Turchia, la crisi finanziaria sembra senza fine

turchiaSi è aggravata la crisi finanziaria della Turchia e i mercati finanziari sono spaventati. Il crollo della lira turca sembra senza fine mentre vola il rendimento dei titoli di Stato. Il mercato azionario ha limitato i danni con una flessione intorno al mezzo punto percentuale.

Le vendite a piene mani della valuta turca ha avuto riflessi anche sui bond governativi. La lira turca ha perso in pochissimo tempo, dopo l’apertura dei mercati, il 7% sul dollaro scivolando a 5,97 mentre il cambio con l’euro precipita a 6,84.

Sul reddito fisso il bond governativo a 10 anni ha toccato il massimo storico con il rendimento schizzato al 22,82% rispetto al precedente 18,85%.

Adesso, la Turchia è diventata l’investimento più rischioso al mondo. Il premio richiesto per acquistare titoli di Stato del paese è il più elevato sul pianeta. Dai mercati è considerato più prudente acquistare bond governativi di Egitto, Uganda e Kenya.

La curva dei rendimenti si è invertita. In sostanza il rischio a breve è superiore su quello a lungo termine.

Sui bond governativi con scadenza a un anno il rendimento è volato al 19,95%. Forte pressione anche sul rendimento triennale che è schizzato al 23,53%.

Dal Bollettino trimestrale della Banca dei Regolamenti apprendiamo che alla fine del 2017 le banche italiane erano esposte nei confronti della Turchia per 16,8 miliardi di dollari con ulteriori 5 miliardi di dollari di potenziale esposizione determinati da contratti in derivati, estensione di garanzie e linee di credito.

In totale l’esposizione delle banche estere in Turchia ammonta, sempre a fine 2017, a 264,7 miliardi di dollari che sale a oltre 330 miliardi considerando altre esposizioni potenziali come i derivati (3,6 miliardi di dollari) e estensione garanzie (56 miliardi).

L’esposizione verso la Turchia nel corso del 2017 è aumentata di oltre 20 miliardi di dollari. Quella delle banche italiane è salita di oltre 3 miliardi. Gli istituti spagnoli hanno la leadership con quasi 84 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del totale. Sull’esposizione degli istituti iberici pesa Bbva che detiene la Garanti bank, terza banca turca. Infatti sull’esposizione totale spagnola la metà è in valuta locale a differenza delle altre banche estere che hanno una modesta esposizione in lira turca (per le banche italiane solo 264 milioni di dollari).

Rilevanti anche le esposizioni delle banche francesi con oltre 37 miliardi, seguite da quelle della Gran Bretagna con 18,7 miliardi, Stati Uniti con 17,7 miliardi e Germania 17,4 miliardi.

Secondo il Financial Times, la Bce sarebbe preoccupata per l’esposizione di alcune banche dell’area euro verso la Turchia, e il quotidiano cita Bbva, Bnp Paribas e UniCredit. Tra le banche con rilevanti esposizioni figurano anche Ing, Hsbc e Citybank che hanno una presenza diretta nel paese.

Bbva è la banca più esposta nei confronti della Turchia con un totale di attività di 78 miliardi di euro a fine 2017 secondo il bilancio del gruppo spagnolo.

Eppure solo due anni fa, dall’ufficio del presidente Erdogan veniva diffuso un comunicato nel quale il governo turco era interessato a promuovere l’acquisizione di Deutsche Bank.

Il settore bancario turco in ogni caso ha attirato il forte interesse da parte di gruppi esteri ma anche di fondi sovrani in particolare del Medio oriente. Tra le operazioni più recenti il gruppo Abraaj ha rilevato il 10% della turca Fibabanka, mentre il fondo sovrano del Kazakhstan è il principale azionista di Sekerbank dopo il fondo pensione dei dipendenti.

Per quanto riguarda UniCredit, dal bilancio 2017 emerge che il totale di attività denominate in lira turca ammonta a 18,2 miliardi considerando attività, passività e derivati. Sul totale 11,8 miliardi rappresentano finanziamenti alla clientela e 2,4 miliardi sottoforma di titoli di debito.

Esposizioni rilevanti anche per istituti che non fanno parte dell’area euro come il colosso americano Citibank con 9 miliardi. Più consistenti sono le esposizioni di Hsbc che vanta un attivo di 32 miliardi in Turchia e Ing Bank con 12 miliardi.

Il gruppo del Qatar Qnb possiede la Finansbak che detiene asset per 28 miliardi di euro in Turchia, il gruppo Burgan con sede in Kuwait controlla la Burgan Bank con attività per 6 miliardi di euro mentre la russa Sberbank controlla il 99% di Denizbank che vanta asset per 27 miliardi di euro.

Come se non bastasse, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, commentando la crisi turca con la valuta nazionale in caduta libera, ha scritto su Twitter: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”. Figuriamoci cosa avrebbe potuto fare Trump se i rapporti con la Turchia non fossero stati buoni.

Sui mercati finanziari pesano i timori legati non solo allo stato di salute finanziaria della Turchia, ma anche all’esposizione ad Ankara delle banche europee. Il crollo della lira turca rispetto al dollaro è arrivato con un calo del 12 per cento in un solo giorno.

Nel 2017 l’Italia è stata il quinto partner commerciale della Turchia con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri sempre nel 2017, secondo i dati di ‘info mercati esteri’, l’Italia ha fatto investimenti per 124 milioni di dollari, in aumento del 42,5% rispetto al 2016, e ha confermato la propria presenza nel paese con oltre 1.418 aziende.

Nei primi 5 mesi del 2018 l’Italia è diventata il quarto partner commerciale con 9 miliardi di interscambio totale (+17,0%) rispetto ai primi cinque mesi del 2017, di cui 4.814 milioni di import (+14,5%) e 4.231 milioni di export (+20,1%) determinando un saldo negativo per la Turchia di 582 milioni di Usd. Sempre nei primi 5 mesi dell’anno in corso l’Italia si conferma quinto fornitore della Turchia dopo Cina, Russia, Germania e Stati Uniti e il terzo cliente dopo Germania e Regno Unito. Il flusso di vendite è aumentato del 9% rispetto al 2016 e i primi mesi del 2018 sembrano confermare questa ascesa, con un incremento del 6% nei primi due mesi di quest’anno in particolare per i beni di consumo (alimentari e bevande, abbigliamento) e beni di investimento e intermedi (macchinari, metalli, gomma e plastica).

Il confronto fra i primi cinque mesi del 2018 e il 2017 mostra un incremento del deficit commerciale della Turchia con il resto del mondo, cresciuto del 41,4% da Usd 24,9 miliardi a Usd 35,2 miliardi. Le esportazioni sono aumentate del 7,9% passando da Usd 64,3 a Usd 69,3 miliardi, mentre le importazioni hanno registrato una crescita maggiore pari a 17,2%, passando da usd 89,1 a Usd 104,5 miliardi. Nel complesso l’interscambio totale ha registrato un aumento del 13,3%, da Usd 153,4 a Usd 173,8 miliardi.

Il presidente turco, Erdogan, ha invitato i suoi cittadini a non farsi prendere dal panico per il crollo della lira turca sui mercati valutari denunciando campagne contro il suo Paese. Erdogan ha detto: “Ci sono diverse campagne in corso, non prestate loro alcuna attenzione. Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah”.

Il populismo nazionalista e sostanzialmente antidemocratico di Erdogan non ha certamente migliorato la Turchia. Le controriforme strutturali messe in atto da Erdogan per modificare il processo democratico attuato cento anni fa dall’Ataturk, hanno prodotto gli effetti devastanti in atto.

Salvatore Rondello

Erdogan: “Dopo Gaza le Nazioni Unite sono finite”

Turkey's President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana

Di fronte a quello che è successo a Gaza, “le Nazioni Unite sono finite, sono crollate. In questo momento, non riesco neppure a parlare con il segretario generale dell’Onu, nonostante abbiamo una buona amicizia. Se continuerà a esserci silenzio sul bullismo di Israele, il mondo sarà trascinato nel caos”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ieri sera ad Ankara. “Non permetteremo che Gerusalemme sia usurpata da Israele. Sosterremo la lotta dei nostri fratelli fino al giorno in cui le terre palestinesi – che sono state a lungo occupate – avranno pace e sicurezza dentro i confini di un libero Stato palestinese”, ha aggiunto Erdogan, che come presidente di turno ha convocato per domani a Istanbul un vertice straordinario dei 57 Paesi dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oic), seguito da una grande manifestazione di piazza.

Intanto mezzi aerei e di terra dell’esercito israeliano hanno attaccato sei postazioni di Hamas in tutta la Striscia di Gaza con numerosi missili. Lo rendono noto i media palestinesi citati dal Jerusalem Post. Secondo il portavoce delle forze di difesa israeliane (Idf) “sono stati attaccati obiettivi terroristici appartenenti ad Hamas nel nord della Striscia di Gaza. Quattro obiettivi sono stati attaccati in un compound militare, compresi edifici e infrastrutture terroristiche. Altri tre obiettivi sono stati colpiti in un impianto di produzione di armi”. “L’attacco – ha aggiunto – è stato condotto in risposta al fuoco aperto da una mitragliatrice nella città di Sderot e a numerosi scontri a fuoco contro militari dell’Idf durante l’intera giornata”. “L’organizzazione terroristica di Hamas è l’unica responsabile per quello che sta succedendo dentro e fuori la Striscia di Gaza – ha concluso il portavoce – e pagherà le conseguenze degli atti di terrore compiuti da Gaza contro i cittadini e la sovranità di Israele. L’Idf è determinato a continuare le sue missioni e ad assicurare la sicurezza dei cittadini di Israele”.

Siria. L’opinione pubblica manipolata per la guerra

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Il 18 marzo le Forze Armate Turche (TSK) della Repubblica di Turchia insieme alle forze armate dell’Esercito Libero Siriano (FSA) sono entrate nel centro di Afrin in Siria.
Dopo circa due mesi di scontri con i membri dell’Unità di Protezione Popolare (YPG-J) il governo al potere in Turchia ha ottenuto ciò che voleva. L’obiettivo dell’operazione era quello di “liberare la città dai terroristi”, anche perché le forze YPG e YPJ e la loro espressione partitica PYD sono state definite da parte del governo AKP (Partito dello Sviluppo e della Giustizia) come delle “organizzazioni terroristiche”.

In realtà non è stato soltanto il partito al governo da più di 15 anni ad adottare una definizione del genere. L’operazione è stata difesa da una buona parte della cittadinanza, oppure è stato fatto di tutto perché fosse così.

In questa seconda parte del mio approfondimento parlerò dei mezzi e dei metodi utilizzati dal governo per giustificare questa operazione.  In primis i media, ma non soltanto, si sono messi a disposizione del governo. Insieme analizzeremo come la scuola pubblica, lo sport ed il mondo degli artisti sono stati utilizzati per creare un’opinione pubblica a favore della guerra.

Neanche un mese dopo l’inizio dell’intervento militare, un gruppo di artisti ha deciso di andare nella città di Hatay, al confine siriano, per dimostrare solidarietà ai soldati. Yavuz Bingöl, Tamer Karadağlı, Erhan Yazıcıoğlu, Erhan Güleryüz, Mustafa Ceceli e Zuhal Yalçın sono i primi nomi che saltano all’occhio. Il titolo dell’iniziativa era “Gli artisti insieme ai soldati”. Alla conferenza stampa, il 15 febbraio, era presente anche il vice presidente generale dell’AKP, Harun Karacan. Dopo l’incontro con la stampa i partecipanti sono andati in una caserma militare per incontrare i soldati e farsi delle fotografie. Tra i promotori dell’iniziativa c’era anche il cantante Erhan Güleryüz, l’ex solista del gruppo musicale Ayna. Güleryüz ha detto nel suo intervento: “Siamo qui per dire ai nostri soldati che gli 80 milioni di cittadini sono con loro”.

Pochi giorni dopo, il 23 febbraio, con un’iniziativa lanciata su internet da una serie di artisti, sono stati mandati numerosi messaggi di solidarietà ai soldati in missione. Mentre il famoso cantante di musica arabesca, Ibrahim Tatlises, definiva i soldati come degli “eroi”, la famosa attrice Hulya Koçyigit scriveva così: “ogni giorno prego perché i soldati ritornino sani e salvi a casa” e la famosa cantante Sibel Can scriveva queste parole per mostrare il suo sostegno: “Allah aiuti i nostri soldati”.

Forse il peggio è arrivato quando l’operazione si è conclusa. Il primo aprile un gruppo di artisti, insieme al Capo dello Stato Maggiore e al Presidente della Repubblica, si sono trovati in una caserma militare nella città di Hatay. Il cantante Ahmet Şafak ha descritto così il motivo della sua presenza in quel luogo: “Siamo qui accanto ai nostri figli. Abbiamo dimostrato che teniamo all’unità del nostro Stato e riteniamo che sia implacabile l’unità della nostra nazione turca”. Questa iniziativa è stata criticata duramente dai partiti all’opposizione (CHP e HDP) soprattutto per via delle canzoni patriottiche cantate dai cantanti con l’ausilio degli strumenti musicali in caserma. Il leader del Partito Popolare e Repubblicano, Kemal Kiliçdaroglu, ha trovato scorretto questo gesto allegro fatto in un contesto di morte. All’incontro erano presenti anche alcuni sportivi.

Con questi gesti “simbolici” il mondo artistico ha contribuito alla costruzione dell’immagine dell’operazione come se fosse una guerra d’indipendenza.

Il secondo campo, a livello nazionale e popolare, in cui si è cercato di legittimare e normalizzare la guerra, è stato il mondo dello sport.

Il primo marzo un gruppo di sportivi, insieme a un gruppo di artisti e numerosi parlamentari e dirigenti locali dell’AKP, sono andati nella città di Kilis per incontrare i soldati. Il 7 febbraio la società sportiva Aski Spor insieme ad alcuni atleti olimpici, ha lanciato un video messaggio in cui venivano pronunciate queste parole: “Sono nostre queste terre che abbiamo conquistato lottando nel 1071. E’ nostra questa patria”. Pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione militare sono arrivate le prime notizie sulla morte dei soldati. Così la Federazione Turca Calcio (TFF) ha deciso di dedicare un minuto di silenzio prima di ogni partita “per commemorare i nostri martiri”. Ovviamente nelle tribune non mancava lo storico slogan patriottico “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”. Nelle tribune non c’erano soltanto queste frasi ma c’erano anche dei momenti di grande coreografia. Prima della partita di calcio tra Konyaspor e Galatasaray, i tifosi della squadra anatolica hanno occupato una sezione intera scrivendo “Afrin” ed hanno alzato dei cartelli con scritto “Turchia”; in sottofondo non mancava un inno militare ottomano.

Il 15 marzo, alla luce dell’anniversario della vittoria militare dei Dardanelli del 1915, nelle tribune dello stadio appartenente alla squadra calcistica di Istanbul Basaksehir, si è vista sorgere la mappa rossa della Turchia con la bandiera disegnata sopra, i soldati con le divise dell’epoca ed in un angolo un soldato moderno che alzava la bandiera turca. Al centro di questo poster gigantesco c’erano alcuni giocatori della squadra che facevano il saluto militare. Sotto invece si leggeva questa frase: “Anche oggi, come il 18 marzo 1915, vinceranno i credenti, non quelli che sono in maggior numero”.

Ormai si parlava dell’operazione “Ramoscello d’ulivo” come di un intervento totalmente corretto e legittimo. Nei messaggi dei membri del governo, degli artisti e del mondo sportivo si leggevano soltanto parole nazionaliste e patriottiche. Si parlava di “conquistare” un territorio che per alcuni, in realtà, “era già nostro”. Non c’era spazio per avere dubbi sulla legittimità della guerra. Per chi avesse avuto qualche dubbio, invece, erano aperte le porte dei centri di detenzione. Di questo parlerò nel prossimo pezzo.

Come già detto, anche il mondo della musica ha sostenuto questa operazione militare. Il gruppo rap Geeflow ha lanciato il suo video su internet a favore dell’operazione. Il 24 febbraio è uscito il pezzo col titolo “Ramoscello d’ulivo”. Alcuni versi della canzone recitano: “Se ci sacrifichiamo, possiamo accedere al paradiso, se versiamo il nostro sangue, la patria diventa nostra”. Nel video ovviamente non mancano le immagini dei soldati e degli scontri, anche se non in modo netto e chiaro. Anche il rapper Yunus Akpunar si è dedicato a questa missione ed ha usato anche lui il nome dell’operazione come titolo del suo pezzo. In questo caso si vede il cantante allacciare i suoi anfibi e portare una casacca militare mentre canta la canzone. Alcuni versi del pezzo dicono: “Ci sono diversi terroristi nascosti tra di noi, facciamoci attenzione. Ci sono tanti traditori che vorrebbero dividere il nostro paese. Facciamoci attenzione e non dimentichiamoci dei nostri antenati”. In alcune immagini del video si vede il cantante sventolare la bandiera turca con una mano mentre con l’altra tiene una pistola grigia.

Un altro pezzo musicale invece è di Idris Altuner. Stavolta si tratta di un lavoro diverso. Mentre i pezzi rap sono tanti, Altuner decide di fare un pezzo tradizionale utilizzando gli strumenti e le melodie dell’orchestra militare ottomana, Mehter. Si tratta di un video professionale di alta qualità. Il cantante è vestito con dei costumi antichi e tradizionali. Durante il video si vedono i musicisti dell’orchestra Mehter. Nel pezzo in cui si vede il cantante andare su un cavallo in Cappadocia, Altuner pronuncia queste parole: “La vittoria si espanda da Afrin a Mimbic, tremino le montagne con il rumore degli anfibi del Turco”.
Forse la parte più aggressiva, per via dei suoi protagonisti, di tutta questa campagna di propaganda della guerra è quella del mondo della scuola.

Il 4 marzo, nella città di Bursa, gli studenti del Liceo Gursu Yildiz, si sono riuniti nel cortile della scuola per scrivere con i loro corpi la parola “Afrin” mentre li riprendeva un drone. Come sottofondo del video c’è una canzone militare ottomana. Nella città di Karabuk, sulla costa del Mar Nero occidentale, presso il Liceo Cumhuriyet un gruppo di studenti è sceso nel cortile per fare un’azione simile. Nel loro caso il lavoro svolto era più sofisticato. Mentre alcuni studenti scrivevano, con i loro corpi, “Ramoscello d’ulivo”, altri sventolavano una grande bandiera turca ed un altro gruppo con vestiti militari leggeva “il giuramento del commando”. Ovviamente anche in questo caso tutto è stato ripreso da un drone e nel video si sente una canzone militare ottomana.

In altri casi invece, oltre alla coreografia all’aperto, sono state fatte delle preghiere collettive di solidarietà con i soldati in missione. Proprio come nel caso della Scuola Femminile per gli Imam della città di Manisa, vicina alla costa dell’Egeo, dove 130 studentesse prima hanno scritto “Ramoscello d’ulivo” con i loro corpi, poi sotto la direzione del preside hanno letto delle preghiere.

Un altro caso di preghiera collettiva invece è stato fatto nella scuola elementare di Birikim Okullari di Istanbul. Stavolta la rappresentazione si è svolta all’interno, su un palco. Un gruppo di bambini che hanno, molto probabilmente, meno di 10 anni, si sono uniti con i palmi rivolti verso il cielo. Al centro un bambino prega per il bene della nazione e dei soldati ad Afrin e in sottofondo si sentono gli altri dire “Amen” in modo collettivo. Il video realizzato con gli studenti delle elementari si conclude con un pezzo ripreso all’aperto in cui si vedono decine di bambini sventolare una grande bandiera turca gridando: “I martiri non muoiono, la patria non si spacca”.

L’operazione militare “Ramoscello d’ulivo” è stata un elemento di grande dimostrazione di potere del governo ed è stata utilizzata anche per rafforzare i sentimenti nazionalistici già presenti nel tessuto sociale e storico del Paese. In realtà il governo AKP non ha fatto nulla di nuovo. In Turchia il terreno è molto fertile per le politiche nazionaliste e religiose, la sua storia è piena di periodi del genere. Il sentimento/l’orgoglio nazionalista ha radici molto profonde nella storia dei cittadini ed è il frutto di una serie di politiche nel mondo dell’istruzione, dell’arte, dello sport e non solo.

Dove non è stato possibile ottenere il sostegno popolare a favore dell’operazione militare, il governo, insieme al sistema giudiziario e alle forze dell’ordine, ha attivato il meccanismo della repressione e della censura. Questo sarà il tema del prossimo pezzo di questa serie.

Murat Cinar

Pressenza

Il “trio” interessato alla politica siriana

rouhani putin erdoganNonostante le prove per calare la pressione in Siria, è improbabile che la guerra si avvicini alla fine semplicemente perché Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rouhani si incontreranno ad Ankara questa settimana. Sembra che ci sia molto da discutere, anche perché la lista dei leader nominati rappresenta le tre più grandi forze militari straniere (Russia, Turchia e Iran) che operano attualmente in Siria, escludendo gli Stati Uniti, il cui capo, Donald Trump, la settimana scorsa, ha annunciato che l’America presto lascerà che gli altri si prendano cura della Siria. La prospettiva di Russia, Turchia e Iran concorda su come dovrebbe apparire un nuovo status quo in Siria, che nel migliore dei casi, è una soluzione provvisoria a breve termine. Ciò ovviamente trascura le cause sottostanti e irrisolte della guerra. La premessa accettata di questa soluzione trilaterale è che Iran e Russia sono contenti che il regime abbia pieno accesso alla costa e un chiaro canale fino alla capitale irachena Baghdad – attraverso il quale Teheran possa, passo dopo passo, tormentare Israele e dominare la regione. Dopodiché Mosca può mantenere una base aerea sul Mediterraneo.

Invece la Turchia è contenta che i suoi delegati controllino l’area ad ovest dei fiumi dell’Eufrate insieme a Idlib (città della Siria nord-occidentale, vicino al confine con la Turchia) e forniscano uno spazio ai militanti sunniti per creare le proprie comunità in cui potrebbero rientrare milioni di profughi siriani attualmente esistenti in Turchia. È a Idlib che i ribelli sunniti siriani di Ghouta, Aleppo e altrove, sono fuggiti insieme a decine di migliaia di civili.

In sostanza, questo presunto accordo trilaterale non riesce a gestire le questioni demografiche e settarie, che sono le cause della guerra.
I sunniti siriani si sono ribellati a un regime prevalentemente sciita nel 2012. Questi sunniti non hanno ancora una rappresentazione adeguata o una patria funzionale. Sono posizionati in una piccola parte del nord-ovest e fuori dai confini siriani in Turchia e Giordania, con molti anche il Libano. Mantenere questa popolazione svantaggiata nelle tende e nelle pianure rurali di Idlib non ridurrà l’influenza degli estremisti tra di loro, ma anzi – la amplificherà.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

Erdogan annuncia attacco contro il Pkk… in ritirata

Turkey's President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana February 11, 2015.  REUTERS/Enrique De La Osa

Turkey’s President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana February 11, 2015. REUTERS/Enrique De La Osa

La strategia del Presidente turco continua a cambiare, ma al centro restano i curdi. Ieri Erdogan ha annunciato che se l’esercito iracheno non riesce a cacciare le milizie del partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (PKK) dalla città di Sinjar nel Nord-ovest dell’Iraq, “ci penserà” l’esercito turco. Ma il comando delle operazioni congiunte dell’Iraq ha negato che qualsiasi forza straniera abbia attraversato il confine con l’Iraq, nello stesso tempo già venerdì in un comunicato l’Unione delle comunità del Kurdistan, l’ombrello politico del Pkk, ha detto che ritirerà le milizie dalla regione di Sinjar, nel nord dell’Iraq, dopo avere concluso che gli Yazidi non sono più in pericolo.
E anche se inizialmente il ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al-Jafaari, ha avvertito che Baghdad “risponderà” a un’incursione in profondità nel suo territorio, sembra che sia ormai in vista un’operazione militare congiunta che Turchia e Iraq per maggio prossimo nel nord del paese arabo contro i curdi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) stanziati nell’area.
È stato previsto un incontro con Baghdad così come annunciato proprio dal Presidente turco “un responsabile iracheno arriverà in giornata in Turchia per colloqui sulla questione Sinjar”. Attraverso un attacco congiunto con Ankara contro il Pkk il governo di Baghdad potrebbe rafforzare l’asse con Ankara, contribuendo al ritorno dell’Iraq sullo scacchiere regionale su un piano di parità sugli altri Stati, obiettivo lungamente perseguito dal governo iracheno.
Nel frattempo però l’Iraq è è prudente in vista delle elezioni di maggio, anche per questo negli ultimi giorni, le autorità di Baghdad hanno condannato le incursioni dell’Aviazione turca contro il Pkk nel nord dell’Iraq. Ma dopo il referendum curdo e l’idea di un Kurdistan indipendente, che per Ankara era una minaccia alla propria sicurezza e per l’Iraq e il suo governo federale un attentato all’integrità territoriale del paese, potrebbe esserci un punto di leva comune per riavvicinare i due Stati.

Turchia: gruppo pro-Erdogan compra media opposizione

Erdogan-terrorismoLa holding del magnate turco Aydin Dogan avrebbe concluso un accordo per la vendita di alcuni tra i principali media di opposizione in Turchia, tra cui Hurriyet e la Cnn turca, a un gruppo di imprenditori vicini al presidente Recep Tayyip Erdogan per 1,25 miliardi di dollari. La notizia viene riportata dal sito indipendente T24. Un’operazione che renderebbe ancora più limitata la libertà di espressione e di dissenso in Turchia dove, dopo il fallito golpe di due anni fa, il pugno di Erdogan si è già abbattuto con forza sui media e la libera informazione con migliaia di giornalisti arrestai e diverse testate giornalistiche chiuse.

Tra i media oggetto della cessione, ci sarebbero i quotidiani laici Hurriyet e Posta, tra i più venduti nel Paese, quello sportivo Fanatik, anch’esso molto diffuso, nonché le tv Cnn turca e Kanal D. A guidare la cordata di acquirenti sarebbe la holding che fa capo a Yildirim Demiroren, ex proprietario della squadra di calcio del Besiktas e attuale presidente della Federazione calcistica turca, che nel 2011 aveva già assunto il controllo dei quotidiani di opposizione Milliyet e Vatan, che hanno da allora cambiato la propria linea editoriale. Se confermata ufficialmente, la notizia segnerebbe un’ulteriore fortissima concentrazione di potere mediatico nelle mani di gruppi pro-Erdogan.

Dopo la notizia della vendita le azioni della holding Dogan hanno avuto un vero e proprio boom con un balzo in avanti che è arrivato fino al 17%, mentre quelle del gruppo editoriale, Hurriyet Gazetecilik, fino al 19%. Secondo media locali, l’accordo – il cui annuncio ufficiale è atteso in a breve – è stato confermato anche da un dirigente del gruppo acquirente, che farebbe capo al magnate Yildirim Demiroren.

I curdi smembrati sognano il Kurdistan

Curdi-YPGEsistono i curdi, ma non il Kurdistan. I curdi non hanno mai avuto una patria, uno stato. Sono 30-40 milioni, vivono in Medio Oriente smembrati tra Turchia, Iran, Iraq, Siria e Armenia. Quando cadde l’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, Regno Unito e Francia promisero l’indipendenza, ma poi le potenze coloniali europee non mantennero la promessa.

Sono un po’ come i polacchi in Europa. La Polonia restò schiacciata e divisa tra l’Impero Austro-ungarico, il regno di Prussia (poi Secondo Reich tedesco) e l’Impero russo, però alla fine è riuscita a recuperare l’unità e l’indipendenza. I curdi, invece, vivono sparpagliati tra cinque diverse nazioni, hanno subito e subiscono violente e sanguinose repressioni. In genere sono considerati dei cittadini di serie B, delle minoranze bistrattate alle quali si arriva a proibire perfino l’uso della propria lingua.

È stroncato nel sangue ogni tentativo di autonomia nazionale. Dal 20 gennaio l’esercito turco è penetrato nel nord della Siria con l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (l’azione militare suona ancora più sinistra per la denominazione usata, un simbolo per eccellenza della pace). L’obiettivo è conquistare ed eliminare il cantone curdo di Afrin, amministrato autonomamente dal 2012 al di fuori dell’influenza del governo siriano, sull’orlo del collasso.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan usa il pugno di ferro: Ankara non si fermerà finché «il lavoro non sarà finito». Artiglierie e carri armati turchi spianano l’avanzata della fanteria. Nel mirino ci sono le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) che amministrano la provincia. L’obiettivo è di impedire che l’esercito siriano, d’intesa con i curdi, rientri ad Afrin, recuperi la sovranità sulla città salvando però l’autonomia amministrativa della minoranza e il suo potere negoziale. Erdoğan ha annunciato: «Nei prossimi giorni, e molto rapidamente, inizierà l’assedio del centro della città di Afrin».

Le alleanze cambiano velocemente in Medio Oriente. Il presidente turco prima era stato un nemico giurato del presidente siriano Bashar al-Assad, poi era diventato suo alleato, ora addirittura spara sia sui suoi combattenti sia su quelli dei curdi. L’accordo Ankara-Mosca-Teheran sulla Siria sta scricchiolando paurosamente. La prima ha puntato le armi contro Damasco, le altre due sono potenti alleati di Bashar al-Assad, che sta riprendendo il controllo del paese dopo la rivolta del 2011 e le successive feroci guerre a catena: in totale 500 mila morti e 6 milioni di profughi. Il presidente turco ha nelle sue mani anche la carta della “bomba” degli emigranti: nei campi profughi ospita oltre 3 milioni di rifugiati siriani, scappati in 7 anni di guerra, e di volta in volta minaccia di aprire il “rubinetto” verso l’Europa. Non a caso ha chiesto all’Unione europea e in gran parte ottenuto, soprattutto appoggiato dalla Germania, 6 miliardi di euro per affrontare le spese di ospitalità dei profughi.

I curdi, sostenuti finanziariamente e militarmente dagli Stati Uniti, sono stati un elemento centrale per sconfiggere lo Stato Islamico, promotore del terrorismo internazionale, che si era impossessato di buona parte della Siria e dell’Iraq con i relativi giacimenti petroliferi. I combattenti curdi hanno pagato un alto prezzo di sangue per conquistare Raqqa in Siria, proclamata capitale dell’Isis. Un prezzo di sangue molto più consistente rispetto a quello pagato dalle milizie e dagli eserciti siriani, iracheni, iraniani, russi e statunitensi. Comunque gli jihadisti dell’Isis ancora non sono stati del tutto sconfitti e resistono in alcune zone del paese.

Erdoğan teme il “contagio” dell’autonomia conquistata dai curdi in Siria. In Turchia vive la maggior parte dei curdi e, dopo qualche anno di convivenza pacifica e di apertura ai loro diritti, è riesplosa una violenta repressione. I curdi, considerati terroristi, hanno reagito con sanguinosi attentati nelle città turche. Di qui la “guerra totale”.

Ora Washington ha davanti uno spinoso problema: se schierarsi con i curdi o con la Turchia, due importanti alleati (Ankara fa anche parte della Nato e dispone di uno degli eserciti più potenti). Per adesso sta tentando di tenere una posizione mediana. I margini per l’indipendenza o per l’autonomia dei curdi si restringono sempre di più. Il Kurdistan probabilmente resterà «una espressione geografica». La celebre profezia del principe austriaco Klemens von Metternich si rivelò sbagliata per l’Italia, ma potrebbe calzare a pennello per i curdi.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Turchia: scure su giornalisti, 6 ergastoli per il golpe

turchiaSei ergastoli per altrettanti tra giornalisti e intellettuali, accusati di aver avuto un ruolo nel fallito colpo di Stato. Rischia invece una pena tra i 4 e i 18 anni di carcere il corrispondente del quotidiano tedesco ‘Die Welt’, Deniz Yucel, che è stato liberato su cauzione dopo un anno in carcere senza alcuna accusa. È la sintesi di una ennesima giornata buia per la libertà di stampa in Turchia. Ergastolo aggravato per i sei, il che vuol dire limitazioni nelle visite dall’esterno e 23 ore al giorno di isolamento assoluto. Una Corte di Istanbul ha comminato nei loro confronti il massimo della pena in relazione all’accusa di tentata eversione dell’ordine costituzionale attraverso l’uso della forza e della violenza. Il tentativo di eversione avrebbe avuto luogo nell’interesse di Fetullah Gulen, ritenuto la mente del golpe fallito in Turchia il 15 luglio 2016.

Sono stati condannati un noto volto televisivo, Nazli Ilcak e i due fratelli Altan, Ahmet e Mehmet, scrittore e giornalista il primo, accademico ed economista il secondo. Condannati anche Yakup Simsek, Fevzi Yazici e Sukru Tugrul Ozsengul. Altan si è difeso invano davanti ai giudici, chiedendo di “abbandonare pratiche che con il diritto non hanno nulla a che fare” e ricordando di’ essere gia’ stato dinanzi una corte nel 1997, quando al potere c’erano i militari. Il corrispondente di ‘Die Welt’ è stato liberato dopo un anno e due giorni di detenzione trascorsi in un carcere in Turchia. In tutto questo periodo, il pubblico ministero non ha mai presentato la richiesta di rinvio a giudizio, presentata oggi e accettata dallo stesso giudice che ha sancito la liberazione condizionata del giornalista: rischia dai 4 ai 18 anni di carcere per incitamento all’odio, alla violenza e propaganda a favore di organizzazione terroristica. Yucel, di passaporto turco tedesco, è stato accusato di essere una spia per conto dei curdi del Pkk dallo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan. La sua liberazione giunge a meno di 24 ore dalla visita del premier turco Binali Yildirim in Germania, dove ha incontrato la cancelliera Angela Merkel. I due, a margine dell’incontro, hanno espresso l’auspicio che i rapporti tra i due Paesi tornino alla normalità, con la cancelliera che ha sottolineato l’importanza che la liberazione di Yucel riveste per la Germania. “Spero anche io torni presto libero, ma dipende dal giudice, non da me”, aveva dichiarato solo giovedì Yildirim.

Pietro Rossi e la marginalità dell’Europa nel mondo “multipolare”

pietro rossi

Pietro Rossi,

Pietro Rossi, noto filosofo, in un suo recente articolo apparso su “Il Mulino” n. 5/2017 (“L’Europa in un mondo plurale”) illustra i motivi per cui, allo stato attuale, l’Europa, dopo aver affermato la propria egemonia sul mondo intero, in particolare per il ruolo svolto dai Paesi che si affacciano sull’Atlantico, nel corso del XX secolo ha perso il suo primato, con conseguente spostamento del centro di gravità del pianeta dall’Atlantico al Pacifico; ciò a seguito delle due guerre mondiali e della Guerra fredda che, nella seconda metà del secolo, ha visto contrapposti gli Stati Uniti e la Russia sovietica. Pertanto, “la partita per la leadership internazionale” si gioca ora – afferma Rossi – “in larga misura non più tra le regioni industriali europee e quelle della costa orientale degli Stati Uniti, quanto tra la California e l’Estremo Oriente”.
Al momento, secondo Rossi, non è dato sapere se il nuovo secolo sarà egemonizzato dagli USA, oppure dalla Cina, o “se sarà contrassegnato dall’attuale permanere di centri di equilibrio più o meno stabili”; ciò, per svariate ragioni, che Rossi individua nell’incertezza della politica economica degli USA, nella tendenza della Russia a migliorare la propria posizione di potenza a livello globale, nell’instabilità di tutta l’area mediorientale, nella consistenza dei continui flussi migratori dall’Africa, e così via. Di sicuro –afferma Rossi – “il nostro non sarà un secolo europeo, e forse tutto il globo dovrà rimpiangere le conseguenze dell’eclisse dell’Europa”. Ma di quale Europa? Quella della “home fleet” britannica, quella della “gestione condominiale anglo-francese” dell’area mediorientale, o quella che sarebbe dovuta sorgere dopo i Trattati di Roma del 1956, che avrebbero dovuto dare origine ad una soggettività politica unitaria europea? Del tramonto delle prime due configurazioni di Europa non dovremmo rimpiangere alcuna eclisse, mentre dovremmo rimpiangere il fatto che, a causa del prevalere degli interessi nazionali, non sia stato possibile la realizzazione della terza.
Rossi ritiene che le prime due configurazioni di Europa hanno incominciato a cessare di essere il centro del mondo dopo l’ascesa del nazionalismo, che ha offerto la giustificazione ideologica alla pretesa di alcuni Paesi di fare valere la loro “esistenza” nei confronti delle superpotenze che, sino ad allora in posizione egemonica sull’intero continente. Da allora, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, il nazionalismo ha motivato e sorretto il ridimensionamento dell’egemonia anglo-francese a livello planetario, dando origine ad un “mondo plurale”, tendente ad enuclearsi principalmente intorno quattro poli di riferimento (USA, Cina, Russia ed Europa); questi ultimi, sorretti dall’ideologia del nazionalismo, sono alla ricerca di un equilibrio di potenza, il cui mancato conseguimento espone il mondo intero al percolo di nuove guerre. Per capire come si sia giunti a questa situazione, è interessante seguire la narrazione che Pietro Rossi compie riguardo al processo di polarizzazione, iniziato soprattutto dopo la Guerra fredda, di gran parte degli Stati esistenti intorno alle potenze planetarie che oggi si fronteggiano a livello globale.
Il secondo conflitto mondiale è valso ad oscurare irreversibilmente l’antica posizione egemonica dell’Inghilterra e della Francia, sostituite dagli Stati Uniti nel ruolo di potenza mondiale; la Guerra fredda aveva opposto, a livello globale, gli USA alla potenza nascente dell’Unione Sovietica che, dopo aver concorso a sconfiggere il nazismo, è diventata portatrice di un sistema politico-economico alternativo a quello americano. Per oltre un trentennio, “dal 1945 al crollo del comunismo sovietico, lo scontro politico-militare è stato quello di un bipolarismo che, pur nel modificarsi del rapporto tra le due superpotenze, ha impedito una nuova guerra mondiale”. Il 1991 ha segnato “il trionfo indiscusso degli Stati Uniti come potenza egemone, la dimostrazione della loro superiorità politico-militare ma soprattutto economica”; in quel momento, il primato americano ha segnato il proprio acme, sino a spingere il politologo americano, Francis Fukuyama, a parlare di “fine della storia”.
La situazione, però, non ha tardato a cambiare; la parte del modo, con esclusione dell’Europa, che non era stata coinvolta dalla Guerra fredda, cioè il Terzo Mondo, costituito per lo più dai Paesi economicamente arretrati, generati dal processo di decolonizzazione seguito alla fine del secondo conflitto mondiale, aveva dato luogo al proprio interno ad una trasformazione sul piano politico ed economico, i cui effetti si sarebbero fatti sentire in un momento successivo. Gran parte dei Paesi dell’Asia orientale e sud-orientale, facendo valere la loro autonomia si sono posti su posizioni equidistanti dalle due massime superpotenze artefici della Guerra fredda; inoltre, per iniziativa di alcuni di essi, è stata indetta, nel 1955, la conferenza di Bandung, con la quale tutti i Paesi partecipanti hanno inteso affermare la loro neutralità, dando origine ad un allargamento dell’area degli Stati non allineati.
Parallelamente al movimento dei Paesi non allineati, la Cina, dopo essersi costituita nel 1949 in Repubblica popolare d’ispirazione comunista, aveva iniziato il proprio processo di crescita e sviluppo, arrivando presto a svolgere un ruolo di primo piano a livello mondiale; processo, questo, che porterà il grande Paese asiatico a conquistare il diritto ad essere riconosciuta alla pari da parte delle altre nazioni. A metà degli anni Sessanta, scomparso il Grande Timoniere, Mao Zedong, pervenuti al potere dopo dure lotte intestine nuovi leader, la Cina – afferma Rossi – ha imboccato “la strada del ritorno all’economia di mercato”, che le ha consentito di diventare, nel giro di pochi lustri, uno dei più importanti protagonisti del mercato internazionale.
Tuttavia, la Cina, pur aprendosi sul piano economico all’economia di mercato ed inserendosi sempre di più nel mercato globale, poco ha fatto per acquisire un regime politico simile a quello solitamente associato al libero mercato; essa, infatti, ha dato origine ad un “unicum”, nel senso che il ritorno al libero mercato ha orientato le sue le sue attività produttive alla massimizzazione del profitto, ma con un’organizzazione politica e sociale rimasta imperniata, da un lato, sulla costruzione di “uno Stato-partito autoritario che non tollerava il dissenso, e in cui il ricambio avveniva all’interno della classe al potere” e, dall’altro lato, sulla mancata realizzazione di un “modello di sicurezza sociale”, quale, ad esempio, quello realizzato nel dopoguerra in Europa.
In tal modo, la Cina ha potuto differenziarsi dai Paesi ad economia di mercato retti da regimi democratici, riuscendo a crescere a tassi annuali di sviluppo che non hanno avuto uguali nella storia. Il grande Paese asiatico ha potuto così portare la propria “economia a diventare la seconda al mondo dopo quella degli Stati Uniti, e al tempo stesso la principale detentrice del debito pubblico americano”. Negli ultimi anni, la Cina è diventata un polo economico importante per tutti Paesi dell’Asia, ma anche, soprattutto dopo la Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, “è diventata un partner economico importante dell’Europa” ma è anche “entrata a far parte del suo orizzonte politico”.
La Russia, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991, ha lentamente risalito la china: abbandonando le pretese di un’espansione internazionale del comunismo, che aveva perso il confronto con il mondo democratico occidentale, e dopo un decennio di riforme che – afferma Rossi – avevano comportato la “riconversione dell’economia sovietica in un’economia di mercato, l’introduzione di un regime di libero scambio e di concorrenza, la privatizzazione delle industrie di proprietà dello Stato, un sensibile calo della produzione, lunghi anni di inflazione e anche una profonda crisi demografica”, la nuova Russia è stata costretta a chiudersi in se stessa e a tollerare la perdita, a seguito di dichiarazioni unilaterali d’indipendenza, di numerose repubbliche precedentemente federate all’URSS.
Alla fine del 1999, uscito di scena Boris Eltsin, che aveva salvato la Russia dal colpo di Stato ordito contro Mikhail Gorbaciov, è diventato primo ministro della Federazione Russa Vladimir Vladimirovič Putin, la cui azione ha mirato, da un lato, a ripristinare il ruolo regolatore del nuovo Stato federale e, dall’altro lato, a riproporre “la politica egemonica del passato”, soprattutto riguardo all’obiettivo di sempre della “Madre Russia”, quello di allargare l’area di influenza verso il Mediterraneo e il Medioriente. Questo obiettivo è stato perseguito con successo dalla Russia di Putin, attraverso l’intervento militare a favore del regime di Bashar Al-Assadr e contro le forze rivoluzionarie, previa l’alleanza inaspettata con Paesi come la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, coi quali, per ragioni geo-strategiche e politiche, non erano mai intercorsi buoni rapporti. In tal modo, la Russia è tornata ad essere una protagonista internazionale, riproponendo l’antica tensione con gli Stati Uniti.
E l’Europa? Che fine ha fatto l’Europa dopo il crollo del Muro e della successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica? All’indomani del doppio evento, era sembrato che venissero ricuperati alla democrazia i “Paesi satelliti” assegnati alla “zona di influenza” dell’ex URSS dopo il 1945 e che fosse divenuto possibile approfondire ed allargare il già esistente asse politico-militare tra i Paesi europei e gli Stati Uniti. E’ stata, questa, una cocente illusione, in quanto il doppio crollo, del muro e dell’Unione Sovietica, non ha significato solo il venir meno della necessità dell’’ombrello americano’, ma anche il mutamento di uno dei termini della relazione che aveva legato dopo il 1945 i Paesi dell’Europa occidentale agli USA; ciò perché – a parere di Rossi – il continuo allargamento dell’Unione Europea verso Est ha cessato di conservarla “politicamente e culturalmente così omogenea con gli Stati Uniti qual era invece l’Europa occidentale” durante la Guerra fredda.
Con la fine di quest’ultima, gli interessi dei singoli Paesi membri dell’Unione si sono differenziati e, sulla base di un rinnovato spirito nazionalistico, sono diventati tanto divergenti da implicare il consolidamento di “linee divisorie rappresentate dall’intersecarsi dello spartiacque tra Paesi del Nord e Paesi del Sud e di quello tra l’Europa centro-occidentale e i Paesi che erano stati inglobati nel sistema economico sovietico”.
Tutti gli sforzi fatti per rimuovere le differenze sono stati resi vani dagli ostacoli eretti dagli establishment nazionali, facendo emergere – conclude Rossi – il difetto fondamentale della costruzione europea, ovvero l’”assenza di un progetto politico condiviso”; è mancata così una “una politica estera comune, priva […] di un apparato militare adeguato”. Dopo il crollo dell’URSS e la nascita della nuova Russia, l’affermazione della Cina come seconda potenza economica mondiale e il permanere, anche se ridimensionato, del potere globale degli USA, l’Europa si trova divisa ed indebolita dagli esiti della crisi del 2007/2008; il suo ruolo è destinato a diventare sempre più marginale, non tanto perché, rispetto al secondo dopoguerra, il mondo è divenuto più “plurale”, ma soprattutto perché i partner coi quali sarà chiamata a confrontarsi a livello internazionale sono tutti dotati di una grande estensione territoriale, di un apparato militare dissuasivo e di una guida politica forte, plasmata in funzione della salvaguardia dello spessore della struttura economica propria di ognuno di essi.
Non fanno eccezione gli USA, i quali, come afferma Dario Fabbri in “Nonostante Trump” (L’espresso n. 49/2017), rimediano all’insipienza politica del nuovo presidente, avvalendosi, con grave vulnus per la democrazia, dell’apparato statuale posto a difesa dell’integrità dell’area valutaria costruita per ascendere a potenza globale. Così, l’Europa, nonostante disponga potenzialmente delle condizioni richieste per diventare anch’essa una “potenza globale”, a causa delle sue divisioni interne, è costretta a subire una doppia sconfitta, sul piano economico e su quello politico: non solo essa non riesce a supplire alla propria insipienza politica avvalendosi, come fanno gli USA, dello spessore di una struttura economica comune che non ha saputo costruire, ma anche perché non è stata in grado di sconfiggere democraticamente l’ideologia del nazionalismo che, dacché si è affermata all’interno dei Paesi europei, è valsa, non solo a scatenare guerre devastanti tra loro, ma anche a frustrare il tentativo di portare a compimento il progetto comune di costituirla in una nuova soggettività politica unitaria globale.

Gianfranco Sabattini

 

Siria raid da Usa. Bombe di Assad ‘Made in Germany’

raid usaDonald Trump passa all’attacco in Siria. La coalizione a guida statunitense che combatte l’Isis in Siria ha compiuto raid aerei e operazioni d’artiglieria contro forze alleate del regime, uccidendo oltre 100 combattenti: lo ha annunciato la stessa coalizione. “Abbiamo risposto all’attacco ingiustificato delle forze governative sui nostri partner”, si legge in una nota diffusa dalla coalizione a guida Usa. Gli aerei a stelle e strisce hanno effettuato attacchi di rappresaglia nella provincia nord-orientale di Deir ez-Zor, contro forze fedeli ad Assad che avevano attaccato un quartier generale dell’alleanza arabo-curda. La Coalizione cerca di cacciare dal lato orientale del fiume Eufrate gli ultimi combattenti dell’Isis, con l’appoggio delle FDS. L’Eufrate è la linea di demarcazione tra le forze di Assad, appoggiate da Russia e Iran, e le FDS. Le Forze democratiche siriane sono in prevalenza milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare, note come Ypg. Ed è proprio contro di loro che si è mossa la Turchia con la sua operazione “Ramoscello d’Ulivo”, contro l’enclave curda di di Afrin nel nordovest della Siria.
“Il recente incidente dimostra ancora una volta che la presenza militare illegale degli Stati Uniti in Siria è in realtà finalizzata a prendere il controllo delle risorse economiche del paese e non a combattere contro l’Isis”. Così il ministero della Difesa russo commenta, in un comunicato, il raid contro i lealisti da parte delle forze della coalizione nella regione di Dayr az Zor.
La situazione continua a complicarsi visto che se da un lato l’esercito di liberazione siriano (contro Assad) appoggiato dagli Usa è stato lo stesso che ha attaccato le forze curde ad Afrin affiancando Ankara nell’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Ma Washington con questa azione punta a mostrare i muscoli contro il nuovo ‘terzetto’ composto da Turchia, Russia e Iran intenzionato a guidare la guerra in Siria e che ha fatto sapere di un prossimo vertice ad Ankara.
Nel frattempo però prosegue la guerra e la strage di civili siriani a cui l’Europa non sembra interessarsi, anche se pochi giorni fa il quotidiano tedesco Bild ha rivelato con tanto di foto che le bombe al cloro sganciate da Assad sono ‘Made in Germany’. Berlino è infatti il più grande partner commerciale europeo dell’Iran,