Corea del Nord. Putin invita gli Usa alla calma

trump bandieraSi scaldano gli animi sul Pacifico. La Corea del Nord riparte in offensiva e sgancia un nuovo missile che anche stavolta, come appena tre settimane fa, sorvola il Giappone. Milioni di giapponesi sono stati svegliati dalle sirene di emergenza e da messaggi di testo d’allarme dopo che il missile è stato lanciato. I programmi televisivi del mattino hanno lanciato allarmi del tipo: “Precipitatevi in un edificio o in una cantina”. Subito dopo il premier nipponico Shinzo Abe ha affermato che il Giappone “non tollererà mai” questa “azione provocatoria che minaccia la pace nel mondo”. Il missile balistico lanciato stanotte dalla zona di Sunan è caduto a 2.000 km ad est da capo Arakura sull’isola giapponese di Hokkaido.
Da parte si Seul invece si risponde minacciando Pyongyang. Come in tempo di guerra l’esercito sudcoreano sei minuti dopo il test di Pyongyang ha lanciato due missili in un’esercitazione che ha simulato una rappresaglia contro il Nord. Uno dei due ordigni sudcoreani del tipo Hyunmoo-2 ha volato sul mare per 250 km, la distanza esatta per colpire la base di Sunan accanto a Pyongyang, ha informato un comunicato della Difesa di Seul. Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in assicura che il suo Paese ha la capacità di distruggere la Corea del Nord “in modo irrecuperabile”. Il dialogo con Kim Jong-un è “impossibile in una situazione come questa”, ha affermato Moon Jae-in dopo il nuovo test missilistico balistico di Pyongyang, il 19esimo quest’anno citato dall’agenzia di stampa Yonhap. “Nel caso la Corea del Nord lanci provocazioni contro di noi o i nostri alleati, abbiamo il potere di distruggere (chi le fa, ndr) in modo irrecuperabile. In situazioni come questa, il dialogo è impossibile. Sanzioni internazionali e pressioni spingeranno ancora di più la Corea del Nord a scegliere null’altro che la sua uscita dal percorso di un dialogo sincero”, ha dichiarato.
In risposta alla nuova provocazione di Pyongyang, Moon ha ordinato ai suoi militari di dare il via a test di missili balistici.
Subito dopo è stata convocata una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questo lunedì il Consiglio di Sicurezza aveva approvato all’unanimità nuove stringenti sanzioni contro la Corea del Nord, imponendo anche un tetto all’import di petrolio e mettendo al bando le esportazioni di tessile da Pyongyang. Un deterrente con cui non concorda molto Mosca, il Presidente Putin, già durante il forum economico di Vladivostok, ha confermato che Mosca non riconosce lo status di potenza nucleare alla Nord Corea. Putin respinge così la richiesta del collega sudcoreano Moon Jae-in di sostegno al taglio dell’export di petrolio verso la Corea del Nord al fine di spingere Pyongyang a tornare ai negoziati.
Dopo i fatti di oggi la Russia si dice profondamente preoccupata per le ulteriori azioni provocatorie della Corea del Nord e le condanna con forza perché possono portare a una escalation. Ciò detto, però, il portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova accusa gli Stati Uniti: “Purtroppo da Washington viene solo retorica aggressiva, noi desideriamo risolvere la situazione nella penisola coreana”. Tuttavia Washington sembra allarmato dal fatto che Pyongyang ha già l’arma nucleare e cerca solo di affinare i missili per poter provare di essere capace di colpire in ogni momento.
All’inasprimento dell’embargo (che però non ha tagliato le forniture di petrolio, unica misura che potrebbe paralizzare l’economia del Nord), Pyongyang aveva risposto ieri minacciando di “affondare con i missili nucleari le isole giapponesi” e di “ridurre in cenere e all’oscurità” gli Stati Uniti. Il missile che ha sorvolato Hokkaido questa mattina appare evidentemente come una nuova prova di quanto sia seria purtroppo la minaccia. Il vero obiettivo di Kim Jong-un è infatti Washington, non a caso quest’ultimo missile è stato sganciato quando il presidente Donald Trump ha reso noto parlando con i giornalisti sull’Air Force One, tornando a Washington dalla Florida che a novembre visiterà Corea del Sud, Giappone e Cina. Si tratta di Paesi tutti direttamente coinvolti nella crisi con la Corea del Nord

ISTERIA MILITARE

Army-Corea_UsaLa guerra non c’è, ma gli schieramenti sono pronti. La prima a prepararsi è la Corea del Sud che oggi ha condotto un’esercitazione navale a fuoco vero, due giorni dopo l’ultimo test nucleare di Pyongyang.
“Riteniamo che una capacità di carico illimitata per le testate missilistiche sia utile per rispondere alle minacce della Corea del Nord”, ha detto il portavoce del ministero della Difesa Moon Sang-gyun.
Al momento infatti la Corea del Sud è in grado di lanciare missili con una gittata di 800 km e un carico di 500 kg. Le manovre di oggi mirano a “migliorare l’immediata risposta militare” a un eventuale attacco nord-coreano, ha spiegato il comandante della Marina sud-coreana, Choi Young-chan. “Se il nemico lancia una provocazione sopra o sotto l’acqua, risponderemo immediatamente per seppellirli sott’acqua”. Alle esercitazioni hanno partecipato la fregata Gangwon da 2500 tonnellate, una nave per i pattugliamenti da mille tonnellate, imbarcazioni ad alta velocità e navi con missili teleguidati. Tra i mezzi mobilitati anche i caccia F-15K e gli aerei da trasporto Cn-235. Il tutto sta andando avanti con il supporto e la regia degli Stati Uniti con cui sono anche previste esercitazioni congiuntenelle acque sud-coreane nei prossimi giorni. Seul ha annunciato un‘intesa con gli Stati Uniti per aumentare gittata e capacità di carico dei suoi missili balistici in modo da colpire con maggiore efficacia la Corea del Nord se dovesse esplodere un conflitto. Washington è così pronta già a fare accordi per potenziare gli armamenti bellici da vendere al Premier sudcoreano Moon Jae-in. “Il presidente Trump ha dato il suo benestare di principio per l’acquisto da parte della Corea del Sud di equipaggiamento bellico e armamenti per un valore di diversi miliardi di dollari” si legge nel comunicato diffuso dalla Casa Bianca, in cui non si fornisce alcun dettaglio sulla natura dei contratti.
Nel mirino di Pyongyang c’è proprio Washington. Gli Stati Uniti “riceveranno altri pacchi regalo dal mio Paese fino a quando faranno affidamento su imprudenti provocazioni e futili tentativi per mettere pressione sulla Corea del Nord”, è questo il monito lanciato da Han Tae-song, ambasciatore di Pyongyang presso la sede Onu di Ginevra, alla Conferenza sul disarmo promossa dalle Nazioni Unite. Per Han i “pacchi regalo” sono test nucleari e altre provocazioni.
Se dal Pacifico sono già pronti, dall’Europa iniziano a manifestarsi i primi timori. Il ministro francese della Difesa, Florence Parly, in un discorso ai militari e parlamentari transalpini all’Università estiva di Difesa a Tolone avverte sulla possibilità per Pyongyang di sviluppare missili balistici in grado di raggiungere l’Europa. “Lo scenario di una escalation verso un grande conflitto non può essere scartato”, ha aggiunto. Parly ha inoltre annunciato di aver deciso di “avviare un processo di armamento dei nostri droni di intelligence e di sorveglianza”. Nello specifico, ha spiegato, in un primo momento la decisione riguarderà i droni Reaper acquistati dagli Usa, e in un secondo momento anche il futuro drone europeo, per il quale saranno effettuati studi con Italia, Germania e Spagna.
La Russia intanto ha condannato il nuovo test atomico della Corea del Nord, ma allo stesso tempo Vladimir Putin ha spiegato che le sanzioni contro Pyongyang sono “inutili e non efficaci”. Parlando al termine del vertice dei Brics a Xiamen, in Cina, il presidente Putin ha scandito: “Intensificare, in queste condizioni, l’isteria militare è insensato, porta a un vicolo cieco”. Secondo Putin, si rischierebbe “una catastrofe globale, planetaria e un’enorme perdita di vite umane. Non c’è altra via che risolvere la crisi nordcoreana attraverso il dialogo pacifico”.
L’opinione del presidente russo è che l’intervento straniero in Iraq e Libia ha convinto il leader nordcoreano Kim Jong-un della necessità di dotarsi di armi nucleari per sopravvivere: “Mangeranno erba, ma non fermeranno i loro programmi fintanto che non si sentiranno sicuri”.
Ma da parte americana si è decisi a non “lasciar correre”. Oggi alla riunione del Consiglio di Sicurezza Onu, Nikky Haley, ambasciatrice americana all’Onu, chiede che le nuove sanzioni ai nordcoreani “siano le più pesanti mai imposte”, annuncia una nuova risoluzione contro la Nord Corea, che sarà presentata entro questa settimana e votata la prossima. Haley aggiunge anche che la Nord Corea “ci sta pregando di fare la guerra”, chiede di finirla con le “mezze misure”. Francia e Gran Bretagna sono d’accordo con gli americani sulla necessità di nuove sanzioni. Linea che è anche quella italiana, espressa dal Rappresentante permanente all’Onu, Sebastiano Cardi. A fare da portavoce nel Vecchio Continente è ancora una volta la Germania. “L’Europa ha una voce importante nel mondo, deve usarla”, dice Angela Merkel al Bundestag, e sottolineando che ci possa essere “solo una soluzione diplomatica e pacifica per la quale ci si deve impegnare con tutte le forze”.

Usa, esecuzione in Virginia
di un malato mentale

virginia esecuzione

A nulla è servita una campagna mondiale e i tanti appelli per riconoscergli i suoi problemi mentali. Nella scorsa notte italiana, William Morva è stato messo a morte nel centro correttivo di Greensville a Jarratt. Terry McAuliffe, il governatore democratico, non ha ceduto nonostante le pressioni di attivisti, avvocati, legislatori, esperti delle Nazioni Unite, tutti concordi nel sostenere che i crimini dell’uomo erano il risultato di una grave malattia mentale che gli ha reso impossibile distinguere tra illusioni e realtà. Morva era stato riconosciuto colpevole degli omicidi nel 2006 di un vigilante di un ospedale e di un vicesceriffo.

Negli Usa, la pena di morte per le persone con ritardo mentale è stata messa al bando nel 2002 dalla Corte Suprema, ma resta applicabile per chi è invece affetto da malattia mentale. “Pur non equivalendosi ritardo mentale e malattia mentale – spiega Susan Lee, di Amnesty International, in un rapporto  pubblicato lo scorso anno dall’organizzazione per i diritti umani – i sintomi possono produrre conseguenze simili. Infatti, una persona affetta da malattia mentale e in preda al delirio può avere pensieri privi di logica e agire d’impulso. C’è quindi una profonda incoerenza tra l’escludere la pena di morte per persone con ritardo mentale e lasciarla in vigore per quelle con malattia mentale”.

Secondo la National Mental Health Association, i condannati con malattie mentali chiusi nei bracci della morte costituiscono dal 5 al 10% del totale dei 3.400 prigionieri in attesa di esecuzione. Col rischio che possa crescere sensibilmente il già drammatico numero di almeno cento prigionieri affetti da gravi forme di malattie mentali messi a morte dal 1977, in pratica quasi il 10% del totale delle esecuzioni nel Paese.

Neppure una settimana fa, gli abolizionisti avevano festeggiato la Mongolia diventato il 105esimo paese ad aver cancellato completamente la pena capitale dopo l’entrata in vigore, il 1 luglio, del nuovo codice penale.

Trump: torna (in parte)
il bando ai musulmani

donald-trumpLa Corte Suprema ha deciso che esaminerà il bando sui musulmani dell’amministrazione Trump. Intanto ha deciso che possono rientrare in vigore alcune parti del provvedimento che vieta l’ingresso negli Usa ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana. La decisione comporta che il governo di Trump potrà negare l’ingresso nel Paese di persone che non hanno familiari sul territorio Usa o che non abbiano già trattato un entrata a fini lavorativi. È una vittoria per il presidente Usa, secondo il quale il bando è necessario per la tutela della sicurezza nazionale. Il bando contro gli immigrati era stato bloccato da alcuni giudici federali e il presidente si era rivolto alla Corte Suprema.

Ovviamente la Corte Suprema potrà decidere di bocciare il provvedimento. Per questo alcune parti del provvedimento rientrano in vigore fino a quando la Corte deciderà sulla legalità complessiva delle misure. Il “travel ban” era stato introdotto con un ordine esecutivo (che entra immediatamente in vigore) e riguardava le persone provenienti da Sudan, Siria, Iran, Libia, Somalia e Yemen e sospendeva per 120 giorni anche il programma di accoglienza dei rifugiati. Era stato molto contestato subito dopo la sua introduzione, e poi bloccato da due tribunali federali che lo avevano giudicato discriminatorio. La sentenza della Corte Suprema, che non sarà appellabile, risolverà la questione una volta per tutte. Secondo l’amministrazione Trump, questa norma temporanea doveva servire a rimettere in sesto gli apparati di sicurezza del paese; molti però avevano giudicato la norma discriminatoria, per l’apparente arbitrarietà con cui erano stati scelti i paesi in questione, per via di una precedente versione del decreto ancora più dura (anche questa bocciata dai tribunali federali) e per le cose dette da Donald Trump in campagna elettorale, per esempio la promessa di bloccare del tutto gli ingressi nel paese di persone musulmane.

In attesa della sentenza il “travel ban” tornerà in vigore per tutti i cittadini che provengono da quei sei paesi salvo – ha specificato la Corte – per quelli che possono dimostrare di avere una “legittima relazione” con una persona o con una società o istituzione negli Stati Uniti, per esempio un familiare o un’università o un datore di lavoro. Questi potranno continuare a entrare, seguendo le regole pre-esistenti per ottenere un visto o una carta verde; gli altri invece non potranno entrare nel paese.

Ora la Corte dovrà decidere, in sostanza, se la decisione di sospendere gli ingressi da questi sei paesi è in contrasto con quanto stabilisce il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà religiosa: cioè se costituisce una discriminazione su base religiosa. Apparentemente l’ordine esecutivo non lo fa, visto che la grandissima parte delle persone musulmane di tutto il mondo non è interessata dal divieto, ma i tribunali federali hanno usato la dura retorica anti-musulmana di Trump per sostenere che le motivazioni dell’introduzione del divieto fossero discriminatorie.

Salgono i tassi USA.
Erano fermi dal 2006

Federal-ReserveIeri la Federal Reserve degli Stati Uniti d’America ha aumentato i tassi di interesse di un quarto di punto (+0,25%) passando dall’1% all’1,25%. La decisione di aumentare i tassi fermi dal 2006 era già attesa da tempo. Ma la decisione di prevedere altri tre aumenti nel corso del 2017 denota una diversa visione della politica economica rispetto a quella del Presidente Trump. Per la Banca Centrale americana il Paese sta andando nella direzione giusta. La Presidente, Janet Yellen, ha affermato: “Gli stimoli fiscali ovviamente non sono necessari per la piena occupazione”. In questo modo ha fatto sapere che il nuovo Presidente degli USA ha ereditato un’economia in buona salute e pertanto si dovrebbero evitare gli eccessi del passato come l’eliminazione delle regole imposte dopo la crisi del 2008 per evitare che si ripetesse. La Yellen ha ribadito che intende restare al suo posto fino alla scadenza del suo mandato nel 2018, motivando: “perché ho molto a cuore l’indipendenza della Fed”. Così ha lasciato a Trump di decidere se andare allo scontro oppure se aspettare fino al 2018 per rimodellarla. Trump durante la campagna elettorale ha accusato la Federal Reserve di appoggiare la sua rivale Hillary Clinton.

Dopo due giorni di discussione, la decisione della Fed di aumentare i tassi dello 0,25% è stata assunta all’unanimità perché la crescita continua, la disoccupazione è scesa al 4,6% e l’inflazione sta raggiungendo l’obiettivo del 2%. Rispetto alle previsioni di settembre scorso, qualcosa è stato cambiato dalla Federal Reserve. Anziché prevedere due aumenti dei tassi entro il 2017, adesso ne ha previsti tre. In proposito la Yellen ha detto: “Questa decisione è modesta e rappresenta una dimostrazione di fiducia nell’economia”.

Le politiche fiscali proposte da Donald Trump sono state discusse nella riunione della Fed e hanno inciso sulle posizioni di alcuni membri del Direttivo della Banca Centrale, anche se rimane una forte incertezza sulla politica economica della nuova Amministrazione. Per la Fed, le riduzioni fiscali, gli investimenti nelle infrastrutture e l’alleggerimento delle regole prospettate da Donald Trump, potrebbero surriscaldare l’economia. Di conseguenza la Fed si prepara a contenere gli eventuali effetti negativi che sono già stati intravisti a Wall Street con il boom del Dow Jones che ha quasi raggiunto quota 20.000.

La Yellen, con molta diplomazia, ha fatto una valutazione dell’economia statunitense che potrebbe scontrarsi con quella di Donald Trump. In proposito la Presidente della Fed ha detto: “Non voglio dare consigli al Governo. Gli stimoli fiscali non sono più necessari per favorire la piena occupazione, mentre le regole imposte dopo la crisi del 2008 hanno prodotto progressi che dovrebbero restare in vigore. Al massimo si potrebbe allentare la ‘Volcker Rule’ per le banche più piccole”.

In merito al rilancio dell’attività manifatturiera, per Janet Yellen, sarebbe utile concentrarsi sull’addestramento della forza lavoro verso mansioni più sostenibili nel futuro.

Il rialzo del tasso di interesse negli Stati Uniti, nel breve periodo potrebbe avere effetti di un irrobustimento del dollaro statunitense sulle altre monete. L’aumento del valore del dollaro potrebbe far aumentare la propensione degli Stati Uniti all’importazione, mentre potrebbe scoraggiare le esportazioni.

Salvatore Rondello

Turchia isolata. Addio a Ue e tensioni con Usa e Russia

Kurds-baseErdogan torna sul trono sull’Akp, il partito che ha contribuito a fondare e promette pugno di ferro contro ogni dissidenza, ma prima torna a minacciare ancora una volta l’Europa. Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in un discorso pronunciato ad Ankara, presso la sede dell’Akp, in occasione del suo rientro nel partito ha infatti affermato che se Bruxelles non aprirà nuovi capitoli dei negoziati di adesione, la Turchia non cercherà più di far parte dell’Ue.
“Non c’è altra opzione che aprire i capitoli che finora non avete aperto. Se lo farete, bene. Altrimenti addio”, ha dichiarato Erdogan, citato dai media locali. “La Turchia – ha aggiunto – non è l’usciere (dell’Unione europea, ndr)”.
Ma l’allontanamento dall’Europa rischia di mettere in discussione i progressi fatti nel Paese. Il dialogo con l’Unione Europea ha permesso, infatti, nel primo decennio di questo secolo, significativi miglioramenti, come l’abolizione della pena di morte e alcuni tentativi di dialogo tra il governo turco e le rappresentanze politiche del movimento nazionale curdo.
Proprio la questione curda rischia ora di far scivolare una situazione sul filo del rasoio anche in Siria. Nei giorni scorsi l’aviazione e l’artiglieria di Ankara hanno bombardato le postazioni dello Ypg, accusato di essere un’organizzazione terroristica, gemella del Pkk in Turchia. Ma gli Usa e la Russia si sono ritrovati dalla stessa parte, al fianco dei curdi. Gli Usa hanno subito inviato pattuglie miste curdo-americane al confine fra la provincia di Hassakah e la Turchia, mentre Mosca ha risposto con il supporto di truppe, assieme ai militari siriani fedeli al presidente Bashar al-Assad, al confine fra il cantone di Afrin e il territorio turco.
Nel frattempo la coalizione curdo-araba appoggiata dagli Stati Uniti sta conducendo un’offensiva per strappare agli islamisti Raqqa in Siria.

Spettro del protezionismo e guerra commerciale

trump 4Mentre si aspetta ancora di conoscere come intende realizzare il suo annunciato piano di investimenti di mille miliardi di dollari per le infrastrutture, Trump ha dato inizio alla sua politica protezionista dell’ America First” che rischia di sconvolgere l’intero sistema commerciale mondiale.

Ha già firmato due decreti esecutivi per rivedere la politica commerciale finora attuata e osteggiare i partner responsabili degli enormi deficit. Come è noto, nel 2016 il deficit è stato di 500 miliardi di dollari.

Preoccupante, in verità, è la parte relativa ai settori manifatturieri che ammonta a oltre 750 miliardi, di cui 347 nei confronti della Cina! E’ stato un trend decennale. Ovviamente ciò ha inciso non poco sui livelli occupazionali. Secondo l’Ufficio di statistica dal 2001 si sarebbero persi ben sei milioni di posti di lavoro nelle sole attività manifatturiere.

Secondo Trump il deficit con Cina, Giappone, Messico ed Europa è provocato dal fatto che questi Paesi hanno approfittato della disponibilità degli Stati Uniti. Perciò propone nuovi dazi e tariffe.

Le misure protezionistiche, combinate con la promozione delle produzioni nazionali e del consumo del “made in Usa”, sono una questione estremamente complessa. Una cosa è operare attraverso il sostegno agli investimenti, un’altra è l’imposizione di dazi verso il resto del mondo.

Probabilmente una certa forma di protezionismo potrebbe temporaneamente essere accettabile per l’economia di un Paese in via di sviluppo. Ma gli Stati Uniti d’America e il dollaro, invece, a livello mondiale rappresentano l’economia e la moneta dominanti in grado di determinare ogni rapporto commerciale e monetario. Perciò i dazi potrebbero scatenare una guerra commerciale.

Secondo Wilbur Ross, il nuovo segretario per il Commercio, saremmo “già in una guerra commerciale” e con un’immagine militaristica ha aggiunto: “Lo siamo stati per decenni. La sola differenza è che i nostri soldati stanno finalmente arrivando al bastione. Non abbiamo un deficit commerciale per caso”.

Intanto Trump ha stracciato i due trattati commerciali, quello con il Pacifico e quello con l’Unione europea, anziché cercare un condiviso modus operandi.

È il caso di ricordare che il deficit commerciale americano ha origini lontane. Comincia nel 1975, quando la Cina era ancora un Paese agricolo del terzo mondo, con poche manifatture e senza export. Negli Usa allora c’era la spinta verso la progressiva finanziarizzazione dell’economia nel contesto del processo di globalizzazione. Invece di sviluppare le attività manifatturiere e le nuove tecnologie, nei settori dell’energia, ad esempio, si preferì importare petrolio dai grandi produttori, quali l’Arabia Saudita.

L’accordo di libero scambio del Nafta con il Messico e il Canada del 1994 fu promosso dalle grandi industrie e dalle banche americane che preferivano de localizzare le loro produzioni industriali nelle terribili maquilladoras messicane, città di confine dove si produceva a prezzi stracciati, sfruttando al massimo il lavoro quasi schiavistico e per niente sindacalizzato. Successivamente un processo simile è stato avviato anche con la Cina, che si è assunta l’impegno di acquistare i titoli di stato americani emessi per sostenere i deficit commerciali di Washington. Ancora oggi Pechino detiene oltre mille miliardi di dollari di Treasury bond.

La storia insegna che, in un mondo globalizzato, la politica protezionistica provoca effetti negativi anche per il Paese che la inizia.

Così avvenne dopo il crac borsistico del’29, quando gli Usa approvarono la legge Smoot-Hawley Tariff che impose misure e dazi protezionistici alle importazioni di prodotti esteri, accelerando la Grande Depressione.

Di conseguenza dal 1929 al 1933 il commercio mondiale si ridusse di due terzi, da 5,3 a 1,8 miliardi di dollari.

Le prospettive, quindi, sono piuttosto preoccupanti, per l’Europa e per l’Italia. L’Amministrazione di Washington sembra voglia già imporre dazi su alcuni prodotti europei, dagli scooter Vespa all’acqua minerale San Pellegrino e Perrier, fino ai formaggi più noti, ecc.

La Cina, essendo un colosso economico e politico, è in grado di trovare i necessari accomodamenti commerciali con gli Usa. Ma l’Europa, divisa e senza una vera politica economica unitaria, è purtroppo assai debole rispetto alle scelte e alle imposizioni americane. E rischia di pagare il conto più salato.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Corea del Nord – Usa. Mai così alta la tensione

korea nord

E’ salita a livelli altissimi la tensione tra Corea del Nord e gli Usa alla vigilia delle celebrazioni di domani a Pyongyang per l’anniversario della nascita del fondatore del Paese, Kim Il-Sung. La ricorrenza è ritenuta da molti il momento più probabile per il sesto test nucleare del regime che potrebbe arrivare già nella notte italiana e a cui Donald Trump potrebbe rispondere con il gruppo aeronavale della portaerei Carl Vinson, già presente nell’area.

Il regime di Kim Jong-Un ha alzato i toni contro Washington dicendosi “pronto alla guerra” mentre Pechino ha avvertito che un conflitto nella penisola può scoppiare “in qualsiasi momento” e ha sospeso i voli diretti con Pyongyang dell’Air China a partire da lunedì. Fonti dell’intelligence Usa hanno riferito alla Nbc che gli Usa sono pronti a lanciare un attacco preventivo contro la Corea del Nord con armi convenzionali, nel caso di un nuovo test nucleare da parte di Pyongyang, anche se funzionari Usa hanno successivamente frenato e il Pentagono non ha voluto commentare.

La Corea del Nord ha assicurato di non temere lo scontro: “Non terremo le braccia incrociate di fronte a un attacco preventivo degli Stati Uniti”, ha spiegato il vice ministro degli Esteri nordcoreano Han Song Ryol, avvertendo che un nuovo test nucleare verrà effettuato “quando il quartiere generale lo riterrà opportuno”. L’alto funzionario del regime di Kim Jong-Un ha poi criticato il presidente americano: “Trump fa sempre provocazioni con il suo linguaggio aggressivo. Non è la Repubblica Democratica Popolare di Corea, ma gli Stati Uniti e Trump che cercano guai”, ha sottolineato il vice ministro di Pyongyang. “Faremo fronte a qualsiasi cosa arrivi dagli Stati Uniti. Siamo assolutamente preparati”.

L’esercito del Paese comunista ha minacciato una “risposta spietata” a qualsiasi provocazione Usa. “La nostra durissima reazione contro gli Stati uniti e i suoi sudditi sarà presa in modo così spietato che non permetterà agli aggressori di sopravvivere”, tuonano i vertici militari di Pyongyang, che prendono di mira anche l’invio nelle acque vicino alla Corea del Nord della flotta di navi da guerra statunitensi capeggiata dalla portaerei Uss Carl Vinson. “Più vicino arriveranno obiettivi così grossi come le porterei a propulsione nucleare, più grande sarà l’effetto degli attacchi senza pietà”, conclude la nota.

La gravità della situazione è stata sottolineato anche dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo il quale un conflitto in Corea del Nord può scoppiare “in qualsiasi momento”, e, ha assicurato, “non ci saranno vincitori”. “Grande preoccupazione” è stata espressa dalla Russia, che

ha lanciato un appello alla “moderazione”. Anche il Cremlino ha definito una “provocazione” l’invio di navi da guerra americane verso le coste coreane. La Casa Bianca, intanto, ha fatto sapere che gli Stati Uniti si consulteranno con Seul sul programma missilistico e nucleare nord-coreano, in vista della visita nel Paese del vice presidente, Mike Pence, che domenica prossima passerà la Pasqua con i militari statunitensi stanziati al confine con la Corea del Nord. Il Giappone sta già preparando le precauzioni contro una possibile provocazione di Pyongyang: dopo le rivelazioni del primo ministro, Shinzo Abe, secondo cui il regime di Kim Jong-Un potrebbe decidere di usare il letale gas sarin per un attacco chimico, alcune fonti del governo di Tokyo hanno fatto sapere all’agenzia Kyodo di avere pronto dal febbraio scorso, dopo l’incontro tra Trump e Abe in Florida, un piano per mettere in sicurezza i cittadini giapponesi in Corea del Sud e per rispondere al possibile ingresso nel Paese di soldati nord-coreani travestiti da rifugiati.

Protezionismo Trump e dazi Usa sui prodotti europei

prodotti europeiSi sapeva sin dalla sua elezione a Presidente degli Stati Uniti che Donald Trump fosse un fautore del protezionismo, ma non ci si aspettava che avrebbe provato a metterlo in atto così presto.
L’amministrazione Usa sta valutando di imporre dazi punitivi del 100% sugli scooter Vespa (Piaggio), l’acqua Perrier (Nestle’, che produce anche la San Pellegrino) e il formaggio Roquefort in risposta al bando Ue sulla carne di manzo Usa di bovini trattati con gli ormoni: lo scrive il Wall Street Journal. Dietro la misura ci sarebbero le proteste dei produttori di carne di manzo americani, secondo i quali l’Ue non ha aperto abbastanza i propri mercati alla loro carne di manzo non trattata con gli ormoni, come prevedeva un accordo del 2009. La motivazione è pretestuosa poiché il divieto Ue è fatto soltanto alle carni trattate con ormoni per tutelare la qualità della catena alimentare e quindi a tutela della salute dei cittadini europei.
Il caso, commenta il Wsj, dovrebbe fornire un primo squarcio sul grado di aggressività che la nuova amministrazione intende adottare nei confronti dei suoi partner commerciali. Già in campagna elettorale Donald Trump aveva attaccato la politica commerciale degli Stati Uniti minacciando più volte di colpire le principali economie mondiali – come la Cina – con pesanti dazi per presunte violazioni dei trattati commerciali. Il Congresso Usa ha approvato una legge nel 2015 che rende più facile l’applicazione di dazi punitivi: sarà uno tra i primi compiti di Robert Lighthizer – il rappresentante Usa per il commercio estero nominato da Trump – decidere sui super-dazi nei confronti dei prodotti Ue se verrà confermato dal Senato.
Il valore delle importazioni sotto esame è comunque relativamente basso, commenta il Wsj ricordando che secondo il Wto gli Usa possono imporre dazi punitivi solo su importazioni per un valore di circa 100 milioni di dollari (ma quale autorità sarà in grado di chiedere il rispetto di tale limite?). Tuttavia, già nel Paese è partita una campagna per scongiurare il pericolo dei super-dazi nel settore delle motociclette di piccola cilindrata provenienti dall’Ue, come appunto la Vespa o le moto da cross prodotte dalla svedese Husqvarna Group e dall’austriaca KTM-Sportmotorcycle. Timori sono stati espressi anche dalla Confederazione dei produttori del formaggio roquefort.
Le voci dall’America si sono fatte sentire anche in Italia, in particolare a Piazza Affari. Dove Piaggio ha aperto al ribasso, con una perdita del 4%. Il primo commento arriva da analisti di Mediobanca: «La notizia non è positiva ma restiamo cauti fino a quando non sarà ufficializzata». Nella nota, l’istituto di Piazzetta Cuccia ha spiegato che «le vendite di Piaggio negli Usa ammontano a circa il 5% del giro di affari annuale». L’eventuale dazio colpirebbe pesantemente la Piaggio anche perché si tratterebbe solo di importazioni, dato che non esistono stabilimenti di produzione della holding di Pontedera negli Usa.
Ma nel mirino di Trump c’è anche la Cina. L’amministrazione americana si appresta a sfidare Pechino nelle dispute commerciali per assicurarsi che i prodotti cinesi continuino a poter essere soggetti a forti dazi. Washington si sta preparando a revisionare lo “status di economia di mercato” della Cina nell’ambito della Wto.
Le intenzioni americane rischiano di aprire un lungo contenzioso con la Repubblica popolare. Secondo Pechino i paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio sono tenuti a considerare la Cina integrata ad una ‘economia di mercato dal dicembre 2016, ovvero dal 15 anniversario della sua appartenenza all’organismo internazionale.
L’ufficialità della nuova linea di Washington potrebbe arrivare nei prossimi giorni, precedendo l’incontro fra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. La linea di Trump si inserirebbe in senso di continuità con quella del suo predecessore. Infatti Obama si è sempre rifiutato di garantire lo status di economia di mercato alla Cina.
La politica di Trump negli Usa apre un nuovo scenario internazionale per alcuni aspetti imprevedibile. Al momento attuale i segnali sono quelli del passaggio dalla globalizzazione al protezionismo iniziando con motivazioni pretestuose. Basterebbe questo per destabilizzare il già precario equilibrio dello scenario politico internazionale. Senza avere pronta una prospettiva alternativa proponibile agli altri Paesi del mondo, sorgono serie preoccupazioni per gli equilibri economici e politici. Quale futuro per l’umanità? È questa la domanda che urgentemente dovrebbero porsi tutti gli uomini di governo che si incontrano all’Onu.

Salvatore Rondello

Globalizzazione come disordine mondiale

movimenti-globalizzazione

Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini