Globalizzazione come disordine mondiale

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Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

Usa e infrastrutture: nessun modello d’investimento

InfrastruttureAncora non si conosce il vero orientamento del presidente Trump per i settori dell’economia reale degli Usa.
Cancellando le poche regole introdotte a suo tempo dal presidente Obama per contenere le spinte speculative, le sue decisioni riguardanti il mondo bancario e finanziario hanno deluso quanti si aspettavano i cambiamenti promessi in campagna elettorale.
Dubbi e perplessità sorgono anche per quanto riguarda il finanziamento del vasto programma infrastrutturale annunciato, che prevede ben 1.000 miliardi di dollari di investimento.
Si farà ricorso ad obbligazioni e a fondi pubblici mirati a specifici progetti a beneficio degli utenti, oppure verranno messi in campo dei partenariati pubblico-privati (PPP) in cui si garantiscono maggiori privilegi alla parte privata?
Potrebbe sembrare una domanda secondaria ma non lo è per niente.
Se il governo si farà carico dell’intero investimento, lo Stato evidentemente si aspetterà di essere ripagato attraverso una maggiore efficienza dei settori produttivi e dai tributi fiscali derivanti dall’aumento dei redditi e dei consumi. Se si privilegiano i partenariati, gli investitori privati incasseranno le tariffe pagate dai consumatori e, forse, giovandosi anche di una rilevante garanzia pubblica.
In Italia si conosce bene la differenza in quanto negli anni, si è, purtroppo, in gran parte privatizzata la distribuzione dell’acqua, che da bene pubblico è sempre più diventato un servizio gestito da privati. Lo stesso avviene per la gestione delle autostrade che hanno portato ricchi introiti ai privati a fronte di scarsi investimenti e di insufficienti manutenzioni della rete.
Lungi da noi l’intento di criminalizzare il modello dei partenariati. Al contrario, esso può essere uno strumento molto valido se ben utilizzato e ben controllato. Occorre però riconoscere che non è il toccasana alternativo per tutti gli investimenti pubblici.
Negli Stati Uniti si stima che la componente privata degli investimenti nei servizi di interesse pubblico produce su base decennale in media un profitto annuo tra l’8 e il 18%.
Sono soprattutto i fondi di “private equity”, controllati dalle banche, ad operare in questi settori. Molte città americane, come è noto, in passato hanno “delegato” ai privati la gestione di molti servizi pubblici.
In una situazione di tassi di interesse zero, le banche e i fondi finanziari scalpitano per investire nei progetti infrastrutturali e in certi servizi pubblici. Ecco perché il programma di Trump suscita grandi consensi da parte del sistema bancario.
Indubbiamente la materia è complessa e ha notevoli riverberi. È noto, per esempio, che ogni investimento pubblico nelle infrastrutture genera un aumento del valore di mercato dei terreni e degli immobili già esistenti nella zona, generando effetti perversi nell’aumento dei prezzi delle case e degli affitti.
Si ricordi che Trump è un immobiliarista che ha accumulato le sue ricchezze in questo settore. Perciò non vorremmo che in futuro gli Usa diventassero un gigantesco fondo di investimento immobiliare.
Comunque speriamo che il presidente americano ci sorprenda positivamente e fughi con le sue scelte le non poche perplessità circolanti sulla natura del suo governo.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

TRUMP CONTRO TUTTI

trumpNon cede di un millimetro dai suoi propositi, tutt’altro. E ne ha per tutti, dal muro per fermare gli immigrati provenienti dal Messico, alle nuove restrizioni sull’uso della marijuana fino agli armamenti e all’Obamacare. “Costruiremo il muro” al confine  con il Messico “e lo faremo molto prima del previsto”. Ha  detto il presidente Donald Trump nel suo intervento alla Conservative Political Action Conference (Cpac), il più grande raduno annuale degli attivisti conservatori. “Ora stiamo buttando fuori i cattivi”, ha proseguito riferendosi alla stretta sull’immigrazione.

“Sono loro la priorità”, ha insistito dopo le polemiche sulle possibili deportazioni di massa. E sulle riforme di Obama aggiunge: “Cancelleremo e rimpiazzeremo ‘Obamcare’, la riforma della Sanità voluta dal suo predecessore Barack Obama. “Salveremo gli americani da questo disastro – ha insistito – consentendo loro di accedere alle cure che meritano”. Prosegue lo smantellamento dell’eredita’ Obama: dopo la revoca da parte della Casa Bianca della direttiva che concedeva ai transgender di usare i bagni delle scuole a loro scelta, l’attorney general Jeff Sessions ha ritirato l’ordine della precedente amministrazione di ridurre  gradualmente il numero di contratti con gli operatori privati di carceri, ritenendo che impedisca di soddisfare le esigenze della popolazione carceraria. Da un’indagine dello scorso anno emerse che le prigioni gestite da privati sono più ‘pericolose’.

E sul capitolo marijuana il portavoce dell’amministrazione Trump, Sean Spicer ha confermato che la Casa Bianca prevede una  stretta circa l’implementazione delle leggi federali sull’uso della marijuana a scopo ricreativo. “Il presidente Donald Trump – ha spiegato – non si oppone all’uso della  marijuana per scopi medici, “ma e’ molto diverso dall’uso a scopo ricreativo, di cui il dipartimento di Giustizia intende occuparsi”. Infine gli armamenti. Trump ha promesso che “aumenteremo le spese per rilanciare le forze militari”

Parole atteggiamenti che non sono piaciuti a Mosca che ha parlato del rischio di una nuova guerra fredda. “Non si può accettare il dominio di una sola potenza nel campo delle armi nucleari, perché altrimenti si sbilancia l’intero sistema della sicurezza internazionale e perdono significato tutti gli sforzi di disarmo degli ultimi decenni”, ha detto il presidente della commissione esteri della Duma, Leonid Slutsky, commentando con la stampa le dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump sull’importanza della leadership americana nel settore nucleare.

“Se Washington davvero procederà nel suo obiettivo di supremazia  nella sfera nucleare, si verificherà di nuovo una corsa gli armamenti e il mondo tornerà alla Guerra Fredda”, ha avvertito Slutsky, aggiungendo che il rischio è quello di “una catastrofe di civiltà globale”. Il deputato, allo stesso tempo, ha pero’ ammesso che le parole di Trump sono “piuttosto emotive e calcolate per la scena mediatica”.

La propaganda della “Via della Seta”

Cina abolisce figlio unicoLa “Belt and Road Iniziative” (BRI), la visione geopolitica del presidente cinese Xi Jinping, ha avuto la sua traduzione operativa nel progetto “One Belt, One Road” (OBOR), “Una Cintura, Una Strada”. Un megaprogetto che, con l’avvento alla Casa Bianca di Donald Trump, è diventato oggetto di approfondimento e di preoccupazioni. Considerato ieri solo propaganda diretta a contrastare la politica con cui Obama perseguiva l’obiettivo di un contenimento” regionale della Cina, tale progetto è considerato un “messaggio” diretto al nuovo presidente degli Stati Uniti, che del cambio radicale della politica soft di Obama nell’Oceano Indiano e nel Mar Cinese meridionale ha fatto uno dei motivi del suo successo elettorale.
Il progetto OBOR si compone di due parti che si integrano l’una con l’altra: la “Cintura” (Cintura Economica della Via della Seta) e “la Strada” (Strada della Seta Marittima). La “Cintura”, su base terrestre, è costituita da una vasta fascia della Cina centrale, che attraversando un gran numero di Paesi asiatici, non sempre in relazioni pacifiche tra loro, raggiunge l’Europa orientale; la “Strada”, su base marittima, invece, è una rotta che si estende dal Mar della Cina Meridionale e si irradia verso il Sud-Est asiatico, il Mediterraneo orientale e, attraversando l’Oceano Pacifico, l’America meridionale.
La visione geopolitica di Xi Jinping, a parere di Mu Chunshan, autorevole opinionista cinese e già responsabile dell’ufficio per la diffusione dell’immagine della Cina nel mondo, è ambiziosa ma pacifica. Xi Jinping, eletto “nucleo” del partito, durante la VI sessione del XVIII° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, intende realizzare una politica estera che si articola, stando alle indicazioni riconducibili al progetto OBOR, secondo tre direttrici che, nell’insieme, prefigurano le aspirazioni del Grande Paese asiatico: la prima è quella che vorrebbe la Cina proiettata verso il conseguimento di obiettivi politici e strategici, attraverso l’impiego di mezzi puramente economici; la seconda, è volta ad assicurare al Paese una crescente e stabile presenza militare nel mondo; la terza tende a conseguire per la Cina uno status di pari importanza nelle relazioni tra le grandi potenze.
In un recente articolo, “Geopolitica di Xi Jinping” (“Limes”, n. 1/2017), Mu Chunshan osserva che, dopo trent’anni di crescita, di riforme e di apertura al mondo, la Cina ha accumulato una sufficiente credibilità per aspirare ad “influenzare il mondo con l’economia, strumento di potere che gli altri Paesi accettano più facilmente rispetto a quello politico e militare”; da ciò consegue, secondo l’opinionista cinese, la giustificazione della seconda direttrice delle aspirazioni geopolitiche cinesi, ovvero la propensione a “salvaguardare meglio gli interessi nazionali e far abituare il mondo a una Cina diversa dal passato”, tendendo ad “influenzare l’ordine mondiale e regionale per cambiarlo uniformemente ai propri interessi”.
Una volta insediatosi al potere e consolidata la sua posizione all’interno del partito, Xi Jinping intende conseguire questo risultato, abbandonato il principio, già stabilito da Deng Xiaoping, di “mantenere un basso profilo”, per non suscitare sospetti e diffidenza da parte del resto del mondo; al contrario del suo predecessore, Xi Jinping è del parere che la Cina abbia acquisto ora una maggior forza economica, e poiché è diventata la seconda potenza economica mondiale, la sua influenza politica e militare deve crescere in proporzione; perciò, se in passato era plausibile tenere un profilo basso e introverso, è giunta l’ora di perseguire, sia pure in maniera pacifica, obiettivi più estroversi rispetto al resto del mondo.
In realtà, la Cina di Xi Jinping è andata molto oltre i limite del “basso profilo”, spesso con la pretesa di tutelare suoi presunti interessi secondo modalità dure ed aggressive; a partire dal 2013, i rapporti con i Paesi bagnati dal Mar Cinese Meridionale si sono deteriorati e la Cina ha incominciato ad inviare soldati all’estero per garantire l’integrità dei pozzi petroliferi al cui sfruttamento è interessata e la sicurezza dei propri tecnici impegnati in vari Paesi nella costruzione di infrastrutture.
Sul fronte delle relazioni tra le grandi potenze, Xi Jinping, con il progetto OBOR, infine, vuol definire, in particolare nei confronti degli Stati Uniti, le priorità geopolitiche del proprio Paese; pretesa questa che, a partire dall’inizio dell’anno corrente, deve fare i conti con il cambiamento della politica estera annunciato dal nuovo “inquilini” della Casa Bianca, proprio nei confronti della Cina.
Per l’attuazione del progetto OBOR, la Cina conta di poter fare affidamento sul supporto di una serie di banche per lo sviluppo, fra le quali la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), il Silk Road Fund e la New Development Bank (NDB). L’AIIB, è attualmente sostenuta da 57 Paesi membri, alcuni dei quali europei ed alleati degli Stati Uniti, la Corea del Sud e tutti i Paesi riuniti nell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Il Silk Road Fund è un fondo di investimento statale cinese, costituito per il finanziamento della costruzione delle infastrutture nei Paesi che saranno attraversati dalle vie della seta. Infine, l’ANDB è la banca dei BRICS, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, Paesi che da tempo perseguono lo scopo di costruire un sistema commerciale globale alternativo a quello basato sul dollaro.
Oltre che contare sulla dotazione di queste istituzioni bancarie, ammontante a circa 240 miliardi di dollari, il successo del progetto OBOR può contare anche sul fatto che la Cina ha già investito 62 miliardi di dollari in infrastrutture strumentali al successo del progetto, attraverso l’impegno della China Development Bank, della Export-Import Bank of China e della Agricultural Development Bank of China e di quello della China Construction Bank, un’altro istituto finanziario che a partire dal 2013 ha investito 40 miliardi di dollari l’anno in infrastrutture. Un’altra ragione di possibile successo del megaprogetto può essere ricondotta al fatto che la Cina, in cooperazione con le istituzioni finanziarie di Singapore, ha anche stanziato 22 miliardi nella realizzazione di progetti nell’Asia sud-orientale, per la costruzione di infrastrutture che saranno parte della via della Seta marittima.
L’origine delle preoccupazioni nutrite da molti Paesi asiatici, e soprattutto delle grandi potenze, USA in testa, connesse ai possibili scenari futuri legati all’attuazione del progetto OBOR è la diffusa incertezza sulle reali motivazioni della Cina. Il presidente Xi Jinping ha definito il progetto OBOR come un modello di “cooperazione” rivolto alla creazione di una “comunità dal destino comune”, ma anche, come già precedentemente si è detto, ad assicurare alla Cina “una posizione geopolitica, economica e militare che corrisponda ragionevolmente al suo livello di sviluppo”. L’attuazione del progetto, a parere di Mu Chunshan, non punterebbe “a superare gli USA e a diventare la nuova ‘polizia del mondo’”; ciò perché la politica di Xi Jinping sarebbe solo “conforme alla realtà del rapido sviluppo dell’economia cinese degli ultimi trent’anni”.
Ma un altro articolo, sempre dello stesso Mu Chunshan, comparso sullo stesso numero 1/2017 di “Limes”, dal titolo “La via per tornare ad essere il numero uno del mondo”, contraddice sostanzialmente le pacifiche intenzioni attribuite al presidente Xi Jinping; in esso si sostiene, infatti, che nell’attuazione del megaprogetto delle vie della seta sarebbe implicito il “sogno cinese”, proposto dal presidente divenuto “nucleo” del Partito Comunista, che prevede di portare a compimento la “grande rinascita del popolo cinese”, in concomitanza con il centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese (2049)”. Il termine “rinascita” non sarebbe casuale, perché, significherebbe “ripristinare il rango internazionale della Cina nelle epoche Han e Tang”, appunto le due dinastie che hanno rappresentato “il periodo di maggiore prosperità della via della seta”; obiettivo, questo, che sarebbe proprio del progetto OBOR, destinato a diventare uno dei “vettori di realizzazione del ‘sogno cinese’”.
Ovviamente, lo stesso Mu Chunshan sembra essere consapevole che la realizzazione del megaprogetto andrà incontro a molti sospetti e rischi di rigetto da parte del resto del mondo. I sospetti sarebbero dovuti al fatto che gli stranieri non capirebbero il senso che la realizzazione del progetto avrebbe per la Cina, soprattutto perché, per tanto tempo, la società internazionale si sarebbe abituata a considerare la Cina introversa e marginale. Ciò sarebbe valso a consolidare il convincimento che la “Cina dovesse agire esclusivamente entro i limiti prestabiliti del suo spazio geografico”. In molti Paesi, sia nelle èlite che fra la gente comune, si stenterebbe, perciò, a comprendere che la Cina è cambiata, diventando sempre più estroversa, e che il progetto OBOR rappresenta il marchio del mutamento. E’ chiaro – conclude Mu Chunshan – che uno sviluppo così rapido della potenza cinese sarà “difficile da accettare”, sino a risultare naturale che l’attuazione del progetto OBOR sollevi diffuse diffidenze circa il senso che gli viene assegnato dalla Cina moderna.
Ma non è solo il mondo in astratto a nutrire diffidenze circa le intenzioni della politica di Xi Jinping; esse serpeggiano anche presso alcuni Paesi asiatici che dovrebbero essere direttamente investiti dal megaprogetto delle vie della seta. Alle diffidenze si aggiungono anche i molti rischi ai quali è esposta l’attuazione del progetto, dovuti al fatto che la sua realizzazione investe direttamente alcuni Paesi, soprattutto quelli mediorientali che, nel loro insieme, costituiscono un’area molto instabile, dato che ciascuno di essi tende a conquistare una posizione dominante.
Altri rischi provengono direttamente dalla Cina, ovvero dalla sua debolezza riguardo al processo di globalizzazione; e ciò per due ordini di motivi. Il primo di questi concerne la possibilità che le attività produttive cinesi non si adattino facilmente alle regole del gioco prevalenti al di fuori dei confini della madrepatria; le imprese cinesi che operano all’estero, oltre all’esercizio della propria attività, concorrono a plasmare l’immagine della Cina, per cui se tali imprese dessero della loro madrepatria un’immagine “aggressiva”, la realizzazione del progetto OBOR ne sarebbe influenzata negativamente. Inoltre, anche dal punto di vista interno della stessa Cina, l’attuazione del megaprogetto delle vie della seta è destinata a sollevare non pochi rischi politici, nascenti dagli interrogativi circa gli effetti derivanti dalla destinazione di tante risorse all’estero, a scapito degli investimenti interni, volti a rimuovere i tanti squilibri territoriali e sociali che ancora permangono, nonostante il “grande balzo in avanti” compiuto dalla Cina moderna,
Il secondo ordine di motivi che vede la Cina debole riguardo al processo di globalizzazione, è dovuto al fatto che ancora essa non dispone di una “area valutaria ottimale”, tale da consentirle di trasformare il “renminbi” in una valuta sostitutiva del dollaro nella regolazione delle transazioni internazionali, strumentali per il successo del progetto stesso; ciò perché, al di là delle sue aspirazioni a perseguire la “grande rinascita del popolo cinese”, la Cina non dispone del necessario potere militare per presiedere l’area valutaria, al fine di garantire alla sua valuta nazionale la sicurezza e la fiducia da parte degli operatori internazionali.
Infine, l’OBOR è esposto al rischio di un confronto “a tutto tondo” con la superpotenza americana, l’unica al momento in grado di egemonizzare le modalità di funzionamento in condizioni di stabilità del processo di globalizzazione; al di là della politica asiatica “minacciata” da Trump, gli analisti delle relazioni internazionali tendono a valutare il progetto delle vie della seta niente più che pura propaganda; l’obiettivo di sarebbe quello di controbilanciare il tentativo di Obama di costruire una cintura di contenimento contro la tendenza della Cina ad espandersi territorialmente a spese dei deboli Paesi vicini, nonché a porre rimedio alla sua presunta ostentata incapacità di “gestire in sicurezza” un vicino suo protetto, dotato di deterrenza atomica, che di continuo minaccia la stabilità dell’intera area asiatica e la sicurezza delle rotte marittime, perno dell’egemonia strategica ed economica globale della superpotenza a “stelle e strisce”.
Al momento, c’è solo da augurarsi che le due potenze mondiali, Cina ed USA, privilegino, nella regolazione dei loro conflitti di interesse, la via del negoziato in luogo del ricorso alla forza militare, e in particolare: che la Cina non dia l’impressione sbagliata (ma non troppo) di usare Kim Jong-un per destabilizzare l’area asiatica e le rotte marittime che la solcano; e che gli USA, dipendendo dall’importazione di capitali cinesi, non pretendano di rimettere in discussione tutto ciò che, riguardo alla Cina, è stato realizzato col loro interessato consenso, ricorrendo ora a barriere tariffarie anticinesi e a possibili strategiche alleanze di segno opposto a quelle sinora praticate.

Gianfranco Sabattini

La sfida cinese di Trump, la Trans Pacific Partnership

trump_cinaLa decisione di Trump di abbandonare la Trans Pacific Partnership (TPP) è, per una serie di ragioni, un brutto segnale.
In primo luogo, è una prima significativa prova del fatto che il cuore del sistema economico internazionale si sta chiudendo. Confermando così che in tempi di crisi è davvero difficile passare dal libero commercio (“free trade”) al commercio equo (“fair trade”), mentre è semplicissimo precipitare nel protezionismo.
L’Inghilterra fece lo stesso negli anni Trenta, ponendo così fine alla Pax Britannica. Quando, infatti, il centro dell’ordine internazionale si chiude, gli altri attori per reazione fanno altrettanto. Negli anni Trenta l’ordine internazionale si frantumò in una serie di blocchi commerciali, che, guidati dal protezionismo economico e dal nazionalismo politico, iniziarono a cozzare l’uno contro l’altro. Da quell’attrito si generò la seconda guerra mondiale. La politica estera americana del dopoguerra ha avuto come obiettivo quello di aprire quei blocchi e creare un ordine internazionale interrelato dai commerci e dal dialogo istituzionalizzato. È paradossale che oggi la più grave minaccia a quell’ordine liberal-democratico internazionale venga dal cuore stesso del sistema politico americano: dalla Casa Bianca.
L’altro elemento, che è forse ancora più grave, è che la decisione di abbandonare il TPP appare sconclusionata e contraddittoria.
Trump ha giustamente criticato la Cina da un punto di vista politico, puntando il dito sulla questione di Taiwan, denunciando l’ambiguità della politica cinese sulla Corea del Nord (se Pyongyang dipende dal punto di vista energetico ed alimentare totalmente dalla Cina, allora perché Pechino non blocca il programma nucleare?) e c’è da scommettere che alla prima occasione utile soffierà sul fuoco della questione di Hong Kong (che Pechino sta lentamente fagocitando).
Ma se si vogliono frenare le ambizioni egemoniche cinesi in Asia, poi non si può distruggere il TPP.
Ciò che forse sfugge a Trump e al suo staff è che il TPP è un progetto politico, prima ancora che economico.
La Cina, infatti, negli ultimi anni ha adottato un nuovo approccio a livello regionale, vale a dire usare il proprio immenso mercato interno per attrarre e legare a sé i paesi della regione.
In breve, ai paesi dell’area Pechino garantisce il libero accesso delle loro merci al mercato interno cinese (e quindi per loro una potenzialmente illimitata crescita economica), ma in cambio chiede l’accettazione della leadership politica cinese. Del resto è questo il senso della cosiddetta “Two Silk Road Strategy”, ed è questo il senso della Asian International Investment Bank (AIIB) voluta da Pechino per finanziare le infrastrutture di questo nuovo ordine regionale. Il messaggio cinese ai paesi dell’area è chiaro: “se non vuoi morire di fame, devi diventare mio suddito”.
Dunque, Pechino usa il proprio mercato interno per ricreare quello stesso ordine sinocentrico creato dall’Impero cinese e che ha avuto fine a partire dalla prima Guerra dell’Oppio (1839-1842).
Per bloccare questa strategia Obama ha imposto una mutazione alla trentennale politica di Washington nei confronti della Cina, fatta di “containment” politico ed “engagement” economico.
Dalla Trans Pacific Partnership è, infatti, esclusa la Cina, il che significa che Obama è passato dall’ “engagement” al “containment” anche in ambito economico.
Infatti, il TPP, aprendo il mercato americano alle merci dei paesi dell’area, offriva una alternativa economica a quei paesi che non intendevano diventare sudditi politici di Pechino, sottraendoli così al ricatto cinese.
Nel momento in cui Trump abbandona il TPP, chiude ogni possibilità che i paesi dell’area possano sottrarsi all’egemonia politica cinese, in questo modo non fa che favorire la Cina nella costruzione del suo ordine sinocentrico, dal quale gli Stati Uniti sono esclusi.
Ecco perché l’uscita degli USA dal TPP è una mossa sconclusionata e contraddittoria: da una parte Trump dichiara di voler contrastare le ambizioni cinesi, dall’altra favorisce, come nessun altro, quelle stesse ambizioni egemoniche.
Superficialità, contraddittorietà, confusione, improvvisazione: è questa la cifra – come ai tempi di Cleone il conciapelli – del populismo al potere? Mala tempora.

Nunziante Mastrolia

Le prime firme di Trump. L’ambiente sotto i piedi

casa-biancaSeduto nello Studio Ovale il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato i primi decreti. Si tratta di ordini esecutivi, provvedimenti di efficacia immediata che quindi che non devono passare dal Congresso per essere operativi.
Sono alcuni dei temi su cui aveva puntato molto in campagna elettorale. La prima firma è in calce a un ordine esecutivo per ritirare formalmente gli Stati Uniti dal Trans-Pacific Partnership (TPP). Il secondo decreto è quello con cui si ristabilisce il bando sull’erogazione di fondi federali alle Ong internazionali che praticano aborti o forniscono informazioni a riguardo. Si tratta di un provvedimento che, da quando fu introdotto dall’amministrazione repubblicana nel 1984, è stato revocato dalle amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane che si sono succedute. L’ultima volta era stato il presidente Barack Obama a cancellare il bando.

Il presidente Donald Trump ha rilanciato il suo slogan anche nel suo primo incontro alla Casa Bianca con i leader del business, promettendo inoltre di tagliare del 75% il quadro regolatorio e una riduzione delle tasse per la middle class e per le società dall’attuale 35% al 15%-25%”. “Tutto quello che dovrete fare è stare qui, non andar via. Non licenziare la vostra gente negli Usa”, ha detto il neo presidente.

È poi tornato a parlare delle politiche energetiche. “I giacimenti sotto i piedi degli statunitensi c’è – dice Trump – talmente tanta energia che bisognerebbe prendere il fiato prima di esprimerne il valore: 50mila miliardi di dollari. Sfruttiamo questa ricchezza, nel piano energetico che ha appena presentato, e che si chiama «An America first energy plan» (Un piano energetico Prima l’America). Usando le risorse nazionali, riscoprendo il carbone (però “carbone pulito”), togliendo vincoli e burocrazia, i costi energetici per gli statunitensi potrebbero scendere così tanto da poter rappresentare fra 7 anni un aumento salariale pari a 30 miliardi di dollari”.

Insomma il documento di Trump pubblicato sul sito web della Casa Bianca è ambiguo. No a politiche climatiche, no a vincoli ambientali, basta con la Legge Acque e con il Piano Clima. “Per troppo tempo siamo stati trattenuti dal freno delle normative sull’industria energetica”. Però al tempo stesso il documento dice sì a legge forti per difendere l’aria e le acque dall’inquinamento. Il piano energetico di Trump dice che «l’energia è una parte essenziale della vita statunitense ed è un punto centrale dell’economia mondiale. L’Amministrazione Trump si impegna in politiche energetiche che ridurranno i costi per i lavoratori statunitensi e per massimizzare l’uso delle risorse statunitensi, liberandoci dalla dipendenza dal petrolio straniero», anche per accrescere il grado di sicurezza energetica. Il documento aggiunge: “Abbiamo vaste riserve energetiche interne non sfruttate, proprio qui. L’Amministrazione Trump abbraccerà la rivoluzione dello shale oil e dello shale gas per creare posti di lavoro e per dare prosperità a milioni di statunitensi”.

Trumponomics. Costi e benefici politici e finanziari

trumponomicsL’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti si è trasformata in fonte di preoccupazione per la capacità di tenuta dell’ordine globale, per via della presunta inesperienza del nuovo Presidente in fatto di attività politica e diplomatica. Secondo una linea di pensiero ormai largamente accreditata, la sua affermazione politica ha tratto origine da problemi che da tempo agitavano la società americana, riconducibili principalmente alla crisi economica dei vecchi Stati federati industrializzati, all’approfondirsi delle disuguaglianze distributive e allo scontento popolare rispetto ad un establishment accusato di non aver capito il precario stato esistenziale dei cosiddetti “cittadini dimenticati” (forgotten men).
L’elezione di Trump è stata caratterizzata da una campagna elettorale, nel corso della quale i candidati, a parere di Allen Sinai, capo economista della società americana di consulenza economica e finanziaria “Decision Economics”, ”hanno dedicato gran parte del tempo a criticarsi e attaccarsi reciprocamente, riservando pertanto scarsa attenzione alle problematiche sociali ed economiche”. Se si considera il “peso”, sebbene ridimensionato rispetto al passato, dell’economia degli USA sul resto dell’economia mondiale, diventano plausibili le domande che lo stesso Allen Sinai formula nell’articolo “Trumponomics: benefici e costi”, apparso sul n. 75/2016 di “Apenia”: “Riuscirà l’economia americana a crescere più rapidamente e rafforzarsi, pur adottando politiche protezionistiche in materia di commercio e immigrazione? Quali saranno gli effetti del cambiamento sull’economia americana e globale? Ci si aspetta un futuro migliore o peggiore?”. Il probabile programma, che è dato presumere sarà portato in attuazione dal nuovo Presidente e che Allen Sinai definisce, per via della sua specificità, col termine di “Trumponomics”, presuppone una notevole attività legislativa, destinata a produrre rilevanti effetti sui mercati finanziari e sull’economia degli Stati Uniti, ma anche sull’economia del resto del mondo.
In particolare, a parere di Allen Sinai, un preventivo atto della nuova amministrazione sarà la deregolamentazione, per lo “smantellamento” di ciò che è stato legiferato dalla precedente amministrazione in campo sanitario e, soprattutto, in campo finanziario con il “Dodd-Frank Act”, la legge di riforma di Wall Street, introdotta per promuovere una più stretta e completa regolazione dei mercati finanziari a tutela dei consumatori e del sistema economico statunitensi. Gli obiettivi della riforma erano quelli di scoraggiare la creazione di nuove bolle, come quella che ha portato alla crisi dei mutui subprime, aumentando la tutela dei risparmiatori americani e promuovendo una maggiore trasparenza nei diversi mercati finanziari. La regola che, con maggior probabilità, sarà eliminata è la “Volcher-rule“, dal nome del suo ideatore, l’economista statunitense Paul Adolph Volcker, consistente in un insieme di disposizioni, inquadrate all’interno della riforma “Dodd-Frank”, limitanti l’attività speculativa delle banche attraverso una più rigida separazione dell’attività di intermediazione da quella d’investimento, allo scopo di rendere più stabile il sistema creditizio.
La separazione delle operazioni di intermediazione da quelle d’investimento era già stata introdotta nel 1933, dopo la Grande Depressione 1929/1932, con il “Glass-Steagall Act”, ma il settore bancario, a partire dagli anni Ottanta, ha incominciato a premere perché il Congresso lo abolisse; l’abrogazione è avvenuta nel 1999, con il “Gramm-Leach-Bliley Act”, che ha consentito la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, potevano conciliare l’esercizio, sia dell’attività d’intermediazione tradizionale, che quella d’investimento. A parere di Allen Sinai, la riforma della legge Gramm-Leach-Bliley non dovrebbe significare un ritorno alla Glass-Steagall, ma solo l’introduzione di barriere che impediscano ai risparmi dei depositanti, affidati al sistema bancario, di essere gestiti “in modo sicuro” e di non essere destinati a finanziare attività speculative. La modifica di molte misure della Dodd-Frank, insomma, sarà “di buon auspicio per le banche e per il sistema bancario, e quindi per l’intermediazione finanziaria e la spesa ad essa collegata”.
La nuova disciplina bancaria sarà quasi sicuramente orientata a promuovere una crescita reale dell’economia statunitense, affrancata da “un approccio mercantilista”, che dovrebbe consentire di porre “fine a una stagnazione secolare”; le stime suggeriscono – afferma Allen Sinai – una crescita economica reale che, nell’arco di tempo tra la seconda metà del 2017 e la fine del 2019, dovrebbe essere compresa “in un intervallo fra 2,75% e 3,5%”. Il rafforzamento della crescita negli Stati Uniti avrà quasi certamente un impatto positivo su gran parte dell’economia globale; ciò perché le attività produttive del resto del mondo che esportano negli Stati Uniti potranno trarre considerevoli vantaggi dall’aumento dei consumi e degli investimenti indotti dalla crescita interna dell’America.
Il principale interrogativo che solleva la Trumponomics è se la politica economica interna dell’America sarà positiva o negativa per il futuro. La risposta all’interrogativo passa attraverso la considerazione di ciò che potrebbe ostacolare l’attuazione del programma della futura amministrazione americana. Al riguardo, i dubbi riguardano, da un lato, il fatto che nell’agenda politica di Trump sia stata esclusa ogni considerazione relativa alle disparità esistenti negli USA in termini di reddito, di ricchezza e di istruzione; dall’altro lato, l’incertezza connessa all’attuazione della politica estera che Trump in sede pre-elettorale si è impegnato ad attuare.
Non ostante le previsioni di crescita, la Trunponomics sembra andare incontro ad un aumento delle disuguaglianze, sebbene uno dei motivi del successo elettorale del neo Presidente vada identificato nella protesta contro il loro approfondimento ed il loro allargamento. Il problema dovrà essere necessariamente affrontato, se la nuova amministrazione vorrà evitare possibili reazioni popolari che potrebbero causare ostacoli imprevisti all’attuazione della politica interna. Ancora più preoccupanti sono le possibili sorprese che potrebbero nascere dalla politica estera annunciata da Trump durante la campagna elettorale, soprattutto quella che il nuovo Presidente si è impegnato ad attuare nei confronti dei Paesi europei, partner tradizionali nell’organizzazione e nella gestione, attraverso la NATO, della collaborazione interatlantica nella difesa comune.
Su quest’ultimo punto, a parere di John Hulsman, presidente e cofondatore della società americana di consulenza per la gestione del rischio politico-economico “John C. Hulsman Enterprise” (“La fine dell’epoca atlantica”, “Aspenia n. 75/2016), Trump dovrà “sfumare” le critiche pre-elettorali lanciate contro i partner europei; ciò perché, se è vero che essi non “pagano abbastanza” per la difesa comune e possono sussidiare generosi “Stati sociali grazie ai sacrifici del contribuente americano”, è altrettanto vero che l’affezione dei Paesi europei all’America conta molto più dei rapporti con la Russia di Vladimir Putin. Su questo punto, è indubbio che le cifre del 2015, afferma Hulsman, forniscano seri motivi di lamentela da parte dell’America; pur essendosi impegnati per iscritto “a dedicare il 2% del PIL alle spese per la difesa, solo 5 Stati membri della NATO su 28 hanno centrato questo modesto obiettivo (Stati Uniti, Regno Unito, Estonia, Grecia e Polonia). L’America è di gran lunga quella che spende di più (3,6% del PIL), coprendo con il suo contributo un insostenibile 72% del bilancio annuale della NATO”.
Per evitare crisi irreversibili sul piano della difesa imteratlantica, a parere di Hulsman, l’Europa deve convincersi di non essere più centrale come un tempo per l’America e che “se vuole rinnovare la sua polizza sulla vita, deve pagare il premio in termini di maggiori spese per la difesa, per evitare che l’opinione pubblica americana volti le spalle alla NATO”. Tenuto conto della possibile crisi cui potrebbe andare incontro l’alleanza tra le due sponde dell’Atlantico, perciò, Hulsman ritiene che Trump, nel dare corso alla sua politica estera, debba tener conto, in primo luogo del fatto che la sua politica potrebbe fallire se non dovesse considerare l’importanza dell’Europa nella nuova realtà strategica esistente a livello globale; in secondo luogo, che America ed Europa possono avere temporaneamente interessi divergenti, ma che le disparità di vedute sono per lo più riconducibili al fatto che l’Europa, nella fase attuale, è totalmente impegnata nel compimento dello sforzo richiesto per il superamento degli effetti della Grande Recessione.
Tuttavia, dal canto suo, l’Europa dovrà prendere atto, a parere di Hulsman, che non le sarà più consentito di “guardare il mondo, attraverso lenti transatlantiche”. Nell’articolo “La solitudine europea”, pubblicato su “Aspenia” n. 75/2026, Mark Leonard, direttore dello “European Council of Foreign Relations”, afferma che gli europei dovranno “guardare il mondo con occhi diversi” e approfittare dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca per mettersi nella condizione di fare fronte alle sue possibili scelte in fatto di politica estera. Innanzitutto i Paesi Europei dovrebbero tentare di rafforzare la propria posizione rispetto agli Stati Uniti; in particolare, dovrebbero “trovare un accordo su politiche comuni quali sicurezza, politica estera, migrazioni ed economia”; in secondo luogo, dovrebbero prendere iniziative comuni per costruire alleanze con altri Paesi, non per inaugurare una politica estera concorrente rispetto a quella di Trump, ma per non risultare subalterni nella gestione delle relazioni con la Russia e la Cina.
Infine, secondo Leonard, l’Europa dovrebbe “cominciare a investire nella sua sicurezza. […] Pur essendo razionalmente chiaro che 500 milioni di europei non possono più delegare la loro sicurezza a 300 milioni di statunitensi”, l’Unione Europea dovrà prendere atto di aver fatto sinora molto poco “per coprire il divario tra le sue necessità e le sue capacità di difesa”. In ogni caso, pur in presenza di un maggior impegno europeo sul fronte delle relazioni con altri Paesi e su quello della difesa, gli Stati dell’Unione dovranno “lasciare aperta la porta della cooperazione transatlantica”, ricordando che l’alleanza ha “spesso salvato l’Europa da se stessa” e che può ancora continuare a salvarla, liberandola dalla paura dei “fantasmi” del passato, che ancora affliggono alcuni di loro, trasformando le paure in ostacoli sulla via del completamento del processo di unificazione politica.
Infine, i Paesi membri dell’Unione dovrebbero convincersi che la difesa dei loro interessi a fronte delle possibili scelte di politica internazionale di Trumpo, potrà essere meglio perseguita se la relazione transatlantica poggerà sui due pilastri delle contrapposte sponde dell’Atlantico. Quella europea sarà, sicuramente, un’agenda politica molto difficile ed impegnativa da attuare; innanzitutto perché i Paesi membri saranno chiamati a riflettere, più di quanto non abbiano sinora fatto, sul come favorire la crescita economica, attraverso un riesame critico della politica di austerità; in secondo luogo, perché dovranno far fronte ad alcune inevitabili richieste espresse dalla protesta popolare dei movimenti nazional-populisti; in terzo luogo, perché quelli che, fra i Paesi membri, valutano positivamente l’elezione di Trump, dovranno rendersi conto che i loro interessi potranno essere meglio tutelati attraverso un approfondimento dell’unione politica, piuttosto che con azioni condotte in ordine sparso.
Se l’Europa saprà dare risposte positive alle possibili conseguenze delle scelte di Trump in fatto di politica estera, si potrà ben dire, parafrasando alcuni slogan elettorali di Trump, che i Paesi membri dell’Unione torneranno a considerare prioritari gli interessi comuni europei (Europe first), per rifare di nuovo grande l’Europa (to make Europe great again).

Gianfranco Sabattini

Usa, in Texas la prima esecuzione dell’anno

pena di morteLa prima esecuzione del 2017 negli Stati Uniti la firma il Texas, confermandosi uno degli stati più ‘forcaioli’. Ieri, Christopher Wilkins è stato messo a morte con una iniezione letale nella prigione di Huntsville, dove stava scontando la condanna per l’omicidio nel 2005 di due persone in una vendetta legata al traffico di droga.

Eppure, negli Stati Uniti la pena di morte sembrerebbe sempre più una pratica in declino e con sempre meno consenso. Lo dimostrano i dati. Un rapporto del Death Penalty Information Center (DPIC), organizzazione nonprofit di Washington, pubblicato prima delle festività natalizie, ha registrato nel 2016 un calo record nelle condanne capitali: ‘appena’ 30, il numero più basso da quando, nel 1972, la pena è stata reintrodotta. Scendono anche le esecuzioni, 20 lo scorso anno, uno dei numeri più bassi di sempre, non lontano dal minimo storico di 14 che risale al 1999. Come se non bastasse, solo cinque gli stati che sono ricorsi al ‘boia’ (Georgia, Texas, Alabama, Florida e Missouri), un numero così ridotto di stati non si è mai visto dal 1983 e per la prima volta in oltre 40 anni nessuno ha raggiunto la soglia delle 10 esecuzioni (il numero più alto, nove, si è registrato in Georgia).

Una collezione di record che trova diverse ragioni. “L’America è nel pieno di un cambiamento climatico sulla pena di morte” ha detto Robert Dunham, direttore esecutivo del DPIC e autore del rapporto. “Tra le preoccupazioni per l’innocenza, i costi, la discriminazione, l’alternativa dell’ergastolo e il modo discutibile in cui gli stati tentano di eseguire le sentenze, l’opinione pubblica ogni anno è sempre meno a suo agio con la pena di morte”. Lo dimostrano anche i più recenti sondaggi: quello del Pew Reserach Center dello scorso settembre ha registrato che il 49% degli americani è favorevole alla pena di morte, quasi la metà dell’80% che la sosteneva nel 1994. Neppure va dimenticato che la diminuzione delle esecuzioni va di pari passo con la carenza dei farmaci per i cocktail letali usati con il metodo dell’iniezione, dopo che le case farmaceutiche, soprattutto quelle che hanno sede in Europa, si sono mostrate sempre meno inclini al loro utilizzo per uccidere i condannati a morte. Ritardi, sospensioni delle esecuzioni, code di ricorsi e dispute arrivate fino alla Corte Suprema: una situazione che ha fatto lievitare i costi legali, già molto alti, del sistema pena di morte. A tal punto che, gli stati che la applicano hanno cominciato a riconsiderarne l’uso per questioni di budget.

Eppure, chi si batte per l’abolizione della pena capitale non dorme sonni tranquilli e molte speranze potrebbero essere svanite dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Durante la campagna elettorale, Trump ha infatti affermato che una delle sue prime azioni da presidente sarà quella di firmare “un ordine esecutivo” con cui ordinare la pena capitale per i processi a responsabili di omicidi di agenti di polizia. Se è difficile comprendere come un tale atto possa influenzare processi e condanne che avvengono a livello statale, resta il fatto che il clima intorno alle pena di morte potrebbe nuovamente cambiare. Un segnale si è avuto anche lo scorso 8 novembre quando in tre stati, i cittadini americani sono stati chiamati ad esprimersi su referendum riguardanti la pena capitale: Nebraska, Oklahoma e California. E non è andata come ci si augurava. In Nebraska, dove non ci sono esecuzioni capitali dal 1997, gli elettori hanno votato per la reintroduzione della pena di morte, che era stata sospesa nel 2015. In Oklahoma il voto ha confermato la legittimità della pratica. In California, dove circa il 25% dei detenuti americani si trova nel braccio della morte, è stata rifiutata la “Proposition 62”, la legge che avrebbe trasformato la pena capitale in carcere a vita.

Massimo Persotti

Gli Usa si preparano ad abrogare l’Obamacare

Donald Trump si è insediato e già parte lo smantellamento di una delle iniziative più importanti del Presidente democratico uscente, l’Obamacare: il programma di assicurazione sanitaria atrump firma del presidente Barack Obama.

Tutto parte dal Senato dove questa notte i senatori repubblicani hanno votato a favore dell’istituzione di Commissioni del Congresso incaricate di preparare la legislazione per revocare la normativa promulgata nel 2010.

Il voto è passato per poco 51-48. La risoluzione «Repeal Resolution» passa ora alla Camera dei Rappresentanti e prevede di votarla questa settimana. La rottamazione dell’Obamacare è una priorità assoluta per le maggioranze repubblicane per entrambe le camere e per il presidente eletto Donald Trump.

Ora a rischiare sono 20 milioni di americani che usufruivano dell’assicurazione sanitaria statale, l’Obamacare era stato un vero successo, tanto da essere rivendicato dallo stesso presidente anche nel suo discorso di commiato.

Nonostante la revoca resta una delle priorità del presidente eletto Donald Trump, nei giorni scorsi alcuni repubblicani hanno espresso preoccupazione per l’attuale strategia del partito di votare per l’abrogazione senza avere un piano di sostituzione. Tanto che a schernirli ci ha pensato proprio il noto senatore del Vermount, Bernie Sanders, che ha fatto notare come nonostante la fretta per smantellare l’assicurazione sanitaria a firma di Obama non hanno nessuna idea di come portare avanti un progetto sostitutivo.

Putin risponde ‘diplomaticamente’ a Obama

putinL’ossessione di Washington sulle spie rischia di far franare i già delicati rapporti con Mosca, ma stavolta la Russia non cede alle ‘provocazioni’ americane. Il Presidente Vladimir Putin ha infatti risposto augurando un buon anno alla famiglia Obama, ma non ha usato la stessa ‘carta’ del suo omologo americano. La Russia “non creerà problemi ai diplomatici americani e non espellerà nessuno” in risposta all’offensiva di Obama, dichiara Putin, di fatto respingendo la proposta del suo ministro che premeva per far allontanare dalla Federazione 35 diplomatici statunitensi, tanti quanto gli agenti russi coperti da prerogative diplomatiche dei quali il governo di Washington ha già decretato l’espulsione.
Ieri era arrivata infatti la decisione del presidente Barack Obama di espellere 35 diplomatici russi definiti ‘agenti dell’intelligence’ di Mosca e autori di attività di hackering durante le elezioni presidenziali che hanno visto vincere Donald Trump.
Inizialmente però sembrava prevalere il solito spirito da rappresaglia tra le due Potenze. “La reciprocità è la legge diplomatica nelle relazioni internazionali – dice il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov -. Per questo proponiamo al presidente della Russia di dichiarare persone non gradite 31 funzionari dell’ambasciata Usa a Mosca e altri quattro del consolato Usa a San Pietroburgo”. Dopodiché però la decisione finale è stata diversa e inaspettata.putin
La Russia si “riserva il diritto” di rispondere agli Stati Uniti ma non intende scendere al livello di una “diplomazia irresponsabile”.
La decisione del Presidente Putin non solo va contro ogni aspettativa, ma di fatto ‘scavalca’ anche l’autorità di Obama. Putin non solo ha rimarcato come questa sia una delle sue ultime decisioni, ma ha anche scritto al successore dell’attuale presidente Usa.
Vladimir Putin ha inviato un messaggio d’auguri al presidente eletto Usa Donald Trump, auspicando un salto di qualità nei rapporti Washington-Mosca. Il leader del Cremlino scrive al futuro inquilino della Casa Bianca: “Spero che i nostri due Paesi, agendo in chiave costruttiva e pragmatica, sappiano ripristinare i meccanismi di cooperazione bilaterale in vari campi e portare a un livello qualitativamente nuovo l’interazione nell’arena internazionale”.