Pa. Via libera del Cdm al pagamento degli arretrati

Palazzo Chigi

“Dopo il Cdm di oggi via libera al pagamento degli arretrati e degli aumenti previsti dal nuovo contratto per la Pa centrale”. Così la ministra della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, via Twitter annuncia l’approvazione del consiglio dei ministri dell’ipotesi di contratto presentata da Madia. La presidenza ha cosi’ autorizzato la ministra a concludere l’iter per rendere operativo il nuovo contratto dei dipendenti della P.A centrale. In sostanza il Consiglio dei ministri ha autorizzato la Ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione Madia, ad esprimere il parere favorevole del Governo sull’ipotesi di contratto collettivo nazionale di lavoro relativo al personale del comparto funzioni centrali per il triennio 2016-2018, sottoscritta il 23 dicembre 2017 dall’Aran e dalle organizzazioni sindacali.

“L’ipotesi di contratto, oltre al riconoscimento di incrementi retributivi, prevede anche l’adeguamento dell’impianto contrattuale preesistente al mutato contesto legislativo, tenendo conto delle innovazioni introdotte in particolare dai decreti legislativi di attuazione della riforma della pubblica amministrazione”.

Uno sblocco che arriva dopo quasi 10 anni. Un risultato che ha visto la luce dopo diverse fasi importanti: dalla sentenza della Corte Costituzionale, alle tre manovre (per un totale di 2,8 miliardi di euro finanziati) fino alla riforma della pubblica amministrazione. Un passaggio che il Segretario confederale della Cisl, Ignazio Ganga giudica fondamentale “fondamentale” e con il quale si “chiude oggi il cerchio del primo contratto degli statali rispetto al quale non si dovrà adesso perdere tempo per riconoscere i benefici contrattuali attesi da 9 nove anni”. Per il segretario confederale Uil Antonio Foccillo si tratta di una buona notizia ma “aspettiamo adesso il parere della Corte dei conti per ratificarlo definitivamente e dal giorno dopo sarà in vigore con il via libera al pagamento degli arretrati e degli aumenti. I lavoratori pubblici hanno atteso dieci anni – osserva ancora – adesso, con il nuovo contratto, hanno l’occasione per ripristinare, come tutti i lavoratori, il diritto ad avere un contratto”.

Le tappe

– DICEMBRE 2009, LA CRISI E IL BLOCCO DELLA CONTRATTAZIONE
E’ il dicembre 2009 quando viene affrontata per l’ultima volta in manovra la questione delle risorse per gli incrementi contrattuali del personale pubblico, ossia prima che nell’ambito del nuovo contesto economico determinato dalla crisi internazionale il Governo si veda costretto a intraprendere una rigida politica di contenimento della spesa pubblica, che ha fortemente investito il pubblico impiego. Viene così disposto nel DL 78/2010 il blocco della contrattazione nel pubblico impiego per il triennio 2010-2012.

– GIUGNO 2015, LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Il 23 giugno 2015 arriva la sentenza della Corte Costituzionale che dichiara illegittima la prosecuzione del blocco. L’avvio degli incontri tecnici all’Aran, l’Agenzia per la Rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, tra il ministero e i sindacati nel luglio 2016 fa entrare le contrattazioni nel vivo.

– NOVEMBRE 2016, L’INTESA TRA GOVERNO E SINDACATI
Saranno quattro mesi di incontri che porteranno, il 30 novembre 2016, a una intesa tra il governo e i sindacati che prevede un aumento mensile per i dipendenti della pubblica amministrazione di almeno 85 euro mensili. Il 2017 è l’anno dell’approvazione della riforma della pubblica amministrazione targata Marianna Madia e il momento in cui si aprono 4 tavoli di contrattazione all’Aran per i diversi comparti del pubblico impiego.

– DICEMBRE 2017, LA FIRMA DEL NUOVO CONTRATTO
Il 23 dicembre scorso, dopo una riunione fiume, alle 4 di mattina la ministra della Pa firma con le organizzazioni sindacali il primo nuovo contratto per la pubblica amministrazione per il triennio 2016-2018. Si tratta di un contratto che farà da apripista agli altri comparti che mancano, istruzione, sanità ed enti locali.

– CHE COSA PREVEDE L’ACCORDO
L’accordo prevede una forbice di aumenti sullo stipendio base che va dai 63 ai 117 euro mensili lordi a regime e salvaguarda gli 80 euro del bonus Renzi. L’intesa riguarda circa 250mila ministeriali, dipendenti delle Agenzie fiscali ed enti pubblici non economici. L’accordo viene stato siglato tra Aran, Cgil, Cisl, Uil e Confsal ma non da Usb, Cgs e Cisal. Nella stessa giornata la manovra è legge e viene rifinanziato con 2,8 miliardi il rinnovo contrattuale degli statali. Ma il percorso non è ancora finito. Dopo l’ok del governo arrivato oggi in Cdm, la palla passa all’Aran che dovrà chiedere alla Corte dei Conti la certificazione di compatibilità dei costi. Una volta arrivato il via libera, l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni e i sindacati dovranno incontrarsi per la definitiva sottoscrizione. Solo da quel momento il contratto sarà efficace.

Ryanair minaccia i lavoratori. Calenda: “Indegno”

ryanair“E’ indegno”. Cosi’ il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda commenta gli avvertimenti da parte di Ryanair ai piloti della compagnia in vista dello sciopero del 15 dicembre. “Non è il mio ambito di responsabilità”, ha precisato Calenda, e “ritengo si dovrebbe intervenire, non si può stare su un mercato, prendere i vantaggi e non rispettare le regole”. È di ieri infatti la notizia di una lettera recapitata ai piloti italiani con la quale vengono invitati ad astenersi dallo sciopero atteso per il 15 dicembre, a meno che non vogliano incorrere in sanzioni. Uno sciopero indetto contro i turni di lavoro massacranti che costringono piloti ed assistenti e veri e propri turni forzati.

“È una cosa gravissima – avverte il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti – perché non si può intervenire con questa modalità e credo che tutte le autorità competenti debbano fare la loro parte. A noi compete il controllo della corretta applicazione dei contratti e delle leggi riferite al lavoro. Per questa parte ce ne occuperemo noi”. Il diritto di sciopero “è garantito dalla legge, quindi se c’è qualcuno che infrange la legge in Italia c’è la magistratura che ha il compito di garantire la piena applicazione della legge”.

Altrettanto dure le parole del garante del Presidente dell’Autorità di garanzia per gli scioperi Giuseppe Santoro Passarelli: “La dichiarazione dei vertici di Ryanair appare non conforme ai principi del nostro ordinamento, nel quali lo sciopero, se esercitato legittimamente, è considerato un diritto costituzionale. Voglio rammentare, infine – aggiunge – che la legge 146 sugli scioperi censura quei comportamenti aziendali che possano determinare l’insorgenza o l’aggravamento del conflitto. Val la pena ricordare che, limitatamente ai servizi che la compagnia irlandese svolge in Italia, l’Autorità di garanzia ha ritenuto l’applicabilità della legge 146/1990, riservandosi la possibilità di intervenire in caso di grave pregiudizio nei confronti degli utenti, a seguito di scioperi effettuati sul territorio nazionale”.

“La lettera inviata ieri a tutto il personale navigante, piloti e assistenti di volo – dichiara Emiliano Fiorentino, Segretario nazionale della Fit-Cisl – conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, con quale arroganza e spregiudicatezza la compagnia irlandese continua ad operare nei confronti dei propri lavoratori. L’unica lettera che ci aspettavamo – prosegue Fiorentino – era quella di scuse per la mala gestione operata nei confronti dei dipendenti e di buoni propositi per affrontare il futuro prossimo in un clima più rispettoso verso il lavoro. Confermiamo le quattro ore di sciopero previste per venerdì 15 dicembre su tutto il territorio nazionale”. E la Uil trasporti aggiunge: “L’ atteggiamento senza rispetto di Ryanair verso i lavoratori, gli utenti, i sindacati e le istituzioni italiani ha superato ogni misura!”. Lo afferma il segretario generale Claudio Tarlazzi. “Non intendiamo tollerare oltre il manifestarsi di atteggiamenti così oltraggiosi, che offendono lo stesso ordinamento democratico del nostro Paese”, prosegue Tarlazzi. “Per tutelare le diverse centinaia di naviganti che hanno aderito al nostro sindacato, già da alcuni mesi stiamo affrontando la dirigenza della compagnia anche per le vie legali. Ma alla luce di quanto si è manifestato in queste ultime ore – conclude – è più che evidente la necessità di un intervento diretto dei Ministeri di riconvocazione immediata del tavolo Ryanair, per trovare soluzioni serie e condivise in tempi rapidissimi”.

Sul piede di guerra anche il sindacato piloti, l’Anpac. “Siamo di fronte ad un atto totalmente indebito: sia perché violento nei confronti dei lavoratori, sia perché è un tentativo di invalidare l’istituto dello sciopero” afferma il coordinatore nazionale Riccardo Canestrari. “Dopo quello che è successo i piloti sono ancora più motivati”, assicura Canestrari, e “tutto questo è in movimento in tutta Europa”.

“Non e’ la prima volta che Ryanair fa questo tipo di comunicazione e noi non staremo a guardare, abbiamo già avviato tutti gli approfondimenti del caso”, spiega Canestrari, che plaude alle parole del ministro Calenda che ha parlato di atto “indegno”: “Mi fa estremamente piacere, accende un po’ di luce in questo luogo di ombre”. Le minacce di Ryanair, secondo Canestrari, rispondono ad una “logica medievale”: “Lo sciopero è un’azione molto estrema ma se siamo arrivati a dichiararlo è perché siamo ad un punto di svolta, il modello Ryanair comincia a scricchiolare”.

ACCORDO CONGELATO

emiliano ilvaAncora grane dall’Ilva, ma stavolta a mettere i paletti è il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, duro contro l’iniziativa del Governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha deciso con il Comune di Taranto, di impugnare davanti al Tar la legge firmata da Paolo Gentiloni lo scorso 29 settembre. Michele Emiliano, e il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, hanno infatti annunciato ricorso al Tar del Lazio contro il decreto del presidente del Consiglio relativo al nuovo piano ambientale dell’Ilva proposto da Am Investco con un investimento di 1,1 miliardi di euro e interventi sino ad agosto 2023. Calenda ha fatto sapere che ha deciso di congelare il negoziato sull’Ilva aspettando la decisione del Tar e commenta preoccupato la decisione dei due enti locali: “Mentre Governo, parti sociali e molti enti locali coinvolti stanno costruttivamente lavorando per assicurare all’Ilva, ai lavoratori e a Taranto investimenti industriali per 1,2 mld, ambientali per 2,3 miliardi e la tutela di circa 20.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti, il comune di Taranto e la Regione Puglia decidono di impugnare il DPCM ambientale mettendo a rischio l’intera operazione di cessione e gli interventi a favore dell’ambiente”. Il Ministro poi precisa: “Nonostante la presentazione dettagliata di piano ambientale e industriale fatta al tavolo istituzionale del Ministero, peraltro disertato all’ultimo minuto dal Sindaco di Taranto, l’impegno preso a convocare un tavolo dedicato a Taranto e l’anticipo dei lavori di copertura dei parchi confermato oggi dai commissari, continua la sistematica e irresponsabile opera di ostruzionismo delle istituzioni locali pugliesi” Infine Calenda conclude amareggiato: “Si tratta credo del primo caso al mondo in cui un investimento di riqualificazione industriale di queste dimensioni viene osteggiato dai rappresentati del territorio che più ne beneficerà. Spero vivamente che Regione e Comune abbiano ben ponderato le possibili conseguenze delle loro iniziative e le responsabilità connesse”.
Calenda poi non ha dimenticato di puntare il dito direttamente contro Michele Emiliano: “Ha detto che i bambini di Taranto gli chiedono di impugnare il decreto, invece io penso che i bambini di Taranto ci chiedono di coprire i parchi, di fare gli investimenti. Qui c’è una campagna elettorale sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini”.
Ieri è arrivata la notizia dell’iniziativa della Regione Puglia comunicata direttamente dal presidente Michele Emiliano, che ha definito il decreto “illegittimo” perché “concede di fatto una ulteriore inaccettabile proroga al termine di realizzazione degli interventi ambientali, di cui alle prescrizioni Aia, già da tempo scadute e sinora rimaste inottemperate”.
Sul piano ambientale è intervenuto stupito anche il Ministro dell’Ambiente che ha difeso il decreto. “Noi – dice Gian Luca Galletti – abbiamo presentato un Piano ambientale che supporta un Piano industriale dove si spendono oltre due miliardi per l’ambientalizzazione; ci sono novità anche rispetto alla precedente Aia (Autorizzazione integrata ambientale): non c’è la copertura del solo parco minerario principale ma anche quella di alcuni parchi minori”. “Oltretutto c’è una clausola di salvaguardia fortissima – conclude – cioè fino alla fine dell’ambientalizzazione, finché non sarà completato l’ultimo degli interventi previsti dall’Aia, la produzione avrà un tetto a 6 milioni di tonnellate l’anno, che è esattamente quello che Ilva produce oggi”.
“Ci auguriamo che le conseguenze dell’impugnazione non penalizzino ulteriormente un territorio e una popolazione che stavano trovando una soluzione equilibrata a problemi di anni”, ha commentato preoccupato il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Preoccupati e contrariati anche i sindacati, il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli è duro contro l’iniziativa della Puglia: “Affidare al TAR il proprio disappunto per essere in un tavolo parallelo a quello col sindacato è un atteggiamento infantile e grave. Non si può trascinare una vicenda in cui è in ballo il risanamento ambientale e la difesa di migliaia di posti di lavoro a capricci per la propria visibilità politica. La Regione Puglia ha tante possibilità e responsabilità da esercitare per dare il proprio contributo positivo. Oggi ha deciso di buttare la palla in tribuna a danno di ambiente, occupazione e sviluppo. Prenda esempio dalle altre quattro regioni coinvolte che hanno ben accolto la loro partecipazione al tavolo istituzionale”. Preoccupata la Uil, per la quale potrebbero venire fuori scenari drammatici soprattutto sul fronte occupazionale qualora il Tar dovesse accogliere il ricorso.
Mentre per il segretario confederale della Cgil Maurizio Landini, quella di Emiliano “è una scelta sbagliata”. “Questo non è il momento dei tribunali, c’è una trattativa in corso, è il momento della responsabilità”. “Oggi – ha proseguito Landini – è opportuno far ripartire gli investimenti e la copertura dei parchi minerari. È importante – ha proseguito – portare ArcelorMittal a utilizzare tutte le tecnologie migliori e le soluzioni possibili” per ambientalizzare l’Ilva.
Nel frattempo però arrivano notizie anche dall’Europa. Il commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, durante la conferenza stampa che ha seguito l‘inaugurazione dell‘anno accademico dell‘università Bocconi, ha fatto sapere che l’Antitrust europea vuole arrivare a chiudere l‘esame relativo all‘acquisizione di Ilva da parte della cordata formata da Arcelor Mittal e Gruppo Marcegaglia prima della scadenza legale, a fine marzo. “Abbiamo aperto un‘indagine dettagliata che porteremo avanti ma vogliamo arrivare in anticipo rispetto alla scadenza legale” ha affermato Vestager, spiegando che l‘analisi dell‘Ue riguarda “alcune tematiche legate alla concorrenza”, in particolare “se nelle procedure ci sono degli aspetti che danneggiano gli attuali clienti che acquistano materiale e acciaio in Europa”.
“Dobbiamo essere veloci e se troveremo eventuali problematiche di concorrenza sarà l‘acquirente che dovrà occuparsene, quindi risolverle e fare chiarezza” ha concluso.
Da questo punto di vista il gruppo Marcegaglia ha già fatto sapere di essere pronto, nel caso in cui l’Antitrust imponesse il ritiro, a dare via libera a CDP e Intesa. “In caso di uscita del gruppo Marcegaglia da Am InvestCo siamo aperti sia a un incremento dell’attuale quota di Banca Intesa, sia all’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti. Per ArcelorMittal le due opzioni sono equivalenti”, ha dichiarato Aditya Mittal, ad di ArcelorMittal Europa e direttore finanziario del gruppo, a margine dell’ArcelorMittal Day di Parigi.

Amazon, il primo sciopero dell’era dell’E-commerce

sciopero amazon

È il primo sciopero dei lavoratori di Amazon. Il primo dell’era dell’E-commerce, anche se il il black friday è comunque andato in scena. Al magazzino di Castel San Giovanni, vicino a Piacenza, è iniziato lo sciopero e il presidio dei lavoratori impiegati dalla multinazionale americana. Davanti ai cancelli del polo logistico si sono riuniti gruppi di lavoratori con le bandiere di Cgil, Cisl e Uil ma, all’interno i lavoratori assenti sarebbero circa il 10%. Il polo sta comunque lavorando secondo la regolare programmazione. I dipendenti diretti sono 1.600, mentre gli interinali che sono stati assunti per far fronte alla lunga stagione natalizia e al black friday sono circa 2mila, quindi molti di più dei dipendenti del sito. La protesta è stata indetta per chiedere all’azienda di aprire un tavolo di confronto sul contratto integrativo e chiedere un maggiore salario.

In Germania il sindacato tedesco Ver.di ha convocato lo sciopero in diverse sedi di Amazon. Allo stop si uniscono anche i dipendenti di sei filiali del colosso, nei centri di Bad Hersfeld (in Assia), Lipsia (in Sassonia), Rheinberg e Werne (in Nordreno-Westfalia), Graben (in Baviera), e Coblenza (nella Renania-Palatinato). La mobilitazione dovrebbe durare fino all’ultimo turno di sabato. In Germania Amazon ha circa 12 mila dipendenti.

“Quello odierno in Amazon è il primo grande sciopero nell’epoca dell’impresa 4.0. E ha un valore simbolico enorme perché sia chiaro che il progresso, l’innovazione e la modernità non devono andare a scapito dei diritti e degli interessi dei lavoratori” ha evidenziato il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo. “C’è, inoltre, un problema di rispetto delle norme e delle elementari regole di relazioni industriali che deve necessariamente essere affrontato anche in una dimensione europea”, ha aggiunto il leader della Uil. “Il futuro del lavoro sta nel benessere lavorativo che genera produttività, salari dignitosi, sviluppo. Se davvero vuole essere all’avanguardia, Amazon – ha incalzato Barbagallo – accetti la sfida, si confronti con il sindacato e i lavoratori e accolga le nostre proposte”.

“Siamo con i lavoratori di Amazon” ha aggiunto il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso. “La lotta per un lavoro dignitoso e rispettoso dei diritti è giusta. È una lotta che non solo condividiamo ma che vogliamo sostenere in tutti i modi possibili. È una battaglia di civiltà, di solidarietà, di straordinaria importanza per il futuro di tutti i lavoratori, non solo italiani”. Per Camusso “non è un caso se allo sciopero hanno aderito anche tanti altri stabilimenti in Europa. Amazon, come tante altre aziende, – ha concluso – deve capirlo, non saranno mai grandi se i lavoratori saranno sfruttati, non avranno un lavoro decente, non saranno trattati con dignità”.

Sulla vicenda anche il vicesegretario PD Maurizio Martina per il quale “i lavoratori di Amazon pongano questioni serie, legate alla qualità del lavoro, che vanno affrontate dentro un dialogo tra le parti che deve sempre essere incoraggiato e che deve produrre avanzamenti concreti delle tutele e dei diritti, ancora più oggi di fronte a uno scenario globalizzato”. Per Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera “lo sciopero indetto oggi dai lavoratori di Amazon e unitariamente dai sindacati è il simbolo di un Paese che torna ad alzare la testa. Era ora che venissero alla luce tutte le problematiche che si nascondono dietro il più grande colosso dell’e-commerce. La velocità e l’efficienza per il cliente non possono essere barattate con i diritti e le tutele dei lavoratori: il sistema, sotto il profilo sociale, non funziona e l’apparente efficienza da sola non basta”. “Inoltre – ha detto ancora – è una grande vittoria che lavoratori stabili e precari, insieme ai sindacati, abbiano il coraggio di scioperare per i propri diritti e per migliorare le condizioni di lavoro di tutti. Non è sufficiente proporre, come risulta dalle dichiarazioni rilasciate a mezzo stampa dall’azienda, l’aumento del welfare aziendale, se poi i lavoratori si vedono costretti a percorrere 20 chilometri al giorno dentro i magazzini di Amazon”. “Da sempre combatto affinché, anche all’interno di queste nuove forme di commercio, non vengano mai a mancare le tutele di base che qualsiasi lavoratore, stabile e a maggior ragione precario, deve avere. Un tempo, i vecchi operai della catena di montaggio combattevano per migliorare le pause e alleggerire i carichi di lavoro: oggi, i nuovi operai dell’economia digitale lottano per contrattare gli algoritmi che determinano la loro fatica quotidiana. Siamo al loro fianco”, ha concluso Damiano.

LO STRAPPO

sindacati

Oggi, al tavolo negoziale con il Governo, i sindacati non sono più uniti sulle pensioni. In merito al documento conclusivo con cui il governo ha chiuso la partita su sistema pensionistico e blocco dell’età pensionabile, la posizione più dura è quella della Cgil.

Il leader della CGIL, Susanna Camusso, durante la conferenza stampa al termine dell’incontro con l’esecutivo, ha affermato: “E’ stata un’occasione persa dal governo. La vertenza previdenziale per noi resta aperta e gli interventi fatti non chiudono il capitolo previdenziale. Per sostenere questo giudizio il prossimo 2 dicembre avremo una mobilitazione generale”.

Di segno decisamente opposto la posizione della Cisl. Annamaria Furlan ha commentato: “Diamo un giudizio positivo del percorso e del lavoro fatto e lo inseriamo in un altrettanto giudizio positivo sulla legge di bilancio”. Per la Uil, infine, sotto il profilo delle risorse, il lavoro fatto è stato il massimo. Il leader, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Abbiamo aperto una breccia nella rigidità della riforma Fornero. Abbiamo messo a punto tutti i capitoli per intervenire. Evitiamo il gioco al massacro di chi fa di più e meglio. Siamo passati da 7 a 12 punti e se ci fossimo fermati prima non avremmo ottenuto quanto fatto. Il Parlamento è sovrano e se riusciranno a migliorare i capitoli mi fa piacere. Vigileremo che non li peggiorino”.

All’incontro con i sindacati, il governo ha messo sul tavolo delle pensioni un documento con delle nuove proposte, ma per la Cgil non è sufficiente. L’incontro si è concluso, quindi, senza una condivisione unitaria dei sindacati. Al tavolo delle trattative, per il governo oltre al premier Paolo Gentiloni, c’erano anche i ministri Madia, Padoan e Poletti, mentre per i sindacati c’erano i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Camusso, Furlan e Barbagallo.

Durante l’incontro, il premier Gentiloni ha detto: “Siamo convinti che nell’ambito di una Legge di Bilancio che già, pur con risorse limitate, viene incontro a numerose esigenze sociali e espresse dal mondo del lavoro, abbiamo messo insieme in queste tre settimane un pacchetto di misure molto rilevante e sostenibile. Dal nostro punto di vista è un buon risultato. Un risultato di cui la condivisione del mondo sindacale è requisito importante. Parliamo spesso dell’importanza del dialogo con le parti sociali, un dialogo che è forte quando produce risultati. Più sostegno il pacchetto avrà dalle forze sindacali, più sarà forte nel trovare spazio compiuto nella Legge di Bilancio. Il documento di sintesi del governo che vi abbiamo consegnato oggi contiene i contenuti che abbiamo illustrato nelle riunioni precedenti, con l’inserimento di alcuni elementi emersi nella discussione con i sindacati. Il dialogo sociale è forte nella misura in cui produce risultati. Riteniamo che la vostra adesione sarebbe un contributo molto positivo.  Sappiamo che ci sono posizioni e valutazioni differenziate tra di voi, di cui prenderemo atto. Il mio auspicio è che queste posizioni differenti rimangano in una dialettica non conflittuale. Ognuno è naturalmente padrone delle proprie scelte e decisioni. Per quanto riguarda questo pacchetto il governo si impegna a tradurlo in un emendamento alla legge di bilancio. Più forte sarà il sostegno delle organizzazioni sindacali, più forte sarà questo pacchetto di misure, e come si dice in gergo, più blindato sarà in Parlamento”.

Cgil, Cisl e Uil alla fine non hanno quindi firmato il documento formalizzato dall’esecutivo al termine di mesi di confronti, tavoli tecnici e vertici politici. Una soluzione voluta dal governo stesso che ha evitato così di sancire la spaccatura avvenuta sul documento tra i sindacati stessi. Invece la Camusso usa parole aspre: “Il documento sintetizza una posizione del governo e se la sottoscrive il governo stesso”. Diversamente la pensa la Furlan spiegando: “Il governo ha chiesto quale fosse la posizione dei sindacati sul suo documento finale e noi gliela abbiamo rappresentata”. A rappresentare la situazione, con la consueta ironia, è stato Carmelo Barbagallo: “Che avremmo dovuto fare? Uno firmava, uno ci metteva una mezza firma e un altro ancora non firmava?”.

Al termine dell’incontro, la  Cgil ha quindi chiesto un incontro urgente ai presidenti di tutti i gruppi parlamentari. Nella lettera inviata, si legge: “In vista del prossimo avvio dei lavori parlamentari sulla Legge di Bilancio siamo a richiedere un incontro urgente per poter esporre le nostre considerazioni e le nostre proposte in particolare sulle norme che riguardano il lavoro e la previdenza”.

Nella nuova proposta dell’esecutivo, sono stati inclusi anche i siderurgici di seconda fusione ed i lavoratori del vetro tra i lavori gravosi ed esclusi dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019. I requisiti per accedere al beneficio che resta confermato per le 15 categorie già individuate nei giorni scorsi restano di aver svolto un lavoro gravoso di almeno 7 anni negli ultimi 10 ed avere 30 anni di contributi.

Il governo ha offerto, inoltre, a Cgil Cisl e Uil, la prosecuzione prioritaria di un dialogo su come assicurare una pensione adeguata ai giovani. Nella nota dell’Esecutivo, si legge: “Il governo concorda sulla necessità di dare priorità alla discussione sui temi della sostenibilità sociale dei trattamenti pensionistici destinati ai giovani al fine di assicurare l’adeguatezza delle pensioni medio-basse nel regime contributivo , con riferimento sia alla pensione anticipata che a quella di vecchiaia”. Così l’esecutivo ha confermato, in sostanza, il percorso tracciato con i sindacati nel 2016 sulla necessità di proseguire un dialogo nel rispetto dei vincoli di bilancio e della sostenibilità di medio e lungo periodo della spesa pensionistica e del debito.

Nella nota si legge anche: “Allargamento dei requisiti di accesso alla prestazione per le lavoratrici con figli al fine di avviare il processo di superamento delle disparità di genere e dare un primo riconoscimento al valore sociale del lavoro di cura e maternità svolto dalle donne”. Questo è stato l’impegno per il 2018 che il governo avrebbe formalizzato relativamente all’Ape social nel documento presentato a Cgil Cisl e Uil unitamente alla garanzia che sempre per il prossimo anno avrebbe ampliato la platea alle nuove categorie di attività gravose. Il documento, inoltre, conferma , con l’obiettivo di consentire in prospettiva la messa a regime dell’Ape social al termine della sperimentazione, l’accantonamento in un apposito fondo dei risparmi di spesa, come eventualmente accertato nel 2019 attraverso la rideterminazione delle previsioni di spesa nell’ambito dei limiti di spesa programmati.

Anche i sindacati siederanno nella Commissione che studierà, ai fini dei una rilevazione scientifica anche in relazione all’anzianità anagrafica dei lavoratori, la gravosità delle attività lavorative e che dovrà concludere i lavori entro il 30 settembre 2018. La Commissione tecnica sarà presieduta dall’Istat e sarà composta da rappresentanti del Ministero dell’Economia, del Lavoro, della Salute, di Inps, di Inail con la partecipazione di esperti indicati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative dei datori di lavoro e dei sindacati.

Dunque, come si legge nel documento dell’esecutivo, il Governo ha accolto quasi tutte le osservazioni fatte dalla CGIL nell’incontro di sabato scorso, ma la Camusso continua a dire di no. In realtà, è stato il Governo ad offrire delle opportunità ai sindacati, ma che la CGIL non ha saputo o voluto cogliere.

Salvatore Rondello

Pensioni, Cgil Cisl e Uil su posizioni diverse

sindacati

Cgil Cisl e Uil si trovano su posizioni diverse dopo la nuova proposta del Governo  sul pacchetto di misure previdenziali. Sabato il Governo ha esteso l’esclusione dall’innalzamento dell’età pensionabile, a 67 anni dal 2019, a 15 categorie di lavori gravosi. All’inizio del confronto, le categorie di lavori gravosi da escludere erano quattordici. Il confronto viene aggiornato a domani, ma l’ipotesi di un accordo con tutte e tre le sigle sindacali resta lontana. Non sono bastate infatti le due carte che l’esecutivo ha messo sul tavolo, lo stop all’innalzamento dell’età per le 15 categorie individuate anche per il criterio dell’anzianità e la costituzione di un fondo per rendere strutturale l’ape sociale, a piegare le resistenze della Cgil e a sciogliere i dubbi della Uil. Decisamente più propensa al via libera la Cisl, che ritiene comunque necessari alcuni chiarimenti.

Proprio Cisl e Uil, secondo quanto riferito da fonti di governo, avrebbero avanzato la richiesta di tempi supplementari per poter continuare a lavorare per l’accordo. Richiesta accolta dal Governo, che ritiene comunque di aver fatto tutto il possibile, nel quadro delle poche risorse disponibili. La sintesi l’ha fatta il ministro dell’Economia  Pier Carlo Padoan. “Il governo ritiene di aver fatto importanti sforzi e accoglie con rammarico il fatto che i sindacati abbiano opinioni diverse sulla bontà del pacchetto : la Cisl ha espresso una posizione di condivisione importante, la Cgil una posizione di segno opposto e una posizione intermedia è arrivata dalla Uil”.

Il premier Paolo Gentiloni, in apertura di confronto, ha già chiarito il perimetro della discussione: “Vi chiediamo di sostenere questo pacchetto, perché noi lo difenderemo nella misura in cui voi lo sosterrete. Il governo non si limita a recepire le indicazioni sull’aspettativa di vita ma prende atto dell’utilità di alcuni interventi mirati. Noi abbiamo fatto un investimento su questo tavolo, attribuendogli un ruolo importante”.

La nuova proposta del Governo prevede l’estensione delle esenzioni delle categorie definite gravose anche alle pensioni di anzianità (e non solo alle pensioni di vecchiaia) e l’istituzione di un fondo per i potenziali risparmi di spesa con l’obiettivo di consentire la proroga e la messa a regime dell’APE sociale. Il ministro del lavoro, Giuliano Poletti, ha spiegato: “In campo c’è un impegno molto significativo da parte del governo che si inserisce nel percorso iniziato con il verbale sulla previdenza sottoscritto con i sindacati. Il Governo ha implementato le proposte coerentemente con quell’impegno”.

Diversa la valutazione del leader della Cgil, Susanna Camusso, che ha dichiarato: “Dal punto di vista degli impegni assunti dal governo nel settembre 2016 rispetto alla fase due, le distanze mi paiono evidenti. Il governo non dimostra nessuna disponibilità su quello che avevamo chiesto. In particolare, sui giovani e sulle donne. C’è un quadro di grande distanza rispetto agli impegni presi. Quindi, la nostra valutazione di grande insufficienza viene confermata, siamo davanti a un quadro che non risponde alle nostre richieste”. Al contrario, il segretario generale Cisl Anna Maria Furlan, ha sostenuto: “I due nuovi aspetti aggiunti oggi dal presidente Gentiloni sono assolutamente importanti e di non poco conto, coerenti con l’impostazione ed il metodo che ci eravamo dati nella prima parte dell’accordo sulla previdenza. E, anche se servono chiarimenti e correzioni, al termine della legislatura, è assolutamente importante portare a compimento l’intesa sulla previdenza che avevamo condiviso”.

Intermedia la posizione della Uil. Il segretario, Carmelo Barbagallo, ha sostenuto: “Nella proposta del governo ci sono delle incongruenze ma ci sono anche delle luci: dobbiamo sfruttare fino all’ultimo momento per ottenere di più dalla trattativa”.

La CGIL ha rincarato la dose. Susanna Camusso ha scandito: “Trovare la quadra non è scontato, e in ogni caso non sarà affatto semplice. Senza correzioni su giovani e donne la Cgil non firmerà l’accordo con il governo sulle pensioni. Il sindacato mantiene il punto perché le proposte fatte finora dall’esecutivo mettono una pietra tombale sull’idea di cambiare un sistema che non è equo. Comunque non è certo da questo che dipende il futuro della sinistra”. E mentre la leader Cisl Annamaria Furlan parla di risultati importanti e giudica sbagliato l’atteggiamento della Cgil, la Uil continua nel suo ruolo di ‘pontiere’ auspicando da un lato, come ha detto Carmelo Barbagallo, più attenzione a donne e giovani e dall’altro manifestando la necessità di mantenere l’unità sindacale. La partita pensioni, insomma, è complessa più che mai, anche perché si gioca su più fronti, indissolubilmente legati tra loro. C’è il tema squisitamente tecnico, legato alle (poche) risorse che il governo può mettere sul piatto e che difficilmente supereranno i 300 milioni a regime promessi finora. Ma c’è anche il fronte politico, con i partiti già in campagna elettorale e ormai chiaramente schierati. Il Mdp che mantiene i suoi distinguo e boccia come insufficiente la proposta del governo, Salvini pronto a portare la Lega in piazza con la Cgil, Berlusconi che promette l’aumento delle pensioni minime e un ministero ad hoc per la terza età. Inoltre c’è il rischio di un assalto alla manovra. Al Senato i numeri, specie in commissione Bilancio, restano risicati. Sullo sfondo c’è il terzo fronte, quello con l’Unione europea, che guarda con la massima attenzione, ed apprensione, a ogni minimo movimento attorno al sistema previdenziale e che già ha il suo da fare a definire la posizione da prendere nei confronti dell’Italia. Il programma di bilancio di Roma, nelle valutazioni di Bruxelles, si scosterebbe dai parametri concordati e potrebbe comportare intanto un giudizio ‘sospeso’ seguito, nella peggiore delle ipotesi, dalla richiesta di misure aggiuntive. La prossima settimana sarà quella clou. Le pagelle della Commissione arriveranno mercoledì. Nel frattempo martedì, nel nuovo round con i sindacati, il governo cercherà di portare a casa l’accordo almeno con Cisl e Uil, anche se ancora non è persa la speranza di fare rientrare anche la Cgil. Molto difficile che si possa accogliere la richiesta di prendere un impegno concreto sulle future pensioni dei giovani perché, si ragiona in ambienti di governo, in questo momento non ci sono né le risorse né la forza politica necessarie per andare a Bruxelles a spiegare che si sta riformando il sistema contributivo. Anche se i costi non sono tema di oggi, come ripete Susanna Camusso, ma scattano tra 15 anni, la tenuta del sistema pensionistico viene invece valutata nel medio-lungo periodo e quindi anche la minima modifica deve avere il benestare dei cerberi dei conti europei. Se saltasse l’accordo non è nemmeno detto che il governo darebbe seguito a tutte le proposte presentate ai sindacati. Senza intesa, peraltro, sarebbe anche più complicato contenere le pressioni parlamentari, con l’esame della legge di Bilancio che entrerà nel vivo sempre da martedì. Gli emendamenti sulle pensioni sono numerosi, e vanno dalla richiesta di rinvio tout court del decreto direttoriale che sancirà l’aumento di 5 mesi dell’età dal 2019 riproposto da Mdp, alla tutela per i caregiver, che sta raccogliendo consenso bipartisan, alla proroga dell’Ape social suggerita dal Pd, che ha presentato una proposta che vale 70 milioni per questo capitolo, ma si allarga anche a correggere i requisiti per l’acceso dei disoccupati e di chi è stato impegnato in lavori gravosi, andando quindi oltre quanto prospettato dal governo ai sindacati.

Salvatore Rondello

IL CONFRONTO

confronto pensioni sindacati

Nessun ripensamento del Governo sul principio dell’adeguamento dell’età pensionabile alle aspettative di vita. Tuttavia è stato aperto un tavolo per esentare dall’automatismo le categorie con lavori più gravosi. Il Confronto partirà martedì prossimo e dovrebbe concludersi il 13 novembre con un nuovo round politico tra governo e sindacati sui temi previdenziali per stabilire dettagliatamente la platea dei soggetti che potranno beneficiare di una deroga al principio generale della pensione a 67 anni con decorrenza dal 2019.

L’intenzione è quella di introdurre correttivi e metodi di calcolo alternativi delle pensioni per quei lavoratori che svolgono le attività più usuranti. In particolare, si vorrebbero esentare dall’aumento dell’età pensionabile a 67 anni previsto dalla riforma Fornero  le 11 categorie di lavoratori già ammesse all’Ape social: insegnanti di asilo nido e scuola materna; infermieri e ostetriche con lavoro organizzato in turni; macchinisti, conduttori di gru, camion e mezzi pesanti; operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici; facchini; badanti che assistono persone non autosufficienti; addetti alle pulizie; operatori ecologici e conciatori di pelli. Per questi lavoratori, a cui potrebbero aggiungersi i siderurgici, i marittimi e gli agricoli, non scatterebbe l’adeguamento di 5 mesi dal 2019, ma potrebbe essere concessa un’uscita anticipata dal lavoro. Il nuovo sistema con tutte le categorie incluse potrebbe essere contenuto in un emendamento alla Legge di Bilancio 2018.

Quindi, non un rinvio ma un confronto in tempi stretti sul nodo pensioni. Le aperture del governo si limitano alla possibilità di correggere il meccanismo di calcolo che porta ad adeguare l’età di uscita all’aspettativa di vita, escludendo dallo scatto a quota 67 anni nel 2019 le categorie di lavoratori impegnati nelle mansioni più gravose e rischiose. Il principio dell’automatismo però non si tocca. Questo l’esito dell’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Paolo Gentiloni, i ministri del Lavoro e delle Politiche sociali Giuliano Poletti, dell’Economia Pier Carlo Padoan, della Pubblica amministrazione Marianna Madia ed i sindacati.

Cgil Cisl e Uil dicono sì al confronto ma esigendo risposte concrete, forti dell’appoggio del Parlamento. Già al Senato sono stati presentati emendamenti al decreto fiscale da molti partiti, compreso il Pd, per rinviare la decisione sullo scatto. Il presidente del Consiglio ora si fa carico direttamente della questione, si ragiona in ambienti della maggioranza, avviando una delicata mediazione con i sindacati. Non recede dall’obiettivo primario, volendo evitare il rinvio dell’innalzamento dell’età pensionabile, ma apre al confronto per cercare una sintesi mediana che non arrechi danno ai conti del Paese. Una operazione che porterebbe l’Esecutivo a recuperare la relazione con il sindacato dopo lo stallo avvenuto negli ultimi tempi. Un rilancio politico i cui effetti saranno tutti da valutare ma che ha comunque consentito l’apertura del dialogo a tutto tondo con un settore importante del Paese. Entro fine anno è atteso il decreto direttoriale (Lavoro-Mef) che certifica l’innalzamento di cinque mesi dell’età pensionabile da 66 anni e 7 mesi a 67 anni nel 2019 per tutti. Il Presidente del Consiglio, Gentiloni ha detto ai sindacati: “Il rinvio non credo sia la strada. Ci può costare in Ue. I principi generali della norma restano validi. Il Parlamento è sovrano, ma non escludiamo si possa correggere qualcosa al tavolo con le parti sociali. Possiamo discutere subito di categorie specifiche, individuando i lavori più gravosi, e ragionare anche sui metodi di calcolo dell’aspettativa, fatto salvo la sostenibilità finanziaria”.

Anche il ministro Padoan ha evidenziato la necessità della tenuta dei conti e del sistema previdenziale. Al termine della riunione, spiegando la posizione del governo, ha detto: “Abbiamo concordato che al tavolo tecnico si consideri la possibilità di modificare e migliorare i meccanismi che attualmente determinano la cadenza di adeguamento dell’età pensionabile, sotto il vincolo che eventuali modifiche non intacchino la sostenibilità del sistema previdenziale, che è un pilastro fondamentale della sostenibilità finanziaria del Paese. Al tavolo si esaminerà la possibilità di estendere le categorie assoggettate ai lavori gravosi per vedere di staccarle dal meccanismo di aumento automatico, che come principio resta confermato”.

Se il confronto con le parti sociali darà i suoi frutti, le modifiche saranno inserite nella legge di bilancio, ultimo atto prima della fine della legislatura. Cgil, Cisl e Uil sono pronti al confronto, che si snoderà in tempi ragionevolmente stretti, ma mantengono il punto e non abbassano la guardia.

Il segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, ha avvertito: “Il 13 novembre verificheremo se davvero c’è la disponibilità a cambiare i meccanismi dell’età pensionabile e a differenziare i lavori, oppure se non c’è, altrimenti bisognerà scegliere altre strade”.

Il numero uno della CISL, Annamaria Furlan ha detto: “Bene il confronto, vedremo tra una decina di giorni se c’è volontà di condividere l’obiettivo”. Carmelo Barbagallo, leader della UIL, ha dichiarato: “E’ positivo il fatto che continui la discussione. Padoan ha messo dei paletti che per noi sono tutti da verificare e che non esauriremo la nostra pressione sia sul Parlamento sia con i lavoratori e pensionati proseguendo la mobilitazione”. I sindacati aspettano di tirare le fila anche su altri temi della previdenza, dal lavoro di cura alle pensioni dignitose per i giovani.

Inoltre, bisognerà quantificare le persone delle categorie usuranti che non andranno in pensione a 67 anni nel 2019. L’accordo con i sindacati per non penalizzare i lavoratori ‘usurati’ potrebbe aprire alcuni problemi sulla quadratura dei conti. Andrebbe quantificato l’onere che però non influirebbe sulla finanziaria del 2018 ma a partire da quella del 2019. Insomma, nel corso del 2018, una maggiore crescita dovrebbe determinare maggiori entrate e si potrebbe calibrare meglio la manovra per il 2019.

Tra dieci giorni, la cartina tornasole sarà rivelatrice degli effetti derivanti in merito al confronto tra Governo e Sindacati.

Salvatore Rondello

Stop indennità ragazzo ammalato di tumore: la precisazioni dell’Inps

Stop indennità ragazzo ammalato di tumore

L’INPS SPIEGA

L’Inps ha ritenuto necessarie fornire alcune precisazioni sul caso di Steven Babbi, il giovane dipendente della ditta Siropack, da tempo affetto da una grave patologia, al quale è stato sospesa l’erogazione dell’indennità di malattia, di cui si sono occupati nelle ultime settimane numerosi organi di stampa. Lo scrive l’Inps in una nota.

L’Istituto – ha scritto l’Ente previdenziale in una nota – ha garantito tutto quello che le norme prevedono in queste situazioni, ossia la possibilità di indennizzare l’azienda per la parte di retribuzione corrisposta al ragazzo entro il limite massimo annuo, che è pari a 180 giorni. Nel caso di Steven, il limite dei 180 giorni indennizzati nel 2017 è stato raggiunto l’11 settembre scorso.

Da quella data, conseguentemente, le norme di riferimento purtroppo non consentono di riconoscere ulteriori periodi indennizzabili nel corso di questo anno solare.

Non sussiste infatti alcuna potestà discrezionale da parte dell’Istituto di decidere la durata delle prestazioni erogate, che è definita dalla legge. Il riconoscimento del periodo di titolarità dell’indennità economica in questione fino all’11 settembre 2017 è stato quindi un atto del tutto vincolato, viene sottolineato dall’Inps.

L’Istituto in ogni caso – viene espressamente precisato nella nota – manifesta la più sentita vicinanza nei confronti di un ragazzo che combatte con grande dignità una difficile battaglia e si rende totalmente disponibile a ogni forma di supporto consentito dalle leggi vigenti.

Legato a ripresa e alto costo per le imprese

STUDIO UIL SUL CALO RICHIESTE CIGS

Nonostante a settembre prosegua, in generale, il calo delle richieste di cassa integrazione (-42,2%), sono oltre 174.000 i posti di lavoro protetti dagli ammortizzatori sociali, di cui oltre 100.000 dalla cassa straordinaria. Il calo, pari al 46.7 %, in questo caso, è attribuibile sia ai timidi segnali di ripresa sia al forte aumento, per le imprese che lo richiedono, dei costi di accesso a questo ammortizzatore sociale. Ecco perché uno dei provvedimenti che potrebbe essere inserito nella prossima legge di Bilancio dovrebbe riguardare il raddoppio dei costi di licenziamento collettivo per la gestione delle crisi aziendali. Questi proventi servirebbero così ad avviare la sperimentazione dell’assegno di ricollocazione in costanza di cassa integrazione guadagni straordinaria. E’ quanto emerge dallo Studio su ammortizzatori sociali e licenziamenti realizzato dal Servizio Politiche attive e passive della Uil.

Attualmente, il “ticket licenziamento – ha spiegato Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – a seguito della riforma Fornero, che ha abolito la mobilità, è pari al 41% del massimale di riferimento della Naspi (489,95 euro annui). Precedentemente (fino al 2016) i costi per i licenziamenti collettivi erano mediamente più alti di circa il 59%, in quanto erano parametrati all’indennità mensile di mobilità. Il ticket licenziamento in vigore, in presenza di accordo sindacale, viene pagato, in un’unica soluzione, fino ad un massimo di 3 anni (da un minimo di 489,95 euro per un anno fino a un massimo di 1.469,85 euro per tre anni ) in funzione dell’anzianità del lavoratore. Senza accordo sindacale i costi sono tre volte più alti: 1.469,85 euro per un anno fino ad un massimo di 4.409,55 euro per tre anni”.

La Uil, già da tempo, ha ingaggiato con l’esecutivo, e in particolare con il Ministero del Lavoro, un confronto serrato sugli effetti di alcune delle modifiche strutturali apportate alla legislazione che regola il mercato del lavoro e in particolare i sistemi di protezione sociale, compresi i costi di licenziamento. E’ opportuno, quindi, che il Governo stesso, attraverso la manovra di bilancio 2018, innalzi il ‘ticket licenziamenti’ con un duplice obiettivo: creare un deterrente al non utilizzo della cassa integrazione, recuperare risorse da destinare all’occupabilità dei lavoratori colpiti da crisi aziendale.

“Anche grazie a queste risorse – ha commentato Guglielmo Loy – si potrebbe costruire un percorso, in forma volontaria per i lavoratori che saranno posti in cigs, i quali potranno anticipare i tempi di attivazione dell’assegno di ricollocazione e di tutte le attività, compresa un’efficace formazione, così da creare le condizioni per accedere a una nuova occupazione. La procedura dovrebbe prevedere per il lavoratore un vantaggio sia di carattere fiscale, quale l’esenzione dall’Irpef delle eventuali somme ricevute per incentivazione all’esodo, sia di carattere economico, derivante dall’erogazione del 50% del residuo di cassa integrazione spettante”.

“Vantaggi che – ha sottolineato – porterebbero nelle tasche dei lavoratori ricollocati benefici medi che vanno da un minimo di 3.585 euro (6 mesi residui di cigs), fino ad un massimo di oltre 14 mila euro (in caso di 24 mesi residui di cigs), passando per gli oltre 7 mila euro (in caso di 12 mesi di cigs residua). Il vantaggio economico sarebbe pari a 5.559 euro in 18 mesi (309 euro mensili) per le aziende che assumono con questa nuova modalità un lavoratore a tempo indeterminato (stipendio medio 24 mila euro), anche grazie al beneficio della decontribuzione del 50%”.

La misura potrebbe essere sostanzialmente finanziata con l’aumento del costo del ticket licenziamento. Un intervento, quest’ultimo, che permetterebbe di riequilibrare i costi di licenziamento in rapporto a quelli previsti prima della piena messa a regime del D.lgs. 148/2015 (Jobs Act). Con tale provvedimento, infatti, si sono innalzati in misura considerevole i costi di gestione di periodi di cassa integrazione, in particolare di quella Straordinaria, e sono invece diminuiti i costi per i licenziamenti con particolare attenzione a quelli collettivi. Tant’è che per il 2017, le aziende verseranno nelle casse dell’Inps (bilancio preventivo), per il ‘ticket licenziamento’ 441 milioni di euro a fronte dei 524 milioni versati lo scorso anno tra ticket e contributo di accesso alla mobilità. “Si tratterebbe, senza dubbio – ha avvertito Loy – di un accoglimento solo parziale delle nostre richieste, ma si confermerebbe la consapevolezza da parte del governo che la riforma del sistema di tutele in costanza di rapporto di lavoro ha bisogno di qualcosa in più di un semplice ritocco”.

Infortuni

OLTRE 470MILA DENUNCE NEI PRIMI 9 MESI DEL 2017

Nei primi nove mesi di quest’anno, le denunce d’infortunio pervenute all’Inail sono state 471.518. L’aumento di 594 casi rispetto allo stesso periodo del 2016 (+0,1%) è la sintesi della diminuzione di quelli avvenuti in occasione di lavoro (-0,5%) e dell’incremento di quelli avvenuti in itinere, nel tragitto casa-lavoro e viceversa (+3,7%). Tra gennaio e agosto si era registrato, invece, un aumento per entrambe le modalità di accadimento (+0,7% e +4,4% rispettivamente) per un incremento complessivo pari all’1,3%.

Sono alcuni dei dati disponibili nella sezione ‘Open data’ del sito Inail: dati analitici delle denunce di infortunio e malattia professionale presentate all’Istituto entro il mese di settembre. Si tratta di dati provvisori, perché per quantificare i casi accertati positivi sarà necessario attendere il consolidamento dei dati del 2017, con la conclusione dell’iter amministrativo e sanitario relativo a ogni denuncia.

All’aumento delle denunce presentate all’Inail nei primi nove mesi del 2017 ha contribuito soltanto la gestione industria e servizi con un +0,8% (nel periodo gennaio-agosto l’incremento era del 2%), mentre le gestioni agricoltura e conto Stato hanno fatto segnare un calo pari, rispettivamente, al 5,9% e all’1,3%. In particolare, per la gestione industria e servizi si assiste nel periodo preso in esame a un incremento degli infortuni in occasione di lavoro dello 0,3% (tra gennaio e agosto era dell’1,6%) e del 3,8% per quelli in itinere (nella rilevazione al 31 agosto 2017 la percentuale era del 4,4%).

A livello territoriale, tra gennaio e settembre, le denunce di infortunio sono aumentate al Nord (oltre tremila casi in più), mentre sono diminuite al Sud (-969), al Centro (-781) e nelle Isole (-683). Gli aumenti più sensibili, sempre in valore assoluto, si sono registrati in Lombardia (+1.794 denunce) ed Emilia Romagna (+1.238), mentre le riduzioni maggiori sono quelle rilevate in Sicilia (-903) e Puglia (-836).

Nei primi tre trimestri 2017, l’aumento infortunistico è stato pari allo 0,1% tra i lavoratori (330 casi in più) e allo 0,2% tra le lavoratrici (+264). L’analisi per classi di età evidenzia un sensibile aumento delle denunce per i lavoratori di età compresa tra i 55 e i 59 anni e di quelli tra i 60 e i 69 anni, con circa duemila casi in più per entrambe. Risultano, inoltre, in diminuzione le denunce dei lavoratori italiani (-1.600 casi) e in aumento quelle degli stranieri (+2.200).

Nel solo mese di settembre sono state rilevate 45.504 denunce, 3.767 in meno rispetto a settembre 2016 (-7,6%) e 1.900 in meno rispetto a settembre 2015 (-4,0%). Quest’anno il mese ha avuto un giorno lavorativo in meno (fine settimana e festività escluse) rispetto a settembre 2016 (21 contro i 22). Questo calo incide anche sul numero dei giorni lavorativi dell’intero periodo gennaio-settembre, che nel 2017 sono stati 189 contro i 190 del 2016.

Le denunce di infortuni sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail nei primi nove mesi di quest’anno sono state 769, con un incremento di 16 casi rispetto ai 753 dell’analogo periodo del 2016 (+2,1%) e una diminuzione di 87 rispetto agli 856 decessi denunciati tra gennaio e settembre del 2015 (-10,2%). I dati rilevati al 30 settembre del 2016 e del 2017 evidenziano un aumento di 40 casi (da 608 a 648) nella gestione industria e servizi (+6,6%), una diminuzione di nove casi (da 109 a 100) in agricoltura (-8,3%) e un calo di 15 casi (da 36 a 21) nel conto Stato (-41,7%).

Nei primi tre trimestri del 2017, si sono registrati degli incrementi sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro (+0,4%) sia di quelli occorsi in itinere (+6,9%), inferiori però rispetto a quelli dei primi otto mesi (+3,2% e +9,1% rispettivamente), nei quali era stato rilevato un aumento complessivo delle denunce mortali pari al 4,8%. Dal confronto ‘di mese’ tra il settembre 2016 e il settembre 2017 emerge, viceversa, un calo del 10,6% delle denunce in tutte e tre le gestioni, per un totale di sette decessi in meno (da 66 a 59).

L’analisi territoriale evidenzia un aumento di 33 denunce di infortuni con esito mortale nel Nord-Ovest (Liguria +15, Lombardia +14, Piemonte +4), di 11 casi al Sud (Abruzzo +19, Puglia +2, Campania -7, Basilicata -3) e di sette casi nelle Isole (Sicilia +8, Sardegna -1). Le denunce, invece, sono in diminuzione nel Nord-Est (-26 casi), dove si segnalano in particolare i dati del Veneto (-17) e dell’Emilia Romagna (-9), e al Centro, per il quale si registra un calo di nove decessi, sintesi della riduzione rilevata in Umbria (-8 casi), nelle Marche (-3) e in Toscana (-1) e dell’aumento di tre casi nel Lazio.

L’incremento rilevato nel confronto tra i primi nove mesi del 2016 e del 2017 è legato esclusivamente alla componente maschile, i cui casi mortali sono aumentati di 18 unità, da 678 a 696 (+2,7%), mentre quella femminile ha fatto registrare una diminuzione di due casi, da 75 a 73 decessi (-2,7%).

Aumentano le denunce che riguardano lavoratori italiani (+15 casi) e stranieri dell’Unione europea (+4), mentre diminuiscono quelle relative a infortuni con esito mortale occorsi a lavoratori extracomunitari (-3).

Le denunce di malattia professionale pervenute all’Inail nei primi nove mesi del 2017 e protocollate sono state 43.312, oltre 1.500 in meno rispetto allo stesso periodo del 2016 (-3,4%). Dopo anni di continua crescita, il 2017 sembra dunque contraddistinguersi per il trend in diminuzione, comunque contenuto, delle tecnopatie denunciate, già rilevato anche nei mesi precedenti.

Il calo maggiore si registra in agricoltura (-1.040 casi, da 9.437 a 8.397), seguita dall’industria e servizi (-493 casi, da 34.880 a 34.387) e dal conto Stato (-14 casi, da 542 a 528). In ottica di genere, si rilevano circa mille casi in meno per i lavoratori (da 32.421 a 31.412) e oltre 500 in meno per le lavoratrici (da 12.438 a 11.900). Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo, con quelle del sistema nervoso e dell’orecchio, continuano a rappresentare quasi l’80% del totale dei casi denunciati.

Carlo Pareto

Padoan-Camusso, è scontro sulla manovra

camusso padoan

Ieri il Consiglio dei Ministri ha approvato la manovra per il 2018 e subito sono iniziate le polemiche. Il Segretario generale della CGIL, Susanna Camusso, in un’intervista fatta al Circo Massimo per Radio Capital, ha affermato: “La  manovra approvata ieri, è una manovra che favorisce le rendite e che mantiene lo status quo. Si è fatta una scelta politica: si poteva intervenire sulla finanza, sul patrimonio e facilitare chi lavora e chi produce e invece si è scelto di usare questo slogan sulle tasse, facendo credere che è una risposta a tutti e invece è una risposta solo ad alcuni, mantenendo la pressione fiscale alta”.

Il segretario generale della Cgil ha spiegato anche che dopo la scelta annunciata dal governo di non voler intervenire sull’età pensionabile, il sindacato valuterà congiuntamente come reagire dicendo: “Abbiamo oggi un appuntamento con Cisl e Uil per valutare perché la chiusura non è arrivata al tavolo con il ministro Poletti ma dopo da Gentiloni in conferenza stampa. Faremo una valutazione comune. La politica pensa di essere autosufficiente e per questo le serve dire che la rappresentanza è inutile. C’è un atteggiamento ostile non solo nei confronti dei sindacati per questa idea di autosufficienza che però non mi sembra dia grandi risultati.  Il Governo aveva firmato con Cgil, Cisl e Uil un accordo sull’aspettativa di vita e sulle pensioni anche per i giovani che è stato disatteso. Dell’eventuale reazione discuteremo adesso con le lavoratrici e i lavoratori Cgil, Cisl, Uil”.

Immediata la risposta del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan: “Mi chiedo Susanna Camusso che legge di bilancio abbia visto, non corrisponde a questa descrizione. Abbiamo messo risorse per gli investimenti pubblici, per gli investimenti privati, risorse per l’occupazione giovanile Stiamo dando una scossa alla crescita.  Intervenire sull’Irpef in questa legge di bilancio non è stato possibile per la scarsità di risorse, mi auguro che si possa fare immediatamente nella prossima legislatura. Non è vero che non siamo intervenuti sulle pensioni perché ci sono misure come l’ape sociale e l’ape donna che introducono elementi per le persone che ne hanno più bisogno.  C’è una legge concordata in sede Ue che tiene conto dell’allungamento delle aspettative di età, ma ci sono anche molti meccanismi introdotti per affrontare la questione, come per i lavoratori usuranti che hanno diritto ad andare in pensione prima”.

Il Governo ha chiuso ogni spiraglio su possibili interventi in materia previdenziale a partire dalla richiesta dei sindacati di uno stop all’aumento dell’età di vecchiaia collegato all’aspettativa di vita previsto per il 2019.

Il premier, Paolo Gentiloni, al termine del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla manovra, ha detto: “ C’è una legge in vigore e la rispetteremo”.

In pratica, quindi, si attenderanno i dati Istat previsti per questo mese sull’andamento dell’aspettativa di vita tra il 2013 e il 2016 e si procederà all’aumento dell’età di vecchiaia sulla base di questo andamento. Al momento la previsione è di un aumento nel 2019 di 5 mesi (arrivando a 67 anni). Pertanto, i sindacati hanno manifestato la loro preoccupazione.

In mattinata, ieri, i leader di Cgil Cisl e Uil, prima del Cdm, hanno incontrato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, esprimendo preoccupazione per l’assenza di misure significative sulla previdenza, anche per quanto riguarda gli impegni assunti dal Governo l’anno scorso sulla fase due e augurandosi aperture dal Cdm. Le misure in legge di Bilancio sulla materia saranno invece marginali, come quella che agevola le lavoratrici madri (con uno ‘sconto’ contributivo di sei mesi per un massimo di due anni) nell’ accesso all’Ape sociale, che la leader della Cisl, Annamaria Furlan, ha giudicato insufficiente.

Nessuna indicazione sembra in arrivo sulla pensione di garanzia per i giovani né condizioni più favorevoli per il pensionamento delle donne nel complesso che hanno avuto figli così come chiesto dai sindacati (un anno di anticipo per ogni figlio con un limite di tre anni). Il numero uno della Cgil, Susanna Camusso, ha detto: “Voglio esprimere la preoccupazione per la mancanza di risposte sulla previdenza. Serve un atto normativo che sospenda l’aumento dell’aspettativa di vita”. Il leader della UIL, Carmelo Barbagallo, ha detto: “Non c’è bisogno di risposte significative sulla fase due della previdenza”. Furlan per la CISL ha commentato: “Se sul lavoro, con gli sgravi per le assunzioni stabili dei giovani al 50% ( 100% al Sud) e sul rinnovo dei contratti pubblici ci sono segnali positivi, sul capitolo pensioni non è così. Spero che Gentiloni ci convochi”. Il segretario generale dello SPI-CGIL, Ivan Pedretti, ha attaccato sostenendo: “Con arroganza il governo non risponde ai problemi di milioni di persone e disattende gli impegni che si era preso per la seconda fase di confronto con i sindacati sulle pensioni. A questo punto non è più rinviabile una grande mobilitazione”.

Nel frattempo, oggi è arrivata anche la valutazione di Moody’s che mantiene un outlook negativo sul sistema bancario italiano che riflette la continua pressione sui nostri istituti affinché riducano i loro grandi stock di crediti problematici in un contesto in cui ci sono limitate opportunità di raccogliere capitali, una redditività che continua ad essere debole e una significativa esposizione di credito verso il governo italiano. Nella nota, si legge: “Una fragilità solo parzialmente mitigata da una leggera ripresa economica e da flussi più bassi di Npl”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, replicando prontamente, ha spiegato: “La questione degli npl sta subendo un’accelerazione positiva. Lo stock delle sofferenze è diminuito del 25% da inizio anno. Ci sono giudizi molto più positivi da altri investitori istituzionali. Si tratta, ha spiegato, di un’immagine che non rispecchia la realtà”. La crescita dell’1,3% del Pil attesa da Moody’s nel 2018 viene definita ‘un miglioramento marginale’ che supporterà i volumi di attività e quindi i ricavi ma che è improbabile possa condurre a una significativa riduzione dei crediti problematici, che dunque continueranno a scendere gradualmente ma a restare alti mentre le banche stanno affrontando continue pressioni per alzare i livelli di accantonamenti su questi crediti. Moody’s ricorda che alla fine dello scorso anno i nostri istituti avevano in bilancio 349 miliardi di crediti deteriorati, lo stock più alto in Europa, che rappresentava il 17,3% dei loro prestiti lordi, più di tre volte la media dell’Unione Europea (5,1%). Anche se gli accantonamenti sono migliorati salendo adesso al 51% si tratta comunque di una soglia appena sopra il 50% del livello pre-crisi del 2007 e comunque generalmente inferiore al livello che sarebbe richiesto per vendere questi asset sul mercato. Per Moody’ è invece positiva la riduzione dei flussi di nuovi Npl attesa nel 2018 in quanto ridurrà gli accantonamenti e sosterrà la redditività. Tuttavia la capacità di generare utili resterà debole nel 2018 sulla scorta di una serie di fattori che pesano sui ricavi come, per esempio, i bassi tassi di interesse e la limitata crescita dei prestiti. Dal punto di vista della raccolta, il sistema italiano resta solido grazie all’alto peso dei depositi che riduce l’esigenza di rifinanziarsi all’ingrosso. Tuttavia, la prevista riduzione dei bond utilizzabili nel bail in mano al pubblico retail, ridurrà la protezione per i bond senior e per i depositanti in caso di risoluzione.
Oltre al noto contesto finanziario, il varo della manovra avviene in un periodo in cui continua e si rafforza la fuga degli italiani all’estero. Nel 2016, sono state 124.076 le persone espatriate, con un aumento del 15,4% rispetto al 2015. L’aumento è caratterizzato soprattutto dai giovani: oltre il 39% di chi ha lasciato l’Italia nell’ultimo anno ha tra i 18 e i 34 anni (+23,3%). Il 9,7% ha tra 50 e 64 anni: sono i disoccupati senza speranza rimasti senza lavoro. Dal 2006, la mobilità italiana è aumentata del 60,1%. Questi dati emergono dal Rapporto Italiani nel Mondo 2017 di Migrantes presentato oggi a Roma. Nel Rapporto si legge anche: “Le partenze non sono individuali ma di famiglia, intendendo sia il nucleo familiare più ‘ristretto’, ovvero quello che comprende i minori (oltre il 20%, di cui il 12,9% ha meno di 10 anni) sia la famiglia ‘allargata’, quella cioè in cui i genitori (ormai oltre la soglia dei 65 anni) diventano ‘accompagnatori e sostenitori’ del progetto migratorio dei figli (il 5,2% del totale). Le donne sono meno numerose in tutte le classi di età ad esclusione di quella degli over 85 anni (358 donne rispetto a 222 uomini): si tratta soprattutto di vedove che rispondono alla speranza di vita più lunga delle donne in generale rispetto agli uomini. Il continente prioritariamente scelto da chi ha spostato la sua residenza fuori dell’Italia nel corso del 2016 è stato quello europeo, seguito dall’America Settentrionale. Rispetto allo scorso anno, quando la Germania era stata la meta preferita, quest’anno il Regno Unito registra un primato assoluto tra tutte le destinazioni, seguito da Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Usa. La Lombardia, con quasi 23 mila partenze, si conferma la prima regione per partenze, seguita dal Veneto (11.611), dalla Sicilia (11.501), dal Lazio (11.114) e dal Piemonte (9.022). C’è però una regione che presenta un dato negativo, ed è il Friuli Venezia Giulia, da cui nell’ultimo anno sono partite 300 persone in meno (-7,3%)”.

Sono quasi 5 milioni, al primo gennaio 2017, gli italiani che vivono all’estero secondo i dati delle iscrizioni all’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero). Per la precisione, sono 4.973.942, che costituiscono l’8,2% degli oltre 60,5 milioni di residenti in Italia alla stessa data. Un numero che è costantemente aumentato negli anni (nel 2006 erano poco più di 3 milioni, +60,1%).  Oltre la metà risiede in un Paese europeo, ma le comunità italiane più numerose sono in Argentina (804mila), Germania (724mila) e Svizzera (606mila). E’ il Regno Unito, comunque, il Paese che ha visto aumentare le iscrizioni all’Aire (+27.602 nell’ultimo anno). Più della metà degli italiani residenti all’estero provengono da regioni del Sud. Aumentano i single, scendono i coniugati. In crescita anche gli italiani nati all’estero: dai circa 1,7 milioni del 2014 ai quasi 2 milioni del 2017.

La manovra non è certamente la panacea per tutti i mali del Paese ed è limitata dalle insufficienti risorse disponibili. L’assunzione di circa 1.500 nuovi ricercatori è sicuramente un segnale positivo ma ancora insufficiente. Tuttavia, un impegno importante il Governo potrebbe assumerlo: far emergere l’economia sommersa combattendo l’evasione e l’elusione sia fiscale che contributiva.

Salvatore Rondello

Inps, novità in materia Isee. Boeri, no a ricalcolo pensione mamme. Lavoro, la flessibilità non aiuta i giovani

Inps
NOVITÀ IN MATERIA ISEE

L’Isee è l’indicatore che serve per valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale agevolata. L’accesso a queste prestazioni, infatti, come ai servizi di pubblica utilità a condizioni agevolate (telefono fisso, luce, gas, ecc.) è legato al possesso di determinati requisiti soggettivi e alla situazione economica della famiglia.

Dall’1 gennaio 2015 l’Isee è stato profondamente rinnovato sia dal punto di vista delle regole di calcolo sia nelle procedure. Il nuovo Isee, per essere ancora più equo nel distribuire il costo delle prestazioni sociali e sociosanitarie tra i cittadini italiani, introduce migliori criteri di valutazione del reddito e del patrimonio, insieme a controlli più attenti.

Per ottenere la propria certificazione Isee è necessario compilare la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu), un documento che contiene le informazioni di carattere anagrafico, reddituale e patrimoniale necessarie a descrivere la situazione economica del nucleo familiare.

La normativa in materia di Isee prevede che la Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) possa essere presentata all’ente erogatore, ai Comuni o direttamente all’Inps in via telematica.

In prevalenza le Dichiarazioni sostitutive uniche sono compilate tramite i Caf, con i quali sono stati sottoscritti dall’Inps appositi accordi. L’ultima Convenzione, tenuto conto della disponibilità di bilancio, garantisce la copertura del servizio fino ad un limite, che si prevede possa essere raggiunto nella seconda metà di ottobre.

Successivamente le Dsu dovranno essere acquisite, su richiesta dell’utente, o presso le Strutture territoriali dell’Istituto, dagli operatori individuati a seguito della campagna formativa che l’Ente ha messo in atto, o acquisite direttamente dall’utente con il proprio Pin presso le postazioni self service disponibili nelle Agenzie periferiche.

Il messaggio dell’Ente di previdenza n. 3825/2017 al riguardo fornisce agli uffici decentrati dell’Inps opportune istruzioni tecniche e indicazioni amministrative per la gestione delle attività in materia. In particolare raccomanda agli addetti all’uopo preposti un approccio consulenziale personalizzato, integrato e proattivo, in conformità al nuovo modello di servizio.

Pensioni
APE SOCIAL E QUOTA 41, LE RISPOSTE NEGATIVE DELL’INPS

Si avvicina il 15 ottobre, data entro cui l’Inps dovrà dare le risposte alle domande per l’accesso all’Ape social presentate anche dai lavoratori precoci con i requisiti richiesti. Domande che erano state più numerose di quelle per cui erano state stanziate le risorse dal Governo con la scorsa Legge di bilancio. Alcune risposte sono arrivate e stanno continuando ad arrivare in questi giorni, ma come si può leggere dai post pubblicati sulla pagina Facebook Lavoratori precoci uniti a tutela dei propri diritti c’è chi si è visto respingere la richiesta di accesso all’Anticipo pensionistico agevolato e non riesce a capire perché. Qualcuno spiega di aver presentato in un secondo momento parte della documentazione richiesta, come peraltro era stato riconosciuto possibile fare. Tuttavia non mancano casi in cui nemmeno il patronato di riferimento sa fornire una risposta sulla causa reale del non accoglimento della domanda. Una motivazione come “no diritto” non sembra infatti poter essere accettabile per chi è certo di avere tutti i requisiti richiesti.

Boeri
NO AL TAGLIO DEI REQUISITI PER LA PENSIONE DELLE MAMME

No al taglio dei requisiti per il pensionamento anticipato delle mamme lavoratrici. A bocciare la richiesta che Cgil, Cisl e Uil hanno portato al confronto con il governo e che rinnoveranno ancora prossimamente, nel nuovo round previsto con il ministro del lavoro Poletti, è stato anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri. ”Bisogna evitare scorciatoie perché il problema delle donne è quello di una forte discontinuità del lavoro. Quindi semmai dovrebbero, potendo, lavorare più a lungo, mentre così andrebbero in pensione con assegni più bassi”, ha spiegato Boeri sollevando l’irritazione di Cgil, Cisl e Uil che invece puntano a riconoscere il ruolo della maternità nel lavoro della donna ipotizzando uno sconto dei requisiti anagrafici con cui tutte le lavoratrici madri potrebbero lasciare l’occupazione con un anticipo massimo di 3 anni. Ma per Boeri invece un ipotetico sconto esteso a tutte le donne le esporrebbe anche al rischio di un pensionamento ‘involontario’. ”La scelta di andare in pensione non è sempre volontaria, ma viene presa anche dal datore di lavoro che potrebbe sfruttare così la possibilità di fare uscire anticipatamente le donne con figli licenziandola per ridurre la forza lavoro e obbligandole a prendere pensioni inferiori per il resto della vita”, ha precisato ancora ribadendo la sua idea di sempre: “Bisogna intervenire per agevolare l’accesso sul mercato del lavoro delle donne non il loro pensionamento” .Sì dunque a politiche che ne incentivino l’ingresso, no a interventi ad hoc e parziali”. Senza contare, ha detto ancora, della discriminazione che si produrrebbe nel mercato del lavoro. “Si potrebbe profilare una discriminazione tra le donne che lavorano e hanno figli e quelle invece che hanno privilegiato la carriera lavorativa. Se dunque l’obiettivo è quello di aiutare le donne nel lavoro questa proposta andrebbe nel senso esattamente contrario” ha aggiunto segnalando peraltro un possibile “effetto spiazzamento” che si potrebbe produrre rispetto a quelle lavoratrici-madri che hanno scelto di pensionarsi accedendo ad opzione donna che prevede il ricalcolo dell’assegno di chi è in un sistema misto secondo un sistema totalmente contributivo.

La strada da seguire, dunque, per Boeri, sta tutta negli incentivi all’occupazione femminile compresi il rafforzamento del congedo di paternità, ”obbligatorio ma preso solo da un terzo dei padri lavoratori”, e i vecchi voucher baby sitter o asili nido ancora largamente sottoutilizzati, ”ad utilizzarli solo in 7 mila persone”. Insorgono i sindacati impegnati in una partita con il governo lunga e delicata. La proposta di sconti nei requisiti delle lavoratrici madri offerti dal Welfare limitatamente alle donne in Ape social, infatti è considerata da tutti ”minimale” e insufficiente e Cgil, Cisl e Uil si apprestano a rilanciare le loro proposte. “Dichiarazioni decisamente fantasiose e singolari”, afferma la Cgil secondo la quale, come ha evidenziato il segretario confederale, Roberto Ghiselli ”l’anticipo pensionistico non sarebbe un obbligo, ma una facoltà da garantire alle donne e a chi svolge lavori di cura, e non sarebbe certo causa di licenziamento per le imprese”.

Parole bocciate anche dall’Ugl: ”Le sue apparenti preoccupazioni non trovano forza nella realtà, perché se le donne madri abbandonano prima il lavoro per una meritata pensione potrebbero favorire il ricambio con occupazione giovanile, cosa che è venuta meno con la riforma Fornero”, commenta il sindacato. Ma la partita si va surriscaldando soprattutto sul versante dell’aumento dell’età pensionabile di cui Cgil Cisl e Uil ancora una volta chiederanno il congelamento dello ‘scalone’ a 67 anni previsto nel 2019. Una ”questione dirimente”, come ha ripetuto ancora il leader Carmelo Barbgallo . I sindacati d’altra parte attendono una risposta definitiva e sono già in una situazione di pre-allerta. Nei giorni scorsi in una lettera inviata a tutte le strutture regionali hanno intanto dato il verde ad iniziative di mobilitazione, assemblee e attivi sindacali che prelude ad altre iniziative. ”Non resteremo con le mani in mano”, aveva già avvertito sempre Barbagallo in precedenza.

Lavoro
LA FLESSIBILITÀ NON AIUTA I GIOVANI

Cesare Damiano, i sindacati e altri sostenitori della flessibilità pensionistica, come pure Giuliano Poletti, hanno in diverse occasioni dichiarato che mandare in pensione prima gli italiani aiuterebbe a creare posti di lavoro per i giovani. Alessandra Del Boca e Antonietta Mundo, in un recente articolo pubblicato sul Corriere della Sera, ritengono però che le cose non funzionino in questo modo. “Nei paesi Ocse dove l’occupazione anziana è più alta, c’è la più alta occupazione giovanile, Banca d’Italia ci conferma che questo vale anche per il nostro Paese”. Le due autrici aggiungono che far uscire un lavoratore anziano con qualche anno di anticipo, “non aiuta il giovane perché il posto lasciato è diverso dal posto creato e le imprese non trovano le qualifiche che servono”. Dunque, dal loro punto di vista occorre aiutare i giovani investendo nella formazione, di modo che arrivino sul mercato del lavoro con le competenze richieste, magari aiutati anche da centri per l’impiego efficaci come in Germania.

Del Boca e Mundo scrivono anche che bloccare l’aumento dell’età pensionabile a partire dal 2019 sarebbe “un’ennesima cripto-salvaguardia destinata questa volta alle generazioni dei nati dopo il 1953, che lascerebbe a generazioni più giovani l’onere di pareggiare i conti”. Tuttavia, riconoscono che si potrebbe intervenire “sui lavori usuranti che riducono la speranza di vita del lavoratore, con criteri scientifici e per professione. L’Ape sociale è stata introdotta proprio per questo, no?”.

Carlo Pareto