Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Fmi: il protezionismo danneggia i poveri

A Hong Kong, FMI-christine-lagarde, il direttore generale del Fmi, ha criticato aspramente il protezionismo affermando: “I governi devono evitare il protezionismo in ogni sua forma. La storia ci insegna che le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Il sistema di scambi commerciali internazionali ha trasformato il mondo. Ha contribuito a dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà mentre le barriere protezionistiche impediscono al commercio di svolgere il suo ruolo fondamentale per rafforzare la produttività.
Ma questo sistema di regole e responsabilità condivisa corre ora il pericolo di essere distrutto. Questo sarebbe imperdonabile, un fallimento collettivo. Nello stesso tempo le troppe pratiche sleali, devono essere eliminate perché possono lasciare tracce sugli equilibri commerciali tra Paesi. In concreto, bisogna proteggere ad esempio proprietà intellettuali e ridurre le distorsioni che favoriscono le imprese statali”.

Christine Lagarde ha lanciato anche l’allarme debito: “Quello pubblico e privato ha raggiunto a livello globale la quota record di 164.000 miliardi di dollari con un incremento del 40% rispetto al 2007. Su questa crescita, la Cina rappresenta la metà. Il debito pubblico nelle economie avanzate è, dunque, a livelli non visti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un indebitamento elevato rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie.

I governi dovrebbero usare l’attuale crescita per portare avanti le riforme: la finestra di opportunità è aperta, è necessario riparare il tetto nei periodi in cui splende il sole. Le riforme necessarie sono spesso politicamente difficili, ma sono più efficaci e facili da attuare quando le economie crescono”.

Il direttore generale dell’Fmi ha citato Henri Matisse: “La creatività richiede coraggio. Abbiamo bisogno di più coraggio, nelle stanze dei governi, nelle aziende, e nelle nostre menti. Nel mese di gennaio, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia mondiale al 3,9% per il 2018 e il 2019. E il Fondo continua ad essere ottimista perché le economie avanzate cresceranno sopra il potenziale di crescita media quest’anno e il prossimo e perché gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Parallelamente  in Asia, le prospettive restano solide, il che è un bene per tutti, perché questa regione contribuisce a quasi due terzi della crescita globale.

Tuttavia, il ritmo di crescita prevista per il 2018 e il 2019 finirà per rallentare nella misura in cui le politiche a sostegno dell’economia si interromperanno soprattutto in Usa e Cina”.

Si addensano nubi scure su uno scenario (economico) globale che per ora resta soleggiato. Con la metafora meteorologica, la direttrice esecutiva del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha evidenziato che il Fmi continua a restare ottimista sul contesto della crescita mondiale, ma è anche preoccupato per il rischio che il commercio internazionale sia minato da tensioni protezionistiche in grado di incidere negativamente sull’economia globale, oltretutto in un momento in cui tendono ad affievolirsi gli stimoli fiscali e i tassi di interesse tornano a rialzarsi.

L’intervento fatto a Hong Kong da Christine Lagarde (dopo aver partecipato al Boao Forum), precede di una settimana la riunione plenaria che si farà a Washington con i 189 membri del Fmi, durante la quale sarà anche aggiornato l’Outlook del Fondo sull’economia globale (pronosticata nel gennaio scorso in crescita del 3,9% per quest’anno e per l’anno prossimo).

Le priorità economiche dovrebbero essere quelle di evitare le tentazioni del protezionismo, contenere i crescenti rischi finanziari e spronare con le riforme la crescita a lungo termine.

Largarde non ha citato esplicitamente Stati Uniti e Cina, protagonisti del tiro alla fune commerciale, tra dazi e controdazi, che sta allarmando il mondo intero per le possibili conseguenze dai risvolti imprevedibili. Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il suo discorso, il direttore generale del Fmi ha comunque sottolineato che anche le questioni sulla proprietà intellettuale vanno trattate in un contesto multilaterale, non con la ricerca di favori specifici o con minacce unilaterali. In questo modo ha offerto una mediazione a Cina ed Usa sulle questioni che hanno visto disotterrata l’ascia del protezionismo che ha dato origine alla guerra sui dazi.

Salvatore Rondello

Dazi, si alza lo scontro tra Cina e Usa

trump dazi

Si alza il livello dello scontro commerciale fra Usa e Cina dopo che ieri sera l’Amministrazione Trump ha diffuso un nuovo elenco di prodotti cinesi soggetti a dazi doganali del 25%. La lista proposta dall’USTR copre circa 1.300 prodotti importati dalla Cina, in settori come l’industria aerospaziale, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la robotica e i macchinari, per un valore di circa 50 miliardi di dollari annui. Washington giustifica i nuovi dazi proposti con le accuse di violazione della proprietà intellettuale lanciate dall’amministrazione Trump nell’agosto 2017. La lista ora sarà sottoposta a ulteriore revisione pubblica prima di una decisione dell’USTR.

La nuova offensiva degli Stati Uniti ha prontamente provocato la reazione di Pechino che l’ha definita una “pratica tipicamente unilaterale e protezionista alla quale la Cina si oppone fermamente”. Il ministero del commercio cinese ha quindi annunciato un piano per introdurre dazi su 106 prodotti statunitensi tra cui auto, soia, prodotti chimici e aerei. Gli interventi avrebbero un valore di 50 miliardi di dollari annui, pari a quello delle nuove tariffe annunciate da Washington.

“Abbiamo la fiducia e la capacità di rispondere a ogni misura protezionistica commerciale degli Stati Uniti”, ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino, che starebbe valutando anche l’opzione di ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio. “Non vogliamo una guerra commerciale, ma non ne abbiamo paura: se qualcuno insiste per iniziarla combatteremo fino alla fine”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.

London Calling, Ue e Usa espellono i diplomatici russi

johnson e trumpLondra chiama, l’Occidente risponde. Un fronte comune che va dagli Stati Uniti ai Paesi dell’Unione europea ha risposto compatto al fianco della Gran Bretagna contro Mosca accusata per la morte dell’ex spia del Kgb Sergei Skripal.
Solidali con il Regno Unito 14 Paesi Ue – tra cui anche Italia, Francia e Germania – hanno annunciato la decisione di espellere un certo numero di diplomatici nello stesso istante in cui Washington ordinava a 60 funzionari russi di lasciare il Paese, chiuso anche il consolato di Seattle, in quanto vicino a una base di sottomarini e a uno stabilimento Boeing.
La Farnesina comunica in modo asciutto che “a seguito delle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo del 22 e 23 marzo scorso, in segno di solidarietà con il Regno Unito e in coordinamento con partner europei e alleati Nato, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha notificato oggi la decisione di espellere dal territorio italiano entro una settimana due funzionari dell’Ambasciata della Federazione Russa a Roma accreditati in lista diplomatica”.
Si tratta di una risposta muscolare, che a livello europeo era stata in qualche modo preparata alla fine della scorsa settimana durante il Consiglio Europeo. L’Ucraina, già in tensione con Mosca dopo l’annessione della Crimea, ha deciso di espellere 13 diplomatici russi, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko, ma il Cremlino è pronto a dare “una risposta speculare” all’espulsione dei diplomatici di Mosca. Dopo l’espulsione dei diplomatici russi, l’UE e l’Ucraina riceveranno un “regalo di risposta” sotto forma di espulsione dei rappresentanti delle loro ambasciate in Russia, ha dichiarato il primo vice capo del Comitato internazionale del Consiglio della Federazione Vladimir Jabarov. Londra, prosegue il ministero, sul caso Skripal ha assunto una posizione “ipocrita e zeppa di pregiudizi”.
Il governo britannico, dal ministro degli Esteri Boris Johnson a quello della Difesa Gavin Williamson, esulta per le espulsioni occidentali di diplomatici russi in solidarietà verso Londra sul caso Skripal. In particolare Johnson twitta: “La straordinaria risposta internazionale dei nostri alleati rappresenta la più grande espulsione collettiva di agenti dell’intelligence russa nella storia e ci aiuterà a difendere la nostra sicurezza. La Russia non può violare impunemente le norme internazionali”.


A una settimana dalle elezioni che hanno confermato Putin, il presidente russo si ritrova isolato e ‘accerchiato’ come ai tempi della Guerra fredda. L’intero Occidente, incluso il Canada che si accinge ad espellere 4 diplomatici russi, ha deciso in blocco di mettere un muro contro il Cremlino per fargli “cambiare atteggiamento”, così come dichiarato dalla Casa Bianca. Una punizione quasi. Mosca se troverà un blocco chiuso dall’Occidente è già alla ricerca di nuove alleanze in Oriente.

Pena di morte per fermare la droga. Gli Usa come Singapore

pena di morte“Se non usiamo le maniere forti contro i trafficanti, non otterremo niente. E le maniere forti comprendono la pena di morte”. Trump lancia la crociata contro quella che definisce “l’epidemia di oppiacei” proponendo ufficialmente nel suo piano di lotta contro questa emergenza, Stop Opiud Abuse, anche la condanna più dura. “Dobbiamo cambiare le leggi, e stiamo lavorandoci ora”, ha spiegato, smentendo Andrew Bremberg, direttore della politica interna della Casa Bianca, il quale aveva anticipato che non si sarebbe fatto ricorso a nuove leggi ma a quelle già esistenti, che consentono la pena di morte a livello federale per le morti causate da overdose, anche se alcuni esperti la considerano incostituzionale. “Gli Usa devono essere duri contro la droga e la durezza include la pena di morte”, ha ammonito il tycoon, lasciando al dipartimento di Giustizia il compito di indicare i casi per i quali applicare le nuove misure.

L’annuncio fatto lunedì scorso a Manchester, New Hampshire, in uno degli Stati americani più colpiti da questa piaga, in realtà non è una novità assoluta. Già il 26 febbraio, Trump avrebbe espresso la volontà di estendere la pena capitale per i spacciatori di droga, come rivelato da Axios. Volontà poi resa pubblica l’11 marzo quando ha scaldato per la prima volta con questa proposta la folla di un comizio elettorale evocando modelli come Cina e Singapore che, sostiene il presidente americano, hanno meno problemi con la tossicodipendenza per la durezza con cui puniscono gli spacciatori.

Durante e dopo la campagna presidenziale del 2016, del resto, Trump aveva elogiato pubblicamente il presidente filippino Rodrigo Duterte per la sua sanguinosa guerra al narcotraffico, che nel corso degli ultimi anni ha causato migliaia di vittime, pur godendo di un forte sostegno da parte dell’opinione pubblica di quel paese. Anche le drastiche misure in vigore a Singapore contro il traffico di droga sono oggetto di periodiche denunce da parte delle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui alle persone accusate di essere trafficanti è negato un processo equo e trasparente. Ed Amnesty International sostiene che gran parte dei condannati a morte per reati di droga sono in realtà piccoli spacciatori costretti a mettersi al servizio dei narcotrafficanti.

Secondo un rapporto dell’organizzazione con sede a Londra, nonostante la riforma introdotte nel 2013, la pena di morte per reati di droga resta una sanzione obbligatoria e il potere di stabilire la vita o la morte di un condannato è lasciato nelle mani del pubblico ministero: se l’imputato fornisce collaborazione alle indagini, ottiene un ‘certificato’ che può evitargli l’impiccagione, altrimenti il giudice sarà tenuto a comminare la pena capitale. Su 51 casi esaminati da Amnesty, in 34 l’imputato è stato condannato a morte perché non aveva ottenuto lo speciale ‘certificato’.

Ma a Trump queste cifre e le preoccupazioni delle organizzazioni interessano poco ed è più incline alle rassicurazioni che gli arrivano dalle autorità della città-Stato. “Quando ho chiesto al primo ministro se avessero un problema con la droga, lui ha risposto: ‘No. Pena di morte'”, ha dichiarato.

Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kuwait, Laos, Malesia, Singapore, Sri Lanka, Thailandia e Vietnam: sono alcuni dei paesi che infliggono la pena di morte per reati connessi alla droga. Una ‘non rispettabile’ compagnia, in tema di diritti umani, a cui gli Usa si ritroverebbero accostati. “Non dobbiamo seguire l’esempio di altri paesi, come Singapore, in cui le durissime norme anti-droga non solo non incidono sui danni provocati dalla droga ma violano anche norme e standard del diritto internazionale”, ammonisce Kristina Roth, direttrice del Programma Giustizia penale di Amnesty International Usa.

E proprio da Singapore, qualche giorno fa, è arrivata la notizia della seconda esecuzione del 2018. Hishamrudin Mohd, 56 anni, condannato a morte dall’Alta Corte il 2 febbraio 2016 per traffico di diamorfina, è stato impiccato nel Complesso della Prigione di Changi. Nemmeno una settimana prima, il 9 marzo, era stato messo a morte un cittadino del Ghana, sempre per reati connessi al traffico di droga.

Dazi, Trump passa dalle intenzioni ai fatti

trump ditoDonald Trump, passando dalle intenzioni ai fatti ha firmato i dazi Usa su acciaio e alluminio. Il capo della Casa Bianca, atteggiandosi a difensore della patria, ha detto che gli Usa stanno facendo fronte ad ‘un assalto al nostro paese’.

I dazi sull’importazione di acciaio e alluminio entreranno in vigore nel giro di 15 giorni, fatta eccezione per i paesi esentati, come Canada e Messico. Tutti i Paesi interessati dalle nuove tariffe, secondo le stesse fonti, saranno invitate a negoziare esenzioni se possono affrontare la minaccia che il loro export pone agli Usa. Per Trump, l’Australia ed ‘altri paesi’ potrebbero essere esentati dai dazi su acciaio e alluminio, insieme a Messico e Canada. Dalla Casa Bianca, Trump ha promesso tariffe ‘giuste e flessibili, confermando i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio ma riservandosi il diritto di ‘alzarli o abbassarli’ in qualsiasi momento e di escludere singoli Paesi.

Trump ha puntato il dito contro la Germania parlando dei dazi che si appresta ad introdurre, evocando sia questioni commerciali che di difesa.  Il presidente Usa ha affermato: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un Pil molto più importante. Questo non è giusto”.

Il presidente del gruppo PPE all’Europarlamento, Manfred Weber, ha replicato: “Deploriamo profondamente l’annuncio di Trump sui dazi. L’Ue non vuole una guerra commerciale. Ma non accetteremo questo comportamento aggressivo dagli Usa senza reagire. L’Europa deve essere chiara e ferma ma proporzionata nella sua risposta agli Usa”.

Undici paesi del Pacifico hanno firmato in Cile il Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), un accordo commerciale sulla falsariga del naufragato Tpp ma senza gli Stati Uniti. Ad aderire sono stati Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

Cecilia Malmstroem, commissario al Commercio, ha ribadito la linea europea. Al Centro Marshall Fund a Bruxelles, il Commissario Ue ha detto: “Non possiamo essere una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Uniti, per cui speriamo che ci escludano”. Cecilia Malmstroem ritiene che l’Europa non sarà tra i destinatari dei provvedimenti di Washington. Nel frattempo l’Ue non è però rimasta con le mani in mano e ha già una lista di contromisure commerciali pensate per parare il colpo che potrebbe arrivare dall’America.

La Malmstroem ha aggiunto: “Siamo 28 Paesi e dobbiamo discutere al nostro interno, ma le regole della Wto dicono che entro 90 giorni devono essere in vigore”, mettendo in chiaro che non è scontato, ma che “entro 90 giorni dobbiamo essere pronti a farlo”.

In mattinata anche il ministro tedesco dell’Economia, Brigitte Zypries, ha detto: “La mossa della Casa Bianca è un protezionismo che offende i partner vicini come l’Ue e la Germania e che limita il libero scambio. Di concerto con Bruxelles dovrà arrivare una riposta chiara agli Stati Uniti. Contro l’avviso del suo stesso partito, di molti imprenditori ed economisti, Trump ha deciso di isolare il Paese, violando le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Di pochi giorni fa le dimissioni di Gary D. Cohn, consigliere vicino al presidente, ma che sulla questione dei dazi aveva assunto una posizione ben differente”.

Draghi ha messo in guardia dal fatto che un protezionismo in aumento e altri fattori globali, come l’andamento del cambio dell’euro, potrebbero rappresentare dei rischi per la crescita attesa per l’Eurozona. Secondo quanto ha riferito il ministero dell’Economia, la produzione industriale della Germania ha registrato una flessione dello 0,1% su base mensile, dopo il meno 0,5% di dicembre. Gli analisti si attendevano invece una crescita dello 0,6%. L’Ufficio federale di statistica ha riportato: “In calo sono anche le esportazioni, che flettono dello 0,5% (mentre la stima era per un aumento dello 0,3%). Il surplus commerciale si è attestato così a 17,4 miliardi di euro, contro i 18,1 miliardi attesi dal mercato”.

Dati negativi sono in arrivo anche dalla Francia, dove la produzione industriale a gennaio è diminuita del 2% su base mensile ed è cresciuta dell’1,2% su base annua. Il mercato si attendeva rispettivamente un -0,3% e un +3,8%. La produzione manifatturiera ha invece registrato un calo dell’1,1% su mese e un aumento del 3,3% su anno.

Il funzionario dell’ala nazionalista e populista della Casa Bianca assurto a zar commerciale, Peter Navarro, ha così affermato che le esenzioni avranno un prezzo: “C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti”.

La tattica di esenzioni temporanee e in cambio di concessioni ad hoc potrebbe però creare a sua volta problemi. Premia intese bilaterali indebolendo un sistema multilaterale inviso a Trump ma che Washington ha finora guidato, ancorando l’economia globale. Inoltre, presta il fianco a ricorsi contro le stesse ragioni di sicurezza nazionale addotte dall’amministrazione per l’intero intervento sui dazi.

Il disagio al cospetto delle incognite sui dazi ha permeato tanto la politica quanto la Corporate America. Produttori di acciaio e alluminio quali US Stees e Century Aluminum hanno promesso mille assunzioni per ampliare in Illinois e in Kentucky. Piccole imprese manifatturiere di componentistica come grandi società che usano i metalli, dall’aerospazio al packaging, hanno al contrario denunciato danni. Quasi 30mila imprese consumano acciaio e alluminio contro le 1.500 che lo producono. E la Trade Partnership Worldwide ha stimato che se i dazi potrebbero creare 33.500 impieghi nella siderurgia distruggeranno altrove 179.300 posti di lavoro senza contare il costo di escalation di ritorsioni.
Le divisioni hanno spaccato il partito repubblicano del presidente, abituato ad ambiziose strategie di libero scambio oggi assenti anche quando con Ronald Reagan o George W. Bush a volte perseguiva mirati provvedimenti protezionistici. Ben 107 deputati conservatori hanno scritto a Trump per scongiurare ‘ampi dazi’ con ‘conseguenze indesiderate per economia e lavoratori’.

Numerose associazioni imprenditoriali e donatori repubblicani sono scesi in campo per invitare alla moderazione. Perché le sfide sul commercio non finiscono qui: con Pechino entro l’estate potrebbe esplodere una controversia sulla proprietà intellettuale. Navarro ha il dente avvelenato: nei suoi scritti ha apostrofato la Cina come ‘paese assassino’. Proprio a Pechino la Casa Bianca ha consegnato in queste ore la richiesta di un piano per ridurre di cento miliardi di dollari il deficit commerciale bilaterale ai danni degli Stati Uniti. Ieri Trump aveva erroneamente anticipato quel piano parlando di una richiesta da un miliardo.

La strategia di Trump alla Casa Bianca è ormai chiara: giustizialismo ‘pro domo sua’ applicando il ‘dividi et impera’.

Salvatore Rondello

Protezionismo Usa. Trump contro tutti

trump bandiera

Donald Trump con determinazione continua ad estendere il protezionismo Usa innescando reazioni a catena. Da una analisi della Coldiretti, la guerra commerciale con gli Stati Uniti mette a rischio 40,5 miliardi di esportazioni Made in Italy che hanno raggiunto nel 2017 il record storico grazie ad un aumento del 9,8% rispetto all’anno precedente. L’analisi della Coldiretti, fatta sulla base dei dati Istat, fa riferimento all’ipotesi di dazi del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A gennaio 2018 c’è stata una brusca inversione di tendenza con un calo dell’1,4% delle esportazioni italiane in Usa. La Coldiretti, in un comunicato, ha sottolineato e precisato: “Gli Stati Uniti sono di gran lunga il principale mercato di riferimento per il Made in Italy fuori dall’Unione Europea con un impatto rilevante anche per l’agroalimentare. La nuova strategia USA “America First” sembra avere fino ad ora i primi effetti in una politica monetaria aggressiva che rischia di costare caro all’Italia anche in campo alimentare considerato che le esportazioni di cibo e bevande sono aumentare del 6% nel 2017 per un totale di circa 4 miliardi di euro, il massimo di sempre. Gli Usa si collocano al terzo posto tra i principali italian food buyer dopo Germania e Francia, ma prima della Gran Bretagna. Il vino risulta essere il prodotto più gettonato dagli statunitensi, davanti a olio, formaggi e pasta”.

Anche Arinox, l’importantissimo polo industriale del gruppo Arvedi a Riva Trigoso, specializzato nella produzione di laminati di precisione in acciaio inox, rischia di essere gravemente penalizzata dai dazi proposti dal presidente Usa Donald Trump. L’impianto industriale che assieme a Fincantieri è tra i più importanti del polo industriale di Sestri Levante, del Tigullio, della Liguria e dell’Italia, ha lanciato un allarme.

Massimiliano Sacco, AD di Arinox, ha dichiarato al Secolo XIX: “Tra una fallica gara su Twitter a chi ha ‘il bottone nucleare più grosso’ con il ‘Caro Leader’ nordcoreano Kim Jong-Un e l’altra, Donald Trump ne sta combinando parecchie. Misure e provvedimenti politici che fanno discutere, ma anche commerciali, e fra questi vi è anche motivo di preoccupazione per il Tigullio. I dazi su acciaio ed alluminio proposti da Trump avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa nel suo complesso, ma anche per noi e per il Tigullio.

Nel suo delirio protezionistico (già, perché tali misure forse Trump non si è ancora accorto che sono assolutamente in linea con le politiche economiche sovietiche d’altri tempi o della Cina comunista), il Presidente USA ha annunciato nuovi dazi rispettivamente del 25 e 10% sulle importazioni di acciaio ed alluminio negli Stati Uniti. Arinox stessa, per cui l’esportazione in America è una importante fetta di mercato, ha inviato una lettera, attraverso uno studio legale in loco, che fa ora parte del dossier con i pareri delle aziende allo studio del ministero del commercio statunitense”.

Se i dazi su acciaio e alluminio annunciati da Trump saranno introdotti così, senza esclusioni, avranno forti ripercussioni non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per il Tigullio. Nel Tigullio che punta sul turismo, ma intanto cerca di tenersi strette le sue industrie, imprenditori e dirigenti d’azienda sono sintonizzati sui canali statunitensi. Massimiliano Sacco è fra questi. Da tempo, con il gruppo Finarvedi di cui Arinox fa parte, è in attesa di conoscere le mosse degli Stati Uniti previste sulle importazioni, volute dal presidente Donald Trump per proteggere e favorire i mercati interni. Due giorni fa, la doccia fredda è arrivata. Dazi del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e del 10 per cento sulle importazioni di alluminio. L’amministratore delegato di Arinox ha affermato: “A oggi però non sappiamo se ci sono categorie o nazioni che verranno escluse dal pagamento delle imposte doganali. Ci sono prodotti come l’acciaio al carbonio  che sono già soggette ai dazi, mentre altri, come l’acciaio inox, no. In ogni caso, quelli annunciati da Trump sarebbero in aggiunta alle imposte già esistenti. Da mesi stiamo seguendo la vicenda con molta attenzione”.

Il parere e le richieste di Arinox e di  Finarvedi a proposito dei dazi sono inserite, fra gli altri analoghi, nel dossier di 260 pagine sul tavolo del ministero del commercio statunitense. L’amministratore Sacco ha spiegato: “Ci siamo rivolti a uno studio legale americano, nostro tramite con il ministero del commercio: negli Stati Uniti funziona così. E nel documento che contiene i pareri delle aziende, c’è anche la nostra lettera presentata circa un anno fa. Ci sono due versioni del documento: una pubblica, che tutti possono richiedere e leggere; una privata che contiene dati riservati, da non mostrare per svelarli alla concorrenza. Si attende di conoscere la data in cui entrerebbero in vigore questi dazi, e se vi siano nazioni che da essi potrebbero essere escluse. È chiaro che tali draconiane imposte, esplicitamente volte a scoraggiare le importazioni in USA per favorire la produzione interna (ammesso e non concesso che questo sia l’effetto che avrebbero: anche gran parte degli economisti americani sono al riguardo assai scettici), danneggerebbero gravemente gli introiti di Arinox, e questo può scatenare una reazione a catena che si abbatterebbe sui lavoratori del Tigullio lì impiegati. Altro che nuove assunzioni. Più in generale, poi, il pericolo è anche globale: uno dei rischi è che, scoraggiate da tali dazi, le esportazioni dal sud est asiatico prendano a rimbalzare verso l’Europa. E se l’Europa dovesse cedere ad imporre misure analoghe per affrontare il problema, l’effetto domino protezionistico in totale antitesi a quella globalizzazione del mercato che proprio USA ed Europa hanno cavalcato nei passati decenni potrebbe divenire una spirale incontrollabile”.

I rapporti bilaterali tra Cina e Usa  sono tra i più importanti al mondo e la loro stabilità interessa non soltanto i due Paesi. Lo ha affermato Zhang Yesui, portavoce del Congresso nazionale del popolo. In merito ai dazi che il presidente americano Donald Trump vuole imporre su acciaio ed alluminio. Zhang ha commentato: “Se gli Usa metteranno in atto iniziative contro gli interessi cinesi, allora prenderemo le misure necessarie. La Cina non vuole alcuna guerra commerciale con Usa, ma non ignoreremo le azioni che minacciano i suoi interessi”. Le affermazioni di Zhang sono state fatte dopo che gli Stati Uniti hanno portato i dazi al 25% e al 10%, rispettivamente alle importazioni di acciaio e alluminio, avendo all’apparenza per target proprio Pechino. Il portavoce cinese ha aggiunto: “Cina e Usa hanno sistemi e culture diversi, ma questo non vuol dire necessariamente che debba esserci un conflitto”. Zhang ha messo in guardia da errori di calcolo e di giudizio che potrebbero avere pesanti conseguenze.
Zhang, infine, ha ricordato il dialogo in corso tra le diplomazie dei due Paesi. La scorsa settimana, Liu He, il più stretto advisor economico del presidente Xi Jinping e indicato come prossimo vice premier, si è recato a Washington allo scopo di provare ad allentare le tensioni. Prima di lui, a inizio febbraio, c’è stata la missione del Consigliere di Stato Yang Jiechi, il capo della diplomazia cinese.

Anche su fronte interno, negli USA sono sempre più tesi i rapporti tra Donald Trump e il suo entourage dopo lo scontro sui dazi. A minacciare le dimissioni è stato, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, Gary Cohn, il consigliere economico della Casa Bianca. L’ipotesi è stata ventilata da colleghi e amici dell’ex banchiere di Goldman Sachs. Alla vigilia dell’annuncio del tycoon, Cohn avrebbe detto che lascerà il suo incarico se il presidente firmerò il provvedimento.

Per allentare la tensione interna, il presidente americano Donald Trump ha twittato che i dazi doganali sull’acciaio e sull’alluminio potrebbero essere modificati nel caso in cui l’America riuscisse a ottenere un Nafta nuovo e giusto. (accordo nordamericano di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico).

Trump ha scritto: “Abbiamo grandi deficit commerciali sia con il Messico che con il Canada. Il Nafta, che è al momento in fase di rinegoziazione, è un accordo cattivo per gli Usa che prevede massicci spostamenti di aziende e posti di lavoro. Le tariffe sull’acciaio e l’alluminio saranno ritirate solo con un accordo Nafta nuovo e giusto”.

L’attuale presidente degli Stati Uniti non ha ancora capito che il protezionismo è come un’arma a doppio taglio con effetti ‘boomerang’.

Salvatore Rondello

Città-globali e nuove forme di disuguaglianza

città globaleLa maggioranza della popolazione del mondo oggi vive nelle città, per cui si può dire che il modo di vivere urbano permea di sé e condiziona l’intera vita umana sul pianeta. La globalizzazione, col suo flusso di idee, uomini e capitali ha attribuito alle città una dimensione planetaria, dando origine alle città-globali (o città-mondo).

Le attività prevalenti nelle città-globali sono quelle finanziarie e di servizio, che si concentrano nei luoghi in cui più facilmente possono essere riunite e organizzate le competenze necessarie per produrre i servizi che a quelle attività fanno capo, piuttosto che badare al colore della pelle e ai Paesi d’origine dei portatori di quelle competenze.

Le città in cui vivono coloro che lavorano nel mondo della finanza e dei servizi si modellano in funzione dei loro bisogni; ma, in quegli stessi luoghi, cresce il numero di quelli che lavorano, in condizioni marginali, per consentire lo svolgimento delle attività finanziarie e di servizio. Le città-globali hanno aumentato la loro popolazione e contemporaneamente hanno subito una riduzione drastica delle attività reali che, sino alla metà del secolo scorso, costituivano la ragione della loro crescita; nella fase attuale dell’evoluzione dell’economia-mondo, le produzioni materiali utili al “mantenimento” delle città-globali sono state delocalizzate altrove, rendendo le economie dei Paesi emergenti fornitrici di tutto ciò di cui le città-globali abbisognano.

Inoltre, queste città tendono a diventare autonome, organizzandosi nella forma di “città-Stato”, ostacolando la tradizionale funzione regolativa del vivere insieme dello Stato-nazione e arrivando in alcuni casi a sostituirlo, non solo nella formulazione delle politiche più convenienti per l’intera nazione, ma anche nello stabilire le linee di politica estera, valutate più convenienti rispetto alle reti di relazioni che esse, le città-globali, hanno costruito con le altre città sparse per il mondo; nel loro insieme, esse costituiscono il sistema dei “nodi” sottostanti il regolare svolgimento del processo di globalizzazione delle economie nazionali.

Le città-globali hanno, inoltre, formato il proprio anche il management urbano, per strutturare la forma della città, al fine di renderla attraente di risorse e di funzioni esterne, nonché di investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; il nuovo management urbano ha provveduto anche a privatizzare gran parte del patrimonio e dei sevizi urbani e acquisito il diretto controllo del mercato immobiliare, verso il quale viene indirizzata preferibilmente la ricchezza finanziaria degli operatori localizzati nelle mega-città.

Le città-globali sono importanti, nell’attuale fase dell’evoluzione del modo capitalistico di produrre, perché esse assicurano coesione all’economia mondiale; al riguardo, va tenuto presente che non avrebbe senso pensare che la globalizzazione delle economie nazionali si sia affermata solo perché sono cresciti i traffici internazionali. Le modalità di svolgimento dei traffici mercantili e finanziari attuali non sono la conseguenza di una pura e semplici lievitazione quantitativa dei traffici, come è accaduto nelle prime fasi in cui si è consolidato ed espanso il commercio internazionale; oggi, l’aumento dei traffici, connesso all’espansione del processo di globalizzazione, corrisponde a un mutamento radicale del regime di governo dell’economia internazionale, tenuta insieme dal sistema dei “nodi” espressi da tutte le città-globali del mondo.

Il mutato regime è riconducibile al fatto che la ridistribuzione spaziale delle attività produttive, che è alla base della globalizzazione, può risultare compatibile con uno stabile funzionamento dei mercati, soltanto grazie alla fruizione di molti servizi essenziali, tra i quali sono imprescindibili quelli resi dalle istituzioni finanziarie globali. Inoltre, come si è detto, le città-globali sono i luoghi nei quali sono localizzati i centri che provvedono ad offrire i servizi avanzati di cui abbisognano le imprese per essere connesse all’interno dei mercati internazionali.

L’erosione causata dall’economia globalizzata, ai danni delle pubbliche amministrazioni operanti quando l’economia internazionale si riduceva solo al commercio internazionale, ha comportato che le attività produttive di servizi speciali (finanziari e non), necessari alla coesione della nuova economia internazionale, si siano concentrate nelle città-globali. Esse, quindi, sono il risultato di una combinazione della dispersione spaziale delle attività economiche e della loro integrazione unitaria all’interno delle città-globali.

Un’analisi dell’impatto che la globalizzazione ha esercitato sulla riorganizzazione delle grandi città del mondo è offerta, tra i molti, da Anthony King con riferimento alla città di Londra. L’autore, docente presso la Columbia University di New York, in “Global cities. Post-imperialism and the internationalization of London”, descrive le tendenze evolutive che hanno caratterizzato la città di Londra; tendenze che hanno assunto il valore di paradigma, ovvero di modello di riferimento per valutare effetti positivi e negativi che le grandi città hanno causato sulla vita sociale dei Paesi ai quali appartengono.

Alla fine del diciassettesimo secolo, Londra era la maggiore città d’Europa e la sua struttura economica era, per la maggior parte, fondata sul commercio, piuttosto che sulle attività di trasformazione industriale. La conseguenza della prevalente attività commerciale è stata la costruzione della struttura portuale di Londra che, all’inizio del diciottesimo secolo, occupava circa un quarto della propria popolazione. L’espansione del commercio ha creato i presupposti per la crescente importanza della “City of London” e della sua trasformazione in una delle basi della rivoluzione industriale e, all’inizio del XIX secolo, nel centro di riferimento mondiale per le attività finanziarie.

Dopo il 1815, la combinazione degli effetti della rivoluzione industriale e di quelli della sconfitta di ogni forma di opposizione all’egemonia mondiale del Regno Unito ha avuto come esito l’emersione di una nuova forma di governance dell’economia mondiale, che ha imposto la costituzione di un centro direzionale cui demandare la funzione di regolatore i flussi degli scambi internazionali. Questo funzione, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, è stata svolta dalla “City”, potenziandosi con l’espansione della sua attività d’investimento all’interno del vasto impero britannico. L’importanza e il ruolo egemonico della “City” è durato per tutta la seconda metà del XIX secolo e per i primi anni del XX; le due guerre mondiali hanno segnato il suo ridimensionamento, durato lungo i primi decenni successivi al 1945.

La “City” ha però incominciato a ricuperare il suo ruolo internazionale a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ed ha continuato a consolidarlo via via che è iniziato ad allargarsi e ad approfondirsi il processo di globalizzazione delle economie nazionali. La “City” ha potuto così ricuperare la propria antica funzione, specializzandosi nelle conduzione di attività finanziarie e di servizio, riuscendo a sostituire la dipendenza dalla sterlina con un suo più largo inserimento nel mercato internazionale dei capitali. In tal modo, la “City” ha potuto riproporre la sua internazionalizzazione, attraverso due vie: da un lato, concorrendo a rinforzare il grado di internazionalizzazione dell’economia del proprio Paese e, dall’altro lato, specializzandosi, più di ogni altro centro operativo del mondo, nella produzione di servizi per il mercato internazionale. In tal modo, essa ha potuto assicurarsi ritorni in termini di reddito, direttamente proporzionali alla crescita economica di tutti gli altri Paesi integrati nell’economia mondiale.

La crescita del volume degli scambi internazionali è stata considerata il miglior viatico per una continua espansione del ruolo della “City” nel mondo e per il continuo miglioramento delle sue fortune economiche e di quello delle istituzioni che in essa si sono concentrate. E’ per questa via che la “City” ha potuto identificarsi in un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, in quanto costituisce una realtà a parte.

Si tratta di un’entità istituzionale a sé stante, espressa dalla “City of London Corporation”, che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e proprie forze dell’ordine. L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei pochi residenti e dei rappresentanti delle molte istituzioni economiche presenti nell’area d’insediamento. Secondo molti osservatori, si tratta del più grande paradiso fiscale del pianeta che, se per un verso ha contribuito a rilanciare l’economia inglese, per un altro verso ha originato molti effetti negativi.

Questi ultimi sono derivati dal generale spostamento dell’attività economica verso un’economia di servizi e dal declino dell’industria manifatturiera. Il nuovo tipo di attività economiche prevalenti ha rimodellato l’offerta dei posti di lavoro; la nuova offerta ha risentito in maniera crescente del fatto che buona parte del processo produttivo, che tradizionalmente era svolto in fabbrica, si sia diviso, grazie all’avvento dell’informatica, tra i centri che forniscono i servizi altamente specializzati, da un lato, e un centro direttivo responsabile dell’organizzazione della loro produzione e distribuzione, dall’altro. In conseguenza di ciò, la nuova forma assunta dalla crescita economica, man mano che il processo di globalizzazione si è espanso ed approfondito, ha trasformato le caratteristiche del mercato del lavoro, il cui funzionamento è divenuto sempre più complesso, a causa, oltre che della presenza della crescente forza lavoro disoccupata, anche di quella di consistenti quote di manodopera immigrata.

La trasformazione dell’economia del Regno Unito in un’economia dominata dalla produzione di servizi ha avuto, inoltre, un impatto negativo sul piano distributivo; molte indagini compiute al riguardo, hanno rilevato che, a differenza di quanto è avvenuto nei residui comparti produttivi manifatturieri, le rimunerazioni sono cresciute solo in quelli produttivi di servizi; coloro che hanno condotto le rilevazioni concordano sul fatto che il venir meno della centralità delle attività manifatturiere ha posto fine al funzionamento del meccanismo distributivo fondato sul grande patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria. Sin tanto che le attività manifatturiere hanno avuto un peso rilevante nel processo di crescita, la distribuzione del prodotto sociale è avvenuta secondo una dinamica che vedeva coinvolti anche i comparti delle attività più periferiche dell’economia. Il meccanismo equitativo sul piano distributivo è stato interrotto dall’egemonia acquisita dai nuovi comparti produttivi specializzati solo nella produzione servizi.

Quanto è accaduto nel Regno Unito, con l’avvento della città-globale di Londra, non è che lo specchio di quanto è avvenuto in tutti gli altri Paesi in cui è prevalsa la tendenza a fondare la crescita sullo sviluppo delle attività produttrici di servizi, in funzione della dinamica del mercato globale. Non casualmente, l’attuale situazione economica e sociale attuale, oltre che politica, vissuta dal Regno Unito, presenta i sintomi di un altro grande sistema economico, quello degli Stati Uniti d’America, che ha privilegiato per lungo tempo la produzione di servizi a scapito delle attività manifatturiere.

Vien fatto di pensare che anche Theresa May, come Trump negli USA, debba correre ai ripari per riequilibrare una situazione economica ampiamente squilibrata, pensando che con provvedimenti protezionistici possa essere ricuperata la stabilità economica e sociale che il “corpus” ingombrante della città-globale di Londra è valso a sacrificare. Forse la stessa Brexit è, in parte, da ricondursi all’esigenza dell’intero Regno Unito di porre rimedio ai pesanti squilibri economici dei quali esso soffriva da tempo, dopo il ridimensionamento della vecchia “City”, per aver privilegiato la continua crescita dei comparti produttivi di servizi a scapito dei quelli manifatturieri. Anche il malcontento degli scozzesi e dei gallesi (a parte i cittadini dell’Ulster, prevalentemente preoccupati di conservare la propria separazione da quelli dell’Eire) non è estraneo ai guasti causati dalle scelte economiche e politiche degli inglesi; ne è spia il fatto che scozzesi e gallesi siano sempre stati, e continuino ad esserlo, molto critici riguardo alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Gianfranco Sabattini

Putin alzala voce e sfodera nuova arma nucleare

putin

Vladimir Putin sfodera due nuove armi strategiche e avverte gli Usa e la Nato: “Ora ci ascolterete”. A meno di tre settimane dalle elezioni presidenziali che lo riconfermeranno con ogni probabilità capo del Cremlino, il presidente russo ha usato l’annuale discorso sullo stato della nazione per segnalare che un’eventuale corsa agli armamenti degli Usa e i prolungati tentativi della Nato di “contenere” la Russia non troveranno Mosca impreparata. In diretta tv a reti unificate, Putin ha rivelato che il Paese ha sviluppato una serie di nuovi sistemi di difesa, tra cui un nuovo prototipo di missile che “può raggiungere qualsiasi punto del mondo” e un’arma supersonica che non può essere intercettata dai sistemi anti-missile americani.

Usando, per la prima volta, grandi schermi su cui passavano video e grafici, Putin ha mostrato i suoi ‘gioielli’: il super missile balistico intercontinentale Rs-28 Sarmat (Satan 2 secondo la denominazione Nato); un nuovo missile da crociera con un sistema di propulsione nucleare, invulnerabile ai sistemi anti-aerei; droni subacquei e altre armi che, ha spiegato, la Russia ha sviluppato in seguito all’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Trattato anti missili balistici (Abm) firmato nel 1972 con l’Unione Sovietica. “Non avete ascoltato il nostro Paese allora, ci ascolterete adesso”, ha ammonito il presidente russo, riferendo che alcune armi sono già state testate. E dalla platea, dove sedevano i parlamentari, i governatori delle regioni, rappresentanti delle confessioni religiose e delle società statali, si è levato un scroscio fragoroso di applausi. “Abbiamo detto diverse volte ai nostri partner che avremmo preso delle misure in risposta al dislocamento dei sistemi antimissili americani”, ha continuato il capo di Stato, denunciando anche il rafforzamento dell’Alleanza atlantica a Est. Tra le armi portate come esempio dello sviluppo della tecnologia militare russa, Putin ha citato per primo il famigerato Sarmat, che sostituirà il sovietico Satan. A detta del presidente, Sarmat ha una gittata che lo mette “in grado di attaccare sia passando dal Polo Nord che dal Polo Sud”. Si tratta della risposta russa allo scudo anti-missile Usa schierato in Europa orientale, ma Putin ha tenuto a sottolineare che le caratteristiche del nuovo missile lo rendono in grado di superare la resistenza di qualsiasi sistema di difesa missilistica.

Il ministero della Difesa russo aveva già detto di aver tenuto con successo un lancio-test a ottobre. Il nuovo arsenale russo, presentato dal capo del Cremlino, comprende anche armi ipersoniche e un missile da crociera con traiettoria di volo imprevedibile e con gittata illimitata, che neutralizza cosi’ qualsiasi forma di difesa missilistica di aria e terra e che grazie alla propulsione nucleare potrebbe volare “all’infinito”.

Si tratta comunque di armi di cui la Nato era già a conoscenza e che confermerebbero un quadro già noto: la Russia, fatta eccezione per la sua Marina ancora arretrata, è ormai al passo con la realtà occidentale. “Qualsiasi uso di armi nucleari contro la Russia o contro i suoi partner, grandi o piccoli, sarà considerato come un attacco nucleare, la nostra risposta sarà istantanea”, ha scandito Putin, ribadendo che “i tentativi di contenimento della Russia non sono riusciti”. “È tempo di ammetterlo – ha insistito – questo non è un bluff”.
Il presidente russo ha dosato minacce e aperture: Mosca, ha assicurato, “non minaccia e non intende aggredire nessuno” e che anzi, auspica una collaborazione “equa e paritaria” sia con gli Usa che con l’Ue. Di certo Putin ha speso il 40% del tempo del suo discorso, parlando di armi e Difesa. La prima ora del messaggio alle Camere riunite del Parlamento era stata più convenzionale, con la promessa di un generale miglioramento delle condizioni di vita e del clima di investimenti nel Paese, per una prospettiva di aumento del Pil pro capite del 50%, entro il 2025, e di dimezzamento del numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà (20 milioni oggi). Putin ha anche avvisato che “l’arretratezza tecnologica” è la più grande minaccia per la sovranità del Paese e che colmare questo gap deve essere una priorità assoluta, al di là di chi sarà il nuovo presidente.

Sia la prima, che la seconda e più aggressiva parte del discorso possono comunque essere lette in chiave prettamente pre-elettorale, più che come una reale sfida all’Occidente. La promessa di una vita migliore, nonostante gli strascichi della prolungata crisi economica, e quella di tornare a essere una superpotenza militare, in grado di contrastare i nemici esterni che la accerchiano, sono due cardini della narrativa putiniana, su cui si basa la popolarità del presidente, che si appresta a reggere il Paese ancora per sei anni. (AGI)

Il “Trimarium” e lo spirito dell’Unione Europea

germania russia ue

In seguito alla caduta di Napoleone, l‘ordine europeo deciso al Congresso di Vienna è entrato in crisi all’inizio del XX secolo, dopo il crollo degli imperi asburgico, tedesco e russo. Le guerre che hanno caratterizzato gran parte del secolo (la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda) non sono valse a prefigurare un nuovo ordine, in quanto, sebbene siano state tutte vissute dalle potenze che vi hanno partecipato per acquisire una posizione egemonica sul Vecchio Continente, si sono chiuse per armistizio, senza che venisse formalizzato un nuovo accordo tra vincitori e vinti.

Gli USA e l’Unione Sovietica dal 1945 al 1991 hanno gestito una pace armistiziale con la costruzione di due Europe, risultate – come afferma l’Editoriale di Limes (n. 12/2917) – “specularmene opposte, dunque strategicamente asimmetriche”; di esse, la Cortina di ferro, che correva da Stettino a Trieste, è stata la linea di divisione.

Il crollo dell’URSS ha messo in discussione la bipartizione europea seguita alla fine del secondo conflitto mondiale, facendo nascere, con l’inclusione dei Paesi dell’Europa orientale, una nuova Europa, con “una sempre più esigue zona grigia a separarla dai confini della Russia occidentale”. In tal modo, gli ex Stati comunitari dell’Est europeo, che si erano liberati dal giogo sovietico, sono venuti a trovarsi a vivere all’interno di una nuova comunità politica indeterminata, senza un centro di riferimento; ciò perché, delle due potenze che si erano spartite l’Europa del secondo dopoguerra, la Russia aveva “subito tali amputazioni da metterne in crisi lo stigma imperiale”, mentre gli Stati Uniti, “primattori mondiali, perciò anche europei”, vinte le guerra (due calde e una fredda), hanno considerato preminente il teatro indo-sino-pacifico. Nel contempo, l’altro potenziale protagonista, cui francesi, inglesi, italiani e altri popoli europei attribuivano l’intento di “farsi egemone continentale, la Germania riunita”, ha affermato di non disporre “delle risorse culturali e strategiche necessarie a tradurre la sua centralità geoeconomica in potenza a tutto tondo”.

La situazione di stallo che ha pesato sul futuro dell’Unione Europea ha suscitato in Polonia e nei Paesi baltici il timore (non senza fondamento) di una possibile alleanza, anche se solo sul piano economico, tra Germania e Russia; ciò ha indotto i Paesi dell’Europa orientale a prendere delle iniziative volte ad azzerare la possibilità che la possibile alleanza possa avere luogo, dando vita al “Trimarium”. E’ questo un patto che raggruppa dodici Paesi, che dal Mar Baltico arrivano fino al Mar Nero e, con Croazia e Slovenia, toccano l’Adriatico. Gli Stati coinvolti sono la Polonia, che è la capofila dell’accordo, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, i tre Stati baltici, la Bulgaria, la Slovenia, la Romania, poi la Croazia e l’Austria. Si tratta di un insieme di territori che divide di nuovo in due l’attuale Unione Europea, frapponendosi tra l’Europa occidentale e la Russia.

Il Trimarium non è tuttavia un’iniziativa nuova; nel 1920, il maresciallo polacco Pilsudsky, aveva lanciato l’idea che si dovesse costituire una “cintura” di Paesi strettamente alleati, allo scopo di separare fisicamente la Russia dalla Germania, entrambe percepite come Paesi aggressivi e invadenti. La linea di separazione era stata chiamata “Intermarium” e la si era pensata estendersi dal Mar Baltico al Mar Nero; l’Intermarium era stato quindi concepito come una difesa comune e, anche allora, lo scopo era di impedire ogni possibile avvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale.

Secondo i suoi promotori, invece, l’unico scopo del Trimarium sarebbe di natura economica e mirerebbe a costruire nuove infrastrutture logistiche tra gli Stati partecipanti, consolidando la loro reciproca cooperazione; il Trimarium perciò non avrebbe alcuna valenza geopolitica. Sebbene si parli anche di rafforzamento della “sicurezza”, non è specificato in quale modo questa finalità possa essere perseguita. Tuttavia, indipendentemente dalle affermazioni dei rappresentanti dei Paesi coinvolti, basta avere presente il senso dei tentativi trascorsi per cogliere anche i significati più reconditi dei promotori della nuova iniziativa.

Il progetto, secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, coordinatore della sezione difesa e politica del Consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia e consulente del Ministero degli esteri polacco, in “La nuova Europa longitudinale: il Trimarium visto dalla Polonia” (Limes n. 12/2017), “si delinea su due dimensioni – le infrastrutture dei trasporti e quelle energetiche – e ha carattere puramente economico”. Il suo successo, secondo il consulente polacco, sarebbe legato al fatto che tutti i Paesi coinvolti fanno parte dell’Unione Europea, il cui obiettivo sul piano politico non può che essere perciò quello di “approfondire la cooperazione settoriale e rafforzare la coesione fra gli Stati del fianco orientale della UE”; ciò al fine di “sviluppare legami economici e personali fra i Paesi dell’Europa centro-orientale, per rendere questi ultimi creatori attivi del processo di integrazione europea, non meri consumatori di idee e progetti provenienti dal nucleo dell’Unione”.

Secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, il primo obiettivo del Trimarium consisterebbe nel potenziamento delle infrastrutture dei trasporti, in considerazione del fatto che, soprattutto nell’ultimo decennio, sarebbero state potenziate le vie di collegamento fra l’Est e l’Ovest dell’Europa e trascurate quelle Nord-Sud. Il secondo obiettivo sarebbe l’approfondimento della cooperazione nel settore energetico, al fine di realizzare una risposta efficace alla “sfida posta dalla Russia, evidente nelle cosiddette guerre del gas fra Mosca e Kiev […], accompagnate dall’aggressione militare russa a partire dal 2014”. Per sventare un simile pericolo, ai danni soprattutto dei Paesi baltici e della Polonia, la contromisura “dell’iniziativa dei Tre Mari è incarnata nel corridoio Nord-Sud che punta a collegare il già esistente terminal di gas naturale liquido di Świnoujście sulla costa baltica a quello pianificato sull’isola croata di Krk nel Mar Adriatico”.

Il Timarium sarebbe quindi la risposta concreta al “Nord Stream 2” (il nuovo impianto per il trasporto del gas, che dovrà collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar baltico, in aggiunta al “Nord Stream 1”), che accomuna tutti i Paesi aderenti, in quanto ognuno di essi teme – secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski – il dominio russo, percependo l’”esportazione del gas come strumento della politica estera del Cremino”; essi, perciò, sono contrari alla realizzazione del nuovo impianto, così come lo erano a quella del primo.

Nel complesso, stando alle parole del coordinatore della sezione difesa e politica del consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia, l’iniziativa dei Tre Mari non punterebbe a sostituirsi alla UE, in quanto non sarebbe “stata creata contro qualcuno o qualcosa, ma per promuovere la cooperazione regionale”. Anche se focalizzata, per il momento, solo sulle infrastrutture di trasporto ed energetiche, il Trimarium potrebbe anche concorrere a “rafforzare le relazioni transatlantiche, attirando le forniture di gnl [gas naturale liquefatto] dagli Stati Uniti”.

Tuttavia, a parere di Alessandro Vitale (”It’s the economy, Putin. Il Trimarium visto dai baltici”, Limes n. 12/2017), pur rispondendo a esigenze reali di diversificazione delle politiche e di una più stretta cooperazione, finalizzata a una maggiore integrazione regionale, il Trimarium sarebbe però “dominato dalla politica estera polacca, in quanto percepito come “condizionato dalle strategie geopolitiche di Varsavia”. La strategia della Polonia, molto prudente all’indomani del crollo dell’ex URSS, secondo Vitale, verrebbe oggi riproposta con maggior vigore dall’insieme dei Paesi di Visegrad (il gruppo originario, costituito da Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, allo scopo di stabilire e rafforzare la cooperazione per promuovere la loro integrazione unitaria nell’Unione europea), dai Paesi baltici e da quelli balcanici, tutti membri dell’Unione, preoccupati, oltre che dell’aggressività della Russia, anche del pericolo identificato “nello sforzo del Cremlino volto a minare la coesione euro-occidentale per ottenere concessioni e vantaggi strategici in Europa orientale”.

Per queste ragioni, sono in molti coloro che sottolineano come, in realtà, le iniziative dei Paesi della fascia orientale dell’Europa, sebbene i commentatori polacchi affermino che il Trimarium risponde a solo finalità economiche, corrispondano ad un disegno strategico avente finalità difensive; fatto, questo, che induce i critici a nutrire perplessità sulla plausibilità dell’attivismo dei Paesi coinvolti, in quanto, trattandosi di membri dell’Unione Europea, avrebbero dovuto fare ricorso alle previste procedure di “cooperazione rafforzata”, anziché procedere autonomamente al di fuori delle istituzioni comunitarie. Un altro aspetto anomalo del Trimarium è rinvenuto nel fatto che molti dei Paesi che vi aderiscono siano gli stessi che rifiutano di accettare le direttive UE sul governo dei flussi dei migranti; su questo specifico argomento, è proprio la Polonia ad essere la più intransigente, dimentica della solidarietà prestatale da molti Paesi dell’Europa occidentale (tra i quali l’Italia), della quale essa ha potuto disporre nella sua lotta contro il domino sovietico. Viene da pensare che persino le ossa di Papa Wojtyla starebbero ribellandosi al comportamento attuale, riguardo all’argomento dei migranti, da parte del Paese sacro al suo cuore.

L’accordo del Trimarium, non essendo stato concordato con l’UE, è percepito dai critici, se non proprio come un atto ostile all’Europa, come un accordo politico estraneo alla strategia dell’Unione e sicuramente dannoso per alcuni Paesi fedeli al progetto dell’unificazione politica del Vecchio Continente (fra essi vi è a anche l‘Italia).

A parere di Germano Dottori (“Il Trimarium danneggia l’Italia”, in Limes n. 12/2017), il Trimarium rappresenta, per il nostro Paese, “una sfida di tipo nuovo. Per quanto i sui principali promotori si affannino a ripetere che il nuovo format non è una riformulazione del progetto dell’Intermarium e non veicola alcuna particolare velleità geopolitica, concentrandosi prevalentemente sulle infrastrutture dei Paesi partecipanti, in realtà le implicazioni rilevanti dal punto di vista strategico e della sicurezza non mancano. Facendo della Polonia sul Baltico, della Romania sul Mar Nero e della Croazia sull’Adriatico i suoi perni, l’iniziativa dei Tre Mari pare in effetti puntare alla riconfigurazione dell’intera architettura interna dei flussi commerciali europei. Tagliandone fuori la Germania, ma non l’Austria, quanto l’Italia, che in questa fase ha scelto di essere tra gli alleati più fedeli di Berlino”.

Poiché la mancanza dell’unità politica dell’Europa è la grande debolezza che il Vecchio Continente si trova attualmente a dover gestire, è comprensibile che ognuno dei Paesi membri prenda iniziative per sollecitare l’accelerazione del processo di unificazione politica dell’Europa. Non è però accettabile che un gruppo di Paesi membri conduca una politica internazionale indipendentemente dagli altri, guardandosi bene dal rinunciare alle risorse che gli vengono trasferite per tutt’altro scopo. I Paesi dell’Europa Centro-Orientale si stanno rivelando degli incalliti sovranisti che – afferma Dottori – “guardano in effetti all’Europa solo come a una cornice entro cui perfezionare la costruzione della loro indipendenza nazionale”, per cui è inevitabile che la scelta di promuovere l’iniziativa dei Tre Mari sia percepita come l’indizio della “volontà dei suoi promotori di costruire un controaltare”, destinato, se non contrastato, a riservare ai restanti membri dell’UE possibili amare sorprese, come quella, ad esempio, di favorire la politica dell’America di Trump contro la Germania, nel momento stesso in cui si invoca un maggiore impegno di Berlino per il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa.

Bene quindi ha fatto l’Italia se, come rivelano recenti fonti diplomatiche, ha chiesto la riunione del gruppo “Med 7” (comprendente Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e anche Portogallo) per concordare le decisioni di riforma che nei prossimi mesi dovranno essere assunte per il completamento dell’Unione monetaria, essenziale per rilanciare l’economia del Vecchio Continente e con essa del processo di unificazione politica dell’Europa. Decisione saggia quella assunta dalla diplomazia italiana, soprattutto se si pensa che in questo momento è d’uopo supplire all’assenza di attenzione per i fatti europei da parte di una classe politica impegnata in tutt’altre faccende, al punto di trascurare gli atti ostili portati contro la realizzazione dell’”edificio politico comune”, il solo che, in prospettiva, potrà costituire una valida garanzia per il nostro futuro.

Gianfranco Sabattini