Mario Sironi, le sue vignette fasciste in una mostra a Lucca

mario-sironi- ciclistaOrganizzata dal «Center of Contemporary Art», dalla galleria Russo e dal MVIVA, è in corso a Lucca la mostra «Mario Sironi e le illustrazioni per “il Popolo d’Italia” 1921-1940». Essa espone cento opere realizzate dal caricaturista più famoso del quotidiano ufficiale del Partito fascista. Non si tratta – come si legge nella presentazione – di una «riscoperta del talento artistico» di Mario Sironi, già noto per altre mostre e cataloghi, ma di una riproposta delle sue doti di disegnatore politico.
Il nome di Mario Sironi (Sassari, 12 maggio 1885 – Milano 13 agosto 1961) è legato all’ascesa al potere di Benito Mussolini, che lo chiamò ad illustrare il suo giornale per la capacità di plasmare l’immagine del fascismo nella stampa e di presentarla nelle mostre espositive. A differenza di altri vignettisti coevi, che aderirono al credo mussoliniano per opportunismo oppure per motivi venali, Sironi fu un fascista convinto, tanto da aderire alla Repubblica di Salò dopo l’8 settembre 1943. Egli si formò nel clima incandescente del futurismo, subendo l’influenza di Umberto Boccioni, di Gino Severini e di Giacomo Palla per assumere poi uno stile personale nelle sue scelte estetiche e nella sua pittura originaria.
Nel 1905-06 Sironi disegnò anche tre copertine per il settimanale «Avanti! della Domenica» e partecipò ad diverse mostre, nelle quali espose sue opere come «Senza Luce», «Paesaggio» e «Madre che cuce». Via via passò da una pittura paesaggistica e casalinga ad uno stile inquieto, come si ricava dai suoi dipinti eseguiti durante la Grande Guerra. Nelle sue illustrazioni per «Gli Avvenimenti», che cominciarono nell’aprile 1915, Sironi elevò l’evento bellico come suo soggetto principale. I suoi disegni dei soldati tedeschi furono considerati da Boccioni fra i più belli dell’epoca.
Allo scoppio della Grande Guerra firmò il manifesto interventista L’orgoglio italiano, arruolandosi in un battaglione di volontari ciclisti. Da quell’esperienza nacque il dipinto «Ciclista» che, eseguito nel 1916, mostrò i primi segni del distacco dallo stile futurista per l’accento posto sulla figura scura ripiegata sulla bicicletta tra edifici ubicati in un mondo misterioso e alienato. Come hanno sottolineato due storici americani, Sironi continuò nel 1919 a dipingere paesaggi urbani con la finalità precipua di sollevare i problemi sociali nelle città italiane, ritraendo lo squallore della periferia milanese dove gli operai vivono una vita grama
L’incontro con Mussolini avvenne proprio nella sede del «Popolo d’Italia», di cui il primo numero apparve il 15 novembre 1914, segnò una svolta nella vita artistica di Sironi, che divenne l’illustratore principale del giornale per l’ascendente esercitato da Margherita Sarfatti sul futuro duce. Ella presentò Sironi a Mussolini, riuscendo nel 1921 a farlo assumere come vignettista del quotidiano, dove in linea con il nascente fascismo raffigurò deputati inetti, baldanzosi ed eroici giovani squadristi e un Mussolini fermo e deciso nella lotta contro i partiti democratici. Le sue vignette, ispirate dal programma politico fascista, ebbero come bersaglio privilegiato la massoneria, il Partito socialista, quello popolare o il comunismo sovietico. Lo ha notato Andrea Colombo su «La Stampa» del 22 maggio nel suo articolo dedicato alla mostra, quando ha rilevato come nelle sue vignette emergono «un Lenin dalle sembianze di orco che taglia le teste con la falce, massoni dipinti come enormi aracnidi che tessono la loro oscura tela sulla Penisola, antifascisti trafitti da un punteruolo patriottico, panciuti borghesi sottomessi ai sovversivi di turno».
Dopo la svolta autoritaria del 1926 e l’introduzione delle «leggi fascistissime», Sironi collaborò come illustratore ai periodici «Gerarchia» e alla «Rivista illustrata del Popolo d’Italia», il cui primo numero uscì il 4 agosto 1923 su iniziativa di Arnaldo Mussolini. Di grande formato (45 x 38), la Rivista presentò sovraccoperte in pentacromia spesso disegnate da Mario Sironi e da Fortunato Depero. Egli collaborò a volumi commemorativi, tra cui «La Rivoluzione che vince» (1934), «L’Italia imperiale» (1937) in una tenace difesa della corsa mussoliniana agli antichi fasti romani. Nella sua frenetica attività, susseguitasi fino alla chiusura del quotidiano, Sironi manifestò uno stile inconfondibile, realizzando quasi mille caricature e altrettante opere volte a sostenere le iniziative del duce come la conquista d’Etiopia e l’alleanza con la Germania nazista. Le sue allegorie furono poste al servizio del regime e dello Stato corporativo nell’ambito della supremazia culturale italiana nel mondo. Per la Triennale del 1936 Sironi realizzò un mosaico dedicato al «Lavoro fascista», ampliato l’anno successivo per l’Esposizione internazionale delle arti e dei tecnici di Parigi. Il bassorilievo, realizzato per la sede del giornale «Il Popolo d’Italia» (1942), ricevette il plauso di Mussolini che considerò la sua opera artistica l’espressione più elevata della «Rivoluzione Fascista».
Con l’entrata in guerra dell’Italia nel Secondo conflitto mondiale, Sironi non godette più della committenza statale, riducendo così la sua attività pittorica, ma non quella connessa all’esaltazione del fascismo, di cui fu un fervente sostenitore fino alla morte avvenuta il 13 agosto 1961. Restano le sue vignette, aspre e tenebrose come icone sbiadite di un regime autoritario poco conosciuto e tanto esaltato.

Nunzio Dell’Erba

Moda, in passerella
il metallo di una stazione

ANCONA – Una città nella città: odore di olio, di ferro arrugginito, e molto rumore che d’un tratto diventa suono. E una tenda nera che divide in due la piattaforma del binario diventato lo passerella di una sfiata di moda di giovani stilisti anconetani.

Ancona moda 3La voce narrante  di Marcello Verdenelli rompe l’indugio per dare avvio alla performance. Tuttavia non è la metropoli del futuro perché un treno,  utilizzato come scenario con le fiancate ricoperte da graffiti, rappresenta un richiamo al passato, ovvero al Futurismo.

L’evento dal titolo “The black hole” – Fashion, andato in scena, lo scorso 25 luglio, ha richiamo diverse persone. La possibilità di ottenere un’eco di visibilità sul piano nazionale stata grande, ma le scelte della scuola Poliarte di Arte sono state molto restrittive: non più di 160 spettatori. Va segnalato, in questo caso, il lavoro svolto da Paolo Monina, art director, Tunde Stift, regista, Marina Pierantonelli, aiuto regista, Elisa Mazzoni, coordinamento generale. Ancona moda 2

La voce del lettore è calda e invade le officine delle FFSS di Ancona dove è stata ambientata la sfilata. Con sorpresa, però, la scelta dei passi antologici degli scrittori italiani non è stata circoscritta al solo periodo storico a cui gli stilisti della città dorica di rifanno. Tanto da fare pensare che la scelta poco rispecchi la vera e propria idea di modernità dei Futuristi.

Dopo l’intonata lettura di Italo Calvino esce dalla quinta un modello dal volto coperto che sfila nella fossa del sotto treno e poi risale sulla banchina.

Abiti urbani, corpi stretti in tessuti plastificati e cotone; volti oscuri con copricapo blu e scarpe nere con il tacco: tutto indossato da ragazzi giovanissimi in cerca forse “di una ispirazione” per la sera.

Appare una grossa stonatura la lettura dei “Canti orfici” di Dino Campana ma forse c’è voglia di ritrovare il presente nel passato attraverso i simboli più diversi come la purezza dei versi abbinati ai tessuti.

Ancona moda 1L’accordo tra Umberto Boccioni e gli abiti di Francesca Bertei è: vestiti a righe e a scacchi, merletti; oppure pieghe, scolli, orecchini i lunghissimi, trecce che sembrano County invece di essere futurista.  Per poi non parlare dei sandali quasi orientali oppure le scarpe da tennis che le modelle indossavano con un certo orgoglio.

Stravagante è stata anche la celta di Filippo Tommaso Marinetti per l’abbinamento tra arte tessile e parola.

Il Futurismo sintetizza la forma attraverso il colore. Il nero, utilizzato dallo stilita Siro Burini, fa pensare più all’espressionismo tedesco invece di richiamare il Futurismo italiano. Rimane, però, da riconsiderare che il manifesto della moda futurista non prevedeva i bottoni. E lo stilista ha dato voce alle regole dell’eleganza grazie alle tante cerniere degli abiti che si sono sostituite ai preziosi accessori moda descritto anche da Alberto Moravia ne “Gli Indifferenti”.

La collezione più apprezzata è apparsa il “Reciclo”, curata dai giovani designer del 2 anno – Corso Fashion Designer della scuola Politarte. Gli abiti sono messi a confronto con le parole del catalogo dell’Esposizione futurista di Parigi e Londra a cui parteciparono molti artisti vissuti in questo periodo. Belle e stravaganti le modelle di Ascani Nicolò, Barbarossa Viviana, Bellucci Gemma, Bordi Caterina, Cervo Claudia, Crescentini Serena. Tutte con indosso abiti dalle forse geometriche e dai colori in bicromia che erano arricchiti da veli bianchi.
Azzurro… il treno di Adriano Celentano è stato letto per aprire la sfilata quasi tutta maschile con abiti di jeans e stoffe leggere.

Per chiudere l’insolita eleganza anconetana, gli allievi del 3 anno hanno fatto indossare alle modelle abiti dalla foggia post rivoluzione anni ’70. Non sono però mancate delle stonature le labbra ispirate agli anni ’50 oppure un desiderio di patchwork.

Andrea Carnevali