G20 di Buenos Aires: pericolosi passi indietro

Paesi del g20

I partecipanti al recente summit del G20 di Buenos Aires possono dichiararsi soddisfatti per il fatto di essere riusciti a terminare il meeting con una dichiarazione unitaria. Il contenuto della stessa, però, sembra non solo annacquato ma anche di secondaria importanza.

Evidentemente si è cercato in tutti i modi di non ripetere ciò che è successo due settimane prima al summit dei paesi dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC), a Papua Nuova Guinea. Infatti, quel meeting, con la partecipazione degli Usa, della Russia e della Cina, non è approdato a nulla e non vi è stato alcun comunicato congiunto.

Nella memoria di alcuni c’è stato anche l’ultimo G7 in Québec, Canada, quando, poche ore dopo la sua conclusione, Trump ricusò i contenuti della dichiarazione finale, rendendola così un documento vuoto, sostanzialmente inutile. Probabilmente molti hanno ricordato anche la precedente sconcertante decisione americana di non sottoscrivere il trattato di Parigi sul clima.

Nonostante il G20 sia la sede per eccellenza dove affrontare discussioni e proposte a livello multilaterale per trovare soluzioni condivise alle problematiche mondiali e alle sfide politico-economiche più difficili e urgenti, il summit di Buenos Aires ha, secondo noi, segnato un pericoloso arretramento e un ritorno alla pratica dei negoziati bilaterali.

In proposito, il presidente americano Trump e quello cinese Xi Jinping hanno convenuto di posticipare di tre mesi la decisione americana di portare dal 10 al 25% i dazi su molti prodotti cinesi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari e di evitare le conseguenti ritorsioni cinesi. Una decisione modesta, se persino la banca Goldman Sachs, che ha parecchi uomini nell’amministrazione Usa, dà un misero 20% di probabilità a un futuro successo di un accordo tra le due superpotenze.

Intanto, l’andamento dell’economia mondiale si sta raffreddando. L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) stima che i dazi del 10% nei confronti della Cina, e la conseguente risposta cinese, produrrebbero una diminuzione dello 0,2% del pil mondiale e che, se portati al 25%, i dazi farebbero aumentare la perdita fino all’1%.

Segna, inoltre, quasi plasticamente, il ritorno al bilateralismo, la cancellazione dell’incontro con il presidente russo Putin da parte di Trump.

In una situazione mondiale di gravi squilibri, lo svuotamento del ruolo di dialogo propositivo dei massimi organismi internazionali non può che suscitare grandi e diffuse preoccupazioni.

Si ricordi che il G20, che rappresenta l’85% del pil e i due terzi della popolazione mondiale, fu convocato la prima volta dieci anni fa, al culmine della Grande Crisi della finanza e dell’economia globale, per cercare le soluzioni più efficaci alla grave situazione creatasi. Si temeva, giustamente, che lo sconquasso del sistema finanziario potesse mettere in discussione anche il già precario equilibrio politico e militare mondiale.

Oggi, invece, nonostante molti denuncino le avvisaglie di una nuova crisi finanziaria sistemica, irresponsabilmente, secondo noi, Washington e altri vorrebbero “smantellare” le uniche istituzioni internazionali dove è possibile dialogare sui temi più delicati.

In Argentina, purtroppo, sembra che il concetto di multilateralismo sia scomparso, così come ogni riferimento ai pericoli del protezionismo economico. Si menziona soltanto la necessità di una generica riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, perché “il sistema multilaterale del commercio adesso non è in grado di rispettare i suoi obiettivi”. La riforma è indubbiamente giusta e urgente. Sui contenuti della stessa, però, sembra esserci una vera e propria guerra ideologica: protezionismo e unilateralismo o accordo multipolare di libero e più giusto mercato?

L’Unione europea, attraverso una nota a firma del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker e del presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è correttamente schierata contro il rischio che “la lotta contro il protezionismo e l’appoggio al sistema commerciale multilaterale diventino delle parole vuote”. L’Europa vuole, invece, una “cooperazione coordinata” per una “globalizzazione più giusta” e una “riforma delle regole finanziarie globali”.

Si rammenti che, se venisse meno la volontà degli Stati di collaborare, ne risentirebbero anche i tanti progetti, annunciati nella dichiarazione finale di Buenos Aires, relativi alla realizzazione delle infrastrutture, alla modernizzazione tecnologica, alle nuove energie, alla digitalizzazione del sistema economico, al maggiore rispetto del lavoro e dei diritti civili.

Il mondo di oggi non si può permettere una simile involuzione

Mario Lettieri* Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia **economista

California, l’irrilevanza del Partito Repubblicano

Paul Ryan

L’elezione in California è stata “bizzarra”. Parla Paul Ryan, l’attuale speaker della Camera, cercando di giustificare le perdite di seggi repubblicani nel Golden State nell’elezione di metà mandato il mese scorso. Ryan ha insistito che il giorno dopo l’elezione la sconfitta non sembrava così schiacciante ma dopo tre settimane “tutti i candidati repubblicani avevano perso”.

Ryan criticava il fatto che lo spoglio in California ha preso troppo tempo contrastando il sistema del Wisconsin, il suo Stato, dove, secondo lui, i risultati si sanno immediatamente. L’asserzione di Ryan è lontana dalla realtà per tante ragioni. Tuti i voti devono essere contati e la California, con 40 milioni di cittadini, richiede tempo, specialmente quando alcuni competitori sono vicinissimi e una manciata di voti può essere decisiva.

I repubblicani però non hanno perso tutte le elezioni in California ma per quanto riguarda i seggi alla Camera hanno subito una forte batosta. Nella scorsa legislatura 14 dei 53 seggi californiani alla Camera erano in mani repubblicane comparati a solo 7 in quella che inizia nel mese di gennaio 2019. Una forte perdita, ovviamente. Per il fatto della tempestività a ottenere i risultati, Ryan dà l’impressione di ignorare il sistema elettorale californiano che fa di tutto per avvicinarsi alla democrazia vera. Le leggi sulle elezioni in California offrono tante possibilità di esercitare il voto. Come in tanti altri Stati americani, l’elezione in California non si svolge solo il giorno stabilito dal governo federale. I californiani possono votare anche per corrispondenza, un metodo che continua ad essere favorito poiché 2 terzi dei californiani lo ha usato. Inoltre ci sono 29 giorni per votare anticipatamente nei municipi locali. Per coloro che non si sono iscritti alle liste elettorali c’è anche la possibilità di richiedere una scheda provvisoria il giorno dell’elezione, soggetta a controlli, e votare subito dopo.

In sostanza, la California cerca di offrire più opportunità possibili ai suoi cittadini per votare. Ryan, da repubblicano, preferisce quegli Stati che invece limitano le possibilità dell’esercizio del voto, perché storicamente, quando poca gente vota il suo partito tende ad essere favorito.

Ryan però ha buone ragioni per la delusione che va al di là dei risultati nazionali con la conquista democratica della maggioranza alla Camera. La sconfitta repubblicana è stata schiacciante poiché anche nell’Orange County, al sud di Los Angeles, tutti i 7 seggi alla Camera sono andati ai democratici. Orange County, come si ricorda, denominata Reagan Country, è stata la roccaforte repubblicana per molti anni. Il fatto che la maggioranza dei 3,2 milioni di abitanti abbia abbandonato il Partito Repubblicano è stato un colpo per Ryan e compagnia.

La sconfitta repubblicana nel Golden State è stata rimarcata anche dall’esito su scala statale che ha riassegnato le cariche principali alle mani dei democratici. Inoltre ambedue le Camere Statali hanno mantenuto la super maggioranza democratica la quale permetterà loro di governare con minima opposizione repubblicana. Si calcola che dei 40 milioni di cittadini in California 30 milioni sono rappresentati da democratici e 10 milioni da repubblicani. I democratici risiedono principalmente nella costa e nelle grosse città della parte centrale mentre gli elettori tendenti a destra si trovano nelle zone rurali e in quelle desertiche.

Gli analisti hanno spiegato la vittoria democratica in parte con l’antipatia riversata verso Donald Trump e l’aumento dell’affluenza al voto dei giovani. Bisogna però aggiungere la favorevole situazione demografica per i democratici che vede gli ispanici al primo posto con 39% del totale, i bianchi al 37%, gli asiatici al 15% e gli afro-americani al 6,5%. La forte presenza degli ispanici e quella degli altri gruppi minoritari è stata e continuerà ad essere terreno fertile per i democratici. Alcuni hanno già parlato della California come Stato con un solo partito. Oltre alle cariche Statali e la forte maggioranza alla Camera le due senatrici che rappresentano la California a Washington sono anche loro democratiche.

La sorpresa di Ryan sugli esiti delle recenti elezioni di metà mandato è stata echeggiata da Donald Trump. Il 45esimo presidente ha spiegato la sconfitta appellandosi al fatto che in California votano anche i clandestini senza però offrire alcuna prova eccetto il suo istinto. Trump aveva usato la stessa spiegazione per la sua perdita del voto popolare nell’elezione presidenziale del 2016 vinto da Hillary Clinton con un margine di 3 milioni di voti, molti dei quali provenienti dalla California. Il segretario di Stato del Golden State Alex Padilla smentisce queste voci che sono anche smentite dagli analisti.

Il problema per i repubblicani in California è che sono diventati quasi irrilevanti. Jim Brulte, il presidente del Partito Repubblicano del Golden State, ha etichettato l’esito dell’elezione come una “sconfitta imbarazzante”. Dovrebbero cambiare ma fin quando il Partito Repubblicano deve seguire la linea dura di Trump di attaccare i gruppi minoritari concentrandosi sul supporto dei voti di elettori bianchi, i democratici in California continueranno a sorridere.

Domenico Maceri

Nancy Pelosi riprende il timone alla Camera

nancy-pelosi

“Nancy Pelosi merita di essere scelta dai democratici speaker della Camera. Se le causeranno problemi, magari io le procurerò dei voti repubblicani”. Così Donald Trump il giorno dopo le elezioni di metà mandato che ha visto i democratici ottenere la maggioranza alla Camera.

L’offerta del ramoscello d’ulivo dell’inquilino alla Casa Bianca contrasta ovviamente con la sua aspra retorica nella campagna elettorale diretta alla leader politica italo-americana. Trump l’aveva usata come spauracchio dicendo che la Pelosi avrebbe abolito le frontiere e imposto il socialismo all’America in caso di vittoria democratica. La Pelosi era per Trump il simbolo di “tasse alte, crimini alti” e amante “di MS-13”, la violenta gang centroamericana.

Il quadro dipinto da Trump e copiato anche dalla retorica repubblicana ha avuto un impatto e dopo la vittoria del 6 novembre alcune voci nel partito democratico si sono alzate contro Pelosi. Una quindicina di deputati democratici tendenti a destra hanno dichiarato la loro opposizione alla candidatura di Pelosi come speaker. Si tratta di parlamentari che hanno votato in molte occasioni per l’agenda di Trump. Poco a poco, però, tutto ci fa credere che la Pelosi sarà eletta speaker.

Il problema principale alla sua opposizione è che nessun candidato credibile si è fatto avanti per sfidarla. La deputata Marcia Fudge, democratica dell’Ohio, aveva indicato di volere candidarsi ma dopo avere parlato a quattrocchi con Pelosi ha deciso di supportarla avendo ottenuto la promessa che le deputate afro-americane avrebbero un ruolo più prominente nella prossima legislatura.

Il deputato democratico Gerry Connolly del Virginia ha colto molto bene le capacità di Pelosi quando ha detto che lei sa “ispirare, persuadere e intimidire”. Il fatto che i democratici abbiano riconquistato la maggioranza alle recenti elezioni di metà mandato, aggiungendo quaranta deputati alle loro file, si deve a tante cose ma anche ai suoi contributi. La Pelosi ha lavorato e fatto campagna elettorale dove è stata invitata e ovviamente è riuscita anche a raccogliere 135 milioni di dollari per il suo partito nel 2018.

Poco a poco l’opposizione alla Pelosi si è squagliata come neve al sole in parte per le sue capacità di convincere in maniera diplomatica gli scettici che la situazione in America è critica e per contrastare Trump e la maggioranza repubblicana al Senato ci vuole qualcuno che sappia navigare le turbolenti acque di Washington. Anche Alexandria Ocasio-Cortez, la 29enne neo deputata democratica socialista di New York, ha riconosciuto il valore di Pelosi. La Ocasio-Cortez ha accettato le qualità liberal della probabile speaker facendo notare che i suoi detrattori vengono dall’ala destra del partito.

La Pelosi infatti ha notevole esperienza e dal 1987 serve nella Camera rappresentando il quinto distretto della California che include la liberal San Francisco. È una delle deputate più liberal secondo VoteView, un’agenzia che misura l’ideologia mediante i voti espressi dai deputati. Pelosi è più liberal di 80 percento dei suoi colleghi democratici alla Camera e più del 93 percento se si considera l’intera Camera.

Inoltre Pelosi ha fatto storia divenendo la prima donna speaker della Camera nel 2007, terza carica del governo Usa, mantenuta fino al 2011. Nei suoi quattro anni di speaker è riuscita a fare approvare parecchie leggi importanti fra le quali spicca la riforma sulla sanità, detta Obamacare. I repubblicani la hanno demonizzato, dirigendo però le loro stoccate principalmente verso Barack Obama, attribuendogli la responsabilità. In realtà molto del credito per la riforma ricade sulla Pelosi e la popolarità sempre crescente della riforma ricalca il valore del suo contributo. Il fatto che i democratici abbiano conquistato la maggioranza alla Camera neutralizzerà qualunque tentativo di silurare la riforma da parte repubblicana per almeno due anni.

Il lavoro di speaker non è facile considerando le diverse fazioni del Partito Democratico e non lo era nemmeno ai tempi della maggioranza repubblicana. Ne sa qualcosa John Boehner il quale da speaker fece del suo meglio per mantenere le diverse fazioni dei deputati repubblicani uniti ma alla fine dovette dimettersi per il mancato appoggio degli ultra conservatori del Tea Party. Paul Ryan successe a Boehner ma anche lui non ha avuto vita facile e ha deciso di non ricandidarsi avendo probabilmente intuito una sconfitta del suo partito alle elezioni del mese scorso.

Il Partito Democratico non è nemmeno tanto unito ma la nuova energia di una centinaia di nuovi deputati, poco familiari con le acque sabbiose di Washington, richiederà un timoniere esperto come la Pelosi. L’agenda democratica include alcuni temi come gli investimenti sulle infrastrutture e il costo delle medicine dove si potrebbe trovare terreno comune coi repubblicani. In altri casi si tratta di interessi principalmente democratici come l’aumento del salario minimo, l’ampliamento del Medicare per coloro che hanno 50 anni, e la sfida del riscaldamento globale. Non sarà facile né per i democratici né per un timoniere di esperienza come Pelosi poiché i repubblicani controllano il Senato e la Casa Bianca. Ma anche nei casi dove non si potrà trovare terreno comune sarà importante fare approvare disegni di legge prettamente democratici per ristabilire le credenziali della sinistra. Alcune di queste leggi troppo “estremiste” per i repubblicani saranno importanti per i democratici anche se non andrebbero in porto. Permetterebbero ai democratici di acquistare futuro capitale politico che condurrebbe alla riconquista della Casa Bianca e del Senato. La Pelosi è la migliore speranza per il Partito Democratico e per il Paese.

Domenico Maceri

Le parole incendiarie di Trump: fonte di violenza?

donald trump

“È un grande, un duro”. In un recentissimo comizio Donald Trump ha descritto con queste parole il deputato Greg Gianforte del Montana il quale l’anno scorso aveva messo al tappeto il giornalista Ben Jacobs del Guardian. La folla ha reagito con gioia come si trattasse di una bellissima battuta a uno spettacolo.

Il linguaggio incendiario di Trump come possibile fonte di violenza è stato messo nuovamente in discussione nelle ultime due settimane. La quindicina di pacchi bombe inviate a leader democratici, tutti avversari politici di Trump, e la strage alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh hanno ricalcato il legame fra linguaggio politico provocatorio e gli atti di violenza. Nessuno è morto a causa dei pacchi bomba ma nel caso della sinagoga 11 persone hanno perso la vita, uccisi da un individuo avvelenato dall’odio verso gli ebrei. Il rabbino Jeffrey Myers della sinagoga ha dichiarato che tutto “comincia con le parole” e si è diretto a tutti i politici in modo uguale, incoraggiandoli a “mettere fine alle parole di odio”.

Il rabbino non ha additato Trump come responsabile ma ovviamente il suo linguaggio incendiario nei due anni di campagna politica e nei suoi due anni di presidenza richiede delle considerazioni. I responsabili delle azioni abominevoli sono solo loro ma è difficile credere che il clima politico di parole incendiarie non li avrà incoraggiati ad agire.

Rispondendo alla domanda di un cronista sulla possibile responsabilità di Trump, la portavoce del presidente, Sarah Huckabee Sanders ha smentito. La Sanders ha fatto il paragone con la sparatoria contro un numero di parlamentari a una partita di baseball nel 2017 in Virginia, nella quale fu ferito il parlamentare Steve Scalise, dicendo che non si poteva incolpare Bernie Sanders per l’ideologia di sinistra dell’individuo responsabile. C’è ovviamente una differenza che Huckabee Sanders ignora. Bernie Sanders nella sua campagna politica non ha mai usato linguaggio che inciti o esalti la violenza come ha fatto Trump.

Si ricorda che durante la campagna elettorale il 45esimo presidente aveva incoraggiato i suoi sostenitori a “prendere a botte” alcuni manifestanti, offrendo di pagare loro le eventuali spese legali. Aveva intimato che se Hillary Clinton avesse vinto l’elezione i fedelissimi del secondo emendamento avrebbero potuto agire, senza capire che qualcuno lo avrebbe potuto interpretare ad usare armi contro la leader democratica. Anche da presidente il suo linguaggio incendiario è continuato soprattutto contro i media accusandoli di essere i “nemici del popolo”, specialmente la Cnn. Gli attacchi alla Cnn sono stati anche suggeriti in un video durante la campagna elettorale nel quale si vede Trump che mette al tappeto una figura della Cnn in una scena rassomigliante alla lotta libera. Infatti, uno dei pacchi bombe era proprio stato inviato alla rete televisiva. Uno dei suoi cronisti più noti, Jim Acosta, è stato vittima di aggressioni ai comizi di Trump. Uno dei sostenitori del 45esimo presidente gli ha persino fatto il segno con un dito che la sua gola potrebbe essere tagliata. Il pacco bomba alla Cnn ha causato una forte reazione da Jeff Zucker, presidente della rete televisiva, il quale ha accusato la Casa Bianca di “una mancanza completa di capire la serietà” dei commenti negativi sui media.

Rispondendo alla domanda di un cronista se lui dovesse abbassare i toni, Trump ha risposto smentendo ogni responsabilità per il clima divisivo del Paese. Ha di nuovo additato la stampa come responsabile e ha aggiunto che potrebbe persino “aumentare” i toni. Ciononostante, il 45esimo presidente, spronato dalla figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, ha condannato gli attacchi alla sinagoga come anti-semiti, aggiungendo che “bisogna unirsi” e mandare “un messaggio chiaro” contro la violenza politica. Poche ore dopo però a uno dei suoi comizi ha attaccato i democratici e i media addossando loro la colpevolezza.

Victor Hugo ha scritto ne “I miserabili” che “Il colpevole dei peccati commessi nell’oscurità non è colui che li commette ma colui che causa quest’oscurità”. Donald Trump non è responsabile per l’oscurità che già esisteva ma lui la ha annerito. Non preme il grilletto per azioni di violenza ma con la sua costante retorica le incoraggia direttamente o indirettamente perché è la sua strategia politica dal primo giorno della sua campagna elettorale. Le parole feriscono e Trump non sembra capirlo. O forse lo capisce troppo bene perché nella sua visione del mondo vede solo nemici da sopraffare e le parole sono state e continuano ad essere il suo strumento più efficace.

Domenico Maceri

Gli Usa aprono alla Cina. Volano le borse

US President Donald J. Trump administration to accept the One China policy

È un momento molto importante per le banche europee, in attesa di conoscere i risultati complessivi degli stress test. Gli stress test, effettuati da organizzazioni collegate alla Banca centrale europea, permettono di stabilire se le banche europee possiedono un capitale sufficiente a sostenere una situazione economica che può peggiorare. Nel momento in cui scrivo, viene reso noto che le banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi e Banco Bpm hanno superato gli ultimi stress test; lo spread tra Btp e Bund tedeschi è in calo, oscillando per tutta la giornata sotto quota 300.

Stamane Piazza Affari ha registrato un +1,2%, allineandosi alle principali borse europee, che seguono il buon andamento di Wall Street di ieri e delle Piazze asiatiche. Queste ultime si avviano a chiudere la settimana con il migliore recupero da aprile 2016.

Uno dei motivi degli indici così positivi è rinvenibile nella riduzione delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e alla recente apertura della Cina agli investimenti stranieri.

Dalla fine di luglio, gran parte dei divieti, rivolti a proteggere le compagnie cinesi dalle acquisizioni estere, hanno perso efficacia.

Si tratta di una policy adottata dal governo del gigante asiatico per salvaguardare la crescita economica del Paese dalle ripercussioni della “guerra” commerciale con gli Usa: il governo statunitense ha imposto dei dazi da prodotti provenienti dai principali paesi asiatici, in particolare la Cina, ad esempio in materia di pannelli solari e lavatrici.

Tuttavia, recentemente, sembra aprirsi una distensione commerciale e sono in corso dei colloqui tra le istituzioni americane e quelle cinesi.

Il presidente americano Donald Trump ha tenuto una lunga conversazione con il presidente della Repubblica popolare Cinese, Xi Jinping e ha dichiarato che gli incontri “stanno procedendo bene”.

Di contro, Xi ha auspicato che i due Paesi possano promuovere stabili relazioni, volte ad espandere la cooperazione commerciale bilaterale, lasciandosi alle spalle le tensioni commerciali del passato più recente.

Secondo indiscrezioni di stampa, si rende sempre più probabile la preparazione di una bozza di accordo Usa- Cina sul commercio internazionale, da presentare in occasione del G20, che si terrà il 30 novembre e il 1 dicembre, a Buenos Aires, in Argentina.

Dalle dichiarazioni dei rappresentanti del governo americano emerge la volontà di ritirare alcune tasse e dazi, qualora le discussioni politiche con la controparte proseguissero con successo.

Si vedrà, nelle prossime settimane se il dialogo tra gli Usa e la Cina proseguirà, quali saranno le effettive misure concordate e se la bozza di accordo sarà presentata durante il G20.

Da queste importanti decisioni economiche e finanziarie dipenderà, in misura significativa, la situazione commerciale a livello globale e le conseguenti ricadute nelle economie dei paesi europei.

Paolo D’Aleo

L’esodo di centroamericani sfonda i confini messicani

esodo in usa

Le immagini della folla di centroamericani sul ponte attraversando la frontiera tra Guatemala e Messico sono un segno emotivo intraducibile del linguaggio dell’esodo.

La carovana di circa 4.000 migranti honduregni a cui si sono aggiunti – e tutto ci dice che ne arriveranno ancora – nicaraguensi guatemaltechi e salvadoregni, si è affollata contro le recinzioni dei due ponti di confine tra il Guatemala e il Messico nella città di Tecún Umán.

Questa settimana un gruppo di donne, bambini e anziani è finalmente riuscito ad entrare nel territorio messicano dopo aver abbattuto il recinto sul lato guatemalteco e aver attraversato il fiume Suchiate. Infatti, la frontiera sud ha vissuto una mattinata ad alta tensione quando migliaia di persone hanno infranto le barriere della polizia a Tecun Uman riuscendo ad entrare per il ponte che collega il Guatemala col Messico.

Sono migliaia di persone alla ricerca di un’esistenza migliore che i loro rispettivi paesi gli hanno proibito. In Honduras gli indici di criminalità sono altissimi, secondo dati dell’Osservatorio della Violenza tra il 2015 e il 2016 il numero solo dei femminicidi ha superato il migliaio e il 20% del Prodotti Interno Lordo del paese viene dal dinero spedito dai migranti alle famiglie. e in Salvador la violenza de las maras dilaga, il Nicaragua di Ortega non smette di mietere vittime ledendo i diritti fondamentali della sua stessa gente, e in Guatemala la mancanza di risorse economiche e gli spostamenti forzati hanno distrutto la vita di molte comunità costringendole a migrare.

Intanto a Città del Messico, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, appoggiato dal suo omologo messicano Luis Videgaray, ha insistito su come il Messico dovesse fermare l’incontenibile folla, la cui avanguardia è nata a San Pedro Sula, considerata una delle capitali più violente del mondo. L’alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, non smentito dalle autorità messicane, dichiara che le prime richieste di rifugio sono iniziate giovedì. Richieste che si sono moltiplicate per più di 11 in cinque anni nel paese, da 1.296 nel 2013 a 14.596 nel 2017, anche se i numeri delle risposte positivi sono solo 1.907, il 13%.

Lo scontro decisivo come sempre non avviene nelle strade delle città di frontiera ma nelle stanze del potere tra i governi degli Stati Uniti, Messico, Guatemala, Honduras e il Salvador. In ballo il viaggio di migliaia di persone che non hanno alcuna intenzione di fermarsi: il fenomeno dei centroamericani in transito è esploso, diventando imprescindibile e la risposta non può essere ridotta a minacce o magniloquenze istituzionali.

La grande domanda è cosa accadrà nelle alte sfere. La carovana ha già dimostrato la sua forza oltreumana affrontando momenti difficili, come quando i migranti sono stati trattenuti in Guatemala, mentre Jimmy Morales cercava di rassicurare Trump promettendo il rientro di 2500 honduregni. La potenza della folla e la porosità del confine tra Ciudad Hidalgo (Messico) e Tecún Umán hanno fatto crollare ogni tentativo di contenimento da parte delle istituzioni messicane. Davanti a questa situazione il neoeletto presidente Manuel Lopez Obrador, anche detto AMLO, ha promesso a partire dalla sua installazione definitiva a dicembre protezione e lavoro grazie a un programma di regolarizzazione attraverso il rilascio di visti lavorativi. “Offriremo lavoro ai migranti centroamericani. È un piano che abbiamo: chi vuole lavorare nel nostro paese avrà supporto, avrà un visto di lavoro. Non vogliamo affrontare la questione con le misure di forza, ma dando opzioni, alternative” ha dichiarato in una conferenza stampa lo scorso mercoledì.

Contemporaneamente sul fronte è stato arrestato l’attivista Irineo Mujica, della ONG Pueblos Sin Fronteras, che da anni organizza le svariate carovane che transitano da una frontiera all’altra del Messico. Una detenzione arbitraria, denunciano i vari centri di diritti umani presenti nel territorio, come il Fray Matias de Cordova e Voces Mesoamericanas, che stanno pretendendo il suo immediato rilascio.

Davanti a questo flusso migratorio di ineguagliate proporzioni nella regione la politica internazionale è obbligata a prendere delle decisioni sostenibili.

Pressenza

La soppressione del voto: L’arma dei repubblicani

brian-kemp

Immaginate un giocatore di tennis impegnato in un match nel quale agisce anche da arbitro. Ecco la situazione di Brian Kemp, segretario di Stato della Georgia, dove lui è candidato a governatore nell’elezione del prossimo novembre 2018. Come segretario di Stato, Kemp è incaricato di applicare tutte le leggi e regole sulle elezioni. La legge non richiede che lui si ricusi e lui si è rifiutato di farlo nonostante gli ovvi conflitti di interesse.

Il suo lavoro di Segretario di Stato è stato criticato specialmente per alcune leggi troppo restrittive sull’elezione che potrebbero sfociare in soppressioni al voto limitando i diritti dei cittadini di esercitare i loro diritti. Kemp, da segretario si Stato, deve fare applicare una legge chiamata “exact match”, compatibilità esatta della registrazione al voto. Si tratta di una legge adottata nel 2017 dalla legislatura della Georgia che rimpiazzava una precedente perché considerata discriminatoria dal punto di vista razziale.

Anche la nuova legge però contiene simili effetti discriminatori. Per eliminare possibili frodi elettorali la documentazione per l’eleggibilità al voto non può contenere nessunissimo sbaglio. Persino un trattino, una virgola, un apostrofo fuori posto, una minuscola invece di maiuscola potrebbe rendere una richiesta di voto ineleggibile. Questa volta 53mila domande sono state bloccate per questo tipo di errori. Non significa che non potranno essere rimediate ma ovviamente richiede tempo e persistenza da parte dei cittadini.

L’accusa di soppressione al voto è stata lanciata anche perché il 70 percento di queste registrazioni potenzialmente illegali appartengono a afro-americani, gruppo etnico che rappresenta solo il 32 percento della popolazione della Georgia. Si crede ovviamente che la stragrande maggioranza di questi elettori potenzialmente esclusi dalle urne voterebbe per Stacey Abrams, la candidata democratica a governatore, avversaria di Kemp.

Il tentativo di ridurre il voto dei gruppi minoritari specialmente nel Sud del Paese è già noto e ce lo conferma la storia. Dopo l’emancipazione degli afro-americani a conclusione della Guerra Civile nel 1865 le leggi locali e statali di Jim Crow continuarono la discriminazione razziale imponendo severi limiti ai diritti civili. Fino agli anni 60, per esempio, un afro-americano aveva bisogno dell’appoggio di un bianco benestante per iscriversi alle liste elettorali dell’Alabama. Il Civil Rights Act del 1964 contribuì notevolmente a ridurre la discriminazione razziale eliminando molti degli ostacoli all’esercizio del voto. Sfortunatamente nel 2013 la Corte Suprema americana ha indebolito i provvedimenti di questa legge citando i progressi già fatti.

La Georgia non è l’unico Stato dominato da legislature repubblicane a cercare di limitare il voto dei gruppi minoritari. Proprio questa settimana la Corte Suprema ha confermato la necessità di limitare i tipi di carta di identità necessari nel North Dakota che devono contenere l’indirizzo preciso del cittadino per potere votare. Per i nativi americani dello Stato che abitano nelle riserve indiane spesso queste informazioni sono difficilissime da ottenere. Cinquemila individui potrebbero perdere il loro diritto al voto. In uno Stato in cui l’attuale senatrice Heidi Heitkamp vinse l’elezione nel 2012 con un margine di 2.936 voti questa soppressione potrebbe determinare alcune importanti elezioni.

Il problema con gli indirizzi è stato usato anche alla Prairie View University nel Texas per limitare il voto degli studenti, l’80 per cento dei quali sono afro-americani. I funzionari della Waller County di Houston avevano messo in dubbio l’eleggibilità degli studenti perché usavano uno dei due indirizzi dell’università per registrarsi non possedendone altri. Alla fine, il segretario di Stato del Texas ha dichiarato che gli studenti potevano votare. Il danno però era già stato fatto poiché aveva causato confusione e non pochi studenti saranno stati influenzati a non recarsi alle urne.

La soppressione al voto è un’arma dei repubblicani che usano in modo effettivo poiché controllano la legislatura in 32 dei 50 Stati. Le leggi sulle elezioni vengono stabilite in stragrande misura dagli Stati per quanto riguardano le modalità e i requisiti anche per le elezioni federali. Quindi, come Kemp in Georgia, fanno da arbitro in partite in cui sono coinvolti come giocatori. Gli abusi sono abbastanza frequenti e i democratici spesso devono fare ricorso al sistema giudiziario e in alcuni casi si arriva anche alla Corte Suprema. Come si sa, con la conferma di Brett Kavanaugh, anche la Corte Suprema adesso è formata da una maggioranza che pende decisamente a destra.

L’America si considera un Paese democratico per eccellenza ma la strategia repubblicana di sopprimere i voti degli elettori di gruppi minoritari macchia questi ideali democratici.

I cambiamenti demografici con gli aumenti di gruppi minoritari e riduzioni dei bianchi fanno più pressione a creare coalizioni per il successo alle urne. I repubblicani però continuano a tentare di vincere basandosi sulla loro base formata di bianchi e riducendo il voto agli elettori di gruppi minoritari. In un discorso a un gruppo di repubblicani Kemp ha dichiarato che “i democratici stanno registrando un sacco di elettori di gruppi minoritari” che generalmente non votano. “Se vi riescono” ha continuato Kemp, “vinceranno queste elezioni a novembre”. Infatti, nonostante gli sforzi repubblicani di limitare il numero di elettori, i democratici hanno una buona opportunità per frenare non solo questi tentativi di cambiare le regole del gioco con la soppressione al voto ma di frenare il dominio repubblicano il 6 novembre. Gli analisti ci dicono che la Camera bassa andrà a finire nelle mani del Partito Democratico ma il Senato potrebbe rimanere sotto controllo dei repubblicani. Si vedrà se la “blue wave”, l’onda blu dei democratici includerà anche il successo nelle elezioni statali.

Domenico Maceri

Trump e Kavanaugh: macchie sulla Corte Suprema

Trump Kavanaugh

“È mai svenuto dopo avere bevuto alcol?” Questa una delle domande della senatrice Amy Klobuchar (Democratica, Minnesota) a Brett Kavanaugh durante la sua seconda testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato per la possibile conferma alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kavanaugh, evidentemente adirato dalla domanda, ha ribattuto domandando se la senatrice era svenuta in un caso simile.

La Klobuchar, con tono molto pacato, ha pressato il possibile giudice della Corte Suprema ottenendo una risposta negativa. Dopo la pausa del pranzo il giudice Kavanaugh ha chiesto scusa alla senatrice avendo capito il suo sbaglio. Kavanaugh ha anche riconosciuto il suo sbaglio pochi giorni dopo in un suo intervento nelle pagine del Wall Street Journal, noto quotidiano che pende a destra. Nel suo intervento, Kavanaugh mette in risalto le sue qualifiche ma ammette che la sua testimonianza è stata colorata da troppa emotività e ha “detto cose che non avrebbe dovuto dire”.

La reazione inappropriata di Kavanaugh con la senatrice Klobuchar non è stata l’unica asserzione fuori posto. Nel suo discorso di introduzione, il giudice Kavanaugh aveva fatto dichiarazioni che non si addicono alla personalità e temperamento di un giudice né tantomeno di un possibile giudice della Corte Suprema. Kavanaugh aveva dichiarato che nelle ultime due settimane era stato vittima di un “un assassinio politico”,  “alimentato  da rabbia per la vittoria di Trump nel 2016”,  “ con milioni di dollari spesi dalla sinistra per ottenere la vendetta dei Clinton”. Per Kavanaugh la colpa era tutta dei membri democratici della Commissione Giudiziaria al Senato.

Si tratta di dichiarazioni completamente estranee al tenore giudiziario ricordandoci in effetti i toni di una campagna politica. La reazione politica di Kavanaugh è stata spiegata dai suoi sostenitori come sdegno giustificato, considerando le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti venute a galla, secondo lui, all’ultimo minuto per silurare la sua candidatura. Comunque sia, la reazione di Kavanaugh non ha riflesso la personalità necessaria per servire nella Corte Suprema che negli ultimi venti anni è divenuta sempre più dominata dalla politica, allontanandosi dalla giustizia che dovrebbe essere imparziale e basata sulle leggi.

Si sa ovviamente che il legame fra politica e sistema giudiziario esiste. I giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente in carica in buona parte per ideologia politica. Donald Trump nella sua campagna del 2015-16 aveva promesso  che se eletto avrebbe nominato giudici conservatori. Infatti le sue due nomine sono giudici che tendono a destra. Ma la nomina di Neil Gorsuch (confermato l’anno scorso) e quella di Kavanaugh ci ricordano altre colorate da politica e polemiche come  quella clamorosa di Clarence Thomas del 1991. Si ricorda che Thomas, nonostante le accuse di molestie sessuali  di Anita Hill, fu alla fine confermato. Una conferma che rappresenta in un certo modo una macchia nella solennità della Corte Suprema. Alla quale bisogna aggiungere la macchia rappresentata da Gorsuch che è riuscito ad approdare alla Corte per il fatto che i senatori repubblicani, che controllano la Camera Alta, si rifiutarono di prendere in considerazione Merrick Garland che l’allora presidente Barack Obama aveva nominato per rimpiazzare Antonin Scalia. In effetti, i repubblicani, con la loro ostruzione, crearono il posto per Gorsuch.

Quando i senatori repubblicani adesso accusano i loro colleghi democratici di ostruzione non hanno tutti i torti perché fanno il lavoro di opposizione. Ma i “maestri” dell’opposizione sono proprio loro, i repubblicani. Avevano iniziato con la presidenza  di Obama rifiutandosi di confermare un folto numero di giudici alle Corti federali nominati da Obama. Poi, per ottenere più potere, hanno ridotto la voce della minoranza eliminando la procedura del filibuster che richiedeva 60 voti per procedere ai voti della conferma dei giudici. In passato, questa tradizione del Senato spingeva i presidenti a nominare giudici meno estremisti sapendo che la conferma richiedeva voti del partito di minoranza. In sintesi, la tossicità politica di Washington con l’aspra opposizione a Obama, è stata riversata anche sulla Corte Suprema.

Non sorprendono dunque tutti i battibecchi evidenti nella conferma di Kavanaugh. In questo caso però la posta è troppo alta. Una conferma di Kavanaugh significherebbe la netta maggioranza conservatrice in seno alla Corte Suprema con buone possibilità di future decisioni che potrebbero influenzare la politica americana per un cinquantennio. A cominciare dalla legge sull’aborto ma anche su tanti altri temi sociali per i quali Kavanaugh con il suo attacco politico si è dimostrato chiaramente  poco capace di obiettività. Il professor Laurence Tribe, eminente professore di diritto costituzionale alla Harvard, basandosi sugli attacchi di Kavanaugh, ha rilevato una serie di temi sui quali Kavanaugh dovrebbe ricusarsi perché li ha descritti come suoi avversari implacabili. Il professor Tribe include fra questi casi di molestie sessuali, i democratici, i gruppi liberal ecc. Ricusarsi da casi che toccano questi temi non sarebbe legalmente obbligatorio ma lo sarebbe dal punto di vista etico.

Al momento di scrivere queste righe siamo informati che il Senato ha approvato la mozione procedurale con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Il voto finale non dovrebbe essere diverso anche se qualche remota possibilità di ribaltarlo potrebbe esistere. Non si sa con completa certezza l’esito finale ma sappiamo però che la probabile conferma di Kavanaugh ha già aggiunto altre macchie che riducono la legittimità della Corte Suprema.

Domenico Maceri

Alibaba, arrivano i primi effetti della guerra dei dazi

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La guerra dei dazi Usa-Cina sta già producendo i primi effetti boomerang per gli Stati Uniti. Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese, ha rivisto i suoi piani di sviluppo e non avrebbe più in programma di creare un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti, come il suo fondatore, Jack Ma, aveva annunciato a gennaio 2017 in un incontro col presidente americano Donald Trump. Dopo quell’incontro, avvenuto prima che Trump si insediasse alla Casa Bianca, il tycoon aveva dichiarato: “Io e Jack faremo grandi cose”.

Jack Ma, parlando ieri in un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, ha spiegato che la sua promessa non è più realizzabile a causa della guerra dei dazi Usa-Cina: “La premessa era quella di relazioni commerciali amichevoli tra i due Paesi ma questa premessa non esiste più e la nostra promessa non può essere mantenuta. Il commercio non è un’arma e  non dovrebbe essere usato per cominciare le guerre, ma dovrebbe  essere un fattore chiave per la pace. La situazione che si è venuta a creare ha distrutto le premesse sulle quali confidavamo. Ma Alibaba comunque non smetterà di lavorare duramente per contribuire a uno sviluppo di sane  relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina”.

Dunque, per adesso, è sfumato il milione di posti di lavoro da creare in cinque anni, negli Stati Uniti, come promesso da Alibaba. A causa delle crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Il fondatore e amministratore delegato di Alibaba ha poi detto che il colosso cinese, Alibaba, avrebbe creato il milione di posti di lavoro facilitando la vendita di prodotti da parte di un milione di piccoli esercenti statunitensi ai consumatori cinesi e asiatici attraverso la loro piattaforma informatica. Per Jack Ma le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina potrebbero durare anche 20 anni.

Trump che propaganda ‘America first’, invece, rischierebbe di iniziare un pericoloso percorso per gli Stati Uniti.

Salvatore Rondello

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri