Il ritorno di Veltroni che richiama la sinistra

veltroniSembrava ormai uscito di scena e dedito totalmente al Cinema e ai libri, invece torna a ‘parlare di politica’, Valter Veltroni, l’ideatore di quel Pd sempre più lacerato dopo la debacle del 4 marzo. Anche se l’ex segretario dem non è la prima volta che interviene dopo la disfatta delle ultime elezioni, in cui già avvisava che la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». In quell’occasione aveva sul Corriere fatto più o meno le stesse critiche alla sinistra che ora è la stessa di pochi mesi fa.
“Il populismo, espressione comoda per indicare una politica che a questo disagio si rivolge, è, per tutto questo, una definizione sbagliata. È destra, la peggiore destra. Quella contro la quale un galantuomo come John McCain ha combattuto fino all’ultimo. Definirla populista è farle un favore. Chiamiamo le cose con il loro nome. Chi sostiene il sovranismo in una società globale, chi postula una società chiusa, chi si fa beffe del pensiero degli altri e lo demonizza, chi anima spiriti guerrieri contro ogni minoranza, chi mette in discussione il valore della democrazia rappresentativa, altro non fa che dare voce alle ragioni storiche della destra più estrema. Altro che populismo. Qualcosa di molto più pericoloso”. In un intervento sul quotidiano Repubblica, l’ex segretario del Pd, richiama i dem, tentando un nuovo modo per scalfire un contesto politico in cui ormai la sinistra sembra esclusa.
“Ma ciò che la sinistra, impegnata a dividersi e rimirarsi allo specchio, non ha capito – aggiunge Veltroni – è che in questi anni è andata avanti una gigantesca riorganizzazione della intera struttura sociale. Qualcosa di paragonabile agli effetti della rivoluzione industriale. Il lavoro ha cambiato natura, facendosi aleatorio e precario”. “In una società veloce – sottolinea l’ex politico – una democrazia lenta e debole finisce con l’essere travolta. Più la democrazia decide, più resterà la democrazia. Meno decide e più sarà esposta alla pantomima di questa estate allucinante, con un governo che le spara grosse su tutto”.
Una critica che suona come beffa visto che la lacerazione nel Pd è iniziata quando Veltroni era ancora nel Partito, poi la critica verso l’atteggiamento dei dem nei confronti dei pentastellati. In Italia “nei confronti dei Cinquestelle la sinistra ha compiuto gravi errori. Ha cambiato mille volte atteggiamento, ha demonizzato e cercato alleanze organiche o viceversa, senza capire che molti di quei voti sono di elettori di sinistra. Che molti dei sei milioni di cittadini che avevano votato per il Pd nel 2008 hanno finito con lo scegliere i pentastellati o sono restati a casa. Un dolore profondo, un malessere che meritava molto di più delle piccole risse quotidiane o dei corteggiamenti subalterni. Molti di quegli elettori oggi sono certamente in sofferenza per il dominio della Lega sul governo e ad essi, e a chi non ha votato, senza spocchia da maestrino, la sinistra deve rivolgersi”. Infine, anche se avverte “O la sinistra la smetterà di rimpiangere un passato che non tornerà e si preoccuperà di portare in questo tempo i suoi valori o sparirà” Veltroni non manca di rimpiangere il vecchio Partito Democratico: “Il Pd che io immaginavo è durato pochi mesi, raggiunse il 34 per cento in condizioni terribili e si trovò, orgoglioso e emozionato, in un Circo Massimo oggi inimmaginabile per chiunque. Era l’idea di un partito orizzontale, fatto di cittadini e movimenti, di associazioni e autonome organizzazioni. Un partito a vocazione maggioritaria perché aperto, che usava le primarie come cemento per unire questo arcobaleno. Il contrario di un ‘partito liquido’, come poi si è purtroppo rivelato essere, per paradosso, quando ha prevalso il rimpianto per forme partito che non sono più date in questo tempo. Quel partito è stato in questi anni, per responsabilità di tutti, dominato dalle correnti e dai gruppi organizzati e il suo spazio vitale si è ristretto, come la stanza del funzionario Rai di ‘La Terrazza’ di Ettore Scola. Quei muri vanno tirati giù e il Pd deve apparire un luogo aperto, plurale, fondato sui valori e non sul potere. Bisogna inventare una forma originale di movimento politico del nuovo millennio”.

La guerra nella sinistra la rende irrilevante

sinsitraLa storia si ripete: è guerra nella sinistra e nel centro-sinistra. Anzi, più si avvicina il 4 marzo, la data delle elezioni politiche, più è “guerra totale”. Il Pd accusa Liberi e Uguali di far vincere “la destra” di Forza Italia e della Lega. Liberi e Uguali imputa al Pd di volere l’inciucio e di essere succube della “destra”. Secondo Potere al popolo, l’ultimo nato nel fronte progressista (raccoglie consensi tra gli elettori di Rifondazione Comunista, ex Ds e socialisti), le altre due sinistre praticamente sono un’altra faccia della “destra”.
La guerra fratricida tra le sinistre offusca perfino i diversi programmi e le differenti visioni della società. Piero Fassino è tra i pochi a non farsi prendere la mano: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra». Ma l’ex segretario dei Ds, rimasto nel Pd di Matteo Renzi mentre molti altri hanno preferito la scissione, è tra i pochi a mantenere la calma e a non farsi trascinare dai toni settari.
Le accuse di “tradimento” dei valori della sinistra, in testa l’uguaglianza, prevalgono. Si è innescato un meccanismo di “cupio dissolvi” in nome di una non meglio precisata “purezza” politica. La battaglia è con il vicino di sinistra per conquistare voti, ma gli effetti sono opposti, deleteri. Non fa bene a nessuno alimentare le divisioni e gli scontri permanenti. Più la guerra a sinistra diventa senza quartiere più i sondaggi elettorali si tingono di nero per tutti: il Pd è crollato poco sopra il 20% dei voti, Liberi e Uguali oscilla sul 5-6%, Potere al popolo è posizionato tra l’1% e il 2%.
Il centro-destra di Silvio Berlusconi, unito pur tra non pochi dissensi interni, invece sale: secondo le rilevazioni starebbe poco sotto il 40% mentre il M5S si affermerebbe come il primo partito italiano con il 28%. Non solo. Gruppi neofascisti come Forza Nuova, cavalcando i temi anti immigrati e della sicurezza dopo il terrificante raid razzista di Macerata, avanzano e potrebbero riservare brutte sorprese. Ci sono le premesse di un disastro.
Certo gli indecisi sono ancora tanti e le urne potrebbero dare risultati diversi. Tuttavia l’andamento negativo potrebbe portare la sinistra al peggior risultato della sua storia. Nella Prima Repubblica Pci, Psi e la nuova sinistra (che si fosse chiamata Pdup o Democrazia proletaria) in totale andavano oltre il 40% dei voti. Nella parte iniziale della Seconda Repubblica il Pds-Ds e Rifondazione comunista sommati veleggiavano a ridosso del 35%. Il Pd renziano nelle elezioni europee del 2014 arrivò al trionfale 40,8%, una forza paragonabile solo alla Dc dei tempi d’oro.
In Italia la guerra nella sinistra c’è da sempre, salvo brevi periodi di sereno. La lotta fratricida è sempre stata tra le due diverse anime politiche: la sinistra riformista e quella radicale. C’è chi voleva mettere le briglie al capitalismo, per assicurare libertà ed uguaglianza alle masse popolari, e chi voleva l’abbattimento del sistema, la rivoluzione. Dopo il crollo del comunismo nel 1991 e la scomparsa dell’Unione Sovietica, tutto si è fatto più confuso. La socialdemocrazia non ha ingranato in Europa la marcia trionfale che molti si aspettavano, ma è andata incontro a divisioni e sconfitte; soprattutto in Italia la crisi è stata pesantissima.
L’unità è rimasto un miraggio, ha prevalso la frammentazione. Anche il tentativo di formare un centro-sinistra riformista, dando vita prima all’Ulivo di Romano Prodi e poi al Pd guidato da Walter Veltroni, è fallito. Renzi è sotto il fuoco incrociato degli avversari esterni e interni. Non è detto che sopravviverà al voto del 4 marzo. Se il Pd subirà una disfatta con la discesa al 20% dei voti, il segretario sarà disarcionato e si parla perfino di un possibile ritorno di Veltroni al posto dell’ex “rottamatore”. Se invece il Pd renziano riuscirà a reggere sul 25% incassando anche il 3-4% degli alleati minori di centro-sinistra (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), sarà comunque difficile formare un esecutivo.
La guerra nella sinistra rende ardua una intesa di governo con Liberi e Uguali di Grasso. Sarebbe molto complicato per Renzi riallacciare i rapporti con Bersani, D’Alema, Speranza, Civati, Fassina, usciti dal Pd con uno scambio di accuse laceranti. La guerra civile restringe e non allarga il perimetro della sinistra. Il pericolo è una terribile disfatta generale, le divisioni causano l’irrilevanza.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Intervista a Martelli:
la vittoria del riformismo

Claudio Martelli-Psi“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

VITTORIA RIFORMISTA

Claudio Martelli-intervista“Paragonare la realtà di oggi a quella che ha attraversato tre diversi secoli (fine ‘800, il ‘900 e poi il nostro secolo) è un po’ azzardato. Detto questo, già tra il partito socialista delle origini e quello della Repubblica, le distanza sono molto grandi. E una storia gloriosa, meravigliosa, ma anche molto travagliata, all’insegna delle divisioni”. Lo afferma Claudio Martelli in una intervista all’Avanti!. “Forse – continua Martelli – l’insegnamento maggiore e più coerente, rimane quello della grande stagione riformista di Turati, di Treves di Mondolfo che viene dopo la fase iniziale all’insegna insurrezionale e anarchica di Andrea Costa. Nel riformismo si tende poi a sottolineare il ruolo di Turati, però è sbagliato non ricordare un altro gigante del riformismo come fu Camillo Prampolini. In realtà anche quella stagione si chiude abbastanza presto. Nel congresso del 1912 i riformisti soccombono con l’affermazione dei massimalisti nelle cui fila spicca la figura del futuro direttore dell’Avanti! Benito Mussolini. E già avevano subito una scissione, quella di Bissolati, che riteneva che bisognava rompere gli indugi e allearsi con la parte avanzata della borghesia e dei liberali giolittiaini. Insomma il Psi è sempre stato un partito tumultuoso e per questo un partito libero. Io non sono tanto convinto della definizione di eretici, una definizione che presuppone che dall’altra parte ci fossero gli ortodossi.

E chi sarebbero stati gli ortodossi?
Appunto. C’era il partito delle borghesia. Ma oltre a questo in sostanza c’era un grande calderone in cui si muovevano filoni diversi, personalità rivali, tendenze nazionalistiche schiettamente reazionarie e monarchiche. E altre di impronta cavouriana e certamente più capaci di interpretare le esigenze di modernizzazione.

A Bari si parla non solo del passato ma anche del futuro. Parlare di riformismo oggi ha ancora senso?
Come metodo il riformismo non ha vinto. Ha stravinto. Al punto da contagiare altre tradizioni politiche che hanno fatto proprio il metodo delle riforme graduali. Oggi il campo sembra dominato piuttosto dalle forze di ispirazione liberale e in alcuni casi da forze di ispirazione nazionalista, populista. Penso da una parte all’esempio di Macron e dall’altra parte a quello di Theresa May, i conservatori inglesi, la Brexit, o America first di Trump. Lo scenario in Europa è più mosso. Al socialismo di Corbyn tutti sarebbero portati a dire di sì. Era socialista anche Sanders che sfidò la Clinton. Ma si chiamano socialisti anche Maduro e Chaves in America latina. Francamente non ci vedo nulla in comune. Anche la Spd è socialista ma ormai è alleata non so più da quanti anni e subordinata a Angela Merkel. Insomma non è una fase storica in cui i socialisti esprimano una visione innovativa e un primato politico come fu quella degli anni ‘80 con il socialismo mediterraneo di Mitterrand, di Craxi, di Gonzalez, di Soares. O come anche alla fine degli anni ‘90, incarnato nella figura di Blair e dal nuovo centro di Gerhard Schroeder. Lo stesso riformismo socialista ha assunto significati diversi perché un conto è il riformismo delle origini che creò tutto ciò che conta ancora oggi nella storia del mondo del lavoro, come il sindacato, le cooperative, l’educazione delle masse. Quello è il grande riformismo storico. Poi vi è stata una grande stagione riformista. Con gli anni ‘60 avvenne grazie ai socialisti con il primo centrosinistra. Con i socialisti uniti, Nenni e Saragat. La strategia delle riforme, la scuola, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, le Regioni. Poi nel campo dei diritti civili non si possono dimenticare le lotte e le conquiste degli anni settanta. Infine vi è stato il solido tentativo di creare finalmente in Italia una grande socialdemocrazia.

E per i futuro?
Secondo me finché il partito socialista si occupa di redistribuire attraverso la leva fiscale la ricchezza, difficilmente tornerà a guidare una società dell’occidente. Perché qui il problema dominante non è quello della ridistribuzione, è quello della produzione, della creazione di ricchezza. Nel mondo globalizzato questo è il primum vivere. Se non si ha una risposta, una ricetta, una strategia per assicurare che tu, forza politica che ti chiami socialista, sei in grado di garantire un di più di prosperità e poi di distribuirla meglio, difficilmente conquisterai la maggioranza dei consensi. Poi in Italia la situazione della sinistra è un po’ disperante. Il Partito democratico non ha risolto il problema della sua identità. L’identità originaria dei due elementi che si sono fusi in qualche modo ancora riaffiora nei momenti di crisi e di tensione. E in ogni caso non sembra in grado di assicurare una chiara matrice. Lì si avverte l’assenza nel progetto originario di una robusta corrente socialista e laica. È mancata all’origine e la mancanza si sente ancora oggi. Io non so dare consigli ai compagni socialisti: forse la cosa più utile è quella di incalzare in modo critico e costruttivo il Partito democratico.

In queste settimane il dibattito politico nel centrosinistra è riassumibile in due parole: coalizione o partito unico?
Secondo me, a occhio, si capisce che il calcolo di Prodi sia quello di puntate a una alleanza ampia e plurale. Però non è che questo progetto non sia stato già sperimentato. Quindi i critici non hanno torto. Le elezioni Prodi le ha vinte ma alla prova di governo la sua maggioranza si è sbriciolata. Renzi quando vuole dare al suo partito una impronta maggioritaria continua sulla intuizione di Veltroni. Però non si può farlo senza formare una classe dirigente del proprio partito. Non può esserci un rapporto esclusivo tra un capo e la base. Non parlo tanto degli iscritti ma della base elettorale. Adesso vedo che tutti si richiamano ai due milioni di voti presi alla primarie. Quello può andar bene per governare un partito. Non per parlare a un Paese.

Ma è la base per governare un partito maggioritario?
Io non credo, non è una base sufficiente, occorre una classe dirigente e occorre anche una vasta e ramificata rete di rapporti con i cosiddetti corpi intermedi. Con i sindacati o pezzi di sindacati, di mondo economico, sociale, culturale. E soprattutto occorre una capacità di essere presenti nel mondo giovanile. Strano per un leader così giovane, ma questa parte di mondo proprio non c’è. Difatti come si sa i giovani votano 5 Stelle mentre il Partito democratico è un partito di ultracinquantenni. E questa struttura va modificata. Il Partito socialista penso che possa avere questa funzione. Poi so che altri compagni hanno fatto scelte diverse. Che si collocano sul versante di questa sinistra in formazione che francamente non so dove stia. C’è in Puglia, a Milano si è visto qualcosa. Ma parliamo di porzioni molto modeste. Dove si è presentata insieme al Pd poi, a Genova e La Spezia, i risultati non sono stati buoni. C’è chi sostiene che il problema sia nella leadership di Renzi che non attrae più. Lui tante volte dà l’impressione di aver bruciato un bel capitale politico. Succede a tutti di sbagliare, però come dice il proverbio, sbagliare è umano, ma continuare negli errori diventa diabolico.

Daniele Unfer

Pd. Rossi sfida Renzi dalla Toscana e “da sinistra”

rossierenziPrima era solo un’ipotesi emersa un anno fa, adesso è un dato politico con cui fare i conti: Enrico Rossi, 57 anni, si candida alla segreteria del Pd. Il presidente della regione Toscana apre così in anticipo la campagna elettorale per il congresso del Pd, previsto per il 2017.
Giornalista, ex Ds, al secondo mandato di governatore della Toscana, oggi lancia una sfida a Matteo Renzi: «La mia sarà una candidatura alternativa a Renzi, ma con l’ambizione di superare la dinamica tra renziani e antirenziani. Per questo mi definisco convintamente rossiano».
Rossi fa le cose con cura. Fa partire la sua sfida da Pontedera, centro toscano del quale è stato sindaco, città culla del gruppo Piaggio. È un doppio segnale simbolico: Pontedera ospita una delle maggiori fabbriche italiane iperblasonate (qui fu inventata la Vespa, uno scooter dal successo mondiale); è un centro di forte identità operaia, nel quale Rossi conta su un ampio consenso. È una risposta “da sinistra” alle scelte del presidente del Consiglio e segretario del Pd.
La partita per la segreteria sembra giocarsi tra toscani. Rossi, nato a Bientina (Pisa), non ha un rapporto idilliaco con il fiorentino Renzi. Punta ad incassare i voti dei militanti di sinistra rimasti nel Pd e a recuperare quelli che, o singolarmente o in modo organizzato, hanno lasciato il partito. Stefano Fassina, Pippo Civati e Sergio Cofferati, in tempi diversi nel 2015 hanno abbandonato il Pd, attaccando le riforme “di destra” di Renzi. Rossi cercherà il sostegno delle minoranze democratiche da due anni sul piede di guerra. Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo e Roberto Speranza, pur smentendo ipotesi di scissione, contestano al presidente del Consiglio e segretario del Pd “una politica neo centrista” sulle riforme del lavoro e sociali e scelte plebiscitarie sulle innovazioni istituzionali (superamento del bicameralismo paritario e nuova legge elettorale maggioritaria).
Bersani, Cuperlo, Speranza temono uno snaturamento dell’identità di centrosinistra del Pd e attaccano le ipotesi per costruire il Partito della nazione, delineato da Renzi per allargare i confini elettorali ai cittadini delusi del centrodestra e del M5S. Può darsi che scatti l’operazione per “scalare” il Pd e disarcionare Renzi da segreterio. Le minoranze di sinistra del partito da tempo contestano a Renzi di concentrare troppi poteri nelle sue mani con il doppio incarico di presidente del Consiglio e segretario del Pd. Bersani ha ripetutamente criticato il doppio incarico: «Se fossi diventato premier, non sarei rimasto segretario, ma ho altri gusti…».
Renzi, nelle elezioni primarie del 2013, è diventato il quinto segretario del Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni e Romano Prodi. Il giovane “rottamatore” quarantenne di Firenze ha eliminato quasi tutta la vecchia classe dirigente del partito proveniente dal Pci-Pds-Ds e dalla Dc-Ppi-Margherita. Uomini come Veltroni, Massimo D’Alema, Franco Marini sono stati “rottamati”. Ma anche uomini della nuova generazione come Enrico Letta, quasi suo coetaneo, è stato messo ai margini, dopo le dimissioni di due anni fa da presidente del Consiglio. La battaglia per la segreteria del Pd è appena cominciata e durerà quasi due anni.

Rodolfo Ruocco

Giachetti al Campidoglio? Arriva il sì di Matteo Renzi

campidoglio1“Secondo me Giachetti conosce Roma meglio di chiunque altro, ha fatto il capo di gabinetto e ha fatto uno sciopero della fame per la legge elettorale. E’ romano e…romanista”. Cosi il premier Matteo Renzi a Repubblica Tv ha lanciato il vicepresidente della Camera dei deputati per il Pd nella corsa al Campidoglio. Ma attenzione: “Il candidato sindaco a Roma lo decideranno le primarie – ha ribadito il Presidente del Consiglio – “deciderà lui se candidarsi o no”.

Immediato il ‘no comment’ di Giachetti che al momento non sembra intenzionato a rispondere alle avances del premier. L’ex radicale intanto ha ricevuto centinaia di ‘like’ ai post che riportavano le dichiarazione di Renzi sul suo profilo facebook. Quel che è certo è che il nome di Roberto Giachetti circolava già da tempo e le parole di Renzi, suonano dunque come un tentativo di investitura cavalleresca. Se non ufficiale, quantomeno falsamente ufficiosa. Anche perché la caccia del Pd al candidato sindaco per la Capitale sembra finora non aver sortito risultati interessanti. E lo spettro del disastro Ignazio Marino ancora circola nei corridoi del Nazzareno, freddando soprattutto gli animi dei fautori di una candidatura proveniente dalla cosiddetta ‘società civile’.

Ai democrat serve un politico e Renzi lo sa. E il nome del vice presidente della Camera sembra trovare il suo posto, almeno per caratteristiche, nella lista dei papabili. Partito dai movimenti studenteschi, a 18 anni è entrato nel Partito Radicale fino al 1989 conservandone però la tessera. Consigliere circoscrizionale per i Verdi, quindi prima capo della Segreteria e poi Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma Francesco Rutelli dal 1993 al 2001. Anno questo, in cui diviene Segretario cittadino di Roma e eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Già tra i fondatori della Margherita viene confermato alle elezioni politiche del 2006 nelle liste dell’Ulivo e alle elezioni politiche del 2008 nelle liste del PD. Partito che lo traghetta fino alla storia recente, quando nel 2013 viene eletto vicepresidente della Camera dei Deputati con 253 preferenze.

Noto a Roma e nella politica per le sue battaglie dall’anima radicale: gli scioperi della fame. Nel 2002, per sollecitare il Parlamento ad eleggere due giudici della Corte Costituzionale e ripristinare il plenum, nel 2004 per sollecitare la calendarizzazione della legge sul conflitto di interessi, nel 2007 per far definire al Pd la data certa dell’assemblea costituente del partito, nel 2008 per ottenere le elezioni primarie nella città di Roma, le stesse che ora dovrà decidere se affrontare.

E in ultima, la battaglia del 2012 in segno di protesta contro le aule del Parlamento per la mancata approvazione di una nuova legge elettorale. Timide per ora le reazioni. Nessun commento da parte del Presidente del Pd Matteo Orfini. Ancora stizzita Sel dopo lo strappo in Campidoglio e le polemiche sul candidato Fassina: “Giachetti è persona stimabile – fa sapere il coordinatore romano Paolo Cento – ma la domanda che facciamo è semplice: il Pd a Roma ha avuto gli ultimi 2 sindaci di centrosinistra Veltroni e Marino. Credo sia giunto il momento di un passo indietro del Pd se vuole davvero unire il centrosinistra. E quindi – ha concluso Cento – perché la candidatura di Fassina non va bene?”.

“Auguri a Giachetti, che può essere sfidato in qualunque quartiere della città”. A scriverlo, il leader de La Destra, Francesco Storace, vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio e candidato Sindaco di Roma.

Marco Agostini

‘Una lunga marcia’, storia dei socialisti dopo il ’93

Costituente_socialistaIl nuovo libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”, edito da MondOperaio, è il racconto dei socialisti italiani dal 1993 ad oggi, della lunga diaspora di un movimento e di un Partito che alle elezioni politiche del 1992 aveva ottenuto alla Camera oltre cinque milioni di voti, pari al 13,62% e che, due anni dopo, dopo gli eventi di Tangentopoli, era ormai crollato al 2,19%.

Carlo Correr, giornalista professionista, racconta dapprima le “avventure” dei socialisti rimasti nello schieramento di centrosinistra che si ritrovarono nello SDI di Boselli. Nato nel 1994, lo SDI è l’organizzazione socialista che compie il percorso più importante, con tappe difficili, ma che la vedono comunque sopravvivere sempre, fino al disastro del 2008. All’epoca Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, preferì per le elezioni politiche l’apparentamento con l’Italia di Valori di Di Pietro, lasciando ai socialisti la scelta se entrare, in posizione subalterna e fortemente filtrati, nelle liste dei DS o, viceversa, concorrere con il proprio simbolo. I socialisti preferirono andare avanti da soli ma fu una pesante sconfitta, con l’onta, la prima volta nella storia del movimento socialista, dell’uscita dal Parlamento. Fu una sconfitta mortificante per tutto il centrosinistra, tanto che Veltroni fu costretto alle dimissioni. Correr ricorda come alcuni militanti della destra invocavano ironicamente il “Santo subito” per Veltroni, replicando l’invocazione dei fedeli di Piazza San Pietro alla morte di Papa Woytjla tre anni prima. Il segretario dei DS, contribuendo alla nascita di una legge elettorale bipolare e poi escludendo dalla competizione i Partiti minori della sinistra, aveva ai loro occhi avuto il “merito” di aver ottenuto in un solo colpo un triplice risultato: la caduta del Governo Prodi con le primarie, la cancellazione dei comunisti e dei socialisti dal Parlamento con le elezioni politiche e, a Roma, la vittoria di Alemanno con la candidatura di Francesco Rutelli.

Copertina_CorrerDi questo e di tanti altri episodi che hanno interessato i socialisti dal 1993 ai nostri giorni, ci racconta Carlo Correr dal suo privilegiato punto di osservazione. L’autore, che ha utilizzato per la sua opera anche corrispondenze e documenti riservati, ripercorre non solo le motivazioni profonde, ma fornisce anche i retroscena di tanti avvenimenti, senza tralasciare le note di colore.

E la sua ricostruzione non si limita solo ai socialisti che dopo al 1993 hanno militato nel centro sinistra, ma narra anche le vicende di quei socialisti, che essendo inizialmente scesi in campo con Silvio Berlusconi per la sua spinta riformatrice e per trovare un argine politico contro il cosiddetto “partito dei giudici”, sono poi rimasti delusi dal leader del centro-destra tanto da finire per rientrare nella casa comune.

“Una lunga marcia” fa dunque emergere come il movimento socialista, anche se ridotto ai minimi termini dopo il 1993, abbia sempre rifiutato la semplice confluenza nel PCI-PDS-DS, sforzandosi di mantenere posizioni autonome per preservare lo spirito riformatore che lo distingueva dal fratello maggiore del centrosinistra. Sono così nate nel tempo varie alleanze elettorali con valenza tattica, cioè con l’obiettivo di superare gli sbarramenti elettorali: da quella con Rinnovamento Italiano di Dini, a quella con i Verdi, all’esperienza della Rosa del Pugno con i Radicali di Pannella. Fino al 2008, quando complice anche la volontà di Veltroni di annullare i Partiti minori della sinistra, i Socialisti restano fuori dal Parlamento.

Nel 2008 Riccardo Nencini succede a Boselli alla guida del Partito Socialista Italiano, che così ritrova anche il suo nome originario. Viene scelto un nuovo simbolo riconoscibile e moderno e Nencini si riappropria anche della testata Avanti! che comincerà ad essere quotidianamente diffusa via internet. Cinque anni dopo i socialisti rientreranno in Parlamento.

I vari dirigenti socialisti hanno dunque condotto una lunga marcia per garantire la sopravvivenza di una forza politica socialista autonoma ed organizzata. Ma proprio la necessità impellente di sopravvivere, il comprensibile rifiuto di annullarsi nel Partito degli ex comunisti, hanno portato nel tempo ad alleanze con realtà politiche anche distanti e, forse, anno dopo anno a “snaturare” in qualche modo l’identità socialista.

L’autore è fiducioso nel futuro e si dice convinto che la lunga marcia continuerà, lasciando forse anche intuire che dietro l’angolo potrebbe esserci una riedizione della Rosa del Pugno e dunque una nuova alleanza con i Radicali, sempre al fine di superare l’ennesimo sbarramento elettorale del 3% previsto dall’Italicum. Il che probabilmente darà nuovo impulso alle battaglie sui diritti civili ma, al contempo, potrebbe alienare il consenso di una parte dell’elettorato moderato e di chi guarda ai socialisti come tutela attiva della politica del lavoro.

Il lavoro di Carlo Correr non solo colma un vuoto di analisi storica ma contribuirà certamente ad aprire un dibattito, in vista della imminente Conferenza Programmatica e del prossimo Congresso del Partito Socialista.

Iniziamo noi con qualche riflessione per stimolare il dibattito. In uno scenario in cui, nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico a trazione riformista potrebbe subire la concorrenza di un nuovo soggetto politico su posizioni più tradizionali – che potrebbe nascere a sinistra con Fassina, Civati, Landini, esponenti di Sel – non sarebbe forse preferibile considerare prioritario, sia per le affinità identitarie che per convenienza elettorale, costruire un’alleanza più forte proprio con il Partito Democratico, con il quale peraltro i socialisti sono fin qui legati anche da una positiva esperienza di Governo? La dirigenza socialista che, fino ad ora, ha mostrato la capacità di sopravvivere, sarà anche in grado di rilanciare lo sviluppo del Partito?

Alfonso Siano

Una lunga marcia
I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
carlocorrer@avantionline.it
mondoperaio@mondoperaio.net
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LA CORSA DEL COLLE

Corsa al Quirinale

Tra due settimane alla Camera in seduta comune cominceranno le votazioni per eleggere il nuovo inquilino del Colle. Solo allora si comincerà a capire l’aria che tira. Emblematiche le parole di Giorgio Napolitano che si chiede: “Chi vorrei vedere al Quirinale dopo di me? Vi piacerebbe saperlo, ma non lo so nemmeno io!”. “Vedremo cosa si vota, e se io sono immediatamente in condizione di partecipare”. Giorgio Napolitano si è appena insediato a Palazzo Giustiniani e le sue poche battute con i cronisti confermano che il ruolo del Presidente emerito non sarà quello di semplice spettatore del confronto politico. Si parla di legge elettorale, in agenda al Senato, ma anche di riforma costituzionale, alla Camera, argomenti che finiscono per risentire del capitolo aperto proprio dalle dimissioni dell’inquilino del Colle. Le opposizioni tornano anche oggi a chiedere un ‘time out’ che accantoni il voto sulle riforme fino all’elezione del nuovo Presidente della Repubblica e, infatti, alla Camera i lavori procedono a rilento. Frutto dell’ostruzionismo M5S ma anche delle barricate FI a sostegno di una sessione ‘quirinalizia’ sgombra da altri argomenti sul tappeto anche per svelenire il campo e creare un clima più idoneo. Continua a leggere

PARLARE AGLI ITALIANI

NENCINI-Festa-Riformisti

Il riformismo, più che da partiti monolitici, é stato rappresentato in Italia da tendenze culturali figliate nell’associazionismo e nel mondo accademico e da correnti minoritarie nate dentro le forze politiche. Isole comuniste, scogli liberaldemocratici, esperienze cattolico-sociali, interi arcipelaghi socialisti. Solo il PSI, tra i grandi partiti, ha saputo alimentare, con crescente tenacia nella storia repubblicana, la fonte del riformismo dedicandosi con tutte le sue energie ad una complicatissima missione. Continua a leggere

Berlinguer, la storia raccontata dai vincitori

Ieri sera, mettendo da parte qualsiasi pregiudizio, sono andato a vedere “Quando c’era Berlinguer”. Un bel film, non c’è che dire. Walter Veltroni (almeno) in questo è stato in gamba. La storia di un Politico come lui devo dire che mi ha fatto emozionare ed a tratti è stata anche commovente. Solo una persona che mette davvero passione in quel che fa può continuare un comizio fino alla fine malgrado quel malore che poi lo avrebbe portato alla morte. Non posso dire sino in fondo che fosse onesto, almeno prima di definire meglio la parola “onestà”, però era sicuramente una gran persona (come tante certo) da cui prendere esempio. 

Solo una cosa mi fa ancora pensare e mi rende seriamente triste. Veltroni, nella presentazione, ha detto che questo film lo dedica ai giovani (non mi stupisco, ma in fondo condivido) i quali, nella stragrande maggioranza dei casi, ignorano chi fosse Berlinguer. Giusto, ma quanti sono i grandissimi personaggi della politica o no, che sono quasi completamente dimenticati? Anche dai più anziani! Ora, forse direte che sono un “tifoso” o un “fissato”, ma tra i tanti che nella prima parte del film ridevano divertiti (qualcuno anche con una certa aria di superiorità) alle affermazioni errate dei ragazzi intervistati su chi fosse Berlinguer, quanti sapevano ad esempio chi fosse Pietro Nenni? O Ugo La Malfa, che nel film sembra quasi presentato come uno dei più accaniti comunisti, o i fratelli Rosselli, dei quali la concezione di “liberal socialismo” sembra essere stata ereditata (e io lì mi sono arrabbiato) dal PCI dell’epoca piuttosto che da Craxi!

Insomma Veltroni (e chi lo segue) ha concepito questo film come una “missione” per far conoscere lo sconosciutissimo Berlinguer al mondo, quando però in realtà la “cultura egemone” che c’è ora in Italia è proprio la sua! Il comunismo ha fallito, ma in Italia i comunisti hanno vinto. La socialdemocrazia ha trionfato, ma i socialisti hanno perso. È questa la verità che chi come me fa parte di questi ultimi, deve ingoiare a fatica. Persino da parte di chi è entrato da poco nella casa del socialismo europeo, e che dovrebbe quindi essere chiamato “compagno”.

Non è una lamentela. È la triste realtà delle cose. Va cambiata certo: la mia passione politica si deve (anche!) a questo, ma non rendersene conto è un grave errore. Se le cose in Italia fossero andate diversamente ora su quel palco ci sarebbe di certo un film dedicato a qualcun altro. Ma pazienza. Ognuno racconta la propria storia come può e soprattutto come vuole. È così per tutti! Loro giustamente raccontano la loro. Noi, compagni, raccontiamo la nostra.

Enrico Pedrelli