Sale la produzione industriale. Miglior risultato dal 2010

Confindustria-PIL-rialzoBuone notizie per la produzione industriale. Nella media del 2016 la produzione industriale è infatti cresciuta dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo comunica l’Istat spiegando che si tratta del dato più alto dal 2010. Corretto per gli effetti di calendario, a dicembre 2016 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 6,6% (i giorni  lavorativi sono stati 20 contro i 21 di  dicembre 2015), dato più alto da agosto 2011 quando si era registrato il +7,1%.

“La produzione industriale cresce in un anno del 6,6%. Nel complesso è il dato migliore dal 2010. Ecco  le riforme del governo Renzi che non funzionano!” scrive su  twitter il senatore Pd Andrea Marcucci commentando i dati. Di parere opposto Nichi Vendola per il quele i dati di oggi non dimostrano l’efficacia delle politiche del governo Renzi. “Il crollo della produzione  industriale degli ultimi 8 anni è vicino al 25%. Il dato di oggi va inserito – ha aggiunto – in un contesto della ripresa delle vendite delle auto ma non incide sul mercato del lavoro e non toglie l’angoscia che l’Italia vive nel suo processo di deindustrializzaizone”.

Per Filippo Taddei, responsabile economia del Pd “il dato sulla produzione industriale conferma che la ripresa economica continua a recuperare quanto  perso dalla grande recessione. Questo dato è ben al di là delle attese, molto più caute, espresse non più di qualche  settimana fa anche dai centri studi delle parti sociali”. “Una produzione crescente è il segno di un Paese che  riprende un poco alla volta il proprio spazio produttivo nel mondo e avrà un effetto positivo sulla crescita del Pil”.

Per i consumatori si tratta di segnali incoraggianti che vanno colti. “Continuano a giungere segnali incoraggianti, che il Governo dovrebbe valorizzare, cogliendo questo momento positivo per lanciare politiche dedicate alla ripresa occupazionale”. Hanno dichiarano Rosario Trefiletti ed  Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef.  Per le associazioni dei consumatori, “è ora di intervenire, dando la massima priorità a interventi che  restituiscano lavoro e con esso dignità e speranze ai cittadini, specialmente ai giovani. La disoccupazione giovanile  in crescita recentemente registrata dall’Istat è un campanello  di allarme – osservano – un segnale da contrastare. Sono ancora troppi i giovani che riescono a mantenersi solo grazie al  sostegno economico di genitori, nonni, parenti, con un onere a  carico delle famiglie che abbiamo calcolato pari a circa 450 euro al mese”.

Positivo anche il commento di Confcommercio che parla di un dato “molto buono, superiore alle attese”. “Si rilevano miglioramenti – continua  la nota di Confcommercio – sia per i beni intermedi sia per i  beni strumentali, indizio di una possibile accelerazione  dell’attività di investimento, del tutto coerente con un grado di utilizzo degli impianti che, nell’ultimo trimestre del 2016, ha raggiunto i livelli più elevati degli ultimi anni”. “Sul piano interno – conclude l’Ufficio studi – la fiducia delle  famiglie resta molto fragile e su quello internazionale prevalgono rischi e incertezze di varia natura”.

Federico Parea
Lo scuro

I primi passi della campagna referendaria del Presidente del Consiglio, compreso l’impegno al ‘tutti a casa’ in caso di sconfitta, sono stati accolti con l’usuale distrazione e prontamente bollati come inevitabili ingenuità e fughe causate dal suo ego smisurato e dalla sua incontrollabile arroganza.
La vera ingenuità, tuttavia, per non dire superficialità, è quella con cui troppi commentatori osservano ancora il metodo Renzi, pure a diversi anni dalla sua affermazione, ormai anche su scala nazionale,
Che il Presidente non manchi di autostima, non è certo una scoperta (ditemi voi, per inciso, se avete mai trovato un leader politico con un ego esitante…). Quello che si confonde per un dato del carattere, però, è un elemento, se non l’elemento, centrale della sua iniziativa. Renzi non è nuovo in quanto tale, ma è nuovo in quanto rottamatore della vecchia classe politica. Renzi non è garantista per studio, ma perché si pone duramente verso la classe professionale, i magistrati, che per l’opinione pubblica garantisti non sono. Renzi non è un innovatore del mercato del lavoro per vocazione, ma perché si oppongono a lui quanti, in materia di lavoro, passano per essere, per sentimento diffuso, i conservatori per eccellenza, cioè i sindacati. Ciò basti a raccontare che la via del contrasto è stata ed è quella più utile a Renzi per definire il proprio profilo, trasmettere il proprio messaggio e affermare le proprie posizioni. Un metodo che vale per l’esterno così come per l’interno del suo mondo, perché attraverso questo percorso di ripetute contrapposizioni, Renzi ha altresì selezionato e seleziona la propria tribù, in una sorta di dimostrazione costante un po’ di resistenza e un po’ di fedeltà.

Si dice, poi, che la scelta di personalizzare la disfida referendaria non possa che rivelarsi infelice, non dandosi via migliore di questa per catalizzare su una posizione avversa non solo gli oppositori al quesito referendario in sé ma anche quanti non abbiano in simpatia chi la personalizzazione medesima si è intestata. C’è però qualcuno che in buona fede ritenga che Salvini, Grillo, Berlusconi, Fini, Fassina, Vendola, Casa Pound, l’Anpi, l’Arci e così via avessero bisogno del guanto di sfida del Presidente del Consiglio per intendere quale fosse la vera posta di questa partita? Sarebbe utile ragionare, invece, su un altro aspetto.Diversi sondaggi e la stessa storia dei referendum suggeriscono che più l’affluenza sarà alta e più ci saranno possibilità di vittoria per il fronte del sì, per il semplice fatto che saranno portate ad esprimersi sul punto più espressioni libere da vincoli militanti, da condizionamenti di casta o da influenza da talk show. Non sembra assurdo ritenere, ma discutiamone, quanto la personalizzazione e, per certi versi, l’esasperazione del confronto referendario possa essere utile a sollecitare una affluenza più larga al voto.

L’ultima obiezione che viene mossa a Renzi è che non capisca che sia meglio vincere in tanti che non perdere da soli. Non si dimentichi, però, anche una diversa opzione, quella del perdere in tanti. È forse quella della sconfitta, e noi speriamo di no, una prospettiva ancora insondata, non liquidabile nella presa d’atto del ‘tutti a casa’ e che si dovrebbe ragionare con assoluto scrupolo. Non si crede certo che il Presidente del Consiglio abbia pronto un piano B, in caso di sconfitta. Non sarebbe nemmeno plausibile, tuttavia, non ritenere che le scelte di oggi non stiano anche a prefigurare i posizionamenti di domani, succeda quel che succeda, in una partita così difficile e incerta.
Nel gioco del biliardo si va a punti o si cerca la difesa. In un caso o nell’altro, l’importante è sapere sempre in quale senso sia più utile sbagliare il colpo, per non lasciarsi scoperti al gioco dell’avversario. Renzi è toscano e chissà se non abbia imparato qualcosa dal Lotti una volta più famoso, Marcello, detto lo Scuro.

Federico Parea

Sinistra in ordine sparso

C’è chi non crede all’estinzione della sinistra italiana. Per Stefano Fassina, Sergio Cofferati, Pippo Civati c’è uno spazio alla sinistra del Pd, il partito che hanno abbandonato l’anno scorso in tempi diversi.

I tre ex “pezzi pregiati” della sinistra Pd partono dalle stesse premesse. Per Fassina «la sinistra non è finita. Non è stata cancellata». Per Cofferati «lo spazio a disposizione non è stato mai così ampio». Per Civati «fuori dal Pd c’è un sacco di roba, uno spazio sconfinato». Tuttavia l’obiettivo dell’unità è difficile, lo spazio a sinistra va conquistato e non sarà così facile, anche perché si percorrono strade diverse.

La prima prova del nove ci sarà nelle elezioni amministrative di giugno e l’appuntamento non si presenta sotto i migliori auspici. La sfida per rinnovare i sindaci delle principali città italiane (Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli, Cagliari) sarà particolarmente difficile. Al contrario delle enunciazioni, non prevale l’unità ma le divisioni. La marcia è  in ordine sparso. Fassina e Cofferati hanno dato vita a Sinistra Italiana assieme a Sel di Nichi Vendola e ad alcuni ex militanti del M5S (31 deputati e una decina di senatori). Civati, con dei dissidenti usciti dal Movimento di Beppe Grillo, ha fondato Possibile. Leader di fatto di Sinistra Italiana è Fassina (un congresso deciderà il nome definitivo della formazione e sceglierà il vertice) mentre Civati è  stato eletto  segretario di Possibile. In alcuni casi è prevista un’alleanza con il Pd di Matteo Renzi, in altri è preferita l’intesa a sinistra e con i cinquestelle.

Il rischio è la sconfitta. La sinistra cosiddetta “arancione” adesso ha i sindaci di tre importanti città: Pisapia a Milano, Doria a Genova e Piras a Cagliari. Per ora solo Fassina si è impegnato personalmente nelle amministrative: ha deciso di candidarsi a sindaco di Roma, mentre Civati ha respinto l’offerta di correre a Milano e Cofferati si è detto troppo impegnato dal suo mandato di europarlamentare per pensare ad altro.

Tutti dichiarano la volontà di costruire una nuova grande forza della «sinistra alternativa, di governo, larga, unitaria e non minoritaria». Le linee programmatiche sono ambiziose. Il nuovo partito dovrebbe impegnarsi su problemi cruciali: la rivalutazione del lavoro e dei diritti sociali, la tutela dei lavoratori dipendenti ed autonomi; l’uguaglianza e la riduzione delle differenze tra le classi sociali; la lotta per l’ambiente, i diritti civili, la pace e la democrazia. Ma se il voto per i sindaci andrà male, sarà complicato costruire a fine anno una “cosa rossa” unitaria, con le carte in regola per competere nelle elezioni politiche con Matteo Renzi, l’uomo accusato di aver trasformato il Pd in senso “centrista”,  spalancando le porte alla «destra e alla sue proposte». Sono contestate sia le “riforme liberiste” di Renzi in economia, sia “le scelte plebiscitarie” di revisione della Costituzione, sia l’ingresso nella maggioranza di governo dell’”impresentabile” senatore Denis Verdini, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, che ha parecchi guai con la giustizia.

Fassina, Cofferati, Vendola, Civati cercano di allargare i consensi. Premono perché la sinistra del Pd dica addio a Renzi, ma ottengono scarsi risultati. Le minoranze democratiche sono in subbuglio, alle volte si collocano con un piede dentro e uno fuori. Massimo D’Alema non ha escluso la nascita di una nuova forza di sinistra. Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza, Gianni Cuperlo sono sull’orlo della rottura con il presidente del Consiglio e segretario del Pd. Speranza è arrivato ad imputare a Renzi  di avere “un’idea padronale del partito”, un’accusa pesantissima, un tempo riservata solo al “nemico storico” Berlusconi. Tuttavia, per adesso, le minoranze restano nel Pd ed escludono una scissione. Un problema in più per Fassina-Cofferati-Vendola-Civati.

Renzi lancia appelli all’unità del partito e si mostra tranquillo: «Sono di sinistra» le riforme strutturali del governo, perché combattono il precariato e rinnovano le istituzioni; «fuori di qui non vedo spazi per la sinistra». Ha sottolineato: in caso di rottura potrebbero nascere solo «piccoli partiti che non vinceranno mai». Il Pd, dal picco del 40,08% dei voti ottenuto nelle elezioni europee del 2014, è dato in discesa nei sondaggi, ma comunque oscilla sopra il 30%. A sinistra i consensi sono molto più bassi.  Come nelle elezioni politiche del 2013, Sel veleggia attorno al 4% dei voti, il Psi all’1%. Cifre molto modeste. Qualche mese fa i sondaggi davano fino al 10%-15% dei voti alla progettata “cosa rossa”; ma adesso sembra che quella cifra si sia ridotta a un terzo, i voti che incassa da sola Sel.

Rodolfo Ruocco

Rotondi: il card. Bertone voleva farmi cacciare

Tarcisio Bertone

Il cardinale Tarcisio Bertone

Gianfranco Rotondi, già segretario della Dc in via di ricostruzione nella prima metà degli anni duemila, fu firmatario, quando era ministro del governo Berlusconi, tra il 2008 e il 2011, di una proposta di legge sulle unioni civili. Rotondi rivela in questa intervista per l’Avanti!, i forti condizionamenti del Vaticano, attraverso il cardinal Bertone, che si spinsero fino alla esplicita richiesta formulata al presidente del Consiglio delle sue dimissioni da ministro. Seguiamo bene queste parole di Rotondi, un cattolico liberale, che proviene dalla migliore tradizione democristiana, quella che ha sempre rispettato la cultura laica e che ha reso possibile l’approvazione di leggi come quelle del divorzio e dell’aborto senza fare crisi di governo, ma limitandosi a chiedere il parere al popolo italiano. E ringraziamo Rotondi, al quale mi unì un limitato percorso comune, che oggi giudico, alla luce delle sue posizioni, ancora più giustificato.
A proposito della vicenda di Nichi Vendola si è levata una voce in campo cattolico, la tua, in difesa del rispetto delle persone e contro la canea che la nascita del figlio aveva generato. Cosa ti ha spinto a prendere la parola?
Sono nato sotto Papa Giovanni che esortava a distinguere tra l’errore e l’errante. Per me il gesto di Vendola è un errore, ma per dirla con l’attuale Papa: chi sono io per giudicare?

Si confonde ancora la stepichild adoption con il cosiddetto utero in affitto, pratica assai discutibile invero. Ma che non ha destato alcuna levata di scudi quando a praticarla sono state coppie eterosessuali, mentre ovviamente non viene usata dalle coppie omosessuali, e nel contempo viene vietata anche per loro in nome dello stesso motivo. Perché contro la stepchild adoption si sono agitate queste prevenzioni, in particolare da parte di Alfano?
È accettabile che in morte di un genitore il suo partner omosessuale adotti il figlio del compagno. Penso che in tal senso si orienteranno i magistrati eventualmente chiamati a decidere.

Parliamo di bambini. Un figlio di una
rotondicoppia omosessuale concepito esattamente come quello di una coppia eterosessuale ha la metà dei suoi diritti. Davvero la stepchild adoption avrebbe incentivato l’uso dell’utero in affitto? Allora perché con una legge recente il Parlamento ha approvato una normativa per l’adozione del figlio naturale del partner nella coppie etero?
Purtroppo il rischio di aprire la strada all’acquisto dei figli è alimentato proprio da episodi come quello di Vendola. Il giusto riconoscimento dei diritti di un figlio preesistente non va utilizzata per favorire il commercio dei bambini.

Parliamo dei cattolici. Pare che sia diventato dogma il principio naturale. Come se un figlio sia proprietà di chi lo fa e non di chi lo cresce, di chi lo ama. Cosa c’entra tutto questo con la dottrina?

Nella storia della Chiesa non sempre la famiglia è stata fulcro della fede. Oggi la Chiesa fa quasi della famiglia una sintesi dei propri valori. Eppure le parole più dure contro la famiglia vengono da Gesù che esorta un discepolo a seguirlo rinunziando a seppellire il padre. È come se di fronte a una società secolarizzata la Chiesa si rifugiasse nella ridotta del tradizionalismo e del conservatorismo sociale. Il Papa tuttavia sta scuotendo questa tendenza.

Quante volte da quando sei deputato sono state tentate leggi sulle coppie di fatto, gay o meno? Ricordi i Dico? Che fine fecero?
I Dico furono usati abilmente dal centrodestra per abbattere Prodi cementando un blocco sociale che al tempo de ‘ruinismo’ favorì il ritorno di Berlusconi al governo. Se Prodi avesse avuto una maggioranza stabile al Senato i Dico sarebbero passati già allora anche col voto di alcuni di noi che si dissero favorevoli.

Tu stesso sei stato firmatario di una proposta di legge sulle coppie gay. È vero che si misero di mezzo le alte gerarchie vaticane e che Berlusconi ti chiese di ritirarla?
Sì, andò esattamente così. Con l’aggravante che avevo sottoposto il testo a chi in Vaticano seguiva la materia e conveniva con me sulla opportunità di legiferare nell’ambito dei diritti individuali. Poi la segreteria di Stato intervenne su Berlusconi chiedendo le mie dimissioni. Io non le diedi venendo dalla scuola di un leader Dc come Fiorentino Sullo autore di un libro intitolato ‘Il Tevere scorre ancora’. Il libro fu scritto dopo che le gerarchie chiesero le sue dimissioni per aver proposto una riforma urbanistica osteggiata dai proprietari di suoli. Corsi e ricorsi storici.

Puoi raccontarci qualche episodio in proposito che non è noto alla pubblica opinione?
A Napoli avevamo un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza rifiuti e in quella occasione Berlusconi e Letta mi presero da parte dicendomi che il giorno prima il Cardinale Bertone al Quirinale aveva chiesto a Berlusconi dove avesse preso questo sedicente segretario della Dc favorevole ai diritti dei gay…

Cosa è cambiato su questi temi col Pontificato di Francesco? Come mai il Papa è su posizioni molto prudenti e i suoi oppositori sono così scatenati?
È tornata la Chiesa della mia giovinezza, ferma sui principi, ma accogliente e materna con chi se ne discosta e vale non solo sulle questioni etiche ma più in generale su ogni aspetto della vita.

Che dire al cardinal Bagnasco che vorrebbe scegliere anche il tipo di voto dei senatori?
Bagnasco ha ribadito le sue opinioni, ma il Senato ha scelto con libertà. Non mi sembra francamente che ci sia stata in questo caso una interferenza.

Se penso alla tue posizioni su questa materia leggo ancor piacevolmente quell’esperienza che unì il garofano e il simbolo della Dc alle elezioni del 2006. Era in fondo l’incontro tra il socialismo liberale e il liberalismo cattolico. Roba di prima qualità…
Liquidammo con troppa fretta una esperienza che poteva fruttificare divenendo oggi una alternativa alle forze politiche attuali in via di evaporazione. La politica italiana ha separato i contenuti dai contenitori. Il risultato è l’antipolitica. Paradossalmente oggi è il Papa a segnare un sentiero lungo il quale i riformismi sono chiamati a incontrarsi di nuovo. Perció ho fondato Rivoluzione Cristiana.
Mauro Del Bue

CERCARONO DI CACCIARMI

Tarcisio Bertone

Tarcisio Bertone

Gianfranco Rotondi, già segretario della Dc in via di ricostruzione nella prima metà degli anni duemila, fu firmatario, quando era ministro del governo Berlusconi, tra il 2008 e il 2011, di una proposta di legge sulle unioni civili. Rotondi rivela in questa intervista per l’Avanti!, i forti condizionamenti del Vaticano, attraverso cardinal Bertone, che si spinsero fino alla esplicita richiesta formulata al presidente del Consiglio delle sue dimissioni da ministro. Seguiamo bene queste parole di Rotondi, un cattolico liberale, che proviene dalla migliore tradizione democristiana, quella che ha sempre rispettato la cultura laica e che ha reso possibile l’approvazione di leggi come quelle del divorzio e dell’aborto senza fare crisi di governo, ma limitandosi a chiedere il parere al popolo italiano. E ringraziamo Rotondi, al quale mi unì un limitato percorso comune, che oggi giudico, alla luce delle sue posizioni, ancora più giustificato.
A proposito della vicenda di Nichi Vendola si è levata una voce in campo cattolico, la tua, in difesa del rispetto delle persone e contro la canea che la nascita del figlio aveva generato. Cosa ti ha spinto a prendere la parola?
Sono nato sotto Papa Giovanni che esortava a distinguere tra l’errore e l’errante. Per me il gesto di Vendola è un errore, ma per dirla con l’attuale Papa: chi sono io per giudicare?

Si confonde ancora la stepichild adoption con il cosiddetto utero in affitto, pratica assai discutibile invero. Ma che non ha destato alcuna levata di scudi quando a praticarla sono state coppie eterosessuali, mentre ovviamente non viene usata dalle coppie omosessuali, e nel contempo viene vietata anche per loro in nome dello stesso motivo. Perché contro la stepchild adoption si sono agitate queste prevenzioni, in particolare da parte di Alfano?
È accettabile che in morte di un genitore il suo partner omosessuale adotti il figlio del compagno. Penso che in tal senso si orienteranno i magistrati eventualmente chiamati a decidere.

Parliamo di bambini. Un figlio di una
rotondicoppia omosessuale concepito esattamente come quello di una coppia eterosessuale ha la metà dei suoi diritti. Davvero la stepchild adoption avrebbe incentivato l’uso dell’utero in affitto? Allora perché con una legge recente il Parlamento ha approvato una normativa per l’adozione del figlio naturale del partner nella coppie etero?
Purtroppo il rischio di aprire la strada all’acquisto dei figli è alimentato proprio da episodi come quello di Vendola. Il giusto riconoscimento dei diritti di un figlio preesistente non va utilizzata per favorire il commercio dei bambini.

Parliamo dei cattolici. Pare che sia diventato dogma il principio naturale. Come se un figlio sia proprietà di chi lo fa e non di chi lo cresce, di chi lo ama. Cosa c’entra tutto questo con la dottrina?

Nella storia della Chiesa non sempre la famiglia è stata fulcro della fede. Oggi la Chiesa fa quasi della famiglia una sintesi dei propri valori. Eppure le parole più dure contro la famiglia vengono da Gesù che esorta un discepolo a seguirlo rinunziando a seppellire il padre. È come se di fronte a una società secolarizzata la Chiesa si rifugiasse nella ridotta del tradizionalismo e del conservatorismo sociale. Il Papa tuttavia sta scuotendo questa tendenza.

Quante volte da quando sei deputato sono state tentate leggi sulle coppie di fatto, gay o meno? Ricordi i Dico? Che fine fecero?
I Dico furono usati abilmente dal centrodestra per abbattere Prodi cementando un blocco sociale che al tempo de ‘ruinismo’ favorì il ritorno di Berlusconi al governo. Se Prodi avesse avuto una maggioranza stabile al Senato i Dico sarebbero passati già allora anche col voto di alcuni di noi che si dissero favorevoli.

Tu stesso sei stato firmatario di una proposta di legge sulle coppie gay. È vero che si misero di mezzo le alte gerarchie vaticane e che Berlusconi ti chiese di ritirarla?
Sì, andò esattamente così. Con l’aggravante che avevo sottoposto il testo a chi in Vaticano seguiva la materia e conveniva con me sulla opportunità di legiferare nell’ambito dei diritti individuali. Poi la segreteria di Stato intervenne su Berlusconi chiedendo le mie dimissioni. Io non le diedi venendo dalla scuola di un leader Dc come Fiorentino Sullo autore di un libro intitolato ‘Il Tevere scorre ancora’. Il libro fu scritto dopo che le gerarchie chiesero le sue dimissioni per aver proposto una riforma urbanistica osteggiata dai proprietari di suoli. Corsi e ricorsi storici.

Puoi raccontarci qualche episodio in proposito che non è noto alla pubblica opinione?
A Napoli avevamo un consiglio dei ministri straordinario sull’emergenza rifiuti e in quella occasione Berlusconi e Letta mi presero da parte dicendomi che il giorno prima il Cardinale Bertone al Quirinale aveva chiesto a Berlusconi dove avesse preso questo sedicente segretario della Dc favorevole ai diritti dei gay…

Cosa è cambiato su questi temi col Pontificato di Francesco? Come mai il Papa è su posizioni molto prudenti e i suoi oppositori sono così scatenati?
È tornata la Chiesa della mia giovinezza, ferma sui principi, ma accogliente e materna con chi se ne discosta e vale non solo sulle questioni etiche ma più in generale su ogni aspetto della vita.

Che dire al cardinal Bagnasco che vorrebbe scegliere anche il tipo di voto dei senatori?
Bagnasco ha ribadito le sue opinioni, ma il Senato ha scelto con libertà. Non mi sembra francamente che ci sia stata in questo caso una interferenza.

Se penso alla tue posizioni su questa materia leggo ancor piacevolmente quell’esperienza che unì il garofano e il simbolo della Dc alle elezioni del 2006. Era in fondo l’incontro tra il socialismo liberale e il liberalismo cattolico. Roba di prima qualità…
Liquidammo con troppa fretta una esperienza che poteva fruttificare divenendo oggi una alternativa alle forze politiche attuali in via di evaporazione. La politica italiana ha separato i contenuti dai contenitori. Il risultato è l’antipolitica. Paradossalmente oggi è il Papa a segnare un sentiero lungo il quale i riformismi sono chiamati a incontrarsi di nuovo. Perció ho fondato Rivoluzione Cristiana.
Mauro Del Bue

Adozioni, primo sì da un tribunale a una coppia gay

Adozioni coppie lesbiche

Mentre Alfano continua la sua battaglia contro tutto quello che la Cei considera “peccamoniso”, l’Italia, quella vera, fatta di persone, va avanti e lo fa più velocemente della politica. Le polemiche dopo l’annuncio della paternità di Vendola e del suo compagno sono ancora accese. Anche Grillo è intervenuto sul tema. “C’è qualcosa che mi spaventa – ha detto – e non ha nulla a che fare con l’omosessualità oppure l’eterosessualità; mi spaventa la logica del ‘lo facciamo perché è possibile’”. Dopo le parole le notizie, che spesso passano in secondo piano rispetto alle polemiche. Questa volta la notizie è quella del riconoscimento, da parte del Tribunale per i minorenni di Roma di un’altra adozione a favore di due minorenni con due mamme. Lo hanno reso noto le associazioni Famiglie Arcobaleno e Avvocatura per i Diritti Lgbti-Rete Lenford. La sentenza, spiegano, ha esteso la responsabilità genitoriale alla mamma sociale avendo verificato l’esistenza tra le mamme di un comune progetto di genitorialità, lo stato di benessere dei figli e la stabilità del nucleo familiare.

“Si tratta di una pronuncia importante – ha affermato Maria Grazia Sangalli, presidente di Rete Lenford – che si limita a riconoscere l’esistenza di una famiglia che già c’è, sulla base di una legge che in Italia si applica da molti anni. In particolare, il Tribunale ha riconosciuto che è nell’interesse dei due bambini vedersi garantita continuità affettiva e stabilità di rapporti familiari, garantendo inoltre la loro identità personale attraverso l’aggiunta del cognome della mamma sociale a quello della mamma biologica”.

“Le polemiche di questi giorni circa possibili problemi che potrebbero derivare ai bambini dal fatto di crescere con due mamme o due papà – ha affermato Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – sono state costruire ad arte da una sola dichiarazione imprecisa di un pediatra, poi dallo stesso smentita, che ha generato un caso inesistente. Questa sentenza, ma soprattutto i numerosi interventi di psichiatri, psicologi e pediatri che si sono espressi negli ultimi giorni, dimostrano che i figli crescono tanto bene con due mamma o due papà quanto nelle famiglie con genitori di sesso opposto”.

“Proprio ieri il Consiglio d’Europa ha ricordato all’Italia che le critiche all’adozione da parte della mamma sociale o del papà sociale sono infondate – hanno ricordato le associazioni – perché la Convenzione europea dei diritti Umani obbliga a riconoscere l’adozione alle coppie dello stesso sesso al pari di quelle di sesso opposto non sposate, come avviene nel caso dell’adozione in casi particolari”.

Gioia Cherubini

ATENE, È GIÀ GOVERNO

Tsipras vince ancora

Il premier uscente e leader di Syriza, Alexis Tsipras, ha rivinto le elezioni con uno straordinario 35,5% dei voti e 145 seggi. Gli ex alleati di governo, i nazionalisti di Anel, ‘Greci Indipendenti’, avrebbero il 3,7% e 10 seggi. Il risultato ha spianato la strada al nuovo esecutivo che dovrebbe giurare domattina nelle mani del presidente della repubblica, Prokopis Pavlopoulos, riproponendo la stessa coalizione di governo che era nata nel gennaio scorso,con una maggioranza parlamentare di 155 seggi su 300. Ambienti di Syriza spiegano che il nuovo esecutivo resterà aperto a collaborazioni con le opposizioni su determinati provvedimenti

Quanto ai dati della consultazione, l’affluenza al voto è scesa al 55,5% contro il 63% delle precedenti elezioni. I dati finali sono questi: Syriza 35,47 % (145 seggi) Nea Dimokratia 28,09 % (75) Alba Dorata 6,99 % (18) Pasok 6,28 % (17) KKE 5,55 % (15) Potami 4,09 % (11) Greci Indipendenti 3,69 % (10) Unione centristi 3,43 % (9).

Syriza raccoglie il 35,47 % dei voti, (145 seggi). Netto distacco di oltre 7 punti con il principale antagonista Nea Dimokratia, peraltro primo responsabile del distastro economico del Paese. Preoccupante il terzo posto della destra di Alba Dorata e incoraggiante la ripresa del Pasok con più del 6% dopo il tracollo delle ultime elezioni.

La lettura più o meno unanime dei media è che si tratta di una grande vittoria di Tsipras, che ora ha davanti un compito assai duro perché dovrà gestire l’applicazione del memorandum con i creditori internazionali.

Le reazioni internazionali

“Ci avrei scommesso. A tifare Tsipras – ha scritto sulla sua pagina Facebook il segretario del PSI, Riccardo Nencini – non è rimasto più nessuno. Nessuno di quella sinistra ‘kalimera’ approdata in massa ad Atene solo pochi mesi fa. Sempre alla ricerca di un papa straniero ma, come ti confronti con i nodi di governo, scompare e rinnega. Prima o poi il leader greco farà domanda di adesione al Pse”.
Il presidente russo Vladimir Putin ha inviato un telegramma congratulandosi per la vittoria di Syriza nel quale “ha espresso la speranza” di “un ulteriore rafforzamento” delle relazioni tra Russia e Grecia” in diversi settori, inclusi commercio ed economia, energia e sfera umanitaria.
Il Presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk ha scritto: “Molte delle sfide dell’Ue nel suo complesso sono le stesse che ha di fronte la Grecia, la crisi dei rifugiati e la creazione di una crescita sostenibile. Confido che il nuovo governo contribuirà in modo costruttivo nella ricerca di soluzioni a queste sfide”.
La vittoria elettorale di Tsipras è un “messaggio importante” per la sinistra europea. Il presidente francese François Hollande si è felicitato con il leader di Syriza e ha promesso di recarsi presto in visita ad Atene. “È un successo importante per Syriza, per Tsipras e per la Grecia, che potrà avere un periodo di stabilità”.


La vittoria di Tsipras. Il ritorno dei socialisti del Pasok.
di Emanuele Pecheux

Altro che testa a testa! Syriza ha stravinto le elezioni parlamentari greche con oltre 1l 35% dei voti con una lieve flessione (meno dell’1%) rispetto alle elezioni di gennaio.
Nea Demokratia di Vangelis Meimarakis,ha ottenuto pressapoco il medesimo risultato d’inizio anno. Entrambi i grandi partiti hanno comunque perduto qualcosa in termini di seggi al parlamento (Syriza – 3, ND – 1).
Ancora una volta dunque i sondaggisti ellenici hanno clamorosamente toppato.

La scusa che l’alto tasso di astensionismo e la grande percentuale di indecisi alzano i margini di errore non regge più. Se i sistemi di rilevazione di voto danno codesti esiti tanto vale evitare di  seguitare a proporli.

Discorso che vale anche per gli altri paesi, Italia compresa.
Sin dagli exit poll, riscontrati dai dati reali, infatti, ha trovato conferma il fatto che non c’è stato alcun testa a testa poiché la vittoria di Syriza è apparsa subito chiara, pur restando lontano il partito di Alexis Tsipras da quella maggioranza assoluta e di seggi (151) in parlamento che renderà necessaria la formazione di un governo di coalizione.
L’elettorato ha premiato il pragmatismo del giovane leader ateniese dandogli la possibilità di continuare a governare per i prossimi 4 anni che saranno decisivi per la rinascita economica e sociale della nazione ellenica.
Apparentemente l’esito del voto sembra la copia conforme della consultazione dello scorso 25 gennaio. Non è così. Vediamo perché:

1) Syriza non è più quella d’inizio anno. È sempre di più soltanto “il partito di Tsipras” che ha sbaragliato, anche a costo di una scissione i settori più radicali che tanto piacevano ( e piacciono) alla nostra brigata Kalimera di Vendola e C.
È, codesto, un fatto difficilmente confutabile;
2) Gli scissionisti di Syriza, quelli che il sindacalista socialista Bruno Buozzi avrebbe definito gli esponenti della “sinistra delle chiacchiere” ispirati dal divo Yanis Varoufakis, amico di Fassina & C,  e guidati da Panagiotis Lafazanis, sono  rimasti fuori dal parlamento;
3) Il partito Laïkì enòtita, Unità popolare, nato da una costola di Syriza ha fallito l’obiettivo di superare lo sbarramento del 3%. Tsipras ha vinto set, gioco e  partita;
4) I neonazi di Alba dorata rimangono purtroppo il terzo partito ma, fortunatamente, restano inchiodati alla percentuale ottenuta a gennaio. Idem dicasi per i veterostalinisti del KKE. Totale: 33 seggi in frigorifero. As usual;
5) Anel, Greci indipendenti, il partito di destra di Kammenos, che ha sostenuto il passato governo Tsipras, garantendogli la maggioranza parlamentare, perde un punto secco e ben 3 deputati;
5) To Potami, il partito di centro del giornalista Theodorakīs, grande sorpresa di gennaio, flette vistosamente di 2 punti e perde 6 deputati;
6) Il Pasok, infine,  guidato da Fofi Ghennimatà, non solo argina la frana di gennaio ma per poco non diventa il terzo partito di Grecia, recuperando quasi completamente i consensi in uscita dalla fallita scissione di Papandreou, guadagnando 4 seggi rispetto alla debacle dell’inizio dell’anno.

Come si vede il risultato delle urne pur sanzionando la netta vittoria di Alexis Tsipras è sensibilmente diverso dall’esito di otto mesi fa e offre al vincitore uno spettro di valutazioni che avrebbero potuto insurlo a non ripetere “sic et simpliciter” l’esperienza della coalizione della passata legislatura.

È vero che il gruppo parlamentare di Syriza, depurato dalle frange della sinistra radicale, sarà, presumibilmente, più coeso e compatto del precedente ma è altrettanto vero che il premier, inspiegabilmente, nell’apprestarsi a formare un governo che si presume di legislatura ha deciso di non tenere in alcun conto il successo dei socialisti del Pasok. Peraltro la contemporanea flessione di Anel rende la maggioranza parlamentare che lo sostiene davvero esigua (155 seggi).

Tsipras dunque ha deciso di confermare la coalizione di gennaio, affidando la propria sopravvivenza ad una formazione di centrodestra, non coinvolgendo la sinistra riformista dei socialisti del Pasok offrendo uno segnale non positivo soprattutto una potente giustificazione e pretesti a chi, in Europa, lo considera un leader ancora incline alla pratica del populismo, più vicino a Gysi che a Corbyn e blandamente riformista sol perché messo alle strette dalla congiuntura economica.

Non a caso Martin Schulz, il presidente socialdemocratico del PE non ha mancato, come lui stesso ha dichiarato, di far notare a Tsipras l’anomalia della sua coalizione, non ricevendo, così ha riferito, una risposta adeguata.

Peraltro la crisi greca è tutt’altro che superata. Se il nuovo governo di Atene non darà corso alle draconiane riforme contenute nel memorandum della UE, se, contestualmente non si procederà a ristrutturare un debito insostenibile, rischia di riemergere come un fiume carsico ed esondare definitivamente, con effetti devastanti.

Ad essa, da questa estate, si è aggiunta la drammatica vicenda dei migranti che investe in pieno le isole dell’Egeo e potrebbe riaprire le mai rimarginate ferite legate alla sedimentata reciproca ostilità con la vicina Turchia.

Problemi che il prossimo premier dovrebbe avere ben presenti e che dunque avrebbero potuto indurlo ad uscire subito da una quasi autosufficienza parlamentare retta da una stampella anomala come Anel, per intraprendere un cammino nel segno di una chiara ed in equivoca adesione ai principi ed alle prassi riformiste il cui naturale inizio avrebbe potuto essere un accordo che associasse il Pasok, forte di 17 deputati, alla sua maggioranza.

Sic stantibus rebus il serial thriller politico ellenico rischia di arricchirsi di nuove puntate.

Emanuele Pecheux

Grecia alle urne, ma (forse) non cambia nulla

Grecia_Tsipras_elezioni_20092015I sondaggi, si sa, vanno sempre presi con le pinze. A maggior ragione quando le rilevazioni sulle intenzioni di voto a ridosso di una consultazione elettorale segnalano un probabile forte astensionismo e una significativa quota di elettori indecisi. Esattamente quanto sta succedendo in Grecia dove l’elettorato sarà chiamato domenica 20 settembre ad esprimersi, per la quinta volta in 6 anni (l’ultima, lo scorso gennaio), per il rinnovo del Parlamento. Sin da ora comunque, fatte le dovute tare ai sondaggi, appare chiaro che dalle urne elleniche uscirà un quadro profondamente mutato rispetto a otto mesi fa allorché Syriza, la coalizione della sinistra radicale guidata da Alexis Tsipras ottenne un clamoroso successo, sbaragliando la destra di Nea Demokratia del Premier uscente Samaras e soprattutto infliggendo una durissima lezione al Pasok di Venizelos.

I mesi successivi sono stati scanditi dalle drammatiche e per certi versi grottesche trattative condotte dal giovane premier e dal suo stravagante dottor Stranamore dell’economia Yanis Varoufakis con L’UE, inframmezzate da una serie di colpi di scena, culminati con l’ennesimo scioglimento del Parlamento a causa della disgregazione del maggior gruppo parlamentare.

Nel frattempo, soprattutto dopo il raggiungimento del faticoso accordo con l’UE, mentre Tsipras ha dovuto fare i conti con la crescente insofferenza di pezzi importanti della sua creatura politica, culminati infine in una scissione, Nea Demokratia si è riorganizzata affidandosi alla leadership di Vangelis Meimarakis, così come il Pasok, guidato dopo gli anni della distruttiva rivalità tra Papandreou e Venizelos da una donna, espressione della generazione dei quarantenni non compromessa con le precedenti leadership, Fòfi Ghennimatà.

La leader del Pasok Fofi Genimmatà con il  presidente del Pse Serghei Stanishev

La leader del Pasok Fofi Genimmatà con il
presidente del Pse Serghei Stanishev

Se i sondaggi saranno confermati nessun partito potrà raggiungere la maggioranza assoluta in Parlamento e si dovrà, giocoforza, ricorrere a un governo di coalizione.
Meimarakis lo ha già prospettato, mentre Tsipras, forte di un’indubbia popolarità personale, sembra escluderlo.
Sembra, perché il funambolico quanto pragmatico ex Primo ministro ha dimostrato durante il suo mandato una singolare capacità di imprimere improvvise virate alla sua linea politica arrivando a smentire anche se stesso.
Oggi, all’antivigilia del voto, Tsipras chiuderà la campagna elettorale in piazza Syntagma ad Atene .
Sul palco lo affiancheranno Pablo Iglesias il leader di Podemos e il postcomunista tedesco Gregor Gysi, leader storico della Linke (e, per chi non lo ricordasse, l’ultimo della famigerata Sed).
Un segnale ritenuto necessario per rinfrancare un partito lacerato e balbettante nonché un elettorato in larga parte disilluso.

Tuttavia, l’evocazione in piazza delle radici ideali, vecchie e nuove, di Syriza potrebbe non bastare. A rischio, secondo i sondaggi, non c’è la maggioranza assoluta in parlamento, considerata impossibile, ma anche la conferma di Syriza come partito di maggioranza relativa, condizione indispensabile a Tsipras per ottenere un secondo mandato, incalzato com’è dalla crescita di Nea Demokratia. E gli altri?

Il Pasok viene stimato in sensibile crescita dopo il disastro di gennaio, ben al di sopra della soglia di sbarramento del 3% per accedere ai seggi in parlamento così come i centristi di To Potami, i comunisti duri e puri del KKE e (purtroppo) i neonazisti di Alba Dorata. A picco e a rischio quorum sono segnalati i Greci indipendenti, formazione ci centrodestra che ha fatto da stampella parlamentare a Tsipras in cambio di un ministero per il suo leader Kammenos e soprattutto gli ultras ex Syriza di Leiki Anotita (Unità Popolare) guidati dall’ex ministro dell’energia Panagiotis Lafazanis, entrambi i partiti stimati in una forbice (2.5/3.5%) che non li mette al sicuro anche in considerazione del fatto che, come spesso avviene, nell’urna l’elettore sceglie il cosiddetto “voto utile”.

Un ultima considerazione: a differenza dello scorso gennaio e della vigila del referendum indetto da Tsipras l’italiota Brigata Kalimera di Vendola & C non compare tra i testimonial esteri di Tsipras. Niente bagno di folla a Syntagma, nessuna narrazione.
Malinconico epilogo di un’allucinazione politica che ha davvero pochi precedenti.

Emanuele Pecheux

Scuola, assunzioni e fiducia scuotono il governo

Insegnanti_scuolaSi continua a lavorare al testo del ddl scuola in attesa della seduta della Commissione Istruzione del Senato, prevista per martedì mattina, quando si tenterà di mettere a punto una proposta di sintesi, che tenga conto delle richieste di modifica degli altri gruppi parlamentari. Nei giorni scorsi il Pd aveva sottolineato la necessità di approvare in tempi rapidi il ddl in modo da rendere possibile l’assunzione di 100 mila docenti precari a settembre. Un allungamento dei tempi infatti renderebbe impossibile il raggiungimento di questo traguardo e proprio per questo motivo i relatori hanno chiesto ai gruppi uno sfoltimento degli emendamenti presentati.

Sui centomila torna a parlare il presidente del consiglio Matteo Renzi. “Deciderà il Parlamento”, afferma. Per quello che ci riguarda è del tutto evidente che se la riforma passa, ci saranno 100 mila assunzioni, se la riforma non passa o non passa in tempo, le assunzioni saranno quelle del turn over, che sono circa 20-22mila persone”. E sulla fiducia non si sbilancia e a chi gli domanda se il governo potrebbe mettere la fiducia sul ddl scuola, il premier risponde: “Le valutazioni dipendono dal Parlamento”. “Se la riforma della scuola non passa – spiega Renzi, a margine degli Stati generali del clima – non è che non ci sono assunzioni, ma ci sono le assunzioni previste dal turn over, perché si continua con il sistema di oggi”.

Con la riforma del governo “è il modello di scuola che cambia, cambia tutto il sistema, con l’introduzione dell’organico funzionale e quindi la possibilità di avere più professori. Se rimane il sistema di oggi” non si possono assumere i 100mila professori, perché “non si possono inserire” nel vecchio sistema: “cosa gli fai fare?”.

A ribadire il concetto anche il Ministro per la pubblica istruzione Stefania Giannini che afferma che “la fiducia è uno strumento tecnico e il ricorso o meno della fiducia dipenderà dalle “risposte dell’opposizione rispetto ai molti emendamenti”. In sostanza se questi non verranno ridotti drasticamente porre la questione, per il governo, diventerà un passo obbligatorio.

Una opzione che viene vista come fumo negli occhi dalle opposizioni. Per i grillini “Renzi è alla disperata ricerca di un capro espiatorio per giustificare davanti all’opinione pubblica la decisione, tutta sua, di far saltare le assunzioni dei precari pur di portare a casa, a colpi di fiducia, l’intera riforma della scuola”. Per i Pentastellati le “100 mila assunzioni si possono e si devono fare già da quest’anno”, insistendo sulla proposta di “stralcio del piano sul reclutamento da tutto il resto della riforma”. Ma l’accusa che il M5S rivolge e Renzi è di aver  “deciso di voltare le spalle ai precari illusi per mesi con la balla della Buona Scuola”.

Da Sel parlano di “ricatto ignobile e indecente”: “Ogni giorno – affermano il capogruppo di Sel alla Camera Loredana De Petris e la senatrice dello stesso partito Alessia Petraglia – il presidente del Consiglio ripete il suo ricatto: o la riforma della scuola passa come la voglio io o ne faranno le spese i 100mila precari che dovrebbero essere assunti”. Parole che si aggiungono a quelle di Vendola che invita il premier a “non fare il furbo, lui è stato un campione dei decreti legge” e “ci vuole un attimo per fare un dl per l’assunzione dei 100 mila e lasciare al Parlamento e alla scuola italiana la libertà di una discussione” per “produrre una buona riforma. Ma quella di Renzi è pessima”.

Una la riforma oltre che a vedere la contrarietà forte dell’opposizione divide anche la maggioranza e in particolare il Pd. L’ex capogruppo Roberto Speranza parlando a SkyTg24 si augura che il dll scuola “al Senato possa essere modificato e approvato senza mettere la fiducia, perché la fiducia sarebbe una sconfitta del Parlamento”. “Il Pd – aggiunge – deve fare la riforma della scuola con insegnanti e studenti, non contro. Perché di farla ‘contro’ se lo può permettere il centrodestra, non il Pd”, sottolinea Speranza. Un altro esponete della minoranza molto critico è Corradino Mineo . “Circolano voci e stati d’animo – dice – su un maxi emendamento” per il ddl scuola “ma né Tocci né io siamo stati chiamati per un confronto, né i senatori di opposizione”. “Ho visto una bozza, non so se è autentica”, ma in quel testo “non c’e’ nessuna apertura sulle questioni fondamentali, come il ruolo dei presidi o gli sgravi fiscali per le paritarie”. “Se ci fosse un documento con delle novità, chiederemmo qualche ora per ragionarci e diffondere la bozza”. Se invece non ci saranno cambiamenti sostanziali, “noi manterremo i nostri emendamenti, che sono circa 10”. Ma poi, ha ipotizzato, “il governo farà saltare il tavolo perché non ci saranno i numeri in Commissione e si andrà in aula con il testo uscito dalla Camera, con il maxi emendamento e, temo, col voto di fiducia”.

Sullo sfondo resta il malcontento di associazioni e Cobas con le prime che chiedono di approvare “immediatamente”, con un decreto legge, la stabilizzazione dei circa 100 mila docenti precari e di rinviare invece al 2016-17 l’introduzione dell’organico dell’autonomia, dopo aver preventivato un piano pluriennale di stabilizzazioni. I Cobas invece sono già pronti a mettere in campo una serie di mobilitazioni che dal “23 al 25 giugno si svolgeranno in tutta Italia.

Ginevra Matiz

Il male poco oscuro
della sinistra italiana

Il processo di costruzione europea è arrivato a uno stallo destinato a durare. Un livello di integrazione insufficiente per i gruppi sociali positivamente coinvolti nella globalizzazione, un assetto totalmente negativo per quelli destinati, per la forza delle cose e per le scelte dei loro governi, a pagarne tutti prezzi.

Nella maggior parte dei casi questi si chiamano fuori dalla politica. Mentre quelli che si ostinano a votare esprimono, come è logico che sia, un voto di protesta. Un voto non “euroscettico” (definizione volutamente ambigua), ma “ostile all’Europa così com’è” e che ha due caratteristiche fondamentali: quello di rappresentare solo parzialmente l’entità del fenomeno e quello di appartenere sia alla destra che alla sinistra. Una ripartizione legata sia alla storia che alla geografia: al di là delle Alpi e dei Pirenei, destinatarie del voto saranno le formazioni di destra; nell’area mediterranea quelle di sinistra.

Da notare comunque che il consenso per Marine Le Pen è tra il 25 e il 30% e quello per il suo omologo olandese tra il 15 e il 20%, ma la Costituzione europea è stata bocciata circa dieci anni fa sia dai francesi che dagli olandesi. Quanto all’Ukip, sta di poco oltre il 10%, ma l’eventuale referendum britannico sarebbe ad altissimo rischio.

Naturalmente, alle nostre classi dirigenti non interessa affatto analizzare il fenomeno, le sue ragioni e i suoi possibili sbocchi. E “pour cause”. A loro basta la parola “populismo”. Ad evocare volgarità, incapacità di costruire, impossibilità di essere forza di governo. Un fenomeno che non rappresenta, per loro, una minaccia. E a cui non si deve, quindi, una risposta. (In realtà lo ascoltano eccome, ma “alla vergognosa”: ricacciando indietro i migranti all’insegna della lotta contro gli scafisti…).

Alla sinistra, la cosa dovrebbe invece interessare e molto. Non foss’altro perché il peso della protesta antieuropea e antipolitica riduce in misura crescente la sua “capacità alternativa” in tutta Europa. E dovrebbe interessare, in particolare, alla sinistra italiana. Poco meno del 50% di astensioni. Tra Salvini, Fratelli d’Italia e Grillo un voto di protesta, intorno al 40%, che non ci appartiene. Da questa parte, poca Sel e poco altro. Un consenso a una cifra.

Evidentemente c’è qualcosa che non va. Nella sinistra italiana di oggi. E, per quanto ci riguarda, anche nel processo di aggregazione di una nuova sinistra, sotto il segno dell’opposizione al renzismo. Le cose che non vanno sono tante. Chi scrive si limita, però, a indicarne una. Tentando di individuare il vizio di origine che, se non corretto, rischia di pregiudicare sin dall’inizio il nuovo progetto.
Questo vizio ha un nome e cognome. Perché ha a che fare con il Pd. Con la sua classe dirigente. E con il modo con il quale l’opposizione gestisce politicamente il confronto con Renzi.

Renzi non è un alieno piovuto dal cielo. È la sintesi, e l’esasperazione di una cultura politica fatta propria dal Pd e dai suoi dirigenti da vent’anni a questa parte e che ha avuto come suoi punti fermi la liquidazione delle istituzioni e delle conquiste della prima repubblica e il rigetto, come inutile zavorra, della cultura del socialismo. Oggi una parte di quei gruppi dirigenti dice “basta”. Questo gli fa onore. Ma non ne accresce affatto la credibilità.

Nel confronto interno, poi, peggio che andar di notte. Se si afferma nei giorni dispari che Renzi è peggio di Berlusconi non si può invocare il dialogo, la mediazione o, peggio, l’Emendamento nei giorni pari. Se si combattono, punto per punto anziché nella loro logica complessiva, le riforme renziane si finisce per perder sempre, nella veste di sostenitori di quello che c’era prima. Che non era poi il massimo della vita. Se ci si identifica con la difesa della Ditta, si finisce con il naufragare con la medesima;rallentando, se non pregiudicando il lavoro di costruzione della nuova nave.

Chi vuole costruire una sinistra degna di questo nome deve dunque ripartire da zero. E prepararsi ad una nuova traversata nel deserto. Ad orientarne il cammino, qualche punto di riferimento. Primo, reinventare il discorso pubblico. Se governanti e oppositori si combattono parlando di rom e di vitalizi, di costi della politica, di impresentabili e di pensierini espressi in forma di tweet, è segno che nessuno ha saputo parlar d’altro: spiegando, in particolare, alla massa impotente delle vittime dell’Europa e della seconda repubblica  cos’è successo e cosa si può fare per rimediare.

Secondo, reinventare i processi politici. Il nuovo soggetto nascerà come nascerà. Ma non sarà, comunque, la sommatoria di Civati più Vendola, ma nemmeno di Landini più Ciotti. In attesa che arrivi qualche bersaniano di peso.

Terzo, reinventare la cultura politica. E qui, per quanto ci riguarda, proponiamo sommessamente quella del socialismo democratico: critica del capitalismo, riscoperta del ruolo dello stato e delle istituzioni collettive, lotta per l’uguaglianza, internazionalismo solidale e pacifista. Una roba dimenticata da tempo.

 Alberto Benzoni