La Germania all’alba dell’era Trump, elezioni in vista

merkel-trumpAd una settimana dall’elezione di Donald Trump quale prossimo presidente degli Stati Uniti, non accennano a fermarsi i dibattiti in Germania su quanto questo pesi nel futuro del paese e dell’Europa.

Il Segretario della SPD, ed attuale Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, vede nell’elezione del Tycoon newyorkese, e nell’euforia che ha suscitato fra i movimenti populisti europei, la nascita di “un’internazionale nazionalista e chauvinista”. Questo, per il leader social-democratico, dimostra quale veramente sia lo “Scontro di Civiltà” che esiste in Europa: non quello, caro ai populisti, fra Cristianità e Islam, ma quello interno con da una parte le forze democratiche e riformiste e dall’altra i movimenti autoritari, razzisti e nazionalisti che vogliono contrastare i cambiamenti sociali e demografici attualmente in corso con soluzioni estremiste ed anacronistiche.

Anche per il Ministro delle Finanze Schäuble, CDU, “la demagogia ed il populismo non sarebbero un problema puramente Americano, ma di tutto l’Occidente”. A preoccupare quello fra i consiglieri più fidati di Angela Merkel, è la bassa qualità del dibattito politico in corso in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia, ma anche, e soprattutto in Germania. Qui si assiste alla svolta a destra della CSU bavarese – partito locale consociato alla CDU e parte della coalizione al governo –  e alla continua crescita di AfD – il movimento anti-Europeo e anti-Immigrazione che ha ormai raggiunto uno stabile 13% a livello nazionale. Contrastare questa svolta “populista” in Germania deve diventare, per due fra i più importanti esponenti del governo, la priorità del Governo di Berlino.

Eppure, nonostante queste prese di posizione, il paese rimane preoccupato. Secondo infatti un sondaggio promosso dal “Bild am Sonntag”, il 66% dei tedeschi sono convinti che proprio le due leadership dei Partiti di governo – CDU e SPD appunto – non stiano prendendo troppo seriamente le preoccupazioni che arrivano dall’elettorato. Anche se il 53% esclude che questo possa portare, in Germania, all’elezione a cancelliere di un populista “alla Trump”, questo basta per far gridare vittoria a Frauke Petry. Il segretario dell’AfD, ha difatti affermato che “i problemi che affligono la classe media in America e che hanno portato alla vittoria di Trump sono gli stessi che l’affliggono in Europa” ovvero: Tasse e Immigrazione.

Sulla stessa riga si muove, in maniera più moderata, la CSU. Questa auspica, nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, un forte irrigidimento nelle politiche di accoglienza dei profughi, trovando una sponda nelle correnti più conservatrici della CDU stessa. In particolare il segretario e governatore della Baviera Horst Seehofer, ha dichiarato recentemente che non appoggerà un quarto governo Merkel, qualora questo, peraltro molto probabile, non cambi completamente rotta sull’immigrazione.

Se la destra si scatena, molti ambienti liberali tedeschi, ed Europei, sottolineano come proprio la Cancelliera ricopra ora, in Europa e in Occidente, il ruolo di “anti-Trump”. Questo è il giudizio dello storico Paul Nolte per il quale “l’attività politica di Angela Merkel rappresenta quella trasformazione silenziosa che sta avendo la società tedesca, più attenta ai problemi ambientali e sociali della contemporaneità” ponendo la Cancelliera di traverso a quegli atteggiamenti di chiusura e ritorno al passato che contraddistinguono Trump ed i suoi sodali Europei. Eppure, sottolineano vari analisti, la Cancelliera e la Germania da sole non bastano per far fronte agli effetti possibilmente negativi di una presidenza Trump: serve, soprattutto, l’Europa.

Su questo tema si è espressa il Ministro della Difesa tedesco e politico CDU Ursula von der Leyen, da molti vista come probabile futura cancelliera dopo Angela Merkel. In una lettera aperta al Tagesspiegel berlinese successiva alle elezioni, il Ministro ha sottolineato come le elezioni americane sono la dimostrazione che l’Europa non possa continuare ad avere un ruolo defilato nel panorama internazionale e che, in funzione anche di contrasto ad un possibile asse Trump-Putin, questo passa anche per un meccanismo di Difesa Europea congiunta. Solo in questo modo, sempre secondo il Ministro, l’Europa può farsi carico di supportare piani di stabilizzazione e sviluppo in Africa e Medio Oriente, anche indipendentemente dalla Nato. L’idea di von der Leyen, peraltro condivisa da ambienti politicamente trasversali in Germania come in Europa, è di un continente capace di occuparsi delle crisi nei paesi a lei vicini, ma, soprattutto, capace di esercitare la sua forza geopolitica indipendentemente dall’alleato americano.

Maggior integrazione Europea, accoglienza degli Immigrati, aperture sociali rimangono quindi il fulcro dell’attività di governo della Germania anche in vista della scadenza elettorale del 2017. Che queste politiche continuino a trovare l’appoggio dell’elettorato tedesco, è la grande scommessa di Berlino da cui dipende, e molto, anche il futuro dell’Europa.

LA FIRMA DELL’ISIS

AnsbachDopo la Francia, è la Germania a finire nell’incubo del terrorismo islamico, complice anche la propaganda mediatica e la disinformazione che trasforma ogni folle in un seguace dell’Isis.
Un nuovo attentato compiuto da uno squilibrato in Germania, l’attentatore intendeva colpire per “fermare” il vicino festival musicale a cui partecipavano 2.500 persone. Un morto e 15 feriti, di cui 4 gravi, è questo il bilancio dell’attentato compiuto ad Ansbach, la vittima è l’attentatore, un rifugiato siriano con problemi psichici a cui non era stato concesso l’asilo. Si chiamerebbe Mohammed Delel e, secondo le autorità, stava per essere estradato in Bulgaria. Il 27enne voleva far esplodere l’ordigno, in uno zainetto, nei pressi di un concerto ma lo scoppio è avvenuto in un luogo vicino, e aveva in passato tentato più volte il suicidio. Era anche stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, ma non si esclude la matrice islamica poiché in uno dei cellulari del siriano è stato trovato un video in cui l’uomo minaccia di fare un attacco come rivalsa nei confronti dei tedeschi perché potrebbero distruggere l’Islam. In una prima traduzione, l’uomo dice di agire in nome di Allah. L’Isis ha rivendicato l’attacco.

E’ stato un week end che ha terrorizzato l’intera Germania da venerdì sera quando a Monaco un diciottenne tedesco iraniano, Alì Sonboly, recentemente ricoverato per disturbi psichiatrici ha aperto il fuoco in un centro commerciale, uccidendo nove persone e suicidandosi dopo aver tentato la fuga. A segnalare la sua identità alla polizia venerdì sera, è stato suo padre, Masoud, tassista, che da casa guardando la televisione ha riconosciuto il figlio nel filmato in cui lo si vede sparare davanti a McDonald’s. L’uomo si è quindi recato al commissariato di zona e ha avvertito gli agenti. Poco dopo la polizia lo ha informato che il figlio si era sparato alla testa.

Ansbach 2Ancora ieri un nuovo episodio di violenza ha sconvolto la Germania. Un ventunenne rifugiato siriano ha ucciso con un machete una donna incinta, dopo una lite, a Reutlingen (Baden-Wurttemberg), non lontano da Stoccarda ed ha ferito altre due persone, un uomo e una donna. Teatro dell’aggressione Listplatz, vicino ad un negozio di kebab dove lavorava la vittima.

Proprio ieri la Germania programmava di reclutare rifugiati nelle Forze armate della Repubblica federale, così come annunciato dal ministro della Difesa Ursula von der Leyen in una intervista alla Frankfurter Allgemeine am Sonntag.
Ma il Governo tedesco, nonostante i fatti di questi ultimi giorni, invita alla cautela e prosegue nell’apertura ai rifugiati. Angela Merkel ha detto di essere sconvolta per gli attacchi del weekend ad Ansback, Reuttlingen e Monaco, ma ha invitato a “non generalizzare nell’accusa di terrorismo nei confronti dei rifugiati”.
“La maggior parte dei terroristi che hanno compiuto attentati negli ultimi mesi non erano rifugiati”, ha detto la portavoce della Cancelliera Ulrike Demmer.

Libia, ‘un passo avanti’
Via al nuovo Governo

Migranti-MediterraneoIl primo a congratularsi per la nascita del governo di unità nazionale in Libia è stato il mediatore dell’Onu, il tedesco Martin Kobler al termine di un estenuante percorso che aveva visto l’impegno formale alla nascita del governo nel corso di un vertice a Skhirat, in Marocco, giusto un mese fa. Si spera che col nuovo governo si riesca ad arginare anche il flusso dei migranti. Nei primi 18 giorni di gennaio, sono arrivati in Grecia 31.244 migranti, pari a 21 volte gli arrivi di gennaio 2015


 

Il primo a congratularsi per la nascita del governo di unità nazionale in Libia è stato il mediatore dell’Onu, il tedesco Martin Kobler. La notizia è stata data dagli stessi libici al termine di un estenuante percorso che aveva visto l’impegno formale alla nascita del governo nel corso di un vertice a Skhirat, in Marocco, giusto un mese fa.

“Mi congratulo con il popolo libico e il Consiglio presidenziale – ha scritto in un tweet Kobler – per la formazione del governo di accordo nazionale. Esorto l’HoR”, il parlamento insediato a Tobruk, “a riunirsi prontamente” e “ad approvare il governo”. “Dopo una notte di trattative” gli ha fatto eco il nostro ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, è arrivato il varo del nuovo governo libico da parte del consiglio presidenziale libico. “Un passo avanti in una situazione ancora fragile”. “Ora serve ok parlamento”.

Entusiasmo molto contenuto dunque perchè sono tutti consapevoli dell’estrema fragilità del percorso in atto che vede una conflittualità latente delle diverse anime che compongono la Libia in quanto Stato peraltro oggi più espressione geografica che concreta istituzione statuale unitaria

È un “salto” in avanti ma ora “abbiamo davanti un duro lavoro”ha detto ancora il Rappresentante speciale per la Libia del Segretario generale Onu, commentando la formazione del nuovo governo libico in un comunicato della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil). La nota sottolinea che Kobler “dà fortemente il benvenuto alla formazione del Governo di accordo nazionale” quale “passo significativo nella ricerca di una fine delle divisioni politiche e del conflitto armato in Libia”. Citando parole dell’inviato Onu, l’Unsmil scrive che “questa è una genuina opportunità per i libici di riunirsi per costruire il loro Paese”. La formazione dell’esecutivo, aggiunge Kobler, “è un importante balzo sul sentiero verso la pace e la stabilità in Libia. Mi congratulo con il popolo libico. Abbiamo davanti un duro lavoro”. Kobler, aggiunge la nota, sottolinea la necessità di muoversi immediatamente verso il prossimo passo che è l’avallo del Governo di accordo nazionale da parte della “Camera dei rappresentanti (HoR)”: “Mi appello ai componenti dell’HoR e alla sua presidenza a porre gli interessi nazionali del Paese al di sopra di ogni altra considerazione e di riunirsi prontamente per discutere e approvare il proposto gabinetto ministeriale”.

Alla vigilia dell’annuncio libico il ministro della Difesa tedesco, Ursula von der Leyen, in un’intervista alla Bild aveva dichiarato rispondendo a una domanda sull’invio di truppe tedesche, che la Germania “non potrà evitare le proprie responsabilità”. Dovremo dare il “nostro contributo” aveva aggiunto. Parallelamente alla costituzione del nuovo Governo, è in corso uno sforzo collettivo internazionale che coinvolge non solo i tedeschi, ma anche le forze armate statunitensi, inglesi, francesi e italiane. Il New York Times ha scritto che “i militari americani sono stati a Misurata dove hanno stabilito link ‘militari e di intelligence’, come dice Abdulrahman Swehli, influente politico della città che aggiunge: ‘Non è un segreto’ che anche forze inglesi, francesi e italiane stiano cercando allo stesso modo di creare questi link con le fazioni libiche”. A spingere verso un intervento coordinato della comunità internazionale è la pressione delle milizie dell’autoproclamato Califfato dell’Isis. A fare paura è non soltanto l’espansione degli uomini di al- Baghdadi, ma anche le conseguenze stesse delle guerra con la pressione sulle popolazioni costrette a fuggire dalle loro case. Già all’epoca di Gheddafi, i flussi migratori spingevano sulla Libia come punto di partenza nel Mediterraneo e oggi sotto la pressione di Daesh, il fenomeno è divenuto esplosivo.

Proprio oggi sono arrivate cifre terrificanti. In nemmeno un mese, soltanto nei primi 18 giorni di gennaio, sono arrivati in Grecia via mare 31.244 migranti, pari a 21 volte gli arrivi per l’intero gennaio 2015 quando furono 1.472. La stima è dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim): “I numeri suggeriscono che gli arrivi marittimi in Grecia nel 2016 possano superare in modo significativo gli 853.650 migranti che sono arrivati in Grecia via mare nel 2015”.

In Italia il numero complessivo di arrivi nel 2015 è stato inferiore a quello registrato nel 2014, con 153.842 migranti contro i 170.100 dell’anno prima, ma se si considera il fatto che i siriani ora passano dalla Grecia in realtà il numero di migranti provenienti dall’Africa subsahariana è sostanzialmente raddoppiato rispetto al 2014. Quanto alle vittime di questo fenomeno di proporzioni bibliche, nei primi 18 giorni di gennaio sono già almeno 77 i migranti morti nell’Egeo nel tentativo di raggiungere le coste della Grecia e 18 quelli che hanno perso la vita cercando di raggiungere le coste italiane.
La formazione del nuovo governo di unità nazionale in Libia “è un passo importante”, ma c’è ora “un enorme lavoro da fare”. Così l’ambasciatore Ibrahim Dabbashi, delegato della Libia all’Onu, che in un’intervista all’ANSA sottolinea come “ci si aspetta molto dall’Italia, che deve svolgere un ruolo fondamentale” per il futuro del Paese.

LA RAF CONTRO L’ISIS

Tornado 2 gbMentre i primi Tornado britannici cominciavano a bombardare le posizioni dell’Isis in Siria dopo il via libera della Camera dei Comuni, lo scontro tra Putin ed Erdogan si arricchiva di un nuovo capitolo. “Se pensano di cavarsela con quattro pomodori, si sbagliano”. Non c’è andato giù tenero il presidente russo Valadimir Putin con il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan, lasciando intendere che l’abbattimento del jet russo sui cieli della Siria a opera di un F-16 turco costerà al Governo di Ankara, qualcosa di più che le semplici sanzioni. Una minaccia che potrebbe essere spiegata alla luce delle pesanti accuse, con tanto di foto satellitari, lanciate ieri da Mosca al presidente turco, ai suoi famigliari e al più stretto entourage, di contrabbandare il greggio dell’Isis non solo per sostenere il Califfato, ma anche per ricavarne un guadagno economico personale. Un attacco che va dunque oltre il perimetro delle relazioni tra i due Paesi e che sembra diretto a indebolire l’immagine interna di Erdogan che proprio nelle ultime elezioni – grazie anche a una campagna in cui ha radicalizzato al massimo le posizioni politiche utilizzando un supposto pericolo curdo per la sicurezza dello Stato – ha ottenuto una straripante vittoria mancando per un soffio la maggioranza assoluta dei seggi.

"I Rockfeller di Raqqa: come l'IS contrabbanda il suo petrolio"

“I Rockfeller di Raqqa: come l’IS contrabbanda il suo petrolio”

“Se qualcuno pensa – ha detto oggi Putin nel suo discorso alla nazione – che la reazioni della Russia saranno limitate alle sanzioni commerciali, si sbaglia di grosso”. “Non dimenticheremo l’abbattimento del jet russo” perché la leadership turca è responsabile per la morte dei militari russi in Siria. A ruota il ministro dell’energia russo Aleksandr Novak, ha aggiunto che i negoziati per il gasdotto russo-turco Turkish Stream sono sospesi e che resta aperta anche la questione della costruzione della prima centrale nucleare turca. Un altro nodoso bastone lo ha agitato nelle stesse ore il consigliere presidenziale per la cooperazione tecnico-militare Vladimir Kozhin comunicando che Mosca ha cominciato a fornire all’Iran i sistemi di difesa anti aerea S-300.Un comunicato che segue di pochi giorni – subito dopo l’abbattimento del Sukhoi SU-24 – la notizia della fornitura alle basi russe in Siria delle batterie di S-400, come a dire che Ankara deve stare ora molto attenta ai suoi aerei.

Alle accuse russe Erdogan ha risposto oggi che è la Russia che commercia petrolio con l’Isis e che la Turchia ha le prove del coinvolgimento russo nel contrabbando di greggio.

Il vice ministro della Difesa russo, Anatoli Antonov aveva affermato ieri che Erdogan e la sua famiglia, nonché le più alte autorità politiche della Turchia sono coinvolti nel “business criminale del traffico illecito di petrolio proveniente dai territori occupati dall’Isis in Siria e in Iraq. Antonov ha quindi definito la Turchia “il consumatore principale di questo petrolio rubato ai proprietari legittimi della Siria e dell’Iraq”. La Russia sostiene di aver individuato tre percorsi attraverso i quali il petrolio dell’Isis giunge in Turchia. “Sono state individuate – ha detto il vice capo di Stato maggiore russo, Serghiei Rudskoi, durante un vertice delle autorità militari – tre rotte principali per il trasporto del petrolio verso il territorio turco dalle zone controllate dalle formazioni dei banditi in Siria e in Iraq”.

I proventi dell’Isis dal traffico illegale di petrolio ammontano a due miliardi di dollari l’anno, sostiene Antonov, precisando che i jihadisti si servono di questo denaro “per arruolare militanti in tutto il mondo, equipaggiandoli con armi, attrezzature militari e armamenti”. Decisa la presa di posizione del Pentagono. “Rifiutiamo categoricamente l’idea – ha commentato il portavoce Steve Warren – che la Turchia stia lavorando con l’Isis. La Turchia partecipa attivamente ai raid della coalizione contro i jihadisti”.

Al di là delle smentite ufficiali, restano pero le perplessità sollevata anche da parte americana, sulla ‘permeabilità’ della frontiera siriana con la Turchia nel tratto di territorio controllato dall’Isis; una frontiera lunga appena 100 chilometri, ma piena di ‘buchi’. Alle accuse Ankara ha risposto affermando che sta facendo tutto il possibile e sta dislocando ‘barriere fisiche’ su quel tratto di confine e che lavora con gli alleati della coalizione, per “rimuovere il Daesh” dalla frontiera.

Oggi – secondo quanto ha detto un portavoce del ministero della Difesa di Londra – i Tornado della RAF “hanno compiuto le prime operazioni offensive, durante le quali sono stati effettuati dei bombardamenti”.

L’ok del Parlamento di Londra è arrivato nella tarda serata di ieri. A favore ci sono stati i voti di 397 deputati mentre 223 hanno votato contro. Secondo un conteggio ufficioso, almeno 174 laburisti hanno votato assieme ai conservatori del primo ministro David Cameron nonostante la linea ufficiale di Corbyn fosse per il No. Il leader laburista, consapevole dell’orientamento favorevole di molti parlamentari, ob torto collo aveva lasciato ‘libertà di voto’, ma quanto accaduto conferma la distanza tra il gruppo parlamentare e il vertice del partito. Corbyn ha dalla sua però i sondaggi di opinione che dipingono un orientamento contrario al coinvolgimento militare in Siria della maggioranza della popolazione.

Nel frattempo il governo turco ha consentito alla Francia l’uso del proprio spazio aereo per portare avanti i raid anti Isis e oggi è arrivata in Turchia il ministro della difesa tedesco, Ursula von der Leyen, per incontrare il proprio omologo turco Ismet Yilmaz. La visita a 2 giorni di distanza dall’approvazione da parte del governo di Angela Merkel, dell’invio di 6 aerei Tornado da ricognizione, un velivolo da rifornimento, una fregata e 1200 soldati che andranno a rinforzare la coalizione anti-Isis.
Dei 1200 uomini che la Germania impiegherebbe nella lotta all’Isis, 550 verrebbero mandati subito in Turchia. Si tratterebbe di personale tecnico, piloti e meccanici e ingegneri addetti alla manutenzione dei mezzi da guerra. I restanti 650 militari dovrebbero essere invece impegnati al fianco dei francesi sul terreno.