La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Dazi Usa. Trump contro Europa Canada e Messico

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

In una nota diffusa a fine giornata di ieri, l’amministrazione Usa ha deciso di fare scattare da oggi i dazi su acciaio e alluminio anche per Ue, Canada e Messico.

Il Fondo Monetario Internazionale, commentando la decisione degli Stati Uniti di imporre dazi sull’alluminio e l’acciaio importati da Unione Europea, Canada e Messico, ha affermato: “Tutti perdono in una protratta guerra commerciale: non è positivo che le tensioni commerciali aumentino proprio in un momento in cui la ripresa globale e’ sostenuta dal commercio. Incoraggiamo i paesi a lavorare costruttivamente insieme per ridurre le barriere e risolvere i disaccordi commerciali senza il ricorso a misure eccezionali”.

Il portavoce del Fmi, da Washington, ha giudicato “triste” il fatto che “le tensioni commerciali stiano aumentando in un momento in cui la ripresa globale è sostenuta dal commercio”.

Il Fondo monetario internazionale è tornato a ripetere che i Paesi devono lavorare insieme in modo costruttivo per ridurre le barriere commerciali e per risolvere disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali.

Gerry Rice ha continuato ribadendo quanto detto dal Fondo già ai suoi Spring Meeting di primavera: “Per la prima volta in tanto tempo, il commercio sta crescendo più velocemente del Pil globale e la ripresa è generalizzata. Per via del commercio e dell’innovazione, miliardi di persone oggi godono di vite più lunghe, più salutari e più prospere”.

Il portavoce del Fmi ha poi fatto riferimento a un tweet scritto ieri dal direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde. Dal G7 finanziario a Whistler, in Canada, l’ex ministro francese delle Finanze ha messo in guardia: “Alla fine, se il commercio subisce un forte scossone, se il livello di fiducia tra gli attori economici è danneggiato gravemente, quelli che soffriranno di più sono i più poveri”.

Lo schiaffo di Donald Trump è arrivato all’Europa affermando: “I controversi dazi su acciaio e alluminio, rispettivamente del 25% e del 10%, scattano anche per il Vecchio Continente, così come per il Canada e il Messico. Ragioni di sicurezza nazionale”. Così ha scritto il presidente americano, che non arretra sul fronte delle promesse elettorali in nome della dottrina dell’America First. E pazienza se i Paesi colpiti sono i più stretti alleati e partner commerciali degli Stati Uniti, quelli storici. Inevitabile lo scontro tra le due sponde dell’Oceano, con reazioni durissime da Londra, Parigi, Berlino, che giudicano le decisioni della Casa Bianca ‘ingiustificate e pericolose’. L’ira dell’Unione europea è incontenibile. Le misure di rappresaglia contro gli Usa sono già pronte ad essere messe in atto, non solo da parte di Bruxelles, ma anche da parte di Ottawa e Città del Messico. Il presidente della Commissione UE, Jean.Claude Juncker ha tuonato: “Questo è protezionismo puro e semplice, inaccettabile”. L’Unione Europea ha già nel cassetto un piano per colpire soprattutto prodotti simbolo del made in Usa, come i jeans Levi’s, le moto Harley-Davidson o il bourbon del Kentucky. Una rappresaglia che potrebbe costare agli Stati Uniti almeno 7,5 miliardi di dollari, con le prime tariffe europee che potrebbero scattare dal prossimo 20 giugno. Anche il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani ha affermato: “Risponderemo con tutti i mezzi a nostra disposizione”. Il segretario al Commercio Usa, Wilbur Ross, ha minimizzato, spiegando come i dazi decisi dagli Usa sono di portata molto limitata e che eventuali contromisure europee non avranno un grande impatto sull’economia americana. Wilbur Ross, però, ha continuato ha lanciare lo stesso monito: “Noi comunque continueremo a lottare contro gli abusi commerciali”. Lo scenario di una guerra commerciale su scala globale è diventato molto preoccupante. Un timore che non a caso nelle ultime ore ha scosso Wall Street e tutte le principali piazze finanziarie, anche più della situazione italiana. Anche perché l’offensiva di Trump su acciaio e alluminio potrebbe essere solo l’inizio. Il presidente americano ha già aperto un’indagine sull’importazione di auto in Usa, agitando lo spettro di dazi del 20% che preoccupano soprattutto le grandi case automobilistiche tedesche. Il tycoon ha minacciato anche una stretta su una lunga lista di beni hi-tech dalla Cina per un valore di 50 miliardi di dollari, a partire dalla metà di giugno. Il rischio di una escalation è dunque elevatissimo e agita in queste ore i lavori del G7 dei ministri finanziari in corso in Canada. Il tema dei dazi, naturalmente, sarà al centro anche del G7 dei capi di Stato e di governo in programma sempre in Canada la prossima settimana, dove Trump rischia di trovarsi per la prima volta davvero isolato dagli altri leader delle principali potenze mondiali. I dazi Usa su acciaio e alluminio erano entrati in vigore il primo marzo ma l’Europa, insieme al Canada e al Messico, era stata temporaneamente esentata fino al primo giugno, per favorire un accordo che fissasse quote e limiti ben precisi all’import di questi metalli negli Stati Uniti. Un’intesa come quelle raggiunte con Corea del Sud, Australia, Argentina e Brasile. Ma, ha rivendicato Ross, i negoziati non hanno portato a risultati soddisfacenti, con gli europei che rifiutano di subire dazi motivati da ragioni di sicurezza nazionale. Gli Stati europei hanno replicato: “E’ assurdo, siamo tutti nella Nato”. Intanto il Messico ha già annunciato il varo di tasse per colpire l’importazione dagli Usa di una serie di prodotti che vanno dall’acciaio alla carne suina, passando per prodotti agricoli come l’uva o i mirtilli.

Il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, a margine dei lavori del G7, ha affermao: “E’ importante per l’Italia restare nell’area euro, essere parte dell’Europa”. Poi, Mnuchin ha così risposto a chi gli chiede se è preoccupato o meno per l’Italia: “Assolutamente no. Lavoreremo con il nuovo governo, al quale va data una opportunità”. Poi in merito alla reazione forte dei mercati ai problemi dell’Italia nei giorni scorsi, Mnuchin ha risposto: “Il mercato ha avuto dei problemi. Il governo sa e capisce le questioni che deve affrontare. Dovranno lavorare con l’Europa, con noi. Rispettiamo il processo del nuovo governo”.

Pier Carlo Padoan non parteciperà al G7 dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali. Partito dall’Italia per partecipare all’incontro, Padoan ha deciso di tornare indietro durante uno scalo tecnico per motivi istituzionali, dopo avere appreso la notizia sui tempi del giuramento del nuovo governo. Nella delegazione italiana, al vertice ci sarà il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Presto gli americani si renderanno conto dei danni che stanno ricevendo dalla politica protezionista dell’Amministrazione Trump.

I populismi, storicamente non hanno mai avuto una lunga vita, ma le socialdemocrazie dovranno prepararsi al più presto a dare una alternativa di governo credibile.

Salvatore Rondello

Usa-Cina, finita la guerra commerciale: dazi sospesi

U.S. President Donald Trump takes part in a welcoming ceremony with China's President Xi Jinping at the Great Hall of the People in Beijing

Cina e Stati Uniti hanno deciso di rinunciare a ogni guerra commerciale e all’aumento dei rispettivi diritti doganali. Lo hanno annunciato gli organi di informazione ufficiali di Pechino.

Il tentativo di disgelo commerciale tra Stati Uniti e Cina passa attraverso un accordo con poche cifre e molte promesse: Pechino, dopo giorni di trattative tra delegazioni ai massimi livelli a Washington, ha acconsentito a nuovi impegni per l’acquisto di beni e servizi ‘made in Usa’. Ancora elusivo, però, l’obiettivo dell’amministrazione di Donald Trump posto fino a  più che dimezzare il deficit bilaterale nell’interscambio, tagliandolo di  200 miliardi di dollari l’anno da oltre 370 miliardi. Voci di un immediato sì cinese a simili nuove importazioni entro il 2020, ritenute impossibili dagli stessi analisti, sono state smentite da Pechino.

A chiusura degli incontri, una  dichiarazione congiunta cino-americana ha affermato ieri sera che i due paesi concordano sulla necessità di misure efficaci per ridurre significativamente il disavanzo degli Stati Uniti in beni con la Cina e che a questo fine la Cina aumenterà significativamente gli acquisti di beni e servizi statunitensi. Due settori vengono menzionati in particolare: agricoltura e energia. Gli Usa invieranno una squadra in Cina per definire i dettagli. Il nuovo capo-consigliere economico Larry Kudlow, ha separatamente menzionato anche i servizi finanziari.

Questi passi potrebbero trasformarsi in segnali di progressi a venire in una partita ancora complessa e tesa. La Casa Bianca  mantiene aperta la minaccia di dazi su 150 miliardi di importazioni dalla Cina per violazioni di proprietà intellettuale e furti di tecnologia che potrebbero scatenare  nuove rappresaglie. Ieri le parti si sono limitate a far sapere che su questo rafforzeranno la cooperazione nell’ambito di un approccio attivo per cercare di risolvere le loro preoccupazioni economiche e commerciali.

Altri concreti passi verso un allentamento della crisi sono avvenuti in occasione degli incontri negoziali. Ultimo la  fine di un’indagine anti-dumping  di Pechino sul sorgo statunitense, che lo aveva messo al bando da un mercato che l’anno scorso aveva assorbito  un miliardi di dollari  del raccolto. La Casa Bianca si è subito mossa per  riabilitare il gigante delle telecomunicazioni cinese Zte, accusato di violazione di sanzioni e di minacciare la sicurezza nazionale, proprio in cambio di aperture sull’agricoltura. Mentre ancora le authority cinesi hanno sbloccato l’acquisizione da 18 miliardi dei chip di memoria di Toshiba da parte del fondo Usa Bain Capital e considereranno un via libera alla fusione tra l’americana Qualcomm e Nxp.

La Casa Bianca, durante il negoziato, ha messo in chiaro le sue priorità: tra queste spicca il taglio di almeno 200 miliardi entro il 2020 del deficit commerciale bilaterale. Un’intesa iniziale su una lista di prodotti ‘made in Usa’ dei quali la Cina aumenterebbe gli acquisti quale gesto di progresso si è tuttavia fatta strada. Ma far decollare un simile accordo rimane un obiettivo difficile, anche per ragioni strettamente economiche e non politiche: funzionari statunitensi, oltre a numerosi esperti, ritengono che gli Stati Uniti, ormai vicini ai massimi dell’utilizzo della capacità produttiva, potrebbero al più offrire per l’export in Cina  altri 50 o 60 miliardi, dall’agricoltura alla tecnologia, nei prossimi due anni.

A dimostrazione dell’alta posta in gioco, il presidente Donald Trump ha visto di persona fin da giovedì il capo-delegazione cinese, il vice-premier Liu He. Una posta che va anche al di là del commercio. Pechino vanta forte influenza sulla Corea del Nord, alla vigilia del delicato e storico summit di denuclearizazione con gli Stati Uniti del 12 giugno a Singapore. Nei giorni scorsi Pyongyang ha sollevato dubbi sul vertice ed è emerso che la Casa Bianca, per evitare la riapertura di crisi, ha  accettato di cancellare esercitazioni militari  congiunte con la Corea del Sud su richiesta di Seul.

Questo annuncio, che arriva dopo negoziati di alto livello a Washington, segue mesi di tensioni tra le due potenze, con il presidente americano Donald Trump che ha più volte puntato il dito contro un rapporto commerciale squilibrato che rappresenta un pericolo per gli Stati Uniti. Le due parti sono arrivate ad una intesa. “Non si impegneranno in una guerra commerciale e non aumenteranno i rispettivi diritti doganali”, ha dichiarato il vice premier cinese Liu He, secondo l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua.

Il vice premier cinese, che questa settimana ha diretto a Washington la delegazione incaricata dei negoziati con il segretario americano al Tesoro Steven Mnuchin, ha spiegato che l’accordo era una necessità.

Gli effetti dell’intesa tra Usa e Cina hanno avuto anche ripercussioni sull’euro. In avvio di settimana l’euro ha segnato un nuovo minimo da dicembre a 1,1716 dollari. Successivamente la valuta europea ha recuperato in parte a 1,1738, in una giornata in cui non si sono manifestati dati macroeconomici di rilievo, mentre molti mercati europei sono stati chiusi o semichiusi per la festività di Pentecoste. Nel pomeriggio e in serata, invece, sul fronte dollaro sono attesi interventi di esponenti della Federal Reserve.

Secondo gli analisti, a spingere il dollaro ha contribuito, oltre al rialzo dei tassi sui titoli pubblici americani, anche l’intesa tra Usa e Cina sul commercio, che consente di proseguire le trattative e evita uno scontro aperto. All’opposto a zavorrare l’euro potrebbe contribuire anche la situazione di incertezza politica in Italia, con i negoziati sulla formazione di un governo M5S-Lega che sono stati accompagnati da alcune indiscrezioni sul contratto tra le due formazioni lette in maniera allarmistica dai mercati.

Salvatore Rondello

La credibilità di Trump in caduta libera

trump dazi“Fu lui a dettare l’intera lettera. Non l’ho scritta io”. Così il dottor Harold Bornstein, ex medico personale di Donald Trump, mentre spiegava alla Cnn che la lettera resa pubblica nel dicembre del 2015 sull’eccellente salute dell’allora candidato presidenziale repubblicano era uscita dalla bocca del 45esimo presidente. Lo si era già sospettato all’epoca considerando tutti i superlativi sulla condizione fisica di Trump che riflettevano lo stile reboante dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Adesso sappiamo con certezza che si trattava di una falsità nonostante la firma del medico.
Il responsabile legale della lettera è il dottor Bornstein, ovviamente, ma Trump ha anche le responsabilità principali per la falsità. Si tratta in realtà di menzogne tipiche della sua campagna elettorale che sono continuate e infatti aumentate dopo l’elezione. In 466 giorni di presidenza Trump ha accumulato più di 3000 menzogne o dichiarazioni fuorvianti, secondo il fact-checking del Washington Post. All’inizio del conteggio Trump diceva una media di 4,9 falsità al giorno ma poi la cifra è arrivata a 6,5 al giorno e da due mesi è aumentata ancora a 9 al giorno. Ciononostante, l’82 percento degli elettori repubblicani approva l’operato di Trump. Le menzogne non sembrano importare e Trump continua a essere più spudorato nelle sue asserzioni fasulle. Una delle più recenti è stata di smentire se stesso dichiarando che nel caso di Stormy Daniels, la pornostar con cui ha avuto un rapporto, l’avvocato Michael Cohen è stato ripagato da Trump per i 130mila dollari dati alla Daniels per mantenere il silenzio.
Il rapporto fra politici e verità sempre suscita dubbi. Non pochi elettori credono che i politici dicano cose false durante la campagna elettorale e poi una volta finita l’elezione i vincitori si sposteranno verso posizioni che riflettono, anche se non completamente, la verità. Trump è un caso anomalo nel senso che la frequenza e il numero delle sue menzogne sono aumentate dopo la conquista della Casa Bianca. I suoi sostenitori non sembrano avere notato e continuano a fare quadrato attorno al loro prescelto. Non sono i soli ma nel caso di Trump si tratta di una situazione in cui i sostenitori sembrano essere completamente nel suo campo e lui lo sa. Durante la campagna elettorale Trump ha detto che potrebbe anche sparare qualcuno senza perdere voti. Un’esagerazione che grazie a Dio non è mai stata messa alla prova.
Il professor Daniel Effron della London Business School ha studiato perché gli elettori continuano a sostenere un candidato anche quando sanno che mente. Usando un campione di quasi 3000 individui di diverse persuasioni politiche Effron ha chiesto di leggere una serie di asserzioni false. Nonostante la falsità, chiarita in partenza ai partecipanti, le asserzioni false di Trump non dispiacquero ai suoi sostenitori. Gli fu poi chiesto di considerare se le asserzioni ovviamente false potrebbero essere vere in circostanze diverse. Questa possibilità di classificare il valore etico delle falsità ha chiarito ai ricercatori che gli elettori cercano candidati che confermino i loro giudizi morali.
Trump e i suoi collaboratori hanno intuito che i loro sostenitori possono essere mantenuti fedeli suggerendo possibilità quando confrontati con ovvie menzogne. Nel caso della falsità di un video su presunti terroristi musulmani pubblicizzato da Trump, per esempio, Sara Huckabee Sanders, portavoce del 45esimo presidente, ha chiarito che poco importa se il video sia vero o no. Ciò che importa è che “la minaccia è vera”. La paura del terrorismo è già ingranata nella mente e basta la ripetizione, vera o fasulla, per la conferma del pregiudizio.
In un altro caso simile, confrontata con un’ovvia falsità, Kellyanne Conway, una consigliera di Trump, ha detto che il 45esimo presidente parlava di “fatti alternativi” quando ha dichiarato falsamente che la folla al suo insediamento era la più grande nella storia americana.
Questa tecnica di insabbiare le acque ingarbugliando verità e falsità è stata utile a Trump a farsi eleggere e mantenersi in potere. Sfortunatamente questo approccio si scontra a volte con una realtà difficile da manipolare. Trump aveva detto di non avere avuto rapporti con Stormy Daniels ma adesso si sa che aveva mentito.
I suoi sostenitori continueranno a supportarlo ma i media conservatori hanno cominciato a dimostrare di avere perso la pazienza. Il Wall Street Journal, grande sostenitore di Trump, commentando il caso di Stormy Daniels, ha detto che le asserzioni del presidente erano false. La critica più aspra però è venuta a galla dalla Fox News, rete televisiva molto amica di Trump. Il conduttore Neil Cavuto, sostenitore di Trump, in una recente trasmissione, ha rilevato una lista di asserzioni dubbie dell’attuale inquilino alla Casa Bianca. Cavuto ha accusato Trump di “essere troppo occupato ad asciugare il pantano che non ha il tempo per sentire la puzza che lui stesso sta creando” e che “il pantano è di proprietà” di Trump. Cavuto ha concluso dicendo che lui non è lì per “fornire lezioni, solo i fatti” continuando che “le parole sono importanti”.
Le parole del presidente sono importanti non solo per gli americani ma anche per i leader dei Paesi del resto del globo. Trump ha già annunciato di lasciare l’accordo sul nucleare raggiunto con l’Iran, dando un chiaro segnale che non solo le parole ma anche i trattati firmati dall’America possono essere stracciati. Kim Jong-un, il leader della Corea del Nord, ha dato indicazioni che sarebbe disposto alla denuclearizzazione del suo Paese richiedendo però una promessa di Trump che non invaderebbe il suo Paese. La parola di Trump? Anche se lo promette, lo potranno credere?

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

Altra tegola per Donald Trump: Paul Ryan lascia

Paul Ryan

“Qui ho compiuto molto di quello che mi ero proposto e i miei figli continuano a crescere”. Con queste parole Paul Ryan, annunciava che alla fine di questa legislazione lascerà il suo incarico di parlamentare e di speaker della Camera. Parlare della famiglia al momento di uscire dalla scena politica sembra essere divenuto quasi banale. Per quanto riguarda i risultati si tratta di una storia molto diversa.

Ryan fu eletto alla Camera per la prima volta nel 1998 all’età di 28 anni e rieletto ogni due anni, l’ultima delle quali nel 2016. Nel 2007 fu nominato presidente della potente Commissione del Bilancio alla Camera e nel 2012 fu scelto da Mitt Romney come suo vice nella corsa presidenziale, vinta alla fine da Barack Obama. Poi nel 2015, dopo le dimissioni di John Boehner, speaker della Camera, Ryan fu eletto a sostituirlo anche se lo fece con poco entusiasmo, accettando l’incarico per mettere fine alle “guerre” interne del Partito Repubblicano.

Ryan ci ha spiegato di essere soddisfatto del suo lavoro alla Camera ma un’analisi delle sue idee e piani ci chiarisce che è riuscito a fare ben poco di quello che si era proposto. Ryan era grande ammiratore di Ayn Rand, la scrittrice americana di origini russe, la quale sosteneva la virtù dell’egoismo etico rifiutando l’altruismo. Partendo da queso principio si capisce la filosofia politica di Ryan il quale ha sempre auspicato i tagli fiscali e di conseguenza la riduzione dei programmi sociali. Ryan crede che i poveri non vanno aiutati con programmi governativi perché tolgono l’incentivo per fare progressi economici e sociali. Ryan ha sempre voluto spingere per riformare il programma di Social Security e il Medicare privatizzandoli, preoccupandosi anche del deficit e del debito federale. L’insostenibilità di queste spese governative, secondo Ryan, doveva condurre a tagli costanti i quali sarebbero stati accompagnati da riforme ai programmi sociali, il metodo migliore per aiutare le classi povere.

I successi legislativi di Ryan sono però limitatissimi. Ha fallito persino con la revoca della tanto odiata Obamacare, la riforma sanitaria di Obama. Ryan da speaker, era riuscito a farla revocare alla Camera, ma appena il disegno di legge arrivò al Senato fu bocciato anche se con un margine risicato (51 no, 49 sì). Nonostante la maggioranza in ambedue le Camere e il controllo della Casa Bianca, Ryan e il suo partito hanno fatto poco per fare approvare le loro leggi. L’eccezione, come si ricorda, è stata la riforma fiscale del 2017 che ha tagliato le imposte principalmente a beneficio delle corporation e le classi abbienti. Il tanto odiato deficit di Ryan però è rimasto vivo diminuendo solo nell’amministrazione di Obama a 438 miliardi per il 2015. Nel 2016 è aumentato a 584 miliardi e nel 2017 a 666 miliardi. Aumenterà ancora nel 2018 a 800 miliardi e 1000 miliardi nel 2020. Il debito pubblico è anche aumentato a più di 20000 miliardi.  Per quanto riguarda il Social Security e il Medicare, Ryan non è riuscito a toccarli perché troppo popolari e il suo partito li ha considerati politicamente tossici. Un bilancio dunque che riflette poco dei successi citati da Ryan nel suo annuncio di lasciare la politica.

Il più grande demerito di Ryan però si trova nella sua debole difesa dei valori dell’establishment repubblicano messi da parte per l’arrivo del ciclone Donald Trump.  Durante la campagna elettorale del 2016 Ryan ha cercato, anche se debolmente, di prendere le distanze da alcune delle dichiarazioni più offensive del tycoon dicendo che non riflettono i valori del Partito Repubblicano. Dopo l’elezione, però, Ryan ha fatto quello che voleva il 45esimo presidente mettendo da parte le riforme tanto sognate sul Social Security e Medicare perché mancava il supporto della Casa Bianca. In effetti, Ryan è divenuto “soldato” di Trump riconoscendo la sconfitta dell’establishment repubblicano e accettando le vicissitudini dell’inquilino della Casa Bianca.

L’uscita di scena di Ryan si aggiunge a quelle di più di 40 altri parlamentari che non correranno per rielezione  nel mese di novembre. La rinuncia di Ryan è la più visibile e potrebbe incoraggiare altri a seguire il suo esempio. Si prevede una vittoria democratica alle elezioni di midterm a novembre e una susseguente conquista della maggioranza della Camera e forse anche del Senato. L’assenza di Ryan è stata interpretata da alcuni come una maniera di evitare la macchia del probabile tracollo e essere considerato responsabile  per la disfatta. Ciononostante, Ryan ha dato tutte le indicazioni che parteciperà alla campagna politica aiutando i candidati repubblicani, suscitando però seri dubbi sull’efficacia dei suoi contributi. I grossi donatori del Partito Repubblicano hanno già cominciato ad esprimere seri dubbi che i loro investimenti porteranno i frutti desiderati.

 Alcuni leader del Partito Repubblicano spingeranno però per le sue dimissioni anticipate da speaker perché da anatra zoppa potrebbe fare ben poco per aiutare i candidati repubblicani a esiti positivi alle urne. Inoltre l’uscita di scena dello speaker creerà un’altra contesa fra le due ali del Partito Repubblicano per la  sostituzione di Ryan. Una battaglia che i repubblicani avrebbero voluto risparmiarsi poiché intorbidisce le acque in un momento critico in cui si dovrebbero spendere tutte le energie a evitare la perdita della maggioranza alla Camera.

Appena sentito l’annuncio delle dimissioni di Ryan, Randy Price, il candidato democratico nel distretto dello speaker, ha dichiarato che la loro meta era di “revocare e rimpiazzare” il loro avversario. Price ha continuato dicendo che con le dimissioni “la revoca” è stata compiuta; rimane solo vincere a novembre e completare con la sostituzione.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Fmi: il protezionismo danneggia i poveri

A Hong Kong, FMI-christine-lagarde, il direttore generale del Fmi, ha criticato aspramente il protezionismo affermando: “I governi devono evitare il protezionismo in ogni sua forma. La storia ci insegna che le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Il sistema di scambi commerciali internazionali ha trasformato il mondo. Ha contribuito a dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà mentre le barriere protezionistiche impediscono al commercio di svolgere il suo ruolo fondamentale per rafforzare la produttività.
Ma questo sistema di regole e responsabilità condivisa corre ora il pericolo di essere distrutto. Questo sarebbe imperdonabile, un fallimento collettivo. Nello stesso tempo le troppe pratiche sleali, devono essere eliminate perché possono lasciare tracce sugli equilibri commerciali tra Paesi. In concreto, bisogna proteggere ad esempio proprietà intellettuali e ridurre le distorsioni che favoriscono le imprese statali”.

Christine Lagarde ha lanciato anche l’allarme debito: “Quello pubblico e privato ha raggiunto a livello globale la quota record di 164.000 miliardi di dollari con un incremento del 40% rispetto al 2007. Su questa crescita, la Cina rappresenta la metà. Il debito pubblico nelle economie avanzate è, dunque, a livelli non visti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un indebitamento elevato rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie.

I governi dovrebbero usare l’attuale crescita per portare avanti le riforme: la finestra di opportunità è aperta, è necessario riparare il tetto nei periodi in cui splende il sole. Le riforme necessarie sono spesso politicamente difficili, ma sono più efficaci e facili da attuare quando le economie crescono”.

Il direttore generale dell’Fmi ha citato Henri Matisse: “La creatività richiede coraggio. Abbiamo bisogno di più coraggio, nelle stanze dei governi, nelle aziende, e nelle nostre menti. Nel mese di gennaio, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia mondiale al 3,9% per il 2018 e il 2019. E il Fondo continua ad essere ottimista perché le economie avanzate cresceranno sopra il potenziale di crescita media quest’anno e il prossimo e perché gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Parallelamente  in Asia, le prospettive restano solide, il che è un bene per tutti, perché questa regione contribuisce a quasi due terzi della crescita globale.

Tuttavia, il ritmo di crescita prevista per il 2018 e il 2019 finirà per rallentare nella misura in cui le politiche a sostegno dell’economia si interromperanno soprattutto in Usa e Cina”.

Si addensano nubi scure su uno scenario (economico) globale che per ora resta soleggiato. Con la metafora meteorologica, la direttrice esecutiva del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha evidenziato che il Fmi continua a restare ottimista sul contesto della crescita mondiale, ma è anche preoccupato per il rischio che il commercio internazionale sia minato da tensioni protezionistiche in grado di incidere negativamente sull’economia globale, oltretutto in un momento in cui tendono ad affievolirsi gli stimoli fiscali e i tassi di interesse tornano a rialzarsi.

L’intervento fatto a Hong Kong da Christine Lagarde (dopo aver partecipato al Boao Forum), precede di una settimana la riunione plenaria che si farà a Washington con i 189 membri del Fmi, durante la quale sarà anche aggiornato l’Outlook del Fondo sull’economia globale (pronosticata nel gennaio scorso in crescita del 3,9% per quest’anno e per l’anno prossimo).

Le priorità economiche dovrebbero essere quelle di evitare le tentazioni del protezionismo, contenere i crescenti rischi finanziari e spronare con le riforme la crescita a lungo termine.

Largarde non ha citato esplicitamente Stati Uniti e Cina, protagonisti del tiro alla fune commerciale, tra dazi e controdazi, che sta allarmando il mondo intero per le possibili conseguenze dai risvolti imprevedibili. Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il suo discorso, il direttore generale del Fmi ha comunque sottolineato che anche le questioni sulla proprietà intellettuale vanno trattate in un contesto multilaterale, non con la ricerca di favori specifici o con minacce unilaterali. In questo modo ha offerto una mediazione a Cina ed Usa sulle questioni che hanno visto disotterrata l’ascia del protezionismo che ha dato origine alla guerra sui dazi.

Salvatore Rondello

Dazi, si alza lo scontro tra Cina e Usa

trump dazi

Si alza il livello dello scontro commerciale fra Usa e Cina dopo che ieri sera l’Amministrazione Trump ha diffuso un nuovo elenco di prodotti cinesi soggetti a dazi doganali del 25%. La lista proposta dall’USTR copre circa 1.300 prodotti importati dalla Cina, in settori come l’industria aerospaziale, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la robotica e i macchinari, per un valore di circa 50 miliardi di dollari annui. Washington giustifica i nuovi dazi proposti con le accuse di violazione della proprietà intellettuale lanciate dall’amministrazione Trump nell’agosto 2017. La lista ora sarà sottoposta a ulteriore revisione pubblica prima di una decisione dell’USTR.

La nuova offensiva degli Stati Uniti ha prontamente provocato la reazione di Pechino che l’ha definita una “pratica tipicamente unilaterale e protezionista alla quale la Cina si oppone fermamente”. Il ministero del commercio cinese ha quindi annunciato un piano per introdurre dazi su 106 prodotti statunitensi tra cui auto, soia, prodotti chimici e aerei. Gli interventi avrebbero un valore di 50 miliardi di dollari annui, pari a quello delle nuove tariffe annunciate da Washington.

“Abbiamo la fiducia e la capacità di rispondere a ogni misura protezionistica commerciale degli Stati Uniti”, ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino, che starebbe valutando anche l’opzione di ricorrere all’Organizzazione Mondiale del Commercio. “Non vogliamo una guerra commerciale, ma non ne abbiamo paura: se qualcuno insiste per iniziarla combatteremo fino alla fine”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Geng Shuang.

London Calling, Ue e Usa espellono i diplomatici russi

johnson e trumpLondra chiama, l’Occidente risponde. Un fronte comune che va dagli Stati Uniti ai Paesi dell’Unione europea ha risposto compatto al fianco della Gran Bretagna contro Mosca accusata per la morte dell’ex spia del Kgb Sergei Skripal.
Solidali con il Regno Unito 14 Paesi Ue – tra cui anche Italia, Francia e Germania – hanno annunciato la decisione di espellere un certo numero di diplomatici nello stesso istante in cui Washington ordinava a 60 funzionari russi di lasciare il Paese, chiuso anche il consolato di Seattle, in quanto vicino a una base di sottomarini e a uno stabilimento Boeing.
La Farnesina comunica in modo asciutto che “a seguito delle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo del 22 e 23 marzo scorso, in segno di solidarietà con il Regno Unito e in coordinamento con partner europei e alleati Nato, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha notificato oggi la decisione di espellere dal territorio italiano entro una settimana due funzionari dell’Ambasciata della Federazione Russa a Roma accreditati in lista diplomatica”.
Si tratta di una risposta muscolare, che a livello europeo era stata in qualche modo preparata alla fine della scorsa settimana durante il Consiglio Europeo. L’Ucraina, già in tensione con Mosca dopo l’annessione della Crimea, ha deciso di espellere 13 diplomatici russi, ha detto il presidente ucraino Petro Poroshenko, ma il Cremlino è pronto a dare “una risposta speculare” all’espulsione dei diplomatici di Mosca. Dopo l’espulsione dei diplomatici russi, l’UE e l’Ucraina riceveranno un “regalo di risposta” sotto forma di espulsione dei rappresentanti delle loro ambasciate in Russia, ha dichiarato il primo vice capo del Comitato internazionale del Consiglio della Federazione Vladimir Jabarov. Londra, prosegue il ministero, sul caso Skripal ha assunto una posizione “ipocrita e zeppa di pregiudizi”.
Il governo britannico, dal ministro degli Esteri Boris Johnson a quello della Difesa Gavin Williamson, esulta per le espulsioni occidentali di diplomatici russi in solidarietà verso Londra sul caso Skripal. In particolare Johnson twitta: “La straordinaria risposta internazionale dei nostri alleati rappresenta la più grande espulsione collettiva di agenti dell’intelligence russa nella storia e ci aiuterà a difendere la nostra sicurezza. La Russia non può violare impunemente le norme internazionali”.


A una settimana dalle elezioni che hanno confermato Putin, il presidente russo si ritrova isolato e ‘accerchiato’ come ai tempi della Guerra fredda. L’intero Occidente, incluso il Canada che si accinge ad espellere 4 diplomatici russi, ha deciso in blocco di mettere un muro contro il Cremlino per fargli “cambiare atteggiamento”, così come dichiarato dalla Casa Bianca. Una punizione quasi. Mosca se troverà un blocco chiuso dall’Occidente è già alla ricerca di nuove alleanze in Oriente.