La sfida ambientale dell’Unione europea

green-economy-1L’UE ha sviluppato norme ambientali fra le più rigorose al mondo. La politica ambientale contribuisce a rendere più compatibile con l’ambiente l’economia dell’UE, proteggere la natura e salvaguardare la salute e la qualità della vita delle persone che vivono nell’Unione europea.

La tutela dell’ambiente e il mantenimento di una presenza competitiva dell’UE sul mercato globale possono andare di pari passo. Infatti la politica ambientale può svolgere un ruolo fondamentale per creare posti di lavoro e promuovere gli investimenti. La “crescita verde” comporta lo sviluppo di politiche integrate volte a promuovere un quadro ambientale sostenibile . Le innovazioni ambientali possono essere applicate ed esportate, rendendo l’Europa più competitiva e migliorando la qualità della vita dei cittadini. L’equità è di fondamentale importanza in tutto ciò.

La natura è il sistema che sorregge la vita, perciò dobbiamo prendercene cura. Condividiamo risorse come l’acqua, l’aria, gli habitat naturali e le specie che essi ospitano, e anche norme ambientali per la loro protezione.

L’Europa si sta adoperando per salvaguardare le risorse naturali e arrestare il declino delle specie e degli habitat minacciati.

Per far si che le buone intenzioni si traducano in realtà operativa, è stato creato uno strumento finanziario che sembrerebbe valido per il raggiungimento degli scopi prefissati.

La “Banca della Natura” dell’Ue muove i primi passi anche grazie all’esperienza fatta nell’Appennino centrale in Italia. Si tratta del nuovo strumento finanziario della Commissione europea e della Banca Europea degli Investimenti per rivitalizzare il capitale naturale dell’Ue. Ha erogato il primo prestito da 6 milioni di euro all’organizzazione Rewilding Europe, che ha un fondo (il Rewilding Europe Capital, Rec) per finanziare attivita’ economiche finalizzate alla conservazione e promozione di aree naturali, boschi e biodiversita’. In questi anni, grazie a risorse private, il Rec ha operato in otto regioni europee mettendo a disposizione 450mila euro di finanziamenti alle imprese. Uno dei progetti pilota è in corso nell’Appennino, dove l’obiettivo è creare corridoi per grandi mammiferi (orso bruno, cervi e lupi) tra le aree protette già esistenti del Parco Regionale del Sirente-Velino e del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Fra le imprese coinvolte c’e’ l’abruzzese Wildlife Adventure, che grazie ai prestiti ottenuti due anni fa dal Rec è riuscita a rinnovare il proprio sito internet e a ristrutturare un rifugio nel comune di Bisegna (Aq). Umberto Esposito, titolare della societa’ di Pescasseroli (AQ) ha spiegato: “Manca solo l’arredo, poi i lavori saranno finiti”. Grazie al prestito da 6 milioni della Banca della natura Ue, la strategia sull’Appennino potrà essere rinforzata e lo stesso tipo di esperienza potra’ essere trasferita in molte altre regioni in Europa. “Siamo felici perche’ potremo operare in nuove aree naturali”, racconta il manager per gli investimenti del Rec, Matthew McLuckie. Il nuovo sito internet di Rewilding Europe, attraverso il quale sarà possibile presentare domanda per ottenere i nuovi finanziamenti, sarà presto online. Potranno chiedere un finanziamento aziende o enti che operano per la conservazione e la promozione della natura nel territorio Ue, in settori che vanno dal turismo alla gestione dei parchi fino all’agricoltura. I prestiti saranno di massimo 600mila euro per singolo soggetto su un arco di 8-10 anni, con tassi d’interesse dal 4 al 7% a seconda del grado di rischio dell’investimento.

Nel nostro Paese, l’iniziativa ha un vasto interesse. Verrebbero coinvolti i Parchi naturali, le riserve naturali e le comunità montane. Ci sarebbe uno strumento in più per salvaguardare la natura e l’ecosistema, ma anche un incentivo per il turismo a contatto della natura ed alla riscoperta dell’ambiente. Una opportunità che gli amministratori locali e gli operatori del settore non dovranno farsi sfuggire. Tuttavia, resta misterioso il fatto che per accedere ai finanziamenti bisogna passare attraverso una grande organizzazione privata.

Salvatore Rondello

UE: per il 25 marzo Corrado Veneziano “ripensa” il logo

Ue: un nuovo logo è possibile (Ue: un nuovo luogo è necessario):
Per il 25 marzo l’artista Corrado Veneziano “ripensa” il logo In esposizione, fino al 2 aprile prossimo, a Roma tre installazioni artistiche che reinterpretano in chiave estetica, critica e provocatoria l’emblema dell’UE.

stella UE

stella UE

Prende il via sabato 25 marzo, a Roma, nel cuore dello storico quartiere Coppedè (Via Reno, 18 A) la personale di Corrado Veneziano dal titolo “UE: un nuovo logo è possibile! UE: un nuovo luogo è necessario!”, in programma fino al 2 aprile prossimo (orario: 17.00 – 20.00, ingresso libero).

L’esposizione, che verrà inaugurata in occasione dei sessanta anni del Trattato di Roma, presenta – attraverso tre installazioni – la reinterpretazione in chiave estetica, critica e provocatoria del logo dell’Unione Europea, il cui anniversario della nascita ricorre proprio il 25 marzo. Se, infatti, da una parte questa data rappresenta un’occasione per festeggiare il fondamentale patto di relazione e convivenza tra gli Stati che hanno aderito all’Unione, dall’altra può e deve aprire una riflessione sulla parte ancora incompiuta e fortemente problematica di tale conquista.

È ciò che ha inteso fare l’artista attraverso un’analisi della simbologia alla quale il suo emblema è collegato. Com’è risaputo, le 12 stelle dell’UE, posizionate su fondo blu, evocano un colore e una figurazione attraente e penetrante: laddove lo sfondo vuole essere cielo-mare-dolcezza; e le stelle, posizionate circolarmente, brillano evocando una bussola, una costellazione, un sogno.

stella corona ue

stella corona Ue

Corrado Veneziano, già autore del Logo 2015 del Prix internazionale televisivo della Rai, recensito entusiasticamente dall’antropologo Marc Augé, dal critico Achille Bonito Oliva e dal sociologo Derrick de Kerckhove, ha realizzato le tre opere artistiche servendosi di materiali diversi: scarpe di colore blu, celeste e verde acqua, salvagenti, copertoni, corone di fiori lacerati, nastri, funi e catene argentee.

Visitabili dal pubblico per un’intera settimana, le installazioni misurano tre metri per tre. E se – da lontano – sembrano replicare pedissequamente la consueta bandiera UE, da vicino al contrario svelano tutt’altro. Infatti solo con uno sguardo prossimo a ciascuna delle tre installazioni – in una messa a fuoco sempre più concreta – le bandiere si rivelano per quello di cui sono effettivamente composte: una distesa di scarpe blu sulle quali riposano, in collocazione circolare, dodici copertoni avvolti da ingombranti catene; un mare di impermeabili trasparenti e celesti sui quali si adagiano dodici salvagenti avvolti da strisce dorate; dodici corone di fiori violacei poste su altrettante coperte blu, come in un giaciglio mortuario. A richiamare una realtà in larga parte da perfezionare, un viaggio non ancora risolto, una fatica segnata, anche e forse soprattutto, da cicatrici e lacerazioni. Ma anche a dimostrare per l’ennesima volta che, come ha scritto in un’altra occasione Achille Bonito Oliva, “le opere di Corrado Veneziano massaggiano il muscolo atrofizzato della memoria collettiva”.

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Stella Ue salvagente

Secondo Corrado Veneziano: “Manca un immaginario, un respiro, una voce che faccia sentire coesa e densa l’attuale Unione Europea. E dunque ho voluto utilizzare l’arte per ripartire, provocatoriamente, dall’unica dimensione simbolica esistente oggi: la sua icona, il suo marchio, il suo logo”. “Mi sento tanto italiano quanto europeo, e non riesco a rassegnarmi all’idea che, a fronte di una unione economica e amministrativa, non ve ne sia una legata alla dimensione immateriale, simbolica, culturale”, ha detto l’artista. “Il valore della diversità si sta trasformando in una regressione localistica e burocratizzata invece che essere inteso quale elemento straordinario di valorizzazione delle molteplicità. Diversamente, penso che proprio dall’arte si debba e si possa ripartire per costruire una nuova Europa dei popoli”, ha quindi concluso Veneziano.

L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 25 marzo 2017 alle ore 17.

Note biografiche:
Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista. Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”. Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.

Alcune note critiche:
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.

Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo;  la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.”

Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Germania. Dalla ex RDT,
i voti alla destra oltranzista

La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 …Manifestazione dell'Afd


L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (9^ puntata)


La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 dalla fusione di movimenti politici che hanno visto alla propria guida esponenti del Partito Nazionalsocialista e importanti figure dell’esercito tedesco durante il periodo nazista, che di fatto rappresentano la continuazione del pensiero e del lavoro del partito di Adolf Hitler. Alla fine degli anni ‘60 l’NPD raccoglie oltre un milione di voti, dopodiché per i neonazisti tedeschi inizia un lungo periodo di crisi dei consensi che dura fino ai giorni nostri. Nel 2014 però, la Corte Costituzionale tedesca sancisce l’incostituzionalità della recente riforma elettorale che stabiliva una soglia di sbarramento del 5%, sostituita da un proporzionale perfetto che permette a sette micropartiti di entrare al Parlamento di Bruxelles. Tra questi anche l’NPD che con 300mila voti riesce ad eleggere al Parlamento europeo, Udo Voigt, leader del partito neonazista per oltre 15 anni. A livello internazionale il partito è alleato dei greci di Alba Dorata e dell’italiana Forza Nuova, nell’‘Alleanza per la pace e per la libertà’. La quasi totalità degli elettori dell’NPD proviene dai territori dell’ex DDR, e in particolare dalle zone confinanti con la Polonia, dove i neonazisti riescono anche a superare il 5%.

Frauke Petry , leader dell'Afd

Frauke Petry , leader dell’Afd

A rubare la scena all’NPD, da qualche mese a questa parte, è il partito nazionalista dell’Alternative fur Deutschland. L’AFD ha sempre avuto, sin dalla sua fondazione nel 2013, percentuali di consenso superiori a quelle dell’NPD, tuttavia i nazionalisti tedeschi hanno dovuto superare il 10% nei sondaggi per riuscire ad attirare su di sé l’attenzione dei media internazionali. I sondaggi di inizio 2016 davano il partito attorno al 15%, ma nei mesi successivi i nazionalisti iniziano a perdere consensi e a scendere verso il 10%.

A metà del 2015 il partito svolta a destra, la nuova leadership formata dal duo Petry-Meuthen viene da subito criticata da tutta l’area più vicina al centrodestra, che abbandona l’AFD per dare vita al partito conservatore ALFA. Il nuovo partito conservatore continuerà a far parte dell’alleanza dei Conservatori e Riformisti, mentre l’AFD comincia un processo di avvicinamento al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord. La nuova leadership porta il partito su posizioni molto più radicali, la linea del partito sull’Unione europea diventa molto più critica e aumenta l’intolleranza nei confronti di islam e immigrazione.

Come l’NPD anche i nazionalisti tedeschi riescono ad ottenere la maggior parte del proprio consenso nei territori dell’ex DDR. Dopo aver sfiorato il 5% alle elezioni nazionali del 2013 ed aver eletto 7 propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 2014 (5 dei quali passati ad ALFA), lo scorso marzo l’AFD è riuscito a sfiorare il 25% in Sassonia ed è diventata la seconda forza politica della regione, dietro alla CDU di Angela Merkel.

Il terzo fenomeno politico della destra tedesca degli ultimi mesi è sicuramente il movimento Pegida, che rappresenta uno dei movimenti xenofobi con più sostenitori in Europa. Pegida è un movimento islamofobo nato a Dresda verso la fine del 2014, ed è proprio a Dresda che il movimento ha dato vita ad una lunga serie di manifestazioni a cui hanno partecipato diverse migliaia di sostenitori. Ma la presenza del movimento non si limita solo alla città tedesca, anzi, i sostenitori del movimento durante gli scorsi mesi sono riusciti ad organizzare una serie di cortei in diverse capitali europee. A capo del movimento xenofobo vi è Lutz Bachmann, cittadino di Dresda che può vantare una lunga lista di condanne per spaccio di stupefacenti e furto con scasso, e che al momento è a processo con l’accusa di incitamento all’odio razziale.

Altra storica forza politica della destra tedesca è il CSU, sezione bavarese del partito cristiandemocratico CDU guidato da Angela Merkel. Il CSU ha sempre mostrato posizioni più a destra rispetto al partito nazionale, anche le critiche interne al governo più accentuate sulle posizioni che ha espresso la cancelliera negli ultimi mesi su immigrazione e rapporti con la Turchia, arrivano da esponenti del CSU. La destra bavarese è dagli anni 50 il primo partito della Baviera e dalla fine degli anni 50 governa ininterrottamente la regione tedesca. Sempre in Baviera, negli anni ‘80, nasce il partito nazionalista Die Republikaner, che dopo essere riuscito ad eleggere, grazie ad oltre 2 milioni di voti, sette propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 1989, ha visto un rapido declino che lo ha portato a percentuali da prefisso telefonico. Negli anni 80 il partito è riuscito a spezzare l’alleanza fra il Front National e l’italiano MSI. Nel corso degli anni le posizioni su immigrazione, islam e Unione Europea sono diventate sempre più critiche, e il partito ha visto un avvicinamento alle organizzazioni tedesche più estremiste. L’elettorato repubblicano è quasi interamente locato nei territori del sud della Germania, dove il partito fatica comunque ad arrivare all’1%.

Sempre negli anni ‘80 nasce il partito ultraconservatore Familien Parti, che come l’NPD è riuscito ad eleggere, dopo decenni, un proprio candidato al Parlamento europeo nel 2014. Al Partito della Famiglia sono bastati 200.000 voti per eleggere l’ex segretario Arne Gericke, che ha intrapreso un’alleanza con i Conservatori e riformisti.

I cittadini tedeschi si recheranno alle urne per eleggere il successore di Angela Merkel nell’autunno del 2017. Al momento i sondaggi danno la CDU saldamente in vantaggio con circa il 35% dei consensi, mentre l’AFD si giocherà il ruolo di terza forza politica della Germania con i Verdi e Die Linke, dietro ai socialdemocratici. Durante il mese di settembre invece si recheranno alle urne per eleggere i nuovi governi regionali i cittadini berlinesi e quelli del Meclemburgo. I sondaggi danno i socialdemocratici dell’SPD in vantaggio in entrambe le elezioni e la CDU, che rischia di essere superata dai Verdi a Berlino e dall’AFD nel Meclemburgo, dati entrambi attorno al 20%, in forte crisi.

Gianluca Baranelli

8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

UKIP, il labile confine
fra successo e sconfitta

brexitVincere una battaglia ma perdere la guerra. Peggio. Vincere una battaglia e rischiare di non poterla neppure proseguire, la guerra. Pare riassumersi così il tragicomico destino dello UKIP. Il partito per l’indipendenza del Regno Unito, meglio noto in patria sotto l’acronimo di UKIP (United Kingdom Independence Party), si è ritrovato nel giro di un mese a passare dall’euforia smodata per il successo referendario del ‘Leave‘, il voto per l’uscita dall’Unione Europea, ad un clima di smarrimento e incertezza per quanto riguarda proprio futuro. I postumi di quella che sembrerebbe diventare per il partito ultra-conservatore una clamorosa vittoria di Pirro, rischiano difatti di relegare gli indipendentisti in un angolo buio del panorama politico britannico, da cui diverrebbe veramente arduo tornare a vedere la luce.

Il peculiare harakiri tutto made in UK ha inizio il 4 luglio con l’auto-decollazione, le dimissioni dell’istrionico leader Nigel Farage. Nella patria di Conan Doyle e della Christie non saranno di certo nuovi alle dinamiche del mistero, ma le cause reali dell’addio di Farage restano oscure ai più. “Ho raggiunto il mio obiettivo”, “non ho mai voluto fare il politico di professione”, “ora me ne posso tornare alla mia vita” e una serie di frasi, più o meno discutibili, su questa falsa riga sono tutte le spiegazioni che Mr. Brexit si è sentito di fornire alla stampa in merito alla propria decisione. Resta da capire chi sia in errore: siamo ormai troppo abituati all’idea della colla sulla poltrona per pensare che un politico possa davvero defilarsi dopo uno schiacciante successo? O forse – e questa appare la versione più plausibile – Farage non è mai stato quel capo illuminato di cui ora più che mai fra i seguaci dell’UKIP si avverte la mancanza?

È il maggio 2015 quando Douglas Carswell, unico parlamentare indipendentista eletto nella House of Commons, in un’intervista al Guardian afferma che Farage dovrebbe seriamente considerare l’idea di prendersi una pausa (“take a break“) e fare un passo indietro dai vertici del partito. E ancora, andando a ritroso nel tempo, dicembre 2014. James Kirkup dalle colonne del Telegraph non sceglie la linea morbida nel parlare di Farage e in un articolo dal titolo piuttosto eloquente “Nigel Farage non se ne sarà scolata una di troppo?” (“Has Nigel Farage had one too many?“), liquida quest’ultimo come un “beone abituale” (nel testo letteralmente “habitual boozer“) con scarse possibilità di fare una differenza reale nel futuro prossimo della politica inglese. Scarso appeal sulla nuova generazione e un elettorato dall’età media preistorica. Non esattamente le referenze di un perfetto candidato inquilino di Downing Street. Tanto più se, come già anticipato, la fronda interna è tanto autorevole quanto quella esterna.

Forse Nigel Farage non sarà stato il leader più irreprensibile della storia del Regno Unito, ma è impossibile negare che al termine dei suoi dieci anni consecutivi al timone (se si esclude una breve parentesi fra il 2009 e il 2010) ha centrato il bersaglio grosso. E allora viene da domandarsi se quella dello UKIP decapitato sia realmente una sconfitta o se piuttosto non sia l’unica forma plausibile di vittoria a cui il movimento fondato nel 1993 potesse aspirare. Ora che “la missione è compiuta”, ora che il primo punto sulla lista, evidenziato e cerchiato in rosso più e più volte, si appresta ad essere raggiunto, ora che il Regno Unito otterrà questa tanto agognata indipendenza, l’eclissi degli indipendentisti, in una sorta di vortice kamikaze degli eventi, non appare forse poi così assurda, soprattutto per un partito che conta poco meno di 4 milioni di elettori e un solo seggio all’attivo. Un big crunch politico. Raggiunto l’apice, l’espansione massima, pare giunto il momento dell’involuzione, del ritorno all’origine. E ora che anche la Tory neo-eletta premier Theresa May sembra aver sposato la linea del “Brexit means Brexit” (“Brexit significa Brexit”), come fa notare Matthew Goodwin, docente dell’università di Nottingham, nonché uno dei massimi esperti in circolazione sulle vicende di casa UKIP, resta solo da capire quanto bisognerà attendere per il ritorno a casa dei figlioli prodighi, per il riassorbimento nelle file dei conservatori. Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto. Che con un personaggio come Farage (e una pinta di birra sotto mano, magari) pare difficile escludere in maniera definitiva.

Andrea De Luca

Sorpresa Svimez: il Sud cresce più di tutti

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Il Sud torna a crescere dopo anni di contrazione. Il dato arriva dalla Svimez che, nell’anticipazione del suo “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno”, certifica come nel 2015, il Pil è salito dell’1 per cento, contro lo 0,7 per cento del resto d’Italia. I numeri statistici ci avevo abituato ad andamenti in cui il Sud non solo cresceva meno del resto del Paese, ma spesso aveva dati di Pil negativo anche quanto nel Nord si affacciavano dei timidi dati di crescita.

Uno sviluppo, osserva però l’associazione, che è la conseguenza di alcune condizioni peculiari, che non è scontato si ripetano. A giovare in parte sono state le decontribuzioni sulle nuove assunzioni previste dal Job Act. Tuttavia, osserva la Svimez, per “consolidare” questo dato ci vorranno precise scelte politiche, dal momento che la crescita del 2015 ha ridotto solo parzialmente il depauperamento di risorse e il potenziale produttivo provocato dalla crisi. Quanto alle previsioni per quest’anno e il prossimo, la stima è che la ripresa sarà più lenta del previsto. Quest’anno il Pil dovrebbe aumentare dello 0,3 per cento al Sud e dello 0,9 per cento nel resto del Paese. Principalmente per effetto della domanda interna, a cominciare dalla spesa delle famiglie (+0,7 per cento nel Sud, +0,6 per cento nel Centro-Nord). Nelle regioni centrali e settentrionali, questa spinta verrebbe affiancata poi da un’accelerazione nella spesa per gli investimenti totali (+2 per cento), mentre al Sud si fermerebbe al +0,6 per cento. Nel 2017 l’evoluzione congiunturale delle due macro aree sarebbe invece simile: +0,9 per cento nel Sud e +1,1 per cento nel Centro-Nord.

I fattori della ripresa
A favorire la ripresa al Sud, rileva Svimez, è stata una concomitanza favorevole di cause: un’annata agraria particolarmente favorevole, la crescita del turismo favorita dalle crisi geopolitiche dell’area del Mediterraneo e la chiusura della programmazione dei fondi strutturali europei 2007-2013, che ha portato a un’accelerazione della spesa pubblica legata al loro utilizzo per evitarne la restituzione. Anche la domanda estera netta ha dato un contributo positivo, con un incremento dell’export verso il resto del mondo del 4 per cento. un trend che si è riflesso anche nei consumi (+0,3 per cento, a fronte del -0,6 per cento del 2014), trainati da quelli delle famiglie (+0,7 per cento). E in risalita sono risultati nel Mezzogiorno anche gli investimenti, dopo sette anni di flessione: +0,8 per cento, esattamente come al Centro-Nord (0,8 per cento). Comunque sono elementi non strutturali e di conseguenza il dato potrebbe non ripetersi senza altri interventi di sostegno.

Aumentano gli occupati
Nel 2015 gli occupati nelle regioni meridionali sono aumentati di 94 mila unità, pari a +1,6 per cento, mentre in quelle del Centro-Nord si registra una crescita di 91 mila unità (+0,6 per cento). Ma mentre il Centro-Nord ha recuperato quasi interamente i livelli occupazionali pre-crisi, il Sud è ancora sotto la soglia del 2008 di quasi mezzo milione. Nello specifico, ci sono stati 37 mila occupati in più (+1 per cento) tra i dipendenti a tempo indeterminato, grazie alla decontribuzione sulle assunzioni con le nuove regole del Job Act. Ma il maggior contributo alla ripresa occupazionale è venuti dai contratti a termine, +56 mila, pari a +7,4 per cento, e ciò – spiega l’associazione – è dovuto al fatto che a trainare la ripresa meridionale siano stati soprattutto agricoltura e turismo. Per queste ragioni la proposta è di ripristinare la decontribuzione sulle assunzioni a tutele crescenti nella formula del 2015, visto che nel primo trimestre di quest’anno si sta assistendo a un rallentamento della dinamica occupazionale dovuto probabilmente all’affievolimento degli sgravi.

Si allarga la forbice di sviluppo con l’Europa
Rispetto area euro però la differenza è ancora forte. È dal 2012 che il Sud non cresceva, osserva la Svimez. Malgrado il segno più, tornato dopo tre anni di cali consecutivi, però, il recupero è molto più lento se confrontato con l’area euro, dove la crescita è stata doppia (+1,7 contro +0,7 per cento) e con l’intera Unione europea, dove è stato ancora maggiore (+2 per cento). Si allarga, perciò, la forbice di sviluppo con l’Europa: nel complesso del periodo 1996-2015, sottolinea l’associazione, il gap cumulato è pari a 29 punti percentuali con l’Unione europea, a quasi 23 con l’area dell’euro. Ancora peggiore il risultato del Sud: nel ventennio il Sud è cresciuto di appena l’1,3 per cento, quasi 40 punti in meno dell’Ue a 28.

Redazione Avanti!

Pena di morte in Turchia?
L’Europa batta un colpo

penadimorteL’annuncio della sospensione della Convenzione europea dei diritti umani durante lo stato di emergenza è solo l’ultimo tassello della regressione in Turchia del rispetto delle libertà e dei diritti umani. Il fallito colpo di stato ha messo in moto un giro di vite di proporzioni colossali che ha colpito migliaia tra giornalisti, giudici, impiegati statali, insegnanti, gran parte dei quali ridotti in stato di detenzione con denunce di maltrattamenti in custodia.

Se è comprensibile che il governo turco abbia l’esigenza di indagare sui responsabili del colpo di stato e punirli, ben diversa sembra invece questa ondata di arresti che appare indiscriminata e violenta. La feroce ritorsione delle autorità turche e la sospensione della Convenzione europea rischia di far saltare alcuni cardini su cui si fonda il rispetto dei diritti umani anche in stato di emergenza: allungamento dei tempi di custodia cautelare, indebolimento delle protezioni contro i maltrattamenti, rischio di processi iniqui, per non parlare della repressione del pacifico dissenso e delle restrizioni alla libertà di stampa.

In questo quadro, le dichiarazioni del presidente Erdogan sul possibile ripristino della pena di morte appaiono, paradossalmente, come l’ultimo dei problemi. Sia perché hanno la parvenza più di minacce sventolate nei confronti degli oppositori interni e dei governi europei, sia perché la Turchia aderisce a diversi patti e protocolli che vietano espressamente la pena capitale e vincolano fortemente il Paese.

L’Unione Europea in questo momento dovrebbe esercitare tutta la sua pressione sulla Turchia non solo per riaffermare e far valere il prestigioso primato di Europa quale area ‘no death penalty’ violata dalla sola Bielorussia, ma anche e soprattutto per richiamare Ankara al rispetto degli obblighi del diritto internazionale e non gettare via libertà e tutele sui diritti umani ottenute con sacrifici e difficoltà.

Massimo Persotti
Amnesty International – Coordinamento Pena di Morte

Dopo la Brexit. L’Europa
tra flessibilità e rigidità

europa unitaLa decisione del Regno Unito di uscire dall’Europa ha segnato uno spartiacque; è probabile che la vittoria per il “leave” sia desinato a non produrre effetti immediati, ma la decisione, come da molti osservatori viene sottolineato, costituisce una “rottura” netta riguardo al modo in cui perseguire, semmai sarà possibile, un obiettivo che sia in qualche modo portatore degli ideali dei padri fondatori dell’attuale Unione Europea.
A livello internazionale, in termini più serrati dopo il vittoria del “leave” sul “remain” del Regno Unito, prosegue il dibattito su cosa occorrerebbe fare per rilanciare ciò che si è inteso di realizzare con i Trattati europei degli anni Cinquanta. Walter Hallstein, primo presidente della Commissione Europea tra il 1958 e il 1967, all’inizio degli anni Sessanta dichiarava che con Trattati i padri fondatori hanno immaginato un’Europa che non fosse un’alleanza di Stati nazionali, né soltanto un’area economica, ma la costruzione di una rete di regioni libere, che comportasse il superamento del divario tra “nazioni grandi e potenti e nazioni piccole e politicamente impotenti”.
Cosa è stato realizzato dell’auspicio di Hallstein? Ben poco; a tal punto che molti dei Paesi che originariamente hanno condiviso gli obiettivi dei Trattati, oggi sono propensi ad imitare il Regno Unito. Come è possibile evitare che l’Unione corra seriamente il rischio di una disintegrazione? All’interrogativo vengono date risposte alternative: alcune propongono “rigidamente” la ripresa, con determinazione, del processo di integrazione politica; altre, più realisticamente, auspicano una revisione del progetto originario, per la realizzazione di una “Europa flessibile”.
Ulrike Guérot, direttrice dell’”European Democracy Lab presso la European School of Governance di Berlino”, in “Pensiamo un’altra Europa” (Limes n. 6/2016), sostiene che, dopo il “tradimento” dell’ideale dei padri fondatori, l’Unione ha accusato un “grave deficit democratico”. Al momento, pertanto, ciò di cui “l’Europa e i suoi cittadini hanno maggior bisogno in questi giorni sono il coraggio e la fiducia”; urgenza, questa, che impone alle classi politiche dei Paesi europei la necessità di procedere ad una riflessione sul come rovesciare l’assetto attuale dell’Unione, che valga a riproporre ciò che l’”Europa, in origine, doveva essere: un progetto per il superamento degli Stati nazionali”
A parere della Guérot, le crisi che da tempo si susseguono all’interno dell’Unione non sono gli esiti fatali di un destino avverso, ma quelli dovuti all’assenza di un’Europa politica. Oggi, perciò, il problema da risolvere è quello di pensare quale Europa si vuole realizzare oltre l’UE; ovvero, se si vuole “costruire un’Europa democratica e sociale che risponda ai principi fondamentali della democrazia”. La soluzione del problema, perciò, dovrebbe consistere nella costruzione di una “reale democrazia post-nazionale”, ossia di una completa riorganizzazione istituzionale e politica del Vecchio Continente.
Secondo la Guérot, tutti i sociologi e politologi europei, con Jürgen Habermas in testa, sottolineano che all’Unione è venuta meno una “legittimazione interna dei suoi assetti istituzionali”, nonostante che il Trattato di Maastricht abbia fissato i termini affinché l’Unione Europea fosse un’unione di cittadini e di Stati; di fatto, però, è stata realizzata solo un’unione di Stati e non di cittadini. Ciò ha comportato che gli Stati potessero continuare ad esistere e ad operare, in considerazione del fatto che solo essi avevano potere decisionale nel Consiglio europeo, alle cui delibere, il Parlamento europeo, privo di ogni potere legislativo, non poteva opporsi. Se non si vuole abbandonare quanto sin qui è stato realizzato, sottolinea la Guérot, occorre realizzare un sistema democratico europeo che risponda ai requisiti della logica di funzionamento della democrazia propria dello Stato sociale di diritto.
Un serio balzo in avanti sulla via della realizzazione di un sistema democratico europeo può essere compiuto solo mirando a realizzare una struttura istituzionale dell’Unione, in cui i cittadini siano realmente sovrani, prendendo atto del fatto che “non saranno mai gli Stati nazionali a fare l’Europa, bensì i cittadini europei, poiché soltanto loro hanno diritto a esercitare la propria sovranità”.
In questa prospettiva di rifondazione dell’Europa, l’elemento nazionale dovrebbe essere adeguatamente sostituito dall’elemento regionale; ciò perché, a parere della Guérot, attraverso una più proficua valutazione delle regioni, può essere meglio garantita l’identità delle singole culture europee, fugando in questo modo tutte le paure connesse al discorso di “una forzata e artificiale identità europea”; in questo modo, l’identità culturale rimarrebbe prerogativa delle singole regioni, mentre l’auspicata repubblica europea, organizzata su basi federalistiche, consentirebbe ai suoi cittadini di “abitare sotto un unico tetto”, giuridicamente uguale, ma culturalmente diversificato, che permetterebbe di realizzare la tanto auspicata unità politica, diversificata nella molteplicità delle culture.
La proposta della Guérot, pertanto, s’inquadra nel solco della tradizione sinora prevalsa, che però ha solo consentito di esorcizzare gli esiti negativi dei momenti di crisi dell’Unione, sostenendo in coro, acriticamente, la necessità di superarli attraverso una maggiore integrazione politica degli Stati membri. È accaduto così che, per più di una generazione l’Europa abbia costituito, come afferma Brunello Rosa in “Qui si fa l’Europa o si muore” (Limes, n, 6/2016), un “desiderio immaginario” (a phantastic object), che ha indotto le istituzioni dell’Unione e prendere delle decisioni, senza considerare in alcun modo i costi e le incoerenze che le stesse avrebbero comportato; come quella, scoperta ”col senno di poi”, a suo tempo assunta, di ammettere nel 1973 il Regno Unito a fare parte della Comunità economica Europea, senza valutare le reali ragioni opportunistiche che hanno spinto allora il Regno Unito a “bussare alla porta” cella Comunità.
Nel 1973, la perfida Albione, a parere di Rosa, “ha fatto un calcolo molto preciso: ha deciso di aderire in forma limitata a un mercato unico quando la sua economia cadeva a pezzi”; il Regno Unito ha deciso di “scambiare un po’ della propria sovranità con l’accesso al mercato unico”, senza però mai credere al sogno continentale dell’Europa politica, chiamandosi fuori non appena “ne ha scorto l’ombra”. Ancora più pragmaticamente, sempre secondo Rosa, la Gran Bretagna si è allontanata dal disegno europeo, non appena l’Unione (che nel frattempo aveva sostituito la Comunità Economica Europea) ha incominciato a trasformarsi da luogo in cui si cercava di conciliare legittimi interessi nazionali a luogo della mediazione, con cui tenere in piedi il “desiderio immaginario” di un’Europa politicamente unita. Non è stato, quindi, solo il Regno Unito ad allontanarsi dall’Europa, perché anche quest’ultima, con tutte le sue finzioni, si sarebbe resa “scomoda” per un Paese uso a fondare la sua credibilità sulla legittimazione delle sue istituzioni a livello internazionale.

Stando così le cose, Rosa ritiene che sia necessario rispondere alla domanda: quale configurazione dovrebbe assumere la prosecuzione del progetto dell’Europa unita, permettendo in futuro che Paesi come la Gran Bretagna possano aderirvi, oppure, se già vi hanno aderito, decidere di abbandonarlo? Per decenni, si è pensato che i “destini dell’Europa fossero determinati dal grado di integrazione tra i Paesi europei”, ma l’esito del referendum britannico ha chiarito una volta per tutte la fallacia di questo convincimento; la pretesa di risolvere le crisi ricorrenti (ultima, ma non la sola, quella dei migranti) invocando una maggiore integrazione si è trasformata in motivo di fuoriuscire dall’Europa per i Paesi che non l’hanno mai condivisa. Occorre perciò – come osserva Rosa – un’altra prospettiva di azione per consentire all’Unione di sopravvivere; in altri termini, occorre che i Paesi, che ancora sono interessati alla conservazione dell’Unione, adottino una prospettiva di azione politica futura che sia più flessibile rispetto a quella prospettata dalla Guérot.
A parere di Rosa, infatti, il disegno europeo potrebbe sopravvivere al perseguimento di una maggiore integrazione, solo adottando una maggiore flessibilità nella sua organizzazione complessiva, potenzialmente a “geometria variabile”. In tal modo, l’Europa dovrebbe “essere pensata come un sistema di centri concentrici”, con al suo centro il cerchio ristretto dei Paesi dell’Eurozona, dando a questi la possibilità di uscire, ma di rimanere nel secondo cerchio più esterno formato dai Paesi aderenti all’attuale UE che non vogliono adottare la moneta unica, senza però condividere una maggiore integrazione (tra questi potrebbero rientrarvi Paesi come la Gran Bretagna, quelli euroscettici, come l’Olanda, la Svezia e la Danimarca e ed i turbolenti Paesi dell’Est europeo. Del cerchio più esterno dovrebbero far parte tutti quei Paesi (Turchia, Ucraina ed altri) che con l’Europa vogliono realizzare una qualche forma di associazione, ma che nell’UE non sono ammessi, per il veto degli attuali membri, o per il divieto a farne parte perché ricadenti in altre ”sfere di influenza”. Un’Europa a cerchi concentrici rappresenterebbe, a parere di Rosa, un progetto molto più concreto, in quanto dotato di una maggior flessibilità, di quello fondato rigidamente sul perseguimento dell’integrazione politica di tutti gli attuali Paesi aderenti, prescindendo dai costi e dalle incoerenze politiche che esso comporta (cioè, per realizzare una ever closer union, no matter what).

Se le probabilità di portare a compimento il progetto europeo secondo la prospettiva rigida indicata dalla Guérot sono molto basse, per via delle resistenze che essa solleva in molti degli attuali residui 27 Paesi che fanno parte dell’UE, altrettanto poco realistica appare la prospettiva indicata da Rosa. Le scarse possibilità di successo del modello flessibile a cerchi concentrici sono, come sottolinea lo stesso Rosa, dovute all’assenza, non solo “di una classe dirigente capace di perseguire obiettivi tanto ambiziosi e per il progressivo rafforzarsi di movimenti populisti europei, che mirano invece ad accelerare i processi di disintegrazione”; ma anche e soprattutto per l’incoerenza e la spregiudicatezza di molti tra gli Stati dell’Eurozona, quella cioè che dovrebbe costituire il “cerchio ristretto” nell’attuazione del modello di organizzazione più flessibile del progetto europeo, di fare parte di “alleanze occulte” con altri Paesi esterni all’UE, per il perseguimento di vantaggi globali, spesso incoerenti rispetto agli impegni che dovrebbero assolvere nei confronti degli altri Paesi impegnati sul fronte della realizzazione dell’Unità politica dell’Europa.

Tra i Paesi dell’Eurozona, Germania e Francia sono quelli che rappresentano la maggiore incognita circa le loro reali intenzioni di voler portare a compimento l’unità politica dell’Europa: la Francia aspira da sempre a raggiungere un improbabile status di grande potenza globale, mentre la Germania, tende ad intessere relazioni extracomunitarie per il continuo rafforzamento dei suoi interessi economici, finanziari e commerciali. Questi due Paesi, in modo particolare, fanno parte, a titolo diverso, dell’”Alleanza a geometria variabile dei Five Eyes”, un patto originario, stretto nel 1946, tra gli Stati Uniti e Gran Bretagna per il “controllo” delle comunicazioni globali; accordo al quale, in momenti successivi, sono stati associati Australia, Canada e Nuova Zelanda.

La Germania non occuperà un posto di rilievo in seno all’”Alleanza Five Eyes”, ma è certo che i suoi “apparati di intelligence” ricevono dall’interno dell’”Alleanza” molte più informazioni di quante non ne ricevano gli altri Paesi dell’attuale Unione Europea. La Francia, dal canto suo, ubbidendo alle proprie pulsioni di “grandeur”, si vorrebbe “alleata, ma non allineata” con l’organizzazione “Five Eyes”, ma la sua aspirazione ad accreditarsi, in concorrenza con la Germania, almeno come “europotenza”, la costringe a seguire logiche decisionali non sempre in linea con la soluzione dei problemi dell’Europa.

In conclusione, se anche i Paesi europei, che per ragioni diverse dovrebbero esercitare un “peso” rilevante sulle decisioni riguardanti la prosecuzione del processo di integrazione europeo, “trescano” con “Paesi terzi”, né il progetto proposto dalla Guérot, né quello proposto da Rosa potranno avere una qualche probabilità d’essere accolti per essere prontamente attuati. Ciò perché, Germania e Francia sono prone alle strategie di chi, come l’Inghilterra del passato, cui oggi si aggiungono gli USA, sono avverse all’unità dell’Europa: l’Inghilterra, come sempre, in nome della sua avversione alla formazione di una qualche superpotenza continentale a guida francese, tedesca o russa, e ora in nome della propria sicurezza, sovranità e identità; gli USA, in nome della propria aspirazione a conservare la propria primazia, non solo economica, a livello globale.

Gianfranco Sabattini

Euro con le gambe di carta

Le banconote da 50 euro cambiano “vestito”. Dal 4 aprile 2017 i nuovi biglietti da 50 euro sostituiranno gradualmente i vecchi in circolazione. È già avvenuto per i tagli da 5, 10 e 20 euro. I falsari avranno delle difficoltà aggiuntive da superare. Yves Mersch, componente del comitato esecutivo della Bce (Banca centrale europea) ha spiegato: l’obiettivo è «rendere ancora più sicura la nostra moneta». Il banchiere europeo loda il lavoro arrivato praticamente all’ultima curva: dall’anno prossimo le nuove avanzatissime tecnologie impiegate per impedire la falsificazione dei nuovi tagli da 50 euro contribuiranno «a proteggere la nostra moneta» e «sono frutto del nostro costante impegno a preservare la stabilità dell’euro, una moneta utilizzata quotidianamente da 338 milioni di persone in tutta l’area dell’euro». In sintesi: è facilitato il controllo dell’autenticità del nuovo biglietto da 50 euro con il metodo “toccare, guardare, muovere”; è quasi uno slogan.

L’euro nacque nel 1999 e la circolazione effettiva della moneta unica europea avvenne dal primo gennaio 2002. Fu una grandissima rivoluzione: la storica novità prometteva pace, progresso e benessere. I vari paesi dell’Unione europea, per ragioni di prestigio e di interesse economico, sgomitarono per aderire in tempi rapidissimi all’euro. Alcuni stati, finanziariamente più deboli come l’Italia a causa degli disastrosi conti pubblici nazionali, fecero non pochi sacrifici e “compiti a casa” per entrare immediatamente nella nuova valuta comune europea, assieme a nazioni come la Germania e la Francia. Partì la corsa e alla fine ben 19 paesi della Ue hanno composto il club di Eurolandia.

Ma qualcosa, anzi molto, è andato storto. Forse la colpa è stata delle regole severe di rigore finanziario nei bilanci fissati per aderire all’euro, parametri definiti “stupidi” diversi anni fa da Romano Prodi, che pure è stato il presidente del Consiglio che più si è battuto per l’ingresso dell’Italia nell’euro. Forse la colpa è stata di voler costruire una moneta comune lasciando la libertà di normative fiscali, previdenziali e societarie ai vari paesi. Forse la colpa è nell’anomalia di aver fatto nascere una divisa unica senza uno Stato unico. Forse la colpa risiede nella “timidezza” nell’affrontare con misure comuni i nuovi problemi enormi come la Grande recessione internazionale scoppiata nel 2008, le immigrazioni di massa dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa, il terrorismo islamico.
La crisi economica ha colpito pesantemente l’Europa. L’Italia, in particolare, ha visto la cancellazione del 25% della produzione industriale, la disoccupazione è arrivata a colpire ben 3 milioni di persone, l’aumento della povertà è stato forte. Le disuguaglianze sono gravemente lievitate tra i paesi ricchi e poveri della Ue e all’interno delle varie nazioni, con la precarizzazione del ceto medio e dei giovani.

Di qui le proteste popolari contro l’Unione europea e contro l’euro. La gente ha cominciato a detestare l’euro e a rimpiangere le vecchie monete nazionali. Sono nati molti partiti populisti su secche parole d’ordine di opposizione totale: via dalla Ue, dalla moneta comune e fuori gli immigrati. Il rigore finanziario tedesco (e l’arrivo a Berlino dei capitali europei ed internazionali) è finito sul banco degli imputati, ma nonostante ciò non è stata avviata una politica comune per la crescita economica, per il lavoro e per l’immigrazione.
Ora stiamo assistendo al dilagare di una pericolosissima “valanga”. La Gran Bretagna con un referendum ha deciso di dire addio all’Unione europea (i sì all’uscita, sia pure di poco, hanno prevalso sui no) con pesanti conseguenze politiche ed economiche per il paese di William Shakespeare e per la Ue: rischio di uccidere la già debole ripresa economica, crollo delle Borse, banche con l’acqua alla gola. Altri referendum contro l’Europa e l’euro potrebbero arrivare a stretto giro di posta in Austria, Ungheria, Francia e nelle nazioni dell’Europa dell’est, causando un micidiale processo a catena di disintegrazione politica (già adesso la Scozia e l’Irlanda del Nord minacciano di staccarsi da Londra).

Il futuro non è roseo. Davanti a questi colossali problemi, sempre più gravi, la Ue non è stata capace di dare una risposta politica, parlando con una sola voce. Non è accaduto neppure dopo il traumatico referendum in Gran Bretagna. Si è limitata, come al solito, a effettuare lunghi inutili vertici e a prendere tempo. La sola risposta alla crisi è arrivata da Mario Draghi: il presidente della Bce ha promesso e adottato “misure non convenzionali” per salvare l’euro, abbassando i tassi d’interesse fino a renderli negativi e immettendo grandi quantità di liquidità sul mercato e nelle banche. È riuscito a salvare l’euro nel 2011-2012 quando si è scatenato il terremoto dei “debiti sovrani” (franavano i titoli del debito pubblico greci, italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi) e ci sta provando adesso, prima e dopo la Brexit.

Ma Draghi è un banchiere, un tecnico, e in situazioni così difficili servono soluzioni politiche di grande profilo e non solo tecniche (peraltro perennemente contestate da una parte del governo e della classe dirigente tedesca). Il dollaro ha oltre duecento anni di vita ed ha subito ben pochi cambiamenti grafici, perché ha alle spalle un governo solido, uno sperimentato sistema politico che rappresenta il popolo americano. L’euro, invece, non ha alle spalle un governo europeo, interprete delle richieste e dei bisogni dei cittadini del vecchio continente. Eppure la divisa europea, in poco più di dieci anni, ha già realizzato il restyling delle banconote da 5, 10 e 20 euro e si prepara e fare altrettanto per il biglietto da 50. È una mossa tecnica contro i falsari e va bene, ma non si può rimanere fermi solo alla lotta contro i contraffattori di banconote. Altrimenti affonderà la stessa moneta unica e non ci saranno più banconote da “toccare, guardare, muovere”. Il pericolo è di avere un euro con “la gambe di carta”.

Rodolfo Ruocco