Pil, Italia ultima nel G7… non cresce

Famiglie povereAncora una maglia nera per il Bel Paese che non riesce a superare la crisi. L’Italia è l’unica delle principali sette economie dell’area Ocse a subire una frenata del Pil. Lo sottolinea l’Ocse, nelle stime provvisorie per il secondo trimestre 2018. Il Pil italiano rallentata marginalmente dallo 0,3% allo 0,2%, mentre nell’area Ocse si passa dallo 0,5% dl trimestre precedente allo 0,6%. Secondo le stime, la crescita ha accelerato fortemente negli Stati Uniti, passando dallo 0,5% all’1%; in Giappone, rimbalza allo 0,5% dopo la contrazione dello 0,2%. In Germania, si passa dallo 0,4% allo 0,5% e nel Regno Unito dallo 0,2% allo 0,4%. In Francia, la crescita è stata ferma allo 0,2%. Stabile allo 0,4% anche la crescita del Pil ​nell’Unione europea e nell’Eurozona.
Su base annua, la crescita nell’area Ocse ha rallentato nel secondo trimestre dal 2,6% al 2,5%: gli Stati Uniti hanno registrato la crescita annuale più elevata (2,8%), mentre il Giappone ha registrato quella più bassa (1,0%). L’Italia si piazza subito sopra con l’1,1%.
Inoltre anche i redditi delle famiglie italiane sono in calo, i dati riportati dall’Ocse, mostrano come durante il primo trimestre del 2018 la crescita procapite dei redditi reali delle famiglie è aumentata in generale nei paesi Ocse meno che in Italia e in Francia.
Secondo Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori è necessario “ripristinare meccanismi automatici di adeguamento della busta paga all’aumento del costo della vita, come la scala mobile e l’inflazione programmata. Dopo i rinnovi contrattuali e la fine del blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici, fermi dal 2010, l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie è aumentato del 2% su base annua, del 4,1% per quelli della pubblica amministrazione, ma siamo ben lontani dall’aver recuperato quanto i lavoratori hanno perso in questi anni di crisi e di mancati rinnovi, come attestano i dati di oggi dell’Ocse”. Si fa notare, insomma, che mentre molte voci, tra cui le multe e le bollette si sono adeguate all’inflazione, così non è stato per gli stipendi che invece sono rimasti uguali bloccando di fatto il potere di acquisto delle famiglie.

Canone Rai. Agenzia Entrate sollecita chi non ha la tv

canone-raiDopo le contestazioni si riaffaccia il canone della televisione pubblica italiana. La prima rata per il canone tv dell’anno 2017 scatta già a partire dal prossimo gennaio, per cui l’Agenzia delle Entrate avverte chi non possiede un apparecchio televisivo che ha tempo fino al 31 gennaio 2017 per comunicarlo, presentando il modello di dichiarazione sostitutiva disponibile online per il caso di non detenzione dell’apparecchio. La motivazione dell’avviso è la seguente: la prima rata del canone scatta proprio a partire da gennaio e l’indicazione dell’Agenzia è finalizzata ad evitare che gli utenti trovino l’addebito in bolletta e si vedano costretti a chiedere il rimborso o comunque a scorporare la quota canone dalla fattura.
Raccogliendo le istruzioni dell’Agenzia, Federconsumatori raccomanda a tutti i cittadini che non siano in possesso dell’apparecchio televisivo di inviare la dichiarazione di non detenzione il prima possibile, compilando l’apposito modulo nei tempi indicati.
Il modello di dichiarazione sostitutiva è disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate, www.agenziaentrate.it e della Rai www.canone.rai.it e va presentato direttamente dal contribuente o dall’erede tramite un’applicazione web, disponibile sul sito internet delle Entrate, utilizzando le credenziali Fisconline o Entratel rilasciate dall’Agenzia, oppure tramite gli intermediari abilitati (Caf e professionisti).
Nei casi in cui non sia possibile l’invio telematico, è prevista la presentazione del modello, insieme a un valido documento di riconoscimento, tramite servizio postale in plico raccomandato senza busta all’indirizzo: Agenzia delle Entrate Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti tv – Casella Postale 22 – 10121 Torino. La dichiarazione sostitutiva può essere firmata digitalmente e presentata anche tramite posta elettronica certificata all’indirizzo cp22.sat@postacertificata.rai.it.
La questione dell’anticipo ha rimesso in luce come ancora una volta a pagare è il cittadino. L’utente non solo ha l’onere di presentare ogni anno la dichiarazione di non detenzione ma si trova in una situazione paradossale, in cui le norme vigenti fissano una scadenza che di fatto deve essere anticipata per evitare costi e disagi per la richiesta di rimborso. Si tratta di un errore macroscopico, che crea grande confusione e lascia allibiti.
Per Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, “è evidente che ci troviamo di fronte a una regola assurda, a un vero e proprio abuso nei confronti dei contribuenti – scrive in una nota – Non è possibile che chi non ha la tv sia costretto per tutta la vita a presentare ogni anno una dichiarazione di non detenzione. Si tratta di una sopraffazione bella e buona. Per questo avevamo chiesto che in questa legge di Bilancio si modificasse il contenuto delle precedente legge di Stabilità, laddove si prevede che la dichiarazione di non detenzione ha validità solo per l’anno in cui è presentata. Richiesta che ribadiamo. Se poi, oltre a inviare una dichiarazione perpetua, con relative spese, si è pure costretti a presentare la domanda di rimborso, ci troviamo di fronte a una vera e propria persecuzione”.

Prezzi quasi fermi (ma il costo della vita aumenta)

Inflazione in salitaL’inflazione aumenta su base annua secondo le stime dell’Istat dello 0,2% anziché del previsto, e auspicato, 0,3%. A settembre c’è stata una diminuzione dei prezzi al consumo dello 0,4% (era previsto lo 0,3%). Se si ‘entra’ dentro le tabelle statistiche si scopre però che i prezzi del ‘carrello della spesa’ aumentano dello 0,6% su base mensile e dell’1,2% su base annua spinti in su dal rincaro dei vegetali freschi, in rialzo del 10,5% sul mese e del 13,5% sull’anno precedente. Complessivamente invece la diminuzione su base mensile è legata ai prezzi dei servizi relativi ai trasporti (-4,0%). Rispetto a un anno fa, i prezzi dei beni fanno registrare una flessione dello 0,5% (era -0,4% ad agosto), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi sale a +0,9% (da +0,7% di agosto).

In quello 0,2% di aumento c’è però che – sottolinea l’Unione nazionale consumatori (Unc) – per una famiglia di quattro persone la spesa di tutti i giorni costa, su base annua, 93 euro in più; 86 euro se è una coppia con un figlio; 79 euro per una coppia senza figli tra 35 e 64 anni; 47 euro per un pensionato con più di 65 anni e di 50 euro per un single con meno di 35 anni. Ad agosto – spiega il segretario dell’Unc Massimiliano Dona – ci sono stati aumenti rispetto a luglio anche del 38,9%, come per il trasporto marittimo. Questi prezzi poi a settembre sono “letteralmente precipitati” (per il trasporto marittimo il calo mensile è stato del 39,6%) e “hanno inciso sulla riduzione mensile dell’indice generale, ma non certo sulla riduzione del costo della vita”.

I dati sull’inflazione mostrano “ancora incertezza sull’andamento economico del nostro” e “la domanda – secondo Federconsumatori e Adusbef – va sostenuta attraverso la redistribuzione dei redditi e la creazione di nuove opportunità di lavoro, non certo con l’innalzamento del limite all’utilizzo dei contanti a 3.000 euro” che non riguarda le famiglie ma, “piuttosto, chi si occupa di traffici illeciti e dubbie transazioni”.

L’andamento dei prezzi negativo dopo il lungo periodo di deflazione, è – aggiunge il presidente del Codacons, Carlo Rienzi – “un dato molto deludente perché riflette la domanda interna, ancora debole ed incerta”, spiega. “Per tornare ad un tasso di inflazione accettabile serve uno sprint sui consumi da parte delle famiglie, e misure adeguate per far tornare gli italiani a spendere”, conclude Rienzi.

Che però questa sia una buona cosa, è assai discutibile. L’inflazione come segnale è indice di crescita, ma perseguirla come finalità è un altro paio di maniche. Con l’aumento dei prezzi al consumo, si taglia difatti il reddito fisso, ovvero stipendi e pensioni. Si taglia anche il debito dello Stato ed è per questo che generalmente l’inflazione è ben vista, entro certi limiti, da Governi e Imprese, ma nei fatti si traduce nella più ‘impopolare’ delle tasse perché agisce allargando la forbice dei redditi.

Quanto al debito pubblico, ad agosto è sceso grazie anche alla crescita delle entrate tributarie. Il calo a 2.184,7 miliardi è di 15,5 miliardi rispetto al mese precedente. Il livello più basso dal febbraio scorso. A luglio di quest’anno il debito era a quota a 2.200 miliardi, mentre ad agosto 2014 a 2.148 miliardi.

Redazione Avanti!