Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Us Open, l’Atp: è Stan Wawrinka l’uomo
da battere

stanislas_wawrinkaFinale Atp degli Us Open 2016 come quella del Roland Garros 2015 tra Stan Wawrinka e Novak Djokovic. Se lo svizzero è sembrato decisamente ispirato e al top della condizione fisica, il serbo ha accusato diversi problemi fisici che lo hanno pregiudicato proprio soprattutto nella finale, dove ha ceduto nettamente per 6/3 al quarto set. Con sportività ha riconosciuto il valore superiore in campo dell’elvetico, che ha giocato mettendogli molta pressione addosso con grande  intensità e precisione; nonostante tutti gli sforzi di Nole, che comunque ha espresso una qualità di tennis sempre molto alta tentando di tutto.

Dopo il primo set in cui è andato in vantaggio, pur sprecando qualche occasione, il serbo avrebbe dovuto continuare ad essere incisivo; invece ha diminuito un po’ la pressione, allungando gli scambi e rimettendo in gioco Wawrinka, che ha fatto male soprattutto con il potente rovescio lungolinea. Il serbo ha mancato diverse chances (per sua stessa ammissione) e di questo si è preso tutta la responsabilità: nel primo parziale, ad esempio, dal 5-2 si è fatto rimontare sino al 5-5, sebbene abbia giocato un tie-break impeccabile vincendolo per 7 punti ad 1. Tuttavia la sua colpa maggiore è non aver proseguito cercando di chiudere lo scambio con pochi passaggi e auspicando subito la soluzione vincente. Bravo poi lo svizzero (e testa di serie n. 3) ad imporsi sempre più in campo; sfruttando le condizioni fisiche non al top del serbo, che ha chiesto l’intervento del medico più volte. Due time out medici che hanno ricordato il periodo difficile che sta vivendo Djokovic, con continui problemi fisici alla spalla (tanto che anche il servizio ne ha risentito, servendo meno facilmente al suo livello standard), al polso e al piede destro.

Ḕ stata in particolare la diversa entità della percentuale di vincenti (tutta a favore di Stan) a fare la differenza ad ogni modo. Molta amarezza per Nole: un vero peccato perché non ha potuto sfruttare la fortuna che era volta a suo favore (ma non avrebbe davvero potuto fare di più), ovvero i ritiri in serie dei suoi avversari; resta comunque il n. 1 al mondo, ma lo svizzero si candida ad essere il principale contenditore della leadership, oltre che il legittimo erede di Federer. Dopo il bye al primo turno, Nole ha visto il forfait di Vesely, poi il ritiro dopo aver giocato soli 6 games del russo Youzhny sul 4-2 a suo favore; Novak è andato a vincere in tre set netti, successivamente, contro Edmund (per 6/2 6/1 6/4); inseguito nel match contro Tsonga anche il francese è stato costretto a lasciare il campo per un problema al ginocchio senza neppure giocare il terzo set: una partita finita sul 6/2 6/3. Approdato alla semifinale con facilità, qui ha incontrato la new entry che ha dato più spettacolo: Gael Monfils. Oltre al fatto di aver fatto registrare la presenza di ben tre francesi nei quarti (da record), insieme a Tsonga appunto e a Pouille (suo avversario diretto, che ha sconfitto per 6/4 6/3 6/3), il transalpino ha fatto parlare di sé anche per altri motivi; oltre che per il traguardo raggiunto e per il miglioramento della tecnica tennistica, è stato il suo atteggiamento discutibile contro Djokovic ad aver attirato le attenzioni su di lui.

Forti critiche gli sono arrivate per aver giocato con svogliatezza per quasi due set e mezzo, quasi avesse rinunciato consapevole della maggiore e netta superiorità del serbo; ha rischiato quasi che l’arbitro di sedia aprisse il codice del regolamento per comportamento antisportivo, il che ha fatto innervosire molto il n. 1 al mondo, già parecchio teso. Più difficile, invece, l’accesso alle finali di Wawrinka, che ha battuto in successione avversari del calibro dei ritrovati Del Potro (ai quarti per 7/6 4/6 6/3 6/2) e Nishikori in semifinale (che ha eliminato niente di meno che Andy Murray ai quarti, dopo una dura lotta sino al quinto set), dopo due match duri contro Ewans (in rimonta al quinto set) e Marchenko (al quarto). Guidato da Magnus Norman, ha un gioco davvero pericoloso per tutti. Della finale, tuttavia, oltre alle palle break non realizzate né sfruttate da Djokovic, resterà il momento della premiazione. Proprio come alla finale del Roland Garros del 2015, la parte migliore è stata la sincera e profonda amicizia trasparsa tra i due, un legame esistente da tempo.

Entrambi umili, sinceri ed onesti, leali e sportivi nel riconoscere che questo traguardo raggiunto da Wawrinka è frutto di duro lavoro che da anni sta svolgendo su di sé. Ma Stan non era lì per prendersi solamente i meriti e i complimenti. Dopo aver ringraziato tutto il suo staff, con allenatore, famiglia e fidanzata tutti presenti sugli spalti (a cui ha riconosciuto la pazienza di supportarlo e sostenerlo sempre nonostante un carattere non facile, sempre al suo fianco in tutti i momenti più difficili), lo svizzero ha ricordato che nella vita ci sono cose più importanti, rivolgendo un pensiero alle vittime della strage dell’11 settembre, di cui si celebrava la ricorrenza, a dieci anni di distanza: proprio nella data della stessa giornata in cui i due aerei si sono schiantati sulle Torri gemelli, in cui per l’America tutto è cambiato in pochi istanti, nello stesso giorno si è giocata la finale maschile. Campione di umanità con Nole, Stan si candida insieme a lui (e assieme a Murray) per il Master di fine anno, accedendovi di diritto. Problemi ancora per Nadal, invece, che ha perso da Pouille al quarto turno in 5 set (8 a 6 del tie-break dell’ultimo set). Inoltre acquista la nomea, con Rafa, di giustiziere degli italiani: se lo spagnolo ha battuto, come a Rio, al primo turno Andreas Seppi, lo svizzero ha spento i sogni e le speranze di Alessandro Giannessi al secondo turno, dove si è interrotta la corsa anche di Fabio Fognini per mano di Ferrer (l’azzurro si è arreso per 6/4 al quinto set). Quest’anno il cielo americano non ha portato fortuna ai nostri atleti, in compenso si è constatata la certezza e la sicurezza di avere un talento insidioso per tutti come Wawrinka, anche se Nole non molla, non cede e non è disposto a concedere facilmente il posto nel suo trono in cima al ranking mondiale.

Se riuscirà a tenere e resistere fino a dicembre, durante la pausa prima della nuova stagione potrebbe avere quel tempo necessario per recuperare energie preziose di cui ora ha bisogno, per ritornare dopo a dominare e vincere incontrastato come al suo solito con più tranquillità e maggiore distacco.

Barbara Conti

Il Wta di New Haven
avvia gli Us Open

Petra KvitovaDal torneo Wta di New Haven nel Connecticut arrivano le conferme dei nomi delle giocatrici che potrebbero essere le possibili outsiders contro la favorita Serena Williams, un po’ in affanno. Tra queste tenniste compaiono decisamente Lucie Safarova e le ritrovate Caroline Wozniacki e Petra Kvitova. È stata quest’ultima, testa di serie n. 2, a vincere dopo il forfait della rumena Simona Halep (testa di serie n. 1) sulla n. quattro del seeding Lucie Safarova. Un match portato dalla Kvitova al terzo set. Petra si fa sorprendere nel primo set, che perde al tie break per 7/6(6). Forse fatica a trovare la giusta regolarità e sensibilità sulla racchetta dato il gioco variato e “senza peso”, con palle molto lavorate e non potenti e piatte, della Safarova, difficili da spingere, che la costringono all’errore cercando di forzarle.

Soprattutto la Kvitova capisce che deve rischiare di più e così accorcia gli scambi, avanza di più a rete. Serve bene e sfrutta la potenza dei suoi colpi per spostare l’avversaria da fondo campo e impedire che vari per prima. Sicuramente il cemento è una superficie favorevole alla Kvitova, che sembra decisamente ispirata e in forma, davvero temibile anche agli Us Open, anche per Serena Williams. Tanto che dilaga nei successivi due set in finale contro la Safarova appunto, impartendole un doppio netto 6/2 senza troppe possibilità di via d’uscita per la sua avversaria, schiacciata dalla maggiore incisività della vincitrice. Un match che diventa a senso unico e che conferma il buon momento di forma della Kvitova, che già veniva da un’ottima partita disputata contro Caroline Wozniacki, testa di serie n. 3, in semifinale, battuta per 7/5 6/1. Anche qui nel secondo parziale non c’è storia per la danese.

Uno show tutto della Kvitova a cui riesce tutto. Eppure la Wozniacki crea molte occasioni buone per rimontare il punteggio. La danese di certo sembra ritrovata, ma dovrebbe rischiare qualcosina di più in attacco a rete, mentre il suo è un gioco ancora troppo di recupero da fondo campo. Spende molto, corre e recupera parecchi colpi in ogni angolo del campo, ma dovrebbe sfruttare i suoi validi e solidi fondamentali per scorciare gli scambi; tra l’latro ha anche un servizio che glielo permetterebbe. Questo le ha impedito l’accesso alla finale, mentre si è resa protagonista di un match eccezionale contro Roberta Vinci, che ha dominato in tre set col punteggio di 6/4 6/7(6) 7/6(7). Tutto questo pone ancora più attenzione sull’ultimo dei Grand Slam in cui vedremo se la Kvitova riuscirà a replicare l’esito molto positivo al torneo di New Haven, se anche qui Roberta Vinci saprà farsi valere e se la danese Caroline Wozniacki riuscirà a riemergere dal proprio torpore e tornare ai livelli che le furono propri all’inizio del 2014.

E se la Safarova, nonostante il suo gioco più di sicurezza e meno di effetto, saprà comunque rendersi insidiosa e lottare alla pari con il talento e la potenza esplosiva di tenniste più prestanti fisicamente quali Serena Williasm e Petra Kvitova stessa. Fa piacere comunque rivedere “risorgere” le doti agonistiche della Kvitova, che si era un po’ oscurata e rimasta in penombra. Che sia un ritorno alla luce anche agli Us Open con un battezzo cominciato da New Haven? Le carte le ha tutte. Staremo a vedere. Intanto i preliminari a ‘Flushing Meadows’ a New York sono stati archiviati e si è già iniziato a giocare e a fare sul serio. Soprattutto dopo il ritiro per infortunio alla gamba destra della russa Maria Sharapova, testa di serie n. 3. La tennista siberiana ha annunciato che tornerà a giocare in Asia.

Ba.Co.

Ivanovic e S. Williams,
regine indiscusse

US-Open-Serena-WilliamsUna stagione tennistica dominata sempre dalle stesse regine indiscusse della racchetta. Il tennis diventa sempre più mondiale. Dall’America, dove si sono tenuti gli US Open (l’ultimo dei 4 Grand Slam), si è spostato in Giappone per il WTA di Tokyo (l’ATP 500 di Tokyo, invece, si terrà in questa settimana). Dominano, però, sempre le stesse regine incontrastate della racchetta. Il viaggio del tennis, inoltre, continuerà in Cina, prima con il WTA di Wuhan e l’ATP di Shenzhen, poi nella capitale cinese di Pechino, di nuovo con le campionesse mondiali. Tra queste ultime ci sono sempre loro: Serena Williams, che si è aggiudicata gli US Open, battendo in finale Caroline Wozniacki e confermandosi in pianta stabile al vertice della classifica.

E poi la danese stessa, che sembra aver recuperato tutto il suo “smalto” più lucente (e non solo sulle unghie: sempre elegante nei coloratissimi abiti firmati Adidas, come tutte le tenniste si contraddistingue anche per il suo look curato nei minimi dettagli, compreso lo smalto appunto). La foggia è quella di chi è stata a lungo una ex numero uno del tennis (per 67 settimane, di cui 49 consecutive, nel 2010 e 2011). Attualmente è 7ª nel ranking WTA e può vantare ben 22 tornei vinti all’attivo, senza contare le numerose finali e semifinali raggiunte; soprattutto in questo 2014, particolarmente proficuo dal punto di vista professionale: dopo la vittoria nel torneo di Istanbul, dove ha battuto in finale Roberta Vinci con un doppio 6/1, è arrivata in semifinale a quelli di Dubai, Monterrey ed Eastbourne; per la maggior parte le ha perse tutte da “Serenona”, così come, ad esempio, a Montréal (per 4-6, 7-5, 7-5) e a Cincinnati (per 2-6, 6-2, 6-4).

Forte dell’assenza della più piccola delle sorelle Williams, che con un doppio 6/3 l’aveva battuta agli US Open, la vediamo arrivare in semifinale al torneo di Wuhan; qui incontrerà un’altra giovane promessa del tennis: la canadese Eugenie Bouchard. Nel frattempo, nel precedente torneo di Tokyo, abbiamo visto Caroline Wozniacki giungere in finale e perdere in due set contro un’altra delle 4 tenniste più forti al mondo: la serba Ana Ivanovic. Quest’ultima liquida la danese con un più che soddisfacente 6/2 7/6 (7-2). Una partita molto lottata ed equilibrata, nel gioco come nel punteggio che conta quanto un doppio tie-break. Uno dei più grandi cronisti del tennis, Gianni Clerici, definì “robotina” la Wozniacki, per il suo tennis a percussione diremmo, di estrema pressione e precisione, tanto che è stato coniato il termine “pushniacki” (dal verbo inglese “push”, spingere), per indicare la forza con cui colpisce la palla. Tuttavia lo stesso può ben dirsi della Ivanovic, che più volte è andata vicino all’impresa di sconfiggere Serena Williams, laddove poche tenniste sono riuscite.

La serba, infatti, ha iniziato il 2014 con la vittoria ad Auckland (sconfiggendo in finale Venus Williams per 6-2, 5-7, 6-4), ma era solamente l’inizio di una corsa destinata a non arrestarsi. Nel successivo torneo degli Us Open, poi, compie quasi un vero e proprio miracolo: batte Serena Williams agli ottavi in tre set (4-6, 6-3, 6-3), ma viene sconfitta dalla Bouchard in semifinale. Sarà l’unica vittoria su Serena, che la sconfiggerà sia a Roma che a Stanford, dove si aggiudica il titolo. A Monterrey, poi, vince sulla Wozniacki in semifinale e conquista il titolo sulla connazionale Jovana Jakšić con un facile match finito col punteggio di 6-2, 6-1. La serba arriva in finale anche al torneo di Stoccarda, ma perde in tre set dalla russa Maria Sharapova (un’altra delle giocatrici più forti al mondo), che rimonta una partita persa: la Ivanovic era avanti 6/3 3/1, ma la siberiana riesce ad aggiudicarselo in tre set (3-6, 6-4, 6-1). La Ivanovic vendicherà questa sconfitta agli Internazionali BNL d’Italia a Roma, dove batterà la Sharapova ai quarti.

Riesce, però, a compensare la poco soddisfacente esperienza sulla terra con una stagione sull’erba buona. Se a Parigi, al Roland Garros, perde al terzo turno; ed al torneo di Madrid è sconfitta ai quarti dalla futura finalista Simona Halep 2-6, 2-6, che perderà proprio da Maria Sharapova (ma la rumena, poi, si aggiudicherà il torneo di casa di Bucarest: vincendo in finale su Roberta Vinci con un netto 6/1 6/3), la serba conquisterà il torneo dell’Aegon Classic di Birmingham. Sembrava giusto trarre le conclusioni in questo momento della stagione tennistica, che è già molto avanzata. Abbiamo fatto questa carrellata di tornei e risultati per evidenziare che, pur avvicendandosi, a contendersi la vittoria sono sempre le stesse tenniste, sebbene a volte possa vincere l’una o l’altra, alternandosi. Serena Williams, Ana Ivanovic, Maria Sharapova, Caroline Wozniacki e Simona Halep. Affiancate da giovani quali Eugenie Bouchard, ad esempio; o dalle italiane, ci fa piacere sottolinearlo, quali: Roberta Vinci (arrivare diverse volte in finale non è facile), o Sara Errani (in finale agli Internazionali BNL d’Italia di Roma, dove è fermata solamente da problemi fisici), o Flavia Pennetta che, nonostante vari infortuni, ha vinto il torneo di Indian Wells.

Barbara Conti