Trump e la folle corsa del debito americano

trump-delirio“Se eravate contrari ai deficit del presidente Obama e adesso favorite quelli repubblicani, non si tratta dunque della definizione classica d’ipocrisia?” Così Rand Paul, senatore repubblicano del Kentucky, nel suo futile tentativo di bloccare il voto al Senato per impedire un nuovo shutdown che aumenterebbe il deficit di almeno mille miliardi. I colleghi di  Paul con l’aiuto dei democratici hanno però votato a favore (71 sì, 28 no) della proposta che non ha evitato lo shutdown durato però solo poche ore senza che nessuno se ne accorgesse. La  Camera bassa lo ha anche approvato (240 sì, 186 no) e Donald Trump ha subito firmato la legge che spenderà 165 miliardi in più per le forze militari e altri 130 per programmi sociali. La misura alzerà il tetto delle spese e non si avranno altri voti per shutdown fino al 2019 aumentando però il deficit annuale a più di mille miliardi.

Queste spese si aggiungono a quelle della riforma fiscale approvata dai repubblicani il mese di dicembre del 2017 che aumenterà il debito federale di 1500 miliardi in dieci anni. Il debito totale americano si aggira adesso sui 20 mila miliardi. Non basta però per Trump il quale nella sua proposta di bilancio per il 2019  vorrebbe spendere ancora di più aumentando il deficit annuale a quasi mille miliardi senza nemmeno promettere di fare quadrare il bilancio nei prossimi dieci anni come aveva detto in passato.

La proposta di bilancio del presidente consiste di priorità della Casa Bianca che tipicamente il Congresso non approverà. Ci dice però molto sulle aspirazioni fiscali del presidente poiché oltre agli aumenti di spesa per la difesa includerebbe anche tagli ai servizi sociali incluso il Social Security, il Medicare, e il Medicaid. In sintesi, i debiti ad infinitum ci confermano quello che Trump aveva sostenuto da imprenditore quando disse che “era il re dei debiti” perché investiva i soldi delle banche per fare business.

Le spese del governo che causano deficit si considerano plausibili quando l’economia soffre e ha bisogno di stimoli, come affermava l’economista John Keynes. Lo ha fatto Barack Obama nel 2009 quando gli Stati Uniti si trovavano in una profonda crisi economica inferiore solo a quella della grande depressione degli anni trenta. Al momento però con la disoccupazione al 4,1 percento, considerata da molti economisti come occupazione piena, bisognerebbe invece usare le risorse per ridurre il debito nazionale. È questo che dicevano in passato i repubblicani quando i deficit preoccupavano. Paul Ryan, speaker della Camera, e Mitch McConnell, presidente del Senato, avevano spesso tuonato contro i deficit durante la presidenza di Obama. Adesso sono muti. Questo loro silenzio ha avuto un effetto anche sugli elettori i quali non lo includono nelle prime dieci priorità. Continua però a preoccupare una minoranza repubblicana al Senato e alla Camera. Alcuni senatori come Paul hanno alzato la voce contro i deficit e i parlamentari di ultra destra del Freedom Caucus hanno anche loro espresso la loro preoccupazione.

Di questi tempi avrebbero tutte le ragioni per essere preoccupati. Nel 2016 i costi per coprire i prestiti governativi hanno raggiunto 284 miliardi di dollari, cifra inferiore solo alle spese per la difesa. Nel 2017 il 69 percento delle spese federali è andato per coprire gli interessi e i programmi sociali come Social Security, Medicare e Medicaid. Questa pressione fiscale continuerà e a partire dal 2027 il  69 percento si convertirà al 77 percento lasciando il 23 percento per il resto.

È difficile determinare quanto debito si possa sostenere ma questa pressione al bilancio alla fine comincerà ad avere un impatto negativo all’economia poiché i prestiti del governo lasceranno poco spazio alle aziende per ottenere i fondi necessari per i loro bisogni. Paul Ryan però ha già cominciato a trovare la soluzione per ridurre il debito federale. In un’intervista radiofonica ha dichiarato che bisogna effettuare una riforma ai servizi sociali come le pensioni e la sanità che lui interpreta come tagli già auspicati in parecchie situazioni.

Trump nella sua proposta di bilancio lo ha già suggerito con i suoi tagli ai programmi per i poveri e gli anziani. Dopo avere regalato miliardi di dollari ai benestanti con la riforma fiscale del 2017 qualcuno dovrà alla fine pagare. La classe media e i poveri verranno colpiti a meno che i democratici non mostreranno più coraggio di quello visto fino ad ora. La tragica situazione dei “dreamers”, che i democratici avevano usato come perno causando lo shutdown di tre giorni nel mese di gennaio, gli ha fatto ottenere dai repubblicani una promessa di risolvere la problematica  ma fino ad oggi non ha prodotto  risultati. Ovviamente, i democratici sono in minoranza in ambedue le Camere e la loro forza di opposizione ha limiti notevoli. Forse si dovrà aspettare alle elezioni di midterm per vedere se il Paese è pronto a dare la maggioranza legislativa al Partito Democratico?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Siria. Rex Tillerson cambia idea e accusa i russi

tillersonFari puntati sul Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, che non solo difende la Turchia dopo l’attacco ai curdi che ha imbarazzato il mondo occidentale, ma punta di nuovo il dito contro Mosca. Nella guerra siriana per il segretario di Stato è la Russia che si deve “assumere la responsabilità” di un sospetto attacco di armi chimiche in un’enclave ribelle in Siria, afferma Rex Tillerson. “Alla fine la Russia si assuma la responsabilità delle vittime nella Ghouta orientale e di innumerevoli altri siriani presi di mira con armi chimiche da quando la Russia è stata coinvolta in Siria”, ha detto Tillerson dopo una conferenza sulle armi chimiche a Parigi. “Più di 20 civili – molti dei quali erano bambini – sono stati colpiti dall’attentato”, ha detto il Segretario di Stato che ha aggiunto che l’incidente ha sollevato “serie preoccupazioni” sul fatto che il presidente siriano Bashar al-Assad possa continuare a utilizzare armi chimiche contro il suo stesso popolo.
Eppure appena tre giorni fa (sabato scorso) Rex Tillerson ha voluto discutere del conflitto siriano con il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. Nella telefonata sono stati discussi in particolare i modi per portare stabilità nel nord del paese e di come affrontare la crisi siriana sotto l’egida delle Nazioni Unite, oltre a una possibile agenda per i colloqui siriani dovuti nella località russa russa di Sochi.
Ma a far discutere in queste ore è soprattutto la presa di posizione equidistante degli Stati Uniti nei confronti della guerra di Erdogan contro i curdi, chiedendo ad Ankara ‘moderazione’, ma legittimando il diritto di Erdogan di difendere il proprio Stato.
Gli Stati Uniti chiedono di dare prova di “moderazione” a “tutte le parti” coinvolte nell’offensiva avviata dalla Turchia in Siria settentrionale il 20 gennaio scorso. Lo ha affermato oggi a Londra il segretario di Stato degli Usa, Rex Tillerson, durante la conferenza stampa congiunta con l’omologo britannico, Boris Johnson. Il capo del dipartimento di Stato si trova nella capitale del Regno Unito per l’inaugurazione della nuova ambasciata degli Usa. Allo stesso tempo il capo della diplomazia degli Stati Uniti ha riconosciuto il “legittimo diritto all’autodifesa” della Turchia. “Gli Stati Uniti sono in Siria per sconfiggere lo Stato islamico”, ha proseguito Tillerson, “con una coalizione di alleati e con le Forze democratiche siriane” (Sdf). Di questo gruppo che si oppone al governo di Damasco con l’appoggio degli Usa, fanno parte anche le Unità di protezione del popolo (Ypg). Queste ultime sono le milizie del partito dell’Unione democratica (Pyd) contro le cui posizioni ad Afrin e Azaz la Turchia ha avviato l’operazione “Ramo d’ulivo”.

Erdogan in guerra contro i curdi, l’appello di Chomsky

milizie ankaraUna vera e propria operazione militare che paradossalmente prende il nome di ‘ramoscello d’Ulivo’ stata avviata dal Presidente Erdogan contro i curdi. Sono tre giorni che viene bombardata Efrin, il confine turco-siriano dove Ankara ha schierato 24mila veicoli militari. È lì che si trova la provincia settentrionale a maggioranza curda di Rojava, costituitasi nel 2012, a seguito di eventi legati alla guerra civile siriana, autonoma de facto ma non ufficialmente riconosciuta da parte del governo. Per il presidente turco le YPG, unità di protezione popolare alleate con gli Usa nella guerra all’Isis, sono in realtà complici del partito terroristico del PKK. Ma a imbarazzare ancora di più gli Stati Uniti è la notizia che a combattere contro i curdi, al fianco di Ankara, ci siano anche elementi dell’esercito siriano libero (Esl).
L’annuncio dell’operazione è stato dato sabato dal presidente turco, Recep Tayyp Erdogan: “L’operazione Afrin è di fatto iniziata sul terreno, sarà seguita da Manbij”, aggiungendo “più tardi, ripuliremo il nostro Paese fino alla frontiera irachena da questa barriera di terrore che tenta di assediarci”. Il ‘sultano’ turco non si è fermato nemmeno dopo le richieste della Comunità internazionale. Subito dopo la notizia la Francia ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il ministro francese delle Forze armate, Florence Parly, ha rivolto un appello alla Turchia perché cessi le sue operazioni contro i curdi siriani, ritenendo che questo possa solo nuocere alla lotta contro l’Isis. Le ha fatto eco il ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, che ha sottolineato la profonda preoccupazione di Parigi per il “brutale peggioramento della situazione” in Siria in luoghi come Afrin, ma anche Idlib e Ghuta. Alle richieste a cui si è unita Washington richiamando alla moderazione Ankara, Erdogan ha risposto: “Il Consiglio di sicurezza (dell’Onu) non si è riunito quando” in passato “sono state commesse atrocità ad Afrin”, e quindi “ora non ha il diritto di riunirsi” per discutere “la nostra operazione” contro “un’organizzazione terroristica” nell’enclave curda nel nord-ovest della Siria. Dopo l’operazione militare contro i curdi in Siria, nella regione di Afrin, alcuni intellettuali e attivisti tra cui Noam Chomsky, Michael Hardt e Debbi Bookchin hanno scritto un appello agli Stati Uniti e alla comunità internazionale per non lasciare soli i curdi.

Il gruppo Ferrero continua
lo shopping negli Usa

ferreroContinua lo shopping negli Usa per il gruppo Ferrero. Oggi ha annunciato l’accordo definitivo per acquisire da Nestlé il suo business dolciario statunitense. Costo dell’operazione  2,8 miliardi di dollari in contanti. Nel 2016 l’attività dolciaria di Nestlè, negli Stati Uniti, ha generato un fatturato di circa 900 milioni di dollari.

L’accordo permetterà a Ferrero di acquisire più di 20 storici brand americani estremamente conosciuti, tra cui marchi di cioccolato come Butterfinger, BabyRuth, 100Grand, Raisinets, Wonka e il diritto esclusivo sul marchio Crunch negli Stati Uniti per il confectionery e per determinate altre categorie, così come i brand di caramelle SweeTarts, LaffyTaffy e Nerds.

In una nota del gruppo Ferrero si spiega: “Con questa operazione, Ferrero diventerà  la terza più grande azienda dolciaria nel mercato statunitense dove è meglio conosciuta per i Tic Tac, le praline Ferrero Rocher, Nutella, nonché i marchi di cioccolato Fannie May e Harry London e per Ferrara Candy Company, acquisita recentemente da una società affiliata, con un portafoglio di marchi che comprende le caramelle Trolli, Brach’s e Black Forest”.

In dettaglio Ferrero acquisirà gli stabilimenti produttivi statunitensi di Nestlé a Bloomington, Franklin Park e Itasca, in Illinois, con i dipendenti collegati alla divisione confectionery, continuando a operare attraverso gli uffici di Glendale, in California, e le altre sedi proprie in Illinois ed in New Jersey.

Giovanni Ferrero, Presidente Esecutivo del Gruppo Ferrero, ha commentato l’operazione dichiarando: “Siamo entusiasti di aver acquisito  il business dolciario di Nestlé  negli Stati Uniti d’America, che porta con sé un portafoglio eccezionale di marchi iconici ricchi di storia e di grande riconoscibilità. Ciò, combinato con l’attuale offerta Ferrero sul mercato americano, incluse le aziende recentemente acquisite Fannie May e Ferrara Candy Company, garantirà una gamma sostanzialmente più ampia, un’offerta più vasta di prodotti di alta qualità per i consumatori di snack al cioccolato, caramelle, dolciumi e prodotti stagionali da ricorrenza, oltre a nuove entusiasmanti opportunità di crescita nel più grande mercato dolciario del mondo. Non vediamo l’ora di accogliere il talentuoso team di Nestlé in Ferrero e di continuare a investire e far crescere tutti i nostri prodotti e marchi in questo mercato strategico e attraente”.

Il CEO del Gruppo Ferrero, Lapo Civiletti, ha dichiarato: “Il nostro impegno nel trasferire valore ai consumatori e ai clienti nordamericani sarà ulteriormente rafforzato dall’arrivo nel nostro portafoglio di brand così potenti del confectionery e del mercato del cioccolato”.

La transazione è soggetta alle consuete condizioni di chiusura e approvazioni regolamentari, che dovrebbero compiersi intorno alla fine del primo trimestre 2018.

Ferrero è presente negli Stati Uniti dal 1969 con le caramelle Tic Tac, che sono diventate un’icona nel mercato delle mentine, e successivamente ha introdotto le praline Ferrero Rocher e Nutella nel mercato statunitense.

Recentemente Ferrero ha acquisito la società di cioccolato statunitense Fannie May Confections Brands, che attraverso i suoi marchi Fannie May e Harry London offre opportunità in categorie chiave tra cui barrette di cioccolato, praline e altri snack, nonché Ferrara Candy Company, leader nelle caramelle gommose e prodotti stagionali da ricorrenza, con marchi come Trolli, Brach’s e Black Forest.

Il prossimo anno, l’industria dolciaria piemontese festeggerà il cinquantesimo anniversario della sua presenza nel mercato statunitense.

Salvatore Rondello

Le olimpiadi invernali portano il disgelo tra le due Coree

coreeDopo le turbolenze tra Pyongyang e Washington che si sono riversate in parte anche sui rapporti tra le due coree, adesso è in atto la prima schiarita tra i due Stati, il merito non è solo delle olimpiadi, ma anche dell’intermediazione cinese.
Durante tavolo negoziale inaugurato oggi al villaggio di confine di Panmunjom tra le due Coree è stato ristabilito il loro collegamento telefonico militare, la cosiddetta ‘linea rossa’: Pyongyang ha comunicato di aver riattivato la linea oggi. La linea fu chiusa nel febbraio 2016 dalla Corea del Nord per protesta contro la chiusura per volere di Seul del complesso industriale di Kaesong, gestito congiuntamente dai due paesi e veniva usata per comunicare alle autorità nordcoreane spostamenti che coinvolgevano cittadini sudcoreani in entrata o uscita dal complesso di Kaesong, situato subito a nord della linea di demarcazione intercoreana.
Dopo i fruttuosi colloqui, positivi oltre ogni previsione, i funzionari di Pyongyang hanno offerto di inviare una delegazione ai Giochi in programma dal 9 al 25 febbraio, in un primo gesto di distensione con la Corea del Sud dopo mesi di escalation missilistica e nucleare. La delegazione sarà composta da funzionari di alto livello, atleti, un team di supporto e uno di artisti dello spettacolo, un gruppo di turisti, una squadra di dimostrazione di Taekwondo e un gruppo di giornalisti, secondo quanto dichiarato ai giornalisti presenti a Panmunjom dal vice ministro sudcoreano per l’Unificazione, Chun Hae-sung, che fa parte del gruppo di dirigenti di Seul presenti ai colloqui di oggi. Seul ha chiesto il dialogo militare con il Nord per allentare la tensione nella penisola coreana e ha proposto che gli atleti delle due Coree possano sfilare assieme in occasione delle cerimonie di apertura e di chiusura dei Giochi, come già avvenuto in occasione dei Giochi di Sydney 2000, Atene 2004 e delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Per quanto riguarda le sanzioni e l’eventualità di alleggerirle nei confronti della vicina Pyongyang, poi il portavoce del ministero degli Esteri sudcoreano non ha specificato quali misure restrittive specifiche potranno essere cancellate, ma allo stesso tempo ha osservato che Seul intende “consultarsi strettamente” su questo tema con il comitato per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, gli Stati Uniti e “gli altri Paesi interessati”. Ma in realtà si tratta di una ‘tregua olimpica’ durante le Olimpiadi invernali di PyeongChang, che si terranno tra il 9 e 25 febbraio, per consentire alla delegazione di Pyongyang di recarsi all’evento, così da poter invitare anche alti esponenti nordcoreani all’evento.
“Sono arrivato qui con la speranza che le due Coree si parlino con atteggiamento sincero e fiducioso”, aveva dichiarato all’inizio dei colloqui il capo ella delegazione nord-coreana, Ri Son-gwon, che è capo del Comitato nord-coreano per la
Riunificazione Pacifica dei due Paesi. La notizia è stata subito accolta con favore da Pechino che già a novembre aveva tentato di allentare la tensione tra Pyongyang e Washington. La Cina “ha accolto con favore e sostiene i positivi sforzi fatti da entrambe le parti nell’alleviare le tensioni nella penisola”, ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Lu Kang, auspicando che i colloqui possano segnare “un buon inizio” per entrambe le parti verso il miglioramento delle relazioni bilaterali e l’allentamento delle tensioni. Soddisfazione è stata espressa anche dal Cremlino. Crediamo che solo tramite il dialogo sia possibile allentare le tensioni nella penisola coreana”, ha dichiarato il portavoce Dmitri Peskov, aggiungendo che è “esattamente di quel dialogo, della cui necessità ha sempre parlato la Federazione russa”.
Ma il beneplacito per Seul non poteva che partire dallo storico alleato americano: prima dei colloqui, infatti, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, mettendo da parte le polemiche con Kim Jong-un degli ultimi giorni, aveva affermato che gli sarebbe piaciuto che i colloqui andassero oltre la partecipazione della Corea del Nord alle Olimpiadi Invernali di Pyeongchang, aggiungendo che gli Usa si sarebbero uniti ai colloqui “al momento appropriato”.

Usa, aumento del salario minimo. Passi positivi

dollariIn Alabama ed alcuni altri Stati il salario minimo è di 2,13 dollari l’ora per i lavori con mance che devono essere sufficienti per raggiungere 7,25 dollari l’ora come stabilisce la legge federale del 2009 per tutti i lavoratori.  Al livello nazionale non vi è stato nessun aumento dato il controllo repubblicano di una o a volte di ambedue le Camere.

In mancanza di azione federale per l’aumento del salario minimo gli Stati e le città  hanno da tempo cominciato ad andare oltre il minimo del governo federale. Trentuno Stati hanno già aumentato il loro salario minimo al di là dei 7,25 l’ora. Questo trend continua anche col 2018 con diciannove Stati, 12 considerati  liberal (“blue”) ma anche 7 conservatori (“red”), e 20 città che apporteranno ulteriori aumenti al salario minimo. Gli aumenti sono stati graduali ma in alcuni casi si tratta di un salario minimo equivalente al doppio di quello federale. Il più alto in questo senso è già stato raggiunto dalla zona dell’aeroporto di Seattle-Tacoma, Stato di Washington (SeaTac) dove il salario minimo è 15,64 dollari l’ora. Nel 2021 la città di Seattle sarà molto simile con 15,41 dollari per aziende con 501 dipendenti  se non offrono copertura sanitaria. Per quelle aziende che invece la offrono la cifra sarà 15 dollari l’ora.

Quindici dollari l’ora è il salario considerato sufficiente per potere vivere ed è anche raggiunto in alcune città della California (Sunnyvale, San Francisco). In altre città di questa zona della California del Nord parecchie altre pagano da 13 a 14 dollari l’ora. A livello Statale la California, New York, ed altri Stati liberal, hanno già messo in corso aumenti graduali che fra tre o quattro anni raggiungeranno il fatidico 15 dollari, tanto auspicato da Bernie Sanders nella campagna presidenziale del 2016.

Gli aumenti in effetto dall’inizio di gennaio di quest’anno a volte non vanno oltre i 50 centesimi l’ora specialmente in alcuni “red states” dominati da governi repubblicani. Ciononostante persino in questi Stati conservatori qualcosa si sta muovendo anche se gli aumenti faranno poco o niente per eliminare la disuguaglianza economica fra ultra ricchi e poveri.

Alcune aziende grosse come Amazon si avvicinano a 15 dollari l’ora mentre altre si stanno muovendo in questa direzione per ragioni di business. Con una cifra ufficiale di disoccupazione del 4,1 percento si comincia a vedere una certa concorrenza per lavoratori verso aumenti di salari anche se le cifre sono poco significative. Ovviamente ogni aumento al salario minimo causa pressione verso l’alto anche per quelli che guadagnano oltre la soglia del minimo.

L’opposizione agli aumenti al salario minimo viene tradizionalmente dal Partito Repubblicano non solo al livello federale ma anche statale. In 23 Stati infatti le legislature hanno approvato leggi per impedire alle municipalità locali di aumentare il salario minimo al di là di quello stabilito dalle leggi statali già esistenti. L’opposizione filosofica è spesso basata sul fatto che gli aumenti al salario minimo riducono l’occupazione. Studi al riguardo hanno rilevato però che questa preoccupazione è esagerata dato che la disoccupazione dipende da tanti altri fattori come per esempio lo stato dell’economia in generale. La disoccupazione nella città di Seattle, per esempio, era di 2,6 percento l’anno scorso, la metà di quella nazionale.

In realtà, gli aumenti al salario minimo aiutano l’economia dato che questi soldi extra nelle tasche dei poveri vengono spesi subito per necessità basiche, stimolando l’economia. Aiutano anche i beneficiari di questi aumenti a spingerli oltre la soglia di povertà riducendo i bisogni di sussidi governativi, alleggerendo dunque la pressione fiscale sui contribuenti. Le ingenti somme di denaro consegnate ai benestanti e le corporation con la riforma fiscale approvata recentemente a Washington dai repubblicani difficilmente entreranno nell’economia considerata la disoccupazione di 4,1 percento, che molti economisti considerano difficile da migliorare.

L’aspetto da migliorare però è quello della disuguaglianza economica. Gli aumenti al salario minimo rappresentano un piccolo passo in questa direzione e allo stesso tempo comportano anche dividendi politici anche se  non riflessi a livello nazionale. Il 75 percento degli americani, infatti, favorisce l’aumento del salario minimo a 10,10 dollari l’ora mentre il 63 percento sostiene che 15 dollari sia la cifra giusta, secondo uno studio del Pew Research Center.

Le elezioni di midterm di quest’anno si profilano promettenti per i democratici data l’impopolarità di Trump con buone possibilità di conquistare la maggioranza in una o forse ambedue le Camere. La campagna per l’aumento graduale del salario minimo di 15 dollari l’ora potrebbe rivelarsi una della carte vincenti per i democratici.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Usa, cifra record per il muro con il Messico

muro-messico

Sarà sicuramente il muro più caro di tutti tempi. Donald Trump infatti chiederà al Congresso la cifra folle di 18 miliardi di dollari per costruire il muro tra Stati Uniti e Messico. Si tratta di oltre 1.100 chilometri di barriere, nuove o sostitutive di quelle esistenti. Se verrà concessa, la richiesta si tradurrebbe in una notevole espansione del ‘muro’ attuale, lungo mille chilometri. Il totale – di quasi 1.600 chilometri – equivarrebbe a circa la metà dell’intero confine in questione. Il piano, il più’ dettagliato fino ad ora presentato, è contenuto in un documento preparato dal dipartimento per la Sicurezza nazionale; il Wall Street Journal, che ne dà notizia, ha potuto vederlo. Complessivamente, l’amministrazione Trump vorrebbe 33 miliardi di dollari; la cifra include 5,7 miliardi di dollari in torri, attrezzature di sorveglianza, droni e altre tecnologie; 1 miliardo in cinque anni per la costruzione e manutenzione di strade; 8,5 miliardi in 7 anni per 5mila nuovi agenti e personale vario preposto a controllare il confine.

Il presidente americano Donald Trump punta così a mantenere la promessa fatta in campagna elettorale: quella di costruire un “muro grande e bellissimo” per fermare l’ingresso di migranti privi di permesso di soggiorno e il traffico di droga. Il magnate del mattone diventato leader Usa disse anche che il Messico avrebbe pagato per l’opera ma la nazione dell’America centrale ha sempre risposto picche. Stando al piano descritto nel documento, il progetto per la costruzione del muro verrebbe spalmato in 10 anni ed entro il 2017 ci sarebbe una sorta di barriera lungo circa 1.560 chilometri dei 3.200 del confine Usa-Messico. L’ostacolo di Trump sta proprio al Congresso, dove il supporto per un’opera simile è tiepido. La minoranza democratica è contraria e anche alcuni repubblicani lo sono, o per motivi finanziari o simbolici.

Gaza. Continua l’effetto Trump, morti e proteste

GAZA-masterUn altro palestinese è rimasto ucciso oggi nella Striscia di Gaza dove proseguono le proteste contro la decisione statunitense di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Lo riferisce il ministero della Salute di Gaza, senza rendere nota l’identità della vittima, morta a causa dell’intervento degli agenti israeliani. Nel terzo venerdì di proteste dopo l’annuncio dello scorso 6 dicembre del presidente Usa, Donald Trump, nelle ore precedenti è rimasto ucciso Zakaria al Kafarneh, 24 anni, colpito dagli agenti israeliani a Jabaliya, nel nord dell’enclave. Salgono a dieci i palestinesi rimasti uccisi durante le proteste della nuova Intifada proclamata da Hamas dopo l’annuncio di Trump.

Il leader del movimento palestinese Hamas, Yahya Sinwar, ha invitato per oggi la popolazione dei Territori ad una “Giornata di sangue”. Durante un raro discorso televisivo trasmesso dall’emittente “Al Aqsa Television”, Sinwar ha chiesto “alla popolazione di Gerusalemme, della Cisgiordania, ed i palestinesi di tutto il mondo a passare all’azione venerdì (ovvero oggi) in modo che diventi un giorno di sangue per l’occupazione”. Le dichiarazioni di Hamas giungono dopo che l’Assemblea generale dell’Onu ha votato a favore di una risoluzione che condanna la decisione del presidente statunitense Donald Trump di spostare l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

“Chiedo che venerdì sia il punto di svolta decisivo nella lotta del nostro popolo per annullare la decisione di Trump”, ha proseguito Sinwar. Inoltre, il leader di Hamas a Gaza ha fornito istruzioni precise per attaccare le Forze di difesa israeliane e la popolazione civile della Cisgiordania. Le protesta della popolazione palestinese nei Territori non si è mai arrestata da quando lo scorso 6 dicembre Trump ha deciso di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele e di spostarvi l’ambasciata statunitense. Secondo quanto evidenziano gli analisti, la “chiamata alle armi” di Sinwar in concomitanza della risoluzione dell’Onu che condanna la decisione di Trump evidenzia il timore di Hamas che la popolazione possa sentirsi “rassicurata” dalla posizione del Palazzo di vetro, seppur non sia vincolante.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che “rifiuta del tutto la risoluzione” dell’Onu. Attraverso un messaggio video, Netanyahu ha “però apprezzato il fatto che un numero crescente di paesi ha rifiutato di partecipare a questo teatro dell’assurdo”, modo con cui spesso definisce l’Onu. Il capo dell’esecutivo di Gerusalemme ha anche ringraziato Trump e l’ambasciatore Usa all’Onu Nikky Haley per il loro impegno a favore di Israele. Ieri l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astenuti, ha adottato la risoluzione 72/240 contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da pare degli Stati Uniti.

Usa e Cina alzano i tassi, Bce non cambia

Draghi-BCELa Fededal Reserve, ieri, ha alzato i tassi di interesse di un quarto di punto  portandoli all’1,50% come era già stato preannunciato. Si tratta della terza stretta dell’anno e la quinta ed ultima durante la presidenza di Janet Yellen.
Per il prossimo 2018,   la Fed prevede tre nuovi aumenti dei tassi di interesse, secondo quanto è emerso al termine della riunione della banca centrale statunitense. La Fed ha confermato così le sue stime di settembre sul numero di strette per il prossimo anno, anche se gli analisti non hanno escluso la possibilità di un quarto rialzo.

La Banca Centrale americana ha rivisto al rialzo le stime di crescita per gli Stati Uniti nel 2018 al 2,5% dal 2,1% previsto in settembre. Sono state riviste al rialzo anche le stime per il 2019, quando il Pil dovrebbe crescere dell’1,9-2,3% rispetto all’1,7-2,1% stimato in settembre. Naturalmente, la Fed ha rivisto al ribasso le previsioni sul tasso di disoccupazione, stimato al 3,7-4,0% nel 2018 rispetto al 4,0-4,2% di settembre.
Nella sua ultima conferenza stampa nelle vesti di numero uno della Fed, Janet Yellen ha affrontato il tema delle criptovalute, definendo il Bitcoin un asset altamente speculativo: “Il Bitcoin, in questo momento, riveste un ruolo molto limitato nel sistema dei pagamenti. Non è una fonte stabile di valore e non rappresenta una offerta legale. E’ un asset altamente speculativo”.

Yellen ha anche tenuto a precisare che la Banca centrale Usa non ha alcuna intenzione di creare una propria moneta digitale, almeno nel breve periodo: “Non è qualcosa che la Federal Reserve sta seriamente considerando in questo momento. Sebbene guardiamo alle ricerche sul caso, ci sono a mio avviso benefici limitati con la sua introduzione, una necessità stessa limitata e alcune preoccupazioni notevoli”.
Yellen ha anche affermato che il rischio Bitcoin sulle istituzioni finanziarie Usa è limitato, anche in caso di calo dei prezzi della criptovaluta.

La Banca centrale cinese (Pboc)  ha risposto al rialzo di 25 punti base dei tassi d’interesse deciso ieri dalla Federal Reserve, aumentando dello 0,05%, fino al 3,25%, il tasso di pagamento dovuto sui prestiti erogati a un anno, con un margine analogo ritoccato all’insù anche per i tassi sulle riserve bancarie. La reazione della Pboc alle forze di mercato non ha toccato però il tasso di riferimento sui prestiti a società e retail, nonché quello sui depositi.

Invece, nell’area euro, i tassi di interesse restano sempre bloccati ai minimi storici. Come ampiamente atteso, la banca centrale europea ha confermato a zero il tasso sulle principali operazioni di rifinanziamento, allo 0,25 per cento quello sulle operazioni marginali e al meno 0,40 per cento il tasso sui depositi che le banche commerciali parcheggiano presso la stessa istituzione.
Dato che questi livelli vengono da tempo legati a doppio filo con la generale linea monetaria ultra espansiva, l’eventualità di variazioni non era nemmeno ipotizzata. In realtà dal Consiglio direttivo non erano attesi provvedimenti di sorta, dato che lo scorso ottobre ha già deciso le modalità di quella che definisce “ricalibrazione” degli stimoli monetari. La parte più rilevante è che da gennaio il ritmo mensile del programma di acquisti di titoli (QE) verrà dimezzato a 30 miliardi di euro.

La Banca centrale europea ha consistentemente rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’area euro. Ora per quest’anno i tecnici dell’istituzione pronosticano un più 2,4%, sul 2018 un più 2,3%, un più 1,9% nel 2019 ed 1,7 per cento nel 2020. Nelle stime diffuse tre mesi fa indicavano rispettivamente 2,25 sul 2017, 1,8% sul 2018 e +1,7 per cento sul 2019.

Nella consueta conferenza stampa esplicativa, al termine del Consiglio Direttivo svoltosi a Vienna, il presidente Mario Draghi ha affermato: “In generale le notizie sulla crescita sono molto positive. L’area euro sta assistendo una forte espansione economica mentre le prospettive di crescita hanno mostrato un significativo miglioramento. I dati più recenti e i risultati delle ultime indagini congiunturali indicano il protrarsi della dinamica espansiva nella seconda metà dell’anno. Le nostre misure di politica monetaria hanno agevolato il processo di riduzione della leva finanziaria e seguitano a sostenere la domanda interna. I consumi privati sono sospinti dall’incremento dell’occupazione, che a sua volta beneficia delle passate riforme del mercato del lavoro, e dall’aumento della ricchezza delle famiglie. L’espansione degli investimenti delle imprese continua a essere sostenuta da condizioni di finanziamento molto favorevoli e da miglioramenti della redditività delle imprese. Si sono rafforzati anche gli investimenti nel settore delle costruzioni. In aggiunta, la ripresa generalizzata a livello globale stimola le esportazioni dell’area dell’euro”.

Come già nella riunione precedente, Draghi ha spiegato che le pressioni sui prezzi rimangono al momento muted e che il trend inflazionistico farà registrare un lieve ribasso prima di tornare al rialzo a causa soprattutto dell’effetto base delle componenti volatili, cioè energia e cibo. L’inflazione dovrebbe comunque beneficiare nel lungo periodo da quella che appare come una crescita sempre più sostenuta e diffusa.
Nella conferenza stampa, Draghi ha anche dichiarato: “Siamo più fiduciosi di due mesi fa sul fatto che raggiungeremo i target. È chiaro che il rafforzamento dell’economia è la base su cui si chiuderà l’output gap e si otterrà un ulteriore miglioramento del mercato del lavoro. E alla fine gli stipendi nominali rifletteranno il miglioramento del mercato occupazionale. Anche se la parola d’ordine resta prudenza perché rispetto alla altre riprese economiche del passato, la risposta degli stipendi al miglioramento dell’economia è molto, molto più lenta”.

Con riferimento alle decisioni della Federal Reserve, Draghi ha commentato: “La differenza nelle decisioni di politica monetaria e dunque nelle decisioni su tassi di interesse prese sull’altra sponda dell’Atlantico riflettono posizioni diverse nella ripresa economica. Sebbene il ritmo di crescita sia ora più forte in Europa che negli Usa, negli Usa lo stadio della ripresa economica è più avanzato e questo si riflette soprattutto a livello di occupazione e salari. Quindi le diverse politiche monetarie riflettono le differenze nelle due giurisdizioni. Posso dire che non abbiamo riscontrato alcun impatto negativo sull’economia dell’eurozona scaturita da questa divergenza di politica monetaria”.
Finalmente, sembrerebbe ritornato il percorso ‘virtuoso’ dell’economia dopo un lungo periodo di ‘vacche magre’.

Salvatore Rondello

Franken si scusa, Trump
e Moore fanno quadrato

franken“Provo imbarazzo e vergogna. Ho deluso molte persone e spero di rifarmi e poco a poco riottenere la loro fiducia”.  Con queste parole, il senatore Al Franken, democratico del Minnesota, ha cercato di giustificare le sue improprie azioni verso parecchie donne venute a galla nelle ultime settimane. Non era la prima volta che Franken chiedeva scusa ma a differenza di altri politici lui ha il merito di non avere attaccato le sue accusatrici. Forse per questo almeno una delle sue vittime non ha richiesto che Franken si dimetta.

Franken ha ovviamente fatto delle cose riprovevoli ma gli si deve riconoscere una certa sincerità come pure una certa sensibilità che riflette anche il Partito Democratico in comparazione alle reazioni nel campo repubblicano. Oltre a Franken i democratici accusati di queste nefandezze hanno reagito in modo più ragionevole dei repubblicani. John Conyers, parlamentare democratico del Michigan, si è dimesso della sua carica di leader democratico della Commissione giudiziaria, ma ha detto che rimarrà alla Camera per fare chiarezza e dimostrare la sua innocenza. Nancy Pelosi, leader delle minoranza democratica alla Camera, aveva inizialmente preso le difese di Conyers citando i contributi durante la sua lunga carriera. Poi dopo l’ennesima accusa la Pelosi e lo speaker della Camera Paul Ryan hanno ambedue dichiarato che Conyers dovrebbe dimettersi.

Ha fatto la cosa giusta il membro dell’Assemblea californiana Raul Bocanegra il quale si è dimesso dopo le accuse di avere molestato sei donne. Altri due membri della legislatura in California, anche loro democratici, sono al momento sotto controllo dai leader del loro partito e si prevedono almeno delle sanzioni una volta che le indagini saranno completate.

Nel campo repubblicano invece si tratta di reazioni che lasciano poco da sperare dato che si tratta semplicemente di negare tutto attaccando le accusatrici e etichettare le storie come un complotto dei liberal media. Lo ha fatto Roy Moore, candidato repubblicano al Senato nell’elezione speciale dell’Alabama per sostituire Jeff Sessions, il quale si era dimesso per il suo incarico di Procuratore Generale nell’amministrazione di Donald Trump.

Moore è stato accusato di  avere molestato una decina di donne molti anni fa, alcune delle quali erano minorenni, mentre lui aveva già più di trent’anni. Moore e la sua campagna hanno fatto muro attaccando le accusatrici per la tempistica. Perché andare a pescare eventi avvenuti tanti anni fa? La risposta non piacerà a Moore ma lo tsunami di donne (e alcuni uomini) che hanno subito molestie sessuali negli ultimi mesi avrà avuto un effetto e incoraggiato non pochi individui a riaprire ferite che evidentemente non erano completamente guarite.

C’è poco da guadagnare e molto da perdere venendo alla luce del sole per molestie subite specialmente quando i trasgressori sono ricchi e potenti. Non solo le vittime possono perdere il lavoro ma dovranno anche subire attacchi spesso personali  a volte accompagnati anche da minacce. Meglio sarebbe tacere, dimenticare e andare avanti. La strada più facile però non è sempre quella giusta e le donne che descrivono  molestie subite  meritano comprensione e supporto se la società avrà qualche chance di evitarle in futuro.

Negare categoricamente dunque non è la via giusta ma questa sembra essere la strada dei repubblicani. Ovviamente il caso più famoso in questo partito consiste proprio del numero uno, Donald Trump, attuale presidente. Come si ricorda, poco prima dell’elezione l’anno scorso venne a galla il noto Access Video nel quale l’allora candidato repubblicano si vantava di essere una star e come tale poteva fare quello che voleva con le donne persino  prenderle dalle parti intime.

Trump fece all’epoca un breve discorso chiedendo scuse che risultarono poco convincenti spiegando tutto come chiacchiere di spogliatoio. Pochi giorni dopo una quindicina di donne confermarono che il suo comportamento verso di loro rifletteva proprio le parole del video. L’allora candidato repubblicano attaccò le sue accusatrici minacciando anche di querelarle.

Adesso da presidente Trump ha preso le difese di Moore ma ha criticato aspramente Franken, usando chiaramente due pesi e due misure. Con i suoi attacchi a Franken il 45esimo presidente incoraggia involontariamente il piano del Senato dell’inchiesta dell’Ethics Committee. La leadership repubblicana al Senato però sta andando piano sull’inchiesta.

Ciononostante Mitch McConnell, presidente del Senato, ha preso le distanze da Moore. L’idea di inchieste sulle molestie sessuali nelle due camere legislative non risulta tanto allettante considerando la paura che altri parlamentari e senatori vengano accusati di comportamenti inappropriati. L’inchiesta dell’Ethics Committee si profila però all’orizzonte nel caso della vittoria di Moore il 12 dicembre  di quest’anno.

Nel frattempo Trump rimane in grande misura fuori da mischia eccetto per il suo continuo supporto di Moore, lasciando agli elettori dell’Alabama la decisione. L’idea delle inchieste sui comportamenti dei parlamentari  dovrebbe però preoccuparlo. Nessuno ha dimenticato le sue parole nell’Access Video. Non dovrebbe anche lui essere soggetto di un’inchiesta per molestie sessuali?

Domenico Maceri
PhD, University of California