Lavoro: Inps, in 4 mesi +559mila. Ma boom di precari

Inps-Pensioni sindacalistiNei primi 4 mesi 2017 il saldo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato è stato pari a +559.000, superiore allo stesso periodo del 2016 (+390.000) e del 2015 (+499.000). Lo comunica l’Inps, precisando che il saldo annualizzato (la differenza assunzioni-cessazioni negli ultimi 12 mesi) alla fine del primo quadrimestre 2017 risulta positivo e pari a +490.000. A trainare sono stati in contratti a tempo determinato (+415 mila, inclusi gli stagionali e i contratti di somministrazione), seguiti dai contratti di apprendistato (+47.000) e da quelli a tempo indeterminato (+29.000).

Tra gennaio e aprile 2017, specifica l’Inps, complessivamente le assunzioni riferite al settore privato sono risultate 2.129.000, in aumento del 17,5% rispetto ai mesi gennaio-aprile 2016. Il maggior contributo però è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+30,6%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,5%). Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

In particolare sono cresciute le assunzioni a tempo determinato nei comparti del commercio, turismo e ristorazione (+47,5%) e delle attività immobiliari (+43,6%). Negli stessi settori si osserva inoltre una crescita anche delle assunzioni in apprendistato (+46,9% nelle attività immobiliari e +35,8% nel commercio, turismo e ristorazione). Significativa pure la crescita dei contratti di somministrazione (+16,7%). Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale.

Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

Le cessazioni nel complesso sono state 1.570.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+17,8%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1%).

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio-aprile 2016 (-0,6%); cosi’ come stabili risultano le dimissioni (+0,4%). Il tasso di licenziamento (calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti) è risultato per il primo quadrimestre 2017 pari a 1,8%, sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti (1,8% nel 2016; 1,7% nel 2015).

L’Inps parla anche della complessa situazione dei voucher il cui stop ha fatto aumentare i contratti intermittenti. Infatti l’Inps afferma che dalla seconda meta’ di marzo, si è assistito nel mercato del lavoro ad un “forte aumento” delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera che “può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale”. “Questo – si legge – ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato”.

Preoccupazione dai sindacati. “Dai rapporti Inps emerge quello che da tempo segnaliamo: una lenta ripresa occupazionale frutto però di profonde contraddizioni. Da una parte ci sono imprese sane che assumono, ma con prudenza – come dimostrato dalla sostanziale staticità degli avviamenti a tempo indeterminato e da una prevalenza dei contratti a termine che continuano a crescere – dall’altra parte sembra ci sia ancora in atto una selezione darwiniana delle imprese, con parte del sistema produttivo in difficoltà”. Lo afferma in una nota il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy.

A maggio, infatti, dopo mesi di calo, risale la domanda di cassa integrazione straordinaria (+99,2%) e ordinaria (+45%), rileva il sindacalista, “a cui andrebbero aggiunte le ore richieste al Fondo di Integrazione Salariale (16,3 mln) delle quali, ad oggi, ne sono state autorizzate solo il 44,7% anche a causa dei ritardi nella lavorazione, che superano i 200 giorni. Dati, questi, che in generale portano a considerare questi ammortizzatori un vero argine ai licenziamenti che, di converso, nel primo quadrimestre diminuiscono soprattutto tra quelli per motivi economici. Resta, quindi, necessaria una rapida scelta politica che riconosca l’urgenza di non ridurre la protezione sociale e che, nel contempo, affronti con coraggio e risorse la questione del rafforzamento della rete delle politiche attive, come unico strumento per la ricollocazione delle persone espulse dal sistema produttivo”.

Garante, nel 2016 indetti 2.352 scioperi

Sciopero trasporti RomaIl diritto di sciopero è un diritto sacrosanto. E su questo non si discute. Ma lo sciopero viene sempre più visto un diritto di pochi. Di chi ha un lavoro e di chi ha un contratto e non soggetto a ricatti. Nel 2016 gli scioperi salgono del 4% sull’anno precedente ma scende il numero di giornate di protesta. Aumenta invece il numero degli scioperi generali che lo scorso anno sono stati 13, contro 1 del 2015. I dati emergono dalla relazione del presidente della Commissione Garanzia Sciopero, Giuseppe Santoro Passarelli.

Altra cosa è l’uso distorto dello sciopero contro il quale, dice Santoro Passarelli, servono “regole certe” in materia di rappresentatività. Molto spesso infatti non c’è proporzionalità tra il disagio causato agli utenti e lo stop proclamato senza un diffuso consenso sindacale sottolinea ancora il presidente della Commissione Garanzia Sciopero. “L’eccessivo ricorso allo sciopero – spiega il Garante – seppur nel rispetto della normativa di riferimento, pone l’esigenza di una riflessione, nel momento in cui in alcuni servizi essenziali esso (più che sanzione dell’ordinamento intersindacale, come lo definiva Gino Giugni) viene riproposto con una scadenza periodica, specie da alcune organizzazioni sindacali dall’incerta rappresentatività che vi ricorrono per avere auto-legittimazione e visibilità piuttosto che in reale funzione di autotutela degli interessi collettivi. Può così accadere che, oltre ad esservi un utilizzo “distorto” del diritto di sciopero, non vi sia proporzionalità fra il disagio causato agli utenti e lo sciopero proclamato senza un diffuso consenso sindacale”.

Per Santoro Passarelli “una possibile soluzione consiste nell’affrontare il problema della verifica della rappresentatività sindacale: problema fondamentale sia per il nostro sistema di relazioni industriali sia per il governo del conflitto collettivo. Non vi è dubbio, infatti, che, indipendentemente da come si voglia configurare la titolarità del diritto di sciopero (individuale o collettiva), le organizzazioni sindacali assumano, nella prassi, l’iniziativa e il governo del conflitto collettivo nei servizi pubblici essenziali, essendo rimessa a loro la proclamazione dello sciopero”. “Senza voler pregiudicare, dunque, il diritto costituzionale di tutti i sindacati a poter proclamare lo sciopero, – aggiunge ancora – appaiono ormai maturi i tempi per una seria riflessione, anche in sede legislativa, sull’opportunità di trovare dei sistemi di governo del conflitto che siano mutuati dai principi della democrazia rappresentativa e collegare, quindi, il potere di proclamazione dello sciopero, nel settore dei servizi pubblici essenziali, al raggiungimento di parametri di rappresentatività”.

“Nel settore dei servizi pubblici essenziali – afferma ancora Passarelli – lo sciopero si mantiene a livelli piuttosto elevati e, nell’anno in esame, si registra un trend complessivo in lieve crescita rispetto a quello precedente: il dato complessivo di tutte le proclamazioni di sciopero (nazionali, locali, settoriali, delle prestazioni straordinarie, etc.), si attesta sulle 2.352, rispetto alle 2.261 del 2015”.

E sullo sciopero di marzo dei Tassisti (di nuovo sul piede di guerra e che ci minacciano nuove mobilitazioni) aggiunge: “È avvenuta in dispregio di tutte le regole previste dalla legge”. “Tali azioni collettive – spiega – spesso collegate ad istanze sociali di vario tipo, più che sciopero in senso proprio, rappresentano l’espressione del potere di coalizione di gruppi professionali organizzati, oltre a quelle più squisitamente politiche, attese le conseguenze della globalizzazione dell’economia sulle dimensioni stesse del conflitto”.

La soluzione? La offre lo stesso Garante: rinnovare contratti. Bisogna trovare le risorse per il rinnovo dei contratti per ridurre i conflitti. Santoro Passarelli Sottolinea anche “che con la liberalizzazione dei servizi pubblici essenziali molto spesso ci sono state razionalizzazioni aziendali ed esternalizzazioni che hanno comportato forme di precarizzazione e dequalificazione. E ancora la riduzione dei finanziamenti pubblici ha portato in alcuni casi alla mancata erogazione degli stipendi”.

“Quando ho incontrato il nuovo garante – afferma il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo – gli ho spiegato qual è il nostro modo di pensare anche in merito allo sciopero virtuale, con sanzioni a carico delle aziende: per ogni giornata persa da un lavoratore tre giornate perse dall’azienda”. Poi commentando i dati sugli scioperi Barbagallo ha affermato che “ci sta bene che il garante dica di rinnovare i contratti se serve a diminuire il conflitto, ci sta bene che dica di attuare le regole della rappresentanza sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro” perché è necessario “regolare il conflitto”. “Se pensiamo che la maggior parte degli scioperi viene fatta nelle aziende delle autonomie locali è la dimostrazione che anni e anni senza contratti creano disagi” per questo “bisogna mettere delle regole e noi stiamo affrontando seriamente questo discorso”.

“Lo sciopero – ha sottolineato – è un diritto costituzionale individuale che viene utilizzato collettivamente ed è sul ruolo collettivo che bisogna incidere con regole valide per tutti altrimenti rischiamo di avere norme che sono in costituzionali. Noi siamo per discutere seriamente”.

Contraria a riformare la legge sugli scioperi, e favorevole ad adottare una legge sulla rappresentanza è la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. Rispondendo alle domande dei giornalisti Camusso ha sostenuto che non bisogna “assolutamente” intervenire sul diritto di sciopero. Secondo Camusso, il Garante ha “giustamente posto il problema di una sanzione alle imprese e articolato le ragioni degli scioperi, a partire da quelli dei trasporti, tanti dei quali derivano dalla mancata retribuzione dei lavoratori e dal mancato rinnovo del contratto”. E ha proseguito: “Mi paiono

tutte ragioni rispetto alle quali non c’è alcuna motivazione che possa far intervenire sul diritto di sciopero. Diversamente, e lo abbiamo già detto in tante occasioni, ritengo che bisogna accelerare e trasformare in legge la rappresentanza”.

Madia promette sblocco contratti. Istat: 500mila precari

Sembra trapelare ottimismo dal Ministro della Pubblica Amministrazione che oggi ha fatto sapere: “L’incontro con i comitati di settore” sull’atto di indirizzo per lo sblocco dei contratti “è stato positivo e visto che siamo già a un ottimo punto ho invitato il presidente dell’Aran a convocare le parti e a dare formalmente inizio alla sessione contrattuale” dopo otto anni di stop. Ha annunciato la ministra Marianna Madia che quindi ha dato il via libera per l’avvio delle trattative con i sindacati. L’apertura del tavolo, ha assicurato, avverrà “a breve, entro giugno”. La direttiva ‘madre’ per i rinnovi ha anche già passato l’esame del ministero dell’Economia, ha fatto sapere la ministra, a margine della presentazione dei primi risultati del censimento permanente della P.A, presentati dall’Istat. “Adesso i comitati di settore devono integrare l’atto di indirizzo rispetto ai loro comparti”, ha chiarito Madia. Il pubblico impiego si divide infatti in quatto macro settori: amministrazione centrale, amministrazione locale, sanità e istruzione. Tuttavia dal Sindacato risponde la Uil. “Apprezziamo la dichiarazione sulla prossima apertura delle trattative di rinnovo contrattuale, rilasciata oggi dalla Ministra Madia, con la quale ha invitato il Presidente dell’Aran a convocare le parti e iniziare formalmente la sessione dei contratti entro giugno”, afferma il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, in una nota. “Ebbene, ricordandoci che siamo già al 14 giugno, è necessario, tuttavia, che dalle parole si passi ai fatti e che, quindi, ci pervenga al più presto la convocazione dell’Aran, per tornare finalmente a sederci ai tavoli dopo ormai 8 anni di mancati rinnovi contrattuali”, ha concluso Foccillo.


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L’Istat si è posto l’obiettivo di mettere a disposizione degli utenti, con cadenza annuale e biennale anziché decennale, i risultati dei censimenti attraverso l’istituzione di censimenti permanenti. Questa nuova iniziativa è particolarmente rivolta ai decisori pubblici ed agli esperti del settore informazioni dettagliate come quelle censuarie. I primi risultati del censimento permanente delle istituzioni pubbliche sono stati comunicati oggi dall’Istat, dando l’avvio ad una nuova stagione finalizzata ad una maggiore efficienza elaborativa ed informativa sui dati censuari. L’apprezzabile sforzo organizzativo dell’Istat, è auspicabile che possa essere ottimizzato al più presto con l’elaborazione di dati aggiornati in tempo reale.
Con il suo comunicato odierno, l’Istat ci informa: “La strategia dei censimenti permanenti è basata prioritariamente sul trattamento statistico di dati di fonte amministrativa, integrati con informazioni statistiche raccolte attraverso rilevazioni statistiche dirette a forte valenza tematica.
La prima edizione del censimento permanente sulle istituzioni pubbliche ha rilevato informazioni statistiche su circa 13 mila istituzioni, attive al 31 dicembre 2015, oltre 100 mila unità locali e oltre 3 milioni di dipendenti, integrando tra loro due diverse infrastrutture di dati:
 il registro statistico delle istituzioni pubbliche che, annualmente, aggiorna le informazioni sul numero delle istituzioni e dei relativi dipendenti, analizzati con il massimo dettaglio in termini sia di forma giuridica sia di localizzazione territoriale;
 una indagine statistica diretta sulle istituzioni pubbliche, a cadenza biennale, che ha acquisito informazioni utili all’analisi del grado di modernizzazione della PA, dell’utilizzo di capitale umano, della struttura organizzativa e di ‘governance’, delle modalità di funzionamento e di erogazione dei servizi e di ulteriori temi di grande rilevanza per i decisori pubblici, gli operatori economici, i cittadini, il mondo della ricerca.
Le informazioni oggi diffuse rappresentano un primo benchmark del nuovo impianto di rilevazione, caratterizzato da diverse innovazioni tematiche e di contenuto. Nei prossimi mesi l’Istat completerà il quadro informativo attraverso la diffusione di ulteriori dettagli, in particolare su gestione ecosostenibile, trasparenza e anticorruzione, mappa territoriale dei servizi erogati a individui e collettività, oltre ad approfondimenti analitici sui dati rilevati, anche integrati con altre informazioni economiche”.
Leggendo i dati Istat dettagliatamente: “Al 31 dicembre 2015 sono attive 12.874 istituzioni pubbliche che impiegano 3.305.313 lavoratori dipendenti, di cui 293.804 a tempo determinato, pari all’8,4%, e 173.558 non dipendenti (collaboratori, altri atipici e lavoratori temporanei). Quindi in tutto tra contratti a termine ed atipici nella P.a. ci sono 467.362 lavoratori precari”.
In termini percentuali, il 15% circa dei lavoratori della P.A. sono precari. Una percentuale molto alta di precariato che necessita di provvedimenti urgenti per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

IL PREZZO DELL’ILVA

ilva operaiNon solo mancanza di sicurezza per gli operai, più volte denunciata dai sindacati, non solo l’impatto ambientale che continua a mettere a rischio i cittadini che vivono vicino al colosso siderurgico, ma adesso anche la beffa dei licenziamenti che passano dai 2.400 annunciati ieri ai 6.400 di oggi dopo il vertice al Mise tra sindacati e il ministro Carlo Calenda. I rappresentanti di Fim, Fiom e Uilm sono usciti dall’incontro al ministero decisamente delusi e hanno avvertito che non accetteranno tagli al personale così consistenti. Le due proposte di acquisizione di Ilva infatti prevedono esuberi e in particolare quella guidata da ArcelorMittal-Marcegaglia ne stima fino a 5.800 fino al 2023, mentre la cordata concorrente AcciaItalia prevede di portare i 14.200 dipendenti del gruppo a 7.800 nel 2018 per poi risalire prima a 9.800 nel 2023 e poi a 10.800 nel 2024, con un numero massimo di esuberi pari a 6.400 unità. A renderlo noto i sindacati al termine dell’incontro con i commissari e il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda. Nel dettaglio la proposta della cordata vincente di AcelorMittal-Marcegaglia (Am Investco Italy) prevede di portare i 14.200 dipendenti del gruppo a 9.400 nel 2018 per poi arrivare a 8.400 nel 2023. I sindacati torneranno quindi al ministero dello Sviluppo economico giovedì mattina, alle 10, per confrontarsi ancora con il governo e i commissari dell’Ilva. Lo hanno riferito i rappresentanti delle organizzazioni sindacali lasciando il ministero dopo l’incontro tenuto al dicastero di via Veneto per l’esame delle proposte di acquisto del gruppo siderurgico.
“Non è accettabile che ci sia una riduzione dell’occupazione di questa natura – ha dichiarato il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini – l’incontro è stato deludente, non abbiamo capito i motivi per cui è stata scelta una proposta rispetto all’altra. Un prezzo occupazionale così alto non è possibile da pagare”. Landini ha spiegato che l’accordo con i sindacati è vincolante: “Non è divertente dire che ci deve essere un accordo perché non si può scaricare su lavoratori e sindacati, è uno scherzetto usato in altre trattative che non funziona e non accetteremo”. Landini ha anche contestato la riduzione del costo di lavoro medio, pari a 50mila euro per la proposta indicata dai commissari e 42mila euro dalla joint venture concorrente.
“Non sono proponibili migliaia di esuberi – ha affermato il segretario generale della Uil, Rocco Palombella – dei 5.800 tagli previsti da Am Investco Italy la parte più rilevante sarebbe a Taranto. Faremo cambiare il piano”. Prima dell’incontro Palombella aveva avvertito: “Siamo qui per conoscere nel merito i piani industriali e ambientali per l’Ilva e vogliamo mettere fine alle voci circolate sugli esuberi”, aggiungendo: “Se annunceranno esuberi non avranno lo stabilimento, non li faremo neanche entrare”.
“Partiamo male – ha affermato il segretario generale della Fim, Marco Bentivogli – il prezzo per il lavoratori è troppo alto. C’è un problema anche sul costo medio salariale. Il governo ha spiegato che l’accordo con i sindacati è vincolante ma dopo l’aggiudicazione. Per noi questi tagli sono inaccettabili e chiediamo dia vere più dettagli sugli investimenti nel ciclo produttivo. Anche la riduzione di personale prevista dalla proposta di AcciaItalia è da respingere: una ripresa dell’occupazione si avrebbe nel 2023, ma sei anni sono tantissimi e pensare di ripartire con 6.400 lavoratori in meno non è immaginabile”. Rispondendo ad una domanda dei giornalisti, Bentivogli ha spiegato che in questa fase la normativa non prevede rilanci di questo tema non si è parlato al tavolo.
Nel frattempo riprende oggi e domani in Corte d’Assise a Taranto il processo “Ambiente Svenduto” che riguarda il reato di disastro ambientale contestato agli ex vertici dell’Ilva (gruppo Riva), più altri reati di cui sono accusati dirigenti ed ex dirigenti del siderurgico di Taranto, amministratori ed ex amministratori pubblici, funzionari ed ex funzionari pubblici. L’andamento del processo, tra rito abbreviato per alcuni imputati e ammissione al patteggiamento per due società, Ilva e Riva Forni Elettrici, alla fine ha ridotto a 44 gli imputati, di cui 43 persone fisiche ed una sola società, l’ex Riva Fire, per la quale la richiesta di patteggiamento e’ stata respinta e quindi l’ex capogruppo Ilva rimane nel processo di Taranto.
Nell’udienza di oggi proseguirà il dibattimento con l’ascolto di altre parti lese che si sono costituite in giudizio. Tra queste, i mitilicoltori di Taranto che, a causa dell’inquinamento del Mar Piccolo di Taranto, hanno subito danni agli “allevamenti” delle cozze e degli altri prodotti ittici. Sono circa un migliaio le parti civili ammesse nel processo tra militicoltori, agricoltori, allevatori, famiglie di operai Ilva, cittadini residenti nel rione Tamburi ma anche Comune e Provincia di Taranto, Regione Puglia, ministeri dell’Ambiente e della Salute. Nelle udienze precedenti è stato ascoltato Vincenzo Fornaro, ex allevatore, al quale, a causa della diossina dell’Ilva, anni fa furono abbattuti circa 600 capi di bestiame che lo stesso Fornaro allevava in una masseria non distante dall’Ilva.

Ilva. La cordata Am Investco si aggiudica la gara

ancelor mittalPer l’acquisizione di Ilva la cordata Am Investco Italy ha offerto 1,8 miliardi di euro e la vince.
La cordata formata da ArcelorMittal, Marcegaglia e Intesa Sanpaolo, nella “classifica aggiudicataria” che sarà ufficializzata nel pomeriggio da Ilva, precede la concorrente AcciaItalia, guidata dagli indiani di Jindal e di cui fanno parte Cdp, Arvedi e Del Vecchio.
La decisione dei commissari straordinari di Ilva (Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carrubba) deve essere ancora comunicata al ministero dello Sviluppo Economico: sarà il ministero a dover emettere un decreto ufficiale per sancire la scelta.
La graduatoria è stata identificata analizzando il prezzo offerto, il piano industriale, quindi le garanzie occupazionali, e il piano di investimenti ambientali, ma a definire la graduatoria è stato in particolar modo il prezzo, dal momento che per gli altri parametri le due offerte sono risultate di fatto in linea.
Sembra tutto pronto ormai, infatti il ministro Carlo Calenda ha già convocato per il 30 maggio i segretari generali di Fim, Fiom e Uilm, Ugl Metalmeccanici, Cgil, Cisl e Uil per “comunicare lo stato di attuazione della procedura relativa alla cessione degli impianti”. Successivamente scatterà un periodo di 30 giorni per verificare la rispondenza del piano ambientale presentato dall’azienda assegnataria alle indicazioni del ministero dell’Ambiente, che entro l’autunno emetterà un proprio decreto.
Tuttavia l’ultimo scoglio riguarda l’Europa e l’ok dall’Antitrust UE: ArcelorMittal in Europa è infatti tra le aziende leader e rischierebbe di sforare il 40% delle quote di mercato.

SOTTO ESAME

PIL 2008 IN CALO - SOLDI E BANCONOTE“La Commissione Ue sta aspettando di essere in grado di valutare le ulteriori misure fiscali del valore dello 0,2% del pil per il 2017, che il governo si è impegnato ad adottare entro fine aprile”. Lo ha detto un portavoce dell’esecutivo comunitario, ricordando che Bruxelles entro “questo mese aspetta anche la legge di stabilità aggiornata e il programma nazionale delle riforme”. L’insieme di queste misure “sarà quindi valutato più avanti in primavera, in linea con le procedure del semestre europeo e il Patto di stabilità e crescita”, ha aggiunto il portavoce.

Intanto prosegue il lavoro di limatura sulla manovrina che comprende diversi capitoli. Una manovrina che il ministro Padoan definisce “quasi una finanziaria”. “Si impernia su quattro punti: aggiustamento, finanziamento alla crescita, risorse per gli enti locali e risorse per il sisma. E’ pronto anche il Dpcm per gli investimenti”. Sono infatti diversi i capitoli: dalla lotta all’evasione alla ricostruzione post-sisma, dal trasporto pubblico locale all’operazione Anas-Fs, fino alla costruzione di nuovi stadi e alla Ryder Cup . La ‘manovrina’, ancora in attesa della firma del capo dello Stato, ha il compito di correggere i conti pubblici per 3,4 miliardi di euro.

Anche se ancora manca il dettaglio dei contenuti, la Uil con Carmelo Barbagallo afferma che “sulla manovrina ci voleva più coraggio”. “L’anno scorso fu rivendicata più flessibilità verso l’Europa, quest’anno si sono voluti rimettere i conti a posto – afferma Barbagallo – . Noi in Italia abbiamo delle grandi questioni da affrontare: la sistemazione del territorio del Paese, attraverso una serie di opere, le infrastrutture, il futuro dei giovani e il Mezzogiorno. Le risposte che ci sono su questi fronti sono ancora insufficienti”. “Poi sono anni che poniamo il problema del cuneo fiscale che, attenzione, non è un tema che sta a cuore solo alle imprese ma anche ai lavoratori”. “L’Italia è il Paese col costo del lavoro più alto d’Europa e con gli stipendi più bassi d’Europa e questo ha una spiegazione: il cuneo fiscale. Ecco perché bisogna intervenire e ridurre le distanze, oggi importanti, tra costo del lavoro e quindi costo per l’impresa e quanto poi con lo stipendio va in tasca al lavoratore. Il Paese e i consumi non ripartono e non ripartiranno mai se non affrontiamo tale questione e se non miglioriamo il potere d’acquisto dei cittadini”. “Lo possiamo fare – ha aggiunto il segretario generale della Uil – se agiamo su un doppio versante: quello fiscale ma anche quello contrattuale”.

Intanto sul def sono arrivate alcune richieste insieme alle osservazioni al parere favorevole espresso dalla commissione Cultura della Camera. “Potenziare gli interventi di orientamento formativo, a tutti i livelli di istruzione” e “favorire l’incremento del numero di laureati, al fine di evitare che l’Italia continui ad occupare una posizione di coda negli obiettivi ufficiali del 2020”. Il parere si compone di otto osservazioni. Una, in particolare, chiede di “favorire l’internazionalizzazione del sistema di ricerca e formazione terziaria”. E ancora, i deputati della VII commissione di Montecitorio chiedono di: persistere nell’impegno di ridurre la percentuale di abbandono scolastico, con particolare riguardo alle persone nate fuori dall’Unione europea, e ad adottare misure di contrasto della dispersione e dell’insuccesso universitario; accrescere le competenze degli adulti, anche in relazione alla precedente finalità di innalzare la quota dei giovani italiani che conseguono un titolo di istruzione terziaria.

E infine: incrementare le risorse destinate agli investimenti in ricerca e sviluppo, comprendendovi quelle destinate alla spesa per l’istruzione terziaria e potenziare e dare stabilità agli interventi per contrastare la sensibile diminuzione di professori e ricercatori nelle università e negli enti pubblici di ricerca; verificare le possibilità di rendere strutturale l’istituto della Card dei consumi culturali dei neo diciottenni; collegare alla manovra di finanza pubblica la proposta di legge sulla promozione della lettura, in via di approvazione dalla Camera.

Mentre la manovrina è in attesa della firma tra i capitoli che sarebbero stati oggetto di una cesellatura, quelli dei tagli ai ministeri, del trasporto pubblico locale e il capitolo sulla crescita. Anche sul pacchetto fiscale, quello che dovrà garantire gran parte dei 3,4 miliardi della correzione richiesta dalla Ue, si sta già ragionando a possibili ritocchi allo split payment.

Altro punto la “tassa sulla fortuna” che raddoppia al 12%, mentre sale dal 6% all’8% il prelievo sulle vincite al Lotto. La tassa al 12% riguarda le vincite sopra i 500 euro e scatterà a partire dal primo ottobre 2017. Il Preu (prelievo erariale unico sulle slot) passa al 19%, mentre quello sulle videolotteries è fissato al 6%. Trova spazio nella manovrina anche la norma che consente a Invitalia (controllata dal Tesoro) di fornire garanzia pubblica ad Alitalia.

La foresta pietrificata
delle pensioni

Pensioni-InpsPensioni? Gli aspiranti pensionati si aggirano invano in una “foresta pietrificata”: tutto è bloccato, tutto è rinviato. Sono andate deluse soprattutto le attese dei giovani (ansiosi di trovare un lavoro lasciato libero dagli anziani) e delle donne (interessate a lasciare in anticipo fabbriche e uffici). Sono fermi i decreti attuativi dei pensionamenti anticipati previsti dalla legge di Bilancio 2017, la cosiddetta “Fase uno” della riforma delle pensioni decisa dal governo guidato da Matteo Renzi.

Sono ancora confinate in un cantiere tutto da inventare, invece, le misure della cosiddetta “Fase due” della riforma delle pensioni, quella indicata dall’esecutivo di Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio che lo scorso dicembre ha preso il posto di Renzi a Palazzo Chigi.

L’incontro tra il governo e Cgil-Cisl-Uil è stato un colpo a vuoto. Giuliano Poletti non ha avuto nulla da dire a Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. L’unica certezza è la data del nuovo match: il 4 maggio “in sede tecnica”. Dalla riunione del 6 aprile è arrivata una decisa “frenata” alla possibilità di modificare o di ammorbidire la legge Fornero, il provvedimento stabilito 5 anni fa dal governo Monti sotto l’emergenza di tagliare la spesa pubblica per ridurre il deficit dello Stato. La ministra del Lavoro Elsa Fornero nel 2012 alzò improvvisamente e consistentemente gli anni di contributi e dell’età anagrafica necessari per lasciare il lavoro.

Si potrà cambiare la legge Fornero? Poletti sembra molto scettico. Il ministro del Lavoro, dopo l’incontro con i sindacati del 6 aprile, è stato molto prudente: «Abbiamo l’esigenza di valutare come affrontare questo tema». Ha molto circoscritto il senso del confronto: «È stata una riunione utile per definire il perimetro della discussione». Niente altro.

Nessuna novità nemmeno sui decreti attuativi delle misure approvate con la legge di Bilancio, ancora all’esame del Consiglio di Stato.  Nessuna novità sull’anticipo della pensione (Ape sociale e volontaria) e sulla cosiddetta “quota 41” per i lavoratori precoci (riguarda quelli disoccupati, inabili o che assistono familiari non più autonomi). Nessuna novità sulla possibilità di prorogare Opzione donna, le misure che permettono al gentil sesso di lasciare prima il lavoro al prezzo di una penalizzazione economica.

Nessuna novità sull’esigenza, di carattere generale, di rivedere la legge Fornero. Negli ultimi anni e anche nei mesi scorsi si sono susseguite le dichiarazioni di principio sulla necessità di modificare la rigida normativa varata nel 2012, ma i diversi esecutivi alla fine hanno sempre ripiegato inseguendo l’emergenza. Così si sono succedute ben 8 “tutele” per gli esodati. In sintesi: per circa 100 mila persone, rimaste senza lavoro e senza pensione, sono state applicate le regole previdenziali precedenti alla riforma voluta dal governo presieduto dal tecnico Mario Monti.

Un modifica generale della legge Fornero, però, non c’è stata. È tutto rinviato, bloccato, pietrificato. Le pensioni ricordano un po’ Medusa: questo orribile mostro della mitologia greca aveva il potere di pietrificare per la paura chiunque osasse guardarla.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma.it)

LA SFIDA

Poletti, sindacati? Non facciamo niente contro nessunoI referendum su voucher e appalti si terranno domenica 28 maggio. Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto e la Cgil si prepara alla “sfida”, mentre la Camera continua a lavorare su un testo di modifica alla normativa in vigore. Per il segretario del Psi Riccardo Nencini non bisogna perdere tempo perché ci sono i margini “per rivedere le norme sui voucher” ed evitare così il referendum.

Le opposizioni bocciano la proposta di legge adottata dalla Commissione Lavoro e preparano gli emendamenti che potranno essere presentati fino alle ore 16 di domani. La segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, insiste sull”election day’, richiesta sostenuta anche da Sinistra italiana, M5s e alcuni esponenti del Pd come Michele Emiliano, secondo cui votare nello stesso giorno per referendum e amministrative consentirebbe un risparmio di 300 milioni. Favorevole all’accorpamento anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, che chiede di unire il referendum sull’autonomia della sua Regione.

La Cgil sostiene che indicare un’unica data per le elezioni amministrative e per i referendum sarebbe “una scelta oculata in un’ottica di finanza pubblica” e nega un calcolo politico: i Comuni al voto, spiega, “non sono tantissimi” e non vi è la preoccupazione di mancare il quorum. Da oggi inizia quindi la “campagna elettorale”, giudicata “molto impegnativa”, ma non tale da spaventare il sindacato, che ha già indetto una manifestazione nazionale a Roma l’8 aprile. Agli elettori sarà chiesto di dire sì o no all’abrogazione delle disposizioni sul lavoro accessorio e sulla responsabilità solidale in materia di appalti, tema – dice Camusso – considerato “meno rilevante” e invece cruciale quanto i voucher per garantire i diritti e un lavoro di qualità.

Cose che, secondo la sindacalista, la proposta di legge all’esame della Commissione Lavoro non garantirebbe: “Vedremo la proposta finale – afferma Camusso – ma se è quella del Comitato ristretto non svuota il referendum perché i voucher restano uno strumento di precarietà”.

Il testo presentato dalla relatrice Patrizia Maestri limita l’utilizzo dei buoni lavoro ma lascia che siano usati dalle imprese senza dipendenti, fissando una serie di ‘paletti’, tra cui il tetto massimo per committente di 3.000 euro l’anno. Potranno svolgere le prestazioni di lavoro accessorio i disoccupati, i pensionati, gli studenti, i lavoratori extracomunitari che hanno perso il lavoro, i soggetti in comunità di recupero e i disabili. L’inserimento dei disabili ha suscitato le critiche della Cgil, ma Damiano ha fatto notare che sono sempre stati previsti dalla normativa.

In agricoltura potranno essere pagati in voucher solo pensionati e studenti nei periodi di raccolta. Le famiglie potranno scegliere chiunque ma per piccoli lavori occasionali, spendendo al massimo 3.000 euro l’anno. Limiti più stringenti anche per il lavoratore che potrà essere pagato in voucher da più committenti sino a 5.000 euro l’anno.

Damiano ha fatto sapere che oggi la Commissione Lavoro della Camera esaminerà il testo unificato sui voucher approvato dal Comitato ristretto, per “votarlo entro giovedi’”. Quanto alla definizione della data del referendum, fissata il 28 maggio, Damiano ritiene che “sia un fatto molto positivo”: “era la richiesta avanzata da tempo  dalla Cgil”. “Stiamo andando – ha concluso – nella giusta  direzione”. Entro domani alle ore 16 i deputati potranno presentare gli emendamenti al testo

Per la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, bisognerebbe escludere dall’uso dei voucher interi settori come agricoltura, edilizia e industria manifatturiera e tornare alla legge Biagi, che prevedeva casi del tutto eccezionali, di lavori assolutamente discontinui e saltuari: in questo modo il referendum si potrebbe ancora evitare. Anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo, invita a “impiegare queste prossime settimane per cambiare radicalmente la disciplina dei voucher, oltre che quella degli appalti: considerata la data del referendum, abbiamo il tempo per trovare una soluzione. Bisogna tornare allo spirito originario”, sottolinea, “i voucher devono essere utilizzati solo per situazione specifiche e ben individuate, da ricondurre prevalentemente alle esigenze delle famiglie, e solo per studenti, pensionati e disoccupati. Noi crediamo che ci siano le condizioni politiche per varare un provvedimento che abbia tali caratteristiche e, attraverso il confronto in corso al Ministero del lavoro, spingeremo nella direzione indicata. Se si ottenesse questo risultato, il referendum non sarebbe più necessario; e sarebbe un bene, perché i rischi conseguenti a un eventuale insuccesso della consultazione sono troppo alti. Se, viceversa, per responsabilità del Governo o del Parlamento, non si riuscisse a varare un efficace e utile provvedimento correttivo, coerentemente con le nostre immutate posizioni di merito, non potremmo che sostenere le ragioni del  referendum”.

Sud e bonus. Gli sgravi
per giovani e disoccupati di lunga durata

Si punta su alternanza e apprendistato

SGRAVI 2017 PER LE IMPRESE

Con la fine degli incentivi generalizzati, da quest’anno le agevolazioni per le imprese sono mirate essenzialmente alle assunzioni di giovani e disoccupati di lunga durata. Se il biennio 2015-2016 è stato caratterizzato dalla decontribuzione per tutti i nuovi ingressi a tempo indeterminato, comprese le stabilizzazioni, dallo scorso 1° gennaio sono operative tre nuove tipologie di incentivi, destinati a promuovere l’occupazione al Sud, di under29 coinvolti nel programma Ue «Youth Guarantee», di tirocinanti e apprendisti. Benefici che si sommano a quelli in vigore da anni, destinati alle altre tipologie di apprendistato, all’assunzione degli over 50, delle donne (misure che oggi, con la fine degli sgravi targati Jobs act – e in attesa del taglio generalizzato del cuneo promesso dal governo per il 2018 – potrebbero recuperare appeal).

Bonus Sud

La prima agevolazione è finalizzata ai datori di lavoro di otto regioni italiane (Sicilia, Calabria, Basilicata, Puglia, Campania, Abruzzo, Molise e Sardegna) che assumono con contratti a tempo indeterminato (anche a scopo di somministrazione), o di apprendistato professionalizzante, o nel caso di rapporto part-time e di trasformazione a tempo indeterminato del contratto a termine. Interessa giovani disoccupati (senza lavoro) tra i 15 e i 24 anni, o con più di 24 anni se privi di impiego senza lavoro regolarmente retribuito da almeno 6 mesi, a condizione che non abbiano avuto rapporti di lavoro negli ultimi sei mesi con lo stesso datore (a meno che non si tratti di una trasformazione a tempo indeterminato). Si tratta di uno sgravio totale dei contributi previdenziali con il tetto di 8.060 euro annui per una durata massima di 12 mesi, che si applica per le assunzioni effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2017, come prefigurato da un decreto dell’Anpal. Lo sgravio finanziato con 530 milioni di Fondi strutturali europei, non è cumulabile con altre misure di vantaggio.

Giovani under 29

Il secondo incentivo è riservato ai datori di lavoro, che operano su tutto il territorio nazionale, che assumono giovani non occupati e non impegnati in percorsi di istruzione o formazione con contratto tempo indeterminato (anche a scopo di somministrazione), contratto di apprendistato professionalizzante, contratto a tempo determinato (anche a scopo di somministrazione) di durata iniziale di almeno sei mesi. Destinatari della misura finanziata con 200 milioni sono gli iscritti a Garanzia giovani tra i 16 e i 29 anni, come stabilito da un secondo decreto Anpal . Anche in questa fattispecie è previsto lo sgravio totale dei contributi previdenziali per il lavoratore assunto nel 2017 con contratto a tempo indeterminato o di apprendistato (con un tetto di 8.060 euro annui per un massimo di 12 mesi), mentre in caso di assunzione a termine per almeno sei mesi, lo sgravio è del 50% (e il tetto si dimezza a 4.060 euro annui). Entrambe queste agevolazioni sono fruibili dalle imprese nei limiti del regime “de minimis” (per non incappare nelle procedure sugli aiuti di Stato). «Con la fine della decontribuzione totale – ha spiegato il presidente dell’Anpal, Maurizio Del Conte – si è deciso di dirottare le risorse europee disponibili per obiettivi specifici, ovvero alle imprese che assumono al Sud dove la disoccupazione è più alta o che, in tutta Italia, puntano sui giovani, Ci siamo focalizzati su due segmenti deboli del mercato del lavoro, in attesa del taglio strutturale del cuneo fiscale che scatterà il prossimo anno».

Studenti in alternanza

Quanto alla terza novità, si tratta della decontribuzione per i datori che assumono con contratto a tempo indeterminato o in apprendistato giovani che hanno già svolto presso lo steso datore attività di alternanza scuola-lavoro, o, se universitari, tirocini curriculari, o effettuato un periodo di apprendistato duale. Anche in questo caso l’incentivo si applica alle assunzioni effettuate dal 1 gennaio al 31 dicembre 2017, sotto forma di sgravio totale dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, con un tetto di 3.250 euro annui per un massimo di 36 mesi. Le risorse sono state stanziate dalla legge di Bilancio 2017 (7,4 milioni quest’anno) per il bonus che sarà erogato dall’Inps in base all’ordine cronologico di presentazione delle domande, nei limiti delle risorse disponibili. «Il nuovo sistema di incentivi per il 2017 si caratterizza per una forte discontinuità con quelli applicati nel biennio precedente – ha commentato il giuslavorista Giampiero Falasca -. A prescindere dalle polemiche politiche che hanno accompagnato il precedente sistema, non c’è dubbio che il meccanismo previsto nel 2015 e, con forme meno convenienti, nel 2016 avesse un grande pregio: la chiarezza e semplicità applicativa, in quanto il datore di lavoro sapeva già al momento dell’assunzione se poteva fruire dell’incentivo. Con le nuove regole, si torna a sistemi – storicamente poco efficaci – caratterizzati da complesse griglie di accesso, e da un’incertezza sull’effettiva applicabilità del beneficio. L’incidenza di questi sistemi sulla decisione di assumere è molto ridotta».

Dal telelavoro agli asili

STATALI, NOVITA’ PER MAMMA E PAPA’

Cambiare il pubblico impiego non solo contrastando gli assenteisti, ma anche attraverso nuove formule che abbattano le barriere casa-ufficio. L’obiettivo da centrare, infatti, non è quello di totalizzare quante più ore possibili davanti alla scrivania, ma raggiungere dei target per servizi pubblici funzionanti e di qualità. Sarebbe questa la strategia del governo, a lavoro su una direttiva ad hoc, prevista dalla riforma Madia, che punta proprio sullo smartworking, ovvero su soluzioni innovative e ‘family friendly’, per aiutare chi è dipendente e anche genitore. D’altra parte l’immagine dell’impiegato pubblico, nonostante l’era digitale, non è cambiata molto negli anni, anzi nei decenni. Spinta al telelavoro, part-time più semplice e un sistema che porti a stringere accordi tra amministrazioni e asili nido e tra enti per campi estivi (servizi aperti durante i periodi di chiusura delle scuole) dedicati ai figli dei dipendenti: è questa la ricetta che sta preparando il ministero della P.a. insieme al dipartimento per le Pari opportunità. Insomma le novità per gli statali sembrano non finire: oltre al Testo Unico, appena deliberato in Cdm, ci saranno quindi misure per migliorare la conciliazione vita-lavoro. In realtà anche il rinnovo dei contratti potrebbe riservare qualche sorpresa in materia, magari giocando sulla flessibilità oraria. Intanto si parte da quanto detta la riforma Madia, in cui si stabilisce che, laddove ci siano richieste, almeno il 10% dei dipendenti entro il 2018 debba essere messo in condizione di prestare servizio attraverso nuove modalità spazio temporali di gestione del lavoro. Oggi, ultimi dati del Conto annuale della Ragioneria dello Stato, la quota di statali in telelavoro è quasi pari a zero. Basti pensare che lo schema flessibile più tradizionale, il part time, è al 5,6%. Non solo, la capacità di organizzare l’ufficio tenendo conto delle necessità di chi è genitore dovrebbe rientrare nei canoni di valutazione del team. Senza perdere d’occhio l’efficacia e l’efficienza del servizio, per cui l’impatto dello smartworking sarebbe soggetto a un monitoraggio specifico. Le questioni saranno affrontate nella direttiva a cui sta lavorando la ministra della P.a, Marianna Madia. La conciliazione vita-lavoro non è stata comunque toccata dal nuovo Testo Unico del pubblico impiego, che rimane ancora al centro del confronto con Cgil, Cisl e Uil. L’approdo del decreto in Cdm non ha infatti esaurito il confronto in atto.

Inail fa chiarezza

SORVEGLIARE A DISTANZA COLF E BADANTI E’ POSSIBILE

Colf, badanti e baby-sitter: si tratta di figure professionali alle quali molte persone affidano la cura dei propri cari (anziani o bambini) e della propria abitazione. Ma è possibile controllare a distanza il loro operato mentre non si è in casa, utilizzando un impianto di videosorveglianza? Una nota emessa recentemente dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro (8 febbraio 2017 prot. N. 1004) aiuta a fare chiarezza su questo punto. Innanzitutto l’Inail specifica che per ‘lavoro domestico’ si intende “l’attività lavorativa prestata esclusivamente per le necessità della vita familiare del datore di lavoro (art. 1, legge 339/1958), che ha per oggetto la prestazione di servizi di carattere domestico diretti al funzionamento della vita familiare”. Tale attività viene svolta nella casa abitata esclusivamente dal datore di lavoro e dalla sua famiglia (non in un’impresa organizzata e strutturata) e pertanto – come ha affermato la Cassazione nella sentenza n. 565 del 1987 – “per la sua particolare natura si differenzia da ogni altro tipo di lavoro”. Il lavoro domestico non è soggetto alla tutela dello Statuto dei lavoratori (come nella parte relativa all’estinzione del contratto, che può avvenire ‘ad nutum’, ovvero senza che il dipendente possa opporsi) e si sottrae all’applicabilità dei limiti e dei divieti di cui all’art. 4 della legge n. 300/1970, che riguarda l’installazione di telecamere sul luogo di lavoro. Chi intende installare un sistema di videosorveglianza all’interno della propria abitazione può farlo dunque senza richiedere il via libera alla sede competente dell’Ispettorato territoriale. Tuttavia il datore è tenuto comunque a rispettare la disciplina sul trattamento dei dati personali, “essendo confermata la tutela del diritto del lavoratore alla riservatezza”.

Il giuslavorista

SU VOUCHER PIU’ CONTROLLI E TUTELE PER EVITARE REFERENDUM

Più controlli stringenti sugli abusi e più tutele per i lavoratori, a partire da indennità di maternità e disoccupazione. Questa la strada che il governo potrebbe seguire, secondo il giuslavorista Vincenzo Ferrante, ordinario di Diritto del lavoro presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica di Milano, per intervenire sui voucher ed ‘evitare’ il referendum, mantenendo uno strumento “che combatte il lavoro nero e rientra tra le forme semplificate richieste dall’Ue”. “Innanzitutto – ha recentemente spiegato a Labitalia Ferrante – c’è stato un intervento stringente a settembre 2016 sull’utilizzo dei voucher. L’utilizzatore, infatti, deve, un’ora prima dell’utilizzo, inviare un sms con il codice fiscale del lavoratore impiegato. Si tratta di una restrizione appunto stringente e infatti l’Inps a fine anno ha registrato un calo nell’utilizzo dei voucher”. Quindi, per il giuslavorista, si “deve continuare su questa strada, sempre più controlli e tracciabilità per evitare abusi”. “I controlli devono essere fatti dall’Ispettorato nazionale del lavoro, previsto dal Jobs act, e a questo riguardo si dovrebbero realizzare almeno 500 o più assunzioni di personale da inserire nell’Ispettorato per i controlli”. Inoltre, ha proseguito Ferrante, sono necessarie tutele in più “per i lavoratori come il trattamento di maternità e di disoccupazione”. Con questi interventi, ha sottolineato il giuslavorista, “avremmo uno strumento utile ad evitare il lavoro nero e che ci chiede anche l’Ue quando prevede forme semplificate nel caso di aziende che non possono e non vogliono assumere personale per un periodo troppo ristretto”.

Carlo Pareto

La Ces denuncia:
in Italia salari a picco

Salari a picco. Una notizia decisamente negativa anche perché, nel frattempo, l’inflazione comincia a lanciare segnali di “vivacità”. E se la deflazione ha sino ad ora in qualche maniera attutito il problema tenendo faticosamente in linea di galleggiamento il potere d’acquisto, adesso i nodi accumulati in questi anni in cui i rinnovi contrattuali sono stati sistematicamente rinviati nell’indifferenza del governo che si è risvegliato soltanto alla vigilia del referendum costituzionale, vengono al pettine.

A segnalarli provvede la Confederazione dei sindacati europei (Ces). I salari dei lavoratori dipendenti italiani sono oggi più bassi che nel 2009 perché in questo lasso di tempo ogni anno ci siamo persi per strada lo 0,3 per cento del potere d’acquisto. Risultato: un arretramento del due per cento. Certo c’è chi è andato peggio di noi, cioè la Grecia massacrata da una politica di austerità imposta da un’Europa cieca e sorda (-3,1). Solo tre paesi europei possono dichiararsi soddisfatti (Germania, Bulgaria e Polonia): i salari nel periodo 2009-2013 sono aumentati più di quanto non abbiano fatto nel periodo 2001-2008. Altri 18, invece, si sono dovuti accontentare si aumenti minori rispetto al precedente periodo. Ma se altrove nel 2016 dagli stipendi sono arrivati segnali confortanti, in Italia, Francia e Grecia le cose non sono cambiate denunciando una situazione stagnante per giunta aggravata dal fatto che è calata anche la produttività per ora lavorata (-0,53).

I dati della Ces hanno sottolineato l’esistenza di un grosso problema e i sindacati sono scesi in campo per chiedere interventi. Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil, dopo aver sollecitato il rinnovo dei contratti ancora aperti, ha affermato che “bisogna agire sulla leva fiscale con soluzioni incisive e strutturali” sottolineando che sino a quando le tasse saranno troppo pesanti sule buste-paga “i salari non cresceranno e l’economia non ripartirà”. Susanna Camusso, segretaria della Cgil, a sua volta ha ribadito come da tempo il sindacato denunci che in Italia si sta facendo “una politica come se ci fosse l’inflazione e invece c’è la deflazione”. Annamaria Furlan, leader della Cisl dai dati coglie una conseguenza: archiviare la politica “del rigore del fiscal compact” per rilanciare quella espansiva insieme “a una migliore redistribuzione del reddito”.

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