Il recupero della democrazia nei processi decisionali europei

Piketty

Un gruppo di giuristi, politologi ed economisti ha elaborato il testo di un possibile trattato per la ”democratizzazione dell’Europa”; il gruppo, che include tra gli altri Thomas Piketty, in “Democratizzare l’Europa! Per un Trattato di democratizzazione europea”, avanza una proposta per prevenire l’implosione del “progetto europeo” e, soprattutto, per porre fine alle politiche economiche, fondate sull’”austerità”, la quale, anziché espansiva per i Paesi che ne hanno subito le conseguenze, è stata invece regressiva.

A parere degli autori, il “Trattato” potrebbe essere adottato anche nell’immediato, senza bisogno di modifiche dei trattati sinora stipulati, al fine di sconfiggere le procedure decisionali tecnocratiche che hanno privato i singoli Paesi della possibilità di esprimersi democraticamente sulle scelte che di volta in volta vengono adottate a livello europeo. In dieci anni di crisi economica e finanziaria – affermano gli autori – “ha preso forma un nuovo centro di potere europeo: la ‘governance dell’eurozona’”, esercitata dall’insieme delle istituzioni comunitarie, di fatto collocatesi fuori da ogni controllo democratico, ha avuto nel cosiddetto Eurogruppo, costituito dai Ministri dell’economia e delle finanze degli Stati aderenti alla moneta unica, un centro di coordinamento che ha svolto, e continua a svolgere, un’attività a supporto delle decisioni di tutte le istituzioni responsabili del governo dell’Eurozona.

A parere degli autori, tali istituzioni, nate sotto il segno dell’informalità e dell’opacità, funzionano prescindendo dai trattati, senza dover rendere “il minimo conto al Parlamento europeo, né tantomeno ai Parlamenti nazionali”; inoltre, esse “funzionano seguendo traiettorie che cambiano a ogni politica proposta”, sino a costituire un “bersaglio mobile e indistinto”, sottratto ad ogni forma di controllo democratico. In tal modo, “per quanto difformi siano”, queste differenti politiche hanno finito “per essere ‘governate’ in forza di un ‘nocciolo duro’, costituito dall’intreccio sempre più stretto tra le burocrazie economiche e finanziarie nazionali ed europee”.

Dopo l’approvazione del Trattato sulla Stabilità, Coordinamento e Governance (TSCG), approvato nel 2012 da 25 dei 28 Stati membri dell’Unione Europea, quell’insieme di istituzioni ha consentito al “nocciolo duro” che governa l’Eurozona di poter sorvegliare i dati macroeconomici di ciascun Paese, per cui se, ad esempio, la Commissione europea ritiene che in quei dati ricorrano degli squilibri, può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. Dal 2012, “il polo esecutivo europeo [cioè, La Commissione] si è visto attribuire, una dopo l’altra, nuove competenze”; per cui il suo campo d’intervento si è di continuo allargato con l’adozione di diversi regolamenti noti sotto la sigle di “Six-pack” e di “Two-pack” (la prima designa un insieme di cinque regolamenti comunitari e una direttiva, tutti adottati nel 2011; la seconda si riferisce a due ulteriori regolamenti che hanno completato e rafforzato le competenze della Commissione, assegnando ad essa, a partire dal 2014, la possibilità di pronunciarsi sui bilanci nazionali dei Paesi dell’Eurozona ed eventualmente di porre il veto sulla loro adottabilità da parte dei singoli Stati).

Il “Six-pack” ed il “Two-pack” costituiscono nel loro insieme il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES), detto anche “Fondo Salva-Stati”, istituito per salvaguardare la stabilità finanziaria dei Paesi dell’Eurozona. Esso ha assunto la veste di un’organizzazione intergovernativa, fondata su un consiglio di governatori formato dai rappresentanti degli Stati membri e su un consiglio di amministrazione, dotato del potere di imporre scelte di politica macroeconomica ai Paesi che possono accedere alla disponibilità del “Fondo”.

La governence dell’Eurozona si è così concretizzata, di fatto, “in una sorta di zona franca rispetto alle politiche di controllo”, dando luogo ad un “buco nero democratico”, che non consente di controllare tutte le decisioni assunte dal “nocciolo duro” delle istituzioni comunitarie, lasciando all’oscuro, non solo il Parlamento europeo, ma anche i singoli Parlamenti nazionali. L’opacità del governo dell’Eurozona ha così favorito una “sostanziale insensibilità agli inquietanti segnali politici” emessi dai contesti sociali dei singoli Paesi; insensibilità che è all’origine dell’ascesa e della diffusione dei movimenti populisti di estrema destra, in quanto la governance europea è stata sempre orientata a “sopravvalutare gli obiettivi legati alla stabilità finanziaria e alla ‘fiducia dei mercati’ e a sottovalutare i temi che possono maggiormente e più direttamente interessare la comunità dei cittadini”, quali quelli delle politiche dell’occupazione, della crescita, della convergenza fiscale, della coesione sociale, delle solidarietà e di altri ancora.

Secondo gli autori, per ricuperare la democrazia, cambiare la natura delle politiche economiche europee ed uscire dall’”opacità e dall’irresponsabilità politica delle istituzioni comunitarie, occorre introdurre un’”Assemblea parlamentare democraticamente eletta”, che disponga “della legittimità necessaria per richiamare l’attuale governo dell’Eurozona alle proprie responsabilità politiche, in sostituzione o in parallelo all’attuale Parlamento europeo”; ciò in considerazione del fatto che, per realizzare un’effettiva Unione Europea, non è tanto necessaria l’organizzazione di un mercato interno, quanto il coordinamento delle politiche economiche, l’armonizzazione dei vari sistemi fiscali e la convergenza delle politiche di bilancio dei vari Stati.

Con la costituzione dell’Assemblea democratica, sarebbe possibile – secondo gli autori – “puntare al cuore dei patti sociali degli Stati membri. Per cui è difficile non chiamare a raccolta in modo diretto i Parlamenti nazionali. […] In presa diretta con la vita politica degli Stati membri, essi soli dispongono della legittimità necessaria per sostituire, con una vera democrazia rappresentativa, il potente intreccio burocratico intergovernativo che si è costituito” e consolidato.

Per contrastare l’attività della struttura che esercita la governance europea, l’Assemblea democratica dovrà disporre di poteri adeguati, perché possa partecipare appieno alle formulazione delle “politiche di orientamento” dell’Eurozona; dovrà anche disporre della capacità d’”iniziativa legislativa” che sinora ha fatto difetto al Parlamento europeo; infine, dovrà avere la possibilità di accedere “a ciascuno dei nuclei decisionali del governo dell’Eurozona, si tratti del Semestre europeo (“raccomandazioni Paese per Paese”, “esame annuo della crescita”, ecc.), della condizionalità finanziaria dei memorandum, della scelta dei massimi dirigenti dell’Eurozona, ecc.”.

In realtà, a parere degli autori, per la democratizzazione della governace europea occorrerebbe mettere in discussione l’intero complesso del ‘progetto comunitario”; tuttavia, considerando che un tale disegno sarebbe realizzabile solo nel lungo periodo, per agire rapidamente, “senza passare attraverso un’assai improbabile revisione generale dei Trattati europei a 27” e per “aprire brecce democratiche all’interno […] del blocco esecutivo europeo”, la costituzione di un’Assemblea democratica risponderebbe allo scopo di ricondurre sotto controllo politico l’attività opaca e sfuggente di tale blocco esecutivo. A tal fine, dovrebbero essere i partiti dei singoli Paesi ed i movimenti sociali in essi presenti a “rintracciare i percorsi della politica europea”, per evitare l’”alternativa funesta tra un ripiegamento nazionale privo di respiro e lo status quo della politiche economiche di Bruxelles”.

Secondo gli autori, il permanere del blocco esecutivo europeo che ha spogliato il Parlamento dell’Unione ed i Parlamenti nazionali del controllo democratico sulle politiche adottate, contraddice profondamente l’impegno assunto dai capi di Stato e di governo al rispetto e al mantenimento della democrazia rappresentativa; e contraddice anche la dichiarazione secondo cui la democrazia costituisce un valore che le istituzioni europee hanno il “dovere di promuovere”. Poiché il fatto che ciò non avvenga è motivo di una profonda disaffezione dei cittadini nei confronti del “progetto europeo”, il permanere del deficit di legittimità democratica nell’azione di governo delle istituzioni europee comporta il rischio di implosione della stessa Unione Europea.

Per evitare questo rischio, l’obiettivo della proposta degli autori di costituire un’Assemblea democratica è duplice; da un lato, “fare in modo che le politiche di convergenza e di condizionalità oggi al centro della ‘governance dell’Eurozona’ siano portate avanti da istituzioni democraticamente responsabili”; dall’altro lato, “far sì che i nuovo passaggi necessari ad approfondire, in seno all’Eurozona, sia la convergenza fiscale e sociale sia la coordinazione economica e di bilancio, non siano decisi senza il diretto coinvolgimento dei rappresentanti nazionali”. Insomma, una proposta, quella di Piketty e della sua squadra, che vuole porre al centro del governo dell’Unione Europea e dell’Eurozona la “condizionalità democratica”, intendendosi per quest’ultima l’insieme dei requisiti volti ad assicurare la coerenza dei comportamenti dei Paesi rispetto alle strategie delle istituzioni europee, potendo interessare aspetti economici (pareggio di bilancio, taglio della spesa, privatizzazioni), giuridici (libera concorrenza e regolazione del mercato interno) ed istituzionali (transizione alla democrazia, rispetto dei diritti dell’uomo).

Infatti, il concetto di condizionalità è sempre stato centrale nel processo di ammissione all’UE di nuovi Paesi; per essere ammesso, un nuovo Stato ha dovuto ottemperare a tre criteri distinti: uno politico, che impone la presenza al suo interno di istituzioni stabili idonee a garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti dell’uomo, il rispetto delle minoranze e la loro tutela; uno economico, che comporta la necessità di organizzare un’economia di mercato affidabile e in grado di far fronte alla pressione concorrenziale all’interno dell’Unione; infine, il cosiddetto criterio dell’“acquis comunitario”, implicante l’attitudine necessaria per accettare gli obblighi derivanti dall’adesione e, segnatamente, il perseguimento degli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria. Il rispetto di questi criteri è sempre stato dichiarato condizione per fruire dei sostegni economici comunitari e a sua tutela nella prassi dell’Unione è prevista l’attivazione di meccanismi di penalizzazione.

In conclusione – affermano gli autori – con la costituzione dell’Assemblea democratica, si tratterebbe di avviare l’Unione Europea e l’Eurozona, oggi travagliate dai postumi di una crisi che ha sconquassato i sistemi sociali di molti Paesi membri, sulla via di una democratizzazione, al fine di fronteggiare, in termini più responsabili e socialmente condivisi, gli esiti della crisi; per la realizzazione della loro proposta, gli autori sono del parere che sarebbe sufficiente “sfruttare i margini di manovra giuridica […] a completamento dei Trattati dell’Unione Europea”.

Anche ammesso che la proposta sia realizzabile, il problema principale consisterà nel riuscire a mobilitare i singoli establishment nazionali, ora unicamente impegnati a “demonizzare” i movimenti di protesta in continua espansione al loro interno, anziché preoccuparsi di “sedare” la protesta sociale, portando avanti iniziative del tipo di quella illustrata da Thomas Piketty e dagli altri componenti il suo gruppo di lavoro.

Gianfranco Sabattini

Draghi e l’Europa fuori dalla crisi

Mario Draghi-BCEMario Draghi ha ricevuto ieri la laurea “honoris causa” conferitagli dall’Università di Tel Aviv. Il Presidente della Bce, nel suo intervento, ha affermato: “L’Europa è finalmente riuscita a mettersi la crisi alle spalle, ora, servono riforme strutturali per consolidare crescita e benessere, ma bisogna anche ritrovare il senso del progetto dell’Unione europea. La ripresa nell’area euro è resiliente ed è sempre più ampiamente distribuita tra settori e Paesi. La domanda interna, sostenuta dalla politica monetaria della Bce, è il motore principale della ripresa”.

Poi, proseguendo, ha anche detto: “Oggi ci sono cinque milioni di occupati in più che nel 2013 e la disoccupazione, sebbene resti troppo alta, è ai minimi da otto anni. A livello globale, il sistema finanziario è più resiliente. Le prospettive economiche mondiali stanno a loro volta migliorando e i rischi di indebolimento stanno diminuendo”.

Concludendo il suo intervento all’Università di Tel Aviv, Draghi ha detto: “Tuttavia quel che ci serve in Europa, per assicurare che la crescita economica e la maggiore prosperità siano sostenute nel corso del tempo, sono le riforme strutturali”.

Oggi la Bce ha pubblicato il “Rapporto sull’integrazione finanziaria in Europa”. Nel Rapporto della Bce si legge: “Nel 2015 il processo di integrazione finanziaria dell’Eurozona è entrato in stallo. Dopo alcuni anni di integrazione conseguenti la crisi finanziaria, il processo è rallentato, una frenata su cui hanno pesato gli scenari economici differenti tra i diversi Paesi, l’avversione globale al rischio e le incertezze politiche”.

Come sostiene l’Eurotower, “per la Bce servono progressi tangibili e tempestivi nel processo di revisione delle due direttive chiave dell’unione bancaria: quella sull’adeguatezza del capitale bancario (Crd) e quella sulla risoluzione delle banche in crisi (Brrd) armonizzandone gli aspetti discrezionali in capo ai singoli paesi”.

Nonostante i progressi sull’unione bancaria resta limitata la costruzione di gruppi bancari pan-europei che potrebbe aiutare i processi di integrazione.

Permane la necessità, di armonizzare le leggi fallimentari rimuovendo gli ulteriori ostacoli all’integrazione, tra questi la questione dei crediti deteriorati, l’armonizzazione delle norme a protezione dei consumatori considerando l’Eurozona una singola giurisdizione per calcolare i cuscinetti di capitale aggiuntivo richiesti da Basilea per le banche sistemiche.

Dall’Eurotower arrivano le spinte necessarie per rafforzare l’Unione Europea. In una realtà velocizzata, in cui il progresso scientifico ed i nuovi prodotti rivoluzionano i rapporti economici, è sempre più necessario accelerare i processi di integrazione Europea.

I principi di solidarietà umana tra i popoli dovrebbero essere considerati, sempre più, la base del progetto dell’Unione Europea. Di pari passo con l’integrazione pan-finanziaria si dovrebbe procedere con l’integrazione della politica fiscale, del lavoro, del welfare, della politica estera, militare, etc….. Insomma, fare quanto è necessario per la realizzazione di uno stato federale o di una confederazione di stati. Dopo settanta anni, l’Unione Europea è ancora un progetto incompiuto che sarebbe utile portare avanti.

Salvatore Rondello

Unione politica dell’Europa
e la via elvetica

europa_unitaCarlo Lottieri, studioso del pensiero liberale e docente di filosofia politica e del diritto, ha pubblicato nella collana de “Il Giornale”, “Fuori dal coro”, un libretto intitolato “L’Europa è il problema, la Svizzera la soluzione. Una via elvetica per ripensare il Continente”; la tesi dell’autore, sintesi di quanto egli ha sostenuto in suo saggio di più ampio respiro, è a dir poco singolare, considerato che la soluzione dell’unificazione politica proposta per i Paesi aderenti all’Unione Europea, anziché proiettata verso la costituzione di un nuovo soggetto politico che tutti li ricomprenda, auspica, non tanto un ritorno alla vecchie frontiere degli Stati nazionali, ma una loro ulteriore polverizzazione localistica di stampo medioevale.

La decisione del Regno Unito di abbandonate l’Unione Europea – afferma Lottieri – “obbliga a ripensare le istituzioni del Vecchio Continente”; ciò perché se gli elettori britannici hanno preso la decisione di uscire dall’Europa, una delle ragioni deve essere cercata nel “fallimento di un progetto, quello europeista, che pure in passato aveva suscitato tanti entusiasmi”. A questo punto, perciò, i cittadini europei “devono trovare il senso della loro identità: ricostruendo in altro modo le istituzioni comuni oppure, ed è un’ipotesi da prendere sul serio, facendo del policentrismo politico che li caratterizza da secoli non un elemento di debolezza, ma un fattore di solidità e integrazione”; come dire, per realizzare l’unità nella diversità, i Paesi dell’Unione devono focalizzare “l’attenzione sulla piccola Svizzera: una società posta al centro dell’Europa, ma al tempo stesso, da sempre refrattaria di fronte a ogni ipotesi di dissolversi nell’Unione”.

A parere dell’autore, il senso più profondo della storia moderna dell’Europa deve essere rinvenuto nel riconoscere che la “frammentazione istituzionale”, che era valsa a conservare il particolarismo medievale, è stata sostituita dal modello organizzativo dello Stato unitario; ma se l’Europa è stata connotata come “area di libertà e pluralismo lo si deve soprattutto al localismo che ha marcato il Vecchio Continente in epoca medievale e in parte anche dopo. Per questo motivo, la Svizzera attuale, tanto contraria a lasciarsi coinvolgere dall’Unione, rappresenterebbe, secondo Lottieri, il cuore dell’Europa, in quanto “assai più fedele al meglio della tradizione europea di quanto non lo siano i fautori del progetto volto alla sua integrazione politica”. Ciò perché il processo di unificazione politica dell’Europa sarebbe l’evidente negazione “dell’eredità culturale e politica dell’Europa stessa”.

A parere di Lottieri, l’attuale Unione Europea sarebbe in crisi perché sono in crisi i tradizionali paradigmi politici dei vecchi Stati nazionali. La statualità sarebbe a pezzi, ma, secondo l’autore, non è chiaro cosa dovrà essere messo al suo posto; fatto, questo, che sembrerebbe suggerire che le strutture statuali del passato non avrebbero alternative. Al contrario si è affermata l’idea che gli uomini debbano continuare a vivere all’interno del modello organizzativo democratico-liberale dello Stato, maturato nel corso del secolo Diciannovesimo.

Sull’accettabilità di questo modello vi è, a livello europeo, un ampio consenso che, pur non escludendo “differenze e tensioni” tra gli Stati, li vede comunque convergere verso un’unica economia sociale di mercato. Tutto ciò, però, non è stato privo di conseguenze negative. La convergenza ha creato all’interno di alcuni degli Stati un deterioramento dei loro conti pubblici ed un indebitamento previdenziale divenuto insostenibile. Il disordine delle finanza pubblica starebbe dissolvendo l’ordine politico tradizionalmente basato su rapporti di forza elettorali; un ordine che “ha distribuito privilegi secondo meccanismi volti ad acquisire consenso, premiando il presente e sacrificando il futuro”. Di fronte alle difficoltà interne degli Stati europei, l’unica risposta possibile è sembrata consistere, a parere di Lottieri, nella sostituzione delle “sovranità nazionali con una super-sovranità che le includa e le trascenda”. A causa di tutto ciò, il processo di unificazione, pur iniziato da tempo, è ben lontano dal suo compimento, a causa delle difficoltà interne dei singoli Stati; per questo motivo, il monolite statuale, pur in crisi, continuerebbe a rappresentare solo un valido punto d’appoggio per le traballanti società europee, considerato che ciò che dovrebbe prenderne il posto “continua ad avere tratti di difficile definizione”.

Le difficoltà che si oppongono al procedere del proceso di unificazione dovrebbero spingere le classi politiche europee a dirigere il loro sguardo verso la piccola Svizzera, la cui considerazione ed il cui studio potrebbero suggerire un valido modello alternativo all’unificazione politica dell’Europa secondo la logica propria dello Stato nazionale. Ma in che senso? Lottieri non ha dubbi in proposito e giustifica l’opportunità di rivolgere l’attenzione verso la Svizzera facendo appello alla storia contemporanea. “Quello che oggi ci colpisce guardando la Svizzera e i suoi ordinamenti – afferma Lottieri – era assai meno inusuale nei secoli scorsi. Ma mentre ovunque lo Stato moderno e le sue logiche si sono imposte sulle rovine degli ordinamenti di matrice medievale, la società elvetica è cresciuta evitando gli strappi: innovando senza distruggere, cambiando senza snaturare”; tutto ciò ha avuto come esito finale il consolidamento dell’autogoverno locale, una formula di governo cioè che può essere utile studiare, allo scopo di reperire indicazioni utili per ripensare a come organizzare sul piano istituzionale il Vecchio Continente.

Al contrario, il tentativo attualmente in atto in Europa è quello di trasferire a livello continentale l’”essenziale del progetto statale”, tanto che tra gli obiettivi perseguiti vi è – con somma meraviglia di Lottieri – quello di “dotare l’Unione di un’imposta propria e di un autentico governo comune”; a sostenere questo disegno, a parere di Lottieri, vi sarebbero forti interessi organizzati, espressi soprattutto dalle classi politiche dei singoli Paesi; il loro scopo sarebbe quello di acquisire la possibilità di disporre delle maggiori risorse garantite dalla costituzione del super-Stato (essendo ormai non ulteriormente aumentabili quelle che possono essere “estratte” all’interno dei singoli Stati, attraverso una tassazione ormai prossima al 50% del prodotto sociale), ma non quello di eliminare guerre future tra gli Stati europei, com’era negli intenti dei padri fondatori del progetto europeo.

Infatti, per Lottieri, lo stato in cui versa attualmente l’Europa sul piano organizzativo è il risultato dell’azione “dei ceti dirigenti nazionali di dar vita a un cartello politico che tolga ai cittadini europei la facoltà di optare tra distinte giurisdizioni e sottragga i governi all’obbligo di competere, offrendo migliori servizi a pressi più contenuti”. In tal modo, l’Europa politica sarebbe giunta a configurarsi come progetto volto a riproporre a livello continentale “la vecchia mistica dello Stato ed a trasferire alle istituzioni europee “molti dei miti che hanno animato la storia del collettivismo attuale”. Con lo sguardo rivolto verso la piccola Svizzera, perciò, le élite nazionali potrebbero comprendere “come soltanto il pluralismo istituzionale, caratterizzato da piccole città e villaggi autogestiti alleati tra loro…possa rappresentare un autentico criterio orientativo e una garanzia di libertà”. Comprendere perciò il “carattere premoderno e prestatuale” della Svizzera potrebbe essere d’aiuto per progettare le istituzioni che più converrebbero all’Europa unita, avendo chiaro che lo Stato della tradizione altro non sia che “una delle molte figure che il potere ha saputo assumere nel corso della storia”.

Oggi, di fronte alle pretese pervasive dello Stato, occorre preoccuparsi di tenere costantemente presenti i “nessi” esistenti tra l’organizzazione istituzionale e il sistema economico, tra le istituzioni politiche e il gioco degli interessi, senza trascurare il fatto che le società moderne sono sempre più integrate a livello mondiale; fatto, quest’ultimo, che “sembra esigere poteri maggiormente ancorati al territorio”. Le crescenti difficoltà delle istituzioni contemporanee suggerirebbero, perciò, che le istituzioni europee privilegino il “pluralismo istituzionale, il cosiddetto voto coi piedi, l’autonomia normativa e fiscale”; ciò perché, per superare le difficoltà delle istituzioni statuali, occorre “mettere in discussione il dogma implicito di quella cultura politica post-illuminista che ha voluto leggere la modernità come un susseguirsi di successi: con l’emersione prima dei diritti civili, poi di quelli politici e, infine, di quelli sociali”. A conclusione della sua critica alla modernità istituzionale, Lottieri afferma che oggi è proprio l’espansione di “veri e presunti diritti a consegnarci a un universo in cui la libertà individuale è sempre meno rispettata e garantita”.

Lo spirito critico libertario che lo anima spinge, pertanto, Lottieri a proporre che le istituzioni europee siano modellate su quelle della Svizzera, perché, a suo dire, la piccola federazione può essere “un autentico modello per un’Europa migliore, più libera e più prospera”, essendo le sue istituzioni caratterizzate, innanzitutto dal localismo, per cui, pur disponendo di una vasta autonomia, sono costrette ad assumere decisioni responsabili perché “costrette a competere”; inoltre, la Svizzera dovrebbe essere assunta dall’Europa come paradigma di riferimento, per via della sua neutralità, che la sottrae al moderno terrorismo, ma anche all’obbligo di partecipare ad iniziative volte a “portare la pace e la democrazia nel mondo”; senza trascurare gli altri caratteri dell’organizzazione istituzionale elvetica, quali il frequente ricorso al voto popolare e l’assenza di conflitti nel mondo del lavoro. Per tutte queste ragioni, le élite politiche europee, nel forgiare le istituzioni dell’Europa unita, dovrebbero convincersi che “la Svizzera è Europa ed è Occidente, ma lo in un modo del tutto peculiare: con meno tasse, meno regole, meno centralismo.

Ecco, questa è la reale giustificazione che Lottieri riserva al tentativo di unificazione politica dell’Europa comunitaria secondo il vecchio modello dello Stato democratico di diritto, maturato nel corso del XIX secolo, grazie al quale è stato possibile riscattare gran parte dell’umanità dagli stati di deprivazione, non solo materiale, in cui versava; nonostante che la capacità critica di Lottieri sia figlia di qual riscatto, egli non esita a rinnegare, per ragioni egoistiche, la validità del “contenitore istituzionale”, lo Stato, che ha consentito di rendere l’umanità più libera. In sua vece, egli propone un ritorno al Medioevo per adottare, non solo a livello europeo, un’organizzazione istituzionale quale quella della piccola Svizzera.

Prescindendo dalla considerazione che le fortune della piccola repubblica federale alpina è il risultato della convenienza del “resto del mondo” a conservarla come una sorta di “zona franca” nella quale trattare rapporti e situazioni internazionali difficili da governare, Lottieri propone, per l’Europa e per i singoli Stati che la compongono, un ritorno all’antico, cioè ad un’età pre-moderna, quasi un ritorno alla “vita nei boschi” prospettata da Hanry David Thoreau; ma non per sperimentare la possibilità per l’uomo di poter vivere in condizioni di povertà materiale, imparando ad apprezzare le piccole cose, bensì solo per pagare meno tasse, in presenza di un minor numero di regole, e disporre degli agi resi possibili dall’economia sociale di mercato, realizzata per il tramite di un’organizzazione istituzionale, che Lottieri considera strumento ormai superato.

Gianfranco Sabattini

La sfida ambientale dell’Unione europea

green-economy-1L’UE ha sviluppato norme ambientali fra le più rigorose al mondo. La politica ambientale contribuisce a rendere più compatibile con l’ambiente l’economia dell’UE, proteggere la natura e salvaguardare la salute e la qualità della vita delle persone che vivono nell’Unione europea.

La tutela dell’ambiente e il mantenimento di una presenza competitiva dell’UE sul mercato globale possono andare di pari passo. Infatti la politica ambientale può svolgere un ruolo fondamentale per creare posti di lavoro e promuovere gli investimenti. La “crescita verde” comporta lo sviluppo di politiche integrate volte a promuovere un quadro ambientale sostenibile . Le innovazioni ambientali possono essere applicate ed esportate, rendendo l’Europa più competitiva e migliorando la qualità della vita dei cittadini. L’equità è di fondamentale importanza in tutto ciò.

La natura è il sistema che sorregge la vita, perciò dobbiamo prendercene cura. Condividiamo risorse come l’acqua, l’aria, gli habitat naturali e le specie che essi ospitano, e anche norme ambientali per la loro protezione.

L’Europa si sta adoperando per salvaguardare le risorse naturali e arrestare il declino delle specie e degli habitat minacciati.

Per far si che le buone intenzioni si traducano in realtà operativa, è stato creato uno strumento finanziario che sembrerebbe valido per il raggiungimento degli scopi prefissati.

La “Banca della Natura” dell’Ue muove i primi passi anche grazie all’esperienza fatta nell’Appennino centrale in Italia. Si tratta del nuovo strumento finanziario della Commissione europea e della Banca Europea degli Investimenti per rivitalizzare il capitale naturale dell’Ue. Ha erogato il primo prestito da 6 milioni di euro all’organizzazione Rewilding Europe, che ha un fondo (il Rewilding Europe Capital, Rec) per finanziare attivita’ economiche finalizzate alla conservazione e promozione di aree naturali, boschi e biodiversita’. In questi anni, grazie a risorse private, il Rec ha operato in otto regioni europee mettendo a disposizione 450mila euro di finanziamenti alle imprese. Uno dei progetti pilota è in corso nell’Appennino, dove l’obiettivo è creare corridoi per grandi mammiferi (orso bruno, cervi e lupi) tra le aree protette già esistenti del Parco Regionale del Sirente-Velino e del Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. Fra le imprese coinvolte c’e’ l’abruzzese Wildlife Adventure, che grazie ai prestiti ottenuti due anni fa dal Rec è riuscita a rinnovare il proprio sito internet e a ristrutturare un rifugio nel comune di Bisegna (Aq). Umberto Esposito, titolare della societa’ di Pescasseroli (AQ) ha spiegato: “Manca solo l’arredo, poi i lavori saranno finiti”. Grazie al prestito da 6 milioni della Banca della natura Ue, la strategia sull’Appennino potrà essere rinforzata e lo stesso tipo di esperienza potra’ essere trasferita in molte altre regioni in Europa. “Siamo felici perche’ potremo operare in nuove aree naturali”, racconta il manager per gli investimenti del Rec, Matthew McLuckie. Il nuovo sito internet di Rewilding Europe, attraverso il quale sarà possibile presentare domanda per ottenere i nuovi finanziamenti, sarà presto online. Potranno chiedere un finanziamento aziende o enti che operano per la conservazione e la promozione della natura nel territorio Ue, in settori che vanno dal turismo alla gestione dei parchi fino all’agricoltura. I prestiti saranno di massimo 600mila euro per singolo soggetto su un arco di 8-10 anni, con tassi d’interesse dal 4 al 7% a seconda del grado di rischio dell’investimento.

Nel nostro Paese, l’iniziativa ha un vasto interesse. Verrebbero coinvolti i Parchi naturali, le riserve naturali e le comunità montane. Ci sarebbe uno strumento in più per salvaguardare la natura e l’ecosistema, ma anche un incentivo per il turismo a contatto della natura ed alla riscoperta dell’ambiente. Una opportunità che gli amministratori locali e gli operatori del settore non dovranno farsi sfuggire. Tuttavia, resta misterioso il fatto che per accedere ai finanziamenti bisogna passare attraverso una grande organizzazione privata.

Salvatore Rondello

UE: per il 25 marzo Corrado Veneziano “ripensa” il logo

Ue: un nuovo logo è possibile (Ue: un nuovo luogo è necessario):
Per il 25 marzo l’artista Corrado Veneziano “ripensa” il logo In esposizione, fino al 2 aprile prossimo, a Roma tre installazioni artistiche che reinterpretano in chiave estetica, critica e provocatoria l’emblema dell’UE.

stella UE

stella UE

Prende il via sabato 25 marzo, a Roma, nel cuore dello storico quartiere Coppedè (Via Reno, 18 A) la personale di Corrado Veneziano dal titolo “UE: un nuovo logo è possibile! UE: un nuovo luogo è necessario!”, in programma fino al 2 aprile prossimo (orario: 17.00 – 20.00, ingresso libero).

L’esposizione, che verrà inaugurata in occasione dei sessanta anni del Trattato di Roma, presenta – attraverso tre installazioni – la reinterpretazione in chiave estetica, critica e provocatoria del logo dell’Unione Europea, il cui anniversario della nascita ricorre proprio il 25 marzo. Se, infatti, da una parte questa data rappresenta un’occasione per festeggiare il fondamentale patto di relazione e convivenza tra gli Stati che hanno aderito all’Unione, dall’altra può e deve aprire una riflessione sulla parte ancora incompiuta e fortemente problematica di tale conquista.

È ciò che ha inteso fare l’artista attraverso un’analisi della simbologia alla quale il suo emblema è collegato. Com’è risaputo, le 12 stelle dell’UE, posizionate su fondo blu, evocano un colore e una figurazione attraente e penetrante: laddove lo sfondo vuole essere cielo-mare-dolcezza; e le stelle, posizionate circolarmente, brillano evocando una bussola, una costellazione, un sogno.

stella corona ue

stella corona Ue

Corrado Veneziano, già autore del Logo 2015 del Prix internazionale televisivo della Rai, recensito entusiasticamente dall’antropologo Marc Augé, dal critico Achille Bonito Oliva e dal sociologo Derrick de Kerckhove, ha realizzato le tre opere artistiche servendosi di materiali diversi: scarpe di colore blu, celeste e verde acqua, salvagenti, copertoni, corone di fiori lacerati, nastri, funi e catene argentee.

Visitabili dal pubblico per un’intera settimana, le installazioni misurano tre metri per tre. E se – da lontano – sembrano replicare pedissequamente la consueta bandiera UE, da vicino al contrario svelano tutt’altro. Infatti solo con uno sguardo prossimo a ciascuna delle tre installazioni – in una messa a fuoco sempre più concreta – le bandiere si rivelano per quello di cui sono effettivamente composte: una distesa di scarpe blu sulle quali riposano, in collocazione circolare, dodici copertoni avvolti da ingombranti catene; un mare di impermeabili trasparenti e celesti sui quali si adagiano dodici salvagenti avvolti da strisce dorate; dodici corone di fiori violacei poste su altrettante coperte blu, come in un giaciglio mortuario. A richiamare una realtà in larga parte da perfezionare, un viaggio non ancora risolto, una fatica segnata, anche e forse soprattutto, da cicatrici e lacerazioni. Ma anche a dimostrare per l’ennesima volta che, come ha scritto in un’altra occasione Achille Bonito Oliva, “le opere di Corrado Veneziano massaggiano il muscolo atrofizzato della memoria collettiva”.

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Stella Ue salvagente

Secondo Corrado Veneziano: “Manca un immaginario, un respiro, una voce che faccia sentire coesa e densa l’attuale Unione Europea. E dunque ho voluto utilizzare l’arte per ripartire, provocatoriamente, dall’unica dimensione simbolica esistente oggi: la sua icona, il suo marchio, il suo logo”. “Mi sento tanto italiano quanto europeo, e non riesco a rassegnarmi all’idea che, a fronte di una unione economica e amministrativa, non ve ne sia una legata alla dimensione immateriale, simbolica, culturale”, ha detto l’artista. “Il valore della diversità si sta trasformando in una regressione localistica e burocratizzata invece che essere inteso quale elemento straordinario di valorizzazione delle molteplicità. Diversamente, penso che proprio dall’arte si debba e si possa ripartire per costruire una nuova Europa dei popoli”, ha quindi concluso Veneziano.

L’appuntamento per il vernissage è fissato per sabato 25 marzo 2017 alle ore 17.

Note biografiche:
Corrado Veneziano (Tursi, 1958) ha alternato le sue attività di ricerca e di docenza accademica con il suo permanente lavoro di artista. Regista teatrale per Festival e rassegne internazionali (spesso con la Biennale di Venezia) e regista televisivo per la Divisione ragazzi di Rai 3 e per Rainews 24, ha pubblicato molteplici volumi (sulla comunicazione e la espressività) con importanti case editrici italiane. Ha tenuto laboratori e seminari in università e accademie, in Europa, negli Stati Uniti, in Africa. Nel 2013 ha presentato per la prima volta i suoi lavori pittorici a Roma, raccogliendo l’attenzione lusinghiera del critico Achille Bonito Oliva e dell’antropologo Marc Augè.
Sulla sua produzione pittorica vale la pena sottolineare la mostra ospitata con il sostegno del Ministero degli Esteri e ospitata a Bruxelles nel primo semestre europeo di presidenza italiana (2014) e due eventi, del 2015. Il primo è legato alla personale ISBN 9788820302092 tenutasi a Parigi nell’Espace en Cours diretto da Julie Heintz; il secondo è invece relativo al quadro che la Rai gli ha commissionato per il 67° Prix Italia – Concorso internazionale della Tv, del web e della radio. La mostra parigina si è inscritta nelle manifestazioni francesi sul 750 anniversario della nascita di Dante Alighieri; l’opera per il Prix Italia (tenutosi a Torino tra il 19 e il 24 settembre) è diventata l’immagine-simbolo della rassegna 2015 del Prix, intitolata “Il potere delle Storie. Il laboratorio della Creatività”. Anche il 2016 ha registrato varie iniziative pittoriche e artistiche, tra cui vale la pena di citare la personale alla antica Galleria Nevskij 8 di San Pietroburgo dal titolo “I codici dell’anima” in cui Veneziano ha presentato, per larga parte, i lavori dedicati ai codici ISBN. Recentemente (San Pietroburgo, gennaio-febbraio 2017) l’artista è stato impegnato in esposizione in quel medesimo spazio con la personale “Segni, loghi e corruzioni”, a cura di Raffaella Salato.

Alcune note critiche:
Achille Bonito Oliva ”L’anima dei non luoghi”
“(…) Eppure egli è un artista tipicamente europeo che partecipa anche alla postmodernità attraverso l’assunzione del metodo dell’assemblaggio, della conversione, del riciclaggio, della contaminazione; insomma di una serie di passaggi stilistici differenziati”. “(…) Inserirsi nel mercato dell’arte contemporanea è un fatto statistico, di circostanza, di contesto. Quello che è importante è riconoscere quando un lavoro è capace di viaggiare su diverse lunghezze d’onda: viaggiare tra l’alto e il basso del sogno dell’arte. Questo è in grado di fare Veneziano in quanto ha il coraggio di non assumere un’iconografia eclatante ma, anzi, segnala l’orgoglio di chi utilizza l’arte per sviluppare una scoperta. L’arte come svelamento e l’arte come sollecitazione e ampliamento della sensibilità: per chi la fa e per chi la riceve. In questo senso, quella di Corrado Veneziano, può definirsi – anche – un’arte sociale”.

Marc Augé, “L’anima dei non luoghi”
“(…) Devo ammettere di aver attraversato larga parte del mio lavoro intellettuale a spiegare cosa sia un non-luogo. E ora, un po’ inaspettatamente, vedo rappresentato questo concetto nell’arte figurativa: per l’esattezza nelle opere pittoriche di Corrado Veneziano. Ho sempre sperato (e aspettato) che un artista potesse appropriarsi di uno spazio che è considerato normalmente un non-luogo, e ho avuto la conferma immaginata: che cimentandosi con uno spazio non definito (non puntualmente localizzabile) il pittore stabilisca e rafforzi – comunque – una relazione con il medesimo spazio. E Veneziano rimarca proprio l’esistenza dell’arricchente opposizione tra luogo e non luogo;  la trasposizione pittorica diventa protagonista del non-luogo laddove ne propone una inedita, intensa rappresentazione.”

Derrick De Kerckhove Non luoghi > No loghi
“(…) È questa ricerca dello “sguardo di chi guarda” che mi intriga in Veneziano. L’educazione allo sguardo e dello sguardo è propria dell’arte visiva. Ma pochi artisti contemporanei lo fanno deliberatamente, pittori o fotografi, scultori o registi.
Veneziano chiede allo spettatore di creare il quadro con lui: per distinguere forme sfocate, e per perseguire una proposta visiva ulteriore. Oppure, come nel caso del quadro del codice QR, per legare e correlare una moltitudine di ombre fluide, appena riconoscibili tra singole tessere. Un quadro luminoso e ricco di speranza: come molte altre opere di questo artista”.

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Il sistema bancario naviga pericolosamente a vista

bancarottaDi fronte alle crisi bancarie che investono di volta in volta differenti Paesi della zona euro, la cosa peggiore, e suicida, che l’Unione europea possa fare sarebbe di trattarle come mere questioni nazionali. Oggi sembra toccare all’Italia, domani chissà.

Ne è prova il fatto che le autorità preposte, a cominciare dalla Banca centrale europea, dalle banche centrali nazionali e dalla Commissione europea, navigano a vista, senza una chiara politica. Non si tratta, infatti, di tamponare gli effetti finanziari ed economici della grande crisi globale, ma di approntare misure che neutralizzino in modo definitivo la finanza della speculazione senza regole e che rimettano in moto lo sviluppo produttivo.

Gli attuali grandi problemi del sistema bancario italiano hanno due nomi: crediti inesigibili per oltre 200 miliardi di euro e gravissime responsabilità degli amministratori delle banche e degli organi di controllo della Banca d’Italia.

Il primo problema, ovviamente, è in gran parte dovuto agli effetti della crisi globale, che ha portato ad una drastica diminuzione nelle produzioni, nei commerci e nei consumi. Ciò ha messo molti imprenditori in ginocchio, rendendoli impossibilitati a mantenere la regolarità dei pagamenti e dei rimborsi per i prestiti precedentemente chiesti ed ottenuti.

Per il secondo problema si dovrebbe invece mettere sotto i riflettori le banche e soprattutto la Centrale Rischi della Banca di’Italia. Come è noto, le banche e le società finanziarie devono comunicare mensilmente alla Banca d’Italia il totale dei crediti verso i propri clienti, sia i crediti superiori a 30.000 euro che i crediti in sofferenza di qualunque importo. Il compito primario della Centrale Rischi è quello di valutare i crediti concessi per rafforzare la stabilità del sistema bancario. Si sottolinea inoltre che dal 2010 essa scambia queste informazioni con le altre banche centrali europee e con la Bce.

Come è possibile, dunque, che, sia a livello nazionale che a livello europeo, siano stati permessi e tollerati prestiti e altre operazioni finanziarie che, stranamente solo oggi, scopriamo essere ad altissimo rischio?

Comunque nel sistema europeo vi sono molte altre anomalie che meritano attenzione ed interventi correttivi. L’Autorità bancaria europea, per esempio, oggi giustamente analizza criticamente i crediti concessi dalle banche ma, nel contempo, permette un leverage altissimo per le banche. Permette cioè che siano sufficienti tre (3) euro di capitale per creare finanza per 100. Permette anche che certe attività finanziarie, come i cosiddetti asset di terza categoria, che sono in gran parte derivati asset backed security, trattati e tenuti fuori mercato e quindi con un valore altamente incerto, vengano contabilizzati dalle banche secondo criteri interni molto convenienti alle stesse.

Dopo il 2008 dovrebbe essere ovvio tener conto del fatto che l’intero sistema bancario internazionale è profondamente interconnesso e perciò pericolosamente esposto al contagio e a crisi sistemiche. Eppure Bruxelles, Francoforte, e spesso anche Berlino e Parigi, preferiscono, sbagliando, l’approccio nazionale a quello europeo. In questo modo si rischia di giocare al massacro.

Ce lo ricorda anche l’Office of Financial Research (OFR), l’agenzia del ministero del Tesoro americano, creata nel 2010 dalla legge di riforma finanziaria, la Dodd-Frank, con il compito di studiare i lati oscuri del sistema finanziario allo scopo di ridurne i rischi.

Nell’ultimo rapporto dello scorso dicembre l’OFR ammonisce che le banche americane di importanza sistemica si sono esposte per oltre 2 trilioni di dollari nei confronti dell’Europa, di cui circa la metà in derivati otc tenuti fuori bilancio.

Quando Wall Street  e le banche americane vendono derivati lo fanno per proteggersi da eventuali fallimenti; quando invece li acquistano esse offrono una copertura a eventuali crisi di altre banche. In questo caso di quelle europee.

Consapevoli delle difficoltà bancarie in Europa, gli Usa hanno lanciato questo allarme. L’OFR ne ne lancia anche un altro tutto interno al sistema di Wall Street. Avvisa che già alla fine del 2015 anche le assicurazioni americane sulla vita hanno abbondantemente superato i 2 trilioni di dollari in derivati finanziari. Il 60% di tale “montagna” sarebbe stato sottoscritto soltanto dalle 9 maggiori banche americane ed europee, quelle too big to fail: Goldman Sachs, Deutsche Bank, Bank of America, Citigroup, Credit Suisse, Morgan Stanley, Barclays, JPMorgan Chase e Wells Fargo.

L’allarme non è da sottovalutare, si ricordi che soltanto l’AIG, il gigante delle assicurazioni, a suo tempo dovette essere salvato con 182 miliardi di soldi pubblici!

Anche in questo caso si evince la urgenza di rispondere alla globalizzazione dei mercati finanziari e del sistema bancario con regole globali e condivise.

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

*già sottosegretario all’Economia  **economista

Germania. Dalla ex RDT,
i voti alla destra oltranzista

La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 …Manifestazione dell'Afd


L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (9^ puntata)


La Germania nazista, il Partito Nazionalsocialista tedesco e la figura di Adolf Hitler, sono sicuramente i soggetti che più hanno ispirato i movimenti della destra più estrema dal secondo dopoguerra ad oggi in tutto il mondo.

Ad oltre 70 anni dalla caduta del Terzo Reich, sono due i soggetti politici della destra tedesca che si contendono il ruolo di primo protagonista.
Fino a pochi mesi fa, l’attenzione dei media si focalizzava soprattutto sull’NPD, partito che nasce a metà degli anni ‘60 dalla fusione di movimenti politici che hanno visto alla propria guida esponenti del Partito Nazionalsocialista e importanti figure dell’esercito tedesco durante il periodo nazista, che di fatto rappresentano la continuazione del pensiero e del lavoro del partito di Adolf Hitler. Alla fine degli anni ‘60 l’NPD raccoglie oltre un milione di voti, dopodiché per i neonazisti tedeschi inizia un lungo periodo di crisi dei consensi che dura fino ai giorni nostri. Nel 2014 però, la Corte Costituzionale tedesca sancisce l’incostituzionalità della recente riforma elettorale che stabiliva una soglia di sbarramento del 5%, sostituita da un proporzionale perfetto che permette a sette micropartiti di entrare al Parlamento di Bruxelles. Tra questi anche l’NPD che con 300mila voti riesce ad eleggere al Parlamento europeo, Udo Voigt, leader del partito neonazista per oltre 15 anni. A livello internazionale il partito è alleato dei greci di Alba Dorata e dell’italiana Forza Nuova, nell’‘Alleanza per la pace e per la libertà’. La quasi totalità degli elettori dell’NPD proviene dai territori dell’ex DDR, e in particolare dalle zone confinanti con la Polonia, dove i neonazisti riescono anche a superare il 5%.

Frauke Petry , leader dell'Afd

Frauke Petry , leader dell’Afd

A rubare la scena all’NPD, da qualche mese a questa parte, è il partito nazionalista dell’Alternative fur Deutschland. L’AFD ha sempre avuto, sin dalla sua fondazione nel 2013, percentuali di consenso superiori a quelle dell’NPD, tuttavia i nazionalisti tedeschi hanno dovuto superare il 10% nei sondaggi per riuscire ad attirare su di sé l’attenzione dei media internazionali. I sondaggi di inizio 2016 davano il partito attorno al 15%, ma nei mesi successivi i nazionalisti iniziano a perdere consensi e a scendere verso il 10%.

A metà del 2015 il partito svolta a destra, la nuova leadership formata dal duo Petry-Meuthen viene da subito criticata da tutta l’area più vicina al centrodestra, che abbandona l’AFD per dare vita al partito conservatore ALFA. Il nuovo partito conservatore continuerà a far parte dell’alleanza dei Conservatori e Riformisti, mentre l’AFD comincia un processo di avvicinamento al Front National di Marine Le Pen e all’italiana Lega Nord. La nuova leadership porta il partito su posizioni molto più radicali, la linea del partito sull’Unione europea diventa molto più critica e aumenta l’intolleranza nei confronti di islam e immigrazione.

Come l’NPD anche i nazionalisti tedeschi riescono ad ottenere la maggior parte del proprio consenso nei territori dell’ex DDR. Dopo aver sfiorato il 5% alle elezioni nazionali del 2013 ed aver eletto 7 propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 2014 (5 dei quali passati ad ALFA), lo scorso marzo l’AFD è riuscito a sfiorare il 25% in Sassonia ed è diventata la seconda forza politica della regione, dietro alla CDU di Angela Merkel.

Il terzo fenomeno politico della destra tedesca degli ultimi mesi è sicuramente il movimento Pegida, che rappresenta uno dei movimenti xenofobi con più sostenitori in Europa. Pegida è un movimento islamofobo nato a Dresda verso la fine del 2014, ed è proprio a Dresda che il movimento ha dato vita ad una lunga serie di manifestazioni a cui hanno partecipato diverse migliaia di sostenitori. Ma la presenza del movimento non si limita solo alla città tedesca, anzi, i sostenitori del movimento durante gli scorsi mesi sono riusciti ad organizzare una serie di cortei in diverse capitali europee. A capo del movimento xenofobo vi è Lutz Bachmann, cittadino di Dresda che può vantare una lunga lista di condanne per spaccio di stupefacenti e furto con scasso, e che al momento è a processo con l’accusa di incitamento all’odio razziale.

Altra storica forza politica della destra tedesca è il CSU, sezione bavarese del partito cristiandemocratico CDU guidato da Angela Merkel. Il CSU ha sempre mostrato posizioni più a destra rispetto al partito nazionale, anche le critiche interne al governo più accentuate sulle posizioni che ha espresso la cancelliera negli ultimi mesi su immigrazione e rapporti con la Turchia, arrivano da esponenti del CSU. La destra bavarese è dagli anni 50 il primo partito della Baviera e dalla fine degli anni 50 governa ininterrottamente la regione tedesca. Sempre in Baviera, negli anni ‘80, nasce il partito nazionalista Die Republikaner, che dopo essere riuscito ad eleggere, grazie ad oltre 2 milioni di voti, sette propri rappresentanti al Parlamento europeo nel 1989, ha visto un rapido declino che lo ha portato a percentuali da prefisso telefonico. Negli anni 80 il partito è riuscito a spezzare l’alleanza fra il Front National e l’italiano MSI. Nel corso degli anni le posizioni su immigrazione, islam e Unione Europea sono diventate sempre più critiche, e il partito ha visto un avvicinamento alle organizzazioni tedesche più estremiste. L’elettorato repubblicano è quasi interamente locato nei territori del sud della Germania, dove il partito fatica comunque ad arrivare all’1%.

Sempre negli anni ‘80 nasce il partito ultraconservatore Familien Parti, che come l’NPD è riuscito ad eleggere, dopo decenni, un proprio candidato al Parlamento europeo nel 2014. Al Partito della Famiglia sono bastati 200.000 voti per eleggere l’ex segretario Arne Gericke, che ha intrapreso un’alleanza con i Conservatori e riformisti.

I cittadini tedeschi si recheranno alle urne per eleggere il successore di Angela Merkel nell’autunno del 2017. Al momento i sondaggi danno la CDU saldamente in vantaggio con circa il 35% dei consensi, mentre l’AFD si giocherà il ruolo di terza forza politica della Germania con i Verdi e Die Linke, dietro ai socialdemocratici. Durante il mese di settembre invece si recheranno alle urne per eleggere i nuovi governi regionali i cittadini berlinesi e quelli del Meclemburgo. I sondaggi danno i socialdemocratici dell’SPD in vantaggio in entrambe le elezioni e la CDU, che rischia di essere superata dai Verdi a Berlino e dall’AFD nel Meclemburgo, dati entrambi attorno al 20%, in forte crisi.

Gianluca Baranelli

8 – La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders
7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

UKIP, il labile confine
fra successo e sconfitta

brexitVincere una battaglia ma perdere la guerra. Peggio. Vincere una battaglia e rischiare di non poterla neppure proseguire, la guerra. Pare riassumersi così il tragicomico destino dello UKIP. Il partito per l’indipendenza del Regno Unito, meglio noto in patria sotto l’acronimo di UKIP (United Kingdom Independence Party), si è ritrovato nel giro di un mese a passare dall’euforia smodata per il successo referendario del ‘Leave‘, il voto per l’uscita dall’Unione Europea, ad un clima di smarrimento e incertezza per quanto riguarda proprio futuro. I postumi di quella che sembrerebbe diventare per il partito ultra-conservatore una clamorosa vittoria di Pirro, rischiano difatti di relegare gli indipendentisti in un angolo buio del panorama politico britannico, da cui diverrebbe veramente arduo tornare a vedere la luce.

Il peculiare harakiri tutto made in UK ha inizio il 4 luglio con l’auto-decollazione, le dimissioni dell’istrionico leader Nigel Farage. Nella patria di Conan Doyle e della Christie non saranno di certo nuovi alle dinamiche del mistero, ma le cause reali dell’addio di Farage restano oscure ai più. “Ho raggiunto il mio obiettivo”, “non ho mai voluto fare il politico di professione”, “ora me ne posso tornare alla mia vita” e una serie di frasi, più o meno discutibili, su questa falsa riga sono tutte le spiegazioni che Mr. Brexit si è sentito di fornire alla stampa in merito alla propria decisione. Resta da capire chi sia in errore: siamo ormai troppo abituati all’idea della colla sulla poltrona per pensare che un politico possa davvero defilarsi dopo uno schiacciante successo? O forse – e questa appare la versione più plausibile – Farage non è mai stato quel capo illuminato di cui ora più che mai fra i seguaci dell’UKIP si avverte la mancanza?

È il maggio 2015 quando Douglas Carswell, unico parlamentare indipendentista eletto nella House of Commons, in un’intervista al Guardian afferma che Farage dovrebbe seriamente considerare l’idea di prendersi una pausa (“take a break“) e fare un passo indietro dai vertici del partito. E ancora, andando a ritroso nel tempo, dicembre 2014. James Kirkup dalle colonne del Telegraph non sceglie la linea morbida nel parlare di Farage e in un articolo dal titolo piuttosto eloquente “Nigel Farage non se ne sarà scolata una di troppo?” (“Has Nigel Farage had one too many?“), liquida quest’ultimo come un “beone abituale” (nel testo letteralmente “habitual boozer“) con scarse possibilità di fare una differenza reale nel futuro prossimo della politica inglese. Scarso appeal sulla nuova generazione e un elettorato dall’età media preistorica. Non esattamente le referenze di un perfetto candidato inquilino di Downing Street. Tanto più se, come già anticipato, la fronda interna è tanto autorevole quanto quella esterna.

Forse Nigel Farage non sarà stato il leader più irreprensibile della storia del Regno Unito, ma è impossibile negare che al termine dei suoi dieci anni consecutivi al timone (se si esclude una breve parentesi fra il 2009 e il 2010) ha centrato il bersaglio grosso. E allora viene da domandarsi se quella dello UKIP decapitato sia realmente una sconfitta o se piuttosto non sia l’unica forma plausibile di vittoria a cui il movimento fondato nel 1993 potesse aspirare. Ora che “la missione è compiuta”, ora che il primo punto sulla lista, evidenziato e cerchiato in rosso più e più volte, si appresta ad essere raggiunto, ora che il Regno Unito otterrà questa tanto agognata indipendenza, l’eclissi degli indipendentisti, in una sorta di vortice kamikaze degli eventi, non appare forse poi così assurda, soprattutto per un partito che conta poco meno di 4 milioni di elettori e un solo seggio all’attivo. Un big crunch politico. Raggiunto l’apice, l’espansione massima, pare giunto il momento dell’involuzione, del ritorno all’origine. E ora che anche la Tory neo-eletta premier Theresa May sembra aver sposato la linea del “Brexit means Brexit” (“Brexit significa Brexit”), come fa notare Matthew Goodwin, docente dell’università di Nottingham, nonché uno dei massimi esperti in circolazione sulle vicende di casa UKIP, resta solo da capire quanto bisognerà attendere per il ritorno a casa dei figlioli prodighi, per il riassorbimento nelle file dei conservatori. Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto. Che con un personaggio come Farage (e una pinta di birra sotto mano, magari) pare difficile escludere in maniera definitiva.

Andrea De Luca

Sorpresa Svimez: il Sud cresce più di tutti

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Il Sud torna a crescere dopo anni di contrazione. Il dato arriva dalla Svimez che, nell’anticipazione del suo “Rapporto sull’economia del Mezzogiorno”, certifica come nel 2015, il Pil è salito dell’1 per cento, contro lo 0,7 per cento del resto d’Italia. I numeri statistici ci avevo abituato ad andamenti in cui il Sud non solo cresceva meno del resto del Paese, ma spesso aveva dati di Pil negativo anche quanto nel Nord si affacciavano dei timidi dati di crescita.

Uno sviluppo, osserva però l’associazione, che è la conseguenza di alcune condizioni peculiari, che non è scontato si ripetano. A giovare in parte sono state le decontribuzioni sulle nuove assunzioni previste dal Job Act. Tuttavia, osserva la Svimez, per “consolidare” questo dato ci vorranno precise scelte politiche, dal momento che la crescita del 2015 ha ridotto solo parzialmente il depauperamento di risorse e il potenziale produttivo provocato dalla crisi. Quanto alle previsioni per quest’anno e il prossimo, la stima è che la ripresa sarà più lenta del previsto. Quest’anno il Pil dovrebbe aumentare dello 0,3 per cento al Sud e dello 0,9 per cento nel resto del Paese. Principalmente per effetto della domanda interna, a cominciare dalla spesa delle famiglie (+0,7 per cento nel Sud, +0,6 per cento nel Centro-Nord). Nelle regioni centrali e settentrionali, questa spinta verrebbe affiancata poi da un’accelerazione nella spesa per gli investimenti totali (+2 per cento), mentre al Sud si fermerebbe al +0,6 per cento. Nel 2017 l’evoluzione congiunturale delle due macro aree sarebbe invece simile: +0,9 per cento nel Sud e +1,1 per cento nel Centro-Nord.

I fattori della ripresa
A favorire la ripresa al Sud, rileva Svimez, è stata una concomitanza favorevole di cause: un’annata agraria particolarmente favorevole, la crescita del turismo favorita dalle crisi geopolitiche dell’area del Mediterraneo e la chiusura della programmazione dei fondi strutturali europei 2007-2013, che ha portato a un’accelerazione della spesa pubblica legata al loro utilizzo per evitarne la restituzione. Anche la domanda estera netta ha dato un contributo positivo, con un incremento dell’export verso il resto del mondo del 4 per cento. un trend che si è riflesso anche nei consumi (+0,3 per cento, a fronte del -0,6 per cento del 2014), trainati da quelli delle famiglie (+0,7 per cento). E in risalita sono risultati nel Mezzogiorno anche gli investimenti, dopo sette anni di flessione: +0,8 per cento, esattamente come al Centro-Nord (0,8 per cento). Comunque sono elementi non strutturali e di conseguenza il dato potrebbe non ripetersi senza altri interventi di sostegno.

Aumentano gli occupati
Nel 2015 gli occupati nelle regioni meridionali sono aumentati di 94 mila unità, pari a +1,6 per cento, mentre in quelle del Centro-Nord si registra una crescita di 91 mila unità (+0,6 per cento). Ma mentre il Centro-Nord ha recuperato quasi interamente i livelli occupazionali pre-crisi, il Sud è ancora sotto la soglia del 2008 di quasi mezzo milione. Nello specifico, ci sono stati 37 mila occupati in più (+1 per cento) tra i dipendenti a tempo indeterminato, grazie alla decontribuzione sulle assunzioni con le nuove regole del Job Act. Ma il maggior contributo alla ripresa occupazionale è venuti dai contratti a termine, +56 mila, pari a +7,4 per cento, e ciò – spiega l’associazione – è dovuto al fatto che a trainare la ripresa meridionale siano stati soprattutto agricoltura e turismo. Per queste ragioni la proposta è di ripristinare la decontribuzione sulle assunzioni a tutele crescenti nella formula del 2015, visto che nel primo trimestre di quest’anno si sta assistendo a un rallentamento della dinamica occupazionale dovuto probabilmente all’affievolimento degli sgravi.

Si allarga la forbice di sviluppo con l’Europa
Rispetto area euro però la differenza è ancora forte. È dal 2012 che il Sud non cresceva, osserva la Svimez. Malgrado il segno più, tornato dopo tre anni di cali consecutivi, però, il recupero è molto più lento se confrontato con l’area euro, dove la crescita è stata doppia (+1,7 contro +0,7 per cento) e con l’intera Unione europea, dove è stato ancora maggiore (+2 per cento). Si allarga, perciò, la forbice di sviluppo con l’Europa: nel complesso del periodo 1996-2015, sottolinea l’associazione, il gap cumulato è pari a 29 punti percentuali con l’Unione europea, a quasi 23 con l’area dell’euro. Ancora peggiore il risultato del Sud: nel ventennio il Sud è cresciuto di appena l’1,3 per cento, quasi 40 punti in meno dell’Ue a 28.

Redazione Avanti!