Usa e Cina, un vantaggioso rapporto commerciale

Donald Trump è arrivato in Cina in visita ufficiale l’otto novembre scorso e se ne va dopo che sono stati firmati contratti, per un valore di 250 miliardi di dollari, da società Usa e cinesi nei settori dell’energia, manufatturiero e dell’aviazione. Insieme a Xi Jinping, Trump ha assistito alla firma dei 15 accordi (fra le compagnie americane, Goldman Sachs, Boeing, General Motors) e poi ha sollecitato la riduzione del deficit commerciale degli Usa con la Cina. A settembre scorso, il surplus commerciale della Cina con gli Usa ammontava a 34,6 miliardi di dollari. Trump ha affermato: “Dobbiamo immediatamente affrontare le pratiche sleali all’origine di questo deficit”. Il riferimento è stato fatto al furto di proprietà intellettuale, che da solo costa agli Usa e alle sue società almeno 300 miliardi di dollari l’anno, trasferimento di tecnologia forzosa e accesso ai mercati. Il presidente americano ha tuttavia precisato di non volersela prendere con la Cina. L’inquilino della Casa Bianca ha anche detto: “Chi può prendersela con un paese per trarre vantaggio da un altro per il bene dei suoi cittadini, quando con le precedenti amministrazioni americane è stato consentito che accadesse”.
Donald Trump non punta più il dito contro Pechino per le relazioni commerciali ‘molto ingiuste e sbilanciate’ tra Stati Uniti e Cina ma piuttosto contro i presidenti che lo hanno preceduto alla Casa Bianca. Così il presidente americano, nel suo colloquio a Pechino con Xi Jinping, cambia la prospettiva delle tradizionali critiche e minacce, mosse alla Cina per le politiche commerciali. Trump ha pure detto: “Sono gli Stati Uniti, che devono cambiare queste politiche, perché sono rimasti così indietro nel commercio con la Cina e, francamente, con molti altri Paesi”.

usa cinaLe affermazioni più concilianti sul fronte del commercio sono state accompagnate da parole di lode per il presidente cinese che Trump ha definito: “Un uomo veramente speciale”. Da parte sua, Xi ha detto: “E’ naturale che tra Washington e Pechino vi siano dei disaccordi”. Poi, ha sottolineato la necessità che lavorino insieme sulle questioni chiave. Trump ha affermato che vi è grande sintonia riguardo alla sicurezza nazionale dicendo: “Sono stato incoraggiato da tutte le mie conversazioni con il presidente Xi e siamo sulla stessa linea d’onda su molte cose quando si tratta di sicurezza: entrambi la vogliamo per i nostri Paesi e per il mondo”.
Dalla visita di Trump in Cina, si potrà dire che l’Orso americano e il drago cinese continuano un vantaggioso rapporto commerciale ed anche diplomatico sulla situazione globale, senza escludere i problemi procurati dalla Corea del Nord.

Salvatore Rondello

Usa, sale l’occupazione, ma meno del previsto

usa economia

L’economia statunitense crea meno posti di lavoro del previsto a ottobre. Nel mese in esame sono state aperte 261 mila buste paga nei settori non agricoli (non-farm payrolls), in netto aumento rispetto ai 18 mila di settembre (dato rivisto al rialzo rispetto alla lettura preliminare che aveva indicato un calo di 33 mila unità) ma ben al di sotto delle attese, pari a 325 mila unità. Lo riporta il Bureau of Labour Statistics, secondo cui gli occupati del settore manifatturiero sono aumentati di 24 mila unità (19 mila il consensus) dopo i +6 mila registrati a settembre (dato rivisto al rialzo rispetto ai -1.000 indicati in precedenza). Sorprende, invece, il tasso di disoccupazione che scende al 4,1%, vicino ai minimi di 17 anni, rispetto al 4,2% del mese precedente. Il numero di disoccupati totali cala di 281 mila a 6,520 milioni. Le retribuzioni medie orarie, infine, sono rimaste invariate a 34,4 dollari, come da attese.

Per quanto riguarda il deficit commerciale esso aumenta leggermente a settembre, passando da 42,8 miliardi a 43,5 miliardi, con un rialzo dell’1,7% rispetto a agosto. Gli economisti invece avevano previsto una crescita a 43,2 miliardi.

Dopo l’annuncio dei dati occupazione la borsa americana ha aperto in positivo. Il Dow Jones avanza dello 0,15% a 23.478 punti, lo S&P cresce dello 0,08% a 2.578 punti e il Nasdaq avanza dello 0,46% a 6.262 punti. Apple sale del 3% dopo la trimestrale. I listini Usa guardano ai dati sull’occupazione, che cresce di 261.000 posti, meno del previsto, mentre il tasso di disoccupazione arretra al 4,1%, il minimo da 17 anni.

Nord Corea: gli Usa mettono in pre-allerta i B-52

b52

Donald Trump mette in preallarme i bombardieri B-52: dopo le ripetute provocazioni della Corea del nord, il presidente americano ha chiesto alle forze armate di prepararsi ad avere i “re dei cieli” pronti ad agire “in 24 ore”. Basterà ora un semplice ordine per riattivare un livello di allerta che non si raggiungeva dal 1991, alla fine della Guerra fredda. L’allerta significa che una quarantina di B-52 Stratofortress, bombardieri in grado di trasportare ordigni nucleari e con un’autonomia fino a 14.000 chilometri, verrebbero piazzati su piazzole di cemento alla fine della pista della base di Barksdale, nel nord-ovest della Louisiana, pronti al decollo.

L’ordine di alzare il livello di allerta deve essere dal comandante delle forze strategiche, generale John Hyten, responsabile delle forze nucleari, o dal comandante del comando nord degli Stati Uniti, Lori Robinson, responsabile della difesa del territorio americano. La notizia della pre-allerta, non ancora confermata dal Pentagono, è stata data dalla Fox News, emittente vicina a Trump, che ha spiegato di averla appresa in via ufficiosa dal generale David Goldfein, ex vice capo del personale dell’Air Force: “È la dimostrazione che abbiamo fatto un altro passo in avanti nel prepararci a ogni evenienza”, ha dichiarato Goldfein, “non c’è nulla di già pianificato, non c’è un allarme specifico, ma la situazione è quella che è: dobbiamo tenerci pronti”. Di certo si sa che recentemente Trump ha dovuto firmare un ordine per richiamare in servizio un migliaio di piloti militari per i B-52 e altri velivoli. Nella base di Barksdale, in Louisiana, si sta ristrutturando un vecchio edificio in cemento dove saranno alloggiati un centinaio di piloti e avieri che dovranno restare in ‘stand by’ per un eventuale ordine di attacco. Verrà anche realizzata una sala per il relax, con tv, biliardo e un tavolo da gioco.

Gli Usa escono dall’Unesco per pregiudizi “anti Israele”

unescoGli Stati Uniti hanno notificato all’Unesco la loro uscita dall’organizzazione, la decisione sarà effettiva dalla fine del 2018 e gli Usa resteranno osservatori. In una dichiarazione diffusa dalla portavoce Heather Nauert, il dipartimento di Stato ha affermato che “la decisione non è stata presa alla leggera e riflette le preoccupazioni americane per i crescenti arretrati dell’Unesco, la necessità di riforme fondamentali per questa organizzazione e il continuo pregiudizio anti israeliano all’Unesco”. Ovvero a causa delle recenti risoluzioni che hanno condannato Israele e gli insediamenti, incluse quella su Hebron, in Cisgiordania, dichiarata parte del patrimonio storico palestinese, e l’altra sulla Città Vecchia di Gerusalemme.
Ma la decisione sarebbe legata anche alla somma – circa 500 milioni di dollari – che gli Usa devono all’Unesco da quando hanno sospeso l’erogazione dei fondi annuali nel 2011 per il riconoscimento della Palestina come stato membro dell’organizzazione, pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. In ogni caso non è la prima volta che gli Usa lasciano l’organizzazione, gli Stati Uniti avevano già lasciato una volta l’Unesco negli anni Ottanta, quando era presidente Ronald Reagan per rientrarvi vent’anni dopo sotto George Bush figlio.
“Mi rammarico profondamente per la decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Unesco, di cui ho ricevuto notifica ufficiale con una lettera del segretario di stato americano, Rex Tillerson”, si legge in un comunicato della direttrice generale dell’Organizzazione con sede a Parigi, Irina Bokova.
Il ritiro Usa dall’Unesco “a causa delle relazioni con Israele è una decisione “da apprezzare”. Lo ha detto via twitter, in una prima reazione da parte israeliana, l’ex ministro degli esteri e negoziatore capo, Tizpi Livni. “È un messaggio al mondo – ha proseguito – che c’è un prezzo alla politicizzazione, alla storia unilaterale e distorta”.
Nel frattempo a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

Trump e la riforma fiscale che aiuta i ricchi

trump fisco“Non ricevo nessun beneficio”. Il presidente Donald Trump  ha ripetuto questa frase  due volte, una dopo l’altra, come spesso fa per rendere le sue parole più rassicuranti. Il 45esimo presidente si riferiva alla proposta repubblicana sulla riforma fiscale sostenendo che  i ricchi come lui non riceveranno benefici perché il piano è indirizzato “ai lavoratori”.

Il problema è che i ricchi come lui riceverebbero la stragrande maggioranza dei benefici in almeno quattro modi. Verrebbero ridotte l’aliquota più alta dal 39.6 al 35 percento e le tasse  alle corporation dal 35 al 20 percento. L’Alternate Minimum Tax, la tassa minima applicabile anche ai ricchi che sfuggono al fisco mediante leggi labirintiche e l’Estate Tax (tassa sulla successione) verrebbero ambedue eliminate. Tutte queste quattro modifiche beneficerebbero i ricchi come Trump.

Il Center on Budget and Policy Priorities, di tendenze progressiste, ci dice che l’1 percento dei più ricchi riceverebbe la metà delle riduzioni fiscali della proposta, un framework, uno schema incluso in nove pagine. Ma anche Il Tax Policy Center, una Think Tank indipendente di Washington D.C. lo conferma sostenendo che la proposta fiscale produrrebbe “un taglio enorme” alle tasse dei più ricchi. Ci informano anche che le casse del tesoro perderebbero fra 3 e 7,8 trilioni di dollari in dieci anni.

Nel primo anno di operazione però il contribuente medio risparmierebbe 1.570 dollari mentre quelli dell’uno percento dei più ricchi risparmierebbero 130.000 dollari. Il 12 percento dei contribuenti con reddito annuo da 150mila a 300mila dollari riceverebbe un aumento di tasse perché perderebbero detrazioni che la proposta repubblicana eliminerebbe. Le tasse aumenterebbero anche per il 30 percento di contribuenti con reddito fra 50mila e 150mila dollari, anche qui per la perdita di detrazioni attuali.

Una di queste detrazioni consiste dell’eliminazione del SALT, le tasse locali e statali pagate in grande maggioranza dagli Stati liberal come la California, New York, New Jersey, Illinois, ecc. Dopo solo pochi giorni sembra che la leadership repubblicana abbia però indietreggiato sul SALT specialmente per le obiezioni di parlamentari repubblicani di questi Stati liberal che in grande maggioranza tendono a sinistra e nelle elezioni del 2016 hanno preferito Hillary Clinton a Trump.

Le classi basse riceverebbero qualche beneficio dato che la detrazione standard verrebbe aumentata (da 6.350 a 12.000 dollari) ma eliminerebbe la detrazione personale (4.050 dollari). Inoltre la progressività delle aliquote sarebbe ridotta da 7 a 3, aumentando però la più bassa dal 10 al 12 percento. La riduzione del numero delle aliquote si avvicina al “flat tax” e colpisce le classi meno abbienti.

La riforma fiscale repubblicana non tocca la diseguaglianza economica che negli ultimi due decenni è aumentata in maniera stratosferica. Non include l’aumento al salario minimo che aiuterebbe i più poveri, soprattutto le madri single.

La riforma fiscale annunciata consiste di un tentativo repubblicano di riprendersi dopo la batosta di avere fallito nella revoca della tanta odiata Obamacare, la riforma sulla sanità dell’ex presidente. Uno dei punti dolorosi per i repubblicani consiste delle tasse che Barack Obama aveva aumentato ai benestanti per coprire in buona misura la sanità medica ai poveri. Con la conquista della Casa Bianca e il controllo delle due Camere i repubblicani non dovrebbero avere difficoltà a “ricompensare” i loro grossi contribuenti. Alcuni come i fratelli Koch hanno già minacciato che non spenderanno più soldi in campagne politiche se i legislatori repubblicani non mantengono le promesse.

Abbassare le tasse è una di queste promesse ma non sarà facile. Lo sanno ed è per questo che la loro proposta sarebbe presentata con il meccanismo della “reconciliation” che focalizza il bilancio e non sarebbe soggetta al filibuster del Senato dove 41 dei 48 senatori democratici potrebbero facilmente bloccare un eventuale disegno di legge. Ma  la “reconciliation” che richiede solo una semplice maggioranza al Senato non funzionerà necessariamente. Tre senatori repubblicani potrebbero bloccare la proposta come si è visto con il tentativo di revocare Obamacare.

Fino al momento la retorica repubblicana che la loro proposta di ridurre le tasse farebbe i miracoli all’economia sembra poco credibile. Infatti, l’economia ereditata da Trump continua ad andare bene con una disoccupazione di poco più del 4 percento. L’importanza della riforma fiscale è dunque poco credibile e ci viene presentata dopo il tentativo della riforma sulla sanità che solo il 20 percento degli americani approvava. Ciononostante considerando la prevedibile compatta opposizione democratica ci vorrebbero solo tre senatori repubblicani per silurare la riforma fiscale esattamente com’è avvenuto con Obamacare.

Il piano sulle tasse “non è buono per me” ha ribadito Trump. Il problema è che noi non possiamo sapere esattamente perché il 45esimo presidente non ha reso noto la dichiarazione del suo reddito. Bisogna credere le sue parole. Trump completa spesso le sue asserzioni con “Believe me” (Credetemi). Lo fa perché riconosce che ciò che dice è poco credibile? Il New York Times e il Washington Post confermerebbero questa poca credibilità dato che continuano ad aggiungere nuove informazioni alla lista di cose non veritiere asserite dall’inquilino della Casa Bianca.

Domenico Maceri
PhD, University of California o vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La vittoria di Trump
e l’establishment democratico-repubblicano

donald-trump

Andrew Spannaus, autore del libro “Perché vince Trump. La rivolta degli elettori e il futuro dell’America”, sostiene che, al di là delle dichiarazioni politicamente poco corrette del nuovo presidente durante la campagna elettorale e dopo il suo insediamento a capo della Casa Bianca, le uniche messe in risalto dai mass-media americani ed europei, tutti schierati in pro della Clinton, Donald Trump si è posizionato a sinistra, “non solo della candidata democratica, ma anche del proprio partito”.

Trump, a parere di Spannaus, ha avuto buon gioco nei confronti dell’establishment democratico-repubblicano, da tempo ad uso ad esprimere candidati che, al di là delle differenze di “casacca”, hanno continuamente realizzato politiche improntate a “meno welfare, più finanza e più guerra”. Nelle ultime elezioni presidenziali, però, la rivolta degli elettori è stata più forte degli interessi delle multinazionali e dei politici a loro proni: in campo democratico, la rivolta è quasi riuscita a imporre Bernie Sanders; mentre, in quello repubblicano, Trump ha sconfitto i diversi candidati che gli sono stati opposti dal vecchio apparato del partito di appartenenza.

Da posizioni di sinistra riformista, Sanders è riuscito inizialmente a prevalere su Hilary Clinton, con una “campagna incentrata sulla battaglia contro Wall Street e le disuguaglianze della società causate dalla globalizzazione”. Alla fine, la Clinton ha prevalso, ottenendo la “nomination” nelle primarie, nonostante i molti dubbi nutriti dal proprio partito sulla sua capacità elettorale di battere il rappresentante del Partito repubblicano, e le perplessità di numerosi grandi elettori, consapevoli che “le etichette del passato” fossero “meno importanti del malcontento prodotto da decenni di stagnazione economica, incoronati da una crisi finanziaria che ha scosso le fondamenta dell’economia mondiale”.

Bernie Sander e Donald Trump – precisa Spannaus – sono persone molto diverse: il primo è un “vecchio attivista di sinistra” che si è sempre battuto “per l’uguaglianza contro le discriminazioni”; il secondo è un immobiliarista, un outsider della politica, portato a privilegiare “la provocazione e l’insulto per attirare attenzione su di sé”. Nonostante le diversità nell’impegno politico e nella comunicazione pubblica, i due candidati nella campagna elettorale, “non presi sul serio dal mondo politico americano”, hanno assunto rispetto all’establishment un atteggiamento comune, in quanto hanno identificato il sistema “come il principale avversario del popolo un’élite corrotta, piuttosto che collocarsi nella più consueta dialettica destra-sinistra”; entrambi, infatti, hanno “inveito” “contro Wall Street, contro i grandi interessi responsabili del lungo declino della classe media americana”.

I due candidati, partendo da posizioni di sinistra dei loro rispettivi partiti, hanno rappresentato entrambi l’espressione di “una rivolta degli elettori contro le difficoltà causate da decenni di stagnazione economica”. Sebbene, durante la campagna elettorale, fosse possibile identificare in superficie “alcuni tratti della normale dialettica ideologica tra democratici e repubblicani, Bernie Sanders difendeva i programmi di welfare State, in quanto realizzati dall’amministrazione del presidente uscente, proponendo un sistema sanitario totalmente pubblico e un ridimensionamento del potere dei mercati finanziari; Donald Trump, invece, prometteva la riduzione dell’imposizione fiscale e il ridimensionamento della riforma sanitaria di Obama, per un ripristino del libero mercato nella sanità. Le differenze erano assai limitate nella posizione critica che essi esprimevano riguardo alle cause della situazione economica interna e alla politica estera.

La fede nel libero mercato era da entrambi i candidati individuata come la causa prima della stagnazione economica interna; in particolare, Trump ha fatto della critica al libero mercato il motivo principale della sua campagna elettorale, sostenendo che esso, con la perdita di posti di lavori interni, aveva contribuito a rendere debole il Paese. Egli – afferma Spannaus – ha enfatizzato il processo di deindustrializzazione “ancora più di Sanders, rivolgendosi a un’area fondamentale dell’elettorato americano”, normalmente definita white workimg class; è questa l’area della “rusk belt” (la fascia della ruggine), che caratterizza il panorama industriale di Stati come Ohio, Indiana, Michigan ed altri, costituenti la parte centrale e settentrionale del Paese, in cui dal diciannovesimo secolo si era registrata la “più grande concentrazione di industria pesante negli Stati Uniti”.

Sulla stagnazione interna, quindi, Trump ha fondato la sua campagna elettorale, “rompendo con il Partito repubblicano”, che da decenni era fedele a “posizioni ideologiche ben definite sull’economia e sulla politica estera”, del tutto insensibile al fatto che per anni gli effetti negativi del processo di deindustrializzazione dell’economia americana fossero nascosti dai risultati che la “magia” dei mercati finanziari sembrava promettere agli elettori americani attraverso le illusione del trickle-down, o “effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”; ovvero la realizzazione di un benessere collettivo basato sull’assunto secondo il quale i benefici economici acquisiti dalle classi ricche favoriscono necessariamente, e ipso facto, anche l’intera società, compresa la “middle class” e le fasce di popolazione marginali e disagiate, tutte “vittime” del processo di deindustrializzazione.

Con la crisi del 2007/2008, l’assunto del trickle-down è stato smentito; ciò è accaduto – sostiene Spannaus – per via dell’implosione del mercato dei nuovi strumenti speculativi costituito dai “titoli derivati” (o “titoli strutturati”), il cui prezzo era basato sul valore di mercato di un altro strumento finanziario, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli derivati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della parte dell’economia reale assicurativa”, sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale.

Nel 2001, si è avuta una prima crisi dei mercati dei derivati, ma le società finanziarie hanno trovato un sostituto nei mutui, generando nel 2007/2008 la “bolla dei mutui subprime”, la cui gravità è consistita nel processo di finanziarizzazione imposta, oltre che all’economia americana, all’economia dei Paesi integrati nell’economia globale, i quali da dieci anni stanno subendo gli esiti negativi della Grande Recessione causata appunto dalla bolla dei mutui subprime.

In America, la bolla dei mercati immobiliari, verso i quali erano stati prevalentemente indirizzati i mutui, ha portato ad interventi pubblici a vantaggio delle banche coinvolte nella concessione dei mutui, alla formazione di una disoccupazione di lungo termine e alla soppressione di molti servizi pubblici per le classi più penalizzate dalla crisi. Con ciò sono nati movimenti di protesta, come quelli del “Tea Party” e di “Occupy Wall Street”. Anche presso chi non ha perso il lavoro, gli esiti della crisi hanno provocato una perdita di fiducia nel vecchio establishment, concorrendo alla creazione di un “mix potentissimo” di frustrazione nell’opinione pubblica americana che “i candidati outsider hanno sfruttato abilmente”.

In particolare, sul problema del malcontento interno, Trump ha “rotto”, come già si è detto, col Partito repubblicano, posizionandosi “al di fuori dai ranghi” del partito, sia sulla politica interna, che sulla politica estera. Sulla politica interna, egli ha condotto una campagna elettorale incentrata sulla necessità di “porre fine a un declino economico che dura da qurant’anni”; un declino che, a suo parere, ha comportato la perdita di posti di lavoro” e soprattutto lo smarrimento della classe media americana, pilastro dei successi che il Paese aveva conseguito, soprattutto dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

Sulla politica estera, Trump ha sfruttato il malcontento profondo maturato dall’elettorato americano nei confronti dei candidati di entrambi i partiti storici, che sostengono il ruolo degli USA come Paese guida a livello internazionale. Nel mondo politico americano, ma anche in quello occidentale – afferma Spannaus – i due grandi partiti dell’establishment si erano convinti di “poter gestire la politica senza preoccuparsi degli effetti a lungo termine su gran parte della popolazione. I due grandi schieramenti si scontravano su temi sociali e sul peso dello Stato in economia, ma non mettevano mai in discussione i meccanismi di base del sistema”, ovvero l’interventismo a livello internazionale quando la supremazia della Repubblica a stelle strisce fosse stata minacciata.

In conclusione, i problemi sollevati dalle candidature degli outsider, Sanders e Trump, nelle elezioni presidenziali statunitensi sono temi che non riguardano solo l’America, ma l’intero mondo globalizzato, in particolare qui Paesi ad economia di mercato e retti da istituzioni democratiche. Le strutture di potere di questi ultimi dovranno tener conto delle cause della rivolta degli elettori americani, in quanto esse non riguardano soltanto l’America, ma anche tutti le altre economie nazionali assoggettate, “obtorto collo”, alla posizione egemone degli USA. Ciò al fine di agire nelle opportune sedi internazionali, perché siano rimodulate le regole che sinora hanno funto da linee guida del processo di globalizzazione.

A prescindere dall’esito delle elezioni, i nass-media e i politologi, anziché contribuire a “demonizzare” solo lo stile fuori norma del politico Trump, dovranno vigilare contro le possibili sue derive politiche, soprattutto sul piano internazionale, e incalzare le classi politiche dei singoli Paesi maggiormente coinvolti dalla Grande Recessione, perché tengano in maggior conto la rivolta degli elettori al di là e al di qua dell’Atlatico; altrimenti, sarà inevitabile che in futuro la rivolta degli elettori sia ancora più forte, con effetti interni ed esterni difficili, non solo da prevedere, ma anche da prevenire.

E’ del tutto inutile pensare che, eleggendo Trump alla presidenza del loro Paese, molti americani abbiano fatto un “passo fuori dalla politica”, “tagliando i ponti col prima”. A parere di qualche osservatore, come ad esempio Furio Colombo in “Trump power”, gli elettori che hanno votato Trump, non avrebbero giudicato, ma avrebbero abbandonato la politica, “non con l’astensione ma con un voto deliberatamente distruttivo”. Pensare che gli elettori americani si siano comportati da sciocchi, solo perché, al di là della reazione ai disagi dovuti alla propensione dei poteri forti a voler preservare ed espandere ulteriormente la propria ricchezza, non avrebbero accettato d’essere governati dal nero Obama, significherebbe ipotizzare che gli americani si siano comportati come gli struzzi: ficcare la testa sotto la sabbia, sottraendosi alla necessità di comprendere una realtà economica e politica divenuta ormai non solo per loro insopportabile. Non è così; gli americani hanno scelto Trump sulla base di promesse riparatrici che quest’ultimo è assai dubbio potrà riuscire ad onorare.

Gianfranco Sabattini

 

Corea del Nord. Putin invita gli Usa alla calma

trump bandieraSi scaldano gli animi sul Pacifico. La Corea del Nord riparte in offensiva e sgancia un nuovo missile che anche stavolta, come appena tre settimane fa, sorvola il Giappone. Milioni di giapponesi sono stati svegliati dalle sirene di emergenza e da messaggi di testo d’allarme dopo che il missile è stato lanciato. I programmi televisivi del mattino hanno lanciato allarmi del tipo: “Precipitatevi in un edificio o in una cantina”. Subito dopo il premier nipponico Shinzo Abe ha affermato che il Giappone “non tollererà mai” questa “azione provocatoria che minaccia la pace nel mondo”. Il missile balistico lanciato stanotte dalla zona di Sunan è caduto a 2.000 km ad est da capo Arakura sull’isola giapponese di Hokkaido.
Da parte si Seul invece si risponde minacciando Pyongyang. Come in tempo di guerra l’esercito sudcoreano sei minuti dopo il test di Pyongyang ha lanciato due missili in un’esercitazione che ha simulato una rappresaglia contro il Nord. Uno dei due ordigni sudcoreani del tipo Hyunmoo-2 ha volato sul mare per 250 km, la distanza esatta per colpire la base di Sunan accanto a Pyongyang, ha informato un comunicato della Difesa di Seul. Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in assicura che il suo Paese ha la capacità di distruggere la Corea del Nord “in modo irrecuperabile”. Il dialogo con Kim Jong-un è “impossibile in una situazione come questa”, ha affermato Moon Jae-in dopo il nuovo test missilistico balistico di Pyongyang, il 19esimo quest’anno citato dall’agenzia di stampa Yonhap. “Nel caso la Corea del Nord lanci provocazioni contro di noi o i nostri alleati, abbiamo il potere di distruggere (chi le fa, ndr) in modo irrecuperabile. In situazioni come questa, il dialogo è impossibile. Sanzioni internazionali e pressioni spingeranno ancora di più la Corea del Nord a scegliere null’altro che la sua uscita dal percorso di un dialogo sincero”, ha dichiarato.
In risposta alla nuova provocazione di Pyongyang, Moon ha ordinato ai suoi militari di dare il via a test di missili balistici.
Subito dopo è stata convocata una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questo lunedì il Consiglio di Sicurezza aveva approvato all’unanimità nuove stringenti sanzioni contro la Corea del Nord, imponendo anche un tetto all’import di petrolio e mettendo al bando le esportazioni di tessile da Pyongyang. Un deterrente con cui non concorda molto Mosca, il Presidente Putin, già durante il forum economico di Vladivostok, ha confermato che Mosca non riconosce lo status di potenza nucleare alla Nord Corea. Putin respinge così la richiesta del collega sudcoreano Moon Jae-in di sostegno al taglio dell’export di petrolio verso la Corea del Nord al fine di spingere Pyongyang a tornare ai negoziati.
Dopo i fatti di oggi la Russia si dice profondamente preoccupata per le ulteriori azioni provocatorie della Corea del Nord e le condanna con forza perché possono portare a una escalation. Ciò detto, però, il portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova accusa gli Stati Uniti: “Purtroppo da Washington viene solo retorica aggressiva, noi desideriamo risolvere la situazione nella penisola coreana”. Tuttavia Washington sembra allarmato dal fatto che Pyongyang ha già l’arma nucleare e cerca solo di affinare i missili per poter provare di essere capace di colpire in ogni momento.
All’inasprimento dell’embargo (che però non ha tagliato le forniture di petrolio, unica misura che potrebbe paralizzare l’economia del Nord), Pyongyang aveva risposto ieri minacciando di “affondare con i missili nucleari le isole giapponesi” e di “ridurre in cenere e all’oscurità” gli Stati Uniti. Il missile che ha sorvolato Hokkaido questa mattina appare evidentemente come una nuova prova di quanto sia seria purtroppo la minaccia. Il vero obiettivo di Kim Jong-un è infatti Washington, non a caso quest’ultimo missile è stato sganciato quando il presidente Donald Trump ha reso noto parlando con i giornalisti sull’Air Force One, tornando a Washington dalla Florida che a novembre visiterà Corea del Sud, Giappone e Cina. Si tratta di Paesi tutti direttamente coinvolti nella crisi con la Corea del Nord

ISTERIA MILITARE

Army-Corea_UsaLa guerra non c’è, ma gli schieramenti sono pronti. La prima a prepararsi è la Corea del Sud che oggi ha condotto un’esercitazione navale a fuoco vero, due giorni dopo l’ultimo test nucleare di Pyongyang.
“Riteniamo che una capacità di carico illimitata per le testate missilistiche sia utile per rispondere alle minacce della Corea del Nord”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa Moon Sang-gyun.
Al momento infatti la Corea del Sud è in grado di lanciare missili con una gittata di 800 km e un carico di 500 kg. Le manovre di oggi mirano a “migliorare l’immediata risposta militare” a un eventuale attacco nord-coreano, ha spiegato il comandante della Marina sud-coreana, Choi Young-chan. “Se il nemico lancia una provocazione sopra o sotto l’acqua, risponderemo immediatamente per seppellirli sott’acqua”. Alle esercitazioni hanno partecipato la fregata Gangwon da 2500 tonnellate, una nave per i pattugliamenti da mille tonnellate, imbarcazioni ad alta velocità e navi con missili teleguidati. Tra i mezzi mobilitati anche i caccia F-15K e gli aerei da trasporto Cn-235. Il tutto sta andando avanti con il supporto e la regia degli Stati Uniti con cui sono anche previste esercitazioni congiuntenelle acque sud-coreane nei prossimi giorni. Seul ha annunciato un‘intesa con gli Stati Uniti per aumentare gittata e capacità di carico dei suoi missili balistici in modo da colpire con maggiore efficacia la Corea del Nord se dovesse esplodere un conflitto. Washington è così pronta già a fare accordi per potenziare gli armamenti bellici da vendere al Premier sudcoreano Moon Jae-in. “Il presidente Trump ha dato il suo benestare di principio per l’acquisto da parte della Corea del Sud di equipaggiamento bellico e armamenti per un valore di diversi miliardi di dollari” si legge nel comunicato diffuso dalla Casa Bianca, in cui non si fornisce alcun dettaglio sulla natura dei contratti.
Nel mirino di Pyongyang c’è proprio Washington. Gli Stati Uniti “riceveranno altri pacchi regalo dal mio Paese fino a quando faranno affidamento su imprudenti provocazioni e futili tentativi per mettere pressione sulla Corea del Nord”, è questo il monito lanciato da Han Tae-song, ambasciatore di Pyongyang presso la sede Onu di Ginevra, alla Conferenza sul disarmo promossa dalle Nazioni Unite. Per Han i “pacchi regalo” sono test nucleari e altre provocazioni.
Se dal Pacifico sono già pronti, dall’Europa iniziano a manifestarsi i primi timori. Il ministro francese della Difesa, Florence Parly, in un discorso ai militari e parlamentari transalpini all’Università estiva di Difesa a Tolone avverte sulla possibilità per Pyongyang di sviluppare missili balistici in grado di raggiungere l’Europa. “Lo scenario di una escalation verso un grande conflitto non può essere scartato”, ha aggiunto. Parly ha inoltre annunciato di aver deciso di “avviare un processo di armamento dei nostri droni di intelligence e di sorveglianza”. Nello specifico, ha spiegato, in un primo momento la decisione riguarderà i droni Reaper acquistati dagli Usa, e in un secondo momento anche il futuro drone europeo, per il quale saranno effettuati studi con Italia, Germania e Spagna.
La Russia intanto ha condannato il nuovo test atomico della Corea del Nord, ma allo stesso tempo Vladimir Putin ha spiegato che le sanzioni contro Pyongyang sono “inutili e non efficaci”. Parlando al termine del vertice dei Brics a Xiamen, in Cina, il presidente Putin ha scandito: “Intensificare, in queste condizioni, l’isteria militare è insensato, porta a un vicolo cieco”. Secondo Putin, si rischierebbe “una catastrofe globale, planetaria e un’enorme perdita di vite umane. Non c’è altra via che risolvere la crisi nordcoreana attraverso il dialogo pacifico”.
L’opinione del presidente russo è che l’intervento straniero in Iraq e Libia ha convinto il leader nordcoreano Kim Jong-un della necessità di dotarsi di armi nucleari per sopravvivere: “Mangeranno erba, ma non fermeranno i loro programmi fintanto che non si sentiranno sicuri”.
Ma da parte americana si è decisi a non “lasciar correre”. Oggi alla riunione del Consiglio di Sicurezza Onu, Nikky Haley, ambasciatrice americana all’Onu, chiede che le nuove sanzioni ai nordcoreani “siano le più pesanti mai imposte”, annuncia una nuova risoluzione contro la Nord Corea, che sarà presentata entro questa settimana e votata la prossima. Haley aggiunge anche che la Nord Corea “ci sta pregando di fare la guerra”, chiede di finirla con le “mezze misure”. Francia e Gran Bretagna sono d’accordo con gli americani sulla necessità di nuove sanzioni. Linea che è anche quella italiana, espressa dal Rappresentante permanente all’Onu, Sebastiano Cardi. A fare da portavoce nel Vecchio Continente è ancora una volta la Germania. “L’Europa ha una voce importante nel mondo, deve usarla”, dice Angela Merkel al Bundestag, e sottolineando che ci possa essere “solo una soluzione diplomatica e pacifica per la quale ci si deve impegnare con tutte le forze”.

Usa, esecuzione in Virginia
di un malato mentale

virginia esecuzione

A nulla è servita una campagna mondiale e i tanti appelli per riconoscergli i suoi problemi mentali. Nella scorsa notte italiana, William Morva è stato messo a morte nel centro correttivo di Greensville a Jarratt. Terry McAuliffe, il governatore democratico, non ha ceduto nonostante le pressioni di attivisti, avvocati, legislatori, esperti delle Nazioni Unite, tutti concordi nel sostenere che i crimini dell’uomo erano il risultato di una grave malattia mentale che gli ha reso impossibile distinguere tra illusioni e realtà. Morva era stato riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2006 di un vigilante di un ospedale e di un vicesceriffo.

Negli Usa, la pena di morte per le persone con ritardo mentale è stata messa al bando nel 2002 dalla Corte Suprema, ma resta applicabile per chi è invece affetto da malattia mentale. “Pur non equivalendosi ritardo mentale e malattia mentale – spiega Susan Lee, di Amnesty International, in un rapporto  pubblicato lo scorso anno dall’organizzazione per i diritti umani – i sintomi possono produrre conseguenze simili. Infatti, una persona affetta da malattia mentale e in preda al delirio può avere pensieri privi di logica e agire d’impulso. C’è quindi una profonda incoerenza tra l’escludere la pena di morte per persone con ritardo mentale e lasciarla in vigore per quelle con malattia mentale”.

Secondo la National Mental Health Association, i condannati con malattie mentali chiusi nei bracci della morte costituiscono dal 5 al 10% del totale dei 3.400 prigionieri in attesa di esecuzione. Col rischio che possa crescere sensibilmente il già drammatico numero di almeno cento prigionieri affetti da gravi forme di malattie mentali messi a morte dal 1977, in pratica quasi il 10% del totale delle esecuzioni nel Paese.

Neppure una settimana fa, gli abolizionisti avevano festeggiato la Mongolia diventato il 105esimo paese ad aver cancellato completamente la pena capitale dopo l’entrata in vigore, il 1 luglio, del nuovo codice penale.

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.