Atene, scontri in piazza… e la Cina punta sulla Grecia

atene scontriL’Europa porta di nuovo il conto alla Grecia che si prepara all’incontro con l’Eurogruppo, prevista il 22 maggio, dove discuterà con i ministri delle Finanze dell’erogazione di una nuova rata del prestito, puntando su un nuovo piano ‘lacrime e sangue’. Atene spera così di poter aprire la trattativa per una ristrutturazione del debito greco, pari al 179% del pil, tanto che il governo di Alexis Tsipras ha varato un piano, che dovrebbe essere approvato entro venerdì, dettato da Ue e Fmi, con nuove misure di rigore per un totale di 4,9 miliardi di euro. Misure che dovrebbero essere applicate tra il 2018 e il 2021, vale a dire subito dopo la fine del programma di risanamento in corso, questi provvedimenti, inoltre, prevedono ulteriori tagli alle pensioni e nuovi aumenti di imposte. Atene si prepara a luglio quando dovrà rimborsare 7,5 miliardi di euro di debito. Tsipras e Merkel hanno convenuto sul fatto che la conferenza dell’Eurogruppo debba trovare il modo di “continuare a risolvere il problema del debito greco”, come ha riferito il governo con un comunicato.
Ma la popolazione ellenica, alla vigilia del voto greco sul nuovo pacchetto di misure di austerity, migliaia di cittadini sono scesi in piazza ad Atene per partecipare ad uno sciopero generale organizzato dai principali sindacati del settore pubblico e privato del paese. Ben 12.000 persone in segno di protesta hanno manifestato contro il programma di austerity del Paese. La marcia è stata organizzata in coincidenza di uno sciopero generale contro i tagli al bilancio attualmente discussi in Parlamento. Poco dopo la manifestazione è degenerata in disordini e scontri: la polizia greca in tenuta antisommossa ha lanciato gas lacrimogeni contro decine di giovani dimostranti che aveva attaccato gli agenti con sassi e petardi davanti al palazzo del Parlamento, successivamente poi un gruppo di poliziotti si è unito alla protesta ha bloccato l’entrata al palazzo che ospita il ministero delle Finanze.
Intanto prosegue lo sciopero generale di 24 ore, convocato dai sindacati del settore pubblico e privato e toccherà principalmente i trasporti pubblici ad Atene: metro, bus, tram saranno a singhiozzo per tutta la giornata di oggi. I collegamenti marittimi fra le isole subiscono disagi già da ieri per lo sciopero di 48 ore dei marittimi. Molti voli, soprattutto interni sono stati annullati, mentre i voli internazionali hanno subito cambiamenti di orario per lo sciopero dei controllori di volo. Chiuse le scuole, mentre gli ospedali funzionano solo per i servizi di base e le emergenze.
E mentre l’Europa continua a battere cassa alla Grecia, dall’altra parte il dragone rosso punta su nuovi investimenti con gli ellenici. La Grecia e la Cina oggi hanno infatti siglato un piano d’azione triennale nell’ambito del quale Atene potrebbe ottenere una quota del programma di investimenti da 100 miliardi di euro lanciato dal governo Pechino nel fine settimana scorso durante il forum sulla Nuova via della Seta. Il piano siglato tra Atene e Pechino è una dichiarazione di intenti e non prevede al momento specifici contratti o impegni finanziari, precisa il quotidiano greco “Kathimerini”. Per la parte greca ha siglato l’intesa il viceministro dell’Economia Stergios Pitsiorlas, il quale ha parlato di un accordo per investimenti nel settore dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni “la cui attuazione positiva potrebbe portare investimenti dal valore di miliardi di euro. “Si tratta di investimenti sul tavolo per quanto riguarda la rete ferroviaria, i porti e gli aeroporti, e vanno dalle telecomunicazioni alle interconnessioni energetiche e agli investimenti in impianti energetici, compresi quelli nelle fonti rinnovabili”, ha aggiunto Stergios Pitsiorlas, direttore del Fondo ellenico per le privatizzazioni. Tsipras ha ricordato “stiamo valutando ulteriori possibilità di cooperazione con la Cina, attraverso collaborazioni bilaterali o trilaterali con i paesi del Mediterraneo Orientale e dei Balcani”.

Per la Cina si apre una nuova importante opportunità economica… in Europa.

Migranti. Juncker: “L’Italia ha salvato l’onore dell’Ue”

jean-claude-junckerMentre il nostro Paese discute delle ONG e della gestione dei migranti, il Presidente della Commissione europea si schiera al fianco dell’Italia e ne mette in risalto i meriti. “L’Italia fin dal primo giorno fa tutto ciò che può fare sulla crisi migratoria. L’Italia ha salvato e salva l’onore dell’Europa”. Lo ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker al The State of the Union. “Perciò – ha aggiunto – dobbiamo essere più solidali sia con l’Italia sia con la Grecia che non sono responsabili della loro posizione geografica. Sono li’ dove si trovano e di questo dobbiamo tenerne conto”. “Di fronte alle conseguenze del flusso migratorio, il Consiglio – ha ricordato Juncker – ha preso una decisione a maggioranza qualificata, ma c’è un certo numero di Paesi membri che non accetta questa decisione: se l’Europa comincia a non rispettare le norme giuridiche in questo
campo, noi saremo perduti”. Ha detto il Presidente ammonendo così chi non rispetta i patti europei. “Vorrei che un certo numero di Stati membri capisse: qui si tratta di mettere in pratica, e tradurre in legge, l’idea che abbiamo dell’Europa e dell’uomo. Non si può dire, ‘noi non facciamo entrare nel nostro territorio uomini e donne di colore,
e che non sono cattolici: ebbene, questo non è ciò che appartiene alla natura vera dell’Europa”, ha aggiunto Juncker.
Ma il Presidente Juncker ha voluto anche mettere in chiaro che non è solo la politica di collaborazione a tenere unito il Vecchio Continente, ma che a salvarlo ha contribuito una solida politica finanziaria e una moneta unica.
“Se noi avessimo lasciato alla cura delle banche centrali nazionali e dei governi nazionali”, senza l’euro, la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, “non saremmo mai stati in grado” di “gestirla coi nostri mezzi individuali”. E soprattutto dei vari scenari proposti sul futuro dell’Unione europea, “ne escludo uno, quello di ridurre l’Europa a un unico grande mercato interno senza avere altre ambizioni. L’Europa è molto di più che una grande area di libero scambio”.
Infine Juncker non tralascia la questione Brexit che continua a preoccupare i governi dell’Unione. “Negozieremo in assoluta lealtà con i nostri amici britannici, ma non è l’Ue che abbandonato il Regno Unito ma è il Regno Unito che lascia l’Ue ed è in questo che sta la differenza ed è questa differenza che si farà sentire nei prossimi anni”. Ha puntualizzato Jean Claude Juncker che tuttavia ha aggiunto: “A volte ci sono debolezze dell’Ue che spiegano in parte l’esito del referendum del Regno Unito”.

Turchia isolata. Addio a Ue e tensioni con Usa e Russia

Kurds-baseErdogan torna sul trono sull’Akp, il partito che ha contribuito a fondare e promette pugno di ferro contro ogni dissidenza, ma prima torna a minacciare ancora una volta l’Europa. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso pronunciato ad Ankara, presso la sede dell’Akp, in occasione del suo rientro nel partito ha infatti affermato che se Bruxelles non aprirà nuovi capitoli dei negoziati di adesione, la Turchia non cercherà più di far parte dell’Ue.
“Non c’è altra opzione che aprire i capitoli che finora non avete aperto. Se lo farete, bene. Altrimenti addio”, ha dichiarato Erdogan, citato dai media locali. “La Turchia – ha aggiunto – non è l’usciere (dell’Unione europea, ndr)”.
Ma l’allontanamento dall’Europa rischia di mettere in discussione i progressi fatti nel Paese. Il dialogo con l’Unione Europea ha permesso, infatti, nel primo decennio di questo secolo, significativi miglioramenti, come l’abolizione della pena di morte e alcuni tentativi di dialogo tra il governo turco e le rappresentanze politiche del movimento nazionale curdo.
Proprio la questione curda rischia ora di far scivolare una situazione sul filo del rasoio anche in Siria. Nei giorni scorsi l’aviazione e l’artiglieria di Ankara hanno bombardato le postazioni dello Ypg, accusato di essere un’organizzazione terroristica, gemella del Pkk in Turchia. Ma gli Usa e la Russia si sono ritrovati dalla stessa parte, al fianco dei curdi. Gli Usa hanno subito inviato pattuglie miste curdo-americane al confine fra la provincia di Hassakah e la Turchia, mentre Mosca ha risposto con il supporto di truppe, assieme ai militari siriani fedeli al presidente Bashar al-Assad, al confine fra il cantone di Afrin e il territorio turco.
Nel frattempo la coalizione curdo-araba appoggiata dagli Stati Uniti sta conducendo un’offensiva per strappare agli islamisti Raqqa in Siria.

La sfida ambientale dell’Unione europea

green-economy-1L’UE ha sviluppato norme ambientali fra le più rigorose al mondo. La politica ambientale contribuisce a rendere più compatibile con l’ambiente l’economia dell’UE, proteggere la natura e salvaguardare la salute e la qualità della vita delle persone che vivono nell’Unione europea.

La tutela dell’ambiente e il mantenimento di una presenza competitiva dell’UE sul mercato globale possono andare di pari passo. Infatti la politica ambientale può svolgere un ruolo fondamentale per creare posti di lavoro e promuovere gli investimenti. La “crescita verde” comporta lo sviluppo di politiche integrate volte a promuovere un quadro ambientale sostenibile . Le innovazioni ambientali possono essere applicate ed esportate, rendendo l’Europa più competitiva e migliorando la qualità della vita dei cittadini. L’equità è di fondamentale importanza in tutto ciò.

La natura è il sistema che sorregge la vita, perciò dobbiamo prendercene cura. Condividiamo risorse come l’acqua, l’aria, gli habitat naturali e le specie che essi ospitano, e anche norme ambientali per la loro protezione.

L’Europa si sta adoperando per salvaguardare le risorse naturali e arrestare il declino delle specie e degli habitat minacciati.

Per far si che le buone intenzioni si traducano in realtà operativa, è stato creato uno strumento finanziario che sembrerebbe valido per il raggiungimento degli scopi prefissati.

La “Banca della Natura” dell’Ue muove i primi passi anche grazie all’esperienza fatta nell’Appennino centrale in Italia. Si tratta del nuovo strumento finanziario della Commissione europea e della Banca Europea degli Investimenti per rivitalizzare il capitale naturale dell’Ue. Ha erogato il primo prestito da 6 milioni di euro all’organizzazione Rewilding Europe, che ha un fondo (il Rewilding Europe Capital, Rec) per finanziare attivita’ economiche finalizzate alla conservazione e promozione di aree naturali, boschi e biodiversita’. In questi anni, grazie a risorse private, il Rec ha operato in otto regioni europee mettendo a disposizione 450mila euro di finanziamenti alle imprese. Uno dei progetti pilota è in corso nell’Appennino, dove l’obiettivo è creare corridoi per grandi mammiferi (orso bruno, cervi e lupi) tra le aree protette già esistenti del Parco Regionale del Sirente-Velino e del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Fra le imprese coinvolte c’e’ l’abruzzese Wildlife Adventure, che grazie ai prestiti ottenuti due anni fa dal Rec è riuscita a rinnovare il proprio sito internet e a ristrutturare un rifugio nel comune di Bisegna (Aq). Umberto Esposito, titolare della societa’ di Pescasseroli (AQ) ha spiegato: “Manca solo l’arredo, poi i lavori saranno finiti”. Grazie al prestito da 6 milioni della Banca della natura Ue, la strategia sull’Appennino potrà essere rinforzata e lo stesso tipo di esperienza potra’ essere trasferita in molte altre regioni in Europa. “Siamo felici perche’ potremo operare in nuove aree naturali”, racconta il manager per gli investimenti del Rec, Matthew McLuckie. Il nuovo sito internet di Rewilding Europe, attraverso il quale sarà possibile presentare domanda per ottenere i nuovi finanziamenti, sarà presto online. Potranno chiedere un finanziamento aziende o enti che operano per la conservazione e la promozione della natura nel territorio Ue, in settori che vanno dal turismo alla gestione dei parchi fino all’agricoltura. I prestiti saranno di massimo 600mila euro per singolo soggetto su un arco di 8-10 anni, con tassi d’interesse dal 4 al 7% a seconda del grado di rischio dell’investimento.

Nel nostro Paese, l’iniziativa ha un vasto interesse. Verrebbero coinvolti i Parchi naturali, le riserve naturali e le comunità montane. Ci sarebbe uno strumento in più per salvaguardare la natura e l’ecosistema, ma anche un incentivo per il turismo a contatto della natura ed alla riscoperta dell’ambiente. Una opportunità che gli amministratori locali e gli operatori del settore non dovranno farsi sfuggire. Tuttavia, resta misterioso il fatto che per accedere ai finanziamenti bisogna passare attraverso una grande organizzazione privata.

Salvatore Rondello

Il digitale conquista il mondo dell’Industria

marco gay“Sono convinto che il digitale ridistribuisca posti di lavoro”, dice il presidente dei Giovani di Confindustria, Marco Gay, in un forum con il country manager per l’Italia di Facebook, Luca Colombo. Oggi il 22% delle posizioni di lavoro disponibili in Italia non trova addetti perché mancano le e competenze”, mentre l’Ue stima che ci saranno 500mila nuovi posti di lavoro in tre anni grazie alle competenze digitali. Ed oggi, in Italia, sei ragazzi su dieci studiano per un lavoro che ancora non c’è, i mestieri del futuro. La sfida è “capire come andare a colmare quel 22% in un Paese che ha il 40% di disoccupazione giovanile, e capire come andarci a prendere quei 500mila posti di lavoro in Europa. Gay ribadisce: “La sfida digitale distrugge i posti di lavoro? La risposta è che li ridistribuisce, ma dipende da tutti gli attori in gioco, perché il cambiamento o lo subisci o lo gestisci. E la digitalizzazione va gestita meglio rispetto a come sono state gestite altre sfide come quella la globalizzazione”. Il digitale è la nuova frontiera dell’economia internazionale.

”Nell’indice – lo sottolinea il numero uno dei giovani industriali italiani – di digitalizzazione europea l’Italia è al 25mo posto su 28. Una posizione che non rispecchia assolutamente l’intensità e la volontà di un mondo che della digitalizzazione cerca di fare una leva, una delle leve, dell’economia. Non ci fa onore essere in fondo alla classifica. Inoltre è una contraddizione assurda perché siamo il secondo paese manifatturiero europeo ma terz’ultimi nella digitalizzazione, delle due”.

Anche il rappresentante di Facebook Colombo dice la sua, intervenendo sul fronte privacy e imprese. “La gestione – dice il manager di Facebook – dei dati è importante per le aziende e per gli utenti, ci vuole educazione su questi temi. Le aziende devono comprendere la regolamentazione, gestire i dati delle persone correttamente altrimenti a lungo termine ne pagano le conseguenze. Riguardo poi la digitalizzazione delle imprese, l’Ad di Facebook Italia ha spiegato che i dati dicono sempre di più che i consumatori vanno su mezzi digitali, c’è stata una vera rivoluzione con il ‘mobile’, un cambiamento profondo e veloce e bisogna capire le variabili che regolano questo cambiamento. Una rivoluzione faticosa ma ricompensata dai vantaggi che il digitale porta con se'”.

Agrippino Castania

ADI…EU!

may addioDopo quarantaquattro anni la Gran Bretagna dice addio all’Europa, la lettera che ufficializza l’intenzione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea è stata consegnata al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Ieri sera il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ha avuto una telefonata con il premier britannico Theresa May “prima dell’attivazione dell’articolo 50” per far scattare la Brexit. Sempre ieri sera, May ha avuto un colloquio telefonico anche con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk.

Lo stesso presidente ha pubblicato su Twitter la foto in cui si vede l’ambasciatore del Regno Unito presso l’Ue, Tim Barrow, che gli consegna la lettera con la notifica di attivazione dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona. “Dopo nove mesi il Regno Unito ha consegnato”, ha scritto Tusk, illustrando la foto con la didascalia “la lettera dell’articolo 50”.

“Non si torna indietro, lasciare la Ue ci mette davanti a opportunità uniche”. Con queste parole davanti alla Camera dei Comuni la premier Theresa May sancisce l’inizio ufficiale della Brexit.
“Questo è un momento storico, da cui non c’è ritorno. Il Regno Unito lascia l’Unione europea, prenderemo le nostre decisioni e scriveremo le nostre leggi, avremo il controllo delle cose che più ci importano”, ha sottolineato May. “Vogliamo una Brexit ordinata per arrivare a un partenariato nuovo alla fine del processo dettato dall’articolo 50. Coglieremo l’opportunità di costruire un Regno Unito più forte ed equo, dove fioriranno le nuove generazioni. È un’opportunità e andremo in questa direzione. È uno spartiacque nella nostra storia”.
La Gran Bretagna si avvia a lasciare l’Ue “secondo la volontà del popolo“, ha voluto sottolineare May, in un discorso interrotto più volte dalle proteste di alcuni membri della Camera dei Comuni. “I giorni migliori sono davanti a noi, dopo la Brexit – ha aggiunto la premier – un’opportunità per il Regno di essere più forte, più equo, più unito e diventare un grande Paese globale”. “Non faremo parte del mercato unico“, ha poi confermato sostenendo che si tratta di una opzione “incompatibile con la volontà popolare” manifestata nel referendum. “L’Ue ci ha detto che non possiamo scegliere e noi rispettiamo questo approccio”, ha spiegato May. Poi ha detto paradossalmente: “Ora più che mai il mondo ha bisogno dei valori democratici dell’Europa”.
Il discorso di May è stato caratterizzato dall’entusiasmo: “Ci avviciniamo a questo negoziato con rispetto e spirito di collaborazione sincera”. Aggiungendo che si tratta di “un compito molto arduo, potremmo guardare altrove oppure guardare con speranza e ottimismo credendo nella forza inarrestabile del carattere del popolo britannico. Credo avremo un futuro roseo” .”Sono convinta che abbiamo un progetto chiaro”, ha aggiunto, sottolineando che è “compito di questa generazione forgiare un futuro più roseo per il Paese”, “più coeso e aperto agli altri”.
Nonostante il divorzio sia nero su bianco, Philip Hammond apre uno spiraglio al compromesso con l’Ue. Il Cancelliere dello Scacchiere britannico, in una intervista alla Bbc, poco prima dell’annuncio ufficiale della premier Theresa May per avviare la Brexit, sostiene che Londra non vuole “scegliere a piacimento” cosa mantenere e cosa rifiutare nelle trattative con l’Europa. Per Hammond si va infatti nella direzione indicata molto chiaramente ai partner Ue dal piano della May, che prevede l’uscita del Regno dal mercato unico e la fine dell’adesione come membro a pieno titolo all’unione doganale.
Chiaramente non sono mancate le critiche. “Il peggiore errore della nostra storia dal dopoguerra a oggi”, lo definisce invece lord Michael Heseltine, ex vicepremier ed ex ministro della Difesa conservatore, uno dei pochi Tories che hanno avuto il coraggio di opporsi alla Brexit.
Il Parlamento europeo “richiede il giusto trattamento dei cittadini dei 27 Paesi dell’Ue che risiedono nel Regno Unito e di quelli britannici negli Stati Ue ed è dell’opinione che nel negoziato si debba dare piena priorità ai loro rispettivi interessi”. Così la bozza di risoluzione che il Parlamento europeo discuterà mercoledì prossimo in plenaria a Strasburgo, e che oggi sarà sul tavolo alla riunione dei leader dei gruppi politici.
“Quando si fa un divorzio fra due genitori si va dall’avvocato e la prima cosa che si negozia sono i soldi e sono i figli: i figli sono i cittadini, i nostri concittadini, e anche i cittadini del Regno Unito”, ha detto il Capogruppo dell’S&D al Parlamento Europeo Gianni Pittella. Sui “soldi”, l’europarlamentare non ha commentato la cifra circolata finora di un conto da 60 miliardi di euro per Londra, limitandosi a dire: “adesso vedremo quanto sarà. Il conto sarà fatto e quello che si deve si deve pagare, altrimenti si è morosi”. E poi, ha proseguito, i diritti dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito e anche quelli dei britannici che vivono in Italia e negli altri Paesi europei, “devono essere garantiti. Fino al divorzio e dopo il divorzio”. Quindi bisogna “garantire che i 600mila italiani che stanno nel Regno Unito possano avere i diritti sociali, la protezione sociale, le pensioni, il ricongiungimento familiare, i diritti all’assistenza sanitaria: per noi non deve cambiare nulla, assolutamente”. Gli europei devono “ottenere una Brexit ‘light, fair'”, ovvero una Brexit che consenta al “Regno Unito di essere Paese terzo ma di poter garantire i diritti dei cittadini, il mantenimento di un rapporto commerciale con l’accesso al mercato europeo e d’altra parte garantire la libera circolazione delle persone, questo è un ‘fair Brexit'”. Se invece “la May vuole fare la prova muscolare e diventa il cavallo di Troia di Trump in Europa, faccia pure ma non farà gli interessi dei suoi cittadini”. Finora, ha concluso Pittella, la May sta gestendo questo inizio di Brexit in “maniera disastrosa”.
La vera incognita sul negoziato riguarda infatti i cittadini europei residenti in Gran Bretagna. Infatti il governo di Madrid ha deciso oggi l’apertura di uno ‘sportello Brexit’ presso l’ambasciata di Spagna a Londra per aiutare le decine di migliaia di spagnoli che vivono nel Regno Unito ad affrontare i problemi che susciterà il divorzio inglese dall’Ue.
Nel frattempo però a risentirne è lo stesso Regno Unito: la sterlina perde terreno contro tutte le principali valute nel giorno dell’avvio formale dei negoziati per la Brexit, mentre crescono i timori per un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia. La moneta britannica cede lo 0,3% a 1,2407 dollari, dopo essere scivolata fin sotto la soglia 1,24 dollari a quota 1,2380. Nel cross con l’euro la sterlina perde lo 0,1% a 86,9 pence per euro. “Al Regno Unito l’uscita costerà
molto in termini economici ma anche politici”. Così il vicepresidente del Parlamento europeo David Sassoli in un forum dell’ANSA. A suo parere la necessità per l’Ue è “rafforzare l’unità e mettere al primo posto l’interesse dei cittadini”. Secondo Sassoli, la linea rossa da non superare nel negoziato sarà quella dell’inscindibilità “delle quattro libertà” ma da mettere sul tavolo c’è anche il tema che “il Regno Unito è debitore per 60 miliardi verso l’Unione europea”.

ARTICOLO 50 e i passaggi del ‘divorzio’
– Ecco cosa prevede l’articolo 50 del Trattato sull’Unione europea.

1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Unione.

2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione. L’accordo è negoziato conformemente all’articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Esso è concluso a nome dell’Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell’accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d’intesa con lo Stato membro interessato, decida all’unanimità di prorogare tale termine.

4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s’intende quella definita conformemente all’articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

5. Se lo Stato che ha receduto dall’Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all’articolo 49.

– Ecco i passaggi temporali del negoziato.

– Entro 31/3/2017: ai 27 governi Ue verrà inviata la bozza delle cosiddette ‘linee guida’. In particolare verrà chiarito se la Ue accetterà di aprire in parallelo la trattativa per la relazione futura col Regno Unito.
– 29 aprile 2017: Consiglio straordinario a 27 per la definizione delle ‘linee guida’.
– maggio 2017: Commissione pubblica la raccomandazione per il capo negoziatore Michel Barnier.
– tra maggio e giugno 2017: avvio dei negoziati tecnici ufficiali, in questa fase sarà discusso anche l’ammontare del ‘debito residuo’ che la Gran Bretagna dovrà pagare per rispettare gli impegni presi verso il bilancio europeo.
– autunno 2017: governo Londra presenta la legge (Great Repeal Bill) che annullerà l’atto del 1972 (European Communities Act) che sanciva l’incorporazione della legislazione europea in quella britannica.
– entro ottobre 2018: Barnier ha previsto la conclusione del negoziato, per permettere le procedure di ratifica.
– entro 29 marzo 2019: Parlamento britannico approva l’accordo ed il Great Repeal Bill. Il Consiglio Ue a 27 approva a maggioranza qualificata.

Ue, manca la cura
contro il rigetto

exit from the eurozone: golden star fallen from a blue wall

Poche persone nelle strade del centro di Roma e molte saracinesche di negozi abbassate. La paura sabato scorso era tanta. Invece è andata bene, niente morti e feriti. Dei tafferugli tra manifestanti e polizia, ma nessun incidente grave. Alle fine della giornata 122 fermati. La festa nella città eterna per i 60 anni dell’unità europea è andata bene, almeno sul fronte dell’ordine pubblico. Sono state pacifiche le contestazioni di destra e di sinistra dell’euro e sono filate lisce quelle in favore dell’Unione europea. Fortunatamente sono stati smentiti i timori della vigilia per le incursioni violente dei black bloc e per i possibili attentati dei terroristi islamici.
I capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea sono saliti sul Campidoglio e hanno firmato nella sala degli Orazi e dei Curiazi la “nuova dichiarazione di Roma”. La cerimonia è avvenuta nella stessa sala e con la stessa penna usata proprio 60 anni fa dai premier delle 6 nazioni pioniere dell’unità del vecchio continente. Il 25 marzo 1957 diedero vita al Mec (Mercato comune europeo), poi divenuto Cee (Comunità economica europea) e quindi Ue. Si aprì una stagione di pace, di libertà, di benessere dopo la tragedia fratricida della Seconda Guerra Mondiale.
È stata una festa solenne ma triste quella del 25 marzo. Triste perché la Gran Bretagna ha abbandonato la Ue lo scorso 23 giugno con un referendum, infrangendo il mito dell’unità. Triste perché le spinte disgregative dell’Unione europea sono fortissime. L’elenco è lungo: l’invasione di centinaia di migliaia di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, la disoccupazione di massa e la chiusura delle fabbriche, l’impoverimento e la precarizzazione del ceto medio, l’austerità finanziaria imposta dalla nascita dell’euro, gli egoismi nazionali. Il disagio sociale tra gli europei è altissimo, come la paura del futuro. Così i movimenti nazionalistici e populisti rischiano di causare, più o meno velocemente, la disgregazione della Ue.
Jan Claude Juncker, forse per esorcizzare il pericolo dello sfaldamento, ha proclamato: «Ci sarà un centesimo anniversario della Ue». Il presidente della commissione europea ha cercato d’infondere fiducia nel futuro: «Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che siamo riusciti a raggiungere. Abbiamo dotato questo continente di una pace durevole e di una moneta unica. Non pensavamo di essere in grado».
Anche Paolo Gentiloni ha cercato di infondere ottimismo: «Eravamo in 6, ora siamo in 27». Il presidente del Consiglio italiano ha tentato di mettere benzina nel motore dell’unità europea: «Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni».
Gli obiettivi sono belli, ma restano un po’ sospesi nel nulla. Non si è parlato dei duri contrasti tra i paesi forti dell’Europa del nord, guidati dalla Germania, e quelli deboli del sud (a Grecia, Italia e Spagna rischia di aggiungersi anche la Francia). Non si è parlato della necessità di mettere da parte l’austerità finanziaria in favore degli investimenti per l’occupazione, non si è discusso di una soluzione all’immigrazione (ora gravante su pochi paesi come l’Italia).
Si è molto parlato del “sogno” dell’Europa unita perseguito e realizzato 60 anni fa da De Gasperi, Schuman e Adenauer, ma senza l’entusiasmo e la concretezza dei tre statisti europei del dopo guerra. Anche Virginia Raggi ha citato “il sogno” dei tre statisti, pronunciando un discorso molto istituzionale. La sindaca cinquestelle della capitale, appena rientrata da una breve e contestata vacanza sulle nevi dell’Alto Adige, ha svolto un intervento molto istituzionale definendo “una avventura straordinaria” l’impresa dell’unità europea. Non ha fatto riferimento alle dure critiche del M5S alla Ue né all’intenzione di Beppe Grillo di varare un referendum contro l’euro.
Scorrendo la “nuova dichiarazione di Roma” firmata dai 27 paesi della Ue, si leggono principi molto giusti come la pace, la sicurezza e il benessere da perseguire a livello europeo ed internazionale, ma non si indica come. Si sottolineano quattro obiettivi di marcia verso questi traguardi. La strada è precisa: «L’Europa è il nostro futuro comune».
Bene, benissimo. Ma occorre anche lavorare per restituire fiducia agli europei nell’unità europea, rigettando ogni ipotesi di divisione e di disgregazione. Se si pensasse di meno al giudizio dei mercati finanziari e di più ai bisogni dei cittadini europei colpiti dalla crisi economica forse sarebbe meglio. Se ad esempio, si realizzasse un grande piano europeo per sostenere la ripresa e l’occupazione, forse i Palazzi di Bruxelles verrebbero guardati come meno ostilità. Se ad esempio venisse realizzato lo Scudo europeo contro la disoccupazione, il progetto lanciato oltre 30 anni fa dall’economista Ezio Tarantelli, forse la situazione migliorerebbe.
Ma per ora non si vede una “grande idea” che possa rilanciare l’unità europea scaldando i cuori dei cittadini del vecchio continente. Non ci resta che incrociare le dita: il voto di aprile per eleggere il presidente della Repubblica francese sarà cruciale. Se vincerà Marine Le Pen saranno guai. La presidente del Fronte nazionale, un partito di estrema destra nazionalista, ha annunciato ai primi di febbraio: chiederà l’uscita della Francia dalla Ue, dall’euro e dalla Nato in caso di vittoria. In tempi rapidi serve una cura contro la crisi di rigetto che rischia di travolgere l’Europa.

Rodolfo Ruocco

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ROMA 60

60È tutto pronto da giorni, l’Italia e Roma in particolare si preparano a celebrare i sessant’anni dei Trattati di Roma. Anche se non è il primo atto ufficiale da cui prende avvio il processo d’integrazione europea, il Trattato di Roma è associato, nell’immaginario collettivo, al punto di partenza della grande avventura della costruzione comunitaria. Dal 25 marzo 1957 è iniziato uno straordinario processo di pace, solidarietà e prosperità che trentacinque anni più tardi ha condotto alla
creazione dell’Unione europea. Alla dimensione economica è stata infatti associata una dimensione politica. Nonostante abbia superato mille e più ostacoli, da alcuni anni l’Europa si trova in una stagione difficile, dove ad una crisi economica e finanziaria particolarmente severa si accompagna una crisi di sfiducia.
“L’Europa si trova di fronte a differenti sfide anche nuove, dalla Brexit al rinascere del protezionismo, ma abbiamo una opportunità per reagire”. Ha affermato Paolo Gentiloni incontrando nella biblioteca chigiana le associazioni imprenditoriali europee. “Rivendichiamo un ruolo globale per l’Europa. Per questo abbiamo bisogno anche di voi per sostenere il libero scambio, la crescita, una agenda per l’innovazione, e anche una Europa sociale”.

“Non vogliamo una Europa divisa, l’Europa è unita e indivisibile, ma vogliamo anche andare avanti su una idea comune di Europa, in aree ad esempio come difesa, sicurezza”, aggiunge. “Abbiamo bisogno di una maggiore integrazione e rivendichiamo un ruolo globale per l’Europa”.

“È tempo di riacquistare fiducia, di supportare il progetto europeo e di difendere quanto abbiamo costruito”, avvertono insieme le ‘confindustrie’ europee, in un dichiarazione comune consegnata questa mattina al premier Paolo Gentiloni nella sua qualità di depositario dei trattati. Sarà consegnata anche al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ed al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. A Palazzo Chigi, questa mattina, la presidente di Business Europe (che rappresenta 40 associazioni di industriali europee), Emma Marcegaglia, e il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia. “Crediamo – conclude la dichiarazione comune – che il 2017 sia un anno decisivo e per questo vogliamo dare tutto il nostro contributo per assicurare un cambio di rotta, dimostrando ancora una volta che il successo politico, economico e sociale del progetto europeo può essere raggiunto solo insieme. È tempo di scegliere: o avere successo insieme o diventare irrilevanti separatamente”.

L’Italia afferma così ancora una volta la priorità europea, ma la difesa dell’Unione è rappresentata anche dai ruoli che l’Italia ricopre nell’Ue. Dalla Lady Pesc, Federica Mogherini, al Presidente del gruppo S&D in Parlamento europeo, Gianni Pittella, fino il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani.

Per quanto riguarda la politica comune sul tema della difesa comune, non c’è niente che qualcuno possa imporre all’Unione europea. Lo ha dichiarato l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza europea, Federica Mogherini, intervenendo all’evento “Dialogo sul futuro dell’Europa” tenutosi oggi a Roma. “La politica di difesa comune esiste dal trattato di Lisbona”, ha ricordato Mogherini, sottolineando le 16 operazioni militari e civili portate attualmente avanti con personale dell’Ue. L’Operazione Sophia, secondo l’Alto rappresentante Ue, ha avuto successo “per la combinazione degli strumenti militari con il dialogo e gli strumenti di soft power”. Parlando della politica di difesa operativa dell’Ue, Mogherini ha chiarito come anche ai paesi alleati, come gli Stati Uniti, sia stato indicato che “la sicurezza non la si fa soltanto con le armi, non si investe in sicurezza solo con il bilancio alla difesa”. Quando l’Ue viene chiamata, o i paesi singoli della Nato, ad aumentare i bilanci per la difesa, si tratta secondo l’Alto rappresentante di una scelta che riguarda i singoli paesi, ma non è da leggere in maniera disgiunta da altre voci di bilancio che fanno parte della politica di sicurezza, quali gli aiuti allo sviluppo, umanitari, per il peacekeeping.

Ma nemmeno sono iniziate le celebrazioni che già iniziano le polemiche, Lega a parte, le proteste arrivano da sinistra italiana, con Stefano Fassina:

Dall’Europa invece dopo gli avvertimenti della Polonia è la Grecia a mettere i puntini sulle I. Il testo che sarà firmato dai 27 leader (Gran Bretagna esclusa) indica l’agenda della Ue in quattro punti principali: un’Europa sicura; prosperosa e sostenibile; sociale; più forte sulla scena mondiale. La Dichiarazione definisce l’Unione “una comunità di pace, libertà, democrazia, diritti umani e primato della legge, una potenza economica di primo piano con livelli senza precedenti di protezione sociale e welfare”. Il messaggio che uscirà da Roma sarà quello della “unità”, anche se non si escludono intese ulteriori tra Stati membri, quella “Ue a più velocità” che non piace ai paesi dell’est. Ma il compromesso raggiunto è che queste “cooperazioni rafforzate” restino comunque aperte ad altri partecipanti.
Anche la Grecia firmerà il documento, nonostante le minacce dei giorni scorsi, ma Atene chiede che l’Unione Europea la sostenga a contrastare la richiesta del Fmi di una riforma del mercato del lavoro che, secondo il governo di Alexis Tsipras, toglierebbe diritti ai lavoratori.
“Tuttavia, al fine di poter celebrare questi risultati, deve essere chiarito, a livello ufficiale, che essi riguardano anche la Grecia…Chiedo il vostro sostegno al fine di proteggere, insieme, il diritto della Grecia a tornare agli standard del modello sociale europeo”, si legge nella missiva di Tsipras al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk e al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.
“Nelle condizioni date, non possiamo attenderci una rivoluzione, ma già arrivare a una dichiarazione comune con quattro pilastri chiari è un successo: una nuova agenda sociale; un governo unitario per le politiche migratorie, per i rifugiati; politiche per la crescita e basta con l’austerity di Schaeuble; una politica comune estera e di difesa”. Ha affermato il Presidente Gianni Pittella in un’intervista all‘Huffington Post e che ha fatto sapere: “Proprio perché ci sono così tante tensioni, l’importante è che si riesca a fare una dichiarazione comune con delle linee di marcia”. E infine sulle dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo dice: “Dijsselbloem rivela uno stereotipo, una cultura anche trasversale non solo sua, ma di tanti esponenti e personalità del nord Europa che hanno un’idea calvinista dell’Ue in cui ci sono i peccatori del sud e i santi fustigatori del nord. Questo stereotipo va sconfitto. Il fato che Schaeuble abbia dovuto difendere l’indifendibile Dijsselbloem dimostra che si tratta di un team, di una squadra oltre i confini politici che sta portando alla rovina l’Europa: perché la crisi è frutto di politiche dissennate e dell’austerity usata come dogma”. “Per l’Italia – aggiunge Pittella – non sarà facile ma il governo italiano ha un ministro dell’Economia molto stimato e un presidente del Consiglio che interloquisce in maniera autorevole con la commissione europea ed è supportato da tutti noi. Nella commissione europea, le personalità più sensibili al tema sociale, alla crescita e alla difesa delle persone più deboli saranno attente a trovare un punto di equilibrio”.

Su Jeroen Dijsselbloem è intervenuto anche Antonio Tajani. “Dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem parole inaccettabili, ma non cambieranno il destino dell’Europa. Qui a Norcia il Parlamento europeo ha dimostrato che non ci sono differenze tra Nord, Sud, Est e Ovest”. Così il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani a Norcia. Parole dure anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, intervenuto a margine del vertice di Norcia: “Dijsselbloem è un’apprendista maldestro; l’Europa ha progetti molto più alti”.
“Dall’Unione europea arriveranno circa due miliardi di euro per la ricostruzione post terremoto delle aree colpite del centro Italia”. Ha fatto sapere Antonio Tajani nel suo intervento in apertura dei lavori del vertice dei rappresentanti del parlamento in corso a Norcia. “Tra le manifestazioni per i trattati di Roma – ha aggiunto Tajani – questa è quella che più di ogni altra dimostra quanto bisogno c’è di avere istituzioni vicino ai cittadini. Il mio obiettivo, e quello di tutti i parlamentari europei, indipendentemente dai colori politici, è quello di fare di tutto perché le istituzioni comunitarie siano vicino alla gente, perché nessuno senta Bruxelles lontana dal proprio territorio. È vero, c’è malcontento e sono stati fatti degli errori, ma noi siamo qui per combattere questa diffidenza”.

Trattati di Roma, la Polonia minaccia di non firmare

merkel_sydloTutto pronto per sabato 25 marzo per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati e per firmare la dichiarazione di Roma, ma Varsavia si mette di traverso.
Oggi la premier polacca Beata Szydlo alla Tvn24 ha infatti fatto sapere che la Polonia potrebbe “non firmare” la dichiarazione dell’Ue adottata per i 60 anni dei Trattati di Roma, se questa non comprenderà le richieste di Varsavia, che riguardano quattro priorità. Si tratta dell’unità dell’Ue, la collaborazione fra Ue e Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e una maggior coesione del mercato comune dell’Ue. Alla domanda se la dichiarazione di Roma potrebbe non essere firmata, Szydlo ha risposto: “Certo, se non ci sarà il consenso”.
La dichiarazione dovrebbe esporre una visione del futuro dell’Unione europea dopo la Brexit. “L’unità dell’Unione europea, la difesa di una stretta cooperazione con la Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e, infine, i principi del mercato comune, che non deve dividere ma unire. Questi sono i quattro principi che sono una priorità per Polonia”, ha detto la Szydlo, secondo cui questi temi devono essere inclusi nella Dichiarazione di Roma in modo che questa “non diventi solo un documento vuoto che suona bene ma che non contribuirà assolutamente a un cambiamento nella politica in Europa”.
“Mi pare che ci sia da parte della Polonia dopo la rielezione di Tusk un atteggiamento problematico nei confronti dell’Unione ma, ancora in queste ore, si sta lavorando per avere unità e unanimità”. Cosi il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, a margine del seminario “A 60 anni dai Trattati di Roma: l’Unione Europea è ancora possibile?”, ha commentato la dichiarazione della premier polacca.
A tentare di calmare le acque la portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, confermando il programma del presidente Jean Claude Juncker per la celebrazione del 60/o anniversario dei Trattati, ha affermato senza esitazioni che “sabato i 27 capi di stato e di governo ed i presidenti delle istituzioni europee firmeranno la Dichiarazione di Roma nella stessa sala in cui fu firmato il Trattato originale”. Anche la Polonia, secondo la portavoce di Juncker, firmerà la dichiarazione finale.

Globalizzazione come disordine mondiale

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Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini