Ue: wi-fi gratis in spazi pubblici di tutta Europa

free-wifiWi-fi per tutti. E anche gratis. Oggi la Commissione europea inaugura il portale WiFi4EU. I Comuni di tutta Europa – si legge in una nota di Bruxelles – sono invitati a registrare i loro dati sin da ora, in vista del primo invito a presentare progetti che sarà pubblicato a metà maggio, per avere così la possibilità di beneficiare del finanziamento UE per costituire punti di accesso a Internet senza fili gratuiti in spazi pubblici.Il programma WiFi4EU offre ai Comuni buoni per un valore di 15.000 euro per installare punti di accesso wi-fi in spazi pubblici tra cui biblioteche, musei, parchi pubblici e piazze. Come ha dichiarato il presidente Jean-Claude Juncker, l’iniziativa WiFi4EU contribuisce all’obiettivo di dotare “entro il 2020 ogni paese e città europei di un accesso gratuito a Internet senza fili nei principali punti di aggregazione pubblica sul territorio”. I Comuni possono utilizzare i buoni WiFi4EU per acquistare e installare le apparecchiature wi-fi (punti di accesso senza fili) in centri di aggregazione pubblica a loro scelta, mentre i costi di manutenzione della rete saranno a loro carico.

“Oggi aprendo il portale WiFi4EU compiamo un passo avanti concreto nell’aiutare i Comuni a offrire l’accesso senza fili gratuito a Internet. Si tratta di un notevole progresso ed esorto il Parlamento europeo e il Consiglio a concludere i lavori sulla proposta relativa al codice delle telecomunicazioni per garantire una connettività ad alta velocità sull’intero territorio dell’Ue”, ha detto Andrus Ansip, vicepresidente responsabile per il Mercato unico digitale. “Ciò include – ha aggiunto – il coordinamento dello spettro a livello europeo e una forte incentivazione degli investimenti nelle reti ad alta capacità di cui l’Europa ha bisogno”.Dal canto suo, Mariya Gabriel, commissaria responsabile per l’Economia e la società digitali, ha sottolineato: “L’iniziativa WiFi4EU permetterà a migliaia di cittadini europei di accedere gratuitamente a Internet in spazi pubblici su tutto il territorio dell’Ue. Grazie al programma WiFi4EU, le comunità locali avranno la possibilità di offrire la connettività ai loro cittadini che potranno così trarre pienamente vantaggio dalle infinite opportunità offerte dalla digitalizzazione. Si tratta di un passo concreto verso la realizzazione del mercato unico digitale”.

È messa a disposizione – segnala ancora la nota della Commissione europea – una dotazione di 120 milioni di euro dal bilancio dell’UE fino al 2020 per finanziare le apparecchiature necessarie ai servizi wi-fi gratuiti pubblici in 8.000 Comuni in tutti gli Stati membri e in Norvegia e Islanda.

Salvini ci ripensa a Strasburgo: “Mai Governo con Pd”

Matteo Salvini-LegaA Strasburgo il leader della Lega lo hanno visto poco, ma oggi per Salvini è stata l’ultima conferenza stampa all’Europarlamento, che è prossimo a lasciare essendo stato eletto in Italia. Pur non avendo partecipato poco al dibattito di Strasburgo Matteo Salvini, non manca di attaccare l’Europa. “Riporteremo al centro gli uomini ed il lavoro, leggo che a Bruxelles qualcuno si aspetta una manovra economica del prossimo governo con più tasse, con l’aumento dell’Iva e delle accise, noi faremo l’esatto contrario”, continua Salvini a Strasburgo. “Diminuiremo le tasse in Italia, fino a portarle al 15% con quella flat-tax che è già regola vigente in sette Paesi dell’Ue (tutti nell’est Europa, ndr) – prosegue – quindi difficilmente qualcuno a Berlino a Bruxelles o a Francoforte potrà dirci no, non potete, perché la fanno gli altri”. Ma soprattutto il leader della Lega sui conti pubblici precisa che “i nostri esperti, che sono anche stati eletti in Parlamento, stanno lavorando al piano B qualora da Bruxelles arrivassero solo dei ‘no’. Noi ci mettiamo al tavolo da persone educate e responsabili, chiedendo di cambiare alcune regole che normano la nostra permanenza nell’Ue, che stanno danneggiando pesantemente lo stile di vita in Italia e i numeri lo dicono”. Precisando che se dovesse servire si dovrà ignorare il tetto del 3%
“Contiamo di riuscire – prosegue – da persone di buon senso, a rinegoziare alcuni di questi trattati, alcune di queste direttive, alcuni di questi vincoli. In caso contrario, non escludo nessuna possibilità. Un’uscita improvvisa e solitaria non è auspicata né auspicabile. Se ci sarà al tavolo una maggioranza di governi che vogliano ridiscutere politiche anche monetarie, noi saremo tra quelli”.
Salvini riprende quindi i suoi argomenti della campagna elettorale e rispolvera anche il suo ‘no’ a un Governo con i dem, anche se qualche giorno fa aveva dato possibilità a un’intesa con il Pd.
Durante la conferenza stampa Salvini fa sapere che con il M5S “i programmi sono molto diversi, ha vinto la coalizione di centrodestra, non è autosufficiente alla Camera e al Senato, ma sicuramente non posso allearmi con chi ha male governato negli ultimi anni, quindi ipotesi di governi che prevedano Renzi e Boschi o Gentiloni sono inimmaginabili”. Matteo Salvini su un punto è certo: mai al governo col Pd. Lo mette in chiaro nella risposta che dà alla domanda su un eventuale governo con il Movimento 5 Stelle. “Il nostro obiettivo è quello di un governo di centrodestra, con un programma di centrodestra, e poi chi vivrà vedrà”, ha precisato il leader della Lega.

Il Fmi avverte: il protezionismo blocca la crescita

FMI-christine-lagardeLa numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha lanciato un allarme sul rischio della guerra commerciale iniziata dal presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, intenzionato a mettere dazi sull’acciaio e sull’alluminio, bloccherebbe la crescita globale. La presidente del FMI, intervenendo a radio RTL, ha detto: “Se il commercio internazionale viene messo in discussione da questi tipi di misure, sarà un canale di trasmissione per un calo della crescita, un calo degli scambi e sarà temibile. In una guerra commerciale alimentata da aumenti reciproci delle tariffe doganali, nessuno vince”.

La scorsa settimana, Donald Trump si è vantato su Twitter che le guerre commerciali sono ‘facili da vincere’ dopo che il suo annuncio iniziale delle tariffe del 10% sulle importazioni di alluminio e del 25% sull’acciaio introdotto negli Stati Uniti aveva provocato una protesta globale.

Gli alleati degli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni con possibili dazi sulle merci statunitensi che entrano nei loro mercati. L’UE dovrebbe dettagliare le sue misure di ritorsione oggi.

Christine Lagarde ha aggiunto: “Siamo preoccupati che queste misure non siano innescate, stiamo sollecitando le parti a raggiungere accordi, tenere negoziati, consultazioni”.

Nel frattempo, la crescita economica dell’area euro è stata ritoccata al ribasso, al 2,3 per cento sull’insieme del 2017 secondo una nuova stima diffusa da Eurostat. Nella indicazione iniziale l’ente di statistica comunitario aveva quantificato l’espansione al 2,5 per cento. Per quanto riguarda l’ultimo trimestre dello scorso anno il Pil ha segnato un più 0,6 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e un più 2,7 per cento su base annua.

La commissaria UE, Malmstroem, sul protezionismo Usa ha detto: “Chiediamo a Washington di ripensarci. Ma se così non fosse abbiamo preparato una serie di interventi. Il primo intervento sarebbe quello di adire al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. L’Ue poi sarebbe pronta a mettere in campo una serie di provvedimenti per fronteggiare l’eventuale reindirizzamento di acciaio, che sarebbe stato destinato al mercato Usa, verso l’Ue, puntando comunque a evitare una chiusura su scala globale del settore. Infine, discutiamo diversi prodotti Usa su cui potremmo imporre misure per ridurre l’impatto molto negativo dei dazi in questione. Tra i possibili prodotti Usa oggetto di rappresaglie vi sono beni industriali ma anche Whiskey o dolciumi”.

L’amministratore delegato di FCA, Sergio Marchionne, dal salone dell’auto di Ginevra, ha detto: “È necessario evitare una guerra commerciale tra Usa e Ue, perché in uno scontro sui dazi alla fine vincerebbero gli Stati Uniti. Calmatevi tutti fate andare avanti il processo, fateli parlare: qualcosa si risolve. Minacciare dazi con dazi non risolve assolutamente niente. Se io dovessi fare la guerra dei dazi fino alla fine vince l’America, basta guardare il bilancio economico: importa più di quanto esporta”. Per Marchionne non preoccupano nemmeno le dimissioni del capo consigliere economico di Donald Trump, Gary Chon. Il numero uno di FCA ha spiegato: “La posizione di Trump sui dazi non poteva cambiare dopo due giorni. Cohn se ne è andato in maniera molto delicata, gli ha dato tempo fino alla fine del mese”.

In realtà le dimissioni di Conh sono un nuovo scossone alla Casa Bianca. Gary Cohn, il principale consigliere economico di Donald Trump, ha annunciato le sue dimissioni dopo la controversa decisione del presidente Usa di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Dimissioni che hanno spinto recentemente le Borse asiatiche in rosso. Alla base dell’addio proprio lo scontro sui dazi. L’ex numero due di Goldman Sachs si è unito alla lista impressionante degli stretti collaboratori di Trump che hanno abbandonato la nave. La scorsa settimana si è dimessa Hope Hicks, fedelissima che ha lasciato l’incarico di capo della comunicazione della Casa Bianca. Prima ancora avevano abbandonato, per esempio, il capo dello staff Reince Priebus e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

Sulle dimissioni di Cohn, Trump ha scritto su Twitter: “Prenderò presto una decisione sulla nomina del nuovo capo consigliere economico. Molte persone vogliono l’incarico, sceglierò in modo saggio!”. Intanto oggi è atteso che l’Ue esponga i suoi piani per rispondere ai dazi su acciaio e alluminio minacciati da Trump. In parte già anticipato, ci si attende che Bruxelles possa prendere di mira prodotti Usa come jeans, moto e whiskey. Già venerdì scorso, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, aveva minacciato di colpire brand come Harley Davidson e Levi’s, e appunto il whiskey con dazi sulle importazioni. L’annuncio ha spinto Trump a una nuova minaccia, quella di tassare le auto provenienti dall’Ue, alimentando ulteriori timori dello scoppio di una guerra commerciale. A Bruxelles non è attesa una decisione ufficiale, visto che Trump deve ancora firmare il provvedimento sui dazi, ma il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Europa di essere pronta ad agire in modo rapido se lo farà.

Non è stata la prima volta che Gary Cohn, 57 anni, si è mostrato apertamente in disaccordo con Trump. Ad agosto del 2017 ha criticato il presidente Usa per la sua reazione a seguito delle violenze razziste di Charlottesville, in Virginia, ma in quel caso non era arrivato alle dimissioni. In un laconico comunicato di commiato, l’ex capo dell’influente Consiglio Economico Nazionale ha dichiarato: “È stato un onore servire il mio Paese e attuare delle politiche pro crescita favorevoli agli americani, in particolare con il voto di una riforma fiscale storica”. Trump invece ha commentato così: “Gary ha fatto un lavoro straordinario per attuare il nostro programma, aiutando ad arrivare a una riforma fiscale storica e a liberare ancora una volta l’economia americana”. Concedendo l’onore delle armi, Trump, però, non ha menzionato i disaccordi di fondo.

Il nodo dello scontro è stato proprio la mossa protezionistica di Trump sui dazi. Cohn, sostenitore del libero scambio, difendeva il commercio libero, equo e reciproco. Al Forum economico di Davos a gennaio aveva dichiarato: “Ci piacerebbe che la Commissione europea mettesse fine ai suoi dazi su molti prodotti che vorremmo importare dagli Stati Uniti”. Purtroppo ha perso la battaglia interna contro voci decisamente più protezioniste della sua all’interno dell’amministrazione Trump. Il New York Times, già la scorsa settimana, ha riportato le motivazioni quando il presidente aveva anticipato la sua intenzione di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio”. Cohn aveva minacciato le dimissioni, sottolineando che si trattava di misure pericolose per l’economia. Su Cohn hanno prevalso voci decisamente più protezioniste, come quella del consigliere per il commercio Peter Navarro e del segretario per il Commercio Wilbur Ross.

Il nome di Navarro, 68 anni, sta circolando fra i possibili successori: economista, è l’autore di decine di libri fra cui ‘Death by China: how America lost its manufacturing base’, cioè ‘Morte per mano della Cina: come l’America ha perso la sua base industriale’, in cui critica la guerra economica condotta da Pechino e le sue ambizioni di dominare l’Asia; da quando ha assunto l’incarico si è scagliato anche contro la Germania, accusata di usare un euro ‘ampiamente svalutato’ per sfruttare i suoi principali partner commerciali fra cui gli Usa, e senza sorpresa è anche favorevole ai dazi imposti a tutti i Paesi importatori senza distinzioni.

Il piano sui dazi, fra l’altro, non è stato ben accolto dai repubblicani, che tradizionalmente sono di solito a favore del libero scambio. In prima fila il presidente della Camera, il repubblicano Paul Ryan, che ha invitato Trump ad avere un piano ‘più furbo’ che fosse più ‘chirurgico e più mirato’, segnalando che le misure protezionistiche potrebbero avere le ‘conseguenze non volute’ di una guerra commerciale. Trump, tuttavia, si è mostrato irremovibile, ribadendo la sua posizione nel corso di un incontro martedì alla Casa Bianca con il premier svedese Stefan Löfven. In quella occasione si è scagliato contro l’Ue e gli europei affermando: “Rendono praticamente impossibile per noi di fare affari con loro; l’Ue non ci ha trattati bene. È una situazione commerciale molto ingiusta”.

Trump, sempre più circondato da ‘falchi’, non lascia spazi a dialoghi costruttivi per l’umanità, senza rendersi conto degli effetti negativi in cui nessuno sarà il vincitore, ma tutti perderanno qualcosa.

Salvatore Rondello

BLOCCO TURCO

C7E114C8-A9C0-4128-B5DB-F6094F2012CB“Non bisogna pensare che le ricerche di gas al largo di Cipro e le iniziative opportunistiche sulle rocce nel Mar Egeo sfuggano alla nostra attenzione. Avvertiamo quelli che hanno superato i limiti a Cipro e nel Mar Egeo di non fare calcoli sbagliati”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp. Da venerdì, la marina militare di Ankara blocca la piattaforma Saipem 12000 dell’Eni al largo di Cipro, che si stava dirigendo verso Cipro per iniziare operazioni di trivellazione su licenza del governo di Nicosia. L’unità, ha detto il portavoce del governo di Nicosia, resta bloccata a circa 50 km dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, a sud-est dell’isola. Ieri l‘AD della società Claudio Descalzi si è detto sorpreso per la vicenda, tuttavia il presidente turco era già stato chiaro all’indomani della sua visita in Italia, dicendosi contrario alle operazioni del gruppo “nel Mediterraneo orientale”. “I lavori (di esplorazione) del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”, aveva sottolineato lo stesso sultano spiegando di aver espresso, nella sua missione a Roma la scorsa settimana, le “preoccupazioni turche” al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.
Tuttavia la vicenda sembra un pretesto per Ankara per riaccendere la tensione nel Mar Egeo con la Grecia. Le autorità di Atene hanno denunciato che la scorsa notte una pattuglia della guardia costiera di Ankara ha speronato un mezzo dei suoi guardacoste nei pressi di alcuni isolotti rocciosi contesi tra i due paesi. Nello scontro, secondo la denuncia greca, non risultano feriti, ma danni alla nave greca, colpita a poppa dalla prua di quella turca. Cipro è uno dei numerosi stati, come Israele e Libano, in competizione per sfruttare i giacimenti del Mediterraneo orientale. Le risorse naturali intorno all‘isola sono rivendicate dall‘autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, che è riconosciuta solo da Ankara (la Turchia occupa militarmente la zona nord di Cipro dal 1974). Nell’interesse geopolitico di Erdogan c’è fare pressioni su Nicosia per far sì che le sue riserve energetiche siano condivise con la parte di Cipro filo-turca.
In queste ore per cercare di fermare la tensione è intervenuta anche l’Europa. L’Unione dei 28 ha chiesto ieri alla Turchia di evitare le minacce e di “astenersi da qualsiasi azione che possa danneggiare i buon rapporti di vicinato”. Mentre oggi l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini ha incontrato il ministro degli Esteri turco Mevlut Casavoglu, a margine di un vertice in Kuwait, per parlare della situazione a Cipro, al largo delle cui acque la marina militare di Ankara blocca le trivellazioni della piattaforma Saipem 12000 dell’Eni. Lo ha annunciato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas.
“Seguiamo la situazione molto da vicino”, ha spiegato Schinas, che ha ribadito l’invito alla Turchia ad evitare “frizioni” con i Paesi Ue e ad impegnarsi “ad una soluzione pacifica delle dispute, a buoni rapporti di vicinato e a rispettare la sovranità” degli Stati. Inoltre, il portavoce ha sollecitato la Turchia ad evitare “dichiarazioni negative che possono danneggiare buone relazioni di vicinato, specialmente in vista del vertice” della Turchia con le istituzioni Ue a Varna.
L’Alto rappresentante ha sollevato la questione di Cipro nel suo incontro col ministro turco, dopo ave avuto vari contatti, incluso col premier Paolo Gentiloni ed il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, secondo quanto si apprende da fonti europee. L’italia si aspetta una “soluzione condivisa nel rispetto del diritto internazionale e nell’interesse sia dell’Eni, sia dei paesi della regione, sia delle due comunità cipriote”. Dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano al collega turco Mevlut Cavusoglu, incontrato oggi in Kuwait a margine della ministeriale anti-Isis.

PARTITA APERTA

ema milano

Le possibilità sono basse, ma è un dovere provarci. È la posizione del Governo sul ricorso per l’assegnazione dell’agenzia del Farmaco. “Dobbiamo provarci, sapendo che l’Ema è importantissima, interessa la salute di tutti i cittadini”. Lo ha detto il presidente del consiglio Paolo Gentiloni che ha spiegato: “C’è stata la gara tra 27 Paesi, noi abbiamo fatto un figurone perché siamo arrivati primi e poi abbiamo perso il sorteggio ma poi è emerso che ci sono informazioni incomplete nel dossier di Amsterdam. Chiediamo alla Corte di Giustizia e poi al Parlamento Ue di valutare. La partita non è chiusa ma non dobbiamo farci illusioni che sia facile riaprirla perché ci sono state procedure seguite”.

Alla base del ricorso presentato dall’Italia “la non corrispondenza alla realtà dei fatti a quanto rappresentato nell’offerta”. Elementi che secondo il Governo non possono “non riverberarsi sulla validità della decisione finale”. Il documento poggia su un motivo unico di ricorso: “sviamento di potere per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti”. Nella parte dedicata ai “dubbi circa la rispondenza della scelta di Amsterdam rispetto ai criteri approvati”, il ricorso prospetta che “risulterebbe, in particolare, non soddisfatto il primo requisito, vale a dire la garanzia che l’Agenzia potrà essere operativa e completamente funzionante dalla data di uscita del Regno Unito dall’Unione europea (30 marzo 2019). Inoltre “risulterebbe non rispettato il quinto requisito, concernente la continuità funzionale dell’Agenzia, in particolare garantendo una transizione rapida e senza soluzione di continuità nella nuova sede”. Uno “stato di cose” che “giustifica il dubbio che la scelta dell’offerta presentata da Amsterdam sia il frutto di una rappresentazione della situazione di fatto non corrispondente al vero o, quanto meno, di un’istruttoria carente e lacunosa”.

A sostenere le ragioni del ricorso Giovanni La Via, Relatore per la commissione ambiente del Parlamento europeo: “Abbiamo chiesto di fare una visita con la Commissione ambiente presso i locali temporanei e definitivi che il governo olandese ha messo a disposizione per la sede dell’agenzia europea del farmaco”. “Io ho fatto la richiesta formale oggi all’ambasciatore olandese e organizzeremo nei prossimi giorni o nelle prossime settimane un sopralluogo”, ha aggiunto. L’europarlamentare ha poi aggiunto che “al Parlamento europeo è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti” in Commissione e che “ne sono stati presentati poco più di 50, alcuni che riguardano la sostituzione di Amsterdam con Milano e altri che riguardano città francesi”, ma “potrebbero esserci anche proposte di altri Paesi”. La Via ha poi sottolineato che “ci sono anche degli emendamenti che richiedono una garanzia che nella scelta della sede venga garantita l’operatività dell’Ema” e sono tra quelli “più importanti”, in quanto “il nostro primo obiettivo è garantire la funzionalità dell’agenzia”.

Secondo il governo italiano “la Corte, se acconsentirà a utilizzare i propri poteri istruttori”, “sarà certamente in grado di appurare, con ancora maggiore dettaglio, l’effettività della situazione di fatto”. “Si confida che da tale istruttoria dibattimentale – si legge ancora nel documento – non potrà che emergere l’invalidità della designazione di Amsterdam”. In buona sostanza si chiede l’annullamento della decisione adottata il 20 novembre scorso e “stabilire l’assegnazione della sede alla città di Milano”. Il documento chiede inoltre “in via istruttoria”, di “richiedere al Regno dei Paesi Bassi, all’Ema e a ogni altra istituzione, organo o organismo, di fornire tutte le informazioni necessarie a dar conto dell’idoneità di Amsterdam quale sede dell’Ema, a soddisfare i criteri”. Si chiede infine di “disporre ogni altro eventuale mezzo istruttorio ritenuto utile all’accertamento dei fatti”.

“Milano – è il commento del Ministro dell’economia Padoan – è assolutamente pronta e ha il livello più elevato e possibile di offerta di servizi e accoglienza per una istituzione internazionale. Il governo – aggiunge – si sta muovendo insieme al Comune per vedere come si possa aprire uno spiraglio nell’ambito delle regole europee. In ogni caso è una soddisfazione per Milano dire ‘noi siamo pronti e altri non lo sono'”.

In tutti i ricorsi sono due: uno è dell’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue con la richiesta di annullare la decisione del Consiglio Ue, e l’altro del Comune di Milano davanti al Tribunale dell’Ue, anche in questo caso con la richiesta di annullamento della decisione del Consiglio. Un questione nella quale però la Commissione europea non vuole entrare: “non è parte” del dibattito sull’Ema, che sembra essere “un dibattito molto vicino alla campagna elettorale italiana”. Così ha detto il commissario alla salute Vytenis Andriukaitis. Ma su questo tema la posizione italiana è sempre stata molto unitaria, non sarebbe quindi questo un tema divisivo tra le forze politiche.

“La Commissione segue le decisioni del Consiglio e prepara la loro implementazione”, ha detto Andriukaitis, spiegando che Bruxelles è al lavoro con le autorita’ olandesi per preparare il trasferimento dell’Ema. “La Commisisone non è responsabile della decisione ma della sua attuazione” in quanto guardiana dei Trattati, ha aggiunto.

Polonia, decisione storica dell’Ue per lo Stato di diritto

ziobroPer la prima volta nella storia, la Commissione europea ha deciso di attivare contro Varsavia la procedura prevista dall’articolo 7 (l’ultima fase della procedura di infrazione sul sistema giudiziario ordinario) del Trattato per il rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori fondamentali dell’Ue. La Commissione Europea “ha concluso che esiste un chiaro rischio di seria violazione dello Stato di diritto in Polonia”, ha dichiarato il vicepresidente Frans Timmermans, precisando che le riforme attuate nel settore giudiziario comportano che ora nel Paese “la magistratura si trova sotto il controllo politico della maggioranza di governo”.
Nel mirino di Bruxelles vi è una ampia riforma della magistratura, che secondo l’esecutivo comunitario comporta un pericolo di politicizzazione dei magistrati. In particolare le due leggi, una sul Consiglio della magistratura, e una sulla Corte suprema, che affidano i poteri di nomina dei nuovi membri a guardasigilli e presidente, privando la magistratura della propria autonomia.
L‘esecutivo comunitario ha comunque dato tre mesi a Varsavia, dove il nuovo primo ministro si è insediato solo questo mese, per rimediare alla situazione e ha aggiunto che tornerà sui suoi passi se tutto verrà rivisto.
Ma la Polonia andrà avanti, così come dichiarato oggi dal Guardasigilli Zbigniew Ziobro, secondo il quale “si tratta di una mossa politica” di Bruxelles, che cerca di esercitare pressione. La Polonia, ha aggiunto, rispetta lo stato di diritto e le soluzioni che si propone di implementare in questo paese esistono in altri diversi paesi.
Il vice presidente della Commissione, Frans Timmermans, che negli ultimi due anni ha condotto i colloqui col governo polacco, dominato dal leader del partito Legge e Giustizia Jaroslaw Kaczynski, ha detto di star agendo con “la morte nel cuore”, ma di essere obbligato a intraprendere azioni per proteggere l‘Unione nel suo insieme. Inoltre Timmersmans ha lasciato le porte aperte a Varsavia: ”Siamo aperti al dialogo 24 ore su 24, sette giorni su sette”, sottolineando però che “come guardiani del trattato, la Commissione ha la massima responsabilità… Se l‘applicazione dello stato di diritto viene lasciata completamente ai singoli Stati membri, ne soffrirà l‘intera Ue”.
Ora se Varsavia dovesse continuare su questa strada e nel caso in cui il Consiglio dovesse andare avanti con la procedura, la Polonia sarebbe sottoposta a diverse sanzioni, la più grave delle quali è la perdita del diritto di voto nel Consiglio.

Migranti, Amnesty attacca l’Europa: complici degli abusi

ITALY-IMMIGRATION-REFUGEES-RESCUEAmnesty International accusa i leader europei, e soprattutto l’Italia, di essere consapevolmente complici dello sfruttamento e delle torture che decine di migliaia di migranti subiscono in Libia da parte della guardia costiera sostenuta e addestrata dall’Ue e di coloro che gestiscono i campi di detenzione. L’organizzazione ha diffuso un lungo rapporto intitolato ‘Libia: un oscuro intreccio di collusione’, che descrive come i governi europei, pur di bloccare gli arrivi, con gli accordi culminati nel Memorandum d’intesa del febbraio 2017 tra Italia e Libia e adottato il giorno dopo a Malta dall’Ue, stiano attivamente sostenendo un ramificato sistema di violenza. Amnesty ricorda che quasi mezzo milione di persone è riuscito a raggiungere l’Europa negli ultimi tre anni, mentre più di 10mila sono morte nel viaggio e altre 500mila sono bloccate in Libia.

Qui subiscono “terribili abusi”, su cui i riflettori si sono di recente accesi quando Cnn ha diffuso un video che mostra un moderno mercato di schiavi: uomini vengono battuti all’asta e comprati dal miglior offerente. Ma i migranti subiscono anche violazioni “da parte di ufficiali e forze di sicurezza libici”, gruppi armati e gang criminali, ricorda Amnesty, e “tortura, maltrattamenti e detenzione arbitraria in condizioni spaventose, estorsione, lavoro forzato e uccisioni per mano di autorità libiche, milizie e trafficanti”.

In questo contesto, l’organizzazione ha indagato sul ruolo delle autorità europee. “Le scoperte – si legge nel rapporto – hanno fatto luce sulle responsabilità europee, mostrando come l’Ue e i suoi Stati membri, l’Italia in particolare, abbiano perseguito il loro obiettivo di limitare il flusso di rifugiati e migranti nel Mediterraneo, con poco pensiero” per “le conseguenze su chi è rimasto quindi intrappolato in Libia”. Gli Stati del blocco comunitario, secondo Amnesty, “sono entrati in una serie di accordi cooperazione con le autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani”. E le loro azioni, sottolinea, “hanno avuto successo: il numero di arrivi in Italia è calato del 67% tra luglio e novembre 2017”, “ma i Paesi Ue non dovrebbero fingere schock o sdegno per il costo umano”. “Non possono sostenere in modo credibile di non essere a conoscenza delle grave violazioni commesse da alcuni responsabili della detenzione e della Guardia costiera libica con cui stanno assiduamente collaborando”, né “di aver insistito su meccanismi e garanzie sui diritti da parte delle autorità libiche perché in realtà non lo hanno fatto”. Quindi, conclude, “sono complici in questi abusi”.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), alla fine di settembre i migranti bloccati in Libia erano 416.556, ma per molte stime il numero sarebbe in realtà molto più alto. Inoltre, altre stime quantificano in 20mila le persone rinchiuse nei centri di detenzione gestiti dalla divisione Dcim del ministero dell’Interno. Altre migliaia sono però imprigionate da gang criminali e milizie, sottoposti a ricatti, estorsione, tortura e violenze, anche sessuali. “In etrambi i casi, le persone sono detenute in modo illegale”, specifica Amnesty International, ricordando che molti centri detentivi restano off-limit per le agenzie internazionali, che quando sono ammesse lo sono soltanto su base occasionale. A proposito dei soccorsi in mare, l’organizzazione sottolinea che “la Guardia costiera libica è stata responsabile di vari incidenti che hanno messo in pericolo la vita dei migranti e degli operatori delle ong in mare”. Tra essi, ricorda il caso della nave Aquarius del maggio 2017, quando l’azione dei libici “causò il panico” e spinse 60 persone a gettarsi in acqua. Più di recente, il 6 novembre scorso, quello della nave Sea-Watch 3, testimoniata da un video e dai volontari che lo hanno esposto alle autorità italiane ed europee. L’intervento dei libici ha contribuito a un bilancio di cinque morti accertati e 50 persone scomparse. “La nave della Guardia costiera libica responsabile dell’incidente sembra essere Ras Jadir, una delle navi Classe Bigliani donate dall’Italia alle autorità libiche”, sottolinea Amnesty. L’Italia, aggiunge, “per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti e li riporti in Libia, ha anche agito per limitare il lavoro delle ong che conducono operazioni di soccorso in mare, di nuovo con il sostegno di altri governi e istituzioni Ue”.”Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”, ha sottolineato John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa. “I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia” e “consentire l’ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati”, “devono insistere che le autorità libiche pongano fine all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”, ha concluso Dalhuisen.

Luigi Grassi

Dalla Ue una lista nera
dei paradisi fiscali

paradisi-fiscali1Spinta dai continui scandali fiscali che hanno lasciato sempre più indignata l’opinione pubblica, l’Unione europea ha deciso di fare ciò che non aveva mai osato finora: compilare una lista dei ‘paradisi fiscali’, cioè quelle giurisdizioni che favoriscono l’evasione ai danni dei cittadini di tutto il mondo. Nella speranza che, esponendoli alla pubblica gogna e forse anche al rischio di future sanzioni, comincino a collaborare con le autorità fiscali europee smettendo di aiutare gli evasori. “Il processo non si ferma qui, ora dobbiamo aumentare la pressione”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. I ‘paradisi’ individuati dalla Ue sono 17: Samoa e Samoa americane, Bahrain, Barbados, Grenada, Guam, Corea del Sud, Macao, isole Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, Tunisia, Emirati Arabi.

Altri 47 sono invece stati inseriti in una ‘lista grigia’, perché si sono impegnati a cooperare. Ci sono, tra gli altri, anche Svizzera, Turchia, San Marino, Andorra, le Cayman, Jersey e Bermuda. La Ue aveva cominciato dieci mesi fa a valutare i Paesi da inserire nell’elenco. Si partiva da una lista di oltre 90 nomi, da analizzare applicando i criteri individuati dalla Commissione europea: trasparenza, equa tassazione e attuazione degli standard Ocse sullo spostamento dei profitti (BEPS).

Lo screening è stato fatto da esperti nazionali, che a gennaio scorso inviarono a tutti una lettera per informarli dell’avvio del processo. Ad ottobre, ne hanno inviata un’altra per informare chi sarebbe finito accusato per favoreggiamento dell’evasione. Alcuni si sono quindi impegnati a collaborare entro l’anno, e sono cosi’ stati depennati. Solo in 17 non hanno manifestato alcun ‘pentimento’. Per loro, scatteranno per ora le ‘sanzioni amministrative’ decise dall’Ecofin: gli Stati membri potranno cioè decidere di aumentare il monitoraggio, fissare ritenute d’acconto, e nessun fondo europeo potrà essere utilizzato da società che hanno sede in quei Paesi. Per Moscovici bisogna ora lavorare a sanzioni vere, e soprattutto assicurarsi che i 47 della lista grigia facciano quanto promesso. Stessa preoccupazione di Oxfam, che voleva “sin da subito una blacklist Ue più lunga” e che non escludesse i Paesi Ue, perché secondo l’ong almeno 4 “consentono oggi a grandi corporation di minimizzare il proprio carico fiscale”. Archiviata la black list, si passa ora al lavoro sulla riforma dell’Unione economica e monetaria (EMU). La Commissione ha finalizzato il documento che illustra le prossime tappe, cercando un difficile equilibrio tra Nord e Sud, socialisti e popolari, austerità e crescita. Ci sarà la linea di bilancio dell’Eurozona che voleva Macron, e l’incorporamento delle regole di bilancio del Fiscal Compact nei Trattati, come segale ai rigoristi. Ma per accontentare i Paesi del Sud, il fondo salva-Stati Esm aprirà un ‘paracadute’ sul salva-banche, e diventerà anche un Fondo monetario Ue, pronto a intervenire in caso di choc economici o per aiutare gli investimenti.

AVANTI PIANO

Bandiera gb ueLondra e Bruxelles sono più vicine a un accordo sulla prima fase del negoziato per la Brexit. Lo conferma il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dicendosi “incoraggiato dai progressi” fatti e riferendo che l’accordo sul confine irlandese, il “costo del divorzio” e i diritti dei cittadini è “sempre più vicino”. Infatti dopo le ultime concessioni di Theresa May sull’Irlanda del Nord, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha detto che UE e Regno Unito sono “più vicini” a un accordo che permetta al Vertice di dicembre di dire che ci sono progressi sufficienti per passare alla seconda fase dei negoziati.

Tusk ha spiegato di aver avuto una conversazione telefonica con il premier irlandese, Leo Varadkar, sui progressi nei negoziati Brexit sulla questione della frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord. In vista del Vertice europeo del 14 e 15 dicembre “siamo più vicini a progressi sufficienti”, ha scritto Tusk sul suo account Twitter. Secondo diverse indiscrezioni, il premier britannico, Theresa May, avrebbe concesso uno status speciale per l’Irlanda del Nord per evitare il ritorno di una frontiera fisica con un “allineamento” in termini di regolamentazione al mercato unico e all’unione doganale dell’Ue.

Il governo britannico però non ha intenzione di accettare per l’Irlanda del Nord “un allineamento” post Brexit alla normativa Ue che si traduca di fatto in una permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale: soluzione che garantirebbe i confini aperti alle merci con Dublino, ma rischierebbe di creare una barriera con il resto del Regno. Lo afferma alla Bbc una fonte del Dup, il partito unionista nordirlandese il cui sostegno è vitale per garantire la maggioranza al gabinetto di Theresa May.

La formulazione, ha riferito un funzionario di alto livello al Financial Times, verrebbe incontro alle preoccupazioni di Dublino riguardo al ripristino di barriere fisiche lungo il confine tra le due Irlande e non ha trovato opposizione da parte di Londra. L’accordo è stato concluso pochi minuti prima che la premier britannica Theresa May incontrasse il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per un colloquio cruciale per il proseguimento dei negoziati per la Brexit.

La notizia ha anche spinto in alto la sterlina, che era apparsa debole sulle borse asiatiche e nelle prime contrattazioni in Europa. La sterlina infatti si rafforza e viaggia a 1,3506 dollari dopo aver toccato un massimo di seduta a 1,3539 dollari e si apprezza a 87,66 pence per euro, rivedendo i livelli di fine ottobre.

Redazione Avanti!

Manovra, l’Italia sotto la lente della Commissione Ue

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Dopo gli incontri sulle pensioni con i sindacati, arriva l’opinione dell’UE sulla legge di Bilancio per il 2018. Il vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis, ha anticipato: “Dopo aver preso in considerazione i fattori rilevanti come l’incertezza sulla stima dell’output gap, il bisogno di bilanciare l’aggiustamento con il sostegno alla crescita, siamo dell’opinione che serve un aggiustamento fiscale di almeno 0,3 punti l’anno prossimo. E’ lo stesso pianificato dall’Italia, ma attualmente non lo vediamo ancora interamente presente. C’è un rischio di non rispetto del Patto, e quindi la Commissione invita le autorità italiane a prendere le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio per assicurare che sia in linea con il Patto. Il Governo deve usare le entrate impreviste per ridurre il debito. L’economia italiana crescerà quest’anno e il prossimo, ma resta ancora sotto la media Ue, la disoccupazione scende ma resta sopra la media Ue, il debito resta fonte di vulnerabilità che toglie al Paese nel 2017, solo per il suo servizio, il 3,8% del Pil. La situazione economica sta lentamente migliorando ma è importante mettere il debito pubblico su un sentiero discendente. Il debito italiano è un grande costo per l’economia. Al momento viviamo in un ambiente di tassi bassi, ma se c’è un cambio nella politica monetaria, se l’inflazione risale, questo si somma ai costi e può essere fonte di instabilità. Perciò è importante usare questa congiuntura economica per far scendere il debito. La bassa crescita e la scarsa produttività sono un problema strutturale che l’Italia sta affrontando con le riforme. Eppure, se paragoniamo esperienze di altri Paesi fortemente colpiti dalla crisi come Irlanda, Spagna, Paesi Baltici, pure impegnati in un’agenda ambiziosa di riforme, al momento essi sono tra le economie che crescono più rapidamente, a differenza dell’Italia che resta sotto la media Ue”.

Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ed il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici hanno avvisato che la Commissione intende riesaminare il rispetto dell’Italia dell’obiettivo di riduzione del debito nella primavera del 2018. Lo ha reso noto la Commissione europea, nell’ambito del pacchetto di autunno del semestre europeo, approvato oggi dal collegio dei commissari.

Dombrovskis e Moscovici hanno chiesto al governo di spiegare alcuni aspetti delle misure di bilancio adottate per il 2017 e per il 2018. Secondo i commenti di fonti del Mef, il governo è fiducioso che attraverso il dialogo costruttivo con la Commissione potranno essere chiariti i diversi punti di vista, senza la necessità di ricorrere ad ulteriori interventi. Le stesse fonti hanno aggiunto: “La Commissione europea apprezza i risultati del processo di consolidamento dei conti pubblici messo in atto dal governo negli ultimi anni e per il 2018 riconosce la misura dello 0,3% per l’aggiustamento strutturale del bilancio”.

Dombrovskis ha affermato: “Oggi forniamo le opinioni sui documenti programmatici di bilancio ed esortiamo gli Stati membri che rischiano di non rispettare il patto di stabilità a prendere le misure necessarie a correggere il loro percorso di bilancio”. Pierre Moscovici ha aggiunto: “Abbiamo appena inviato una lettera al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in cui sottolineiamo che l’adozione delle sue misure chiave senza alcun annacquamento è cruciale. Manovra che deve essere attuata rigidamente, per realizzare uno sforzo strutturale pari almeno allo 0,3% del Pil. La Commissione europea non è mai qui per porre dei problemi o per additare dei colpevoli, ma per trovare soluzioni nel dialogo. E un buon dialogo si fonda sui fatti”.

Moscovici e Dombrovskis hanno anche detto: “Il debito pubblico italiano nel 2016, era al 132% del Pil, confermando quindi che sono stati fatti progressi insufficienti verso il rispetto del criterio del debito in quell’anno. Guardando avanti, prevediamo che il rapporto debito/Pil dell’Italia si stabilizzi nel 2017 e cali leggermente, al 130,8% nel 2018. Ci sono rischi inerenti alle previsioni per il 2018, connessi a prospettive di crescita nominale peggiori del previsto, ricavi più bassi dalle privatizzazioni e la prevista registrazione statistica delle operazioni di sostegno al settore bancario, come pure un grande stock rimanente di debiti commerciali arretrati della Pubblica amministrazione. Complessivamente, le sfide sulla sostenibilità per l’Italia restano alte nel medio termine. Malgrado il fatto che l’Italia non ha rispettato il criterio del debito nel 2015, la Commissione ha concluso, dopo aver esaminato tutti i fattori rilevanti, che una procedura per deficit eccessivo fondata sul debito non dovesse essere aperta, a patto che l’Italia assicurasse un complessivo rispetto dei requisiti del braccio preventivo (del patto di stabilità, ndr) nel 2016”.

Si tratterebbe di tenere i riflettori puntati, con rinvio ad altra data, quasi certamente a dopo le elezioni, per eventuali decisioni. Invece, è stata scongiurata l’ipotesi più grave, circolata nei giorni scorsi, specialmente dopo le parole non concilianti di un altro vicepresidente della Commissione UE, il finlandese Jyrki Katainen, di un avvio formale di procedura europea per deficit eccessivo che si sarebbe trascinata in piena campagna elettorale. Questo procedimento al momento riguarda solo Francia e Spagna (che hanno già votato).

Anche alla luce di questo scenario molto realistico prospettato dalla Commissione UE, appare sempre più inopportuno lo sciopero deciso dalla CGIL per il 2 dicembre prossimo. Uno sciopero con mere finalità di propaganda elettorale i cui effetti non saranno certamente costruttivi per l’arco politico della sinistra.

Salvatore Rondello