Spagna. I dolori del “giovane” Sanchez

governo-sanchezIl governo spagnolo, guidato da Pedro Sanchez, vive giorni difficili e di continue polemiche. Dietro l’angolo, le dimissioni del terzo membro dell’esecutivo, dall’insediamento nel giugno scorso. Dopo neanche trenta giorni alla Moncloa, il Presidente del Governo ha dimissionato Maxim Huerta, ministro della cultura, a causa di una condanna per evasione fiscale. Al giro di boa dei 100 giorni, Sanchez ha accusato il colpo delle dimissioni del ministro della Salute, Carmen Monton, costretta a lasciare l’incarico, dopo la scoperta del plagio della sua tesi di master all’Istituto di Diritto Pubblico dell’Università statale Juan Carlos I di Madrid. Una tesi ampiamente copiata e l’intero percorso del master pieno di irregolarità, in termini di presenze fittizie e voti non corrispondenti.

Tuttavia, si è scoperto che lo stesso Istituto di Diritto Pubblico di Madrid, chiuso dalla magistratura e al centro di un’inchiesta, in cui è coinvolto anche il neo-leader del Partido Popular Pablo Casado, rappresentava una fabbrica di titoli falsi per l’élite politica spagnola. È degli ultimi giorni, la notizia della tempesta scatenata sulla titolare della Giustizia Dolores Delgado, per le conversazioni intercettate con l’ex commissario José Manuel Villarejo, collezionista di dossier segreti, in custodia cautelare dallo scorso novembre, accusato di riciclaggio, organizzazione criminale, corruzione per i ricatti a giudici, politici, imprenditori e funzionari del Centro Nacional de Inteligencia (Cni).

La Delgado, inizialmente aveva negato di aver mai conosciuto l’ex commissario, in seguito è stata smentita da diversi audio diffusi da media on line confidenciales, dove si ascoltano commenti, quanto meno, imbarazzanti. Si va da apprezzamenti non affettuosi verso il collega Fernando Grande-Marlaska, attuale ministro degli Interni, omosessuale dichiarato nel governo socialista a larga maggioranza femminile, bollato come «maricon»; ad intercettazioni dove la Delgado, in un incontro con Villarejo e l’ex giudice Garzon, racconta di aver visto, durante un viaggio di lavoro a Cartagena, procuratori spagnoli e membri del Tribunale Supremo accompagnarsi a cameriere minorenni dell’hotel.

E altri numerosi commenti del tenore di: «La giustizia in questo paese è una puta mierda». Sia Carmen Monton che Dolores Delgano, erano tra i più stretti collaboratori del premier socialista. Entrambe le esponenti politiche sono state fedeli al leader, anche nel tortuoso cammino che ha portato Sanchez nuovamente alla guida del PSOE, con lo scontro con buona parte del gruppo dirigente storico e, dopo poco tempo, alla presidenza del governo.

Queste vicende colpiscono direttamente l’esecutivo, hanno delle ripercussioni rispetto alla già fragile tenuta parlamentare: il monocolore socialista gode, infatti, dell’appoggio di 84 deputati sui 350 della Camera. Com’è evidente, il Partito Socialista necessita dell’appoggio di Podemos e delle forze regionaliste e indipendentiste per ottenere la maggioranza al Congresso.

Il Senato, a maggioranza popolare, ha approvato una mozione di censura dell’operato della Delgado, che si è difesa dichiarando che nessuno potrà minacciare il governo socialista. Pablo Iglesias, il leader di Podemos, dopo aver chiesto, a gran voce, le dimissioni dell’allora ministro della Salute, Carmen Monton, reclama le dimissioni del ministro della Giustizia, in compagnia del Pp e di Ciudadanos che richiedono le elezioni anticipate.

Un’altra grana, più politica e meno giudiziaria, è rappresentata dalla “questione venezuelana”: il governo spagnolo è, in Europa, tra i più aperti sull’accoglienza dei migranti che arrivano dal mare (va in questo senso, l’iniziativa dell’ex ministro Monton, volto al ripristino dell’assistenza sanitaria universale anche per gli immigrati clandestini).

Si ricorderà quando a giugno scorso, il primo ministro spagnolo ha tolto le castagne dal fuoco al governo Di Maio-Salvini, che aveva rifiutato l’accesso nei porti italiani della nave Acquarius, con 629 migranti a bordo. In quell’occasione Sanchez dichiarò: «È nostro obbligo aiutare a evitare una catastrofe umanitaria e offrire un porto sicuro a queste persone. Si tratta di un segnale affinché la Spagna rispetti gli impegni internazionali in materia di crisi umanitarie».

Oltre ai migranti provenienti dall’Africa, negli ultimi mesi moltissimi cittadini venezuelani hanno lasciato il loro paese e si sono trasferiti in Spagna, provocando una curiosa contraddizione. Diversi paesi americani, tra cui Colombia, Perù e Stati Uniti, che si oppongono al regime venezuelano, hanno introdotto nuove politiche per aiutare i venezuelani a ottenere la residenza e i permessi di lavoro temporanei nei rispettivi territori, in modo da mostrare la propria opposizione a Maduro.

Di contro, il governo spagnolo non ha velocizzato le procedure, limitandosi ad appoggiare le ultime sanzioni approvate dall’Unione Europea contro diversi funzionari venezuelani, a denunciare l’illegittimità delle elezioni di maggio e a sostenere che il «dialogo» rappresenti l’unico modo per uscire dalla crisi venezuelana.

Questo atteggiamento si spiega con le posizioni di Podemos, i cui leader hanno avuto rapporti di amicizia consolidati con Chavez e Maduro.

Nonostante le opposizioni di destra chiedano di adottare nuove politiche che facilitino l’integrazione dei migranti venezuelani in Spagna, il governo manterrà una posizione morbida verso il regime di Maduro, continuando a proporre una soluzione negoziata in Venezuela che eviti una crisi interna con Podemos, forza politica necessaria per la sopravvivenza dell’attuale governo.

Gli ostacoli parlamentari sono davvero molti: dall’approvazione della prossima legge di Bilancio, alla necessità di gestire la complessa partita della questione catalana e le possibili complicazioni nei tentativi di dialogo tra il governo di Madrid e l’esecutivo della Generalitat, preseduto da Quim Torra.

Solo se Pedro Sanchez riuscirà a mantenere la rotta, ad avviare un piano di riforme incisivo sul piano sociale e istituzionale, potrà arrivare alla fine della legislatura, nel 2020, nonostante le pressioni.

Paolo D’Aleo

UNIONE ALLO SBANDO

aquarius

La nave Aquarius mette ancora a nudo le contraddizioni dell’Unione Europea. Dopo l’Italia qualche settimana fa, oggi è stata la Francia a respingere l’imbarcazione di cui è responsabile la Ong Sos Mediterranée. A bordo 58 persone provenienti dall’Africa salvate a largo della Libia nella notte di giovedì scorso. Saranno accolti da Portogallo, Francia e Spagna che a metà pomeriggio hanno raggiunto un accordo per l’accoglienza dei migranti.

In principio era stata la Francia a negare l’approdo nel porto di Marsiglia. Il governo transalpino aveva chiesto prima l’intervento maltese e poi aveva auspicato l’attracco in un porto italiano. Una pessima figura per Macron (che alla fine ha dovuto cedere alla ripartizione), dopo le dichiarazioni al vetriolo contro l’Italia del giugno scorso. Una pessima figura anche per l’Unione Europea che, mentre i volontari a bordo di Aquarius avvertivano delle condizioni di pericolo in cui versa la nave, a Bruxelles non si interessavano minimamente al problema.

“La situazione legale dell’Aquarius 2 è questa: è una nave senza bandiera europea, e ha operato in un’area di ricerca e salvataggio libica”, ha spiegato con chiarezza Natasha Bertaud, portavoce della commissione Europea. La vicenda Aquarius, dunque, “non impegna la responsabilità europea. Nessuno Stato membro si è fatto avanti per aiutare”. Discorso chiuso, quindi. Alle persone in fuga dall’Africa ci penseranno Portogallo, Francia e Spagna. E dovranno farlo di propria iniziativa grazie ad un accordo trilaterale.

Intanto sull’Aquarius gli operatori attendono notizie. “La scelta è indifferente – ha affermato Alessandro Porro di Sos Mediterranee – abbiamo la necessità di sbarcare le persone in un porto che sia sicuro e questo naturalmente esclude la Libia. Stiamo navigando verso Malta non perché ci fermeremo lì ma perché le condizioni meteo stanno peggiorando, ci aspettiamo onde alte cinque metri e stiamo cercando riparo in una zona migliore”.

Sulle politiche migratorie l’Unione Europea è ormai allo sbando. Non esiste una visione comune. Ogni imbarcazione che arriva dall’Africa causa ignobili rimpalli di responsabilità tra nazioni. Davvero un brutto spettacolo che non fa altro che incrinare i rapporti diplomatici tra stati membri e rafforzare il consenso delle forze populiste.

F.G.

Summit BRICS nel disinteresse dell’Europa

bricsÈ appena finito il decimo summit dei paesi BRICS tenutosi a Johannesburg, in Sud Africa. Purtroppo, nella più totale indifferenza da parte dell’Europa, sia quella delle più alte istituzioni politiche sia quella dei mass media. Un atteggiamento miope che rivela tutta l’impotenza politica dell’Unione europea di fronte ai grandi cambiamenti geopolitici che stanno determinando la storia.

Nessuno pensa che si debbano rompere le tradizionali alleanze o immaginare nuove strategie avventurose. Si chiede semplicemente di non chiudere gli occhi di fronte alla realtà mutata e alle sue continue evoluzioni. E’ come se l’Europa fosse voluta rimanere incatenata al periodo iniziale della CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio, mentre il mondo “andava” verso il petrolio, il nucleare e poi verso la fusione nucleare e le più sofisticate tecnologie delle energie rinnovabili.

L’Unione europea e i singoli governi dell’Europa sembrano sempre vincolati al documento 2011/2111 (INI) del 2012: “Proposta di risoluzione del Parlamento europeo sulle politiche nazionali dell’UE nei confronti dei paesi BRICS e di altre potenze emergenti: obiettivi e strategie”. Vi si afferma che “in considerazione delle principali divergenze con i BRICS rispetto alle loro politiche, ai loro sistemi economici, alle tendenze demografiche e sociali e alle politiche estere, l’Europa adotta una politica estera sfumata, coinvolgendo partenariati e accordi separati per costruire sinergie con i singoli paesi BRICS e altri paesi emergenti e scoraggiare il consolidamento di gruppi alternativi di stati potenzialmente colludenti in termini di politica estera”.

L’Europa, quindi, di fatto preferisce trascurare i BRICS intesi come gruppo, sottovalutando che esso, nel frattempo, rappresenti il 23% del pil mondiale e il 18% dell’intero commercio globale. Si mira solo a mantenere relazioni bilaterali.

Comunque la dichiarazione finale del citato summit, tra i tanti argomenti affrontati, pone l’accento sull’importanza di cercare alternative virtuose alle destabilizzanti politiche dei dazi e delle guerre commerciali volute da Trump. Riteniamo che sarebbe significativo e certamente incisivo se, sull’argomento, si aggiungesse anche la voce dell’Europa.

In questo momento, purtroppo, molti vorrebbero far saltare e non riformare i vari trattati di collaborazione e cooperazione internazionale come quello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I BRICS, invece, correttamente propongono con forza l’adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite e rinnovano l’impegno per un ordine mondiale multipolare e per il rafforzamento delle istituzioni multilaterali della goverance globale. Sul fronte economico essi individuano con puntualità le sfide maggiori “nei crescenti conflitti commerciali, nei rischi geopolitici, nella volatilità dei prezzi delle commodity, nell’alto indebitamento privato e pubblico e nella crescita diseguale e non sufficientemente inclusiva”.

A nostro parere, i loro deliberati vanno nella giusta direzione, quella di gettare le basi per un possibile nuovo ordine monetario mondiale. A tal fine utilizzano bene la Nuova Banca di Sviluppo e il Contingent Reserve Arrangement (CRA), l’accordo finanziario per sostenere i paesi in difficoltà di bilancio. Intanto è entrato in vigore il Local Currency Bond Fund, il fondo per l’emissione di obbligazioni nelle monete locali dei BRICS, finalizzato a promuovere investimenti nelle infrastrutture e nella modernizzazione delle loro economie e anche di quelle degli altri paesi emergenti.

Si ricordi che nei mesi passati sono continuate le politiche interne ai paesi del BRICS, prima di tutto della Cina e della Russia, nel processo di diversificazione delle loro riserve monetarie e di progressiva dedollarizzazione delle economie.

In Russia, per esempio, nell’ultimo decennio la quota dell’oro è decuplicata, mentre gli investimenti nei titoli di debito del Tesoro USA sono calati al minimo. Se nel 2010 Mosca deteneva obbligazioni americane per 176 miliardi di dollari, oggi ne detiene 15 miliardi.

La Russia è fra i primi cinque paesi per riserve auree. Secondo alcune stime, dovrebbe detenere circa 2.000 tonnellate di oro, pari al 18% di tutte le riserve auree nel mondo. Simili processi sono in corso anche in Cina, che nei passati 4 anni ha acquistato 800 tonnellate d’oro, e, anche se in modi più attenti, sta diminuendo i titoli di debito americano, scesi dal picco di 1,6 trilioni di dollari del 2014 ai circa 1,2 trilioni di oggi.

In occasione della celebrazione del centesimo anniversario della nascita di Nelson Mandela, il summit ha posto grande enfasi sulla realizzazione di infrastrutture e di investimenti nell’intero continente africano.

Anche su presto programma l’interesse europeo dovrebbe essere più attento, partecipe ed effettivo. Del resto a Bruxelles e nelle altre capitali europee, l’argomento principale, e politicamente molto complesso, è la gestione dei flussi migratori provenienti dal continente africano. Perciò il suo sviluppo e ogni politica di effettivo sostegno alla crescita economica e democratica dei paesi dell’Africa dovrebbero interessare l’intera Europa, in primis il nostro paese.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

Cesaratto. Cosa impedisce all’Italia di sottrarsi alla “dittatura eurista”

Cesaratto SergioNonostante le gravi difficoltà in cui versa l’Italia e i limiti emersi dalla sua adesione alla moneta unica dell’Unione Europea, si continua ad affermare ciò che ormai è divenuto un mantra, ovvero che l’unione politica dell’Europa in una prospettiva federalista non ha alternative. Si preferisce comportarsi come fanno gli struzzi; invece di propendere per una verifica delle reali ragioni che hanno sinora impedito, e che continuano ad impedire, il processo di unificazione politica dell’Europa, si preferisce “ficcare la testa sotto la sabbia”, anziché approfondire le ragioni del diffondersi, in forme sempre più dirompenti, dell’euroscetticsmo e, con esso, del dubbio che il progetto europeo possa essere realizzato.
Nel dibattito pubblico italiano accade infatti di assistere alla celebrazione di ricorrenti kermesse, dove si esalta l’urgenza di rilanciare l’ideale di un Europa Unita, trascurando di approfondire le ragioni del perché questo ideale sia costantemente “tradito”. Viene sempre auspicata la ripresa del processo di unificazione del Vecchio Continente, nonostante che questo auspicio non venga recepito, a causa di un diffuso nazionalismo, un fenomeno originato dalla malformazione della moneta unica, dal suo cattivo funzionamento e dall’inadeguatezza delle istituzioni europee, ed oggi sorretto da spinte populistiche; spinte, queste, che, diventando sempre più consistenti, come in Italia, valgono a radicare un diffuso euroscetticismo, del quale le forze politiche stentano a recepire le ragioni.
Perché accade tutto questo? Perché si continua ad auspicare l’avvento di un futuro europeo fondato sulla realizzazione di valori che, largamente condivisi nel passato, sono ora resi opachi, se non rimossi, dagli egoismi nazionali? Non sarebbe ora che ci si rendesse conto, anche per meglio contestare su basi più razionali quanto sostengono i critici radicali di quella che molti di loro chiamano “dittatura dell’euro? È giusto contrastare il radicalismo euroscettico sul piano culturale e valoriale; ma è anche doveroso, per meglio controargomentare, se possibile, capire le ragioni che ne hanno causato la nascita ed ora la radicalizzazione.
Un libro contro la “dittatura dell’euro” è quello che Sergio Cesaratto ha pubblicato di recente, dal titolo apparentemente “buonista”, ma, profondamente critico nei contenuti e nella proposta. L’idea di uscire dall’Unione Europea e dall’area-euro potrà non essere condivisa; ciò non toglie che l’esposizione delle ragioni del perché la moneta unica e la logica sottostante il funzionamento delle istituzioni europee che la governano risultino penalizzanti per molti Paesi, tra i quali l’Italia, meritano d’essere attentamente considerate; non foss’altro che per trovare una “via di fuga” dalla situazione economica stagnante che la crisi del 2007/2008 ha fatto emergere in tutta la sua gravità, proprio a causa del malfunzionamento della moneta unica e delle istituzioni che la sorreggono.
Questo situazione negativa dell’Italia non è certo attribuibile soltanto ai meccanismi penalizzanti dell’euro; essa è anche il risultato di scelte effettuate nel passato dalla classe imprenditoriale e da quella politica nazionali; ma l’obbligo che incombe ora sul Paese, quello di rispettare le “regole del gioco” stabilite per il governo dell’euro, rappresenta un serio ostacolo al superamento della stagnazione. Ciò accade, non a causa delle “regole del gioco” in sé e per sé considerate, ma per via del fatto che esse non vengono rispettate da tutti i Paesi, soprattutto da parte del Paese (la Germania) che di fatto ha assunto (e, in parte, si è visto assegnare) il ruolo di leader tra i Paesi membri dell’Unione, a causa del pensiero politico-economico ordoliberista professato sacralmente dall’establishment tedesco.
“l’Italia – afferma Cesaratto – è in questi mesi coinvolta nel processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee, processo che dovrebbe costituire una sorta di Maastrcht 2.0”. Ma di fronte al dissenso sulle “regole del gioco” poste a fondamento del funzionamento dell’area-euro, l’Italia e gli altri Paesi che soffrono degli stessi effetti negativi originati dal malfunzionamento di qull’area, devono necessariamente chiedersi, come osserva Cesaratto, se le “regole adottate” non hanno funzionato, perché sono sbagliate, o perché non sono state rispettate. A parere di Cesaratto, il processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee ora in corso sembra orientato a basarsi sulla seconda tesi; ciò perché la strenua difesa ordoliberista degli interessi tedeschi risulta essere incompatibile con il rispetto delle “regole del gioco”, quale esso (il rispetto), alla luce dell’analisi e della storia economica, dovrebbe essere praticato per il corretto funzionamento dell’area valutaria dell’Unione
Secondo l’analisi economica, un gruppo di Paesi, sufficientemente integrati tra loro sul piano degli scambi e del movimento dei fattori produttivi, può avere interesse a creare un’unione monetaria, che risulta ottimale quando eventuali squilibri delle bilance commerciali vengono corretti automaticamente attraverso l’agire delle forze del mercato. L’umanità si era illusa di potersi avvalere, con l’adozione, a livello mondiale, delle “regole del gioco” del sistema aureo classico, il “gold-sandard”, col quale i Paesi partecipanti al commercio internazionale regolavano i loro reciproci rapporti di debito e credito, utilizzando monete nazionali che consistevano di oro o erano liberamente convertibili in oro. Con questo sistema, l’automatismo attivato dal mercato comportava che i Paesi in disavanzo subissero un deflusso di oro (dovendo pagare per le importazioni più di quanto ricevevano a compenso delle esportazioni) e quelli in avanzo, per ragioni opposte, un afflusso netto di oro. La diminuzione dell’oro nei Paesi in disavanzo causava al loro interno una diminuzione di prezzi e un aumento all’interno di quelli in avanzo; i primi Paesi guadagnavano in competitività, mentre i secondi la perdevano, per cui il risultato finale era che gli squilibri della bilancia verso l’estero venissero rimossi.
Un automatismo del tipo descritto può essere esteso anche ad un’area monetaria integrata, all’interno della quale circoli una moneta unica, com’è il caso dell’area-euro: il Paese che perde euro, in seguito a un disavanzo della propria bilancia commerciale andrebbe incontro a una caduta dei prezzi interni, mentre quello con una bilancia in avanzo dovrebbe accettare di subire il fenomeno contrario. Sennonché, com’è stato messo in evidenza da Robert Alexander Mundell, le “regole del gioco”, sia nel caso del sistema aureo classico, che in quello dell’area valutaria dell’euro, non sono state rispettate, in quanto, in entrambi i casi, i Paesi in surplus non hanno accettato il fatto che una loro maggiore inflazione, secondo l’automatismo attivato dalle forze del mercato, favorisse il riequilibrio verso l’esterno delle loro bilance commerciali.
E’ stato così che, nel caso del gold standard, il mancato rispetto delle “regole del gioco”, poste a presidio degli equilibri delle bilance nazionali, ha prodotto, prima, la crisi del mercato internazionale, poi, l’avvento delle dittature e tutto il resto; la mancata osservanza delle stesse “regole del gioco” all’interno dell’area valutaria dell’euro ha sinora prodotto, oltre agli squilibri nelle posizioni debitorie e creditorie dei singoli Stati membri, anche squilibri nelle loro economie reali, determinando sul piano politico, almeno per il momento, solo il diffondersi del fenomeno del populismo; il quale, invece d’essere considerato dagli establishment prevalenti come effetto del mancato funzionamento ottimale dell’area-euro, ne viene ritenuto, irresponsabilmente, la causa.
Da tempo gli economisti hanno avvertito che l’area-euro non poteva dare origine ad un’area valutaria ottimale, in quanto le differenze istituzionali esistenti, proprie dei diversi Paesi membri, giustificavano che ad essi fosse conservata la flessibilità del cambio per aggiustare gli squilibri delle loro bilance; per contrastare la deflazione, gli economisti hanno anche osservato che la mancata trasgressione delle “regole del gioco” da parte dei Paesi in surplus, in particolare da parte della Germania, ha costretto, come sottolinea Cesaratto, i Paesi in deficit a “stringere la cinghia, inducendo una generale tendenza deflazionistica all’economia dell’Unione”, in conseguenza delle politiche di austerità cui quei Paesi sarebbero stati costretti.
Per contrastare la deflazione, gli economisti hanno proposto che gli eventuali surplus delle bilance commerciali “fossero riciclati attraverso trasferimenti fiscali verso i Paesi in disavanzo”. Questa forma di solidarietà, che sarebbe servita anche a supportare la domanda aggregata dell’intera area monetaria europea, implicava un’unione politica, che però non è mai stato possibile realizzare; ciò, perché, i Paesi con bilance in surplus, a partire dalla Germania, smentendo il sogno di buona parte delle forze di sinistra (sorde alle istanze populiste) hanno preferito optare per un’Unione Europea basata su istituzioni minime, volte a fare rispettare il funzionamento di un mercato rigidamente ispirato a principi “laissezfairistici”, senza il vincolo dell’osservanza delle regole implicanti l’ottimalità dell’area valutaria dell’euro.
Perché proprio la Germania, al di là delle esternazioni favorevoli al processo di unificazione politica dell’Europa comunitaria di molti esponenti della sua classe politica e di molti suoi intellettuali, è il Paese che si trova ad essere interessato di fatto ad un’”Europa Minima”? La risposta è da rinvenirsi nel fatto che, oltre all’ideologia ordoliberista che pervade l’intero establishment tedesco, sono le scelte che la Germania è obbligata ad assumere a renderla “ostile” all’unificazione politica dell’Unione, a causa dalla natura strutturale dei suoi surplus di bilancia verso l’esterno (in particolare, verso alcuni Paesi membri dell’Unione).
Si tratta di scelte alle quali la Germania non può sottrarsi, per via del modo in cui la sua ricostruzione economica postbellica è stata impostata, ovvero in funzione delle esportazioni. Su questa base – afferma Cesaratto – le esportazioni e i surplus commerciali sono diventati per l’economia tedesca “uno sbocco inevitabile”. In prospettiva, secondo Cesaratto, l’irrevesibilità della sua struttura produttiva “apre problemi drammatici per l’area euro”, in quanto l’orientamento alle esportazioni “destabilizza le altre economie”, condannandole a “un’eterna deflazione per evitare di essere sommerse dalle esportazioni tedesche e dai conseguenti debiti”. Stando così le cose, “il problema diventa politico, e riguarda la sopravvivenza dell’unione monetaria come area di cooperazione e sviluppo”. Quali opzioni – si chiede Cesaratto – ha a propria disposizione il governo italiano, a fronte di posizioni delle istituzioni europee che concepiscono che le possibili riforme per un “Maastricht 2.0” devono essere solo dirette a rendere sempre più cogente l’obbligo di osservare “regole” che sinora si sono rivelate penalizzati per l’Italia?
Cesaratto conclude affermando che, in vista della prosecuzione dei lavori per la riforma delle istituzioni europee, il Paese farebbe bene a tracciare una “linea del Piave”, intorno alla quale realizzare una vasta coesione di forze politiche, per sancire che un ulteriore proseguimento della governance dell’area valutaria europea secondo le linee sin qui seguite, “sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”; in altri termini, se le cose non dovessero cambiare, s’imporrebbe per l’Italia l’uscita dall’area-euro e dall’Europa!
E’ questa l’unica via di fuga dalla “schiavitù dell’euro”? Secondo altri critici dello status quo europeo, la fuoriuscita da un’area di cooperazione sovrannazionale sarebbe negativa per l’Italia, per cui la ricerca di un’alternativa meno radicale dovrebbe essere oggetto di attenta riflessione da parte dell’establishment italiano dominante; tale ricerca dovrebbe essere perseguita, tenendo conto che l’abbandono del gold standard da parte dell’economia mondiale è stato reso possibile dagli sconvolgimenti internazionali che si erano determinati, mentre la fuoriuscita dell’Italia (e non solo di essa) dall’euro, come molti sostengono, sarebbe ostacolata, non solo perché molti italiani sono ancora legati alla conservazione degli ideali europeisti, ma anche e soprattutto perché si opporrebbe quella parte del sistema produttivo nazionale che risulta ormai integrato irreversibilmente con il sistema economico del Paese europeo egemone, la Germania.
Tenendo conto di questi ostacoli e dell’impossibilità che l’Italia possa superare da sola la stagnazione che la affligge, lo sganciamento dalla “dittatura dell’euro” dovrebbe, più convenientemente, essere intesa come “mossa tattica”, volta e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea. Se la “minaccia” di tale mossa non dovesse sortire alcun effetto, un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione potrebbe consistere in un’iniziativa che l’Italia potrebbe assumere, pur continuando a fare parte dell’Unione e dell’area valutaria dell’euro, per coinvolgere su basi democratiche, sociali e solidaristiche, i Paesi del Sud dell’Europa, inclusa la Francia, e tentare con essi di convenire una politica di cooperazione sopranazionale affrancata il più possibile dall’influenza, negativa sulle loro economie, dell’Europa minima voluta dalla Germania.
Si tratterebbe di un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione che non metterebbe in dubbio la fedeltà al progetto europeo dell’Italia e degli altri Paesi che dovessero aderire alla proposta di cooperazione. Sarebbe comunque un’iniziativa volta ad attenuare la stretta della “dittatura dell’euro” sulle loro economie, ad imitazione di comportamenti che altri Paesi comunitari hanno intrapreso per la tutela dei loro interessi settoriali, giudicati prioritari per la crescita delle loro economie: gli esempi sono il Patto del Trimarium, col quale 12 Paesi dell’Europa orientale hanno deciso di cooperare nel campo delle infrastrutture e dell’energia; oppure l’alleanza di Visegrad, col quale 4 Paesi, sempre dell’Unione Europea, hanno concordato di portare avanti una politica comune riguardo ai problemi dell’immigrazione.
Come nei casi del patto del Trimarium e dell’alleanza di Visegrad, l’Italia, avviando assieme ad altri Paesi membri dell’Unione una cooperazione volta solo ad attenuare gli effetti della “dittatura dell’euro”, in luogo di una fuoriuscita unilaterale dall’Unione, si limiterebbe a perseguire una cooperazione sopranazionale finalizzata alla promozione di iniziative economiche comuni, che da sola non sarebbe in grado di intraprendere.

L’Italia legata alle sorti dell’euro e a quelle del “blocco produttivo”

euroscettico

Il n. 5/2018 del mensile “Limes” raccoglie un insieme di contributi tutti volti a formulare una plausibile valutazione di quanto valga oggi l’Italia (di quale sia, in particolare, il suo peso politico ed economico all’interno dell’Europa comunitaria), partendo dall’assunto che i suoi “mali” sono per lo più riconducibili all’irresponsabilità dei propri cittadini, impegnati da tempo, da incoscienti, a “far saltare tutto”. Il “tema del mese” del periodico è, come sempre, formulato e circoscritto dall’Editoriale, che invita gli italiani a provare a resistere, considerando che l’incoscienza di molti è valsa ad affievolire la capacità di resistenza, al punto da indurre a pensare che il Paese non valga realmente nulla.

L’inizio dell’Editoriale inquadra il tema in un contesto globale, affermando che l’Italia nata dopo la caduta del fascismo, nonostante il processo di modernizzazione sperimentato a livello economico e sociale, “è sempre stata il Sud del Nord e l’Est dell’Ovest”; oggi, però, a causa dell’irresponsabilità forse della maggioranza dei propri cittadini, il Paese sta rischiando di “scadere a Nord del Sud e Ovest dell’Est”, per via del fatto che, al proprio interno, lo storico fossato tra Settentrione e Mezzogiorno, da sempre causa di divisione degli italiani e della loro scarsa affezione al processo di unificazione politica dell’europa, stia continuando ad approfondirsi.

Tutto ciò, secondo l’Editoriale, concorre ad allontanare l’Italia dall’“infragilito baricentro europeo” e a coinvolgerla nel clima di incertezza che trae origine dai conflitti oggi esistenti tra molti Paesi mediterranei e dalla debolezza dei loro regimi politici. La situazione, inoltre, sempre secondo l’Editoriale, distanzierebbe l’Italia anche dalle proprie tradizionali alleanze, in presenza di una tendenza ad allontanarsi dal sogno europeista, al quale, con l’adesione ai Trattati di Roma, si era inteso affidare “il Paese immaturo perché ne correggesse i vizi di postura, l’atavico deficit di statalità”. Il risultato di quell’affidamento sarebbe oggi che l’Italia è tra i Paesi comunitari che meno gradiscono l’affiliazione all’Unione Europea e all’area che ha adottato la moneta unica.

Quest’ultimo fatto sarebbe all’origine della perdita di vista da parte degli italiani della “misura” del loro Paese, nonostante che, sempre secondo l’Editoriale, esso valga più di quanto pensa di valere, sicuramente più di quanto vorrebbe e “ancora più di quanto gli Stati dell’Eurozona gradirebbero”. Eppure, l’idea di quanto l’Italia valga realmente è lontana dal convincimento dei propri cittadini, inducendo gli osservatori stranieri a rimanere “sospesi tra incredulità, dileggio e apprensione […], colpiti dal provincialismo del ceto politico, paradossale in un Paese dall’economia estroflessa”.

Di qui la preoccupazione insorta nelle cancellerie europee dopo le ultime elezioni politiche che hanno registrato il successo di Lega e M5S, formazioni politiche “non conformi al galateo atlantico europeista, ineducate alle maniere e alle astuzie della diplomazia internazionale”. Le capitali europee, soprattutto Berlino e Parigi, paventano perciò che, se l’Italia non dovesse riuscire a correggere la rotta che i partiti ora al governo intendono farle percorrere, essa (l’Italia) sarà responsabile della distruzione dell’euro e dell’Unione Europea; ciò a causa degli squilibri cui l’azione delle nuove forze governative darebbe origine a livello dell’”intero assetto euroatlantico”, con effetti imprevedibili, “ma – a parere dell’Editoriale – certamente sistemici. Perché sistemica è a suo modo l’Italia, o almeno tale è percepita da chi ne condivide la moneta”.

Sono vere le preoccupazioni destate negli altri Paesi comunitari dalle potenziali minacce, evocate ai danni dell’euro e del progetto europeo dai risultati elettorali conseguiti in Italia da forze politiche critiche nei confronti delle istituzioni bruxellesi? Un autorevole economista tedesco, Clemens Fuest, presidente dell’”Institute for Economic Research di Monaco” (IFO), ha di recente dichiarato all’”HuffPost” (un blog noto fino al 2016 come The Huffington Post) che con “l’Italia ancora in stagnazione, se dovesse di nuovo andare in crisi, l’euro fallirebbe.

Nella fase attuale, secondo Fuest, il vero Stato da tenere d’occhio sarebbe solo uno: l’Italia; perché l’avvento di una crisi finanziaria originata dall’Italia, che dovesse colpire duramente la Germania, “sarebbe l’unico evento che potrebbe far davvero saltare l’euro e l’eurozona”. Il salvataggio greco in confronto verrebbe a configursi “come un gioco da ragazzi”.

Il pericolo imputabile all’Italia paventato dalla Germania, ai danni della propria economia, dell’intera eurozona e del progetto europeo, per via della possibile crisi della moneta comune, induce Fuest ad affermare che, per prevenire che esso possa materializzarsi, sarebbe plausibile adottare a livello comunitario una clausola che consentisse a qualsiasi Paese in continuo stato di stagnazione di abbandonare la moneta unica. Ciò perché, a suo parere, l’Europa ha bisogno di stabilità, che la situazione italiana ha sempre reso instabile, in quanto la decisione di ammettere l’Italia nel “gruppo di testa dell’euro” è stata assunta solo per ragioni politiche; dal punto di vista strettamente tecnico, l’Italia, per Fuest, non era nella condizione di rispettare “i termini d’ingresso”. Su quella decisione ha pesato il fatto – afferma Fuest nell’intervista concessa a Tonia Mastrobuoni, il cui testo è pubblicato su Limes (n. 5/2018) – che “per l’industria tedesca spariva un ostacolo rilevante per esportare in Paesi come [l’Italia], usi a svalutazioni competitive” (Beata sincerità!, verrebbe da dire, dalla quale però Fuest non deriva le necessarie implicazioni).

Al parere di Fuest sembra aderire Sabino Cassese che, in un’intervista (concessa a Luca Caracciolo e Niccolò Locatelli, il cui testo è anch’esso pubblicato su Limes n. 5/2018 col titolo “Il vincolo estero come rimedio al deficit di Stato”), afferma che il “vincolo esterno” alla sovranità, espresso dall’adesione del Paese al gruppo di testa dell’euro, sarebbe stato determinato dalla volontà del Paese di autoimporselo, per via della consapevolezza del proprio deficit di statalità e nella convinzione che l’associazione al novero dei Paesi virtuosi europei sarebbe valsa a trasformarla in Paese virtuoso.

In tal modo – era questo il ragionamento prevalente – sarebbe stato possibile fare fronte al deficit di statalità, dovuto al fatto che l’Italia, pur dopo il conseguimento dell’unificazione politico-territoriale, è rimasta divisa sul piano economico e sociale è rimasta divisa; divisione che, nonostante brevi periodi di convergenza vissuti dalle due macro aree (quella settentrionale e quella meridionale), non solo si è conservata, ma negli ultimi decenni si è addirittura approfondita, rappresentando cosi anche una causa della fragilità del sistema-Paese, la quale, prefigurando un continuo pericolo di instabilità per il resto dell’Europa comunitaria, espone l’Italia alla possibile estromissione dall’eurozona.

A questa possibile estromissione non credono Paolo Caselli a Gabriele Pastrello, che in “Senza l’Italia salta l’euro ma anche l’Europa tedesca” (Limes n. 5/2018), affermano che l’Italia è troppo importante perché la sua estromissione dall’area euro non comporti una “crisi tale da colpire anche Berlino”. Ciò, a parere degli autori, avverrebbe perché la globalizzaziome, il ruolo sempre più importante della Germania in Europa e nel mondo e la crisi persistente dell’Italia sono fenomeni oggi così “strettamente connessi” che l’uscita dell’Itali dall’euro non tarderebbe a causare la diffusione di una crisi in tutta l’area europea. Perché, secondo Caselli e Pastrello, ciò accadrebbe?

Con la globalizzazione, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso e basata sul ruolo delle tecnoscienze informatiche – argomentano gli autori – si è avuta una destrutturazione del sistema produttivo mondiale; la disarticolazione produttiva, che ne è seguita ha comportato “l’integrazione nella rete di grandi imprese multinazionali di segmenti della fabbricazione di un prodotto finale”. Le produzioni dei segmenti produttivi disarticolati “a un livello molto vicino al prodotto finale” venivano assemblate all’interno del Paese che provvedeva alla sua distribuzione commerciale nel mondo; in questo modo, il processo produttivo veniva “‘spacchettato’ in varie fasi, ma le unità produttive decentrate [dovevano] produrre le parti intermedie secondo criteri di efficienza e produttività proprie dell’impresa madre”, ma con l’utilizzazione di know-how tecnologico non sempre disponibile all’interno del Paese assemblatore.

Anche in Germania, all’inizio degli anni Novanta, l’industria manifatturiera tedesca – affermano Caselli e Pastrello – “ha cominciato a decentrare fasi della propria produzione nei vicini Paesi” (soprattutto dell’Est europeo); tale processo, favorito dal basso costo della forza lavoro e dalla vicinanza geografica dei Paesi delocalizzatori, ha promosso la formazione di un “blocco produttivo tedesco” al quale si sono aggiunte le economie, dopo quelle dei Paesi dell’Est europeo, di altri Paesi economicamente più avanzati, come l’Olanda e l’Austria, ma anche, in tempi successivi, “pezzi rilevanti” dell’industria manifatturiere delle regioni del Nord dell’Italia.

Anche l’economia italiana, perciò, per via delle sue molteplici interrelazioni industriali approfonditesi con la Germania, risulta integrata (sia pure per il tramite della parte del Paese economicamente più avanzata) nel blocco produttivo tedesco. La formazione di tale “blocco”, secondo Caselli e Pastrello, “ha provocato la trasformazione della Germania da Paese esportatore (soprattutto di prodotti finiti) a piattaforma industriale, ovvero, a centro di distribuzione territoriale delle fasi produttive del “blocco”, i “cui risultati vengono convogliati nel Paese centrale la cui industria è in gran parte dedicata all’assemblaggio”.

Stando così le cose, la Germania, nel momento in cui sono in corso di ridefinizione le relazioni economiche tra le grandi aree economiche del mondo non ha ora alcun interesse a vedere restringersi l’area dell’euro, a causa della fuoriuscita dall’eurozona di qualche Paese che attualmente ne fa parte. Ciò perché l’eventuale uscita di uno dei Paesi membri dell’eurozona determinerebbe il venir meno, non solo dei vantaggi dei quali l’economia tedesca ha goduto grazie al mercato interno europeo (che gli economisti tedeschi, come Clement Fuest, tendono ad ignorare), ma darebbe origine a conseguenze negative per tutta l’Europa comunitaria, cui “nemmeno la potente economia tedesca – concludono Caselli e Pastrello – potrebbe sottrarsi”.

Per le ragioni indicate, sono allarmistiche le dichiarazioni di Fuest, perché l’Italia, pur con tutte le sue debolezze, è un Paese troppo importante (a dispetto di quanto sia disposta a riconoscere la maggioranza dei suoi cittadini) per farlo fallire, ma soprattutto troppo importante perchè si continui a conservarlo nell’area dell’euro. Ciò perché, la sua eventuale uscita dall’eurozona sarebbe traumatica, non solo per l’Italia stessa, ma soprattutto per la conservazione dell’area valutaria europea che, sia pure ad egemonia tedesca, non sarebbe in grado di reggere il confronto con le altre aree valutarie competitrici e di continuare a perseguire il processo dell’integrazione del Vecchio Continente.

Ovviamente, ciò non significa che l’Italia non debba e non possa utilizzare il “peso” economico che riveste, ai fini della conservazione e dell’ulteriore potenziamento dell’area valutaria europea ad egemonia tedesca, per promuovere un processo di revisione dei meccanismi della moneta unica, giudicati penalizzanti per l’economia di molti dei Paesi membri; meccanismi che sono da tutti considerati la causa dei persistenti surplus delle bilancia commerciale tedesca, ai quali sono altrettanto riconducibili le situazioni di stagnazione delle economie di altri Paesi comunitari, tra i quali l’Italia.

Tuttavia, l’Italia deve cessare di fare affidamento sugli “aiuti esterni” per rimuovere le proprie debolezze; a tal fine, dovrà pensare a come attenuare gli effetti negativi esercitati sulla propria economia dal tradizionale problema del Mezzogiorno; l’eventuale soluzione di quat’ultimo, oltre a contribuire a realizzare una maggior considerazione per il proprio Paese da parte degli italiani, rappresenterebbe anche un valido supporto per consentire alla struttura produttiva delle regioni del Nord di conservare all’interno del blocco produttivo ad egemonia tedesca il necessario peso economico, al fine di assicurare all’Italia il riconoscimento, da parte dell’estero, della sua valenza, affrancata da ogni possibile dileggio.

Gianfranco Sabattini

 

STALLO SUPERATO

Giuseppe-ConteDopo una lunghissima riunione, al summit dei ventotto Paesi Ue, si è approdati ad un accordo. L’Unione Europea è salva e potrà proseguire il suo cammino.

Il premier Giuseppe Conte, lasciando all’alba il vertice europeo, visibilmente soddisfatto, ha elencato, un articolo dopo l’altro, il testo delle conclusioni del summit per dimostrare come i partner Ue abbiano recepito e sottoscritto molte delle richieste del piano in dieci punti presentato da Roma. Conte ha detto: “E’ stato un lungo negoziato. Da questo Consiglio europeo esce un’Europa più responsabile e solidale: l’Italia da oggi non è più sola”.

Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, dopo una maratona di trattative durata tredici ore, con un laconico messaggio su Twitter poco dopo le 4,30 della notte, ha annunciato il superamento dello stallo di ieri al vertice di Bruxelles: “I leader dell’Europa a 28 hanno raggiunto un accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo, incluso il tema delle migrazioni”.

Era stata proprio l’Italia ad opporsi alle conclusioni del Consiglio. Nella giornata di ieri, proprio la posizione italiana aveva fatto saltare la prevista conferenza stampa dello stesso Tusk con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Roma infatti aveva chiesto che fosse subordinata a un’intesa su tutti i contenuti del documento, compresa la questione della gestione dei flussi migratori. Il premier italiano, scontrandosi fra gli altri con il primo ministro svedese, Stefan Lofven che gli ha rinfacciato un atteggiamento non appropriato, ha rivendicato: “Sono un giurista e questo documento ha un solo numero di protocollo, dunque va approvato in toto o l’Italia non ci sta”.

Nella prima giornata del vertice si sono inseguite le indiscrezioni, diffuse prima da parte francese e poi da parte delle fonti governative italiane, sui possibili contenuti dell’accordo cui stavano lavorando il presidente Emmanuel Macron e il leader italiano. Illustrandoli, Conte all’alba di venerdì ha spiegato: “E’ passato il principio che il tema della regolazione dell’emigrazione e della gestione dei flussi migratori deve essere affrontato secondo un approccio più integrato, come avevamo richiesto, che riguardi sia la dimensione esterna, sia quella interna, sia il controllo delle frontiere”. Inoltre, ha sottolineato, “è affermato il principio chi arriva in Italia arriva in Europa”. Testualmente, in realtà, in questo punto delle conclusioni è scritto che la sfida dell’immigrazione “non riguarda un singolo Stato membro, ma l’Europa nel suo insieme”.

Conte ha continuato: “Nel paragrafo 3 è affermato il principio che tutte le navi che solcano il Mediterraneo devono rispettare le leggi, quindi anche le Ong, e non devono interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. Questo punto nella prima bozza non c’era.

Il premier Conte ha poi citato il paragrafo 5, che afferma: “Il principio di un nuovo approccio per quanto riguarda il salvataggio in mare: d’ora in poi si prevedono azioni basate sulla condivisione e quindi coordinate tra gli Stati membri”. Conte ha continuato: “Sempre al paragrafo 5 è prevista poi la possibilità di creare, di istituire dei centri di accoglienza per consentire lo sbarco, e se del caso il transito dei migranti anche verso paesi terzi sotto il coordinamento e la cooperazione dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni”. Questo punto riguarda le “piattaforme di sbarco regionali” al di fuori dell’Europa, e in particolare in Nordafrica, di cui già si parlava nella prima bozza di conclusioni. Tra le altre rivendicazioni di palazzo Chigi, i 500 milioni di finanziamento del fondo per l’Africa e la dichiarazione di principio sulla necessità di riformare il regolamento di Dublino.

Infine, il punto della possibilità di creare centri di accoglienza negli Stati membri ma su base volontaria. Si tratta, in sostanza, della prefigurazione di quella “coalizione dei volenterosi” di cui parlava nei giorni scorsi la cancelliera Merkel: un accordo fra gli Stati membri che vorranno effettivamente condividere la gestione dello smistamento dei migranti dopo il loro salvataggio in mare e sbarco nei “centri di accoglienza” (o, come vengono chiamati nelle conclusioni, “centri controllati”) che funzioneranno “con il pieno sostegno dell’Ue”.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, all’uscita dal Consiglio, ha detto: “L’accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo sull’immigrazione, raggiunto stamattina dopo una lunga notte di negoziati, è una tappa importante perché siamo riusciti a ottenere una soluzione europea e un lavoro di cooperazione. L’Europa vivrà ancora per lungo tempo la sfida dell’immigrazione: dobbiamo farvi fronte a restando fedeli ai mostri valori. In molti avevano previsto che non ci sarebbe stato un accordo, che sarebbe stato il trionfo delle soluzioni nazionali. Stasera siamo riusciti a trovare una soluzione europea”.

Angela Merkel ha definito ‘un buon segnale’ il fatto che sia stato raggiunto un accordo a 28. La cancelliera, che rischia la tenuta del suo governo, è riuscita ad ottenere il riferimento ai movimenti secondari. Infatti, nel documento si legge: “I paesi devono prendere tutte le misure necessarie e collaborare strettamente tra di loro per contrastare i movimenti secondari”. Si tratta ora di capire se basterà a Horst Seeheofer, il ministro tedesco falco.

Secondo il premier polacco, Mateusz Morawiecki, la chiave che ha aperto la porta ad un’intesa, è stata la volontarietà di partecipare ai meccanismi che sono stati introdotti. Di sicuro i leader sono riusciti a trovare un compromesso su cui pochi avrebbero scommesso alla vigilia della riunione e l’Italia porta a casa un segnale forte dopo una trattativa a tratti anche dura, portata avanti dall’inizio con l’intenzione di chiudere a 28.

Dal vertice è anche venuto il via libera al rinnovo delle sanzioni alla Russia, che ora dovranno essere adottate formalmente. Quindi, non è stata accolta la proposta dell’Italia, fortemente voluta da Salvini, di ridurre le sanzioni alla Russia. Anzi, c’è stata un’estensione delle sanzioni.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha manifestato scetticismo sugli accordi di Bruxelles, dicendo: “Non mi fido delle parole vediamo che impegni concreti ci sono perché finora è sempre stato ‘viva l’Europa viva l’Europa, ma poi paga l’Italia. Vediamo che principi, che soldi e che uomini ci sono, fermo restando che i principi fondamentali era e continua ad essere la protezione delle frontiere esterne, non lasciare sola l’Italia, in investimento vero in Africa e non a parole”. Poi, Salvini ha annunciato: “Le navi delle Ong non vedranno più l’Italia se non in cartolina, ribadendo il no all’accesso ai porti per le navi umanitarie. Ora ci sono due navi davanti alla Libia di Proactiva Open Arms. Chiedo che oggi stesso pubblichino l’elenco dei finanziatori. Loro e le altre Ong, fanno politica, mi danno del razzista e del fascista ma, come dicono i militari italiani e libici, aiutano gli scafisti. L’unico modo per bloccare l’esodo è permettere a quelle ragazze e a quei ragazzi di avere un futuro nelle loro città”. Il vicepremier e ministro dell’ Interno, Matteo Salvini, ospite di “Circo Massimo” su Radio Capital, ha così commentato i risultati del vertice europeo.

Oggi le Borse europee si presentano toniche in mattinata, in recupero dopo le recenti perdite, spinte anche dall’accordo raggiunto nella notte a Bruxelles sui migranti.

Un accordo, tuttavia, non del tutto chiaro e lacunoso che ha lasciato aperte molte problematiche gestionali. Sicuramente positivo è stato il segnale unitario dell’Ue.

Salvatore Rondello

LA TRATTATIVA

Lifeline-Malta

Dopo giorni di incertezza e una lunga trattativa che ha coinvolto diversi paesi dell’Unione Europea tra cui l’Italia, oggi il premier Giuseppe Conte ha annunciato che la nave Lifeline attraccherà a Malta. “Ho appena sentito al telefono il presidente Muscat: la nave della Ong Lifeline attraccherà a Malta. Con il presidente maltese abbiamo concordato che l’imbarcazione sarà sottoposta a indagine per accertarne l’effettiva nazionalità e il rispetto delle regole del diritto internazionale da parte dell’equipaggio”. “Coerentemente con il principio cardine della nostra proposta sull’immigrazione, secondo cui chi sbarca sulle coste italiane, spagnole, greche o maltesi, sbarca in Europa – ha continuato Conte – l’Italia farà la sua parte e accoglierà una quota dei migranti che sono a bordo della Lifeline, con l’auspicio che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso come in parte già preannunciato”.

I 234 migranti a bordo saranno divisi tra 5-7 Paesi Ue che li accoglieranno. La soluzione dopo una serie di contatti tra governi. Di certo di Macron (in visita in Vaticano dal Papa) con il premier Muscat, che ha sentito anche Conte.  Ma Malta, nonostante le dichiarazioni di Conte, non ha ancora dato il via libera in quanto sull’accordo per la redistribuzione dei migranti tra vari paesi ci sono frizioni. E per questo non c’è ancora il via libera di Malta all’approdo della Lifeline sull’isola secondo quanto riferiscono fonti del governo della Valletta a Malta Today, aggiungendo che il consenso all’attracco della nave dell’Ong è subordinato all’accordo tra 6 Paesi europei per la distribuzione dei migranti a bordo. Al momento, precisa il giornale maltese, manca il sì di altri due Paesi. “Lo sforzo diplomatico del primo ministro di Malta e delle istituzioni europee sta portando a un accordo ad hoc per la distribuzione dei migranti che si trovano a bordo della Lifeline, tra un certo numero di Stati membri disposti”, ha detto su Twitter l’ambasciatore maltese a Roma Vanessa Frazier. “Nel caso in cui la nave entri nei porti maltesi – conclude in un altro tweet – verranno effettuate indagini ed intraprese possibili azioni nei confronti della Lifeline che ha ignorato le istruzioni impartite dalle autorità italiane, in conformità alle norme internazionali, determinando questa situazione”.

Ma sembra sorpreso l’equipaggio della nave, che dice di aver appreso la notizia da Twitter, come anche già avvenuto negli ultimi giorni, quando “nessuno ha mandato un messaggio diretto”, scrivono. “Grazie per il sostegno di Malta ma ora abbiamo bisogno che i Paesi europei accolgano i migranti”.

Preoccupata la Commissione europea: “Seguiamo da vicino vicenda” ha detto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. “Il presidente Juncker e Muscat stanno lavorando in piena collaborazione per trovare una soluzione per le persone a bordo della Lifeline e trovare un porto dove possano sbarcare” ha aggiunto una portavoce della Commissione europea.

Intanto Malta annuncia l’apertura di “un’inchiesta sul capitano della Lifeline che ha ignorato le istruzioni delle autorità italiane date in accordo alle leggi internazionali”. Ed allo stesso tempo – si legge in un comunicato del gabinetto del premier Joseph Muscat – esorta “gli Stati volenterosi a proseguire la condivisione di responsabilità per evitare un’escalation della crisi umanitaria”.

La vicenda della Lifeline è iniziato circa una settimana fa, quando la nave è intervenuta in soccorso di 300-400 migranti a bordo di un gommone a largo delle coste libiche. I soccorritori hanno chiesto aiuto alla guardia costiera italiana o a qualche mercantile che incrocia in zona. Ma le risposte arrivate sono state tutte negative. La nave è intervenuta in acque Sar (Ricerca e soccorso) ed è stata la guardia costiera di Tripoli a coordinare l’operazione. Una motovedetta è stata inviata sul posto. “Ci aspettiamo – dicono dalla ong – un comportamento professionale e che le forze libiche rispettino la legge internazionale”.

Sull’intervento della Lifeline è intervenuto il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Danilo Toninelli che, dopo il salvataggio, ha chiesto alla Guardia Costiera italiana di avviare un’indagine. “La nave sta agendo in acque libiche fuori da ogni regola, fuori dal diritto internazionale. Hanno imbarcato circa 250 naufraghi senza avere i mezzi tecnici per poter garantire l’incolumità degli stessi naufraghi e dell’equipaggio”, aveva scritto su Facebook. Chiedendo poi il sequestro della nave.

Dazi e controdazi, la guerra commerciale di Usa e Ue

europa usaE’ iniziata la guerra dei  dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea. La  Commissione Ue  ha adottato il regolamento che fungerà da risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio imposti dal presidente  Donald Trump. Lo ha annunciato la commissaria europea al Commercio  Cecilia  Malmström dicendo: “Le nuove misure entreranno in vigore venerdì 22 giugno e colpiranno una lista di prodotti per un valore totale di 2,8 miliardi di euro”.

In una nota diffusa a Bruxelles, Cecilia Malmstroem ha precisato: “Non volevamo arrivare a questo. Ma la decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti di imporre tariffe su acciaio e alluminio non ci ha lasciato altra scelta. Le regole del commercio internazionale, che abbiamo sviluppato mano nella mano con i nostri partner americani, non possono essere violati senza una reazione da parte nostra”.

La commissaria al Commercio ha quindi sottolineato: “La risposta dell’Unione europea è misurata, proporzionata e pienamente in linea con le regole del Wto: non serve dire che, se gli Stati  Uniti  rimuoveranno le loro  tariffe, saranno rimosse anche le nostre misure”.

Le contromisure europee colpiranno alcuni dei prodotti simbolo degli States: dai jeans  Levi’s  alle celebri motociclette  Harley  Davidson, fino alle sigarette  e il burro d’arachidi. La norma colpirà diversi generi commerciali, con un dazio che secondo la Commissione europea sarà del 25%.

La ritorsione è stata varata per le tariffe imposte dall’Amministrazione Usa all’import europeo di metalli. In totale sono state colpite circa 200 categorie in svariati settori, acciaio ovviamente compreso, ma anche bevande come i succhi di frutta ed il bourbon ‘made in Usa’. Una tariffa del 10% sarà imposta sulle carte da gioco. Trump ha applicato il dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio (inizialmente sospeso, ma scattato a inizio giugno).

Il provvedimento sui dazi, è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale UE, per una immediata entrata in vigore il giorno successivo, domani 22 giugno. Si tratta della prima fase di una campagna di reazione alle misure della Casa Bianca. La Ue si è già riservata di introdurre tariffe dal 10 al 50% su prodotti Usa importati in Europa per un valore di altri 3,6 miliardi di dollari non oltre il 23 marzo 2021.

A colpire negativamente gli europei è stata anche la motivazione formale per i nuovi dazi Usa, in base a una imprecisata minaccia alla sicurezza nazionale. Anche il Messico ha reagito ad analoghe misure, mentre il Canada lo farà dal primo luglio. Sullo sfondo aleggia una più vasta guerra commerciale tra Usa e Cina. Le conseguenze sul commercio internazionale e sui mercati finanziari cominciano a farsi sentire: gli effetti sull’economia globale, secondo gli esperti, dipenderanno dal fatto che si possa fermare o meno la spirale di mosse e contromosse ritorsive.

Trump ha anche minacciato di imporre un dazio del 25% sulle auto ‘made in Europe’ importate negli States, rispetto all’attuale 2,5 per cento. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, circola la proposta tedesca di una abolizione reciproca dei dazi sull’auto, che è del 10% nella Ue: le principali case tedesche, da Volkswagen a Bmw e Daimler, non avrebbero obiezioni. Del resto, i dazi sull’import di auto nella Ue si stanno già eliminando o riducendo per costruttori di altri Paesi. Ad esempio, per le case sudcoreane, in seguito al Free Trade Agreement tra Seul e Bruxelles. Il futuro Fta tra Ue e Giappone contempla anch’esso un processo di riduzione, sia pure molto graduale, dei dazi sull’auto made in Japan. Per le case tedesche è molto più pericolosa l’introduzione di dazi americani che non una maggiore apertura del mercato europeo alle auto made in Usa. Un azzeramento reciproco implicherebbe un altro vantaggio per gli europei: la cancellazione dei dazi Usa del 25% su pickup e grandi van. Ma questo dovrebbe trovare opposizione nei sindacati americani.

Secondo i calcoli del Wsj, nonostante gli investimenti diretti negli States, ancora oggi Daimler e Bmw realizzano il 10% delle loro vendite attraverso l’export negli Usa. Anche i costruttori giapponesi sono molto spaventati dalla prospettiva di barriere all’ingresso nel secondo mercato mondiale.

Dalla guerra commerciale sui dazi non ci saranno vittorie ma solo sconfitte. La sconfitta peggiore riguarderà l’economia nella sua interezza con tutte le conseguenze immaginabili tipiche della recessione. Ad essere colpiti per primi saranno i lavoratori e le fasce reddituali più basse.

Salvatore Rondello

“Accesso al cibo” e diritto alla dignità della persona

20716_stefano-rodota“L’identità – la sostanza di ciò che siamo e del modo in cui siamo in relazione con gli altri – si trova nel mezzo di uno straordinario tumulto”; con questa frase, di uno studioso americano, riferita al rapporto sempre più intenso della persona con la “Rete” Stefano Rodotà, nel volume postumo “Vivere la democrazia”, apre la riflessione “sul tumultuoso vivere” dell’età contemporanea, che ha determinato un concetto di “identità digitale” della persona, allontanandola da quella fisica.
L’avvento delle tecnoscienze informatiche, infatti, “sembra portare con sé – afferma Rodotà – il congedo dell’identificazione della fisicità”; in tal modo, l’identità personale ha teso a farsi astratta, affidata a “codici segreti, parole chiave, algoritmi”, ma l’incertezza della identificazione del soggetto, connessa alla digitalizzazione dei suoi “dati” personali, ha determinato un ritorno alle sue “componenti fisiche”.
Ciò è accaduto anche per via del fatto che la normativa europea sul problema dell’identità “ha privilegiato l’attenzione per la persona nella dimensione del consumo, facendo appunto della tutela del consumatore uno degli oggetti primari della sua attenzione”. Si tratta, però, secondo Rodotà, di un’identificazione parziale della persona, in quanto espressiva di una identificazione formulata solo in funzione del mercato; non casualmente, questa formulazione è stata giudicata insufficiente dalla stessa Unione Europea, che nella “Carta dei diritti fondamentali”, proclamata nel 2000, ha messo in evidenza l’insufficienza di un quadro istituzionale concernente la persona “sostanzialmente organizzato intorno al mercato”.
Spostando l’attenzione “dalla sola logica economica a quella dei diritti”, la “Carta” europea ha sottratto la definizione dell’identità personale ad un unico fattore totalizzante, considerando che se la persona fosse, ad esempio, identificata con il consumatore, si costituzionalizzerebbe solo un’identità personale impoverita, “collocata interamente nel mercato”, mentre i “dati” dell’identità assumerebbero una valenza solo funzionale al funzionamento di quest’ultimo. In tal modo, la “Carta” ha stabilito che l’identità della persona non possa essere definita in funzione degli interessi di soggetti esterni ad essa; al contrario, deve essere formulata per il tramite di un contesto all’interno del quale i diritti fondamentali della persona “possano ottenere non solo riconoscimento, ma attuazione”.
Il contesto all’interno del quale definire l’identità personale, pertanto, non può che essere il diritto; così come è avvenuto in corrispondenza di ogni stadio del processo di civilizzazione dell’umanità; il diritto può contribuire a creare una nuova “antropologia”, incorporante nella naturalità dell’uomo i nuovi valori che si sono affermati sul piano culturale. Infatti, ogni grande operazione giuridica che ha scandito il lento processo di civilizzazione, è valsa a disegnare un “suo modello di persona, che non era mai la semplice registrazione di una natura ‘umana’, ma un gioco sapiente […] di selezione di ciò […] che poteva trovare accoglienza nello spazio del diritto e quel che doveva restarne fuori, di ciò che poteva entrare in quello spazio con i suoi connotati ‘naturali’ e quello che esigeva una metamorfosi resa possibile proprio dall’artificio del diritto”. Lungo tutto il percorso della civilizzazione è stata di continuo realizzata un’estrazione “dalla naturalità dell’uomo di una figura sommamente artificiale qual è il cittadino, affidando alla legge, e solo alla legge, la definizione del suo perimetro”. Proprio per questo, sostiene Rodotà, è legittimo parlare di creazione di una nuova antropologia.
Durante il percorso di civilizzazione, se l’affermazione dei valori della Rivoluzione del 1789 (libertà, uguaglianza e solidarietà) è stata il connotato della modernità, l’affermazione del valore della dignità rappresenta il caratteri specifici del Novecento; non casualmente, perciò, a partire dalla modernità, si può parlare del passaggio dall’homo hierarchicus” di prima dell’89, all’”homo aequalis” di dopo, sino all’”homo dignus” dell’età contemporanea, dove la rilevanza assunta dalla dimensione della dignità ha indotto a proporne una considerazione che – afferma Rototà – “la assume come sintesi di libertà ed eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della democrazia”.
Il processo di costituzionalizzazione del valore della dignità, passando attraverso le costituzioni democratiche del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha continuato sino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, la quale ha sancito che “proprio la dignità fosse il segno forte della prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio”, associando ad essa la dimensione esistenziale dell’uomo: “Dignità e lavoro – afferma Rodotà – sono i due nuovi punti di avvio” del processo di civilizzazione, che è valso a collocarli “in un contesto nel quale assume rilevanza primaria la condizione reale della persona, per ciò che la caratterizza nel profondo (la dignità) e per quel che la colloca nella dimensione delle relazioni sociali (il lavoro)”. Così, il soggetto astratto è stato calato nella sua dimensione di persona concreta, è stata rivestita di un esoscheletro che, tramite il diritto, è valso a sottrarla al pericolo che le tecnoscienze la trasformassero in “persona digitale”, sconnessa dalla sua fondazione umana.
La tutela costituzionale della dignità dell’uomo ha cessato d’essere affidata a un qualche principio astratto, sovrastante i valori delle modernità (libertà, uguaglianza e solidarietà), per essere calata all’interno del loro intrecciarsi con il valore della dignità stessa, dal quale l’uomo “riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa dignità umana”, fondata sul diritto alla vita e, dunque, sul diritto di accesso alle risorse materiali per il pieno e autonomo svolgersi della sua esistenzialità.
L’affermazione del diritto di “accesso al cibo” – secondo Rodotà – è recente e rappresenta il traguardo di una lunga trasformazione caratterizzata dal passaggio da forme di benevolenza individuale e collettiva a specifici doveri delle istituzioni pubbliche, impegnate a rendere possibile un accesso sempre più diretto delle persone ai “beni della vita”. Il diritto alla vita (o diritto al cibo) è divenuto così il “punto di convergenza di molteplici principi giuridici, dando ad essi particolare concretezza e contribuendo alla fondazione di un nuovo ambiente politico-istituzionale”. In questo modo, il diritto alla vita si è trasformato in una componente ineludibile della dignità della persona, che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha dichiarato, come si è detto, “inviolabile”.
Ciò significa che il diritto alla vita dei componenti le comunità politiche, che hanno costituzionalizzato il valore della dignità della persona, è divenuto il centro di un’”articolata costellazione istituzionale”, nella quale si invera la democrazia dei diritti. Nello stesso tempo, l’assunzione, da parte dell’organizzazione dello Stato, della responsabilità di garantire il diritto di “accesso al cibo”, come lo chiama Rodotà, sta imponendo alla società contemporanea specifiche modalità di governo; modalità implicanti, da una parte, che l’obbligazione pubblica di assicurare il diritto alla vita dei cittadini sia presa sul serio; dall’altra parte, che il coinvolgimento degli stessi cittadini nel determinare le forme con cui soddisfare i loro stati di bisogno esistenziali avvenga non “attraverso proclamazioni astratte”, ma con la promozione di tutte le iniziative sul piano dell’informazione e della formazione, perché essi (i cittadini) siano resi consapevoli del fatto che le politiche pubbliche attuate rispondono realmente al rispetto di tutti i loro diritti.
In tal modo, la soddisfazione del diritto alla vita assume caratteristiche – osserva Rodotà – “che contribuiscono alla migliore definizione dello stesso processo democratico”, diventando essenziali per il pieno e reale rispetto dei principi fondamentali della modernità, ovvero dei principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Il diritto al cibo, concorrendo a dare piena attuazione alla dignità personale, diventa infatti il presupposto per dare una risposta sul piano sostanziale a quei principi che, sanciti dalla Rivoluzione del 1789 e ribaditi da tante costituzioni ad essa successive, sono rimasti per lo più solo delle proclamazioni, che non sono valse, malgrado i progressi realizzati con l’età moderna, a rimuovere i fenomeni della disuguaglianza sociale e della povertà ereditati dal passato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, dichiarando l’inviolabilità della dignità della persona, ha statuito la congiunzione della sfera privata e di quella pubblica, collocando il diritto al cibo – afferma Rodotà – “a pieno titolo tra quei diritti di cittadinanza che devono accompagnare nel mondo ogni persona, quale che sia la sua condizione”.
In questa prospettiva è divenuto evidente il novo ruolo che è chiamata a svolgere l’economia, nel momento in cui essa si sta trasformando da “economia della scarsità” (qual era nell’età premoderna e per gran parte di quella moderna), in “economia dell’abbondanza”, le cui conseguenze sono destinate ad affievolire e, alla lunga, a rimuovere del tutto la possibilità che il diritto al cibo (e, dunque, alla dignità personale) sia garantito attraverso il lavoro, tradizionale titolo in base al quale la persona ha potuto partecipare alla ripartizione del prodotto sociale.
Oggi, con il restringersi delle tradizionali opportunità lavorative a causa del crescente approfondimento capitalistico dell’attività produttiva, la ripartizione del prodotto sociale non può che avvenire sulla base di nuove modalità; questa ineludibile necessità, compatibile con uno stabile funzionamento dell’intero sistema produttivo, può essere soddisfatta solo attraverso quella che Rodotà definisce una “vera e propria” nuova rivoluzione costituzionale, con cui sostituire la rivoluzione della modernità, che aveva legato i valori della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà al soggetto moderno, con quella della contemporaneità, per legare la dignità della persona, oltre che ai valori della prima rivoluzione costituzionale, alla “sua concretezza e materialità”.
L’implicazione di questa conclusione non può che essere la messa a punto di una nuova strumentazione istituzionale, che adegui la distribuzione del prodotto sociale alle nuove modalità di funzionamento dell’economia dell’abbondanza. Rodotà lega la nuova strumentazione istituzionale alla identificazione dei cosiddetti “beni comuni”, cioè a quei beni che, in virtù del loro caratteristiche strutturali, sono “direttamente” necessari per la soddisfazione dei diritti fondamentali della persona.
In realtà, ipotizzare di poter garantire la dignità “costituzionalizzata” della persona sulla base dei soli beni comuni è riduttivo. L’utilizzazione di tali beni, è sicuramente un corollario di tutta l’analisi compiuta da Rodotà, ma riferirsi unicamente ad essi per garantire l’accesso al cibo, non consente di cogliere le urgenze sollevate dall’avvento dell’economia dell’abbondanza.
L’analisi di Rodotà risponde sicuramente meglio alle conclusioni cui egli era pervenuto nel volume “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, dove egli affermava che la questione del “diritto all’esistenza” può essere risolta statuendo per lo Stato il “dovere di assicurarne la garanzia” attraverso un’utilizzazione delle risorse disponibili che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. A tal fine, lo Stato dovrà stabilire una distribuzione delle risorse “costituzionalmente consentita”, e giustificata in funzione della soddisfazione dei diritti fondamentali, invertendo la prassi politica tradizionale, che sinora ha considerato prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita, e residuali, invece, quelle destinate alle soddisfazione dei diritti.
Ciò, però, significa che la nuova strumentazione istituzionale, compatibile con la rivoluzione costituzionale della contemporaneità, deve sostituire le modalità di stabilizzazione del funzionamento del sistema produttivo fondato sul welfare, proprio dell’economia della scarsità, con nuovi strumenti; questi ultimi, con la riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, dovranno essere in grado di assicurare la stabilità dell’economia, mediante regole distributive del prodotto sociale fondate su specifiche priorità che cessino di considerare residuale la soddisfazione del diritto alla dignità dei cittadini. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza e alla dignità degli individui può solo continuare a dipendere dal “ricatto politico” delle maggioranze politiche di turno, esercitato in funzione delle transeunti situazioni contingenti.