L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

Migranti, la proposta di Salvini respinta dalla Libia

salvini libia

Stabilire “una formula globale per far fronte al fenomeno” dei migranti irregolari “che tenga conto dei suoi vari aspetti di sicurezza, economico e umanitario”, attribuendo “la massima importanza alla messa in sicurezza dei confini meridionali attraverso programmi di addestramento delle forze libiche e l’attenzione allo sviluppo locale”. E’ quanto hanno concordato il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il presidente del Consiglio presidenziale del governo di concordia nazionale libico, Fayez al-Serraj, che si sono incontrati a Tripoli presso la sede del Consiglio.

Un accordo trovato dopo il no di Tripoli alla proposta di Salvini di campi per i migranti in Libia. “Hotspot dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia” aveva scritto in un tweet Salvini. Ma lo stop di Tripoli è arrivato subito: “Rifiutiamo categoricamente la presenza di campi per migranti in Libia. Questo non è accettato dai libici né è consentito dalla legge libica”, ha dichiarato il vice premier libico, Ahmed Maitig.

A margine della conferenza congiunta a Tripoli, Salvini ha poi detto che “proteggere le frontiere esterne, europee e libiche, è obiettivo comune di entrambi i nostri popoli e governi. Come fermare le navi delle Ong, che aiutano il traffico di esseri umani, è priorità di entrambi i governi”.

In presenza dell’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, di alcuni funzionari del governo italiano, del ministro degli Esteri del governo di concordia nazionale libico Mohammed Siala, di quello dell’Interno Abdul Salam Ashour, del suo vice Mohammed al-Marhani, del comandante della Guarda costiera libica Abdullah Toumia e del capo dell’apparato per la lotta all’immigrazione irregolare Mohammad Bishr, la riunione ha preso in esame “le vie per sviluppare la cooperazione multisettoriale, tra cui la lotta all’immigrazione irregolare e alle reti del traffico di esseri umani” si legge in un comunicato dell’ufficio stampa di Serraj pubblicato su Facebook.

“La Libia è un Paese amico dell’Italia e il mio impegno sarà massimo per definire una più stretta collaborazione per contrastare l’immigrazione illegale ma anche per realizzare iniziative comuni in materia economica e culturale”, ha detto ancora Salvini. “Questo Paese rappresenta un’opportunità di sviluppo – ha aggiunto –. Saremo vicini alle autorità libiche anche con i necessari supporti tecnici ed economici per garantire insieme la sicurezza nel Mediterraneo e rafforzare la cooperazione investigativa e più in generale la collaborazione in tema di sicurezza”. Inoltre, “aspetto al più presto il ministro Ashour a Roma” ha concluso il ministro.

Libia. Haftar e Gheddafi Jr contro l’Italia. Ue minimizza

Haftar-Dopo l’ok del Parlamento e l’invio della nave italiana “Comandante Borsini” nelle acque libiche, arriva la prima intimazione da parte di Tobruk. Il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, ha dato infatti ordine alle sue forze di bombardare qualsiasi naviglio militare italiano che entri nelle acque territoriali libiche. “Noi siamo impegnati in prima linea nella lotta contro il terrorismo”, ha detto il generale che ha aggiunto: “Ci stupisce dunque che un Paese amico come l’Italia interferisca tanto indebitamente nelle nostre operazioni. Non posso dunque che confermare che qualsiasi nave militare italiana o di qualsiasi altro Paese che entrerà nelle nostre acque senza la nostra autorizzazione verrà bombardata dalle nostre forze”. Il suo messaggio segue di poche ore una dichiarazione del parlamento di Tobruk, che fa capo alla sua fazione, che aveva espresso la sua opposizione all’operazione navale italiana, contestando al premier di Tripoli, Fayez Sarraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, di aver concluso l’accordo con l’Italia per le operazioni congiunte, in quanto la presenza di navi straniere rappresenterebbe una “violazione della sovranità nazionale” libica.
Ma a mettersi di traverso e a parlare contro l’intervento italiano anche il secondogenito di Muammar Gheddafi, Saif Gheddafi, che critica la missione italiana nelle acque antistanti la Libia per cercare di arginare il flusso migratorio.
“Gli italiani in Libia ripetono lo scenario della Nato scatenando l’attaccamento dei libici per la loro terra. Con l’invio di navi da guerra violano la sovranità della Libia a causa del comportamento irresponsabile di alcuni funzionari”, afferma il figlio dell’ex leader libico per il quale “l’Italia considera ancora le spiagge di Tripoli come una colonia di Roma”.
Nel frattempo però stanno preoccupando le dichiarazioni di Haftar, anche se giudicate inattendibili dal governo italiano, sulla stessa linea anche l’Europa: “Abbiamo visto i resoconti. Ma per ora sono solo resoconti dei media”. Così Catherine Ray, portavoce del Servizio europeo per l’azione esterna sulle minacce del gen Kalifa Haftar.
In effetti Haftar non ha forze marittime sulle sponde occidentali e le sole navi che controlla sono a est, alle porte del petrolio mediterraneo e a Benghazi. Inoltre con la delegazione Sophia (missione europea per impedire la tratta degli esseri umani) che controlla le acque libiche, Haftar non otrebbe comunque muovere le sue navi.

Libia. L’Italia passa in secondo piano per la Russia

russia_putin_libia.jpg--La crisi libica a distanza di sei anni è ancora punto e a capo, ma stavolta a dirigere i piani potrebbe essere il Cremlino. Ieri un “convoglio” di auto del premier libico Fayez Al Sarraj è rimasto coinvolto in una sparatoria a Tripoli che ha causato il ferimento di due guardie del corpo. Poche ore prima di finire sotto il fuoco dei miliziani probabilmente fedeli a Ghwell, però Al Serraj aveva preso pubblicamente atto dell’impossibilità di arrivare a un accordo con il generale Haftar in un’intervista alla Reuters, nella quale ha ammesso il sostanziale fallimento dei colloqui del Cairo. Nella capitale egiziana, ha affermato, “non si è raggiunto un accordo perché sfortunatamente l’altra parte in causa (il generale Haftar, ndr) rifiuta ostinatamente il dialogo”. Per questo motivo, secondo Al Serraj sarebbe auspicabile un intervento della Russia nelle vicende libiche e, in particolare, sarebbe utile che Mosca fungesse da intermediaria tra lui e Haftar prendendo direttamente in mano le redini del processo di pace.
La Russia plaude e si rimette in prima linea. Mosca non ha mai nascosto né le sue intenzioni in Medioriente, né le sue mire per quanto riguarda i giacimenti petroliferi. Il gigante russo del petrolio Rosneft e l’ente petrolifero libico National Oil Corporation (Noc) hanno siglato un accordo di cooperazione che “getta le basi per gli investimenti della Rosneft nel settore petrolifero libico”: lo scrive oggi la Tass citando la società libica. L’intesa è stata firmata ieri dal presidente di Noc Mustafa Sanalla e da quello di Rosneft Igor Sechin a margine della Settimana internazionale del petrolio a Londra.
La notizia ha lasciato l’Italia con l’amaro in bocca, ma Roma ha voluto comunque ribadire la sua vicinanza e supporto a Tripoli. “La Libia è la nostra priorità”. Lo ha ribadito il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, in una conferenza stampa alla Farnesina con il collega saudita Adel Al Jubeir. Sulla questione libica, ha aggiunto Alfano, “abbiamo condiviso visioni, rapporti e abbiamo anche valutato quanto sia importante questa nostra collaborazione” con l’Arabia Saudita. Proprio l’Arabia Saudita è sempre più irritata dall’espansione russa sul greggio: Mosca torna sul podio dei produttori mondiali di petrolio, un titolo che viene strappato all’Arabia Saudita.
Tornando alla Libia, poche ore fa il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano, ha elogiato le missioni all’estero dell’Italia e per quanto riguarda la Libia “a terra siamo impegnati con circa 300 uomini, è un messaggio di sostegno alla Libia, e quindi contribuisce alla stabilità del Paese. E, indirettamente, aiuta anche nella lotta contro il terrorismo”. E per quanto riguarda invece lo schieramento di un contingente sul territorio ha affermato: “Noi siamo pronti ma la precondizione è la richiesta libica. La Libia è una priorità dell’Italia”.
Ma il Governo di Accordo Nazionale libico sembra voler chiedere di più e intanto ha iniziato a volgere lo sguardo verso la protezione di Mosca. Anche perché crescono i timori per le mire dei Paesi confinanti.
Ieri a Tunisi i ministri degli esteri di Tunisia, Algeria ed Egitto si sono incontrati per fare il punto sui risultati raggiunti e i contatti stabiliti dai tre Paesi con le parti libiche. Il meeting di Tunisi conferma che l’Egitto, che non ha mai nascosto il suo appoggio ad Haftar, ambisce ad assumere un ruolo guida nella soluzione dei problemi del Paese confinante prima che uno stato di guerra civile permanente minacci di diffondere le sue tossine politiche e religiose in tutto lo scacchiere nordafricano.

Libia, ancora morti in mare. Oltre 90 migranti dispersi

Immigrati-sbarchi-Renzi-UEAncora morti in mare. Oltre 90 migranti risultano dispersi dopo il naufragio di un barcone al largo delle coste della Libia. Lo rende noto il portavoce della guardia costiera libica, Ayoub Kassem, spiegando di aver tratto in salvo 29 persone a circa 26 miglia al largo di Tripoli. Kassem ha aggiunto che la Marina ha raggiunto il barcone nel tentativo di salvare i migranti, ma ha precisato che le forze navali libiche non possiedono imbarcazioni capaci di effettuare grandi operazioni di salvataggio in alto mare.

Dai racconti dei sopravvissuti, sul barcone erano presenti circa 126 migranti prima del naufragio. Il gommone era partito mercoledì mattina da Garabulli, a circa 50 chilometri da Tripoli.

Ieri l’Onu ha dichiarato che sono almeno 3.800 i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno, uno dei bilanci delle vittime “mai registrati”. Nel 2015 erano state 3.771 le persone morte o disperse durante la traversata.

L’Unhcr ha reso già noto che il 2016 è già l’anno con più morti nel Mediterraneo.
Un’altra tragedia della disperazione dopo che, nella sola giornata di mercoledì, erano stati recuperati ventinove cadaveri di migranti nel Canale di Sicilia, a bordo di alcuni gommoni diretti verso l’Italia. Undici salme erano già state avvistate martedì e sono stati presi a bordo delle navi che operano in zona; gli altri sono stati recuperati su altri gommoni. Nella zona, con il coordinamento della Guardia Costiera, hanno operato una nave militare irlandese e navi di organizzazioni non governative.  Per oggi è attesa a Brindisi la nave Bourbon Argos, di Medici Senza Frontiere, con a bordo altri 12 cadaveri e 246 migranti tratti in salvo.

RITORNO A MOSUL

peshmerga-getty-770x513L’Occidente torna di nuovo in Iraq e in particolare in quella che è la città più importante del Medio Oriente. Mosul è la più grande città dello Stato Islamico, è da qui che Abu Bakr al-Baghdadi annunciò il 29 giugno 2014 la creazione del Califfato: difenderla per i jihadisti è prioritario. Ma è anche la città simbolo della riscossa occidentale contro l’Isis, Mosul ha una popolazione divisa quasi a metà fra sunniti e curdi, senza dimenticare a sud della città, nella base di Qayyarah, c’è il quartier generale delle truppe irachene affiancate da contingenti di Stati Uniti e Francia decise a sostenere la riconquista da parte di Baghdad. Nella notte, infatti è iniziata quella che è definita una “battaglia difficile” e che vede schierati contro i terroristi i Peshmerga curdi e le milizie sciite da un lato e le truppe occidentali dall’altro. Il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida statunitense che opera in Iraq a fianco delle forze governative, ha raffreddato troppo facili entusiasmi dichiarando che l’operazione lanciata per riconquistare Mosul potrebbe durare molte settimane, se non di più. Trentamila soldati che diventano 85mila considerando i tecnici e il supporto logistico. Una presa a tenaglia con i soldati iracheni a sud, tra cui 1500 uomini formati dalla Turchia, e i peshmerga curdi a nord, assistiti dall’alto dai caccia americani.
I curdi, affiancati da forze speciali americane impegnate sul terreno, sono ormai a sette chilometri dalla periferia della città, ma i Peshmerga hanno strappato all’Isis otto villaggi sul fronte di Khazir, a nord-est di Mosul prima di rivolgersi verso la città irachena.
Proprio i curdi, se da un lato rappresentano un ottimo alleato per le truppe occidentali, dall’latro rischiano di far franare ancora una volta i già difficili rapporti tra Usa e Turchia.
“Saremo nell’operazione e saremo al tavolo”, ha detto il Presidente turco Erdogan prima di aggiungere riferendosi agli abitanti sunniti di Mosul che “i nostri fratelli sono lì ed i nostri parenti sono lì. È fuori questione che noi non saremo coinvolti”. Pochi giorni fa Haider al Abadi il premier iracheno aveva denunciato all’Onu la violazione della sua sovranità territoriale con la presenza di truppe di Ankara che il leader turco sta portando il suo esercito “in un’avventura e in un’aggressione ad un Paese vicino dalle conseguenze ignote”, avvertendo che gli iracheni “resisteranno all’occupazione del loro Paese”.

Vignetta di Davide Ciminari

Vignetta di Davide Ciminari


Proprio dall’Onu, è arrivata in queste ore la preoccupazione per la sorte degli 1,5 milioni di civili a Mosul e teme che “migliaia di loro potrebbero ritrovarsi sotto l’assedio” delle truppe governative o diventare “scudi umani” nelle mani dell’Isis. Lo afferma in un comunicato il sottosegretario per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, facendo appello “a tutte le parti perché rispettino i loro obblighi di proteggere i civili in base alla legge umanitaria internazionale”.


Vengo anch’io, no tu no
di Alberto Benzoni

In base alle “dichiarazioni di intenti” e agli oggettivi rapporti di forza, Mosul avrebbe dovuto essere, non dico conquistata, ma sotto attacco da un pezzo. Ma se ne riparlerà l’anno prossimo. Allo stesso modo, la città libica di Sirte, di cui era prossima, settimane fa, la definitiva liberazione, dovrebbe essere ancora, almeno in parte, in mano a quelli dell’Isis.
E, ancora, questa stessa Isis, nei giorni pari forza in espansione e minaccia temibile, diventa, in quelli dispari, qualche migliaio di miliziani allo sbando, destinati alla sconfitta certa e la sua rete europea si tramuta, a seconda delle circostanze, vuoi in una grande macchina del terrore, vuoi in semplice brand a disposizione del frustrato con tendenze omicide di turno. Mentre scopriamo improvvisamente che la crociata internazionale contro l’Isis, solennemente indetta e al più alto livello, si manifesta sul terreno, almeno in Iraq, soprattutto con le milizie sciite e con i loro consiglieri iraniani (e cioè con forze formalmente escluse dalla crociata); e, nel contempo, che al Qaeda, data per morta è viva e in piena espansione.
Informazione manipolata? Magari fosse. Perché la manipolazione presuppone un manipolatore e il manipolatore un disegno. Mentre, in realtà qui non c’è alcun “disegno” degno di questo nome, almeno da parte dell’Occidente. Perché ogni disegno che voglia essere efficace, presuppone una definizione comune dei problemi da affrontare, degli obbiettivi da raggiungere e, infine, delle forze che, a livello regionale, sono orientate a sostegno del progetto oppure volte a combatterlo.
Ora, di tutto questo non c’è traccia. E non perché l’Occidente (leggi in questo caso gli Stati Uniti; perché l’Europa degli stati non può avere una politica estera comune) non abbia una linea; ma perché ne porta avanti diverse, in ordine di tempo e poi simultaneamente, e del tutto contrastanti tra loro. Prima, in ordine di temo, l’appoggio ai regimi castrensi o “patrimoniali”contro i regimi filosovietici e quello iraniano con l’arruolamento, in nome della Causa, dei fondamentalisti islamici.
Poi, l’avventura, del tutto solitaria, in Iraq, come vittima “laica”di una lotta contro il sullodato fondamentalismo, ora ridefinito come matrice del terrorismo. Poi l’apertura improvvisa, con la primavera araba, all’islamismo ora democratico contro i regimi al potere; apertura, però valida nel lato Sud del Mediterraneo e nella Siria di Assad ma non nei paesi del Golfo. Poi la costruzione di un blocco sunnita, contro il blocco sciita e la Russia, chiudendo un occhio, diciamo così, sulla presenza, all’interno del medesimo, di un fondamentalismo radicale e omicida. E, per concludere, la combinazione frettolosa e del tutto improbabile di due distinte e contrastanti crociate. la prima, formalmente “messa in sonno” (ma sempre pronta ad occupare di nuovo la scena) contro Assad, sciiti e russi. La seconda, formalmente all’ordine del giorno ma mai seriamente messa in campo, all’insegna del “tutti insieme appassionatamente” contro l’Isis e altre formazioni della galassia fondamentalista.
Ora, è questo vuoto politico ad alimentare il vuoto nei fatti e nelle informazioni sui medesimi.
E qui possiamo tornare, in conclusione, a Mosul (e un pò anche a Sirte).
Nel primo caso, tutti d’accordo, nella necessità di conquistare la città, ponendo così fine all’esperienza del califfato ( anche se nessuno può dire con certezza che la fine del califfato porterà con se la fine dell’Isis). ma tutti in disaccordo sul chi debba assumersi il compito di conquistarla. Perché quelli disponibili alla bisogna: milizie sciite, curdi e ora anche turchi, non sono accettabili né per il governo iracheno né, soprattutto, per gli Stati uniti. Mentre quelli “ok”, leggi esercito iracheno e milizie sunnite “buone” semplicemente non esistono.
E, allora, al-Baghdadi, ammesso che sia mai veramente esistito, può per ora, dormire sonni tranquilli; sempre naturalmente che, sotto il comando della Pinotti, arrivino truppe italiane ad investirla dal Nord…
Per Sirte il problema è diverso. Perché o da est, lungo il percorso da Tobruk a Tripoli o da ovest, lungo il percorso inverso, degli uomini armati sono in arrivo per conquistarla. Il solo rischio è che, nell’urgenza di combattersi tra loro, si dimentichino completamente dell’isis.

La Libia contro l’Isis:
oltre ai raid anche il petrolio

Libia-PetrolioIl nuovo Governo di Unità Nazionale, guidato da Fayez al Sarraj, sta cercando di muovere i primi passi verso la stabilità. Una delle priorità individuate dall’esecutivo è il ripristino delle attività produttive e di export del petrolio. Il 31 luglio, la Presidenza del Consiglio ha annunciato la riapertura incondizionata dei porti orientali: Zuetina, Ras Lanuf ed Es Sider. Dal 2013, questi erano chiusi, controllati da Ibrahim Jadhran, leader di una milizia locale chiamata Petroleum Facilities Guards. Mustafa Sanalla, Presidente della compagnia petrolifera nazionale (NOC) ha confermato la notizia con entusiasmo. Ras Lanuf ed Es Sider sono fondamentali per l’economia libica: hanno da soli una capacità di esportazione di 670.000 barili di petrolio al giorno.

Tuttavia, al momento, entrambi risultano pesantemente danneggiati e la loro capacità non dovrebbe superare i 100.000 barili al giorno. Il Governo di Unità Nazionale, proprio per questo motivo, ha stanziato dei fondi per riparare i danni e rimettere questi due terminal completamente in funzione. Sanalla ha dichiarato che i lavori avranno inizio e termineranno il prima possibile. Il leader della NOC, inoltre, ha fissato il prossimo obiettivo: la riapertura di due dei giacimenti più grandi di tutta la Libia, El Sharara ed El Feel, situati nel bacino di Murzuk. Con la produzione che riparte, sarebbe più facile per il nuovo governo fronteggiare le numerose sfide che lo aspettano. Sicuramente, con maggiori entrate, Sarraj potrebbe fornire un equipaggiamento adeguato ai soldati che stanno combattendo lo Stato Islamico, dotato per ora di armamenti e addestramento migliori. In un paese così dipendente dalle sue risorse energetiche, il livello di produzione degli idrocarburi è un elemento chiave per comprendere le dinamiche nazionali. La maggior parte delle entrate pubbliche in Libia è costituita dall’esportazione di gas naturale e petrolio. Il Prodotto Interno Lordo nazionale è sempre stato strettamente legato alla capacità di estrarre, raffinare ed esportare. Secondo l’OPEC, gli idrocarburi costituiscono circa il 60% del PIL e il 90% delle entrate derivanti dall’esportazione.

A partire dal 2012, il settore energetico è stato preso di mira da minoranze etniche, fazioni armate, milizie e gruppi terroristici. Questi attori hanno operato diversi sabotaggi, danneggiamenti, scioperi e occupazioni, nel tentativo di bloccare la produzione e indebolire lo stato. Nel 2014 il paese si era diviso in due, una parte controllata dal Parlamento di Tripoli guidato dagli islamisti, l’altra parte allineata con le nuove istituzioni insediate a Tobruk. A questo si è aggiunta la minaccia del terrorismo e un numero elevato di milizie armate non inserite nell’esercito. La Libia si è trovata in una situazione di estrema difficoltà, senza poter utilizzare al meglio la sua risorsa più importante: il settore energetico. Senza le entrate derivanti dal petrolio, infatti, la Libia non può essere in grado di garantire i servizi, pagare i salari, sostenere una spesa militare adeguata. Nel 2010, prima della rivoluzione, la produzione era di 1.480.000 barili di petrolio al giorno, nel novembre dello scorso anno si pensa questa non potesse superare i 350.000 barili al giorno. Intanto, il primo agosto, il Governo di Unità Nazionale ha annunciato anche l’inizio dei raid aerei americani contro le postazioni dei terroristi a Sirte. Si tratta della prima richiesta di supporto militare ufficializzata dall’esecutivo di Sarraj, l’Italia è stata informata ed ha espresso il suo consenso all’iniziativa.

Le incursioni aeree dovrebbero facilitare l’avanzata territoriale dell’esercito, impegnato in un confronto reso complicato dalle tecniche di conflitto utilizzate dagli uomini del Califfato. La presenza dello Stato Islamico a Sirte continua a minacciare il bacino energetico più importante della nazione. Il supporto USA aiuterà la Libia a combattere nel migliore dei modi il terrorismo, mantenere livelli elevati di produzione sarà un passo necessario per sconfiggere completamente il nemico, riunificare e far ripartire il paese.

Lorenzo Siggillino

Libia, 41 morti in raid Usa contro base dell’Isis

 

Cartina Libia

Gli Usa tornano in Libia dopo l’attacco di novembre del 2015. Durante un raid è morto Noureddine Chouchane la presunta mente delle stragi dello scorso anno in Tunisia, al museo Bardo e sulla spiaggia di Sousse. L’aviazione ha centrato un campo di addestramento dell’Isis a Sabrata, nell’ovest del Paese. Il bilancio è di almeno 41 morti e 6 feriti afferma una nota del consiglio municipale della città, citando fonti mediche.

Secondo la fonte citata dal Nyt, il tunisino Chouchane è considerato uno dei più influenti responsabili dell’Isis, ed è stato collegato alla strage del Bardo di marzo 2015, in cui morirono 24 persone tra le quali 4 italiani, e quella sulla spiaggia di Sousse, a giugno, che fece 38 vittime. Jamal Naji Zubia, responsabile per i media stranieri di Tripoli, ha precisato che il raid americano ha centrato una casa colonica a diversi chilometri da Sabrata. I jihadisti uccisi nel raid sono soprattutto di nazionalità tunisina, nonostante l’attacco però ilNYTimes ha sottolineato che questi attacchi non rappresentano l’inizio di una grande campagna militare americana in Libia.

Il 13 novembre 2015 l’aviazione statunitense aveva colpito per la prima volta obiettivi dell’Isis in Libia, uccidendo uno dei comandanti dello Stato islamico, Abu al-Nabil, conosciuto anche come Wissam Najm Abd Zayd al Zubaydi, un iracheno che aveva già militato in Al Qaeda, responsabile dell’uccisione di 21 cristiani copti egiziani vicino a Sirte.

Il governatore di Sabratha, Hussain al-Dawadi, ha comunicato che il bilancio delle vittime è di 41 persone e sei feriti. Il governatore inoltre ha detto che gli attacchi aerei si sono verificati intorno 03:30

L’Isis terrorizza l’Indonesia e mette in guardia l’Italia

giacartaUn nuovo attentato a opera dell’Isis, che stavolta colpisce il sud-est asiatico, l’Indonesia anche se l’obiettivo è ancora una volta l’Occidente. L’Isis ha colpito anche a Giakarta nel centro della città, in una zona commerciale e nei pressi della sede Onu, dove ci sono state almeno sette esplosioni e successivi scontri a fuoco tra agenti e terroristi con un bilancio di almeno 7 morti (tra cui cinque terroristi, un indonesiano e un olandese che lavorava per l’Onu) e 10 feriti. Gli attacchi, cominciati intorno a mezzogiorno, sono finiti intorno alle 15:20 ora locale, ha reso noto la polizia, e al momento le forze di sicurezza hanno di nuovo “il pieno controllo” della città, ma continuano a presidiare diversi edifici, ma la tensione nella città è altissima.
Poche ore dopo, attraverso l’agenzia di stampa Aamaaq legata allo Stato Islamico, è arrivata la rivendicazione dell’Isis. Secondo il capo della polizia di Giakarta, Tito Karnavian, dietro gli attacchi c’è Bahrun Naim, un indonesiano che starebbe combattendo con l’Isis in Siria. Già prima della rivendicazione però, la polizia indonesiana sospettava che il gruppo di attentatori fosse legato allo Stato Islamico che aveva diffuso un messaggio in codice prima degli attentati, nel quale si avvertiva che “vi sarebbe stato un concerto in Indonesia e che sarebbe finito sulle prime pagine”. Il gruppo di assalitori “sta seguendo l’esempio degli attentati di Parigi”, ha dichiarato il portavoce della polizia Anton Charliya.
“Lo stato e la gente non devono avere paura, non soccomberemo di fronte ad un attacco così atroce. Chiedo a tutta la popolazione di mantenere la calma, la situazione è sotto controllo”, ha detto rivolgendo le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime il presidente indonesiano Joko Widodo.
Eppure due giorni fa proprio l’Indonesia era stata messa in guardia da comunicato on line del Sedicente Stato Islamico. Nei tre nuovi messaggi del leader del gruppo Ayman al-Zawahiri, proprio nel secondo messaggio audio si definisce il Sud-Est asiatico, e in particolare l’Indonesia, maturo per la jihad come altre regioni del mondo islamico.
Proprio l’avvertimento fatto all’Indonesia e il successivo attacco preoccupa l’Italia, di nuovo bersaglio di minacce da Al Qaeda.
Il numero due dell’organizzazione di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), l’algerino Abu Ubaydah Yusuf al-Anabi, in un video di 23 minuti e 24 secondi si avvertono gli “invasori” italiani che si pentiranno e che saranno “umiliati e sottomessi”, per aver occupato Tripoli. Nelle lunghe accuse fatte da Anabi “un generale italiano”, di cui non fornisce altri dettagli, “è a capo di un governo fantoccio di cui fa parte gente della nostra razza che ha venduto la sua religione”, alla stregua di quanto accadde in Iraq con “la nomina di Paul Bremer dopo la campagna criminale di George Bush”, per non parlare di come “il suo compagno di crimini Donald Rumsfeld ha insozzato Baghdad”.
Intanto la Turchia ha risposto all’attentato a Istanbul dell’altro giorno bombardando le postazioni dell’Isis in Siria e Iraq, uccidendo così 200 jihadisti. A dare tutti i dettagli dell’operazione è stato lo stesso premier, Ahmet Davutoglu, che in conferenza stampa ha dichiarato: “Dopo l’attacco di martedì, quasi 500 colpi di artiglieria sono stati esplosi per colpire le postazioni di Daesh in Siria e Iraq. Quasi 200 membri dello Stato Islamico, inclusi anche capi regionali sono stati neutralizzati nelle ultime 48 ore. A ogni minaccia diretta alla Turchia, si reagirà in questo modo”.

Liberato Ricciardi

Libia. Ombre su León per contratto Emirati

DOCU_SURÈ scandalo per uno dei rappresentanti dell’Onu, organo super partes per eccellenza. L’inviato speciale delle Nazioni Unite in Libia, Bernardino León, mediatore di pace nella guerra civile che sta attanagliando il Paese dirigerà, alla modica cifra di 50mila euro al mese, un centro governativo di studi diplomatici negli Emirati Arabi Uniti, i cui vertici politici sono coinvolti nella crisi libica come sostenitori delle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale. La notizia getta discredito sul “mediatore” ufficiale in quanto le trattative per questo incarico sono iniziate già nel pieno del suo ruolo, a giugno e per tutta l’estate Leòn ha contrattato le condizioni per il nuovo impiego, in particolare la questione delle spese dell’alloggio ad Abu Dhabi. A rivelarlo sono i giornalisti del quotidiano britannico The Guardian venuti in possesso delle email tra il diplomatico spagnolo e gli Emirati.

In particolare lo scambio di missive è avvenuto tra il ministro degli esteri degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Abdullah bin Zayed e Bernardino León. Quest’ultimo tiene costantemente aggiornato lo sceicco sullo stato delle trattative di pace sulla Libia, illustrando un piano per mettere fine all’alleanza tra gli islamisti che sostengono il governo di Tripoli e i ricchi commercianti di Misurata e ribadisce la necessità di appoggiare il parlamento di Tobruk. In quel messaggio, un’email datata 31 dicembre 2014, inoltre León ammette che non sta lavorando a “un piano politico che coinvolga tutte le parti”, citando una strategia per “delegittimare completamente” il parlamento di Tripoli. È risaputo infatti che gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto appoggiano il governo di Tobruk che controlla l’est del paese. Inoltre insospettiva non poco il forte appoggio dato da Bernardino León al capo di Stato maggiore del Governo di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, sospettato di aver bombardato, al fianco dell’Egitto, le milizie di Alba libica che controllano Tripoli.

León conclude l’email scrivendo: “Posso controllare il processo finché sono qui. Tuttavia non penso di restare a lungo, sono visto come uno sponsor del parlamento di Tobruk. Ho consigliato agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Unione europea di lavorare con voi”.

Anche se il diplomatico aveva dichiarato l’intenzione di lasciare l’incarico a settembre, le linee guida per i mediatori internazionali Onu stabiliscono che i diplomatici con questo tipo di ruolo non devono “accettare forme di sostegno da parte di attori esterni che potrebbero influenzare l’imparzialità del processo di mediazione” e che dovrebbero “cedere l’incarico nel caso in cui sentano di non poter mantenere un approccio imparziale”.

Il giornale britannico ha chiamato il diplomatico spagnolo a commentare le rivelazioni presenti nelle email e l’ex ministro ha risposto di aver avuto corrispondenze simili anche con paesi che appoggiavano Tripoli “in uno spirito simile” con l’obiettivo di costruire un rapporto di fiducia, negando in ogni caso di aver accettato il lavoro, ma è arrivato l’annuncio ufficiale sul suo incarico da parte delle autorità di Abu Dhabi.

Bernardino León riferirà oggi al Consiglio di sicurezza dell’Onu, quindi lascerà l’incarico di inviato speciale Onu per la Libia al tedesco Martin Kobler, mentre il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ieri ha espresso gratitudine al diplomatico spagnolo. Proprio l’appoggio del segretario dell’Onu ha portato al monito del Parlamento di Tripoli: “Siamo sorpresi dal sostegno espresso dal segretario generale a Bernardino León perché rimanga nella sua posizione”, aveva dichiarato l’assemblea di Tripoli in una nota, denunciando “gli esiti negativi sia della bozza di accordo che del cosiddetto governo di accordo nazionale”. Un appoggio che sorprende e arriva anche da Berlino. “Bisogna andare avanti sulla strada intrapresa con Bernardino Leon”. Lo ha detto Angela Merkel a Berlino, in una conferenza stampa con il premier tunisino Habib Essid. La cancelliera ha sottolineato che occorre innanzitutto “ripristinare lo Stato” e continuare a perseguire l’obiettivo del governo di unità nazionale. “Chi aiuta la Libia aiuta la Tunisia”, ha poi aggiunto sui rapporti di vicinato con Tunisi.

L’Italia, in prima linea sulla questione libica, ha preso invece le distanze dal mediatore Onu. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha detto che per ora il giudizio su Bernardino León “è sospeso”, che l’Italia ha sostenuto la mediazione Onu, da lui incarnata, non si tratta quindi di un sostegno personale verso di lui.

Maria Teresa Olivieri