Italiani, da euro-entusiasti a euro-scettici

europaPiù “eurofrustrati” che “eurofobi”, ma il progressivo “disincanto” degli italiani verso l’Unione europea – un “disinnamoramento” che di è consumato in 30 anni, dall’euro-entusiasmo del 1991 all’euroscetticismo più profondo del 2016, che ci posiziona dopo i cechi e vicino ai britannici – “preoccupa” l’Unione. Così come a preoccupare sono le elezioni del 4 marzo, col “grande punto interrogativo” sulle coalizioni che ne potranno emergere. A ricostruire le tappe dello strappo, è un rapporto condotto dall’Istituto Jacques Delors, il think thank presieduto da Enrico Letta, in partnership col Centro Kantar sul futuro dell’Europa, presentato oggi a Bruxelles.

Tra i fattori con cui il report spiega la parabola: la contrazione economica; la crisi migratoria legata ad un profondo senso di abbandono; e gli attacchi all’euro, assieme ad una delegittimazione delle istituzioni democratiche. Tuttavia, si spiega, “gli italiani non hanno rinunciato alla speranza di ritrovare un Europa protettrice”, ma per risalire la china, occorrerà una “sensibile ripresa economica”.

“L’euroscetticismo” costituisce “forse la chiave di questa campagna elettorale” oltre che “della società di oggi”. In questi termini l’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha risposto alla domanda su quanto il voto degli ‘euroscettici’ potrà incidere sull’esito delle elezioni del 4 marzo, a margine di una lezione alla prima giornata del FeltrinelliCamp, a Milano. Per Letta, occorre “comprendere le ragioni” dell’euroscetticismo “e mettere in campo anche delle soluzioni”. “Credo che sia un tema chiave – ha proseguito -. Se l’Italia è diventata come la Polonia o come la Gran Bretagna, bisogna interrogarsi seriamente e bisogna affrontare la questione” ha sottolineato l’ex premier. Durante la sua lezione, in inglese, davanti a una platea di cento ricercatori di diversi Paesi europei, Letta aveva sottolineato come “l’Europa è percepita oggi come un enorme problema. In Italia c’è un nuovo scetticismo. Da uno dei Paesi più a favore dell’Europa adesso nei sondaggi sull’ euroscetticismo si colloca tra la Repubblica Ceca e l’Olanda, e non così lontana dalla Gran Bretagna”.

Sviluppo locale e coinvolgimento diretto delle popolazioni

sviluppo campagnaLo sviluppo locale alla fine degli anni Ottanta, anche per iniziativa dell’Unione Europea, ha assunto una rilevanza crescente nelle politiche d’intervento a favore delle regioni ancora in ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo; non casualmente, anche in Italia, terminava la prassi dell’intervento straordinario realizzatasi a favore delle regioni meridionali e consolidatasi dopo l’esperienza propria della Cassa del Mezzogiorno dell’inizio degli anni Cinquanta. Veniva infatti inaugurata una nuova forma d’intervento, detta della programmazione negoziata, fondata sulla logica dei Patti territoriali e di altri numerosi strumenti, con la specifica finalità di promuovere l’economia dei territori subregionali.

La legge n. 662/1996, che disciplinava le nuove modalità d’intervento a favore dei territori locali afflitti da situazione di arretratezza economica, prevedeva infatti la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per la realizzazione di progetti per l’attuazione di interventi infrastrutturali e imprenditoriali integrati. La predisposizione del progetti, precisano Domenico Cersosimo e Guglielmo Wolleb, entrambi economisti, dell’Università di Calabria, il primo, e di Parma, il secondo, in “Democrazia deliberativa e sviluppo locale” in “Lavoro, welfare e democrazia deliberativa” (curato nel 2010 da Edoardo Ales, Marzia Barbera e Fausta Guarriello), era affidata all’iniziativa spontanea di attori locali, che fossero stati in grado “di avviare un processo di concertazione fra i soggetti istituzionali ed economici interessati […] e di creare una società di gestione capace di realizzarl(i)”.

La normativa dei “Patti” – affermano gli autori – sottolineava la necessità che la prassi della loro attuazione si fosse attenuta obbligatoriamente, lungo tutte le fasi di realizzazione degli investimenti, a particolari regole, lasciando trasparire che la ratio della nuova legge a favore delle aree arretrate subregionali non suggerisse solo il perseguimento di obiettivi economici, ma anche la promozione della propensione degli attori locali ad attivare processi decisionali che migliorassero le loro capacità olitiche ed operative.

Si trattava di una ratio radicalmente diversa da quella propria delle leggi che avevano disciplinato precedentemente le modalità di attuazione degli interventi straordinari; la ratio della nuova legge implicava il superamento della “debole e declinante correlazione” che si supponeva esistesse tra “dimensione dei flussi dei trasferimenti finanziari destinati annualmente al Mezzogiorno e i risultati ottenuti in termini di rafforzamento e ampliamento della struttura produttiva”. Si prendeva atto che i criteri seguiti negli anni precedenti l’entrata in vigore della nuova legge sulla programmazione negoziata erano valsi a “canalizzare” le risorse verso “sistemi socio-istituzionali a bassa produttività”, che ne pregiudicavano un utilizzo efficace o, peggio, ne producevano “uno discorsivo e dannoso”.

L’orientamento della nuova legge in pro dei territori locali era suggerito dal riconoscimento che, più che la scarsità delle risorse, gli elementi che difettavano nel supportare la crescita e lo sviluppo locale erano, in particolare, la bassa qualità degli operatori locali e delle classi politiche delle regioni alle quali appartenevano i singoli territori subregionali, la limitata capacità delle burocrazie regionali e il basso grado di fiducia nutrito dagli operatori locali nei confronti delle istituzioni regionali sovraordinate. Le nuove regole che disciplinavano l’intervento pubblico a sostegno dei territori arretrati presentavano, rispetto alla passata esperienza, diversi elementi innovativi.

Questi elementi implicavano, in primo luogo, la riconduzione del ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo delle aree surbregionali arretrate, non tanto ai limiti interni alle singole aree, alle carenze delle loro istituzioni ed alla bassa qualità dei loro attori, quanto all’eccessivo centralismo con cui venivano erogati i trasferimenti pubblici, responsabile dell’aggravamento delle carenze locali. In secondo luogo, e qui stava la reale novità della legge sulla programmazione negoziata, gli elementi innovativi delle nuove regole d’intervento comportavano il riconoscimento del fatto che – affermano Cersosimo e Wolleb – le variabili socio-istituzionali e antropologiche locali fossero state assoggettate, a causa del centralismo decisionale che aveva caratterizzato le forme d’intervento del passato, a una forte path dependancy, che aveva comportato “tempi di cambiamento così lenti e lunghi da risultare incommensurabili con quelli attesi dalle politiche pubbliche”. Infine, la terza novità delle nuove regole d’intervento sarebbe consistita, a parere degli autori, nel fatto che la trasformazione socio-istituzionale e antropologica “seguisse logicamente e temporalmente quella produttiva, che il primum mobile del cambiamento fosse l’economia, in particolare l’industria, che proprio per questo andava sostenuta con generose e sistematiche incentivazioni finanziarie”.

L’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale focalizzava, quindi, a parere di Cersosimo e Wolleb, l’attenzione sui vincoli specifici di carattere socio-politico delle regioni arretrate, “giudicandoli pregiudiziali” rispetto al cambiamento economico delle aree locali. Nell’ambito del nuovo approccio, l’introduzione di nuove relazioni istituzionali tra livello locale e livello regionale avrebbe dovuto rappresentare il presupposto per promuovere la propensione degli attori regionali e locali ad interiorizzare modelli di comportamento più favorevoli alla crescita ed allo sviluppo, sia dei singoli luoghi subregionali, che, conseguentemente, delle aree regionali. A tal fine, la politica nazionale avrebbe dovuto preventivamente farsi carico dei vincoli istituzionali alla crescita e allo sviluppo, cercando di agire, non solo sul sistema socio-politico delle regioni arretrate e sul modo di operare delle loro istituzioni, ma anche sulla “natura e l’architettura” dei rapporti tra istituzioni regionali e quelle locali. In questo modo, “quelle che erano variabili esogene nel modello d’intervento pubblico tradizionale” sarebbero potute diventare, nell’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale, nuovi obiettivi della politica di sviluppo.

Se fosse stato modificato il tradizionale rapporto istituzionale tra il livello regionale ed il livello locale, sarebbe stato possibile incidere realmente sulla logica processuale con cui sono stati attuati i Patti territoriali previsti dalla legge n. 662/1996, riuscendo a creare ciò che gli autori chiamano “contesto sperimentale”, grazie al quale costringere gli attori locali a seguire modelli di comportamento diversi da quelli usuali, ad abbandonare autoreferenzialità e localismo, per adottare modalità d’azione ispirate alla partecipazione e alla cooperazione, sino a diventare abitudini comuni socialmente condivise. Tuttavia, il perseguimento contemporaneo dei due obiettivi, quello di natura economica della crescita e dello sviluppo locali e quello di natura socio-culturale, antropologica e istituzionale del miglioramento della qualità degli attori locali è risultato problematico, non solo sul piano delle sua giustificazione, ma anche su quello dei risultati conseguiti.

La problematicità sul piano della giustificazione del miglioramento qualitativo dell’azione degli attori locali, secondo Cersosimo e Wolleb, sarebbe stata originata dal fatto che l’ideazione e l’attuazione dei nuovi strumenti d’intervento previsti dalla legge che ha introdotto la programmazione negoziata sarebbero dovute avvenire secondo regole di azione proprie della democrazia deliberativa, intesa questa secondo il significato che ha assunto nell’area della filosofia politica di Jürgen Habermas e John Rawls; ovvero in presenza di regole che avrebbero dovuto privilegiare un’attività collettiva di discussione e di esame delle vari alternative possibili di azione all’interno delle singole aree locali, piuttosto che un decisionismo esercitato sulle stesse alternative e fondato sulla contrapposizione conflittuale di gruppi portatori di interessi diversi.

Se fossero state preventivamente istituzionalizzate le regole della democrazia deliberativa. le aree subregionali avrebbero capitalizzato i vantaggi della democrazia diretta nell’ideazione ed attuazione delle politiche di crescita e di sviluppo; vantaggi che sarebbero consistiti, da un lato, nella partecipazione di tutti i componenti delle comunità locali nella scelta della strategia di crescita e sviluppo giudicata più conveniente attraverso l’allargamento della platea delle risorse umane disponibili all’interno dei singoli luoghi; dall’altro lato, nella cooperazione, che avrebbe “imposto” agli attori locali di fondare le loro scelte sul dialogo, sul confronto e su una comune ricerca delle decisimi migliori da assumere, e nell’aspettativa di poter conseguire risultati economici migliori sia attraverso meccanismo do “doing by doing”, di “learning by doing” e di “valorizzazione dei saperi locali”.

Una più larga partecipazione alla vita pubblica, una maggior inclusione sociale degli attori locali e una migliore capacità istituzionale di recepire le istanze espresse dalle comunità locali sarebbero dovute consistere in obiettivi autonomi e preventivi delle nuova programmazione negoziata, finalizzati in sostanza a migliorare la qualità delle democrazia diretta, ovvero della democrazia deliberativa, nell’assunto della sua funzionalità al conseguimento di migliori risultati economici nell’attuazione delle successive politiche d’intervento.

Per tutti i limiti indicati, il bilancio dell’esperienza delle politiche di sviluppo locale attuate non può dirsi positivo; i risultati conseguiti non sono stati all’altezza delle aspettative e le ragioni del perché devono essere necessariamente ricondotte, innanzitutto alle carenze del disegno innovativo sul piano istituzionale che, a livello nazionale, ha caratterizzato l’approvazione delle legge sulla programmazione negoziata e, in secondo luogo, ai limiti organizzativi delle istituzioni locali. Tutto ciò si è ripercosso negativamente sull’impatto della nuova programmazione sulla crescita e sullo sviluppo locali. Perché ciò è accaduto?

Ciò è accaduto perché la legge con cui si è inteso regolare ex novo le forme di intervento a sostegno della crescita e dello sviluppo delle aree subregionali ha continuato a conservare i limiti delle vecchie forme dell’intervento straordinario nelle regioni arretrate; ovvero, da un lato, ha continuato a sussistere il centralismo decisionale che, anziché essere esercitato a livello statale, è stato decentrato a livello delle singole regioni, destinatarie dei trasferimenti pubblici per il finanziamento dei progetti d’investimento allestiti secondo le nuove regole; dall’altro lato, essendo mancato un disegno innovativo statale sul piano dell’organizzazione delle istituzioni periferiche, ha continuato ad essere condiviso l’assunto che le politiche d’intervento, attuate a livello locale per iniziativa delle singole regioni, fossero sufficienti a migliorare la qualità dei contesti socio-istituzionali locali.

Le conseguenze della persistenza del centralismo (esercitato a livello regionale) e dell’assunto che la qualità dei contesti socio istituzionali dovesse seguire l’attuazione delle politiche d’intervento finanziate con i trasferimenti statali, e non invece precedere, ha portato al fallimento delle aspettative connesse al varo della legge sulla nuova programmazione in pro delle regioni arretrate del Paese; fallimento che può essere fatto risalire a ciò che Cersosimo e Wolleb individuano, in termini di indicazioni di una possibile futura politica di riforme, innanzitutto, come limiti nel disegno istituzionale a livello nazionale e, in secondo luogo, come bassa qualità dei comportamenti degli attori locali e eccessiva politicizzazione dei processi deliberativi.

In conclusione, i limiti in presenza dei quali è stata attuata la nuova politica d’intervento a favore delle regioni arretrate e, segnatamente, delle loro subaree, non essendo stati rimossi da una preventiva riforma istituzionale idonea a promuovere la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nel decidere i contenuti dei progetti d’intervento, non solo hanno impedito che le scelte effettuate contribuissero al miglioramento della qualità degli attori locali, ma, quel che più conta, hanno anche dato luogo al prevalente utilizzo delle risorse disponibili secondo criteri politici decisi a livello del governo regionale, a scapito del coinvolgimento delle comunità locali.

In conseguenza di ciò, il mancato superamento dell’arretratezza locale deve pertanto essere riconducibile a due ordini di cause tra loro interconnessi; da un lato, la divaricazione tra gli interessi elettorali di breve periodo dei decisori politici centrali e quelli collettivi connessi a strategie di più lungo periodo delle comunità locali; dall’altro lato, la carente qualità degli attori locali, sia rispetto alle scelte più idonee ad attivare processi di crescita e sviluppo delle loro aree, sia rispetto alla capacità di gestione delle scelte effettuate in funzione dei prevalenti interessi dei decisori politici centrali. I due ordini di cause del fallimento dello sviluppo locale atteso dall’attuazione delle politiche d’intervento effettuate secondo la legge sulla programmazione negoziata devono essere, a loro volta, imputati al fatto che a livello delle regioni arretrate non siano state preventivamente attuate adeguate riforme istituzionali, al fine di consentire la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nell’effettuazione delle scelte delle politiche più convenienti per promuovere la crescita e lo sviluppo delle loro aree, sorretti dagli effetti positivi della pratica di forme di democrazia deliberativa, che ne avrebbe favorito il miglioramento continuo della loro qualità.

Gianfranco Sabattini

 

PARTITA APERTA

ema milano

Le possibilità sono basse, ma è un dovere provarci. È la posizione del Governo sul ricorso per l’assegnazione dell’agenzia del Farmaco. “Dobbiamo provarci, sapendo che l’Ema è importantissima, interessa la salute di tutti i cittadini”. Lo ha detto il presidente del consiglio Paolo Gentiloni che ha spiegato: “C’è stata la gara tra 27 Paesi, noi abbiamo fatto un figurone perché siamo arrivati primi e poi abbiamo perso il sorteggio ma poi è emerso che ci sono informazioni incomplete nel dossier di Amsterdam. Chiediamo alla Corte di Giustizia e poi al Parlamento Ue di valutare. La partita non è chiusa ma non dobbiamo farci illusioni che sia facile riaprirla perché ci sono state procedure seguite”.

Alla base del ricorso presentato dall’Italia “la non corrispondenza alla realtà dei fatti a quanto rappresentato nell’offerta”. Elementi che secondo il Governo non possono “non riverberarsi sulla validità della decisione finale”. Il documento poggia su un motivo unico di ricorso: “sviamento di potere per difetto di istruttoria e travisamento dei fatti”. Nella parte dedicata ai “dubbi circa la rispondenza della scelta di Amsterdam rispetto ai criteri approvati”, il ricorso prospetta che “risulterebbe, in particolare, non soddisfatto il primo requisito, vale a dire la garanzia che l’Agenzia potrà essere operativa e completamente funzionante dalla data di uscita del Regno Unito dall’Unione europea (30 marzo 2019). Inoltre “risulterebbe non rispettato il quinto requisito, concernente la continuità funzionale dell’Agenzia, in particolare garantendo una transizione rapida e senza soluzione di continuità nella nuova sede”. Uno “stato di cose” che “giustifica il dubbio che la scelta dell’offerta presentata da Amsterdam sia il frutto di una rappresentazione della situazione di fatto non corrispondente al vero o, quanto meno, di un’istruttoria carente e lacunosa”.

A sostenere le ragioni del ricorso Giovanni La Via, Relatore per la commissione ambiente del Parlamento europeo: “Abbiamo chiesto di fare una visita con la Commissione ambiente presso i locali temporanei e definitivi che il governo olandese ha messo a disposizione per la sede dell’agenzia europea del farmaco”. “Io ho fatto la richiesta formale oggi all’ambasciatore olandese e organizzeremo nei prossimi giorni o nelle prossime settimane un sopralluogo”, ha aggiunto. L’europarlamentare ha poi aggiunto che “al Parlamento europeo è scaduto il termine per la presentazione degli emendamenti” in Commissione e che “ne sono stati presentati poco più di 50, alcuni che riguardano la sostituzione di Amsterdam con Milano e altri che riguardano città francesi”, ma “potrebbero esserci anche proposte di altri Paesi”. La Via ha poi sottolineato che “ci sono anche degli emendamenti che richiedono una garanzia che nella scelta della sede venga garantita l’operatività dell’Ema” e sono tra quelli “più importanti”, in quanto “il nostro primo obiettivo è garantire la funzionalità dell’agenzia”.

Secondo il governo italiano “la Corte, se acconsentirà a utilizzare i propri poteri istruttori”, “sarà certamente in grado di appurare, con ancora maggiore dettaglio, l’effettività della situazione di fatto”. “Si confida che da tale istruttoria dibattimentale – si legge ancora nel documento – non potrà che emergere l’invalidità della designazione di Amsterdam”. In buona sostanza si chiede l’annullamento della decisione adottata il 20 novembre scorso e “stabilire l’assegnazione della sede alla città di Milano”. Il documento chiede inoltre “in via istruttoria”, di “richiedere al Regno dei Paesi Bassi, all’Ema e a ogni altra istituzione, organo o organismo, di fornire tutte le informazioni necessarie a dar conto dell’idoneità di Amsterdam quale sede dell’Ema, a soddisfare i criteri”. Si chiede infine di “disporre ogni altro eventuale mezzo istruttorio ritenuto utile all’accertamento dei fatti”.

“Milano – è il commento del Ministro dell’economia Padoan – è assolutamente pronta e ha il livello più elevato e possibile di offerta di servizi e accoglienza per una istituzione internazionale. Il governo – aggiunge – si sta muovendo insieme al Comune per vedere come si possa aprire uno spiraglio nell’ambito delle regole europee. In ogni caso è una soddisfazione per Milano dire ‘noi siamo pronti e altri non lo sono'”.

In tutti i ricorsi sono due: uno è dell’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue con la richiesta di annullare la decisione del Consiglio Ue, e l’altro del Comune di Milano davanti al Tribunale dell’Ue, anche in questo caso con la richiesta di annullamento della decisione del Consiglio. Un questione nella quale però la Commissione europea non vuole entrare: “non è parte” del dibattito sull’Ema, che sembra essere “un dibattito molto vicino alla campagna elettorale italiana”. Così ha detto il commissario alla salute Vytenis Andriukaitis. Ma su questo tema la posizione italiana è sempre stata molto unitaria, non sarebbe quindi questo un tema divisivo tra le forze politiche.

“La Commissione segue le decisioni del Consiglio e prepara la loro implementazione”, ha detto Andriukaitis, spiegando che Bruxelles è al lavoro con le autorita’ olandesi per preparare il trasferimento dell’Ema. “La Commisisone non è responsabile della decisione ma della sua attuazione” in quanto guardiana dei Trattati, ha aggiunto.

Brexit. L’Unione europea approva mandato negoziale

brexit

I ministri degli Affari europei dell’Unione Europea a 27 hanno adottato le linee guida per i negoziati con il Regno Unito sul periodo transitorio dopo la Brexit. Il testo delle direttive negoziali è stato approvato in due minuti, secondo una fonte europea. Il periodo transitorio durerà fino al 21 dicembre del 2020. Secondo l’Ue a 27, il Regno Unito dovrà rispettare tutte le regole attuali, senza poter partecipare al processo decisionale. Secondo le linee guida adottate dai 27, il Regno Unito resterà di fatto dentro l’Ue per quasi due anni dopo la Brexit, senza essere più presente nelle sue istituzioni ma dovendone rispettare tutte le regole, comprese quelle che verranno modificate dopo l’uscita. Nella parte specifica sul periodo transitorio, il documento ribadisce che “un paese che non è membro dell’Unione e non rispetta i medesimi obblighi di un membro non può avere gli stessi diritti e godere degli stessi vantaggi”.

Durante la transizione post-Brexit, “l’aquis comunitario (l’insieme delle norme dell’Ue, ndr) deve applicarsi automaticamente a e nel Regno Unito”, dice il documento, facendo anche menzione delle disposizioni di Euratom. Inoltre, “l’effetto diretto e la primazia del diritto dell’Unione devono essere preservati”. Durante la transizione, “il Regno Unito dovrà anche continuare la sua partecipazione nell’Unione Doganale e nel Mercato Unico (con tutte quattro le libertà)” e “continuare a rispettare la politica commerciale dell’Ue”, raccogliendo i dazi della tariffa doganale comune. Londra avrà le mani legate sulla conclusione di accordi internazionali con paesi terzi, compresi quelli commerciali: “il Regno Unito non può vincolarsi con accordi internazionali nei settori di competenza del diritto dell’Unione, a meno che non autorizzato a farlo dall’Unione”, dice il testo. La Corte di giustizia dell’Ue continuerà a esercitare la propria giurisdizione sul Regno Unito durante tutto il periodo transitorio. Per contro, dopo la Brexit e durante la transizione, “il Regno Unito non parteciperà più né nominerà o eleggerà membri delle istituzioni dell’Unione, nè parteciperà nel processo decisionale o di governance degli organismi, degli uffici e delle agenzie”.

Solo “in via eccezionale, caso per caso, il Regno Unito potrebbe essere invitato a partecipare senza diritto di voto”. Il documento prevede “consultazioni specifiche” per fissare le quote di pesca durante il periodo transitorio. I ministri degli Affari europei dell’Ue a 27 hanno anche lanciato un duplice avvertimento al governo di Theresa May sulla necessità di completare i negoziati Brexit sugli aspetti specifici dell’uscita. L’accordo di principio raggiunto a dicembre su diritti dei cittadini, rispetto degli impegni finanziari di Londra e frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord, deve essere “rispettato in pieno e tradotto fedelmente in termini legali il più presto possibile”, altrimenti non ci saranno progressi nella seconda fase di negoziati sul periodo transitorio e le relazioni future, dice il testo adottato oggi. Inoltre, i 27 ricordano che sulle questioni legate all’uscita del Regno Unito restano ancora diversi temi da affrontare. “È necessario completare il lavoro su tutte le questioni del ritiro, incluse quelle non ancora affrontate nella prima fase”, dice la bozza. “Queste includono – senza essere limitate a – questioni come la governace dell’Accordo di Ritiro, i diritti di proprietà intellettuale, le attuali procedure per gli appalti pubblici, le questioni legate alle dogane necessarie a un ritiro ordinato dall’Unione, la protezione dei dati personali e l’uso di informazioni ottenuto o processate” prima dell’uscita dall’Ue. Come già affermato a dicembre, i 27 vogliono che il Regno Unito garantisca la piena libertà di circolazione dei cittadini – compreso il diritto di istallarsi nel paese – durante tutto il periodo transitorio. Le disposizioni speciali concordate a dicembre sui diritti dei cittadini europei presenti nel Regno Unito dovranno quindi applicarsi a partire “dalla fine del periodo transitorio”, dice il testo.

Un documento molto duro che ovviamente non piace per nulla a Londra tanto che un portavoce di Downing Street parla di condizioni ancora “da negoziare” ed è naturale che “vi siano alcune differenze” sulle piattaforme di partenza fra Londra e Bruxelles.

I giovani dell’Unione europea sono a rischio povertà

italia_giovani_povertàIl Fondo monetario internazionale ha lanciato l’allarme di povertà sui giovani dell’UE. Lo staff economico del FMI ha curato un lungo lavoro sulla diseguaglianza tra generazioni nell’Unione Europea. L’analisi non lascia spazio a dubbi e recita: “Oggi, i giovani sono il gruppo anagrafico a maggior rischio di povertà in Europa. Nel sud del continente la situazione è più drammatica: ad essere minacciato è addirittura un ragazzo su 4. Ai giovani tra i 16 ed i 34 anni, fa capo appena il 5% della ricchezza netta in Europa e la loro ricchezza mediana è soltanto un decimo di quella del gruppo di persone di età superiore ai 65 anni. Sempre tra le generazioni più giovani si ritrova il più alto rapporto tra debito e patrimonio (49%) e la maggiore possibilità di finire tra i ‘protestati’ (12,4%). Il rischio di povertà giovanile è crescente nel vecchio continente. E se prima della crisi i tassi di povertà relativa di giovani (18-24) e anziani (oltre i 65 anni) erano ampiamente simili, oggi la minaccia è cresciuta significativamente per i primi che sono diventati il gruppo anagrafico a maggior rischio di povertà, tanto in termini relativi che assoluti”.

Gli economisti del Fondo Monetario affermano: “A pesare sui destini dei ragazzi europei sono stati gli sviluppi del mercato del lavoro, ma anche i modelli scelti per riformare i sistemi di protezione sociale e consolidare i conti pubblici. La crisi ha esacerbato la già alta disoccupazione giovanile e la tendenza verso la precarizzazione del lavoro”.

Secondo quanto si legge nel rapporto del Fmi: “I problemi della disoccupazione giovanile e della conseguente povertà stanno raggiungendo proporzioni macroeconomiche in molte economie europee. E mentre la ripresa ciclica in corso migliora le opportunità occupazionali per i giovani, i governi devono fare di più per assicurare che i giovani d’oggi non restino ulteriormente indietro rispetto al resto della popolazione con effetti durevoli sulle loro prospettive sociali. Per ridurre le possibilità che i giovani si impoveriscano e soffrano perdite di reddito durante la loro vita, è essenziale facilitare la loro integrazione nel mercato del lavoro. Il suggerimento è di fornire agli imprenditori incentivi che li spingano ad assumere giovani, comprese riduzioni mirate del cuneo fiscale o crediti fiscali per i salari più bassi. Ma per raggiungere l’obiettivo è necessario anche migliorare e adattare le competenze dei ragazzi europei. Per questo le spese per l’educazione e l’aggiornamento professionale dovrebbero essere escluse dal risanamento dei conti e andrebbe migliorata la cooperazione tra aziende, sindacati e governi nella definizione dei programmi”.

Il Fmi ha messo sotto accusa quei sistemi di protezione sociale “che durante la crisi hanno protetto gli anziani meglio dei giovani”.

I tecnici del Fmi hanno scritto: “Per far fronte ai vincoli di bilancio, sono stati spesso tagliati gli strumenti non pensionistici, con la conseguenza che i giovani non sono stati adeguatamente coperti contro il rischio di disoccupazione e l’impatto di posti di lavoro precari. In definitiva, le riforme previdenziali adottate durante la crisi finanziaria hanno protetto chi è già in pensione e spostato la maggior parte del peso dell’aggiustamento sulle future generazioni di pensionati. Anche il sistema fiscale andrebbe rivisto. Un’eventuale riforma dovrebbe riequilibrare il peso delle tasse tra le diverse generazioni e aumentare l’effetto redistributivo della tassazione, tramite un incremento della progressività delle tasse sul reddito e dando maggior ruolo redistributivo all’imposizione sui redditi di capitali e la ricchezza”.

In conclusione nel rapporto si legge: “Ma bisogna fare in fretta: c’è una generazione intera da salvare”.

Il condivisibile rapporto del Fmi è un invito a correggere le scelte di politica economica adottate negli ultimi anni. Non c’è più tempo da perdere. L’Unione Europea, assieme ai Paesi membri, dovrebbe affrettarsi a risolvere il problema dei giovani e delle generazioni future. Per l’umanità c’è bisogno di una politica di ampio respiro, che guardi lontano nel futuro, e non della politica del giorno dopo giorno che quasi sempre risulta miopica, limitata ed insufficiente.

Salvatore Rondello

L’Unione europea dichiara guerra alla plastica

plastica

Riciclo totale degli imballaggi in plastica entro il 2030, bando delle microplastiche nei cosmetici e misure per ridurre oggetti in plastica mono-uso come le stoviglie. La Commissione europea dichiara guerra alla plastica con una strategia che comprende un’etichettatura più chiara per distinguere polimeri compostabili e biodegradabili e regole per la raccolta differenziata sulle imbarcazioni e il trattamento dei rifiuti nei porti. Attese entro gennaio misure per ridurre l’impatto delle bottiglie d’acqua in plastica.

La strategia, che comprende due comunicazioni, una nuova direttiva sulle strutture portuali, e uno strumento per monitorare gli avanzamenti nell’economia circolare, ha lo scopo di ridurre i 25 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti da plastica prodotti in Europa, aumentando il ricorso al riciclo e al riuso, che oggi è solo al 30% del totale. Una quota significativa di questa percentuale finisce per essere trattata in mercati terzi, come la Cina, che ha annunciato un giro di vite sull’importazione di rifiuti in plastica.

L’obiettivo più ambizioso della strategia Ue prevede che entro il 2030 tutti gli imballaggi in plastica immessi sul mercato Ue siano progettati per essere riutilizzabili e riciclabili. Per raggiungere il target la Commissione intende rivedere i requisiti legislativi per l’immissione degli imballaggi sul mercato. Nuovi finanziamenti a sostegno della strategia saranno soprattutto su ricerca e sviluppo, con 100 milioni di euro fino al 2020. Le microplastiche utilizzate intenzionalmente vanno verso il divieto totale, mentre sono ancora allo studio misure per ridurre quelle involontarie, come le particelle di gomma da usura dei pneumatici o i residui di poliestere e nylon rilasciati nelle acque di lavaggio.

La Commissione presenterà anche proposte per ridurre l’uso di stoviglie monouso, su cui una consultazione pubblica e’ in corso, con un approccio che dovrebbe ricalcare quelle usate per i sacchetti della spesa. Secondo fonti Ue, dati preliminari dai paesi membri mostrano un drastico calo dell’impiego dei sacchetti di plastica dopo l’approvazione della direttiva del 2016.

Come anticipato della strategia non fa parte la tassa europea sulla plastica annunciata la scorsa settimana dal commissario Ue al budget Gunther Oettinger. Fonti Ue hanno spiegato che l’idea è parte della riflessione sulla proposta di futuro bilancio pluriennale dell’Ue, attesa per maggio.

Sulle strategie da adottare il vicepresidente della Commissione europea Jirky Katainen ha detto di dubitare “che troveremo un meccanismo che possa funzionare a livello europeo” per tassare la plastica. La Commissione europea “sta esplorando misure fiscali per ridurre l’uso di plastiche ma è troppo presto per promettere qualcosa”. La Commissione europea “è pronta a esplorare incentivi fiscali per aumentare il riciclo o ridurre l’uso di plastiche ma è troppo presto per promettere qualcosa”, ha proseguito Katainen. “Alcuni paesi membri – ha concluso Katainen – hanno mostrato che misure fiscali a livello nazionale sui sacchetti di plastica possono funzionare. È in questo spirito che guarderemo alle opportunità che si presentano, ma ho i miei dubbi che riusciremo a trovare un meccanismo che possa funzionare a livello europeo”.

Una buona notizia per Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati per il quale “la Strategia europea sul contenimento della plastica va nella giusta direzione. L’Italia è avanti perché ha già vietato, con il mio emendamento alla legge di Bilancio, i cotton-fioc non biodegradabili dal 2019 e le microplastiche nei cosmetici dal 2020. Adesso impegno di tutta l’Europa nella difesa dell’ambiente e nello stimolo per una nuova economia più sostenibile, competitiva e a misura d’uomo”.

NESSUNA INTESA

gentiloni tusk

“Non siamo a un’intesa e neppure alla vigilia di un’intesa” sulla riforma delle regole di Dublino: così il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni al termine del Vertice Ue, sottolineando come sulla questione della ricollocazione dei migranti resti “un’indisponibilità a nostro avviso inaccettabile di alcuni Paesi, in particolare i Visegrad, a rispettare le decisioni prese”.

Posizione, quella dell’Italia, condivisa dalla Germania (“non posso accettare che ci sia solidarietà in molte aree ma in altre no” ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel) mentre secondo il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk “la questione delle quote obbligatorie resta contenziosa anche se la temperatura è scesa significativamente”. In precedenza, il premier Gentiloni aveva sottolineato come si sia registrato un “passo avanti su quella che viene definita la dimensione esterna, cioè il rapporto tra flussi migratori che attraversano il Mediterraneo e l’azione dell’Unione europea. Credo che l’iniziativa italiana di questi mesi sia stata apprezzata in modo molto rilevante, ed è importante che sia apprezzata dai leader dei governi dei più diversi orientamenti”. Però, avverte il presidente del Consiglio, “c’è uno scoglio nella nostra discussione, in quella che si definisce la dimensione interna: le regole di Dublino, i confini interni tra i Paesi europei. Su questo non siamo riusciti in questa lunga riunione a superare le resistenze dei Paesi del gruppo di Visegrad, che rifiutano la decisione che pure è stata presa di obbligatorietà delle quote: la mia speranza è che i successi nella lotta al traffico di esseri umani e quindi la riduzione dei flussi irregolari rendano il clima sulla discussione delle regole interne più semplice”.

“Non ci siamo ancora – aggiunge il premier – è un lavoro che deve proseguire e che non possiamo tradurre in un avallo alla posizione di chi non vuole applicare le regole europee: aperture a considerare un optional le regole europee sulla rilocation dei migranti non sono condivise dall’Unione europea”.

“L’obiettivo – ha aggiunto Gentiloni – deve essere quello di raggiungere un consenso, proprio la vicenda delle rilocation ci dimostra che non sempre le decisioni prese senza consenso vengono rispettate: considero un’arma estrema quella di ricorrere a un voto di maggioranza. L’Italia deve fare, come credo faranno la Francia e la Germania, ogni possibile sforzo per arrivare a una soluzione consensuale e bisogna provare a farlo entro quest’anno, facendo un passo avanti a giugno ed arrivando a concludere entro la fine dell’anno”. Se resta lo stallo sulla questione migranti, nel corso del Vertice invece i leader dei 27 hanno dato l’ok a passare alla seconda fase dei negoziati sulla Brexit: due anni di transizione, durante i quali resteranno in vigore tutte le norme dell’Unione europea. Per la premier britannica Theresa May si tratta di un “passo importante sulla strada per realizzare una Brexit liscia e ordinata”. “Credo che nessuno nasconda che la seconda fase che inizia adesso sarà molto complicata” ha detto invece Gentiloni, aggiungendo che pur essendo stata apprezzata la buona volontà del governo britannico “la fase di transizione non sarà un regalo alla controparte”.

Redazione Avanti!

È scontro nell’Unione Europea sui richiedenti asilo

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È scontro nell’Unione europea sulle quote obbligatorie per il ricollocamento dei richiedenti asilo. A riaccendere la miccia è stata la bozza di una lettera del presidente del consiglio europeo Donald Tusk, ai leader dei 28, per guidare la discussione della cena al summit di giovedì, in cui implicitamente suggerisce di abbandonare il meccanismo previsto dalla proposta della Commissione Ue, perché “inefficace” e “divisivo”. Una mossa che ha fatto insorgere non soltanto numerosi Paesi, dall’Italia alla Germania, dall’Olanda alla Spagna, ma lo stesso esecutivo comunitario, che per bocca del commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos ha definito il documento “anti-europeo”, “inaccettabile”, una picconata al principio di solidarietà.

Il pressing è stato così forte da determinare, in serata, un ‘ammorbidimento’ nel linguaggio della lettera, poi pubblicata ufficialmente. Intanto la presidenza ungherese dei Visegrad, da sempre contrari alle relocation (tanto che tre di questi, Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria sono stati di recente deferiti alla Corte Ue per non aver rispettato i propri obblighi) ha organizzato un incontro pre-vertice tra i quattro leader, il premier Paolo Gentiloni, e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker per annunciare un “sostanziale” contributo al Fondo fiduciario per l’Africa. Il loro modo di dimostrarci solidarietà e mostrare un ramoscello d’ulivo.

Ma sullo sfondo restano le proteste erano partite lunedì pomeriggio, quando alla riunione degli sherpa Ue, i rappresentanti di varie cancellerie, inclusa Roma e Berlino, hanno preso la parola per sottolineare come il senso della lettera di Tusk sulle quote fosse “contro il Consiglio e la Corte Ue”. Il Consiglio infatti quelle quote le aveva votate a maggioranza qualificata nel 2015; mentre la Corte di giustizia, alcuni mesi fa aveva giudicato il sistema adeguato ad affrontare le situazioni di crisi, avallando la proposta della Commissione europea per la riforma del regolamento di Dublino, e bocciando i ricorsi di Slovacchia e Ungheria. Il Parlamento di quest’ultima ha votato con i voti della maggioranza governativa e quelli dell’estrema destra di Jobbik, una risoluzione contro le quote obbligatorie per il ricollocamento dei richiedenti asilo, inserendosi nello scontro in corso nell’Ue.

Alla riunione di lunedì sono volati gli stracci anche tra i rispettivi bracci destri di Tusk, Piotr Serafin, e del presidente della Commissione Jean Claude Juncker, Martin Selmayr. Uno scontro tra istituzioni Ue, col tentativo di Tusk, di marginalizzare il ruolo della Commissione, avocando a sè, tra l’altro, l’iniziativa di proporre “la strada da seguire”, se per giugno 2018 i Paesi non avranno trovato una “soluzione consensuale” sulla riforma del regolamento di Dublino. Una visione, quella di Tusk, sostenuta solo dai Visegrad.

Di fronte alla reazione anche dei numerosi ministri al consiglio Affari generali di oggi (quello di preparazione al vertice) che hanno “rimandato a settembre l’approccio”, come ha spiegato il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi, il gabinetto del presidente del consiglio europeo ha fatto qualche passo indietro, apportando modifiche al testo. Fonti Ue avvertono: il testo è cambiato, ma non la visione di Tusk. Meglio non abbassare la guardia.

A Tusk risponde anche il capogruppo socialista al Parlamento europeo Gianni Pittella: “Il Consiglio europeo non alzi la bandiera in segno di rassegnazione di fronte alle quote sui rifugiati. Cerchi di convincere gli Stati membri dell’Unione Europea perché questo è il suo ruolo. Bisogna procedere”

Parla Oreste Pastorelli:
La mafia nel piatto

mercatoTra la fine del Novecento e i primi anni del Duemila la generazione dei colletti bianchi, che ha preso il potere al termine del periodo stragista e di scontro diretto con lo Stato, ha dato una nuova dimensione all’antico amore della mafia per la campagna. Così, dopo le ecomafie, ecco salire alla ribalta le agromafie. E proprio la cosiddetta “mafia nel piatto” rappresenta l’ultima frontiera di una realtà vista altre volte: occupare tutta la filiera di un settore vitale per l’economia italiana e usarla per i propri fini. E di occupazione si tratta perché questa guerra di conquista inizia dalle campagne, prosegue con la produzione e la distruzione per terminare con la vendita di prodotti alimentari che gran parte degli italiani consumano tutti i giorni, senza sapere che dietro c’è la mafia che non punta alla genuinità ma al guadagno facile grazie alla contraffazione.

Sull’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Oreste Pastorelli, deputato e componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo.

Ecomafie e agromafie. Cosa le distingue e cosa le accomuna?
“Da tempo le mafie hanno messo nel proprio mirino sia i beni ambientali che il comparto agricolo. D’altronde, finito il periodo stragista, sono anni ormai che le organizzazioni criminali si sono infiltrate in tutti i livelli del tessuto produttivo italiano producendo fatturati enormi”.

Sono due fenomeni distinti o due facce della stessa medaglia?
“I fenomeni si sviluppano in maniera differente. Riguardo al mondo ambientale, a farla da padrone sono gli ecoreati e lo smaltimento illegale di rifiuti che le organizzazioni mafiose garantiscono a prezzi dimezzati rispetto al ciclo regolare. La spazzatura è diventato un business per la mafia già da un paio di decenni e le situazioni di degrado che viviamo quotidianamente in tante città d’Italia ne sono la prova. Diverso è il discorso relativo all’agroalimentare. Qui il vero affare è la contraffazione dei nostri prodotti d’eccellenza”.

Ci sono dati sui fatturati?
“Il danno prodotto al settore, secondo le ultime stime, si aggira intorno ai 30 miliardi di euro. Il costo di una manovra economica”.

Possiamo parlare di una nuova guerra allo Stato, silenziosa ma dai risvolti commerciali?
“E’ sicuramente una guerra allo Stato perché si froda lo Stato. Il fenomeno della contraffazione alimentare – spesso troppo sottovalutato – è molto pericoloso per la salute delle famiglie, per il danno economico e occupazionale che sta creando”.

Quanto è pericolosa la scalata mafiosa all’intera filiera agroalimentare?
“Prima di tutto, consumare un alimento contraffatto è rischioso perché di provenienza sconosciuta. Il commercio di prodotti contraffatti, poi, danneggia irreversibilmente tante aziende oneste, spesso fiori all’occhiello di interi territori, che a causa di queste truffe sono costrette a chiudere i battenti”.

Per contrastare questa guerra di conquista bastano gli strumenti legislativi, o sono già obsoleti? E quali sono le nuove misure che il Parlamento ha adottato?
“Le forze dell’ordine fanno un lavoro enorme e complicato. Certo, gli strumenti non sono mai sufficienti. Tuttavia in questa legislatura sono state attuate diverse misure innovative rispetto al passato: penso alle norme sui reati ambientali, al collegato agricolo, alle disposizioni contro il caporalato e di contrasto ai fenomeni relativi alla contraffazione”.

Il fenomeno delle agromafie riguarda solo l’Italia o coinvolge altri Stati dell’Unione europea?
“C’è da sottolineare che anche l’Europa dovrebbe fare la propria parte. Troppo spesso, infatti, Bruxelles ha strizzato l’occhio ai paesi del Nord che per ragioni di mercato interno non alzano la guardia su questo tema”.

Visto che siamo il Paese delle eccellenze agroalimentari, praticamente almeno una in ogni città e paese, tutte le regioni sono a rischio?
“Sono tantissime le realtà a rischio e gran parte delle regioni d’Italia. D’altronde le nostre specificità sono numerose e di grande fama”.

Questa presenza può incidere sul Made in Italy, può mettere in pericolo qualità e genuinità di prodotti e marchi storici? Può mettere in pericolo la tenuta di mercati già conquistati?
“Fortunatamente la domanda esterna è elevatissima e le nostre aziende esportano ancora tanto. Il problema è che la frode alimentare copre sempre più prodotti e lo fa con metodi sempre più moderni. Quindi per evitare il collasso occorre tutelare sempre di più il Made in Italy con misure strutturali che possano garantire al consumatore la genuinità del prodotto che acquista”.

Bastano leggi e regolamenti?
“Certamente no. Il nostro Paese necessita di un cambio culturale importante sotto questo profilo. Bisogna insegnare alla gente come comprare, cosa comprare e – soprattutto – cosa consumare”.

In questa legislatura, tu sei componente dell’VIII Commissione su Ambiente, Territorio e Lavori pubblici; e della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo. Argomenti che coinvolgono anche la filiera agroalimentare e quello che arriva nei nostri piatti tutti i giorni. Quanto ha pesato l’impegno del partito socialista in queste commissioni?
“Noi socialisti da sempre chiediamo maggiori investimenti nelle energie rinnovabili, nella messa in sicurezza del territorio e nello sviluppo delle fonti alternative. In questa direzione ci siamo mossi. Abbiamo presentato una proposta di legge che prevede ingenti sgravi fiscali per chi acquista un veicolo elettrico, così come emendamenti – poi inseriti nelle manovre finanziarie – che contenevano il taglio delle emissioni di Co2 per le grandi industrie. Siamo progressisti e seguiremo sempre questo percorso. Allo stesso tempo stiamo combattendo per la difesa del Made in Italy. Con la commissione Anticontraffazione abbiamo analizzato le situazioni più critiche in Italia, non solo nel settore agroalimentare”.

Quale dovrà essere il lavoro del prossimo Parlamento?
“Il lavoro futuro dovrà proseguire su questa strada. Ripartendo dalla legislatura che, più di tutte, ha messo in campo iniziative moderne e concrete per ambiente e agricoltura”.

Antonio Salvatore Sassu

Come fronteggiare la crisi del “Modello Sociale Europeo”

grande recessione

In questi anni, in conseguenza degli effetti destabilizzanti della Grande Recessione, si sono svolti numerosi convegni sui limiti del welfare State che, al di là delle forme in cui esso è stato attuato all’interno dei diversi Paesi membri dell’Unione Europea, ma per la sua universalità ed estensione che non trovano riscontro in nessuna altra parte del mondo, è indicato col nome di “Modello Sociale Europeo” (MSE). I convegni che si susseguono tendono a ribadire la validità del modello adottato dopo la fine del secondo conflitto mondiale ed entrato in crisi a partire dalla fine degli anni Settanta; crisi che ha raggiunto il suo acme soprattutto a partire dal 2007/2008.

Per porre rimedio agli indiscutibili limiti del modello di sicurezza sociale adottato, è comune l’orientamento, almeno in Italia, di ricercare la possibilità di una sua riproposizione attraverso integrazioni, che hanno più la natura di “pezze” volte a tamponare le numerose aree di criticità, che di una sua sostanziale riforma. Per rendersi conto delle ragioni della crisi del modello di sicurezza sociale adottato, è sufficiente ripercorrere le pagine del volume LVI del 2012 (edito a cura di Paola Borgna) dei Quaderni di Sociologia, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi a Torino nel 2012, per celebrare il sessantennio di attività dei “Quaderni” (1951-2011);. Si tratta di un volume che non contiene contributi orientati ad un’autoriflessione sulla sociologia, ma all’individuazione delle cause dell’attacco portato contro la conservazione delle dimensioni e della qualità del modello sociale europeo nei trent’anni successivi al 1945.

Il volume si apre con la relazione introduttiva dello scomparso Luciano Gallino (“Il modello sociale europeo e l’unità della UE”), in cui l’autore colloca l’analisi delle crisi del MSE nell’ambito più vasto del progetto europeo, del quale la realizzazione del sistema di sicurezza sociale era stato uno degli obiettivi principali; non casualmente, Gallino introduce il suo intervento al convegno affermando che l’Unione potrà affrontare con successo le sfide che la Grande Recessione pone sul suo cammino, solo se tutti i cittadini dell’Europa riconosceranno che “l’Unione Europea è un progetto politico, economico, sociale, culturale che presenta elementi unici al mondo”. Uno di questi elementi, forse quello che – secondo Gallino – potrebbe avere la maggior forza unificante per i cittadini UE, è il MSE; grazie all’Unione è stato possibile realizzare il “Modello” in tutti i Paesi membri e, in tutto il mondo, solamente in essi. Malgrado tutto ciò, e nonostante che il MSE realizzato costituisca di per sé una buona ragione per riconoscerne l’unicità e “un elemento fondativo dell’unità europea”, da tempo notevoli forze politiche e sociali si oppongono alla sua conservazione.

Queste forze hanno presumibilmente smarrito le implicazioni politiche e sociali del “Modello”; l’acronimo MSE designa infatti un’”invenzione politica senza precedenti, forse la più importante del XX secolo. Essa significa che la società intera si assume la responsabilità di produrre sicurezza economica e sociale per ciascun singolo individuo, quale che sia la sua posizione sociale e i mezzi che possiede”. Il MSE, così inteso, ha migliorato la qualità della vita della maggioranza dei cittadini europei, come non è avvenuto in nessun altro Paese al mondo. Secondo Gallino, le forze politiche e culturali che hanno supportato la costruzione del MSE sono state i partiti socialdemocratici, le formazioni cristiano-sociali e, almeno in alcuni Paesi dell’Europa occidentali (fra i quali l’Italia), i partiti che si rifacevano alla cultura comunista.

Ovviamente, è poco corretto pensare che il MSE sia una costruzione unitaria; tutti i Paesi membri dell’Unione Europea lo hanno realizzato adattandolo alle condizioni politiche e culturali in essi prevalenti, per cui si è consolidata l’idea che in Europa si siano affermati modelli di sicurezza sociale diversi (quello socialdemocratico nordico-scandinavo; modello liberale anglosassone; quello socialconservatore continentale; quello mediterraneo). Resta tuttavia il fatto – afferma Gallino – che, al di là delle differenze, “nel loro insieme i Paesi europei, in specie i Paesi dell’Europa occidentale, hanno condiviso per decenni varie forme di stato sociale”, per cui, pur avendo il sistema si sicurezza sociale assunto “notevoli differenze tra i Paesi membri, “la struttura ideale” che ne è stata alla base è risultata sostanzialmente unitaria.

Nonostante la comune esperienza vissuta nel dopoguerra, accade ora che, a partire dalla fine degli anni Settanta, e soprattutto successivamente al 2007/2008, dopo aver realizzato il “grande edificio civile del MSE, quasi tutti i governi dei Paesi membri dell’Unione Europea “abbiano iniziato un attacco che, se non è ancora di vera e propria demolizione del modello sociale europeo, comincia pericolosamente ad assomigliargli”. Se ci si chiede quali siano i motivi dell’attacco, in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, essi sono di solito indicati, soprattutto dagli establishment, nell’elevato debito pubblico, originato da decenni di deficit del bilancio dello Stato, a causa dell’eccessivo ammontare della spesa sociale, cresciuta per finanziare il continuo allargamento del sistema di sicurezza sociale.

In realtà, l’incremento della spesa pubblica, soprattutto dopo lo scoppio della crisi iniziata nel 2007/2008, è stata causata dal “salvataggio”, ad opera dello Stato, degli istituti finanziari dell’Unione Europea; per cui restano del tutto ingiustificate, sia l’imputazione dei deficit pubblici all’eccessiva generosità dello stato sociale, sia la pretesa di ridurre le prestazioni sociali, in seguito al presunto peso insostenibile che esse farebbero “gravare sui bilanci pubblici”. Una interpretazione realistica del peggioramento dei deficit pubblici, perciò, deve necessariamente rinvenire la loro origine, non nell’eccessiva espansione, oltre ogni limite giustificabile, della spesa sociale, ma nel sostegno dello Stato al salvataggio del sistema finanziario, sebbene responsabile dell’origine della crisi che lo ha coinvolto.

Se però, come sostiene Gallino, ci si pone in “una prospettiva temporalmente e fattualmente più ampia”, il fenomeno dell’attacco al MSE “non si configura come una improvvisa decisione dei governi sollecitata dalla crisi”, ma “come il compimento di un progetto politico ed economico” che, maturato nel corso degli anni successivi ai Settanta, all’insegna dell’ideologia neoliberista, ha avuto per obiettivo la riconduzione nello spazio del mercato di “tutto quanto era stato sottratto ad esso dallo sviluppo dello stato sociale”, In questa prospettiva, perciò, la riduzione della spesa sociale non è evocata per il contenimento dei deficit dei bilanci pubblici, ma per legittimare il ritorno alla “mercificazione” di tutto quanto, con il MSE, era stato sottratto al mercato.

Nonostante le critiche neoliberiste al MSE siano iniziate già nell’ultima parte del secolo scorso, solo alla fine del primo decennio di quello in corso, con l’inizio della Grande Recessione, il progetto di attacco alla protezione sociale realizzata col MSE è stato posto in atto, con l’avvio delle politiche di austerità, o di contenimento della spesa pubblica, finalizzati alla protezione sociale. In tal modo, minando la basi del MSE, i governi dell’Unione Europea hanno mostrato – afferma Gallino – non solo di “aver abbracciato politiche economiche e sociali regressive”, che avranno cospicue ricadute negative sulle condizioni di vita delle popolazioni nel medio-lungo periodo, ma anche di aver acquisito una “seria miopia politica” nella soluzione dei problemi sociali di breve periodo. Ciò che deve sorprendere, a parere di Gallino, è il fatto che l’attuazione delle politiche socialmente regressive attuate dai governi europei non abbia trovato una motivata e responsabile opposizione.

Sinora, in concomitanza dell’attacco contro il MSE, non sono mancati studi su una sua possibile riforma, sia da parte dei neoliberisti, che da parte di coloro che si oppongono alle loro tesi; i rimedi che tali studi propongono riguardano, di solito, una “modifica dei rapporti di occupazione e di lavoro”, una “ricostruzione del settore pubblico” e una “democratizzazione delle società europee”. Al riguardo, sia le proposte del fronte neoliberista che quelle del fronte opposto appaiono, però, secondo Gallino, “del tutto fuori orbita”.

Ciò perché, se i fautori dell’ordine neoliberista perseguono il risanamento dello stato sociale al prezzo di sacrificare le conquiste democratiche, i loro oppositori non si accorgono di concorrere anch’essi a sopprimere le conquiste democratiche, quando pensano di poter adeguare al mondo che cambia, per motivi economici, demografici e tecnologici, “strutture e prestazioni del modello sociale europeo, separandolo dal contesto politico, ideologico, economico, finanziario che ha costituito lo schema interpretativo dell’intera questione. Mostrando, con ciò, di conformarsi in realtà al medesimo schema neoliberale”.

Di fronte di questa constatazione, a parere di Gallino, a coloro che pensano sia necessario difendere le conquiste espresse dal MSE, non resterebbe altro da fare che ripetere in ogni circostanza come la protezione sociale sia per lo Stato uno degli scopi più alti della politica; ciò, a sostegno e difesa di un sistema politico in cui tutti suoi componenti possano intervenire in modo partecipato per decidere su ciò “da cui dipende non soltanto la materialità della loro esistenza, bensì lo stesso significato ultimo di essa”.

Non basta, però, limitarsi a sostenere – come suggeriva Gallino – che al momento si debba solo contare su un intervento dello Stato a difesa del sistema di sicurezza sociale; a tal fine, occorre anche fare affidamento sull’accettazione dell’idea che sia possibile contrastare l’attacco al modello sociale realizzato, attraverso una sostanziale riforma del sistema welfaristico esistente, sia a livello europeo, se possibile, o in alternativa, a livello nazionale. Occorrerebbe che, soprattutto da sinistra, si cessasse l’opposizione, come sinora è accaduto, alla riforma del welfare fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza, valutando questa forma di reddito, non tanto o non solo come misura contro la povertà e l’indigenza, ma come strumento idoneo a creare nuove opportunità lavorative, che grazie ad esso, i percettori possono intraprendere autonomamente.

In Italia, strano a dirsi, la possibile riforma fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza è contrastata, oltre che sulla base di interpretazioni totalmente estranee al concetto, anche attraverso l’appello all’“ipse dixit” che alcune Autorità morali, senza disporre di argomentazioni appropriate, formulano con giudizi di opportunità spesso infondati sul piano della razionalità mondana.

In Italia, ne sono esempio le proposte contenute in un articolo di Laura Pennacchi, economista ed esponente del Partito Democratico (PD); in “Lavoro e nuovo modello di sviluppo”, apparso su un numero di Rocca, la rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi, l’autrice, pur riconoscendo i cambiamenti causati, sul piano produttivo e su quello dell’organizzazione sociale, dalle intense trasformazione tecnologiche del capitalismo moderno, è del parere che non sia ancora chiara la differenza esistente tra le implicazioni negative, “sul piano del lavoro”, dovute alle trasformazioni tecnologiche del capitalismo moderno e quelle positive dovute alla possibilità, attraverso innovazioni del sistema di sicurezza sociale, di generare sinificativi effetti compensativi della “distruzione” di posti di lavoro..

Per l’economista del PD sarebbe invece fondamentale porsi domande sul ruolo del lavoro e sui fini di un nuovo modello si sviluppo. Al riguardo, la Pennacchi afferma che sarebbe necessaria una nuova riflessione sulla stessa concezione del lavoro, che ricuperi l’idea che esso è fattore vitale dell’identità del soggetto e di attribuzione di significato all’esperienza esistenziale. Ciò varrebbe a giustificare le ragioni per cui sia da preferire la proposta di creare, ad esempio, “lavoro di cittadinanza”, anziché quella relativa all’introduzione di un reddito di cittadinanza; questo, a parere della Pennacchi, si configurerebbe “come compensazione e risarcimento di un lavoro che non c’è, per costruire un ‘welfare per la non piena occupazione’, accettando e sanzionando le tendenze spontanee del capitalismo che naturalmente va verso l’opposto della piena occupazione”, cioè verso la disoccupazione di massa.

I rischi del reddito di cittadinanza sarebbero seri, perché, secondo la Pennacchi, con la sua istituzione, i veri problemi odierni, come quello della creazione di un sistema economico per la generarazione di una “piena e buona occupazione”, rimarrebbero oscurati e, “in ogni caso, rispetto ad essi, si sarebbe spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario”; nel senso che, attraverso forme possibili di compensazione, lo status quo risulterebbe confermato e sanzionato, in quanto la politica sarebbe indotta a deresponsabilizzare la propria azione, trovando più facile concedere un trasferimento monetario, piuttosto che impegnarsi per la ricostruzione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato. Se ciò accadesse, la deresponsabilizzazione della politica, secondo la Pennacchi, equivarrebbe ad una sua sostanziale eutanasia.

Se il capitalismo conduce inesorabilmente verso la disoccupazione di massa, come può la Pennacchi, arzigogolando su speciose distinzioni tra “lavoro di cittadinanza” e “reddito di cittadinanza”, illudersi di trovare la via per contrastare gli esiti negativi che il capitalismo moderno sta causando sul piano del lavoro? Non sarebbe meglio, allorché si discute dei rimedi al fenomeno della distruzione continua di posti di lavoro, ricordarsi del monito del filosofo Occam, secondo il quale gli “enti non si devono moltiplicare oltre ogni limite necessario?”

Se, a fronte del venir meno delle opportunità occupazionali, il problema è quello di erogare un reddito ai disoccupati, perché preoccuparsi di creare forme di lavoro che sappiano garantire “significato all’esperienza esistenziale”, anziché garantire la materialità della vita dei disoccupati? La politica dovrebbe rivolgere la propria attenzione su questo problema centrale, la cui soluzione “passa” necessariamente attraverso l’individuazione delle modalità con cui assicurare un reddito a tutti e la determinazione delle forme organizzative del vivere insieme, perché ognuno possa fruire nel migliore dei modi possibili e secondo le proprie scelte di vita il reddito del quale dispone.

Gianfranco Sabattini