Migranti, Gentiloni:
i risultati si vedono ma…

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneIl presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha incontrato oggi a Lubiana il primo ministro sloveno Miro Cerar, discutendo in una conferenza stampa in merito alla problematica dei flussi migratori e delle disposizioni date dall’Unione Europea. Gentiloni ha affrontato ufficialmente il problema dell’importanza da dare alle decisioni prese dalla Corte europea e del rispetto di esse da parte di tutti i paesi membri.

La Corte ieri si era espressamente pronunciata contro il modus operandi portato avanti dall’Ungheria e dalla Slovacchia e Gentiloni ha oggi sottolineato vivamente il fatto che tutti i Paesi dell’Unione Europea si debbano impegnare apertamente, come stanno già facendo l’Italia e la Slovenia.

I risultati ci sono e sono tangibili, ma non bisogna mettere un freno adesso, occorre proseguire in questa direzione, modificando il metodo di lavoro di alcuni paesi e rispettando il tanto ostentato ed elogiato principio di solidarietà, alla base delle decisioni prese dalla Corte e confermato anche negli ultimi giorni.

Il Premier ha poi concluso il suo discorso facendo riferimento agli accordi di Dublino e lanciando un ultimo monito a tutta l’Europa: «C’è un grande lavoro da fare sulla revisione degli accordi di Dublino. […] Quando l’Unione Europea prende decisioni devono essere rispettate. Lo fa l’Italia, lo fa la Slovenia, lo facciano tutti i Paesi».

Schulz cerca il rilancio: più investimenti e aiutare l’Italia

schulzDa grande speranza dei socialdemocratici, a sconfitto, Martin Schulz tenta di rilanciare la propria campagna elettorale. L’obiettivo? Presentarsi come una vera alternativa alla stabilità rappresentata da Angela Merkel. Al centro della sua nuova strategia, presentata nelle ultime settimane, immigrazione, solidarietà europea e investimenti.

Man mano che si avvicina il 24 settembre, il giorno delle elezioni federali tedesche, la vittoria di Angela Merkel sembra essere sempre più scontata. Eppure, ancora a marzo, la “grande speranza” socialdemocratica, Martin Schulz, da poco ottenuta la nomina a candidato cancelliere, era riuscito a portare il proprio partito a quota 33,1%  nei sondaggi, superando di quasi un punto l’Unione CDU/CSU dell’attuale Cancelliere. Ora, però, a meno di due mesi dalle elezioni, Schulz è dato al 22%, diciotto punti in meno del 40% attribuito ad Angela Merkel.

Il tracollo nei sondaggi ha spinto la SPD e Schulz a cambiare strategia presentando un nuovo programma che vada ad attaccare Angela Merkel sul suo punto di forza: quella stabilità che, all’interno della campagna socialdemocratica, diventa il “mantenimento dello status quo” ed un freno al progresso della Germania e dell’Europa.

Quest’obiettivo, sostiene la dirigenza socialdemocratica, può essere raggiunto soltanto toccando i temi dell’immigrazione, del futuro dell’Europa e gli investimenti statali.

Immigrazione e cooperazione. Il via alla nuova fase è iniziato con un intervista domenicale al popolare quotidiano Bild am Sonntag. Qui, Martin Schulz ha apertamente criticato la contestata “apertura” ai rifugiati avviata dal Governo Merkel nell’estate del 2015, una decisione avallata, ai tempi, dalla stessa SPD.

Schulz non contesta la necessità dell’apertura, considerata dalla SPD centrale per garantire l’accesso al centro-nord Europa ai rifugiati bloccati in Italia, Spagna ed Ungheria, quanto il come il governo tedesco ha applicato la stessa: senza un previo accordo con gli stessi partner europei. Questo, argomenta il leader socialdemocratico avrebbe provocato un effetto domino, estremizzando la posizione di chiusura dei governi dell’Europa Orientali da una parte ed aggravando, dall’altra, l’emergenza in Italia, in Grecia ed in Spagna.

La visita in Italia. La soluzione migliore, dicono i vertici socialdemocratici, sarebbe un nuovo accordo di mutua solidarietà fra i partner europei. Rimangono ancora ignote le modalità, ma, alludono i vertici del partito, una bozza potrebbe essere presentata durante o dopo il viaggio di Schulz in Italia, previsto per l’ultima settimana di Luglio, in cui il possibile accordo verrà discusso col Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni.

“Non è possibile”, dice Schulz, lasciare il peso dell’accoglienza sulle spalle dell’Italia, della Spagna e della Grecia. Allo stesso tempo, non è possibile che alcuni paesi europei, argomenta sempre il candidato socialdemocratico, non è possible che alcuni paesi, ovvero Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, si rifiutino di accettare la propria quota di rifugiati.

Per evitare questa palese violazione del principio di solidarietà interno alla UE, Schulz ha sottolineato come il suo eventuale governo voglia proporre l’introduzione di sanzioni economiche, come la sospensione dei finanziamenti europei, a quei paesi UE che si rifiutassero di accettare la propria quota di rifugiati.

“Il modo in cui Angela Merkel vuole condurre la propria politica europea rimane scandaloso”

Martin Schulz, su Merkel ed Europa

Basta fare i “professorini”. Martin Schulz è tornato alla carica di Angela Merkel lunedì, grazie ad una seconda intervista rilasciata, stavolta, al quotidiano francese Le Monde. Riprendendo il concetto di solidarietà e cooperazione, Schulz, ha dichiarato come non sia più ammissibile che la Germania e, per converso, tutto il blocco nordico (soprattutto Olanda e Finlandia) “dettino condizioni” in materia di politica-economica agli altri paesi europei.

La Francia, continua il candidato socialdemocratico, sarebbe l’esempio più recente di quanto questo tipo di approccio possa essere deleterio. Per Schulz, il Presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe essere lasciato libero di lavorare al processo di riforma dello stato secondo modalità e tempistiche che egli ritenga più opportune e non quelle stringate indicate da Bruxelless o, peggio ancora, da Berlino.

Chiedere alla Francia, continua Schulz, di tagliare il rapporto deficit/PIL ed allo stesso tempo di riformare il mercato del lavoro, “non può che non funzionare” e, anzi, rischia di alimentare tensioni politiche e sociali, quali le proteste attualmente in atto in Francia sia a livello istituzionale – i tagli di fondi alla Forze Armate – che sociale.

La Germania, conclude Schulz, dovrebbe assumere un atteggiamento più lungimirante, soprattutto alla luce di quanto successo negli anni 90, quando a Gerhard Schröder è stato concesso di “ignorare le norme sul rapporto deficit/PIL” allo scopo di finanziare le riforme senza pesare troppo sull’apparato produttivo del paese.

“La Germania è un grande paese, ma [in Europa] potrebbe fare molto di più”

Martin Schulz, sul ruolo della Germania nella UE

Il rilancio degli investimenti. Ultimo punto del complesso programma di rilancio della candidatura di Martin Schulz, sarebbe il rilancio degli investimenti nel paese. L’obiettivo sarebbe, come scritto nel piano in dieci punti della SPD presentato a metà luglio, l’inserimento nella costituzione dell’obbligo di investire una parte del proprio surplus commerciale annuale. Questo permetterebbe il rilancio degli investimenti infrastrutturali nel paese (soprattutto scuole ed austrostrade), un settore fermo da prima della crisi finanziaria.

I nuovi fondi verrebbero poi usati per la tanto attesa digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, punto perseguito anche dalla CDU di Angela Merkel, e per l’istituzione di un “Chancekonto”: un credito (dai 5.000 Euro iniziali fino ad un massimo di 20.000) garantito dalla stato con cui finanziare l’avviamento al lavoro o alla libera professione.

Il piano riguarda anche l’Europa, dove Schulz, sulla falsariga di Macron, vede nella costituzione di un “Ministro dell’Economia e delle Finanze” europeo, il principio su cui procedere verso una maggiore integrazione dei paesi dell’Eurozona.

In questo scenario, la Germania, continua il candidato cancelliere, potrebbe decidere di aumentare la propria contribuzione al budget comunitario, reinvestendo così parte del proprio surplus commerciale estero a livello europeo. Questo è certamente il punto più complesso e rischioso dal punto di vista elettorale per Martin Schulz, data la tradizionale refrattarietà dell’elettorato tedesco a usare i propri soldi in Europa.

Dopo il tracollo primaverile, in questa seconda, ed ultima, fase della campagna elettorale tedesca, Martin Schulz sembra aver riscoperto la propria vena europeista.

Qualora questo servirà a far cambiare idea all’elettorato tedesco, lo si vedrà alla riapertura della campagna elettorale in agosto. Quello che rimane è il messaggio di fondo, che Angela Merkel, e qualunque alleato di governo essa possa avere a Settembre, dovrebbero memorizzare: la Germania non può continuare a prosperare senza l’Europa.

Simone Bonzano

L’Italia e lo smarrimento del “suo interesse nazionale”

limes cover 4_17La Grande Recessione che ha colpito gran parte delle economie di mercato, e in particolare alcuni Paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, ha portato con sé una crisi d’instabilità politica, non solo per l’incapacità dell’establishment tradizionale di fare fronte alle conseguenze più negative della crisi economica, ma anche per l’accentuarsi ed il diffondersi del convincimento che le modalità con cui si è cercato, e si continua a cercare, di uscire dalla crisi in modo stabile e duraturo stiano mettendo a rischio le istituzioni democratiche.

Ciò è tanto più grave per quei Paesi che, come l’Italia, non hanno precisa consapevolezza di quali siano il “proprio interesse nazionale” e il proprio ruolo a livello internazionale, e soprattutto europeo. Ciò è dovuto, non tanto alla sua recente costituzione come nazione, quanto alle particolari circostanze che ne hanno caratterizzato la vita politica nel secondo dopoguerra, spingendola ad affidarsi al mondo esterno per la soluzione dei propri problemi interni, di ricorrerere cioè al cosiddetto “vincolo esterno”.

La conseguenza di tutto ciò è stata la maturazione di un’estrema posizione di debolezza contrattuale che l’Italia ha scontato, e continua a scontare, come, ad esempio, al “tavolo delle trattative europee” che di continuo si svolgono per adeguare il governo del mercato interno dell’Europa alle pressioni esercitate dalla globalizzazione (asse di governo franco-tedesco, Europa a due velocità, costituzione dell’”Euronucleo tedesco”, ecc.). Il n. 4/2017 di “Limes” è interamente dedicato all’approfondimento di questi problemi; le osservazioni svolte nell’”Editoriale”, congiuntamente alle argomentazioni formulate in alcuni degli articoli contenuti nel periodico, meritano d’essere considerate.

Nell’”Editoriale” si sostiene, non infondatamente, che la mancata consapevolezza di quale sia l’interesse in base al quale giustificare le scelte nazionali mette a rischio la soluzione dell’antico problema del dualismo Nord/Sud, concorrendo anche a creare motivi che porteranno il Paese a divergere dall’Europa. E’ vero che il “solco che accentua la separatezza originaria tra Settentrione e Mezzogiorno è scavato in parallelo da percezioni antropologico-culturali e dinamiche socio-economiche, nell’impotenza della politica – futile, afasica – e nella fragilità del contesto istituzionale, minato dalla corruzione sistemica, di cui si avvantaggiano mafie e altri poteri informali”, indebolendo l’”architettura geopolitica italiana”; non è meno vero, però, che con la crisi della Prima Repubblica e la fine della guerra fredda “è emersa al Nord la tentazione di codificare su base geoculturale, se non etnica, la propria alterità a Roma e al Sud”, con il fine di affermare la “rappresentazione di una diversità che nella sua versione estrema, tendeva a negare l’identità italiana”, quindi con conseguenze delegittimanti nei confronti dello Stato nazionale.

Il dualismo italiano Nord/Sud “non consiste più – com’è detto nell’”Editoriale” di Limes – solo nella diffidenza del Nord che si vuole civile e produttivo, vocazionalmente impolitico verso l’inefficiente classe amministrativa incistata nella capitale e l’ignaro Mezzogiorno”, ma nell’affermazione del convincimento dell’esistenza di “un’insuperabile diversità antropologica” del Nord rispetto al Sud, alla quale “corrisponde una latente quanto poco ricambiata affinità con il mondo germanico”. Sfortunatamente, questo convincimento è stato corroborato dagli effetti della crisi dell’ultimo decennio.

In tale periodo, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Sud dell’Italia è crollato di quasi il doppio rispetto a quello del Centro-Nord; il PIL medio meridionale è divenuto uguale a poco più della metà di quello dell’area centro-settentrionale, mentre la caduta dei consumi medi pro-capite è stata di due volte e mezzo superiore rispetto a quella registrata nel resto del Paese e quella dell’occupazione è stata addirittura maggiore di sei volte. Di fronte all’aggravamento del dualismo territoriale, vi è chi afferma che il divario sia ormai diventato incolmabile, e a riprova di questa affermazione si osserva che, se anche si dovesse ipotizzare una futura crescita annua del Sud superiore dell’0,4% rispetto a quella del Centro-Nord, per realizzare la tanto attesa convergenza tra le due aree “occorrerebbe attendere l’anno 2243”.

Inoltre, nella parte settentrionale dell’Italia, gran parte del sistema industriale è integrata nell’economia dell’area destinata, probabilmente, a costituirsi in “euronucleo tedesco”. Fatto questo che sembra essere confermato dalla consistenza dell’interscambio fra l’area settentrionale dell’Italia e la Germania; nel 2016, esso ha raggiunto il tetto degli 87 miliardi di euro, a fronte dei 15 miliardi dell’area centrale e dei 7 dell’area meridionale; si tratta tuttavia di un interscambio, quello tra il Nord dell’Italia e la Germania, che al di là delle apparenze nasconde un grave limite: senza una solida ripresa del Mezzogiorno, l’area centro-settentrionale dell’Italia è destinata a risultare penalizzata; ciò perché il mercato del Mezzogiorno varrebbe, per la parte più ricca del Paese “il triplo delle esportazioni verso tutti i Paesi dell’Unione Europea”.

A livello europeo, l’aggravarsi del dualismo tra la parte “ricca” e quella “povera” ha determinato l’ulteriore divergenza, sul piano economico, del nostro Paese rispetto al resto dell’Europa, che negli anni della Grande Recessione, è stata come riporta l’”Editoriale” di Limes, di 9 punti percentuali rispetto all’Eurozona e di 11 punti percentuali rispetto all’intera Unione Europea; si è consolidato in tal modo “il distacco fra la crescita italiana e quella delle principali economie continentali”, che ha sua matrice d’origine nella distruzione dell’economia mista, che aveva consentito all’Italia, non solo di ricostruirsi dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche di inserirsi con successo nel mercato manifatturiero internazionale. Come afferma Giuseppe Berta nella sua “Conversazione” con Giuseppe Maronita, il cui testo è riportato nella rivista Limes col titolo “La grande industria è finita con l’IRI. Puntiamo sui medi per non scomparire”, una “retorica semplice e precisa” identificava l’Italia, dopo la Germania, come “seconda potenza manifatturiera” europea.

Il paragone con la Germania, a parere di Berta, non poteva reggere, in quanto, già prima della crisi, l’Italia non disponeva del “possente apparato produttivo tedesco, né la forza lavoro altrettanto evolutiva, tipica di un Paese a forte connotazione manifatturiera”: l’Italia era, e continua ad esserlo, un Paese di imprese medio-piccole, esprimente una realtà ed una forza economica imparagonabili a quele tedesche. La struttura dei settori manifatturieri italiani è, secondo Berta, la “chiave per capire la nostra formidabile esposizione alla crisi”; ma anche, si può dire, la “chiave” per capire le ragioni dell’allargamento della divergenza dell’Italia dal resto dei più importanti Paesi europei. A suo parere, un dato esprime, più di qualsiasi altro, la debolezza dell’apparato industriale manifatturiero italiano: quello stimato da Nomisma, dal quale risulta che “circa il 20% dell’industria italiana – meno di 2000 imprese in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti – fa l’80% del valore manifatturiero”, mentre tutto il restante apparato produttivo industriale stenta a conservarsi sul mercato. Il resto dell’apparato industriale, infatti, è costituito da piccole imprese per lo più orientate al mercato interno; nel loro insieme, tali imprese hanno costituito la parte dell’intero apparato produttivo sulla quale si sono “scaricati” gli effetti più disastranti della crisi.

Si deve tenere presente che il dualismo tra medie e piccole imprese preesisteva alla crisi, ma si è fortemente accentuato in seguito; va anche considerato che il dualismo non è solo dimensionale, in quanto esso presenta pure una dimensione settoriale. I settori che più hanno retto gli esiti negativi della crisi sono quelli che andavano meglio anche prima: sono i settori produttivi pesanti, quali quelli della meccanica, della chimico-farmaceutica e della metallurgia; mentre più penalizzati sono stati i settori delle costruzioni e dell’abbigliamento.

Il limite del nostro apparato industriale – afferma Berta – non sta nella mancanza di professionalità e di capacità innovative, “quanto nell’incapacità di produrre realtà industriali grandi, capaci di replicare su vasta scala le intuizioni e le eccellenze locali”. Per questo motivo, sostiene Berta, la nostra maggior forza industriale deve essere rinvenuta in un “capitalismo intermedio”, espresso “da imprese di medio fatturato, capaci di mettere a sistema saperi, competenze e attività presenti nel territorio” che stimolano l’ammodernamento tecnologico e creano sbocchi sui mercati esteri.

Si tratta di una forma di capitalismo che influenza, aggravandolo, il dualismo tra l’aerea settentrionale e quella meridionale del Paese; ciò perché esso è, e resta, espressione delle regioni del Centro-Nord del Paese. Se dunque dopo il decennio di crisi, il dualismo territoriale dell’Italia si è accentuato, lo si deve al peggioramento della situazione del Mezzogiorno e non alla maggior tenuta sul piano economico dell’area settentrionale, la quale peraltro ha visto il deteriorarsi della propria situazione rispetto all’Europa.

Dopo tanti anni di attenzione riservata al cosiddetto capitalismo leggero della moda e del design, l’Italia deve prendere atto del fatto che non potrà mai esprimere un’economia incentrata sulla grande industria; ciò perché – afferma Berta – “è un Paese di recente e imperfetta industrializzazione, che ha fatto il suo miracolo tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta in condizioni internazionali e politico-sociali forse irripetibili, e che ci ha messo altri dieci anni, dalla metà degli anni Settanta, per demolire l’economia mista e sprofondare nei debiti”. Occorre, perciò, che si reagisca alla situazione evidenziatasi nella sua nuda realtà durante e dopo la crisi, tenendo presente che la forza oggi sta nella “sparuta pattuglia” di medie imprese, da incentivare e proteggere con uno sforzo congiunto del mondo imprenditoriale e di quello politico.

Il mondo imprenditoriale, a parere di Berta, deve riconsiderare il problema della propria rappresentanza; ciò al fine di “ricalibrare” l’azione a tutela della sua funzione sulla “dimensione di gran lunga dominante” del capitalismo italiano, rendendo più efficace l’operato delle proprie organizzazioni a livello nazionale ed internazionale. Il mondo politico deve anch’esso prender atto della nuova realtà economica che ha preso forma dopo i dieci anni di crisi e “chiudere la forbice”- come si afferma nell’”Editoriale” di Limes – fra “oggettivo rilievo e carenza di soggettività” che caratterizza il Paese; ciò al fine di costituirlo “in attore geopolitico”, non importa se grande o piccolo, per proteggere gli interessi nazionali “nella competizione e nel compromesso” con gli altri attori geopolitici, evitando così, come spesso è accaduto nei momenti più acuti della crisi, di “pretendersi Stato per farsi eterodirigere da altri Stati”.

Sinora, l’Italia è stata molto disattenta nel valutare il rischio cui potrebbe essere esposta se prendesse corpo ciò di cui spesso si discute; qualora cioè diventasse concreto lo scenario connesso alla possibile costituzione in Europa dell’euronucleo tedesco; evento questo che varrebbe ad evocare anche la possibilità che la fragile unità dell’Italia sia “spaccata” dall’adesione all’euronucleo della “macro-regione padana”, per via dell’ulteriore peggioramento del dualismo territoriale, che vedrebbe l’area del Mezzogiorno non più in grado di esercitare un attrazione economica conveniente nei confronti del capitalismo leggero delle regioni del Centro-Nord del Paese. La necessità di prevenire questi possibili eventi nefasti esprime il motivo per cui agli italiani serve un’Italia che sia attore geopolitico.

Gianfranco Sabattini

L’eurocrazia e i limiti
del governo a distanza
nel mercato interno

euroIl termine “eurocrazia” è divenuto sinonimo di “sistema di governo imperniato sulle istituzioni UE, che indirizzano a distanza, e in molti casi vincolano pesantemente, le scelte politiche nazionali”; così esordisce Maurizio Ferrera in “Governare a distanza: responsabilità democratica e solidarietà sociale nell’Eurozona” (Il Mulino, n. 2/2017). Obiettivo di tale sistema di governo è assicurare la stabilità dell’euro e del funzionamento del mercato interno europeo, subordinando ad esso ogni altra politica comunitaria.

A differenza di una qualsiasi forma di governo democratico, quello burocratico europeo è fondato su un “preciso e vincolante” sistema di priorità, adottate sulla base del convincimento che, per governare la stabilità del mercato interno, i singoli Paesi aderenti all’Eurozona debbano attenersi a “inviolabili criteri di stabilità monetaria e fiscale”; a tal fine, è imposta la necessità che tutti i Paesi membri seguano rigidamente regole “uguali per tutti”, con l’erogazione di sanzioni in caso di un loro mancato rispetto.

Questo convincimento, mutuato dal neoliberismo in “salsa tedesca”, nella forma dell’ordoliberismo, poggia – afferma Ferrera – “su una forte diffidenza nei confronti della politica democratica, considerata come sfera ove prevalgono interessi di parte e contemporaneamente opportunistici che danneggiano sistematicamente l’economia”. Sennonché, è ormai diffusa la critica di chi ritiene l’eurocrazia una forma di governo “distopico”, ovvero antiutopistico, in quanto portatore di una modalità di governo indesiderabile, contrario ai valori di una autentica democrazia; in altri termini, una forma di governo che “pretende di decidere sulla base di certezze inconfutabili”, espresse dall’ideologia ordoliberista.

Il governo a distanza dell’eurocrazia ha provocato, a parere di Ferrera, una serie di deficit sul piano dell’equità, della democrazia e della legittimità dei processi decisionali. Ciò perché, invece di attivare un “circolo virtuoso” di convergenza delle situazioni economico-sociali dei singoli Paese, ha promosso la formazione di un assetto istituzionale che ha generato una divergenza e favorito la diffusione dell’idea che “le economie politiche dei vari Paesi possano essere costrette ad adottare un unico modello per la crescita e la competitività”; in tal modo, è stato inevitabile che il governo burocratico del mercato interno europeo, anziché concorrere all’”addomesticamento” del pluralismo dei gruppi d’interesse, abbia finito con lo scatenare “i demoni dell’antipolitica e del populismo”, motivandoli a criticare e spesso ad “attaccare” la stessa Unione Europea.

Come superare gli esiti del governo a distanza?, si chiede Ferrera; egli propone di superare il “governo distopico” europeo, attraverso un’analisi critica di alcuni suoi aspetti, al fine di pervenire alla formulazione di un “modello” di governo democratico dell’Eurozona, in grado di prefigurare un auspicabile futuro dell’unione economica e monetaria, congiuntamente alle possibili vie “per conciliare integrazione economica e solidarietà sociale”.

A parere di Ferrera, le democrazie contemporanee sono portatrici dell’idea che il Governo “faccia ciò che i cittadini vogliono”, appartenendo la sovranità al popolo e dipendendo la legittimità dal consenso di quest’ultimo; tuttavia, i rappresentanti del popolo devono esercitare il loro mandato responsabilmente, nel senso che le loro decisioni devono essere sorrette da “una certa distanza dalle contingenze elettorali e [da] una capacità lungimirante di bilanciare le considerazioni di principio con accurate valutazioni delle conseguenze nel far fronte a un flusso di problemi che non possono essere ami completamente prevedibili”; in conseguenza di ciò, la rispondenza delle decisioni dei rappresentanti del popolo ai suoi “desideri” deve essere, come si è detto, sempre coniugata all’assunzione di decisioni responsabili. Perché ciò possa avvenire, sottolinea Ferrera, sono necessari “specifici incentivi istituzionali”; ciò perché, le principali sfide che, con riferimento all’Europa, i leader nazionali devono affrontare (processo d’integrazione politica dei Paesi membri dell’Unione e contenimento delle difficoltà interne che l’integrazione comporta) richiedono la loro collocazione in una prospettiva di lungo termine.

Le decisioni che devono essere assunte nel momento presente comportano, infatti, sacrifici che possono essere compensati solo da vantaggi differiti; fatto, questo, che mal si concilia con la logica della competizione politica nei regimi democratici. Imporre, però, sacrifici attuali in cambio di probabili benefici futuri non rappresenta una “strategia efficace per vincere le elezioni” in sistemi pluralistici. In linea di principio, secondo Ferrera, l’Unione Europea dovrebbe facilitare l’azione dei leader nazionali con “incentivi e risorse per esercitare la responsabilità nei confronti sia delle interdipendenze transnazionali sia degli imperativi di lungo periodo”, il governo burocratico europeo, non solo non ha preso atto dell’esistenza delle difficoltà con cui devono confrontarsi i leader nazionali, ma le ha anche aggravate, facilitando il ricorso a livello europeo e nazionale di processi decisionali fondati su un sistema di “irresponsabilità organizzata”.

Tuttavia, secondo Ferrera, esisterebbero diversi elementi del governo a distanza che “potrebbe essere saggio e ragionevole conservare e persino migliorare”. La critica dell’eurocrazia è concorde nel sottolineare come il principio dell’austerità abbia concorso ad aggravare gli effetti destabilizzanti, soprattutto sui “regimi di cittadinanza sociale”; per questo motivo, persino “molti studiosi tedeschi […] pensano che l’euro vada in qualche modo smontato a causa delle sue perverse disfunzionalità”, sino a proporre “una rottura ordinata, negoziale e consensuale dell’Eurozona e di un ritorno al regime monetario pre-euro, basato su cambi flessibili entro bande predefinite”.

Benché si dichiari d’accordo sull’esigenza di un franco dibattito sulle disfunzionalità dell’euro, sul ritorno a un regime monetario pre-euro, Ferrera è apertamente contrario; ciò perché, a suo parere, lasciare ora l’unione monetaria, per l’economia e la società dell’Italia, significherebbe fare un “salto in mare aperto” e commettere un errore fatale, soprattutto per un motivo che egli ritiene fondamentale: l’estrema debolezza della compagine nazionale; debolezza legata principalmente al fatto d’essere una nazione tenuta assieme da uno stato ancora molto difettoso, gravato da un debito pubblico molto alto, da un sistema antiquato di relazioni industriali, dalla persistente presenza di squilibri territoriali, da una diffusa economia sommersa, da un’insostenibile evasione fiscale, dalla presenza di una criminalità sistemica e, infine, ma non ultima per gravità, dalla sopravvivenza di mercati dei prodotti e dei servizi “mal regolati e ancora fortemente protetti”.

Per Ferrera, però, “sotto il malessere italiano c’è un cuore pulsante”, nel senso che il Paese possiederebbe “ancora un’ampia e robusta base industriale”, orientata verso le esportazioni, che avrebbe bisogno d’essere potenziata dal sostegno di un settore dei servizi molto più efficiente, “nonché da un ambiente istituzionale favorevole, compreso uno Stato sociale modernizzato”. Dopo il 2014, le condizioni dell’economia nazionale sono certamente migliorate; ciò però non significa che l’Italia si sia portata fuori da ogni pericolo e che, per consolidare questa sua posizione, debba fuoriuscire dall’euro, e neppure “che le cose debbano rimanere così come sono”.

Il regime burocratico è troppo vincolante “per il tipo di modernizzazione che si addice all’Italia”, per cui diventa necessario l’approfondimento dello studio diretto a verificare come la conservazione della moneta unica possa risultare compatibile con “modalità di governance economica e fiscale” alternative a quelle sinora privilegiate. Poiché tutte le alternative implicheranno un elevato grado di solidarietà interstatale, occorrerà confrontarsi, in particolare con la classe politica tedesca, perché le modalità di governance dell’euro siano inquadrate, nell’interesse di tutti i Paesi dell’Unione, in una prospettiva più corretta, nella consapevolezza che la conservazione di “una pericolosa e autolesionista spirale di contrapposizioni nazionali non è inevitabile” e che, al contrario, è nelle aspirazioni di tutti il suo superamento.

Tra gli economisti ed i politici, sono in molti a pensare che “per rendere l’unione monetaria più rispondente alle esigenze dei vari Paesi”, sia necessario dotarla di un grado di ridistribuzione dei surplus finanziari più efficace di quella sinora attuata, nella convinzione che l’”euro avrebbe potuto e dovuto essere progettato molto meglio sin dall’inizio”. Il fatto che ciò non sia avvento non significa, però, che quanto sin qui realizzato sia da rigettare; significa, al contrario, sperimentare un processo di riforma della governance dell’euro, nel convincimento – come afferma Ferrera – che ancora esistano margini di cambiamento, più di quanto le élite attuali siano pronte o capaci di riconoscere.

Ferrera è convinto della possibilità di cambiare la govermance dell’euro, anche perché non ritiene fondata l’idea che la crisi della moneta unica europea sia da imputarsi alla sregolatezza con cui i Paesi del Sud dell’Europa hanno governato i loro conti pubblici; al fine di smentire tale idea, s’impone l’urgenza di evidenze empiriche più dettagliate e precise, in merito “ai guadagni asimmetrici” dei quali hanno goduto i Paesi maggiormente distintisi nel sostenere la necessità del rigore monetario, a partire dalla Germania e dalle rigide posizioni assunte dal suo Ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, e dal Presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Smentire quest’idea, che la colpa della crisi dell’euro sia da attribuirsi ai Paesi poco virtuosi nella gestione delle loro finanze pubbliche, servirebbe tra l’altro a “disvelare” la sua infondatezza morale e ad evitare ciò che spesso nella gestione della crisi è accaduto con l’imposizione di politiche di umiliazione, basate “sul castigo paternalistico gerarchico, anziché sul fraterno incoraggiamento”; al riguardo, basta ricordare il trattamento riservato alla Grecia e si potrebbe aggiungere anche la famosa lettera con la quale la Banca Centrale Europea indicava al Governo italiano le misure di politica monetaria che dovevano essere adottare, per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali».

Al fine di evitare che in futuro possano di nuovo verificarsi umiliazioni di tale natura, il primo passo da compiere deve essere quello di “una chiara affermazione dei principi”, ribadendo a chiare lettere l’uguaglianza politica di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Inoltre, Ferrera, sostiene la necessità di elaborare direttive di governo della moneta unica che tengano conto degli “standard sociali” esistenti all’interno dei singoli Paesi europei. Ciò potrà consentire di stabilire in modo appropriato il quantum di solidarietà e di ridistribuzione dei surplus finanziari che sarà necessario adottare per evitare il riproporsi di nuove crisi.

Cero, la sfida più difficile sarà quella di determinare gli standard ottimali di “solidarietà paneuropea”; al riguardo, tuttavia, occorrerà convincersi che, senza una prospettiva profondamente riformistica del governo a distanza dell’eurocrazia, sarà difficile procedere sulla via dell’unificazione politica dell’Europa. A tale fine, forse è giusto concludere con Ferrera, che occorreranno “massicci investimenti” di natura intellettuale, prima ancora che politici.

Gianfranco Sabattini

Il recupero della democrazia nei processi decisionali europei

Piketty

Un gruppo di giuristi, politologi ed economisti ha elaborato il testo di un possibile trattato per la ”democratizzazione dell’Europa”; il gruppo, che include tra gli altri Thomas Piketty, in “Democratizzare l’Europa! Per un Trattato di democratizzazione europea”, avanza una proposta per prevenire l’implosione del “progetto europeo” e, soprattutto, per porre fine alle politiche economiche, fondate sull’”austerità”, la quale, anziché espansiva per i Paesi che ne hanno subito le conseguenze, è stata invece regressiva.

A parere degli autori, il “Trattato” potrebbe essere adottato anche nell’immediato, senza bisogno di modifiche dei trattati sinora stipulati, al fine di sconfiggere le procedure decisionali tecnocratiche che hanno privato i singoli Paesi della possibilità di esprimersi democraticamente sulle scelte che di volta in volta vengono adottate a livello europeo. In dieci anni di crisi economica e finanziaria – affermano gli autori – “ha preso forma un nuovo centro di potere europeo: la ‘governance dell’eurozona’”, esercitata dall’insieme delle istituzioni comunitarie, di fatto collocatesi fuori da ogni controllo democratico, ha avuto nel cosiddetto Eurogruppo, costituito dai Ministri dell’economia e delle finanze degli Stati aderenti alla moneta unica, un centro di coordinamento che ha svolto, e continua a svolgere, un’attività a supporto delle decisioni di tutte le istituzioni responsabili del governo dell’Eurozona.

A parere degli autori, tali istituzioni, nate sotto il segno dell’informalità e dell’opacità, funzionano prescindendo dai trattati, senza dover rendere “il minimo conto al Parlamento europeo, né tantomeno ai Parlamenti nazionali”; inoltre, esse “funzionano seguendo traiettorie che cambiano a ogni politica proposta”, sino a costituire un “bersaglio mobile e indistinto”, sottratto ad ogni forma di controllo democratico. In tal modo, “per quanto difformi siano”, queste differenti politiche hanno finito “per essere ‘governate’ in forza di un ‘nocciolo duro’, costituito dall’intreccio sempre più stretto tra le burocrazie economiche e finanziarie nazionali ed europee”.

Dopo l’approvazione del Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance (TSCG), approvato nel 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quell’insieme di istituzioni ha consentito al “nocciolo duro” che governa l’Eurozona di poter sorvegliare i dati macroeconomici di ciascun Paese, per cui se, ad esempio, la Commissione europea ritiene che in quei dati ricorrano degli squilibri, può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. Dal 2012, “il polo esecutivo europeo [cioè, La Commissione] si è visto attribuire, una dopo l’altra, nuove competenze”; per cui il suo campo d’intervento si è di continuo allargato con l’adozione di diversi regolamenti noti sotto la sigle di “Six-pack” e di “Two-pack” (la prima designa un insieme di cinque regolamenti comunitari e una direttiva, tutti adottati nel 2011; la seconda si riferisce a due ulteriori regolamenti che hanno completato e rafforzato le competenze della Commissione, assegnando ad essa, a partire dal 2014, la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei Paesi dell’Eurozona ed eventualmente di porre il veto sulla loro adottabilità da parte dei singoli Stati).

Il “Six-pack” ed il “Two-pack” costituiscono nel loro insieme il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), detto anche “Fondo Salva-Stati”, istituito per salvaguardare la stabilità finanziaria dei Paesi dell’Eurozona. Esso ha assunto la veste di un’organizzazione intergovernativa, fondata su un consiglio di governatori formato dai rappresentanti degli Stati membri e su un consiglio di amministrazione, dotato del potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai Paesi che possono accedere alla disponibilità del “Fondo”.

La governence dell’Eurozona si è così concretizzata, di fatto, “in una sorta di zona franca rispetto alle politiche di controllo”, dando luogo ad un “buco nero democratico”, che non consente di controllare tutte le decisioni assunte dal “nocciolo duro” delle istituzioni comunitarie, lasciando all’oscuro, non solo il Parlamento europeo, ma anche i singoli Parlamenti nazionali. L’opacità del governo dell’Eurozona ha così favorito una “sostanziale insensibilità agli inquietanti segnali politici” emessi dai contesti sociali dei singoli Paesi; insensibilità che è all’origine dell’ascesa e della diffusione dei movimenti populisti di estrema destra, in quanto la governance europea è stata sempre orientata a “sopravvalutare gli obiettivi legati alla stabilità finanziaria e alla ‘fiducia dei mercati’ e a sottovalutare i temi che possono maggiormente e più direttamente interessare la comunità dei cittadini”, quali quelli delle politiche dell’occupazione, della crescita, della convergenza fiscale, della coesione sociale, delle solidarietà e di altri ancora.

Secondo gli autori, per ricuperare la democrazia, cambiare la natura delle politiche economiche europee ed uscire dall’”opacità e dall’irresponsabilità politica delle istituzioni comunitarie, occorre introdurre un’”Assemblea parlamentare democraticamente eletta”, che disponga “della legittimità necessaria per richiamare l’attuale governo dell’Eurozona alle proprie responsabilità politiche, in sostituzione o in parallelo all’attuale Parlamento europeo”; ciò in considerazione del fatto che, per realizzare un’effettiva Unione Europea, non è tanto necessaria l’organizzazione di un mercato interno, quanto il coordinamento delle politiche economiche, l’armonizzazione dei vari sistemi fiscali e la convergenza delle politiche di bilancio dei vari Stati.

Con la costituzione dell’Assemblea democratica, sarebbe possibile – secondo gli autori – “puntare al cuore dei patti sociali degli Stati membri. Per cui è difficile non chiamare a raccolta in modo diretto i Parlamenti nazionali. […] In presa diretta con la vita politica degli Stati membri, essi soli dispongono della legittimità necessaria per sostituire, con una vera democrazia rappresentativa, il potente intreccio burocratico intergovernativo che si è costituito” e consolidato.

Per contrastare l’attività della struttura che esercita la governance europea, l’Assemblea democratica dovrà disporre di poteri adeguati, perché possa partecipare appieno alle formulazione delle “politiche di orientamento” dell’Eurozona; dovrà anche disporre della capacità d’”iniziativa legislativa” che sinora ha fatto difetto al Parlamento europeo; infine, dovrà avere la possibilità di accedere “a ciascuno dei nuclei decisionali del governo dell’Eurozona, si tratti del Semestre europeo (“raccomandazioni Paese per Paese”, “esame annuo della crescita”, ecc.), della condizionalità finanziaria dei memorandum, della scelta dei massimi dirigenti dell’Eurozona, ecc.”.

In realtà, a parere degli autori, per la democratizzazione della governace europea occorrerebbe mettere in discussione l’intero complesso del ‘progetto comunitario”; tuttavia, considerando che un tale disegno sarebbe realizzabile solo nel lungo periodo, per agire rapidamente, “senza passare attraverso un’assai improbabile revisione generale dei Trattati europei a 27” e per “aprire brecce democratiche all’interno […] del blocco esecutivo europeo”, la costituzione di un’Assemblea democratica risponderebbe allo scopo di ricondurre sotto controllo politico l’attività opaca e sfuggente di tale blocco esecutivo. A tal fine, dovrebbero essere i partiti dei singoli Paesi ed i movimenti sociali in essi presenti a “rintracciare i percorsi della politica europea”, per evitare l’”alternativa funesta tra un ripiegamento nazionale privo di respiro e lo status quo della politiche economiche di Bruxelles”.

Secondo gli autori, il permanere del blocco esecutivo europeo che ha spogliato il Parlamento dell’Unione ed i Parlamenti nazionali del controllo democratico sulle politiche adottate, contraddice profondamente l’impegno assunto dai capi di Stato e di governo al rispetto e al mantenimento della democrazia rappresentativa; e contraddice anche la dichiarazione secondo cui la democrazia costituisce un valore che le istituzioni europee hanno il “dovere di promuovere”. Poiché il fatto che ciò non avvenga è motivo di una profonda disaffezione dei cittadini nei confronti del “progetto europeo”, il permanere del deficit di legittimità democratica nell’azione di governo delle istituzioni europee comporta il rischio di implosione della stessa Unione Europea.

Per evitare questo rischio, l’obiettivo della proposta degli autori di costituire un’Assemblea democratica è duplice; da un lato, “fare in modo che le politiche di convergenza e di condizionalità oggi al centro della ‘governance dell’Eurozona’ siano portate avanti da istituzioni democraticamente responsabili”; dall’altro lato, “far sì che i nuovo passaggi necessari ad approfondire, in seno all’Eurozona, sia la convergenza fiscale e sociale sia la coordinazione economica e di bilancio, non siano decisi senza il diretto coinvolgimento dei rappresentanti nazionali”. Insomma, una proposta, quella di Piketty e della sua squadra, che vuole porre al centro del governo dell’Unione Europea e dell’Eurozona la “condizionalità democratica”, intendendosi per quest’ultima l’insieme dei requisiti volti ad assicurare la coerenza dei comportamenti dei Paesi rispetto alle strategie delle istituzioni europee, potendo interessare aspetti economici (pareggio di bilancio, taglio della spesa, privatizzazioni), giuridici (libera concorrenza e regolazione del mercato interno) ed istituzionali (transizione alla democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo).

Infatti, il concetto di condizionalità è sempre stato centrale nel processo di ammissione all’UE di nuovi Paesi; per essere ammesso, un nuovo Stato ha dovuto ottemperare a tre criteri distinti: uno politico, che impone la presenza al suo interno di istituzioni stabili idonee a garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela; uno economico, che comporta la necessità di organizzare un’economia di mercato affidabile e in grado di far fronte alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione; infine, il cosiddetto criterio dell’“acquis comunitario”, implicante l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, il perseguimento degli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. Il rispetto di questi criteri è sempre stato dichiarato condizione per fruire dei sostegni economici comunitari e a sua tutela nella prassi dell’Unione è prevista l’attivazione di meccanismi di penalizzazione.

In conclusione – affermano gli autori – con la costituzione dell’Assemblea democratica, si tratterebbe di avviare l’Unione Europea e l’Eurozona, oggi travagliate dai postumi di una crisi che ha sconquassato i sistemi sociali di molti Paesi membri, sulla via di una democratizzazione, al fine di fronteggiare, in termini più responsabili e socialmente condivisi, gli esiti della crisi; per la realizzazione della loro proposta, gli autori sono del parere che sarebbe sufficiente “sfruttare i margini di manovra giuridica […] a completamento dei Trattati dell’Unione Europea”.

Anche ammesso che la proposta sia realizzabile, il problema principale consisterà nel riuscire a mobilitare i singoli establishment nazionali, ora unicamente impegnati a “demonizzare” i movimenti di protesta in continua espansione al loro interno, anziché preoccuparsi di “sedare” la protesta sociale, portando avanti iniziative del tipo di quella illustrata da Thomas Piketty e dagli altri componenti il suo gruppo di lavoro.

Gianfranco Sabattini

Draghi e l’Europa fuori dalla crisi

Mario Draghi-BCEMario Draghi ha ricevuto ieri la laurea “honoris causa” conferitagli dall’Università di Tel Aviv. Il Presidente della Bce, nel suo intervento, ha affermato: “L’Europa è finalmente riuscita a mettersi la crisi alle spalle, ora, servono riforme strutturali per consolidare crescita e benessere, ma bisogna anche ritrovare il senso del progetto dell’Unione europea. La ripresa nell’area euro è resiliente ed è sempre più ampiamente distribuita tra settori e Paesi. La domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria della Bce, è il motore principale della ripresa”.

Poi, proseguendo, ha anche detto: “Oggi ci sono cinque milioni di occupati in più che nel 2013 e la disoccupazione, sebbene resti troppo alta, è ai minimi da otto anni. A livello globale, il sistema finanziario è più resiliente. Le prospettive economiche mondiali stanno a loro volta migliorando e i rischi di indebolimento stanno diminuendo”.

Concludendo il suo intervento all’Università di Tel Aviv, Draghi ha detto: “Tuttavia quel che ci serve in Europa, per assicurare che la crescita economica e la maggiore prosperità siano sostenute nel corso del tempo, sono le riforme strutturali”.

Oggi la Bce ha pubblicato il “Rapporto sull’integrazione finanziaria in Europa”. Nel Rapporto della Bce si legge: “Nel 2015 il processo di integrazione finanziaria dell’Eurozona è entrato in stallo. Dopo alcuni anni di integrazione conseguenti la crisi finanziaria, il processo è rallentato, una frenata su cui hanno pesato gli scenari economici differenti tra i diversi Paesi, l’avversione globale al rischio e le incertezze politiche”.

Come sostiene l’Eurotower, “per la Bce servono progressi tangibili e tempestivi nel processo di revisione delle due direttive chiave dell’unione bancaria: quella sull’adeguatezza del capitale bancario (Crd) e quella sulla risoluzione delle banche in crisi (Brrd) armonizzandone gli aspetti discrezionali in capo ai singoli paesi”.

Nonostante i progressi sull’unione bancaria resta limitata la costruzione di gruppi bancari pan-europei che potrebbe aiutare i processi di integrazione.

Permane la necessità, di armonizzare le leggi fallimentari rimuovendo gli ulteriori ostacoli all’integrazione, tra questi la questione dei crediti deteriorati, l’armonizzazione delle norme a protezione dei consumatori considerando l’Eurozona una singola giurisdizione per calcolare i cuscinetti di capitale aggiuntivo richiesti da Basilea per le banche sistemiche.

Dall’Eurotower arrivano le spinte necessarie per rafforzare l’Unione Europea. In una realtà velocizzata, in cui il progresso scientifico ed i nuovi prodotti rivoluzionano i rapporti economici, è sempre più necessario accelerare i processi di integrazione Europea.

I principi di solidarietà umana tra i popoli dovrebbero essere considerati, sempre più, la base del progetto dell’Unione Europea. Di pari passo con l’integrazione pan-finanziaria si dovrebbe procedere con l’integrazione della politica fiscale, del lavoro, del welfare, della politica estera, militare, etc….. Insomma, fare quanto è necessario per la realizzazione di uno stato federale o di una confederazione di stati. Dopo settanta anni, l’Unione Europea è ancora un progetto incompiuto che sarebbe utile portare avanti.

Salvatore Rondello

Unione politica dell’Europa
e la via elvetica

europa_unitaCarlo Lottieri, studioso del pensiero liberale e docente di filosofia politica e del diritto, ha pubblicato nella collana de “Il Giornale”, “Fuori dal coro”, un libretto intitolato “L’Europa è il problema, la Svizzera la soluzione. Una via elvetica per ripensare il Continente”; la tesi dell’autore, sintesi di quanto egli ha sostenuto in suo saggio di più ampio respiro, è a dir poco singolare, considerato che la soluzione dell’unificazione politica proposta per i Paesi aderenti all’Unione Europea, anziché proiettata verso la costituzione di un nuovo soggetto politico che tutti li ricomprenda, auspica, non tanto un ritorno alla vecchie frontiere degli Stati nazionali, ma una loro ulteriore polverizzazione localistica di stampo medioevale.

La decisione del Regno Unito di abbandonate l’Unione Europea – afferma Lottieri – “obbliga a ripensare le istituzioni del Vecchio Continente”; ciò perché se gli elettori britannici hanno preso la decisione di uscire dall’Europa, una delle ragioni deve essere cercata nel “fallimento di un progetto, quello europeista, che pure in passato aveva suscitato tanti entusiasmi”. A questo punto, perciò, i cittadini europei “devono trovare il senso della loro identità: ricostruendo in altro modo le istituzioni comuni oppure, ed è un’ipotesi da prendere sul serio, facendo del policentrismo politico che li caratterizza da secoli non un elemento di debolezza, ma un fattore di solidità e integrazione”; come dire, per realizzare l’unità nella diversità, i Paesi dell’Unione devono focalizzare “l’attenzione sulla piccola Svizzera: una società posta al centro dell’Europa, ma al tempo stesso, da sempre refrattaria di fronte a ogni ipotesi di dissolversi nell’Unione”.

A parere dell’autore, il senso più profondo della storia moderna dell’Europa deve essere rinvenuto nel riconoscere che la “frammentazione istituzionale”, che era valsa a conservare il particolarismo medievale, è stata sostituita dal modello organizzativo dello Stato unitario; ma se l’Europa è stata connotata come “area di libertà e pluralismo lo si deve soprattutto al localismo che ha marcato il Vecchio Continente in epoca medievale e in parte anche dopo. Per questo motivo, la Svizzera attuale, tanto contraria a lasciarsi coinvolgere dall’Unione, rappresenterebbe, secondo Lottieri, il cuore dell’Europa, in quanto “assai più fedele al meglio della tradizione europea di quanto non lo siano i fautori del progetto volto alla sua integrazione politica”. Ciò perché il processo di unificazione politica dell’Europa sarebbe l’evidente negazione “dell’eredità culturale e politica dell’Europa stessa”.

A parere di Lottieri, l’attuale Unione Europea sarebbe in crisi perché sono in crisi i tradizionali paradigmi politici dei vecchi Stati nazionali. La statualità sarebbe a pezzi, ma, secondo l’autore, non è chiaro cosa dovrà essere messo al suo posto; fatto, questo, che sembrerebbe suggerire che le strutture statuali del passato non avrebbero alternative. Al contrario si è affermata l’idea che gli uomini debbano continuare a vivere all’interno del modello organizzativo democratico-liberale dello Stato, maturato nel corso del secolo Diciannovesimo.

Sull’accettabilità di questo modello vi è, a livello europeo, un ampio consenso che, pur non escludendo “differenze e tensioni” tra gli Stati, li vede comunque convergere verso un’unica economia sociale di mercato. Tutto ciò, però, non è stato privo di conseguenze negative. La convergenza ha creato all’interno di alcuni degli Stati un deterioramento dei loro conti pubblici ed un indebitamento previdenziale divenuto insostenibile. Il disordine delle finanza pubblica starebbe dissolvendo l’ordine politico tradizionalmente basato su rapporti di forza elettorali; un ordine che “ha distribuito privilegi secondo meccanismi volti ad acquisire consenso, premiando il presente e sacrificando il futuro”. Di fronte alle difficoltà interne degli Stati europei, l’unica risposta possibile è sembrata consistere, a parere di Lottieri, nella sostituzione delle “sovranità nazionali con una super-sovranità che le includa e le trascenda”. A causa di tutto ciò, il processo di unificazione, pur iniziato da tempo, è ben lontano dal suo compimento, a causa delle difficoltà interne dei singoli Stati; per questo motivo, il monolite statuale, pur in crisi, continuerebbe a rappresentare solo un valido punto d’appoggio per le traballanti società europee, considerato che ciò che dovrebbe prenderne il posto “continua ad avere tratti di difficile definizione”.

Le difficoltà che si oppongono al procedere del proceso di unificazione dovrebbero spingere le classi politiche europee a dirigere il loro sguardo verso la piccola Svizzera, la cui considerazione ed il cui studio potrebbero suggerire un valido modello alternativo all’unificazione politica dell’Europa secondo la logica propria dello Stato nazionale. Ma in che senso? Lottieri non ha dubbi in proposito e giustifica l’opportunità di rivolgere l’attenzione verso la Svizzera facendo appello alla storia contemporanea. “Quello che oggi ci colpisce guardando la Svizzera e i suoi ordinamenti – afferma Lottieri – era assai meno inusuale nei secoli scorsi. Ma mentre ovunque lo Stato moderno e le sue logiche si sono imposte sulle rovine degli ordinamenti di matrice medievale, la società elvetica è cresciuta evitando gli strappi: innovando senza distruggere, cambiando senza snaturare”; tutto ciò ha avuto come esito finale il consolidamento dell’autogoverno locale, una formula di governo cioè che può essere utile studiare, allo scopo di reperire indicazioni utili per ripensare a come organizzare sul piano istituzionale il Vecchio Continente.

Al contrario, il tentativo attualmente in atto in Europa è quello di trasferire a livello continentale l’”essenziale del progetto statale”, tanto che tra gli obiettivi perseguiti vi è – con somma meraviglia di Lottieri – quello di “dotare l’Unione di un’imposta propria e di un autentico governo comune”; a sostenere questo disegno, a parere di Lottieri, vi sarebbero forti interessi organizzati, espressi soprattutto dalle classi politiche dei singoli Paesi; il loro scopo sarebbe quello di acquisire la possibilità di disporre delle maggiori risorse garantite dalla costituzione del super-Stato (essendo ormai non ulteriormente aumentabili quelle che possono essere “estratte” all’interno dei singoli Stati, attraverso una tassazione ormai prossima al 50% del prodotto sociale), ma non quello di eliminare guerre future tra gli Stati europei, com’era negli intenti dei padri fondatori del progetto europeo.

Infatti, per Lottieri, lo stato in cui versa attualmente l’Europa sul piano organizzativo è il risultato dell’azione “dei ceti dirigenti nazionali di dar vita a un cartello politico che tolga ai cittadini europei la facoltà di optare tra distinte giurisdizioni e sottragga i governi all’obbligo di competere, offrendo migliori servizi a pressi più contenuti”. In tal modo, l’Europa politica sarebbe giunta a configurarsi come progetto volto a riproporre a livello continentale “la vecchia mistica dello Stato ed a trasferire alle istituzioni europee “molti dei miti che hanno animato la storia del collettivismo attuale”. Con lo sguardo rivolto verso la piccola Svizzera, perciò, le élite nazionali potrebbero comprendere “come soltanto il pluralismo istituzionale, caratterizzato da piccole città e villaggi autogestiti alleati tra loro…possa rappresentare un autentico criterio orientativo e una garanzia di libertà”. Comprendere perciò il “carattere premoderno e prestatuale” della Svizzera potrebbe essere d’aiuto per progettare le istituzioni che più converrebbero all’Europa unita, avendo chiaro che lo Stato della tradizione altro non sia che “una delle molte figure che il potere ha saputo assumere nel corso della storia”.

Oggi, di fronte alle pretese pervasive dello Stato, occorre preoccuparsi di tenere costantemente presenti i “nessi” esistenti tra l’organizzazione istituzionale e il sistema economico, tra le istituzioni politiche e il gioco degli interessi, senza trascurare il fatto che le società moderne sono sempre più integrate a livello mondiale; fatto, quest’ultimo, che “sembra esigere poteri maggiormente ancorati al territorio”. Le crescenti difficoltà delle istituzioni contemporanee suggerirebbero, perciò, che le istituzioni europee privilegino il “pluralismo istituzionale, il cosiddetto voto coi piedi, l’autonomia normativa e fiscale”; ciò perché, per superare le difficoltà delle istituzioni statuali, occorre “mettere in discussione il dogma implicito di quella cultura politica post-illuminista che ha voluto leggere la modernità come un susseguirsi di successi: con l’emersione prima dei diritti civili, poi di quelli politici e, infine, di quelli sociali”. A conclusione della sua critica alla modernità istituzionale, Lottieri afferma che oggi è proprio l’espansione di “veri e presunti diritti a consegnarci a un universo in cui la libertà individuale è sempre meno rispettata e garantita”.

Lo spirito critico libertario che lo anima spinge, pertanto, Lottieri a proporre che le istituzioni europee siano modellate su quelle della Svizzera, perché, a suo dire, la piccola federazione può essere “un autentico modello per un’Europa migliore, più libera e più prospera”, essendo le sue istituzioni caratterizzate, innanzitutto dal localismo, per cui, pur disponendo di una vasta autonomia, sono costrette ad assumere decisioni responsabili perché “costrette a competere”; inoltre, la Svizzera dovrebbe essere assunta dall’Europa come paradigma di riferimento, per via della sua neutralità, che la sottrae al moderno terrorismo, ma anche all’obbligo di partecipare ad iniziative volte a “portare la pace e la democrazia nel mondo”; senza trascurare gli altri caratteri dell’organizzazione istituzionale elvetica, quali il frequente ricorso al voto popolare e l’assenza di conflitti nel mondo del lavoro. Per tutte queste ragioni, le élite politiche europee, nel forgiare le istituzioni dell’Europa unita, dovrebbero convincersi che “la Svizzera è Europa ed è Occidente, ma lo in un modo del tutto peculiare: con meno tasse, meno regole, meno centralismo.

Ecco, questa è la reale giustificazione che Lottieri riserva al tentativo di unificazione politica dell’Europa comunitaria secondo il vecchio modello dello Stato democratico di diritto, maturato nel corso del XIX secolo, grazie al quale è stato possibile riscattare gran parte dell’umanità dagli stati di deprivazione, non solo materiale, in cui versava; nonostante che la capacità critica di Lottieri sia figlia di qual riscatto, egli non esita a rinnegare, per ragioni egoistiche, la validità del “contenitore istituzionale”, lo Stato, che ha consentito di rendere l’umanità più libera. In sua vece, egli propone un ritorno al Medioevo per adottare, non solo a livello europeo, un’organizzazione istituzionale quale quella della piccola Svizzera.

Prescindendo dalla considerazione che le fortune della piccola repubblica federale alpina è il risultato della convenienza del “resto del mondo” a conservarla come una sorta di “zona franca” nella quale trattare rapporti e situazioni internazionali difficili da governare, Lottieri propone, per l’Europa e per i singoli Stati che la compongono, un ritorno all’antico, cioè ad un’età pre-moderna, quasi un ritorno alla “vita nei boschi” prospettata da Hanry David Thoreau; ma non per sperimentare la possibilità per l’uomo di poter vivere in condizioni di povertà materiale, imparando ad apprezzare le piccole cose, bensì solo per pagare meno tasse, in presenza di un minor numero di regole, e disporre degli agi resi possibili dall’economia sociale di mercato, realizzata per il tramite di un’organizzazione istituzionale, che Lottieri considera strumento ormai superato.

Gianfranco Sabattini

La sfida ambientale dell’Unione europea

green-economy-1L’UE ha sviluppato norme ambientali fra le più rigorose al mondo. La politica ambientale contribuisce a rendere più compatibile con l’ambiente l’economia dell’UE, proteggere la natura e salvaguardare la salute e la qualità della vita delle persone che vivono nell’Unione europea.

La tutela dell’ambiente e il mantenimento di una presenza competitiva dell’UE sul mercato globale possono andare di pari passo. Infatti la politica ambientale può svolgere un ruolo fondamentale per creare posti di lavoro e promuovere gli investimenti. La “crescita verde” comporta lo sviluppo di politiche integrate volte a promuovere un quadro ambientale sostenibile . Le innovazioni ambientali possono essere applicate ed esportate, rendendo l’Europa più competitiva e migliorando la qualità della vita dei cittadini. L’equità è di fondamentale importanza in tutto ciò.

La natura è il sistema che sorregge la vita, perciò dobbiamo prendercene cura. Condividiamo risorse come l’acqua, l’aria, gli habitat naturali e le specie che essi ospitano, e anche norme ambientali per la loro protezione.

L’Europa si sta adoperando per salvaguardare le risorse naturali e arrestare il declino delle specie e degli habitat minacciati.

Per far si che le buone intenzioni si traducano in realtà operativa, è stato creato uno strumento finanziario che sembrerebbe valido per il raggiungimento degli scopi prefissati.

La “Banca della Natura” dell’Ue muove i primi passi anche grazie all’esperienza fatta nell’Appennino centrale in Italia. Si tratta del nuovo strumento finanziario della Commissione europea e della Banca Europea degli Investimenti per rivitalizzare il capitale naturale dell’Ue. Ha erogato il primo prestito da 6 milioni di euro all’organizzazione Rewilding Europe, che ha un fondo (il Rewilding Europe Capital, Rec) per finanziare attivita’ economiche finalizzate alla conservazione e promozione di aree naturali, boschi e biodiversita’. In questi anni, grazie a risorse private, il Rec ha operato in otto regioni europee mettendo a disposizione 450mila euro di finanziamenti alle imprese. Uno dei progetti pilota è in corso nell’Appennino, dove l’obiettivo è creare corridoi per grandi mammiferi (orso bruno, cervi e lupi) tra le aree protette già esistenti del Parco Regionale del Sirente-Velino e del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Fra le imprese coinvolte c’e’ l’abruzzese Wildlife Adventure, che grazie ai prestiti ottenuti due anni fa dal Rec è riuscita a rinnovare il proprio sito internet e a ristrutturare un rifugio nel comune di Bisegna (Aq). Umberto Esposito, titolare della societa’ di Pescasseroli (AQ) ha spiegato: “Manca solo l’arredo, poi i lavori saranno finiti”. Grazie al prestito da 6 milioni della Banca della natura Ue, la strategia sull’Appennino potrà essere rinforzata e lo stesso tipo di esperienza potra’ essere trasferita in molte altre regioni in Europa. “Siamo felici perche’ potremo operare in nuove aree naturali”, racconta il manager per gli investimenti del Rec, Matthew McLuckie. Il nuovo sito internet di Rewilding Europe, attraverso il quale sarà possibile presentare domanda per ottenere i nuovi finanziamenti, sarà presto online. Potranno chiedere un finanziamento aziende o enti che operano per la conservazione e la promozione della natura nel territorio Ue, in settori che vanno dal turismo alla gestione dei parchi fino all’agricoltura. I prestiti saranno di massimo 600mila euro per singolo soggetto su un arco di 8-10 anni, con tassi d’interesse dal 4 al 7% a seconda del grado di rischio dell’investimento.

Nel nostro Paese, l’iniziativa ha un vasto interesse. Verrebbero coinvolti i Parchi naturali, le riserve naturali e le comunità montane. Ci sarebbe uno strumento in più per salvaguardare la natura e l’ecosistema, ma anche un incentivo per il turismo a contatto della natura ed alla riscoperta dell’ambiente. Una opportunità che gli amministratori locali e gli operatori del settore non dovranno farsi sfuggire. Tuttavia, resta misterioso il fatto che per accedere ai finanziamenti bisogna passare attraverso una grande organizzazione privata.

Salvatore Rondello

UE: per il 25 marzo Corrado Veneziano “ripensa” il logo

Ue: un nuovo logo è possibile (Ue: un nuovo luogo è necessario):
Per il 25 marzo l’artista Corrado Veneziano “ripensa” il logo In esposizione, fino al 2 aprile prossimo, a Roma tre installazioni artistiche che reinterpretano in chiave estetica, critica e provocatoria l’emblema dell’UE.

stella UE

stella UE

Prende il via sabato 25 marzo, a Roma, nel cuore dello storico quartiere Coppedè (Via Reno, 18 A) la personale di Corrado Veneziano dal titolo “UE: un nuovo logo è possibile! UE: un nuovo luogo è necessario!”, in programma fino al 2 aprile prossimo (orario: 17.00 – 20.00, ingresso libero).

L’esposizione, che verrà inaugurata in occasione dei sessanta anni del Trattato di Roma, presenta – attraverso tre installazioni – la reinterpretazione in chiave estetica, critica e provocatoria del logo dell’Unione Europea, il cui anniversario della nascita ricorre proprio il 25 marzo. Se, infatti, da una parte questa data rappresenta un’occasione per festeggiare il fondamentale patto di relazione e convivenza tra gli Stati che hanno aderito all’Unione, dall’altra può e deve aprire una riflessione sulla parte ancora incompiuta e fortemente problematica di tale conquista.

È ciò che ha inteso fare l’artista attraverso un’analisi della simbologia alla quale il suo emblema è collegato. Com’è risaputo, le 12 stelle dell’UE, posizionate su fondo blu, evocano un colore e una figurazione attraente e penetrante: laddove lo sfondo vuole essere cielo-mare-dolcezza; e le stelle, posizionate circolarmente, brillano evocando una bussola, una costellazione, un sogno.

stella corona ue

stella corona Ue

Corrado Veneziano, già autore del Logo 2015 del Prix internazionale televisivo della Rai, recensito entusiasticamente dall’antropologo Marc Augé, dal critico Achille Bonito Oliva e dal sociologo Derrick de Kerckhove, ha realizzato le tre opere artistiche servendosi di materiali diversi: scarpe di colore blu, celeste e verde acqua, salvagenti, copertoni, corone di fiori lacerati, nastri, funi e catene argentee.

Visitabili dal pubblico per un’intera settimana, le installazioni misurano tre metri per tre. E se – da lontano – sembrano replicare pedissequamente la consueta bandiera UE, da vicino al contrario svelano tutt’altro. Infatti solo con uno sguardo prossimo a ciascuna delle tre installazioni – in una messa a fuoco sempre più concreta – le bandiere si rivelano per quello di cui sono effettivamente composte: una distesa di scarpe blu sulle quali riposano, in collocazione circolare, dodici copertoni avvolti da ingombranti catene; un mare di impermeabili trasparenti e celesti sui quali si adagiano dodici salvagenti avvolti da strisce dorate; dodici corone di fiori violacei poste su altrettante coperte blu, come in un giaciglio mortuario. A richiamare una realtà in larga parte da perfezionare, un viaggio non ancora risolto, una fatica segnata, anche e forse soprattutto, da cicatrici e lacerazioni. Ma anche a dimostrare per l’ennesima volta che, come ha scritto in un’altra occasione Achille Bonito Oliva, “le opere di Corrado Veneziano massaggiano il muscolo atrofizzato della memoria collettiva”.

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Stella Ue salvagente

Secondo Corrado Veneziano: “Manca un immaginario, un respiro, una voce che faccia sentire coesa e densa l’attuale Unione Europea. E dunque ho voluto utilizzare l’arte per ripartire, provocatoriamente, dall’unica dimensione simbolica esistente oggi: la sua icona, il suo marchio, il suo logo”. “Mi sento tanto italiano quanto europeo, e non riesco a rassegnarmi all’idea che, a fronte di una unione economica e amministrativa, non ve ne sia una legata alla dimensione immateriale, simbolica, culturale”, ha detto l’artista. “Il valore della diversità si sta trasformando in una regressione localistica e burocratizzata invece che essere inteso quale elemento straordinario di valorizzazione delle molteplicità. Diversamente, penso che proprio dall’arte si debba e si possa ripartire per costruire una nuova Europa dei popoli”, ha quindi concluso Veneziano.

L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 25 marzo 2017 alle ore 17.

Note biografiche:
Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista. Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”. Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.

Alcune note critiche:
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.

Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo;  la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.”

Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista