Toninelli vuole fermare la Tav. Buemi: irrespondabili

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Dopo le recenti vicende e proteste sulla TAP, il M5S cerca di recuperare il proprio elettorato con la TAV. Ma ormai, lo sfaldamento di M5S sarebbe già iniziato.

Con 23 voti favorevoli e 2 contrari il Consiglio comunale di Torino ha approvato l’ordine del giorno M5S che esprime contrarietà alla Tav ed ha chiesto di sospendere l’opera in attesa dei risultati dell’analisi costi/benefici.

L’assessore ai Rapporti con il Consiglio e all’Ambiente, Alberto Unia, ha detto: “La Giunta comunale è assolutamente favorevole a questo atto. L’atto dice solo che abbiamo bisogno di dati e di sapere se c’è una sostenibilità economica dell’opera”.

Si sono registrati momenti di tensione dinanzi al portone d’ingresso del municipio. Gli agenti hanno sbarrato l’ingresso creando una barriera tra i No Tav e un nutrito gruppo di manifestanti che invece sono a favore dell’opera. Fra questi il consigliere regionale di Forza Italia, Andrea Tronzano che ha detto: “Speriamo che (il presidente della regione) Chiamparino monitori la situazione e alla fine prevalga il buon senso”.

La seduta consiliare è stata sospesa per qualche minuto dal presidente a causa della protesta dei consiglieri di centrosinistra che hanno esibito cartelli con le scritte  ‘Torino dice Si alla Tav’. Tra i consiglieri, anche l’ex sindaco Piero Fassino. È stata convocata la conferenza dei capigruppo.

Questa vicenda che si è discussa ieri a Torino ha un valore nazionale. Per il movimento cinque stelle ha preso posizione il capogruppo alla Camera Francesco D’Uva, che ha affermato: “Nel contratto di governo abbiamo messo nero su bianco le nostre intenzioni rispetto alla Tav Torino-Lione e non c’è ragione di procedere diversamente. Nel rispetto degli accordi con la Francia, l’opera si ridiscute integralmente e intanto è in via di completamento, come previsto per tutte le grandi opere, l’analisi costi-benefici che, ricordiamo, il ministro Toninelli ha affidato a un pool di esperti indipendenti e qualificati. Anche in questo caso, il faro per noi è l’interesse della collettività a fruire di opere utili e non inutilmente dispendiose. Sull’Alta velocità Torino-Lione trarremo le nostre conclusioni alla luce dei risultati dell’analisi costi-benefici”.

A sostegno di quanto dichiarato da D’Uva, il leader dei cinque stelle, Luigi Di Maio, a Marcianise ha detto: “Con il vicepremier Matteo Salvini non c’è nessun chiarimento da fare: per quanto mi riguarda la Tav, quindi la rinegoziazione del progetto Tav è dentro il contratto di governo”. Di Maio era a Marcianise per la presentazione di Mercitalia Fast, il nuovo servizio merci ad alta velocità del Gruppo Fs Italiane.

Viviana Ferrero, consigliere al Comune di Torino per M5S ed esponente della No Tav della Valle di Susa, ha affermato: “Oggi per me come valsusina, e anche storica esponente del movimento No Tav, chiedere in aula come Comune di Torino al Governo di attuare una politica rigorosa pubblica e verificabile di analisi costi e benefici è un traguardo che dà significato a 20 anni di mia vita politica, non partitica, fatta di presidi, marce, articoli, dibattiti pubblici sul No Tav. E in questo momento voglio ringraziare proprio Alberto e Bianca Perino come simbolo di quella umanità che non ha mai smesso di credere a un modello diverso. Ringraziare i tecnici della commissione tecnica Torino Lione senza nominarli, ma con un ringraziamento singolo ad ognuno di loro, per aver portato avanti con determinazione la forza dei numeri. Tutto questo mi dà grande speranza. Dopo così tanto tempo è una speranza concreta e realizzabile”.

La Tav Torino Lione – commenta il responsabile giustizia del Psi Enrico Buemi – è stata decisa da tempo. I lavori sono in corso ormai da più anni. Non ci sono più giustificazioni per non realizzare l’opera di importanza strategica per l’Italia e l’Europa del sud. Chi si oppone ha la responsabilità politica giuridica ed economica dei danni che ne deriveranno. Il referendum sarebbe un alibi per questi irresponsabili debosciati”

Il fronte pro-Tav è capeggiato dagli imprenditori piemontesi appoggiati dalla Confindustria. Sullo stesso lato della ‘barricata’, in maniera insolita, PD e FdI. Circa duecento imprenditori e sindacalisti hanno partecipato al presidio davanti al Comune. Davanti al Palazzo di Città ci sono stati i presidenti delle nove associazioni d’impresa (Api, Unione Industriale, Amma, Ascom, Confartigianato, Cna, Confesercenti, Collegio Costruttori, Confapi) che sono entrati nella Sala Rossa (l’aula consiliare) per assistere al dibattito. Presenti anche la Cisl e la Fim. I rappresentanti degli imprenditori hanno incontrato Valentina Sganga, capogruppo del M5S a Palazzo di Città, e  poi i capigruppo degli altri partiti.

Al termine dell’incontro con le associazioni d’impresa, la capogruppo penta stellata al Comune di Torino, Valentina Sganga, ha detto: “È stato un primo momento di confronto che speriamo proseguirà. Ci è stato chiesto il rinvio della discussione dell’odg ma non ci sono ragioni perché questo avvenga. Quello che dispiace è constatare che solo oggi ci sia stata questa esigenza di incontro quando sono più di due anni che il Movimento 5 Stelle amministra la città”.

Sulla stessa linea, Andrea Russi, presidente della commissione consiliare Attività produttive, ha sottolineato: “Mi sarebbe piaciuto avere prima questo incontro. Abbiamo fatto ben due commissioni pubbliche a cui era  stato invitato il fronte del sì, ma nessuno si è presentato. Oggi le categorie hanno detto che l’opera è fondamentale, ma non hanno portato dati tecnici. Noi volevamo  un Consiglio aperto, ma minoranze hanno sempre votato contro”.

Ad onor del vero, si ricorda agli lettori che, nel Consiglio comunale di Torino, su 40 consiglieri, 23 sono del M5S e l’opposizione non ha nessun margine decisionale).

Gli imprenditori si sono mobilitati per opporsi a chi vuole lo stop della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, considerata determinante per il futuro della città e della regione subalpina. E la sfida del mondo delle imprese ha trovato l’appoggio di esponenti del PD pronti a una iniziativa aperta a tutti i cittadini. Nella Sala Rossa si sono presentati con cartelli dalla scritta: “Sì Tav. Per Torino, per il Piemonte, per l’ambiente”.

Tra i presenti è stato notato anche l’ex senatore del Pd Stefano Esposito, da sempre sostenitore della grande opera. In consiglio comunale per le imprese si sono dati appuntamento Corrado Alberto, presidente API Torino, Dario Gallina, presidente dell’Unione industriale di Torino, Giorgio Marsiaj, numero uno dell’Amma, che riunisce le aziende metalmeccaniche, Maria Luisa Coppa, a capo dell’Ascom, Giancarlo Banchieri, alla guida di Confesercenti torinese. E poi Dino De Santis, presidente di Confartigianato, Andrea Talaia di Cna, Antonio Mattio, al timone del Collegio costruttori di Torino e Alessandro Frascarolo di Confapi cittadina.

La Confindustria ha ribadito con forza l’assoluta necessità di completare i lavori della Tav. Poi ha annunciato che proprio a Torino convocherà un Consiglio generale straordinario allargato alla partecipazione dei Presidenti di tutte le Associazioni Territoriali d’Italia per protestare insieme contro una scelta, il blocco degli investimenti, che mortifica l’economia e l’occupazione del Paese.

Maurizio Marrone, dirigente nazionale di Fratelli d’Italia e Augusta Montaruli, parlamentare FdI, hanno annunciato e ricordato: “Ottimo il segnale Sì Tav lanciato dai presidenti delle organizzazioni imprenditoriali con la loro partecipazione al Consiglio Comunale, ma purtroppo non è sufficiente, dal momento che la Sala Rossa è impantanata nel corto circuito ideologico del no-tutto a cinque stelle. La vicenda olimpica con le fiaccolate inascoltate di fronte a Palazzo Civico hanno già dimostrato l’irresponsabile sordità del Sindaco Appendino e della sua maggioranza. Per questa ragione, lanciamo un referendum propositivo comunale ad iniziativa popolare, ai sensi dell’art. 17 bis dello Statuto della Città di Torino, e invitiamo tutte le associazioni di imprese, artigiani, industriali, i sindacati dei lavoratori e le forze politiche che hanno a cuore lo sviluppo e l’occupazione del capoluogo piemontese a costituire insieme il Comitato Promotore ‘#nonperdereiltreno’, che il Regolamento comunale prevede essere di almeno dieci residenti torinesi. Già mesi fa avevamo proposto a Chiamparino di indire un referendum regionale, ma ha perso mesi di tempo con un incomprensibile attendismo. Ora, alla luce dell’immobilità del Consiglio Regionale e dell’ostilità ideologica del Consiglio Comunale torinese, siano i cittadini a riprendersi la parola con l’iniziativa popolare referendaria, dando una lezione ad una classe dirigente locale irresponsabile. Aspettiamo con fiducia le adesioni, a partire dalla Lega, che potrà così sciogliere una volta per tutte le ambiguità sulla Tav”.

Fortunatamente è emersa una trasversalità sulla Tav per difendere lo sviluppo e gli interessi del Paese che transitano anche dal miglioramento delle infrastrutture per i trasporti. E’ incomprensibile il negazionismo del M5S che cerca di immobilizzare il Paese e bloccare le opportunità di crescita (Olimpiadi a Roma, Olimpiadi invernali a Torino, Tav, Tap, Pedimontana, la Gronda a Genova, etc…).

Ma purtroppo, Danilo Toninelli, il ministro alle Infrastrutture ed ai Trasporti, durante la trasmissione televisiva ‘Porta a Porta’ ha dichiarato:  “Ci metteremo d’accordo con la Francia per non fare la Tav. Mi risulta che Macron abbia escluso la Tav dalle priorità infrastrutturali proprio dopo aver valutato costi e benefici. E non ha stanziato risorse per finanziare il percorso dalla galleria a Lione”.

Vespa gli aveva ricordato il protocollo firmato il 27 settembre 2017 da Gentiloni e Macron. Toninelli ha contestato la tesi del commissario per la Tav, Paolo Foiella, secondo cui il blocco dell’opera costerebbe all’Italia oltre due miliardi di risarcimento danni.

Il ministro Toninelli ha così risposto: “ Tutto sbagliato, io sto aspettando le risposte dei tecnici, ma sulla Tav si dovevano fare soltanto gallerie esplorative per la ricerca geognostica in modo da valutare i materiali necessari all’opera. Invece hanno fatto un buco grande quanto il tunnel. In ogni caso la geognostica è costata all’Italia soltanto 617 milioni. Il rimborso di due miliardi? Lo vedremo. Ma dalle prime avvisaglie direi che non è assolutamente una cifra che sta in piedi”.

Invece, il presidente dell’Unione Industriali di Torino, Dario Gallina, il numero uno di Assolombarda, Carlo Bonomi ed il presidente di Confindustria Genova, Giovanni Mondini, hanno lanciato un grido d’allarme in un appello congiunto dove hanno scritto: “Rimettere in discussione la Tav rappresenta un colpo mortale allo sviluppo del Nord Ovest. Se da una parte comprendiamo le esigenze di rispettare le promesse elettorali, d’altra parte c’è il diritto di tutti i cittadini italiani di vivere in un Paese che non venga penalizzato dal punto di vista sociale ed economico. Rimettere in discussione Tav e Terzo Valico è un colpo mortale alle possibilità di sviluppo del Nordovest, delle sue imprese, dei suoi occupati, della possibilità di realizzare una migliore coesione sociale. In queste ore decisive per le scelte del nuovo governo e dei territori, lanciamo insieme a nome di oltre 545mila imprese un grande appello alla responsabilità sul futuro del nostro Paese. Queste due opere infrastrutturali sono fondamentali e interconnesse. La prima supporta, sulla direttrice est-ovest, il surplus commerciale italiano di circa 10 miliardi di euro sui 70 complessivi di interscambio con la Francia, per oltre il 90% realizzato oggi via gomma, e consente anche, fatto importantissimo, la connessione alla Via della Seta, il grande asse che collegherà Oriente ed Occidente del mondo. La seconda sull’asse verso il Centro Europa abbatte il vantaggio finora conseguito dai porti nordeuropei sul primo porto commerciale container d’Italia. Alla politica locale e nazionale chiediamo di smettere veti ideologici, buoni forse in campagna elettorale, ma da cui deriva solo un aggravarsi del ritardo e dei costi logistici che frenano le imprese del Nordovest. Dateci la possibilità di far crescere questo Paese, dateci la possibilità di tornare a far grande l’Italia”.

A questo punto, cosa farà il governo sulla Tav? Lo sapremo il mese prossimo, forse entro la prima decade. Intanto, crescono sempre di più le tensioni interne al governo.

S. R.

E Toninelli inventa il tunnel del Brennero

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Dopo 53 giorni il decreto per Genova è al punto di partenza. Va riscritto. Da cima a fondo. Sparirà la norma, inserita dai 5 Stelle, che impediva alla società di costruzioni legate ai concessionari autostradali anche con minime partecipazione azionarie di realizzare il ponte. Un dietro front annunciato, visto che il provvedimento, così come era stato scritto, escludeva di fatto quasi tutte le aziende italiane che operano nel settore.

Resta fermo invece il no secco ad Autostrade che, salvo colpi di scena in sede di conversione, non potrà toccare nemmeno una pietra. Eppure, sempre ieri, l’ad del gruppo Atlantia, Giovanni Castellucci, era tornato alla carica, ribadendo la disponibilità a demolire e ricostruire il viadotto, come previsto dalla concessione e dalle norme europee, e a farlo in nove mesi. Il manager ha poi rimandato al cda la decisione su un eventuale ricorso. Di certo l’offerta, che abbrevierebbe i tempi, come ha più volte detto il governatore della Liguria, Giovanni Toti, resta ancora in pista. A spingere l’esecutivo a cambiare il decreto è stato anche l’Antitrust che ha messo in luce l’errore. Un divieto, quello alle ditte di costruzioni, che avrebbe causato una accesa battaglia legale, e che ora verrà corretto con un emendamento al testo. L’autorità ha invece rinnovato il no ad Autostrade, che non potrà realizzare l’infrastruttura, come chiesto dall’esecutivo. Insomma dopo quasi due mesi siamo ancora il punto di partenza.

Ma ieri è stata anche la giornata della protesta, con durissime contestazioni al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Gli sfollati di Genova contestano il “no” del governo alla ricostruzione del ponte Morandi da parte di Autostrade per l’Italia. E spiegano, per bocca del portavoce del Comitato di via Porro, Franco Ravera, che coinvolgerla “sarebbe stato meglio”. Secondo Ravera, infatti, lo “scontro ideologico a Roma si ripercuote su Genova” e nel decreto per gli sfollati non ci sono sicurezze: rischiamo di star fuori casa per anni”.

Il ministro Toninelli anche oggi si è esibito in una performance di stile esaltando il “trasporto su gomma del tunnel del Brennero”. Tunnel che non esiste. Del Brennero esiste solo il valico. “È un decreto scritto con i piedi – ironizza Riccardo Nencini, segretario del Psi, sul suo profilo Facebook, riferendosi alla gaffe del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli – al di sotto del minimo sindacale chiesto dai genovesi. E soprattutto si profila un ritardo colpevole nella ricostruzione del ponte. Il ministro l’avrà scritto viaggiando nel tunnel del Brennero. Al buio. Tra lo scavo di una talpa e ruspe in movimento”.

Per il completamento del Tunnel del Brennero che il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha già dato per completato e molto trafficato, mancano almeno 8 anni. Quando sarà completata, nel 2026, la Galleria di base del Brennero (BBT) con i suoi 64 km sarà il tunnel ferroviario sotterraneo più lungo del mondo. Passerà al di sotto delle Alpi da Innsbruck, in Austria, a Fortezza, in Italia. La galleria sarà il collegamento più importante nell’asse ferroviario ad alta capacità Berlino-Palermo, ed è stata concepita per privilegiare il trasporto delle merci su rotaia rispetto a quello si gomma.

Ponte Morandi. Genova scende in piazza

ponte protesta

È il giorno della manifestazione. I genovesi cominciano a perdere la pazienza di fronte all’immobilismo del governo a quasi due mesi dalla tragedia del crollo del ponte Morandi che ha causa 43 morti. Alcune migliaia di persone si sono radunate questa mattina davanti a Palazzo San Giorgio, nel cuore del Porto Antico di Genova, da dove è partito il corteo di protesta indetto da un’aggregazione spontanea di cittadini di Certosa, Rivarolo e Bolzaneto: in piazza, dietro allo striscione “Liberate la Valpolcevera”, c’erano sfollati, commercianti, residenti e lavoratori portuali.

“Siamo qui per chiedere soprattutto la riapertura delle strade, c’è una comunità di 50 mila abitanti, quella della Valpolcevera, senza contare quelli dell’entroterra, che non possono più sopportare un certo immobilismo nelle decisioni” ha detto il presidente del comitato degli sfollati Franco Ravera.

È prima manifestazione di protesta dopo le tante promesse di fare presto arrivate dal Governo. Ma per fare presto bisogna cominciare, mentre l’esecutivo si è fossilizzato nella ricerca di un colpevole a cui addossare il costo della ricostruzione tramite improbabili decreti. Capire chi doveva fare la manutenzione non è difficile. Ma capire i veri motivi del crollo è altra cosa. E capire se nell’analisi dei diversi studi fatti negli anni vi è stata negligenza da parte di qualcuno sarà il compito della magistratura. Ora l’urgenza è la città. E al momento dopo due mesi si è ancora fermi al punto di partenza. La nomina del commissario per la ricostruzione è arrivata pochi giorni fa dopo un lungo tira e molla. E il decreto ancora non è pronto.

Dopo la manifestazione una delegazione di sfollati ha incontrato il ministro delle Infrastrutture Toninelli. Il portavoce Franco Ravera ha raccontato che “gli abbiamo chiesto di smetterla con le m… Ci ha detto che nel decreto sarà inserito un capitolo sugli indennizzi. Verifichiamo tutto nel testo. Ci saranno emendamenti. Abbiamo fatto un appello a tutti i gruppi, spero che le nostre richieste vengano soddisfatte”.

Al termine del corteo i manifestanti hanno accolto con fischi e cori il sindaco (e commissario) Bucci e il governatore Toti, che stavano facendo il loro ingresso in Regione: “Sanità, lavoro, strade, vogliamo risposte! Fateci entrare!”. Inoltre, in un documento letto in Regione, i manifestanti hanno chiesto risposte concrete sulla viabilità ma anche di accelerare i tempi sui rientro in casa degli sfollati a recuperare le loro cose. Gli sfollati infatti ancora non hanno avuto neanche questa possibilità. Intanto sembra che il decreto Genova verrà rivisto ancora. “Sarà migliorato”. In una intervista al Secolo XIX, giornale di Genova, il ministro Toninelli annuncia importanti modifiche. Più soldi per le imprese e per il porto, più risarcimenti per gli sfollati. Ma soprattutto si lascia intendere che potrebbe essere modificata quella parte in cui si escludeva dalla ricostruzione non solo Autostrade ma ogni imprese a essa collegata. Non sarebbero modifiche di poca cosa. Anzi sarebbe un decreto che va in una direzione del tutto opposta a quella iniziale. Sarebbe un vero e proprio ripensamento con implicita ammissione di colpa per avere seguito e propagandato una strada che era invece resa a senso vietato dalle regole.

FARE CHIAREZZA

 

PONTE CROLLATO GENOVA MORANDISi terranno sabato alle 11 i funerali delle vittime del crollo di ponte Morandi a Genova. I funerali si svolgeranno alla Fiera di Genova, uno degli spazi più ampi della città dove saranno accolte le 39 salme, ma anche eventualmente gli altri corpi ritrovati sotto le macerie. Saranno migliaia le persone attese per partecipare alla cerimonia. Alle esequie solenni parteciperanno le maggiori autorità nazionali e locali. Prevista ma ancora non confermata ufficialmente la presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella oltre a quella dell’esecutivo al gran completo. I funerali saranno celebrati dall’arcivescovo di Genova cardinal Angelo Bagnasco.

Quella di sabato sarà anche una giornata di lutto nazionale per il Paese: lo ha annunciato nel pomeriggio il premier Conte dopo la conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri straordinario che si è simbolicamente tenuto in Prefettura a Genova. Intanto il governo cerca un colpevole e ha già annunciato ti togliere a Benetton la concessione per la gestione della società Autostrade. Un provvedimento a effetto ma di dubbia praticabilità. Ovviamente Atlantia, il gruppo proprietario di Autostrade per l’Italia, non ha tardato a rispondere all’esecutivo. Secondo Atlantia l’annuncio da parte del governo della procedura per il ritiro della concessione, “è  stato effettuato in carenza di qualsiasi previa contestazione specifica alla concessionaria ed in assenza di accertamenti circa le effettive cause dell’accaduto”. “Le modalità di tale annuncio – rileva la società – possono determinare riflessi per gli azionisti e gli obbligazionisti”.   Ieri l’altro  il titolo della holding della famiglia Benetton ha chiuso in calo del 5,39% a 23,54 euro dopo essere sceso a -10% ed essere stato più volte sospeso per eccesso di ribasso. Complessivamente Atlantia ha perso in un giorno 1,1 miliardi di euro di capitalizzazione.

“Si piangono i morti e già sono iniziate le polemiche, prima ancora che la magistratura abbia accertato le responsabilità” è il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini, già vice ministro delle infrastrutture e dei Trasporti dei governi Renzi e Gentiloni, membro della commissione lavori pubblici al Senato. Nencini aggiunge: “Di Maio e Salvini scaricano la colpa sui governi precedenti. Allora diciamole due verità. La Lega ha governato l’Italia per 8 anni tra il 2001 e il 2011, proprio il periodo in cui gli investimenti in grandi opere e in manutenzione delle infrastrutture sono crollati del 30%. Al contrario, i governi Renzi e Gentiloni hanno moltiplicato i fondi. Basta andare a rileggersi i piani pluriennali di Anas e FS e le leggi di stabilità. Quanto alla Gronda – ha proseguito – l’opera alternativa al ponte crollato, il 31 luglio scorso, in 8^ commissione senato, il ministro Toninelli ha dichiarato che non è tra le priorità”. E a tal proposito Nencini ha chiesto che il Senato sia messo a conoscenze di cosa il governo abbia intenzione di fare. Per questo ha chiesto al presidente del Senato di “convocare con urgenza l’ottava commissione del Senato, la commissione lavori pubblici, e di invitare il ministro Toninelli  per comunicazioni urgenti circa il dramma del crollo del ponte Morandi”. Nencini aggiunge: “Dopo ripetute e contraddittorie dichiarazioni alla stampa è opportuno che il governo riferisca nelle sedi istituzionali opportune, il Parlamento, sull’orientamento che intende tenere per far fronte, con misure straordinarie, al dramma che si è aperto a Genova”.

Intanto la procura di Genova è  al lavoro. Tra le ipotesi di reato allo studio c’è anche omicidio colposo stradale anche se “è prematuro perché dipende tutto dalle possibili configurazioni di scenario”. Ha detto il procuratore capo Cozzi. “E prematuro anticiparlo perché significherebbe inquadrare in un certo modo le possibili cause e ipotecare un qualcosa che ancora si deve conoscere”. I reati ipotizzati sono attentato colposo alla sicurezza dei trasporti e disastro colposo conseguente al crollo di costruzione con omicidio colposo plurimo. “Al momento le ipotesi di reato sono tutte a carico di ignoti perché bisogna individuare prima le possibili cause”, ha sottolineato il procuratore capo. Una inchiesta è stata aperta anche dalla procura di Parigi per “omicidi colposi” e per “lesioni involontarie” in quanto tra le vittime vi sono anche 4 ragazzi francesi.

Ma la tragedia va oltre le vittime del viadotto a ha effetti anche sulle abitazioni sottostanti. Per accogliere gli sfollati sono stati messi a disposizione 45 alloggi subito, 300 entro 2 mesi.  I primi 45 alloggi sono quelli di Arte Genova (l’istituto delle case popolari) e del Comune.  Altri 300 verranno predisposti entro due mesi come ha annunciano il presidente della Regione.

Il nuovo statalismo del governo gialloverde

italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
SfogliaRoma

DUELLO TAV

tunnel tav

“I grillini al governo prigionieri dell’odio che hanno fomentato. Il no alla Tav ci costerà due miliardi di penali e la rinuncia per diversi anni a fondi europei. E l’opera è già in parte realizzata”. E’ il commento del segretario del Psi, già vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti nel governo Gentiloni, alle polemiche delle ultime ore sulla realizzazione della Tav. “Gli italiani – ha aggiunto Nencini – pagheranno la confusione e l’assenza di una linea comune del governo gialloverde su questa e su altre infrastrutture. Peggio della follia”. Il commento di Nencini arriva nel momento in cui cresce lo scontro nel governo e nella maggioranza sulla Tav. Divergenze su opere infrastrutturali strategiche che vedono l’Italia assumere posizioni isolazioniste rispetto all’Europa. Infatti le stesse divergenze venute alla luce sulla Tap nei giorni scorsi, si replicano oggi sulla Tav.

Il vicepremier e ministro dell’interno, Matteo Salvini, ospite di Radio24, sull’ipotesi di blocco dell’opera paventata dal ministro Toninelli, ha detto: “Dal mio punto di vista sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro. C’è da fare l’analisi costi-benefici: l’opera serve o no, costa di più bloccarla o proseguirla? Sarà questo il ragionamento per ogni opera. La polizia continuerà ad arrestare chi lancia sassi contro i lavoratori”. Secondo quanto riportano stamane da alcuni quotidiani nazionali (Repubblica e La Stampa) il premier Giuseppe Conte sarebbe stato pronto ad annunciare lo stop alla Tav anche per far digerire agli elettori M5S il sì alla Tap, il contestato gasdotto del salento finito al centro di un caso internazionale, con le salatissime penali che comporterebbe far saltare l’opera.

Se questo avvenisse l’Italia rischierebbe una multa da 2 mld di euro e il blocco dei fondi Ue fino al 2023. La Lega da parte sua si è sempre dichiarata contraria allo stop al cantiere. Quindi, dopo aver fermato la ministra del Mezzogiorno contraria alla Tap, in polemica con il presidente della Regione Puglia,  il presidente del Consiglio stava per seguire Di Maio nel bloccare al più presto la Tav dopo che appena pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture  Toninelli  aveva messo in discussione il proseguimento del progetto.
Ora però il vicepremier Matteo Salvini ha replicato inequivocabilmente estendendo il ragionamento alla Tap, alla Pedemontana ed al Terzo Valico. Quindi, con la Tav si è aperto un nuovo fronte nel governo Lega-M5S.
Anche il sottosegretario ai Trasporti, il leghista Edoardo Rixi, ha confermato il sì alla Tav dicendo: “Come Lega siamo favorevoli. Ovviamente se ci sono modifiche che consentono di poter investire in altre infrastrutture, le accogliamo volentieri”.
Toninelli, invece, ha sostenuto: “Rifarsi al Contratto di governo  significa voler ridiscutere integralmente l’infrastruttura in applicazione dell’accordo con la Francia. Senza preclusioni ideologiche, ma  senza subire il ricatto che ci piove in testa  e che scaturisce dalle scandalose scelte precedenti. È questo il principio in base al quale stiamo lavorando. Ecco perché adesso nessuno deve azzardarsi a firmare nulla ai fini dell’avanzamento dell’opera. Lo considereremmo come un atto ostile”. Con queste parole il ministro ha ricordato come proprio nel ‘contratto di governo’ si facesse riferimento all’impegno di ridiscutere integralmente il progetto della Tav Torino-Lione nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia.
Il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, è intervenuto nel dibattito della Tav affermando: “Occorre bloccare questa deriva anti-piemontese e contraria agli interessi del Nord-Ovest e dell’intero Paese. Convocherò entro settembre un incontro di tutte le rappresentanze economiche, sociali, istituzionali e politiche per far risuonare chiare e forti voci della società piemontese a favore dell’opera. E’ indispensabile un moto d’orgoglio che impedisca che la nostra regione venga messa ai margini”.

Da Palazzo Chigi fanno notare che il dossier sulla Tav al momento non è ancora giunto sul tavolo del Presidente del Consiglio, dunque nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo. Il dossier è in fase di istruttoria presso il ministro competente Toninelli, il quale è impegnato in una valutazione costi-benefici che poi sarà sottoposta e condivisa con il premier e con l’intero governo. Ad ogni modo la soluzione sarà in linea con quella contenuta nel contratto di governo.

Un Portavoce della Commissione Ue, commentando sulla Tav, ha detto: “Non commentiamo le voci sul possibile stop dei lavori della Tav, ma la Lione-Torino è un progetto importante non solo per la Francia e per l’Italia ma per tutta l’Europa, ed è importante che tutte le parti mantengano gli impegni per completarla in tempo. Il co-finanziamento della Ue per questi lavori è il 41%, ovviamente i fondi vanno a lavori che devono essere fatti, non in qualcosa che non viene fatto, questo è logico”.

Stephane Guggino, delegato generale del Comitato francese Transalpine che promuove la linea ad alta velocità Lione-Torino, ha detto: “In Italia c’è tanta confusione.  Stamattina, siamo venuti a sapere delle posizioni italiane. Seguiamo la situazione con grande attenzione, ma onestamente facciamo fatica a vederci chiaro, perché c’è tanta confusione. Lunedì, su radio 1, il ministro Toninelli dice che la Tav va migliorata, ora dicono che la vogliono bloccare. Mi chiedo come sia possibile cambiare idea così nel giro di 4 giorni? Osservo che in seno alla coalizione di governo i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi di Maio, non sono per niente d’accordo. E però a un certo punto, se davvero verrà presa, la decisione di bloccare la Tav dovrà passare da un voto del parlamento: qualcuno dovrà assumersi le proprie responsabilità”.

Gli industriali di Torino sono allibiti dal valzer di posizioni.  Il presidente degli industriali di Torino, Dario Gallina, ha affermato: “Siamo allibiti di fronte al valzer di posizioni sul futuro della Tav, portato avanti dagli esponenti dell’Esecutivo. Siamo fortemente preoccupati dall’inquietante piega che sta prendendo la situazione, a fronte anche delle ultime dichiarazioni del premier Conte, che annuncerebbero uno stop al progetto. Bloccare la Tav sarebbe un gesto autolesionistico, una disgrazia. Tornare indietro non si può e non si deve”.

Il leader del PD, Maurizio Martina, ha affermato: “Il Paese intero pagherà la follia del blocco   due miliardi di euro di penali, il blocco di finanziamenti Ue, 4 mila posti di lavoro a rischio. La follia del governo di bloccare la Torino-Lione la pagherà un paese intero”.

Il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha affermato: “La risposta del Tribunale del Riesame di Torino all’aggressione degli agenti in Val di Susa di pochi giorni fa è la revoca dei domiciliari al leader del centro sociale degli anarco-insurrezionalisti Askatasuna. Che vergogna! Fratelli d’Italia è al fianco degli uomini e delle donne in divisa senza se e senza ma e chiede al Ministro dell’Interno Salvini di dare un segnale inequivocabile: la chiusura dell’Askatasuna”.

Inoltre, sarebbe utile ricordare che la Banca europea per gli investimenti ha supportato l’economia italiana per 38,6 miliardi di euro di nuovi investimenti, nel triennio 2015-2018. Di questa somma poco più del 20%, e cioè 8,3 miliardi, è riferito al piano Juncker, che a dicembre è stato rinnovato fino alla fine del 2020. L’Italia è il paese che ha beneficiato di più dei finanziamenti totali della Bei, che per questo 2018 però vedranno un calo fisiologico a causa della Brexit.
Una parte di questa somma, come già detto, è riferita al piano del presidente della Commissione Ue, che solo in Italia, grazie agli 8,3 miliardi, ha permesso di movimentare un totale di 46,4 miliardi di investimenti. Il nostro è il secondo paese beneficiario di questo programma, appena dietro alla Francia, ed è il primo per gli investimenti a favore di piccole e medie imprese: sono 213 mila quelle sostenute, il numero più alto in Europa.
Certamente, in questa delicata fase economica, l’Italia non può consentirsi di perdere le opportunità di sviluppo che arrivano dall’Europa. La Tav, la Tap e le altre importanti opere infrastrutturali messe in cantiere sono premesse indispensabili per contribuire ad un necessario percorso di sviluppo economico.
Purtroppo, ancora una volta, da alcune forze politiche che formano il governo giallo-verde, sono emerse logiche fideistiche giacobine che si manifestano in controtendenza al miglioramento del benessere sociale ed economico.

Roma, 27 luglio 2018

Salvatore Rondello

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

Governo. Le mosse per rafforzare la maggioranza

governo conteIl completamento della squadra di governo regala tanti spunti di analisi sulla maggioranza 5stelle-Lega.

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i numeri dell’alleanza a Palazzo Madama non erano solidissimi. Con soli 6 senatori di margine sulla soglia di maggioranza, il governo rischiava di partire con tranquillità ma di avere vita molto dura nel corso della legislatura. Il voto di fiducia sul nuovo governo però ha leggermente migliorato la situazione, con il voto favorevole dei 2 senatori 5stelle espulsi dal movimento e ora nel Misto, e dei 2 eletti all’estero con il Maie.

I senatori nella squadra di governo
Il margine sulla soglia di maggioranza dell’esecutivo è così passato da +6 a +10, dando un momentaneo sollievo alla stabilità del governo a Palazzo Madama. Le nomine di ministri, viceministri e sottosegretari hanno nuovamente messo in discussione gli equilibri. Ben 13 senatori sono infatti entrati nella squadra del governo Conte: 6 ministri (Bongiorno, Centinaio, Lezzi, Salvini, Stefani e Toninelli), e 7 sottosegretari (Borgonzoni, Candiani, Cioffi, Crimi, Merlo, Siri, Santangelo).

Per i tanti impegni istituzionali che avranno, i 13 senatori saranno spesso in missione, non potendo assicurare un’assidua partecipazione ai lavori dell’aula. Come analizzato nella scorsa legislatura infatti, i parlamentari a capo di un dicastero partecipano in media al 10% delle votazioni. Come se non bastasse nelle prossime settimane si formeranno gli uffici di presidenza delle 12 commissioni permanenti, incarichi che per la maggior parte andranno a senatori della maggioranza. Altri nomi che non potranno assicurare un’alta partecipazione ai lavori dell’aula.

Cosa vuol dire tutto questo? Sicuramente che il margine di +10 senatori sulla soglia di maggioranza è lontano dall’essere tranquillizzante, e che quindi il governo Conte deve trovare modi per rafforzare i suoi numeri. La prima mossa è stata quella di ufficializzare l’entrata nella maggioranza del Movimento associativo italiani all’estero (Maie), con la nomina di Ricardo Merlo a sottosegretario agli affari esteri e cooperazione internazionale. Il primo esecutivo della XVIII legislatura vede quindi insieme 3 partiti: Movimento 5 stelle, Lega e Maie.

La mossa alla camera
La seconda mossa è avvenuta a Montecitorio. Con le dimissioni del neo ministro Fontana dalla vicepresidenza dalla camera, lo slot è stato dato a Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia. La decisione è importante: le 4 vice presidenze per prassi vengono spartite equamente tra maggioranza e opposizione. Prima alla formazione del governo Conte le posizioni erano ricoperte, per la maggioranza, da Fontana (Lega) e Spadoni (M5s), e per l’opposizione da Rosato (Pd) e Carfagna (Fi). Rampelli va quindi a ricoprire la vicepresidenza che spettava a un deputato di maggioranza.

Un gesto che ottiene ancora più significato se accostato alla posizione di Fratelli d’Italia proprio il giorno della fiducia al governo Conte.

“Noi, anche per questo non voteremo la fiducia a questo Governo e, anche per questo, non faremo parte della maggioranza che lo sostiene, però tiferemo perché questo Governo faccia bene, tiferemo e lavoreremo sodo, come abbiamo fatto sempre, perché, prima di ogni cosa, prima di ogni scelta, prima di ogni interesse, prima di ogni valutazione, noi siamo sempre, ovunque, dalla parte degli italiani”

Giorgia Meloni – Dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo Conte

I deputati di Fratelli d’Italia si sono astenuti, lasciando però una porta aperta a future ed eventuali collaborazioni con l’esecutivo. In un certo senso quindi la nomina di Rampelli è l’ennesimo segnale di avvicinamento tra il movimento guidato da Giorgia Meloni e il governo. Avvicinamento che diventa sempre più fondamentale per la stabilità dell’esecutivo.

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INCARICO GIALLO-VERDE

governo apre conte di maio

Giuseppe Conte è il nuovo presidente del Consiglio incaricato. Nominato da Sergio Mattarella su indicazione dei partiti più votati alle elezioni del 4 marzo scorso: Movimento 5 Stelle e Lega. Il giurista di origini pugliesi sarà in Parlamento all’inizio della prossima settimana, tra martedì e mercoledì, per presentare lista dei ministri e programma. “Quello che nasce sarà il governo del cambiamento. Sarò l’avvocato d’Italia”, le sue prime parole da Premier. Nasce quindi il Governo giallo-verde.

Dopo le ultime ore di tensione causate dalle indiscrezioni sul passato del professore, oggi il Capo dello Stato ha sciolto i dubbi, convocando Conte nel pomeriggio. Completo scuro e cravatta azzurra a pois, il neo premier è arrivato al Colle in taxi. Un’ora di faccia a faccia con Mattarella, poi il conferimento del mandato.

All’ordine del giorno anche il ruolo nell’Esecutivo di Paolo Savona, economista dalle posizioni euroscettiche. L’ex ministro, proposto dalla coppia Salvini-Di Maio per il dicastero dell’Economia, non sembra essere nelle grazie di Mattarella per le sue uscite anti-euro. Per questo l’inquilino del Quirinale ha voluto vederci chiaro. Nelle prossime ore si capirà se l’ex ministro farà parte della squadra.

I protagonisti dell’accordo di governo non nascondono l’entusiasmo per il risultato raggiunto. “Oggi comincia la terza Repubblica, ve l’avevo detto, l’avevo promesso”, il commento di Di Maio. “Siamo pronti a partire” afferma la Lega in un comunicato. D’altronde le parti in causa hanno sempre difeso la loro scelta di affidarsi al docente universitario. Il capogruppo grillino al Senato Toninelli aveva ribadito che l’ipotesi di un altro premier “non esiste e non è commentabile”. Il vice segretario leghista Lorenzo Fontana, invece, aveva detto in mattinata che in caso di un nuovo candidato premier si sarebbe “dovuto rivedere tutto l’equilibrio della squadra di Governo”.

La lista dei ministri è già pronta da tempo. Di Maio prenderà il ministero dello Sviluppo Economico che sarà accorpato a quello del Lavoro. A Salvini andrà il Viminale. Il ministero degli Esteri sarà affidato al diplomatico Massolo, mentre per Economia e Finanze resta in vantaggio Paolo Savona, nonostante le perplessità di Mattarella. Le parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Laura Castelli favorite rispettivamente per Salute e Lavori Pubblici. Al Turismo il leghista Centinaio, mentre al ministero di Giustizia confermatissimo Alfonso Bonafede. Per la Difesa si fa sempre più insistente il nome della grillina Elena Trenta. Poi Emilio Carelli, neo eletto M5s, alla Cultura e il salviniano Nicola Molteni alle Politiche Agricole. Il Governo, dunque, è fatto. Partirà nelle prossime ore.

F.G.

ALLA FINESTRA

palazzo-giustinianiIl secondo giorno di consultazioni è ancora più complicato del primo. Ancora poche ore, poi Maria Elisabetta Alberti Casellati dovrà riferire al presidente della Repubblica l’esito delle consultazioni andate in scena in questi due giorni con gli schieramenti politici. Incontri interlocutori, fanno sapere i protagonisti. Che non sbloccano lo stallo e le posizioni da cui si è partiti.
A questo punto sembra improbabile che Casellati possa riuscire nell’intento di formare una maggioranza. Dopo di lei potrebbe toccare a Roberto Fico, il presidente della Camera grillino che a quel punto avrebbe un mandato ampio di trattativa. Ma se anche Fico dovesse fallire – escludendo la possibilità di elezioni immediate – Mattarella darebbe avvio ad un governo del presidente al quale sarebbe dura per i partiti dire di no.
In mattinata il centrodestra si presenta compatto al Senato. Berlusconi questa volta si fa da parte, lasciando la parola ad un Salvini ottimista, che lancia l’ultimo appello al M5s: “Nutriamo la fondata speranza che si riesca finalmente a superare la politica del no che in molti hanno portato avanti fino a oggi” afferma il leader leghista, confidando in un “accordo fra i primi e i secondi, fra il centrodestra votato dagli italiani e i 5 Stelle che sono il secondo partito”.
I grillini, però, non intendono cambiare rotta. “Non faremo mai alleanze con Berlusconi, che ha fatto fallire il Paese”, ribadisce Danilo Toninelli, capogruppo pentastellato a Palazzo Madama, che poi si rivolge al Pd, “al quale rinnoviamo la proposta di sedersi a un tavolo e scrivere un contratto di governo. Io spero che su sollecitazione anche del presidente della Repubblica facciano un passo avanti. Se il Pd vuole realizzare un programma serio noi ci siamo, noi abbiamo il reddito di cittadinanza e loro hanno il reddito di inclusione, troviamo una via di mezzo e combattiamo la povertà”.
Intanto in mattinata la segreteria nazionale del Partito Democratico ribadisce la linea di opposizione. “I 5 stelle sono molto distanti da noi. Per il Pd le intese si fanno solo sui programmi e un’alleanza con Di Maio e Toninelli è del tutto improbabile” fa sapere Andrea Marcucci, presidente dei senatori dem. Per ora, dunque, il Pd resta alla finestra. Prima di scendere in campo, al Nazareno aspettano i flop di Salvini e Di Maio.

F.G.