Cocco Bill cavalca ancora: l’intramontabile successo di Jacovitti

COCCO BILLHa affascinato intere generazioni di lettori, dagli anni Quaranta sino ai giorni nostri, grazie al suo umorismo, al suo gusto per il surreale e per l’esagerazione, alla sua capacità di raccontare vizi (tanti) e virtù (pochine) dell’italiano vero prima che Toto Cutugno lo cantasse annegandolo nel miele.

I critici non l’hanno mai amato, almeno sino agli anni Novanta. Ma l’ostracismo della critica, legato alle frequentazioni cattoliche e al suo dichiarato anticomunismo, non gli ha impedito di diventare un autore di successo internazionale e di accompagnare, dal 1949 al 1980, la vita scolastica di decine di migliaia di studenti con il Diario Vitt.

Per gli amanti della numerologia ci sono diversi anniversari che lo riguardano; per la cronaca ne parliamo perché l’8 agosto scorso a Termoli, sua città natale e che già gli ha intitolato il liceo artistico, è stata inaugurata una statua in bronzo, posizionata sul Corso Nazionale, realizzata dallo scultore Michele Carafa.

Statua che lo raffigura seduto, gambe accavallate, l’immancabile sigaro in bocca e un blocco per schizzi in mano mentre disegna Cocco Bill, uno dei suoi personaggi più famosi.

Ormai anche i più distratti avranno capito che stiamo parlando di Benito Jacovitti, Jac o Lisca di pesce, quello dei salamini, delle sparatorie che producono buchi grandi così ma senza una goccia di sangue, della violenza tanto esagerata da divertire il lettore, di una vita intera raccontata in una tavola, inventore di personaggi, di gag a raffica, un umorista instancabile, divertente come pochi ma anche affilato come un bisturi.

La notizia della statua ci permette di celebrare il grande Jac pubblicando una sua autobiografia inedita, anche se stringata, parte di una intervista telefonica realizzata nel maggio 1994.

Negli anni Novanta, infatti, abbiamo intervistato Jac al telefono due volte: nel 1992 in occasione di “Benito Jacovitti, surrealismo all’italiana”, la prima grande mostra antologica allestita dal Salone di Lucca; e nel 1994, quando gli venne conferito, dall’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica, primo autore di fumetti a ricevere questa onorificenza. Notizia sparata in anteprima assoluta dal sottoscritto, persino prima che fosse pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Nel 1994 sono state registrate anche le note autobiografiche che seguono. Il dattiloscritto, fortunosamente ritrovato nell’archivio delle cose che mai saranno messe in ordine, è lungo 62 righe che riportiamo così come scritte a suo tempo, con l’aggiunta qualche nota in corsivo. Anche i virgolettati successivi sono tratti delle due interviste.

“Sono nato a Termoli, in provincia di Campobasso, (regione Molise, nda) il 9 marzo 1923, quindi ho compiuto 71 anni (siamo nel 1994, nda). All’età di sei anni la mia famiglia si è trasferita a Macerata perché a Termoli, causa la mancanza di acqua, morivano molte persone, principalmente bambini.

In quegli anni, Termoli veniva rifornita di acqua attraverso spedizioni ferroviarie, non esistendo neanche le autobotti.

Noi eravamo molto poveri. Mio padre, ferroviere, guadagnava appena 400 lire al mese, e un fiasco d’acqua potabile costava 20 centesimi, lo stesso prezzo di un barilotto di acqua non potabile, che doveva essere usata soltanto per lavarsi.

Allora, noi si comprava il barilotto d’acqua, che ci bastava per una settimana, solo che la si usava anche per bere, come faceva molta gente povera di Termoli.

Ciò causava la morte di molte persone come conseguenza delle malattie che sopraggiungevano. La mia stessa madre, che oggi (cioè nel 1994, nda) ha 95 anni, ha perso un figlio in tenera età e ha avuto cinque aborti proprio a causa dell’acqua che si beveva.

A seguito di questa situazione, e dietro suggerimento del medico, mio padre ha trasferito la famiglia in Abruzzo, a Ortona Mare, dove siamo rimasti due anni.

Poi siamo arrivati a Macerata, dove ho studiato presso la Scuola d’Arte. Quando sorse il problema di continuare gli studi, i professori dissero a mio padre che, visto che ero molto bravo, dovevo frequentare scuole importanti, tipo quelle di Firenze e di Urbino. Quindi nel 1939 mi sono trasferito a Firenze e mi sono iscritto al Liceo Artistico.

Anche se io sono poco credente, almeno nel senso “classico” del termine (infatti sono convinto che gran parte delle guerre attuali, dall’Irlanda alla Jugoslavia, sia generata da conflitti religiosi che poco hanno a che fare con il vero Dio – siamo sempre nel 1994, nda), frequentavo una parrocchia dove andavo a giocare a pallone, e per la quale realizzavo, a tempo perso, dei disegni umoristici.BENITO JACOVITTI

Siccome li hanno ritenuti validi, li hanno spediti a “Il Vittorioso”, il settimanale cattolico di Roma che aveva iniziato la pubblicazioni due anni prima, nel 1937.

Dal Vittorioso mi hanno commissionato una storia dal titolo “Giorgio e Rosetta Barbieri della Prateria”, che è la mia prima storia pubblicata.

Contemporaneamente collaboravo con un periodico fiorentino, “Il Brivido”, un giornale umoristico interamente scritto in dialetto.

Io pensavo che questi fossero fatti episodici, invece ho iniziato a collaborare a tempio pieno col Vittorioso, che mi ha chiesto anche di presentare nuovi personaggi.

Così sono nati Pippo, Palla e Pertica (chiamati anche i 3P, che esordiscono il 5 ottobre 1940, nda), tre amici uno alto e magro, uno basso e uno grasso. La mia prima serie umoristica.

Per conciliare gli impegni di studio con il lavoro, per un certo periodo di sono alzato alle quattro del mattino. Così potevo disegnare e poi andare a scuola.

Ho comunque terminato il liceo artistico, ma quando mi sono iscritto all’università, alla Facoltà di architettura, ho capito che la mia strada era un’altra e ho abbandonato gli studi. Architetto, infatti, ho preferito non esserlo, avrei fatto le case tutte sbilenche oppure che cadevano.

Ho capito che il disegno umoristico era la mia strada, anche perché guadagnavo abbastanza bene per l’epoca, circa 800 lire al mese, e non l’ho più abbandonata.

Nel 1944 ho conosciuto mia moglie (Floriana Jodice, nda), che ho sposato nel 1949, e dal 1946 vivo a Roma”.

E sempre a Roma, Jacovitti muore il 13 dicembre 1997. Poche ore dopo, colpita da un infarto causato dal dolore, morirà anche la moglie.

Jacovitti aveva un talento irripetibile nel raccontare abbinato a un segno grafico “morbido” o “gommoso”, come si direbbe in italiano, mentre negli Usa si userebbe “tooning”, da toons, cartoni animati.

Cioè disegnava con più curve che spigoli, così che l’occhio, scivolandoci intorno, non ha difficoltà a cogliere tutti i dettagli. Per spiegarci meglio: pensate al Maggiolino Volkswagen, alla Biancaneve di Walt Disney, a Jessica Rabbit o a Valeria Marini.

Dopo l’esordio nelle pagine del settimanale cattolico “Il Vittorioso”, edizioni Ave (Anonima Veritas Editrice, fondata nel 1935 dalla Gioventù Cattolica, ramo dell’Azione Cattolica), Jacovitti, non si è più fermato saltando, come il suo Cocco Bill in sella a Trottalemme, dalle pagine stampate ai cartoni animati, dalle edicole alle librerie, dall’editoria alla televisione, dalla pubblicità ai poster; e ancora francobolli, figurine e schede telefoniche.

Tra i suoi personaggi ricordiamo, oltre Pippo, Palla e Pertica, Mandrago il Mago (1946), l’onorevole Tarzan (1948), Cocco Bill (28 marzo 1957) con Trottalemme e la sua immancabile camomilla, Zorry Kid (1968), Cip l’arcipoliziotto (1945), il cattivissimo Zagar con il suo lenzuolo nero (1945), il giornalista Tom Ficcanaso (1957), Jak Mandolino (anni Quaranta), la Signora Carlomagno (anni Cinquanta). Un cenno meritano anche le centinaia di illustrazioni per i libri per ragazzi e le sue tre versioni del Pinocchio di Collodi.

Dopo “Il Vittorioso”, le sue storie appaiono su “Il Giorno dei Ragazzi”, dove esordiranno molti dei suoi personaggi, tra cui Cocco Bill; “Il Corriere dei Piccoli”; “L’Automobile”, rivista ufficiale dell’Aci; “Playman”; “Linus”; “Il Giornalino” delle Paoline, “Il Travaso”, dove collabora con Federico Fellini, e dove userà il nome d’arte di “Franz”, dopo le rimostranze del Vittorioso. E in decine e decine di riviste e volumi, in edicola e in libreria, compresi gli Oscar Mondadori.

Ma c’è anche il Kamasultra, con i testi di Marcello Marchesi, pubblicato nel 1977 su Playman, una rivista per adulti, e poi raccolto in albi e volumi. Le tavole, ispirate al Kamasutra, l’antico libro indiano su sesso e dintorni, fecero scalpore e causarono l’ira funesta degli editori del Vittorioso e del Diario Vitt. Così che Jac decise di interrompere la collaborazione con loro.KAMASULTRA 02

Nel 1993, su testi di John Kawasaki, ecco il “Kamasutra spaziale”, storia ispirata alla notizia che la Nasa voleva mandare in orbita una coppia di astronauti sposati.

Per concludere, ci sono anche “Le carte di Jacovitti”, un mazzo di carte da gioco realizzato per un collezionista e pubblicato nel 2003 da Stampa Alternativa.

A questo proposito Jac diceva: “(In Italia, nda) Era il tempo dell’erotismo che straripava dappertutto. Sembravamo capitati in piena Svezia senza un’adeguata educazione sessuale. Allora io ho voluto fare una presa in giro di questa moda con i miei peni a rubinetto e le mie donne con quattro seni. Ho fatto dell’erotismo alla mia maniera. E le mie donne nude certamente non eccitano il lettore ma lo fanno ridere”.

Ma è sbagliato parlare di Jac al passato perché il suo successo continua ancora oggi con i volumi di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti”, collana edita da Hachette, che sta riscuotendo un incredibile successo in edicola: ai 50 volumi già stampati è stato deciso, proprio poche settimane fa, di aggiungerne altri venti.

Quindi, per quasi sessant’anni Jacovitti è stato una delle personalità più graffianti dell’umorismo, un fine affabulatore, un autore di fumetti che possiamo inserire tra i grandi narratori del Novecento. Ma non chiamatelo artista: lui preferiva definirsi un artigiano.

Ma artista o artigiano che dir si voglia, qual è il segreto del suo inossidabile successo? Lasciamo la risposta a Jacovitti: “Io penso che faccio un umorismo che va bene per tutti”. Umorismo, badate bene perché ci teneva a precisare che: “Io non ho mai fatto satira, se non dopo la guerra per i Comitati Civici, perché mi pagavano e perché l’Italia era divisa in due parti: o con la Dc o con il Fronte Popolare, e io logicamente ero contro quest’ultimo. La satira è una cosa un po’ cattiva, si attaccano le persone singole. Io con il mio umorismo attacco le situazioni, i vizi della gente però in generale. Prendo in giro i generi letterari, tipo i gialli oppure il Far West, spaziando dall’Età della Pietra ai giorni nostri. Però non attacco le persone come singoli”.

Antonio Salvatore Sassu

Pertini, la figura limpida di un combattente

Sandro-PertiniIntervista a Graziano Diana che insieme a Giancarlo De Cataldo ha scritto e diretto il documentario: ‘Pertini – Il combattente’. La figura del ‘Presidente più amato dagli italiani’ viene riproposta, in primis ai giovani, sotto una nuova luce e con un nuovo linguaggio. I due autori ripercorrono la vita del celebre presidente mettendo in risalto gli aspetti che lo hanno reso, ancora a distanza di anni, un personaggio dalla popolarità unica. Il Film è prodotto da Anele, Altre Storie e Sky Cinema, in collaborazione con Rai Cinema.

Da dove nasce l’idea di raccontare Pertini? Sicuramente il presidente più amato dagli italiani, ma lo era soprattutto per la vecchia generazione. Come mai riproporlo ancora oggi?

Graziano Diana, regista e sceneggiatore

Graziano Diana, regista e sceneggiatore

Proprio per questo. Per far riscoprire alle nuove generazioni una figura come quella di un Presidente che è riuscito a far breccia nel cuore del nostro Paese. Ci sembrava importante riproporlo a dei ragazzi che spesso non possono ricordare perché non hanno gli strumenti per farlo. Il progetto nasce da lontano, l’idea iniziale era quella di realizzare una fiction in due puntate su Pertini, con una sceneggiatura scritta da Giancarlo De Cataldo e da me e con la collaborazione del giudice Mario Almerighi che all’epoca era presidente della Fondazione Pertini. Almerighi purtroppo è venuto a mancare qualche settimana fa e a lui è dedicato il nostro documentario. Grazie alla sua collaborazione avevamo potuto frequentare la moglie di Sandro Pertini, Carla Voltolina, arrivando alla sceneggiatura di una fiction sul presidente scomparso. Successivamente non se n’è fatto più nulla, ma De Cataldo ha scritto sull’argomento un libro edito da Rizzoli: “Il combattente. Come si diventa Pertini” e quindi da lì abbiamo deciso di riprendere in mano il progetto. Anche perché nel libro ci sono delle parti di dialogo tra Giancarlo e il figlio su Pertini; le reazioni del giovane ad alcuni racconti sul presidente ci hanno ispirato. Quindi è proprio dai ragazzi che siamo voluti partire e dal ricordo impresso che ne hanno, ovvero i mondiali di calcio dell’82

Realizzando e ripercorrendo la sua storia, qual è stato, secondo te, l’evento che ha trasformato Pertini da uomo delle Istituzioni a personaggio ‘pop’?

Sicuramente i mondiali sono stati la consacrazione di Pertini come personaggio “pop”. La sua esultanza. La partita a carte sull’aereo con Bearzot e Zoff. Con Pertini, gli italiani sono stati conquistati da un uomo delle istituzioni che non aveva i vizi tipici dei costumi del nostro Paese, il familismo, l’uso disinvolto del potere, l’arricchimento personale. Insomma un personaggio atipico per la politica italiana di quel tempo ma anche di oggi. Ma è la sua stessa storia personale a farne un personaggio straordinario, la sua militanza nell’antifascismo che lo portò al carcere, il suo essere capo partigiano…

pertini82-wp-777x437Un personaggio limpido

Scavando e ripercorrendo la sua storia ci siamo resi conto proprio di questo: Sandro Pertini era una persona integerrima che non ha mai avuto uno scandalo di nessun tipo e anzi ha sempre portato avanti i suoi valori e combattuto per difenderli. La sua onestà morale, la sua franchezza sono sempre state riconfermate in ogni episodio che lo abbia riguardato. La sua assoluta limpidezza unita a questo carisma personale e la sua simpatia umana hanno fatto di lui un personaggio unico. Il presidente Pertini ha avviato una stagione di apertura del Quirinale a giovani e scolaresche, ma il suo atteggiamento non è mai stato paternalista ma di confronto, di ascolto.

Tra gli intervistati nel documentario compaiono Eugenio Scalfari, Emma Bonino, Gad Lerner, Domenico De Masi, Gherardo Colombo perché avete scelto proprio questi personaggi?

Molti dei personaggi con cui avevo parlato per la sceneggiatura e che l’hanno frequentato purtroppo non ci sono più, ma per il resto abbiamo tentato proprio di scegliere persone che potessero descriverci nel modo migliore gli eventi più particolari della sua carriera e della sua vita.

E Ricky Tognazzi, perché?

Quando negli anni ‘70 scoppiò lo scandalo dei petroli, i giovani pretori che furono detti “d’assalto” si rivolsero a Pertini come presidente della Camera, per avere un sostegno in quell’’inchiesta che era arrivata a toccare i palazzi del potere. Proprio su questo, Pertini rilasciò un’importante intervista a Nantas Salvataggio sulla “Domenica del Corriere”. Non potendo riportare un’intervista scritta abbiamo chiesto a Tognazzi di “interpretare Pertini” nell’intervista. Un modo anche questo per farsi capire meglio e soprattutto di far comprendere la questione a chi non la conosce, come i giovani. Nel documentario abbiamo fatto ricorso anche a linguaggi diversi, ci sono anche dei cartoni animati…

pertpazIl primo a farlo, a trasformare Pertini in un personaggio dei fumetti fu Andrea Pazienza

Sì, infatti ci sono anche le tavole di Pazienza, grazie anche al permesso che ci è stato concesso dalla sua vedova. Abbiamo mescolato le tavole di Pazienza, i repertori, la messinscena teatrale. E tanta musica. Non dobbiamo dimenticare infatti che su Pertini sono state scritte tantissime canzoni, dagli Skiantos a chi ha fatto anche una “Pertini dance”, fino a chi lo ha citato come Venditti e Cutugno.

Riprendendo il titolo del libro che ha ispirato il documentario “come si diventa Pertini”?

Non abbiamo la ricetta, lui è diventato il nonno degli italiani con la pipa, ma prima è stato un combattente pronto all’azione, uno che progettava di far saltare Piazza Venezia. Ecco, noi raccontiamo anche questo: aspetti diversi della sua vita, gli aspetti di una vita straordinaria.

Quale parte della sua vita dà inizio al documentario?

Il documentario inizia con i mondiali per tornare poi indietro al giovane tenente della prima guerra mondiale, poi il giovane socialista che organizza la fuga di Turati e da lì tutta una carrellata che dura 60 anni.

Ultima domanda. Nell’immaginario collettivo quasi nessuno ricorda che Pertini era socialista secondo te perché?

Credo che questo sia dovuto alle vicende traumatiche che hanno attraversato il partito socialista negli anni ‘90. Tuttavia noi abbiamo ricordato che Pertini è stato un socialista per tutta la vita, non ha mai smesso di esserlo pur mantenendo un buon rapporto con i comunisti. Nel documentario lo ricordiamo spesso, viene infatti menzionato Matteotti e nella colonna sonora figura l’Internazionale, come emblematico del socialismo era il suo motto: “Non vi può essere giustizia sociale senza libertà, così come non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale”.

Festival di Sanremo.
Ermal Meta, Crozza, Mika. La notte più lunga di tutte

Festival_di_Sanremo_2017Lunga, lunghissima, la più lunga di tutte forse. E intensa. Ḕ stata così la terza serata del Festival di Sanremo 2017, da cui è uscito il nome del primo vincitore (Ermal Meta per la cover di “Amara terra mia”) e dei primi esclusi: i due duetti di Nesli e Alice Paba (con “Do retta a te”) e di Giulia Luzi e Raige (con “Togliamoci la voglia”). Restano tra i giovani delle Nuove Proposte Lele (con “Ora mai”) e Maldestro (con “Canzone per Federica”). Ma a parte queste informazioni per dovere di cronaca, a fare la vera notizia della serata sono stati altri momenti importanti della terza puntata. Ovvero: un ‘appuntamento’ dedicato ai più piccoli, grazie al Piccolo Coro dell’Antoniano di Bologna; agli “eroi del quotidiano” con la 92enne Maria, un’ostetrica che ha fatto nascere circa 7642 bambini e ancora continua: sempre con il cellulare acceso anche di notte per correre immediatamente in caso d’emergenza, in ansia perché una sua paziente avrebbe dovuto partorire di lì a breve e lei non voleva mancare; l’ultimo bimbo che ha aiutato a venire alla luce è stato il 13 gennaio scorso, il primo (con cui ancora è in contatto) fu nel lontano 17 dicembre del 1942. “Aiutare a venire alla vita è una cosa entusiasmante –ha raccontato-, ma bisogna farlo vedendolo come fosse una missione”. Per questo per lei la canzone di Sanremo è: “Son tutte belle le mamme del mondo”. E poi la signora Mariuccia del pubblico, 105 anni, che ancora canta perfettamente ricordando benissimo a memoria “Quel mazzolin di fiori”. E poi l’esibizione dell’”Orquesta de Instrumentos Reciclados de Cateura (Paraguay)”, nata con la creazione di strumenti da oggetti riciclati e presi dai rifiuti di una discarica; dalla “spazzatura” (anche metaforica di un mondo che sembrava “ignorarli” e non volerli) sono arrivati ad essere i rappresentanti dell’Unicef (di cui ricorrono i 60 anni dalla fondazione). Gente che non aveva nulla, neppure una casa, come la piccola Celeste, e che ora può tornare a sperare e qualcuno si è potuto persino iscrivere al conservatorio. “Ci vuole fantasia ed anima e quelle non si possono comprare” per riuscire a fare tutto questo, ha affermato Maria De Filippi. “Dovremmo prendere spunto ed imparare da loro. Tutto ciò dovrebbe farci riflettere e, del resto, Sanremo serve anche a questo: ad offrire spunti di riflessione”, ha continuato Carlo Conti. Poi la vetrina di Maurizio Crozza: dopo l’imitazione del presidente della Repubblica Mattarella, stavolta ha preso le sembianze di Papa Francesco. A parte la polemica sulla corruzione della Chiesa e quella di carattere politico per cui ogni Governo è una cover (ossia una specie di rifacimento) del precedente e nulla sembra cambiare e mutare, toccante la parte conclusiva del suo discorso. Ci facciamo –ha notato- tutti prendere dalla nostalgia, “sempre lì a rimpiangere il passato”, come se ‘si stava meglio, quando si stava peggio’; invece lui ha invitato a seguire le parole dell’ex presidente americano Barack Obama: “se doveste scegliere un momento in cui nascere, scegliete sempre il presente”. “Oggi – ha continuato Crozza – i ragazzi e gli adolescenti fanno cose che le generazioni dei genitori si sognavano. I giovani sono precoci e noi li trattiamo e consideriamo come fossero una regressione della specie”. Un errore a suo avviso, per sottolineare di apprezzare ciò che si ha, senza piangersi addosso, con pessimismo e vittimismo che cronicizzano e non permettono di progredire e migliorare. Vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, con ottimismo e fiducia, con la voglia di cambiare. E ancora l’arrivo della star Mika. Tornerà anche il suo programma “Qui casa Mika” (“e qui tutto può succedere e succederà”, ha garantito il cantante), ma entusiasmante soprattutto il suo messaggio di vicinanza, universalità e umanità lanciato. “La musica può cambiare il mondo intorno a te –ha esordito-. Ti dà sempre una via d’uscita. Ti fa innamorare e cambia il colore della tua anima. Ḕ molto bello essere di tutti i colori ed è bello accettarli tutti; e se qualcuno pensa che uno sia meno bello e nobile degli altri, è meglio lasciarlo senza colori”. I colori sono quelli delle emozioni e dei sentimenti, della diversità così importante. Di certo è stato il momento più colorato della serata, con una coreografia alle sue spalle floreale e un’altra di fuochi d’artificio: per un’esplosione di ritmo, energia, danza, passione. Commovente il suo omaggio a George Michael, mentre venivano proiettati sullo sfondo fiocchi di neve che cadevano candidi come il ricordo dell’artista recentemente scomparso: “un regalo bellissimo di intensità ed emozione”, ha commentato Conti. Il presentatore si è soffermato, inoltre, anche su un altro aspetto che gli premeva sottolineare, rammentando il numero per donare per la “ricostruzione delle scuole” nelle aree terremotate del 45500. A tale proposito, ha precisato con fermezza e convinzione: “c’è da fare una riflessione. La nostra Italia si regge sul turismo, ciò vale soprattutto per una regione come la Liguria. Ma attenzione a non penalizzare ulteriormente le aree terremotate (come le Marche o l’Umbria). Cerchiamo di rimettere in moto l’economia in particolare lì, proprio grazie al turismo, altrimenti rischiamo di peggiorare le loro condizioni. Prima di andare per un weekend a Parigi o Londra, andiamo lì”. Infine è stato il momento di Luca&Paolo, che così hanno esordito: “questo palco fa davvero paura”. “In tutti questi anni non è cambiato nulla –hanno proseguito-. Questo è il secolo della paura”. Come dare loro torto? Basti pensare a tutti gli atti di terrorismo verificatisi a catena ovunque in tutto il mondo. Un riferimento indiretto e implicito, che richiama questa problematica tutta contemporanea; dopo aver ricordato le vittime delle emergenze naturali, o delle tragedie di vittime innocenti sul posto di lavoro (forze dell’ordine e altro), giusto citare le morti bianche per atti neri di un terrorismo cieco e cinico. “Abbiamo paura di tutto e tutti –hanno ripreso i due comici-. E la frase più comune è ‘c’è da avere paura’”, soprattutto perché non ci si fida più di nessuno. “In primis c’è la paura di svegliarsi e che tutto intorno a te sia cambiato”, hanno aggiunto, quasi una citazione del senso della canzone in gara di Marco Masini “Spostato di un secondo”: un invito a pensare come ci si comporterebbe se si potesse tornare indietro con la macchina del tempo, se le cose fossero andate diversamente ora come si starebbe, quasi un modo per adattarsi al cambiamento dei tempi, di un mondo che corre veloce e spesso si resta indietro, pieni di rimpianti e di nostalgia. Ma la cosa che conta è amarsi, aver amato, aver vissuto: “non rinunciamo ad amare” è la frase con cui si chiude la canzone, per cancellare l’amaro della rassegnazione. E proprio Masini ha scelto come cover quella di “Signor tenente” di Giorgio Faletti, per un omaggio alle forze dell’ordine che rischiano la vita ogni giorno e al cantante scomparso che la presentò proprio qui a Sanremo.

Ed è così che, da questo momento di profonda riflessione raccolta, si è passati con Luca&Paolo a una carrellata di “Ho paura che” in stile “Noi che” de “I migliori anni” di Carlo Conti. A cui si è aggiunta anche Maria De Fillippi, protagonista nella serie di “Mi fanno paura quelli che”, che ha lanciato. Impossibile rimanere impassibili di fronte all’acume e alla finezza dei loro spunti di riflessione. Pensiero su tutti: spesso è proprio il cambiamento a fare paura e si ha persino paura di amare e di voler bene appunto. Oppure, per l’appunto, di fidarsi e avere ancora fiducia, nonostante tutto.

Infine, tra gli altri ospiti presenti, ricordiamo Alessandro Gassman e Marco Giallini che insieme reciteranno nel film “Beata ignoranza” (in uscita nelle sale dal 23 febbraio prossimo) e che sono stati al centro di due fiction di successo: rispettivamente “I bastardi di Pizzofalcone” e “Rocco Schiavone”. E poi la figlia di Alain Delon (Anouchka) e la nipote di Jean Paul Belmondo (Annabelle), che in francese e in inglese hanno raccontato il loro legame con l’Italia. Le loro canzoni di Sanremo preferite? “Volare” di Modugno e “L’Italiano” di Toto Cutugno (del 1983).