May nel caos. Salta il voto Parlamentare sulla Brexit

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Governo britannico nel pallone. La premier Theresa May ha annunciato all’ultmo momento il rinvio del voto parlamentare sull’accordo sulla Brexit stretto dal suo governo con la Ue. Il vto era previsto per domani. Nel suo discorso davanti ai Comuni ha sottolineato “se il voto fosse andato avanti, sarebbe stato bocciato con un ampio margine. Quindi il voto sarà rinviato”, ha detto per giustificare la sua decisione. May ha sottolineato di aver “rinviato il voto per andare a Bruxelles e ottenere maggiori garanzie”, rifiutandosi di dare nuove scadenze, e lasciando intendere che può essere a gennaio. Il limite fissato dall’Ue per l’accordo è il 21 gennaio. La premier ha detto che intende recarsi a Bruxelles prima del vertice Ue di giovedì prossimo, 13 dicembre, per discutere con i leader europei e la commissione alcuni cambiamenti all’intesa. Theresa May punta a ridefinire le condizioni per l’attuazione anche solo teorica del meccanismo del backstop sul confine irlandese, attribuendo un ruolo al parlamento britannico in modo da dare a questo strumento “legittimità democratica”, ha detto alla Camera dei Comuni illustrando le ragioni del rinvio del voto di ratifica del suo contestato accordo sulla Brexit e i chiarimenti che spera di ottenere in nuovi colloqui con Bruxelles.

“Se la premier britannica, Theresa May, non è in grado di rinegoziare l’intesa su Brexit con l’Ue, lasci il suo posto”. A chiederlo, alla Camera dei Comuni, è il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, secondo cui “il governo ha perso il controllo degli eventi ed è in presa allo scompiglio”. La reazione sui mercati è immediata e porta la Sterlina a toccare un nuovo minimo nei confronti del dollaro. Il valore più basso, sottolinea la stampa britannica, degli ultimi 20 mesi, perdendo due centesimi e fermandosi a 1,2524 sulla valuta statunitense. Scivolone anche rispetto all’euro con il pound che ha perso l’1,4% sulla moneta unica rispetto a venerdì scorso attestandosi a quota 1,1018.

Il negoziatore tecnico del Regno Unito per la Brexit, Olly Robbins, è stato visto arrivare alla Commissione europea. Fonti comunitarie non smentiscono la sua presenza, ma non aggiungono elementi. Da parte sua l’Unione europea è chiara nel mantenere la propria posizione: “Il nostro assunto di lavoro resta che la Gran Bretagna lascerà l’Ue il 29 marzo 2019” e che l’accordo di divorzio sul tavolo sia “l’unico possibile”, “non rinegoziabile. La nostra posizione non cambia”. Ha detto una portavoce della Commissione Ue. La fonte aveva ribadito che l’Ue “si sta preparando a tutti gli scenari” e che comunque, anche dopo la sentenza di oggi della Corte Ue, al momento mancano le condizioni per la revoca dell’articolo 50 sul divorzio.

Anche Il premier irlandese, Leo Varadkar, aveva escluso oggi categoricamente la possibilità di rinegoziare l’intesa su Brexit raggiunta tra l’Ue e la premier britannica Theresa May. “Non è possibile rivedere il backstop”, ha dichiarato ai giornalista a margine di un evento a Dublino. “Se siamo a questo punto è perché la Gran Bretagna ha voluto lasciare l’Ue e nella lunga contrattazioni ci sono state diverse concessioni da parte nostra e tante linee rosse stabilite da Londra”, ha aggiunto

Nencini: “Tria servitore di due padroni”

Giovanni Tria

Riccardo Nencini, segretario del Psi, dopo l’intervento fatto in Aula al Senato dal Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha detto: “Tria al Senato su manovra economica? Poco convincente, soprattutto nel motivare come finanzierà reddito di cittadinanza e riforma pensioni dopo la giravolta imposta dall’Europa. Spiace dirlo: è un economista di pregio ma somiglia ad arlecchino servo di due padroni”.

Nencini ha concluso: “Presentata risoluzione: una nuova governance per la zona Euro, rilancio riforme strutturali, potenziamento investimenti, tutela del risparmio eroso da spread e aumento tassi interesse”.

Il governo è al lavoro per scongiurare la procedura d’infrazione. Intervenendo in Aula al Senato sulla manovra, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato: “E’ in corso un intenso dialogo con l’Ue, un dialogo improntato ad individuare una possibile posizione condivisa nel rispetto delle priorità individuate dal governo. La bocciatura della manovra da parte della Commissione europea apre alla prospettiva di una procedura sul debito, prospettiva che pone il governo e il Parlamento sovrano di fronte alla necessità di assumere una decisione di forte responsabilità e di attuare un’operazione verità. Bisogna valutare attentamente se si possono trovare spazi finanziari per un migliore equilibrio dei conti, se si possono trovare spazi nuovi. L’obiettivo che ci poniamo con la manovra è affrontare i problemi concreti, non certo organizzare un affronto all’Europa o un’uscita dall’euro. Noi ce la metteremo tutta per essere responsabili verso i cittadini e verso l’Ue. Dobbiamo tenere conto dei timori dei partner europei e poi bisogna tener conto dell’alto livello dello spread. Vi è inoltre la necessità di non divergere dalle regole derivanti dai nostri impegni europei nella misura in cui ciò rischia di produrre di per sé effetti negativi sulla crescita e sulla stessa politica espansiva decisa, facendo aumentare il costo di finanziamento del debito. La manovra, che si è limitata ad aumentare il deficit per finanziare misure che avessero al contempo effetti positivi sulla crescita sul lungo periodo ed effetti espansivi nel medio periodo, ha due obiettivi:  aumentare il tasso di crescita e ridurre il rapporto debito-pil. E i pilastri per raggiungere questi obiettivi sono: il rilancio degli investimenti, l’avvio delle riforme fiscali, il rafforzamento delle politiche per il contrasto della povertà, per il lavoro e la riforma del sistema pensionistico. Scelte di politica economica su cui non accettiamo lezioni di morale dall’opposizione. Non è nostra intenzione parlare di responsabilità del passato e ho ricordato che si tratta della nostra storia comune ma nel momento in cui dialoghiamo con la Commissione europea, nel dibattito domestico non accettiamo che qualcuno venga a farci la morale in tema di politiche per la crescita. Negli ultimi anni c’è stato un aumento della spesa corrente per finanziare la stagione dei tanti bonus con oneri che continuano a pesare sul nostro bilancio”.

Il vicepremier Luigi Di Maio, sui numeri della manovra, ha ribadito: “Credo nel dialogo, nella possibilità di trovare una soluzione insieme alle istituzioni europee, l’importante è che si facciano le cose che abbiamo detto agli italiani. Noi non tradiremo i cittadini per colpa di qualche numerino”.

Il vicepremier Matteo Salvini, arrivando a Palazzo Chigi per il Consiglio dei ministri, ha detto: “Spostare l’asticella del rapporto deficit/Pil dall’ormai noto 2,4%? Non fatemi parlare di numeri, parliamo di sostanza, i numeri arrivano alla fine. Gli italiani non mi chiedono i numeri, ma chiedono lavoro, pensioni, meno tasse, reddito, quindi una volta che gli esperti ci avranno fatto il totale dei numeri avremo un numero, però noi partiamo dai fatti e poi arriviamo ai decimali”.

L’Ue intanto ha ribadito la sua posizione. Oggi a Bruxelles, Valdis Dombrovskis, il vice presidente della Commissione europea responsabile per l’euro, durante una conferenza stampa, ha detto: “Ciò che si richiede all’Italia è di rispettare gli impegni che aveva preso al Consiglio Ecofin dello scorso mese di luglio, ovvero un miglioramento del deficit/Pil strutturale dello 0,6%, mentre la manovra del governo prevede un peggioramento dello 0,8%; si tratta di un divario molto grande, pari all’1,2%. E’ chiaro che ci deve essere una correzione sostanziale, non marginale della traiettoria di riduzione del deficit”. Prima, un giornalista gli aveva chiesto se la riduzione dal 2,4% al 2,2%, o anche al 2%, del rapporto deficit/Pil programmato dalla manovra italiana per il 2019 sia sufficiente a scongiurare una procedura per deficit eccessivo.

Dombrovskis, poi, ha aggiunto: “Il peggioramento dello spread è certamente visto dalla Commissione come un fattore che ha impatto sulle imprese italiane e le banche. Perciò, è importante che la traiettoria del deficit nella manovra sia corretta verso il basso anche per minimizzare questi effetti sull’economia”.

Il commissario ha sottolineato che l’aumento sostanziale dei rendimenti dei titoli di Stato italiani registrato recentemente ha innescato un aumento del costo dei finanziamenti delle società e delle famiglie, e ha avuto conseguenze sulla fiducia degli investitori, tanto che la Commissione, nelle sue ultime previsioni economiche, per il 2019 ha rivisto al ribasso le stime per la crescita dell’Italia, dall’1,3 all’1,1 per cento”.

Il messaggio della Ue è chiaro ed inequivocabile: gli impegni vanno rispettati. I fatti dimostrerebbero che il governo giallo-verde non sta mantenendo gli impegni assunti con l’Ue, ma neanche quelli con gli italiani. Non è certo colpa dell’opposizione se agli italiani, durante la propaganda elettorale, Lega e M5S hanno promesso la ‘luna nel pozzo’.

Salvatore Rondello

BATTAGLIA NAVALE

russia ucrainaAltissima tensione tra Mosca e Kiev. L’esercito ucraino è stato messo in stato di allerta in seguito agli incidenti avvenuti ieri con le forze navali russe nello stretto di Kerch, la parte di mare che separa la Russia dalla Crimea. Lo Stretto è l’unico passaggio dal Mar Nero al Mare di Azov; è percorso da un ponte di quasi 20 chilometri, inaugurato quest’anno e voluto personalmente da Vladimir Putin, che unisce fisicamente la Russia alla Crimea, la penisola ucraina annessa dalla Federazione con un referendum mai riconosciuto dalla comunità internazionale.
Ieri una piccola flottiglia di Kiev formata da un rimorchiatore, una piccola unità di supporto e un pattugliatore costiero, tutti della marina militare, hanno intrapreso il viaggio verso la città costiera di Mariupol, attraversando lo stretto di Kerch. Mariupol è la città controllata dal governo più vicina alle regioni separatiste e filo-russe di Donetsk e Lungask. Su Mariupol non si sono mai sopite le mire dei vicini separatisti filo-russi dell’autoproclamata repubblica di Donetsk.
Le autorità russe, che ritengono lo stretto in questione di esclusivo possesso russo, e non avendo sottoscritto accordi per il traffico navale militare ucraino da e per il Mar di Azov, hanno intimato alle unità di Kiev di fermarsi, sparando anche colpi di avvertimento dopo essere giunti alla collisione tra due unità.
A quel punto il Cremlino ha ordinato alla guardia costiera russa di intimare agli ucraini di non allontanarsi dal luogo dello scontro. Negli stessi minuti elicotteri da attacco russi e SU-25 sempre di Mosca sorvolavano lo stretto di Kerch.
Durante l’escalation due cannoniere della marina ucraina avrebbero lasciato il porto di Berdyansk in direzione dello stretto di Kerch. In risposta una portacontainer russa sarebbe stata posizionata per bloccare l’unico passaggio fisico ad oggi percorribile dallo stretto, precisamente sotto il ponte la cui costruzione è stata più volte criticata da Kiev e Bruxelles. Almeno due caccia dell’aviazione russa sarebbero stati impiegati per pattugliare lo Stretto mentre Kiev ha dichiarato che nelle operazioni i russi avrebbero impiegato elicotteri da combattimento. Secondo Mosca, il comportamento di Kiev sarebbe una “provocazione” architettata per scatenare un “conflitto regionale”.
Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov chiede agli alleati occidentali di Kiev di “intervenire” e “dare una calmata” alla autorità ucraine, “coloro che vogliono mettere a segno punti politici prima delle elezioni presidenziali in Ucraina”.mariupol
Ma proprio ieri sera l’Alto rappresentante della politica estera Ue, Federica Mogherini, ha chiesto alla Russia di allentare la tensione e di ripristinare la libertà di circolazione. La situazione ad Azov, ha sottolineato Mogherini, dimostra come le tensioni e l’instabilità possano alimentarsi “quando non si rispettano le norme basilari di cooperazione internazionale”. L’Unione europea, ha ricordato, “non riconosce l’annessione illegale della penisola di Crimea alla Russia”: lo snodo di tutti i contrasti recenti tra Mosca e la comunità internazionale. Rassicurazioni e appoggio all’Ucraina sono arrivati anche dal segretario generale della nato Jens Stoltenberg che ha telefonato al presidente ucraino.
Oggi invece è ripartito lo scambio di accuse tra i due Stati. Il presidente ucraino Petro Poroshenko chiede alla Russia di “rilasciare immediatamente” i marinai ucraini catturati e restituire a Kiev le tre navi ucraine sequestrati dalle forze russe a largo della Crimea. A bordo del rimorchiatore Yana Kapu e delle cannoniere Berdiansk e Nikopol c’erano 23 militari ucraini. Secondo Kiev, sei sono rimasti feriti negli scontri. Mosca riferisce invece di tre ucraini feriti e non in pericolo di vita. Poroshenko ha firmato il decreto con cui si introduce la legge marziale in Ucraina per 60 giorni, fino cioè al 25 gennaio 2019. Il controllo sull’attuazione della legge marziale è affidato al segretario del Consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa dell’Ucraina, Oleksandr Turchynov. Il presidente, inoltre, ha presentato alla Verkhovna Rada, il Parlamento monocamerale ucraino, un corrispettivo disegno di legge che dovrà essere esaminato entro i prossimi due giorni ed eventualmente approvato. Il testo deve contenere la giustificazione per l’imposizione della legge marziale, le zone precise del Paese in cui verrà introdotta la misura, un elenco dei diritti e libertà costituzionali che verranno temporaneamente limitate e una lista dei compiti assegnati al comando militare e alle amministrazioni locali.
Il ministero della difesa di Kiev ha tuttavia reso noto di aver diramato l’ordine di mettere le forze armate in stato di allerta operativa. Poroshenko ha definito gli atti di Mosca «non provocati e folli». Intanto l’ambasciatore americano all’Onu, Nikki Haley ha confermato la riunione del Consiglio di Sicurezza, convocato d’urgenza per smorzare la tensione tra i due ex paesi sovietici. La riunione, che secondo fonti diplomatiche al Palazzo di Vetro è stata chiesta tanto dalla Russia che dall’Ucraina.

Il Vecchio Continente e la difficile soluzione dei problemi dell’euro

euro

Per la maggior parte degli europei, il progetto di unificazione del “Vecchio Continente” ha rappresentato l’evento politico più importante e più coinvolgente verificatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale; ne è prova il fatto che chi manifesta l’ipotesi che un qualche aspetto importante della sua realizzazione possa fallire sia considerato una sorta di eretico, meritevole d’essere esposto al pubblico ludibrio. A volte, però, come nella fase attuale, la realtà presenta, anche se non per tutti, situazioni critiche, quali sono quelle connesse con il malfunzionamento del sistema monetario dell’Unione. Questo, per via della sua crisi, è infatti la fonte delle principali tensioni che caratterizzano in negativo, non solo le relazioni tra gli Stati membri, ma anche quelle tra le diverse parti politiche e sociali all’interno di ciascuno di essi.

L’esperienza è valsa a dimostrare che l’attuale sistema monetario europeo, fondato sull’euro, malgrado i continui aggiustamenti che vi sono stati apportati dopo la sua adozione, non è sostenibile nel lungo periodo, se si pretende di governarne il funzionamento sulla base delle regole originariamente stabilite; ciò, non solo per ragioni puramente economiche, ma anche e soprattutto, per gli alti costi che il suo malfunzionamento fa ricadere su ampie fasce della popolazione europea e, sul piano politico e sociale, per la formazione di partiti politici che, con il loro estremismo, oltre che rendere difficile l’adozione di riforme appropriate, tendono a minare la democrazia all’interno dei Paesi membri dell’Unione Europea (UE) maggiormente colpiti dalla crisi dell’euro.

Per una larga schiera di economisti di chiara fama (molti dei quali insigniti del premio Nobel per l’economia), questa crisi è dovuta al fatto che le élite politiche ed burocratiche europee hanno commesso l’errore di pensare che l’integrazione politica dei Paesi membri dell’UE si potesse realizzare attraverso la costituzione di un’unione monetaria e la condivisione di una moneta unica. I fatti, seguiti alla Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, hanno però dimostrato che, per salvare l’eurozona e l’euro, occorreranno significative riforme, idonee a garantire che il progetto europeo possa avere ancora un futuro.

L’obiettivo dell’unificazione potrà essere perseguito con successo, se si riuscirà a partire dalla semplice considerazione che, tanto l’eurozona quanto l’euro sono una costruzione dell’uomo; per cui la loro definizione e il loro funzionamento non sono l’esito immodificabile di leggi di natura. Ciò significa che possono essere riscritte le regole originariamente adottate, se si vorrà realmente arrivare ad una ripresa del processo di unificazione, sorretto da una maggiore condivisione sociale, come esito di una volontà democratica forte ed una maggiore condivisione sociale della ripresa del processo di unificazione dell’Europa all’interno dei singoli Paesi membri: due condizioni, queste, giudicate indispensabili al fine di consentire all’UE di ritrovare lo slancio per il conseguimento dell’obiettivo originario.

Secondo la larga schiera di economisti di chiara fama della quale si è detto, l’errore di base commesso nel momento in cui è stata costituita l’eurozona è stato principalmente quello di aver scelto l’euro come moneta unica, in assenza di istituzioni idonee a consentire ad un’area economica diversificata, com’era l’Europa, di riuscire a governare le relazioni economiche tra i Paesi aderenti. Gli eventi seguiti alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2008 dimostrano la fondatezza delle previsione; l’errore commesso però, si osserva, è il sintomo dei limiti intrinseci alla natura dell’euro e non la causa della sua crisi, a seguito della quale le istituzioni europee hanno intrapreso un insieme di provvedimenti, il cui impatto sulla crisi è stato positivo solo nel breve periodo. L’euro era stato adottato per favorire l’integrazione economica e politica dell’Europa, un obiettivo frustrato dalla sopravvenienza di varie altre crisi: problema dell’immigrazione, la temuta (poi verificatasi) uscita della Gran Bretagna dell’UE, la minaccia terroristica ed altre ancora; ma le regole poste alla base del funzionamento dell’euro non hanno consentito ai Paesi europei di poter affrontare l’insieme di questi eventi critici in maniera adeguata.

A parte le nuove emergenze, occorre tener presente che, sul piano del governo della moneta unica all’interno di una data area finanziaria, qual era l’eurozona, sarebbe stato necessario che la Banca Centrale Europea (BCE), costituita appunto per il governo dell’euro, non si limitasse a fissare i tassi d’interesse per l’intera area, ma si comportasse anche come “prestatore di ultima istanza” per le banche operanti all’interno dell’eurozona, assicurando a queste la liquidità necessaria per garantire uno stabile funzionamento dell’intera economia europea. A questo fine, la politica monetaria della BCE risultava uno strumento essenziale; nelle fasi negative del ciclo economico riguardante l’intera area dell’euro, infatti, la BCE, in quanto prestatore di ultima istanza, avrebbe potuto stimolare l’economia e supplire alle deficienze dei mercati reali, abbassando i tassi d’interesse per facilitare l’accesso al credito. Nel momento della sua costituzione, però, alla BCE il potere di prestatore di ultima istanza non è stato assegnato.

In conseguenza di ciò, i singoli Paesi aderenti all’area finanziaria comune, non potendo più modificare unilateralmente il tasso di cambio rispetto all’estero, hanno perso la possibilità di governare nel modo più conveniente i loro flussi di esportazione e di importazione. Tale perdita doveva indurre i “costruttori” del sistema-euro a pensare che, nel tempo, qualcosa nelle relazioni economico-finanziarie dei Paesi aderenti all’eurozona “poteva andare storto”: ciò perché, i singoli Stati, con la perdita della loro sovranità riguardo al controllo dei propri tassi d’interesse e di cambio, non sarebbero più stati in grado di effettuare gli aggiustamenti che le fasi negative del ciclo economico potevano rendere necessari.

I costruttori del sistema-euro, infatti, avrebbero dovuto tener conto del fatto che quando un Paese rinuncia al controllo dei propri tassi d’interesse e di cambio può andare incontro a molte situazioni di crisi, implicanti costi economici e sociali il cui livello è legato al “grado di similitudine” delle strutture produttive dei Paesi aderenti all’area della moneta unica. Poiché l’eterogeneità delle economie di tali Paesi era un fatto evidente ai costruttori del sistema-euro, l’alta consistenza dei costi doveva necessariamente apparire loro insostenibile rispetto a quanto l’UE era disposta a partecipare solidaristicamente alla loro copertura nel caso si fosse verificata una situazione di crisi.

Se i Paesi aderenti all’area-euro fossero stati sufficientemente omogenei rispetto alle loro strutture produttive, sarebbero stati esposti agli stessi shock causati da una diminuzione delle loro esportazioni verso l’estero e, quindi, le misure adottate per affrontare la situazione recessiva sarebbero andate a vantaggio di tutti e non solo, o di pochi, fra essi. I costruttori del sistema-euro hanno, sì, considerato le differenze strutturali esistenti fra i vari Paesi, ma hanno pensato di costruire uno “scudo” protettivo contro le eventuali crisi, approvando, nel 1992, il Trattato di Maastricht, che ha imposto ai Paesi aderenti alla moneta unica un insieme di “criteri di convergenza”. Con tale Trattato, ai singoli Paesi è stato richiesto, da un lato, che il deficit pubblico di parte corrente non superasse il 3% del PIL e, laddove fosse risultato maggiore, venissero adottate misure di politica volte a diminuirlo in modo continuo sino a raggiungere un livello prossimo al 3%; dall’altro lato, è stato stabilito che il debito pubblico consolidato non dovesse superare il 60% in rapporto al PIL e, quando fosse risultato maggiore, venisse ridotto in misura sufficiente sino a livellarlo al valore di riferimento.

Sulla base di questi criteri, se rispettati, il Trattato prevedeva che sarebbe stato possibile raggiungere all’interno dell’intera area dell’UE un alto grado di stabilità del sistema dei prezzi, con un tasso di inflazione non superiore all’1,5%; in ogni caso, prossimo a quello dei tre Stati membri che avessero conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi nell’anno precedente quello di esame della situazione propria di ciascuno Stato.

Assieme ai Paesi aderenti all’area-euro si sono mossi all’unisono anche quelli che non ne facevano parte, per rispettare i criteri di convergenza stabiliti a Maastricht e per rafforzare l’impegno di tutti Paesi al rispetto di tali criteri è stato sottoscritto, nel 1997, da tutti i Paesi membri dell’UE, un Patto di stabilità e crescita, col quale è stato introdotto l’impegno di tenere “sotto controllo” le politiche nazionali di bilancio.

Quale sia stato l’effetto perverso del meccanismo attivato dal rispetto dei criteri di convergenza, di stabilità e crescita è ormai nell’esperienza di tutti; in particolare, degli italiani. Per effetto della rigida osservanza dei criteri restrittivi imposti alle politiche di bilancio degli Stati, sono entrati in crisi anche Paesi che non avevano problemi di deficit pubblici di parte corrente e che presentavano limitati debiti pubblici consolidati (come, ad esempio, Spagna e Irlanda), mentre alcuni partner dell’eurozona, tra i quali L’Italia, non sono riusciti ancora oggi ad adeguarsi agli effetti dello shock provocato dalla crisi economico-finanziaria iniziata nel 2007/2008.

Questi Paesi, infatti, senza sperimentare né stabilità e né crescita, hanno approfondito, con il peggioramento del deficit commerciale delle partite correnti, la loro divergenza rispetto a molti degli altri partner dell’area-euro. Ma anche questi ultimi non sono riusciti a sottrarsi agli esiti negativi delle loro eccedenze commerciali; essi, infatti, producendo più di quanto non consumassero (com’è accaduto, ad esempio, in Germania) sono andati incontro a forti squilibri, in quanto la loro minor spesa finale non è stata compensata per intero da una maggior spesa da parte dei Paesi deficitari verso il resto dell’area-euro, con il risultato di un indebolimento complessivo della domanda globale interna all’eurozona.

I Paesi eccedentari hanno considerato i loro surplus commerciali e i lori risparmi come conseguenza di comportamenti virtuosi, maturando il convincimento che anche gli altri partner dell’eurozona dovessero conformarsi ed orientare le loro economie verso le esportazioni, per supportare la crescita e i livelli occupazionali. Ma il mondo economico di oggi, come sostiene la quasi generalità degli economisti, non funziona in questo modo: se l’insieme dei Paesi dell’eurozona (ma non solo) è caratterizzati da una domanda aggregata che rallenta la crescita e deprime i livelli occupazionali, la carenza di tale domanda è destinata a divenire la causa di una stagnazione non ciclica, ma secolare, cioè di lungo periodo.

Per garantire condizioni di stabilità economica e finanziaria all’eurozona, i costruttori del sistema-euro non avrebbero dovuto fissare solo criteri di convergenza sul piano delle politiche di bilancio, ma anche criteri per contenere e ridurre le eccedenze commerciali,al fine di salvaguardare un equilibrato e stabile funzionamento del sistema reale europeo. La tesi dell’establishment prevalente a livello europeo, secondo cui la situazione di crisi di alcuni Paesi dell’area-euro (tra i quali l’Italia) sarebbe stato l’alto indebitamento pubblico (sia corrente, che consolidato), è falsa, o quantomeno erronea. I Paesi in crisi, infatti, pur “avendo tirato la cinghia” per l’attuazione di una rigida politica di austerità, hanno dovuto sperimentare una mancata crescita ed alti livelli di disoccupazione. Ciononostante, l’ideologia ordoliberista ha perseverato, nonostante le smentite esperenziali, nel rifiutare di riconoscere i reali motivi dello scoppio della Grande Recessione; sebbene i criteri di convergenza fissati con il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità e crescita fossero stati adottati per favorire la convergenza delle strutture produttive dei Paesi dell’eurozona, in realtà, le differenze che già esistevano nel momento in cui veniva avviato il sistema-euro sono addirittura aumentate.

In conclusione, l’adozione dell’euro avrebbe dovuto favorire l’integrazione politica e la realizzazione del progetto originario di unificazione europea; i costruttori del sistema-euro hanno pensato che sarebbe stato possibile realizzare tale progetto sulla base delle regole da loro fissate, che invece hanno interrotto il processo d’integrazione, aggravato le differenze strutturali tra i Paesi aderenti all’euro (e, in generale, tra tutti i Paesi dell’UE) e favorito al loro interno la nascita e la diffusione di movimenti euroscettici (nel peggiore dei casi, contrari alla conservazione della moneta unica).

Per contrastare i movimenti contrari all’euro, da tempo si susseguono proposte di riforma che, se accettate, potrebbero consentire, non solo la conservazione dell’euro, ma anche la ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa comunitaria. Sennonché, tutte queste proposte sono osteggiate dagli establishment europei dominanti, i quali preferiscono la conservazione dello status quo, nella prospettiva di poter esercitare, attraverso una UE “zoppa” e in crisi, un ruolo globale più determinante nel decidere gli equilibri tra i vari protagonisti del governo dell’economia mondiale. Così, la persistente crisi dell’euro e la mancata possibilità di sconfiggere la disaffezione alla sua conservazione all’interno dei Paesi maggiormente in crisi rendono difficile e stentata, dentro o fuori dall’euro, qualsiasi politica volta a porre rimedio alla “disastrata” situazione economica e la realizzazione di una politica distributiva condivisa del prodotto sociale, rendendo complessa la vita politica di quei Paesi che, come l’Italia, hanno maggiormente risentito in negativo degli esiti della Grande Recessione.

Gianfranco Sabattini

 

BOCCIATI

di maio conte salvini

La Commissione Ue ha deciso bocciare la manovra presentata dal governo italiano. È la prima volta che accade nell’unione. La Ue chiede uno nuovo documento che dovrà essere inviato entro tre settimane a Bruxelles. “È con molto dispiacere che sono qui oggi, per la prima volta la Commissione è costretta a richiedere ad uno Stato di rivedere il suo Documento programmatico di bilancio. Ma non vediamo alternative. Sfortunatamente i chiarimenti ricevuti ieri non erano convincenti”: lo ha detto il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis nella conferenza stampa al termine della riunione dei commissari.

La palla ora ritorna con veemenza al governo italiano. Il governo, ieri, prima di inviare la risposta all’UE, avrebbe potuto snellire la manovra. Nel vertice di governo di ieri sera a Palazzo Chigi erano presenti oltre al premier Giuseppe Conte, i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini ed i ministri Giovanni Tria e Danilo Toninelli.

A tarda serata, dopo aver cenato con il premier Giuseppe Conte ed il vicepremier Luigi Di Maio, Salvini ha affermato: “La bocciatura dell’Ue è pressoché certa ma reddito di cittadinanza e quota 100 non cambiano”.

Due i temi principali affrontati nel vertice di Palazzo Chigi: come reagire alla bocciatura da parte dell’Ue e il tema del condono edilizio per i residenti di Ischia come misura post-sisma. Caldeggiata da Tria, si sarebbe ripresentata la possibilità di snellire il testo, senza eliminare le principali misure, ma scrivendole in modo tale da ridurne l’impatto sul tetto deficit/Pil. Le modalità per attuare le correzione all’ultimo minuto sarebbero state due: ridurre la platea di provvedimenti come quota 100 e reddito di cittadinanza o rinviare la data di decorrenza delle due misure.

Poi, c’è stata la cena a base di tagliatelle durata oltre un’ora e mezza per dissipare le nubi che, in questi giorni, hanno avvolto l’alleanza di governo. L’incontro a cena tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, con il premier Giuseppe Conte nel ruolo di mediatore, sarebbe servito a risolvere, almeno in parte, i nodi rimasti sul tavolo di M5S-Lega dopo aver trovato l’accordo sulla manovra. Ma, a piombare sulla cena è anche la certezza di Salvini sulla bocciatura della manovra dall’Ue.

La tenuta del sistema bancario, sarebbe il punto su cui sono maggiormente concentrati i timori del governo, come effetto di mercati e bocciatura di Bruxelles. Non a caso, solo qualche giorno fa, fonti di governo ipotizzavano un allargamento, da concordare con Abi, del fondo centrale di garanzie delle banche come piano di compensazione per un eventuale precipitare dei titoli in pancia agli istituti italiani.

Il fondo di un miliardo e mezzo destinato alle vittime del sistema bancario, in realtà, alleggerirebbe gli oneri di competenza delle banche per caricarli sugli incolpevoli contribuenti

Ieri l’Italia ha risposto ai rilievi di Bruxelles sulla manovra con la nota lettera del ministro Tria.

Di certo, la cena a tre, non a caso avvenuta senza intermediari, portavoce e sottosegretari, con effetti apparentemente positivi, è servita per tentare di dirimere alcuni nodi chiave dell’alleanza a cominciare dal Dl sicurezza.

L’unico a parlare al termine della cena è stato Salvini che, sminuendo le tensioni, ha detto: “C’è un clima costruttivo, avanti compatti. Capita a tutti di arrabbiarsi quando uno si sente ingiustamente tirato in ballo ma l’incazzatura passa e non ho mai smesso di fidarmi di Conte e Di Maio. A tavola non c’era alcuna manina”.

Salvini è uscito andando verso la sua residenza a Roma, Di Maio e Conte sono usciti in direzione opposta, avviandosi verso Palazzo Chigi a piedi senza rispondere ad alcuna domanda dei cronisti.

Il cosiddetto ‘patto delle tagliatelle’ avrebbe in pancia pure il nodo delle nomine dalla Consob ai servizi fino alla Rai, con Tg1 e seconda Rete che viaggerebbero verso quota M5S e la direzione di Raiuno e quella del Tg2 che dovrebbero andare in capo alla Lega. Degli attriti relativi al decreto fiscale, apparentemente, non c’è traccia.

La manovra non cambiata, almeno per ora, sembrerebbe una sfida provocatoria all’Unione europea, nonostante l’apparente volontà di sedersi a un tavolo per un confronto, anche a oltranza. Il premier Conte ha già spiegato: “Se io oggi di fronte alla lettera dei commissari europei dicessi ‘sì abbiamo sbagliato’, vorrebbe dire che la manovra è azzardata e imprudente. Non è così, è ben articolata”.

A questo punto la palla passa di nuovo alla Commissione europea, braccio esecutivo dell’Ue che controlla e approva i bilanci delle zone dell’euro, che oggi discuterà e deciderà le prossime fasi della procedura per la valutazione della manovra italiana. Il martedì è il giorno in cui l’esecutivo dell’Ue tiene la sua riunione settimanale. La bocciatura da parte del Collegio dei commissari di Strasburgo sembrerebbe praticamente scontata. Nell’ordine del giorno si legge che oggi a Strasburgo si discuterà dell’opinione nel quadro dell’articolo 7 del regolamento Ue 473 del 2013, che stabilisce le disposizioni comuni per il seguito e la valutazione dei progetti di bilancio e per la correzione dei deficit eccessivi negli Stati membri della zona euro.

Il regolamento citato al punto 11 dell’ordine del giorno è quello che prevede la possibilità per la Commissione di chiedere a un Paese membro un nuovo Documento programmatico di bilancio entro due settimane dalla trasmissione del medesimo all’esecutivo europeo, nel caso in cui questo preveda una inosservanza particolarmente grave degli obblighi previsti ai sensi del patto di stabilità. Ciò che potrebbe fare oggi.

Nella lettera recapitata dalla Commissione al ministro dell’Economia Giovanni Tria si scriveva esplicitamente che la deviazione rispetto al percorso concordato con la Commissione, unitamente al mancato rispetto della regola del debito e alla mancata validazione delle previsioni del governo da parte dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio sembrerebbero indicare un ‘mancato rispetto particolarmente serio degli obblighi della politica di bilancio ai sensi del patto di stabilità. Sulla questione è prevista una comunicazione in collegio del vicepresidente Valdis Dombrovskis e dei commissari Pierre Moscovici e Marianne Thyssen. L’ordine del giorno prevede che sulla questione venga diffuso un documento: quindi, fermo restando che il collegio è sempre libero di decidere diversamente, è probabile che la decisione arrivi oggi.

Se dovesse arrivare la quasi certa bocciatura, l’Italia avrebbe a disposizione tre settimane per trovare un accordo su come ridurre il deficit (in sostanza, l’Italia dovrebbe presentare nuovamente un progetto di bilancio modificato). Fino a ora questa opzione, cioè il respingimento da parte di Bruxelles di una manovra nazionale, non è mai stata usata. Se il governo italiano decidesse di non adattare la Finanziaria alle regole europee, potrebbe essere intrapresa contro l’Italia un’azione punitiva.  Potrebbe arrivare cioè la procedura per debito eccessivo. La procedura per i disavanzi eccessivi (Pde) è regolata dall’articolo 126 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Essa sostiene il braccio correttivo del Patto di stabilità e crescita (Psc) dell’Ue.

I paesi dell’Ue devono dimostrare una solida finanza pubblica e soddisfare due criteri: il loro disavanzo di bilancio non deve superare il 3% del prodotto interno lordo (Pil); il debito pubblico (debito del governo e degli enti pubblici) non deve superare il 60% del Pil.

L’Italia non è certamente la Grecia. Se il primo requisito previsto dal patto di stabilità dell’Ue è soddisfatto dall’Italia, non è certamente soddisfatto il secondo punto, quello del debito pubblico, che nel caso italiano supera il 130% del Pil, ossia più che doppio rispetto al limite posto dall’Ue.

Ma, nel frattempo, con l’Europa incolpevole, dalle elezioni ad oggi, in Italia si sono distrutti l’equivalente di 300 miliardi di euro di risparmi e ricchezza, in svalutazioni su titoli di Stato, azioni e obbligazioni societarie. Lo ha scritto in prima pagina il Sole 24 Ore, sulla base delle stime elaborate dal sociologo Luca Ricolfi della Fondazione David Hume, precisando: “Le perdite calcolate sono ovviamente virtuali, e potrebbero essere riassorbite, o tramutarsi in guadagni, ove la situazione economica e le valutazioni dei mercati nei prossimi mesi o anni dovessero evolvere positivamente”.

Rispetto ai livelli del 28 febbraio 2018, appena prima delle elezioni del 4 marzo, il valore di mercato di obbligazioni (sia societarie che governative) e delle azioni quotate a Piazza Affari è diminuito di 198 miliardi di euro, oltre il 10% del Prodotto interno lordo. Se poi si aggiungono i titoli di Stato detenuti dalla Banca d’Italia e da investitori esteri il passivo potenziale cresce a 304,7 miliardi. Il quotidiano della Confindustria ha affermato: “La ‘spreadonomics’ non perdona i governi non possono affrancarsi dal giudizio degli investitori”.

Ma l’attuale governo, fatto anche di economisti di chiara fama come Giovanni Tria e Paolo Savona, sa benissimo ciò a cui si va incontro con questa finanziaria.

Dunque, sembra sempre più chiara, anche dalle affermazioni di Salvini del ‘dopo cena’, la volontà del governo condotto da Salvini e Di Maio, con Conte garante, per destabilizzare l’Europa attuando una politica antieuropeista dalla quale non possiamo aspettarci certamente un futuro migliore. Il peggioramento si tocca già con mano.

Mi perdonerà il lettore se, scrivendo questo articolo, mi sovvengono ricordi di carducciana memoria , rispetto al ‘cambiamento’ che avanza ‘sferragliando’: ‘Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo rosso e turchino, non si scomodò: tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo e a brucar serio e lento seguitò.’ (dalla poesia ‘Davanti San Guido’).

Salvatore Rondello

EQUILIBRISTI D’EUROPA

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Un’altra giornata difficile per le Borse europee. Milano in affanno è arrivata a cedere l’1,5%. Ma il termometro che meglio segna il clima di questi giorni è quello dello spread che rimane a livelli record così come il rendimento dei Btp. Segnali chiari della difficoltà di piazzare i titoli italiani in perdita di credibilità. In Italia gli occhi sono puntati sui conti pubblici con la nota di aggiornamento al Def che arriva in Parlamento dopo la legnata ricevuta ieri sera da Fitch. In questo contesto, lo spread BTp/Bund è salito fino a 310 punti, per poi ripiegare in area 306. Nelle aste di oggi il Tesoro si è visto costretto ad alzare i rendimenti. Per trovare un valore più alto bisogna risalire all’emissione inaugurale del BTp a 7 anni nell’ottobre 2013.

“Il documento economico e finanziario rappresenta la prova generale del governo per aprire uno scenario nuovo in Europa. Non si tratta di modificare l’Unione nel nome di maggiori investimenti e di una maggiore uguaglianza, come noi abbiamo proposto”. Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Psi, mentre è in corso nell’aula del Senato la discussione della nota di aggiornamento al Def che prevede l’innalzamento del rapporto deficit/Pil.

“Si tratta – continua Nencini – di distruggere l’esistente per creare equilibri che vedano la Russia di Putin al centro del nostro interesse. Per mezzo secolo lo scontro è stato tra società aperta e società solidale, tra socialdemocrazia/cattolicesimodemocratico e liberalismo. Oggi quello scontro ha cambiato di segno. È il nazionalismo etnico il competitore più agguerrito. E il suo esordio ufficiale in Italia è stato oggi. Pochi investimenti, appena 3.5 miliardi, zero fondi in scuola e cultura, interventi redistributivi e basta, condono fiscale, nessun taglio di tasse per stipendi e pensioni. Non c’è dubbio: di errori la sinistra ne ha commessi e l’U.E. che abbiamo conosciuto non si è fatta proprio benvolere.

È il momento di rimboccarsi le maniche – ha concluso Nencini – unire storie e esperienze per non essere travolti”. I socialisti hanno presentato ieri le proprie proposte per modificare la manovra presentando una vera e propria contromanovra poggiata su pilastri bene precisi. Ovviamente il governo ha respinto ogni ipotesi di modifica rimanendo incastrato nella propria gabbia di spesa assistenzialistica senza investimenti per crescita e sviluppo. Riccardo Nencini ha presentato la proposta socialista al Documento di Economia e Finanze 2018 con particolare riferimento alle misure infrastrutturali.

Le preoccupazioni che l’Italia suscita non sono solo interne ma oltrepassano i i confini nazionali. “C’è preoccupazione, più per quello che è stato detto che per quello che è stato fatto, finora. Aspettiamo di vedere la manovra” afferma il direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde, rispondendo alla domanda sull’Italia dell’editorialista del Financial Times, Martin Wolf nel corso dei lavori del meeting annuale dell’Fmi e della Banca mondiale. Facendo riferimento agli obiettivi di finanza pubblica fissati dal Governo, con il deficit pubblico al 2,4% del Pil, Lagarde ha sottolineato che “quando si entra in un club, come quello della Ue, se ne devono rispettare le regole”. Poco prima, nel più formale clima di una conferenza stampa, Lagarde aveva detto: “La nostra posizione sull’Italia è abbastanza ben conosciuta: l’Italia deve continuare il consolidamento fiscale e ci aspettiamo che tutti i Paesi membri della Ue ne rispettino le regole”.

“Stiamo aspettando la manovra nei dettagli, arriverà la prossima settimana e poi la valuteremo con le regole comuni” ha aggiunto il commissario agli Affari economici, Pierre Moscovici. “Non è interesse o volontà della Commissione europea – ha aggiunto – entrare in conflitto con l’Italia ma non è interesse dell’Italia fare una manovra che non riduca significativamente il debito che alla fine dovrà essere pagato dagli italiani”.

IL SORRISO

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Marcia indietro di Tria con il tentativo di far scendere la tensione con la commissione arrivata alle stelle nella giornata di ieri. Da una parte il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, aveva evocato la fine dell’Euro e lo spettro della Grecia e dall’altra il vicepremier Matteo Salvini aveva replicato accusandolo di essere il responsabile della reazione sfavorevole dei mercati al Def.

Dopo una notte passata a discutere del Def e un lungo e rassicurante intervento di Tria lo spread aveva beneficiato delle indiscrezioni su una possibile apertura del governo, dopo i rilievi della Ue sulla manovra, che dovrebbe portare a una riduzione progressiva del deficit/Pil dal 2,4% (confermato) nel 2019, al 2,2% nel 2020 e al 2% nel 2021 (contro il 2,4% in tutti e tre gli anni inizialmente previsto nella Nota di aggiornamento al Def). Però il differenziale di rendimento che aveva iniziato la giornata a 289 punti base, è tornato sul livello dei 300 punti base segnati martedì in chiusura. Ci ha pensato Di Maio con la strategia del sorriso. Di Maio fino a ieri aveva detto che nulla era modificabile e che il governo sarebbe andato dritto per la sua strada, oggi si era dimostrato più possibilità. “La cifra del 2,4% – ha detto – è confermata nel 2019: per quanto riguarda il 2020 e il 2021 stiamo pensando all’abbassamento del debito e la crescita del Pil con tagli massicci a sprechi”.

Tagli generici contro i quali nessuno potrebbe opporsi che vengono evocati ogni qualvolta non si ha molto da proporre. Un taglio allo spreco non si nega a nessuno. Ma è la strategia dell’alternanza Di Maio. Dire una cosa e smentirla il giorno dopo.

Poi l’uscita finale del vicepremier ha tolto ogni dubbio ai mercati: “Stiamo investendo sul sorriso degli italiani”, ha detto a Montecitorio: “Investiamo sulla felicità dei cittadini, sulla voglia di spendere e sulla voglia di vivere con una qualità della vita migliore”, ha aggiunto, sottolineando che “se torna il sorriso, l’economia si rimette in moto”. Mentre, “se continuiamo invece a chiedere sacrifici, l’economia tornerà a deprimersi”. E lo spread ha subito invertito la rotta tornando ai livelli della chiusura di ieri. “Siamo davvero alle comiche – scrive il segretario Pd, Maurizio Martina, su Twitter – ma di mezzo purtroppo c’è l’Italia”.

L’intervento di Tria insomma ha provato a dare un poco di ottimismo all’Europa sulle prospettive future della situazione italiana. “Il fatto che la traiettoria pluriennale sul deficit sia stata rivista è un buon segnale”, dice il commissario Ue agli Affari economici, Pierre Moscovici. In precedenza aveva parlato di manovra anche Salvini: “Sarà coraggiosa per mantenere gli impegni con gli elettori, negli anni futuri deficit e debito scenderanno”.

Ma lo scenario è più incerto che mai. Le stime di crescita del Centro studi di Confindustria sono al ribasso: il Pil “all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019” in “ribasso di 0,2% punti” per entrambi gli anni rispetto alle previsioni di giugno. Tra i vari fattori “pesano” anche “l’aumento dello spread” e “l’incertezza sulla capacità del governo di incidere sui nodi dell’economia e sulla sostenibilità del contratto di governo che causa meno fiducia negli operatori”. Per gli economisti di Confindustria “l’aumento del deficit” previsto dal governo “è poca cosa rispetto agli impegni politici assunti: se le coperture non saranno ben definite – avvertono – si rischia ex post un rapporto deficit/Pil più alto”.

Per il CsC “l’aumento del deficit serve per avviare parti del contratto di governo di sostegno al welfare”, come su reddito di cittadinanza o pensioni, poi “molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. Ciò potrebbe portare a più tasse in futuro e ad aumentare il tasso di risparmio già oggi”. Il Centro studi di Confindustria sostiene poi che non si debba “smontare le riforme pensionistiche perché ciò renderebbe necessario aumentare il prelievo contributivo sul lavoro. Se il meccanismo di ‘quota 100’, per permettere l’anticipo della pensione, venisse introdotto, andrebbe invece nella direzione opposta”.

 

Dl sicurezza: “Passo indietro sui diritti fondamentali”

Decreto-sicurezza

Il decreto sicurezza ancora non è stato ancora firmato e già le polemiche stanno montando. La Commissione europea ancora non ha esaminato il testo. Nessuno lo ha letto per ora. Una valutazione da parte della Ue avverrà solo dopo la firma del presidente della Repubblica. “Il decreto è una proposta del governo e deve essere ancora adottato dai legislatori. Una volta che sarà fatto, la Commissione lo esaminerà” ha detto la portavoce della Commissione Mina Andreeva all’indomani del via libera in consiglio dei ministri. Intanto da Roma il ministro della giustizia Alfonso Bonafede parla di norma “equilibrata” e il ministro dell’Interno Matteo Salvini rivendica le misure di “buonsenso” contenute nel “suo” decreto e tira dritto. Un decreto presentato con una scenetta alquanto singolare, con il primo ministro che si è prestato a mostrare un cartello in cui si invoca il nome del titolare degli Interni come autore della norma. Una cosa mai vista. Una dichiarazione di totale sudditanza al vicepremier.

Un decreto che per l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti “passerà alla storia come decreto insicurezza”. Minniti, parlando a Circo Massimo, su Radio Capital, ha sottolineato due cose “particolarmente gravi”, “due mele avvelenate”: “Una è la cancellazione dei permessi umanitari. Era una via che consentiva un percorso di integrazione. Così si producono marginalità e clandestinità, che spesso portano a un aumento della propensione a delinquere. L’altra mela avvelenata – ha continuato – è il depotenziamento degli sprar, che è catastrofico. Insieme alla cancellazione del decreto per le periferie sicure, ci dice che abbiamo accantonato la via dell’integrazione”. Poi Minniti ha avvertito: “Altri paesi hanno fatto in anni passati come sta facendo l’Italia. A un certo punto si sono svegliati e hanno visto dei loro figli che facevano attentati nelle loro capitali. Con queste due scelte stiamo mettendo una bomba a orologeria sotto la nostra convivenza”.

Minniti nega che le espulsioni siano state rese più semplici: “Non è vero perché non dipendono dalla legislazione italiana. Noi possiamo fare rimpatri solo se siamo in condizione di rimandarli nei paesi di provenienza, con un’attività diplomatica che da questo governo non vedo”. Minniti entra poi nel merito del decreto che, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri, deve superare ora l’esame del Quirinale: “Aspetto di leggere il testo. Non vorrei finisse come il decreto di Genova: un’araba fenice. Intanto le reazioni critiche, all’indomani del varo del decreto Salvini, si susseguono. Critiche sono arrivare da Ampi e dalla Cisl, con la responsabile nazionale settore immigrati Liliana Ocmin che ha definisce il provvedimento “più una risposta simbolica all’opinione pubblica che ai problemi concreti della protezione e dell’immigrazione”.

Preoccupazione arriva anche dalla Uil: “È un passo indietro sul piano dei diritti fondamentali. Crea maggiore clandestinità e deteriora le condizioni di accoglienza ed integrazione dei profughi nostro Paese”. “Tra le misure proposte – afferma in un comunicato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil – ci allarmano maggiormente quelle contrarie ai diritti delle persone: infatti l’abolizione della protezione umanitaria, avrà pesanti conseguenze sulla gestione dei flussi migratori, in quanto rischia di creare maggiore irregolarità. Inaccettabile è anche l’effetto di deterrenza che si vuole creare con misure mirate a peggiorare pesantemente le condizioni di vita degli oltre 600 mila migranti già arrivati via mare nel nostro Paese, negando loro il diritto alla protezione umanitaria, l’accoglienza e le possibilità di integrazione, minacciando di rinchiuderli in centri di detenzione per sei mesi. È anche pretestuoso ricorrere a una misura d’urgenza (il decreto legge) a fronte di una situazione dei flussi migratori che registra il crollo degli sbarchi di quasi il 90 % dall’anno scorso”.

Ora la questione è in mano al Quirinale. Si apre una partita delicata. Con i il Colle che ricorda che esiste il principio di neutralità che impedisce al presidente della Repubblica di intervenire direttamente, ma avverte che il vaglio sarà molto severo perché il capo dello stato, cui spetta il preventivo controllo delle leggi e la ratifica di una nuova norma nutre seri dubbi di violazione della Carta e dei trattati internazionali.

Eurobarometro: cosa chiedono i cittadini alla UE

europaGli europei chiedono un maggiore intervento dell’UE su molti fronti, dal terrorismo, alla disoccupazione, all’ambiente. In Italia migliora la percezione dell’Europa. È questo il risultato di un sondaggio di Eurobarometro. Più del 50% dei cittadini europei che hanno partecipato al sondaggio ha dichiarato di volere un’Europa più attiva in settori che vanno dalla politica economica alle migrazioni all’uguaglianza di genere. La lotta contro il terrorismo, la lotta alla disoccupazione e la protezione dell’ambiente sono le tre aree in cui, in media, i tre quarti degli europei si aspettano un’Europa più presente.

Fra gli italiani il sentimento è simile: rispetto a dodici temi su quindici sondati la considerazione nei confronti dell’UE negli ultimi due anni è migliorata. Una chiara maggioranza degli europei vuole che gli stati membri agiscano insieme sulla scena internazionale. Sette intervistati su dieci pensano che gli stati membri debbano lavorare insieme per far fronte alla crescente influenza della Russia e della Cina (71%), all’instabilità nei paesi arabi (71%) e agli Stati Uniti con la presidenza Trump (68%).

Non bisogna però perdere di vista i bisogni e gli interessi dei singoli paesi. Il 58% degli italiani ritiene, ad esempio, che gli interessi del proprio paese vadano presi in considerazione lavorando con gli altri stati membri. Il 43% degli intervistati italiani ha un giudizio positivo sulle iniziative di promozione della democrazia e della pace nel mondo, mentre il 40% ne ha un’opinione tendenzialmente negativa.

Gli europei considerano che le azioni dell’UE sufficienti superano quelle insufficienti in diverse aree fra cui: l’uguaglianza di genere (46% contro 40%), la politica industriale (42% contro 31%) e la politica estera (41% contro 36%). La soddisfazione degli intervistati cresce anche in aree come terrorismo, immigrazione e disoccupazione.

Le iniziative UE nella lotta al terrorismo sono considerate adeguate dal 32% degli intervistati, contro il 23% dell’aprile 2016. Per quanto riguarda l’immigrazione, il 26% pensa che l’UE faccia abbastanza, una percentuale in aumento di sette punti rispetto al 2016.

Su sicurezza e protezione dei confini esterni gli italiani ritengono che l’azione dell’UE sia adeguata o buona con incrementi tra 8 e 10 punti percentuali rispetto al 2016.

I risultati sono molto diversi da paese a paese. Se il 92% dei greci considera le azioni contro la disoccupazione inadeguate, è dello stesso parere solo il 27% dei cechi.

I risultati sono stati annunciati il 18 settembre 2018 e provengono da una ricerca Eurobarometro effettuata da Kantar Public su un campione di 27.601 persone in aprile 2018 per il Parlamento europeo. Una prima relazione, che vede in aumento il consenso verso le istituzioni europee, è stata pubblicata a maggio 2018.

Moscovici pronto per il 2019: “L’Italia corregga i conti”

pierremoscovici-465x390L’Ue comincia a mettere le mani avanti avvertendo l’Italia sul bilancio 2019. Il commissario Ue per gli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, in un’intervista ha affermato: “Con l’Italia inizieremo presto le discussioni sul bilancio per il 2019. Alla luce di alcune dichiarazioni, le discussioni rischiano di non essere facili, ma farò di tutto perché siano costruttive malgrado il tono in alcuni casi scortese di queste affermazioni e malgrado l’orientamento di bilancio che fanno presagire. È nell’interesse dell’Italia controllare il debito pubblico. Lo sforzo richiesto è dello 0,6% del Pil. Si tratta di un ritorno alla normalità dopo lo sforzo ridotto previsto quest’anno sulla scia di una ripresa più solida e delle necessità di ridurre l’indebitamento, che è al 132% del Pil. Ci aspettiamo uno sforzo strutturale corposo. L’Italia non può lamentarsi della Commissione europea. Quest’ultima è sempre stata al suo fianco per sostenere la crescita. Il Paese è di gran lunga quello che più ha beneficiato di flessibilità di bilancio, secondo le nostre regole. Nel corso degli anni, abbiamo tenuto conto di circostanze eccezionali: la sicurezza, i terribili terremoti, l’emergenza migratoria. Chi fa un processo alla Commissione fa un processo assurdo alla luce dei fatti. All’Italia nel 2018 è chiesta una riduzione dello 0,3% rispetto allo 0,6% del Pil previsto dalle regole. Uno sforzo dimezzato a causa della fragilità della ripresa. Secondo le nostre stime di maggio è possibile che questo sforzo non venga raggiunto. È possibile che la situazione sia evoluta da allora. Le prossime previsioni sono attese in novembre. Naturalmente incoraggio il governo a fare in modo che l’esecuzione del bilancio sia prudente e rispettosa degli impegni dell’Italia in modo da minimizzare i rischi di deriva dei conti quest’anno. È un messaggio che ho trasmesso al ministro dell’Economia Giovanni Tria, un interlocutore che ritengo serio e ragionevole. Il 3% del Pil non è un target, ma un tetto. L’obiettivo è risanare il debito, come ho già detto. Un disavanzo superiore al 3% del Pil provocherebbe difficoltà che non voglio neppure immaginare”.
Al giornalista che gli ha chiesto se sia possibile un’uscita dall’euro dell’Italia, Moscovici ha risposto: “Non voglio cadere nella fiction politica. Mi interessano piuttosto le discussioni che avrò con il governo italiano. Non risparmierò sforzi per definire un percorso di bilancio che sia europeo e di beneficio all’Italia. Ciò detto, le dirò una mia convinzione. Nessuno esce dall’euro proprio malgrado. Se si creano le condizioni per uscire dall’euro significa che in realtà è ciò che si vuole. Non bisogna essere ipocriti. L’euro prevede il rispetto di regole. Non rispettare le regole, significa voler uscire dall’unione monetaria”.
Alla domanda conclusiva se crede che vi siano dirigenti politici che riflettono la possibilità di uscire dall’euro, Moscovici ha risposto: “Non sono in Italia. Osservando da lontano, non posso escluderlo totalmente”.
Ma nel frattempo, il rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato italiani verificatosi da metà giugno potrebbe costare 113 milioni quest’anno e 1,4 miliardi nel 2019 secondo i calcoli fatti dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani guidato da Carlo Cottarelli, che il 14 giugno scorso aveva già stimato, partendo dalle aste di fine maggio, un costo aggiuntivo di 785 milioni nel 2018 e di 3,7 miliardi nel 2019. Complessivamente, se si prende a riferimento il periodo maggio-agosto, l’aggravio per il bilancio pubblico è di 898 milioni nel 2018 e di 5,1 miliardi nel 2019, per un totale di 6 miliardi.
Nell’asta di Btp decennali di ieri, il Tesoro ha piazzato 2,25 miliardi di euro sul mercato, ma il rendimento è schizzato al 3,25% rispetto al 2,87% dell’asta di un mese fa. Si tratta del livello più alto da marzo del 2014. In rialzo anche i tassi di interesse sul Btp a 5 anni, salito al 2,44%, in rialzo di 63 punti base.
Ma neanche l’economia procede secondo le aspettative di un anno fa. Nel secondo trimestre dell’anno l’economia italiana è cresciuta dello 0,2%, confermando il rallentamento segnato con la prima stima. I dati sono stati comunicati dall’Istat in base alle stime definitive sui conti economici del periodo aprile-giugno. Nel primo trimestre il Pil aveva registrato un rialzo dello 0,3%. L’Istat ha rivisto al rialzo la prima stima sulla crescita tendenziale dell’economia italiana. Nel secondo trimestre 2018 il Pil è aumentato dell’1,2% rispetto allo stesso periodo del 2017, contro il +1,1% reso noto dall’Istituto di statistica il 31 luglio scorso in base alle stime provvisorie. A dieci anni dall’inizio della crisi economica, il Pil italiano ha perso il 5,3%. Il confronto è con il primo trimestre 2018, quando si toccò il massimo storico. Nonostante il rallentamento rispetto ai primi tre mesi dell’anno, la fase di espansione dell’economia italiana prosegue da 16 trimestri consecutivi.
Nel fronte occupazionale, qualche leggero miglioramento è collegato alla precarietà. A luglio il tasso di disoccupazione è sceso al 10,4% (-0,4 punti percentuali su base mensile). Diminuisce anche quello giovanile che si attesta al 30,8% (-1,0 punti). E’ quanto rileva l’Istat. Dopo il calo di giugno, la stima degli occupati a luglio registra ancora una lieve flessione (-0,1% su base mensile pari a -28mila unità). Il tasso di occupazione rimane stabile al 58,7%.
La diminuzione congiunturale dell’occupazione è interamente determinata dalla componente femminile e si concentra nella fascia di età 15-49 anni, mentre risultano in aumento gli occupati ultracinquantenni. Nell’ultimo mese si registra una flessione per i dipendenti permanenti (-44mila), mentre crescono in misura contenuta i dipendenti a termine e gli indipendenti (entrambi +8mila).
A fronte del calo degli occupati e dei disoccupati, a luglio si stima un aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,7% pari a +89mila). L’aumento coinvolge le donne (+73mila) e gli uomini (+16mila) e si distribuisce tra i 15-49enni. Il tasso di inattività sale al 34,3% (+0,3 punti percentuali).
Nonostante la flessione registrata negli ultimi due mesi, nel trimestre maggio-luglio 2018 si stima una consistente crescita degli occupati (+0,7% rispetto al trimestre precedente, pari a +151mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età pur concentrandosi principalmente tra gli ultracinquantenni (+123mila). Sono aumentati nel trimestre i lavoratori a termine (+113mila) e gli indipendenti (+54mila) mentre registrano un lieve calo i dipendenti permanenti (-16mila).
Rispetto ai vincoli oggettivi della congiuntura economica e dell’elevato debito pubblico che non consentono all’attuale governo la realizzazione del cosiddetto ‘contratto’, penta stellati e leghisti inevitabilmente porteranno avanti un inasprimento della politica antieuropeista con la conseguente uscita dell’Italia dall’Euro prima e dalla Ue dopo. Ma gli italiani dovranno essere avvertiti che dopo l’uscita dall’Unione europea non si starà meglio. Potrebbero verificarsi situazioni analoghe a quelle già esistenti in alcuni Paesi dell’America Latina. Poi, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, oggi il Governo non sembrerebbe guidato dal Presidente del Consiglio ed il ministro dell’economia non sembrerebbe sufficientemente ascoltato. Sembra, invece che il Governo sia guidato dai due vicepremier come se fossero i consoli della Repubblica dell’antica Roma.