LA CONTROFFENSIVA

LIBERO SCAMBIO GIAPPONEDopo l’abbraccio tra Putin e Trump le reazioni americani e non solo, sono arrivate come era doveroso aspettarsi. Un accordo che in Usa viene definito come una “vergogna”, “poco meno di un tradimento”, “scandaloso”. L’immagine di un presidente che si schiera con un capo di Stato straniero, e per giunta sospettato da un’indagine ufficiale in corso di attività antiamericana, rifiutandosi di appoggiare le proprie stesse agenzie di intelligence impegnate nell’inchiesta sul Russiagate, ha sconvolto i commentatori delle reti televisive nazionali, politici repubblicani e democratici e naturalmente gli stessi funzionari dell’amministrazione coinvolti. L’immagine di un presidente che appoggia e sostiene le tesi antiamericane di Putin in netto contrasto con quelle della amministrazione Usa non poteva lasciare indifferenti. Un gioco di sponda tra i due. Putin per uscire dall’isolamento internazionale, Trump per uscire indenne dal Russiagate con una battaglia isolazionista iniziata con i dazi che si arricchisce quotidianamente di nuove tariffe e minacce.

Una guerra dichiarata alla quale l’Europa, Cina e  il Giappone hanno dato una controffensiva imboccando la strada opposta. Il vertice Ue-Cina di ieri e quello Ue-Giappone di oggi lanciano un messaggio forte in direzione della difesa del multilateralismo da un lato, e della volontà di incrementare le relazioni economiche reciproche dall’altro. L’accordo di libero scambio firmato oggi è maggiore mai siglato tra Europa e Giappone. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. Una sigla che arriva all’indomani della visita della delegazione del Vecchio continente in Cina, dove altri impegni – molto meno stringenti, ma politicamente rilevanti – sono stati presi.

Si tratta di “un messaggio potente contro il protezionismo”, dichiarano Abe e Juncker. “Quella di oggi è una data storica allorché celebriamo la firma di un accordo commerciale estremamente ambizioso tra due delle più grandi economie del mondo”, commentano ancora i due leader. “Con il più grande accordo commerciale bilaterale mai siglato – ha scritto su Twitter Donald Tusk – oggi cementiamo l’amicizia nippo-europea. Geograficamente, siamo lontani. Ma politicamente ed economicamente potremmo difficilmente essere più vicini. Condividiamo i valori della democrazia liberali, dei diritti umani e dello stato di diritto”. Anche a livello interno, a differenza del Ceta col Canada o del Ttip con gli Usa, questo accordo ha ricevuto l’appoggio del M5s. Soltanto pochi fa, sul blog delle stelle Tiziana Beghin annotava: “L’accordo di partenariato economico con il Giappone non è perfetto: se fosse stato negoziato sotto gli occhi vigili del governo MoVimento 5 Stelle sarebbe senz’altro migliore, ma le opportunità che offre alle nostre imprese e ai nostri cittadini sono immense e superano gli aspetti negativi”.

Nella comunicazione ufficiale di Bruxelles si ricorda che l’accordo, che riguarda 600 milioni di persone, ha effetto su un export europeo che già vale 58 miliardi in termini di beni e altri 28 miliardi per i servizi. Il cosiddetto accordo Jefta (Japan-Ue free trade agreeement) chiude le trattative avviate nel 2013 e copre un’area di libero scambio che riguarda quasi un terzo del Pil mondiale. “Una volta attuato completamente l’accordo, il Giappone avrà soppresso i dazi doganali sul 97% dei beni importati dall’Ue (in termini di linee tariffarie)”, per una stima di 1 miliardo l’anno di risparmi, diceva già ad aprile Bruxelles nel corso degli ultimi incontri per arrivare alla firma.

Il pericolo di uno scontro tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese

cinagiapponeLo storico di strategia giapponese Tömatsu Haruo, in un’intervista concessa a Dario Fabbri, pubblicata su “Limes, n. 2/ 2018”, col titolo “Il Giappone sta per vivere una nuova fase della sua storia”, afferma che il Paese del sol levante sta adeguandosi alla dinamica degli eventi che caratterizzano l’area del Pacifico. Ciò perché – afferma lo storico giapponese di strategia – la “Cina è una potenza tanto in ascesa quanto fragile, dunque particolarmente pericolosa. La Russia è in grande difficoltà, quindi destinata ad essere aggressiva. La penisola coreana, che nella sua interezza palesa un crescente sentimento anti-giapponese, rischia di tradursi nella più grande minaccia alla stabilità planetaria. Gli Stati Uniti, ancorché attivamente impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare, vivono notevoli convulsioni interne e chiedono agli alleati di fare maggiormente la loro parte”.
Conseguentemente, il Giappone, principale alleato della superpotenza americana, non può fare a meno di “modificare il suo approccio al mondo, ad abbandonare la condizione di mero soggetto economico per tornare ad occuparsi direttamente della sua difesa”. A tal fine, a parere di Haruo, gli effetti di questa necessità sono riscontrabili nella febbrile attività politica della società nipponica, volta ad elaborare la strategia più conveniente per il Paese; strategia che non potrà che essere quella, sia pure adeguata al tempo attuale, inaugurata nel 1868, dopo il rinnovamento Meiji (il radicale cambiamento della struttura istituzionale con cui il Giappone, abolendo il sistema feudale, si è aperto alla modernizzazione e all’industrializzazione della propria economia).
Prima del rinnovamento vivevano in Giappone circa 30 milioni di abitanti, con un’economia esclusivamente agricola; a seguito dell’industrializzazione – afferma Haruo – la popolazione è ammontata nel 1940 a 70 milioni, imponendo la necessita per il Paese di “reperire all’estero le risorse necessarie”, sia per soddisfare le esigenze esistenziali dell’aumentato numero di abitanti, che per reperire le materie prime necessarie per supportare il processo di industrializzazione. Dopo la drammatica sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale, il Giappone ha continuato a perseguire lo stesso obiettivo pre-bellico, sotto l’”ombrello protettivo” americano, tendendo a controllare le rotte marittime e ad estendere la propria influenza sui Paesi asiatici ricchi di materie prime. Il Giappone abbandonerebbe tale strategia, soltanto se una potenza ostile si sostituisse agli Usa col proposito di “dominare i mari”; in questo caso, per il Paese, sarebbe gioco forza reagire.
Per sventare il pericolo di una reazione militare, considerate le propensioni degli Stati Uniti ad interessarsi, più di quanto hanno fatto sinora, dei loro problemi interni, al Giappone non resta che affidarsi a un maggior margine di manovra autonoma, per valutare con lucidità le vicende internazionali e le proprie condizioni attuali, le quali concernono principalmente, sia l’affidabilità delle protezione americana, sia la dinamica al ribasso della propria demografia.
Riguardo al problema della protezione a “stelle e strisce”, il Giappone è afflitto dalla sindrome della percezione che il confronto degli USA con la Cina sia destinato a consumarsi in una guerra, in quanto le due potenze a confronto sono considerate in competizione apparentemente inconciliabile. E’ questo il motivo principale che spinge oggi il Giappone a riscattarsi dalla posizione di “ancella geostrategica” degli Stati Uniti, per rientrare a pieno titolo nel governo delle relazioni che si svolgono a livello planetario. Ma a preoccupare Tokyo non è soltanto la Cina, in quanto sono percepite come gravi anche le minacce che provengono dalla Corea del Nord e dalla possibile evoluzione delle relazioni con la Russia. Comunque, la percezione delle minacce cinesi è in testa alle preoccupazioni dei governanti giapponesi, anche per via del calo demografico del Paese.
Il problema demografico riveste per il Giappone una particolare importanza, soprattutto per il suo impatto sull’economia e, ciò che più conta, sulla sicurezza nazionale. Secondo l’Ufficio statistico nazionale, la popolazione nipponica ammontava nel gennaio 2018 a circa 127 milioni di persone; nel 2040, è previsto che scenda a circa 111 milioni, a circa 100 nel 2053, a 88 entro il 2065; a rendere più grave la diminuzione della popolazione è l’aumento della percentuale della popolazione degli ultrasessantacinquenni; oggi sono il 28% circa, ma si prevede che arriveranno al 35% circa nel 2040, al 38% nel 2053 e al 38,4% nel 2065. Oggi, i decisori politici giapponesi tendono ad accettare la realtà del declino demografico, ponendosi l’obiettivo di conservare una popolazione di 100 milioni di persone, con l’intento di compensare gli effetti negativi del calo demografico sulla sicurezza mediante il miglioramento qualitativo del loro sistema di difesa e un maggiore impegno geopolitico e geostrategico del Paese.
Le preoccupazioni che il Giappone nutre nei confronti della Cina sono alimentate dal modo “aggressivo” con cui la Repubblica Popolare, dopo la sua rapida ascesa economica, sino a diventare uno dei principali protagonisti dell’economia globale e della politica internazionale, tende ad espandere il controllo sui mari che circondano l’arcipelago giapponese e a potenziare la propria espansione economica attraverso la realizzazione del progetto delle “vie della seta”, percepito da Tokyo anche come strumento infrastrutturale di espansione militare.
Dei pericoli intrinseci all’espansionismo economico, politico e militare della Cina è convinto sostenitore Sakaguchi Daisaku, Docente di Studi strategici presso l’accademia nazionale di difesa di Yokosuka; in “La prossima guerra tra Cina e Giappone” (“Limes”, n. 2/2018), egli afferma che, da anni, il governo della Repubblica Popolare si legittima presso la popolazione attraverso lo sviluppo economico, ma, assieme alla crescita economica, sta sviluppando la propria potenza militare, con la quale sta rendendo insicuri i Paesi limitrofi, alimentando “nella regione il dilemma della sicurezza”; tramite l’utilizzo di missili antinave e missili Cruise a lunga gittata, “la Cina – secondo Daidaku – si sta preparando ad affrontare una campagna militare di notevoli dimensioni”. A rendere la Repubblica Popolare ulteriormente insidiosa, sarebbe “la sua avanzata nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Pacifico”, cui va aggiunta le “questione delle isole Senkaku”, appartenenti al Giappone per ragioni storiche e in base al diritto internazionale.
La questione delle isole Senkaku, emersa soprattutto negli ultimi anni, deve la sua origine alla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale; il Trattato di S. Francisco del 1951 ha obbligato il Giappone – ricorda Daisaku – “a rinunciare all’isola di Taiwan e alle Pescadores, senza specificare quale Cina dovesse prenderne il controllo. Pechino e Taipei sostengono entrambe che anche le Diaoyu (come sono chiamate in Cina le isole Senkaku) devono essere restituite poiché affiliate all’isola di Formosa. Secondo Tokio, queste facevano parte delle isole Nanes, che furono poste sotto l’amministrazione degli USA e restituite ai giapponesi nel 1971”. Per i cinesi, la pretesa del Giappone di considerare le Senkaku come parte integrante del proprio territorio nazionale è indice del mai sopito espansionismo nipponico. Il Giappone considera l’atteggiamento cinese riguardo alle isole motivo di preoccupazione, in quanto è consapevole che Pechino non sarà mai disposta a transigere sull’aspirazione a realizzare “una sola Cina”, anche con l’uso della forza, se necessario.
Per tutti i motivi indicati, le priorità strategiche di Tokyo stanno perciò cambiando; se durante la guerra fredda la principale preoccupazione era quella di difendere l’intero arcipelago giapponese dall’Unione Sovietica, ora – a parere di Daisaku – è la regione insulare posta a Sud-Ovest del Paese ad essere esposta alle minacce cinesi. Non a caso, la strategia giapponese, elaborata per la difesa dell’area, prevede la costituzione di un contingente di marines destinato a presidiare le zone giapponesi più esposte; ciò perché, se Tokyo rinunciasse alla sovranità su qualcuna delle isole disseminate tra il Mar Cinese orientale e il Mar Cinese Meridionale, secondo Haruo “cesserebbe di essere, assieme agli Stati Uniti, il principale contrappeso all’Impero del Centro. Una diminutio che inficerebbe anche il tentativo di negoziare con la Russia il possesso delle Curili meridionali, tutt’ora considerate il punto più a Nord del territorio nazionale”.
Oltre alla minaccia militare espressa dalla Cina, aggiunge Daisaku, il Giappone ne teme la propensione a fare uso di “insidiose armi alternative”, quali lo “sharp power” (potere aspro e sottile), utilizzato principalmente per influenzare l’opinione che il mondo ha della Cina, con l’impiego “di mezzi opachi come l’intimidazione e la manipolazione delle informazioni”. Ma non è tutto; ai pericoli originati dalle minacce espresse dai comportamenti della Cina, devono essere aggiunti anche quelli provenienti indirettamente da situazioni di crisi proprie di altri Paesi vicini al Giappone, come, ad esempio, la Corea del Nord, un Paese divenuto ormai un soggetto nucleare, caratterizzato da un approccio aggressivo alle questioni internazionali.
Dal punto di vista giapponese, distando la Corea del Nord dal Giappone più di mille chilometri, non è la minaccia delle armi convenzionali ad essere fonte di preoccupazione, ma quella proveniente dal probabile impiego di missili nucleari; pericolo, questo che, secondo Kurata Hideya, docente di Studi coreani presso l’Accademia Nazionale di difesa di Yokosuka, (“La Corea è affare anche di Tokyo”, in “Limes”, n. 2/2018), è un’eredità della Guerra di Corea, combattuta a sostegno della Corea del Sud, difesa dagli Stati Uniti, utilizzando basi aeree dislocate nell’isola di Guam e in territorio nazionale giapponese.
Alle prese con una penisola coreana divisa, parte della quale nuclearizzata, a parere di Haruo, per il momento il Giappone, non si doterà di un arsenale atomico, considerando sufficiente la copertura garantita dall’ombrello protettivo statunitense, anche perché l’opinione pubblica è fortemente contraria a una svolta di tale genere, per cui solo “un drammatico evento potrebbe stravolgere tanta ritrosia, peraltro corroborata da ovvie e dolorose reminiscenze storiche”. Sicuramente, afferma Haruo, si tratta di una condizione paradossale “per una nazione che dispone degli strumenti tecnologici per realizzare la Bomba (in meno di sei mesi) e che per ora preferisce rimanere sprovvista”. Almeno finché un rivale non vorrà testare la nostra risolutezza o costringersi a mosse autolesioniste”. Specie se l’antagonista in questione fosse la Cina. Se, per caso, ciò accadesse, il Giappone sarà chiamato ad evitare una guerra di logoramento “impossibile da vincere”; se la Cina, conclude Haruo, annettesse le isole Senkaku, il Giappone dovrà “fingere di accettare il fatto compiuto”, salvo poi organizzare, assieme agli Stati Uniti, “una risposta militare adeguata”.
Venti di guerra, dunque, in Estremo Oriente; gli strateghi e gli studiosi giapponesi di relazioni internazionali stanno preparando il Paese ad affrontare lo scontro con la Cina; scontro, destinato a diventare tanto più probabile, quanto più l’America di Trump continuerà a perseguire il crescente disimpegno riguardo al “governo” dei problemi dell’Estremo Oriente. Ciò che preoccupa della situazione di crisi che serpeggia in quest’area del mondo è il totale disinteresse dell’Europa per il crescente clima di guerra che sta caratterizzando le relazioni tra i Paesi che ne fanno parte. C’è solo da chiedersi se non sia il caso, per i Paesi europei, di preoccuparsi meno degli effetti della guerra dei dazi avviata dall’amministrazione americana e più del suo progressivo disinteresse per l’accresciuta intensità dei pericoli di guerra che questo disinteresse sta determinando.

Gianfranco Sabattini

Dazi, la Cina risponde a Trump

usa cinaLa Cina ha introdotto i dazi su 128 prodotti made in Usa, in risposta alle decisioni già adottate dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Lo ha riferito il ministero delle Finanze di Pechino, specificando che i dazi imposti oscillano fra il 15% e il 25%. Tra i prodotti colpiti il vino, la carne di maiale e la frutta importati in Cina dagli USA. Queste tariffe di rappresaglia, che erano state precedentemente annunciate da Pechino e che sono state stimate pari a un valore complessivo di circa 3 miliardi di dollari, sono l’effetto dei dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio negli Stati Uniti dalla Cina, in vigore da una settimana. Per il momento, Pechino non ha ancora annunciato ritorsioni per le ulteriori misure punitive indicate dal Presidente Trump, per un massimo di 60 miliardi di dollari. Pechino ha chiesto agli Stati Uniti di non decidere altre misure specificando di volere evitare una controversia ma di non avere paura di una guerra commerciale. Donald Trump, invece, ha annunciato di voler rincarare la dose.

Immediata la reazione delle borse che hanno reagito negativamente. Chiusura in ribasso per la borsa di Tokyo, con gli investitori innervositi dalla guerra commerciale, a colpi di dazi all’importazione, tra Usa e Cina. Il Nikkei ha ceduto lo 0,45%, chiudendo a 21.292 punti.

Oggi, avvio in calo anche per le borse europee, sotto pressione per la guerra commerciale tra Usa e Cina: Francoforte cede lo 0,77%, mentre Parigi perde lo 0,49%. Male anche Londra, in ribasso dello 0,71%.

Le altre principali borse di Asia e Pacifico hanno chiuso al ribasso  senza replicare il tonfo di Wall Street a seguito dell’inasprirsi della guerra dei dazi fra Usa e Cina, dopo le contromisure annunciate da Pechino:
Shanghai ha ceduto l’1,33%, Taiwan lo 0,61%, Seul lo 0,23% e Sidney lo 0,13%. In ribasso anche Hong Kong (-0,39%) e Mumbai (-0,18%). Positivi i futures su Wall Street, dopo lo scivolone dell’1,9% delle vigilia e del 2,7% del Nasdaq. Negativi i futures sull’Europa dopo vendite al dettaglio inferiori alle stime in febbraio in Germania ed in attesa degli indici Markit sulla fiducia dei manager del settore manifatturiero in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e nell’Ue. Piazza Affari, in apertura, ha confermato il calo (Ftse Mib -0,37%).

Però, forse, è il caso di dire che non tutti i dazi vengono per nuocere. Da una analisi della Coldiretti su dati Istat divulgata in occasione dei superdazi cinesi nei confronti di 128 beni importati dagli Stati Uniti, il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi della  guerra commerciale tra Usa e Cina dopo che le nostre esportazioni vinicole nel gigante asiatico hanno raggiunto il massimo storico di oltre 130 milioni di euro nel 2017, grazie all’aumento su base annua del 29%.

Secondo la Coldiretti: “Gli Stati Uniti hanno esportato vino in Cina per un valore di 70 milioni di euro in aumento del 33% nel 2017 e si collocano al sesto posto nella lista dei maggiori fornitori, immediatamente dietro all’Italia. Per effetto di una crescita ininterrotta nei consumi la Cina è entrata nella lista dei cinque Paesi che consumano più vino nel mondo ma è in testa alla classifica se si considerano solo i rossi. Un mercato dunque strategico per i viticoltori italiani mentre per quanto riguarda la frutta fresca l’Italia può esportare al momento in Cina solo kiwi e agrumi anche se il lavoro sugli accordi bilaterali per pere e mele è ad uno stadio avanzato e potrebbe aprire opportunità, dopo lo stop alle forniture statunitensi. Si tratta di superare barriere tecniche cinesi che riguardano molti prodotti del Made in Italy come l’erba medica disidratata. In realtà l’estendersi della guerra dei dazi tra i due giganti dell’economia mondiale ai prodotti agroalimentare apre scenari inediti e preoccupanti nel commercio mondiale anche con il rischio di anomali afflussi di prodotti sul mercato comunitario che potrebbero deprimere le quotazioni. Una situazione che va attentamente monitorata per verificare l’opportunità di attivare, nel caso di necessità, misure di intervento straordinarie”.

Le opportunità sorte per l’Italia dalla guerra sui dazi Usa-Cina, in realtà, non riguardano soltanto l’agroalimentare ma tutto il ‘made in Italy’, per aumentare le esportazioni in Cina.

Salvatore Rondello

Olimpiadi 2020: si dimette governatore di Tokyo

Yoichi-Masuzoe-640Il governatore di Tokyo, Yoichi Masuzoe, grande sostenitore dei Giochi Olimpici, ha rimesso il suo mandato dopo la notizia di essere implicato in uno scandalo di natura finanziaria per uso improprio di fondi pubblici, destinati a spese private. Un storia che ricorda (Mutatis mutandis) quella di Ingazio Marino che si dimise per alcuni scontrini. Masuzoe fa parte del partito liberal-democratico, ma è stato “lasciato solo” dal suo gruppo, che ne ha preso le distanze. Il ritiro dalla carica dovrebbe essere ufficializzato il prossimo 21 giugno.

Sostenitore dei giochi olimpici – Masuzoe da sempre è uno dei più grandi sostenitori dei Giochi Olimpici che si disputeranno a Tokyo nel 2020 e, non a caso, avrebbe voluto prolungare il suo carico almeno fino alle prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro, in programma ad agosto, per partecipare alla cerimonia di apertura. Ma la situazione era diventata insostenibile, anche perché non si tratta del primo scandalo che riguarda Tokyo 2020. Masuzoe è finito sotto l’occhio del ciclone per i suoi viaggi all’estero definiti “inappropriati” per le eccessive spese, oltre che per l’uso delle auto di servizio per fini personali e per acquisti come opere d’arte o libri di fumetti per i propri figli. E pensare che anche il suo predecessore, Naoki Inose, si era dimesso nel dicembre 2013 per uno scandalo di natura finanziaria: l’ex governatore aveva ricevuto 50 milioni di yen (420.000 euro) come un prestito personale da parte del gruppo ospedaliero Tokushukai guidato da Torao Takuda, padre del membro della Camera Takeshi Tokuda.

Scandali e gaffe – Dunque una ‘macchia’ nel cammino che porta ai Giochi in Giappone del 2020, già segnato dalla clamorosa gaffe riguardante il logo. A settembre 2015 infatti il Comitato organizzatore aveva deciso di cambiare il disegno ufficiale dopo la pubblica denuncia dell’artista belga, Olivier Debie, secondo cui il primo logo scelto per i Giochi, realizzato da Kenjiro Sano, era un plagio di quello da lui creato per il teatro di Liegi. Non solo, sempre nello scorso autunno, il primo ministro giapponese, Shinzo Abe, aveva imposto un tetto massimo di spesa (1,29 miliardi) dopo lo scandalo per l’aumento esponenziale dei costi per la costruzione dello stadio olimpico, che sarebbero lievitati fino a 252 miliardi di yen. Insomma Roma, che è in piena corsa per l’Olimpiade 2024, è meglio se tiene gli occhi aperti su questa serie di scandali per evitare gaffe simili.

Francesco Carci

Tokyo alle urne dopo il disastro dell’Abenomics

Abenomics-flop-elezioni-anticipateIl terzo voto anticipato in cinque anni, sette primi ministri in otto. Anche se Shinzo Abe – il leader del partito liberal-democratico (Pld) – si prepara a essere il più longevo dal dopoguerra in poi, la consultazione di domenica in Giappone passerà per quella meno partecipata negli ultimi sessant’anni: già nel 2012 si recarono alle urne solo il 59% degli aventi diritto e oggi, secondo sondaggi recenti, circa il 63% dei giapponesi non ha capito il motivo di queste elezioni anticipate. Il voto sarà una sorta di referendum sull’Abenomics (crasi tra Abe ed Economics), ossia la serie di riforme concepite e attuate dal primo ministro e dalla Bank of Japan (la banca centrale giapponese) – guidata da Haruhiko Kuroda – nel tentativo di rivitalizzare l’economia del Giappone.

LO SCENARIO ECONOMICO – Ma in questi 20 mesi, la politica monetaria ultra-espansiva, fatta di due quantitative easing (consistenti immissioni di liquidità, ndr) dall’aprile 2013 non ha sortito gli effetti sperati: lo scorso novembre l’economia giapponese è entrata ufficialmente in recessione tecnica, la terza dal 2008, e il Paese da due decenni è ancora impantanato in dinamiche deflative. E a parlare sono i dati che registrano una contrazione della produzione industriale, del Prodotto interno lordo e del potere d’acquisto, dunque dei livelli salariali. Lo yen è ai minimi da sette anni. Contestualmente sono aumentati i disoccupati, l’indice di povertà e il debito pubblico è al 241%. Prima di sciogliere la Camera bassa della Dieta del Giappone (quella dei rappresentanti, ndr), a novembre Abe ha annunciato il rinvio di un ulteriore aumento dell’Iva al 10% – previsto a partire da ottobre 2015 – dopo l’incremento di tre punti percentuali scattato lo scorso aprile, senza dimenticare che il suo progetto prevede un obiettivo di imposta indiretta sui consumi al 18%. Inoltre, recentemente, Tokyo ha subìto anche il taglio del rating da parte dell’agenzia Moody’s e, secondo l’economista Tsunemasa Tsukada in condizioni del genere “la scelta è obbligata: o funziona l’Abenomics, o nulla può funzionare”.

LE PREVISIONI DEGLI ANALISTI – Secondo gli analisti a provocare un record di bassa affluenza alle urne potrà essere l’inadeguato dibattito sulle questioni chiave e na diffusa apatia degli elettori. E questo scenario potrebbe favorire il partito liberal-democratico di Abe. Del resto – aggiungono gli esperti – in molti si sentono delusi dalla politica dei precedenti governi del Partito democratico dopo che, tra il 2009 e il 2011, hanno visto tre primi ministri in tre anni. Secondo un’indagine dell’agenzia Kyodo, però, il 52% degli intervistati si è detto contrario alla politica economica del premier conservatore con un 37% che si è invece espresso a favore. Di contro l’opposizione appare disunita e senza alcun valido programma alternativo, motivi per i quali la strada di Abe – per ottenere un nuovo mandato dagli elettori – potrebbe essere in discesa.

Silvia Sequi

Ivanovic e S. Williams,
regine indiscusse

US-Open-Serena-WilliamsUna stagione tennistica dominata sempre dalle stesse regine indiscusse della racchetta. Il tennis diventa sempre più mondiale. Dall’America, dove si sono tenuti gli US Open (l’ultimo dei 4 Grand Slam), si è spostato in Giappone per il WTA di Tokyo (l’ATP 500 di Tokyo, invece, si terrà in questa settimana). Dominano, però, sempre le stesse regine incontrastate della racchetta. Il viaggio del tennis, inoltre, continuerà in Cina, prima con il WTA di Wuhan e l’ATP di Shenzhen, poi nella capitale cinese di Pechino, di nuovo con le campionesse mondiali. Tra queste ultime ci sono sempre loro: Serena Williams, che si è aggiudicata gli US Open, battendo in finale Caroline Wozniacki e confermandosi in pianta stabile al vertice della classifica.

E poi la danese stessa, che sembra aver recuperato tutto il suo “smalto” più lucente (e non solo sulle unghie: sempre elegante nei coloratissimi abiti firmati Adidas, come tutte le tenniste si contraddistingue anche per il suo look curato nei minimi dettagli, compreso lo smalto appunto). La foggia è quella di chi è stata a lungo una ex numero uno del tennis (per 67 settimane, di cui 49 consecutive, nel 2010 e 2011). Attualmente è 7ª nel ranking WTA e può vantare ben 22 tornei vinti all’attivo, senza contare le numerose finali e semifinali raggiunte; soprattutto in questo 2014, particolarmente proficuo dal punto di vista professionale: dopo la vittoria nel torneo di Istanbul, dove ha battuto in finale Roberta Vinci con un doppio 6/1, è arrivata in semifinale a quelli di Dubai, Monterrey ed Eastbourne; per la maggior parte le ha perse tutte da “Serenona”, così come, ad esempio, a Montréal (per 4-6, 7-5, 7-5) e a Cincinnati (per 2-6, 6-2, 6-4).

Forte dell’assenza della più piccola delle sorelle Williams, che con un doppio 6/3 l’aveva battuta agli US Open, la vediamo arrivare in semifinale al torneo di Wuhan; qui incontrerà un’altra giovane promessa del tennis: la canadese Eugenie Bouchard. Nel frattempo, nel precedente torneo di Tokyo, abbiamo visto Caroline Wozniacki giungere in finale e perdere in due set contro un’altra delle 4 tenniste più forti al mondo: la serba Ana Ivanovic. Quest’ultima liquida la danese con un più che soddisfacente 6/2 7/6 (7-2). Una partita molto lottata ed equilibrata, nel gioco come nel punteggio che conta quanto un doppio tie-break. Uno dei più grandi cronisti del tennis, Gianni Clerici, definì “robotina” la Wozniacki, per il suo tennis a percussione diremmo, di estrema pressione e precisione, tanto che è stato coniato il termine “pushniacki” (dal verbo inglese “push”, spingere), per indicare la forza con cui colpisce la palla. Tuttavia lo stesso può ben dirsi della Ivanovic, che più volte è andata vicino all’impresa di sconfiggere Serena Williams, laddove poche tenniste sono riuscite.

La serba, infatti, ha iniziato il 2014 con la vittoria ad Auckland (sconfiggendo in finale Venus Williams per 6-2, 5-7, 6-4), ma era solamente l’inizio di una corsa destinata a non arrestarsi. Nel successivo torneo degli Us Open, poi, compie quasi un vero e proprio miracolo: batte Serena Williams agli ottavi in tre set (4-6, 6-3, 6-3), ma viene sconfitta dalla Bouchard in semifinale. Sarà l’unica vittoria su Serena, che la sconfiggerà sia a Roma che a Stanford, dove si aggiudica il titolo. A Monterrey, poi, vince sulla Wozniacki in semifinale e conquista il titolo sulla connazionale Jovana Jakšić con un facile match finito col punteggio di 6-2, 6-1. La serba arriva in finale anche al torneo di Stoccarda, ma perde in tre set dalla russa Maria Sharapova (un’altra delle giocatrici più forti al mondo), che rimonta una partita persa: la Ivanovic era avanti 6/3 3/1, ma la siberiana riesce ad aggiudicarselo in tre set (3-6, 6-4, 6-1). La Ivanovic vendicherà questa sconfitta agli Internazionali BNL d’Italia a Roma, dove batterà la Sharapova ai quarti.

Riesce, però, a compensare la poco soddisfacente esperienza sulla terra con una stagione sull’erba buona. Se a Parigi, al Roland Garros, perde al terzo turno; ed al torneo di Madrid è sconfitta ai quarti dalla futura finalista Simona Halep 2-6, 2-6, che perderà proprio da Maria Sharapova (ma la rumena, poi, si aggiudicherà il torneo di casa di Bucarest: vincendo in finale su Roberta Vinci con un netto 6/1 6/3), la serba conquisterà il torneo dell’Aegon Classic di Birmingham. Sembrava giusto trarre le conclusioni in questo momento della stagione tennistica, che è già molto avanzata. Abbiamo fatto questa carrellata di tornei e risultati per evidenziare che, pur avvicendandosi, a contendersi la vittoria sono sempre le stesse tenniste, sebbene a volte possa vincere l’una o l’altra, alternandosi. Serena Williams, Ana Ivanovic, Maria Sharapova, Caroline Wozniacki e Simona Halep. Affiancate da giovani quali Eugenie Bouchard, ad esempio; o dalle italiane, ci fa piacere sottolinearlo, quali: Roberta Vinci (arrivare diverse volte in finale non è facile), o Sara Errani (in finale agli Internazionali BNL d’Italia di Roma, dove è fermata solamente da problemi fisici), o Flavia Pennetta che, nonostante vari infortuni, ha vinto il torneo di Indian Wells.

Barbara Conti

Corea del Nord: Pyongyang minaccia una guerra termonucleare e Tokyo schiera i missili Patriot

Corea-nucleareSecondo il regime di Pyongyang, “la situazione nella penisola coreana sta gradualmente andando nella direzione di una guerra termo-nucleare”: così recita un dispaccio dell’agenzia di stampa ufficiale ‘Kcna’, in cui si cita un comunicato della Commissione nord-coreana per la Pace Asia-Pacifico. La prospettiva di un conflitto di tale portata e’ stata piu’ volte evocata dal Nord negli ultimi mesi, l’ultima il 7 marzo scorso: in questa occasione i toni sono peraltro piu’ esasperati che mai, e i presunti pericoli incombenti sulla regione sono addebitati ai “guerrafondai negli Stati Uniti” e ai loro “fantocci della Corea del Sud”. Per tale ragione, la nota contiene un’intimazione agli stranieri presenti nel Sud, che la Corea del Nord “non vuole cadano vittime in caso di scoppio delle ostilita’”, ad “adottare misure per trovare rifugio e prepararsi a un’evacuazione di massa”, il tutto “in anticipo, per la loro stessa sicurezza”. Il sollecito, analogo a quello rivolto venerdi’ scorso alle ambasciate dei Paesi terzi, e’ indirizzato tanto alle “organizzazioni sovranazionali” quanto a “compagnie” e semplici “turisti”. Continua a leggere

Le aziende italiane a Tokyo: il made in Italy sfila nel sol levante

Shoes from Italy-Tokyo-2013Sulla scia del successo dei precedenti appuntamenti, si inaugurano domani la 42a edizione di “Moda Italia” e la 52a edizione di “Shoes from Italy”. Organizzate dall’Istituto per il Commercio Estero-Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, le due mostre autonome vedranno in questa edizione la presenza record di ben 178 aziende partecipanti, che esporranno le proprie collezioni per la stagione Autunno/Inverno 2013-14. Continua a leggere