FARE CHIAREZZA

 

PONTE CROLLATO GENOVA MORANDISi terranno sabato alle 11 i funerali delle vittime del crollo di ponte Morandi a Genova. I funerali si svolgeranno alla Fiera di Genova, uno degli spazi più ampi della città dove saranno accolte le 39 salme, ma anche eventualmente gli altri corpi ritrovati sotto le macerie. Saranno migliaia le persone attese per partecipare alla cerimonia. Alle esequie solenni parteciperanno le maggiori autorità nazionali e locali. Prevista ma ancora non confermata ufficialmente la presenza del capo dello Stato Sergio Mattarella oltre a quella dell’esecutivo al gran completo. I funerali saranno celebrati dall’arcivescovo di Genova cardinal Angelo Bagnasco.

Quella di sabato sarà anche una giornata di lutto nazionale per il Paese: lo ha annunciato nel pomeriggio il premier Conte dopo la conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri straordinario che si è simbolicamente tenuto in Prefettura a Genova. Intanto il governo cerca un colpevole e ha già annunciato ti togliere a Benetton la concessione per la gestione della società Autostrade. Un provvedimento a effetto ma di dubbia praticabilità. Ovviamente Atlantia, il gruppo proprietario di Autostrade per l’Italia, non ha tardato a rispondere all’esecutivo. Secondo Atlantia l’annuncio da parte del governo della procedura per il ritiro della concessione, “è  stato effettuato in carenza di qualsiasi previa contestazione specifica alla concessionaria ed in assenza di accertamenti circa le effettive cause dell’accaduto”. “Le modalità di tale annuncio – rileva la società – possono determinare riflessi per gli azionisti e gli obbligazionisti”.   Ieri l’altro  il titolo della holding della famiglia Benetton ha chiuso in calo del 5,39% a 23,54 euro dopo essere sceso a -10% ed essere stato più volte sospeso per eccesso di ribasso. Complessivamente Atlantia ha perso in un giorno 1,1 miliardi di euro di capitalizzazione.

“Si piangono i morti e già sono iniziate le polemiche, prima ancora che la magistratura abbia accertato le responsabilità” è il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini, già vice ministro delle infrastrutture e dei Trasporti dei governi Renzi e Gentiloni, membro della commissione lavori pubblici al Senato. Nencini aggiunge: “Di Maio e Salvini scaricano la colpa sui governi precedenti. Allora diciamole due verità. La Lega ha governato l’Italia per 8 anni tra il 2001 e il 2011, proprio il periodo in cui gli investimenti in grandi opere e in manutenzione delle infrastrutture sono crollati del 30%. Al contrario, i governi Renzi e Gentiloni hanno moltiplicato i fondi. Basta andare a rileggersi i piani pluriennali di Anas e FS e le leggi di stabilità. Quanto alla Gronda – ha proseguito – l’opera alternativa al ponte crollato, il 31 luglio scorso, in 8^ commissione senato, il ministro Toninelli ha dichiarato che non è tra le priorità”. E a tal proposito Nencini ha chiesto che il Senato sia messo a conoscenze di cosa il governo abbia intenzione di fare. Per questo ha chiesto al presidente del Senato di “convocare con urgenza l’ottava commissione del Senato, la commissione lavori pubblici, e di invitare il ministro Toninelli  per comunicazioni urgenti circa il dramma del crollo del ponte Morandi”. Nencini aggiunge: “Dopo ripetute e contraddittorie dichiarazioni alla stampa è opportuno che il governo riferisca nelle sedi istituzionali opportune, il Parlamento, sull’orientamento che intende tenere per far fronte, con misure straordinarie, al dramma che si è aperto a Genova”.

Intanto la procura di Genova è  al lavoro. Tra le ipotesi di reato allo studio c’è anche omicidio colposo stradale anche se “è prematuro perché dipende tutto dalle possibili configurazioni di scenario”. Ha detto il procuratore capo Cozzi. “E prematuro anticiparlo perché significherebbe inquadrare in un certo modo le possibili cause e ipotecare un qualcosa che ancora si deve conoscere”. I reati ipotizzati sono attentato colposo alla sicurezza dei trasporti e disastro colposo conseguente al crollo di costruzione con omicidio colposo plurimo. “Al momento le ipotesi di reato sono tutte a carico di ignoti perché bisogna individuare prima le possibili cause”, ha sottolineato il procuratore capo. Una inchiesta è stata aperta anche dalla procura di Parigi per “omicidi colposi” e per “lesioni involontarie” in quanto tra le vittime vi sono anche 4 ragazzi francesi.

Ma la tragedia va oltre le vittime del viadotto a ha effetti anche sulle abitazioni sottostanti. Per accogliere gli sfollati sono stati messi a disposizione 45 alloggi subito, 300 entro 2 mesi.  I primi 45 alloggi sono quelli di Arte Genova (l’istituto delle case popolari) e del Comune.  Altri 300 verranno predisposti entro due mesi come ha annunciano il presidente della Regione.

Il nuovo statalismo del governo gialloverde

italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
SfogliaRoma

DUELLO TAV

tunnel tav

“I grillini al governo prigionieri dell’odio che hanno fomentato. Il no alla Tav ci costerà due miliardi di penali e la rinuncia per diversi anni a fondi europei. E l’opera è già in parte realizzata”. E’ il commento del segretario del Psi, già vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti nel governo Gentiloni, alle polemiche delle ultime ore sulla realizzazione della Tav. “Gli italiani – ha aggiunto Nencini – pagheranno la confusione e l’assenza di una linea comune del governo gialloverde su questa e su altre infrastrutture. Peggio della follia”. Il commento di Nencini arriva nel momento in cui cresce lo scontro nel governo e nella maggioranza sulla Tav. Divergenze su opere infrastrutturali strategiche che vedono l’Italia assumere posizioni isolazioniste rispetto all’Europa. Infatti le stesse divergenze venute alla luce sulla Tap nei giorni scorsi, si replicano oggi sulla Tav.

Il vicepremier e ministro dell’interno, Matteo Salvini, ospite di Radio24, sull’ipotesi di blocco dell’opera paventata dal ministro Toninelli, ha detto: “Dal mio punto di vista sulla Tav occorre andare avanti, non tornare indietro. C’è da fare l’analisi costi-benefici: l’opera serve o no, costa di più bloccarla o proseguirla? Sarà questo il ragionamento per ogni opera. La polizia continuerà ad arrestare chi lancia sassi contro i lavoratori”. Secondo quanto riportano stamane da alcuni quotidiani nazionali (Repubblica e La Stampa) il premier Giuseppe Conte sarebbe stato pronto ad annunciare lo stop alla Tav anche per far digerire agli elettori M5S il sì alla Tap, il contestato gasdotto del salento finito al centro di un caso internazionale, con le salatissime penali che comporterebbe far saltare l’opera.

Se questo avvenisse l’Italia rischierebbe una multa da 2 mld di euro e il blocco dei fondi Ue fino al 2023. La Lega da parte sua si è sempre dichiarata contraria allo stop al cantiere. Quindi, dopo aver fermato la ministra del Mezzogiorno contraria alla Tap, in polemica con il presidente della Regione Puglia,  il presidente del Consiglio stava per seguire Di Maio nel bloccare al più presto la Tav dopo che appena pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture  Toninelli  aveva messo in discussione il proseguimento del progetto.
Ora però il vicepremier Matteo Salvini ha replicato inequivocabilmente estendendo il ragionamento alla Tap, alla Pedemontana ed al Terzo Valico. Quindi, con la Tav si è aperto un nuovo fronte nel governo Lega-M5S.
Anche il sottosegretario ai Trasporti, il leghista Edoardo Rixi, ha confermato il sì alla Tav dicendo: “Come Lega siamo favorevoli. Ovviamente se ci sono modifiche che consentono di poter investire in altre infrastrutture, le accogliamo volentieri”.
Toninelli, invece, ha sostenuto: “Rifarsi al Contratto di governo  significa voler ridiscutere integralmente l’infrastruttura in applicazione dell’accordo con la Francia. Senza preclusioni ideologiche, ma  senza subire il ricatto che ci piove in testa  e che scaturisce dalle scandalose scelte precedenti. È questo il principio in base al quale stiamo lavorando. Ecco perché adesso nessuno deve azzardarsi a firmare nulla ai fini dell’avanzamento dell’opera. Lo considereremmo come un atto ostile”. Con queste parole il ministro ha ricordato come proprio nel ‘contratto di governo’ si facesse riferimento all’impegno di ridiscutere integralmente il progetto della Tav Torino-Lione nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia.
Il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, è intervenuto nel dibattito della Tav affermando: “Occorre bloccare questa deriva anti-piemontese e contraria agli interessi del Nord-Ovest e dell’intero Paese. Convocherò entro settembre un incontro di tutte le rappresentanze economiche, sociali, istituzionali e politiche per far risuonare chiare e forti voci della società piemontese a favore dell’opera. E’ indispensabile un moto d’orgoglio che impedisca che la nostra regione venga messa ai margini”.

Da Palazzo Chigi fanno notare che il dossier sulla Tav al momento non è ancora giunto sul tavolo del Presidente del Consiglio, dunque nessuna decisione è stata ancora presa e soprattutto non ci sono state valutazioni al riguardo. Il dossier è in fase di istruttoria presso il ministro competente Toninelli, il quale è impegnato in una valutazione costi-benefici che poi sarà sottoposta e condivisa con il premier e con l’intero governo. Ad ogni modo la soluzione sarà in linea con quella contenuta nel contratto di governo.

Un Portavoce della Commissione Ue, commentando sulla Tav, ha detto: “Non commentiamo le voci sul possibile stop dei lavori della Tav, ma la Lione-Torino è un progetto importante non solo per la Francia e per l’Italia ma per tutta l’Europa, ed è importante che tutte le parti mantengano gli impegni per completarla in tempo. Il co-finanziamento della Ue per questi lavori è il 41%, ovviamente i fondi vanno a lavori che devono essere fatti, non in qualcosa che non viene fatto, questo è logico”.

Stephane Guggino, delegato generale del Comitato francese Transalpine che promuove la linea ad alta velocità Lione-Torino, ha detto: “In Italia c’è tanta confusione.  Stamattina, siamo venuti a sapere delle posizioni italiane. Seguiamo la situazione con grande attenzione, ma onestamente facciamo fatica a vederci chiaro, perché c’è tanta confusione. Lunedì, su radio 1, il ministro Toninelli dice che la Tav va migliorata, ora dicono che la vogliono bloccare. Mi chiedo come sia possibile cambiare idea così nel giro di 4 giorni? Osservo che in seno alla coalizione di governo i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi di Maio, non sono per niente d’accordo. E però a un certo punto, se davvero verrà presa, la decisione di bloccare la Tav dovrà passare da un voto del parlamento: qualcuno dovrà assumersi le proprie responsabilità”.

Gli industriali di Torino sono allibiti dal valzer di posizioni.  Il presidente degli industriali di Torino, Dario Gallina, ha affermato: “Siamo allibiti di fronte al valzer di posizioni sul futuro della Tav, portato avanti dagli esponenti dell’Esecutivo. Siamo fortemente preoccupati dall’inquietante piega che sta prendendo la situazione, a fronte anche delle ultime dichiarazioni del premier Conte, che annuncerebbero uno stop al progetto. Bloccare la Tav sarebbe un gesto autolesionistico, una disgrazia. Tornare indietro non si può e non si deve”.

Il leader del PD, Maurizio Martina, ha affermato: “Il Paese intero pagherà la follia del blocco   due miliardi di euro di penali, il blocco di finanziamenti Ue, 4 mila posti di lavoro a rischio. La follia del governo di bloccare la Torino-Lione la pagherà un paese intero”.

Il presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha affermato: “La risposta del Tribunale del Riesame di Torino all’aggressione degli agenti in Val di Susa di pochi giorni fa è la revoca dei domiciliari al leader del centro sociale degli anarco-insurrezionalisti Askatasuna. Che vergogna! Fratelli d’Italia è al fianco degli uomini e delle donne in divisa senza se e senza ma e chiede al Ministro dell’Interno Salvini di dare un segnale inequivocabile: la chiusura dell’Askatasuna”.

Inoltre, sarebbe utile ricordare che la Banca europea per gli investimenti ha supportato l’economia italiana per 38,6 miliardi di euro di nuovi investimenti, nel triennio 2015-2018. Di questa somma poco più del 20%, e cioè 8,3 miliardi, è riferito al piano Juncker, che a dicembre è stato rinnovato fino alla fine del 2020. L’Italia è il paese che ha beneficiato di più dei finanziamenti totali della Bei, che per questo 2018 però vedranno un calo fisiologico a causa della Brexit.
Una parte di questa somma, come già detto, è riferita al piano del presidente della Commissione Ue, che solo in Italia, grazie agli 8,3 miliardi, ha permesso di movimentare un totale di 46,4 miliardi di investimenti. Il nostro è il secondo paese beneficiario di questo programma, appena dietro alla Francia, ed è il primo per gli investimenti a favore di piccole e medie imprese: sono 213 mila quelle sostenute, il numero più alto in Europa.
Certamente, in questa delicata fase economica, l’Italia non può consentirsi di perdere le opportunità di sviluppo che arrivano dall’Europa. La Tav, la Tap e le altre importanti opere infrastrutturali messe in cantiere sono premesse indispensabili per contribuire ad un necessario percorso di sviluppo economico.
Purtroppo, ancora una volta, da alcune forze politiche che formano il governo giallo-verde, sono emerse logiche fideistiche giacobine che si manifestano in controtendenza al miglioramento del benessere sociale ed economico.

Roma, 27 luglio 2018

Salvatore Rondello

Tutto il potere ai cutu

Tutto il potere ai cutu

Nel 1832, Don Giuseppe Benedetto Cottolengo, con Don Giovanni Bosco e altri definito un dei “santi sociali torinesi”, fondò nel capoluogo subalpino La Casa della Divina Provvidenza” una meritoria istituzione destinata a dare riparo, ricovero e assistenza a pazienti rifiutati dagli ospedali, perché affetti da gravi patologie croniche fisiche e mentali.

Nel corso degli anni La Casa divenne una delle istituzioni sanitarie più importanti della città e altre sedi furono aperte in altri siti.

Divenne il luogo di ricovero per disabili fisici e psichici, al punto che i torinesi principiarono a definire il nosocomio semplicemente Il Cottolengo, identificandolo come il luogo destinato ad ospitare i malati di mente.

Addirittura, ancora oggi, nel (brutto) vernacolo torinese con il termine “cutu”, una contrazione dialettale di Cottolengo, vengono apostrofate, non sempre bonariamente, le persone considerate poco intelligenti o dotate di scarsa vivacità intellettuale, in altre parole gli idioti e i cretini.

Questa la premessa. Ora veniamo al tema.

Negli ultimi giorni, attenuatosi, almeno apparentemente, il protagonismo di Salvini sul tema migranti, che ha occupato la scena mediatica per settimane, sono usciti allo scoperto altri membri del Governo, tutti (salvo uno) esponenti del M5S che hanno fatto a gara nell’esibizione di stravaganti proponimenti che rischiano di gettare l’Italia davvero in un mare di guai.

Perché se Salvini sta cavalcando, certo con robusto cinismo e preoccupante brutalità, un tema che tuttavia costituisce da anni un problema reale per Italia ed Europa, Di Maio e C. si stanno impegnando in una dissennata quanto scientifica opera di demolizione di tutto ciò che è legato all’innovazione ed alla crescita economica e sociale dell’Italia.

I nomi? Eccoli: Giggino Di Maio in primis che da settimane si sta maldestramente occupando, facendo danni, di tutti i temi che riguardano il mega ministero che ha preteso, dal cosiddetto decreto dignità alla questione ILVA (si potrebbe continuare, magari citando lo scontro con Boeri),e poi la terza carica dello stato Roberto Fico che come primo atto del suo mandato se l’ è presa con persone anziane colpevoli solo di essere stati parlamentari, e poi la Ministra Grillo che intende abolire l’obbligatorietà dei vaccini, mettendo a rischio la salute dei bambini e poi il Ministro Toninelli che, oltre a chiudere i porti ai migranti, dimostra evidentemente di essere un nemico giurato di qualsiasi crescita infrastrutturale, e poi il Guardasigilli Bonafede che ripristina le intercettazioni a strascico facendosi beffe dello stato di diritto, e poi il Ministro della famiglia Fontana (Leghista) impegnato nella sua crociata oscurantista contro mondo LGBT e poi la Ministra Lezzi che pretende di fermare il TAP infischiandosene dei trattati già stipulati e delle pesanti penali che graverebbero sulle spalle dei cittadini e infine il Carneade Conte, si, proprio lui il Similpremier, che rompe l’abituale assordante silenzio, per annunciare, dietro la pressione del suo dante causa Giggino, che il TAV non si fa più (!!!) salvo essere smentito (molto sommessamente) da Salvini, il cui q.i. gli consente almeno di comprendere quali sarebbero le ricadute economiche e sociali che produrrebbe una simile scelleratezza. Si potrebbe continuare citando i parlamentari grillini che non perdono occasione di occupare talk show e Tg per sostenere ed esaltare il lavoro dei colleghi impegnati al Governo.

La domanda è: cos’altro devono seguitare a proporre e fare simili personaggi perché l’opinione pubblica comprenda che l’Italia dal 4 marzo scorso è entrata in una spirale autodistruttiva ed è seduta sull’orlo di un vulcano?

Che si dia seguito all’idea di Davide Casaleggio, il padrone del M5s, che ritiene il Parlamento inutile?

Intanto, con le prossime nomine che il Governo dovrà fare e con le ricadute, basti pensare alla Rai, che avranno sul sistema dell’informazione pubblica, sarebbe auspicabile che anche gli italiani che li hanno votati inizino a riflettere sul fatto che tutto il potere è finito in mano ai cutu.

Emanuele Pecheux

Governo. Le mosse per rafforzare la maggioranza

governo conteIl completamento della squadra di governo regala tanti spunti di analisi sulla maggioranza 5stelle-Lega.

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i numeri dell’alleanza a Palazzo Madama non erano solidissimi. Con soli 6 senatori di margine sulla soglia di maggioranza, il governo rischiava di partire con tranquillità ma di avere vita molto dura nel corso della legislatura. Il voto di fiducia sul nuovo governo però ha leggermente migliorato la situazione, con il voto favorevole dei 2 senatori 5stelle espulsi dal movimento e ora nel Misto, e dei 2 eletti all’estero con il Maie.

I senatori nella squadra di governo
Il margine sulla soglia di maggioranza dell’esecutivo è così passato da +6 a +10, dando un momentaneo sollievo alla stabilità del governo a Palazzo Madama. Le nomine di ministri, viceministri e sottosegretari hanno nuovamente messo in discussione gli equilibri. Ben 13 senatori sono infatti entrati nella squadra del governo Conte: 6 ministri (Bongiorno, Centinaio, Lezzi, Salvini, Stefani e Toninelli), e 7 sottosegretari (Borgonzoni, Candiani, Cioffi, Crimi, Merlo, Siri, Santangelo).

Per i tanti impegni istituzionali che avranno, i 13 senatori saranno spesso in missione, non potendo assicurare un’assidua partecipazione ai lavori dell’aula. Come analizzato nella scorsa legislatura infatti, i parlamentari a capo di un dicastero partecipano in media al 10% delle votazioni. Come se non bastasse nelle prossime settimane si formeranno gli uffici di presidenza delle 12 commissioni permanenti, incarichi che per la maggior parte andranno a senatori della maggioranza. Altri nomi che non potranno assicurare un’alta partecipazione ai lavori dell’aula.

Cosa vuol dire tutto questo? Sicuramente che il margine di +10 senatori sulla soglia di maggioranza è lontano dall’essere tranquillizzante, e che quindi il governo Conte deve trovare modi per rafforzare i suoi numeri. La prima mossa è stata quella di ufficializzare l’entrata nella maggioranza del Movimento associativo italiani all’estero (Maie), con la nomina di Ricardo Merlo a sottosegretario agli affari esteri e cooperazione internazionale. Il primo esecutivo della XVIII legislatura vede quindi insieme 3 partiti: Movimento 5 stelle, Lega e Maie.

La mossa alla camera
La seconda mossa è avvenuta a Montecitorio. Con le dimissioni del neo ministro Fontana dalla vicepresidenza dalla camera, lo slot è stato dato a Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia. La decisione è importante: le 4 vice presidenze per prassi vengono spartite equamente tra maggioranza e opposizione. Prima alla formazione del governo Conte le posizioni erano ricoperte, per la maggioranza, da Fontana (Lega) e Spadoni (M5s), e per l’opposizione da Rosato (Pd) e Carfagna (Fi). Rampelli va quindi a ricoprire la vicepresidenza che spettava a un deputato di maggioranza.

Un gesto che ottiene ancora più significato se accostato alla posizione di Fratelli d’Italia proprio il giorno della fiducia al governo Conte.

“Noi, anche per questo non voteremo la fiducia a questo Governo e, anche per questo, non faremo parte della maggioranza che lo sostiene, però tiferemo perché questo Governo faccia bene, tiferemo e lavoreremo sodo, come abbiamo fatto sempre, perché, prima di ogni cosa, prima di ogni scelta, prima di ogni interesse, prima di ogni valutazione, noi siamo sempre, ovunque, dalla parte degli italiani”

Giorgia Meloni – Dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo Conte

I deputati di Fratelli d’Italia si sono astenuti, lasciando però una porta aperta a future ed eventuali collaborazioni con l’esecutivo. In un certo senso quindi la nomina di Rampelli è l’ennesimo segnale di avvicinamento tra il movimento guidato da Giorgia Meloni e il governo. Avvicinamento che diventa sempre più fondamentale per la stabilità dell’esecutivo.

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INCARICO GIALLO-VERDE

governo apre conte di maio

Giuseppe Conte è il nuovo presidente del Consiglio incaricato. Nominato da Sergio Mattarella su indicazione dei partiti più votati alle elezioni del 4 marzo scorso: Movimento 5 Stelle e Lega. Il giurista di origini pugliesi sarà in Parlamento all’inizio della prossima settimana, tra martedì e mercoledì, per presentare lista dei ministri e programma. “Quello che nasce sarà il governo del cambiamento. Sarò l’avvocato d’Italia”, le sue prime parole da Premier. Nasce quindi il Governo giallo-verde.

Dopo le ultime ore di tensione causate dalle indiscrezioni sul passato del professore, oggi il Capo dello Stato ha sciolto i dubbi, convocando Conte nel pomeriggio. Completo scuro e cravatta azzurra a pois, il neo premier è arrivato al Colle in taxi. Un’ora di faccia a faccia con Mattarella, poi il conferimento del mandato.

All’ordine del giorno anche il ruolo nell’Esecutivo di Paolo Savona, economista dalle posizioni euroscettiche. L’ex ministro, proposto dalla coppia Salvini-Di Maio per il dicastero dell’Economia, non sembra essere nelle grazie di Mattarella per le sue uscite anti-euro. Per questo l’inquilino del Quirinale ha voluto vederci chiaro. Nelle prossime ore si capirà se l’ex ministro farà parte della squadra.

I protagonisti dell’accordo di governo non nascondono l’entusiasmo per il risultato raggiunto. “Oggi comincia la terza Repubblica, ve l’avevo detto, l’avevo promesso”, il commento di Di Maio. “Siamo pronti a partire” afferma la Lega in un comunicato. D’altronde le parti in causa hanno sempre difeso la loro scelta di affidarsi al docente universitario. Il capogruppo grillino al Senato Toninelli aveva ribadito che l’ipotesi di un altro premier “non esiste e non è commentabile”. Il vice segretario leghista Lorenzo Fontana, invece, aveva detto in mattinata che in caso di un nuovo candidato premier si sarebbe “dovuto rivedere tutto l’equilibrio della squadra di Governo”.

La lista dei ministri è già pronta da tempo. Di Maio prenderà il ministero dello Sviluppo Economico che sarà accorpato a quello del Lavoro. A Salvini andrà il Viminale. Il ministero degli Esteri sarà affidato al diplomatico Massolo, mentre per Economia e Finanze resta in vantaggio Paolo Savona, nonostante le perplessità di Mattarella. Le parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Laura Castelli favorite rispettivamente per Salute e Lavori Pubblici. Al Turismo il leghista Centinaio, mentre al ministero di Giustizia confermatissimo Alfonso Bonafede. Per la Difesa si fa sempre più insistente il nome della grillina Elena Trenta. Poi Emilio Carelli, neo eletto M5s, alla Cultura e il salviniano Nicola Molteni alle Politiche Agricole. Il Governo, dunque, è fatto. Partirà nelle prossime ore.

F.G.

ALLA FINESTRA

palazzo-giustinianiIl secondo giorno di consultazioni è ancora più complicato del primo. Ancora poche ore, poi Maria Elisabetta Alberti Casellati dovrà riferire al presidente della Repubblica l’esito delle consultazioni andate in scena in questi due giorni con gli schieramenti politici. Incontri interlocutori, fanno sapere i protagonisti. Che non sbloccano lo stallo e le posizioni da cui si è partiti.
A questo punto sembra improbabile che Casellati possa riuscire nell’intento di formare una maggioranza. Dopo di lei potrebbe toccare a Roberto Fico, il presidente della Camera grillino che a quel punto avrebbe un mandato ampio di trattativa. Ma se anche Fico dovesse fallire – escludendo la possibilità di elezioni immediate – Mattarella darebbe avvio ad un governo del presidente al quale sarebbe dura per i partiti dire di no.
In mattinata il centrodestra si presenta compatto al Senato. Berlusconi questa volta si fa da parte, lasciando la parola ad un Salvini ottimista, che lancia l’ultimo appello al M5s: “Nutriamo la fondata speranza che si riesca finalmente a superare la politica del no che in molti hanno portato avanti fino a oggi” afferma il leader leghista, confidando in un “accordo fra i primi e i secondi, fra il centrodestra votato dagli italiani e i 5 Stelle che sono il secondo partito”.
I grillini, però, non intendono cambiare rotta. “Non faremo mai alleanze con Berlusconi, che ha fatto fallire il Paese”, ribadisce Danilo Toninelli, capogruppo pentastellato a Palazzo Madama, che poi si rivolge al Pd, “al quale rinnoviamo la proposta di sedersi a un tavolo e scrivere un contratto di governo. Io spero che su sollecitazione anche del presidente della Repubblica facciano un passo avanti. Se il Pd vuole realizzare un programma serio noi ci siamo, noi abbiamo il reddito di cittadinanza e loro hanno il reddito di inclusione, troviamo una via di mezzo e combattiamo la povertà”.
Intanto in mattinata la segreteria nazionale del Partito Democratico ribadisce la linea di opposizione. “I 5 stelle sono molto distanti da noi. Per il Pd le intese si fanno solo sui programmi e un’alleanza con Di Maio e Toninelli è del tutto improbabile” fa sapere Andrea Marcucci, presidente dei senatori dem. Per ora, dunque, il Pd resta alla finestra. Prima di scendere in campo, al Nazareno aspettano i flop di Salvini e Di Maio.

F.G.

Legge elettorale: Alfano rompe con il Pd

montecitorio_aula_camera“Uno scenario eversivo e inquietante. Questo emerge dalle parole degli esponenti alfaniani quest’oggi. E’ insopportabile avere il Paese sotto ricatto di Alfano e di Renzi. Il fatto che l’ex premier avrebbe chiesto al partitino di Alfano di far cadere Gentiloni per avere in cambio una legge elettorale su misura è la dimostrazione che questo personaggio non sa cosa sia la democrazia. Renzi è un personaggio pericoloso”. Lo ha detto il pentastellato Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera. Insomma l’alleanza sulla legge elettorale tra Pd e Cinque Stelle su un sistema che si ispira a quello tedesco, è accompagnata di dichiarazione pensanti, e rischia di avere vita breve.

L’antefatto. Nel giorno in cui si è deciso di posticipare l’approdo in Aula delle legge elettorale, Sergio Pizzolante, parlamentare di Ap, ha parlato di pressioni da parte di Renzi per far cadere il governo a febbraio. Parole che Alfano non smentisce: “Pizzolante è una persona seria”. “Una certa agitazione c’è da mesi”, prosegue Alfano ribadendo una domanda “semplice” a Renzi: “Vuol far cadere anche Gentiloni o no?”. Poi aggiunge: “La mia collaborazione con il Pd è conclusa”. “La soglia del 5% sarà la scintilla per organizzare una rappresentanza di liberali e popolari che tutti i sondaggi dicono possa superare il 10%”, aggiunge incaricando Maurizio Lupi di fare da ambasciatore con gli altri soggetti centristi”.

In precedenza era slittato a martedì 6 giugno l’approdo in Aula della legge elettorale. A comunicare l’accordo intercorso tra i gruppi la presidente della Camera Laura Boldrini al presidente della commissione Affari costituzionali Andrea Mazziotti. La decisione dello slittamento di 24 ore dell’approdo in Aula era  stata presa dopo un giro di consultazioni della presidente Boldrini con tutti i capigruppo. Questo alla luce della complessità dei due emendamenti del relatore Emanuele Fiano, uno dei quali disegna direttamente i collegi elettorali. E proprio per tale complessità alcuni capigruppo si erano rivolti alla presidente Boldrini sottolineando l’esigenza di un po’ di tempo supplementare per studiare i testi.

Ma oltre alle motivazioni tecniche vi solo anche politiche. E forse pesano di più. L’intesa trasversale crea malumori sia nel centro destra che nel centrosinistra. Durissimo Fabrizio Cicchito di Ap che definisce Renzi un giocatore delle tre carte: “Adesso insulta Alfano perché spera che gli tolga le castagne dal fuoco facendo cadere il governo Gentiloni. Il suo scopo vero è quello irresponsabile di provocare elezioni anticipate per ridiventare premier oltre che segretario del Pd e quindi riconquistare una sorta di potere assoluto a partire da quello di vita e di morte sui parlamentari del Pd. Futuri. Infatti nello spazio di pochi giorni è passato da una proposta di legge maggioritaria, peraltro senza coalizione, ad una di stampo proporzionale che già oggi sappiamo che non darà un governo all’Italia”. “In ogni caso – chiude Cicchitto – Renzi e Berlusconi stanno lavorando per il M5S e questi ultimi non possono negare che stanno partecipando ad una sorta di mega inciucio”.

Da più parti viene sottolineato che il modello proposto di tedesco non abbia molto. Solo lo sbarramento al 5%. “È l’anticamera di una grande inciucio” dice Raffeale Fitto. Della necessità di cambiamenti parlano anche i 5 Stelle. “Questa è quasi un mega porcellum, noi faremo degli emendamenti, io personalmente non mi sarei messa nemmeno lì seduta”. Così Paola Taverna, senatrice del Movimento Cinque Stelle, intervenuta questa mattina ai microfoni di Radio Cusano Campus. “Stanno facendo tutti – sostiene la senatrice grillina – i magheggi sulla legge elettorale, hanno stravolto il sistema tedesco con il proporzionale distribuito sui listini, il primo bloccato, si stanno facendo con la squadra tutti i collegi, non si capisce su quali basi. Non va, non so neanche dire che bisogna andare a votare subito, perché cosi’ gli leviamo la patata bollente della legge di stabilità, che è qualcosa della quale si devono prendere la responsabilità”. Anche il grillino Toninelli parla di emendamenti: “Stiamo facendo gli emendamenti per renderlo più simile alla Germania e certamente per migliorarlo”. A a mettere il carico da parte dei 5 Stelle è Roberto Fico per il quale “l’ accordo sulla legge Elettorale non è affatto sancito. In queste ore si lavora ancora in Commissione perché l’emendamento Fiano crea delle nuove problematiche”. “Se i problemi saranno risolti, bene – aggiunge Fico – diversamente continueremo a riunire il gruppo parlamentare”.

E Alfredo D’Attorre, deputato di Articolo Uno-Mdp, commenta: “Abbiamo detto di si’ allo sbarramento del 5% perché siamo convinti, ma diciamo no a un nuovo ed ennesimo Parlamento di nominati. Questa parte non va proprio bene e ci stupisce che il M5s si sia accodato a questa proposta Renzi-Berlusconi”. Critici anche i Radicali che parlano di deriva antidemocratica. “Di tedesco la legge elettorale su cui si sono messi d’accordo Pd, M5S e Fi ha ben poco, ha invece tutto l’aspetto di un sistema fortemente antidemocratico che svuota di valore il voto dei cittadini” affermano in una nota Riccardo Magi, segretario di Radicali Italiani, e Michele Capano, tesoriere del partito. “Il collegio uninominale – osservano – esce svilito e mortificato: se infatti il partito non supera la soglia, l’elettore non vedrà mai in Parlamento il candidato che pure ha scelto e contribuito a far vincere nel collegio. Insomma, invece di ricostruire il patto tra eletti ed elettori si allarga ulteriormente il solco tra il paese e le istituzioni rappresentative, già in forte crisi di credibilità”.

Italicum. Boschi: fiducia se si spezza la corda

Italicum-Boschi-fiduciaL’Italicum approderà in Aula alla Camera, salvo ripensamenti, lunedì 27 aprile, ma nel PD continua il muro contro muro. Durante la conferenza dei capigruppo di Montecitorio Forza italia, Sel, M5s e Lega hanno chiesto che la legge elettorale non approdi in aula il 27 aprile, anche per lasciare spazio alla discussione sul DEF, ma slitti al mese di maggio, oppure a giugno; la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha risposto che al momento la calendarizzazione dei provvedimenti non cambia, ma che la richiesta sarà valutata con molta attenzione e la vicenda seguita con adeguata flessibilità, con aggiornamenti anche sulla base dei lavori della commissione.

“Nessuna apertura al dialogo come qualcuno sperava”, ha commentato il capogruppo di Sel in commissione, Stefano Quaranta. “Il Pd, e neanche tutto, pensa di approvare una legge fatta per il Premier che toglie potere ai cittadini per darli a lui. Fra gli aspetti più grotteschi la nomina di Gennaro Migliore come relatore di maggioranza, già fieramente contrario all’Italicum e sostenitore del Mattarellum. Il messaggio è: no al dialogo sì al trasformismo”. Molto duri anche i parlamentari del M5s, che sembra pronto per un fronte comune con la minoranza dem: “Il passaggio parlamentare delle legge elettorale alla Camera si rivela sin da subito una presa in giro nella misura in cui il mandato di relatore è nelle mani dello stesso partito che ha già votato e approvato l’impossibilità di apportare modifiche al testo”. “Il nostro unico interesse è quello di migliorare una legge che ha evidenti carenze soprattutto se combinata con la riforma costituzionale (…) le preferenze, in questo senso, diventano elemento irrinunciabile”.

Per ora il Governo fa la faccia dell’arme e sbarra la porta a qualsiasi modifica. Area Riformista, la componente della minoranza che fa capo a Roberto Speranza e che ha preparato un documento sottoscritto da un’ottantina di deputati, ha lanciato l’ennesimo appello per chiedere due modifiche per non spaccare il partito. Nel documento ci sono le obiezioni rispetto all’Italicum in relazione con la riforma costituzionale, in sostanza il rischio di un presidenzialismo mascherato e senza contrappesi oltre alla deriva plebiscitaria che verrebbe da un Parlamento composto per due terzi da ‘nominati’. Le due riforme messe insieme, così come sono ora – sostiene l’appello – presentano delle “criticità”. La stroncatura oggi è arrivata nuovamente dalla ministra Maria Elena Boschi che ha chiuso la porta a qualunque ipotesi di cambiamenti alla Camera perché farebbe tornare la legge al Senato dove il Governo, quasi senza maggioranza, ballerebbe sulla corda delle opposizioni. “Nel confronto – ha detto la Boschi – si prendono le idee migliori, ma poi si decide a maggioranza e la minoranza si adegua”. “I numeri alla Camera ce li abbiamo. Abbiamo una maggioranza solida, come si è visto in questi mesi”.

Comunque le modifiche che chiedono le opposizioni da Sel alla minoranza del Pd, sostanzialmente sembrano due: la riduzione dei capilista bloccati, con conseguente crescita della quota soggetta alle preferenze, e la possibilità di apparentamento tra liste in caso di ballottaggio.

A oggi la nuova legge elettorale fortissimamente voluta dal Patto del Nazareno, e oggi dal solo Renzi, è in Commissione Affari costituzionali della Camera, con il relatore Francesco Paolo Sisto che ha illustrato i cambiamenti introdotti al Senato rispetto al testo licenziato il 13 marzo dell’anno scorso da Montecitorio. Il 17 aprile scade il termine per presentare gli emendamenti e poi fino al 24 si voterà così che il testo sbarcherà in Aula il 27. Se dunque entro il 17 aprile dentro il Pd non si sarà raggiunta un’intesa, lo scontro avverrà in Aula. L’ultima occasione utile per verificare la possibilità di un accordo, sarà nell’Assemblea del Gruppo che si terrà tra il 13 e il 15 aprile e che potrebbe imporre la posizione a cui tutti dovranno attenersi.

La minaccia estrema è quella del ricorso alle elezioni anticipate con conseguente falcidia dei parlamentari ostili alla segreteria attuale, visto che con il ‘Porcellum’, comunque modificato dalla sentenza della Consulta, il pallino della formazione delle liste resterebbe saldamente nelle mani di Renzi anche se nelle liste elettorali – ha rassicurato la ministra Boschi – verranno candidati esponenti “di tutte le anime e sensibilità del partito” e ha velenosamente aggiunto di non credere che l’opposizione della minoranza Pd all’Italicum dipenda da problemi di posti in lista.

Ma lo spauracchio del ‘tutti a casa’, fa capolino un giorno sì e l’altro pure. La richiesta di voto di fiducia sull’Italicum da parte del governo in Aula è un’“extrema ratio”, secondo la Boschi che ha sottolineato che la fiducia sulla legge elettorale è “tecnicamente possibile”. Porre la fiducia vuol dire che “con essa il governo si assume una responsabilità: significa che se non ha i numeri poi va a casa; va a casa il governo e non i deputati, anche se talvolta le due cose coincidono”. “La fiducia – ha sottolineato ancora – viene posta quando un provvedimento è per il governo fondamentale per il proprio programma, e la legge elettorale lo è. Ma prima si lavora in Parlamento per evitarla”.

Per il capogruppo di Forza Italia a Montecitorio, Renato Brunetta, “l’atteggiamento del governo è inaccettabile”, perchè la legge elettorale “è una riforma che non riguarda solo l’esecutivo e la maggioranza, ma l’intero quadro istituzionale. “Non passerà la blindatura, non passerà la fiducia”. Contro il voto di fiducia Brunetta promette un’opposizione durissima, anche chiamando in causa il Capo dello Stato “come garante delle istituzioni democratiche”.

Gli fa eco Danilo Toninelli, deputato del M5s: “Sull’Italicum Renzi minaccia di porre la fiducia. Prima di lui solo Mussolini nel ’23. Fossi iscritto al Pd straccerei la tessera”.

Armando Marchio