Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Caso Alpi. FNSI e OdG: “Noi non archiviamo”

alpi conf stampa“Noi non archiviamo”: alla sede della Federazione, conferenza stampa di FNSI e OdG sulla prosecuzione delle indagini sul caso Alpi-Hrovatin

“La decisione del Gip di Roma Andrea Fanelli di richiedere ulteriori accertamenti sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin conferma che ancora molto resta da fare, per ottenere verità e giustizia per la giornalista e l’operatore del Tg3 uccisi in Somalia il 20 marzo 1994.
Ora più che mai, dunque, è necessario intensificare gli sforzi per illuminare la loro vicenda e ribadire con ancora più determinazione che #NoiNonArchiviamo. Per questo la Federazione nazionale della Stampa italiana, insieme con le associazioni che hanno aderito alla campagna (Stampa Romana, “Articolo 21”, “Rete No bavaglio”,ecc…) ha promosso questa conferenza stampa a Roma, nella sede del sindacato in Corso Vittorio Emanuele II: per fare il punto della situazione e annunciare la volontà di costituirsi parte offesa, così da poter dare dare un suo contributo (anche mediante gruppi di lavoro che esortiamo tutti i colleghi a creare, anche al di fuori dei confini aziendali e di testata) alle indagini, che proseguiranno per i prossimi 180 giorni.

In questo modo, la FNSI avrà la possibilità di presentare memorie e indicare agli inquirenti elementi di prova, proseguendo sul percorso tracciato da Giorgio e Luciana Alpi, genitori di Ilaria”.  Così Beppe Giulietti, presidente nazionale della FNSI, ha aperto oggi la conferenza stampa organizzata proprio per fare il punto sul caso Alpi_Hrovatin. Evidenziando anche il clima, diverso dal passato, che – probabilmente sull’onda anche dello sdegno dell’ opinione pubblica per vicende come quella degli Spada ad Ostia Lido e, in campo internazionale, le uccisioni dei due giornalisti investigativi, specialisti di corruzione e Pubbliche amministrazioni, a Malta e in Slovacchia – sembra si stia finalmente respirando, nei confronti dei giornalisti, nelle aule di giustizia. “Il tribunale di Siracusa – ha aggiunto Giulietti – ha condannato ora a due anni e otto mesi di carcere, riconoscendo anche l’aggravante mafiosa, quel Francesco De Carolis che minacciò il cronista Paolo Borrometi, intimandogli di smettere di scrivere sul clan di famiglia. La FNSI, costituita parte civile insieme con l’ Ordine dei Giornalisti, proseguirà nel suo impegno dalla parte dei cronisti minacciati: venerdì prossimo saremo, invece, al Tribunale di Pavia, per il processo sul caso dell’altro giornalista Rocchelli, ucciso nel 2014 in Iraq: dove saremo parte civile con Giuliano Pisapia, affiancati anche dalla stessa legale del caso Regeni. Forse si sta affermando il principio che colpire un giornalista significa calpestare lo stesso articolo 21 della Costituzione, sulla libertà di manifestazione del pensiero “.

Tornando al caso Alpi- Hrovatin, Fabrizio Orfeo, membro del CdR del Tg3 ( testata chiaramente presente alla conferenza stampa, in memoria di Ilaria), ha fatto anzitutto il punto sulle indagini: attualmente arenatesi, dopo la lunga detenzione (17 anni) d’un cittadino somalo erroneamente ritenuto assassino della giornalista (“Ora si tratta, soprattutto,di mettere insieme le tante tessere del mosaico, eliminando quelle che sono vere e proprie “favole investigative”, divenute luoghi comuni”). C’è anche la proposta.- fatta dalla senatrice del M5S Paola Nunez – di creare una nuova commissione parlamentare d’ inchiesta: dopo, peraltro, gli scarsi risultati ottenuti dalla prima.

“La nostra costituzione, come parte offesa, nella prosecuzione delle indagini”, ha sottolineato, in chiusura, Vittorio Di Trapani, segretario generale USIGRAI, “preciso impegno già preso con la mamma di Ilaria Alpi, Luciana (scomparsa pochi giorni fa), rappresenta, piu’ di 24 anni dopo quel duplice omicidio in Somalia, il modo migliore per affermare la realtà d’un giornalismo che non si limiti alla pura registrazione dei fatti. Questo, a maggior ragione in tempi in cui alcuni si spingono addirittura a ipotizzare un mondo futuro senza giornalismo”.

Fabrizio Federici

Federica Angeli testimone al Processo contro gli Spada

federica angeli“Hanno provato in tutti i modi a privarmi della mia libertà e sono riusciti a privarmi di quella fisica perché ho la scorta ma sicuramente io alle loro regole non ci sto e oggi posso dirvi che mi sento libera, è una bellissima sensazione. Non ho paura”, ha detto Federica Angeli durante la sua testimonianza. Il processo riguarda uno scontro tra appartenenti al clan Spada e Triassi avvenuto nella notte del 16 luglio del 2013. La giornalista antimafia fu testimone oculare di quanto avvenuto a poca distanza da casa sua e denunciò agli inquirenti quanto aveva visto, così le venne assegnata la scorta. Oggi la solidarietà alla giornalista de La Repubblica, nei minuti precedenti all’udienza fuori dal tribunale, si è tenuto un sit in di solidarietà a cui hanno preso parte Fnsi, Usigrai Consiglio nazionale Ordine di giornalisti, Articolo 21, Rete No Bavaglio, Associazione Stampa Romana e Associazione Libera Stampa. Anche la Regione Lazio è presente così come annunciato da Gianpiero Cioffredi, presidente Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio.
“Federica Angeli non può essere lasciata sola. Quando raccontava dei fatti di Ostia sembrava quasi che enfatizzasse i fenomeni: oggi è invece chiaro, anche da quanto sta emergendo dalle inchieste, che in quella parte di Roma c’è un grumo di criminalità e comportamenti omertosi che possono essere definiti mafiosi. Ad Ostia c’è un clima e una realtà che non possono essere sottovalutati”. Ha afferma toil direttore de La Repubblica, Mario Calabresi, a margine dell’udienza.

Abolizione del canone Rai. Scontro Pd-Calenda

Governo:Calenda, domani a Bruxelles, da lunedì impegno Mise

E’ scoppiato lo scontro fra il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ed il segretario del PD, Matteo Renzi, sull’abolizione del canone Rai. Infatti secondo una indiscrezione riportata oggi dal quotidiano “La Repubblica”, Matteo Renzi avrebbe intenzione di proporre nella imminente campagna elettorale l’abolizione del canone Rai. Renzi avanzerebbe la proposta nella prossima direzione del Partito Democratico. Nell’articolo si legge che l’obiettivo di Renzi sarebbe quello di colpire una brutta tassa invisa a molti. Tassa che Renzi ha riformato quando era premier inserendola  nella bolletta della luce. Il segretario del Pd punterebbe inoltre a modificare i tetti pubblicitari, per permettere alla tv pubblica di fare piena concorrenza ai colossi privati come Mediaset.

“Il PSI – afferma il coordinatore della segreteria del Psi, Gian Franco Schietroma – esprime soddisfazione per il fatto che pare che sia intenzione del Segretario PD Matteo Renzi proporre l’abolizione del canone RAI. L’iniziativa va nel senso auspicato da tempo dai socialisti, i quali, sin dalla 15^ Legislatura, avevano presentato una proposta di legge per abolire il canone RAI, trattandosi di una sorta di tassa ormai anacronistica poiché, nel corso degli anni, erano e sono venuti meno quei presupposti (anche in relazione all’enorme aumento degli introiti pubblicitari) e quelle caratteristiche dell’ente televisivo che ne giustificavano l’esistenza”. “Peraltro – continua Gian Franco Schietroma – è ancora più inammissibile continuare a vessare gli utenti con l’imposizione del pagamento del canone, quando la RAI procede ad un ingiustificato e considerevole spreco di risorse, con superstipendi inaccettabili e affidandosi anche a costose produzioni esterne per i vari programmi televisivi, pur avendo un gran numero di dipendenti, con professionalità di rilievo e molto ben pagati. Inoltre, in un momento in cui tante famiglie sono in grave difficoltà economica, gli italiani passano gran parte del tempo libero davanti alla televisione ed è davvero iniquo che vengano tassati anche per questo. D’altra parte – conclude – è assolutamente necessario ridurre la pressione fiscale, giunta ormai a livelli insostenibili”.

Di fronte a questa notizia, il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha risposto con un ‘tweet’: “Il Governo Renzi ha messo canone in bolletta e non si può promettere in campagna elettorale il contrario di quello che si è fatto al Governo. Se si vuole affrontare la questione del canone allora si ragioni su privatizzazione RAI altrimenti è presa in giro. Come noto io sono favorevole alla privatizzazione. Ma questo è il tema. Il messaggio levo il canone ma finanzio con fiscalità generale gioca su uno dei grandi problemi dell’Italia: considerare i soldi dello Stato qualcosa che non ha a che fare con i soldi dei cittadini. Spero che l’idea di abolire il canone Rai sostituendolo con un finanziamento dello Stato non sia la proposta del Pd per la campagna elettorale come riportato da  Repubblica. I soldi dello Stato sono i soldi dei cittadini e dunque sarebbe solo una partita (presa) di (in) giro”.

Sul tema è intervenuto anche il sottosegretario alle Comunicazioni, Antonello Giacomelli, che dice: “Sono sorpreso dalla fretta con cui si dà tutto per certo  dal tono di alcune reazioni. Quello che so è che il governo Renzi con la riforma del canone in bolletta ha recuperato l’evasione ed abbassato il costo per i cittadini onesti che lo pagavano. Quanto alla privatizzazione di Rai di cui parla Calenda, trovo contraddittorio da un lato preoccuparsi di difendere l’Italianità di infrastrutture strategiche e dall’altro teorizzare la privatizzazione di una realtà come Rai che finirebbe, facile previsione, in mani non italiane”.

A Calenda ha risposto in un ‘tweet’ anche il deputato Pd Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai, : “Caro Calenda, se tagliamo 1,5 mld spesa pubblica ed eliminiamo canone Rai i cittadini pagano meno. Altro che presa in giro: serve processo modernizzazione ed eliminazione sprechi unici in panorama tv con risparmio immediato 500mila euro. Far risparmiare cittadini come con stop Imu”.

Mentre  Roberto Fico, deputato del M5s e presidente della Commissione vigilanza Rai commenta su ‘facebook’: “Renzi e il Pd hanno aspettato la fine della legislatura e lo scioglimento delle Camere per fare l’ennesima proposta propagandistica sulla Rai con l’occhio puntato sulle elezioni”.

In un altro ‘tweet’ Calenda ribatte : “Non capisco perché, dopo aver fatto tante cose serie e buone per la crescita, gli investimenti e l’occupazione, vedi dati ISTAT di oggi, si debba ricadere sulla linea delle promesse stravaganti a tutti su tutto. È un peccato”.

Sul tema è intervenuto anche anche l’Usigrai affermando: “E puntuale come un orologio svizzero parte la campagna elettorale e arriva l’attacco alla Rai”. Secondo il sindacato dei giornalisti Rai si tratta di un copione che si ripete da anni. Nel comunicato di Usigrai si legge: “Segnaliamo che laddove si è abolito il canone, il Servizio Pubblico è stato fortemente ridimensionato. A tutto vantaggio dei privati. Se questo è l’obiettivo basta dichiararlo apertamente.
Del resto è curioso che prima si mette il canone in bolletta e poi si propone di abolirlo. Vuol dire non avere idee. Ci aspettiamo una dura presa di posizione pubblica da parte dei vertici Rai.  A difesa dell’autonomia e del futuro dell’azienda”.

Salvatore Rondello

Mondiali. La Rai resta fuori dai diritti tv

RaiDopo l’esclusione dell’Italia dai mondiali di calcio si torna a parlare di Mosca 2018 con un’altra esclusione della Rai dalla partita dei diritti tv. Infatti notizie di stampa affermano che la Rai non parteciperebbe al rialzo per l’acquisizione dei diritti del mondiale di calcio in Russia, al momento nelle mani di Mediaset. Si tratta dei diritti di tutte le 64 partite della Coppa del Mondo del prossimo anno. Le partite “saranno visibili per la prima volta – si legge in una nota di Mediaset – sulla tv commerciale italiana, che li offrirà ai suoi telespettatori gratuitamente. Oltre che in Italia, ‘Russia 2018’ sarà visibile in diretta anche sulle reti spagnole del gruppo Mediaset”.

Un duro colpo per la Tv di Stato. Tanto che il deputato Pd e segretario della commissione di Vigilanza Rai, Michele Anzaldi si chiede: “Come usano i miliardi garantiti dal canone in bolletta pagato dai cittadini?”. “A che serve incassare così tanti soldi pubblici, se si fanno soffiare un evento del genere? Possibile che non siano riusciti a mantenere uno storico programma Rai, come il Mondiale, peraltro sapendo che l’informazione sportiva rappresenta uno dei compiti del servizio pubblico, come da Contratto di servizio? Sarà

interessante sapere come giustificheranno questa ennesima dimostrazione di incapacità e arroganza”. “In questi anni l’informazione è diminuita – prosegue Anzaldi – programmi di approfondimento sono stati cancellati, il pluralismo si è ridotto, sono stati eliminati programmi storici di carattere sociale come ad esempio sull’ambiente, ora per la prima volta nella storia viene persa anche la messa in onda in chiaro dei Mondiali di calcio: possibile che la Rai riesca a trovare i soldi solo quando c’è da garantire contratti milionari a conduttori come Fazio e alla sua società di produzione?”. “Ancora una volta – conclude Anzaldi – è stata presa una decisione suicida, che aiuta la concorrenza. E ora molti cittadini si chiederanno: a che serve allora pagare il canone?”. Domande a cui il management della tv pubblica dovrebbe dare risposte non evasive.

Durissima anche la reazione dell’Usigrai: “Il mondiale di calcio per la prima volta sarebbe fuori dalla Rai. Una decisione – afferma il sindacato dei giornalisti Rai – che reputiamo densa di rischi. Il primo è quello dell’erosione del ruolo di servizo pubblico con scelte che cominciano a sembrare frutto di una strategia mirata alla delegittimazione della Rai come patrimonio dei cittadini. Ci chiediamo se vi sia consapevolezza di questo nei vertici aziendali e anche nell’azionista”.

L’Usigrai aggiunge – sempre riportando quanto scritto da organi di stampa – che secondo l’azienda di viale Mazzini sono troppi 85 milioni senza gli azzurri e con un tetto pubblicitario che porterebbe una notevole perdita di bilancio. Si punterebbe invece sulla Champions League – dove però – dice l’Usigrai – non c’è la certezza di prevalere nella gara per i diritti tv -, partendo dal giusto presupposto che dalla prossima stagione l’Italia sarà rappresentata da 4 squadre. “Ci chiediamo e vi chiediamo – continua il sindacato Rai – se il ruolo del servizio pubblico possa essere esclusivamente quello di ragionare sui costi senza immaginare la propria funzione”. A parere dell’Usigrai “magari si potrebbe dire sì al Mondiale recuperando gli sprechi dovuti ad appalti esterni, al ruolo prevalente delle società esterne per produzioni che la Rai potrebbe gestire direttamente grazie alle professionalità che ha al proprio interno. I conti, ve lo assicuriamo, tornerebbero ugualmente e addirittura ci sarebbero ulteriori risorse per esercitare quel ruolo affidatoci dalla Convenzione di servizio pubblico”. Infine, “tra i rischi di queste valutazioni sui diritti che l’azienda sta facendo, ci chiediamo se in un quadro politico in via di definizione che purtroppo continua pesantemente ad influire su questa azienda, non si tenda a impostare delle scelte non sulla base degli interessi dei telespettatori ma su quelli dei competitor del settore. Forse qualcuno sta nuovamente respirando aria di RaiSet?”.

Rai, Orfeo nuovo DG. Nencini: “Garantire la pluralità”

orfeomarioLa Rai ha un nuovo direttore generale, oggi il cda della Rai ha nominato Mario Orfeo alla direzione generale, dopo l’intesa in assemblea con gli azionisti nell’assemblea totalitaria. Sette i voti favorevoli (i consiglieri Guelfo Guelfi, Rita Borioni, Giancarlo Mazzuca, Arturo Diaconale, Franco Siddi e Marco Fortis) compreso quello della presidente Monica Maggioni, contrario solo Carlo Freccero che già nei giorni scorsi aveva annunciato il suo voto contrario. Un’intenzione ribadita anche questa mattina e durante le dichiarazioni di voto sulla designazione di Orfeo, Freccero ha infatti provocatoriamente proposto se stesso come dg invece di Orfeo, annunciando di voler chiedere “un’audizione pubblica in Vigilanza per sapere chi è più competente” e votando contro. Ma per la designazione del dg non è richiesta l’unanimità.
Mario Orfeo arriva per succedere ad Antonio Campo Dall’Orto, dimessosi qualche giorno fa.

Un augurio di buon lavoro a Orfeo arriva dal segretario del Psi Riccardo Nencini. “La Rai ha bisogno di persone equilibrate e preparate, che garantiscano pluralità e imparzialità dell’informazione. Sono certo che valorizzerà al meglio questo grande patrimonio pubblico” ha concluso Nencini.

Roberto Fico, capogruppo M5S alla Camera e presidente della Commissione Vigilanza Rai, prima della nomina di Orfeo aveva detto: “Ho letto in questo momento un’agenzia circa la proposta del nuovo dg che è quella di Mario Orfeo. Mi sembra voler mettere benzina sul fuoco perché avevamo chiesto tutti un uomo sopra le parti e io non ritengo Orfeo un uomo sopra le parti”.

Critici come loro solito i 5 Stelle: “Questi signori pensano che la Rai sia cosa propria, per questo promuovono un direttore parziale come Orfeo”, affermano i parlamentari M5S in commissione di Vigilanza Rai. “È una fatto grave per l’indipendenza del servizio pubblico, perché Orfeo non è stato capace di guidare un telegiornale in modo equilibrato e dunque non può essere il profilo adatto per dirigere tutta la Rai. Questo è un segnale di guerra da parte di Renzi e i suoi scagnozzi: vogliono militarizzare il servizio pubblico radiotelevisivo per paura di perdere le elezioni”.

Dalla Fnsi e dall’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, vengono ora chiesti “da subito atti concreti in discontinuità con la gestione degli ultimi due anni” perché è “necessaria una riforma del servizio pubblico, che deve mettere al primo posto la qualità del prodotto e la piena valorizzazione delle risorse interne”.

A questo punto la direzione del telegiornale di Rai Uno, lasciata vuota da Orfeo, dovrebbe essere guidata da Antonio Di Bella. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, la guida del Tg1 potrebbe essere affidata a un altro nome storico della Rai. Orfeo resterà in carica un anno fino all’agosto 2018 quando scadrà l’attuale consiglio di amministrazione.

Rai, già si pensa al successore di Campo Dall’Orto

campo_dall_orto.jpg-- Il consiglio di amministrazione ha respinto il piano per l’informazione. Campo Dall’Orto intendeva dare vita ad una nuova piattaforma d’informazione web, www.rai24.it da affidare a Milena Gabanelli, al posto di www.rainews.it, l’attuale giornale digitale dell’azienda. Rai24 avrebbe dovuto essere la decima testata giornalistica della Rai forte di 120 cronisti e di 40 tecnici e diretta dalla Gabanelli, ex conduttrice di Report. Paolo Messa, componente del Cda Rai di area cattolico moderata, non sarebbe stato per niente tenero: “Sono venute meno le condizioni per il rapporto di fiducia con il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto”. Invece sono stati approvati all’unanimità i piani di produzioni e trasmissione 2017 per i canali generalisti e specializzati.
Campo Dall’Orto sembra sia rimasto solo. Si è trovato contro praticamente tutti: gran parte del Pd renziano, le opposizioni e i sindacati. Nei giorni scorsi i giornalisti Rai (Usigrai) e tutti gli altri lavoratori dell’aziende hanno proclamato uno sciopero per il prossimo 8 giugno contro “la guerra interna” dell’azienda e perché “è in gioco il futuro della Rai”. Da tempo si parlava del vertice spaccato, delle critiche della presidente Monica Maggioni a Campo Dall’Orto. Da mesi il consiglio di amministrazione alzava il disco rosso alle scelte del direttore generale. Da un anno i renziani lo attaccavano. Michele Anzaldi, deputato Pd e componente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, lo aveva accusato di “risultati fallimentari”. Già all’inizio del 2017 era arrivato un primo duro colpo. Il consiglio di amministrazione aveva respinto il progetto di riorganizzazione delle news e il direttore editoriale per l’offerta informativa Carlo Verdelli (scelto da Campo dall’Orto) si era dimesso. Si erano diffuse anche delle voci, poi smentite, sulle dimissioni del direttore generale sotto tiro.
Adesso è arrivato un secondo duro colpo. Campo Dall’Orto però sembra deciso a non mollare. Si era insediato due anni fa al vertice dell’azienda con competenze fortissime (grazie alla riforma della Rai voluta dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva incassato i poteri di un amministratore delegato). Era molto apprezzato.Vantava grandi esperienze televisive maturate in Mediaset, Mtv e La7. Sembrava in grande sintonia con Renzi, nel 2015 presidente del Consiglio e segretario del Pd. Poi qualcosa è andato storto. Si è sollevato un coro di critiche contro di lui, basate sull’accusa di una gestione immobilista.
Campo dall’Orto ha cercato di parare i colpi, a maggio sembra si sia recato anche a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Adesso è azzoppato. Resiste a fatica. Già si parla dei possibili successori. Girano i nomi di Monica Maggioni, di Paolo Del Brocco (Rai cinema) di Paolo Ruffini (Tv 2000 ed ex direttore di Rai3).

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Rai, Campo Dall’Orto sotto un fuoco incrociato

dall'ortoL’Eldorado è apparso ad Antonio Campo Dall’Orto, ma è circondato da un terreno minato. Il pagamento del canone Rai nella bolletta della luce nel 2016 si è rivelato una miniera d’oro per l’azienda radio-televisiva pubblica. La direttrice generale dell’Agenzia delle entrate Rossella Orlandi ha snocciolato i dati boom: il gettito del 2016 è arrivato a 2,1 miliardi di euro; il numero degli abbonati è salito da 16,5 milioni del 2015 a 22 milioni dell’anno scorso. L’evasione del canone, che ha natura d’imposta, è stata drasticamente ridotta: ben 5,5 milioni di italiani sono usciti dal limbo della latitanza televisiva e anche loro hanno pagato 100 euro di abbonamento (erano 113,5 euro nel 2015 e scenderanno a 90 quest’anno). Circa 500 mila cittadini hanno chiesto e ottenuto di non pagare il canone (tra i motivi quello di non possedere un televisore).
Il canone Rai non è una spesa popolare. Molti cittadini, finché hanno potuto, hanno evaso il pagamento quando era volontario; gli altri hanno fatto il loro dovere con un certa stizza, diciamo così, per ciò che appare nei televisori. C’è una quota di utenti con la vocazione ad evadere comunque l’imposta, ma gran parte rifiutava di pagare perché bocciava la qualità del prodotto. È questo il problema centrale anche per i telespettatori che hanno sempre pagato il canone: la foresta pietrificata chiamata Rai.
La promessa rifioritura basata su un’azienda media company non c’è stata (vedi articolo di Sfoglia Roma dell’11 aprile). L’immobilismo perdura da due anni. Antonio Campo Dall’Orto si è insediato nel 2015 come direttore generale della Rai con ambiziosi progetti di rinnovamento e i poteri ampi dell’amministratore delegato (grazie alla riforma voluta da Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio e segretario del Pd), ma finora non è riuscito a cavare un ragno dal buco.
Sia i programmi radio-televisivi sia i notiziari giornalistici non sono minimamente cambiati. Tutte le iniziative abbozzate sono naufragate. Il piano industriale dell’azienda e il progetto di riorganizzazione dell’informazione non sono mai decollati. Sono piovute critiche dalle opposizioni, dall’Usigrai (il sindacato dei giornalisti Rai) e dallo stesso Pd renziano, sostenitore della scelta di Campo Dall’Orto alla guida dell’azienda. Il rapporto con la presidente della Rai Monica Maggioni sembra divenuto burrascoso. In particolare lo scontro è stato sull’idea di ridurre i canali, di diminuire le edizioni dei telegiornali e di trasferire il Tg2 a Milano da Roma. Il piano di Carlo Verdelli però ha fatto flop. Verdelli, nominato da Campo Dall’Orto direttore editoriale per l’offerta informativa, alla fine ha gettato la spugna e si è dimesso dall’incarico.
Campo Dall’Orto si è trovato sotto il tiro di un fuoco incrociato. Si sono diffuse ripetutamente anche delle voci su possibili dimissioni del direttore generale della Rai, si è ipotizzata la sua sostituzione con il direttore del Tg1 Mario Orfeo. Adesso è sempre più nel tritacarne: gli uomini di Renzi hanno attaccato ripetutamente Campo Dall’Orto. Michele Anzaldi l’ha accusato di “risultati fallimentari”. Il deputato renziano componente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai l’ha paragonato perfino al comandante Francesco Schettino, il capitano della Costa Concordia, la super nave da crociera naufragata sugli scogli dell’isola del Giglio. Renzi la prende alla larga: il canone «continua ad essere una tassa esosa», ma «se combattiamo l’evasione abbiamo i soldi per fare scelte coraggiose».
Quali scelte coraggiose per la Rai? Si prepara un altro braccio di ferro. Campo D’Orto rimane in trincea. Il 22 maggio presenterà al consiglio di amministrazione della Rai una nuova versione del piano industriale e del progetto di riordino dell’informazione. Deve fare i conti con una maggioranza incerta. Non si sa bene cosa proporrà. Si parla di una possibile unificazione tra Rainews24 e la Tgr e del varo di un nuovo giornale web Rai (ora l’informazione digitale è accorpata in Rainews) da affidare a Milena Gabanelli. Gli incontri tra Campo Dall’Orto e l’Usigrai si sono susseguiti tra i contrasti. Il sindacato dei giornalisti Rai ha sollecitato a valorizzare le professionalità interne, a un rinnovamento puntando sulla qualità; ad affrontare il tema della concorrenza e a potenziare gli impegni di servizio pubblico. Gli utenti nel 2016 hanno pagato ben 2,1 miliardi di canone e la Rai ha incassato circa 800 milioni di pubblicità: il rapporto è quasi di tre a uno e impone un forte impegno di servizio pubblico, un’attenzione a dir poco carente.

Rodolfo Ruocco

SfogliaRoma

È ancora buio sull’assassinio di Giulio Regeni

Verita Giulio RegeniÈ passato un mese dal rapimento di Giulio Regeni, preso da sconosciuti in una strada del Cairo la sera del 25 gennaio, l’anniversario della rivolta di Piazza Tahrir, e fatto ritrovare il 3 febbraio lungo un fosso lungo l’autostrada, ma a oggi ancora non ci sono ipotesi credibili, tracce, su assassini, moventi e mandanti. Per questo oggi, convocata dall’associazione Antigone e dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), si è svolto un sit-in davanti all’ambasciata del Cairo cui ha partecipato anche – unica presenza delle Istituzioni – Pia Locatelli, parlamentare socialista e presidente del Comitato dei Diritti Umani della Camera dei Deputati. Al sit-in hanno aderito, tra gli altri, Amnesty Italia e l’Arci.

Il timore è oggi che la ‘ragion di Stato’, ovvero l’intreccio di interessi economici e politici attorno al governo egiziano del generale Al-Sisi – salito al potere con un golpe contro il governo islamista emerso dalla ‘primavera araba’ di tre anni fa – finisca per nascondere per sempre la verità oppure che ne venga confezionata una ad hoc per tacitare le proteste dell’opinione pubblica.

Ricordiamo che oggi riguardo alla crisi libica e alla penetrazione dell’Isis, l’Egitto è un alleato strategico non solo dell’Italia, ma di tutti quei Paesi, anche in Medioriente, che si difendono dal terrorismo Regeni_mix-310x165di matrice islamica. E sempre l’Egitto è un partner economico di primaria importanza dopo che l’Eni ha scoperto il più grande giacimento di idrocarburi della regione e si prepara al suo sfruttamento con reciproco vantaggio, soprattutto per glui egiziani che annaspano da anni in una crisi economica terribile aggravata dal terrorismo che indebolisce l’industria del turismo.

Il governo del Cairo insomma non ha nessuna ragione logica per fare un torto all’Italia, ma forse deve nascondere una verità scomoda oppure una colpa di cui non ha una responsabilità diretta.

Dal giorno del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, avvenuto proprio mentre doveva cominciare un’importante visita di una foltissima delegazione economica italiana guidata dal ministro Guidi, dall’Egitto sono arrivate notizie confuse o palesemente false, se non veri e propri depistaggi. Il giovane ricercatore prima era morto in un incidente stradale, poi in un tentativo di rapina, poi in durante un incontro a sfondo omosessuale e ieri pure per una vendetta personale, ma intanto agli investigatori italiani inviati a collaborare con quelli egiziani, fino ad oggi pare non sia stato dato neppure un elemento concreto per indagare, a cominciare dai tabulati telefonici del suo cellulare. E così è stato anche per altre possibili tracce degli assassini come i nastri delle telecamere attorno all’abitazione di Regeni. Tra le ipotesi circolate, forse ad arte, si è parlato anche di un complotto per colpire i rapporti tra i due Paesi, ai danni di Al-Sisi. Un complotto nato all’interno delle forze di polizia o di quelle di sicurezza, ispirato dai Fratelli musulmani per screditare il governo.

Locatelli Pia

Pia Locatelli

“Gli investigatori italiani non possono essere soltanto informati, devono avere accesso a documenti sonori e filmati, reperti medici, atti della procura di Giza” ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, durante il question time alla Camera dei deputati. In questa frase, tutto il disappunto del Governo perché purtroppo a oggi resta solo un’unica certezza: il giovane è stato sequestrato e torturato prima di essere ucciso.
“Il corpo di Giulio Regeni porta una firma, la firma della tortura di Stato e dobbiamo scoprire nomi e cognomi di chi ha messo quella firma. Vogliamo la verità”, ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty. “E’ un caso di tortura come centinaia di altri in Egitto”, spiega Noury. “Si tratta di metodi, utilizzati nelle stazioni di polizia. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione. Non accetteremo – ripete – nessuna verità di comodo”. Nessuna accusa da parte di Amnesty International Italia, come ha spiegato il portavoce, Riccardo Noury. Segni di tortura che tuttavia mettono in luce una metodologia adottata “dalle forze dell’ordine e dalla polizia egiziani. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione”. E questo, garantisce Pia Locatelli, “è quanto vuole il governo italiano. Verità”. “A un mese dal brutale assassinio del giovane studente italiano in Egitto, ancora non si conoscono le circostanze della sua morte  sopraggiunta in seguito a torture e sevizie. Chiediamo ancora una volta all’Egitto di fare chiarezza sulla vicenda, senza lentezze, omertà, tentennamenti e versioni discordanti, come quelle degli ultimi giorni. Il Governo italiano, come ci ha garantito ieri il Ministro Gentiloni, non intende abbassare la guardia e non si accontenterà di verità di comodo”.
Tante le sigle che hanno aderito alla manifestazione: Arci, Articolo 21, Cittadinanza attiva, Link Roma, Asgi, Usigrai, Fnsi, Cgil, Cisl, Uil. Presenti oltre Pia Locatelli, Nicola Fratoianni e Michele Piras (Sel), Paolo Ferrero (Prc) e il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi. A rappresentare la famiglia Regeni, l’avvocato Alessandra Ballerini.

Nomine Rai. Usigrai: “Schiaffo per chi lavora in Rai”

dall'ortoNon si ricordano polemiche simili sulla Rai dai tempi del Governo Berlusconi. Le discussioni riguardano in particolare le nomine dei direttori delle reti televisive di Viale Mazzini, il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto ha preparato la lista dei nomi da sottoporre al Consiglio di amministrazione in programma domani. I nomi presentati dal direttore generale sono i seguenti: Andrea Fabiano sarà il nuovo direttore di Rai1 al posto Giancarlo Leone, cui verrà affidato il coordinamento dell’offerta editoriale delle reti Rai, a Rai2 Ilaria Dallatana, mentre a Rai3 arriverà Daria Bignardi. Angelo Teodoli sarà il nuovo direttore di Rai4, mentre Gabriele Romagnoli il nuovo numero uno di Rai Sport.

Ma non ci saranno sorprese sulla rosa dei candidati perché il direttore generale Rai non avrà bisogno di trovare la maggioranza dei voti dei consiglieri. Tutto questo grazie alla legge di riforma della Rai in vigore da gennaio, in base alla quale i consiglieri potranno esprimere un semplice parere sui nomi prescelti, perché uno dei direttori di rete proposti sia bocciato servirebbe il voto congiunto di 7 consiglieri su nove.

Ma a creare polemiche e sdegno non è solo il modo con cui, secondo la nuova legge, si procederà alle nuove nomine, ma gli stessi nomi scelti, “l’ennesima infornata di esterni”.
L’Usigrai, Unione Sindacale Giornalisti Rai, ha parlato di “uno schiaffo” contro chi lavora in Rai. In una nota, il sindacato scrive: “Nei fatti una sonora sfiducia e delegittimazione di tutti i dipendenti della Rai. Se fossero veri i nomi che domani saranno proposti dal Dg al Consiglio di Amministrazione, saremmo di fronte a un fatto grave. Salvo l’eccezione di Rai1, l’ennesima infornata di esterni. Evidentemente il Dg ritiene che tra gli 11mila dipendenti non ci sono professionisti in grado di assumere ruoli di rilievo. Si dà corpo così al pregiudizio che l’Usigrai ha denunciato da subito, nei confronti di tutti coloro che in questi anni hanno lavorato per il Servizio Pubblico, assicurando il primato alla Rai in termini di ascolto e credibilità”.

Tuttavia per Antonio Campo Dall’Orto e scelte delle nuove direzioni sono “basate su competenza esperienza e merito, autonomia dai partiti, guidate dalla volontà di rinnovamento proprio attraverso la competenza e nel segno della valorizzazione delle risorse interne”.

Redazione Avanti!