BLOCCO TURCO

C7E114C8-A9C0-4128-B5DB-F6094F2012CB“Non bisogna pensare che le ricerche di gas al largo di Cipro e le iniziative opportunistiche sulle rocce nel Mar Egeo sfuggano alla nostra attenzione. Avvertiamo quelli che hanno superato i limiti a Cipro e nel Mar Egeo di non fare calcoli sbagliati”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp. Da venerdì, la marina militare di Ankara blocca la piattaforma Saipem 12000 dell’Eni al largo di Cipro, che si stava dirigendo verso Cipro per iniziare operazioni di trivellazione su licenza del governo di Nicosia. L’unità, ha detto il portavoce del governo di Nicosia, resta bloccata a circa 50 km dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, a sud-est dell’isola. Ieri l‘AD della società Claudio Descalzi si è detto sorpreso per la vicenda, tuttavia il presidente turco era già stato chiaro all’indomani della sua visita in Italia, dicendosi contrario alle operazioni del gruppo “nel Mediterraneo orientale”. “I lavori (di esplorazione) del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”, aveva sottolineato lo stesso sultano spiegando di aver espresso, nella sua missione a Roma la scorsa settimana, le “preoccupazioni turche” al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.
Tuttavia la vicenda sembra un pretesto per Ankara per riaccendere la tensione nel Mar Egeo con la Grecia. Le autorità di Atene hanno denunciato che la scorsa notte una pattuglia della guardia costiera di Ankara ha speronato un mezzo dei suoi guardacoste nei pressi di alcuni isolotti rocciosi contesi tra i due paesi. Nello scontro, secondo la denuncia greca, non risultano feriti, ma danni alla nave greca, colpita a poppa dalla prua di quella turca. Cipro è uno dei numerosi stati, come Israele e Libano, in competizione per sfruttare i giacimenti del Mediterraneo orientale. Le risorse naturali intorno all‘isola sono rivendicate dall‘autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, che è riconosciuta solo da Ankara (la Turchia occupa militarmente la zona nord di Cipro dal 1974). Nell’interesse geopolitico di Erdogan c’è fare pressioni su Nicosia per far sì che le sue riserve energetiche siano condivise con la parte di Cipro filo-turca.
In queste ore per cercare di fermare la tensione è intervenuta anche l’Europa. L’Unione dei 28 ha chiesto ieri alla Turchia di evitare le minacce e di “astenersi da qualsiasi azione che possa danneggiare i buon rapporti di vicinato”. Mentre oggi l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini ha incontrato il ministro degli Esteri turco Mevlut Casavoglu, a margine di un vertice in Kuwait, per parlare della situazione a Cipro, al largo delle cui acque la marina militare di Ankara blocca le trivellazioni della piattaforma Saipem 12000 dell’Eni. Lo ha annunciato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas.
“Seguiamo la situazione molto da vicino”, ha spiegato Schinas, che ha ribadito l’invito alla Turchia ad evitare “frizioni” con i Paesi Ue e ad impegnarsi “ad una soluzione pacifica delle dispute, a buoni rapporti di vicinato e a rispettare la sovranità” degli Stati. Inoltre, il portavoce ha sollecitato la Turchia ad evitare “dichiarazioni negative che possono danneggiare buone relazioni di vicinato, specialmente in vista del vertice” della Turchia con le istituzioni Ue a Varna.
L’Alto rappresentante ha sollevato la questione di Cipro nel suo incontro col ministro turco, dopo ave avuto vari contatti, incluso col premier Paolo Gentiloni ed il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, secondo quanto si apprende da fonti europee. L’italia si aspetta una “soluzione condivisa nel rispetto del diritto internazionale e nell’interesse sia dell’Eni, sia dei paesi della regione, sia delle due comunità cipriote”. Dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano al collega turco Mevlut Cavusoglu, incontrato oggi in Kuwait a margine della ministeriale anti-Isis.

PARTITA APERTA

ema milano

Le possibilità sono basse, ma è un dovere provarci. È la posizione del Governo sul ricorso per l’assegnazione dell’agenzia del Farmaco. “Dobbiamo provarci, sapendo che l’Ema è importantissima, interessa la salute di tutti i cittadini”. Lo ha detto il presidente del consiglio Paolo Gentiloni che ha spiegato: “C’è stata la gara tra 27 Paesi, noi abbiamo fatto un figurone perché siamo arrivati primi e poi abbiamo perso il sorteggio ma poi è emerso che ci sono informazioni incomplete nel dossier di Amsterdam. Chiediamo alla Corte di Giustizia e poi al Parlamento Ue di valutare. La partita non è chiusa ma non dobbiamo farci illusioni che sia facile riaprirla perché ci sono state procedure seguite”.

Alla base del ricorso presentato dall’Italia “la non corrispondenza alla realtà dei fatti a quanto rappresentato nell’offerta”. Elementi che secondo il Governo non possono “non riverberarsi sulla validità della decisione finale”. Il documento poggia su un motivo unico di ricorso: “sviamento di potere per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti”. Nella parte dedicata ai “dubbi circa la rispondenza della scelta di Amsterdam rispetto ai criteri approvati”, il ricorso prospetta che “risulterebbe, in particolare, non soddisfatto il primo requisito, vale a dire la garanzia che l’Agenzia potrà essere operativa e completamente funzionante dalla data di uscita del Regno Unito dall’Unione europea (30 marzo 2019). Inoltre “risulterebbe non rispettato il quinto requisito, concernente la continuità funzionale dell’Agenzia, in particolare garantendo una transizione rapida e senza soluzione di continuità nella nuova sede”. Uno “stato di cose” che “giustifica il dubbio che la scelta dell’offerta presentata da Amsterdam sia il frutto di una rappresentazione della situazione di fatto non corrispondente al vero o, quanto meno, di un’istruttoria carente e lacunosa”.

A sostenere le ragioni del ricorso Giovanni La Via, Relatore per la commissione ambiente del Parlamento europeo: “Abbiamo chiesto di fare una visita con la Commissione ambiente presso i locali temporanei e definitivi che il governo olandese ha messo a disposizione per la sede dell’agenzia europea del farmaco”. “Io ho fatto la richiesta formale oggi all’ambasciatore olandese e organizzeremo nei prossimi giorni o nelle prossime settimane un sopralluogo”, ha aggiunto. L’europarlamentare ha poi aggiunto che “al Parlamento europeo è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti” in Commissione e che “ne sono stati presentati poco più di 50, alcuni che riguardano la sostituzione di Amsterdam con Milano e altri che riguardano città francesi”, ma “potrebbero esserci anche proposte di altri Paesi”. La Via ha poi sottolineato che “ci sono anche degli emendamenti che richiedono una garanzia che nella scelta della sede venga garantita l’operatività dell’Ema” e sono tra quelli “più importanti”, in quanto “il nostro primo obiettivo è garantire la funzionalità dell’agenzia”.

Secondo il governo italiano “la Corte, se acconsentirà a utilizzare i propri poteri istruttori”, “sarà certamente in grado di appurare, con ancora maggiore dettaglio, l’effettività della situazione di fatto”. “Si confida che da tale istruttoria dibattimentale – si legge ancora nel documento – non potrà che emergere l’invalidità della designazione di Amsterdam”. In buona sostanza si chiede l’annullamento della decisione adottata il 20 novembre scorso e “stabilire l’assegnazione della sede alla città di Milano”. Il documento chiede inoltre “in via istruttoria”, di “richiedere al Regno dei Paesi Bassi, all’Ema e a ogni altra istituzione, organo o organismo, di fornire tutte le informazioni necessarie a dar conto dell’idoneità di Amsterdam quale sede dell’Ema, a soddisfare i criteri”. Si chiede infine di “disporre ogni altro eventuale mezzo istruttorio ritenuto utile all’accertamento dei fatti”.

“Milano – è il commento del Ministro dell’economia Padoan – è assolutamente pronta e ha il livello più elevato e possibile di offerta di servizi e accoglienza per una istituzione internazionale. Il governo – aggiunge – si sta muovendo insieme al Comune per vedere come si possa aprire uno spiraglio nell’ambito delle regole europee. In ogni caso è una soddisfazione per Milano dire ‘noi siamo pronti e altri non lo sono'”.

In tutti i ricorsi sono due: uno è dell’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue con la richiesta di annullare la decisione del Consiglio Ue, e l’altro del Comune di Milano davanti al Tribunale dell’Ue, anche in questo caso con la richiesta di annullamento della decisione del Consiglio. Un questione nella quale però la Commissione europea non vuole entrare: “non è parte” del dibattito sull’Ema, che sembra essere “un dibattito molto vicino alla campagna elettorale italiana”. Così ha detto il commissario alla salute Vytenis Andriukaitis. Ma su questo tema la posizione italiana è sempre stata molto unitaria, non sarebbe quindi questo un tema divisivo tra le forze politiche.

“La Commissione segue le decisioni del Consiglio e prepara la loro implementazione”, ha detto Andriukaitis, spiegando che Bruxelles è al lavoro con le autorita’ olandesi per preparare il trasferimento dell’Ema. “La Commisisone non è responsabile della decisione ma della sua attuazione” in quanto guardiana dei Trattati, ha aggiunto.

Polonia, decisione storica dell’Ue per lo Stato di diritto

ziobroPer la prima volta nella storia, la Commissione europea ha deciso di attivare contro Varsavia la procedura prevista dall’articolo 7 (l’ultima fase della procedura di infrazione sul sistema giudiziario ordinario) del Trattato per il rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori fondamentali dell’Ue. La Commissione Europea “ha concluso che esiste un chiaro rischio di seria violazione dello Stato di diritto in Polonia”, ha dichiarato il vicepresidente Frans Timmermans, precisando che le riforme attuate nel settore giudiziario comportano che ora nel Paese “la magistratura si trova sotto il controllo politico della maggioranza di governo”.
Nel mirino di Bruxelles vi è una ampia riforma della magistratura, che secondo l’esecutivo comunitario comporta un pericolo di politicizzazione dei magistrati. In particolare le due leggi, una sul Consiglio della magistratura, e una sulla Corte suprema, che affidano i poteri di nomina dei nuovi membri a guardasigilli e presidente, privando la magistratura della propria autonomia.
L‘esecutivo comunitario ha comunque dato tre mesi a Varsavia, dove il nuovo primo ministro si è insediato solo questo mese, per rimediare alla situazione e ha aggiunto che tornerà sui suoi passi se tutto verrà rivisto.
Ma la Polonia andrà avanti, così come dichiarato oggi dal Guardasigilli Zbigniew Ziobro, secondo il quale “si tratta di una mossa politica” di Bruxelles, che cerca di esercitare pressione. La Polonia, ha aggiunto, rispetta lo stato di diritto e le soluzioni che si propone di implementare in questo paese esistono in altri diversi paesi.
Il vice presidente della Commissione, Frans Timmermans, che negli ultimi due anni ha condotto i colloqui col governo polacco, dominato dal leader del partito Legge e Giustizia Jaroslaw Kaczynski, ha detto di star agendo con “la morte nel cuore”, ma di essere obbligato a intraprendere azioni per proteggere l‘Unione nel suo insieme. Inoltre Timmersmans ha lasciato le porte aperte a Varsavia: ”Siamo aperti al dialogo 24 ore su 24, sette giorni su sette”, sottolineando però che “come guardiani del trattato, la Commissione ha la massima responsabilità… Se l‘applicazione dello stato di diritto viene lasciata completamente ai singoli Stati membri, ne soffrirà l‘intera Ue”.
Ora se Varsavia dovesse continuare su questa strada e nel caso in cui il Consiglio dovesse andare avanti con la procedura, la Polonia sarebbe sottoposta a diverse sanzioni, la più grave delle quali è la perdita del diritto di voto nel Consiglio.

Migranti, Amnesty attacca l’Europa: complici degli abusi

ITALY-IMMIGRATION-REFUGEES-RESCUEAmnesty International accusa i leader europei, e soprattutto l’Italia, di essere consapevolmente complici dello sfruttamento e delle torture che decine di migliaia di migranti subiscono in Libia da parte della guardia costiera sostenuta e addestrata dall’Ue e di coloro che gestiscono i campi di detenzione. L’organizzazione ha diffuso un lungo rapporto intitolato ‘Libia: un oscuro intreccio di collusione’, che descrive come i governi europei, pur di bloccare gli arrivi, con gli accordi culminati nel Memorandum d’intesa del febbraio 2017 tra Italia e Libia e adottato il giorno dopo a Malta dall’Ue, stiano attivamente sostenendo un ramificato sistema di violenza. Amnesty ricorda che quasi mezzo milione di persone è riuscito a raggiungere l’Europa negli ultimi tre anni, mentre più di 10mila sono morte nel viaggio e altre 500mila sono bloccate in Libia.

Qui subiscono “terribili abusi”, su cui i riflettori si sono di recente accesi quando Cnn ha diffuso un video che mostra un moderno mercato di schiavi: uomini vengono battuti all’asta e comprati dal miglior offerente. Ma i migranti subiscono anche violazioni “da parte di ufficiali e forze di sicurezza libici”, gruppi armati e gang criminali, ricorda Amnesty, e “tortura, maltrattamenti e detenzione arbitraria in condizioni spaventose, estorsione, lavoro forzato e uccisioni per mano di autorità libiche, milizie e trafficanti”.

In questo contesto, l’organizzazione ha indagato sul ruolo delle autorità europee. “Le scoperte – si legge nel rapporto – hanno fatto luce sulle responsabilità europee, mostrando come l’Ue e i suoi Stati membri, l’Italia in particolare, abbiano perseguito il loro obiettivo di limitare il flusso di rifugiati e migranti nel Mediterraneo, con poco pensiero” per “le conseguenze su chi è rimasto quindi intrappolato in Libia”. Gli Stati del blocco comunitario, secondo Amnesty, “sono entrati in una serie di accordi cooperazione con le autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani”. E le loro azioni, sottolinea, “hanno avuto successo: il numero di arrivi in Italia è calato del 67% tra luglio e novembre 2017”, “ma i Paesi Ue non dovrebbero fingere schock o sdegno per il costo umano”. “Non possono sostenere in modo credibile di non essere a conoscenza delle grave violazioni commesse da alcuni responsabili della detenzione e della Guardia costiera libica con cui stanno assiduamente collaborando”, né “di aver insistito su meccanismi e garanzie sui diritti da parte delle autorità libiche perché in realtà non lo hanno fatto”. Quindi, conclude, “sono complici in questi abusi”.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), alla fine di settembre i migranti bloccati in Libia erano 416.556, ma per molte stime il numero sarebbe in realtà molto più alto. Inoltre, altre stime quantificano in 20mila le persone rinchiuse nei centri di detenzione gestiti dalla divisione Dcim del ministero dell’Interno. Altre migliaia sono però imprigionate da gang criminali e milizie, sottoposti a ricatti, estorsione, tortura e violenze, anche sessuali. “In etrambi i casi, le persone sono detenute in modo illegale”, specifica Amnesty International, ricordando che molti centri detentivi restano off-limit per le agenzie internazionali, che quando sono ammesse lo sono soltanto su base occasionale. A proposito dei soccorsi in mare, l’organizzazione sottolinea che “la Guardia costiera libica è stata responsabile di vari incidenti che hanno messo in pericolo la vita dei migranti e degli operatori delle ong in mare”. Tra essi, ricorda il caso della nave Aquarius del maggio 2017, quando l’azione dei libici “causò il panico” e spinse 60 persone a gettarsi in acqua. Più di recente, il 6 novembre scorso, quello della nave Sea-Watch 3, testimoniata da un video e dai volontari che lo hanno esposto alle autorità italiane ed europee. L’intervento dei libici ha contribuito a un bilancio di cinque morti accertati e 50 persone scomparse. “La nave della Guardia costiera libica responsabile dell’incidente sembra essere Ras Jadir, una delle navi Classe Bigliani donate dall’Italia alle autorità libiche”, sottolinea Amnesty. L’Italia, aggiunge, “per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti e li riporti in Libia, ha anche agito per limitare il lavoro delle ong che conducono operazioni di soccorso in mare, di nuovo con il sostegno di altri governi e istituzioni Ue”.”Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”, ha sottolineato John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa. “I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia” e “consentire l’ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati”, “devono insistere che le autorità libiche pongano fine all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”, ha concluso Dalhuisen.

Luigi Grassi

Dalla Ue una lista nera
dei paradisi fiscali

paradisi-fiscali1Spinta dai continui scandali fiscali che hanno lasciato sempre più indignata l’opinione pubblica, l’Unione europea ha deciso di fare ciò che non aveva mai osato finora: compilare una lista dei ‘paradisi fiscali’, cioè quelle giurisdizioni che favoriscono l’evasione ai danni dei cittadini di tutto il mondo. Nella speranza che, esponendoli alla pubblica gogna e forse anche al rischio di future sanzioni, comincino a collaborare con le autorità fiscali europee smettendo di aiutare gli evasori. “Il processo non si ferma qui, ora dobbiamo aumentare la pressione”, ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. I ‘paradisi’ individuati dalla Ue sono 17: Samoa e Samoa americane, Bahrain, Barbados, Grenada, Guam, Corea del Sud, Macao, isole Marshall, Mongolia, Namibia, Palau, Panama, Santa Lucia, Trinidad e Tobago, Tunisia, Emirati Arabi.

Altri 47 sono invece stati inseriti in una ‘lista grigia’, perché si sono impegnati a cooperare. Ci sono, tra gli altri, anche Svizzera, Turchia, San Marino, Andorra, le Cayman, Jersey e Bermuda. La Ue aveva cominciato dieci mesi fa a valutare i Paesi da inserire nell’elenco. Si partiva da una lista di oltre 90 nomi, da analizzare applicando i criteri individuati dalla Commissione europea: trasparenza, equa tassazione e attuazione degli standard Ocse sullo spostamento dei profitti (BEPS).

Lo screening è stato fatto da esperti nazionali, che a gennaio scorso inviarono a tutti una lettera per informarli dell’avvio del processo. Ad ottobre, ne hanno inviata un’altra per informare chi sarebbe finito accusato per favoreggiamento dell’evasione. Alcuni si sono quindi impegnati a collaborare entro l’anno, e sono cosi’ stati depennati. Solo in 17 non hanno manifestato alcun ‘pentimento’. Per loro, scatteranno per ora le ‘sanzioni amministrative’ decise dall’Ecofin: gli Stati membri potranno cioè decidere di aumentare il monitoraggio, fissare ritenute d’acconto, e nessun fondo europeo potrà essere utilizzato da società che hanno sede in quei Paesi. Per Moscovici bisogna ora lavorare a sanzioni vere, e soprattutto assicurarsi che i 47 della lista grigia facciano quanto promesso. Stessa preoccupazione di Oxfam, che voleva “sin da subito una blacklist Ue più lunga” e che non escludesse i Paesi Ue, perché secondo l’ong almeno 4 “consentono oggi a grandi corporation di minimizzare il proprio carico fiscale”. Archiviata la black list, si passa ora al lavoro sulla riforma dell’Unione economica e monetaria (EMU). La Commissione ha finalizzato il documento che illustra le prossime tappe, cercando un difficile equilibrio tra Nord e Sud, socialisti e popolari, austerità e crescita. Ci sarà la linea di bilancio dell’Eurozona che voleva Macron, e l’incorporamento delle regole di bilancio del Fiscal Compact nei Trattati, come segale ai rigoristi. Ma per accontentare i Paesi del Sud, il fondo salva-Stati Esm aprirà un ‘paracadute’ sul salva-banche, e diventerà anche un Fondo monetario Ue, pronto a intervenire in caso di choc economici o per aiutare gli investimenti.

AVANTI PIANO

Bandiera gb ueLondra e Bruxelles sono più vicine a un accordo sulla prima fase del negoziato per la Brexit. Lo conferma il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, dicendosi “incoraggiato dai progressi” fatti e riferendo che l’accordo sul confine irlandese, il “costo del divorzio” e i diritti dei cittadini è “sempre più vicino”. Infatti dopo le ultime concessioni di Theresa May sull’Irlanda del Nord, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha detto che UE e Regno Unito sono “più vicini” a un accordo che permetta al Vertice di dicembre di dire che ci sono progressi sufficienti per passare alla seconda fase dei negoziati.

Tusk ha spiegato di aver avuto una conversazione telefonica con il premier irlandese, Leo Varadkar, sui progressi nei negoziati Brexit sulla questione della frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord. In vista del Vertice europeo del 14 e 15 dicembre “siamo più vicini a progressi sufficienti”, ha scritto Tusk sul suo account Twitter. Secondo diverse indiscrezioni, il premier britannico, Theresa May, avrebbe concesso uno status speciale per l’Irlanda del Nord per evitare il ritorno di una frontiera fisica con un “allineamento” in termini di regolamentazione al mercato unico e all’unione doganale dell’Ue.

Il governo britannico però non ha intenzione di accettare per l’Irlanda del Nord “un allineamento” post Brexit alla normativa Ue che si traduca di fatto in una permanenza nel mercato unico e nell’unione doganale: soluzione che garantirebbe i confini aperti alle merci con Dublino, ma rischierebbe di creare una barriera con il resto del Regno. Lo afferma alla Bbc una fonte del Dup, il partito unionista nordirlandese il cui sostegno è vitale per garantire la maggioranza al gabinetto di Theresa May.

La formulazione, ha riferito un funzionario di alto livello al Financial Times, verrebbe incontro alle preoccupazioni di Dublino riguardo al ripristino di barriere fisiche lungo il confine tra le due Irlande e non ha trovato opposizione da parte di Londra. L’accordo è stato concluso pochi minuti prima che la premier britannica Theresa May incontrasse il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per un colloquio cruciale per il proseguimento dei negoziati per la Brexit.

La notizia ha anche spinto in alto la sterlina, che era apparsa debole sulle borse asiatiche e nelle prime contrattazioni in Europa. La sterlina infatti si rafforza e viaggia a 1,3506 dollari dopo aver toccato un massimo di seduta a 1,3539 dollari e si apprezza a 87,66 pence per euro, rivedendo i livelli di fine ottobre.

Redazione Avanti!

Manovra, l’Italia sotto la lente della Commissione Ue

commissione-europea

Dopo gli incontri sulle pensioni con i sindacati, arriva l’opinione dell’UE sulla legge di Bilancio per il 2018. Il vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis, ha anticipato: “Dopo aver preso in considerazione i fattori rilevanti come l’incertezza sulla stima dell’output gap, il bisogno di bilanciare l’aggiustamento con il sostegno alla crescita, siamo dell’opinione che serve un aggiustamento fiscale di almeno 0,3 punti l’anno prossimo. E’ lo stesso pianificato dall’Italia, ma attualmente non lo vediamo ancora interamente presente. C’è un rischio di non rispetto del Patto, e quindi la Commissione invita le autorità italiane a prendere le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio per assicurare che sia in linea con il Patto. Il Governo deve usare le entrate impreviste per ridurre il debito. L’economia italiana crescerà quest’anno e il prossimo, ma resta ancora sotto la media Ue, la disoccupazione scende ma resta sopra la media Ue, il debito resta fonte di vulnerabilità che toglie al Paese nel 2017, solo per il suo servizio, il 3,8% del Pil. La situazione economica sta lentamente migliorando ma è importante mettere il debito pubblico su un sentiero discendente. Il debito italiano è un grande costo per l’economia. Al momento viviamo in un ambiente di tassi bassi, ma se c’è un cambio nella politica monetaria, se l’inflazione risale, questo si somma ai costi e può essere fonte di instabilità. Perciò è importante usare questa congiuntura economica per far scendere il debito. La bassa crescita e la scarsa produttività sono un problema strutturale che l’Italia sta affrontando con le riforme. Eppure, se paragoniamo esperienze di altri Paesi fortemente colpiti dalla crisi come Irlanda, Spagna, Paesi Baltici, pure impegnati in un’agenda ambiziosa di riforme, al momento essi sono tra le economie che crescono più rapidamente, a differenza dell’Italia che resta sotto la media Ue”.

Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ed il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici hanno avvisato che la Commissione intende riesaminare il rispetto dell’Italia dell’obiettivo di riduzione del debito nella primavera del 2018. Lo ha reso noto la Commissione europea, nell’ambito del pacchetto di autunno del semestre europeo, approvato oggi dal collegio dei commissari.

Dombrovskis e Moscovici hanno chiesto al governo di spiegare alcuni aspetti delle misure di bilancio adottate per il 2017 e per il 2018. Secondo i commenti di fonti del Mef, il governo è fiducioso che attraverso il dialogo costruttivo con la Commissione potranno essere chiariti i diversi punti di vista, senza la necessità di ricorrere ad ulteriori interventi. Le stesse fonti hanno aggiunto: “La Commissione europea apprezza i risultati del processo di consolidamento dei conti pubblici messo in atto dal governo negli ultimi anni e per il 2018 riconosce la misura dello 0,3% per l’aggiustamento strutturale del bilancio”.

Dombrovskis ha affermato: “Oggi forniamo le opinioni sui documenti programmatici di bilancio ed esortiamo gli Stati membri che rischiano di non rispettare il patto di stabilità a prendere le misure necessarie a correggere il loro percorso di bilancio”. Pierre Moscovici ha aggiunto: “Abbiamo appena inviato una lettera al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in cui sottolineiamo che l’adozione delle sue misure chiave senza alcun annacquamento è cruciale. Manovra che deve essere attuata rigidamente, per realizzare uno sforzo strutturale pari almeno allo 0,3% del Pil. La Commissione europea non è mai qui per porre dei problemi o per additare dei colpevoli, ma per trovare soluzioni nel dialogo. E un buon dialogo si fonda sui fatti”.

Moscovici e Dombrovskis hanno anche detto: “Il debito pubblico italiano nel 2016, era al 132% del Pil, confermando quindi che sono stati fatti progressi insufficienti verso il rispetto del criterio del debito in quell’anno. Guardando avanti, prevediamo che il rapporto debito/Pil dell’Italia si stabilizzi nel 2017 e cali leggermente, al 130,8% nel 2018. Ci sono rischi inerenti alle previsioni per il 2018, connessi a prospettive di crescita nominale peggiori del previsto, ricavi più bassi dalle privatizzazioni e la prevista registrazione statistica delle operazioni di sostegno al settore bancario, come pure un grande stock rimanente di debiti commerciali arretrati della Pubblica amministrazione. Complessivamente, le sfide sulla sostenibilità per l’Italia restano alte nel medio termine. Malgrado il fatto che l’Italia non ha rispettato il criterio del debito nel 2015, la Commissione ha concluso, dopo aver esaminato tutti i fattori rilevanti, che una procedura per deficit eccessivo fondata sul debito non dovesse essere aperta, a patto che l’Italia assicurasse un complessivo rispetto dei requisiti del braccio preventivo (del patto di stabilità, ndr) nel 2016”.

Si tratterebbe di tenere i riflettori puntati, con rinvio ad altra data, quasi certamente a dopo le elezioni, per eventuali decisioni. Invece, è stata scongiurata l’ipotesi più grave, circolata nei giorni scorsi, specialmente dopo le parole non concilianti di un altro vicepresidente della Commissione UE, il finlandese Jyrki Katainen, di un avvio formale di procedura europea per deficit eccessivo che si sarebbe trascinata in piena campagna elettorale. Questo procedimento al momento riguarda solo Francia e Spagna (che hanno già votato).

Anche alla luce di questo scenario molto realistico prospettato dalla Commissione UE, appare sempre più inopportuno lo sciopero deciso dalla CGIL per il 2 dicembre prossimo. Uno sciopero con mere finalità di propaganda elettorale i cui effetti non saranno certamente costruttivi per l’arco politico della sinistra.

Salvatore Rondello

Brexit. Davis avverte: “Possiamo uscire senza accordo”

david davisDopo mesi di stallo e di frustrazioni per il divorzio tra l’Europa e la Gran Bretagna ora a smuovere le acque ci pensa il ministro britannico per la Brexit, David Davis, che pur restando fiducioso sull’intesa con Bruxelles ribadisce la determinazione di Londra a lasciare il blocco dei 28. “Raggiungere un accordo con l‘Unione europea è di gran lunga l‘esito più probabile e il migliore per il nostro Paese”, ha detto Davis, ma ha aggiunto: “Non penso sarebbe nell‘interesse di entrambe le parti non raggiungere un accordo. Ma è giusto che un governo responsabile faccia dei piani per ogni eventualità”. L’avvertimento di Davis arriva dopo che il governo di Theresa May avrebbe accettato anche di mettere una cifra più alta del previsto (circa 40 miliardi di sterline) sul piatto dei negoziati con Bruxelles per la Brexit.
Il punto di disaccordo è ancora una volta ‘la buona uscita’ che i 28 vogliono dal Regno Unito che da parte sua vuole garanzie sul piano commerciale: la Gran Bretagna vuole che i colloqui affrontino il tema delle future relazioni commerciali con l‘Ue mentre quest‘ultima non intende valutare la questione fin quando Londra non accetterà di regolare le cifre dovute a Bruxelles. La Gran Bretagna ha precedentemente offerto circa 20 miliardi di euro (18 miliardi di sterline), ma l’UE vuole almeno 60 miliardi di euro (53 miliardi di sterline).
E mentre Davis sostiene di essere “inequivocabilmente” alla ricerca di un accordo, fa sapere che la Gran Bretagna è anche pronta a far fallire i colloqui. Da parte del negoziatore europeo Michel Barnier si sente l’esigenza di sbloccare una situazione ai limiti della sopportazione. Tanto che Barnier ha anche canzonato la May, lunedì, sullo slogan con cui la Premier inglese aveva chiarito la sua posizione sull’uscita: “Brexit means Brexit”. Così ha ripetuto Barnier: “Proprio quelli che vogliono ‘liberare’ il Regno Unito ora sostengono che dovrebbe conservare un ruolo in alcune delle agenzie europee. […] L’Europa a 27 continuerà a portare avanti il lavoro di queste agenzie, insieme, condividendo i costi di mantenimento. Le nostre imprese continueranno a trarre beneficio dalle competenze create. Il loro lavoro è interamente basato su quei trattati europei che il Regno Unito ha deciso di abbandonare”.

La governance unitaria dell’area euro pilastro della crescita inclusiva

europa

Dopo le celebrazioni dei sessant’anni dell’UE, celebrate a Roma nel marzo scorso, è stato rilanciato l’antico tema dell’Europa a più velocità, presentato ora nella forma di “pluralità di cooperazioni rafforzate”, o di “integrazione differenziata”. Queste formule, ancora più che nel passato, sono proposte oggi al fine di favorire la convergenza dei sistemi economici dei Paesi membri, considerata strumentale rispetto alla ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa.

Le formule, al di là del proposito condivisibile che esse si prefiggono, ovvero di porre in cima all’agenda delle Istituzioni europee la ripresa accelerata del processo di unificazione che la Grande Recessione ha quasi completamente interrotto, esprimono, però, un concetto ossimorico; nel senso che esse contengono intrinsecamente una contraddizione, al pari di quella un tempo espressa dal leader comunista Palmiro Togliatti nella forma di “unità nella diversità”, con la quale egli riteneva che il suo partito, pur continuando a rimanere ancorato al “centralismo democratico”, dovesse cominciare a sentire l’esigenza di rendere visibili quelle che, al suo interno, erano le diverse sensibilità e opzioni politiche.

Si deve, però, tenere presente che il motto “unità nella diversità” appartiene, si può dire, al DNA dell’Unione Europea; oggi, pur modificato in “uniti nella diversità”, il motto è scritto nella bozza della Costituzione europea, apparendo anche nei siti web ufficiali dell’Unione. Inoltre, il motto è adottato da molti Paesi per esprimere la loro unità. Tuttavia, un conto è adottare il motto per comunicare un ideale condiviso, un altro conto è adottarlo come “stella polare” delle decisioni politiche dei Paesi membri dell’Unione, al fine di perseguire la convergenza sul piano economico ed eliminare le differenza esistenti tra i Paesi membri, che sinora, già da prima dell’inizio della crisi iniziata nel 2007/2008, ha fatto segnare il passo al processo di unificazione politica dell’Europa.

Paolo Guerrieri, economista dell’Università “La Sapienza” di Roma, in “La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità” (“Italianieuropei, n. 3/2017), affronta l’argomento in una prospettiva diversa da quella che sembra essere quella prevalente; nel senso che, egli, a differenza di chi sceglie la via della diversità per suggerire l’opportunità di una leadership europea assegnata a un “Direttorio” espresso dai Paesi economicamente “più forti”, oppure per indicare i settori specifici che potrebbero essere oggetto di politiche differenziate, Guerrieri, al contrario, afferma che è responsabilità collettiva di tutti i Paesi dell’Eurozona affrontare il problema delle differenti situazioni economiche tra loro esistenti.

Guerrieri sottolinea che, in parte, un’Europa a più velocità esprime una situazione che di fatto già esiste; basti pensare alla diverse situazioni che sono nate all’interno del contesto dell’Unione Europea, a seguito della rinuncia di un dato Paese ad adottare una certa regola decisa dall’Unione stessa. In generale, il diritto dell’Unione europea è valido in tutti i Paesi membri dell’UE; in alcuni casi però gli Stati membri hanno negoziato degli “opt-out” dalla legislazione o dai trattati dell’Unione, ovvero hanno rinunciano a partecipare alle strutture comuni in un determinato campo (è il caso, dopo l’uscita dall’Unione del Regno Unito, di Danimarca, Irlanda, Polonia e Svezia).

Pur essendo diverse le materie riguardo alle quali i Paesi membri possono trovare ulteriori compromessi implicanti situazioni differenziate, nessun compromesso, implicante “velocità differenziate”, è possibile raggiungere riguardo “ai temi dell’economia europea e della governance dell’area euro”; ciò, perché, a parere di Guerrieri, non è possibile “dividere in due l’area euro, arrivando a creare due monete, un euro di serie A e un altro di serie B […]. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna. […] Se è vero che con la moneta unica si è fatto un passo decisivo vero l’integrazione dell’Europa, è altrettanto vero che ora occorre fare un passo successivo, quello del completamento dell’Unione Monetaria Europea”. Obiettivo, questo, prioritario, se si vuole, previa rimozione delle differenze economiche esistenti tra i Paesi dell’Eurozona, riprendere il tanto agognato processo di unificazione politica dell’Europa.

Il completamento dell’unione monetaria, infatti, consentirebbe, non solo di dotare l’Europa di una maggiore “resilienza dell’Eurozona”, cioè di una maggiore capacità delle economie europee di resistere ai fenomeni destabilizzanti provenienti dal suo esterno, ma anche, da un lato, di sostenere una crescita comune e, dall’altro lato, di rendere tale crescita “inclusiva”, cioè a vantaggio di tutti (inclusi i Paesi estranei all’euro, ma facenti parte dell’Unione), non solo di pochi.

Per il completamento dell’unione monetaria – afferma Guerrieri – è soprattutto necessario varare e completare le misure idonee a “diminuire la fragilità dell’area euro”, al fine di evitare che, nel caso di una nuova crisi finanziaria, sul tipo di quella della quale l’Europa sta ancora subendo gli effetti negativi, sia attrezzata per affrontarla. A tal fine, si tratta, soprattutto, per un verso, di completare la riforma bancaria e, per un altro verso, di disciplinare a livello europeo il processo di indebitamento degli Stati, nonché di rafforzare, sempre a livello europeo, il meccanismo di stabilizzazione.

Il completamento della riforma bancaria rappresenterà l’indispensabile complemento dell’Unione Economica e Monetaria e del mercato interno; essa consentirà di rafforzare la capacità del settore bancario europeo di resistere agli shock, di migliorare la gestione del rischio e di garantire normali attività di prestito anche durante i periodi di instabilità economica. A tal fine, l’Unione europea ha adottato una serie di direttive comuni, tra le quella spiccano quelle relative al regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche; al rafforzamento dei sistemi di vigilanza sugli istituti di credito, che riunirà in capo alla Banca Centrale Europea il controllo dell’intero settore bancario; al risanamento degli enti creditizi in dissesto, con la costituzione di un fondo di risoluzione comune, finanziato dal settore bancario. In fine, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un sistema unico di garanzia dei depositi, che dovrà condurre gradualmente ad un sistema di condivisione piena dei rischi connessi ai depositi bancari, attraverso la creazione di un fondo comune, obbligatorio per tutti i Paesi della zona euro, ugualmente finanziato dal sistema bancario.

Riguardo alle modalità attraverso le quali completare l’Unione bancaria, esistono però dei contrasti che Guerrieri riassume nella contrapposizione tra le tesi di alcuni Paesi, quali la Germania ed altri Paesi del Nord dell’Europa, che sostengono la necessità di una riduzione dei rischi connessi ai debiti sovrani di alcuni Paesi del Sud dell’Europa, ed altri membri dell’Eurozona, tra i quali l’Italia, i quali ritengono che riduzione e condivisione dei rischi costituiscano “due processi da portare avanti in parallelo”; la contrapposizione evidenzia che, per la prima categoria di Paesi (in particolare per la Germania), “per rafforzare la stabilità finanziaria si dovrebbero prevedere in primo luogo misure per limitare l’esposizione dei sistemi bancari dei singoli Paesi nei confronti dei possibili default del debito sovrano”. Al riguardo, a parere di Guerrieri, malgrado la persistenza delle posizioni contrapposte, esistono reali possibilità di un compromesso tra le posizione dei due gruppi di Paesi che, peraltro, si sono sempre “scontrati” sul tentativo di pervenire al possibile compromesso.

L’unione monetaria dovrebbe inoltre essere supportata da una riforma della governance dell’area dell’euro, finalizzata a promuovere la crescita e a contrastare le “divergenti performance” esistenti tra i Paesi membri dell’Eurozona. La crescita dei Paesi dell’intera area, dopo una prolungata fase di ristagno, ha ripreso a manifestarsi e a consolidarsi, sia pure secondo ritmi differenti; essa però – afferma Guerrieri – “rimane su ritmi relativamente modesti se confrontati con tutte le fasi di espansione degli ultimi tre decenni”. Di qui l’urgenza di riforme per introdurre nuovi strumenti utili al sostegno della crescita; le riforme strutturali possono costituire un primo passo importante per “accrescere il prodotto potenziale”, ma acconto ad esse devono essere avviate politiche fiscali espansive, sia per sostenere la domanda globale aggregata, che per sostenere l’incremento degli investimenti europei finalizzati ad accrescere la capacità di offerta di lungo periodo dell’intera area dell’euro; favoriti, questi investimenti, da un’integrazione del “patto di stabilità”, utile a consentire “ai governi nazionali il finanziamento di investimenti pubblici anche attraverso l’accensione di debiti”.

Infine, sempre nella prospettiva di potenziare l’area dell’unione monetaria, occorre considerare che il rilancio della crescita in termini puramente quantitativi non sarà sufficiente, in quanto sarà necessario che la crescita sia di natura inclusiva, “caratterizzata allo stesso tempo da più efficienza e più equità”; ciò, perché sarà inevitabile – afferma Guerrieri – rimuovere la piaga dell’esclusione diffusasi negli ultimi decenni con l’approfondimento e l’allargamento delle disuguaglianze sociali, a causa del fatto che gli incrementi del prodotto lordo dei singoli Paesi si è progressivamente concentrato a vantaggio solo di alcuni gruppi sociali.

Per realizzare, all’interno dei singoli Paesi, una più equa distribuzione del prodotto nazionale servirà una pluralità di misure pubbliche, volte a contrastare la disoccupazione e a rinnovare e rilanciare il welfare State. La maggior parte dei Paesi europei, a parere di Guerrieri, sarebbe d’accordo sulle necessità di queste politiche, solo che, come sempre, sono divisi tra quelli “che affermano una competenza solo nazionale per la realizzazione di queste politiche” e quelli che ritengono esistano “spazi anche importanti per interventi comuni a livello europeo e dell’Eurozona”.

In conclusione, secondo Guerrieri, gli europei devono prendere coscienza che la situazione in cui versa il Vecchio Continente oggi è tale da comportare la necessità che essi si rendano conto che per superare l’empasse in cui versa il processo di unificazione dei Paesi aderenti al progetto europeo occorre “un salto di qualità” nella cooperazione e nel rilancio dell’integrazione”. L’analisi di Guerrieri, condivisibile per le critiche formulate nei confronti delle tesi di chi si illude di poter realizzare l’unità dell’Europa nella diversità delle situazioni dei Paesi (o di gruppi di Paesi) che ancora hanno interesse a realizzare l’obiettivo originario dei Trattati europei, poco convincente, se non illusoria, è l’idea che il rilancio del progetto europeo possa dipendere dai risultati elettorali dei principali Paesi.

Ciò, perché, se è vero che prima le elezioni in Olanda e poi in Francia (e prossimamente, si spera, in Germania) hanno segnato la sconfitta dei movimenti antieuropei, non è meno vero che le forze che hanno concorso al successo di quelle favorevoli all’Europa sono quelle che, più dei movimenti che hanno concorso a sconfiggere, sono sempre state portatrici di pretese nazionali esclusive, interessate alla conservazione dello status quo e di una struttura sociale iniqua sul piano distributivo. Con queste forze è difficile pensare che le idee avanzate da Guerrieri, malgrado i risultati elettorali che stanno assicurando il consenso a presunte forze progressiste, possano essere accolte favorevolmente.

Gianfranco Sabattini

Ue: parità retributiva
fra uomini e donne

commissione_berlaymontLa Commissione europea ha deciso di lanciare un “piano di azione” per la parità retributiva fra donne e uomini da completare entro la fine del suo mandato, la primavera del 2019. “In questo periodo turbolento – si legge nella nota dell’esecutivo comunitario, che fa riferimento alle rivelazioni sulle molestie e le violenze nei luoghi di lavoro – servono azioni concrete per porre fine al divario retributivo: una nuova indagine Eurobarometro conferma che la parità non è ancora stata raggiunta nei paesi europei”.

“Dobbiamo sfruttare l’attuale momento di risonanza mediatica e politica su questi temi per passare da dichiarazioni di principio ad azioni concrete – ha commentato il vicepresidente Frans Timmermans -. In tutt’Europa le donne hanno diritto alla parità di trattamento, all’emancipazione e alla sicurezza, ma questi diritti non sono ancora realtà per un numero troppo elevato di loro”.

Come ha sottolineato la commissaria alla Giustizia Vra Jourovà, “le donne sono ancora sottorappresentate nelle posizioni di vertice in ambito politico e nel mondo imprenditoriale. Continuano a guadagnare in media il 16% in meno rispetto agli uomini in tutta l’UE e la violenza nei loro confronti è ancora diffusa. Tutto ciò è ingiusto e inaccettabile e l’indipendenza economica delle donne è la loro miglior protezione contro la violenza.”

L’attuazione del piano predisposto a Bruxelles secondo gli auspici della Commissione “permetterà tra l’altro di migliorare il rispetto del principio della parità di retribuzione, valutando la possibilità di modificare la direttiva sulla parità di genere; di ridurre lo svantaggio connesso alle mansioni di accudimento familiare, sollecitando il Parlamento europeo e gli Stati membri ad adottare rapidamente la proposta dell’aprile 2017 sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata; di infrangere il “soffitto di cristallo”, finanziando progetti volti a migliorare l’equilibrio di genere nelle imprese a tutti i livelli di gestione e incoraggiando i governi e le parti sociali ad adottare misure concrete per migliorare l’equilibrio di genere nei processi decisionali”.