Dazi e controdazi, la guerra commerciale di Usa e Ue

europa usaE’ iniziata la guerra dei  dazi tra Stati Uniti d’America e Unione Europea. La  Commissione Ue  ha adottato il regolamento che fungerà da risposta ai dazi americani su acciaio e alluminio imposti dal presidente  Donald Trump. Lo ha annunciato la commissaria europea al Commercio  Cecilia  Malmström dicendo: “Le nuove misure entreranno in vigore venerdì 22 giugno e colpiranno una lista di prodotti per un valore totale di 2,8 miliardi di euro”.

In una nota diffusa a Bruxelles, Cecilia Malmstroem ha precisato: “Non volevamo arrivare a questo. Ma la decisione unilaterale e ingiustificata degli Stati Uniti di imporre tariffe su acciaio e alluminio non ci ha lasciato altra scelta. Le regole del commercio internazionale, che abbiamo sviluppato mano nella mano con i nostri partner americani, non possono essere violati senza una reazione da parte nostra”.

La commissaria al Commercio ha quindi sottolineato: “La risposta dell’Unione europea è misurata, proporzionata e pienamente in linea con le regole del Wto: non serve dire che, se gli Stati  Uniti  rimuoveranno le loro  tariffe, saranno rimosse anche le nostre misure”.

Le contromisure europee colpiranno alcuni dei prodotti simbolo degli States: dai jeans  Levi’s  alle celebri motociclette  Harley  Davidson, fino alle sigarette  e il burro d’arachidi. La norma colpirà diversi generi commerciali, con un dazio che secondo la Commissione europea sarà del 25%.

La ritorsione è stata varata per le tariffe imposte dall’Amministrazione Usa all’import europeo di metalli. In totale sono state colpite circa 200 categorie in svariati settori, acciaio ovviamente compreso, ma anche bevande come i succhi di frutta ed il bourbon ‘made in Usa’. Una tariffa del 10% sarà imposta sulle carte da gioco. Trump ha applicato il dazio del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio (inizialmente sospeso, ma scattato a inizio giugno).

Il provvedimento sui dazi, è stato pubblicato oggi sulla Gazzetta Ufficiale UE, per una immediata entrata in vigore il giorno successivo, domani 22 giugno. Si tratta della prima fase di una campagna di reazione alle misure della Casa Bianca. La Ue si è già riservata di introdurre tariffe dal 10 al 50% su prodotti Usa importati in Europa per un valore di altri 3,6 miliardi di dollari non oltre il 23 marzo 2021.

A colpire negativamente gli europei è stata anche la motivazione formale per i nuovi dazi Usa, in base a una imprecisata minaccia alla sicurezza nazionale. Anche il Messico ha reagito ad analoghe misure, mentre il Canada lo farà dal primo luglio. Sullo sfondo aleggia una più vasta guerra commerciale tra Usa e Cina. Le conseguenze sul commercio internazionale e sui mercati finanziari cominciano a farsi sentire: gli effetti sull’economia globale, secondo gli esperti, dipenderanno dal fatto che si possa fermare o meno la spirale di mosse e contromosse ritorsive.

Trump ha anche minacciato di imporre un dazio del 25% sulle auto ‘made in Europe’ importate negli States, rispetto all’attuale 2,5 per cento. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, circola la proposta tedesca di una abolizione reciproca dei dazi sull’auto, che è del 10% nella Ue: le principali case tedesche, da Volkswagen a Bmw e Daimler, non avrebbero obiezioni. Del resto, i dazi sull’import di auto nella Ue si stanno già eliminando o riducendo per costruttori di altri Paesi. Ad esempio, per le case sudcoreane, in seguito al Free Trade Agreement tra Seul e Bruxelles. Il futuro Fta tra Ue e Giappone contempla anch’esso un processo di riduzione, sia pure molto graduale, dei dazi sull’auto made in Japan. Per le case tedesche è molto più pericolosa l’introduzione di dazi americani che non una maggiore apertura del mercato europeo alle auto made in Usa. Un azzeramento reciproco implicherebbe un altro vantaggio per gli europei: la cancellazione dei dazi Usa del 25% su pickup e grandi van. Ma questo dovrebbe trovare opposizione nei sindacati americani.

Secondo i calcoli del Wsj, nonostante gli investimenti diretti negli States, ancora oggi Daimler e Bmw realizzano il 10% delle loro vendite attraverso l’export negli Usa. Anche i costruttori giapponesi sono molto spaventati dalla prospettiva di barriere all’ingresso nel secondo mercato mondiale.

Dalla guerra commerciale sui dazi non ci saranno vittorie ma solo sconfitte. La sconfitta peggiore riguarderà l’economia nella sua interezza con tutte le conseguenze immaginabili tipiche della recessione. Ad essere colpiti per primi saranno i lavoratori e le fasce reddituali più basse.

Salvatore Rondello

“Accesso al cibo” e diritto alla dignità della persona

20716_stefano-rodota“L’identità – la sostanza di ciò che siamo e del modo in cui siamo in relazione con gli altri – si trova nel mezzo di uno straordinario tumulto”; con questa frase, di uno studioso americano, riferita al rapporto sempre più intenso della persona con la “Rete” Stefano Rodotà, nel volume postumo “Vivere la democrazia”, apre la riflessione “sul tumultuoso vivere” dell’età contemporanea, che ha determinato un concetto di “identità digitale” della persona, allontanandola da quella fisica.
L’avvento delle tecnoscienze informatiche, infatti, “sembra portare con sé – afferma Rodotà – il congedo dell’identificazione della fisicità”; in tal modo, l’identità personale ha teso a farsi astratta, affidata a “codici segreti, parole chiave, algoritmi”, ma l’incertezza della identificazione del soggetto, connessa alla digitalizzazione dei suoi “dati” personali, ha determinato un ritorno alle sue “componenti fisiche”.
Ciò è accaduto anche per via del fatto che la normativa europea sul problema dell’identità “ha privilegiato l’attenzione per la persona nella dimensione del consumo, facendo appunto della tutela del consumatore uno degli oggetti primari della sua attenzione”. Si tratta, però, secondo Rodotà, di un’identificazione parziale della persona, in quanto espressiva di una identificazione formulata solo in funzione del mercato; non casualmente, questa formulazione è stata giudicata insufficiente dalla stessa Unione Europea, che nella “Carta dei diritti fondamentali”, proclamata nel 2000, ha messo in evidenza l’insufficienza di un quadro istituzionale concernente la persona “sostanzialmente organizzato intorno al mercato”.
Spostando l’attenzione “dalla sola logica economica a quella dei diritti”, la “Carta” europea ha sottratto la definizione dell’identità personale ad un unico fattore totalizzante, considerando che se la persona fosse, ad esempio, identificata con il consumatore, si costituzionalizzerebbe solo un’identità personale impoverita, “collocata interamente nel mercato”, mentre i “dati” dell’identità assumerebbero una valenza solo funzionale al funzionamento di quest’ultimo. In tal modo, la “Carta” ha stabilito che l’identità della persona non possa essere definita in funzione degli interessi di soggetti esterni ad essa; al contrario, deve essere formulata per il tramite di un contesto all’interno del quale i diritti fondamentali della persona “possano ottenere non solo riconoscimento, ma attuazione”.
Il contesto all’interno del quale definire l’identità personale, pertanto, non può che essere il diritto; così come è avvenuto in corrispondenza di ogni stadio del processo di civilizzazione dell’umanità; il diritto può contribuire a creare una nuova “antropologia”, incorporante nella naturalità dell’uomo i nuovi valori che si sono affermati sul piano culturale. Infatti, ogni grande operazione giuridica che ha scandito il lento processo di civilizzazione, è valsa a disegnare un “suo modello di persona, che non era mai la semplice registrazione di una natura ‘umana’, ma un gioco sapiente […] di selezione di ciò […] che poteva trovare accoglienza nello spazio del diritto e quel che doveva restarne fuori, di ciò che poteva entrare in quello spazio con i suoi connotati ‘naturali’ e quello che esigeva una metamorfosi resa possibile proprio dall’artificio del diritto”. Lungo tutto il percorso della civilizzazione è stata di continuo realizzata un’estrazione “dalla naturalità dell’uomo di una figura sommamente artificiale qual è il cittadino, affidando alla legge, e solo alla legge, la definizione del suo perimetro”. Proprio per questo, sostiene Rodotà, è legittimo parlare di creazione di una nuova antropologia.
Durante il percorso di civilizzazione, se l’affermazione dei valori della Rivoluzione del 1789 (libertà, uguaglianza e solidarietà) è stata il connotato della modernità, l’affermazione del valore della dignità rappresenta il caratteri specifici del Novecento; non casualmente, perciò, a partire dalla modernità, si può parlare del passaggio dall’homo hierarchicus” di prima dell’89, all’”homo aequalis” di dopo, sino all’”homo dignus” dell’età contemporanea, dove la rilevanza assunta dalla dimensione della dignità ha indotto a proporne una considerazione che – afferma Rototà – “la assume come sintesi di libertà ed eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della democrazia”.
Il processo di costituzionalizzazione del valore della dignità, passando attraverso le costituzioni democratiche del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha continuato sino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, la quale ha sancito che “proprio la dignità fosse il segno forte della prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio”, associando ad essa la dimensione esistenziale dell’uomo: “Dignità e lavoro – afferma Rodotà – sono i due nuovi punti di avvio” del processo di civilizzazione, che è valso a collocarli “in un contesto nel quale assume rilevanza primaria la condizione reale della persona, per ciò che la caratterizza nel profondo (la dignità) e per quel che la colloca nella dimensione delle relazioni sociali (il lavoro)”. Così, il soggetto astratto è stato calato nella sua dimensione di persona concreta, è stata rivestita di un esoscheletro che, tramite il diritto, è valso a sottrarla al pericolo che le tecnoscienze la trasformassero in “persona digitale”, sconnessa dalla sua fondazione umana.
La tutela costituzionale della dignità dell’uomo ha cessato d’essere affidata a un qualche principio astratto, sovrastante i valori delle modernità (libertà, uguaglianza e solidarietà), per essere calata all’interno del loro intrecciarsi con il valore della dignità stessa, dal quale l’uomo “riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa dignità umana”, fondata sul diritto alla vita e, dunque, sul diritto di accesso alle risorse materiali per il pieno e autonomo svolgersi della sua esistenzialità.
L’affermazione del diritto di “accesso al cibo” – secondo Rodotà – è recente e rappresenta il traguardo di una lunga trasformazione caratterizzata dal passaggio da forme di benevolenza individuale e collettiva a specifici doveri delle istituzioni pubbliche, impegnate a rendere possibile un accesso sempre più diretto delle persone ai “beni della vita”. Il diritto alla vita (o diritto al cibo) è divenuto così il “punto di convergenza di molteplici principi giuridici, dando ad essi particolare concretezza e contribuendo alla fondazione di un nuovo ambiente politico-istituzionale”. In questo modo, il diritto alla vita si è trasformato in una componente ineludibile della dignità della persona, che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha dichiarato, come si è detto, “inviolabile”.
Ciò significa che il diritto alla vita dei componenti le comunità politiche, che hanno costituzionalizzato il valore della dignità della persona, è divenuto il centro di un’”articolata costellazione istituzionale”, nella quale si invera la democrazia dei diritti. Nello stesso tempo, l’assunzione, da parte dell’organizzazione dello Stato, della responsabilità di garantire il diritto di “accesso al cibo”, come lo chiama Rodotà, sta imponendo alla società contemporanea specifiche modalità di governo; modalità implicanti, da una parte, che l’obbligazione pubblica di assicurare il diritto alla vita dei cittadini sia presa sul serio; dall’altra parte, che il coinvolgimento degli stessi cittadini nel determinare le forme con cui soddisfare i loro stati di bisogno esistenziali avvenga non “attraverso proclamazioni astratte”, ma con la promozione di tutte le iniziative sul piano dell’informazione e della formazione, perché essi (i cittadini) siano resi consapevoli del fatto che le politiche pubbliche attuate rispondono realmente al rispetto di tutti i loro diritti.
In tal modo, la soddisfazione del diritto alla vita assume caratteristiche – osserva Rodotà – “che contribuiscono alla migliore definizione dello stesso processo democratico”, diventando essenziali per il pieno e reale rispetto dei principi fondamentali della modernità, ovvero dei principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Il diritto al cibo, concorrendo a dare piena attuazione alla dignità personale, diventa infatti il presupposto per dare una risposta sul piano sostanziale a quei principi che, sanciti dalla Rivoluzione del 1789 e ribaditi da tante costituzioni ad essa successive, sono rimasti per lo più solo delle proclamazioni, che non sono valse, malgrado i progressi realizzati con l’età moderna, a rimuovere i fenomeni della disuguaglianza sociale e della povertà ereditati dal passato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, dichiarando l’inviolabilità della dignità della persona, ha statuito la congiunzione della sfera privata e di quella pubblica, collocando il diritto al cibo – afferma Rodotà – “a pieno titolo tra quei diritti di cittadinanza che devono accompagnare nel mondo ogni persona, quale che sia la sua condizione”.
In questa prospettiva è divenuto evidente il novo ruolo che è chiamata a svolgere l’economia, nel momento in cui essa si sta trasformando da “economia della scarsità” (qual era nell’età premoderna e per gran parte di quella moderna), in “economia dell’abbondanza”, le cui conseguenze sono destinate ad affievolire e, alla lunga, a rimuovere del tutto la possibilità che il diritto al cibo (e, dunque, alla dignità personale) sia garantito attraverso il lavoro, tradizionale titolo in base al quale la persona ha potuto partecipare alla ripartizione del prodotto sociale.
Oggi, con il restringersi delle tradizionali opportunità lavorative a causa del crescente approfondimento capitalistico dell’attività produttiva, la ripartizione del prodotto sociale non può che avvenire sulla base di nuove modalità; questa ineludibile necessità, compatibile con uno stabile funzionamento dell’intero sistema produttivo, può essere soddisfatta solo attraverso quella che Rodotà definisce una “vera e propria” nuova rivoluzione costituzionale, con cui sostituire la rivoluzione della modernità, che aveva legato i valori della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà al soggetto moderno, con quella della contemporaneità, per legare la dignità della persona, oltre che ai valori della prima rivoluzione costituzionale, alla “sua concretezza e materialità”.
L’implicazione di questa conclusione non può che essere la messa a punto di una nuova strumentazione istituzionale, che adegui la distribuzione del prodotto sociale alle nuove modalità di funzionamento dell’economia dell’abbondanza. Rodotà lega la nuova strumentazione istituzionale alla identificazione dei cosiddetti “beni comuni”, cioè a quei beni che, in virtù del loro caratteristiche strutturali, sono “direttamente” necessari per la soddisfazione dei diritti fondamentali della persona.
In realtà, ipotizzare di poter garantire la dignità “costituzionalizzata” della persona sulla base dei soli beni comuni è riduttivo. L’utilizzazione di tali beni, è sicuramente un corollario di tutta l’analisi compiuta da Rodotà, ma riferirsi unicamente ad essi per garantire l’accesso al cibo, non consente di cogliere le urgenze sollevate dall’avvento dell’economia dell’abbondanza.
L’analisi di Rodotà risponde sicuramente meglio alle conclusioni cui egli era pervenuto nel volume “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, dove egli affermava che la questione del “diritto all’esistenza” può essere risolta statuendo per lo Stato il “dovere di assicurarne la garanzia” attraverso un’utilizzazione delle risorse disponibili che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. A tal fine, lo Stato dovrà stabilire una distribuzione delle risorse “costituzionalmente consentita”, e giustificata in funzione della soddisfazione dei diritti fondamentali, invertendo la prassi politica tradizionale, che sinora ha considerato prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita, e residuali, invece, quelle destinate alle soddisfazione dei diritti.
Ciò, però, significa che la nuova strumentazione istituzionale, compatibile con la rivoluzione costituzionale della contemporaneità, deve sostituire le modalità di stabilizzazione del funzionamento del sistema produttivo fondato sul welfare, proprio dell’economia della scarsità, con nuovi strumenti; questi ultimi, con la riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, dovranno essere in grado di assicurare la stabilità dell’economia, mediante regole distributive del prodotto sociale fondate su specifiche priorità che cessino di considerare residuale la soddisfazione del diritto alla dignità dei cittadini. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza e alla dignità degli individui può solo continuare a dipendere dal “ricatto politico” delle maggioranze politiche di turno, esercitato in funzione delle transeunti situazioni contingenti.

Nato-Italia. Dietro la facciata restano i nodi al pettine

Visit by the NATO Secretary General to Italy

Un giro di orizzonte molto interessante, un incontro “eccellente”. Queste le parole del Segretario Generale della Nato dopo il faccia a faccia con il nuovo Premier italiano, Giuseppe Conte.

La visita di due giorni in Italia di Jens Stoltenberg, domenica e lunedì appena trascorsi, ha così registrato il primo contatto diretto tra Bruxelles ed i massimi esponenti del nuovo esecutivo M5S-Lega, che diverse preoccupazioni, specie per estemporanee sortite di alcuni dirigenti politici in campagna elettorale, aveva, non soltanto sotterraneamente, suscitato nel quartier generale di Bruxelles, come anche oltreoceano.

A Palazzo Chigi, nelle dichiarazioni alla stampa, si sono, invece, ascoltati molti, reciproci complimenti. Dal Segretario della Nato a Conte per l’alto incarico ricevuto, e per essere stato rassicurato sulla conferma da parte italiana del significativo ruolo di Roma nell’Alleanza Atlantica, con soprattutto la riaffermazione degli obblighi assunti.

Dal Presidente del Consiglio a Stoltenberg per l’attenzione ed il riconoscimento da parte Nato della professionalità dei nostri militari protagonisti nei diversi teatri e missioni, specie in Kosovo, così come per l’impegno di Roma, in via di puntualizzazione, ad adeguare il contributo finanziario all’organizzazione. Una sollecitazione, quest’ultima, peraltro giunta nuovamente ed in forma frizzante quanto ruvida, via Twitter e non solo, dopo il burrascoso G-7 canadese, a tutti i 28 alleati dal Presidente statunitense, Donald Trump.

Nelle dichiarazioni alla stampa, però, emergeva naturalmente una serie di sottotesti, ben oltre la riaffermazione di una efficace difesa alleata rispetto alle minacce globali del terrorismo internazionale e l’auspicio concorde che l’’hub’ regionale Nato per il Fronte Sud, il JFC di Napoli, possa essere pienamente operativo prima del prossimo vertice dell’Alleanza, fissato l’11-12 luglio nella nuova sede brussellese.

In effetti, le questioni reali da affrontare tra le due parti, verificando il grado di comprensione ed eventuali dissensi, erano sostanzialmente tre: la questione di un eventuale disimpegno italiano dall’Afghanistan, così come adombrato in vari momenti pre-elettorali da alcuni militanti grillini di alto rango (una poco chiara “revisione” di ‘Resolute Support’, ma anche della nostra presenza in Iraq).

In secondo luogo, la ripetuta richiesta di Lega e Cinque stelle di una riduzione, più o meno selettiva fino al superamento, delle sanzioni imposte alla Federazione Russa – esplicitata in modo soft nelle dichiarazioni programmatiche in Parlamento del Premier Conte, ma ben più nettamente nel ‘Contratto di governo’ tra i due partner governativi.

Ancora, la esigenza di porre la massima attenzione al bacino del Mediterraneo, con l’auspicio pressante – a quanto si registra – del nuovo governo giallo-verde di una piena assunzione di responsabilità ed un più alto grado di cooperazione tra Nato ed Unione europea, in direzione della lotta al traffico di esseri umani e, dunque, di solidarietà e supporto alle difficoltà di Roma nel dissuadere al massimo l’attività migratoria, specie nei mesi estivi, dal Nord Africa verso le coste italiane.

Stoltenberg ha mostrato apertura e disponibilità sui temi proposti, ma riguardo i rapporti Nato-Mosca, deterioratisi grandemente a partire dalla vicenda dello status della Crimea del 2014, ha puntualizzato di voler sempre operare in direzione dell’approccio stabilito a suo tempo. Quindi, dosando opportunamente la doppia chiave comune per riaprire ed intensificare il dialogo con il Cremlino, ricordata ed apprezzata anche dal Presidente del Consiglio italiano: rigore e “fermezza” nella difesa dei principii essenziali degli standard democratici non rispettati – secondo gli alleati occidentali – da Mosca, e contemporanea apertura di tutti i canali di comunicazione e dialogo per migliorare le relazioni bilaterali (e segnatamente quelle commerciali – e della “società civile” per Conte – a cui i due alleati del governo di Roma tengono molto) e multilaterali dei 29 con la Russia.

Il Segretario Generale della Nato, nel suo giro di colloqui nella Penisola, si era incontrato con il nuovo titolare degli Esteri, il tecnico ben conosciuto a livello internazionale e già agli Affari Europei con il governo Monti, Enzo Moavero Milanesi, e dopo il vertice con Conte, a Via XX Settembre, con la neo Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta ed il Capo di Stato Maggiore, Generale Claudio Graziano, ed i vertici militari, peraltro già visti in ‘prima assoluta’ alla Ministeriale dell’Alleanza dello scorso venerdì 8, in Belgio. Per comprendere quali tra le issues particolarmente care al nuovo esecutivo di Roma avranno un concreto seguito, al momento, bisognerà soltanto attendere la riunione di luglio dei Capi di Stato e di Governo della Nato.

Roberto Pagano

Trump rompighiaccio del governo populista

governo-conteSembrava tutto perduto, invece è partito il governo M5S-Lega guardato con timore dall’Europa e dai mercati. Due segnali, uno piccolo e uno importante. Poi, improvvisamente, si è risolto il quasi insolubile rebus. Prima dal muro di cinta della sede del Carroccio di via Bellerio a Milano è stata cancellata la colossale scritta “Basta euro”. Poi giovedì 31 maggio è arrivato il messaggio della Casa Bianca affidato a ‘La Stampa’: «Noi non vediamo le potenziali nuove elezioni come una richiesta di mettere in discussione la presenza dell’Italia nell’Unione Europea». Donald Trump ha fatto da apripista, ha dato il disco verde al governo populista e sovranista italiano, molto simile al suo, rassicurando i mercati finanziari internazionali.

Populismo sì, populismo no. Beppe Grillo e Matteo Salvini in passato hanno rivendicato con orgoglio di essere dei populisti. Giuseppe Conte, chiedendo il 5 giugno il voto di fiducia al Senato, senza urla e con voce compassata da professore, non ha negato lo spirito populista del suo governo: «Se populismo è attitudine ad ascoltare i bisogni della gente, allora lo rivendichiamo».

Il presidente del Consiglio ha declinato un pragmatismo a “un cambiamento radicale”. Ha annunciato la volontà di applicare “il contratto di governo” frutto del travagliato negoziato tra il M5S e la Lega: 1) la fedeltà alla scelta europea e alla alleanza con gli Usa, ma anche l’intenzione di cambiare le regole della Ue e intende cancellare le sanzioni alla Russia di Putin; 2) la lotta all’immigrazione clandestina «ma non siamo e non saremo mai razzisti»; 3) lo stop ai vitalizi dei parlamentari e il taglio delle “pensioni d’oro” cioè «sugli assegni superiori ai 5 mila euro netti mensili nella parte non coperta dai contributi versati». Il punto centrale del programma di governo, però, è la lotta contro le disuguaglianze sociali e per il lavoro: reddito di cittadinanza, flat tax e superamento della legge Fornero sono i cavalli di battaglia ma hanno un alto costo (almeno cento miliardi di euro). Il presidente del Consiglio non ha dato particolari su come intervenire (in particolare non ha citato l’ipotesi quota 100 per andare in pensione anticipata). Il Senato ha concesso la fiducia all’esecutivo grillo-leghista con 171 sì, 117 no e 25 astenuti.

Le parole di Conte hanno innervosito i mercati ma non troppo: la Borsa ieri ha perso oltre l’1% e lo spread è risalito chiudendo a quasi 240 punti rispetto ai circa 210 della mattina. Il miracolo che ha prodotto il governo cinquestelle-leghisti è avvenuto il 31 maggio. Matteo Salvini ha accettato alla fine lo spostamento del suo pupillo Paolo Savona proposto da Luigi Di Maio, dal cruciale ministero dell’Economia a quello per le Politiche Europee. La mediazione ha sbloccato la paralisi. Sergio Mattarella ha dato il suo placet, negato invece domenica 27 maggio perché il segretario leghista aveva fatto le barricate, e il capo politico cinquestelle lo aveva appoggiato, nel volere l’economista euroscettico al dicastero dell’Economia. Il capo dello Stato, al secondo tentativo in 4 giorni, ha affidato al professor Giuseppe Conte l’incarico di guidare l’esecutivo giallo-verde.

Niente elezioni politiche anticipate date ormai per scontate, invece è sorto il primo governo populista della Repubblica italiana e il primo dell’Europa occidentale. La “Terza repubblica” secondo di Maio.

I mercati, dopo la bufera, hanno accettato con riserva l’arrivo del tandem populista al governo. Prudenti segnali di apertura, dopo il presidente americano, sono giunti anche dai governi europei, da Bruxelles e dagli imprenditori italiani e stranieri. La cancelliera tedesca Angela Merkel è pronta a collaborare «con il nuovo governo italiano». Sergio Marchionne ha aperto la porta senza entusiasmo al nuovo esecutivo: «È già un passo avanti». L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, però, è stato caustico: «Noi siamo sempre stati filogovernativi, voi scegliete e noi ci adattiamo».

Nei giorni precedenti, invece, era scoppiato il panico. La crisi politica, aggravata dall’annuncio di Di Maio di voler chiedere la messa in stato di accusa di Mattarella (idea non condivisa da Salvini e poi rientrata con le relative scuse), aveva provocato il caos. In appena tre settimane a maggio il differenziale tra i buoni decennali del Tesoro italiani e quelli tedeschi era volato da 130 punti fino a 324, il livello più alto dal 2012, causando un salasso per pagare gli interessi più alti sui titoli del debito pubblico. Anche la Borsa era andata in picchiata.

Ora la paura è passata. Il governo populista dal taglio pragmatico è alla prova: la difficile scommessa delle forze anti establishment è di mantenere le seducenti ma difficili promesse fatte ai propri elettori nel voto del 4 marzo e di non impaurire di nuovo i mercati. È una prova cruciale per Di Maio e Salvini, i veri dominus del governo Conte: entrambi sono vice presidenti del Consiglio, il primo è ministro dello Sviluppo e del Lavoro e il secondo è titolare del dicastero dell’Interno. Ministro dell’Economia è il professor Giovanni Tria, un economista critico sulle regole per l’euro ma contrario a dare l’addio alla moneta comune. Ministro delle Politiche Europee è Savona, l’uomo sul quale punta Salvini, teorico di un Piano B per abbandonare l’euro. È un equilibrio fragile.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Dazi Usa. Trump contro Europa Canada e Messico

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

In una nota diffusa a fine giornata di ieri, l’amministrazione Usa ha deciso di fare scattare da oggi i dazi su acciaio e alluminio anche per Ue, Canada e Messico.

Il Fondo Monetario Internazionale, commentando la decisione degli Stati Uniti di imporre dazi sull’alluminio e l’acciaio importati da Unione Europea, Canada e Messico, ha affermato: “Tutti perdono in una protratta guerra commerciale: non è positivo che le tensioni commerciali aumentino proprio in un momento in cui la ripresa globale e’ sostenuta dal commercio. Incoraggiamo i paesi a lavorare costruttivamente insieme per ridurre le barriere e risolvere i disaccordi commerciali senza il ricorso a misure eccezionali”.

Il portavoce del Fmi, da Washington, ha giudicato “triste” il fatto che “le tensioni commerciali stiano aumentando in un momento in cui la ripresa globale è sostenuta dal commercio”.

Il Fondo monetario internazionale è tornato a ripetere che i Paesi devono lavorare insieme in modo costruttivo per ridurre le barriere commerciali e per risolvere disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali.

Gerry Rice ha continuato ribadendo quanto detto dal Fondo già ai suoi Spring Meeting di primavera: “Per la prima volta in tanto tempo, il commercio sta crescendo più velocemente del Pil globale e la ripresa è generalizzata. Per via del commercio e dell’innovazione, miliardi di persone oggi godono di vite più lunghe, più salutari e più prospere”.

Il portavoce del Fmi ha poi fatto riferimento a un tweet scritto ieri dal direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde. Dal G7 finanziario a Whistler, in Canada, l’ex ministro francese delle Finanze ha messo in guardia: “Alla fine, se il commercio subisce un forte scossone, se il livello di fiducia tra gli attori economici è danneggiato gravemente, quelli che soffriranno di più sono i più poveri”.

Lo schiaffo di Donald Trump è arrivato all’Europa affermando: “I controversi dazi su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, scattano anche per il Vecchio Continente, così come per il Canada e il Messico. Ragioni di sicurezza nazionale”. Così ha scritto il presidente americano, che non arretra sul fronte delle promesse elettorali in nome della dottrina dell’America First. E pazienza se i Paesi colpiti sono i più stretti alleati e partner commerciali degli Stati Uniti, quelli storici. Inevitabile lo scontro tra le due sponde dell’Oceano, con reazioni durissime da Londra, Parigi, Berlino, che giudicano le decisioni della Casa Bianca ‘ingiustificate e pericolose’. L’ira dell’Unione europea è incontenibile. Le misure di rappresaglia contro gli Usa sono già pronte ad essere messe in atto, non solo da parte di Bruxelles, ma anche da parte di Ottawa e Città del Messico. Il presidente della Commissione UE, Jean.Claude Juncker ha tuonato: “Questo è protezionismo puro e semplice, inaccettabile”. L’Unione Europea ha già nel cassetto un piano per colpire soprattutto prodotti simbolo del made in Usa, come i jeans Levi’s, le moto Harley-Davidson o il bourbon del Kentucky. Una rappresaglia che potrebbe costare agli Stati Uniti almeno 7,5 miliardi di dollari, con le prime tariffe europee che potrebbero scattare dal prossimo 20 giugno. Anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani ha affermato: “Risponderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione”. Il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha minimizzato, spiegando come i dazi decisi dagli Usa sono di portata molto limitata e che eventuali contromisure europee non avranno un grande impatto sull’economia americana. Wilbur Ross, però, ha continuato ha lanciare lo stesso monito: “Noi comunque continueremo a lottare contro gli abusi commerciali”. Lo scenario di una guerra commerciale su scala globale è diventato molto preoccupante. Un timore che non a caso nelle ultime ore ha scosso Wall Street e tutte le principali piazze finanziarie, anche più della situazione italiana. Anche perché l’offensiva di Trump su acciaio e alluminio potrebbe essere solo l’inizio. Il presidente americano ha già aperto un’indagine sull’importazione di auto in Usa, agitando lo spettro di dazi del 20% che preoccupano soprattutto le grandi case automobilistiche tedesche. Il tycoon ha minacciato anche una stretta su una lunga lista di beni hi-tech dalla Cina per un valore di 50 miliardi di dollari, a partire dalla metà di giugno. Il rischio di una escalation è dunque elevatissimo e agita in queste ore i lavori del G7 dei ministri finanziari in corso in Canada. Il tema dei dazi, naturalmente, sarà al centro anche del G7 dei capi di Stato e di governo in programma sempre in Canada la prossima settimana, dove Trump rischia di trovarsi per la prima volta davvero isolato dagli altri leader delle principali potenze mondiali. I dazi Usa su acciaio e alluminio erano entrati in vigore il primo marzo ma l’Europa, insieme al Canada e al Messico, era stata temporaneamente esentata fino al primo giugno, per favorire un accordo che fissasse quote e limiti ben precisi all’import di questi metalli negli Stati Uniti. Un’intesa come quelle raggiunte con Corea del Sud, Australia, Argentina e Brasile. Ma, ha rivendicato Ross, i negoziati non hanno portato a risultati soddisfacenti, con gli europei che rifiutano di subire dazi motivati da ragioni di sicurezza nazionale. Gli Stati europei hanno replicato: “E’ assurdo, siamo tutti nella Nato”. Intanto il Messico ha già annunciato il varo di tasse per colpire l’importazione dagli Usa di una serie di prodotti che vanno dall’acciaio alla carne suina, passando per prodotti agricoli come l’uva o i mirtilli.

Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, a margine dei lavori del G7, ha affermao: “E’ importante per l’Italia restare nell’area euro, essere parte dell’Europa”. Poi, Mnuchin ha così risposto a chi gli chiede se è preoccupato o meno per l’Italia: “Assolutamente no. Lavoreremo con il nuovo governo, al quale va data una opportunità”. Poi in merito alla reazione forte dei mercati ai problemi dell’Italia nei giorni scorsi, Mnuchin ha risposto: “Il mercato ha avuto dei problemi. Il governo sa e capisce le questioni che deve affrontare. Dovranno lavorare con l’Europa, con noi. Rispettiamo il processo del nuovo governo”.

Pier Carlo Padoan non parteciperà al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali. Partito dall’Italia per partecipare all’incontro, Padoan ha deciso di tornare indietro durante uno scalo tecnico per motivi istituzionali, dopo avere appreso la notizia sui tempi del giuramento del nuovo governo. Nella delegazione italiana, al vertice ci sarà il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Presto gli americani si renderanno conto dei danni che stanno ricevendo dalla politica protezionista dell’Amministrazione Trump.

I populismi, storicamente non hanno mai avuto una lunga vita, ma le socialdemocrazie dovranno prepararsi al più presto a dare una alternativa di governo credibile.

Salvatore Rondello

Dazi, Trump pronto a colpire. Ue nel mirino

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L’annuncio di Donald Trump del via libera dei dazi su acciaio e alluminio nei confronti di Canada, Messico e Unione europea è previsto nelle prossime ore. Lo scrive il Washington Post citando tre fonti informate. La misura potrebbe avere effetto già a partire da domani. La stessa notizia è riportata anche dal Wall Street Journal, secondo cui le trattative degli ultimi due mesi sulla possibile esenzione per i 28 Paesi del Vecchio Continente sono fallite.

Lo scorso marzo, Trump ha annunciato tariffe del 25% sull’acciaio importato negli Usa e del 10% sull’alluminio, per motivi di sicurezza nazionale. La Casa Bianca ha poi deciso di estendere fino a venerdì primo giugno il termine per l’applicazione di questi dazi acconsentendo a un’esenzione temporanea per una serie di realtà (tra cui Ue, Argentina e Brasile), con l’obiettivo di arrivare ad un’intesa che scongiurasse la loro entrata in vigore.

Il “ministro” al Commercio Usa, il segretario Wilbur Ross, ha però lanciato un avvertimento durante il forum Ocse ieri a Parigi, lasciando intendere che le trattative sarebbero potute proseguire anche con l’entrata in vigore dei dazi. “Ci possono essere negoziati con o senza le tariffe, non è che non si possa parlare con le tariffe in piedi”, ha detto Ross (secondo quanto riportato dal Financial Times).

Ross ha invitato l’Europa a seguire il modello della Cina: Pechino sta subendo i dazi sui due metalli sin dalla loro entrata in vigore il 23 marzo scorso. Contemporaneamente sta trattando un accordo commerciale di più ampio respiro confidando di aumentare le sue esportazioni di beni alimentari ed energia in America.

Bruxelles tuttavia non crede che le tariffe doganali sui metalli siano il modo giusto per avviare i negoziati. Così come la Cina ha minacciato ritorsioni, anche la Ue si prepara a misure già ventilate e che prendono di mira prodotti americani come motociclette, jeans e bourbon con dazi per un valore di 2,8 miliardi di euro. “Dobbiamo rispondere”, conferma il ministro francese delle Finanze Le Maire, “anche se siamo contrari a una guerra commerciale, che rappresenta una minaccia per la crescita dell’economia”.

La stessa Cina, in verità, ha preso male un’ulteriore improvvisa stretta degli Usa (che due giorni fa hanno impostodazi del 25% su prodotti tecnologici cinesi per 50 miliardi di dollari).”Riteniamo”, ha dichiarato il portavoce, Gao Feng, in merito alle misure restrittive che Washington intende attuare, “che vadano contro i principi di base dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. E dopo attente valutazioni, penseremo a una risposta di conseguenza”.

“L’Occidente che va a pezzi. Tenere in sicurezza l’Italia dagli avventurismi è fondamentale. Saranno anni difficili. Attrezziamoci”. Così scrive sul suo profilo Twitter il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, commentando l’esito negativo delle trattative tra l’Ue e l’amministrazione di Donald Trump per esentare i Paesi europei dall’applicazione di pesanti tariffe commerciali sull’acciaio e l’alluminio importati negli Usa.

L’Italia laboratorio del governo populista

Il governo M5S-Lega è stato ripescato all’ultimo minuto, quando ormai era dato per morto. La giornata cruciale è stata mercoledì 9 maggio. Matteo Salvini ha annunciato a sorpresa: ”Ci provo fino all’ultimo”. Il segretario leghista e Luigi Di Maio si sono incontrati in mattinata alla Camera e hanno chiesto a Sergio Mattarella altre 24 ore di tempo prima di archiviare l’esecutivo tra le due forze populiste. Il presidente della Repubblica ha risposto positivamente alla richiesta e subito il capo politico dei cinquestelle ha fatto un passo avanti decisivo per svelenire lo scontro con Silvio Berlusconi: l’obiettivo è “un governo del cambiamento” solo con la Lega, “non è un veto su Berlusconi”.

A quel punto il presidente di Forza Italia, ha messo da parte la sua ostilità totale in risposta ai veti dei grillini ai suoi danni; ha dato il disco verde in serata con un comunicato stampa: non voterà la fiducia all’esecutivo grillo-leghista ma attuerà una opposizione costruttiva, praticherà una “critica benevolenza. Una specie di astensione benevola”, come ha precisato il forzista Giovanni Toti. Probabilmente deciderà volta per volta se votare sì o no a una legge.

Di Maio e Salvini hanno brindato al matrimonio di governo tra i due populismi in opposizione radicale tra loro fino alle elezioni politiche del 4 marzo. Salvini ha evitato la rottura con Berlusconi anche se è stata minata l’unità del centro-destra. Il Cavaliere è con un piede fuori e uno dentro (e potrà tutelare le sue aziende), non è più per i cinquestelle “il male assoluto” né “un traditore” del popolo. Mattarella ha messo da parte la sua proposta di “un governo di servizio” composto da tecnici, pronta a scattare perché dopo due mesi di incontri e di consultazioni non era emersa nessuna maggioranza politica in Parlamento per sostenere un esecutivo. La legislatura, per ora, è salva. Ma solo per ora.

Non sarà facile l’intesa. Di Maio e Salvini hanno cominciato a discutere di Palazzo Chigi (due candidati per un solo posto), di divisione dei ministeri (il leghista potrebbe andare all’Interno e il cinquestelle agli Esteri) e di programmi. Ci sono alcuni punti di intesa come sull’abolizione della legge Fornero (probabilmente ci sarà un ammorbidimento delle regole per andare prima in pensione), ma i contrasti sono forti su molti punti: il segretario del Carroccio vuole introdurre la flat tax (una unica imposta sul reddito del 15%) invece il capo del M5S intende ridurre le aliquote Irpef, Di Maio ha come cavallo di battaglia il reddito di cittadinanza mentre Salvini ha trionfato chiedendo l’espulsione degli immigrati illegali dall’Italia. Non sarà facile: entro lunedì 14 maggio dovranno illustrare a Mattarella i contenuti del “contratto alla tedesca” per formare il nuovo governo.

Un nodo cruciale è l’atteggiamento verso l’Unione europea e la Nato. Mattarella vigila sull’ancoraggio dell’Italia alle sue tradizionali alleanze occidentali contro le tentazioni di pericolosi strappi. Il presidente della Repubblica ha invitato a mettere da parte le teorie cosiddette “sovraniste” (il nuovo nazionalismo contro l’Europa e l’Alleanza militare atlantica basata sugli Usa) perché sono pronte “a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili”.

I mercati finanziari internazionali e l’Europa, timorosi per l’arrivo di un esecutivo M5S-Lega, vegliano da lontano e da vicino sul laboratorio politico italiano. Le due forze populiste anti sistema, pronte ad entrare nel sistema, fino a poco tempo fa chiedevano un referendum sull’euro e si spingevano fino a reclamare l’uscita dell’Italia dalla Ue e dalla Nato. Da mercoledì la Borsa di Milano perde colpi mentre lo spread (il differenziale tra i buoni del Tesoro decennali italiani e gli analoghi tedeschi) è repentinamente salito fino quasi a quota 140, il livello più alto degli ultimi tre mesi. Non c’è panico, ma cresce la tensione in attesa di esaminare la composizione e i contenuti del programma dell’esecutivo giallo-verde (si temono le ripercussioni sul debito pubblico per i forti aumenti di spesa e per cospicui tagli delle imposte). Per ora i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico della Penisola sono aumentati poco e non sono esplosi come nel novembre del 2011 (Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio per fare largo al tecnico Mario Monti). I mercati e l’Unione europea aspettano di vedere il comportamento sul campo del governo targato M5S-Lega.

L’Italia è il primo importante paese della Ue nel quale stanno per andare al governo due partiti populisti euroscettici: il tandem M5S-Lega. Ora occorrerà vedere i risultati: se saranno positivi o negativi. In tutti e due i casi potrebbero costituire una indicazione per l’Europa, in un senso o nell’altro, adesso e nelle future elezioni.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Alitalia, slittano vendita e restituzione del prestito

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Slitta la vendita dell’Alitalia. Il nuovo termine è stato fissato al 30 ottobre 2018. La conferma arriva dal Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto legge che proroga di sei mesi la procedura per la cessione della compagnia. Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, ha annunciato che l’esecutivo ha spostato i termini, mentre la data per la restituzione del prestito ponte sarà prorogata al 15 dicembre 2018. La decisione, ha precisato Calenda, è stata presa a causa della “situazione politica che stiamo vivendo”. “Ci sono state delle offerte – ha ricordato – ora si arriva a una fase di negoziazione più stretta che ha bisogno di un governo nel pieno delle sue funzioni, che esprima il proprio orientamento”. Il responsabile del Mise ha anche sottolineato come «dal momento dell’accordo per la vendita al trasferimento dell’asset ci vorrebbero 6 mesi.

Intanto prosegue il pressing dell’Unione europea sul prestito ponte di 900 milioni di euro, tacciato di aiuto di Stato, che vede la commissione Ue – stimolata dalle accuse di alcuni competitori di Alitalia – indagare sui tempi e i modi di rimborso della somma stanziata dal governo italiano. Il portavoce della commissaria Ue alla concorrenza, Margrethe Vestage, ha affermato di essere in continuo contatto con le autorità italiane sul caso Alitalia. “Abbiamo appena mandato la lettera con le nostre osservazioni e nel frattempo continuiamo la nostra indagine. In linea di principio, uno Stato può dare aiuti massimo di sei mesi per il salvataggio e poi presentare aiuti per la ristrutturazione di un’azienda e, se in linea con le regole Ue, ricevere l’approvazione da parte di Bruxelles, ma dipende da ogni specifica situazione e dai singoli casi”.

“Abbiamo sempre avuto un’interlocuzione con la Commissione europea, peraltro anche sulla fissazione del tasso di interesse relativo al prestito quando l’abbiamo concesso – risponde Calenda – Quindi continueremo a gestire come sempre abbiamo fatto e con la commissaria Vestager abbiamo un rapporto consolidato e forte”.

Resta ferma sulle proprie posizioni Lufthansa, tra le principali pretendenti per l’acquisto, che ribadisce la sua posizione. “Le condizioni in cui si trova Alitalia sono tali per cui non ci interessa per niente. Va ristrutturata in termini di dimensioni, costi, destinazioni e così via, e questa ristrutturazione va fatta dall’Italia, non possiamo farla noi da azionisti”, ha fatto sapere in una nota la compagnia tedesca. Ulrik Svensson, chief financial officer del Gruppo Lufthansa ha poi sottolineato che “l’Italia è un mercato molto importante per noi, il secondo dopo gli Stati Uniti. Tuttavia, è importante ricordare che il modo in cui si presenta oggi Alitalia non ci interessa affatto. Abbiamo consegnato agli italiani un ‘concept paper’ su come una compagnia aerea completamente ristrutturata potrebbe apparire in termini di dimensioni, costi, destinazioni e così via. Ma tale ristrutturazione dovrà essere effettuata dagli italiani. Non lo faremmo noi come nuovo azionista. Tale concept dovrà ovviamente essere valutato dalle autorità italiane. Ma non c’è ancora un governo in carica. Non siamo interessati ad Alitalia così com’è oggi”. In parole povere all’Italia l’onere della ristrutturazione e alla Lufthansa gli entroiti derivanti da una azienda alleggerita nelle proprie strutture. La domanda è se a queste condizione non sia meglio tenerla. Secondo quanto riferiscono le agenzie, inoltre, Lufthansa, come alternativa ad Alitalia, punterà a crescere nella controllata Air Dolomiti.

I BRICS e l’uso delle monete nazionali

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Da anni i paesi del BRICS stanno sperimentando l’utilizzo delle loro monete nazionali nei commerci e negli accordi interni all’alleanza e anche con altri paesi emergenti. L’accordo più clamoroso è quello siglato in renminbi e in rubli per la grandissima fornitura di gas russo alla Cina per l’equivalente di circa 400 miliardi di dollari.

Il sistema monetario internazionale basato sul dollaro è sempre più criticato. Spesso le economie emergenti hanno sofferto per le ricadute destabilizzanti delle politiche monetarie americane che hanno provocato bolle finanziarie e speculative.

Recentemente un gruppo di economisti dei BRICS ha presentato un dettagliato studio “Use of national currencies in International settlements. Experience of the BRICS countries” pubblicato dall’Istituto Russo di Studi Strategici (RISS).

Fino al 2016 il volume del commercio estero della Cina era fatto per il 22% in renminbi, quello della Russia in rubli era del 20%. Le altre monete BRICS sono ancora molto lontane da questi valori. Per quanto riguarda il totale dei movimenti interbancari internazionali, la moneta cinese rappresenta solo l’1,68%, il rand del Sudafrica lo 0,38% e il rublo russo lo 0,25%.

Si potrebbe dire che sono cifre poco significative, ma si tenga presente che 10 anni fa nessuno nel mondo occidentale immaginava situazioni simili. Ciò rafforza la richiesta di superare il dollaro quale moneta di riferimento, con un paniere di monete.

Intanto il Fondo Monetario internazionale ha dovuto rivedere le suo quote di controllo riconoscendo il peso maggiore della Cina. Da ottobre 2016 anche il renminbi fa parte del paniere di monete dei diritti speciali di prelieivo (dsp), la moneta di conto e di riserva del Fmi.

La Cina ha dovuto affrontare un processo di svalutazione della sua valuta e la sfida della contrapposizione tra l’apertura dei movimenti dei capitali e la stabilità finanziaria interna.

Anche la Russia ha rimosso quasi tutte le restrizioni sulle transazioni in rubli dei non residenti. Però ciò non ha ancora portato a un allargamento dell’uso internazionale del rublo. Forse perché il mercato finanziario russo è ancora poco sviluppato.

L’India, per il momento, si è limitata a sviluppare un mercato obbligazionario off shore denominato in rupie con lo scopo di ridurre il fabbisogno di dollari per pagare gli interessi sui suoi debiti esteri.

Interessante è il caso del Brasile che dal 2009 ha creato un sistema dei pagamenti regionale, il Sistema de Pagamentos em Moeda Local, usando le monete nazionali dei paesi coinvolti, quali l’Argentina e l’Uruguay.

Il Sudafrica, che ha un mercato finanziario più avanzato rispetto agli altri paesi BRICS, ha però un’economia troppo dipendente dalle sue materie prime, per cui tenta di diversificarla per rendere il rand protagonista del sistema monetario internazionale. Johannesburg nel 2018, con la sua presidenza del BRICS, intende promuovere lo sviluppo dell’intero continente africano e, quindi, dare maggior impulso alla sua moneta nazionale nei commerci con gli altri paesi dell’Africa.

Certo è che l’utilizzo delle monete nazionali nei regolamenti internazionali presume una transizione complicata. Di fato i BRICS sono ai loro primi passi e sono consapevoli dei rischi insiti nell’internazionalizzazione delle loro monete.

Ma, nonostante le innegabili difficoltà di muoversi in un campo dominato da potenti forze economiche e politiche, essi puntano a creare gli strumenti di una reale politica multilaterale per dare alle monete locali un ruolo sempre maggiore anche nei mercati finanziari.

C’è da chiedersi: i Paesi europei e l’Unione europea dove si collocano in questo processo? Continueranno a essere succubi del dollaro o vorranno riconoscere che i loro interessi potranno essere meglio tutelati in un mondo multipolare?

Mario Lettieri Paolo Raimondi

Consumatori, fiducia stabile in Europa

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L’indice di fiducia dei consumatori, rilevato da GfK nei 28 stati dell’Unione Europea, è rimasto relativamente stabile nei primi mesi del 2018. L’indice è calato leggermente a marzo, assestandosi a 20,6 punti. In Italia, invece, diminuiscono ancora le aspettative economiche, mentre migliorano quelle relative al reddito. Per il 2018, GfK prevede un aumento della spesa delle famiglie europee compreso tra 1,5 e 2 punti percentuali in termini reali. In Italia, sempre secondo Gfk, l’incertezza politica indebolisce le aspettative economiche che i risultati elettorali non hanno contribuito a migliorare. Nel frattempo, a marzo 2018 c’è stata una diminuzione della Cassa integrazione. Le ore autorizzate sono state 21,94 milioni con un calo del 5,3% rispetto a febbraio e del 40,9% su marzo 2017. Lo ha comunicato oggi l’Inps nell’Osservatorio sulla cassa integrazione spiegando che nei primi tre mesi dell’anno sono stati autorizzati nel complesso 62,39 milioni di ore con un calo del 38,68% sui primi tre mesi del 2017. Nel mese di febbraio sono arrivate all’Inps complessivamente 108.405 domande di disoccupazione, con un calo del 38,1% rispetto alle 175.210 arrivate a gennaio 2018. Però, le domande di disoccupazione sono cresciute del 2,3% rispetto a febbraio 2017.  Nei primi due mesi del 2018, sono arrivate all’Istituto 283.615 domande di sussidio con un aumento del 4,5% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Per GfK, nel primo trimestre del 2018 i consumatori europei si sono dimostrati molto meno ottimisti, rispetto alla fine dello scorso anno. Tutti i Paesi che avevano visto un forte incremento dell’indice di fiducia nel corso del 2017, hanno registrato una flessione nei primi mesi dell’anno.

In media, le aspettative economiche dei Paesi dell’Unione Europea si sono assestate a 15 punti a marzo 2018, due punti in meno rispetto a dicembre 2017. In Francia e in Austria il clima positivo sembra essersi temporaneamente affievolito dopo le elezioni. Al contrario, i consumatori della Repubblica Ceca e del Belgio sembrano essere molto più ottimisti rispetto all’economia dei propri Paesi.

Le aspettative di reddito continuano invece a crescere in tutta Europa. Nei primi tre mesi dell’anno, questo indicatore è salito di 1,3 punti, raggiungendo quota 16,3 punti a marzo. Particolarmente ottimisti sono i consumatori di Gran Bretagna e Bulgaria, che hanno fatto registrare una crescita a due cifre dell’indicatore sulle aspettative di reddito. Trend negativo invece in Francia e Spagna.

Nel primo trimestre del 2018, l’indice che misura la propensione all’acquisto dei cittadini europei ha registrato, in media, un calo di 1,3 punti, stabilizzandosi a 19,7 punti a fine marzo. In controtendenza il dato della Repubblica Ceca, che continua a crescere e evidenzia l’umore generalmente positivo dei consumatori cechi.

Sul versante dell’Italia nel primo trimestre del 2018, i consumatori italiani hanno vissuto un periodo di incertezza e i risultati delle elezioni non sono riusciti a risollevare l’umore della popolazione.

Le aspettative economiche degli italiani continuano a scendere anche in questo trimestre, seppure in maniera meno drastica rispetto allo spesso periodo del 2017. A fine marzo, l’indicatore che misura le aspettative economiche si è assestato a -28,1 punti, 4,3 punti in meno di quelli registrati alla fine del 2017.

Per contro, le aspettative di reddito mostrano un andamento positivo e a marzo 2018 l’indicatore ha raggiunto i 4,4 punti, con una crescita di 5,5 punti. Si tratta di un valore in crescita sia rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (quando era arrivato a -8,9 punti) sia rispetto a dicembre 2017.

Peggiora invece la propensione all’acquisto dei consumatori italiani nel primo trimestre del 2018. Rispetto agli alti livelli raggiunti a dicembre 2017, l’indicatore ha registrato un calo di 5,4 punti e a marzo 2018 stabilizzandosi a 15,7 punti.

Dall’indagine di GfK è emersa un’Europa a più velocità tendenzialmente stabile nella media. L’Italia, tra luci ed ombre, a seguito dei recenti risultati elettorali, resta in un clima di incertezze con valutazioni negative fatte dai consumatori.

Salvatore Rondello