Ue, manca la cura
contro il rigetto

exit from the eurozone: golden star fallen from a blue wall

Poche persone nelle strade del centro di Roma e molte saracinesche di negozi abbassate. La paura sabato scorso era tanta. Invece è andata bene, niente morti e feriti. Dei tafferugli tra manifestanti e polizia, ma nessun incidente grave. Alle fine della giornata 122 fermati. La festa nella città eterna per i 60 anni dell’unità europea è andata bene, almeno sul fronte dell’ordine pubblico. Sono state pacifiche le contestazioni di destra e di sinistra dell’euro e sono filate lisce quelle in favore dell’Unione europea. Fortunatamente sono stati smentiti i timori della vigilia per le incursioni violente dei black bloc e per i possibili attentati dei terroristi islamici.
I capi di stato e di governo dei 27 paesi dell’Unione europea sono saliti sul Campidoglio e hanno firmato nella sala degli Orazi e dei Curiazi la “nuova dichiarazione di Roma”. La cerimonia è avvenuta nella stessa sala e con la stessa penna usata proprio 60 anni fa dai premier delle 6 nazioni pioniere dell’unità del vecchio continente. Il 25 marzo 1957 diedero vita al Mec (Mercato comune europeo), poi divenuto Cee (Comunità economica europea) e quindi Ue. Si aprì una stagione di pace, di libertà, di benessere dopo la tragedia fratricida della Seconda Guerra Mondiale.
È stata una festa solenne ma triste quella del 25 marzo. Triste perché la Gran Bretagna ha abbandonato la Ue lo scorso 23 giugno con un referendum, infrangendo il mito dell’unità. Triste perché le spinte disgregative dell’Unione europea sono fortissime. L’elenco è lungo: l’invasione di centinaia di migliaia di immigrati dal Medio Oriente e dall’Africa, la disoccupazione di massa e la chiusura delle fabbriche, l’impoverimento e la precarizzazione del ceto medio, l’austerità finanziaria imposta dalla nascita dell’euro, gli egoismi nazionali. Il disagio sociale tra gli europei è altissimo, come la paura del futuro. Così i movimenti nazionalistici e populisti rischiano di causare, più o meno velocemente, la disgregazione della Ue.
Jan Claude Juncker, forse per esorcizzare il pericolo dello sfaldamento, ha proclamato: «Ci sarà un centesimo anniversario della Ue». Il presidente della commissione europea ha cercato d’infondere fiducia nel futuro: «Dobbiamo essere orgogliosi di ciò che siamo riusciti a raggiungere. Abbiamo dotato questo continente di una pace durevole e di una moneta unica. Non pensavamo di essere in grado».
Anche Paolo Gentiloni ha cercato di infondere ottimismo: «Eravamo in 6, ora siamo in 27». Il presidente del Consiglio italiano ha tentato di mettere benzina nel motore dell’unità europea: «Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte. E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni».
Gli obiettivi sono belli, ma restano un po’ sospesi nel nulla. Non si è parlato dei duri contrasti tra i paesi forti dell’Europa del nord, guidati dalla Germania, e quelli deboli del sud (a Grecia, Italia e Spagna rischia di aggiungersi anche la Francia). Non si è parlato della necessità di mettere da parte l’austerità finanziaria in favore degli investimenti per l’occupazione, non si è discusso di una soluzione all’immigrazione (ora gravante su pochi paesi come l’Italia).
Si è molto parlato del “sogno” dell’Europa unita perseguito e realizzato 60 anni fa da De Gasperi, Schuman e Adenauer, ma senza l’entusiasmo e la concretezza dei tre statisti europei del dopo guerra. Anche Virginia Raggi ha citato “il sogno” dei tre statisti, pronunciando un discorso molto istituzionale. La sindaca cinquestelle della capitale, appena rientrata da una breve e contestata vacanza sulle nevi dell’Alto Adige, ha svolto un intervento molto istituzionale definendo “una avventura straordinaria” l’impresa dell’unità europea. Non ha fatto riferimento alle dure critiche del M5S alla Ue né all’intenzione di Beppe Grillo di varare un referendum contro l’euro.
Scorrendo la “nuova dichiarazione di Roma” firmata dai 27 paesi della Ue, si leggono principi molto giusti come la pace, la sicurezza e il benessere da perseguire a livello europeo ed internazionale, ma non si indica come. Si sottolineano quattro obiettivi di marcia verso questi traguardi. La strada è precisa: «L’Europa è il nostro futuro comune».
Bene, benissimo. Ma occorre anche lavorare per restituire fiducia agli europei nell’unità europea, rigettando ogni ipotesi di divisione e di disgregazione. Se si pensasse di meno al giudizio dei mercati finanziari e di più ai bisogni dei cittadini europei colpiti dalla crisi economica forse sarebbe meglio. Se ad esempio, si realizzasse un grande piano europeo per sostenere la ripresa e l’occupazione, forse i Palazzi di Bruxelles verrebbero guardati come meno ostilità. Se ad esempio venisse realizzato lo Scudo europeo contro la disoccupazione, il progetto lanciato oltre 30 anni fa dall’economista Ezio Tarantelli, forse la situazione migliorerebbe.
Ma per ora non si vede una “grande idea” che possa rilanciare l’unità europea scaldando i cuori dei cittadini del vecchio continente. Non ci resta che incrociare le dita: il voto di aprile per eleggere il presidente della Repubblica francese sarà cruciale. Se vincerà Marine Le Pen saranno guai. La presidente del Fronte nazionale, un partito di estrema destra nazionalista, ha annunciato ai primi di febbraio: chiederà l’uscita della Francia dalla Ue, dall’euro e dalla Nato in caso di vittoria. In tempi rapidi serve una cura contro la crisi di rigetto che rischia di travolgere l’Europa.

Rodolfo Ruocco

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ROMA 60

60È tutto pronto da giorni, l’Italia e Roma in particolare si preparano a celebrare i sessant’anni dei Trattati di Roma. Anche se non è il primo atto ufficiale da cui prende avvio il processo d’integrazione europea, il Trattato di Roma è associato, nell’immaginario collettivo, al punto di partenza della grande avventura della costruzione comunitaria. Dal 25 marzo 1957 è iniziato uno straordinario processo di pace, solidarietà e prosperità che trentacinque anni più tardi ha condotto alla
creazione dell’Unione europea. Alla dimensione economica è stata infatti associata una dimensione politica. Nonostante abbia superato mille e più ostacoli, da alcuni anni l’Europa si trova in una stagione difficile, dove ad una crisi economica e finanziaria particolarmente severa si accompagna una crisi di sfiducia.
“L’Europa si trova di fronte a differenti sfide anche nuove, dalla Brexit al rinascere del protezionismo, ma abbiamo una opportunità per reagire”. Ha affermato Paolo Gentiloni incontrando nella biblioteca chigiana le associazioni imprenditoriali europee. “Rivendichiamo un ruolo globale per l’Europa. Per questo abbiamo bisogno anche di voi per sostenere il libero scambio, la crescita, una agenda per l’innovazione, e anche una Europa sociale”.

“Non vogliamo una Europa divisa, l’Europa è unita e indivisibile, ma vogliamo anche andare avanti su una idea comune di Europa, in aree ad esempio come difesa, sicurezza”, aggiunge. “Abbiamo bisogno di una maggiore integrazione e rivendichiamo un ruolo globale per l’Europa”.

“È tempo di riacquistare fiducia, di supportare il progetto europeo e di difendere quanto abbiamo costruito”, avvertono insieme le ‘confindustrie’ europee, in un dichiarazione comune consegnata questa mattina al premier Paolo Gentiloni nella sua qualità di depositario dei trattati. Sarà consegnata anche al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ed al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. A Palazzo Chigi, questa mattina, la presidente di Business Europe (che rappresenta 40 associazioni di industriali europee), Emma Marcegaglia, e il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia. “Crediamo – conclude la dichiarazione comune – che il 2017 sia un anno decisivo e per questo vogliamo dare tutto il nostro contributo per assicurare un cambio di rotta, dimostrando ancora una volta che il successo politico, economico e sociale del progetto europeo può essere raggiunto solo insieme. È tempo di scegliere: o avere successo insieme o diventare irrilevanti separatamente”.

L’Italia afferma così ancora una volta la priorità europea, ma la difesa dell’Unione è rappresentata anche dai ruoli che l’Italia ricopre nell’Ue. Dalla Lady Pesc, Federica Mogherini, al Presidente del gruppo S&D in Parlamento europeo, Gianni Pittella, fino il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani.

Per quanto riguarda la politica comune sul tema della difesa comune, non c’è niente che qualcuno possa imporre all’Unione europea. Lo ha dichiarato l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza europea, Federica Mogherini, intervenendo all’evento “Dialogo sul futuro dell’Europa” tenutosi oggi a Roma. “La politica di difesa comune esiste dal trattato di Lisbona”, ha ricordato Mogherini, sottolineando le 16 operazioni militari e civili portate attualmente avanti con personale dell’Ue. L’Operazione Sophia, secondo l’Alto rappresentante Ue, ha avuto successo “per la combinazione degli strumenti militari con il dialogo e gli strumenti di soft power”. Parlando della politica di difesa operativa dell’Ue, Mogherini ha chiarito come anche ai paesi alleati, come gli Stati Uniti, sia stato indicato che “la sicurezza non la si fa soltanto con le armi, non si investe in sicurezza solo con il bilancio alla difesa”. Quando l’Ue viene chiamata, o i paesi singoli della Nato, ad aumentare i bilanci per la difesa, si tratta secondo l’Alto rappresentante di una scelta che riguarda i singoli paesi, ma non è da leggere in maniera disgiunta da altre voci di bilancio che fanno parte della politica di sicurezza, quali gli aiuti allo sviluppo, umanitari, per il peacekeeping.

Ma nemmeno sono iniziate le celebrazioni che già iniziano le polemiche, Lega a parte, le proteste arrivano da sinistra italiana, con Stefano Fassina:

Dall’Europa invece dopo gli avvertimenti della Polonia è la Grecia a mettere i puntini sulle I. Il testo che sarà firmato dai 27 leader (Gran Bretagna esclusa) indica l’agenda della Ue in quattro punti principali: un’Europa sicura; prosperosa e sostenibile; sociale; più forte sulla scena mondiale. La Dichiarazione definisce l’Unione “una comunità di pace, libertà, democrazia, diritti umani e primato della legge, una potenza economica di primo piano con livelli senza precedenti di protezione sociale e welfare”. Il messaggio che uscirà da Roma sarà quello della “unità”, anche se non si escludono intese ulteriori tra Stati membri, quella “Ue a più velocità” che non piace ai paesi dell’est. Ma il compromesso raggiunto è che queste “cooperazioni rafforzate” restino comunque aperte ad altri partecipanti.
Anche la Grecia firmerà il documento, nonostante le minacce dei giorni scorsi, ma Atene chiede che l’Unione Europea la sostenga a contrastare la richiesta del Fmi di una riforma del mercato del lavoro che, secondo il governo di Alexis Tsipras, toglierebbe diritti ai lavoratori.
“Tuttavia, al fine di poter celebrare questi risultati, deve essere chiarito, a livello ufficiale, che essi riguardano anche la Grecia…Chiedo il vostro sostegno al fine di proteggere, insieme, il diritto della Grecia a tornare agli standard del modello sociale europeo”, si legge nella missiva di Tsipras al presidente del Consiglio Ue Donald Tusk e al presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker.
“Nelle condizioni date, non possiamo attenderci una rivoluzione, ma già arrivare a una dichiarazione comune con quattro pilastri chiari è un successo: una nuova agenda sociale; un governo unitario per le politiche migratorie, per i rifugiati; politiche per la crescita e basta con l’austerity di Schaeuble; una politica comune estera e di difesa”. Ha affermato il Presidente Gianni Pittella in un’intervista all‘Huffington Post e che ha fatto sapere: “Proprio perché ci sono così tante tensioni, l’importante è che si riesca a fare una dichiarazione comune con delle linee di marcia”. E infine sulle dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo dice: “Dijsselbloem rivela uno stereotipo, una cultura anche trasversale non solo sua, ma di tanti esponenti e personalità del nord Europa che hanno un’idea calvinista dell’Ue in cui ci sono i peccatori del sud e i santi fustigatori del nord. Questo stereotipo va sconfitto. Il fato che Schaeuble abbia dovuto difendere l’indifendibile Dijsselbloem dimostra che si tratta di un team, di una squadra oltre i confini politici che sta portando alla rovina l’Europa: perché la crisi è frutto di politiche dissennate e dell’austerity usata come dogma”. “Per l’Italia – aggiunge Pittella – non sarà facile ma il governo italiano ha un ministro dell’Economia molto stimato e un presidente del Consiglio che interloquisce in maniera autorevole con la commissione europea ed è supportato da tutti noi. Nella commissione europea, le personalità più sensibili al tema sociale, alla crescita e alla difesa delle persone più deboli saranno attente a trovare un punto di equilibrio”.

Su Jeroen Dijsselbloem è intervenuto anche Antonio Tajani. “Dal presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem parole inaccettabili, ma non cambieranno il destino dell’Europa. Qui a Norcia il Parlamento europeo ha dimostrato che non ci sono differenze tra Nord, Sud, Est e Ovest”. Così il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani a Norcia. Parole dure anche dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Sandro Gozi, intervenuto a margine del vertice di Norcia: “Dijsselbloem è un’apprendista maldestro; l’Europa ha progetti molto più alti”.
“Dall’Unione europea arriveranno circa due miliardi di euro per la ricostruzione post terremoto delle aree colpite del centro Italia”. Ha fatto sapere Antonio Tajani nel suo intervento in apertura dei lavori del vertice dei rappresentanti del parlamento in corso a Norcia. “Tra le manifestazioni per i trattati di Roma – ha aggiunto Tajani – questa è quella che più di ogni altra dimostra quanto bisogno c’è di avere istituzioni vicino ai cittadini. Il mio obiettivo, e quello di tutti i parlamentari europei, indipendentemente dai colori politici, è quello di fare di tutto perché le istituzioni comunitarie siano vicino alla gente, perché nessuno senta Bruxelles lontana dal proprio territorio. È vero, c’è malcontento e sono stati fatti degli errori, ma noi siamo qui per combattere questa diffidenza”.

Trattati di Roma, la Polonia minaccia di non firmare

merkel_sydloTutto pronto per sabato 25 marzo per la celebrazione del 60° anniversario dei Trattati e per firmare la dichiarazione di Roma, ma Varsavia si mette di traverso.
Oggi la premier polacca Beata Szydlo alla Tvn24 ha infatti fatto sapere che la Polonia potrebbe “non firmare” la dichiarazione dell’Ue adottata per i 60 anni dei Trattati di Roma, se questa non comprenderà le richieste di Varsavia, che riguardano quattro priorità. Si tratta dell’unità dell’Ue, la collaborazione fra Ue e Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e una maggior coesione del mercato comune dell’Ue. Alla domanda se la dichiarazione di Roma potrebbe non essere firmata, Szydlo ha risposto: “Certo, se non ci sarà il consenso”.
La dichiarazione dovrebbe esporre una visione del futuro dell’Unione europea dopo la Brexit. “L’unità dell’Unione europea, la difesa di una stretta cooperazione con la Nato, il rafforzamento del ruolo dei parlamenti nazionali e, infine, i principi del mercato comune, che non deve dividere ma unire. Questi sono i quattro principi che sono una priorità per Polonia”, ha detto la Szydlo, secondo cui questi temi devono essere inclusi nella Dichiarazione di Roma in modo che questa “non diventi solo un documento vuoto che suona bene ma che non contribuirà assolutamente a un cambiamento nella politica in Europa”.
“Mi pare che ci sia da parte della Polonia dopo la rielezione di Tusk un atteggiamento problematico nei confronti dell’Unione ma, ancora in queste ore, si sta lavorando per avere unità e unanimità”. Cosi il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, a margine del seminario “A 60 anni dai Trattati di Roma: l’Unione Europea è ancora possibile?”, ha commentato la dichiarazione della premier polacca.
A tentare di calmare le acque la portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, confermando il programma del presidente Jean Claude Juncker per la celebrazione del 60/o anniversario dei Trattati, ha affermato senza esitazioni che “sabato i 27 capi di stato e di governo ed i presidenti delle istituzioni europee firmeranno la Dichiarazione di Roma nella stessa sala in cui fu firmato il Trattato originale”. Anche la Polonia, secondo la portavoce di Juncker, firmerà la dichiarazione finale.

Globalizzazione come disordine mondiale

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Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

Prodi sulla Ue: “Ok doppia velocità, ma senza chiusure”

romano-prodiLe “cooperazioni rafforzate” possono servire a ridare slancio al progetto europeo ma solo se “si lascia aperta la porta a tutti gli altri Stati membri”. Così l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi parlando questa mattina a Montecitorio nel corso del primo evento celebrativo per i 60 anni dei Trattati di Roma.

“Siamo di fronte alla crisi delle istituzioni europee. Dopo la crisi economica, siamo entrati in un periodo di stanchezza, il senso comunitario si è affievolito. Abbiamo bisogno di altre umiliazioni, di essere emarginati ancor di più per poter reagire? Ricordiamoci – ha detto prodi – che nessun Paese europeo può essere protagonista della nuova globalizzazione”.

Per Prodi le “elezioni olandesi hanno dimostrato che il popolo europeo è desideroso di stare insieme,quando arriva il momento del pericolo, al momento del rischio vota la saggezza e credo che gli altri due grandi appuntamenti elettorali di quest’anno daranno lo stesso risultato”.

Intervenendo nel dibatto sull’Europa a due velocità, l’ex presidente della Commissione Ue ha detto: “Non vogliamo un’Europa a più velocità con chiusure, ma un’Europa a più velocità che sia esperimento del nuovo, che con il suo successo rende possibile a tutti in un momento successivo di partecipare”. “Cammino – ha avvertito – che non sarà né breve, né facile”. E ancora: “Penso che quest’anno sarà un anno di attesa, è inutile che pensiamo di fare salti in avanti di fronte a due appuntamenti elettorali” come quello in Germania e Francia. Ma sono successi dei fatti nuovi: da un lato la Merkel ha dato vita a un progetto che avevamo già fatto, quello delle cooperazioni rafforzate. Dall’altro lato uscita la Gran Bretagna è cambiata radicalmente la situazione: l’unico Paese che ha l’arma nucleare e che ha diritto di veto all’Onu è rimasta la Francia mentre Trump ha
detto che gli europei devono provvedere per la difesa. Allora si è aperta la porta ad una cooperazione rafforzata in campo militare: unificando i comandi l’efficacia si moltiplica”.

“Nessun paese europeo può entrare da solo nella leadership mondiale, non lo può fare l’Italia, né la Francia e nemmeno la grande Germania”, ha spiegato Prodi sottolineando che “uniti siamo ancora la più grande potenza industriale del mondo e il più grande esportatore del mondo. Uniti abbiamo il più grande patrimonio scientifico potenziale
del mondo”. “Oggi i protagonisti del mondo sono sempre più Usa e Cina, le nuove reti che legano il mondo sono Gioogle, Apple, Ali Baba, Ebay e potrei continuare a lungo senza citare un nome europeo”.

E sulla doppia moneta ha detto che “l’ipotesi dei matti sono sempre possibili, possiamo immaginare anche quattro monete”. L’ipotesi di una doppia moneta in Italia è stata avanzata anche da Silvio Berlusconi. “Ma – ha aggiunto Prodi – se stiamo nel campo della razionalità non è possibile”

Boldrini-Renzi-scontroE sul fronte interno l’ex presidente del Consiglio ha “escluso il fatto di scendere in campo, per il resto ricordatevi che sono capace di tutto”. Infine interviene con una battuta sul centrosinistra: “In tempi di xylella si salva l’Ulivo eh…”.  “Adesso domina la xylella, che è
fastidiosa”, osserva Prodi che, a chi gli chiede chi rappresenti, oggi per il Pd, la xylella, replica: “Non l’hanno ancora scoperta la xylella, siamo nella stessa situazione…”.

Alla conferenza dei presidenti dei Parlameti Ue è intervenuta anche il presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini che è stata sempre una paladina dell’unità. L’Europa rischia una divisione netta, non sul piano territoriale ma bensì sul punto di vista degli obiettivi. Il Vecchio Continente, dopo la seconda guerra mondiale, ha voluto una grande unione, con l’obiettivo di creare una Comunità europea forte e stabile. “Oggi più che mai, in questa sede, abbiamo anche il dovere – ha sottolineato Laura Boldrini – di interrogarci sulle ragioni per le quali il progetto europeista sta progressivamente perdendo la sua spinta propulsiva. Bisogna prendere atto – spiega – che, nonostante i traguardi raggiunti, l’Europa attuale non funziona. Sembra una macchina con il freno a mano tirato, costretta a procedere a velocità ridotta. Ne sono prova la disoccupazione e le diseguaglianze crescenti, così come l’incapacità di gestire in modo solidale i flussi migratori e di parlare con un’unica voce nelle numerose aree di conflitto ai nostri confini esterni”. Con queste parole, la Boldrini fa intendere di come sia prezioso il recupero di certi valori. Purtroppo negli ultimi anni, in  Europa è cresciuto in modo esponenziale un sentimento pericolosamente anti europeo. “Si tratta di problemi ai quali, per la loro scala globale, solo l’Unione potrebbe dare risposta. Nessun Paese europeo può affrontare da solo queste ed altri grandi sfide. Nel tempo che viviamo nessun Paese è un’isola. E’ dunque paradossale prospettare oggi, in piena globalizzazione, la disgregazione dell’Unione e il ritorno ad assetti istituzionali ottocenteschi. Senza una risposta comune il nostro continente è condannato ad una progressiva e pericolosa marginalizzazione. Chi ha a cuore l’Europa non può chiudere gli occhi su questi problemi sperando che la bufera passerà da sola. Perché la bufera passerà soltanto se sapremo riportare il sereno. Soltanto se sapremo dotare l’Unione di mezzi e forza necessari a rispondere alle aspettative. Occorre reagire, ponendo al centro il rinnovamento della nostra casa comune: l’Europa per prima, Europe first”, spiega il presidente della Camera. Intanto sul fronte Olanda, essa è convinta che alzare i toni in modo così radicale come ha fatto Wilders non paga, si va oltre qualsiasi rispetto, oltre qualsiasi accettabile provocazione. “I cittadini – conclude – comprendono che quelle non sono ricette che mirano alla soluzione dei problemi. Sono sollevata come europeista e come persona che crede in una società che rispetta i diritti di tutti. Spero di non assistere ancora a queste polemiche, perché distruggono ogni forma di rispetto”. Assistere ad una disgregazione europea significherebbe rinnegare pienamente i principi dei nostri padri fondatori.

LA NUOVA EUROPA

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“Il messaggio da parte nostra sull’Europa a più velocità è molto semplice: non stiamo parlando di un’Europa ‘a’ la carte’, stiamo parlando di una realtà che è già in atto. E’ una direzione di marcia necessaria perché consente di fare passi in avanti a gruppi di Paesi, qualora ci sia tra loro un’intesa. Ma è una scelta che si fa nell’ambito dei Trattati, consentendo a tutti di aderire e senza alcuna logica di esclusione”. Così il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice di Bruxelles. L’Unione europea a più velocità, ha insistito il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice europeo è una “direzione di marcia necessaria”. L’unione a più velocità, ha proseguito Gentiloni, “è  già la realtà dell’Europa ma è un messaggio che dice l’Europa deve rispondere alle richieste cittadini e lo deve fare con una flessibilità e rapidità che non può dipendere dal fatto che uno o due paesi abbiano il potere di impedirlo”.

Il vertice di Roma
Gentiloni si è detto ottimista. “Esco da questa riunione con un relativo ottimismo perché, pur essendo consapevole delle difficoltà dell’Unione europea che la giornata di ieri ha messo plasticamente in evidenza, penso ci sia anche la consapevolezza comune del fatto che l’incontro di Roma” il prossimo 25 marzo “possa essere un’occasione di rilancio per l’Ue”. Al vertice di Roma ci sarà l’indicazione di quattro grandi priorità con una prospettiva di dieci anni per il futuro dell’Europa. Le 4 priorità sono un’Europa della Difesa e della sicurezza nella gestione dei flussi dei migranti, della crescita e dello sviluppo sostenibile e del lavoro, un’Europa sociale e un’Europa che abbia un ruolo nel mondo di scambi e di mercato.

Ottimista anche la cancelliera tedesca Angela Merkel:  “Se guardo agli input arrivati” da Italia, Malta, Juncker e Tusk “sono ottimista che avremo una buona dichiarazione di Roma”, che indicherà “la direzione generale” per l’Ue ma “non vogliamo scrivere un nuovo Trattato”. Merkel, che ha precisato che oggi non è stato discusso il testo ma i principi generali. “Il motto” resta “che siamo uniti nella diversità” e questo deve essere assicurato “dando spazio a creatività e innovatività” nei vari settori, ha aggiunto.

L’Europa a due velocità
Di Europa a due velocità ha parlato anche il presidente della Commissione Juncker. “Ho constatato non senza sorpresa che per qualcuno” l’idea di una Europa a diverse velocità marcherebbe “una linea di divisione tra est e ovest” come “una nuova cortina di ferro”. Ma “non è questa l’intenzione”, che invece è quella di permettere che “chi vuole fare di più possa fare di più”. Questo perché secondo Jean Claude Juncker “ l’Europa a più velocità esiste già”. Sullo stesso argomento la Cancelliera Angela Merkel ha aggiunto: “È già prevista dai Trattati: per esempio abbiamo l’euro e l’area Schengen di cui non fanno parte alcuni Stati membri, e ci sono già le regole di opt-out per giustizia e affari interni, e cooperazioni rafforzate su brevetto, divorzio e ora anche il Procuratore europeo”. “Non vogliamo escludere nessuno, non ci sono cerchi chiusi, gli Stati membri possono decidere”, ha sottolineato.

Il presidente del Consiglio europeo appena riconfermato, Donald Tusk, intende proporre ai capi di Stato e di governo che l’Europa a due velocità sia la seconda scelta da subordinare all’obiettivo dell’unità dei 27 Stati membri che resteranno dopo la Brexit. “L’Europa a più velocità non può essere un obiettivo in sé, ma uno strumento”, ha spiegato una fonte europea. Agli occhi di Tusk, l’Europa a più velocità può essere solo “la seconda scelta”, ha detto la fonte, sottolineando che già oggi è possibile ricorrere alle cooperazioni rafforzate.

Nella discussione in corso tra i capi di Stato e di governo sulla bozza della dichiarazione di Roma sul futuro dell’Europa, diverse delegazioni hanno espresso la loro opposizione all’Europa a più velocità. Sono soprattutto i paesi dell’Est a essere ostili, per il timore di essere marginalizzati dai vecchi Stati membri.

Lo scontro con la Polonia
Scambio di punture tra Francia e Polonia al termine dei lavori. ”Si può prendere seriamente il  ricatto di un presidente che ha solo il 4% di sostenitori e che  presto lascerà suo incarico? La Polonia non ha paura di alcun ricatto di alcun Paese. I Paesi dell’Est hanno lavorato duro per  costruire l’Ue, abbiamo stessi diritti e obblighi. Queste sono cose che approfondiscono le divisioni”. Così la premier polacca Beata Szydlo alla conferenza stampa di fine vertice commenta la  battuta del presidente francese Hollande che, rivolto alla premier polacca, aveva detto: “Voi avete i principi e noi i  fondi strutturali” E sull’Europa a due velocità inevitabilmente ha la premier polacca ha marcato la propria posizione: “I Paesi del V4 non saranno mai  d’accordo a parlare di un’Europa a più velocità”.  “La condizione che noi poniamo è l’unità”, afferma Szydlo, ricordando la dichiarazione congiunta dei V4 dei giorni scorsi, che suggerisce come “base per la dichiarazione di Roma”. Tra le “linee rosse” evidenziate: “non approveremo cambiamenti che  possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen”.  E aggiunge: “la dichiarazione di Roma avrà un senso solo se  punterà al futuro e se sarà firmata da tutti”. Intanto in Polonia il partito di opposizione Piattaforma civica (Po) ha chiesto oggi il voto di sfiducia al  governo del premier Beata Szydlo, dopo la “brutta figura” fatta  ieri a Bruxelles, nell’ambito della votazione per il rinnovo del  mandato del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il governo ha agito “contro le ragioni di Stato”, ha detto, e ha  “rovinato l’immagine della Polonia sull’arena internazionale”,  rendendo “ridicolo” l’operato della diplomazia polacca. “Szydlo  ci ha screditati”, ha detto.

SCENARI EUROPEI

epa04486490 European Commission President Jean-Claude Juncker gives a press conference on Luxembourg leaks after a week under pression at the EU Commission headquarters in Brussels, Belgium, 12 November 2014. Luxembourg leaks is scandal of Companies? Secret Tax Deals in Luxembourg.  EPA/OLIVIER HOSLET

EPA/OLIVIER HOSLET

L’Unione europea da salvare. Sul futuro di un’Europa sempre più divisa e in affanno, arriva a dare prospettive il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che oggi presenta al Parlamento europeo il suo Libro bianco sul dopo Brexit. “Possiamo essere orgogliosi di quanto abbiamo realizzato – ha spiegato in un comunicato il presidente dell’esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker – i nostri giorni peggiori del 2017 saranno in ogni caso di gran lunga migliori rispetto a uno qualsiasi dei giorni che i nostri antenati hanno trascorso sul campo di battaglia. Con il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma è giunto il momento per una Europa unita a 27 di definire una visione per il futuro”. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha telefonato al Presidente Paolo Gentiloni per discutere del summit per i 25 anni dei Trattati di Roma, in agenda il 25 marzo nella capitale e per parlare del futuro dell’Europa.
Proprio in vista del summit Juncker in 26 pagine fa lo sforzo di guidare i Paesi membri verso una possibile strada, ma senza imporre soluzioni. Il libro traccia cinque possibili percorsi fino a dicembre, e nessuno degli scenari previsti però impone la revisione dei Trattati.
Il documento illustra infatti gli scenari verso i quali l’Europa potrà dirigersi da qui in avanti, alla luce degli ultimi avvenimenti che sembrano aver fatto vacillare la stessa idea dell’Europa e che vede populismi e nazionalismi cavalcare con sempre maggiore foga il Vecchio Continente in crisi.

Scenario 1: Proseguire in questo modo
Nessun cambiamento e tutto viene lasciato nelle mani dei singoli Stati membri responsabilità fondamentali come il controllo delle frontiere.

Scenario 2: Uniti nel Mercato unico
Con questa prospettiva la missione principale sarebbe il mercato unico, ma così l’UE si troverebbe ad affrontare elevati rischi per l’euro e l’Eurozona sarebbe vulnerabile anche si fronte a nuove crisi finanziarie.

Scenario 3: Chi vuole di più faccia di più
È lo scenario dell’Europa a più velocità, basato su “coalizioni di volenterosi” disposti a elaborare politiche comuni su temi come difesa, sicurezza interna, questioni fiscali e sociali, ma verrebbe messa in dubbio la governance dell’eurozona.

Scenario 4: Fare meno ma farlo meglio
Si tratterebbe di affrontare meglio alcune questioni come una Frontiera europea e una Guardia costiera, così come una posizione comune in politica estera, tuttavia i Paesi devono prima essere d’accordo tra loro sulle aree in cui vogliono una cooperazione più efficiente.

Scenario 5: fare molto di più e farlo tutti insieme
L’Ue avrebbe più risorse proprie e una sola voce su politica estera e commercio; potrebbe assumere la leadership globale su cambiamento climatico e questioni umanitarie. A Bruxelles si farebbe un lavoro di decision-making “molto più ampio e veloce”, cosa che – ammette la Commissione Juncker – “rischia di alienare quelle parti della società che non credono nella legittimità dell’Ue”.

Tra le cinque opzioni contenute nel libro bianco è proprio questa l’unica ad avere una prospettiva e un futuro. E l’unica che con ogni probabilità sarà rilanciata nella dichiarazione del vertice di Roma del 25 marzo.
Contro l’esposizione di queste prospettive arriva il parere del capogruppo dei Socialisti e democratici al Parlamento Ue Gianni Pittella che si dice “deluso” dal Libro bianco di Juncker, “perché ha dato 5 opzioni per il futuro dell’Europa senza sottolineare una scelta politica della Commissione”.
Sempre in Parlamento europeo arriva anche l’avvertimento dal Commissario europeo agli Affari Economici Pierre Moscovici, in audizione oggi in Parlamento per preservare l’Europa. “Siamo in mondo pericoloso, ci sono forze che vorrebbero smantellarci, penso alle politiche americane e alla politica russa, e a forze interne che potremmo temere come la Brexit”. ha detto Moscovici. “Se così tanti vogliono dividerla forse è perché l’Unione è forte e disturba. Serve un sussulto politico per lottare per una Ue più democratica e più efficace anche a livello economico”.
Moscovici è intervenuto anche sulla manovra correttiva che il governo italiano si è impegnato a realizzare per far fronte ai rilievi sui conti posti da Bruxelles. La commissione- ha spiegato – “non chiede un aggiustamento di bilancio irrealistico ma progressivo e ragionevole per il rispetto del braccio preventivo del patto di stabilità”. Il commissario si è detto comunque “certo che l’Italia assumerà le proprie responsabilità e il dialogo andrà avanti”.
“A titolo personale sono favorevole a concetto estremamente ambizioso di zona euro, di una capacità di bilancio che permetta da una parte di prolungare piano Juncker” e dall’altro di “sostenere una assicurazione minima contro la disoccupazione. Secondo me l’Unione deve andare fino in fondo, e dotarsi di un Tesoro europeo, per una trasformazione progressiva”. In questo modo – ha spiegato – ci sarà “maggiore trasparenza. Noi – ha spiegato – prendiamo decisioni, ad esempio sulla Grecia, che gravano sull’economia dei Paesi. Credo che agiamo con saggezza ma capisco che ci possa essere una richiesta di spiegazioni e apprensione da parte delle istituzioni democratiche, dei Parlamenti e dei cittadini”

Ue, approvato l’accordo commerciale con il Canada

cetaSe l’accordo commerciale tra Canada e Ue (Ceta) avrà successo “diventerà la traccia da seguire in questo campo, altrimenti sarà l’ultimo accordo di questo genere”. Così il premier canadese Justin Trudeau in plenaria al Parlamento europeo che con 408 voti favorevoli, 254 contrari e 33 astensioni ha approvato a Strasburgo il Ceta. “E’ più facile parlare dei problemi che risolverli, più facile distruggere che costruire, ma con il Ceta abbiamo costruito qualcosa di importante, soprattutto in questo momento”, ha aggiunto Trudeau. L’accordo “apre la porta a nuovi mercati”, a un commercio che “deve essere libero ed equo”. In questo “momento grande preoccupazione”, sostiene Trudeau, è stato varato “uno degli accordi commerciali più progressisti del mondo e tutti i nostri cittadini ne trarranno beneficio”.

Soddisfazione anche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per il quale “l’Europa fa un passo avanti verso il Ceta con il Canada e dimostra che ha un ruolo da svolgere contro i protezionismi”. Dalla Commissione europea e intervenuta la Commissaria al commercio Cecilia Malmstroem: “Questo è un accordo che riguarda anche i nostri valori”, ha affermato, intervenendo nella plenaria di Strasburgo prima del voto sul Ceta. “Il Canada – ha insistito – è un paese democratico che condivide gran parte dei nostri valori, hanno un settore pubblico forte e sono impegnati con noi per lavorare per modellare la globalizzazione”. Nel suo discorso. Malmstroem ha voluto sottolineare i benefici per le pmi, soprattutto del settore tessile e calzaturiero, ha promesso a breve delle misure di tutela per il settore bovino, rispondendo ad una preoccupazione francese, e ha sottolineato la trasparenza assicurata dal metodo negoziale adottato con il Canada.

Preoccupazione invece arriva da parte dei Verdi. Angelo Bonelli e Fiorella Zabatta, coordinatori dell’Esecutivo Nazionale dei Verdi affermano che sono molti i motivi per non satre traquilli. “Innanzitutto – dicono – l’accordo non vieta l’ingresso di alimenti contenenti OGM e sostanze chimiche tossiche, dando il via libera a una deregolamentazione ampia e irreversibile”

IL TESTIMONE

draghi 3Una giornata segnata dalla debolezza delle borse europee che riprendono fiato dopo la testimonianza del governatore della Bce Mario Draghi alla Commissione per gli affari monetari ed economici del Parlamento europeo.
Le affermazioni di Draghi guardano a un miglioramento della situazione economica dell’Eurozona, ma restano comunque caute al riguardo.
La “ripresa resistente” con l’aumento negli ultimi due anni del pil procapite del 3% nell’eurozona, il sentimento economico al top da 5 anni e la disoccupazione al 9,6%, il livello più basso da maggio 2009, “sono passi nella giusta direzione ma sono solo i primi passi”, afferma il presidente della Bce all’Europarlamento, sottolineando che “dobbiamo continuare su questa strada”. “Le decisioni di politica monetaria prese in dicembre”, ha quindi sottolineato, “sono quelle giuste nel contesto attuale”. Rispondendo a una domanda sulla possibilità di un ritorno al protezionismo a livello globale afferma: “Guardiamo con preoccupazione a annunci di potenziali misure protezionistiche”. E sull’Europa ha aggiunto: “L’Ue è stata creata sulle basi del libero scambio – dovremo giudicare quando vedremo quello che è stato annunciato”.
“L’idea di ripetere le condizioni che hanno portato alla crisi finanziaria è qualcosa di molto preoccupante”, e “l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’allentamento delle regole”. È il monito del presidente della Bce in riferimento all’intenzione Usa di modificare le regole del settore finanziario. “Il fatto che non abbiamo visto svilupparsi rischi per la stabilità finanziaria è una ricompensa per le azioni intraprese da regolatori e legislatori sin dallo scoppio della crisi”, ha sottolineato.
“Diversamente da una percezione diffusa, le condizioni economiche dell’eurozona sono stabilmente migliorate” ma “i rischi per le previsioni dell’eurozona restano al ribasso e sono prevalentemente legati ai fattori globali”. Draghi spiega che le decisioni di dicembre “definiscono un equilibrio tra la nostra fiducia crescente” sulle prospettive dell’eurozona, e “allo stesso tempo, alla mancanza di un chiaro segno di convergenza dei tassi d’inflazione”.
L’inflazione in aumento, infatti, sta causando frustrazione in alcuni Paesi – in testa la Germania – mentre la lenta uscita dalla crisi finanziaria sta alimentando un intenso mormorio sull’integrazione europea. Non aiuta poi la presidenza della Casa Bianca di Donald Trump che sta minacciando di strappare gli accordi commerciali già esistenti, e l’incertezza politica del Vecchio Continente che vede dopo anni alle elezioni europee di quest’anno un’ascesa di partiti estremisti.
Draghi ha anche espresso le sue preoccupazioni sul “pericolo populista” che minaccia l’abbandono dell’euro, ricordando il Trattato di Maastricht che fu una “decisione coraggiosa” e “segnò ‘una nuova tappa nel processo dell’integrazione europea’”. Alla vigilia del 25esimo anniversario dello stesso Trattato, Draghi ricorda che “con la moneta unica abbiamo forgiato bond che che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economia dalla Seconda guerra mondiale”. “È facile sottostimare la forza di questo impegno” politico, ha ammonito, “che ci ha tenuto insieme per 60 anni” in “tempi difficili”.
“L’euro è irrevocabile, questo dice il Trattato”, afferma durante il suo intervento all’Europarlamento e quanto a un’Unione a più velocità, Draghi, dopo aver rilevato che “non è ancora chiaro” che cosa è stato detto a Malta, ha osservato: “È un concetto ancora da sviluppare, una visione appena abbozzata su cui non sono in grado di esprimere alcun commento, almeno al momento”. “Non siamo manipolatori della moneta”. Così, in italiano, il presidente della Bce Mario Draghi ha risposto all’eurodeputato Marco Zanni (Enf) sulle critiche alla Bce del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. “Le politiche monetarie fatte riflettono le diverse posizioni nel ciclo economico dell’eurozona e degli Usa”, ha sottolineato, ricordando che nel 2013 il tasso di cambio euro/dollaro era a 1,40 e che già allora la Germania aveva un surplus commerciale del 6% con gli Usa.
Nonostante l’intervento incoraggiante di mario Draghi, Piazza Affari dopo essersi ripresa continua la sua discesa (-1,9%) e resta la piazza peggiore in Europa. Ad appesantire il Ftse Mib sono dalla mattina i titoli del comparto bancario, con le azioni di Unicredit che nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale flettono del 5% (-14% i diritti). Male anche Bper (-5,7%), Banco Bpm (-4,5%), Mediobanca (-3,3%), Fineco (-3,4%), Ubi (-3%). In calo anche Unipol (-4%) e Unipolsai (-3,1%). Giù Leonardo (-2,8%) e Generali (-2,9%). Fanno bene solo Cnh (+3,1%) e Telecom.
(+1,5%).
Ma a preoccupare ancora di più è la corsa al rialzo dello spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il Bund vola a 200 punti base, toccando questa soglia per la prima volta da febbraio 2014. Il tasso sul decennale del Tesoro cresce al 2,35%. A pesare non solo l’incertezza economica, ma anche l’approssimarsi del pronunciamento di Moody’s, che ha un outlook negativo sul rating Baa2, atteso per venerdì 10 febbraio.
In cattive acque sullo spread con l’Italia anche la Francia. Dopo che la leader del National Front, Marine Le Pen, nel suo discorso elettorale ha annunciato che se diventerà presidente negozierà l’uscita della Francia dall’euro, lo spread Francia-Germania — ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli decennali francesi e quelli tedeschi — si è allargato a 72 punti base, col tasso sul titolo francese a 10 anni all’1,10%, ai massimi da marzo 2013.

Agropirateria: i disastri
della contraffazione

contraffazione-alimentareMolti prodotti dell’agroalimentare e fiore all’occhiello della nostra economia sono da sempre oggetto di falsificazioni da parte di “personaggi” privi di onestà e alla continua ricerca di facili guadagni sulla pelle dei consumatori…

La contraffazione alimentare causa dei veri disastri al nostro Paese, ai consumatori e ai produttori che operano con professionalità. La lotta all’agropirateria non ha sosta, anzi, si intensifica diventando sempre più capillare ed efficace. I dati diffusi dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali riguardanti il 2016 rappresentano le nostre istituzioni e le forze dell’ordine in sinergia per reprimere un fenomeno spregevole, che nonostante l’impegno profuso non dà però cenno di diminuzione. Ma, oltre ogni rassicurante performance di cifre e di dati è importante denunciare che l’agropirateria è un “virus” ambiguo e reattivo, che si propaga metodicamente e verso il quale occorre una terapia sistemica! E se da un lato le battaglie vinte sono non indifferenti – “la guerra” in sé procede ed è combattuta ogni giorno! Una tenzone non semplice da osteggiare, anche perché in ballo ci sono un mucchio di soldi, e le troppe-tante organizzazioni dedite al malaffare lo sanno e son disposte a tutto pur di far cassa!

Del resto, per “spargere il sale” sulle frodi alimentari ci vorrebbe una provvidenziale bacchetta magica! In ogni caso le autorità non si perdono d’animo. È importante, infatti, non “mollare la presa” – sia per tutelare i consumatori che i produttori – nel concreto coraggiosamente in prima linea con le loro aziende. Oltre a sgominare clan e associazioni dedite alle più impensabili falsificazioni, bisogna dotare i consumatori di tutte quelle competenze atte a riconoscere i prodotti alimentari mendaci. A tal proposito l’informazione gioca un ruolo chiave – unitamente alle istruzioni per tenersi alla larga dai pericoli che serpeggiano nel mare magnum delle attività fraudolente. Rischi pesanti, poiché un prodotto taroccato che cerca di emulare l’originale è spesso manipolato in habitat insalubri ed è quindi un’insidia sibillina per la salute! D’altro canto è intuibile che “un fruitore” informato attuerà in primis un servizio pro domo sua, poi un proficuo passaparola – in più un aiuto nei confronti delle attività di categoria, che nei loro marchi investono ricerca e capitale!

Da tener conto, che la crisi economica globale ha permesso all’agropirateria di affondare le radici in una realtà che proprio il gap finanziario ha reso più fragile. Si tratta realmente di un’emorragia copiosa e affatto semplice da tamponare –, che fa eco a un comprensibile senso di frustrazione “assaporato” da chi ogni giorno produce alimenti all’insegna della qualità. Ma quali sono i prodotti più contraffatti – semmai si potesse stilare una sorta di blacklist? Purtroppo, le “attività” illecite su questo versante non fanno sconti a nessuno – quindi formaggi, insaccati, salumi, vini, aceti, oli, pasta, riso, conserve di pomodoro e i vari derivati del latte. L’obiettivo dei predoni agroalimentari è lucrare, arricchirsi cinicamente innescando – come conseguenza tout court – smisurati danni economici sia in Italia che all’estero sino all’inevitabile decadimento d’immagine del prodotto autentico!

Facendo due conti, per chi delinque, si tratta di un volume di affari che frutta parecchi milioni di euro – cifre incredibili e soprattutto… esentasse! E il consumatore, e vale a dire colui che di buon mattino va a fare la spesa al mercato è il primo che dovrebbe indignarsi davanti a questo sudiciume, e nel suo piccolo – dopo l’inziale disgusto – operare affinché il falso finisca al macero prima che sulle tavole, ad esempio, segnalando all’autorità competente merce o alimenti visibilmente sospetti. Tradotto – accertato che le istituzioni svolgono il loro lavoro incessantemente – chi consuma è chiamato in causa a dar una mano, in quanto oltraggiato dai malfattori! Obiettivamente la lotta alle frodi è collegiale e impostata su vasta scala – impiegando provvedimenti, misure precauzionali, l’applicazione dell’etichettatura obbligatoria (che tutela i consumatori fino alla distribuzione), e il riconoscimento a livello comunitario dei prodotti a denominazione di origine (DOP, IGP, STG e DOC per i vini). E ciò, come detto in precedenza, va benissimo ma è determinate mettere in atto un “gioco di squadra” tra produttori e l’anello finale della filiera, cioè il consumatore – perché il fine è univoco e viaggia sotto il vessillo della correttezza e dell’onestà.

Ogni anno l’Italia perde una valanga di soldi a causa dell’agropirateria internazionale, che nel concreto genera un business di proporzioni inaudite e una perniciosa economia illegale parallela. E tutto ciò perché il Made in Italy è icona di prestigio a livello mondiale – per cui i nostri marchi più rappresentavi sono quelli più bersagliati dagli imbroglioni, che senza esitazioni mettono sul mercato i cloni dei brand originali! Bisogna correre ai ripari investendo in prevenzione intelligente, e allo stesso tempo auspicando tolleranza zero verso chi infrange la legge! Prevenire – si diceva poc’anzi – ma come? Certamente con l’ausilio dell’informazione e non soltanto quella di nicchia ma altresì quella diffusa – in quanto una comunicazione tempestiva e aggiornata è decisiva nella lotta alla contraffazione. È poi utile che tutte le misure economiche, legislative, tecniche e di formazione siano a messe a disposizione per debellare questa sorta di “metastasi” che svilisce una sponda (n.d.r. agroalimentare) sostanziale per il nostro futuro. Lasciando che sul mercato imperversino prodotti falsificati privi di ogni tracciabilità, si compromette un bacino produttivo che è una risorsa inestimabile con molteplici opportunità di crescita e di sviluppo – primo su tutti il lavoro – ovunque sempre più in calo e tratteggiato dalle torbide sfumature della precarietà.

Stefano Buso