Svimez. Il pericolo della grande fuga dal Sud

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I dati del rapporto Svimez, l’associazione per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno, presentati oggi continuano a disegnare uno scenario già conosciuto. Una netta demarcazione tra centro-nord e centro-sud continua a dividere l’Italia. E se questa differenza sembrava conoscere una diminuzione, nell’ultimo rapporto invece appare in tutta la sua drammaticità. La Sicilia è la regione che soffre di più e dove i ragazzi fuggono in maggior numero. Un allarme ulteriore per un territorio già gravato da ritardi strutturali. La Sicilia in assoluto è la regione meridionale che cresce meno, segnando un rallentamento rispetto a Calabria e Sardegna. Se nel 2017 queste ultime hanno sfiorato un tasso di sviluppo del +2% (rispettivamente 2%, +1,9% e +1,8%), l’Isola invece si è fermata allo +0.4%.

Dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018 sul Mezzogiorno, presentato questa mattina a Roma emerge che “il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila)”. La Svimez, che parla “di sacche di crescente emarginazione e degrado sociale, che scontano anche la debolezza dei servizi pubblici nelle aree periferiche”, definisce “preoccupante la crescita del fenomeno dei ‘working poors’”, ovvero del “lavoro a bassa retribuzione, dovuto a complessiva dequalificazione delle occupazioni e all’esplosione del part time involontario”.

Una situazione che porta con il sé il rischio di “un forte rallentamento” per il 2019. La crescita del prodotto sarà pari a +1,2% nel Centro-Nord e +0,7% al Sud”. Nel 2017, si spiega, “il Mezzogiorno ha proseguito la lenta ripresa” ma “in un contesto di grande incertezza” e “senza politiche adeguate” rischia di “frenare”, con “un sostanziale dimezzamento del tasso di sviluppo”.

“Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati”. Un dato questo particolarmente preoccupante che il ‘bollettino’ della Svimez sulla ‘fuga’ dal Sud, il cui peso demografico non fa che diminuire. Insomma un l’allarme sul “drammatico dualismo generazionale”. E spiega: “Il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Insomma, sintetizza, “si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani”.

“Emerge dall’anticipazione del rapporto SVIMEZ – afferma Ivana Veronese, Segretaria Confederale UIL – come per evitare il forte rischio di allargare ulteriormente la forbice del divario tra Mezzogiorno e il resto del Paese, sia necessario garantire, per il Sud, maggiore intensità degli interventi a sostegno della crescita”.  “Per il Mezzogiorno non servono politiche speciali, servono politiche valide per tutto il Paese ma che per il Sud prevedano una maggiore intensità di aiuti e risorse. Sarebbe opportuno – continua la sindacalista – che lo sviluppo del Mezzogiorno non rimanga un tema da affrontare, come ogni anno “sotto l’ombrellone”, ma sarebbe ora che tutta la politica passasse una volta per sempre dalle parole ai fatti concreti, in quanto la crescita economica del Mezzogiorno è la crescita dell’intero Paese. Nel Sud occorre ricreare quel clima di fiducia e speranza per i tanti giovani e un territorio “accogliente” per le imprese e cittadini partendo da: investimenti per le infrastrutture materiali ed immateriali; da una fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese; una pubblica amministrazione efficiente; legalità e, soprattutto, lavoro”.

“Così come serve accelerare la performance dei fondi comunitari europei, dato che il nostro Paese è il fanalino di coda in Europa per la spesa di tali risorse. Ma se l’emergenza sociale nel Mezzogiorno è il rischio povertà e se questa deriva principalmente dalla mancanza di reddito da lavoro, si deve dare  continuità rendendo strutturale – conclude – l’attuale sistema di incentivi alle assunzioni di giovani e meno giovani nel Sud”.

Barbagallo: “Sicurezza sul lavoro bene indisponibile”

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Il 14 luglio scorso, dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ha visto ufficialmente la luce il cosiddetto decreto dignità che già tante polemiche e veleni ha sparso, che adesso si trova all’esame del Parlamento che lo dovrà convertire in legge. Sui contenuti di questo decreto, e su altri temi di attualità legati al mondo del lavoro, abbiamo intervistato Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil.

Segretario Barbagallo, qual è il giudizio della Uil sul decreto dignità varato di recente dall’attuale Governo?
Le novità introdotte dal cosiddetto decreto dignità in materia di lavoro, rappresentano per la Uil un primo, seppur debole, passo verso un miglior bilanciamento di tutele e diritti per le lavoratrici e lavoratori. In particolare, la regolamentazione in materia di delocalizzazione è in sintonia con le proposte avanzate dalla Uil. Così come ci trovano concordi le misure per il contrasto alla ludopatia. Non condividiamo, invece, l’introduzione del criterio di “equipollenza” tra contratti a termine diretti e in somministrazione, considerata la differenza di natura e finalità che li caratterizza. Siamo, però, favorevoli alla reintroduzione delle causali, di cui sarebbe auspicabile un ritorno anche per il primo contratto a tempo determinato. Manca, invece, una normativa di “raccordo” tra la precedente disciplina e quella attuale. Ci riferiamo, in particolare, a un periodo transitorio che consenta, senza perdite occupazionali, proroghe e rinnovi per i contratti in essere.

Quali considerazioni trarre dalla verifica dei dati della rappresentanza sindacali, richiesta recentemente dal ministro Di Maio? Va nell’ottica dell’imbavagliare i sindacati? E c’è qualche sindacato “amico” o che ha comunque in gran simpatia l’attuale governo e il ministro del lavoro?
Non vedo questi “rischi”. La questione è un’altra e la nostra posizione al riguardo è semplice e chiara. Il vice premier Di Maio chiede una verifica dei dati relativi alla rappresentanza sindacale? Noi siamo prontissimi. Peraltro, per avere chiaro il quadro della rappresentatività dei sindacati, basta leggere i risultati delle consultazioni elettorali che, sistematicamente e a scrutinio segreto, si svolgono in tutti i luoghi di lavoro, coinvolgendo tutti i lavoratori.  Ad esempio, nelle recenti elezioni per il rinnovo delle Rsu nel pubblico impiego, dove esiste già una legge che regolamenta il tutto, ha votato circa il 90% dei lavoratori coinvolti. Il livello di partecipazione, dunque, è stato altissimo ed è stata così confermata la volontà di farsi rappresentare, in particolare, dal sindacato confederale per la tutela dei propri interessi e la difesa dei propri diritti. Ovviamente, si vota anche in tutti i luoghi di lavoro del settore privato e gli esiti emersi dalle singole imprese sono conosciuti e pubblicizzati. Anche in questo caso, peraltro, c’è già un’intesa tra sindacati e associazioni imprenditoriali per la verifica e la misurazione della rappresentanza: occorre, semplicemente, che venga applicata in toto per avere un quadro complessivo e generalizzato della rappresentatività. A tal proposito, il sistema delle imprese, da un lato, e il Ministero del lavoro, dall’altro, hanno da svolgere alcune incombenze. Insomma, quanto “pesano” i sindacati è cosa nota e se occorre qualche intervento per ufficializzare e pubblicizzare questo dato, la Uil è a disposizione.

Parliamo del caporalato: come combattere questo ritorno a uno sfruttamento che ricorda molto da vicino il mercato degli schiavi?
Nonostante tutti gli sforzi messi in campo e i provvedimenti varati anche su sollecitazione del sindacato, il caporalato continua a essere una piaga per il mondo del lavoro. Per debellare questo fenomeno, bisogna aumentare i controlli e tenere alta la vigilanza sul territorio. Su questo fronte, la Uil sta conducendo una battaglia in prima linea, anche con sacrifici personali e rischi per la propria incolumità di alcuni nostri attivisti. Bisogna proseguire su questo terreno ed estirpare la mala pianta. La cosa paradossale, però, è che accanto a un caporalato, per così dire, “tradizionale”, c’è anche un nuovo caporalato che si sta affermando, con il cosiddetto nuovo che avanza. Alcune imprese 4.0, soprattutto multinazionali, attraverso le piattaforme digitali e tramite app, offrono lavoretti senza garanzie e tutele contrattuali. Insomma, siamo di fronte a una sorta di caporalato 4.0 che pone problemi altrettanto seri e che sfrutta soprattutto le difficoltà e le necessità dei giovani. Tutto ciò fa capire perché ci sia sempre più bisogno di sindacato e perché la nostra battaglia debba proseguire con maggior vigore e determinazione, nonostante alcuni attacchino in modo pretestuoso e scomposto il movimento sindacale.

I voucher, che tanto hanno fatto discutere anche la stessa maggioranza di governo, per non parlare dell’opposizione, possono contribuire a limitare il fenomeno o lo aggraverebbero?
In agricoltura, così come nel turismo, l’uso dei voucher non deve essere ampliato, altrimenti aumenta in automatico la precarietà. È dimostrato, infatti, che a una diminuzione dei voucher corrisponde un incremento dei contratti stagionali che, pur essendo improntati a criteri di spiccata flessibilità, preservano alcune importanti tutele per i lavoratori coinvolti. Al contrario, come si allargano le maglie per i voucher, i contratti stagionali diminuiscono. Insomma, in questi specifici settori e in particolari condizioni, esistono già tutti gli strumenti contrattuali per coniugare le esigenze delle imprese con le garanzie ai lavoratori: non è necessario altro.

A proposito di Salvini, sull’accoglienza avete idee ben diverse da quelle del ministro dell’interno? Come dovrebbero affrontare l’Italia e l’Europa il problema delle migrazioni, ormai diventato una sfida epocale?
In questa tragedia, l’Europa continua a essere colpevolmente assente, mentre dovrebbe gestire l’accoglienza, garantendo una ripartizione che tenga conto delle dimensioni dello Stato membro, del Pil e del lavoro disponibile. Intanto, il prezzo continuano a pagarlo i migranti: uomini, donne e bambini. Questo è inaccettabile. Così come è altrettanto inaccettabile che questi esseri umani siano abbandonati a loro stessi, prima vittime di malfattori e delinquenti che si approfittano della loro condizione di bisogno, e poi ostaggio dei contrasti della politica.  Secondo la normativa internazionale e la legge del mare, chi è in pericolo, va soccorso. L’Europa, poi, dovrebbe gestire il successivo smistamento dei flussi.

Per quanto riguarda l’Europea, le attuali spinte nazionaliste e le nuove e vecchie destre, con un forte asse antieuropeo che sta prendendo piede all’interno della stessa Unione, possono portare alla dissoluzione di un sogno lungo settant’anni?
Questa Europa della finanza, dei burocrati e della politica dell’austerità a noi non è mai piaciuta. Ma dall’Europa non si può più prescindere e uscire dall’euro ci costerebbe molto più dei sacrifici fatti per entrarvi. Dobbiamo, invece, contribuire a rifondarla sul sociale, sul lavoro, sullo sviluppo, sui popoli. Soprattutto, dobbiamo imporre regole di solidarietà che valgano sempre e per tutti. Insomma, serve più Europa, con più politiche comuni, a partire da quelle fiscali sino a quelle sulla difesa. Ma i cittadini europei devono potere influire di più sui nuovi assetti e sulle scelte che ne conseguono. Questa è l’Europa che vogliamo, in cui crediamo e che vorremmo trasferire ai nostri figli, quelli della cosiddetta generazione Erasmus. Spetterà forse a loro, forti di questa esperienza di scambi formativi, gettare basi culturali, più solide e più profonde, per la costruzione di un edificio comune più accogliente e meglio organizzato.

Padova, Carrara, Napoli, si allunga sempre di più l’elenco dei morti sul lavoro. Sembra proprio che il diritto alla vita dei lavoratori, degli operai in particolar modo, sia diventato un’optional. Come si può fermare questa strage continua?
Dobbiamo impostare la nostra azione sindacale sapendo che la salute e la sicurezza sono beni indisponibili, sono una precondizione del rapporto di lavoro e un dovere del datore di lavoro. Non basta, però, affermare principi, bisogna salvare vite umane. Pertanto, noi chiederemo che si investa di più in prevenzione e si accrescano i poteri di controllo e interdizione in capo ai rappresentanti per la sicurezza. Al tempo stesso, riteniamo che sia anche necessario costruire sia un sistema di inasprimento delle pene, che in alcuni casi determinati possa fungere da deterrente per comportamenti illegittimi, sia un sistema premiale sulla base di logiche assicurative già operanti.

Antonio Salvatore Sassu

CHIACCHIERE E PENSIONI

Inps

Le pensioni sono stati uno dei punti centrali della campagna elettorale della Lega che ha giurato di smantellare punto per punto la legge Fornero colpevole, a detta di Salvini, di ogni male. Al suo posto sta prendendo piede l’ipotesi della cosiddetta quota 100. Si va in pensione quanto la somma tra l’età anagrafica e quella contributiva arriva a 100. Le perplessità in merito all’introduzione di questa soluzione sono tante. E non solo per la platea di lavoratori che potrà accedere all’assegno pensionistico, secondo il piano programmatico dell’esecutivo, ma anche per l’importo della pensione stessa che ciascun lavoratore andrà a percepire. E proprio qui nascono le perplessità in merito all’introduzione della nuova quota 100 per tutti. La quota 100 non sarebbe infatti conveniente per le nuove generazioni che, come purtroppo ben sappiamo, sono costrette ad affrontare i problemi relativi alle loro carriere discontinue. Inoltre, l’introduzione della quota 100 per tutti andrebbe a ribassare l’importo mensile della pensione spettante al lavoratore.

Contrario alla quota 100 il segretario della Uil Carmelo Barbagallo che ha parlato di “rischio boomerang” nei confronti delle nuove generazioni, le quali devono convivere con lunghi periodi di inattività, un ingresso tardivo nel mondo del lavoro e carriere discontinue, dove vige la regola non scritta dell’alternanza lavoro-disoccupazione. Durante la campagna elettorale, sia il Movimento 5 Stelle che la Lega Nord hanno parlato di abolizione della legge Fornero come punto dirimente. La posizione di entrambe le forze politiche, oggi al governo, si è ammorbidita, anche se Salvini è solito usare spesso il concetto di “smantellare pezzo per pezzo” l’attuale riforma previdenziale.

Carmelo Barbagallo, fa alcuni conti e immagina come punto di riferimento la spesa da 70 miliardi che il governo dovrebbe affrontare qualora realmente si scegliesse la strada della cancellazione della Fornero. La linea di pensiero della Uil può essere così riassunta: sì a modifiche alla legge Fornero, no ad un suo taglio netto. La misura cardine che la Uil continua a difendere come sindacato è l’introduzione della pensione anticipata una volta raggiunti i 63 anni di età, la stessa età (salvo adeguamenti automatici dell’aspettativa di vita) richiesta oggi per accedere all’Ape social e all’Ape volontaria, due misure – quest’ultime – in bilico con il nuovo governo. Il problema è che le riforme costano. E quando si parla di pensioni costano anche molto. La legge Forneno è entrata in vigore in un momento particolare della storia repubblicana, per evitare il collasso del Paese dopo 4 anni di governo Berlusconi. Il Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Di Maio ha la sua ricetta per trovare i soldi. Il taglio dei vitalizzi e la revisione  delle pensioni d’oro.  ”È pronto un provvedimento – dice Di Maio – per creare un fondo in cui far confluire i tagli ai vitalizi e alle pensioni d’oro da destinare ai pensionati minimi”. È sempre facile fare propaganda. I soldi che si ricaverebbero dai vitalizi sono evidentemente poca cosa rispetto alla mole di risorse necessarie per le promesse elettori di Salvini e company. Soldi a cui si sommano alle risorse necessarie per le altre “priorità” lanciate nel Contratto come reddito di cittadinanza e flat tax.

Luigi Grassi

Novità pensioni: Quota 100, ma meno soldi. Inps, come chiedere congedo maternità

Novità pensioni
QUOTA CENTO MA MENO SOLDI

Un sondaggio, condotto da SWG per Confesercenti, rivela che quasi un italiano su due vorrebbe il superamento della legge Fornero. La revisione della riforma sulle pensioni è il punto del contratto di governo Lega-M5S più apprezzato dai cittadini, sottoscritto dal 44% degli intervistati.
Quota 100 e quota 41 sono ancora sotto i riflettori in tema di riforma pensioni. Intanto va detto che quota 100 è già realtà per medici, avvocati e commercialisti. Ma la logica del governo è: quota 100 per tutti. Il nodo è però anche legato a quanto varranno gli assegni pensionistici e si teme il ribasso. Chi va in pensione adesso e percepisce 1.289 euro di pensione, con la quota 100 prenderebbe 1.089 euro. Inoltre, quota 100 non sarebbe conveniente per i giovani che hanno carriere discontinue. Stando a quanto ha recentemente riportato Businnes Online “secondo alcune elaborazioni, chi ha avuto carriere discontinue o brevi, e attualmente questi casi di registrano soprattutto nelle regioni del Sud e per le donne, o chi ha avuto interruzioni al lavoro superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia, con la quota 100 correrebbe il rischio di posticipare il momento della pensione fino a 3 anni”.
Sulle pensioni, quindi, arriverà la quota 100 ma con tagli sull’assegno pensionistico? La riforma gialloverde della legge Fornero per anticipare la pensione degli italiani, inserita da Lega e Cinque Stelle nel contratto di governo, potrebbe avere degli effetti collaterali. Lo ha spiegato anche Repubblica. Ecco quanto viene detto al riguardo: Chi rientra nei nuovi parametri si prepari a una sorpresa niente male: il ricalcolo contributivo di quanto versato tra il 1996 e il 2011″. «Dovevamo farlo già nel 1996, quando entrò in vigore la riforma Dini», ha affermato Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere del vicepremier leghista Salvini. «E invece si scelse un’altra strada». Ovvero mantenere nel retributivo (pensione proporzionale agli ultimi stipendi) quanti già avevano più di 18 anni di versamenti. E affidare tutti gli altri al nuovo calcolo in base ai contributi, poi diventato universale nel 2012. Ora, ricalcolare 16 anni col contributivo potrebbe tradursi in un taglio medio sull’importo della pensione del 9-10% che forse molti pensionandi non hanno messo in conto, quando sentono parlare di “quota 100”. Senza pensare che tra il 1996 e il 2012 sono andati in pensione già oltre 3 milioni e mezzo di italiani. E con un assegno più generoso di quanto spetterà a loro, perché interamente retributivo. Motivo, questo, di contenzioso infinito.

Inps
CONGEDO DI MATERNITA’, COME RICHIEDERLO

Si chiama congedo di maternità il periodo di astensione dal lavoro per le lavoratrici in gravidanza; un’astensione obbligatoria di 5 mesi alla quale la dipendente non può rinunciare, pur potendo decidere se aderire alla formula 2+3 (due mesi prima e tre mesi dopo il parto) o 1+4 (un mese prima e quattro mesi dopo). Per posticipare l’inizio del congedo di maternità, però, è necessario che sia il medico del Servizio sanitario nazionale sia quello competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che in questo modo non si arreca alcun danno alla madre e al nascituro. In entrambi i casi la domanda per il congedo di maternità va trasmessa all’Inps in via telematica; questa va inoltrata con due mesi di anticipo dall’inizio del congedo e non oltre un anno dalla fine del periodo indennizzabile.
La lavoratrice che invia l’istanza prima dell’inizio del congedo ha il dovere di presentare all’Inps il certificato medico di gravidanza, ove tra l’altro sarà indicata la data presunta del parto. Inoltre, sarà compito della dipendente comunicare, sempre all’Inps, – entro trenta giorni dal parto – la data di nascita e le generalità del figlio. Per recapitare la richiesta all’Ente di previdenza ci sono tre diverse opzioni possibili: accedere ai servizi web del sito Inps, contattare il numero verde 803 164 o rivolgersi a un patronato e farsi assistere in questa semplice operazione. Giova ricordare però che anche al datore di lavoro va comunicato – con congruo preavviso – l’inizio del congedo di maternità, in modo che questo possa organizzarsi in anticipo su come far fronte alla conseguente assenza. Una volta iniziato il congedo di maternità, quindi, la lavoratrice potrà assentarsi dal lavoro per 5 mesi senza temere il licenziamento e senza perdere la retribuzione; spetterà all’Inps, infatti, riconoscere un’indennità economica sostitutiva di maternità pari all’80% della retribuzione giornaliera calcolata sulla base dell’ultimo stipendio.

Previdenza
RINVIARE LA PENSIONE COSTA CARO

Rimandare il pensionamento dal dicembre 2018 al gennaio 2019 può costare caro ai lavoratori. Da 268 euro in meno all’anno per chi si ritirerà a 67 anni, fino a 340 euro per chi andrà in pensione a 70. E’ quanto sottolinea in una nota la Uil, che ha analizzato i nuovi coefficienti di trasformazione legati all’aspettativa di vita approvati con il dm 15 maggio del ministero del lavoro, pubblicato di recente in Gazzetta Ufficiale.
“Gli attuali criteri di individuazione dei coefficienti di trasformazione legati all’aspettativa di vita sono causa di un’oggettiva penalizzazione per i lavoratori che andranno in pensione a partire da gennaio 2019 – si legge nella comunicazione -. Infatti, volendo fare un esempio, un lavoratore che andrà in quiescenza a 67 anni, il 2 gennaio 2019, riceverà un trattamento annuo lordo di 13.411 euro, ben 268 euro in meno di un lavoratore che, a parità di montante contributivo e di età anagrafica, andrà a riposo il 31 dicembre 2018”.
A partire dal prossimo anno, infatti, chi si ritirerà dal lavoro percepirà una pensione annua inferiore, mediamente, di oltre l’1% rispetto a chi ci è già andato o ci andrà quest’anno. “Tale meccanismo – denuncia la Uil – oltre a costituire un danno oggettivo per i lavoratori, è un vero e proprio disincentivo alla permanenza in servizio. Rinviando l’accesso al pensionamento si incorre nel pericolo di vedere il proprio trattamento calcolato con coefficienti più sfavorevoli e quindi di percepire un assegno più basso”.
La Uil evidenzia la necessità di “varare una modifica dei coefficienti di trasformazione, legandoli alle coorti di età. Si deve assegnare, pertanto, a ciascuna coorte di età il proprio coefficiente, questo permetterebbe di salvaguardare uno dei principi fondamentali del sistema contributivo, senza penalizzare i lavoratori e soprattutto incentivando la permanenza al lavoro”.
“Dal primo gennaio 2019 oltre all’età di accesso alla pensione, che raggiungerà per tutti i 67 anni, saranno adeguati all’aspettativa di vita anche i coefficienti che si utilizzano per trasformare in pensione il montante contributivo del trattamento previdenziale – prosegue la nota -. Ad un valore maggiore del coefficiente, e quindi del divisore, corrisponderà un importo minore del trattamento, al fine di ridistribuire su un più lungo periodo di vita il montante previdenziale maturato”.
La Uil fornisce poi alcuni esempi di trasformazione con i nuovi coefficienti, partendo da un montante contributivo di 280.000 euro che, oggi, per un lavoratore che andrà in quiescenza a 67 anni, corrisponderebbe a una prestazione pensionistica lorda mensile pari a 1.045 euro. Se il lavoratore di 67 anni sceglierà di procrastinare l’accesso alla pensione anche di un solo mese, da dicembre 2018 a gennaio 2019, avrebbe una diminuzione dell’assegno pari a 268 euro, dal primo assegno previdenziale per il resto della vita.

Agevolazioni
CARTA ACQUISTI ORDINARIA

Una delle forme di sostegno al reddito è rappresentata proprio dalla Carta Acquisti Ordinaria concessa ai cittadini che si trovano in condizioni di disagio economico che abbiano più di 65 anni. La stessa consiste proprio in una carta di pagamento elettronica sulla quale viene versato a cadenza bimestrale un importo che può essere utilizzato per la spesa alimentare negli esercizi convenzionati e per il pagamento di luce e gas. Ovviamente non è utilizzabile per il ritiro di denaro.
Sulla carta vengono quindi accreditati 80 euro con cadenza bimestrale e i negozi che aderiscono a questa iniziativa avranno esposto questa etichetta. Dal 1° gennaio 2018, ai nuclei familiari con componenti minorenni beneficiari di questa carta, che abbiano fatto richiesta del Reddito di Inclusione, il beneficio economico connesso sarà erogato sulla medesima carta che in questo caso viene denominata Carta REI, assorbendo il beneficio della Carta Acquisti Ordinaria.

Carlo Pareto

Sempre più persone accedono ai servizi con l’applicazione ‘Inps Mobile’

Consulenti del lavoro

FARI PUNTATI SU APE AZIENDALE

La Fondazione studi consulenti del lavoro, con la circolare n.13/2018, fa luce sull’Ape aziendale. Dal 13 aprile scorso, l’Inps ha infatti reso disponibile sul proprio sito il servizio che consente di fare domanda per l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica, l’Ape volontario. “Questa possibilità ha aperto le porte anche alla cosiddetta Ape aziendale: un ulteriore strumento di flessibilità in mano ai datori di lavoro privati, che consente di incentivare l’esodo dei lavoratori”, spiegano i consulenti del lavoro. Nella circolare della Fondazione studi si ricorda che l’Ape aziendale è richiedibile “contestualmente alla domande dell’Ape volontario fino al 31 dicembre 2019, salvo ulteriori proroghe previste da future disposizioni normative”.

I consulenti, nella circolare, evidenziano con esempi pratici la natura, convenienza e modalità di calcolo della possibilità di uscita anticipata dal lavoro. Si ritiene, infatti, che l’Ape aziendale possa annoverarsi, se opportunamente usata, fra le iniziative più interessanti con cui favorire i ricambi generazionali nelle imprese. L’Ape aziendale consente, infatti, ai datori di lavoro e agli altri soggetti designati dalla norma di aumentare, direttamente e senza costi aggiuntivi, la posizione assicurativa del proprio lavoratore attraverso una ‘dote contributiva’ che comporta un incremento stabile della cosiddetta Quota C (Contributiva) della posizione assicurativa, senza alcun aumento delle settimane contributive utili ad avere diritto alla pensione.

I destinatari della misura sono i datori di lavoro privati, gli enti pubblici economici; gli Istituti autonomi case popolari, trasformati in base alle diverse leggi regionali in enti pubblici economici; gli enti che – per effetto dei processi di privatizzazione – si sono trasformati in società di persone o società di capitali ancorché a capitale interamente pubblico; le ex Ipab trasformate in associazioni o fondazioni di diritto privato, in quanto prive dei requisiti per trasformarsi in Asp, e iscritte nel registro delle persone giuridiche; le aziende speciali costituite anche in consorzio; i consorzi di bonifica; i consorzi industriali; gli enti morali; gli enti ecclesiastici. L’Ape aziendale è accessibile anche agli ‘enti bilaterali’ e ai Fondi di solidarietà bilaterali.

Innovazione

CRESCE USO APP MOBILE INPS

Sempre più persone accedono ai servizi messi a disposizione dall’Inps con l’applicazione ‘Inps Mobile’, utilizzabile su dispositivi Apple e Android. E’ quanto si legge in una nota dell’Inps. Fra quelli che l’Istituto ha da tempo reso disponibili, grande successo stanno ottenendo in particolare i servizi ‘Stato domanda’ e ‘Stato pagamenti’, che consentono agli utenti di acquisire importanti informazioni senza doversi recare agli sportelli. Con il servizio ‘Stato domanda’, fornendo il proprio codice fiscale e il proprio pin o spid, si può visualizzare lo stato di lavorazione di una richiesta presentata all’Istituto. Con il servizio ‘Stato pagamenti’, invece, sempre fornendo il proprio codice fiscale e il proprio pin o spid, ciascuno può visualizzare il dettaglio di un pagamento erogato dall’Istituto in suo favore, a fronte di una o più prestazioni pensionistiche o non pensionistiche.

Le informazioni visualizzabili si riferiscono all’ultimo pagamento erogato, in ordine cronologico, per ogni prestazione e con un orizzonte temporale non superiore agli ultimi due mesi precedenti alla data di consultazione. La finalità del servizio è, infatti, quella di fornire all’utente un riscontro immediato del pagamento disposto, in suo favore, dall’Inps per il mese corrente.

Nei primi 4 mesi del 2018 i contatti del servizio ‘Stato pagamenti’ sono stati 18.748.283, contro i 34.003.761 dell’intero 2017, con un picco nel mese di gennaio di 5.447.415 visite virtuali. I contatti del servizio ‘Stato domanda’ nel primo quadrimestre 2018 sono stati invece 5.978.612, a fronte dei 9.977.400 dell’anno precedente (in questo caso il numero maggiore di visite, 1.777.825, si è registrato nel mese di marzo).

Imprese e sindacati

INSIEME PER LA SICUREZZA SUL LAVORO

Parte dal Bhge Florence Learning Center l’iniziativa congiunta di Federmeccanica, Assistal e Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil per promuovere la cultura della sicurezza e le buone pratiche nei luoghi di lavoro. “Con la stipula del contratto nazionale del 26 novembre 2016, Federmeccanica, Assistal, Fim-Cisl, Fiom-Cgil e Uilm-Uil -spiega una nota delle sigle di datori e lavoratori della meccanica- hanno condiviso che la tutela della salute dei lavoratori impone la massima attenzione e responsabilità e che l’impegno in tale ambito debba essere totale e dettato da un profondo rispetto per la persona, che rappresenta il primo presupposto sia della cultura della sicurezza sia di un’efficace attività di prevenzione. A questo fine il nuovo ccnl ha previsto la costituzione della Commissione paritetica nazionale”.

L’incontro svoltosi di recente a Firenze, presso Bbghe-Nuovo Pignone, rappresenta la prima iniziativa pubblica della Commissione e l’inizio di un percorso congiunto che, lungo tutta l’Italia, porterà i temi della salute e della cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro nelle diverse tipologie di aziende e impianti che compongono il settore metalmeccanico.

A sancire la prima fase dei lavori della Commissione è stata la sottoscrizione, avvenuta nel corso del convegno fiorentino, di un protocollo di intesa con Inail rappresentato dal presidente, Massimo De Felice, che permetterà di perseguire gli obiettivi di conoscenza del fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali nel settore metalmeccanico e della installazione di impianti e di svolgere con più efficacia la diffusione della cultura della sicurezza e delle attività di prevenzione.

“La scelta di organizzare questo evento presso un’azienda non è casuale -spiega la nota- ma dettata dalla volontà di far conoscere e approfondire gli esempi di ‘buone pratiche’ in materia di sicurezza che ogni giorno le aziende mettono in campo e che, come nel caso di Bhge-Nuovo Pignone, il controllo della sicurezza è esteso anche a tutta la filiera degli appalti. L’invito che le parti hanno rivolto alle istituzioni è quello di cominciare a premiare queste esperienze, attraverso un riconoscimento concreto affinché venga incentivata sempre più la diffusione di queste buone pratiche, tra le grandi aziende come nelle piccole (perché vi sono esempi virtuosi anche tra le Pmi)”.

“Federmeccanica – ha commentato Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica – è impegnata a promuovere la sicurezza sul lavoro e la tutela dell’ambiente. Si tratta di diffondere la cultura della sicurezza e di farlo in maniera capillare, pervasiva. Occorre, quindi, agire sempre di più sulla leva informativa. La sicurezza è prevenzione, la sicurezza è responsabilità di ognuno e richiede il coinvolgimento attivo di tutti”.

“Questo è quello che abbiamo previsto nel nuovo contratto e per questo siamo qui oggi, insieme. Perché sicurezza e cooperazione vanno di pari passo. Le imprese, gli incaricati dalle aziende (Rspp, i preposti, il medico incaricato della sorveglianza sanitaria), assieme ai rappresentanti dei lavoratori in materia di sicurezza e a tutti i lavoratori, possono innescare un circuito virtuoso basato sul confronto e sull’ascolto reciproco. E’ importante che il nostro messaggio parta da un’azienda modello, una buona pratica che può rappresentare un esempio. Qui si fa la cultura della sicurezza, il nostro compito, il nostro impegno è diffonderla”, ha concluso Dal Poz.

Previdenza

PENSIONI PIÙ BASSE DAL 2019

Assegni più leggeri per chi andrà in pensione nel 2019. A partire dal prossimo anno, chi si ritirerà dal lavoro percepirà una pensione annua inferiore, mediamente, di oltre l’1% rispetto a chi ci è già andato o ci andrà quest’anno. Il decreto che lo stabilisce è il dm 15 maggio del ministero del lavoro, pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, che fissa i coefficienti di trasformazione del montante contributivo validi dal 2019 al 2021 (i coefficienti che applicati al totale dei contributi versati durante la vita lavorativa, determinano l’importo annuo di pensione cui ha diritto il lavoratore).

Come ha opportunamente ricordato al riguardo ‘Italia Oggi’, da quando nel 2009 è stata introdotta la revisione dei coefficienti non ci sono mai state variazioni positive. Quella corrente è la numero quattro. Il quotidiano specializzato riporta anche un esempio: un lavoratore con 100 mila euro di contributi versati e 65 anni d’età, ha visto calare in questi anni la propria pensione di circa 900 euro. Il prossimo anno sarà di 5.245 euro, nel 2009 è stata di 6.136 euro.

Il quotidiano economico nazionale ha calcolato che se nel triennio 2013/2015, a parità di ogni altra condizione, gli assegni sono stati alleggeriti in media di circa il 3% rispetto al triennio precedente, 2010/2012, con il terzo taglio c’è stata una riduzione ulteriore di circa il 2%, sempre in media, portando a circa l’11% la riduzione, in media, di tutto il periodo che va dal 2009 al 2018.

La riforma Fornero ha agevolato chi rimarrà al lavoro fino a 70 anni e 7 mesi ma dal prossimo anno, ha ribadito il quotidiano ‘Italia Oggi’ entrerà in vigore un nuovo coefficiente: quello legato all’età di 71 anni.

Lavoro

ISPETTORI AD AMAZON ASSUMETE 1.30 INTERINALI

Oltre 1.300 lavoratori precari di Amazon Italia hanno il diritto di essere assunti dal colosso americano dell’e-commerce. È quanto stabilito dall’Ispettorato del lavoro che ha contestato ad Amazon di aver ‘sforato’ le quote consentite dalla legge di lavoratori “somministrati” e chiede la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti. L’accertamento nei confronti di Amazon Italia Logistica era iniziato lo scorso 7 dicembre e il verbale, si legge sul portale dell’Ispettorato, è stato notificato il 30 maggio scorso.

L’Ispettorato del Lavoro contesta ad Amazon di aver ‘sforato’ le quote consentite dalla legge di lavoratori “somministrati” e chiede la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti. E’ in sintesi la conclusione cui giunge l’Ispettorato che dipende dal ministero del Lavoro nel verbale con cui si conclude l’accertamento iniziato nei confronti di Amazon Italia Logistica lo scorso 7 dicembre. Il verbale, si legge sul portale dell’Ispettorato, è stato notificato il 30 maggio scorso.

“È stato contestato all’azienda di aver utilizzato, nel periodo da luglio a dicembre 2017, i lavoratori somministrati oltre i limiti quantitativi individuati dal contratto collettivo applicato. Si evidenzia infatti che l’impresa, a fronte di un limite mensile di 444 contratti di somministrazione attivabili, nel periodo suindicato, ha invece sensibilmente superato tale limite, utilizzando in eccesso un totale di 1.308 contratti per lavoratori somministrati” scrive l’Ispettorato.

“L’iniziativa ispettiva potrà consentire la stabilizzazione degli oltre 1.300 lavoratori interinali utilizzati oltre i limiti, i quali pertanto potranno richiedere di essere assunti, a tempo indeterminato, e a far data dal primo giorno di utilizzo, direttamente dalla società Amazon” prosegue la nota. In esito ad altri profili oggetto di accertamento non sono invece emerse irregolarità, né sono state accertate violazioni in tema di controllo a distanza dei lavoratori.

La replica dell’azienda – Amazon, scrive in una nota il colosso dell’e-commerce, “è un datore di lavoro corretto e responsabile”. “Rispettiamo il lavoro svolto dall’autorità ispettiva e ci impegniamo affinché tutte le osservazioni che ci vengono rivolte siano affrontate il più rapidamente possibile”. Nello specifico in questi giorni, sottolinea Amazon, “abbiamo ricevuto il verbale di accertamento e in esso non è riportato il numero di contratti in somministrazione, citato nei media e nel comunicato stampa dell’Ispettorato del Lavoro”.

Carlo Pareto

Carniti, il coraggio di affrontare il futuro

carniti lama benvenutoLama, Carniti, Benvenuto. Una volta non si diceva Cgil, Cisl, Uil ma Lama, Carniti e Benvenuto. I tre nomi erano sinonimo e simbolo di sindacato: unito, forte, autorevole, vincente. A Roma, nel perimetro di poche centinaia di metri c’era la sede della Cgil in corso d’Italia, della Cisl in via Po, della Uil in via Lucullo e della Federazione unitaria in via Sicilia (presto scomparsa): sull’onda dell’Autunno caldo del 1969 era un intrecciarsi continuo di incontri e di discussioni su come rinnovare la contrattazione e come cambiare la società italiana.

Era il progetto del “sindacato soggetto politico” che discuteva con il governo anche di politica industriale, fisco, sanità, pensioni, casa, sviluppo urbanistico. I metalmeccanici erano la punta di diamante di quella politica innovativa ed unitaria: in corso Trieste per primi avevano dato vita alla mitica Flm, la federazione unitaria dei lavoratori meccanici, combattiva ed attenta alla tutela dei lavoratori e del lavoro.

Sembra una storia di un secolo fa, invece risale agli anni Settanta-Ottanta. Pierre Carniti fu uno dei principali protagonisti di quella straordinaria stagione del sindacato riformista e con i piedi ben piantati al Nord e nelle fabbriche, oltre che negli uffici pubblici e nelle campagne. Oggi, invece, le confederazioni sindacali sono delle organizzazioni sbiadite, deboli, frammentate. Domina la sfiducia, solo i partiti (in particolare quelli tradizionali) stanno molto peggio in quanto a credibilità.

Pierre Carniti, dopo Luciano Lama, se ne è andato. È morto a Roma il 5 giugno all’età di 81 anni, una vita tutta sulle barricate. I funerali si sono svolti il 7 giugno presso la chiesa di Santa Teresa D’Avila (corso d’Italia n.37).

Carniti aveva un fisico esile ma di acciaio, un carattere schivo ma profondo. Non visse in tempi facili. Prima, dal 1970, fu segretario della Fim, la federazione dei metalmeccanici della Cisl, poi dal 1979 al 1985, fu al timone del sindacato cattolico, come si chiamava un tempo. Era un cattolico non democristiano, antifascista e di sinistra, un operaista e riformista radicale.

In quegli anni l’Italia stava vivendo una travagliata stagione di grandi trasformazioni sociali ed economiche, nelle università e nelle fabbriche la contestazione studentesca del 1968 e quella operaia del 1969 avevano dovuto fare i conti anche con i frutti avvelenati del terrorismo. Le Brigate rosse uccidevano e gambizzavano sindacalisti, imprenditori, poliziotti, magistrati, giornalisti. Nel 1978 assassinarono Aldo Moro e massacrarono la sua scorta.

Il lavoro dei sindacalisti era difficile, i dirigenti sindacali erano nel mirino perché erano considerati dalle Br uno dei motori del sistema capitalista italiano da cancellare. Nel mirino c’erano soprattutto i sindacalisti riformisti come Pierre Carniti, ostili al massimalismo e all’antagonismo. Era impegnato a difendere i lavoratori e a cambiare la società, a modernizzarla nel segno della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà. Carniti non ebbe paura, non aveva timore né dei terroristi né di costruire il futuro abbattendo anche dei consolidati ed intoccabili tabù.

Da segretario della Fim combattette per diffondere ed ampliare la contrattazione articolata ed aziendale accanto a quella nazionale. Da segretario della Cisl lottò per conquistare la concertazione sociale tra sindacato, Confindustria e governo. La sua bussola era il coraggio di affrontare il futuro, l’obiettivo era di modernizzare e di rendere più giusta la società italiana.

Sostenne e lottò con convinzione per il patto anti inflazione, toccò e ruppe il tabù della scala mobile. Non si tirò indietro davanti a forti sfide. Appoggiò nel 1984 l’accordo con il governo Craxi per cambiare i meccanismi retributivi, tariffari e fiscali. La tesi era semplice: il primo nemico dei lavoratori e dei pensionati è l’inflazione che erode i salari e danneggia l’occupazione, mandando fuori mercato le aziende. E allora l’inflazione era una emergenza, marciava a due cifre. Non a caso l’inventore della politica dello scambio sociale e della predeterminazione degli scatti della scala mobile fu Ezio Tarantelli, geniale economista, grande riformista, capo del centro studi della Cisl voluto da Carniti. Tarantelli pagò con la vita: per le sue idee riformiste fu ucciso nel 1985 dalle Br all’Università di Roma, dopo una lezione.

Ma il patto anti inflazione passò nonostante tutte le difficoltà. Fu siglato dalla Cisl, dalla Uil e dai socialisti della Cgil (si oppose la maggioranza comunista della confederazione). Nel 1985 il no al referendum abrogativo voluto da Berlinguer contro l’intesa tra il governo Craxi e i sindacati vinse soprattutto per la sua determinazione (il segretario socialista e presidente del Consiglio si batté con forza per l’”accordo di San Valentino” e contro il referendum, mentre il segretario della Dc De Mita fu molto tiepido). Fu un successo. L’inflazione galoppante fu sconfitta, il potere d’acquisto dei salari aumentò, crebbe l’occupazione e la competitività delle aziende italiane.

Immediatamente dopo Carniti lasciò la guida della Cisl, ma restò la sua impronta di riformista coraggioso. Assieme a Lama, Benvenuto e a Del Turco fece di tutto per ricomporre l’unità del sindacato e ci riuscì, anche se le difficoltà non furono poche. Nei congressi, nei comizi e nelle riunioni ripeteva: «L’unità e l’autonomia sono la discriminante della Cisl». Allo slogan di «contarsi per dividersi» contrapponeva quello di «unirsi per contare».

Da senatore ed eurodeputato del Psi e poi dei Ds fece di tutto per unire la sinistra divisa e frammentata in mille pezzi diversi. Fondò i Cristiano Sociali. Ma quello sforzo unitario, purtroppo, ebbe ben poco successo.

R.Ru.
(Sfogliaroma)

Pierre Carniti, sindacalista e coraggioso riformatore

pierre carnitiIl nome francese gli fu dato dal padre antifascista contro l’ordine del regime di dare ai bambini nomi italiani. Pierre era già nato così, contro l’ordine costituito, ed è morto allo stesso modo: provando sempre a ridare slancio a un Paese che sembrava ormai rassegnato. Oggi è morto Pierre Carniti, all’età di 81 anni, storico segretario generale della Cisl. Nato a Castellone, in provincia di Cremona il 25 settembre del 1936, nipote della poetessa Alda Merini che nel 1970 diventato segretario della Fim, l’organizzazione dei metalmeccanici della Cisl, di cui era diventato poi segretario dal 1979 al 1985.
Dal 1989 al 1999 venne eletto deputato europeo, prima per il PSI poi come indipendente nei Democratici di Sinistra. E proprio con i socialisti di Craxi emerse la sua figura antitetica di leader dei lavoratori. Fu infatti il più tenace sostenitore dell'”accordo di San Valentino” (14 febbraio 1984) sulla scala mobile, in dissenso con la Cgil. Consulente economico di Carniti fu l’economista del lavoro Ezio Tarantelli, ucciso, pochi giorni prima del referendum, dalle Brigate Rosse. “Uno degli economisti più aperti alla sfera del possibile, tra i meno faziosi. Dobbiamo purtroppo constatare che proprio questa sua scienza, questa sua intelligenza, questa sua generosità ne hanno segnato la condanna a morte”.
Pierre Carniti nelle riunioni sindacali ribadiva sempre: “L’unità sindacale funziona se scontenta tutti i partiti”. Linea ribadita anche lo scorso ottobre quando ha scritto un appello con questa funzione, indirizzandolo a Cgil, Cisl e Uil. L’obiettivo del vecchio leader sindacale era sollecitare gli antichi colleghi sindacalisti ad auto-riformarsi, puntando sull’unità sindacale come unica possibile reazione alla perdita di credibilità delle organizzazioni dei lavoratori, ma anche all’indebolimento dei diritti e alla crisi del lavoro.
L’attuale segretario dell Cisl, Anna Maria Furlan, lo ha recentemente ricordato come uno dei “maestri sacri del sindacalismo italiano ed europeo”, anche se è il titolo della sua biografia scritta da Paolo Feltrin che sintetizza bene il vissuto di Carniti: “Una vita senza rimpianti”.

Beni confiscati alle mafie: l’Agenzia è fondamentale

agenzia beni confiscatiIl regolamento approvato in esame preliminare dal Consiglio dei Ministri del 26 aprile scorso su proposta del Ministero dell’Interno – relativo alla disciplina sull’organizzazione e la dotazione delle risorse umane e strumentali per il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata ed in attuazione della riforma del Codice Antimafia – presenta carenze procedurali e organizzative che rischiano di mettere l’Agenzia nelle condizioni di non poter esercitare in pieno le funzioni istituzionali di restituzione alla collettività dei patrimoni sottratti alle mafie e ai corrotti. Seppur la legge 17 ottobre 2017, n. 161 abbia introdotto un potenziamento della struttura con l’ampliamento della dotazione organica di personale (da 30 a 200 unità), non si può non ribadire che si sarebbero potute fare scelte più incisive, prevedendo una procedura diversa dalla mobilità, ad es. tramite concorsi di selezione pubblica di professionalità con competenze interdisciplinari. Non ci sono, altresì, certezze dei tempi per portare a regime l’organico nonostante l’urgenza di rendere l’Agenzia pienamente operativa. Non si può non evidenziare che i compiti dell’Agenzia hanno una forte valenza territoriale vista la collaborazione con le Prefetture, le Amministrazioni locali, gli Uffici giudiziari, i coadiutori e le diverse rappresentanze sociali per rendere efficace e veloce il percorso di riutilizzo dei beni e delle aziende sequestrate e confiscate. I nuclei di supporto delle Prefetture ed i tavoli provinciali sulle aziende sequestrate e confiscate di recente introduzione richiedono, pertanto, un presidio dell’Agenzia costante ed efficiente. Non si può quindi procedere con una visione meramente burocratica senza considerare l’esperienza concreta maturata e le buone pratiche amministrative e sociali attivate dal 1996 ad oggi. Le organizzazioni e le associazioni firmatarie del presente Appello esprimono una forte preoccupazione sul metodo sinora adottato e chiedono, quindi, che il confronto con le organizzazioni sindacali di settore possa proseguire nei prossimi giorni in maniera proficua e si rendono disponibili sin da subito a fornire ogni utile suggerimento ed indicazione per migliorare il sistema e l’operatività dell’Agenzia, spinti dalla convinzione che rappresenti un soggetto della Pubblica Amministrazione essenziale nell’azione di contrasto al potere economico e finanziario delle mafie e dei corrotti e di valorizzazione per finalità pubbliche e sociali dei beni mobili, immobili e aziendali confiscati.

Acli, Arci, Avviso Pubblico, Centro Studi Pio La Torre, Cgil, Legambiente, Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, Uil

Ilva, Calenda contro i populismi che portano a chiusura

Non filtrano notizie rincuoranti sulla trattativa Ilva, anche se ieri i sindacati e i vertici europei di Arcelor Mittal sono rimasti chiusi, faccia a faccia attorno a un tavolo, dalle 11 fino a notte fonda.
Nel frattempo il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha spronato i sindacati e il gigante della siderurgia Arcelor Mittal, che ha messo sul piatto assieme acalenda timd altri investitori oltre 4 miliardi per Ilva, a chiudere presto le trattative sul nuovo piano industriale. Anche perché a luglio finirà la cassa integrazione.
Ma la trattativa “non ha prodotto risultati sufficienti per ritenere di essere in una fase avanzata e propedeutica a un accordo”, ha spiegato Rocco Palombella della Uil perché restano ancora “differenze su temi sostanziali, come quelli delle condizioni salariali e la difesa dei livelli occupazionali“. Risultati “fumosi e labili” che spingono i sindacati a confermare: “Non arretriamo di un millimetro”. La condizione preliminare – sintetizza Re David della Fiom-Cgil – è la “garanzia dell’occupazione per tutti i 14mila dipendenti e la salvaguardia dei salari e dei diritti”.
Nonostante gli annunci dei giorni scorsi, Calenda non si arrende e difende le scelte del governo sull’acciaieria e ha attaccato i ‘populisti’ che propongono di far andare lo stabilimento di Taranto a gas: “Lasciamo i deliri dei populisti ‘alle vongole’ anzi ‘alle cozze pelose’ per essere più precisi fuori dai tavoli sindacali”. “In nessun pianeta di nessuna galassia conosciuta e sconosciuta — ha detto Calenda — un investitore che vince una gara e mette 4,2 miliardi sul piatto per risanare il più grande complesso industriale del Sud viene accolto a suon di ricorsi e di piani assurdi del tipo ‘vogliamo progressivamente chiudere’. Ma di che parliamo? Ma come si chiude progressivamente l’acciaieria più grande d’Europa, con quali soldi, con quali costi per tutta l’industria italiana, con quali soluzioni per i 20mila lavoratori tra diretti e indotto. Negoziare si può e si deve. Il governo lo ha fatto duramente sul piano ambientale da 1,2 miliardi di euro, sul riconoscimento ai lavoratori di tutti i diritti economici e legali pregressi, portando il numero di occupati garantiti da 8.500 a 10mila, varando strumenti per garantire a tutti, dicasi tutti, i lavoratori un contratto a tempo indeterminato e un incentivo volontario all’esodo che non ha precedenti per dimensione”.

CALENDA SALVA TUTTI

carlo-calenda (1)Carlo Calenda ha mantenuto gli impegni nei confronti dei lavoratori Embraco e oggi ha annunciato che gli operai nel torinese manterranno “stessi diritti e stressa retribuzione”. Il ministro dello Sviluppo economico al termine dell’incontro al ministero con le due società che si occuperanno della reindustrializzazione del sito ha assicurato:
“Oggi sono stati presentati ai sindacati i progetti delle due aziende che investiranno nell’ex Embraco riprendendo tutti i lavoratori con gli stessi diritti e le stesse retribuzioni, senza nessun supporto di denaro pubblico”. “È un accordo – ha spiegato – fra le due parti dove in questo momento Invitalia non ha un ruolo: se ci fossero problemi con queste due società, speriamo di no, è pronta ad aprire il paracadute ma mi pare che siamo sulla strada giusta”, ha aggiunto Calenda.

Le due aziende sono la Venture Productions, israeliana con capitale cinese, che punta a produrre robot e droni per la pulizia di pannelli fotovoltaici e filtri per l’acqua e che dovrebbe occupare 370 lavoratori, mentre la seconda è la torinese Astelav, che si occupa della rigenerazione di frigoriferi usati e che dovrebbe occupare in un primo tempo 30 lavoratori e poi successivamente altri 10. Mentre 70 addetti, invece, dovrebbero lasciare l’azienda grazie agli incentivi offerti da Embraco. Calenda, nel ribadire che “non sono stati usati soldi pubblici”, sottolinea che sarà usata “la dote che Whirpool-Embraco ha messo a disposizione per i lavoratori”. Le parti, rileva ancora il ministro, “si vedranno venerdì all’Unione industriale di Torino per definire il dettaglio del passaggio”.
Si attende quindi il fine settimana per la firma, nel frattempo oggi le due aziende hanno presentato ai sindacati i progetti futuri, garantendo gli stessi diritti e gli stessi emolumenti. Le sigle sindacali si sono dette infatti soddisfatte dell’incontro.
“Stamattina abbiamo finalmente conosciuto le due aziende che si insedieranno, ci sono stati presentati i progetti che sembrano interessanti ma bisognerà poi valutare nella concretezza dei quello che succederà”, spiega Ugo Bolognesi della Fiom di Torino. “È una giornata importante per tutti i lavoratori che stavano perdendo il posto di lavoro – aggiunge Arcangelo Montemarano, della Fim Cisl – Sono due società che hanno progetti ambiziosi e seri”. I tempi, rileva Dario Basso della Uilm di Torino, “sono abbastanza contingentati nel senso che l’azienda israeliana ha la necessità di iniziare a produrre molto presto e di assumere circa 370 persone e a regime l’interezza dei lavoratori che rimarrebbero in esubero. Anche Astelav, che ha anche la necessità di produrre subito, prevede di assumere prima 30 e poi 10 lavoratori”.  “Abbiamo trovato insieme la volontà di traguardare il problema – conclude Basso – questo può essere da esempio”.
“Oggi al ministero dello Sviluppo economico è stato compiuto un significativo passo in avanti, entrando nel merito delle soluzioni operative che riguardano il piano di re-industrializzazione del sito produttivo di Riva di Chieri”, commenta l’assessora al Lavoro Gianna Pentenero. “Mi pare – aggiunge – ci siano tutte le condizioni perché l’accordo si chiuda positivamente”.