Consumatori, fiducia stabile in Europa

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L’indice di fiducia dei consumatori, rilevato da GfK nei 28 stati dell’Unione Europea, è rimasto relativamente stabile nei primi mesi del 2018. L’indice è calato leggermente a marzo, assestandosi a 20,6 punti. In Italia, invece, diminuiscono ancora le aspettative economiche, mentre migliorano quelle relative al reddito. Per il 2018, GfK prevede un aumento della spesa delle famiglie europee compreso tra 1,5 e 2 punti percentuali in termini reali. In Italia, sempre secondo Gfk, l’incertezza politica indebolisce le aspettative economiche che i risultati elettorali non hanno contribuito a migliorare. Nel frattempo, a marzo 2018 c’è stata una diminuzione della Cassa integrazione. Le ore autorizzate sono state 21,94 milioni con un calo del 5,3% rispetto a febbraio e del 40,9% su marzo 2017. Lo ha comunicato oggi l’Inps nell’Osservatorio sulla cassa integrazione spiegando che nei primi tre mesi dell’anno sono stati autorizzati nel complesso 62,39 milioni di ore con un calo del 38,68% sui primi tre mesi del 2017. Nel mese di febbraio sono arrivate all’Inps complessivamente 108.405 domande di disoccupazione, con un calo del 38,1% rispetto alle 175.210 arrivate a gennaio 2018. Però, le domande di disoccupazione sono cresciute del 2,3% rispetto a febbraio 2017.  Nei primi due mesi del 2018, sono arrivate all’Istituto 283.615 domande di sussidio con un aumento del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Per GfK, nel primo trimestre del 2018 i consumatori europei si sono dimostrati molto meno ottimisti, rispetto alla fine dello scorso anno. Tutti i Paesi che avevano visto un forte incremento dell’indice di fiducia nel corso del 2017, hanno registrato una flessione nei primi mesi dell’anno.

In media, le aspettative economiche dei Paesi dell’Unione Europea si sono assestate a 15 punti a marzo 2018, due punti in meno rispetto a dicembre 2017. In Francia e in Austria il clima positivo sembra essersi temporaneamente affievolito dopo le elezioni. Al contrario, i consumatori della Repubblica Ceca e del Belgio sembrano essere molto più ottimisti rispetto all’economia dei propri Paesi.

Le aspettative di reddito continuano invece a crescere in tutta Europa. Nei primi tre mesi dell’anno, questo indicatore è salito di 1,3 punti, raggiungendo quota 16,3 punti a marzo. Particolarmente ottimisti sono i consumatori di Gran Bretagna e Bulgaria, che hanno fatto registrare una crescita a due cifre dell’indicatore sulle aspettative di reddito. Trend negativo invece in Francia e Spagna.

Nel primo trimestre del 2018, l’indice che misura la propensione all’acquisto dei cittadini europei ha registrato, in media, un calo di 1,3 punti, stabilizzandosi a 19,7 punti a fine marzo. In controtendenza il dato della Repubblica Ceca, che continua a crescere e evidenzia l’umore generalmente positivo dei consumatori cechi.

Sul versante dell’Italia nel primo trimestre del 2018, i consumatori italiani hanno vissuto un periodo di incertezza e i risultati delle elezioni non sono riusciti a risollevare l’umore della popolazione.

Le aspettative economiche degli italiani continuano a scendere anche in questo trimestre, seppure in maniera meno drastica rispetto allo spesso periodo del 2017. A fine marzo, l’indicatore che misura le aspettative economiche si è assestato a -28,1 punti, 4,3 punti in meno di quelli registrati alla fine del 2017.

Per contro, le aspettative di reddito mostrano un andamento positivo e a marzo 2018 l’indicatore ha raggiunto i 4,4 punti, con una crescita di 5,5 punti. Si tratta di un valore in crescita sia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (quando era arrivato a -8,9 punti) sia rispetto a dicembre 2017.

Peggiora invece la propensione all’acquisto dei consumatori italiani nel primo trimestre del 2018. Rispetto agli alti livelli raggiunti a dicembre 2017, l’indicatore ha registrato un calo di 5,4 punti e a marzo 2018 stabilizzandosi a 15,7 punti.

Dall’indagine di GfK è emersa un’Europa a più velocità tendenzialmente stabile nella media. L’Italia, tra luci ed ombre, a seguito dei recenti risultati elettorali, resta in un clima di incertezze con valutazioni negative fatte dai consumatori.

Salvatore Rondello

LO STALLO

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“Dall’andamento delle consultazioni di questi giorni emerge con evidenza che il confronto tra i partiti politici per dar vita in Parlamento a una maggioranza che sostenga un governo non ha fatto progressi. Ho fatto presente alle varie forze politiche la necessità per il nostro Paese di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Le attese dei nostri concittadini, i contrasti nel commercio internazionale, le scadenze importanti e imminenti nell’Unione Europea, l’acuirsi delle tensioni internazionali in aree non lontano dall’Italia richiedono con urgenza che si sviluppi e si concluda positivamente un confronto tra i partiti, per raggiungere l’obiettivo di avere un governo nella pienezza delle sue funzioni. Attenderò alcuni giorni, trascorsi i quali valuterò in che modo procedere per uscire dallo stallo che si registra”. Questo il comunicato ufficiale apparso sul sito del Quirinale con cui si certifica lo stallo istituzionale.

Dopo il rocambolesco secondo giro di consultazioni, la strada per la formazione del nuovo governo è entrata in un vicolo stretto. La sortita di Berlusconi ha avuto un duplice effetto. Ha bloccato l’asse nascente tra Salvini e Di Maio e incrinato fortemente il collante che ancora tiene unito il centrodestra. Quasi un invito a Salvini allo strappo. Insomma ha fatto capire che lo scettro del centrodestra, nonostante tutto, lo vuole tenere ancora lui.

Oggi Sergio Mattarella ha ricevuto il presidente della Camera Roberto Fico, la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e l’ex capo dello Stato e senatore a vita Giorgio Napolitano. Poi ha confermato lo stallo. «Attenderò alcuni giorni per procedere dallo stallo», ha detto il capo dello Stato.

Una empasse che mette lievito alla ipotesi di un governissimo che si riaffaccerebbe prepotente nel caso di un ulteriore fallimento delle trattative. Una ipotesi sostenuta ieri anche dal leader del M5S Luigi Di Maio. “Lo facciano senza la Lega” è la risposta di Salvini a chi gli chiede lumi. “Noi appoggiamo un governo che rispetta quello” che si è detto in campagna elettorale, “un governo tutti insieme per tirare a campare o solo per fare la legge elettorale lo facciano senza la Lega”.

La crisi del “progetto europeo” secondo Albert Hirschman

europa crisiLa crisi del progetto di unificazione politica dell’Europa, espressa nella forma di abbandono dell’Unione da parte di uno Stato membro, o dell’abbassamento della fiducia da parte di molti cittadini degli Stati membri sull’inappropriato funzionamento delle istituzioni comunitarie, può essere spiegata alla luce del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Exit, voice, and loyalty. Responses to decline in firms, organizations, and States”, tradotto in italiano con il titolo “Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato”. Il libro offre una risposta all’interrogativo riguardo alle modalità alternative con cui reagire alla persistenza di una data situazione insoddisfacente all’interno di un dato contesto.

Cosa fanno, ad esempio, i cittadini di fronte al deterioramento dell’organizzazione politica dello Stato al quale appartengono? La risposta di Hirschman è che ciascuno di essi dispone di tre possibili modalità di reazione: andarsene (“exit”), protestare (“voice”), affermare la propria appartenenza (“loyalty”) allo Stato, malgrado l’insoddisfazione procurata dalla sua azione.

L’”exit”, la defezione, è quindi la risposta dei cittadini insoddisfatti, a seguito della quale decidono di andarsene; ma se l’”exit” è il comportamento più probabile, “voice”, la protesta, è il comportamento più frequente ad opera dei cittadini insoddisfatti. Secondo Hirschman, la protesta, a differenza della defezione, corrisponde al tentativo di cambiare, invece che eludere lo stato insoddisfacente delle cose, sia sollecitando individualmente o collettivamente gli establishment ritenuti direttamente responsabili dell’insoddisfazione, sia appellandosi a un’autorità superiore con l’intento di imporre il cambiamento dei loro prevalenti comportamenti, sia, infine, invitando l’opinione pubblica a mobilitarsi.

La protesta serve ad promuovere la riflessione su tutto ciò che non è più condivisibile nel funzionamento di una data realtà politica, ed è tanto più probabile quanto più difficile è l’”exit” (l’abbandono). Ciò significa che la facilità con la quale è possibile abbandonare un’organizzazione in crisi produce un “ridimensionamento” della protesta: i più insoddisfatti, quelli propensi ad elevare la loro voce se ne andrebbero se non esistessero ostacoli all’uscita; se, invece, questi ultimi sono molto elevati, gli insoddisfatti cercheranno forme alternative più praticabili per esercitare la protesta.

Di fronte al declino di un’organizzazione politica, la lealtà è quello meno attraente dei tre comportamenti alternativi. L’uscita è praticata in presenza di opportunità “convenienti”; la protesta richiede impegno, mentre la lealtà non esprime rottura, ma adesione silenziosa a quello che esiste, accettazione e tolleranza dei comportamenti degli establishment. Secondo Hirschman, la lealtà argina l’uscita e attiva la protesta, per cui la riluttanza a defezionare, nonostante il dissenso con l’organizzazione di cui si è parte, è il tratto caratteristico del comportamento lealista. La conclusione dell’analisi di Hirschman è che la lealtà sia condivisibile quando sono in gioco interessi collettivi (come, per esempio, la qualità delle scuole, ma anche le politiche che attengono alla giustizia sociale) e soprattutto quando ad essa sia possibile associare la protesta.

Edoardo Nicola Fragale, ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università di Chieti-Pescara, in “(Br)Exit and voice nella crisi esistenziale dell’Unione europea” (Istituzioni del Federalismo, numero speciale/2000), descrive la crisi dell’Unione Europea ricorrendo ai paradigmi hirschmaniani di “exit”, “voice” e “loyalty”, sostenendo che la Grande Recessione “ha rivelato la presenza di un assetto istituzionale dell’Eurozona asimmetrico, in cui risultano indeboliti i circuiti nazionali della rappresentanza democratica, entro cui sono normalmente risolti i conflitti distributivi, senza che se ne siano ricreati di nuovi nella dimensioni sopranazionale”. Gli impedimenti con cui è stato ostacolato l’esercizio dell’opzione “voice” (protesta) contro l’asimmetria dell’assetto istituzionale, ha provocato una polarizzazione della politica, che ha alimentato, pressoché ovunque in Europa, l’esercizio dell’opzione “exit”, concepita dai soggetti più colpiti dalla crisi come unico strumento per rimediare agli esiti della crisi.

Secondo Fragale, l’inasprirsi degli esiti della crisi avrebbe alimentato meccanismi di “exit” interni ai singoli Stati membri dell’Unione, “innescando fenomeni migratori di trascendimento dei confini nazionali”, i quali hanno funzionato, ad un tempo, da valvola di sfogo della “voice”, all’interno dei Paesi in crisi, ma anche “da detonatore di sfiducia presso altri confini interni dell’Unione”, alimentando l’opzione di “exit” nei Paesi divenuti poli di attrazione dei flussi migratori. La crisi dell’Unione, causata dalla Grande Recessione, infatti, sarebbe spiegabile – secondo Fragale – come “perdita di fiducia nella stabilità finanziaria degli Stati con più alti livelli di debito pubblico”; rispetto alla crisi, però. una robusta schiera di economisti rinviene la responsabilità del suo accadimento nelle politiche di contenimento salariale attuate dalla Germania, già da prima che la Grande Recessione avesse inizio.

Fra gli economisti è infatti diffuso il convincimento che la Germania, sin dal primo momento della vita dell’Eurozona, abbia potuto trovare il modo per conseguire una sostenuta crescita della propria economia tramite la pratica di politiche di contenimento dei salari, che le avrebbero consentito di aumentare la capacità delle proprie imprese ad esportare con successo i propri prodotti, soprattutto verso gli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria. Alla crescita della Germania si è contrapposto un “processo specularmene opposto” nei Paesi più deboli dell’Europa mediterranea, per i quali il calo del costo del denaro, conseguente all’ingresso nell’Eurozona, ha dato origine, oltre che ad un limitato impulso alla crescita della base produttiva e dell’occupazione, ad un aumento del reddito disponibile, causando una perdita di competitività delle imprese, con la conseguente formazione di saldi negativi nella parte corrente della bilancia internazionale dei pagamenti, traducendosi poi in un aumento del debito privato verso l’estero.

Di fronte allo scenario descritto, i Paesi creditori, anziché rimediare agli squilibri attraverso un approfondimento della cooperazione, hanno scelto la via della “colpevolizzazione” dei Paesi debitori, “infliggendo loro dosi crescenti di austerità fiscale” e scaricando l’onere del riequilibrio sugli Stati in crisi, i quali, “già spogliati della possibilità di svalutare la moneta, sono stati costretti […] ad attuare draconiane riforme economiche, sociali ed amministrative”, con l’unico risultato di comprimere i redditi e deflazionare per tale via la propria economia. Recessione e deflazione, saldandosi, si sono diffuse, con effetti tradottisi (il caso dell’Italia può essere scelto come esempio paradigmatico, seppure non il più drammatico) nel crollo della domanda interna, in un incremento della disoccupazione, nell’esplosione del debito pubblico e, con l’andar del tempo, nel continuo “accumulo”, da parte dell’intera Unione europea, di fortissimi avanzi commerciali verso il resto del mondo, “causa a loro volta di instabilità sistemica a livello globale”.

A parte il ruolo svolto dall’ideologia ordoliberista, che ha ispirato le politiche adottate a livello europeo per il contenimento ed il superamento degli esiti della crisi, la mancata cooperazione tra gli Stati membri dell’area della moneta unica è da imputarsi, a parere di Fragale, a un difetto nella costruzione dell’impianto istituzionale dell’Eurozona, consistente nell’aver scelto di “separare le politiche monetarie da quelle economiche e sociali, edificando le prime ad un livello sopranazionale e confinando le seconde ad una dimensione soltanto nazionale”. Un’asimmetria, questa, che l’esperienza ha rivelato insostenibile, a causa delle dinamiche competitive che hanno caratterizzato le relazioni tra i diversi Stati membri e dei conseguenti disallineamenti nei loro livelli di competitività; disequilibri che hanno reso del tutto inidonea la governance soprannazionale interna all’Unione, ben diversa da quella che sarebbe stata necessaria per assicurare l’omogeneità delle scelte di politica economica.

Un apparato istituzionale europeo, che avesse consentito un indirizzo unitario delle politiche salariali, sociali ed economiche attuate all’interno dell’Unione, avrebbe costituito, secondo Fragale, l’unico modo per rimediare senza traumi agli esiti della crisi, riconoscendo “che modifiche incidenti sui costi di produzione all’interno di uno soltanto dei diversi Stati membri” avrebbero riverberato “i propri effetti sul grado di competitività degli altri partner, condizionandone il grado di sviluppo”.

Il mancato riconoscimento della necessità di un indirizzo unitario nell’attuazione delle politiche comunitarie, a parere di Fragale, ha celato negli Stati maggiormente in crisi una profonda avversione dei cittadini degli Stati maggiormente in crisi verso l’UE, nella convinzione che essa si fosse trasformata in unione tra Paesi “permanentemente finanziatori” e “Paesi permanentemente percettori”. Per il superamento di questo convincimento e per l’introduzione di reali automatismi di solidarietà tra gli Stati membri, sarebbe necessaria, ora, una revisione dei Trattati, nella prospettiva di un “nuovo progetto costituente europeo”. Permanendo, al contrario, lo status quo – afferma Fragale – l’attuale Unione non può perciò che configurarsi come “una costellazione di interessi a tal punto conflittuale da rendere difficoltosa l’edificazione di seri meccanismi di riequilibrio”, volti a sanare per questa via gli squilibri che si sono consolidati tra i diversi Paesi dell’Eurozona.

In tal modo, l’Unione europea ha assunto la forma di una “confederazione minima”, funzionante su basi neoliberiste, all’interno della quale, mentre la creazione del mercato unico “ha di fatto compresso i poteri dei singoli Stati nell’individuazione delle politiche economiche e sociali”, la conflittualità degli interessi nazionali ha ostacolato la creazione di “analoghi poteri ad un livello confederale”. Ciò, conclude Fragale, ha fatto sì che la “voice” (protesta) dei cittadini dei singoli Paesi membri non potesse indirizzarsi contro le insufficienze dei meccanismi compensativi a livello di intera comunità. Il mancato sviluppo della protesta, dal canto suo, ha impedito che la governance europea assumesse una dimensione democratica, soprattutto riguardo all’attuazione delle politiche di ridistribuzione degli squilibri economici tra gli Stati.

In realtà, è opportuno osservare, che l’affievolimento della “voice” all’interno dei singoli Stati è stato causato, oltre che dalla mancata democratizzazione delle istituzioni dell’Unione, anche dal fatto che, come sottolineato dallo stesso Fragale, la crisi dei Paesi indebitati abbia alimentato l’”exit” (l’abbandono) di molti loro cittadini, che hanno preferito indirizzarsi verso altri Paesi dell’Unione meno compromessi dal debito verso l’estero; ciò ha indebolito la “voice” dei Paesi che hanno subito l’”exit” e affievolito la “loyalty” (la lealtà) dei cittadini rimasti in patria nei confronti del progetto europeo originario. Non solo; a livello sopranazionale, i Paesi che hanno “subito” gli esiti dell’immigrazione dei cittadini di altri Stati membri hanno affievolito la loro “loyalty” verso l’Unione, maturando la decisione di abbandonarla, come nel caso della “(Br)exit”.

L’interpretazione della crisi dell’Unione alla luce dei paradigmi hirschmaniani suggerisce, perciò, che il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa rende ineludibile e urgente l’auspicata revisione dei Trattati vigenti, non solo per elevare il livello di “loyalty” dei cittadini dei singoli Stati verso l’obiettivo dell’unificazione politica del Vecchio Continente, ma anche per evitare che il ritardo nella revisione dei Trattati causi un abbandono generale di ciò che sinora, malgrado il deficit di democratizzazione delle istituzioni realizzate, è rimasto ancora in piedi del vecchio sogno dell’Europa unita.

Gianfranco Sabattini

Trump, il giustiziere a colpi di dazi

trump_cinaIl presidente Donald Trump ha firmato alla Casa Bianca il memorandum che ha come obiettivo i dazi contro la Repubblica Popolare Cinese. Annunciando la controffensiva nei confronti della Cina, con il varo di tariffe destinate a colpire le importazioni negli Stati Uniti, ha dichiarato: “Se ci tassano, noi tassiamo loro. Agiremo nei confronti della Cina, potrebbe essere un’azione da 60 miliardi di dollari. Vedo la Cina come amica, ho un grande rispetto per il presidente Xi, abbiamo un ottimo rapporto: ci stanno aiutando molto in Corea del Nord.

Ma abbiamo un deficit commerciale di 504 miliardi di dollari, qualcuno dice 375 miliardi in base al modo in cui si calcola. E’ comunque il deficit più ampio mai registrato da un paese ed è fuori controllo. Abbiamo un tremendo problema di furti di proprietà intellettuale, centinaia di miliardi di dollari su base annuale. Ho parlato con il presidente e con altri rappresentanti della Cina. Ho chiesto di ridurre immediatamente il deficit commerciale di 100 miliardi di dollari, è molto.  Se gli altri tassano del 25% una nostra auto e noi tassiamo una loro auto del 2%, non va bene. Ecco come ha fatto la Cina a ricostruire… Siamo impegnati in una ampia discussione, vediamo come andrà a finire. Molti paesi ci contattano per trattare, perché non vogliono pagare le tariffe previste per acciaio e alluminio. Stiamo iniziando una trattativa con l’Unione Europea, che ha barriere: loro possono fare affari con noi ma noi non possiamo fare affari con loro, non è equo. Il Nafta è stato molto penalizzante per gli Stati Uniti, dobbiamo migliorarlo o fare qualcos’altro. L’accordo con la Corea del Sud è molto squilibrato, deve essere modificato. Tutti vogliono trattare e in molti casi, forse tutti, troveremo un accordo. Stiamo facendo cose che avrebbero dovuto essere fatte tanti anni fa. Gli Stati Uniti sono stati oggetto di abuso da parte di tante altre nazioni che hanno tratto vantaggi. Faremo in modo che non accada più: forse è uno dei motivi per cui sono stato eletto, forse uno dei motivi principali. Abbiamo un deficit commerciale totale di 800 miliardi”.

Continuando, Trump ha affermato ancora: “Vogliamo rapporti reciproci. La parola chiave è reciprocità, a specchio: se ci tassano, noi tassiamo loro. Per molti anni non è stato così, in molti non riuscivano a credere di aver tratta vantaggio dai rapporti commerciali con gli Stati Uniti. Ho parlato più volte di pratiche commerciali scorrette. Abbiamo perso 60mila imprese nel nostro paese in pochi anni, almeno 6 milioni di posti di lavoro. Ora cominciano a tornare”.

Gli Stati Uniti esentano l’Unione Europea, l’Australia, l’Argentina, il Brasile e la Corea del Sud dalle tariffe relative all’importazione di acciaio e alluminio. Lo ha detto Robert Lighthizer, rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti.

Lighthizer ha detto: “Il presidente Donald Trump ha sospeso l’imposizione delle tariffe mentre sono in corso trattative. Abbiamo l’Europa, l’Australia, l’Argentina, il Brasile. Chi sto dimenticando? Ovviamente la Corea, dove stiamo negoziando”.

L’esenzione era già stata accordata a Canada e Messico. Lo scorso 8 marzo Trump ha annunciato tariffe su acciaio (25%) e alluminio (10%) destinate ad entrare in vigore oggi.

Dopo i provvedimenti contro la Cina, Wall Street ha reagito negativamente. Ma, anche le borse asiatiche sono oggi in forte ribasso.

Salvatore Rondello

Gli Stati Uniti e le amare lezioni del protezionismo

trump bandieraSe gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare mondiale, lanciano una politica protezionistica imponendo alti dazi sulle importazioni, evidentemente intendono iniziare una vera e propria guerra commerciale. Le recenti dichiarazioni di Trump nei confronti della Cina e dell’Unione europea ne sono la prova.

Eppure Washington sa che, quando in passato sono state introdotte simili politiche, esse hanno soltanto esacerbato le crisi in corso aggravando le tensioni politiche internazionali.

Ciò avvenne dopo il crollo di Wall Street del 1929 con la conseguente Grande Depressione. Nel 1930 il presidente Herbert Hoover e, più ancora, il Congresso americano, allora dominato dal Partito Repubblicano, approvarono la legge Smoot-Hawley Tarif Act (dai nomi dei due parlamentari che la presentarono) che impose pesanti dazi su oltre 20.000 prodotti d’importazione.

Si trattò di una specie di “America First” che avrebbe dovuto rilanciare produzioni, consumi e occupazione, sbarrando la strada ai prodotti provenienti da altri paesi. Fu la risposta negativa all’appello generale fatto in precedenza, nel 1927, dalla Lega della Nazioni, precursore dell’ONU, che, al contrario, chiedeva di “porre fine alla politica dei dazi e di andare nella direzione opposta”.

Fino allora gli Usa avevano avuto una bilancia commerciale positiva, con un surplus delle esportazioni.

I dazi imposti sui beni inclusi nella lista, che mediamente erano del 40,1% nel 1929, raggiunsero il livello di 59,1% nel 1932, con un aumento del 19%.

Ovviamente su tali politiche restrittive sono stati fatti molti studi. Però nessuno mette in discussione l’effetto recessivo e depressivo provocato dai dazi.

Nel quadriennio 1929 – 1933 le importazioni americane diminuirono del 66% e le esportazioni scesero del 61%. Anche l’export-import con l’Europa crollò. Il Pil Usa passò da 103 miliardi di dollari del 1929 a 76 nel 1931 e a poco più di 56 nel 1933. Anche il commercio mondiale nel suo insieme si ridusse di circa il 33%.

Nello stesso periodo la disoccupazione americana salì dall’8% del 1930 al 25% nel 1933. Questa tendenza cambiò solo durante la seconda guerra mondiale con la grande mobilitazione produttiva bellica.

Purtroppo oggi c’è la tendenza a ignorare le lezioni del passato.

Gli Usa e le corporation americane sono stati loro a iniziare la cosiddetta politica dell’outsorucing e a portare all’estero le produzioni di componenti di prodotti manifatturieri, perché c’è mano d’opera a basso costo.

E’ stata la Federal Reserve a inondare il mondo, soprattutto le economie emergenti, con tanta liquidità a bassissimi tassi d’interesse. Fu il famoso Quantitative easing che ha favorito gli acquisti all’estero di beni da parte delle imprese americane e ha sostenuto al contempo i consumi interni. Al contrario i paesi emergenti hanno visto crescere i loro debiti e hanno accentuato la propria destabilizzazione finanziaria.

L’economia è stata quindi messa sottosopra, generando deficit enormi nella bilancia commerciale americana e di molti altri paesi. Si consideri che nel 2006 negli Usa esso era di 762 miliardi di dollari e nel 2017 era ancora di 566 miliardi. Però il deficit commerciale del settore dei beni reali va ben oltre gli 810 miliardi di dollari.

Di conseguenza anche il budget federale Usa è andato in tilt con deficit strepitosi: oltre 1400 miliardi nel 2009, 1300 miliardi nel 2011 e ancora 665 nel 2017. Quest’anno dovrebbe salire a oltre 830.

Tali politiche hanno portato a un grande indebitamento americano anche verso l’estero, in particolare verso la Cina, che detiene circa 1.000 miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro Usa, evidentemente emesse per coprire i deficit di bilancio.

Purtroppo Washington si sta muovendo come un elefante in un negozio di porcellane. Provoca tensioni con i partner commerciali, a cominciare dalla Cina e dall’Ue, e nello stesso tempo continua a esporsi con deficit e debiti che il resto del mondo dovrebbe in certo qual modo garantire.

C’è il forte timore che un qualsiasi evento non prevedibile in campo economico e finanziario possa generare guerre commerciali e monetarie con conseguenze incalcolabili. Ovviamente non solo negli Usa.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

Dazi, continua la guerra tra Usa e Europa

trump dazi

Continua la guerra sui dazi tra Unione Europea e Stati Uniti dopo la decisione del presidente statunitense di imporre tasse doganali  del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Una misura definita dal tycoon ‘una necessità per la sicurezza’ degli Stati Uniti che, se applicata anche sull’Ue,  penalizzerebbe soprattutto i grandi esportatori come il nostro Paese.

Si stanno già delineando le prime battaglie da combattere nella guerra sui dazi. Donald Trump, sempre all’attacco, ha minacciato la Ue di tassare le auto europee ed altri prodotti se non verranno abbassate barriere e tariffe. Il presidente Usa, ha detto: “L’Unione europea, Paesi meravigliosi che trattano gli Usa molto male sul commercio, si stanno lamentando delle tariffe su acciaio e alluminio. Se lasciano cadere le loro orribili barriere e tariffe su prodotti Usa in entrata, anche noi lasceremo cadere le nostre. Grande deficit. Altrimenti tassiamo le auto, etc. Giusto!”.

L’avvertimento del tycoon è arrivato nel primo giorno di negoziati a Bruxelles tra Ue e Usa per l’esenzione dai dazi americani su acciaio e alluminio. L’approccio iniziale non è servito per ora a chiarire le prospettive per superare una eventuale guerra commerciale.

La commissaria Ue al Commercio, Cecilia Malmstroem, ha dichiarato: “Giornata di incontri a Bruxelles con il ministro giapponese Seko e il rappresentante Usa al commercio Lighthizer. Ho avuto un confronto franco con gli Usa sul serio problema dei dazi. Essendo, stretto partner sulla sicurezza ed il commercio degli Usa, l’Ue deve essere esclusa dalle misure annunciate. Non c’è ancora alcuna chiarezza sull’esatta procedura Usa per l’esenzione, le discussioni proseguiranno la prossima settimana”.

In una nota della Commissione Ue sull’incontro trilaterale Ue-Usa-Giappone sul mercato dell’acciaio a Bruxelles si legge: “Il commissario europeo per il commercio Cecilia Malmstroem ed il ministro dell’economia del Giappone Hiroshige Seko hanno affrontato con il rappresentante del commercio Usa Robert Lighthizer la questione dei dazi e hanno sottolineato la forte preoccupazione dell’Ue e del Giappone alle misure annunciate da Trump.
Malmstroem e Seko hanno sottolineato a Lighthizer la loro aspettativa che le esportazioni Ue e giapponesi verso gli Usa vengano esentate dall’applicazione dai dazi aggiuntivi, essendo l’Ue ed il Giappone partner di lunga data degli Stati Uniti. Malmstroem si è anche incontrata bilateralmente con Lighthizer per discutere ulteriormente la questione e ottenere ulteriore chiarezza sul processo che riguarda le misure annunciate da Trump. Nel corso dell’incontro i tre hanno affrontato le questioni legate alle pratiche commerciali distorsive che portano a una grave sovraccapacità produttiva globale in settori come l’acciaio, concordando ulteriori passi da compiere in questa cooperazione, come lo sviluppo di norme più severe sui sussidi industriali, il rafforzamento degli obblighi di notifica al Wto e l’intensificazione della condivisione delle informazioni sulle pratiche distorsive negli scambi commerciali”.
La Casa Bianca ha riferito che in una telefonata con Emmanuel Macron, Donald Trump ha discusso sui dazi Usa su acciaio e alluminio, sottolineando che la sua decisione è necessaria e appropriata per proteggere la sicurezza nazionale. I due leader avrebbero discusso modi alternativi per affrontare le preoccupazioni degli Usa. La Casa Bianca non ha precisato se il colloquio è stato in chiave bilaterale o più ampiamente con la Ue, responsabile della politica commerciale dei Paesi membri.

La guerra commerciale con gli Stati Uniti, secondo una analisi condotta dalla Coldiretti sulla base dei dati Istat,  metterebbe a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy  che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente”.

La Coldiretti, come già riportato in un precedente articolo pubblicato da questo giornale, ha sottolineato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento  per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia Usa ‘America First’ sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di  costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali ‘italian food buyer’ dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Invece, secondo il Codacons, come ha spiegato il presidente, Carlo Rienzi: “La guerra dei dazi che sta per scoppiare tra Stati Uniti ed Europea rischia di determinare una pesante stangata a carico delle famiglie italiane. Il pericolo più che concreto è che a fare le spese dei dazi siano i consumatori finali, attraverso un inevitabile rincaro dei prezzi al dettaglio in numerosissimi settori. Le industrie italiane colpite dagli effetti delle politiche protezionistiche, infatti, dovranno aumentare i prezzi per recuperare i guadagni perduti, ma soprattutto eventuali contromisure da parte dell’Ue determineranno  rincari a cascata  dei listini di una moltitudine di prodotti di largo consumo venduti in Italia e importati dagli Stati Uniti, come succo d’arancia, alcolici e dolciumi vari”.

L’eventuale ritorsione dell’Unione Europea ai dazi statunitensi, secondo le stime di Coldiretti, colpirebbe  328 milioni di euro di importazioni statunitensi annuali in Italia  che riguardano principalmente manufatti in ferro, acciaio e ghisa per 235,3 milioni, barche a vela e a motore da diporto per 31,6 milioni e l’agroalimentare per 29,6 milioni.

La richiesta di escludere l’Unione Europea dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi su acciaio e alluminio è accompagnata infatti dalla  minaccia di ricorso al Wto  con il varo di misure di riequilibrio che colpiscono alcuni prodotti importati dagli Usa, che dovranno essere attivate entro un massimo di 90 giorni dall’entrata in vigore dei dazi americani.

In questo contesto di conflitto sui dazi, un notevole interesse merita la richiesta avanzata dalla Coldiretti per riesaminare i dazi Ue imposti alla Russia.

La Coldiretti ha ricordato che a giugno prossimo scadono le misure varate dall’UE nei confronti del Paese guidato da Vladimir Putin sotto la spinta degli Stati Uniti che ora mostrano di avere la memoria corta imponendo dazi a prodotti europei: “Dopo quasi 4 anni i cambiamenti del quadro internazionale impongono un tempestivo ripensamento delle sanzioni economiche decise nei confronti della Russia dall’Unione europea che non può sopportare il moltiplicarsi dei fronti di scontro commerciale. Le sanzioni europee hanno scatenato la rappresaglia della Russia  che ha deciso l’embargo totale per una importante lista di prodotti agroalimentari con il divieto all’ingresso di frutta e verdura, formaggi, carne e salumi ma anche pesce, provenienti da Ue, Usa, Canada, Norvegia e Australia.  Il risultato è stato che per questi prodotti agroalimentari le spedizioni italiane in Russia sono state completamente azzerate e che complessivamente le esportazioni made in Italy sono state di poco inferiori a 8 miliardi nel 2017, circa 3 miliardi in meno del 2013, l’anno precedente all’introduzione delle sanzioni. Un blocco, insomma, che è costato decisamente caro all’Italia, anche perché a questi prodotti si sono aggiunte le tensioni commerciali che hanno ostacolato, di fatto, le esportazioni anche per i prodotti non colpiti direttamente. Alle perdite dirette subite dalle mancate esportazioni italiane in Russia, si sommano poi quelle indirette dovute al danno di immagine e di mercato provocato dalla diffusione sul mercato russo di prodotti di imitazione che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy”.

Gli investimenti statunitensi in Europa sono molteplici ed anche molto radicati nel tempo. Per esempio: Ford e General motors. Poi, solo in Italia: Ntv, Kraft, Whirpool, Azienda vinicola Ruffino, Saiwa, Conbipel, Poltrona Frau, etc.

Una domanda potrebbe sorgere spontanea: il capitale statunitense investito in Europa, appartiene, forse, soltanto agli oppositori dell’amministrazione di Donald Trump se verrebbe colpito oppure il Tycoon ha previsto anche i dazi ‘ad personam’ ?

Salvatore Rondello

La Ue sorveglia l’italia sul dopo elezioni

commissione-europea

Dopo i risultati elettorali, l’Unione Europea ha iniziato la sorveglianza sull’Italia. Oggi, il vicepresidente della Commissione Europea, Valdis Dombrovskis, ha risposto, in conferenza stampa a Bruxelles, alle dichiarazioni fatte da Alberto Bagnai economista e consigliere di Matteo Salvini.

Dombrovskis ha indicato i limiti di tollerabilità dell’UE affermando: “E’ importante che l’Italia mantenga la rotta con politiche di bilancio responsabili, dato che ha il secondo  debito in rapporto al Pil  in tutta l’Ue, dopo la Grecia. E la disciplina dettata dai mercati finanziari può avere un ruolo nell’influenzare la direzione della politica economica del governo che verrà. Quindi, è importante non creare aspettative negative, come accadrebbe se si deviasse dal percorso concordato con la Commissione per riportare in linea i conti”.

Ieri, Bagnai ha dichiarato a ‘Milano finanza’ che la priorità è la crescita economica. Per l’economista della Lega: “La via maestra per ridurre il rapporto tra debito e Pil è quella di puntare sul denominatore, lanciando un piano di investimenti pubblici, se necessario superando i tetti previsti per il deficit; se scattasse una procedura d’infrazione, ne avremo sempre una trentina in meno della Germania”.

Dombrovskis ha risposto :  “Nella Commissione europea non commentiamo la politica di partito negli Stati membri e ora c’è un processo di formazione del governo in Italia, che si deve svolgere secondo le regole previste dalla Costituzione italiana. Per quanto riguarda il bilancio, la Commissione è stata molto chiara su quelle che sono le aspettative sugli obiettivi per il deficit di bilancio dell’Italia. C’è l’aspettativa di una correzione dello 0,3% del Pil come sforzo strutturale quest’anno. Questo verrà valutato in maggio nell’ambito del ciclo del semestre europeo. Specialmente per l’Italia, Paese che ha il secondo debito pubblico in rapporto al Pil nell’Ue dopo la Grecia, è importante mantenersi in rotta per quanto riguarda politiche di bilancio responsabili. Ma come farà la Commissione a obbligare l’Italia a rispettare le regole, forse puntando sui mercati come vincolo esterno, come successe nel 2011? Non mi metterei a giudicare in anticipo le supposte misure del nuovo governo italiano, prima ancora che venga formato e prima di sapere quale sarà. C’è ancora tempo, aspetterei i pronunciamenti del nuovo governo italiano una volta che verrà formato per commentarli. Ora ci sono più speculazioni ma in questa situazione di bilancio, con questo rapporto debito/Pil, è importante mantenere la rotta. Naturalmente la disciplina dei mercati può avere un ruolo ma è importante non creare aspettative negative; quindi, segnalare che si sta sulla rotta per quanto riguarda le politiche di bilancio è importante”.

Quindi, il nuovo Governo italiano, a prescindere dalla sua composizione, non potrà entrare in rotta di collisione con gli accordi firmati con l’UE. E’ ovvio che chi ha fatto una propaganda elettorale demagogica, andando al Governo, dovrà fare i conti con l’UE, con il proprio elettorato o con entrambi.

Roma, 08 marzo 2018

Salvatore Rondello

Le incerte conseguenze sul “divorzio” della Gran Bretagna dalla Ue

brexitDopo il referendum del 23 giugno del 2016 e la formale notifica da parte della Gran Bretagna dell’intenzione di abbandonare l’Unione Europea (UE), stanno concretizzandosi gli accordi volti a definire le modalità del recesso, nonché le basi giuridiche che dovranno regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e UE.

Di recente, nel dicembre del 2017, il Consiglio europeo, ha esaminato gli ultimi sviluppi dei negoziati sulla Brexit, valutando positivamente i progressi compiuti dai negoziati. Su tale base si è deciso di approvare le direttive per passare alla seconda fase dei negoziati, in cui saranno avviate le trattative anche riguardo al periodo di transizione e alle future relazioni.

Secondo l’accordo raggiunto, il costo del “divorzio” dovrebbe ammontare, per la Gran Bretagna, a circa 50 miliardi di euro; a parere di molti osservatori, si tratterebbe di un passo in avanti per il debole governo britannico, anche se esso dovrà affrontare l’opposizione, all’interno del Regno Unito, di chi lamenterà il pagamento della somma convenuta; ad opporsi saranno soprattutto i laburisti, per via del possibile impatto negativo della Brexit su diversi comparti produttivi dell’economia. Restano in ogni caso ancora da dirimere le altre due questioni preliminari (i diritti dei cittadini UE residenti nel Regno e i confini fra l’Eire e l’Irlanda del Nord) prima di poter passare alla seconda fase del negoziato sulla Brexit, quello riguardante, tra l’altro, le future relazioni commerciali.

L’abbandono di una “hard Brexit” (come si sosteneva dovesse avvenire il distacco della Gran Bretagna dall’UE all’indomani del referendum) in pro di una più plausibile “soft Brexit”, a parere di Stefano Civitarese Matteucci, docente di Diritto amministrativi pressi l’Università di Chieti-Pescara, in “Brexit: la fine dell’Europa o la fine del Regno Unito?” (Istituzioni del federalismo, numero speciale/2016), è dovuto al fatto che le elezioni politiche dell’8 giugno del 2016 hanno notevolmente indebolito il Governo di Theresa May; ciò ha consentito ai laburisti di sostenere la necessità che i negoziati siano improntati ad una strategia flessibile, con una fase transitoria sufficientemente lunga, per pervenire, dopo la fine dei negoziati, a stabilire convenienti relazioni economiche col mercato interno dell’UE e regolare convenientemente i diritti dei cittadini dei Paesi europei residenti da tempo in Gran Bretagna.

Questa preoccupazione è stata fatta propria da Theresa May, come dimostra il fatto che, nel suo discorso di Firenze del 22 settembre del 2017, rivolgendosi ai Paesi europei ha annunciato d’essere favorevole ad accettare, a negoziati conclusi, un periodo transitorio di circa due anni e ad osservare le regole comunitarie per consentire a cittadini e imprese extrabritannici di “entrare gradatamente e senza traumi nel nuovo regime”. In ogni caso, nell’incertezza di quello che sarà il nuovo regime, i maggiori interrogativi, in assenza di una chiara strategia per condurre la Gran Bretagna fuori dall’UE, riguardano, a parere di Matteucci, da un lato, la condotta dei negoziati con le istituzioni europee, e dall’altro lato, le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo sull’ordinamento interno al Regno Unito, dopo 45 anni di appartenenza all’Unione.

Riguardo ai negoziati, la posizione dell’UE è stata indicata dalle linee guida fissate dal Consiglio europeo del 29 aprile del 2017; il processo di negoziazione deve svolgersi in due fasi distinte: la prima, per definire le modalità con cui deve avvenire il recesso; la seconda, per stabilire come regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e la UE; ciò perché, il Consiglio ha ritenuto che l’accordo sui rapporti futuri possa essere definito “solo quando il Regno Unito sarà diventato un Paese terzo”. La posizione del Regno Unito su questo problema risultava all’origine alquanto diversa, nel senso che recesso e rapporti futuri avrebbero dovuto essere disciplinati congiuntamente, in quanto considerati strettamente interconnessi, in relazione soprattutto alle questioni concernenti il debito del Regno Unito verso la UE, i diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e la soluzione del problema dei rapporti tra le due Irlande. Si tratta di problemi complessi per la Gran Bretagna, riguardo ai quali si registrano posizioni diverse, non solo all’interno del partito conservatore, ma anche tra quest’ultimo e il partito laburista.

La questione del debito deve essere risolta tenendo conto del fatto che la programmazione finanziaria dell’Unione è basata su un bilancio settennale e che quello in corso è relativo al periodo che va dal 2014 al 2020; rispetto ad ogni bilancio settennale, sono stabiliti i programmi europei, in armonia con i versamenti dei contributi degli Stati nell’arco del settennio. Il recesso del Regno Unito, perciò, è destinato a creare uno scompenso nell’equilibrio raggiunto nei rapporti tra tutti gli altri Stati membri; al fine di evitare tale scompenso, il Regno Unito dovrà onorare la sua posizione debitoria verso l’UE sino al 2020 e, inoltre, farsi carico – afferma Matteucci – dei costi relativi all’attuazione di programmi “il cui orizzonte temporale travalichi il 2020”. Di fronte alla previsione che il debito potesse ammontare a 100 miliardi di euro, secondo l’accordo raggiunto nel dicembre scorso, la Gran Bretagna dovrebbe saldarlo versando all’Europa la metà della somma prevista.

Riguardo ai diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna, dalla posizione iniziale del Regno che sembrava prospettare la perdita della cittadinanza europea da parte dei residenti non britannici, si è passati ad una posizione conciliante, come risulta dal discorso che la premier britannica ha tenuto a Firenze nel settembre dello scorso anno. Sul punto, Theresa May ha dichiarato di voler adottare nell’accordo di recesso una clausola sulla protezione giuridica per i cittadini dei Paesi dell’Unione residenti in Gran Bretagna, affermando, tra l’altro, di voler inserire la clausola sulla protezione nell’ordinamento britannico, in modo da assicurare che i giudici, in caso di eventuali controversie, possano fare riferimento diretto alla clausola di salvaguardia dei diritti dei cittadini residenti non britannici. Tale atteggiamento viene valutato positivamente dai negoziatori dell’UE, considerando, come sottolinea Matteucci, che, insieme al controllo dell’immigrazione, il più ricorrente bersaglio dei sostenitori della Brexit era la “soggezione alle corti europee quale principale vulnus alla sovranità nazionale”.

Riguardo ai rapporti tra le due Irlande, sarebbero stati fatti notevoli progressi; secondo i giornali inglesi, il governo britannico dovrebbe devolvere all’Irlanda del Nord poteri sufficienti al fine di favorire un’armonizzazione doganale per i prodotti agricoli ed energetici. Circa la devoluzione dei poteri di armonizzazione, il governo britannico si troverà a doversi scontrare con il partito irlandese di destra, il Democratic Unionist Party, che si oppone a qualsiasi differenziazione dello status esistente tra Ulster ed Eire, temendo che l’omogeneizzazione possa essere il presupposto della riunificazione dell’Isola irlandese; non casualmente, il leader unionista Arlene Foster non manca di ribadire che non possono esservi accordi tali da compromettere l’integrità del mercato unico del Regno Unito.

Per quanto riguarda le difficoltà che il problema dei rapporti tra Ulster ed Eire continuerà a presentare per il governo inglese, nel discorso di Firenze della premier May non sono state formulate indicazioni come rimuoverle; sul punto, Matteucci, riportando il parere di Peter Leyland, docente di Public law presso l’Università di Londra, afferma che il processo di devoluzione all’Irlanda del Nord dei poteri per l’armonizzazione doganale, dovendosi articolare in accordi sopranazionali che coinvolgeranno “la Repubblica d’Irlanda a loro volta fondati sulla comune qualità di Stati membri UE di ques’ultima e del regno Unito”, presenta l’insidia di destabilizzare gli accordi di pace del Venerdì santo e il “North Ireland Act” del 1998; un vero ostacolo per la Gran Bretagna nella prosecuzione dei negoziati, posto che l’UE, conscia della criticità dell’argomento, resta ferma nell’attesa di una proposta concreta per risolvere il problema da parte del Regno Unito.

Circa le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo del recesso sull’ordinamento interno al Regno Unito, Matteucci, sempre sulla scorta del parere di Leylend, sottolinea la “complessità del processo occorrente per ‘districare’ l’ordinamento britannico da quello europeo”, a causa dell’esistenza in quest’ultimo sia “relazioni complesse tra livelli di governo tanto infra – quanto sovra-statuali sia relazioni orizzontali tra settore pubblico e settore privato”. La conseguenza della complessità del problema vale ad evidenziare che “rimpatriare” il potere normativo, al fine di poter intervenire in via unilaterale su tale sistema, è operazione destinata a rivelarsi “molto delicata e probabilmente velleitaria”.

L’idea originaria di disciplinare il recesso sulla base di un disegno di legge, denominato dai sostenitori della Brexit “disegno della grande abrogazione” (great repeal bill), oggi è riproposta con la denominazione meno aggressiva di “disegno di legge sul recesso” (withdrawal bill), con l’intento di associare “alla abrogazione della legge del 1972 di adesione alla Comunità Europea, una clausola di incorporazione di tutta la normativa UE nell’ordinamento giuridico del Regno Unito”. Si tratterebbe – afferma Matteucci – di “una sorta di ‘naturalizzazione’ del diritto europeo nel ‘libro delle leggi’ britannico”, con la precisazione che la “legislazione post-Brexit avrà forza abrogativa […] su quella dell’UE incorporata, ma che in caso di conflitto tra una norma UE incorporata e una pre-Brexit puramente domestica la prima continuerà a dover essere applicata”.

Tra le norme che dovrebbero essere incorporate nell’ordinamento del Regno Unito vi sono anche quelle create dalla Corte di Giustizia Europea, che siano state adottare prima dell’”exit day”; il problema che insorgerà, a questo riguardo, sarà quello del ruolo dei giudici britannici, sia circa l’interpretazione del diritto europeo, sia per quanto concerne il loro rapporto con la Corte di Giustizia. Se si considera che la giurisdizione della Corte ha a che fare con la tutela dei cittadini dei Paesi europei residenti in Gran Bretagna, è facile capite come l’incorporazione delle decisioni della Corte nell’ordinamento del Regno Unito sia destinata ad originare un ulteriore ostacolo per il governo inglese nella prosecuzione dei negoziati con l’UE.

Matteucci conclude la sua analisi delle problematiche insite nel processo di recesso della Gran Bretagna dell’Unione europea, giudicandole, secondo una prospettiva più ampia, di difficile soluzione, al punto da configurarle come l’origine della “fine del processo di integrazione europea”; ciò perché le difficoltà opposte dalla soluzione di tali problematiche può essere vista come crisi giuridico-costituzionale dell’equilibrio tra le ragioni dell’Unione e il riconoscimento del ruolo delle entità nazionali, compreso il sistema della autonomie locali, quale viene sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Qust’ultimo Trattato è, accanto a quello costitutivo dell’Unione Europea (TUE), uno dei Trattati fondamentali dell’Unione. Assieme costituiscono le basi fondamentali del diritto nel sistema politico dell’UE; per questo motivo, essi vengono anche indicati come “diritto costituzionale europeo”. Il TFUE svolge quindi una funzione di completamento e rappresenta la concretizzazione dei principi espressi nel TUE. Il tentativo di fusione del TUE con il TFUE, che in un primo momento era stato pianificato in modo da dare all’UE una costituzione, è fallito nel 2005, con gli esiti negativi dei referenda della Francia e dei Paesi Bassi. Le difficoltà con le quali si scontreranno i negoziatori per il recesso del Regno Unito dall’UE sono certamente il sintomo dell’incapacità dell’Unione di darsi una Costituzione, in mancanza della quale diventa plausibile ipotizzare, secondo Matteucci, la possibile fine del processo di integrazione politica dell’Europa.

Tuttavia, lo shock causato dal referendum che ha condotto il Regni Unito a recedere dall’Europa sembra aver dato una scossa ai principali Stati membri, motivandoli a cercare il modo in cui uscire dall’empasse nel quale da tempo si è incagliato il processo di unificazione politica; non solo, lo shock sembra aver fornito, all’interno dei principali Stati membri (ieri in Francia, oggi in Germania e domani, è auspicabile, anche in Italia), le ragioni per indurre le forze politiche europeiste a trovare gli accordi utili ad evitare il pericolo, reale, che le coiddette forze sovraniste, xenofobe ed antieuropee, possano riscuotere il necessario consenso elettorale per accedere al governo, complicando la situazione politica all’interno di quei Paesi che, come l’Italia, non si sono ancora ripresi del tutto dagli esiti della Grande recessione.

Gianfranco Sabattini

Città-globali e nuove forme di disuguaglianza

città globaleLa maggioranza della popolazione del mondo oggi vive nelle città, per cui si può dire che il modo di vivere urbano permea di sé e condiziona l’intera vita umana sul pianeta. La globalizzazione, col suo flusso di idee, uomini e capitali ha attribuito alle città una dimensione planetaria, dando origine alle città-globali (o città-mondo).

Le attività prevalenti nelle città-globali sono quelle finanziarie e di servizio, che si concentrano nei luoghi in cui più facilmente possono essere riunite e organizzate le competenze necessarie per produrre i servizi che a quelle attività fanno capo, piuttosto che badare al colore della pelle e ai Paesi d’origine dei portatori di quelle competenze.

Le città in cui vivono coloro che lavorano nel mondo della finanza e dei servizi si modellano in funzione dei loro bisogni; ma, in quegli stessi luoghi, cresce il numero di quelli che lavorano, in condizioni marginali, per consentire lo svolgimento delle attività finanziarie e di servizio. Le città-globali hanno aumentato la loro popolazione e contemporaneamente hanno subito una riduzione drastica delle attività reali che, sino alla metà del secolo scorso, costituivano la ragione della loro crescita; nella fase attuale dell’evoluzione dell’economia-mondo, le produzioni materiali utili al “mantenimento” delle città-globali sono state delocalizzate altrove, rendendo le economie dei Paesi emergenti fornitrici di tutto ciò di cui le città-globali abbisognano.

Inoltre, queste città tendono a diventare autonome, organizzandosi nella forma di “città-Stato”, ostacolando la tradizionale funzione regolativa del vivere insieme dello Stato-nazione e arrivando in alcuni casi a sostituirlo, non solo nella formulazione delle politiche più convenienti per l’intera nazione, ma anche nello stabilire le linee di politica estera, valutate più convenienti rispetto alle reti di relazioni che esse, le città-globali, hanno costruito con le altre città sparse per il mondo; nel loro insieme, esse costituiscono il sistema dei “nodi” sottostanti il regolare svolgimento del processo di globalizzazione delle economie nazionali.

Le città-globali hanno, inoltre, formato il proprio anche il management urbano, per strutturare la forma della città, al fine di renderla attraente di risorse e di funzioni esterne, nonché di investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; il nuovo management urbano ha provveduto anche a privatizzare gran parte del patrimonio e dei sevizi urbani e acquisito il diretto controllo del mercato immobiliare, verso il quale viene indirizzata preferibilmente la ricchezza finanziaria degli operatori localizzati nelle mega-città.

Le città-globali sono importanti, nell’attuale fase dell’evoluzione del modo capitalistico di produrre, perché esse assicurano coesione all’economia mondiale; al riguardo, va tenuto presente che non avrebbe senso pensare che la globalizzazione delle economie nazionali si sia affermata solo perché sono cresciti i traffici internazionali. Le modalità di svolgimento dei traffici mercantili e finanziari attuali non sono la conseguenza di una pura e semplici lievitazione quantitativa dei traffici, come è accaduto nelle prime fasi in cui si è consolidato ed espanso il commercio internazionale; oggi, l’aumento dei traffici, connesso all’espansione del processo di globalizzazione, corrisponde a un mutamento radicale del regime di governo dell’economia internazionale, tenuta insieme dal sistema dei “nodi” espressi da tutte le città-globali del mondo.

Il mutato regime è riconducibile al fatto che la ridistribuzione spaziale delle attività produttive, che è alla base della globalizzazione, può risultare compatibile con uno stabile funzionamento dei mercati, soltanto grazie alla fruizione di molti servizi essenziali, tra i quali sono imprescindibili quelli resi dalle istituzioni finanziarie globali. Inoltre, come si è detto, le città-globali sono i luoghi nei quali sono localizzati i centri che provvedono ad offrire i servizi avanzati di cui abbisognano le imprese per essere connesse all’interno dei mercati internazionali.

L’erosione causata dall’economia globalizzata, ai danni delle pubbliche amministrazioni operanti quando l’economia internazionale si riduceva solo al commercio internazionale, ha comportato che le attività produttive di servizi speciali (finanziari e non), necessari alla coesione della nuova economia internazionale, si siano concentrate nelle città-globali. Esse, quindi, sono il risultato di una combinazione della dispersione spaziale delle attività economiche e della loro integrazione unitaria all’interno delle città-globali.

Un’analisi dell’impatto che la globalizzazione ha esercitato sulla riorganizzazione delle grandi città del mondo è offerta, tra i molti, da Anthony King con riferimento alla città di Londra. L’autore, docente presso la Columbia University di New York, in “Global cities. Post-imperialism and the internationalization of London”, descrive le tendenze evolutive che hanno caratterizzato la città di Londra; tendenze che hanno assunto il valore di paradigma, ovvero di modello di riferimento per valutare effetti positivi e negativi che le grandi città hanno causato sulla vita sociale dei Paesi ai quali appartengono.

Alla fine del diciassettesimo secolo, Londra era la maggiore città d’Europa e la sua struttura economica era, per la maggior parte, fondata sul commercio, piuttosto che sulle attività di trasformazione industriale. La conseguenza della prevalente attività commerciale è stata la costruzione della struttura portuale di Londra che, all’inizio del diciottesimo secolo, occupava circa un quarto della propria popolazione. L’espansione del commercio ha creato i presupposti per la crescente importanza della “City of London” e della sua trasformazione in una delle basi della rivoluzione industriale e, all’inizio del XIX secolo, nel centro di riferimento mondiale per le attività finanziarie.

Dopo il 1815, la combinazione degli effetti della rivoluzione industriale e di quelli della sconfitta di ogni forma di opposizione all’egemonia mondiale del Regno Unito ha avuto come esito l’emersione di una nuova forma di governance dell’economia mondiale, che ha imposto la costituzione di un centro direzionale cui demandare la funzione di regolatore i flussi degli scambi internazionali. Questo funzione, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, è stata svolta dalla “City”, potenziandosi con l’espansione della sua attività d’investimento all’interno del vasto impero britannico. L’importanza e il ruolo egemonico della “City” è durato per tutta la seconda metà del XIX secolo e per i primi anni del XX; le due guerre mondiali hanno segnato il suo ridimensionamento, durato lungo i primi decenni successivi al 1945.

La “City” ha però incominciato a ricuperare il suo ruolo internazionale a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ed ha continuato a consolidarlo via via che è iniziato ad allargarsi e ad approfondirsi il processo di globalizzazione delle economie nazionali. La “City” ha potuto così ricuperare la propria antica funzione, specializzandosi nelle conduzione di attività finanziarie e di servizio, riuscendo a sostituire la dipendenza dalla sterlina con un suo più largo inserimento nel mercato internazionale dei capitali. In tal modo, la “City” ha potuto riproporre la sua internazionalizzazione, attraverso due vie: da un lato, concorrendo a rinforzare il grado di internazionalizzazione dell’economia del proprio Paese e, dall’altro lato, specializzandosi, più di ogni altro centro operativo del mondo, nella produzione di servizi per il mercato internazionale. In tal modo, essa ha potuto assicurarsi ritorni in termini di reddito, direttamente proporzionali alla crescita economica di tutti gli altri Paesi integrati nell’economia mondiale.

La crescita del volume degli scambi internazionali è stata considerata il miglior viatico per una continua espansione del ruolo della “City” nel mondo e per il continuo miglioramento delle sue fortune economiche e di quello delle istituzioni che in essa si sono concentrate. E’ per questa via che la “City” ha potuto identificarsi in un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, in quanto costituisce una realtà a parte.

Si tratta di un’entità istituzionale a sé stante, espressa dalla “City of London Corporation”, che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e proprie forze dell’ordine. L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei pochi residenti e dei rappresentanti delle molte istituzioni economiche presenti nell’area d’insediamento. Secondo molti osservatori, si tratta del più grande paradiso fiscale del pianeta che, se per un verso ha contribuito a rilanciare l’economia inglese, per un altro verso ha originato molti effetti negativi.

Questi ultimi sono derivati dal generale spostamento dell’attività economica verso un’economia di servizi e dal declino dell’industria manifatturiera. Il nuovo tipo di attività economiche prevalenti ha rimodellato l’offerta dei posti di lavoro; la nuova offerta ha risentito in maniera crescente del fatto che buona parte del processo produttivo, che tradizionalmente era svolto in fabbrica, si sia diviso, grazie all’avvento dell’informatica, tra i centri che forniscono i servizi altamente specializzati, da un lato, e un centro direttivo responsabile dell’organizzazione della loro produzione e distribuzione, dall’altro. In conseguenza di ciò, la nuova forma assunta dalla crescita economica, man mano che il processo di globalizzazione si è espanso ed approfondito, ha trasformato le caratteristiche del mercato del lavoro, il cui funzionamento è divenuto sempre più complesso, a causa, oltre che della presenza della crescente forza lavoro disoccupata, anche di quella di consistenti quote di manodopera immigrata.

La trasformazione dell’economia del Regno Unito in un’economia dominata dalla produzione di servizi ha avuto, inoltre, un impatto negativo sul piano distributivo; molte indagini compiute al riguardo, hanno rilevato che, a differenza di quanto è avvenuto nei residui comparti produttivi manifatturieri, le rimunerazioni sono cresciute solo in quelli produttivi di servizi; coloro che hanno condotto le rilevazioni concordano sul fatto che il venir meno della centralità delle attività manifatturiere ha posto fine al funzionamento del meccanismo distributivo fondato sul grande patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria. Sin tanto che le attività manifatturiere hanno avuto un peso rilevante nel processo di crescita, la distribuzione del prodotto sociale è avvenuta secondo una dinamica che vedeva coinvolti anche i comparti delle attività più periferiche dell’economia. Il meccanismo equitativo sul piano distributivo è stato interrotto dall’egemonia acquisita dai nuovi comparti produttivi specializzati solo nella produzione servizi.

Quanto è accaduto nel Regno Unito, con l’avvento della città-globale di Londra, non è che lo specchio di quanto è avvenuto in tutti gli altri Paesi in cui è prevalsa la tendenza a fondare la crescita sullo sviluppo delle attività produttrici di servizi, in funzione della dinamica del mercato globale. Non casualmente, l’attuale situazione economica e sociale attuale, oltre che politica, vissuta dal Regno Unito, presenta i sintomi di un altro grande sistema economico, quello degli Stati Uniti d’America, che ha privilegiato per lungo tempo la produzione di servizi a scapito delle attività manifatturiere.

Vien fatto di pensare che anche Theresa May, come Trump negli USA, debba correre ai ripari per riequilibrare una situazione economica ampiamente squilibrata, pensando che con provvedimenti protezionistici possa essere ricuperata la stabilità economica e sociale che il “corpus” ingombrante della città-globale di Londra è valso a sacrificare. Forse la stessa Brexit è, in parte, da ricondursi all’esigenza dell’intero Regno Unito di porre rimedio ai pesanti squilibri economici dei quali esso soffriva da tempo, dopo il ridimensionamento della vecchia “City”, per aver privilegiato la continua crescita dei comparti produttivi di servizi a scapito dei quelli manifatturieri. Anche il malcontento degli scozzesi e dei gallesi (a parte i cittadini dell’Ulster, prevalentemente preoccupati di conservare la propria separazione da quelli dell’Eire) non è estraneo ai guasti causati dalle scelte economiche e politiche degli inglesi; ne è spia il fatto che scozzesi e gallesi siano sempre stati, e continuino ad esserlo, molto critici riguardo alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Gianfranco Sabattini

Il “Trimarium” e lo spirito dell’Unione Europea

germania russia ue

In seguito alla caduta di Napoleone, l‘ordine europeo deciso al Congresso di Vienna è entrato in crisi all’inizio del XX secolo, dopo il crollo degli imperi asburgico, tedesco e russo. Le guerre che hanno caratterizzato gran parte del secolo (la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda) non sono valse a prefigurare un nuovo ordine, in quanto, sebbene siano state tutte vissute dalle potenze che vi hanno partecipato per acquisire una posizione egemonica sul Vecchio Continente, si sono chiuse per armistizio, senza che venisse formalizzato un nuovo accordo tra vincitori e vinti.

Gli USA e l’Unione Sovietica dal 1945 al 1991 hanno gestito una pace armistiziale con la costruzione di due Europe, risultate – come afferma l’Editoriale di Limes (n. 12/2917) – “specularmene opposte, dunque strategicamente asimmetriche”; di esse, la Cortina di ferro, che correva da Stettino a Trieste, è stata la linea di divisione.

Il crollo dell’URSS ha messo in discussione la bipartizione europea seguita alla fine del secondo conflitto mondiale, facendo nascere, con l’inclusione dei Paesi dell’Europa orientale, una nuova Europa, con “una sempre più esigue zona grigia a separarla dai confini della Russia occidentale”. In tal modo, gli ex Stati comunitari dell’Est europeo, che si erano liberati dal giogo sovietico, sono venuti a trovarsi a vivere all’interno di una nuova comunità politica indeterminata, senza un centro di riferimento; ciò perché, delle due potenze che si erano spartite l’Europa del secondo dopoguerra, la Russia aveva “subito tali amputazioni da metterne in crisi lo stigma imperiale”, mentre gli Stati Uniti, “primattori mondiali, perciò anche europei”, vinte le guerra (due calde e una fredda), hanno considerato preminente il teatro indo-sino-pacifico. Nel contempo, l’altro potenziale protagonista, cui francesi, inglesi, italiani e altri popoli europei attribuivano l’intento di “farsi egemone continentale, la Germania riunita”, ha affermato di non disporre “delle risorse culturali e strategiche necessarie a tradurre la sua centralità geoeconomica in potenza a tutto tondo”.

La situazione di stallo che ha pesato sul futuro dell’Unione Europea ha suscitato in Polonia e nei Paesi baltici il timore (non senza fondamento) di una possibile alleanza, anche se solo sul piano economico, tra Germania e Russia; ciò ha indotto i Paesi dell’Europa orientale a prendere delle iniziative volte ad azzerare la possibilità che la possibile alleanza possa avere luogo, dando vita al “Trimarium”. E’ questo un patto che raggruppa dodici Paesi, che dal Mar Baltico arrivano fino al Mar Nero e, con Croazia e Slovenia, toccano l’Adriatico. Gli Stati coinvolti sono la Polonia, che è la capofila dell’accordo, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, i tre Stati baltici, la Bulgaria, la Slovenia, la Romania, poi la Croazia e l’Austria. Si tratta di un insieme di territori che divide di nuovo in due l’attuale Unione Europea, frapponendosi tra l’Europa occidentale e la Russia.

Il Trimarium non è tuttavia un’iniziativa nuova; nel 1920, il maresciallo polacco Pilsudsky, aveva lanciato l’idea che si dovesse costituire una “cintura” di Paesi strettamente alleati, allo scopo di separare fisicamente la Russia dalla Germania, entrambe percepite come Paesi aggressivi e invadenti. La linea di separazione era stata chiamata “Intermarium” e la si era pensata estendersi dal Mar Baltico al Mar Nero; l’Intermarium era stato quindi concepito come una difesa comune e, anche allora, lo scopo era di impedire ogni possibile avvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale.

Secondo i suoi promotori, invece, l’unico scopo del Trimarium sarebbe di natura economica e mirerebbe a costruire nuove infrastrutture logistiche tra gli Stati partecipanti, consolidando la loro reciproca cooperazione; il Trimarium perciò non avrebbe alcuna valenza geopolitica. Sebbene si parli anche di rafforzamento della “sicurezza”, non è specificato in quale modo questa finalità possa essere perseguita. Tuttavia, indipendentemente dalle affermazioni dei rappresentanti dei Paesi coinvolti, basta avere presente il senso dei tentativi trascorsi per cogliere anche i significati più reconditi dei promotori della nuova iniziativa.

Il progetto, secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, coordinatore della sezione difesa e politica del Consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia e consulente del Ministero degli esteri polacco, in “La nuova Europa longitudinale: il Trimarium visto dalla Polonia” (Limes n. 12/2017), “si delinea su due dimensioni – le infrastrutture dei trasporti e quelle energetiche – e ha carattere puramente economico”. Il suo successo, secondo il consulente polacco, sarebbe legato al fatto che tutti i Paesi coinvolti fanno parte dell’Unione Europea, il cui obiettivo sul piano politico non può che essere perciò quello di “approfondire la cooperazione settoriale e rafforzare la coesione fra gli Stati del fianco orientale della UE”; ciò al fine di “sviluppare legami economici e personali fra i Paesi dell’Europa centro-orientale, per rendere questi ultimi creatori attivi del processo di integrazione europea, non meri consumatori di idee e progetti provenienti dal nucleo dell’Unione”.

Secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, il primo obiettivo del Trimarium consisterebbe nel potenziamento delle infrastrutture dei trasporti, in considerazione del fatto che, soprattutto nell’ultimo decennio, sarebbero state potenziate le vie di collegamento fra l’Est e l’Ovest dell’Europa e trascurate quelle Nord-Sud. Il secondo obiettivo sarebbe l’approfondimento della cooperazione nel settore energetico, al fine di realizzare una risposta efficace alla “sfida posta dalla Russia, evidente nelle cosiddette guerre del gas fra Mosca e Kiev […], accompagnate dall’aggressione militare russa a partire dal 2014”. Per sventare un simile pericolo, ai danni soprattutto dei Paesi baltici e della Polonia, la contromisura “dell’iniziativa dei Tre Mari è incarnata nel corridoio Nord-Sud che punta a collegare il già esistente terminal di gas naturale liquido di Świnoujście sulla costa baltica a quello pianificato sull’isola croata di Krk nel Mar Adriatico”.

Il Timarium sarebbe quindi la risposta concreta al “Nord Stream 2” (il nuovo impianto per il trasporto del gas, che dovrà collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar baltico, in aggiunta al “Nord Stream 1”), che accomuna tutti i Paesi aderenti, in quanto ognuno di essi teme – secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski – il dominio russo, percependo l’”esportazione del gas come strumento della politica estera del Cremino”; essi, perciò, sono contrari alla realizzazione del nuovo impianto, così come lo erano a quella del primo.

Nel complesso, stando alle parole del coordinatore della sezione difesa e politica del consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia, l’iniziativa dei Tre Mari non punterebbe a sostituirsi alla UE, in quanto non sarebbe “stata creata contro qualcuno o qualcosa, ma per promuovere la cooperazione regionale”. Anche se focalizzata, per il momento, solo sulle infrastrutture di trasporto ed energetiche, il Trimarium potrebbe anche concorrere a “rafforzare le relazioni transatlantiche, attirando le forniture di gnl [gas naturale liquefatto] dagli Stati Uniti”.

Tuttavia, a parere di Alessandro Vitale (”It’s the economy, Putin. Il Trimarium visto dai baltici”, Limes n. 12/2017), pur rispondendo a esigenze reali di diversificazione delle politiche e di una più stretta cooperazione, finalizzata a una maggiore integrazione regionale, il Trimarium sarebbe però “dominato dalla politica estera polacca, in quanto percepito come “condizionato dalle strategie geopolitiche di Varsavia”. La strategia della Polonia, molto prudente all’indomani del crollo dell’ex URSS, secondo Vitale, verrebbe oggi riproposta con maggior vigore dall’insieme dei Paesi di Visegrad (il gruppo originario, costituito da Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, allo scopo di stabilire e rafforzare la cooperazione per promuovere la loro integrazione unitaria nell’Unione europea), dai Paesi baltici e da quelli balcanici, tutti membri dell’Unione, preoccupati, oltre che dell’aggressività della Russia, anche del pericolo identificato “nello sforzo del Cremlino volto a minare la coesione euro-occidentale per ottenere concessioni e vantaggi strategici in Europa orientale”.

Per queste ragioni, sono in molti coloro che sottolineano come, in realtà, le iniziative dei Paesi della fascia orientale dell’Europa, sebbene i commentatori polacchi affermino che il Trimarium risponde a solo finalità economiche, corrispondano ad un disegno strategico avente finalità difensive; fatto, questo, che induce i critici a nutrire perplessità sulla plausibilità dell’attivismo dei Paesi coinvolti, in quanto, trattandosi di membri dell’Unione Europea, avrebbero dovuto fare ricorso alle previste procedure di “cooperazione rafforzata”, anziché procedere autonomamente al di fuori delle istituzioni comunitarie. Un altro aspetto anomalo del Trimarium è rinvenuto nel fatto che molti dei Paesi che vi aderiscono siano gli stessi che rifiutano di accettare le direttive UE sul governo dei flussi dei migranti; su questo specifico argomento, è proprio la Polonia ad essere la più intransigente, dimentica della solidarietà prestatale da molti Paesi dell’Europa occidentale (tra i quali l’Italia), della quale essa ha potuto disporre nella sua lotta contro il domino sovietico. Viene da pensare che persino le ossa di Papa Wojtyla starebbero ribellandosi al comportamento attuale, riguardo all’argomento dei migranti, da parte del Paese sacro al suo cuore.

L’accordo del Trimarium, non essendo stato concordato con l’UE, è percepito dai critici, se non proprio come un atto ostile all’Europa, come un accordo politico estraneo alla strategia dell’Unione e sicuramente dannoso per alcuni Paesi fedeli al progetto dell’unificazione politica del Vecchio Continente (fra essi vi è a anche l‘Italia).

A parere di Germano Dottori (“Il Trimarium danneggia l’Italia”, in Limes n. 12/2017), il Trimarium rappresenta, per il nostro Paese, “una sfida di tipo nuovo. Per quanto i sui principali promotori si affannino a ripetere che il nuovo format non è una riformulazione del progetto dell’Intermarium e non veicola alcuna particolare velleità geopolitica, concentrandosi prevalentemente sulle infrastrutture dei Paesi partecipanti, in realtà le implicazioni rilevanti dal punto di vista strategico e della sicurezza non mancano. Facendo della Polonia sul Baltico, della Romania sul Mar Nero e della Croazia sull’Adriatico i suoi perni, l’iniziativa dei Tre Mari pare in effetti puntare alla riconfigurazione dell’intera architettura interna dei flussi commerciali europei. Tagliandone fuori la Germania, ma non l’Austria, quanto l’Italia, che in questa fase ha scelto di essere tra gli alleati più fedeli di Berlino”.

Poiché la mancanza dell’unità politica dell’Europa è la grande debolezza che il Vecchio Continente si trova attualmente a dover gestire, è comprensibile che ognuno dei Paesi membri prenda iniziative per sollecitare l’accelerazione del processo di unificazione politica dell’Europa. Non è però accettabile che un gruppo di Paesi membri conduca una politica internazionale indipendentemente dagli altri, guardandosi bene dal rinunciare alle risorse che gli vengono trasferite per tutt’altro scopo. I Paesi dell’Europa Centro-Orientale si stanno rivelando degli incalliti sovranisti che – afferma Dottori – “guardano in effetti all’Europa solo come a una cornice entro cui perfezionare la costruzione della loro indipendenza nazionale”, per cui è inevitabile che la scelta di promuovere l’iniziativa dei Tre Mari sia percepita come l’indizio della “volontà dei suoi promotori di costruire un controaltare”, destinato, se non contrastato, a riservare ai restanti membri dell’UE possibili amare sorprese, come quella, ad esempio, di favorire la politica dell’America di Trump contro la Germania, nel momento stesso in cui si invoca un maggiore impegno di Berlino per il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa.

Bene quindi ha fatto l’Italia se, come rivelano recenti fonti diplomatiche, ha chiesto la riunione del gruppo “Med 7” (comprendente Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e anche Portogallo) per concordare le decisioni di riforma che nei prossimi mesi dovranno essere assunte per il completamento dell’Unione monetaria, essenziale per rilanciare l’economia del Vecchio Continente e con essa del processo di unificazione politica dell’Europa. Decisione saggia quella assunta dalla diplomazia italiana, soprattutto se si pensa che in questo momento è d’uopo supplire all’assenza di attenzione per i fatti europei da parte di una classe politica impegnata in tutt’altre faccende, al punto di trascurare gli atti ostili portati contro la realizzazione dell’”edificio politico comune”, il solo che, in prospettiva, potrà costituire una valida garanzia per il nostro futuro.

Gianfranco Sabattini