Immigrazione, Salvini e Fico su sponde opposte

guardia costiera diciotti

Nella continua sfida tra Salvini e Di Maio su che tiene in mano la guida della maggioranza, si inserisce a intervalli regolari il premier Conte, tanto per non far dimenticare ai più distratti che esiste il presidente del Consiglio e si incarna nella sua persona. Lo fa in una lettera inviata Juncker e Tusk in cui chiede all’Europa un maggiore impegno sui temi migratoti. Punto sui cui il Ministro Salvini batte ormai senza sosta, facendo passare l’idea che l’Italia e il mediterraneo si trovino in una situazione di emergenza da controbbattere con tutti i mezzi. Nulla di più falso. Le emergenze sono altre, più profonde e più gravi. Ma nel dibattito politico non ve ne è traccia. Un modo per nascondere la polvere sotto il tappeto.

Per Conte “è essenziale dotarsi da subito di un meccanismo europeo di gestione rapida e condivisa dei vari aspetti relativi alle operazioni di Search and Rescue” attraverso “una sorta di cellula di crisi” che abbia il compito di “coordinare le azioni” degli Stati “riguardo all’individuazione del porto di sbarco e dei Paesi disposti ad accogliere le persone soccorse. Il mio suggerimento è che tale meccanismo venga coordinato dalla Commissione europea”. In una intervista al Fatto Quotidiano, il premier ha detto di aver inviato martedì scorso la missiva: “Martedì ho scritto la seconda lettera a Juncker e Tusk per chiedere che quel che è avvenuto domenica”, cioè la suddivisione dei migranti, “diventi una prassi, affidata non più alle nostre telefonate ai partner, ma a un gabinetto o comitato di crisi sotto l’egida della Commissione Ue, che poi si faccia mediatrice con i vari governi”. Il premier annuncia inoltre che c’è in cantiere “una riforma organica, direi rivoluzionaria, del fisco, basata su due aliquote e una no tax area, consentiremo a chi ha col fisco pendenze senza colpa di azzerarle”. “Giuro che non ci saranno condoni”, assicura inoltre il premier. “La Costituzione impone giustamente la progressività fiscale e noi la rispetteremo”, ha aggiunto.

Nel dibattito si inserisce il presidente della Camera Roberto Fico che durante la cerimonia del ventaglio mette al primo posto “il salvataggio di vite in mare”. E insiste con l’Europa, ribadendo che l’Italia è un Paese dell’Europa, “altrimenti l’Europa così non ha senso”. “Come terza carica dello Stato non posso non stare dove c’è sofferenza e ci sarò sempre. Il concetto di collaborazione, di comprensione e di dialogo per la pace io li ribadirò sempre. Ciò non toglie che io sarò un presidente istituzionale di garanzia verso le minoranze”, ha sottolineato Fico con parole che appaiono in netta antitesi rispetto a quelle del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, secondo il quale “nessuna minaccia potrà fermare la difesa dei confini e i rimpatri dei clandestini, la musica è cambiata”.

Sulla questione immigrazione è intervenuta anche la Conferenza episcopale italiana: “Rispetto a quanto accade – afferma la Cei in una nota ufficiale – non intendiamo né volgere lo sguardo altrove né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determinino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”.

FUTURO EUROPEO

europaUna strana Europa, quella che nel giro di pochi giorni celebrerà i 60 anni dei Trattati di Roma e subito dopo affronterà il divorzio con la Gran Bretagna. Sabato prossimo i 27 disegneranno il futuro per i prossimi anni dell’Europa. Un futuro senza Londra, ma che dovrà essere ancora fondato sull’unità pena “l’emarginazione dalle dinamiche globali”, come è scritto nella bozza della Dichiarazione di Roma analizzata dagli ‘sherpa’ dei governi riuniti a Bruxelles. Un gran lavoro, con continue limature e modifiche al testo, che alla fine ha portato i suoi frutti. Infatti le trattative per stendere il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio si sono concluse positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell’Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell”Ue a più velocità.

Era stata ancora una volta la Polonia a puntare i piedi e ad uscire dal coro. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito populista al governo ‘Diritto e Giustizia’ (Pis), in un’intervista ad un settimanale polacco aveva ribadito che il governo di Beata Szydlo si sarebbe opposto al progetto di un’Europa a più velocità lanciato due settimane fa da Francia, Germania, Italia e Spagna a Versailles. Ma Varsavia, che già aveva subito un 27 a 1 nello scontro per la rielezione di Tusk, si è trovata nuovamente isolata. Ma secondo Kaczynski la Polonia deve “difendere i propri interessi in modo deciso”. Ma alle fine il rappresentante polacco ha confermato che anche Szydlo firmerà la Dichiarazione di Roma.

Il testo conferma la formula che prevede di “agire insieme ogni qualvolta possibile, a ritmi e intensità diversi dove necessario, come fatto in passato nell’ambito del quadro del Trattato”. Permane quindi una doppia velocità. Anche se la formula ne lima la portata.

Invece il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi parla di unione sociale: “L’unione sociale è scritta nei trattati ma nessuno di noi ha preso l’impegno politico. Questo deve essere il nostro obiettivo vero”. Il sottosegretario agli Affari Europei inoltre invita a cogliere l’opportunità della Brexit. “Usiamo i 73 seggi che saranno lasciati dalla Gran Bretagna per eleggere deputati transnazionali così da cominciare a colmare il divario tra le decisioni europee e i dibattiti a livello nazionale”. Londra ha infatti annunciato che la notifica della richiesta di divorzio, ovvero la lettera di Theresa May che ufficializzerà la richiesta del governo britannico di attivare l’art.50 per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sarà inviata il 29 marzo. Non rovinerà le celebrazioni, ha osservato Angela Merkel, consapevole che l’Unione europea è “pronta a cominciare il negoziato”, come è tornato a sottolineare oggi il portavoce della Commissione Ue, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, da poco riconfermato, ha ribadito che “entro 48 ore” dal ricevimento della lettera britannica potrà presentare ai 27 le “linee guida” e convocare il vertice straordinario che formalizzerà il mandato negoziale per Michel Barnier.

Rientrato il dissenso della Polonia, a minacciare di non siglare dichiarazione di Roma è Atene. Fonti citate dal quotidiano “Kathimerini” infatti evidenziano questa possibilità, dopo che i creditori internazionali hanno detto chiaramente che dalla Grecia non sono stati fatti progressi sufficienti e che quindi il piano di salvataggio sarebbe a rischio. Secondo le fonti citate dal quotidiano ellenico, gli esponenti del governo di Atene coinvolti nei negoziati per predisporre la bozza della dichiarazione di Roma sulla riforma del progetto europeo hanno dichiarato che non possono siglare un tale documento mentre la Grecia viene messa sotto pressione da domande completamente “irrealistiche” da parte del Fondo monetario internazionale. Insomma appena chiusa una crepa se ne apre un’altra.

Scheda. Le tappe di 60 anni di storia

Nata nel 1957 con i trattati di Roma, l’Unione Europea ha cambiato la nostra storia e il nostro modo di vivere, regalandoci un lungo periodo di pace e prosperità economica. Una storia scandita da una serie di tappe importanti che ne hanno segnato l’allargamento, ma anche da una rottura come la Brexit:

25 marzo 1957: i Trattati di Roma istituiscono la Comunità Economica Europea. I sei paesi fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Germania ovest – sono gli stessi che dal 1951 erano già riuniti nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La seconda guerra mondiale è finita da appena 12 anni, ma l’Europa è già divisa dalla cortina di ferro della guerra fredda. L’ideale europeo si ispira al manifesto di Ventotene, scritto nel 1944 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ed è stato portato avanti da statisti come Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul Henry Spaak.

1 gennaio 1973: primo allargamento di quella che si chiama ancora la Cee. Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, il numero degli Stati membri sale a nove.

7-10 giugno 1979: per la prima volta i cittadini europei possono eleggere direttamente i deputati del Parlamento europeo.

1 gennaio 1981: La Grecia aderisce alla Cee. I paesi membri sono ormai dieci.

1 gennaio 1986: Portogallo e Spagna aderiscono alla Cee. I paesi membri diventano 12.

1987: nasce il progetto Erasmus. Il programma di mobilità studentesca fra le università europee diventerà uno dei simboli più popolari dell’Europa unita.

3 ottobre 1990: dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1990, la Germania torna ad essere unita e l’ex Ddr entra quindi nella Cee. E’ l’inizio di una nuova fase storica che porterà all’estensione dell’Unione in quasi tutto il continente.

7 febbraio 1993: viene firmato il trattato di Maastricht nell’omonima città olandese, che sancisce la nascita dell’Unione Europea. Si passa dall’unione economica a quella politica, ponendo le basi per il nuovo assetto istituzionale comunitario che conosciamo oggi e che verrà ulteriormente definito nei trattati di Amsterdam. (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007). Vengono definite le tappe e i parametri dell’Unione monetaria.

1 gennaio 1995: Austria, Finlandia e Svezia aderiscono all’Unione europea. I paesi membri diventano 15.

26 marzo 1995: in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Spagna e Portogallo entrano in vigore gli accordi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. In Italia entrano in vigore il 6 ottobre 1997. Oggi lo spazio Schengen comprende 26 stati (22 stati membri dell’Ue oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

1 gennaio 2002: L’euro diventa la valuta corrente di dodici paesi dell’Unione, oltre che di San Marino, Vaticano, Monaco e Andorra. Dal primo giugno 1998 è in attività la Banca centrale europea (BCE). Oggi i paesi della zona euro sono 19.

1 gennaio 2003: L’Unione Europea succede all’ONU, in Bosnia ed Erzegovina, alla guida del contingente di pacificazione della regione.

1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 25.

1 gennaio 2007: Bulgaria e Romania aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 27.

12 ottobre 2012: L’UE riceve il Nobel per la pace.

1 luglio 2013: La Croazia entra nell’Unione europea. I paesi membri arrivano a 28.

23 giugno 2016: i cittadini della Gran Bretagna approvano in un referendum l’uscita dall’Unione Europea. La richiesta di avvio dei negoziati per la Brexit, in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, sarà presentata il 29 marzo. (Fonte AdnKronos)

UE e banche. Tetto ai titoli di Stato: veto dell’Italia

Matteo Renzi riferisce alle Camere in vista del Consiglio europeo. “Sul tavolo del consiglio Ue di domani – ha detto il premier – ci sono vari dossier, dal referendum inglese all’immigrazione. Ma il fil rouge è uno: se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o sarà solo un contratto”. “Metteremo il veto su qualsiasi tentativo di mettere un tetto alla presenza di titoli di stato nel portafoglio delle banche”. “Si è fatta una discussione con una mozione di sfiducia su alcune banche toscane, ma oggi ci rendiamo conto che è una questione enorme che riguarda la prima banca tedesca”.


Renzi MatteoParlare dei guai altrui per non affrontare i propri. Sembra un po’ questa la strategia del Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che oggi ha riferito al Senato in vista del Consiglio euorpeo di domani che dovrà occuparsi della situazione esplosiva dei rifugiati (esplosiva per la coesione dell’Ue) e del prossimo referendum in Gran Bretagna sulla permanenza nell’Unione. “La vera questione in Europa riguarda la prima e la seconda banca tedesca”, ha detto Renzi riferendosi soprattutto ai guai della Deutsche Bank per i derivati che si ritrova in bilancio, anticipando l’argomento che utilizzerà per frenare l’ipotesi che venga messo un ‘tetto’ ai titoli di Stato custoditi nelle riserve delle banche, ipotesi che spaventa non poco il Governo per la quantità di Bot, Btp ecc. nei forzieri dei nostri istituti di credito. Quanto alla Brexit, il Presidente del Consiglio si è detto convinto che occorra “fare ogni sforzo per far restare la Gran Bretagna” mentre sul tema dei rifugiati, al pari della Cancelliera Angela Merkel, chiederà che si arrivi a una normativa europea unitaria sul diritto di asilo.

“Noi porremo il veto su qualsiasi tentativo di tetto alla presenza di titoli di Stato nelle banche”. (…) “Saremo senza cedimento di una coerenza e forza esemplare”, ha aggiunto Renzi ricordando polemicamente che “la vera questione delle banche in Europa è la questione enorme che riguarda la prima e la seconda banca tedesca. Faccio il ‘tifo’ per loro, ma il dato di fatto è che anziché occuparci dei titoli di stato italiani bisogna avere la forza di dire che nella pancia di molte banche europee c’è un eccesso di derivati e titoli tossici”. È il caso della prima banca tedesca, la Deutsche Bank, che fino alla settimana scorsa aveva perso da inizio anno il 40% alla Borsa di Francoforte per l’innalzamento a livelli esorbitanti dei premi sui derivati. Un vero e proprio tracollo cui aveva fatto seguito l’annuncio da parte dell’istituto tedesco del riacquisto di parte del proprio debito per un valore di circa 5 miliardi di euro, un decimo di quello circolante.

Il Presidente del Consiglio ha poi ripetuto i soliti concetti sull’Europa, l’austerithy, la flessibilità e le riforme. “Dire che non basta più una politica solo incentrata sull’austerity e che si occupa in modo discutibile di banche e non di sociale significa essere coerenti con la storia dell’Italia e dire anche un po’ di verità. Al Consiglio parleremo di tante cose, ma il fil rouge è uno: capire se nei prossimi anni l’Europa torna ad essere comunità o sarà solo un contratto”. “Solo chi non vuole vedere, può giudicare la nostra la posizione in Ue come quella di chi batte i pugni sul tavolo per ottenere un decimale in più. Il decimale in più ce la possiamo prendere senza: abbiamo il deficit più basso negli ultimi dieci anni, siamo terzi dopo Germania e Olanda per contenimento del debito”. “Spagna e Regno Unito hanno fatto un abbassamento di tasse totalmente finanziato in deficit”. “Solo chi non vuole vedere, può giudicare la nostra la posizione in Ue come quella di chi batte i pugni sul tavolo per ottenere un decimale in più. Il decimale in più ce la possiamo prendere senza: abbiamo il deficit più basso negli ultimi dieci anni, siamo terzi dopo Germania e Olanda per contenimento del debito”.

Quanto alla Brexit ha messo in guardia dal dare “un segnale di controtendenza di portata storica” come se già non ve ne fossero a iosa, aggiungendo però che ”non dobbiamo accettare pedissequamente le richieste di Londra. Noi siamo per un compromesso e la lettera di Tusk va in questa direzione. C’è da fare e da discutere e domani lo faremo, certo i paletti a cui l’ Italia debba attenersi è a mio avviso la centralità dell’euro, bisogna rafforzare con forza la direzione dell’Europa”.

Sui rifugiati ancora un po’ di retorica: “L’Ue è nata quando i muri sono stati abbattuti e se questo non lo dice una generazione di leader zigzaganti che si preoccupa più dei consenso che del momento storico, toccherà a noi italiani dire che l’Europa è nata non per arginare il mondo che sta fuori, ma come un luogo entusiasmante da attirare la parte migliore del mondo e se ciò non accade esiste un problema Europa e noi come italiani abbiamo il dovere e diritto di segnalarlo”. Il guaio è però che l’Italia, come la Grecia, rischia di finire stritolata dal ritorno delle frontiere che varrebbero solo per noi trasformando in un imbuto per i disperati in fuga dalle guerre e dalla povertà. Non può essere l’Italia da sola a fare i rimpatri, ma deve pensarci l’Europa, ha spiegato sottolineando – come se fosse una cosa facilee non praticamente impossibile – che “chi non ha diritto all’accoglienza va rimandato a casa”. Tra i Paesi europei l’Italia risulta essere quello che ha fatto più rimpatri, eppure “è opinione condivisa che non siano sufficienti”. “Deve esserci un diritto unico di asilo – è la proposta che verrà condivisa da Roma – perché non è possibile avere regole separate”.

E per concludere ha lanciato un monito: “Metteremo il veto su qualsiasi tentativo di mettere un tetto alla presenza di titoli di stato nel portafoglio delle banche”. “Si è fatta una discussione con una mozione di sfiducia su alcune banche toscane, ma oggi ci rendiamo conto che è una questione enorme che riguarda la prima banca tedesca”.

Sorrisi e abbracci, ma la BCE dà l’altolà a Atene

TSIPRAS-JUNCKER

La BCE non accetterà più i titoli ‘spazzatura’della Grecia come garanzia per i prestiti alle banche elleniche. Il brusco strattone della BCE al governo greco è arrivato come un fulmine a ciel sereno dopo gli abbracci e i sorrisi della mattinata.

“Il consiglio direttivo – si legge in una nota pubblicata sul sito della Bce dopo la riunione dei governatori – ha deciso di rimuovere la deroga sugli strumenti di debito quotati emessi o garantiti dalla Repubblica ellenica”. La stretta partirà tra una settimana, dall’11 febbraio. La deroga, introdotta nel 2010, permetteva alle banche greche di rifinanziarsi alla Bce nonostante fornissero junk bond a garanzia, ovvero titoli di Stato ‘spazzatura’ perché con un rating speculativo ad alto rischio. Un’eccezione condizionata alla permanenza della Grecia all’interno del programma di risanamento coordinato dalla troika, attualmente in scadenza il 28 febbraio. Se manca questa garanzia, le banche elleniche a corto di liquidità, rischiano di dover chiudere battenti. La decisione, che certamente fa parte delle mosse e contromosse della trattativa in corso tra Atene e la troika, BCE, FMI e Istituzioni comunitarie, rischia di accentuare la corsa agli sportelli dei greci – 11 miliardi ritirati a gennaio dopo i 4 di dicembre – che ancora hanno depositi in banca, con un possibile rischio collasso del sistema e una spinta decisiva all’uscita di Atene dalla moneta unica.

La mossa della BCE è arrivata nella serata di ieri dopo una giornatra che sembrava scorrere all’insegna di un accordo possibile e vicino.

Il presidente Jean Claude Juncker avava accolto a braccia aperte e sorrisi Alexis Tsipras a Bruxelles, arrivato nella sede della Commissione Ue per discutere della proposta greca per ridurre il peso di un debito che ne impedisce la crescita.

Prima tappa per Tsipras mentre il suo ministro dell’economia, Yanis Varoufakis, si incontrava con il presidente della BCE, Mario Draghi.

Il leader di Syriza al termine dei colloqui, parlando con i giornalisti, al fianco del presidente del Parlamento Europeo, il socialista Martin Schulz, aveva mantenuto un tono ottimista: “Non abbiamo ancora un accordo, ma stiamo andando nella giusta direzione”. “Abbiamo la volontà di lavorare per un accordo reciprocamente accettabile” e “siamo pronti a negoziare”. “ Il nostro obiettivo è che siano rispettate la sovranità e il mandato che abbiamo ricevuto, allo stesso tempo noi rispetteremo le regole”. “Abbiamo la volontà di lavorare per un accordo reciprocamente accettabile” e “siamo pronti a negoziare”, ha continuato Tsipras, puntualizzando che “il nostro obiettivo è che siano rispettate la sovranità e il mandato che abbiamo ricevuto, allo stesso tempo noi rispetteremo le regole: vogliamo correggere il “quadro”, non distruggerlo”.
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Varoufakis che ha parlato di –  “colloquio fruttuoso”, dopo l’incontro con Draghi.

“Abbiamo avuto una discussione e uno scambio fruttuosi” e tra noi, aggiunge, “c’è stata un’eccellente linea di comunicazione, che mi ha dato un grande incoraggiamento per il futuro”. “La Bce –aggiungeva – dovrebbe sostenere le nostre banche, in modo che noi con i nostri titoli di Stato di breve periodo possiamo sopravvivere”. Una soluzione ‘ponte’ perché il governo greco conta di aver risolto entro “inizio giugno”. “Noi possiamo ridurre il carico del debito anche senza manometterne l’ammontare. La mia proposta è che “l’ammontare degli interessi sia ancorato alla crescita”. Il ministro delle finanze greco insomma fornisce un’alternativa a quell’haircut, il taglio del debito, inizialmente ventilato e che per ragioni diverse spaventa banche, governi e mercati.
Molto abilmente, il ministro greco ha così gettato un amo politico di forte impatto alla Cancelliera Merkel. “Io immagino – ha detto – un piano-Merkel, sull’esempio del piano Marshall”. “La Germania userebbe la sua forza per unire l’Europa”, aggiunge Varoufakis, sottolineando che “questa sarebbe una meravigliosa eredità della cancelliera tedesca”.
D’altra parte dal punto di vista della Grecia la situazione è comunque insostenibile e va modificatae la proposta tedesca non può funzionare: “Che piano è? Un’Europa nella quale noi riceviamo dei crediti che non potremo mai ripagare? Gli Usa all’epoca hanno condonato la maggior parte dei debiti alla Germania”. “La Germania è il Paese più potente dell’Europa – aggiunge -. Credo che l’Ue trarrebbe beneficio se si sentisse egemone. Ma chi è egemone deve assumersi responsabilità per gli altri. Questa era l’impostazione degli Usa dopo la seconda guerra mondiale”.
Nel corso della giornata si è poi appreso che l’11 febbraio potrebbe essere convocata una riunione straordinaria dell’Eurogruppo sulla Grecia, alla vigilia del vertice europeo in programma a Bruxelles.

Secondo quanto si è appreso da fonti governative di Atene, nell’incontro con il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker, il premier greco Alexis Tsipras ha indicato l’intenzione di elaborare un piano di riforme e di finanziamento per quattro anni (2015-2018) sulla base di un accordo con i governi Eurozona. Di qui la necessita’ di “un accordo transitorio” per dare al governo i margini sufficienti per preparare questo programma del quale farebbero parte una serie di riforme “radicali” e un alleviamento degli impegni di bilancio fissati finora. Una soluzione che però incontrerebbe – secondo quanto scrive il Financial Times – degli ostacoli. Per il quotidiano finanziario britannico la Banca centrale europea sarebbe orientata a bloccare il prestito ponte, attraverso titoli a breve scadenza per ulteriori 10 miliardi, avanzato dal governo greco per consentire al Paese di finanziarsi per tre mesi dopo la scadenza del salvataggio che termina il 28 febbraio.

Il piano di un doppio swap proposto da Atene, è in sostanza  un concambio in nuovi bond con pagamenti indicizzati alla crescita greca più un’obbligazione perpetua. In questo modo non taglierebbe (haircut) il capitale di 315 miliardi dovuto ai creditori, anche se per molti si tratta di un haircut nascosto destinato a pesare sui governi europei, soprattutto tedesco, francese e italiano, i più esposti col debito greco.

Alvaro Steamer

MATRIMONIO GRECO

Tsipras_kammenos-Grecia

Con il 99,81% dei voti scrutinati, il partito di sinistra radicale Syriza ha ottenuto il 36,34% e 149 seggi (la maggioranza in Parlamento è a quota 151), mentre Nea Dimokratia (ND, centro-destra) il 27,81% e 76 seggi. Al terzo posto il partito di estrema destra Chrysi Avghì (Alba Dorata) con il 6,28% e 17 seggi. Seguono nell’ordine To Potàmi (Il Fiume, centro-sinistra) con il 6,05% con 17 seggi, il Partito Comunista di Grecia con il 5,47% e 15 seggi, Greci Indipendenti (Anel) con il 4,75% e 13 seggi e il Pasok (socialista) con il 4,68% e 13 seggi. Non ha superato lo sbarramento, il nuovo partito formato appena tre settimane fa da Andreas Papandreou, ‘Movimento per il cambiamento’ con la rosa socialista nel simbolo, uscito dal Pasok.

In conseguenza del risultato, Alexi Tsipras, il giovane leader di Syriza (40 anni), non ha perso neppure un minuto di tempo e dopo una brevissima parentesi per una consultazione politica per la formazione della maggioranza, è andato a giurare nelle mani del Presidente della Repubblica, Karolos Papoulias, che gli ha conferito l’incarico di formare il nuovo governo.

E qui c’è stata la prima ‘rottura’ del premier Tsipras con la consuetudine perché ha rotto una tradizione dei primi ministri che era quella di giurare nelle mani dell’arcivescovo della Chiesa greco-ortodossa mentre il suo primo atto pubblico sarà la visita a Kaisariani, città alle porte di Atene dove il 1° maggio 1944 i nazisti uccisero 200 attivisti politici greci.

Ma c’è stata anche un’altra ‘rottura’, tutta politica, che dà la misura della novità rappresentata da Tsipras. Il leader della sinistra radicale greca, che aveva bisogno di altri due voti in Parlamento per raggiungere i 151 seggi indispensabili per la maggioranza di governo, ha scelto un alleato non a sinistra, bensì a destra. Il matrimonio avverrà difatti con i ‘Greci Indipendenti’ (Anel) una formazione di destra che ha ottenuto lo stesso numero di seggi del Pasok, 13 seggi, due meno del Partito comunista e 5 meno di To Potami. Insomma poteva scegliere comodamente tra sinistra e centrosinistra, ha scelto invece a sorpresa la destra, anche se non, fortunatamente, i neonazisti di Alba Dorata.

“Il partito ‘Greci Indipendenti’ sosterrà il governo che sarà formato dal presidente incaricato Tsipras. Da questo momento il Paese ha un nuovo governo” ha dichiarato Panos Kammenos, il leader di Anel, uscendo dall’incontro avuto questa mattina di buon ora con Tsipras. A unire i due partiti una decisa opposizione al Memorandum sottoscritto tra la Troika e il precedente governo. Per il resto, tra i due partiti, vi potrebbero essere più nodi da sciogliere che linee politiche comuni, a cominciare dal fatto che Anel ha posizioni di destra in politica estera ed è per la lotta dura all’immigrazione clandestina.

Kammenos aveva già anticipato nel corso di una conferenza stampa con i corrispondenti esteri la sua disponibilità a sostenere, anche dall’esterno, il nuovo Governo in un’ottica di opposizione alle richieste di rigore della Troika. I rappresentanti di FMI, BCE e Commissione Europea, detentori dell’80% del debito pubblico greco, nell’ultima visita ad Atene avevano chiesto l’adozione di altre 19 misure di austerità per accedere alla concessione di nuovi prestiti per 5 miliardi di euro. Misure che però in quell’occasione il premier Samaras aveva trovato davvero indigeste e deciso di respingere almeno in parte chiedendo un rinvio di un paio di mesi, al dopo elezioni.

I due mesi scadono a febbraio e per quella data il nuovo governo dovrà aver trovato la strada per la quadratura del cerchio. In quest’ottica non c’è dubbio che a Tsipras convenga andare davanti agli ‘uomini in nero’ – come vengono chiamati popolarmente gli inviati della Troika – con la ‘faccia feroce’, ovvero con un profilo duro che certamente è favorito dall’ingresso in maggioranza di Anel piuttosto che dai ‘trattativisti’ del Pasok o di To Potami.

Dopo la festa dei militanti di Syriza e dei sostenitori internazionali giunti da ogni parte, tra cui un migliaio di italiani della “Brigata Kalimera” composta tra gli altri da Luciana Castellina de il manifesto, tra le reazioni spicca quelle di Marine Le Pen. La presidente del Front National, l’estrema destra francese, si “rallegra per lo schiaffo democratico mostruoso che il popolo greco ha dato all’Unione europea” che, per lei, equivale a una sanzione nei confronti della politica di austerity imposta alla Grecia.

In mattinata si è riunito a Buxelles l’Eurogruppo, preceduto da un vertice ad hoc convocato tra i vertici dell’Europa e dell’Eurozona, cioè i presidenti Draghi, Juncker, Tusk e Dijsselbloem.

La Commissione europea – ha detto il portavoce della Commissione, Margaritis Schinas – “rispetta pienamente la scelta sovrana e democratica” ed è “pronta a lavorare con il nuovo governo quando sarà formato” aggiungendo che il Paese “ha fatto notevoli progressi” e che Bruxelles “resta pronto a collaborare per risolvere i problemi rimasti”.

Da Berlino – Steffen Seibert, portavoce della cancelliera Angela Merkel, ha però puntualizzato: “Il governo tedesco offrirà al futuro governo greco la propria collaborazione”, ma “gli impegni vanno mantenuti”. Il governo tedesco ha fatto sapere di essere aperto a un possibile nuovo prolungamento delle scadenze legate ai programmi di aiuto concordati che resta – ha detto una portavoce del ministero delle Finanze – “fondamentalmente un’opzione”, insomma non può essere esclusa a priori.

Il Direttore del Fmi, Christine Lagarde esclude che i creditori possano accordare un trattamento speciale sul debito alla Grecia. “Ci sono regole all’interno del”area euro che vanno rispettate” e ricorda che Atene deve completare le sue riforme, dalla raccolta delle tasse alla riduzione degli arretrati giudiziari. “Non è una questione di misure di austerità, queste sono riforme profonde che vanno realizzate”.

Armando Marchio

Ucraina. L’Orso sovietico
condiziona la politica UE

UE-Russia-UcrainaLa politica estera Ue è sempre stata indecisa, ma riguardo al gigante russo appare intimorita, le ragioni non sono solo economiche (l’incontro tra Russia, Ucraina e Commissione Europea sulla questione del gas si terrà a Berlino il 26 settembre), ma anche geopolitiche (nella federazione russa le esercitazioni strategiche del comando e del personale “Vostok-2014” sono iniziate. Esse coinvolgono circa 100 mila soldati, 1500 carri armati, 120 aerei, compresi i bombardieri strategici e 70 navi).

*   *   *

La Polonia e la Ostpolitik
Ricorreva giorni fa – il 17 settembre – l’anniversario della invasione della Polonia da parte delle truppe sovietiche. Era il 1939.
Pare che questo episodio venne quasi rimosso durante gli anni della Repubblica Popolare di Polonia, cioè della dominazione sovietica derivata dalla spartizione di Yalta dopo la fine della seconda guerra mondiale, quale argomento “tabù”.
Ricordiamo questo evento di più di settanta anni fa solo per inquadrare in un contesto storico i molteplici e difficili rapporti tra Polonia – il più attivo e grande degli stati dell’Est Europa – e la Russia, rinvigorita da ambizioni espansionistiche tipiche di ben altra epoca.

Ed infatti nella recente crisi ucraina determinata dalla invasione della Crimea operata dalla Russia – invasione condannata da quasi tutti gli stati dell’ONU – e dal successivo referendum di adesione alla Federazione Russa da parte della Crimea – referendum non riconosciuto da alcuno – la Polonia ha tentato di giocare un ruolo diplomatico importante, sostenendo le ragioni dell’Ucraina, per vicinanza storico culturale e per la consapevolezza che quello che accade in Crimea oggi potrebbe accadere altrove domani.

Ovviamente le condizioni sono diverse, la Polonia é membro dell’Unione Europea e della NATO, ma le dichiarazioni di Putin degli ultimi giorni – “in due giorni posso essere a Varsavia” -, sebbene dettate forse da puro carattere propagandistico interno o da una politica muscolare degna dei migliori film di 007, non fanno dormire sonni tranquilli a chi ha provato sulla propria pelle le sofferenze dell’occupazione sovietica, come i polacchi.

Ed anche per questo la Polonia ha certamente alzato la posta nella ripartizione delle cariche europee della Commissione e del Consiglio, ottenendo che il Premier Tusk fosse il Presidente del Consiglio Europeo, carica di recente formulazione (Trattato di Lisbona) dai poteri vaghi ma pur sempre di prestigio e soggetto ad assumere più o meno importanza in base alla persona che la ricopre. Come a dire: la politica europea  passa anche e soprattutto dalla Polonia e dai Paesi baltici e, pertanto, cedimenti all’espansionismo russo non saranno tollerati.
Ed anche la NATO, al vertice di Newport, ha adottato una chiara politica di difesa dei paesi membri – specie Polonia Paesi Baltici e Romania –  contro la politica estera russa.

Resta sul tappeto il difficile dossier ucraino, e le tante vittime della guerra, quasi offuscato da tanti giochi diplomatici (che giungono perfino in Medio Oriente);  tutti sembrano difendere e comprendere le ragioni di Kiev, dagli USA all’Europa, dalla Cina al Giappone, ma di fatto più di una voce, o di un comportamento, sembrano tentennare nella protezione dell’integrità territoriale ucraina, del rispetto dei trattati e del diritto internazionale da parte della Russia e, soprattutto, nella tutela dei diritti umani minacciati dalla guerra in atto ai confini dell’Europa.
La Polonia teme che i paesi leader dell’Europa – Germania in testa – si pieghino di fatto alle richieste unilaterali e violente di Mosca, per ragioni di interesse economico, energetico, per il ritardo accumulato nel contenimento della rinascita russa o per mero quieto vivere nel continente euroasiatico.

Putin probabilmente aveva previsto la divisione e remissione dell’Unione Europea e degli USA – sperando in una reazione divisa e confusa sui “fatti” di Crimea che archiviasse il dossier senza grossi danni collaterali.

Vedremo se la Presidenza polacca di Tusk – carica di energia e visione “centro-orientale”  – cercherà di imprimere una nuova direzione alla politica europea – pur considerando che il ruolo di Alto Rappresentante della Politica Estera spetta all’italiana Mogherini – o se prevarranno ancora le classiche diplomazie nazionali nella ricerca di una soluzione al problema russo-ucraino.

Leonardo Scimmi