Verso il Congresso: Manifesto per l’Unità dei Socialisti

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“Il 4 marzo si è chiuso il ciclo della seconda Repubblica: con la fine di un bipolarismo anomalo e l’affermarsi di uno schema tripolare viene meno la ragione fondativa del Pd mentre i soggetti politici minori rischiano di essere privati anche del diritto di cittadinanza”. Così inizia il ‘Manifesto per l’Unita’ dei Socialisti’ pensato, preparato e scritto in vista del congresso di primavera. Con i sottoscrittori, ciascuno di loro impegnato a tenere viva una storia che ha reso l’Italia più civile e più libera. Un manifesto firmato da Riccardo Nencini, Segretario PSI, Gennaro Acquaviva, Presidente Fondazione Socialismo, Luigi Covatta, Direttore Mondoperaio, Mauro Del Bue, Direttore Avanti!, Ugo Intini, Pia Locatelli, Vice presidente Internazionale Socialista, Claudio Martelli, Gianvito Mastroleo, Presidente Fondazione Di Vagno, Enrico Pedrelli, Segretario Federazione Giovanile Socialista, Carlo Vizzini – Presidente del Consiglio Nazionale Psi.

“I socialisti – si legge ancora nel manifesto – ritengono sia giunto il momento di far pesare il loro patrimonio politico-culturale troppo a lungo negletto dalle altre componenti dell’area di centrosinistra per proporre ai cittadini una visione del futuro del nostro paese che sappia coniugare i valori del socialismo democratico e le emergenze storiche in cui ci troviamo.

Del resto il movimento socialista nacque per umanizzare gli effetti collaterali della prima rivoluzione industriale, e la missione resta la stessa anche di fronte alla quarta.

Questo significa innanzitutto regolare il capitalismo, motore della crescita ma anche meccanismo guidato esclusivamente dalla logica del profitto ed incurante delle conseguenze sociali dei suoi temporanei successi. E se non fu facile regolare il capitalismo manchesteriano, ancora più difficile è regolare la finanza globale che guida questa fase dello sviluppo.

Per affrontare questo tema è auspicabile che innanzitutto il PSE apra un’approfondita riflessione a partire dal prossimo congresso di Lisbona che porti a interventi sempre più incisivi per superare la finanziarizzazione dell’economia, modificare il Trattato di Maastricht per riformare l’Unione Europea, ridurre le diseguaglianze. Quello europeo, infatti, è l’unico contesto possibile per operare efficacemente in questa direzione.

La crisi italiana, tuttavia, non dipende solo da cause esogene. Nasce anche dalla rottura dei primi anni ’90 del secolo scorso e dall’improvvisazione con cui ad essa si è pensato di rimediare. C’è perciò da augurarsi che al tramonto della seconda Repubblica non si reagisca come si reagì alla fine traumatica della prima, quando si pensò che bastasse la riforma del sistema elettorale per ottenere un nuovo e più efficiente sistema politico, lasciando nel cassetto le proposte di riforma istituzionale che pure erano state da diverse parti formulate. E’ quindi auspicabile che venga presto ripreso il confronto sui nodi istituzionali più rilevanti.

Nei mesi scorsi i socialisti hanno riproposto il tema dell’alleanza fra meriti e bisogni, e non a fini celebrativi. E’ sempre più evidente, infatti, che quello è l’orizzonte in cui collocare la battaglia per l’equità e l’inclusione nei termini nuovi che le trasformazioni sociali ed economiche impongono. Così come è evidente, peraltro, che una battaglia che postula una maggiore responsabilizzazione della società civile rispetto all’impegno dello Stato non possa ignorare il ruolo dei corpi intermedi e ne richieda invece il sostegno.

L’impronta riformista cui non sono stati estranei i governi della passata legislatura – con il torto di non averla implementata a sufficienza, prima ancora che nella gestione operativa, nella motivazione politica e culturale – va resa ancora più incisiva anche per impedire conati controriformistici che già si sono manifestati in seno alle forze di governo.

È al socialismo umanitario che bisogna guardare per gettare le basi di una sinistra credibile e competitiva. Non da soli, ma con la disponibilità a costruire una rete di forze democratiche e di movimenti civici per fronteggiare partiti che lavorano per cancellare la società aperta figlia della costituzione e sostituirla con una società fondata sul nazionalismo etnico.

Su questa piattaforma proponiamo a tutti i socialisti un impegno comune fino dal congresso convocato per il mese di marzo 2019 e la disponibilità a un confronto aperto”.

Riccardo Nencini – Segretario PSI; Gennaro Acquaviva – Presidente Fondazione Socialismo; Luigi Covatta – Direttore Mondoperaio; Mauro Del Bue – Direttore Avanti!; Ugo Intini; Pia Locatelli – Vice presidente Internazionale Socialista; Claudio Martelli; Gianvito Mastroleo – Presidente Fondazione Di Vagno; Enrico Pedrelli – Segretario Federazione Giovanile Socialista; Carlo Vizzini – Presidente del Consiglio Nazionale Psi

Inps. In partenza entro fine anno un milione di buste arancioni

My Inps

L’UTENTE AL CENTRO DEL PORTALE

Con MyInps l’utente è al centro del Portale dell’Istituto. MyInps, infatti, è l’area personale e personalizzabile che permette di organizzare e raccogliere i contenuti di proprio interesse, rendendo più efficaci la navigazione, la comunicazione con l’Istituto e la gestione online dei servizi.

Per accedere a MyInps è necessario il possesso del codice Pin rilasciato dall’Istituto, di una identità Spid oppure di una Carta Nazionale dei Servizi (Cns).

Come rendere personale la piattaforma MyInps

MyInps si compone del menu “I tuoi strumenti” e delle sezioni Bacheca e Anagrafica. “I tuoi strumenti” raccoglie tutti i contenuti salvati attraverso il “cuoricino”, l’icona che consente di personalizzare in modo semplice il proprio MyInps. Ogni volta che, navigando sul Portale, l’utente trova contenuti di proprio interesse può salvarli cliccando sul tasto “cuoricino”. In base alle preferenze espresse, il Portale interpreta automaticamente gli interessi personali riproponendoli in MyInps, suddivisi per categorie.

Possono essere selezionate notizie, schede di prestazione, pagine di approfondimento, pagine di orientamento, termini di glossario e argomenti in base alla suddivisione per temi e utenti. L’utente può inoltre salvare i moduli per richiedere all’Istituto le prestazioni a cui ha diritto.

Grazie a MyInps, quindi, è possibile avere a portata di clic tutte le informazioni che rispondono alle proprie esigenze, ottimizzando i tempi di navigazione sul Portale e la gestione delle prestazioni. Un pensionato, ad esempio, potrà consultare in modo rapido e diretto, salvandole, le schede di prestazione che trattano di pensione. Una mamma, allo stesso modo, salvando i relativi contenuti resterà aggiornata sui benefici per la maternità e potrà accedere più rapidamente alla modulistica in uso all’Ente per richiedere i bonus.

Inps

IN ARRIVO PER FINE ANNO LE BUSTE ARANCIONI

Entro la fine dell’anno l’Inps invierà circa un milione di buste arancioni ad altrettanti lavoratori. Le buste conterranno l’estratto contributivo, la simulazione dell’importo della propria pensione futura sulla base dei contributi attualmente versati, della retribuzione attesa e della probabile data di uscita dal lavoro. Lo ha recentemente annunciato il presidente dell’Inps Tito Boeri.

Quello della trasparenza è uno dei cavalli di battaglia di Boeri, che si è speso per fare in modo che i lavoratori sappiano quale futuro previdenziale li attende. Dal marzo 2016 5 milioni e mezzo di lavoratori dipendenti hanno effettuato oltre 16 milioni di simulazioni per calcolare la propria pensione attraverso il servizio Inps ‘La mia pensione futura’. Il servizio, ha dichiarato Boeri, verrà esteso nei prossimi due anni anche ai lavoratori del servizio pubblico: ‘La platea di chi potrà accedere alla simulazione online, attraverso un pin, si allargherà a 500mila dipendenti pubblici, artigiani e commercianti’.

Previdenza

LA PENSIONE DELLE DONNE SECONDO L’INPS

Le pensioni rappresentano un costo sempre più oneroso per l’Inps. L’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale ha chiuso il 2017 con un rosso da 6 miliardi e 984 milioni di euro. Il buco è causato dalla sproporzione fra i ricavi e le pensioni da pagare.

A fine ottobre l’Inps ha pubblicato un breve rapporto con informazioni relative alla dimensione e alla composizione della spesa per pensioni in Italia al 31.12.2017.

In un periodo di annunci e promesse di cambiamento, può essere molto utile dare un’occhiata alle statistiche relative alla più significativa componente della spesa pubblica italiana, per capirne il peso e le principali caratteristiche. Cercando di focalizzarla, sia pure molto sommariamente, al femminile.

La spesa corrente è per molti aspetti frutto e conseguenza delle dinamiche passate del mercato del lavoro. L’importo medio del reddito pensionistico, ovvero la somma delle prestazioni in capo a ogni pensionato, è di quasi 21 mila euro per gli uomini e di 15 mila euro per le donne. Il differenziale di genere è quindi pari al 28 per cento, a favore degli uomini. Non solo, mentre tra gli uomini sono prevalenti le pensioni di vecchiaia e anzianità, per le donne sono le pensioni di reversibilità e quelle assistenziali a farla da padrone. Il modello produttivo del passato, con l’uomo capofamiglia spesso unico produttore di reddito da lavoro e la donna casalinga e quindi non produttrice di reddito monetario, trova oggi una conferma nella composizione della spesa per pensioni. In termini numerici sono le donne a essere in maggioranza (8,4 milioni contro 7,6 milioni di uomini). Questa caratteristica è spiegata completamente dalla netta prevalenza femminile nella classe di età superiore agli 80 anni, a causa della loro maggiore aspettativa di vita.

Da segnalare, in proposito, l’importante iniziativa dell’Inps Regionale Emilia Romagna organizzata nell’ambito delle celebrazioni per i 120° anni dalla nascita dell’Istituto con un interessante convegno, presso l’omonima Direzione regionale dell’Emilia Romagna, dal titolo “Le donne nell’Istituto: ieri, oggi, domani”.

Un’occasione per riflettere sull’impatto crescente della presenza femminile nell’organizzazione, partendo dall’analisi del passato e ripercorrendo tappe e momenti storici; per riscoprire il percorso lento, ma costante, di emancipazione delle donne e per ragionare su prospettive e scenari evolutivi.

Avvocatura Inps

PUBBLICAZIONE AVVISO PER LO SVOLGIMENTO DELLA PRATICA FORENSE

Da lunedì scorso 12 novembre 2018, è partita la procedura per l’ammissione alla pratica forense presso alcune Avvocature dell’INPS.
I bandi sono pubblicati sul sito istituzionale (www.inps.it) oltre che esposti presso le  Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano ed i Consigli degli ordini degli avvocati territorialmente competenti.
Per poter svolgere la pratica presso l’Avvocatura dell’Inps, il richiedente deve possedere i seguenti requisiti:

essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea ovvero essere cittadino di uno Stato non appartenente all’U.E. in possesso dei requisiti previsti dall’art. 17, comma 2 della L. 247/2012;

essere in possesso dei requisiti richiesti per l’iscrizione nel registro dei praticanti Avvocati tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale nel territorio del cui circondario si trova l’Ufficio legale dell’I.N.P.S. indicato nella domanda di pratica;

se già iscritto nel registro speciale dei praticanti presso il Consiglio dell’Ordine, non avere una anzianità di iscrizione superiore a 2 (due) mesi.

I suddetti requisiti devono essere posseduti alla data di scadenza del termine di presentazione della domanda.
La domanda per l’ammissione alla pratica forense di cui ai predetti bandi dovrà essere presentata esclusivamente in via telematica, utilizzando l’apposito form presente sul sito internet dell’Istituto (secondo il percorso: www.inps.it – Homepage – Avvisi, bandi e fatturazione – Avvisi – Pratica forense presso l’avvocatura dell’INPS) dalle ore 12,00 del 12 novembre scorso fino alle ore 14,00 del 12 dicembre 2018.  Saranno escluse le richieste inoltrate con modalità diverse da quella prefigurata (quali, ad esempio, invio con raccomandata con ricevuta di ritorno o consegna a mano presso le sedi locali dell’Istituto).

L’istanza di ammissione alla pratica forense dovrà essere presentata per uno soltanto degli Uffici Legali dell’Inps citati nell’art. 1 dei bandi. Alla domanda dovrà essere allegato, a pena di irricevibilità della stessa, un curriculum vitae redatto nel formato europeo (in pdf).

Le Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano verificheranno il possesso dei requisiti prescritti dal bando e la veridicità delle dichiarazioni rese nella richiesta di partecipazione.

Una commissione, appositamente costituita presso ciascuna Direzione regionale e di Coordinamento metropolitano, valuterà l’idoneità dei candidati sulla base dei criteri riportati nel bando e formerà la graduatoria.

Le liste definitive saranno pubblicate sul sito istituzionale dell’Istituto.

Carlo Pareto

UNITA’ DEI SOCIALISTI

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“Il 4 marzo si è chiuso il ciclo della seconda Repubblica: con la fine di un bipolarismo anomalo e l’affermarsi di uno schema tripolare viene meno la ragione fondativa del Pd mentre i soggetti politici minori rischiano di essere privati anche del diritto di cittadinanza”. Così iniza il ‘Manifesto per l’Unita’ dei Socialisti’ pensato, preparato e scritto in vista del congresso di primavera. Con i sottoscrittori, ciascuno di loro impegnato a tenere viva una storia che ha reso l’Italia più civile e più libera. Un manifesto firmato da Riccardo Nencini, Segretario PSI, Gennaro Acquaviva, Presidente Fondazione Socialismo, Luigi Covatta, Direttore Mondoperaio, Mauro Del Bue, Direttore Avanti!, Ugo Intini, Pia Locatelli, Vice presidente Internazionale Socialista, Claudio Martelli, Gianvito Mastroleo, Presidente Fondazione Di Vagno, Enrico Pedrelli, Segretario Federazione Giovanile Socialista, Carlo Vizzini – Presidente del Consiglio Nazionale Psi.

“I socialisti – si legge ancora nel manifesto – ritengono sia giunto il momento di far pesare il loro patrimonio politico-culturale troppo a lungo negletto dalle altre componenti dell’area di centrosinistra per proporre ai cittadini una visione del futuro del nostro paese che sappia coniugare i valori del socialismo democratico e le emergenze storiche in cui ci troviamo.

Del resto il movimento socialista nacque per umanizzare gli effetti collaterali della prima rivoluzione industriale, e la missione resta la stessa anche di fronte alla quarta.

Questo significa innanzitutto regolare il capitalismo, motore della crescita ma anche meccanismo guidato esclusivamente dalla logica del profitto ed incurante delle conseguenze sociali dei suoi temporanei successi. E se non fu facile regolare il capitalismo manchesteriano, ancora più difficile è regolare la finanza globale che guida questa fase dello sviluppo.

Per affrontare questo tema è auspicabile che innanzitutto il PSE apra un’approfondita riflessione a partire dal prossimo congresso di Lisbona che porti a interventi sempre più incisivi per superare la finanziarizzazione dell’economia, modificare il Trattato di Maastricht per riformare l’Unione Europea, ridurre le diseguaglianze. Quello europeo, infatti, è l’unico contesto possibile per operare efficacemente in questa direzione.

La crisi italiana, tuttavia, non dipende solo da cause esogene. Nasce anche dalla rottura dei primi anni ’90 del secolo scorso e dall’improvvisazione con cui ad essa si è pensato di rimediare. C’è perciò da augurarsi che al tramonto della seconda Repubblica non si reagisca come si reagì alla fine traumatica della prima, quando si pensò che bastasse la riforma del sistema elettorale per ottenere un nuovo e più efficiente sistema politico, lasciando nel cassetto le proposte di riforma istituzionale che pure erano state da diverse parti formulate. E’ quindi auspicabile che venga presto ripreso il confronto sui nodi istituzionali più rilevanti.

Nei mesi scorsi i socialisti hanno riproposto il tema dell’alleanza fra meriti e bisogni, e non a fini celebrativi. E’ sempre più evidente, infatti, che quello è l’orizzonte in cui collocare la battaglia per l’equità e l’inclusione nei termini nuovi che le trasformazioni sociali ed economiche impongono. Così come è evidente, peraltro, che una battaglia che postula una maggiore responsabilizzazione della società civile rispetto all’impegno dello Stato non possa ignorare il ruolo dei corpi intermedi e ne richieda invece il sostegno.

L’impronta riformista cui non sono stati estranei i governi della passata legislatura – con il torto di non averla implementata a sufficienza, prima ancora che nella gestione operativa, nella motivazione politica e culturale – va resa ancora più incisiva anche per impedire conati controriformistici che già si sono manifestati in seno alle forze di governo.

È al socialismo umanitario che bisogna guardare per gettare le basi di una sinistra credibile e competitiva. Non da soli, ma con la disponibilità a costruire una rete di forze democratiche e di movimenti civici per fronteggiare partiti che lavorano per cancellare la società aperta figlia della costituzione e sostituirla con una società fondata sul nazionalismo etnico.

Su questa piattaforma proponiamo a tutti i socialisti un impegno comune fino dal congresso convocato per il mese di marzo 2019 e la disponibilità a un confronto aperto”.

Riccardo Nencini – Segretario PSI; Gennaro Acquaviva – Presidente Fondazione Socialismo; Luigi Covatta – Direttore Mondoperaio; Mauro Del Bue – Direttore Avanti!; Ugo Intini; Pia Locatelli – Vice presidente Internazionale Socialista; Claudio Martelli; Gianvito Mastroleo – Presidente Fondazione Di Vagno; Enrico Pedrelli – Segretario Federazione Giovanile Socialista; Carlo Vizzini – Presidente del Consiglio Nazionale Psi

Il Vecchio Continente e la difficile soluzione dei problemi dell’euro

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Per la maggior parte degli europei, il progetto di unificazione del “Vecchio Continente” ha rappresentato l’evento politico più importante e più coinvolgente verificatosi dopo la fine del secondo conflitto mondiale; ne è prova il fatto che chi manifesta l’ipotesi che un qualche aspetto importante della sua realizzazione possa fallire sia considerato una sorta di eretico, meritevole d’essere esposto al pubblico ludibrio. A volte, però, come nella fase attuale, la realtà presenta, anche se non per tutti, situazioni critiche, quali sono quelle connesse con il malfunzionamento del sistema monetario dell’Unione. Questo, per via della sua crisi, è infatti la fonte delle principali tensioni che caratterizzano in negativo, non solo le relazioni tra gli Stati membri, ma anche quelle tra le diverse parti politiche e sociali all’interno di ciascuno di essi.

L’esperienza è valsa a dimostrare che l’attuale sistema monetario europeo, fondato sull’euro, malgrado i continui aggiustamenti che vi sono stati apportati dopo la sua adozione, non è sostenibile nel lungo periodo, se si pretende di governarne il funzionamento sulla base delle regole originariamente stabilite; ciò, non solo per ragioni puramente economiche, ma anche e soprattutto, per gli alti costi che il suo malfunzionamento fa ricadere su ampie fasce della popolazione europea e, sul piano politico e sociale, per la formazione di partiti politici che, con il loro estremismo, oltre che rendere difficile l’adozione di riforme appropriate, tendono a minare la democrazia all’interno dei Paesi membri dell’Unione Europea (UE) maggiormente colpiti dalla crisi dell’euro.

Per una larga schiera di economisti di chiara fama (molti dei quali insigniti del premio Nobel per l’economia), questa crisi è dovuta al fatto che le élite politiche ed burocratiche europee hanno commesso l’errore di pensare che l’integrazione politica dei Paesi membri dell’UE si potesse realizzare attraverso la costituzione di un’unione monetaria e la condivisione di una moneta unica. I fatti, seguiti alla Grande Recessione scoppiata nel 2007/2008, hanno però dimostrato che, per salvare l’eurozona e l’euro, occorreranno significative riforme, idonee a garantire che il progetto europeo possa avere ancora un futuro.

L’obiettivo dell’unificazione potrà essere perseguito con successo, se si riuscirà a partire dalla semplice considerazione che, tanto l’eurozona quanto l’euro sono una costruzione dell’uomo; per cui la loro definizione e il loro funzionamento non sono l’esito immodificabile di leggi di natura. Ciò significa che possono essere riscritte le regole originariamente adottate, se si vorrà realmente arrivare ad una ripresa del processo di unificazione, sorretto da una maggiore condivisione sociale, come esito di una volontà democratica forte ed una maggiore condivisione sociale della ripresa del processo di unificazione dell’Europa all’interno dei singoli Paesi membri: due condizioni, queste, giudicate indispensabili al fine di consentire all’UE di ritrovare lo slancio per il conseguimento dell’obiettivo originario.

Secondo la larga schiera di economisti di chiara fama della quale si è detto, l’errore di base commesso nel momento in cui è stata costituita l’eurozona è stato principalmente quello di aver scelto l’euro come moneta unica, in assenza di istituzioni idonee a consentire ad un’area economica diversificata, com’era l’Europa, di riuscire a governare le relazioni economiche tra i Paesi aderenti. Gli eventi seguiti alla Grande Recessione iniziata nel 2007/2008 dimostrano la fondatezza delle previsione; l’errore commesso però, si osserva, è il sintomo dei limiti intrinseci alla natura dell’euro e non la causa della sua crisi, a seguito della quale le istituzioni europee hanno intrapreso un insieme di provvedimenti, il cui impatto sulla crisi è stato positivo solo nel breve periodo. L’euro era stato adottato per favorire l’integrazione economica e politica dell’Europa, un obiettivo frustrato dalla sopravvenienza di varie altre crisi: problema dell’immigrazione, la temuta (poi verificatasi) uscita della Gran Bretagna dell’UE, la minaccia terroristica ed altre ancora; ma le regole poste alla base del funzionamento dell’euro non hanno consentito ai Paesi europei di poter affrontare l’insieme di questi eventi critici in maniera adeguata.

A parte le nuove emergenze, occorre tener presente che, sul piano del governo della moneta unica all’interno di una data area finanziaria, qual era l’eurozona, sarebbe stato necessario che la Banca Centrale Europea (BCE), costituita appunto per il governo dell’euro, non si limitasse a fissare i tassi d’interesse per l’intera area, ma si comportasse anche come “prestatore di ultima istanza” per le banche operanti all’interno dell’eurozona, assicurando a queste la liquidità necessaria per garantire uno stabile funzionamento dell’intera economia europea. A questo fine, la politica monetaria della BCE risultava uno strumento essenziale; nelle fasi negative del ciclo economico riguardante l’intera area dell’euro, infatti, la BCE, in quanto prestatore di ultima istanza, avrebbe potuto stimolare l’economia e supplire alle deficienze dei mercati reali, abbassando i tassi d’interesse per facilitare l’accesso al credito. Nel momento della sua costituzione, però, alla BCE il potere di prestatore di ultima istanza non è stato assegnato.

In conseguenza di ciò, i singoli Paesi aderenti all’area finanziaria comune, non potendo più modificare unilateralmente il tasso di cambio rispetto all’estero, hanno perso la possibilità di governare nel modo più conveniente i loro flussi di esportazione e di importazione. Tale perdita doveva indurre i “costruttori” del sistema-euro a pensare che, nel tempo, qualcosa nelle relazioni economico-finanziarie dei Paesi aderenti all’eurozona “poteva andare storto”: ciò perché, i singoli Stati, con la perdita della loro sovranità riguardo al controllo dei propri tassi d’interesse e di cambio, non sarebbero più stati in grado di effettuare gli aggiustamenti che le fasi negative del ciclo economico potevano rendere necessari.

I costruttori del sistema-euro, infatti, avrebbero dovuto tener conto del fatto che quando un Paese rinuncia al controllo dei propri tassi d’interesse e di cambio può andare incontro a molte situazioni di crisi, implicanti costi economici e sociali il cui livello è legato al “grado di similitudine” delle strutture produttive dei Paesi aderenti all’area della moneta unica. Poiché l’eterogeneità delle economie di tali Paesi era un fatto evidente ai costruttori del sistema-euro, l’alta consistenza dei costi doveva necessariamente apparire loro insostenibile rispetto a quanto l’UE era disposta a partecipare solidaristicamente alla loro copertura nel caso si fosse verificata una situazione di crisi.

Se i Paesi aderenti all’area-euro fossero stati sufficientemente omogenei rispetto alle loro strutture produttive, sarebbero stati esposti agli stessi shock causati da una diminuzione delle loro esportazioni verso l’estero e, quindi, le misure adottate per affrontare la situazione recessiva sarebbero andate a vantaggio di tutti e non solo, o di pochi, fra essi. I costruttori del sistema-euro hanno, sì, considerato le differenze strutturali esistenti fra i vari Paesi, ma hanno pensato di costruire uno “scudo” protettivo contro le eventuali crisi, approvando, nel 1992, il Trattato di Maastricht, che ha imposto ai Paesi aderenti alla moneta unica un insieme di “criteri di convergenza”. Con tale Trattato, ai singoli Paesi è stato richiesto, da un lato, che il deficit pubblico di parte corrente non superasse il 3% del PIL e, laddove fosse risultato maggiore, venissero adottate misure di politica volte a diminuirlo in modo continuo sino a raggiungere un livello prossimo al 3%; dall’altro lato, è stato stabilito che il debito pubblico consolidato non dovesse superare il 60% in rapporto al PIL e, quando fosse risultato maggiore, venisse ridotto in misura sufficiente sino a livellarlo al valore di riferimento.

Sulla base di questi criteri, se rispettati, il Trattato prevedeva che sarebbe stato possibile raggiungere all’interno dell’intera area dell’UE un alto grado di stabilità del sistema dei prezzi, con un tasso di inflazione non superiore all’1,5%; in ogni caso, prossimo a quello dei tre Stati membri che avessero conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi nell’anno precedente quello di esame della situazione propria di ciascuno Stato.

Assieme ai Paesi aderenti all’area-euro si sono mossi all’unisono anche quelli che non ne facevano parte, per rispettare i criteri di convergenza stabiliti a Maastricht e per rafforzare l’impegno di tutti Paesi al rispetto di tali criteri è stato sottoscritto, nel 1997, da tutti i Paesi membri dell’UE, un Patto di stabilità e crescita, col quale è stato introdotto l’impegno di tenere “sotto controllo” le politiche nazionali di bilancio.

Quale sia stato l’effetto perverso del meccanismo attivato dal rispetto dei criteri di convergenza, di stabilità e crescita è ormai nell’esperienza di tutti; in particolare, degli italiani. Per effetto della rigida osservanza dei criteri restrittivi imposti alle politiche di bilancio degli Stati, sono entrati in crisi anche Paesi che non avevano problemi di deficit pubblici di parte corrente e che presentavano limitati debiti pubblici consolidati (come, ad esempio, Spagna e Irlanda), mentre alcuni partner dell’eurozona, tra i quali L’Italia, non sono riusciti ancora oggi ad adeguarsi agli effetti dello shock provocato dalla crisi economico-finanziaria iniziata nel 2007/2008.

Questi Paesi, infatti, senza sperimentare né stabilità e né crescita, hanno approfondito, con il peggioramento del deficit commerciale delle partite correnti, la loro divergenza rispetto a molti degli altri partner dell’area-euro. Ma anche questi ultimi non sono riusciti a sottrarsi agli esiti negativi delle loro eccedenze commerciali; essi, infatti, producendo più di quanto non consumassero (com’è accaduto, ad esempio, in Germania) sono andati incontro a forti squilibri, in quanto la loro minor spesa finale non è stata compensata per intero da una maggior spesa da parte dei Paesi deficitari verso il resto dell’area-euro, con il risultato di un indebolimento complessivo della domanda globale interna all’eurozona.

I Paesi eccedentari hanno considerato i loro surplus commerciali e i lori risparmi come conseguenza di comportamenti virtuosi, maturando il convincimento che anche gli altri partner dell’eurozona dovessero conformarsi ed orientare le loro economie verso le esportazioni, per supportare la crescita e i livelli occupazionali. Ma il mondo economico di oggi, come sostiene la quasi generalità degli economisti, non funziona in questo modo: se l’insieme dei Paesi dell’eurozona (ma non solo) è caratterizzati da una domanda aggregata che rallenta la crescita e deprime i livelli occupazionali, la carenza di tale domanda è destinata a divenire la causa di una stagnazione non ciclica, ma secolare, cioè di lungo periodo.

Per garantire condizioni di stabilità economica e finanziaria all’eurozona, i costruttori del sistema-euro non avrebbero dovuto fissare solo criteri di convergenza sul piano delle politiche di bilancio, ma anche criteri per contenere e ridurre le eccedenze commerciali,al fine di salvaguardare un equilibrato e stabile funzionamento del sistema reale europeo. La tesi dell’establishment prevalente a livello europeo, secondo cui la situazione di crisi di alcuni Paesi dell’area-euro (tra i quali l’Italia) sarebbe stato l’alto indebitamento pubblico (sia corrente, che consolidato), è falsa, o quantomeno erronea. I Paesi in crisi, infatti, pur “avendo tirato la cinghia” per l’attuazione di una rigida politica di austerità, hanno dovuto sperimentare una mancata crescita ed alti livelli di disoccupazione. Ciononostante, l’ideologia ordoliberista ha perseverato, nonostante le smentite esperenziali, nel rifiutare di riconoscere i reali motivi dello scoppio della Grande Recessione; sebbene i criteri di convergenza fissati con il Trattato di Maastricht e il Patto di stabilità e crescita fossero stati adottati per favorire la convergenza delle strutture produttive dei Paesi dell’eurozona, in realtà, le differenze che già esistevano nel momento in cui veniva avviato il sistema-euro sono addirittura aumentate.

In conclusione, l’adozione dell’euro avrebbe dovuto favorire l’integrazione politica e la realizzazione del progetto originario di unificazione europea; i costruttori del sistema-euro hanno pensato che sarebbe stato possibile realizzare tale progetto sulla base delle regole da loro fissate, che invece hanno interrotto il processo d’integrazione, aggravato le differenze strutturali tra i Paesi aderenti all’euro (e, in generale, tra tutti i Paesi dell’UE) e favorito al loro interno la nascita e la diffusione di movimenti euroscettici (nel peggiore dei casi, contrari alla conservazione della moneta unica).

Per contrastare i movimenti contrari all’euro, da tempo si susseguono proposte di riforma che, se accettate, potrebbero consentire, non solo la conservazione dell’euro, ma anche la ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa comunitaria. Sennonché, tutte queste proposte sono osteggiate dagli establishment europei dominanti, i quali preferiscono la conservazione dello status quo, nella prospettiva di poter esercitare, attraverso una UE “zoppa” e in crisi, un ruolo globale più determinante nel decidere gli equilibri tra i vari protagonisti del governo dell’economia mondiale. Così, la persistente crisi dell’euro e la mancata possibilità di sconfiggere la disaffezione alla sua conservazione all’interno dei Paesi maggiormente in crisi rendono difficile e stentata, dentro o fuori dall’euro, qualsiasi politica volta a porre rimedio alla “disastrata” situazione economica e la realizzazione di una politica distributiva condivisa del prodotto sociale, rendendo complessa la vita politica di quei Paesi che, come l’Italia, hanno maggiormente risentito in negativo degli esiti della Grande Recessione.

Gianfranco Sabattini

 

Manovra. Ue: “In Italia non migliora la situazione”

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Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, durante un’audizione al Parlamento europeo, ha affermato: “La versione rivista del piano di Bilancio dell’Italia non ha migliorato la situazione sui costi di rifinanziamento del debito, lo vediamo ogni giorno sui mercati: significa che non ha disperso i dubbi. I ministri aspettano domani il parere della commissione europea sui bilanci degli Stati, Italia inclusa, su cui, come al solito, l’Eurogruppo discuterà all’incontro di dicembre. Sull’economia dell’Italia ci sono seri problemi da affrontare, ma si può fare senza mettere a rischio la traiettoria di risanamento dei conti. E i parametri previsti dal patto Ue sulle finanze pubbliche non sono un fine a sé ma puntano ad assicurare crescita sostenibile”.

Alla vigilia del verdetto della Commissione europea sulla manovra, il vicepremier Luigi Di Maio punta il dito contro ‘l’establishment’ europeo, che si oppone alle misure volute dal governo e imputando al suo atteggiamento la responsabilità delle tensioni che continuano ad accumularsi sui titoli di Stato italiani, che si evidenziano con il rialzo degli spread. Intervenendo a Radio Anch’io, su Radio 1 Rai, Di Maio ha detto: “In questi giorni si sta pagando sicuramente il fatto che l’Ue si stia comportando da muro di gomma con l’Italia. Ma il governo resta compatto e il deficit 2019 resterà fissato al 2,4 per cento, limite che comunque non si intende oltrepassare. Io vorrei spostare il punto della discussione. Non è una battaglia tra il governo Italiano e l’Unione europea. Qui c’è un establishment europeo da una parte e dell’altra ci stanno Quota 100, Reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza e l’Ires che si abbassa per le aziende che assumono e fanno investimenti. Noi questi provvedimenti li vogliamo portare a casa. C’è gente che deve andare in pensione per liberare posto ai più giovani. E alla fine le tensioni con l’Ue in questo momento pongono i mercati in questa posizione di ‘stiamo a guardare e vediamo come finisce questa vicenda’. Io non lo so che cosa deciderà la Commissione europea. Una cosa però deve esser certa: se si aprono al dialogo con noi, una soluzione, che non preveda però l’eliminazione delle misure in legge di Bilancio la troviamo. Sui tagli agli sprechi più grandi, sulla dismissione di immobili pubblici si può fare. Se invece la linea della Unione europea è ‘facciamola pagare all’Italia perché ha osato superare dei margini per aiutare gli italiani’, allora io non possono che andare avanti. E se l’Ue è compatta anche noi siamo compatti, e gli italiani con noi. Noi ci stiamo impegnando per la prima volta nella storia a prevedere 2,4 di deficit e non di più, negli anni scorsi la toto truffa era che a inizio anno si diceva una cifra che poi si sforava. Noi siamo molto onesti, stiamo dicendo che si parte dal 2,4 e si arriva al 2,4. Su questo livello di deficit non si torna indietro mentre possiamo dire che ci sono tante spese da tagliare”.

Nel frattempo si accentuano le tensioni sui titoli di Stato dell’Italia, con lo spread sui rendimenti tra Btp decennali e Bund che sale a 335 punti base. Dopo un’ora da inizio seduta, mentre la Borsa è in ribasso, i tassi dei titoli decennali italiani volano al 3,70 per cento. Dopo quest’ultima impennata dello spread, il ministro Tria ha manifestato qualche preoccupazione. Domani la Commissione europea pubblicherà il suo parere sulla manovra.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in posizione fortemente critica sulla manovra di bilancio, oggi, a margine della ‘Giornata del Cinema Industriale’, alla domanda su una discesa in piazza contro la manovra economica, ha risposto: “Speriamo di non arrivarci mai. Se qualcuno poi ci provoca, alla fine, è un’opzione che dobbiamo valutare. Speriamo di no. Per adesso no, in piazza no. Le nostre piazze sono le nostre assemblee. Ogni volta che vado in assemblea ci sono da mille a tremila persone. Il giorno in cui Confindustria scende in piazza significa che siamo proprio alla frutta, speriamo di non arrivarci mai”.

Scendere in piazza, al momento non è nelle intenzioni degli industriali. Sono sempre più incerti i consensi degli italiani a questo governo gialloverde che si prepara a scaricare sull’Europa tutte le proprie responsabilità.

Salvatore Rondello

TERREMOTO BREXIT

Brexit-Theresa-May-

Il governo britannico è nel caos. Dopo il sì del consiglio dei ministri di ieri alla bozza di accordo sulla Brexit raggiunta da May con le autorità europee, stamattina sono arrivate le dimissioni di quattro membri dell’esecutivo euroscettici che ora mettono a serio rischio il futuro politico di Theresa May.

La perdita più importante è l’addio del ministro della Brexit Dominic Raab, che era il caponegoziatore del Regno Unito nelle trattative con l’Unione Europea. Un addio clamoroso, perché Raab non era dato negli ultimi giorni come tra i più ribelli dell’esecutivo. Invece no, ha mollato con una lettera formale ma pesantissima su Twitter: “Non posso sostenere l’accordo con l’Ue”, ha scritto lui stesso che ha negoziato quell’accordo, “la soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”. A seguire Raab poco dopo anche la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman.

Insomma il governo May, dopo l’accordo sulla Brexit, perde pezzi.  Il capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, ha detto: “Sulla Brexit è un momento molto importante. L’accordo concordato è giusto ed equilibrato, assicura le frontiere dell’Irlanda e getta le basi per un’ambiziosa relazione futura. Ma abbiamo ancora una lunga strada davanti”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato: “Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre”.

Theresa May, dopo cinque ore di riunione con i suoi ministri ha annunciato: “Il Consiglio dei Ministri del governo britannico, convocato per discutere la bozza di accordo con l’Unione Europea sulla Brexit, ha dato il proprio benestare. Il governo britannico ha deciso collettivamente di adottare la bozza d’accordo sulla Brexit definita a Bruxelles.  Non è stata una decisione leggera, ma il migliore possibile nell’interesse nazionale”. Secondo Therea May, la bozza consentirà a Londra di recuperare il controllo sull’uscita, mentre l’alternativa sarebbe stata quella di tornare al punto di partenza e rischiare di non attuare il mandato referendario.

Ma, a poche ore dal via libera all’intesa, sono arrivate le dimissioni in serie dal governo. Si sono dimessi il ministro per la Brexit Raab, la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman, la ministra del lavoro Esther McVey, brexiteer convinta, e il sottosegretario  britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

La sterlina è in caduta libera. Dopo il sofferto via libera a un accordo sulla Brexit con l’Ue da parte del governo della Gran Bretagna, la divisa britannica è scesa a 1,2866 dollari a metà mattina, mentre ieri a tarda serata si attestava sopra 1,30.

La premier May comunque ha avvertito: “La Brexit ci sarà, un nuovo referendum è escluso”.

Il leader laburista Corbyn ha attaccato: “Intesa flop, non ha consenso nel Paese”. Altre critiche per le promesse violate, sono arrivate dagli unionisti nordirlandesi del Dup.

Theresa May continua a difende l’intesa raggiunta con l’Ue come una scelta fatta nell’interesse nazionale, affermando che essa garantirà l’uscita dall’Ue del Regno Unito nei tempi previsti e che l’unica alternativa sarebbe un no deal o nessuna Brexit ed è decisa ad andare avanti malgrado le dimissioni di alcuni ministri del suo governo. La premier ha fatto notare che il negoziato ha comportato scelte difficili ed esprime rispetto per le decisioni di Dominic Raab e di chi s’è dimesso, ma afferma di non condividerle.

La premier britannica ha espresso le sue motivazioni ai Comuni, ammettendo che la soluzione indicata per garantire un confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord può suscitare perplessità, ma che sarebbe stato irresponsabile rifiutarla. May ha insistito che l’obiettivo è evitare l’entrata in vigore del meccanismo di salvaguardia del backstop, sostenendo tuttavia che non sarebbe stato possibile escluderlo come clausola da alcun tipo di accordo.

Rispondendo al leader liberaldemocratico, Vince Cable, che ai Comuni è tornato a invocare oggi l’opzione di un secondo referendum in alternativa all’accordo proposto da May o a un ‘no deal’, Theresa May May ha detto: “Il governo britannico non intende prepararsi allo scenario di una no Brexit. E’ mio dovere attuare il mandato referendario stabilito dal popolo nel giugno del 2016”. Alternativa che la premier ha nuovamente respinto categoricamente replicando anche alla deputata Tory filo-Ue Anna Soubry.

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit proposta da May come un enorme e dannoso fallimento. Corbyn ha affermato che la bozza lascerebbe la Gran Bretagna in un limbo a tempo indeterminato senza dare certezze sui rapporti futuri definitivi con l’Ue sulla questione irlandese. Il leader laburista ha criticato anche ‘la falsa scelta fra questo cattivo accordo e un no deal che non può essere una opzione reale’. Secondo Corbyn, sull’intesa proposta il governo non ha il consenso del Parlamento, né del popolo del Regno Unito.

Un’altra tegola per il governo di Theresa May sono gli unionisti nordirlandesi del Dup, vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.

Raab, figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e brexiteer convinto, ha affermato di non poter sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May ha affermato di comprendere i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di rispettare il diverso punto di vista espresso che ha spinto la premier e altri colleghi a dare il via libera al testo in buona fede. Personalmente, ha affermato, tuttavia, di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito, né un meccanismo di backstop indefinito. Raab, è il secondo ministro per la Brexit a lasciare il governo dopo David Davis, ma non ha chiesto le dimissioni di May. Il suo forfait rappresenta comunque un duro colpo per il governo e per il contesto negoziale, mentre non si escludono altre possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.

Il D-Day della Brexit è scattato ieri sera da Downing Street, con il faticoso sì strappato da Theresa May ai ministri del suo governo, o alla maggioranza dei presenti, sulla bozza d’intesa definita ieri con Bruxelles dopo due anni di negoziati. Ma lo sbarco è ancora tutto da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà.

Evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario convocato per il 25 novembre ed il successivo iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dall’Ue il 29 marzo 2019.

I contenuti della bozza, si leggono in ben 500 pagine e sono sintetizzati in un libro bianco diffuso ieri sera. Si sapeva già l’essenziale. Sono stati confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini ospiti. Il conto del divorzio britannico ammonta a 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi. Viene illustrato nei dettagli anche la soluzione ‘a tappe’ architettata per assicurare il mantenimento d’un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord, con una permanenza temporanea dell’intero Regno nell’unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles. Si tratterebbe di soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare.

Raab che non ha partecipato all’ultima tornata di negoziati, ha detto: “Nessuna nazione democratica ha mai firmato per essere vincolata da un regime così ampio, imposto esternamente senza nessun democratico controllo sulle leggi applicate, né la possibilità di decidere di uscire dall’accordo”. L’accordo viene considerato anche un punto di partenza per negoziare un’alleanza futura economica. Raab ha anche aggiunto: “Se lo accettiamo, questo pregiudicherà severamente contro di noi una seconda fase di negoziati. Soprattutto io non posso conciliare i termini dell’accordo con le promesse che abbiamo fatto al Paese nel nostro manifesto alle ultime elezioni”.

Iain Duncan Smith, un ex leader dei Tory ed uno dei principali esponenti dei Brexiteer, ha detto che le dimissioni di Raab sul governo hanno un impatto devastante. E che la sua lettera alla May prova che le sue posizioni sono state ignorate.

Anche il 58enne conservatore Vara, esponente dei Tory, ha annunciato oggi le sue dimissioni a causa del suo disaccordo con il progetto di accordo dichiarando: “Con molta tristezza e rammarico ho presentato la mia lettera di dimissioni da ministro dell’Irlanda del Nord al premier. Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio. Ecco perché non posso sostenere questo accordo”.

Dopo le notizie delle dimissioni degli esponenti del governo britannico, Michel Barnier ha dichiarato:  “Sotto l’autorità del presidente Juncker e con il sostegno della Commissione, la scorsa notte abbiamo raggiunto un importante passo nei negoziati sulla Brexit. Rimaniamo decisi a procedere con un divorzio ordinato con il Regno Unito. Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati sulla Brexit con la Gran Bretagna. Considero che questa sera sono stati fatti progressi decisivi per un ritiro ordinato della Gran Bretagna dall’Ue e per gettare le basi per la relazione futura. Sarà possibile estendere il periodo di transizione della Brexit di 21 mesi previsto dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 attraverso un accordo congiunto. Nel caso in cui non saremo pronti per il luglio 2020 a un accordo definitivo sulla frontiera irlandese, allora scatterà il backstop sui cui è ora stata trovata un’intesa tra Ue e Gran Bretagna”.

Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre, alle 9,30. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in una conferenza stampa congiunta col capo negoziatore dell’Unione Michel Barnier.

Tusk ha spiegato: “Nei prossimi giorni proseguiremo come segue. L’accordo ora viene analizzato dagli Stati membri. Alla fine di questa settimana, gli ambasciatori dei 27 si incontreranno per condividere la loro valutazione sull’intesa. Spero non ci siano troppi commenti. Discuteranno anche il mandato alla Commissione per la finalizzazione della dichiarazione politica congiunta sulla relazione futura tra l’Ue ed il Regno Unito. I ministri europei saranno coinvolti in questa procedura. La Commissione intende concordare la dichiarazione sulla relazione futura col Regno Unito entro martedì. Nelle 48 ore successive, gli Stati membri avranno il tempo di valutarla. Questo significa che gli sherpa dei 27 devono concludere il loro lavoro per giovedì. A quel punto, se non succede niente di straordinario, terremo una riunione del Consiglio europeo, per finalizzare e formalizzare l’accordo sulla Brexit. Prendo atto dell’accordo sulla Brexit ma non condivido l’entusiasmo di Theresa May. Ho pensato fin dall’inizio che questa sia una situazione ‘lose-lose’, e che occorresse lavorare per controllare i danni a conseguenza di questo divorzio”.

Nigel Farage, l’europarlamentare euroscettico, ha così commentato l’accordo sulla Brexit definito a Bruxelles:  “Ogni membro del gabinetto che è un autentico Brexiteer deve dimettersi subito o non sarà più attendibile, questo è il peggior accordo della storia”.

Guy Verhofstadt, il leader dei liberali (Alde) al Parlamento europeo, ha così commentato: “Mentre spero che un giorno il Regno Unito tornerà, nel frattempo questo accordo renderà possibile la Brexit, pur mantenendo una stretta relazione tra l’Ue e il Regno Unito, una protezione dei diritti dei cittadini ed evitare un confine irlandese duro”.

La partita della Brexit è ancora aperta ed il popolo inglese potrebbe tornare ad essere nuovamente arbitro delle sue decisioni per i rapporti con l’Unione europea. Nel Regno Unito, per la Brexit, oggi c’è un governo in crisi ed un paese spaccato in due con i Brexiteer in diminuzione e la maggioranza degli inglesi che vorrebbe restare nell’Unione europea contrariamente a quanto è risultato due anni fa.

Salvatore Rondello

Europee. Nencini: difendere Ue da nazionalismi

Parlamento-Europeo-StrasburgoFermare il blocco sovranista e populista che alle elezioni europee del prossimo maggio potrebbe prendere la maggioranza dei seggi di Bruxelles. Una internazionale nera. Una saldatura tra movimenti e partiti xenofobi che incarnano l’opposto dei principi che hanno guidato e illuminato l’Europa dalla sua fondazione ad oggi. I sondaggi sono preoccupanti. Da Salvini in Italia alla destra estrema della Le Pen in Francia fino ai paesi del gruppo Visegard verso i quali non solo la Lega guarda con simpatia. Sono coloro che puntano sulla chiusura e l’isolazionismo a crescere nelle intenzioni di voto. In Francia il fronte di destra supera nelle intenzioni di voto il partito del presidente Emmanuel Macron. Il dato emerge da un sondaggio Ifop che attribuisce a La Republique en marche, il movimento fondato da Macron, il 19% dei consensi, in calo di un punto percentuale rispetto a fine agosto, mentre il Rassemblement National della Le Pen riscuote il 21%, in crescita di tre punti.

Dati che allarmano e che danno ulteriore linfa alla destra. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla paura del cambiamento. Paura che i populisti cavalcano e che sfruttano. Non propongono soluzioni. Ma innescano meccanismi pericolosi basati su non-risposte. Questo il quadro che sarà sempre più evidente fino alle elezioni europee. “Tra un mese esatto – ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, in una lettera indirizzata a Maurizio Martina – parteciperemo assieme al congresso del PSE a Lisbona. Entrambi sosteniamo la candidatura di Timmermans  alla Presidenza della Commissione  europea, entrambi abbiamo applaudito il messaggio lanciato da Pedro Sànchez a Milano, teso a costruire una larga coalizione che si opponesse all’Internazionale nera e alle tante culture populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Singole personalità, a cominciare da Romano Prodi, ci incitano a percorrere la stessa strada”.

Per Nencini, “dovremmo presentarci al congresso del PSE sostenendo la costituzione, in ogni paese dell’Unione, di una concentrazione europeista, ispirata ad un riformismo radicale, che vada da Tsipras a Macron, ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Non c’è solo la scadenza delle Elezioni Europee del 2019. C’è molto di più. La difesa di un’idea di giustizia e di libertà che rischiano di essere infangate. E c’è il dovere di cambiare l’Unione Europea per poterla meglio difendere dall’assalto del nazionalismo sovrano. Su questa strada,  ne sono certo, troveremmo anche nuove energie.  Dobbiamo semplicemente metterci in cammino”  ha concluso.

Ginevra Matiz

CEFFONE AL POPOLO

balcone di maio governo

“Non era mai capitato a nessuno la bocciatura della manovra economica. Mai! Tutti d’accordo, anche i governi sovranisti alleati di Salvini. E ora? A giorni le agenzie di rating esprimeranno il loro giudizio sulla tenuta del debito italiano. Basta scendere di un livello – scalino ‘spazzatura’ – e l’acquisto dei nostri titoli di stato precipita. Bel casino”. Commenta così Riccardo Nencini, segretario del Psi, la bocciatura da parte della Ue della manovra economica. Nencini prosegue: “Mutui più cari, aumento del debito pro capite, investimenti in calo, fuga dei capitali, spread alle stelle. Meno posti di lavoro. Il governo reagisce attaccando l’Europa. La verità? La manovra non convince nessuno. Il ceffone al popolo lo sta dando il governo” ha concluso Nencini.

Ieri l’Unione europea ha bocciato la manovra del governo e subito dopo si è aperta una crisi istituzionale con la Presidenza della Repubblica. Inoltre sembrerebbe spaccato il centro destra con la Lega e Fratelli d’Italia che attaccano l’Ue e Forza Italia che la difende. Dunque, l’Italia è divisa tra europeisti ed antieuropeisti, ma la posta in palio è molto più alta. Sono in gioco la democrazia, l’Unione europea, le libertà dei popoli ed il loro benessere economico e sociale. L’invito dell’Ue a modificare la finanziaria è stato molto chiaro. Entro tre settimane il governo dovrebbe presentare una nuova proposta, ma già si sa che non ci sarà nessun cambiamento.

La Commissione europea ha scritto: “Le misure incluse nel documento programmatico di bilancio 2019 dell’Italia indicano un chiaro rischio di fare marcia indietro rispetto alle riforme che il Paese aveva adottato. In particolare, la possibilità di pensionamenti anticipati inverte la rotta rispetto a precedenti riforme delle pensioni che sottendono alla sostenibilità a lungo termine del consistente debito pubblico italiano. L’introduzione di un condono fiscale potrebbe scoraggiare il rispetto, già basso, delle norme fiscali, premiando implicitamente i comportamenti che non rispettano le leggi, compensando in gran parte l’effetto positivo del rafforzamento della fatturazione elettronica. Data la dimensione significativa dell’economia italiana nell’area euro, la scelta del governo italiano di aumentare il deficit di bilancio, sebbene debba far fronte alla necessità di affrontare problemi legati alla sostenibilità delle finanze pubbliche, crea rischi di ricadute negative per gli altri Stati membri dell’Eurozona”.

Il leader della Lega e vicepremier, Matteo Salvini, ha già puntualizzato: “La manovra non cambia. Dopo la bocciatura dell’Ue al provvedimento il governo italiano tira dritto. Da Bruxelles possono anche mandare 12 letterine, ma la manovra non cambia”.

Ma anche il sottosegretario all’Economia M5S, Laura Castelli, ha detto: “Non ci sarà nessuna revisione. Quella manovra è ciò che serve. Abbiamo detto la verità sui numeri e non facciamo come i Governi precedenti che sparavano cifre esilaranti per poi ottenere norme catastrofiche. Avete capito dalle dichiarazioni di Conte e di Tria la posizione”.

Salvini ha anche rincarato la dose: “Se insistono a tirare schiaffoni a caso mi verrebbe voglia di dare più soldi agli italiani. Tutte le manovre passate negli anni scorsi a Bruxelles hanno fatto crescere il debito di 300 miliardi di euro. Noi siamo qua per migliorare la vita degli italiani, mi sembra un attacco pregiudiziale, la contestazione principale è che non bisogna toccare la legge Fornero che è nel programma del 90% dei partiti tranne che del Pd: è un attacco all’ economia italiana perchè qualcuno vuole comprare le nostre aziende sottocosto”.

Poi, Salvini, sulla Rai ha detto: “Di Rai non ne parlo io, c’è un presidente ed un amministratore delegato che stanno cercando professionalità interne accantonate da anni anche per ragioni politiche. La Rai merita tanto e da spettatore, quando vedo che ci sono programmi pregiudizialmente schierati a sinistra cambio canale. Siamo il primo governo che ha l’informazione pubblica tutta contro, non faccio il ‘piangina’, tiro diritto ma spero che la Rai sia equilibrata e dia spazio a tante voci”.

Il premier Giuseppe Conte, riferendosi alla sua visita in Russia ha scritto: “Questa mattina all’Expocentre di Mosca ho incontrato gli imprenditori italiani. Donne e uomini preparati e vincenti che portano in alto il made in Italy in Europa e nel mondo. A loro ho ribadito che l’Italia è un Paese che gode di buona salute, i fondamenti della nostra economia sono solidi. Il Governo farà la sua parte per far crescere le imprese italiane. C’è un grande impegno in tal senso, come dimostrano anche le misure contenute nella manovra”.

Susanna Camusso, segretaria generale della Cgil, ospite a Bologna del congresso della Camera del Lavoro, ha detto: “Se il Governo non apre il confronto, penso che dobbiamo essere molto netti e dare una risposta di mobilitazione e di iniziative. Ma dobbiamo essere altrettanto netti tra di noi e dirci che non è scontato, senza un lavoro preparatorio, che le masse ci seguano”.

Le provocazioni e le cadute di stile si ripetono in continuazione. L’eurodeputato leghista Angelo Ciocca, al termine di una conferenza stampa della Commissione a Strasburgo, ha messo la sua scarpa sopra i fogli che Moscovici aveva usato come traccia per il suo discorso sul documento programmatico di bilancio italiano. Il commissario Europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha commentato: “L’episodio della scarpa made in Italy è grottesco. All’inizio si sorride e si banalizza perché è ridicolo, poi ci si abitua ad una sorda violenza simbolica e un giorno ci si risveglia con il fascismo. Restiamo vigili. La democrazia è un tesoro fragile”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier, Matteo Salvini che ha affermato: “Non voglio uscire dall’Europa, non voglio uscire dall’euro, voglio che i miei figli crescano in Europa. Non voglio sbattere le scarpe sui tavoli, però lasciate che gli italiani lavorino”. A chi gli ha chiesto del gesto dell’europarlamentare Ciocca, che ha simbolicamente ‘calpestato’ la relazione dei commissari sulla manovra italiana, Salvini ha tagliato corto: “L’Europa non la cambi con le provocazioni…”.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non è la prima volta che richiama il Governo ‘all’equilibrio di bilancio’ ma, martedì 23 ottobre, ha voluto declinarlo in una logica che non è quella dell’«astratto rigore» ma a tutela delle famiglie e del risparmio, in una prospettiva di «equità e con uno sguardo lungo sullo sviluppo». Si può dire che i suoi avvisi stanno diventando una goccia, ripetuti in ogni occasione possibile e con una finalità chiara: evitare che l’Italia vada a sbattere.

Non a caso Mattarella ha parlato della necessità di «scongiurare che il disordine della pubblica finanza produca contraccolpi pesanti anzitutto per le fasce più deboli, per le famiglie che risparmiano pensando ai loro figli, per le imprese che creano lavoro». Un rischio che c’è per una somma di ragioni: per le conseguenze di uno strappo con l’Europa; per l’indicatore dello spread che è tornato a sfiorare quota 320 e che comporta un aggravio di spesa pubblica a danno, di misure che potrebbero andare ai più svantaggiati; per il sistema del credito che è sotto pressione; per le previsioni sul Pil che molti istituti indipendenti danno sotto la quota prevista dal Governo. Insomma, è evidente che ci sono elementi di preoccupazione anche se non drammatici, anche se non di allarme.

Tra l’altro al Colle spetta la firma sulla legge di bilancio che nessuno mette in discussione anche se qualche valutazione inizia a essere fatta. Il punto è che lo stesso Governo (nella lettera alla Ue) dichiara apertamente di aver violato regole Ue che hanno piena copertura in Costituzione e dunque non è escluso che Mattarella possa dire qualcosa nel momento del suo via libera. Se quindi per il Governo la strada che si apre da qui a tre settimane è complicata, lo è pure per il capo dello Stato che ha l’obiettivo di portare verso una ricucitura con l’Europa con mediazioni che allenterebbero la tensione anche sui mercati, vero motivo di timore per il sistema.

Allora, quelle parole di ieri danno una mano a chi nell’Esecutivo vuole usare questo tempo per negoziare, davvero, con Bruxelles. È vero che tutti mostravano la faccia più dura, a cominciare da Di Maio e Salvini, ma nel premier così come in Tria e in una parte della Lega (sensibile alle preoccupazioni del Nord produttivo) e pure in alcuni settori dei 5 Stelle (area Fico) si punta a ritrovare un dialogo. Martedì dopo la bocciatura della Ue non era il giorno giusto per far intravedere cambiamenti sulla manovra, sarebbe stato un cedimento repentino verso Bruxelles, ma davanti ci sono tre settimane di trattativa e di “esame” dei mercati.

Ecco quella di Mattarella è la mano tesa a chi non chiude le porte a correzioni di rotta. Una sponda ai “dialoganti” della maggioranza ma collaborativa con tutto il Governo tant’è che in precedenza aveva subito firmato il decreto fiscale. Un richiamo in “pace” fatto per preparare il terreno a chi volesse cominciare un’opera di disarmo in una guerra con l’Ue dagli esiti incerti.

Ma nel governo giallo-verde c’è veramente qualche anima dialogante? E se invece non ci fosse ? Il governo si aspettava la risposta negativa dell’Ue. Dunque, è legittimo pensare che la manovra è stata volutamente congegnata provocatoriamente per finalità poco chiare ma diverse dalle demagogiche dichiarazioni per accattivarsi il consenso popolare.

Il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, intervenendo di fronte alle commissioni Esteri congiunte di Camera e Senato, ha sottolineato: “L’Unione Europea ci riserva una bocciatura sulla manovra e chiede un nuovo documento: ora l’Italia ha tre settimane di tempo per rispondere, con il Governo italiano che esclude comunque un nuovo documento. L’ultima parola spetta ai Parlamenti nazionali, la Commissione può comunque aprire una procedura per disavanzo eccessivo: queste sono le dinamiche istituzionali”.

L’esecutivo Lega-Movimento 5 Stelle è dunque convinto di “essere sulla strada giusta” come è stato confermato dal vice premier Di Maio. Non ci resta che attendere le prossime mosse. Lo scontro avverrà in Parlamento dove attualmente non ci sono i numeri per una modifica. Lascio immaginare ai lettori gli sviluppi ulteriori. Il proscenio è brutto assai.

Salvatore Rondello

MANOVRA DESTABILIZZANTE

Punto stampa con il Ministro Giovanni Tria e con il Commissario Ue agli affari economici e monetari, Pierre Moscovici.

Alla dura lettera della Commissione europea consegnata ieri da Moscovici al ministro Tria, il governo giallo-verde sembra sordo ed insensibile, anche all’aumento dello spread che certamente non aiuta lo sviluppo del paese ed impoverisce gli italiani. Sorge il sospetto che la demagogia messa in atto dalla Lega e dai Pentastellati è finalizzata a destabilizzare l’Euro e l’Unione europea.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, prima del summit Ue-Asia a Bruxelles, ha avvertito: “Come Unione Europea, non siamo disposti ad accettare il rischio di caricarci questo debito per l’Italia. L’Ue è un’economia e una comunità di valori, e funziona perché ci sono regole comuni a cui tutti devono aderire. Se si rompono queste regole, e l’Italia si allontana da Maastricht, allora significa che l’Italia si mette in pericolo, ma ovviamente mette a rischio anche gli altri. L’Ue non vuole assumersi per conto dell’Italia i rischi derivanti da una violazione delle regole comuni sulla finanza pubblica. La Commissione ha risposto alla manovra finanziaria italiana, e ha detto chiaramente che deve essere modificata. Penso che questo sia un punto decisivo, perché l’Ue è una comunità economica e di valori, e funziona perché ci sono regole comuni che devono essere rispettate da tutti. Se qualcuno le infrange, se l’Italia si allontana dalle regole di Maastricht, questo significa che mettere in situazione di pericolo non solo sé stesso ma anche altri paesi. E l’Ue non vuole assumersi questo rischio per conto dell’Italia”.

Con la lettera durissima, anche più delle attese, che ha illustrato nel dettaglio la deviazione senza precedenti nella storia del Patto di stabilità, la Commissione europea ha acceso ufficialmente i riflettori sul ‘caso Italia’, che già preoccupa molti leader in Europa. Finirà anche sul tavolo dei commissari martedì prossimo, che firmeranno la bocciatura formale della manovra, e dell’Eurogruppo il 5 novembre, che darà appoggio politico alla decisione dei tecnici Ue. Due passi scontati, se l’Italia entro lunedì non assicurerà, per iscritto, che cambierà la manovra e farà scendere il deficit invece di aumentare la spesa.

Il premier Giuseppe Conte, a Bruxelles, ha difeso i piani del Governo ed ha ridimensionato le accuse dell’Ue con estrema superficialità. A Bruxelles non ha trovato grandi sponde tra i colleghi all’Eurosummit: dalla Germania all’Austria, dalla Francia all’Olanda, alla Finlandia e al Lussemburgo, è ampio il fronte di chi chiede il rispetto delle regole comuni. Concetto ribadito anche dal presidente della Bce Mario Draghi, che ha messo in guardia dal contestare le regole Ue perché si danneggia la crescita.

Per Bruxelles il bilancio italiano punta a un non rispetto particolarmente serio degli obblighi del Patto, a causa di una espansione vicina all’1% e ad una deviazione dagli obiettivi pari all’1,5%. La Ue ha chiesto al Governo di dare una risposta ai rilievi entro lunedì 22 ottobre, in tempo perché il collegio dei commissari possa discuterne martedì. Ma, ha ricordato, la deviazione è talmente grave, senza precedenti, che l’Italia rischia l’apertura di una procedura per debito eccessivo da un momento all’altro, per deviazioni che peraltro si trascinano da anni. Non basterà quindi soltanto un’illustrazione più dettagliata delle misure. Per convincere i commissari Moscovici e Dombrovskis, firmatari della lettera, il Governo dovrà impegnarsi a cambiare i target. Cosa che il premier Conte ha escluso con la nota frase: “Più passa il tempo e più mi convinco che la manovra è molto bella”.

Moscovici ha osservato: “Forse sarà bella, ma questo è un giudizio estetico. Il problema qui è funzionale, giuridico e politico. E’ una manovra che non rispetta le regole”. Ieri, a Roma, Moscovici ha avuto modo di spiegare direttamente al ministro Tria il senso della lettera e dei timori europei. Il commissario Ue ha chiarito: “La manovra non può restare al 2,4% di deficit e con uno scarto del deficit strutturale di un punto e mezzo. Chiediamo una correzione”.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in serata ha incontrato Moscovici ed ha auspicato: “Che ci sia il massimo di collaborazione con l’Italia. Attraverso il dialogo e il confronto si trovi una intesa”. Tria ha assicurato la massima collaborazione nello spiegare misure e riforme, ma questo non sarebbe sufficiente. Il vicepremier Di Maio, invece, stroncando ogni possibilità di dialogo con l’Ue, ha attaccato: “Se la lettera Ue è un ultimatum, è inaccettabile”.

Intanto i leader dell’Eurozona prendono sempre più le distanze da Roma e l’Italia è sempre più isolata. E’ stato molto duro il premier austriaco, presidente di turno dell’Ue: “Non abbiamo nessuna comprensione per le politiche finanziarie dell’Italia, ci aspettiamo che il governo rispetti le regole”. Al tavolo dell’Eurogruppo, il caso Italia è considerato ‘l’elefante nella stanza’, come riferiscono alcune fonti.

L’olandese Mark Rutte, già duro nei giorni scorsi, ha deciso di sollevare la questione davanti ai colleghi. Al termine del vertice ha riferito anche del bilaterale con Conte: “Sono stato molto chiaro sulla manovra, e gli ho detto che non è un bene né per l’Italia, né per l’Europa e l’Eurozona”.

Conte fa sapere che vedrà Juncker nei prossimi giorni, e si dice convinto di poter scongiurare anche un giudizio negativo delle agenzie di rating, ma i tempi sono molto stretti ed il fine settimana molto impegnativo.

L’Italia non è l’unico Paese ad aver ricevuto l’avvertimento di Bruxelles: anche Spagna, Portogallo, Francia e Belgio dovranno rispondere ai rilievi. Ma Roma, spiegano le fonti, è in una situazione peggiore delle altre, e anche per questo la Commissione vuole dare un segnale il prima possibile.

“Una deviazione senza precedenti nella storia del Patto di Stabilità e Crescita”: è questa la valutazione sul bilancio italiano espressa nella attesa lettera inviata al governo dalla Commissione europea che cerca di proseguire un dialogo costruttivo con l’Italia per arrivare a una valutazione finale e attende risposte e chiarimenti ai rilievi mossi sulla manovra entro le 12 del 22 ottobre prossimo, scadenza fissata da Bruxelles.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, dopo l’incontro con Moscovici, ha detto: “Ho ricevuto la lettera della Commissione europea. Oggi si apre un dialogo costruttivo, partendo da valutazioni diverse sulla nostra politica economica. Il nostro obiettivo è la crescita e la riduzione del debito/pil e la manovra va in questa direzione: lo spiegheremo alla commissione. Ascolteremo le osservazioni e andremo avanti in questo dialogo. L’Italia, rimane uno dei paesi fondamentali dell’Europa”.

Quali fossero le intenzioni dell’Unione europea si era intuito in parte dalle parole del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker che, parlando della manovra italiana e della reazione degli altri Paesi all’aumento del deficit contenuto nel Def, aveva detto: “So, e alcuni colleghi l’hanno detto al telefono, che non vogliono che sia aggiunta altra flessibilità a quella già esistente per l’Italia, e non è nostra intenzione procedere in questo senso. So dal passato che la Commissione è sempre stata accusata di essere troppo generosa quando si tratta del bilancio italiano. Io non dico che siamo stati generosi, ma abbiamo introdotto nell’applicazione del Patto di crescita e stabilità alcuni elementi di flessibilità. E l’Italia è l’unico Paese che ha usato tutta la sua flessibilità sin da quando l’abbiamo introdotta, l’Italia è stata in grado di spendere negli ultimi tre anni 30 miliardi di euro in più. Siamo stati molto gentili e positivi quando si è trattato dell’Italia, perché l’Italia è l’Italia. La Commissione europea non ha alcun pregiudizio negativo rispetto alla manovra italiana. Il primo ministro ci ha presentato la situazione italiana con verve e talento. Noi non abbiamo reagito alla sua esposizione, perché esamineremo il progetto di bilancio che ci è stato trasmesso l’altro ieri dalle autorità italiane. Quello che vorrei dire è che non abbiamo alcun pregiudizio negativo sull’Italia, il progetto di bilancio italiano sarà esaminato con lo stesso rigore e con la stessa flessibilità con cui esamineremo gli altri progetti di bilancio che ci sono stati presentati”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha affermato: “Da parte dell’Italia senz’altro nessun muro contro muro nel confronto con la Commissione europea. La lettera è stata appena consegnata al ministro Giovanni Tria visto che il commissario Pierre Moscovici è a Roma. La lettera non la riceverà solo l’Italia, ma anche altri Paesi. E’ prassi riceverla in situazioni di questo tipo. Posso immaginare che esprimerà preoccupazione. E mi aspetterei un riferimento ad una deviazione significativa rispetto all’obiettivo del rapporto deficit/Pil rispetto alla manovra preventivata dalla Commissione. Approfitto per chiarire che non è una grossa deviazione. Abbiamo deciso di puntare sugli investimenti e sulla crescita. L’Italia deve crescere: i fondamentali dell’economia sono saldissimi. In ogni caso, quella prospettata nella manovra italiana  non è la più grossa deviazione della storia”. Su Facebook, il premier Conte, a Bruxelles per il vertice del Consiglio europeo, aveva scritto: “Sapevamo che questa manovra che abbiamo pensato per soddisfare le esigenze dei cittadini italiani, a lungo inascoltate, non è in linea con le aspettative della Commissione Europa. Ci aspettiamo quindi osservazioni e rilievi che stanno per arrivare e ai quali siamo pronti a replicare. Ma tutto questo non può preoccuparci: ci avrebbe preoccupato se avessimo fatto una manovra temeraria. Ma la nostra manovra è ben pensata, ben costruita, ben realizzata”.

Il vicepremier Di Maio ha detto: “Credo che la Commissione europea si sia un poco allontanata dalla realtà. Per anni l’Italia ha fatto sacrifici per ridurre il debito. Ma il debito si può ridurre se si fanno investimenti. Va bene la lettera, ce l’aspettavamo, dialogheremo con loro ma credo che queste persone si siano allontanate dalla realtà. Aspettiamo anche le lettere agli altri Paesi. Un Paese come l’Italia non può accettare ultimatum. Se dovesse essere un ultimatum come i duelli western allora per noi è inaccettabile”.

Il vicepremier Salvini ha detto: “La prima manovra economica del cambiamento a Bruxelles non piace, le altre, quelle di Monti, Gentiloni e degli altri invece gli piaceva. Li abbiamo tutti contro: Inps, Bankitalia, Istat, perché era più comodo avere i vecchi governi”.

Domani si riunirà il Consiglio dei ministri per rispondere alla Commissione Ue sulla manovra, ma anche per chiarire le divisioni di questi giorni sulla manovra tra Lega e M5S sui condoni.

Dopo il balletto di ieri (“Non sarò a Roma, ho da fare” e l’apertura arrivata in serata “Se serve, ci sarò”), il ministro dell’Interno ha confermato che domani parteciperà al Cdm convocato da Conte alle 13 per rivedere alcuni punti del decreto fiscale.

Matteo Salvini, da Cavalese in provincia di Trento dove ha iniziato gli incontri elettorali in vista del voto per le elezioni provinciali di domenica prossima, ha rassicurato sulla sua presenza a Roma: “Buona giornata Amici. Dopo le nuvole torna sempre il sereno! Chi si arrende ha già perso, mai mollare. Oggi sono in Trentino ma domani volo a Roma per risolvere i problemi. Basta litigi. Non ci sono problemi per questo governo. Sicuramente la Lega non ha alcuna intenzione di far saltare niente, spero che valga per tutti. Probabilmente dedico il sabato per andare al Consiglio dei ministri, per fare sì che smettano di litigare, perché dobbiamo essere uniti in questo momento. L’ho detto agli amici dei Cinque Stelle, non è il caso di litigare in famiglia, perché abbiamo già tanti avversari fuori, che se ci si mette a litigare dentro ‘campa il caval che l’erba la cresc’. Se c’è un problema in una famiglia, in una squadra, in una parrocchia, in una azienda, i problemi si risolvono parlando e guardandosi in faccia, non andando in piazza o in televisione a far casino, perché altrimenti a Bruxelles godono”.

Poi, raggiunto dai microfoni di ‘Stasera Italia’, in onda su Retequattro, Salvini ha risposto così alla possibilità di stralciare le parti del decreto fiscale contestate dal M5S: “Tutto si può fare, basta che quando la gente legge e approva una cosa, sia convinta di quello che legge e approva. Io sono qua per risolvere i problemi, non per crearli. Sono fiducioso per l’incontro con Di Maio”.

Già ieri sera, al termine di una giornata di tensione e dopo aver sostenuto che non avrebbe partecipato al Cdm di domattina, Salvini aveva smorzato ogni polemica ed era apparso possibilista, affermando: “Le polemiche aiutano solo gli avversari del governo, i burocrati europei e gli speculatori. Basta litigi, lavoriamo e risolviamo gli eventuali problemi parlando, non litigando”.

Già in una intervista alla Stampa il leader del Carroccio aveva manifestato il suo ottimismo: “Fino alle Europee? Macché, noi governeremo insieme fino al 2023. Alle Europee, senza dubbio. Una cosa dev’essere chiara: ribaltoni, inciuci e tranelli la Lega non ne fa. Noi manteniamo la parola data. Il decreto è quello scritto. In Consiglio io c’ero, Di Maio pure, Conte ce lo ha letto come è scritto e l’abbiamo approvato. Mi sembra un enorme equivoco. Pericoloso, però: tutti in Europa non vedono l’ora di attaccarci, non è bene dargliene l’occasione. Ma per quel che mi riguarda, il decreto quello è e quello resta. Non sono in lite con nessuno. Conte è un ottimo presidente del Consiglio, corretto, equilibrato. Sa fare il suo mestiere. In realtà con tutti i miei colleghi ministri il rapporto è ottimo. Di Maio dice che così come è il decreto lui non lo vota? Crede che io non abbia mai avuto dubbi su nessuno dei provvedimenti che abbiamo adottato? Ma li ho votati perché siamo tutti sulla stessa barca”.

Luigi Di Maio con i suoi fedelissimi si mostra sereno sulla crisi con la Lega innescata sui temi del condono penale e dello scudo per i capitali all’estero contenuti nel dl fiscale: “Domani si tratta solo di togliere la norma sul condono penale. Sia chiaro: nessun mercimonio su altri tavoli. Il condono tombale nell’accordo non c’era. L’accordo lo troveremo, di certo su questo non cade il governo. Ma Salvini deve smetterla di fare il fenomeno”.

Tanta sicurezza è legata, in parte, anche ai rilievi che sarebbero giunti dal Quirinale circa l’indisponibilità del Colle a far passare nel dl fiscale il condono penale: “E’ stata quella la goccia che ha fatto traboccare il vaso e Matteo lo sa perfettamente…”.

Nel faccia a faccia tra i due, che si terrà al più tardi domani, a quanto si apprende, Di Maio intende chiarire anche il ruolo in tutta questa vicenda di Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio considerato il Richelieu del Carroccio.

Stavolta sotto accusa, viene raccontato da autorevoli fonti di governo grilline, per non aver voluto convocare quel preconsiglio dei ministri che avrebbe dovuto definire nel dettaglio i contenuti tecnici dei provvedimento approvati lunedì scorso in Cdm. Dunque manovra e dl fiscale.

Secondo le stesse fonti grilline: “Con la scusa di voler evitare fughe di notizie alla stampa, Giorgetti l’ha tirata talmente per le lunghe che il preconsiglio non si è mai tenuto. Risultato? Al Cdm si è arrivati con un foglietto volante”. Ma c’è di più. Tra i 5 Stelle serpeggia un’accusa pesantissima verso il sottosegretario, dal primo giorno inviso a molti nelle file del Movimento. E che Di Maio intende sottoporre a Salvini nelle prossime ore.

Si tratta del presunto inserimento, ad opera di Giorgetti, di due norme mai concordate con gli altri membri di governo: una su un condono per le società sportive dilettantistiche (il cui ‘stralcio’ avrebbe provocato una sfuriata del leghista, portandolo addirittura ad abbandonare la riunione) l’altra, rimarcano fonti grilline, relativa a Pantelleria e ai bilanci pregressi dell’isola perla del Mediterraneo, peraltro amministrata da un sindaco 5 Stelle dal giugno scorso.

Di concreto c’è che la diffidenza di Di Maio e dei 5 Stelle nei confronti di Giorgetti, considerato pedina irrinunciabile dei leghisti ed interlocutore anche del Quirinale, ha superato i livelli di guardia. C’è chi si chiede, nelle fila grilline, come si possa andare avanti in un clima di tale diffidenza e sospetto. Altra spina nel fianco, la ‘coabitazione’ al Mef di Laura Castelli e Massimo Garavaglia, considerato dai 5 Stelle altro ‘avvelenatore di pozzi’.

Di Maio avrebbe lamentato ad alcuni ministri del M5S quanto segue: “Sono stati lui e Giorgetti ad informare Matteo nelle ultime ore. Ma sono certo che chiarendo verrà ripristinata la verità. E che su condono penale e scudo fiscale la Lega saprà fare un passo indietro. I patti del resto erano chiari…”.

Eppure il braccio di ferro sembra ben lungi dal rientrare. Oggi sul terreno di scontro entra anche la sanatoria per gli abusi edilizi per le case danneggiate o crollate in seguito al terremoto di Ischia, ‘uno scempio’ l’etichetta Salvini annunciando la volontà della Lega di fermarlo con una norma ad hoc.

La risposta dei vertici M5S non si è fatta attendere: “La norma sul condono edilizio è stata chiesta dai sindaci locali, per giunta vicini al centrodestra, ed era stata sottoposta a Salvini oltre che a Di Maio. Vorrà dire che la Lega bloccherà la ricostruzione, problemi loro. Ma è singolare che lo stesso stop non arrivi dai leghisti per le case colpite dal sisma nel Centro Italia”.

Incontro difficilissimo, dunque, quello di domani al Consiglio dei Ministri con una situazione molto ingarbugliata e soprattutto con protagonisti che non sembrano disposti a cedere posizioni.

Intanto, lo spread sale sempre di più. La Borsa di Milano limita le perdite a metà seduta con il differenziale tra Btp e Bund che si restringe e torna sotto i 330 punti, a 329, dopo aver toccato quota 340. Il Ftse Mib è sceso in area 19mila punti, risalendo dai minimi di giornata a 18.977 punti (-0,58%).

Sul tema della volatilità è intervenuto anche il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli che in un comunicato ha lanciato un allarme sulle gravi conseguenze per l’economia italiana e per le famiglie legate allo spread: “L’ulteriore crescita dello spread peggiora le prospettive degli equilibri dei conti pubblici e complica le attività produttive tutte e gli investimenti delle famiglie e delle imprese. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla ulteriore crescita dello spread e non ci si deve abituare a ciò che spingerebbe l’Italia indietro rispetto alla ripresa. Pertanto auspichiamo un più costruttivo confronto fra Autorità italiane ed europee per superare questo clima dannoso all’economia”.

Salvatore Rondello

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Gunther Oettinger

Gunther Oettinger

Con un poco di pazienza, facendo qualche giro sulla rete, che tanto piace ai 5 Stelle, si trovano le dichiarazioni di Di Maio in cui assicurava che i pentastallati non avrebbero mai messo i loro voti a disposizione di un qualsivoglia provvedimento che assomigliasse a un condono. Evidentemente hanno cambiato idea. Anzi l’idea del condono fiscale, ribattezzato pace fiscale, piace così tanto al governo, che ne allargano le maglie includendo anche l’Iva. Per l’imposta sul valore aggiunto non si applicherà il 20% ma un’aliquota media e se il contribuente non sarà in grado di determinarla scatterà il 22%, ossia l’aliquota ordinaria. Un meccanismo che consente di mettere la sanatoria al riparo da contestazioni della Commissione europea sul mancato recupero di un tributo come l’Iva che è proprio dell’Unione europea.

“Il Governo – afferma in una nota Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – invece di operare un cambiamento radicale nella lotta all’evasione fiscale, intende varare un nuovo condono. Questo è un regalo agli evasori ed una beffa per due terzi degli italiani che prima pagano le tasse, poi ricevono lo stipendio e la pensione. La UIL contrasterà questa nuova ingiustizia e chiede al Parlamento di cambiare rotta. È necessaria una svolta radicale nella politica di lotta all’evasione. La UIL propone cinque interventi: il primo è istituire una procura nazionale anti evasione con un’apposita agenzia esclusivamente dedicata all’accertamento; il secondo estendere il meccanismo della ritenuta alla fonte anche per i redditi da lavoro autonomo, il terzo ampliare il contrasto di interesse per i servizi alle famiglie; il quarto rendere tracciabili tutti i pagamenti, limitando l’uso del contante fino a mille euro; il quinto trasmettere automaticamente le fatture elettroniche e tutte le transazioni a Sogei. Inoltre, va attuata una revisione del sistema sanzionatorio penale, applicando pene più severe per i reati tributari, prevedendo delle limitazioni riguardo l’accesso ai servizi sociali pubblici e la sospensione del diritto di voto. L’insieme di questi provvedimenti – conclude Proietti – segnerebbero un vero cambiamento per ripristinare in Italia la legalità fiscale”.

Intanto prosegue il dibattito sulla manovra e sulla possibilità che l’Unione europea possa rispedirla al mittente. Dopo giorni di scontri con dichiarazioni da bar che andavano oltre l’insulto da parte di Salvini, si è in attesa della decisione della Commissione. Secondo il commissario al Bilancio Ue, Guenther Oettinger, così come detto allo Spiegel on line, la commissione Ue rigetterà la manovra del bilancio italiano. Per il magazine tedesco una lettera del commissario Pierre Moscovici dovrebbe arrivare a Roma giovedì o venerdì,

“Si è confermata l’ipotesi che la bozza di bilancio 2019 non è conciliabile con gli obblighi esistenti nell’Ue”, afferma Oettinger. Moscovici non farà una controproposta, scrive Spiegel, ma si limiterà a rimandare alle violazioni dei dati di riferimento. Roma ha inviato il testo nella notte di martedì, all’ultimo minuto, sottolinea il portale del magazine. La Commissione reagisce in modo particolarmente veloce: per la sua risposta avrebbe infatti avuto due settimane di tempo. L’Italia adesso dovrà, in breve tempo, presentare una nuova bozza.

Intanto dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani arriva un appello: “L’Italia è ancora in tempo per fare marcia indietro. Lo faccia rapidamente, nell’interesse degli italiani”. E su una eventuale bocciatura della manovra: “Mi auguro che questo non accada, ma il rischio è forte”, ha avvertito sottolineando che le misure “non vanno nella direzione dell’interesse” dell’Italia.