo ruolo nella legge per dare il cognome ai figli non riconosciuti, i cosiddetti figli di NN, quella per l’assistenza gratuita al parto e quella per impedire il licenziamento per causa di matrimonio che riguardava soprattutto le impiegate e non certo le mondine.
Lina Merlin è stata anche una femminista, una scelta che è stata determinante nella stesura della Carta costituzionale. Eletta nella Costituente nel ’46, fece parte della ‘Commissione dei 75’ e si devono a lei almeno due interventi fondamentali, la stesura degli articoli 3 e 37 della Costituzione. Il primo stabilisce che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” e lei fa aggiungere “senza distinzione di sesso”. Il secondo prevede che “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore”; una femminista insomma che aveva cominciato a fare le sue battaglie quando ancora le donne non avevano diritto di voto né attivo né passivo.
“Le donne – sottolinea Pia Locatelli – nell’Assemblea Costituente furono 21, ma fecero più loro per la causa femminile che non le 300 parlamentari donne dell’attuale legislatura”.
Insomma, come si direbbe oggi, un ‘tipo tosto’, che “fu anche una partigiana vera – ricorda Elena Marinucci – non come altre che se ne sono vantate, ma che la guerra di Liberazione l’avevano vista da casa. Fu femminista e fu riformista perché era convinta della possibilità di modificare la società con le leggi”.merlin convegno
E fu anche, ricorda Laura Puppato, una “pacifista convinta, anzi una pacefondaia”, contro l’ingresso dell’Italia in guerra. “Fu una donna coraggiosa, capace di dire cose scomode. Fu cattolica e scomunicata perché socialista. Ebbe coraggio per sé e per gli altri”. Non solo quattro anni di confino duro, ma anche minacce di morte e per cinque volte in carcere, ma lei non abbassò mai la testa.
“Le sue linee guida di una vita – ricorda Pia Locatelli – furono la pace e la libertà. Spesso rivendicò il suo essere ottocentesca, deamicisiana e romantica. Aveva scelto il partito socialista non solo per desiderio di giustizia sociale, ma anche perché era l’unico partito che si opponeva all’entrata in guerra nel 1915”. Quanto al suo amore per la libertà, all’indipendenza del suo carattere, basta ricordare che al Pci che le offriva di cambiare partito, Merlin rispose: “Sarei una pessima comunista perché non sopporto la soggezione”.
Un amore per gli altri che la tenne sempre dalla parte degli ultimi, di chi stava peggio. È la ministra Fedeli a ricordare che in occasione dell’inondazione del Polesine, arrivò a vendere anche la sua medaglietta d’oro di parlamentare per comprare coperte e viveri agli sfollati”.
In questo amore per gli ultimi, la spinta alla sua battaglia contro le ‘case chiuse’. Walter Galbusera ricorda a questo proposito che obiettava agli oppositori della legge: “Non voglio abolire la prostituzione, voglio eliminare lo sfruttamento delle donne”. “Un tema purtroppo questo, che è rimasto di drammatica attualità”.
È ancora Locatelli a ricordare a questo proposito che nel 1958, durante il dibattito parlamentare sull’abolizione dei postriboli, un deputato obiettò: “Perché abolirle? Svolgono una funzione sociale. Servono a proteggere la salute pubblica”. La risposta della parlamentare socialista fu fulminante: “Benissimo. Allora per la funzione sociale creiamo una sorta di servizio di leva di 6 mesi per tutte le ventenni, naturalmente includendo le vostre figlie e le vostre sorelle”. La legge che porta il suo nome, venne approvata.
Non furono facili i rapporti con il partito socialista cui pure si era iscritta giovanissima, a 19 anni e che avrebbe lasciato dopo 55 anni di militanza, nel 1961. “I problemi nacquero – racconta Pia Locatelli – agli inizi degli anni 50 con la segreteria Morandi per la politicafrontista che aveva impresso al partito”. Nel 1961 le venne fatto sapere che il partito non intendeva ripresentare la sua candidatura nel collegio di Rovigo, dov’era stata rieletta al Senato nel 1953 e alla Camera dei deputati nel 1958, e lei reagì strappando la tessera. Nel suo discorso di commiato dichiarò che le idee sono sì importanti, ma camminano con i piedi degli uomini, e che lei non ne poteva più di “fascisti rilegittimati, analfabeti politici e servitorelli dello stalinismo”.
“Ma aveva ciò nondimeno un’idea del suo impegno politico, come un’‘onda lunga’, sapeva guardare avanti”. Tra i punti più discussi di questa sua lunga militanza per il socialismo, la libertà e il femminismo c’è sicuramente la fase legata alla battaglia per il divorzio.
“Una posizione difficile da spiegare. Ci si chiede ancora oggi perché firmò un appello contro con democristiani e comunisti. Mi dico che forse voleva in questo modo proteggere le donne, perché le statistiche di allora dicevano che la condizione economica della donna stava peggiorando. Forse temeva che nella coppia, la parte più fragile, la donna, avrebbe subito il contraccolpo più pesante dal divorzio, nell’impossibilità dell’indipendenza economica”.
Comunque un’altra dimostrazione che “Lina Merlin non era una donna compiacente”.

Anniversari, esagerazioni e strane dimenticanze

Ricorrono oggi, 27 aprile, 80 anni dalla scomparsa di Antonio Gramsci, fondatore del Pci, avvenuta in una clinica romana dove era ricoverato.
È giusto e doveroso ricordare una figura che ha segnato la storia d’Italia del XX secolo; sarebbe però finalmente anche ora di togliergli quell’aura di sacralità che da anni i suoi eredi, anche a costo di grossolane mistificazioni, seguitano a tributargli.
Clamoroso il titolo di un giornale on line di oggi che lo definisce “padre nobile della sinistra italiana”!
Al netto di una valutazione rispettosa, articolata e necessariamente problematica nei riguardi un intellettuale di profondissima cultura è lecito, o si rischia per passare per iconoclasti, dubitare che sia giusto considerare chi promosse la scissione del Psi di Livorno nel 1921, come “padre nobile”?
Certo, in seguito, la sua insofferenza per il predominio sovietico nel Comintern e il sostanziale tradimento di Togliatti gli costarono la libertà e, a seguito della durissima detenzione, la vita, tuttavia la politica e la storia non possono fare sconti a meno che non si voglia travisarle entrambe, pavloviano esercizio che, come spiega efficacemente nel suo recente saggio, “Credere, tradire, vivere”, Ernesto Galli Della Loggia, è ancora molto diffuso in taluni ambienti.
Definire oggi Gramsci “padre nobile della sinistra italiana” rappresenta, al minimo, la durevole tendenza di non pochi storici e molti intellettuali “organici” ad affabulare la storia d’Italia del XX secolo.
Gramsci divise la sinistra, su questo non possono esserci dubbi. Lo si può definire e ricordare come si ritiene giusto e opportuno ma altro è se l’elevazione ad icona della sinistra viene fatta da tanti (ancora troppi) suoi inguaribili nipotini altro ancora è seguitare a raccontare all’opinione pubblica e purtroppo nella scuola e in non pochi Atenei la storia “ad usum delphini”.
All’indomani di un 25 aprile in cui alcuni tra gli eredi del mondo comunista si sono segnalati per inquietanti rigurgiti di antisemitismo occorre prendere atto che purtroppo i conti con la storia, dalle parti di certa sinistra antagonista da salotto, proprio non si vogliono fare.
Il volume e la quantità di ricordi e celebrazioni gramsciane sulla rete e altrove già non si contano, anche perché, a ben guardare, Gramsci fu forse l’unico tra i fondatori del Pcd’I a partire le persecuzioni fasciste: Togliatti, con lo stato maggiore del partito, riparò in Urss dove divenne il vicepresidente del Comintern e complice dei crimini staliniani perpetrati, per inciso, anche contro i comunisti italiani.
Bordiga, dopo un periodo di confino visse in Italia dove morì 81enne nel suo letto e Bombacci, il meno dotato di tutti, ma antico sodale di Mussolini, finì per diventare uno tra gli ideologi della repubblica di Salò.
Diverso fu il destino che toccò ai socialisti riformisti: Giacomo Matteotti assassinato nel 1924, l’anziano Filippo Turati morto esule in Francia, fino ad Eugenio Colorni assassinato dalla banda Koch a Roma nel 1944.
Il Presidente Mattarella ha ricordato, doverosamente, oggi la figura di Gramsci con una nota.
È lecito attendersi eguale trattamento il prossimo 9 giugno quando si compiranno gli 80 anni dall’assassinio di Carlo e Nello Rosselli, avvenuto a Bagnoles de l’Ome in Francia per mano di sicari assoldati dall’Ovra, la polizia segreta del regime.
Giova, per inciso, ricordare che poco più di un anno dopo il regime promulgò le infami leggi razziali.
L’auspicio è che Carlo Rosselli, ebreo, socialista riformista, teorico del socialismo liberale, tema quanto mai attuale in Italia e in Europa (e a suo fratello Nello) sia almeno dedicata un’attenzione pari a quella che si seguita fin troppo generosamente ad offrire al comunista Gramsci.
Non fosse altro perché il fondatore di Giustizia e Libertà, fu esule, attivo militante antifascista e combattente repubblicano nel corso della guerra civile spagnola, proprio mentre il capo dei comunisti italiani, alias Ercoli, trascorreva il suo esilio dorato all’Hotel Lux di Mosca o in vacanza premio con licenza di perseguitare e fare ammazzare i dissidenti in Spagna.
Staremo a vedere.
E, già che ci siamo, rammentare all’attuale terza carica dello Stato, che come Matteotti, anche Carlo e Nello Rosselli erano socialisti.
Sarebbe spiacevole assistere ad un’altra commemorazione in cui la Presidente della Camera evita accuratamente di pronunciare il vocabolo “socialista”.

Emanuele Pecheux

Liberismo di sinistra: gli errori dei compagni Alesina, Giavazzi, Cerasa

Uno dei drammi di questo paese è un dibattito intellettuale su questioni politiche che fa cascare le braccia, perché basato su assunti insensati e perché sostenuto con argomentazioni vecchie come il cucco. Particolarmente esemplificativo di quanto sto dicendo è il dibattito che imperversa in questi giorni sulla globalizzazione e sul liberismo come categoria di sinistra. Tralascio la questione della globalizzazione che viene affrontata come se fossimo al tempo di Ricardo e mi concentro sul liberismo di sinistra.

Partiamo da Alesina e Giavazzi che hanno un modo molto particolare di argomentare. Che fanno? Prendono un pezzetto di gesso e su una lavagna tracciano una linea. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi.

Poi dalla parte dei buoni scrivono la parola liberismo, dalla parte dei cattivi, tutto quello di brutto che gli passa per la testa, da collettivizzazione integrale dei fattori della produzione, alle carestie; dal monopolio alle epidemie, da una burocrazia fannullona e spendacciona al trapano del dentista; da una società di corrotti e raccomandati alle coliche renali. Quando si sono stancanti, sentenziano: chi è contro il liberismo è a favore di tutto questo orrore. E il gioco è fatto. Chi mai, infatti, potrebbe schierarsi a favore del trapano del dentista o delle coliche renali? Nessuno ed ecco allora che scatta l’applauso per il liberismo, che ormai risplende della luce della salvezza.

Allo stesso esercizio si dedica anche Claudio Cerasa che il 21 febbraio scorso fa passare l’idea che è di sinistra chiudere al mercato; è di sinistra combattere la ricchezza; è di sinistra aumentare le tasse a tutti; è di sinistra far aumentare la disoccupazione; è di sinistra difendere le rendite di posizione e i monopoli. Verrebbe quasi da dire che è di sinistra essere stupidi, ottusi e masochisti. Ma, a onor del vero, il direttore de Il Foglio queste cose non le dice.

Vale la pena allora fare qualche precisazione e provare a ragionare, evitando la propaganda politica. Partiamo dal principio. Liberismo non è sinonimo di liberalismo. Il liberale pragmaticamente ritiene che la concorrenza e la legge della domanda e dell’offerta siano in grado di produrre cose buone e che cose meno buone. E’ compito della mano pubblica tentare di eliminare le seconde e favorire le prime. Ciò significa che lo Stato non può limitarsi al ruolo di guardiano notturno della proprietà privata, agnostico in materia economica e sociale. Ma deve – questo è il punto di partenza del dibattito in Prima Sottocommissione in Assemblea Costituente tra La Pira, Lussu, Togliatti, Dossetti – andare oltre la concezione liberale ottocentesca ed adoperarsi affinché la maggioranza delle persone possa uscire vincitrice dalla lotta economia che si svolge nel mercato, altrimenti se i più si impoveriscono allora anche le fondamenta istituzionali delle liberal-democrazie vacillano.

In sintesi, la sola economica di mercato non riesce a creare quella ricca e prospera classe media che – da Aristotele in poi – è ritenuta essenziale per la salute di una liberal-democrazia. In questo senso, come sia possibile sostenere che il liberismo produce redistribuzione della ricchezza, come fa Giavazzi nell’intervista a Luciano Capone su Il Foglio, almeno per chi scrive, resta un mistero. Luigi Einaudi, non Gramsci, a tale proposito afferma che: “se si lascia libero gioco al laissez faire, passer, passano soprattutto gli accordi e le sopraffazioni dei pochi contro i molti, dei ricchi contro i poveri, dei forti contro i deboli, degli astuti contro gli ingenui”.

Ma andiamo oltre. Il liberista, al contrario, crede che la mano invisibile del mercato è sempre in grado di produrre una perfetta allocazione delle risorse e quindi di favorire sempre l’interesse generale. In sintesi, la mano invisibile e le leggi della concorrenza non sbagliano mai. Pertanto qualsiasi intervento della mano pubblica non può che produrre distorsioni e quindi spreco di risorse e persino il tempo essenziale della giustizia sociale non è altro che, per dirla con Hayek, il padre del revival liberista degli ultimi quarant’anni, un modo diverso per dire invidia sociale.

Dovrebbe essere chiaro a questo punto che il liberismo altro non è che una visione ideologica che nulla ha a che fare con la scienza economica. Ed è ancora Einaudi, e non Togliatti, a dirlo: “Non v’è più nessuno il quale dia alla regola empirica del lasciar fare e del lasciar passare (cosiddetto liberismo economico) valore di legge razionale o morale; ma non oserei neppure affermare che vi sia tra gli economisti chi dia al «liberismo» quel valore di «legittimo principio economico» che il Croce sembra riconoscergli indiscutibilmente”. In sintesi, “la scienza economica” – è ancora Einaudi che parla – “non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”.

Se così stanno le cose, se il liberismo assolutizzato è una concezione religiosa, allora non aveva torto George Soros quando definiva i suoi adepti dei “fondamentalisti di mercato”, i quali attribuiscono al mercato e alle sue leggi un ruolo salvifico, proprio come i marxisti-leninisti attribuivano un ruolo salvifico alla classe operaia. Gratta gratta e sotto la patina sottile dell’individualismo si scopre il solito anelito ad una formula valida sempre e comunque, un bisogno di fede nell’infallibilità di qualcuno o qualcosa sia esso dio, il proletariato, il capo, il mercato, lo Spirito, il Volk, la razza.

Ancora. Liberismo non è sinonimo di liberalizzazioni. Si può avversare il liberismo, dogma di fede nell’infallibilità del mercato, ma essere a favore della liberalizzazione di settori chiusi alla concorrenza, a condizione però che tali liberalizzazioni servano ad aumentare il benessere collettivo e non siano fatte solo per atto di fede. A tale proposito Churchill, non Stalin, ha scritto: “io non voglio vedere fiaccato il vigore della concorrenza, ma possiamo fare molto di più per mitigare le conseguenze per chi non ce la fa. Vogliamo tracciare una linea al di sotto della quale non permetteremo che le persone vivano o lavorino, ma al di sopra della quale si deve competere con tutta la forza che un essere umano ha. Vogliamo una libera concorrenza che sia motore di progresso, non una libera concorrenza che trascini le persone verso il basso”.

Inoltre, chi critica il liberismo non si schiera affatto dalla parte della società chiusa, o è un nemico del mercato e della globalizzazione. Criticare il liberismo non significa essere contro la concorrenza, né contro il merito, né contro le riforme o essere a favore del censo e della rendita. Tutelare chi non ce la fa (che tra l’altro è un dovere che la Costituzione impone alle istituzioni) o garantire a tutti una parità di punti di partenza, non significa affatto essere contrari alla meritocrazia, come il duo Alesina-Giavazzi vorrebbero far credere nel loro articolo sul Corriere della Sera dello scorso 21 febbraio intitolato “Liberismo, merito, spesa la sinistra è sempre ferma”.

Perché poi ad avversare il liberismo si cada per forza di cose nel capitalismo di Stato resta un mistero. “Cominciamo – scrivono i due autori nell’articolo appena citato – dalla cosiddetta «politica industriale», cioè un ruolo attivo dello Stato nello scegliere i settori su cui puntare o da proteggere dalla concorrenza internazionale”. Anche qui ci sono dei passaggi troppo bruschi. In primo luogo, non è detto che a selezionare i settori su cui investire sia lo Stato, che può delegare la scelta a degli scienziati di chiara fama, per fare un esempio, e limitarsi al ruolo di finanziatore di ultima istanza, né è detto che la politica industriale significhi per forza di cose protezionismo.

Sostenere poi che il Jobs Act sia cosa di sinistra, o meglio che “sia un’innovazione straordinaria” come fa Giavazzi su Il Foglio il 23 febbraio è davvero incredibile. Si invoca la flessibilità del mercato del lavoro, sostenendo che è cosa normale in tutta Europa (il che è vero), ma si tace sul fatto che in Europa è presente anche una ricchissima e funzionante rete di sostegno sociale per chi perde il lavoro. Come scrive Giovanni Perazzoli nel suo splendido “Contro la miseria” (Laterza, 2014), l’Italia è “un paese dalla flessibilità anglosassone ma con un sistema di tutele del reddito da Europa orientale”.

E ancora, avversare il liberismo non significa affatto voler porre fine alla globalizzazione e ai liberi commerci, che sono motore di progresso e di pace a livello globale, né per questo significa ammiccare a sovranisti e protezionisti.

Inoltre, ridurre la spesa pubblica (o “affamare la bestia”, e cioè lo Stato, come dicono i neoliberisti) non è di per sé né di destra né di sinistra. Dipende da cosa si taglia. E’ grave però che i due autori facciano passare l’idea che chi si oppone al liberismo voglia scialacquare il denaro pubblico.

L’articolo summenzionato del duo Alesina-Giavazzi, si chiude, così come si era aperto, con un interrogativo alla Gaber su cosa sia di destra e cosa sia di sinistra. E per quanto riguarda la sinistra la risposta che danno è chiara: il liberismo è di sinistra (riprendendo il titolo di un loro fortunato libero del 2007).

Alla luce di ciò, argomentano, ben venga la scissione del PD, che consentirà ora a Matteo Renzi di gettare la maschera e poter finalmente fare il liberista alla luce del sole e senza doversi scusare con i compagni della sinistra del partito.

Tuttavia, la risposta del duo è sbagliata e a dirlo è la stessa Costituzione, dalla quale si evince che una sinistra costituzionalmente compatibile, che cioè ha smesso di vagheggiare più o meno lontane fuoriuscite dal capitalismo o abolizioni della proprietà privata, è una sinistra liberal-socialista, che pone al centro del proprio programma la garanzia a tutti dei diritti sociali; mentre una destra repubblicana è quella liberal-liberista, che pone al centro del proprio programma le libertà liberali, con l’accento sulla tutela del mercato e della libera impresa.

Se così stanno le cose, allora una sinistra liberista non è altro che un ossimoro, una contraddizione in termini, un ibrido sterile, che non produce nulla e scontenta tutti, tranne gli estremisti che grazie agli insuccessi delle forze moderate alle prossime elezioni potrebbero fare un pantagruelico banchetto.

Nunziante Mastrolia

Socialisti e comunisti. La storia all’opposto

Sembra che in Italia il muro di Berlino sia caduto all’incontrario. Anziché travolgere i comunisti, che pure nel novembre del 1989 decisero di cambiare nome, ha travolto i socialisti, che non ebbero l’avvertenza di comprendere che l’ottantanove italiano riguardava anche loro. Cosí anche nel giudizio sul passato un partito, che si é poi più volte rifondato e unificato fino a diventare Pd, ha salvato non già la tradizione socialista democratica che ha avuto ragione nella storia, ma la tradizione comunista che ha avuto torto. Nelle pareti delle sezioni del Pd campeggiano (e figurarsi adesso in quelle degli

Filippo Turati

Filippo Turati

scissionisti) i ritratti di Gramsci, di Berlinguer, di Nilde Iotti e in qualcuna anche quello di Togliatti. Qua e là inframmezzate dai volti di Moro e di La Pira per accontentare gli ex democristiani. Può anche essere che in taluni casi sia esposta una foto di Pertini, ricordato più come presidente degli italiani e come antifascista, che come socialista. Un’intera storia, quella che partendo da Turati arriva a Saragat, a Nenni, a Craxi, viene oggi ignorata o almeno offuscata. Spero che non si insegni questo a scuola. Che non si riprenda quel che ho ascoltato durante il recente referendum costituzionale, e cioè che nel 1946-48 la Costituzione fu una mirabile sintesi delle posizioni democristiane e comuniste, quando invece alla Costituente eletta il 2 giugno del 1946 i socialisti, col 20,6%, superavano i comunisti, fermi al 18,9%. Oppure che non si avvalli la tesi secondo la quale le uniche forze che combatterono il fascismo furono quella comunista e quella cattolica, come si é detto in tanti, troppi 25 aprile, dimenticando le brigate Matteotti, le nobili e tragiche figure di Rosselli, Buozzi e Colorni, il Centro interno di Morandi, il partito in esilio di Nenni, Tasca, Silone e Saragat. E negando ancora la verità della storia.

L’errore della scissione del 1921

Se nonostante tutto continuo a occuparmi di politica é per combattere questa deformazione. Per ribaltare questa errata convinzione. Lo faccio con ricerche, libri e dirigendo l’Avanti! in versione online. Si tratta della più vergognosa e inaccettabile ingiustizia subita da un popolo e da un’ideale. Dunque diamo una veloce scorsa a questa storia italiana, a questo conflitto a sinistra che diede un esito nel 1989, poi addirittura clamorosamente capovolto. Partiamo dal duro scontro del 1921 che a Livorno partorì la scissione voluta da Mosca e riconosciamo che questa non fu dovuta all’adesione al bolscevismo, che unificò il Psi già al congresso di Bologna nel 1919, con l’eccezione dei riformisti, ma alla supina accettazione da parte dei “comunisti puri” dei 21 punti di Mosca, tra i quali il cambio del nome da socialista a comunista e l’espulsione dei riformisti. Il Pcdi che si formò aveva intenzione di impiantare i soviet in Italia, di instaurare un regime simile a quello sovietico. Si proclamò la rivoluzione fino a che non arrivò il fascismo.

La posizione di Turati e la teoria del socialfascismo

Chi aveva ragione nel 1921-22 tra i riformisti e i comunisti? Umberto Terracini avrà l’onestà di riconoscere che aveva ragione Turati. Fu Turati, col suo mirabile discorso del 1920 “Rifare l’Italia”, a immaginare un governo progressista (con le elezioni del 1919 socialisti e popolari detenevano la maggioranza assoluta alla Camera). I massimalisti e i comunisti si opposero ovviamente a qualsiasi collaborazione e contaminazione. Così in Italia si aprirono le porte al fascismo, che i comunisti non consideravano un nemico peggiore del liberalismo. Addirittura, fino all’avvento di Hitler in Germania, nel 1933, i comunisti, sull’onda di una parola d’ordine lanciata dal Comintern, considerarono i socialisti “l’ala di sinistra della fascistizzazione” (teoria del socialfascismo).

I socialisti condannarono i processi di Mosca del 1938 e il patto Ribbetrop-Molotov del 1939. I comunisti no

Giuseppe_SaragatMosca, e quindi i comunisti italiani, seppero ravvedersi lanciando la politica dei fronti popolari. Ma ebbe o no ragione Nenni a condannare i processi di Mosca del 1938, al contrario di quel che fece Ercoli, cioé Togliatti, mentre il Psi di Tasca e Saragat seppe condannare Stalin dopo l’accordo nazista-sovietico del 1939 sulla divisione della Polonia e l’aggregazione all’Urss delle repubbliche baltiche, il patto Ribbentrop-Molotov, coi comunisti appiattiti sulle direttive impartite da Mosca, con l’unica eccezione di Terracini. Fino all’operazione Barbarossa del giugno del 1941 i comunisti consideravano equidistanti le parti in conflitto, cioè la democrazia e il nazi fascismo. Poi la svolta dopo l’invasione dell’Urss da parte degli eserciti tedeschi. Se questa non fosse avvenuta i comunisti avrebbero combattuto il nazifascismo? Domanda lecita. Certo la storia non la si fa coi se. Resta il fatto che il comportamento comunista, che diverrà anche eroico durante la resistenza, fu alquanto ambiguo tra l’agosto del 1939 e il giugno del 1941.

Il socialismo umanitario di Saragat contro il filo sovietismo di Togliatti

Già abbiamo approfondito il conflitto politico tra Saragat e Togliatti, con Nenni e il Psi ancora filo comunisti. Oggi tutti più o meno, eccetto Bertinotti e qualche tardo-comunista, ammettono che Saragat aveva ragione nel 1946 a contrapporsi al comunismo sovietico, allo stalinismo di cui era ancora imbevuta la maggior parte della sinistra italiana. Certo il suo Psli, poi Psdi, dovette fare i conti con la governabilità e il rapporto di collaborazione con la Dc fece perdere al partito il suo smalto autonomistico iniziale e quell’eresia libertaria che gli avevano dato i giovani di Iniziativa socialista. Resta il fatto che ispirarsi all’umanesimo socialista, vedasi una figura come Mondolfo, e non al leninismo, per di più in versione staliniana, fu giusto, opportuno, preveggente. Su questo non c’é discussione. Ma solo oggi.

Nenni e la condanna dell’invasione sovietica all’Ungheria del 1956 che Togliatti approvò

nenni-legge-lavantiQuando, a seguito del XX congresso del Pcus e delle clamorose rivelazioni di Kruscev sui crimini di Stalin, Nenni prese le distanze da Togliatti e mise il dito sulla piaga affermando che il problema non era l’uomo, ma il sistema e quando poi, nell’autunno, ancora Nenni condannò l’invasione sovietica in Ungheria, mentre Togliatti e il Pci furono dalla parte dei carri armati, la ragione da che parte stava? Anche su questo i post comunisti, decine d’anni dopo, ammettono l’errore e sostengono che aveva ragione Nenni. Allora, però, il Pci mise sotto sorveglianza politica un dirigente sindacale come Di Vittorio e costrinse Giolitti a rompere e assieme a molti uomini di cultura ad aderire al Psi, allora peraltro segnato da una lotta interna con la sinistra filo comunista, sorretta dal Pci e finanziata da Mosca, sinistra che nel 1964 darà vita a un nuovo partito, il Psiup, indebolendo così il primo governo di centro-sinistra e il processo di riunificazione socialista.

Quando il Psi diede vita al centro-sinistra il Pci si oppose

Quando, dopo i drammatici fatti del luglio del 1960, il Psi di Nenni, per appoggiare la formazione di un esecutivo alternativo alla destra, favorì, con un’astensione, la nascita del governo Fanfani, quello cosiddetto delle convergenze parallele, e poi del primo governo di centro-sinistra, ancora presieduto da Fanfani, che portò alla scuola media unica e alla nazionalizzazione dell’energia elettrica, ma anche al piano casa e alla riforma agraria, il Pci iniziò un’opera tesa “a mietere nell’orto del vicino”, e quando si formò il primo governo organico di centro-sinistra, con la partecipazione diretta del Psi al governo presieduto da Moro e con Nenni alla vice presidenza, i comunisti appoggiarono direttamente la scissione del Psiup. Il centro-sinistra che ha portato all’Italia riforme strutturali, come lo statuto dei lavoratori, le regioni, l’abolizione della mezzadria, la riforma sanitaria con l’istituzione del servizio nazionale gratuito, ha avuto nel Pci, assieme alle destre, un avversario strenuo e spesso prevenuto.

Il Psi in prima fila sui diritti civili negli anni settanta, il Pci preoccupato

Quando in Italia si aprì la grande stagione delle lotte per i diritti civili, a cominciare da quella per il divorzio, i socialisti, assieme ai radicali, nonostante il condizionamento politico dovuto alla collaborazione di governo con la Dc, furono in prima fila. E’ a Loris Fortuna e al liberale Baslini che si deve la legge sul divorzio, mentre i comunisti si attardavano in preoccupazioni di retroguardia sul ruolo dei cattolici. Ricordiamo l’iniziativa della senatrice Carrettoni per evitare il referendum, poi vinto dalla cultura e dalla intransigenza laica. E quando, ancora Loris Fortuna, dopo le lotte radicali e socialiste, presentò la legge sull’aborto, ricordo bene le preoccupazioni comuniste, allora condite con la strategia del compromesso storico e i governi Andreotti. Poi il referendum vinto, con ancora più margine di quello sul divorzio, ha fatto piazza pulita di tante incertezze.

Berlinguer per il compromesso storico, il Psi per un’alternativa socialista europea

E quando il Pci lanciò il compromesso storico sostenendo, dopo il colpo di stato in Cile del settembre 1973, che col 51 per cento non si può governare i socialisti italiani risposero che col 51 per cento le forze socialiste democratiche governavano in mezza Europa e che la cosa che complicava la situazione della sinistra italiana era proprio la presenza del più forte partito comunista d’Occidente. Quando il Psi di Craxi intensificò i suoi rapporti coi partiti dell’eurosocialismo il Pci di Berlinguer oppose l’eurocomunismo, il comunismo mediterraneo ove, se si eccettuano quello dello stesso Berlinguer e il piccolo partito spagnolo di Santiago Carillo, non esistevano partiti comunisti autonomi da Mosca. Così Berlinguer fu costretto a elaborare la fumosa terza via, mettendo sullo stesso piano comunismo e socialdemocrazia e inventando un’isola che non c’é.

Il Psi per la salvezza di Moro, il Pci per la fermezza

Quando venne rapito Aldo Moro, nel marzo del 1978, si misurarono due posizioni. Quella del Pci di Berlinguer e della Dc di Zaccagnini e Andreotti era per l’intransigenza assoluta ben sapendo che in quel modo si sarebbe sacrificata la vita dell’ostaggio, invece quella del Psi, ma anche di Saragat, metteva al primo posto la necessità di salvare l’uomo. La verità é che la linea dell’intransigenza si abbinò alla più assoluta inefficienza degli apparati dello stato e troppe incongruenze assurde, involontarie o meno esse siano state, portarono all’uccisione del presidente della Dc, proprio l’uomo che aveva aperto la strada alla politica di unità nazionale. Questo forse per far dimenticare che per troppi anni si era lasciato prosperare quella propensione alla violenza nella sinistra italiana, giustificandola nell’immediato dopoguerra e considerandola, negli anni settanta, un appannaggio esclusivo della destra.

Il Pci contro il governo Craxi e per il referendum sulla scala mobile del 1985

Quando il Psi di Craxi nel 1978 volle approfondire l’inconciliabilità del leninismo col pluralismo, il Pci rispose sostenendo che si tentava una caricatura del comunismo, e quando nel 1979 si lanciò la grande riforma delle istituzioni, il Pci parlò di iniziativa sovrastrutturale. Il Pci bloccò nel 1978 l’elezione di Giolitti alla presidenza della Repubblica perché ex comunista, votò a favore di Pertini, ma assunse una posizione di estrema rigidità politica quando il presidente socialista Pertini diede il mandato di formare il governo al segretario del Psi. Il segretario del Pci definirà quello di Craxi un “governo pericoloso”. Così quando il governo varò il piano anti inflazione che in cambio del taglio di pochi punti di scala mobile avrebbe consentito un maggior recupero della capacità d’acquisto dei lavoratori, abbattendo il tasso inflattivo, Berlinguer scatenò il finimondo e con l’appoggio d una sola componente politica del sindacato chiese e ottenne il referendum abrogativo, che il Pci perse clamorosamente nel 1985, un anno dopo la morte del leader comunista.

Dopo l’89 Craxi propose l’unità socialista, Occhetto di “andare oltre”

Quando i socialisti, nel novembre del 1989, dopo la fine dei regimi comunisti e la caduta del muro di Berlino, proposero al Pci, e poi al nuovo partito che ne é derivato, l’unità socialista, il segretario del partito Achille Occhetto contrappose la sua proposta di “andare oltre” il socialismo democratico europeo. Al rifiuto dell’unità socialista si deve anche giustapporre la tendenza di Craxi a considerarla solo una prospettiva d’avvenire e di non rompere i rapporti con la Dc, sia in previsione di un ritorno alla presidenza del Consiglio dopo il 1992, sia per il timore che sarebbe stato il nuovo partito ad appoggiare ancora Andreotti, il quale già aveva elaborato la sua singolare teoria dei “due forni”. Resta il fatto che solo in Italia, dopo il 1989, gli ex comunisti non rientrarono nell’alveo socialista, come sarebbe stato giusto e logico, ma iniziarono un anomalo cammino che li avrebbe poi portati ad un connubbio con gli ex democristiani.

Il Psi appoggia l’intervento Onu in Iraq, il nuovo Pds si oppone, poi il governo D’Alema interviene con la Nato in Serbia

Nel gennaio del 1991 il Parlamento italiano approvò l’invio di una missione italiana nell’ambito del contingente Onu per la liberazione del Kuwait occupato dalle truppe irachene. Il Pds si oppose e organizzò manifestazioni pacifiste in mezza Italia. Anche i socialisti europei non potevano opporsi all’Onu e in prima fila si espose la Francia di Mitterand. Poi, durante i due anni del governo D’Alema, il partito, allora Diesse, approvò l’invio di aerei per bombardare la Serbia, anche se la missione non venne legittimata e disposta dall’Onu, ma solo dalla Nato.

Psi e Pds di fronte a Mani pulite.

L’avvento di Tangentopoli venne salutato dai post comunisti come un’opportunità politica. Lo scrive D’Alema che ammette che Mani pulite aprì il varco della gola in cui stava Craxi e la sua unità socialista. I post comunisti ebbero così la possibilità di sviluppare il loro percorso dall’identità comunista a quella socialista europea, senza l’intralcio e la cattiva coscienza del Psi. La fine del Psi, nel periodo 1992-94, che costituisce il risultato anche di errori politici di Craxi e del gruppo dirigente socialista nell’esame del post 1989, di valutazioni sbagliate sul rapporto tra politica e cittadini, il cui primo effetto fu l’affermazione nel nord della Lega, di sottovalutazioni, leggerezze e correità sul finanziamento alla politica, segnò tuttavia l’inizio dello stravolgimento della storia. Quasi cone s assieme alla fine del Psi fosse finita anche la storia socialista. Forse per pagare il prezzo non già dei suoi errori, ma delle sue ragioni. Anche sul giustizialismo, sull’uso del carcere per motivi di confessione, sull’ingerenza della magistratura nella politica, sul mito di Di Pietro, il partito che derivava dal Pci ha ammesso i suoi sbagli. Come quasi su tutto. Resta il fatto che chi ha sbagliato, rivedendosi anni dopo, pare abbia vinto il suo conflitto nella storia con chi ha avuto ragione prima. Che quest’ultima sia stata considerata agli occhi degli italiani non una gran virtù è chiaro, purtroppo. Peccato che ci sia ancora qualcuno che non si rassegna, convinto che tra qualche tempo questo “arrivare sempre dopo” venga considerato l’errore più grande.

Mauro Del Bue

Formia, ispirazione per i suoi noti “passanti”

Torre-di-Mola-Formia-364x245“Mola di Gaeta (Formia n.d.r.) ci salutò nuovamente con i suoi alberi ricchi di aranci. Siamo rimasti un paio d’ore. La baia innanzi alla cittadina offriva una delle più belle viste; il mare giunge fin qua. Se l’occhio segue la destra riva, raggiungendo infine la punta del corno della mezzaluna, si scorge su una rupe la fortezza di Gaeta, a discreta distanza. Il corno sinistro si stende assai più innanzi; prima si vede una fila di montagne, poi il Vesuvio, quindi le isole. Ischia è situata quasi di fronte al centro […]”.

Quando Goethe descriveva così Formia e il suo panorama, il Bar Sud, di certo, ancora non c’era. Oggi, se percorri la via Appia, te lo trovi prima di entrare nel centro abitato formiano, proprio a guardia del mare. Alloggiato in uno stabile che, nonostante la “rinfrescata”, si vede che è roba vecchia. Non vecchia come Goethe (forse!), vecchiotto però, sì.

Affianco al bar c’è un portone. Che, visto il brutto color ottone, probabilmente appartiene agli “scintillanti” anni ’80. E si addice poco sia alla poesia di Goethe, che alla bellezza del golfo.

In alto a sinistra è attaccata una lapide, che dà lustro al palazzo. Non solo perché, anche solo visivamente, da quella si capisce che lì è successo qualcosa; ma per il nome che su di essa vi è inciso: Antonio Gramsci.

Lo stabile era, infatti, la clinica del dottor Cusumano. E qui fu spedito il capo dei comunisti italiani dal regime dittatoriale di Mussolini, il 7 dicembre 1933. Sempre in detenzione, ovviamente, e dopo il periodo passato nel carcere di Turi.

Gramsci era tanto malato, quanto la clinica poco attrezzata per curarlo, come si sarebbe dovuto. Ma, come sappiamo, il primo pensiero di Mussolini non era certo la salute di Gramsci. Ma il suo cervello, a cui, come affermato dal pubblico ministero che lo condannò a 26 anni e 4 mesi di carcere, doveva essere impedito di funzionare.

Alcune testimonianze, riportate in un bel racconto di Mariangela Lombardi, ce lo descrivono schivo e sempre intento a scrivere e studiare. Mentre la città pareva disinteressarsi del capo dei comunisti italiani. Poco avvezza, come era, a slanci e fiammate politiche. E simile, invece, al clima del suo golfo, dove nulla, né il vento, né la pioggia né il mare è mai esagerato.

Pare che, invece, un birrocciaio riverisse Gramsci con tre colpi di frusta sul suo sfortunato ronzino, fermandosi, ogni dì, davanti alla clinica. Un gesto di riconoscimento.

In quello stesso periodo, nella clinica Cusumano, era ricoverato anche un altro personaggio, che tentò di far la pelle a Mussolini. Anzi, fu il primo a provarci insieme al deputato social-unitario Tito Zaniboni; il quale, però, non riuscì ad usare a dovere il suo fucile di precisione Steyr-Mannlicher M1895.

Il quasi “ducicida” è il generale Capello. Quello che, per intenderci, si fece fregare a Caporetto dalla futura Volpe del Deserto, Rommel; allora un oscuro capitano, che mise in subbuglio le linee italiane, determinando la tragica “Rotta”.

La mattina, Gramsci aveva due ore d’aria, durante le quali poteva fare una camminata lungomare, accompagnato sempre da dei carabinieri.

Ad attenderlo, come ricorderà anche Sofri in un bell’articolo sul Foglio, non trovava solo il carrettiere, ma anche un personaggio a lui molto più noto. Ovvero, l’ingegner Bordiga Amedeo.

Bordiga, insieme a Gramsci, aveva cambiato per sempre le sembianze della sinistra italiana, con la scissione di Livorno del 1921. E fu il primo segretario del PCd’I. Ma anche, in un certo senso, il primo (di fatto) illustre estromesso. Per poi esserne espulso nel 1930, perché difese, pur non condividendolo, Lev Trotsky.

Troppo a sinistra, Amedeo Bordiga; anche rispetto ai vari Terracini, Togliatti e Gramsci. Ritenuti, in seno al partito, “centristi” e filo stalinisti.

Fuori dalla politica attiva, Bordiga era approdato a Formia, perché di qui era sua moglie, la signora Antonietta De Meo.

A dispetto di qualche “malelingua”, che lo voleva ricco costruttore, in un ‘intervista all’Unità la signora Antonietta ribatte seccamente che Amedeo invece, nella vita formiana, si arrangiò.

Il fascismo gli aveva tolto il l’abilitazione ad esercitare la sua professione di ingegnere. Quindi, i progetti che realizzava, glieli firmavano gli altri. E di lui si servivano anche i preti, perché era una brava persona, e si fidavano: le chiese, insomma, non le bruciava, ma le riparava.

I due si incontravano, ma si salutavano appena. Fino a quando, come riportato da Sofri, Gramsci gli fece arrivare una “imbasciata”, con cui gli chiedeva di non farsi più vivo, altrimenti gli avrebbero tolto l’ora d’aria.

Come sappiamo, Gramsci lasciò, poi, Formia per andare a Roma. Dove morì nel  1937.

Bordiga, invece, a Formia rimase tutta la vita. Più o meno dimenticato dal suo PCI.

In quegli stessi anni ’30, però, un altro personaggio transitava per la cittadina del basso Lazio. Qualcuno, forse con qualche eccesso, lo ha definito un “eretico” all’interno del comunismo italiano. Comunque sia, si tratta di Pietro Ingrao, nativo di Lenola, piccolo centro abbarbicato su un colle tra i monti Ausoni. Che si estendono a nord fino ai Monti Lepini, vecchio feudo di sinistra della terra pontina. Quel punto sempre rosso, che faceva da contraltare alla nera e piatta Latina, la quale quelle alture dominano.

Ingrao studiò nel liceo classico della città. Quell’istituto “Vitruvio Pollione”, che, ancora oggi, è lì, vicino la stazione, sulla strada per andare alla Formia “alta”: il quartiere Castellone.

Della città, il futuro dirigente del PCI dice che:” era molto bella, un mare meraviglioso, una spiaggia stupenda, un luogo dove noi andavamo a flirtare. Una città piccola e viva, che aveva un bellissimo strato di gioventù che crescendo si univa alla gioventù di Roma […]”.

Ma non fu la bellezza cittadina a cambiargli la vita, perché se in quel periodo, come disse, “modificai il mio percorso politico e abbandonai le organizzazioni giovanili fasciste a cui tutti noi eravamo obbligati a essere iscritti e abbracciai gli ideali antifascisti […]”, il motivo risedette nell’incontro con un professore del liceo: Gioacchino Gesmundo.

Gesmundo fu il docente in storia e filosofia di Ingrao. Ma, soprattutto, era un ardente antifascista. Diventando, in seguito, gappista a Roma.

Nella capitale si trasferì, poi, anche lo stesso Ingrao; il quale ricorda che si recava nella casa di Gesmundo presso Porta Metronia. “Un appartamento pieno di libri e di giornali, perché in casa sua c’era la redazione dell’Unità e tanti studenti del liceo Cavour, dove lui in quel periodo insegnava, aiutavano la diffusione del giornale clandestino”.

Il professore, infatti, del giornale fondato da Gramsci, fu vicedirettore nel periodo più complicato e pericoloso.

Nominato vice commissario di Divisione delle formazioni della Resistenza romana, adibì la sua casa anche ad arsenale. Ma, durante una perquisizione dei fascisti, furono rinvenuti due sacchi di chiodi a tre punte, che servivano per preparare delle bombe.

Arrestato, fu portato in via Tasso; posto dove conducevano gli antifascisti per interrogarli e torturarli.

Gesmundo fu torturato per un mese intero, ma non parlò. Così, i tedeschi lo condannarono a morte, con esecuzione avvenuta alle Fosse Ardeatine.

Ma Formia, non è stata solo un posto per confini, esili più o meno volontari o inizi di attività cospiratorie. Perché, il suo clima placito, il suo essere un po’ fuori dal mondo la rendeva posto ideale per riposi.

È per questo che Nenni la scelse come luogo di vita “oltre” la politica. E solo una volta, il 22 aprile del 1956, la infiammò con la sua oratoria rivoluzionaria. Fu in un comizio tenuto in Piazza Municipio, in occasione delle elezioni amministrative.

La piazza era rossa e gremita. E per il PSI le elezioni furono un grande successo.

Nenni, proprio in quei giorni, appunta sul suo diario che “è cominciata la costruzione della villetta che sorge con i soldi del premio Stalin”.

Come sappiamo, i soldi, dopo i tragici fatti di Ungheria del 1956, Nenni gli devolvette alla Croce Rossa Internazionale; ma la villetta vide, di lì a poco, la luce egualmente. Diventando il luogo dell’otium meditativo e distensivo del leader socialista; che, comunque, aveva iniziato già a frequentare Formia nel 1948, ospite di Remigio Paone, impresario dello spettacolo.

Sarà un caso, ma che uno dei più grandi oratori della storia politica italiana abbia voluto la sua villetta proprio vicino alla tomba di quel maestro di retorica, che fu Cicerone, è un fatto almeno divertente.

Probabilmente, il console romano avrebbe apprezzato i famosi slogan del rivoluzionario romagnolo (“O Repubblica o il caos”, “C’è sempre uno più puro di te che ti epura”), rimasti nella storia del nostro paese. Ma certo è che entrambe scelsero la località di Vindicio, vicino al mare. Nenni, nel suo diario annota:” Il posto è bello con un lieve promontorio, che domina l’incantevole Golfo di Gaeta”. Cicerone avrebbe approvato.

Lì, trovò “sole, mare, pace”. E con la sua bici, la mattina, percorrendo la via Appia, si recava alla vecchia edicola di Silvio Paone per acquistare i giornali.

Erano, certo, altri tempi. Ma nessuno lo importunava, pur se i fascisti a Formia non sono mai mancati. Nessuna scorta particolare. Nessuna ressa. Nulla. Tutti lo conoscevano, riconoscevano, e magari lo vedevano come Pasolini nella sua famosa poesia “Con che amore io vedo lei, acerbo, gli occhiali e il basco d’intellettuale, e quella faccia casalinga e romagnola”. Se ne rispettava la, oggi, tanto richiesta privacy.

Nella sua villetta, passarono in molti: Togliatti, Saragat, Rumor, Moro e tutta la nomenclatura del PSI.

Ma a Formia, Nenni, tentava di appartarsi. Pur se non si negava agli operai della vetreria di Gaeta, che lo andavano a trovare.

In giardino, si era fatto costruire un campo da bocce, dove giocava con i suoi amici del posto. Tra cui il dottor Tipaldi, medico della famiglia Nenni, e  primario dell’ospedale Dono Svizzero di Formia. Un agglomerato di baracche, prima che Nenni si impegnasse a che divenisse un ospedale dalle sembianze “umane”.

Un altro padre nobile della sinistra scelse Formia per i suoi riposi fu il “post-fascista” (come preferiva definirsi), Vittorio Foa.

Forse, anche per la sua anima movimentista, alla quiete del mare, preferì i ritmi del vecchio quartiere popolare “Castellone”.

Qui, aveva la sua casa Maria Teresa Tatò, detta Sesa.  Sorella di Franco, storico portavoce del segretario del PCI, Berlinguer, e che compare, con il nome di Lisetta, anche nel famoso romanzo “Lessico Familiare” di Natalia Ginzburg.

La loro casa era sempre aperta a tutti. E lì, Foà, scrisse alcuni dei suoi libri più celebri, come “La Gerusalemme rimandata”, “Questo Novecento” e “Le virtù della Repubblica”.

Che due ex partigiani potessero sposarsi, potrebbe essere, forse, nelle cose. Ma che lo facessero quando lui e lei avevano, rispettivamente, 95 e 80 anni, non è cosa da tutti. Ma lo stesso Foa amava dire che:” Quando si è vissuti così a lungo e così bene, non si può abbandonare. Devo darmi un progetto”.

Chiaro, direi. E non cosa da poco per uno che, tra i vari progetti, ha realizzato anche quello di dare all’Italia la democrazia.

La città di Formia gli ha dedicato un auditorium e un premio. Il Partito Democratico locale, una sezione. Circolo, scusate!

Nel giugno del 1999, scrisse che “l’Europa esiste, ma il nuovo secolo è tutto da inventare”. Aveva ragione, pur non avendo potuto vedere cosa sta ora succedendo.

Formia è sicuramente più famosa per il suo golfo, che per il passaggio, voluto o forzato, di queste persone. Persone che non rappresentano, usando le parole di Joseph Mitchell, la “gente minuta”. Tuttalpiù, in questo caso, la “gente di passaggio”.

Non so, precisamente, e non importa stabilirlo qui, cosa tramuti un semplice fatto del passato in un fatto storico. La risposta la lasciamo a E. H. Carr, con il suo “Sei lezioni sulla storia”, in cui troviamo anche scritto che la storia è un’enorme sega verticale piena di denti mancanti. E, questi denti, non gli troveremo certamente a Formia.

Però, “allontanandoci dal molo, la vista rimane sempre bella, sebbene si perda il godimento del mare. L’ultimo sguardo che gli rivolgiamo coglie una graziosa insenatura che vien disegnata (…)” (Goethe).

La scissione di Palazzo Barberini (terza e ultima parte)

Giuseppe_SaragatAlberto Simonini era un tipo tosto. Il deputato reggiano, già discepolo di Camillo Prampolini, sapeva che la scissione era un pericolo reale. Anzi, sapeva che la scissione era praticamente già decisa. Non dai suoi amici di “Critica sociale”, cioè dai vecchi riformisti D’Aragona, Mondolfo, Modigliani, Faravelli e dagli altri ex aderenti al Psu di Turati, ma da Saragat e dai giovani di “Iniziativa socialista”. Saragat s’era convinto della necessità della scissione già subito dopo le elezioni del novembre del 1946. Ricorda a tale proposito Mario Zagari, allora leader di “Iniziativa socialista”: “Ad un certo punto dell’autunno del 1946 (Saragat) giunse alla conclusione che, data quella che era la situazione italiana, valutata anche in base ai riflessi del più generale quadro internazionale, un partito socialdemocratico sarebbe stato, almeno per qualche decennio, una componente indispensabile del gioco politico” (1).

Ignazio Silone fa risalire la scelta di Saragat addirittura all’estate o forse alla primavera precedente (ma la vittoria socialista alla Costituente non avrebbe certo giustificato tale predisposizione). E precisa: “Al tentativo di Nenni e Basso di organizzare la loro corrente per conquistare quella maggioranza che a Firenze non erano riusciti ad ottenere, Saragat non oppose alcuna reazione. Il suo scopo preciso è infatti ormai quello di crearsi un partito tutto suo, che sia strumento docile per ogni manovra politica. Per questo, invece di prendere tempestivamente contatto con gli altri esponenti non della sinistra, con Pertini, con Romita, con me, o perfino con alcuni degli uomini più rappresentativi di “Critica sociale”, cerca l’accordo solo con alcuni dei giovani di “Iniziativa socialista”, anch’essi decisi a fare la scissione a tutti i costi” (2).

Naturalmente alla scissione guardavano con interesse sia i democristiani sia i comunisti, anche se con opposti, ma convergenti, obiettivi. De Gasperi, prima della partenza per l’America, aveva sollecitato Saragat “ad andare avanti sulla strada che aveva imboccata” (3), proprio per potere collaborare con un partito socialista autonomo dai comunisti nel momento in cui prendeva forma il suo progetto di espulsione dei comunisti dal governo. Togliatti, preoccupato per il risultato del 2 giugno, non poteva che favorire la divisione del Psiup, un partito che si era dimostrato in grado di limitare l’avanzata comunista. E per di più tendeva ad inserirsi con ogni mezzo nello scontro in atto nel partito socialista ai fini di favorire la tendenza che era in grado di garantire un rapporto di subordinazione nei confronti del Pci. Ma anche all’interno del Psiup c’era chi guardava con favore all’ipotesi della scissione. Lelio Basso, che aveva costruito una ferrea organizzazione interna, si dimostrò ostile a qualsiasi compromesso che oltretutto avrebbe comportato la sua rinuncia alla segreteria del partito, non potendo sopportare “che, dopo il successo ottenuto mobilitando la base socialista, la vittoria (…) venisse sottratta all’ultimo momento” (4).

Nenni, dal canto suo, assunse un atteggiamento di assoluta indifferenza rispetto al pericolo della scissione che continuava a ritenere probabile solo come “un distacco di rami secchi dalla pianta sana del socialismo” (5). Intanto, poco dopo Natale, giungeva a Roma un altro dei protagonisti del congresso e leader di “Iniziativa socialista”, e cioè Matteo Matteotti, figlio del grande martire. Recatosi da Saragat negli uffici dell’Assemblea costituente, egli si dichiarò ormai convinto che la scissione era inevitabile. Un tale giudizio venne subito condiviso da Saragat, il quale gli propose di scrivere una sorta di memoriale di denuncia per l’invalidazione del congresso, quasi a ricordare quello tragico del padre nei confronti delle elezioni del 1924. Matteotti si mise al lavoro e stese la relazione che avrebbe dovuto essere consegnata all’inizio del congresso.

Era evidente che con queste premesse più che una difficile pacificazione si sarebbe consumata la definitiva rottura. Eppure Simonini, quando si reca a Roma, è convinto ancora di potere combinare qualcosa. Quando il congresso del Psiup inizia alla città universitaria, la scissione era anche fisicamente già stata consumata. La maggioranza di “Iniziativa socialista” e la minoranza di “Critica sociale” erano già a Palazzo Barberini. Eppure tentativi furono messi in atto fino all’ultimo. E quello più significativo fu proprio promosso da Simonini. Simonini, appena arrivato a Roma, decise di prendere un’iniziativa per tentare in extremis di salvare l’unità del partito o almeno di arrivare a una soluzione che permettesse a molti degli esponenti della sua corrente (naturalmente lui compreso) di rimanere, depotenziando così la scissione di Saragat e della maggioranza  di “Iniziativa socialista”. Il leader reggiano non era solo. Anche Antonio Greppi, sindaco di Milano, gli stessi Mondolfo e D’Aragona, avevano appoggiato il suo tentativo.

Non appena giunto a Roma Simonini scrive subito a Pertini . “Caro Sandro, in ordine al noto problema io penso che molto difficile sia evitare la scissione. Mia opinione, strettamente personale, è che un tentativo si potrebbe fare in questo senso: fare approvare al congresso il rinvio a maggio o giugno, affidare il partito ad un comitato (che chiamerò di salute pubblica), accuratamente scelto; il nuovo congresso si tenga in una città dell’Alta Italia, il tesseramento sia fatto a cura dei comitati provinciali nominati con lo stesso criterio con cui si nominerà la direzione. Queste  a grandi linee le mie idee. Penso che sia l’unica via ancora aperta che ci possa permettere di ripartire da Roma con un partito unito” (6). Dal canto suo Pertini ricorda che Simonini, “che per quattro o cinque giorni è al centro di tutti gli incontri diretti ad arrestare il processo della scissione” (7), lo andò a trovare alla direzione dell’Avanti il 6 o il 7 gennaio. Simonini confidò a Pertini la sua disponibilità e quella di molti suoi compagni di corrente a restare nel partito, senza poter evitare del tutto la scissione (Saragat gli aveva confidato che se il suo tentativo di scissione fosse fallito si sarebbe ritirato dalla vita politica magari emigrando in Sud America).

L’unica cosa che Simonini, a nome dei suoi, chiedeva era che la segreteria non fosse affidata a Basso. L’ideale, per Simonini, era che il nuovo segretario fosse proprio lui, Pertini, che però non poteva assecondare l’iniziativa di Simonini se fosse stato sospettato di farlo “pro domo” sua. Pertini gli fece allora il nome di Morandi. Simonini volle a quel punto consultare i suoi, poi ritornò da Pertini alle 2 di notte, col loro consenso a patto che Pertini conservasse la direzione dell’Avanti. Pertini, allora, di prima mattina, si recò da Morandi al ministero dell’Industria e, dopo aver ricevuto il suo consenso, scrisse subito un biglietto a Nenni, invitandolo a presentare un documento firmato da loro due, con la proposta di Morandi segretario e l’invito all’unità del partito. Nenni si comportò in modo formalmente ineccepibile sottoponendo la proposta ai delegati della corrente maggioritaria, ma non cercò di forzare la situazione, com’era suo costume fare, e come aveva sempre fatto quando la proposta era da lui pienamente condivisa: così il tentativo svanì e Basso ebbe buon gioco ad obiettare che “non si poteva scavalcare all’ultimo momento il mandato della base” (8). Col sopravvento di Basso, assecondato da Nenni, svanì anche il tentativo di Simonini.

La scissione era cosa fatta e anche i vecchi di “Critica sociale”, compreso Simonini, si preparavano a condividerla. Matteo Matteotti lesse il memoriale per l’invalidazione del congresso documentando le irregolarità: a) l’assenteismo ai congressi di sezione e di federazione, l’irregolarità nel tesseramento e nelle votazioni b) le irregolarità e gli arbitri di procedura nei congressi di sezione e di federazione c) sistemi antidemocratici, interventi di forze esterne, coazioni fisiche e morali (9). Si trattava di una denuncia analitica e molto grave. Difficile in quel contesto pensare a un regolamento di conti “democratico”. Difficile però anche ritenere che senza quelle irregolarità denunciate il risultato congressuale sarebbe stato sostanzialmente diverso. Secondo Matteotti “manca ormai nel seno del partito socialista quella atmosfera democratica che rende possibile un’aperta espressione della volontà dei militanti (…), è stato spezzato quel patto di solidarietà e di libertà che è presupposto di ogni consorzio civile” (10).

Pertini non si rassegnò e decise di gettarsi a capofitto, com’era nella sua indole, nella baraonda congressuale recandosi personalmente a Palazzo Barberini per un disperato estremo tentativo. Quando arrivò venne accolto da un grido di vittoria, “Sandro, Sandro”, coi delegati scissionisti tutti in piedi, convinti che anche Pertini si fosse unito a loro. Ma quando egli volle manifestare il suo proposito unitario, Saragat gli rispose ringraziandolo, ma dichiarando che ormai la scissione era stata consumata. Simonini, invece, aveva parlato alla Città universitaria invitando i seguaci di Nenni e Basso a non rompere i ponti, a “non spezzare le possibilità, se ve ne sono ancora, e lo dico io”, proseguì, “che ho l’onestà di dirvi che spiritualmente sono alla sala Borromini anche se fisicamente sono qui” (11). Saragat volle parlare alla Città universitaria e svolse una dura requisitoria contro Nenni e poi con un gruppo di delegati se n’andò raggiungendo gli altri a Palazzo Barberini e annunciando la costituzione del nuovo partito: il Psli (Partito socialista dei lavoratori italiani) dopo che, su proposta di Olindo Vernocchi, il Psiup tornò a chiamarsi Psi per il timore che gli scissionisti si impadronissero del vecchio nome del partito.

Il Psi elesse Lelio Basso segretario e Pietro Nenni direttore dell’Avanti, mentre il Psli si diede una segreteria collegiale, nella quale entrò anche Simonini, in attesa di incoronare Giuseppe Saragat, che intanto si dimise, con un atto di elevato valore simbolico, dalla presidenza della Costituente. All’alba del nuovo anno il socialismo italiano si trovò, così, diviso in due partiti, come nel 1922, quando i massimalisti del Psi vollero espellere i riformisti del Psu. Allora la divisione non avvenne a causa di una consapevole scissione, ma per un provvedimento disciplinare imposto da Mosca. Ora, invece, una parte del partito aveva deliberatamente deciso di andarsene e l’altra parte non aveva fatto nulla per evitarlo. Anzi, Nenni, nelle sue conclusioni, volle affermare che la scissione non era da collegare a quelle deleterie del 1921 (scissione dei comunisti) e del 1922 (espulsione dei riformisti), ma a quelle del 1892 (divisione dagli anarchici), del 1908 (separazione dei sindacalisti rivoluzionari), del 1912 (espulsione di Bissolati e degli altri riformisti di destra, proprio da parte di Mussolini).

In sostanza la scissione di Saragat era “non una sconfitta, ma una vittoria del socialismo” (12). Eppure dal vecchio partito si staccò una parte consistente del gruppo parlamentare (e questo poteva far supporre che la vera analogia fosse proprio quella con la costituzione del Psu turatiano nel 1922), e cioè 52 deputati su 115 (il 45%), e sette componenti della vecchia Direzione su 15 eletti a Firenze. Il dato degli iscritti è invece meno confortante per gli scissionisti. Basandoci su quelli finali del congresso della Città universitaria si può registrare che su 923mila voti rappresentati al congresso 237mila non parteciparono alla votazione finale (il 25%). Questi delegati non avevano però ricevuto generalmente alcun mandato sulla scissione ed è da presumere dunque che l’incidenza alla base fosse anche minore. L’anno successivo il Psli denunciò 200mila iscritti, ma il Psi avrebbe, secondo i dati ufficiali, addirittura aumentato i suoi. Parliamo di iscritti, non certo di voti che, col Fronte popolare del 18 aprile dell’anno seguente, andranno dispersi a tutto vantaggio della rappresentanza comunista.

L’esito della separazione socialista dal punto di vista elettorale sarà deleterio e i comunisti diverranno il primo partito della sinistra rimanendo al comando fino alla fine del Pci. La scissione, che pure fu pienamente giustificata sul piano politico per l’evidente e imbarazzante subalternità della maggioranza dei socialisti al comunismo e ai comunisti, tuttavia determinò una situazione sfavorevole per entrambi i partiti. Il Psi finirà per essere assorbito, anche a causa della mancanza di forze autonomistiche al suo interno in grado di condizionarne le scelte, dalla nuova politica frontista e poi da un filo comunismo oltranzista dal quale inizierà a liberarsi solo a partire dal 1956, il Psli (che nel 1952 diverrà Psdi con l’ingresso di Romita e del suo Psu) dovrà presto rinnegare una delle sue componenti originarie, quella dell’opposizione governativa, e finirà per divenire una componente di un governo moderato negli anni della guerra fredda.

Il partito socialdemocratico sarà certamente utile, anzi in taluni frangenti anche determinante, per assicurare all’Italia una democrazia più matura e per sventare i pericoli quarantotteschi, ma non riuscirà mai a sfondare e a divenire una forza paragonabile a quella delle socialdemocrazie europee. In generale la divisione del partito, determinata dal filocomunismo del gruppo dirigente del Psiup, partorì una sfiducia nell’elettorato che il 2 giugno aveva premiato i socialisti e non i comunisti, e finirà per essere utile proprio a questi ultimi perché funzionale a costruire, e poi a mantenere, la loro egemonia sulla sinistra italiana.

Note

1)      A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 285.

2)      Ibidem.

3)      Ibidem.

4)      Ibidem.

5)      La frase di Nenni pronunciata il giorno di Natale del 1946 davanti alle sezioni socialiste di Monterotondo è la seguente: “Se ci sono nel partiti rami secchi, questi cadranno, se ci sono delle foglie morte il vento di gennaio se le porterà via”. In A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 285.

6)      G. Averardi, I socialisti democratici da Palazzo Barberini alla Costituente socialista, Roma 1971, p. 39.

7)      A. Gambino, Storia del dopoguerra…, cit, p. 288.

8)       Ibidem, p. 289.

9)      Il memoriale di denuncia di Matteotti è interamente pubblicato su G. Averardi, I socialisti democratici…, cit, p. 39.

10)   Ibidem.

11)   A. Simonini, Non spezzare completamente i ponti, in Avanti, 11 gennaio 1947.

12)    Una sola scissione sarebbe fatale, quella nelle officine e nei campi, in Avanti, 14 gennaio 1947.

Prima parte

Seconda parte

Saragat e la scissione di Palazzo Barberini (seconda puntata)

Giuseppe_Saragat

(Seconda puntata) La legge di amnistia, la successiva votazione da parte dei comunisti dell’articolo 7 della Costituzione che vi includerà i Patti lateranensi, scelte che si sommano alle divaricazioni prodottesi nel passato tutt’altro  che remoto (la svolta di Salerno del 1944 di Togliatti su tutte) celano però il vero problema che stava dinnanzi ai socialisti. E cioè il giudizio sul comunismo sovietico e solo dopo sul Pci. Esattamente in questa successione. Farlo all’incontrario portava fuori strada. Era questo che nel passato aveva diviso socialisti e comunisti italiani. Nel 1921 furono i ventuno punti di Mosca, e la conseguente necessità per i leader comunisti di espellere i riformisti dal partito, la ragione della scissione. Nel 1922 furono ancora i dictat di Mosca, e stavolta Serrati volle piegarsi contrariamente all’anno prima, a determinare l’espulsione dal Psi di Turati, Prampolini, Treves e degli altri riformisti. E poi lo stesso argomento, e cioè l’adesione all’Internazionale comunista, comportò la svolta di Serrati del 1924, che coi suoi terzinternazionalisti lasciò il Psi ed entrò nel Pcdi, con Nenni a sguainare la scimitarra per la sopravvivenza del partito e poi a perseguire la prospettiva di una nuova unificazione tra Psi e Psu (che si chiamò poi Psli e infine Psuli), che a Parigi nel 1930 vide massimalisti e riformisti di nuovo insieme. Ancora lo stesso vecchio argomento divideva i socialisti: ancora la questione del rapporto coi comunisti. Che peraltro, nell’immediato dopoguerra, pareva diventato di ben diversa consistenza, coi comunisti italiani che da piccolo partito di rivoluzionari s’erano trasformati in una grande forza politica di massa, e per di più orientati a consolidare, non a demolire, quella democrazia che avevano contribuito a conquistare durante la lotta di liberazione. Questo però deve essere conciliato col suo opposto, perchè in loro restava fondamentale, questo era il filo di continuità col 1921, lo stretto legame con Mosca.

Adesso, dinnanzi ai socialisti, come una dannazione, oscillava il pendolo del filocomunismo e dell’unità socialista, progetti che s’escludevano a vicenda e che rimbalzavano nel dibattito politico come un’alternativa che era impossibile porre a sintesi. Partire dall’esame del Pci oppure da quello del comunismo? Questo era il punto di fondo. E come mettere a sistema l’esistenza dell’uno con quella dell’altro, il loro livello di relazione e addirittura di dipendenza? La questione dell’unificazione parigina del 1930 veniva, così, ancora, messa in discussione. Lo aveva sottolineato Saragat, che nel 1930 proveniva dal partito di Turati e che condusse l’operazione di ricongiunzione con Nenni, anche allora leader del Psi. I due, che avevano unito il socialismo italiano, si apprestavano ora a dividerlo di nuovo. E ancora, sul vecchio tema del rapporto coi comunisti e col comunismo. Lo riuniranno e poi lo divideranno di nuovo (ma la scissione del 1969 non sarà colpa loro). Anche Saragat aveva firmato i vari testi del patto d’unità d’azione col Pci e anche lui l’aveva giudicato necessario durante il fascismo, ma anche dopo la Liberazione. Aveva, Saragat, contestato la corrente fusionista e anche Nenni, che peraltro aveva sempre considerato la fusione una prospettiva d’avvenire. Dopo il primo Consiglio nazionale del luglio del 1945, ma già prima, tra Saragat e Nenni c’era stata un profonda divaricazione di giudizi. Dopo il patto Ribbentrop-Molotov Nenni era andato in minoranza nel Psi e aveva preferito appartarsi anche dal partito, mentre Saragat e Tasca erano diventati i fautori dell’immediata rottura di ogni rapporto coi comunisti, allora accusati di subalternità addirittura col nazismo.

In Saragat, già allora, era comparsa quella sua convinzione dell’antitesi tra socialismo democratico e umanitario, da un lato, e comunismo realizzato, di stampo totalitario, dall’altro. Due visioni antiteche, che del resto anche Silone e lo stesso Tasca, due che provenivano dalle fila comuniste e ne erano usciti proprio su questo argomento, avevano prospettato. Non si riusciva tuttavia a comprendere allora perchè il leader dell’autonomismo socialista continuasse ad apporre la sua firma ai vari patti d’unità d’azione col Pci che venivano firmati, anche dopo il fascismo. Nenni, e con lui anche Basso e, sia pur con distinzioni non trascurabili, lo stesso Morandi (gli ultimi due erano rimasti in Italia durante il regime), erano invece convinti della necessità del rapporto unitario coi comunisti per battere il fascismo e quando gli eserciti tedeschi superarono il confine russo, a Nenni ritornò il sorriso e la voglia di lottare assieme ai vecchi compagni d’arma che già in Spagna avevano combattuto il franchismo, col concorso degli aiuti sovietici. La resistenza degli eserciti e della popolazione sovietica all’aggressione nazista aveva fatto il resto e individuato nell’Urss di Stalin l’autentica potenza che aveva consentito di battere Hitler. Se poi si aggiunge che nella resistenza italiana i comunisti erano stati al primo posto nella dura e sanguinosa battaglia contro il nazifascismo ne derivava una considerazione che non poteva certo rimandare alle polemiche del 1921. Anche perchè il Pci di Togliatti non era affatto quello di Bordiga e di Bombacci. Lo si poteva considerare tutto meno che estremista, velleitario e ancorato alla necessità di una rivoluzione armata, facendo “come in Russia nel 1917”. Anzi, come è stato già sottolineato, Togliatti esprimeva spesso posizioni moderate, realistiche, superando a destra lo stesso Psiup. Il problema che Nenni non teneva in sufficiente considerazione, ed è davvero anomalo per chi come lui aveva sempre privilegiato la lettura della situazione internazionale ed era in quel momento ministro degli Esteri, era proprio la natura del regime sovietico e dei paesi che dopo la guerra erano finiti sotto la sua egida e, a seguire, la natura del rapporto tra Pci e Mosca.

Su questo Saragat aveva visto giusto. Lo aveva intuito già quando, a fronte di una visione ottimistica di Nenni sul futuro del comunismo, esplicitata al primo Consiglio nazionale, e che giustificava anche la prospettiva della fusione dei due partiti, visione che presupponeva inevitabile la democratizzazione del comunismo e la creazione di un’unica Internazionale, faceva da contrappeso Saragat, che già intravvedeva alle porte la contrapposizione dei blocchi occidentale e orientale e auspicava una funzione dell’Europa come potenza di mediazione e di propulsione di un dialogo tra le due parti, anche attraverso, com’era ovvio, l’Internazionale dei Partiti socialisti, alla quale quello italiano avrebbe naturalmente dovuto aderire. Per Nenni il comunismo post bellico non poteva ritornare quello dei processi di Mosca degli anni trenta, per Saragat il comunismo sovietico era l’altra faccia del socialismo, di natura totalitaria, burocratica, dispotica. Difficile, in una contrapposizione così forte, permanere a lungo in un unico partito. Si poteva partire, come faceva Nenni, dal giudizio sul Pci italiano per come si comportava in Italia e per quel che sosteneva, si poteva invece partire, come faceva Saragat, dal legame che tale partito manteneva con Mosca e col regime comunista e capire così anche la nuova moderazione di Togliatti e del Pci (una moderazione che rappresentava una vera consapevolezza democratica o la proiezione delle indicazioni sovietiche nella logica di Yalta?). La rivoluzione impossibile pareva in effetti la conseguenza, più che di una conversione di Togliatti alla democrazia “borghese”, della nuova situazione internazionale, che Togliatti, come Saragat e molto più di Nenni, tentava di interpretare. In questo senso sia Saragat che Togliatti appaiono molto più realisti di Nenni.

La causa del tracollo socialista alle elezioni amministrative del 10 novembre 1946 non poteva essere però solo una disfunzione organizzativa. L’Avanti infatti ne individua anche una di natura politica. Secondo il quotidiano socialista, diretto da Pertini, “il partito era stato incapace di dare una direttiva al Paese ed era irrimediabilmente diviso tra tendenze che non riuscivano a trovare un minino comun denominatore” (1). Secondo l’Avanti il partito aveva dato all’operaio e all’impiegato non una linea, ma “l’opinione del socialista A contro l’opinione del socialista B” (2). Quanto alla debolezza organizzativa il ragionamento era semplice. Se i comunisti a Torino avevano 58mila iscritti e i socialisti solo 14mila, allora anche il risultato del 2 giugno, che vedeva un Psiup più forte del Pci, poteva essere facilmente ribaltato in elezioni amministrative dove la mobilitazione era più incisiva rispetto al voto politico, che era più condizionato da un moto di opinione. E per di più a fronte di una grande astensione.  La sconfitta alle elezioni amministrative del 10 novembre diede il colpo di accelerazione alla scissione, ma non ne fu certo la causa. La vera ragione fu proprio la diversa concezione del socialismo che potremmo definire, da un lato, quella di dimensione democratica e umanitaria e, dall’altro, quella rigorosamente classista. La prima portava ad una netta distinzione tra socialismo e comunismo e alla conseguente rottura tra socialisti e comunisti in Italia, la seconda alla più stretta unità d’azione in nome degli interessi del proletariato. Questo, del rapporto col comunismo e coi comunisti, non rimanda a letture ancorate ad etichette prefabbricate di destra e di sinistra nei confronti delle tendenze politiche interne al Psiup.

Prendiamo la corrente di “Iniziativa socialista”, che aveva prospettato la rottura del Cln in nome della pregiudiziale repubblicana, poi dei governi ciellenisti e l’opposizione alla presidenza democristiana del Consiglio e che era sostenuta da giovani antifascisti e da ex partigiani che nulla avevano a che fare con le vecchie barbe riformiste. Consideriamo anche la posizione di “Critica sociale”, dove invece avevano trovato la loro naturale collocazione quasi tutti i vecchi riformisti, a cominciare da Saragat fino a Simonini. Questi stessi avevano contestato la politica del partito non solo sul tema della fusione e del rapporto col Pci, ma anche sulla questione della partecipazione al governo e sulla evidenziata subalternità socialista alla Dc. In loro l’autonomia pareva valore assoluto. Anche se è netta l’impressione che le polemiche suscitate da questi ultimi sul lato destro fossero funzionali, come si dimostrerà nel prosieguo della evoluzione politica e di governo, a mantenere un rapporto di coesione col gruppo di “Iniziativa”. Era la questione del rapporto col comunismo internazionale e di conseguenza col Pci, il pomo della discordia, non l’identità di sinistra e di destra. Saragat aveva parlato al congresso di Firenze di una netta contrapposizione tra socialismo democratico e socialismo autoritario. Del primo i socialisti italiani, a giudizio di Saragat, hanno avuto scarsa coscienza. Egli sottolineava come “la maggioranza, la grande maggioranza dei lavoratori dei paesi dell’Europa occidentale e centrale milita sotto la bandiera del socialismo democratico. Allora perchè questa sfiducia nelle forze costitutive del socialismo italiano, da parte dei nostri dirigenti? Perché solo da noi le masse operaie dovrebbero allontanarsi da quello che fu il loro partito storico?” (3). Domande che i socialisti si sarebbero più volte rivolti anche in seguito. E lo stesso Saragat, che col nuovo partito non riuscirà mai a sfondare una percentuale da forza politica minore, se le sarebbe rivolte ancora. Saragat continua analizzando la situazione del paese del socialismo realizzato e dichiara: “Si era in diritto di attendere che questa prima fase della dittatura, per carattere progressivo che tutti i governi operai hanno necessariamente in se stessi, avrebbe avuto un carattere transitorio e sarebbe fiorita una vera democrazia. Assistiamo invece ad un processo di involuzione, che pare smentire nel modo più clamoroso le previsioni di Marx. Invece di assistere a quella morte dello Stato che era nella profezia di Engels, abbiamo assistito al contrario. Invece di assistere all’eliminazione della burocrazia come corpo separato dalla massa del popolo, che è una delle dottrine più costanti del marxismo, abbiamo assistito allo sviluppo enorme di una burocrazia onnipotente, che si separa sempre più dalla massa del popolo. Insomma tutti i fenomeni che abbiamo constatato nel totalitarismo borghese, si verificano, su un ben diverso piano umano, ma con una simmetricità singolare, nel totalitarismo proletario” (4). La conclusione era: “E’ camuffare i dati presentare il comunismo come convertito alla nozione democratica del socialismo occidentale, quando tutto nella sua struttura organizzativa, nella sua politica, nella sua mentalità, grida il contrario” (5).

Dal canto suo Rodolfo Morandi, che si era distinto da Basso, e in parte anche da Nenni, per l’elaborazione di contenuti non omogenei a quelli comunisti e aveva portato avanti il progetto dei consigli di gestione operai anche da neo ministro dell’Industria, rispondeva a Saragat con una certa decisione: “La sinistra”, afferma Morandi, “che considera l’esistenza di due partiti proletari come una manifestazione della lotta di classe (…) ritiene di capitale importanza la coordinazione e lo stesso affiancamento di essi nell’azione, quale espressione differenziata in questa fase di transizione di uno stesso interesse e di una stessa qualità di classe. La destra, invece, non trova spiegazione a questo fenomeno, né giustificazione storica ad una prassi di partito che fa perno attorno alla potenza sovietica come originaria forza di espansione della rivoluzione proletaria, e persiste a giudicare il comunismo militante come una degenerazione del socialismo e qualcosa di abnorme, col quale i contatti non debbono essere tanto più intimi di quelli che non possono tenersi con altri partiti” (6)). Due opposte concezioni della politica del partito, dunque. E un partito unico che stava dividendosi ancora sul solito tema del rapporto coi comunisti. Una dannazione.

Mauro Del Bue

Note

1) Autocritica, in Avanti, 14 novembre 1946

2) Ibidem.

3) Socialismo democratico e socialismo totalitario, in A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiani di questo dopoguerra (1943-1966), Bologna 1968, p. 39.

4) Ibidem.

5) Ibidem.

6) M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia, cit, p. 162.

Leggi la prima parte

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo

Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.