Clima, Guterres: “Questione di vita o di morte”

cop24“Quella del clima è già oggi una questione di vita o morte”. Con queste parole Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha dato il via ai lavori della Conferenza climatica COP24 che si è aperta oggi a Katowice, nel sud della Polonia. Come risposta il presidente polacco Andrzej Duda ha sottolineato che la responsabilità politica sul clima deve essere basata sullo sviluppo equilibrato fra natura e tecnologia nonché il rispetto della dignità umana. Parole a cui è seguito l’annuccio da parte del presidente polacco di non voler rinunciare al carbone sostenendo che per la Polonia è una “materia prima “strategica”, che garantisce “la sovranità energetica” dei polacchi. Varsavia conta ancora sul carbone per l’80% del suo fabbisogno energetico, e prevede di arrivare al 50% entro il 2030. Una dichiarazione che ha suscitato sdegno e polemiche dopo la prima giornata della Cop24.

Una partenza senza grandi clamori: basti pensare che alla cerimonia di apertura dell’evento che durerà fino a 14 dicembre prossimo erano presenti solo una sessantina di delegazioni internazionali, e i capi di Stato di Bulgaria, Svizzera, Slovenia, Montenegro, Macedonia, Fiji, Nepal. Più che di bassa presenza sarebbe giusto parlare di assenze. Molte delle quali peraltro ingiustificate. Sono sempre di più i paesi che si stanno tirando indietro dagli accordi della COP21, quella di Parigi, alla quale parteciparono delegati e capi di stato di quasi tutti i paesi del pianeta. A cominciare dal Brasile, che in teoria avrebbe dovuto ospitare la prossima edizione della COP25.

Invece il nuovo presidente Jair Bolsonaro ha già annunciato di non essere più interessato, decisione questa che molti hanno collegato all’iniziativa di disboscare una quantità enorme di foresta amazzonica: tra il 2017 e il 2018 sono stati tagliati 7.900 chilometri quadrati di foresta, “più o meno un milione di campi di calcio disboscati in appena un anno”, come ha ricordato il coordinatore di Greenpeace Brasile, Marcio Astrini.

Guterres non ha usato mezzi termini: “Abbiamo veramente un grosso problema”, ha ribadito. “Non stiamo ancora facendo abbastanza, né ci muoviamo abbastanza in fretta per prevenire un dissesto climatico irreversibile e catastrofico”. Il segretario delle Nazioni Unite ha indicato quattro settori, “semplici messaggi” li ha definiti, su cui è necessario intervenire. Il primo è dare una risposta significativamente più ambiziosa ai progressi scientifici. Il secondo è rendere operativo l’accordo di Parigi. Il terzo è assumersi la responsabilità collettiva di investire per evitare il caos climatico globale, tenendo conto degli sforzi sotto il profilo economico e gli impegni finanziari assunti a Parigi. Il quarto considerare l’attenzione verso il clima la via migliore per trasformare il mondo in meglio.

Scelte che lo stesso Guterres riconosce non essere facili far prendere ai governi, specie quelli assenti: “Non sarà un negoziato facile”. Neanche con l’aiuto della Banca Mondiale che ha annunciato di voler sostenere il cambiamento verso la riduzione delle emissioni di CO2 con 200 miliardi di dollari in 5 anni.

Inoltre i presenti in Polonia dovranno discutere degli obiettivi delle emissioni nazionali dei Paesi dopo il 2020 e del supporto finanziario alle nazioni “povere” per consentire loro di adattarsi ai cambiamenti climatici, altro aspetto legato alla compensazione.
La realtà è che mentre si sta discutendo, peraltro senza molta convinzione, sulle misure da adottare tra qualche anno per contenere il riscaldamento globale a 2 gradi C, le stesse Nazioni Unite hanno confermato che già oggi siamo di fronte ad un aumento delle temperature intorno a un grado. E visto che le maggiori economie, inclusi Stati Uniti d’America e molti paesi europei, non sembrano voler tener fede agli impegni presi a Parigi, appare quasi impossibile trovare una soluzione. Del resto anche i ricercatori dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) lo hanno detto chiaramente: gli impegni di Parigi non sono abbastanza. I 20 anni più caldi sono stati registrati negli ultimi 22 anni, con gli anni dal 2015 al 2018

Allarmato il comunicato del Wwf: “In Europa – si legge – il carbone è in declino, ma è proprio la Polonia, che ha la presidenza della COP, che cerca di convincere la Unione Europea a ‘sussidiare’ il combustibili più nocivo per il clima, la salute e l’ambiente. Domani il trilogo UE deciderà se assegnare persino alle centrali più inquinanti, quelle a carbone, i meccanismi di capacità, vale a dire una remunerazione dovuta al solo fatto di poter produrre energia, come chiede la Polonia. Ci auguriamo che l’Italia faccia sentire la propria voce e blocchi tale sussidio sporchissimo, questo sì degno di una mobilitazione contraria dei consumatori”, dichiara la responsabile Clima Energia del Wwf Italia, Mariagrazia Midulla.

Al presidente polacco Andrzej Duda che nel corso di una conferenza stampa presso la COP, aveva affermato che la Polonia non può rinunciare al carbone risponde Marta Anczewska, responsabile delle politiche climatiche ed energetiche del WWF-Polonia: “La scienza ci dice che dobbiamo raggiungere zero emissioni nette prima del 2050 se vogliamo raggiungere gli obiettivi di Parigi ed evitare le conseguenze peggiori del cambiamento climatico. La posizione del presidente Duda è in netto contrasto con l’ambizione richiesta in questo round di negoziati sul clima. Il carbone non ha posto nei futuri sistemi energetici per limitare il riscaldamento a 1,5° C. La Polonia può e deve invece accelerare una transizione giusta verso un’economia a zero emissioni”.

“La Conferenza – afferma la Uil in un comunicato – deve rappresentare un momento di riflessione e assunzione di responsabilità condivise a livello globale affinché tutti procedano in un’unica direzione: la tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Uno dei motivi che hanno condotto alla scelta di Katowice è stato l’ampio impiego del carbone da parte della Polonia grazie al quale questa nazione ottiene ancora l’80% dell’energia che consuma, nonostante si tratti della fonte fossile più dannosa per l’equilibrio climatico mondiale. Auspichiamo che questo evento possa produrre esiti importanti per affrontare e vincere la sfida alla lotta ai cambiamenti climatici, orientando le scelte e i comportamenti della comunità internazionale. Per la UIL sono necessari drastici cambiamenti in tutti i settori della produzione e dello sviluppo perché se non si fa nulla per ridurre le emissioni di gas serra, il nostro pianeta continuerà il suo percorso di riscaldamento globale generando in modo sempre più visibile guasti all’ambiente e alla salute dei cittadini”.

Sciopero medici: Uil: “Un tavolo per il contratto”

mediciStop a migliaia di interventi chirurgici programmati negli ospedali e disagi per i cittadini. Sono stati migliaia i medici e veterinari del Sistema sanitario nazionale che oggi hanno incrociato le braccia. Alla base dell’agitazione ci sono la richiesta di maggiori fondi per la Sanità pubblica, che i sindacati definiscono “ormai al collasso”, e il rinnovo del contratto di lavoro, fermo da 10 anni. Ma la protesta, precisano le organizzazioni sindacali, è anche a favore dei cittadini, per garantire un’assistenza adeguata.

Il ministro della salute ha minimizzato assicurando che nella manovra saranno messe a disposizione risorse aggiuntive, decine di manifestazioni si sono svolte in tutta Italia, mentre. A Roma le sigle sindacali hanno organizzato una conferenza stampa. Dura la posizione dei sindacati: “Il ‘Governo del cambiamento’ continua a definanziare il servizio sanitario pubblico, a danno della cittadinanza e a beneficio del privato”, afferma la Fp-Cgil Medici, mentre la Uil-Fpl rileva come “si sperasse in qualcosa di più concreto da questo governo. Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil ha espresso “tutta la nostra solidarietà alla causa dei medici del Servizio Sanitario Nazionale, quest’oggi giustamente in sciopero. La loro non è una rivendicazione corporativa che si limita al solo rinnovo contrattuale, seppur atteso da oltre dieci anni, ma è l’esigenza di non far passare sotto silenzio la situazione ormai al collasso della Sanità Pubblica”. “Per questo chiediamo a gran voce e fin da subito nuovi fondi per la sanità pubblica, che è sempre stato il fiore all’occhiello del nostro Paese ma che piano piano si sta sempre più scollando dai cittadini che, come le statistiche hanno dimostrato, diventano sempre più restii a curarsi per mancanza di risorse economiche. Per fronteggiare l’emergenza c’è bisogno di dare respiro a chi effettua turni massacranti per rispondere alle crescenti carenze di organico e per questo bisogna premere l’acceleratore su nuovi ingressi di medici e di operatori sanitari, stabilizzando anche i diversi precari”. “Alla nuova forza lavoro di cui c’è estremo bisogno – ha aggiunto – bisogna affiancare il rispetto di chi giorno per giorno presta le proprie competenze al servizio della comunità e per questo, soprattutto per il ruolo che svolgono, è inaccettabile trovarsi dopo dieci anni senza un rinnovo contrattuale. Chiediamo – ha concluso – che sia convocato immediatamente il tavolo per la chiusura del contratto”.

Boom cassa integrazione. Uil: “Serve incontro”

INPS-

Nel mese di ottobre 2018 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,2 milioni, in diminuzione del 47,2% rispetto allo stesso mese del 2017 (36,4 milioni) ma in crescita del 69,7% rispetto al mese di settembre. L’Inps rende noto il report aggiornato dell’osservatorio sulle ore autorizzate di cassa integrazione guadagni. Per quanto riguarda le ore di cassa integrazione ordinaria (Cigo) a ottobre sono state 7,4 milioni. Un anno prima erano state 9,7 milioni con una variazione tendenziale pari a -24,1% (in particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -16,6% nel settore industria e -50,8% nel settore edilizia. La variazione congiunturale registra un incremento pari al 34,2%. Il numero di ore di cassa integrazione straordinaria (Cigs) è stato pari a 11,7 milioni, di cui 4,7 milioni per solidarietà, registrando una diminuzione pari al 53,8% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 25,4 milioni di ore autorizzate. Nel mese di ottobre rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +102,9%.

Dati che preoccupano perché segnano nell’ultimo mese una drastica inversione di tendenza dopo un calo che sembrava ormai consolidato. Preoccupazione viene espressa da Ivana Veronese, segretaria confederale Uil: “Nuove imprese in difficoltà ed un forte aumento di richieste di cassa integrazione straordinaria, dove a prevalere è la causale “riorganizzazione e crisi” (60% delle ore).

“È questo – continua Ivana Veronese – il quadro che emerge dai dati sulla cassa integrazione di ottobre dove, complessivamente, si assiste ad una forte ondata di crescita dell’utilizzo dell’ammortizzatore sociale, sintomo di sofferenza del sistema imprenditoriale italiano e, con esso, dell’occupazione che ne è interessata. A ciò va aggiunto il crescente numero di domande di Naspi, che mostra un incremento congiunturale pari al doppio ed in escalation anno dopo anno. Purtroppo davanti a questo andamento di richieste di strumenti di politica passiva, l’apertura di un tavolo di discussione ed approfondimento con il Governo, che abbiamo già sollecitato, si rende maggiormente necessaria al fine di salvaguardare, nel miglior modo possibile, sia le imprese che i posti di lavoro”.

RISCHIO RECESSIONE

fondomonetario

Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

Pensioni. La quota 100 mette in allarme la pubblica amministrazione

Quota 100

RIFORMA IRRAGIUNGIBILE PER LE DONNE

La riforma delle pensioni 2019, è stato detto dal presidente dell’Inps Tito Boeri, è maschilista. E a parte il numero uno dell’Inps non sono mancati altri commenti sulla Quota 100 che hanno evidenziato come si tratti di una misura che non favorisce certo le donne, visto che per loro raggiungere un’anzianità contributiva di 38 anni è tutt’altro che semplice. Orietta Armiliato, sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, ha al riguardo evidenziato: “Le Donne non sono e non vogliono essere spettatrici idiote del destino della loro pensione e dunque scrivono, partecipano, condividono il loro dissenso e lo disseminano ovunque. Si passano la voce, si documentano, si attivano e comprendono perfettamente che questa non è una manovra per donne, e dunque chiedono ai membri delle commissioni ed al Governo di inserire emendamenti in nostro favore nella Legge di Bilancio”.

Armiliato, a proposito della misura principale della riforma delle pensioni, ha sottolineato: “Quota 100 è irraggiungibile per le lavoratrici, sono tanti, troppi gli anni di contribuzione che sono richiesti dal provvedimento che stanno per proporre a meno che, non venga finalmente valorizzato e riconosciuto il ‘lavoro di cura’ che tutte le donne indistintamente per radicata convenzione socio-culturale (e opportunismo di comodo…) svolgono, lavorando di fatto h 24 per 365 giorni l’anno e 366 giorni ogni quattro anni fuori e dentro casa, a vantaggio di tutta la comunità”. Su questo fronte, però, non sembra che verrà fatto molto, anche se la richiesta avanzata dal Cods è parte integrante della piattaforma unitaria sindacale relativa alla previdenza.

Probabile nuova governance all’Istituto di previdenza

BRAMBILLA VERSO LA PRESIDENZA INPS

Novità in arrivo per l’Inps. A quanto ha appreso e diffuso l’Adnkronos il governo si accinge a modificare la governance dell’Istituto di previdenza reintroducendo il Cda al posto dell’attuale assetto commissariale che concentra gran parte dei poteri nelle mani del presidente. La misura sarà inserita nella manovra di bilancio assieme alla riforma Fornero attraverso un ddl collegato o un decreto legge.

L’accordo raggiunto tra Lega e M5S, sempre secondo quanto diramato dall’Adnkronos, prevedrebbe anche una accelerazione del ricambio al vertice dell’Inps dove l’attuale presidente Tito Boeri, nominato dal governo Renzi e in rotta con il vicepremier Matteo Salvini che più volte ne ha chiesto le dimissioni, verrebbe fatto decadere con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla governance. L’accelerazione dell’esecutivo sarebbe arrivata anche a seguito delle ultime uscite del numero uno dell’Inps, sempre critico sulle scelte dell’esecutivo in materia previdenziale. Al suo posto, sempre stando alle stesse fonti, andrebbe Alberto Brambilla, da sempre vicino alla Lega e sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi. Brambilla sarebbe comunque affiancato, oltre che dal ricostituito Cda, da un direttore generale indicato dal M5S.

Pensioni

QUOTA 100, STATALI IN ALLARME

La quota 100 nel pubblico impiego desta preoccupazione non solo nei sindacati ma anche nel ministro per la Pa Giulia Bongiorno che ha annunciato di voler emanare una norma ad hoc temendo esodi negli uffici. “Si deve garantire la continuità dell’azione amministrativa – ha recentemente detto Bongiorno ad ‘Agorà’ su Raitre – si valuterà che tipo di convenienza avrà il dipendente a usufruirne o meno. Perché non è detto che poi tutti ne usufruiranno” e andrà stabilito se dovranno dare “un preavviso”.

A stretto giro i sindacati hanno di riflesso parlato di possibili “penalizzazioni” e “disparità” per gli statali. Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, la quota 100 potrebbe essere “l’ennesima norma che crea differenze tra pubblico e privato in quanto costringerà molti impiegati pubblici a rimanere più a lungo rispetto ai privati e sembra addirittura contraddire l’idea del turn over al 100% contenuta nel ddl concretezza” ha sostenuto Foccillo all’Adnkronos nel commentare l’approvazione del provvedimento al Cdm della scorsa settimana.

Per Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil invece, “le modifiche che si paventano sulle pensioni, ancorché non essere la cancellazione della legge Fornero, rischiano di non affrontare la penalizzazione che si determina nel pubblico impiego data dalla minore entità dell’assegno previdenziale, in virtù dell’anticipo di uscita rispetto al requisito ad oggi in essere per l’anzianità contributiva e l’erogazione del trattamento di fine rapporto dopo 27 mesi dal pensionamento”.

Comunque, ha ulteriormente aggiunto Sorrentino “se una quota di dipendenti deciderà di accedere a quota 100, l’effetto di esodo previsto nei prossimi tre anni si aggraverà. Per questo servono misure urgenti e straordinarie per lo scorrimento rapido delle graduatorie in essere, procedure concorsuali tempestive e stabilizzazione dei precari” ha sottolineato la sindacalista apprezzando la volontà di Bongiorno che ha annunciato una norma ad hoc anche per formulare concorsi rapidi ed omogenei, e laddove nel ddl concretezza per le assunzioni a tempo indeterminato si fa riferimento ai vincitori di concorso e allo scorrimento delle graduatorie nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate per ogni anno.

La questione delle pensioni rappresenta in ogni caso “un aspetto delicato e dovrà essere oggetto di un confronto con i sindacati” ha dichiarato all’AdnKronos il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Va definito come la “quota 100 si può calare nel comparto pubblico – ha continuato – quindi invitiamo il ministro ad aprire un confronto rispetto alla materia previdenziale e a non fare l’errore di penalizzare i lavoratori pubblici”. Anche perché ha rimarcato Ganga “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci”.

Inail

INORTUNI, AUMENTANO I MORTI SUL LAVORO

Aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018. Da gennaio a settembre di quest’anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto in confronto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. I casi di infortunio denunciati all’Inail, invece, sono stati 469.008, in diminuzione dello 0,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Decessi – I dati rilevati al 30 settembre evidenziano, a livello nazionale, un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un rialzo di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

Incidenti ‘plurimi’. L’ascesa dei casi mortali è dovuta soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi di quest’anno con il bilancio più tragico si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, in confronto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno determinato 36 morti.

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una crescita di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Modeste flessioni si riscontrano, invece, al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). A livello regionale spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e i 19 in più della Lombardia (da 94 a 113). Cali significativi si riscontrano, invece, in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15). L’aumento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha contato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).

Analisi per età. Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, con un rialzo tra i due periodi di 67 casi (da 322 a 389). In progresso anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 132 a 154) e gli over 65 (da 59 a 62). In discesa, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 256 a 229).

Infortuni – I casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 469.008, in flessione dello 0,5% rispetto al medesimo periodo del 2017. I dati rilevati allo scorso 30 settembre hanno evidenziato, a livello nazionale, un ridimensionamento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 401.474 a 398.759 (-0,7%), mentre quelli in itinere, avvenuti cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, hanno fatto osservare un balzo pari allo 0,3%, da 70.044 a 70.249. Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni denunciati è calato dello 0,5% nella gestione Industria e servizi (dai 375.499 del 2017 ai 373.670 casi del 2018), del 2,4% in Agricoltura (da 25.219 a 24.610) e del -0,1% nel Conto Stato (da 70.800 a 70.728).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una sostanziale stabilità delle denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,01%), una diminuzione al Centro(-2,0%), al Sud (-0,5%) e nelle Isole (-3,1%), e una lieve ascesa nel Nord-Est (+0,4%). Tra le regioni con le maggiori flessioni percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Trento (-9,2%), la Valle d’Aosta (-5,0%) e l’Abruzzo (-4,1%), mentre gli incrementi maggiori sono quelli rilevati in Friuli Venezia Giulia (+4,1%), nella Provincia autonoma di Bolzano (+4,0%) e in Molise (+2,4%).

I lavoratori. Il decremento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato quasi esclusivamente alla componente femminile, che riscontra una caduta pari all’1,5% (da 167.631 a 165.145), rispetto al -0,01% di quella maschile (da 303.887 a 303.863). La discesa ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,7%) e di quelli comunitari (-0,4%), mentre per i lavoratori extracomunitari l’incremento è stato dell’8,0%. Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per i lavoratori delle fasce 30-44 anni (-4,1%) e 45-59 anni (-1,4%). Viceversa, le classi fino a 29 anni e 60-69 anni registrano un aumento pari, rispettivamente, al +3,5% e al +5,2%.

Malattia – Dopo la diminuzione riscontrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza in confronto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi nove mesi di quest’anno le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate a lievitare, anche se a un ritmo sempre più decrescente nelle diverse rilevazioni mensili. Al 30 settembre scorso la crescita si è attestata al +1,8% (pari a 771 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 43.312 a 44.083). Si tratta della variazione più bassa osservata quest’anno: a gennaio, infatti, l’aumento riscontrato era stato pari al +14,8%, a febbraio al +10,3%, a marzo al +5,8%, ad aprile al +5,5%, a maggio al +3,1%, a giugno al +2,5%, a luglio al +3,5% e ad agosto al 2,3%. L’incremento ha interessato in particolare l’Agricoltura, con un salto percentuale pari al 5,2% (da 8.397 a 8.831), e l’Industria e servizi, le cui denunce di malattia professionale sono schizzate dell’1,0% (da 34.387 a 34.739), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 2,8% (da 528 a 513).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale evidenzia aumenti delle denunce al Centro (+809), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+385 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+120). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-233) e delle Isole (-310). In ottica di genere si rilevano 850 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (da 31.412 a 32.262, pari al +2,7%) e 79 in meno per le lavoratrici (da 11.900 a 11.821, per una diminuzione dello 0,7%). L’innalzamento ha riguardato le denunce dei lavoratori italiani, passate da 40.494 a 41.237 (+1,8%) e quelle dei lavoratori comunitari, da 834 a 910 (+9,1%), mentre le denunce dei lavoratori extracomunitari sono calate del 2,4% (da 1.984 a 1.936).

Patologie. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (26.732 casi), con quelle del sistema nervoso (5.065) e dell’orecchio (3.369), nei primi nove mesi di quest’anno hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate e sono pari a circa l’80% del totale. Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.973) e dei tumori (1.753).

Carlo Pareto

Svimez, si riapre la forbice tra Nord e Sud

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“Puntuale il rapporto della SVIMEZ dipinge il Mezzogiorno in chiaro e scuro: ne evidenzia le potenzialità ma soprattutto i suoi ritardi e debolezze. Non è consolatorio il fatto che, nel biennio 2019-20, il Sud beneficerà di circa il 40% delle maggiori spese previste dalla manovra, grazie soprattutto al Reddito di Cittadinanza, perché ciò è un indice significativo della crescita del malessere sociale, della caduta dei redditi e dell’impatto del PIL che resta su valori molto bassi”. Lo afferma in una nota Ivana Veronese, segretaria confederale Uil, in relazione ai dati evidenziati dalla Svimez nel suo ultimo rapporto sul Mezzogiorno.

“E non si può continuare – aggiunge – a far penetrare il concetto che per il Mezzogiorno la strada risolutiva siano i sussidi. Al Sud serve lavoro e buona occupazione anche per superare i divari retributivi con il resto del Paese. Il lavoro, l’occupazione di qualità, si crea con investimenti pubblici e provvedimenti per attrarre quelli privati. La manovra, da questo punto di vista, non aiuta in quanto per il Mezzogiorno, ad eccezione del rifinanziamento della decontribuzione per nuove assunzioni, peraltro affidata alle risorse comunitarie, una modifica della norma “Resto al Sud” non vi è altro”.

“Per il Mezzogiorno – continua – è necessario investire in modo significativo nelle infrastrutture materiali e immateriali, investimenti che non possono essere demandati solo e soltanto alle risorse dei Fondi Comunitari; rendere immediatamente operative le ZES; reintrodurre, una politica di fiscalità di vantaggio che colmi il GAP produttivo tra le varie aree del Paese. La misura più urgente- conclude – è investire sui giovani e sul loro futuro con azioni per contrastare la dispersione scolastica, combattere la disoccupazione, riattivare l’ascensore sociale: è questo l’impegno che dovremmo prendere tutti.

Le previsioni 2018 di Svimez mettono in evidenza come, nel più generale rallentamento dell’economia italiana, si riapra la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno. Rispetto ad agosto, nel corso di quest’anno si prevede, infatti, una minore crescita del Pil italiano: +1,2% invece di +1,5%.

Il saggio di crescita del Pil dovrebbe attestarsi all’1,3% nel Centro-Nord e allo 0,8% nel Mezzogiorno. Nel rapporto per il 2018 di Svimez emerge come, nel corso dell’anno, gli investimenti, che sono la componente più dinamica della domanda, crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord. Ma è soprattutto la riduzione dei consumi totali, che crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%, ad incidere maggiormente sul rallentamento meridionale.

Mentre, dopo il calo del 2017, anche i dati della spesa europea confermano che nell’anno in corso non c’è stata alcuna accelerazione delle spese in conto capitale, scontando le difficoltà delle amministrazioni, soprattutto locali, nell’erogare i maggiori stanziamenti previsti nelle ultime leggi di bilancio. L’export meridionale a fine 2018 si prevede segni +1,6% rispetto al +3% del Centro Nord. Infine le unità di lavoro salgono dell’1% nelle aree meridionali e dello 0,8% nelle regioni centrali e settentrionali. Lavoro, a sud livelli più bassi Al Sud nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità, +1,2%, mentre al Centro-Nord la crescita è stata di 194 mila unità. Con questo risultato il Centro-Nord ha recuperato completamente i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud resta di circa 310 mila occupati sotto il livello del 2008. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez 2018 presentato oggi. Prendendo in considerazione i primi 6 mesi del 2018, il numero di occupati nel Mezzogiorno è inferiore di 276 mila unità rispetto al livello del medesimo periodo del 2008, mentre nel Centro-Nord è superiore di 382 mila unità. Il tasso di occupazione è ancora due punti al di sotto del 2008 nelle regioni meridionali (44,3% nel 2018, era 46% nel 2008) mentre ha recuperato i livelli 2008 nel Centro-Nord (65,9%). Con riferimento alle regioni, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2018, il tasso di occupazione sale in tutte le regioni del Sud, con modesti cali solo in Campania e Sicilia.

Nel periodo 2008 – 2017, il Mezzogiorno si è caratterizzato per una contrazione più sensibile del tempo pieno (-10,7% a fronte del -3,3% del Centro-Nord), solo parzialmente compensata da una dinamica più accentuata del part time: l’incidenza del part time è passata, nel Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2017, dal 12,6 al 17,9%. Al Sud è, però, molto elevata l’incidenza del part time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80%, contro il 55% del Centro-Nord. Nel corso del 2017, si legge nel documento, l’incremento dell’occupazione meridionale è dovuto quasi esclusivamente alla crescita dei contratti a termine (+61 mila, pari al +7,5%) mentre sono stazionari quelli a tempo indeterminato (+0,2%). Vi è stata una brusca frenata di questi ultimi rispetto alla crescita. Se consideriamo il complesso del periodo di ripresa occupazionale 2015-2017 il tasso di trasformazione in lavoro stabile è in media pari al 9% al Sud e al 16% nel Centro-Nord. In questi anni si è profondamente ridefinita la struttura occupazionale, a sfavore dei giovani, testimoniata dall’invecchiamento della forza lavoro occupata. Il dato più eclatante, scrive Svimez, “è il drammatico dualismo generazionale: il saldo negativo di 310 mila occupati tra il 2008 e il 2017 al Sud è la sintesi di una riduzione di oltre mezzo milione di giovani tra i 15 e i 34 anni (-578 mila), di una contrazione di 212 mila occupati nella fascia adulta 35-54 anni e di una crescita concentrata quasi esclusivamente tra gli ultra 55enni (+470 mila unità)”. Al Sud abbandono scolastico rilevante, pesa povertà Abbandono scolastico e basso tasso di occupazione dei laureati sono due fenomeni che riguardano prevalentemente il Sud Italia. E’ quanto rileva il rapporto Svimez, diffuso oggi. L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno “denuncia una marcata divaricazione tra partecipazione all’istruzione e scolarizzazione. Nella scuola primaria – si legge – nell’anno scolastico 2016/2017, il tempo pieno c’è stato in oltre il 40% degli istituti del Centro-Nord,mentre al Sud ha riguardato appena il 16% delle scuole e addirittura il 13% nelle isole. Inoltre, i tassi di partecipazione al Sud sono sì superiori al 95%, ma il tasso di scolarizzazione dei 20-24enni è notevolmente inferiore, a causa di un rilevante e persistente tasso di abbandono scolastico. Nel Mezzogiorno sono circa 300 mila (299.980) i giovani che abbandonano, il 18,4%, a fronte dell’11,1% delle regioni del Centro-Nord. E i valori più elevati si registrano per i maschi, addirittura il 21,5% nel Sud”. Nel Mezzogiorno sono presenti livelli qualitativamente inferiori, dai trasporti, alle mense scolastiche, ai materiali didattici. Sul tasso di apprendimento, al Sud pesa anche il contesto economico-sociale e territoriale: la disoccupazione, la povertà diffusa, l’esclusione sociale, la minore istruzione delle famiglie di provenienza e, soprattutto, la mancanza di servizi pubblici efficienti influenzano i percorsi scolastici e l’apprendimento”.

Il basso tasso di occupazione per i diplomati e i laureati nel Mezzogiorno a tre anni dalla laurea è testimoniato, secondo la Svimez, da questi dati: appena 70 mila su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ciò spiega, spiegano gli esperti, perché negli ultimi 15 anni c’è stato un aumento dei giovani del Sud emigrati verso il Centro-Nord e/o l’estero: nell’anno accademico 2016/2017, i giovani del Sud iscritti all’università sono circa 685 mila circa, di questi il 25,6%, studia in un ateneo del Centro-Nord. Nello stesso anno accademico il movimento “migratorio” per studio ha interessato, quindi, circa il 30% dell’intera popolazione rimasta a studiare in atenei meridionali. Ciò, secondo Svimez, comporta, oltre alla perdita di capitale umano, una minore spesa per consumi privati, in diminuzione al Sud, e una minore spesa per istruzione universitaria da parte della Pubblica amministrazione.

“Job Ciak” in partenza la seconda edizione

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Ai blocchi di partenza la seconda edizione di “Job Ciak – I giovani riprendono il lavoro”, il video concorso dedicato ai giovani registi e al mondo del lavoro organizzato da Uil e Uil Tv. Il concorso sarà presentato domani martedì 23 ottobre durante la Festa del Cinema di Roma, alla presenza di Carmelo Barbagallo; segretario generale Uil, di Laura Delli Colli, vice presidente della Fondazione Cinema per Roma; e del regista Gianfranco Pannone. L’appuntamento è fissato a mezzogiorno nello spazio riservato al Roma Lazio Film Commission, sotto il portico antistante l’ingresso dell’Auditorium Parco della Musica in via Pietro de Coubertin.

Dopo il grande successo della scorsa edizione, Job Ciak continua nell’intento di stabilire un dialogo concreto tra il mondo dei giovani registi, film maker, youtuber o influencer dell’audiovisivo e il panorama sindacale e del mondo del lavoro.

Partecipare al video contest è semplice. Basta realizzare un video di massimo 20 minuti che racconti un’idea di lavoro, come i giovani vedono e si rapportano con il mondo del lavoro odierno, in un mercato che è in continua evoluzione. Basti pensare alle tante facce che oggi ha assunto il lavoro flessibile, o all’impresa 4.0.

Le iscrizioni al video contest, gratuite e aperte alle ragazze e ai ragazzi di qualsiasi nazionalità tra i 18 e i 35 anni, scadono il 15 febbraio 2019.

Tre i premi messi in palio: il premio della giuria dal valore di 2mila euro, il premio social e il premio “GiovaniXiGiovani”, del valore di mille euro ciascuno.

Come nella precedente edizione, una commissione valuterà tutte le opere sulla base dell’aderenza al tema proposto, dell’originalità del messaggio e della qualità tecnico/professionale e artistica. Tutti i filmati ammessi al concorso saranno votati anche online con un like.

Il premio “GiovaniXiGiovani”, una novità di questa seconda edizione, sarà assegnato da una giuria composta da giovani tra i 18 e i 35 anni.

La cerimonia di premiazione si svolgerà nel mese di marzo a Roma.

Il bando per partecipare alla seconda edizione è stato pubblicato sul sito www.jobciak.it. Notizie e aggiornamenti anche sui social: Facebook: @UILTV, Twitter:  @UILTVofficial, Instagram: redazioneuiltv.

Redazione Avanti!

C’E’ POSTA PER TE

Gunther Oettinger

Gunther Oettinger

Con un poco di pazienza, facendo qualche giro sulla rete, che tanto piace ai 5 Stelle, si trovano le dichiarazioni di Di Maio in cui assicurava che i pentastallati non avrebbero mai messo i loro voti a disposizione di un qualsivoglia provvedimento che assomigliasse a un condono. Evidentemente hanno cambiato idea. Anzi l’idea del condono fiscale, ribattezzato pace fiscale, piace così tanto al governo, che ne allargano le maglie includendo anche l’Iva. Per l’imposta sul valore aggiunto non si applicherà il 20% ma un’aliquota media e se il contribuente non sarà in grado di determinarla scatterà il 22%, ossia l’aliquota ordinaria. Un meccanismo che consente di mettere la sanatoria al riparo da contestazioni della Commissione europea sul mancato recupero di un tributo come l’Iva che è proprio dell’Unione europea.

“Il Governo – afferma in una nota Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – invece di operare un cambiamento radicale nella lotta all’evasione fiscale, intende varare un nuovo condono. Questo è un regalo agli evasori ed una beffa per due terzi degli italiani che prima pagano le tasse, poi ricevono lo stipendio e la pensione. La UIL contrasterà questa nuova ingiustizia e chiede al Parlamento di cambiare rotta. È necessaria una svolta radicale nella politica di lotta all’evasione. La UIL propone cinque interventi: il primo è istituire una procura nazionale anti evasione con un’apposita agenzia esclusivamente dedicata all’accertamento; il secondo estendere il meccanismo della ritenuta alla fonte anche per i redditi da lavoro autonomo, il terzo ampliare il contrasto di interesse per i servizi alle famiglie; il quarto rendere tracciabili tutti i pagamenti, limitando l’uso del contante fino a mille euro; il quinto trasmettere automaticamente le fatture elettroniche e tutte le transazioni a Sogei. Inoltre, va attuata una revisione del sistema sanzionatorio penale, applicando pene più severe per i reati tributari, prevedendo delle limitazioni riguardo l’accesso ai servizi sociali pubblici e la sospensione del diritto di voto. L’insieme di questi provvedimenti – conclude Proietti – segnerebbero un vero cambiamento per ripristinare in Italia la legalità fiscale”.

Intanto prosegue il dibattito sulla manovra e sulla possibilità che l’Unione europea possa rispedirla al mittente. Dopo giorni di scontri con dichiarazioni da bar che andavano oltre l’insulto da parte di Salvini, si è in attesa della decisione della Commissione. Secondo il commissario al Bilancio Ue, Guenther Oettinger, così come detto allo Spiegel on line, la commissione Ue rigetterà la manovra del bilancio italiano. Per il magazine tedesco una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì,

“Si è confermata l’ipotesi che la bozza di bilancio 2019 non è conciliabile con gli obblighi esistenti nell’Ue”, afferma Oettinger. Moscovici non farà una controproposta, scrive Spiegel, ma si limiterà a rimandare alle violazioni dei dati di riferimento. Roma ha inviato il testo nella notte di martedì, all’ultimo minuto, sottolinea il portale del magazine. La Commissione reagisce in modo particolarmente veloce: per la sua risposta avrebbe infatti avuto due settimane di tempo. L’Italia adesso dovrà, in breve tempo, presentare una nuova bozza.

Intanto dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani arriva un appello: “L’Italia è ancora in tempo per fare marcia indietro. Lo faccia rapidamente, nell’interesse degli italiani”. E su una eventuale bocciatura della manovra: “Mi auguro che questo non accada, ma il rischio è forte”, ha avvertito sottolineando che le misure “non vanno nella direzione dell’interesse” dell’Italia.

TRIA DI TROPPO

tria di maio

Il limite entro il quale deve essere approvata la nota di aggiornamento del Def, il documento su cui si basa l’impostazione della legge di bilancio, è vicinissimo, eppure un accordo nella maggioranza è ancora lontano. Che serva un nuovo vertice di governo per la manovra è sicuro. Lo ha confermato il vicepremier Luigi Di Maio aggiungendo che “c’è tanto lavoro da fare ancora”. E sui tempi stretti per il varo della nota di aggiornamento al Def ha sottolineato: “Domani parto ma alle 12 torno” senza però precisare nulla sui tempi di convocazione del cdm: “Non so se è stato convocato”. Ovviamente il presidente del Consiglio latita e non si esprime. Insomma si naviga a vista. Manca una visione comune che faccia da guida verso un obiettio condiviso. Convivono nell’esecitivo almeno tre posizioni diverse e del tutto inconciabili. Qualla europeista che mette al centro il rispetto dei parametri incarnata dal ministro dell’Economia Tria. E poi quelle della spesa di Di Maio e di Salvini la cui considerazione per i vincoli di bilancio è molto labile e blanda. Ma anche in questo caso le due linee di spesa libera sono divergenti. Insomma in passato una situazione del genere sarebbe stata più che sufficienti per provocare una crisi di Governo

Il leader pentastellato  preme per portare il deficit del bilancio dello Stato il più vicino possibile alla soglia del 3% in modo da poter varare reddito e pensioni di cittadinanza oltre alla revisione della Fornero ed alla riduzione delle tasse. I grillini minacciano direttamente gli alti funzionari del Tesoro che a loro parere metterebbero i bastoni tra le ruote alle loro proposte. Ma è chiaro che l’obiettivo vero di queste minacce è lo stesso ministro Tria che come si ricorderà era stato indicato dal Quirinale proprio con il compito di vigilare sulla tenuta del conti. Imperturbabile nel fuoco delle polemiche il responsabile del Tesoro, Giovanni Tria, ha affermato che come ministro ha giurato di difendere “l’interesse della nazione” e non quello politico di un singolo partito. Poi con pazienza ha cercato di spiegare per l’ennesima volta ai leader dei due partiti di governo che allargare troppo il deficit non porta una maggiore crescita dell’economia e che anzi l’aumento degli interessi sui debiti vecchi e nuovi rischierebbe di bruciare una parte rilevante delle risorse trovate con l’aumento del deficit con effetti deprimenti sulla crescita. Inoltre ha aggiunto Tria tutto questo scomposto vociare rischia solo di aumentare l’incertezza e questo induce comportamenti di maggiore prudenza sia negli investitori che nei consumatori. Insomma senza mantenere un sano equilibrio nei conti pubblici e cercare di confermare la rotta di lenta riduzione del debito, si rischia di non portare benefici ai cittadini, ma anzi di bloccare del tutto la sia pur modesta crescita del PIL e quindi ridurre le possibilità occupazionali.

E’ ben chiaro che lo scontro non è tanto su uno o due decimali in più di deficit, ma è proprio sull’impostazione da dare al bilancio e quindi su quale ruolo può giocare la spesa pubblica per sostenere la crescita. Di Maio pensa che l’aumento della spesa porta sicuramente ad un aumento del PIL in misura più che proporzionale alla spesa stessa così da poter rientrare nell’arco di un paio d’anni dal maggior deficit. Ma un rapporto del genere non si è mai verificato in passato e comunque la spinta alla crescita dipende non solo dall’ammontare della spesa ma anche dalla sua qualità. Tria, fin dalla sua prima apparizione in Parlamento ha sostenuto la necessità di puntare sugli investimenti spalmando nell’arco dell’intera legislatura le misure di sostegno ai cittadini come il reddito di cittadinanza o la flat tax. Ed anche ieri, martedì, ha ribadito che sul fronte fiscale ci potrà essere un avvio di riduzione delle tasse privilegiando le imprese piccole e medie, mentre il sostegno alla povertà e le altre misure sociali sono da intendersi più come un necessario ammortizzatore per facilitare la ristrutturazione dell’apparato produttivo alleviando l’inevitabile disagio sociale, che come come un sussidio elargito a tutti gli italiani per un tempo indefinito.

“Siamo alla solita politica dei due tempi, ma il secondo tempo poi non arriva mai” ha dichiarato Domenico Proietti, segretario confederale Uil. “Il ministro Tria – ha spiegato Proietti – ha annunciato che la riduzione fiscale quest’anno verrà riservata alle sole imprese: per incidere sull’Irpef bisognerà attendere il prossimo anno. Ridurre subito le tasse ai lavoratori e ai pensionati, invece, sarebbe la strada giusta per far crescere la domanda interna e, conseguentemente, per ridare slancio alla produzione e all’occupazione. Inoltre, servono investimenti pubblici e privati in infrastrutture materiali e immateriali. Noi vorremmo capire che segno avrà realmente questa finanziaria, perché ancora troppe e discordanti sono le voci e le dichiarazioni che si rincorrono. È giunto il momento, dunque – ha concluso – di chiedere, unitariamente, un incontro al Presidente del Consiglio e al Governo, per conoscere i contenuti di quel provvedimento, ma anche per illustrare le nostre proposte e le nostre soluzioni per i lavoratori, i pensionati, i giovani in cerca di lavoro e per lo sviluppo del Paese”.

Dl sicurezza: “Passo indietro sui diritti fondamentali”

Decreto-sicurezza

Il decreto sicurezza ancora non è stato ancora firmato e già le polemiche stanno montando. La Commissione europea ancora non ha esaminato il testo. Nessuno lo ha letto per ora. Una valutazione da parte della Ue avverrà solo dopo la firma del presidente della Repubblica. “Il decreto è una proposta del governo e deve essere ancora adottato dai legislatori. Una volta che sarà fatto, la Commissione lo esaminerà” ha detto la portavoce della Commissione Mina Andreeva all’indomani del via libera in consiglio dei ministri. Intanto da Roma il ministro della giustizia Alfonso Bonafede parla di norma “equilibrata” e il ministro dell’Interno Matteo Salvini rivendica le misure di “buonsenso” contenute nel “suo” decreto e tira dritto. Un decreto presentato con una scenetta alquanto singolare, con il primo ministro che si è prestato a mostrare un cartello in cui si invoca il nome del titolare degli Interni come autore della norma. Una cosa mai vista. Una dichiarazione di totale sudditanza al vicepremier.

Un decreto che per l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti “passerà alla storia come decreto insicurezza”. Minniti, parlando a Circo Massimo, su Radio Capital, ha sottolineato due cose “particolarmente gravi”, “due mele avvelenate”: “Una è la cancellazione dei permessi umanitari. Era una via che consentiva un percorso di integrazione. Così si producono marginalità e clandestinità, che spesso portano a un aumento della propensione a delinquere. L’altra mela avvelenata – ha continuato – è il depotenziamento degli sprar, che è catastrofico. Insieme alla cancellazione del decreto per le periferie sicure, ci dice che abbiamo accantonato la via dell’integrazione”. Poi Minniti ha avvertito: “Altri paesi hanno fatto in anni passati come sta facendo l’Italia. A un certo punto si sono svegliati e hanno visto dei loro figli che facevano attentati nelle loro capitali. Con queste due scelte stiamo mettendo una bomba a orologeria sotto la nostra convivenza”.

Minniti nega che le espulsioni siano state rese più semplici: “Non è vero perché non dipendono dalla legislazione italiana. Noi possiamo fare rimpatri solo se siamo in condizione di rimandarli nei paesi di provenienza, con un’attività diplomatica che da questo governo non vedo”. Minniti entra poi nel merito del decreto che, dopo l’approvazione in consiglio dei ministri, deve superare ora l’esame del Quirinale: “Aspetto di leggere il testo. Non vorrei finisse come il decreto di Genova: un’araba fenice. Intanto le reazioni critiche, all’indomani del varo del decreto Salvini, si susseguono. Critiche sono arrivare da Ampi e dalla Cisl, con la responsabile nazionale settore immigrati Liliana Ocmin che ha definisce il provvedimento “più una risposta simbolica all’opinione pubblica che ai problemi concreti della protezione e dell’immigrazione”.

Preoccupazione arriva anche dalla Uil: “È un passo indietro sul piano dei diritti fondamentali. Crea maggiore clandestinità e deteriora le condizioni di accoglienza ed integrazione dei profughi nostro Paese”. “Tra le misure proposte – afferma in un comunicato Ivana Veronese, segretaria confederale Uil – ci allarmano maggiormente quelle contrarie ai diritti delle persone: infatti l’abolizione della protezione umanitaria, avrà pesanti conseguenze sulla gestione dei flussi migratori, in quanto rischia di creare maggiore irregolarità. Inaccettabile è anche l’effetto di deterrenza che si vuole creare con misure mirate a peggiorare pesantemente le condizioni di vita degli oltre 600 mila migranti già arrivati via mare nel nostro Paese, negando loro il diritto alla protezione umanitaria, l’accoglienza e le possibilità di integrazione, minacciando di rinchiuderli in centri di detenzione per sei mesi. È anche pretestuoso ricorrere a una misura d’urgenza (il decreto legge) a fronte di una situazione dei flussi migratori che registra il crollo degli sbarchi di quasi il 90 % dall’anno scorso”.

Ora la questione è in mano al Quirinale. Si apre una partita delicata. Con i il Colle che ricorda che esiste il principio di neutralità che impedisce al presidente della Repubblica di intervenire direttamente, ma avverte che il vaglio sarà molto severo perché il capo dello stato, cui spetta il preventivo controllo delle leggi e la ratifica di una nuova norma nutre seri dubbi di violazione della Carta e dei trattati internazionali.