Il declino relativo degli Stati Uniti e i pericoli dell’isolazionismo

donald trumpIl nuovo equilibrio mondiale tra le grandi potenze economiche del mondo sta preoccupando l’opinione pubblica americana, spingendola all’”isolazionismo”, al quale gli Stati Uniti hanno sempre teso, ritirandosi entro i confini della loro “Isola” ogni volta che si sono convinti che l’”American way of life” fosse minacciata da forze esterne. È questo il fondamento dell’ideologia sulla quale Donald Trump ha costruito le proprie fortune elettorali.

Il nuovo presedente ha utilizzato, infatti, con successo il mito dell’isolazionismo, le cui conseguenze non sono certo neutrali e ininfluenti per il resto del mondo; soprattutto, per quella parte dei Paesi occidentali che, per ragioni storiche, devono muoversi nel mercato internazionale avvalendosi dell’area valutaria costruita dagli USA dopo la fine del secondo conflitto mondiale. È, questa, la tesi che Manlio Graziano, docente di Geopolitica alla Sorbona, sostiene nel suo recente volume “L’Isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti”.

Per capire le ragioni del pericolo, per il resto del mondo del successo elettorale di Trump e della sua propensione a ridimensionare gli impegni internazionali dell’America, è necessaria, secondo Graziano, un’analisi geopolitica, che evidenzi le cause remote delle scelte americane attuali; ciò, al fine di indurre il resto del mondo a sperare, nell’interesse di tutti, che il trumpismo abbia il “fiato corto”.

“Gli Stati Uniti – afferma Graziano – sono oggi attanagliati da una nuova psicologia di inquietudine e di frustrazione. La crisi del 2008 ha messo in chiaro che gli americani non potranno più permettersi di vivere, in futuro, come avevano vissuto nel passato”; si tratta di un’inquietudine comune a tutte quelle potenze che, dopo aver dominato per secoli, sul piano politico ed economico, molti altri Paesi, assistono improvvisamente al fatto che la loro posizione dominante è contestata da altre potenze emergenti, interessate ad accrescere sulla scena mondiale la loro visibilità.

L’inquietudine, però, si manifesta in termini più cogenti per gli USA, “la cui breve storia è stata contrassegnata dalla promessa, quasi sempre mantenuta, di un miglioramento costante delle condizioni di vita della maggior parte dei suoi cittadini”. L’intento di Graziano è quello di fornire, da un punto di vista geopolitico, una “griglia di lettura” di quanto sta ora accadendo nella società americana, per valutare le possibili ricadute politiche ed economiche globali, iscrivendole, però, nella “continuità geopolitica degli Stati Uniti”.

Il libro di Graziano traccia la storia dei tre momenti essenziali dell’esperienza degli USA, comprendendo l’intero ciclo che va dall’ascesa (con la descrizione di tutte le condizioni che hanno condotto alla formazione dello Stato-nazione americano) alla maturità e al declino di quell’esperienza. Prescindendo dal momento originario, caratterizzato dalla particolare forma assunta dallo Stato americano, tanto diversa da quella degli Stati-nazione europei, è essenziale capire, secondo Graziano, come si è affermata la sua maturità che, iniziata con la guerra civile, è culminata con “l’intervento militare americano nei due oceani, la loro sottomissione, e lo spodestamento di Londra come potenza egemone mondiale”. È, questo, un epilogo della maturità dell’esperienza vissuta dagli Stati Uniti cui sono riconducibili i prodromi del suo declino attuale.

La fine della Seconda Guerra mondiale ha permesso agli Stati Uniti – afferma Graziano – “di realizzare il vecchio sogno di Woodrow Wilson di costruire un nuovo ordine mondiale modellato sui principi e soprattutto sugli interessi americani”. Ciò ha comportato che gli USA si esponessero sulla scena internazionale, più di quanto avevano fatto dopo la Grande Guerra, in quanto il loro benessere veniva a dipendere dalla loro capacità di riuscire a mantenere quell’esposizione; un’esposizione non solo economica, perché la crescita interna dipendeva dal coinvolgimento internazionale, ma anche strategica, perché “le scelte compiute durante la guerra avevano creato nuovi equilibri che avrebbero retto solo se gli americani avessero mantenuto la loro presenza sui diversi scacchieri”.

A Tal fine, a partire già da prima che finisse la guerra, sono stati creati diversi organismi, strumentali ad assicurare consistenza alla posizione dominante raggiunta: con la Conferenza di Bretton Woods e la creazione delle Nazioni Unite si è dato vita a diverse istituzioni, il cui scopo è stato quello di riorganizzare il sistema economico e finanziario mondiale, perché gli Stati Uniti potessero approfondire e conservare la posizione dominante raggiunta. In tal modo, sono state gettate le basi “di quello che sarà chiamato molto più tardi – afferma Graziano – il ‘Washington Consensus’, cioè un modello economico e di sviluppo ispirato da Washington nell’interesse di Washington”.

In altri termini, all’interno del mercato economico e finanziario facente capo agli USA, le nuove istituzioni hanno creato le condizioni perché i Paesi che avessero deciso di iniziare la propria ricostruzione materiale ed economica, integrandosi in quel mercato, fossero costretti a conformarsi ai requisiti di convertibilità monetaria e di libera competizione posti dagli americani; requisiti, questi, nuovi per gli stessi USA, un Paese caratterizzato da forti propensioni protezionistiche, a meno di brevi periodi della loro storia. Con il libero scambio e la libera competizione internazionale posti a fondamento della ricostruzione del mercato mondiale, gli USA hanno inteso anche contrastare tutte le posizioni colonialistiche che impedivano di aprire il mercato mondiale all’esportazione dei loro prodotti e dei loro capitali.

Inoltre, con i nuovi organismi posti alla base della ricostruzione del mercato mondiale, gli USA hanno potuto infliggere una doppia sconfitta al Paese leader tra quelli coloniali, la Gran Bretagna; da un lato, perché con il libero scambio è stata resa obsoleta la clausola della “preferenza imperiale”; dall’altro lato, perché con il sistema dei cambi fissi centrato sul dollaro (convertibile in oro a 35 dollari l’oncia) è stata “messa a tacere” la pretesa di Londra di creare un sistema monetario mondiale “fondato su un’unità di riserva neutra, non legata ad alcun Paese”. In tal modo, per gli USA è stato possibile organizzare e rilanciare l’economia mondiale, imperniata sul dollaro e non più attorno alla sterlina, come accadeva sino al più immediato passato.

Dopo l’apoteosi del dopoguerra, come si è detto, è iniziato il declino che, per quanto sia stato lento e pressoché invisibile agli inizi, ha subito un’accelerazione “in conseguenza dei miracoli giapponese e tedesco”, finché il carattere multipolare dell’ordine mondiale si è definitivamente imposto agli inizi degli anni Settanta. Si è trattato, però, secondo Graziano, di un “declino relativo”; ciò perché, durante il suo manifestarsi, gli USA hanno continuato a veder crescere il loro prodotto reale. L’indebolimento della loro posizione rispetto ai competitori si è configurato nel differente ritmo della crescita, tra il 1945 e il 2016, del prodotto interno lordo: mentre il PIL americano è cresciuto di sette volte e mezzo, quello mondiale è cresciuto di circa venti volte.

Per un giudizio più comprensivo del declino relativo degli USA, occorre tener conto, secondo Graziano, che esso si è verificato nell’arco di due periodi successivi molto diversi tra loro: il periodo della Guerra Fredda e quello successivo, caratterizzato dal crollo dell’URSS. Durante il primo periodo, gli USA sono stati impegnati in un duro confronto con l’Unione Sovietica, limitato però al solo piano ideologico; per cui, a dispetto di quello che le ideologie contrapposte intendevano far credere, Mosca ha svolto un ruolo di “stampella” in pro del consolidamento dell’egemonia globale degli USA. Infatti, sino agli anni Settanta, l’Unione Sovietica è stata uno dei due pilastri che hanno sorretto la struttura dell’ordine globale creatosi dopo la Seconda Guerra mondiale.

Il suo rapido crollo – afferma Graziano – ha mandato in “frantumi” quegli equilibri, per cui “il peso politico delle potenze che erano state tenute in scacco dal contrappeso russo” (in primo luogo la Germania, il Giappone e la Cina) è aumentato rapidamente. Ciò ha comportato che, nello spazio di pochi mesi, tutte le potenze vecchie e nuove si siano trovate “in territorio sconosciuto”. Ma gli Usa non hanno saputo approfittare della situazione di vuoto di potere globale, mancando di espandere e consolidare la propria egemonia.

L’incertezza che ha caratterizzato la posizione di Washington dopo il crollo dell’URSS veniva da lontano: la decisione di Richard Nixon di abbandonare la parità tra dollaro e oro stabilita a Bretton Woods, la recessione provocata degli shock petroliferi e dalla crisi dei mercati delle materie prime degli anni Settanta, il problema del debito dei paesi arretrati e il crollo di fiducia seguito alla fine della guerra in Vietnam hanno indotto l’opinione pubblica americana, e con essa la classe politica del Paese, a convincersi che l’epoca del dominio quasi totale della scena mondiale dell’America era sulla via del declino.

Stando cos’ le cose, è da considerarsi mal riposto, secondo Graziano, l’ottimismo che, nell’ultimo decennio del secolo scorso, l’America sembrava trarre da un periodo in cui la propria economia risultava in espansione (con una disoccupazione in calo, un mercato immobiliare florido e un prestigio internazionale accresciuto dalla vittoria sull’”impero del male”), Quell’ottimismo, infatti, appena iniziato il nuovo secolo, è venuto meno; prima, per via degli effetti negativi provocati sui mercati finanziari dallo scoppio della bolla speculativa “dot com” (sviluppatasi tra il 1997 e il 2000); successivamente, per l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle (che è valso a rimuovere la convinzione degli americani dell’inviolabilità del loro suolo).

Ma non basta; tutti gli avvenimenti negativi che sono accaduti tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo hanno segnato solo la “calma che precede la tempesta”; nel 2008 è sopraggiunto lo sconquasso provocato dai prestiti sub-prime che, dopo aver squilibrato profondamente l’economia americana, si è abbattuto sulle restanti economie di mercato del mondo intero. Il 2008 è stato un punto di svolta riguardo alla capacità degli USA di poter continuare a difendere la propria primazia economica globale; in quell’anno, infatti, l’U.S. National Intelligence Council (NIC), nel suo rapporto quadriennale diretto al presidente in carica (Barack Obama), scriveva che, dato il declino relativo della loro potenza economica, gli Stati Uniti non potevano più avere “la stessa flessibilità nelle scelta tra le tante opzioni politiche” della quale potevano disporre nel passato.

Il presidente Obama, sulla base del rapporto del NIC, ha potuto iniziare la politica di riduzione della “sovraesposizione imperiale” degli USA, mediante una riduzione delle spese federali (retrenchment), non tanto per definire nuove priorità, quanto per stabilire – sostiene Graziano – “quali ‘obblighi’ avrebbero dovuto essere sacrificati a quelle priorità. Non si trattava tanto di una scelta, quanto della presa d’atto di un’inaggirabile necessità”; in altre parole, la nuova politica degli Stati Uniti doveva essere fondata sul riconoscimento che tutto doveva essere ridimensionato, perché gli impegni tradizionali che avevano fatto degli USA i “gendarmi del mondo” erano andati ben al di là delle loro possibilità.

La strategia di Obama, è consistita nella individuazione degli impegni periferici che gli USA dovevano abbandonare, rinsaldando antiche alleanze e inaugurandone di nuove, al fine di contenere le spinte espansive del competitore in ascesa, la Cina, giudicato il più “pericoloso”. Il successore di Obama, Donald Trump, ha però abbandonato la strategia del “retrenchment”, pensando di poter perseguire gli stessi obiettivi adottandone un’altra, “molto più affine alla tradizione ideologica americana”: l’isolazionismo, che “nell’era della globalizzazione e del declino relativo” non può che essere per gli USA – conclude Graziano. “un suicidio per paura di morire”.

Delle due facce dell’isolazionaismo, il protezionismo e il ritiro dagli impegni internazionali, resta da valutare quale tra esse potrebbe portare per prima alla rovina gli Stati Uniti; un evento di tal fatta sarebbe portatore di instabilità e crisi inimmaginabili, sia sul pieno economico che politico, per tutte le economie integrate nel mercato internazionale. Perché tutto ciò non accada, c’è solo da fare affidamento sul fatto che Donald Trump non rappresenti l’insieme della classe politica americana e, quel che più conta, che la “burocrazia imperiale” della quale gli USA dispongono, faccia valere la propria visione realistica degli “affari internazionali”, con cui evitare il possibile “salto nel buio” cui è esposto il mondo dai possibili esiti dell’isolazionismo trumpiano.

Gianfranco Sabattini

GUERRA COMMERCIALE

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Ancora borse europee giù e spread, almeno quello italiano, in impennata. Le tensioni commerciali riprendono a impensierire i mercati soprattutto dopo che è circolata negli ultimi giorni, l’ipotesi che gli Stati Uniti possano rafforzare le proprie barriere commerciali contro la Cina aumentando ulteriormente i dazi sulle importazioni. Uno scenario che già ieri ha spinto gli indici al ribasso e che oggi li spinge ancora più giù, a partire dai mercati asiatici tutti in deciso calo. Lo spread Btp-bund vola a 250 punti base sui livelli di metà giugno, il rendimento del Btp decennale torna al 3%. Pesa un clima sui mercati di avversione al rischio e c’è attesa per le decisioni dell’Italia in vista della ‘manovra’ di bilancio.

Sono le pesanti conseguenze della politica protezionistica degli Usa guidati da Trump, che giusto pochi giorni fa ha ricevuto la visita omaggiante del presidente del Consiglio Giuseppe Conte ricambiato con il riconoscimento ufficiale del buon operato nelle politiche migratorie di impronta salviniana. Gli investitori temono una escalation che finisca per portare a una guerra commerciale contro cui tutti, dalla Corporate America all’Fmi, hanno messo in guardia. A livello settoriale, soffrono le materie prime, gli industriali e i beni discrezionali. La Banca centrale inglese ha già annunciato un rialzo dei tassi di interesse: sono stati rivisti dello 0,25%, allo 0,75%. Lo spread italiano tra Btp e Bund si è già detto: sè volato sopra i 250 punti, per attestarsi a 249 punti, subito dopo la decisione della Banca d’Inghilterra di innalzare il costo del denaro. Del resto un contesto di tassi di interesse in rialzo penalizza l’Italia, essendo uno dei Paesi più indebitati al mondo. Dopo il deludente dato sul Pil, ieri è stata la volta del Pmi manifatturiero di luglio sceso ai minimi da dicembre 2016. Sempre sul fronte banche centriali, ieri sera, invece, la Federal Reserve ha confermato i tassi di interesse nel range dell’1,75%-2%. Gli analisti, però, mettono in conto che l’istituto centrale Usa potrebbe ritoccare al rialzo il costo del denaro per due volte, anziché una, entro la fine dell’anno, visto che, come ha sottolineato il presidente, Jerome Powell, l’attività economica americana sta crescendo a ritmo robusto e la disoccupazione è bassa.

Redazione Avanti!

Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Dazi Usa. Trump contro Europa Canada e Messico

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

In una nota diffusa a fine giornata di ieri, l’amministrazione Usa ha deciso di fare scattare da oggi i dazi su acciaio e alluminio anche per Ue, Canada e Messico.

Il Fondo Monetario Internazionale, commentando la decisione degli Stati Uniti di imporre dazi sull’alluminio e l’acciaio importati da Unione Europea, Canada e Messico, ha affermato: “Tutti perdono in una protratta guerra commerciale: non è positivo che le tensioni commerciali aumentino proprio in un momento in cui la ripresa globale e’ sostenuta dal commercio. Incoraggiamo i paesi a lavorare costruttivamente insieme per ridurre le barriere e risolvere i disaccordi commerciali senza il ricorso a misure eccezionali”.

Il portavoce del Fmi, da Washington, ha giudicato “triste” il fatto che “le tensioni commerciali stiano aumentando in un momento in cui la ripresa globale è sostenuta dal commercio”.

Il Fondo monetario internazionale è tornato a ripetere che i Paesi devono lavorare insieme in modo costruttivo per ridurre le barriere commerciali e per risolvere disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali.

Gerry Rice ha continuato ribadendo quanto detto dal Fondo già ai suoi Spring Meeting di primavera: “Per la prima volta in tanto tempo, il commercio sta crescendo più velocemente del Pil globale e la ripresa è generalizzata. Per via del commercio e dell’innovazione, miliardi di persone oggi godono di vite più lunghe, più salutari e più prospere”.

Il portavoce del Fmi ha poi fatto riferimento a un tweet scritto ieri dal direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde. Dal G7 finanziario a Whistler, in Canada, l’ex ministro francese delle Finanze ha messo in guardia: “Alla fine, se il commercio subisce un forte scossone, se il livello di fiducia tra gli attori economici è danneggiato gravemente, quelli che soffriranno di più sono i più poveri”.

Lo schiaffo di Donald Trump è arrivato all’Europa affermando: “I controversi dazi su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, scattano anche per il Vecchio Continente, così come per il Canada e il Messico. Ragioni di sicurezza nazionale”. Così ha scritto il presidente americano, che non arretra sul fronte delle promesse elettorali in nome della dottrina dell’America First. E pazienza se i Paesi colpiti sono i più stretti alleati e partner commerciali degli Stati Uniti, quelli storici. Inevitabile lo scontro tra le due sponde dell’Oceano, con reazioni durissime da Londra, Parigi, Berlino, che giudicano le decisioni della Casa Bianca ‘ingiustificate e pericolose’. L’ira dell’Unione europea è incontenibile. Le misure di rappresaglia contro gli Usa sono già pronte ad essere messe in atto, non solo da parte di Bruxelles, ma anche da parte di Ottawa e Città del Messico. Il presidente della Commissione UE, Jean.Claude Juncker ha tuonato: “Questo è protezionismo puro e semplice, inaccettabile”. L’Unione Europea ha già nel cassetto un piano per colpire soprattutto prodotti simbolo del made in Usa, come i jeans Levi’s, le moto Harley-Davidson o il bourbon del Kentucky. Una rappresaglia che potrebbe costare agli Stati Uniti almeno 7,5 miliardi di dollari, con le prime tariffe europee che potrebbero scattare dal prossimo 20 giugno. Anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani ha affermato: “Risponderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione”. Il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha minimizzato, spiegando come i dazi decisi dagli Usa sono di portata molto limitata e che eventuali contromisure europee non avranno un grande impatto sull’economia americana. Wilbur Ross, però, ha continuato ha lanciare lo stesso monito: “Noi comunque continueremo a lottare contro gli abusi commerciali”. Lo scenario di una guerra commerciale su scala globale è diventato molto preoccupante. Un timore che non a caso nelle ultime ore ha scosso Wall Street e tutte le principali piazze finanziarie, anche più della situazione italiana. Anche perché l’offensiva di Trump su acciaio e alluminio potrebbe essere solo l’inizio. Il presidente americano ha già aperto un’indagine sull’importazione di auto in Usa, agitando lo spettro di dazi del 20% che preoccupano soprattutto le grandi case automobilistiche tedesche. Il tycoon ha minacciato anche una stretta su una lunga lista di beni hi-tech dalla Cina per un valore di 50 miliardi di dollari, a partire dalla metà di giugno. Il rischio di una escalation è dunque elevatissimo e agita in queste ore i lavori del G7 dei ministri finanziari in corso in Canada. Il tema dei dazi, naturalmente, sarà al centro anche del G7 dei capi di Stato e di governo in programma sempre in Canada la prossima settimana, dove Trump rischia di trovarsi per la prima volta davvero isolato dagli altri leader delle principali potenze mondiali. I dazi Usa su acciaio e alluminio erano entrati in vigore il primo marzo ma l’Europa, insieme al Canada e al Messico, era stata temporaneamente esentata fino al primo giugno, per favorire un accordo che fissasse quote e limiti ben precisi all’import di questi metalli negli Stati Uniti. Un’intesa come quelle raggiunte con Corea del Sud, Australia, Argentina e Brasile. Ma, ha rivendicato Ross, i negoziati non hanno portato a risultati soddisfacenti, con gli europei che rifiutano di subire dazi motivati da ragioni di sicurezza nazionale. Gli Stati europei hanno replicato: “E’ assurdo, siamo tutti nella Nato”. Intanto il Messico ha già annunciato il varo di tasse per colpire l’importazione dagli Usa di una serie di prodotti che vanno dall’acciaio alla carne suina, passando per prodotti agricoli come l’uva o i mirtilli.

Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, a margine dei lavori del G7, ha affermao: “E’ importante per l’Italia restare nell’area euro, essere parte dell’Europa”. Poi, Mnuchin ha così risposto a chi gli chiede se è preoccupato o meno per l’Italia: “Assolutamente no. Lavoreremo con il nuovo governo, al quale va data una opportunità”. Poi in merito alla reazione forte dei mercati ai problemi dell’Italia nei giorni scorsi, Mnuchin ha risposto: “Il mercato ha avuto dei problemi. Il governo sa e capisce le questioni che deve affrontare. Dovranno lavorare con l’Europa, con noi. Rispettiamo il processo del nuovo governo”.

Pier Carlo Padoan non parteciperà al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali. Partito dall’Italia per partecipare all’incontro, Padoan ha deciso di tornare indietro durante uno scalo tecnico per motivi istituzionali, dopo avere appreso la notizia sui tempi del giuramento del nuovo governo. Nella delegazione italiana, al vertice ci sarà il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Presto gli americani si renderanno conto dei danni che stanno ricevendo dalla politica protezionista dell’Amministrazione Trump.

I populismi, storicamente non hanno mai avuto una lunga vita, ma le socialdemocrazie dovranno prepararsi al più presto a dare una alternativa di governo credibile.

Salvatore Rondello

Usa-Cina, finita la guerra commerciale: dazi sospesi

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

Cina e Stati Uniti hanno deciso di rinunciare a ogni guerra commerciale e all’aumento dei rispettivi diritti doganali. Lo hanno annunciato gli organi di informazione ufficiali di Pechino.

Il tentativo di disgelo commerciale tra Stati Uniti e Cina passa attraverso un accordo con poche cifre e molte promesse: Pechino, dopo giorni di trattative tra delegazioni ai massimi livelli a Washington, ha acconsentito a nuovi impegni per l’acquisto di beni e servizi ‘made in Usa’. Ancora elusivo, però, l’obiettivo dell’amministrazione di Donald Trump posto fino a  più che dimezzare il deficit bilaterale nell’interscambio, tagliandolo di  200 miliardi di dollari l’anno da oltre 370 miliardi. Voci di un immediato sì cinese a simili nuove importazioni entro il 2020, ritenute impossibili dagli stessi analisti, sono state smentite da Pechino.

A chiusura degli incontri, una  dichiarazione congiunta cino-americana ha affermato ieri sera che i due paesi concordano sulla necessità di misure efficaci per ridurre significativamente il disavanzo degli Stati Uniti in beni con la Cina e che a questo fine la Cina aumenterà significativamente gli acquisti di beni e servizi statunitensi. Due settori vengono menzionati in particolare: agricoltura e energia. Gli Usa invieranno una squadra in Cina per definire i dettagli. Il nuovo capo-consigliere economico Larry Kudlow, ha separatamente menzionato anche i servizi finanziari.

Questi passi potrebbero trasformarsi in segnali di progressi a venire in una partita ancora complessa e tesa. La Casa Bianca  mantiene aperta la minaccia di dazi su 150 miliardi di importazioni dalla Cina per violazioni di proprietà intellettuale e furti di tecnologia che potrebbero scatenare  nuove rappresaglie. Ieri le parti si sono limitate a far sapere che su questo rafforzeranno la cooperazione nell’ambito di un approccio attivo per cercare di risolvere le loro preoccupazioni economiche e commerciali.

Altri concreti passi verso un allentamento della crisi sono avvenuti in occasione degli incontri negoziali. Ultimo la  fine di un’indagine anti-dumping  di Pechino sul sorgo statunitense, che lo aveva messo al bando da un mercato che l’anno scorso aveva assorbito  un miliardi di dollari  del raccolto. La Casa Bianca si è subito mossa per  riabilitare il gigante delle telecomunicazioni cinese Zte, accusato di violazione di sanzioni e di minacciare la sicurezza nazionale, proprio in cambio di aperture sull’agricoltura. Mentre ancora le authority cinesi hanno sbloccato l’acquisizione da 18 miliardi dei chip di memoria di Toshiba da parte del fondo Usa Bain Capital e considereranno un via libera alla fusione tra l’americana Qualcomm e Nxp.

La Casa Bianca, durante il negoziato, ha messo in chiaro le sue priorità: tra queste spicca il taglio di almeno 200 miliardi entro il 2020 del deficit commerciale bilaterale. Un’intesa iniziale su una lista di prodotti ‘made in Usa’ dei quali la Cina aumenterebbe gli acquisti quale gesto di progresso si è tuttavia fatta strada. Ma far decollare un simile accordo rimane un obiettivo difficile, anche per ragioni strettamente economiche e non politiche: funzionari statunitensi, oltre a numerosi esperti, ritengono che gli Stati Uniti, ormai vicini ai massimi dell’utilizzo della capacità produttiva, potrebbero al più offrire per l’export in Cina  altri 50 o 60 miliardi, dall’agricoltura alla tecnologia, nei prossimi due anni.

A dimostrazione dell’alta posta in gioco, il presidente Donald Trump ha visto di persona fin da giovedì il capo-delegazione cinese, il vice-premier Liu He. Una posta che va anche al di là del commercio. Pechino vanta forte influenza sulla Corea del Nord, alla vigilia del delicato e storico summit di denuclearizazione con gli Stati Uniti del 12 giugno a Singapore. Nei giorni scorsi Pyongyang ha sollevato dubbi sul vertice ed è emerso che la Casa Bianca, per evitare la riapertura di crisi, ha  accettato di cancellare esercitazioni militari  congiunte con la Corea del Sud su richiesta di Seul.

Questo annuncio, che arriva dopo negoziati di alto livello a Washington, segue mesi di tensioni tra le due potenze, con il presidente americano Donald Trump che ha più volte puntato il dito contro un rapporto commerciale squilibrato che rappresenta un pericolo per gli Stati Uniti. Le due parti sono arrivate ad una intesa. “Non si impegneranno in una guerra commerciale e non aumenteranno i rispettivi diritti doganali”, ha dichiarato il vice premier cinese Liu He, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua.

Il vice premier cinese, che questa settimana ha diretto a Washington la delegazione incaricata dei negoziati con il segretario americano al Tesoro Steven Mnuchin, ha spiegato che l’accordo era una necessità.

Gli effetti dell’intesa tra Usa e Cina hanno avuto anche ripercussioni sull’euro. In avvio di settimana l’euro ha segnato un nuovo minimo da dicembre a 1,1716 dollari. Successivamente la valuta europea ha recuperato in parte a 1,1738, in una giornata in cui non si sono manifestati dati macroeconomici di rilievo, mentre molti mercati europei sono stati chiusi o semichiusi per la festività di Pentecoste. Nel pomeriggio e in serata, invece, sul fronte dollaro sono attesi interventi di esponenti della Federal Reserve.

Secondo gli analisti, a spingere il dollaro ha contribuito, oltre al rialzo dei tassi sui titoli pubblici americani, anche l’intesa tra Usa e Cina sul commercio, che consente di proseguire le trattative e evita uno scontro aperto. All’opposto a zavorrare l’euro potrebbe contribuire anche la situazione di incertezza politica in Italia, con i negoziati sulla formazione di un governo M5S-Lega che sono stati accompagnati da alcune indiscrezioni sul contratto tra le due formazioni lette in maniera allarmistica dai mercati.

Salvatore Rondello

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California