Infanzia di serie B, dopo la tragedia di Rebibbia

bambini carcere“Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà”, ha detto al suo avvocato dopo il gesto la donna di 33 anni, detenuta a Rebibbia che lo scorso 18 settembre ha gettato i due figli dalla tromba delle scale. La piccola di sei mesi è morta sul colpo, mentre il bambino di un anno e mezzo è morto ieri sera in ospedale. Il gesto ha riportato alla memoria il problema della situazione nelle carceri in Italia, ma soprattutto ha portato alla luce le problematiche a molti sconosciuti, di bambini che passano scontano le pene con le loro madri.
Nel XIII rapporto di Antigone al 30 giugno 2016 sono ancora 41 i bambini conviventi in istituto con la madre, 38 le madri detenute con figli in carcere e 8 quelle incinte. Inoltre, stando al dettaglio delle presenze al 31 dicembre 2016, su un totale di 33 madri detenute, presenti in Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto, 23 (più di due terzi) sono cittadine straniere, mentre le cittadine italiane sono 106.
Il Governo che sta facendo battaglie per la tutela della famiglia e dei figli pare aver dimenticato questi bambini, ma non è il solo. Esiste la legge per le “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, che è stata pubblicata, simbolicamente, l’8 marzo 2001. Il testo prevede, per le madri con figli di età inferiore ai dieci anni, l’applicazione di due tipi di provvedimenti: detenzione speciale domiciliare ed assistenza esterna dei figli minori. Purtroppo i primi mesi di applicazione della nuova legge non hanno portato a risultati significativi. Sono infatti pochissime le detenute che ne hanno potuto usufruire. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che la legge in questione riguarda soltanto le donne che scontano una condanna definitiva, quindi appena la metà sul totale delle recluse.
Nel 2011 poi è stata approvata la legge 21 aprile 2011 n. 62 sulle detenute madri, un provvedimento che sarebbe dovuto servire a interrompere la barbarie dei bambini reclusi in un strutture carcerarie, inadeguate a una crescita sana. A qualche anno dall’entrata in vigore della suddetta legge, gli esperti del settore sostengono che il testo normativo presenta dei limiti, e che sinora non è stato capace di risolvere la questione.
Tornando al caso di Rebibbia, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha deciso per la ‘linea dura’ dopo quanto accaduto e ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e inoltre il vicecomandante del reparto di Polizia Penitenziaria.
“Non so di quale errore siano responsabili. So però che non meritavano, alla luce della loro preziosa carriera, tale sospensione dall’incarico”, ha commentato Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone che ha spiegato: “Di certo, da oggi le detenute del carcere romano non staranno meglio di prima. Una volta che il capro espiatorio è servito dovremo affrontare un altro tema, ossia cosa vogliamo che accada quando una madre di un bimbo piccolo finisce in carcere. Sono molti i Paesi dove i bambini sono destinati all’istituzionalizzazione”.

Vicenza, governare in maniera più pacata

migranti skyl PD, LeU e PSI della provincia di Vicenza sollecitano le forze del centrodestra che oggi governano il Veneto e l’Italia a fare maggior attenzione a quanto realmente accade nei territori.
E’ il caso delle presunte richieste fatte pochi giorni fa da alcuni migranti alla Questura di Vicenza. Alcuni organi di stampa si sono affrettati a riportare e mettere in risalto la richiesta di collegamenti Sky e aria condizionata, mettendo in secondo piano la richiesta legittima di una Carta d’identità.

Ecco così che oggi i media riportano le dichiarazioni scandalizzate dei principali esponenti del centrodestra vicentino che parlano di “presunti rifugiati” e di “masse di persone che vengono in Italia a fare le vacanze”.
Poche ore fa la verità riportata da una valida giornalista del Corriere della Sera del Veneto che, correttamente e forse in maniera solitaria, ha contattato la Questura e la Prefettura per chiedere come realmente si fossero svolti i fatti.

In Questura vi è stato un incontro con i rappresentanti dei migranti, ma per parlare di ordine pubblico.
In Prefettura vi è stato un incontro con la cooperativa che gestisce il centro culturale San Paolo, ma si è parlato della richiesta di residenza per i migranti stessi.
Nulla di scandaloso quindi se non forse la continua propensione del centrodestra a trasformare ogni refolo in una tempesta.

PD, LeUe PSI della provincia di Vicenza auspicano che si torni a far politica (e in alcuni casi informazione) in maniera più pacata e costruttiva. Pacatezza e desiderio di costruire più che distruggere, due virtù troppo spesso accantonate da chi fa politica con le parole più che con i fatti.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI Veneto

Cesvi, 70% dei bambini subisce maltrattamenti

Bambini scomparsiDati allarmanti per quanto riguarda l’infanzia in Italia, sono quasi 6 milioni i bambini che subiscono maltrattamenti nell’ambiente che più di tutti dovrebbe garantire loro sicurezza e protezione: la casa. Oggi è stato presentato a Roma dalla Fondazione Onlus “Cesvi” il primo Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi #LiberiTutti, in collaborazione con il dipartimento delle Politiche della famiglia della presidenza del Consiglio dei Ministri.
L’Indice mette in evidenza, soprattutto, la persistenza di forti disparità tra il Nord e il Sud del nostro Paese. Ultima posizione per la Campania, seguita da Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. Sono queste le regioni che presentano le maggiori criticità e le condizioni più sfavorevoli rispetto alle probabilità dei bambini di subire maltrattamenti. Male anche l’Abruzzo e il Lazio. Tra le regioni dove si registra, invece, il miglior livello di benessere complessivo dei bambini, spicca l’Emilia-Romagna seguita da Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino Alto Adige.
«Nel quadro delle emergenze sociali, il maltrattamento dei bambini è il fenomeno forse peggiore, non solo per la sproporzione di forze tra il maltrattante e il maltrattato e per il tradimento della fiducia che i più piccoli ripongono negli adulti, ma anche per le conseguenze che si producono sulla salute dei maltrattati nel medio-lungo termine, sul loro equilibrio psico-fisico e, più in generale, su tutta la società. Gli ex bambini maltrattati – dichiara Daniela Bernacchi, CEO&General Manager Cesvi – sono gli adulti di oggi che vivono sopportando un pesante fardello di dolore che influenza il loro modo d’essere, e spesso scaricano sui figli il proprio disagio. Si viene a generare così un circuito vizioso di trasmissione intergenerazionale, che solo un intervento esterno, quale ad esempio quello dei servizi pubblici, può interrompere». Il maltrattamento sui bambini è la conseguenza ultima, estrema e troppe volte drammatica, di una situazione di disagio che coinvolge le figure genitoriali e il contesto familiare, ambientale e sociale nel quale i bambini crescono. L’Indice regionale sul maltrattamento all’infanzia in Italia confronta per i bambini maltrattati e per gli adulti maltrattanti due livelli di analisi ed è il risultato dell’aggregazione di 65 indicatori relativi ai fattori di rischio e ai servizi offerti sul territorio. L’Indice offre una chiave di lettura delle principali determinanti sociali, demografiche, economiche, sanitarie e sociali, analizza i fattori di rischio e di vulnerabilità al maltrattamento nell’infanzia e li sintetizza attraverso un indicatore che propone una classifica decrescente tra le regioni italiane a partire da quelle che presentano sia minori rischi di maltrattamento per l’infanzia sia un sistema di politiche e di servizi territoriali adeguato a contrastare e prevenire il problema. Emergono nell’Indice quei fattori di rischio che creano presupposti importanti per scatenare il maltrattamento dei bambini nelle famiglie, come ad esempio l’elevato livello di povertà, il basso livello di istruzione dei genitori, il consumo di alcol e di droghe da parte dei genitori, la disoccupazione, lo svantaggio socioeconomico, etc. Con riferimento a questi indicatori di contesto, si passa poi ad analizzare quali servizi i territori mettano a disposizione in termini di politiche di prevenzione e di cura, rilevandone quindi l’efficacia e la capacità concreta di intervento.
Campania ultima in Italia (20esima sia per contesto che per servizi) nella cura e nella prevenzione al maltrattamento seguita da Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata e Molise. I risultati relativi alle ultime 4 regioni per le quali l’indicatore totale ha restituito le maggiori difficoltà – Campania, Calabria, Sicilia e Puglia – confermano una difficoltà strutturale del sistema rispetto a questa tematica. Male anche l’Abruzzo e il Lazio (rispettivamente al 14esimo e al 13esimo posto). Tra le regioni “reattive” si posiziona la Sardegna (con alto livello di servizi, nonostante l’alta criticità del contesto). Tra quelle “virtuose” – con una situazione di contesto e un’offerta di servizi al di sopra della media – Emilia-Romagna, Veneto, Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Toscana. Tra le regioni “stabili” si collocano il Trentino-Alto Adige e la Lombardia che, a fronte di criticità ambientali basse, rispondono con un sistema di servizi più basso della media nazionale. Al primo posto nelle sei diverse capacità le seguenti regioni: l’Emilia-Romagna per quanto riguarda i servizi dedicati alla capacità di cura e di lavorare; il Friuli-Venezia Giulia per la capacità di accedere alle risorse; il Trentino-Alto Adige per la capacità di acquisire conoscenza e sapere; la Valle D’Aosta per la capacità di vivere una vita sicura e la Liguria per la capacità di vivere una vita sana.
Ma soprattutto è allarmante constatare che sono sempre di più gli adulti che adescano i bambini (12-14 anni) in rete attraverso i circa 25mila siti pedopornografici intorno ai quali c’è un rilevante giro di affari. Quindi, nel catalogo degli orrori, la prostituzione minorile, legata alla tratta e il turismo sessuale, dove purtroppo l’Italia detiene il primato di 80mila viaggi di questo tipo all’anno”. Spesso al maltrattamento si accompagna la trascuratezza dei minori: nel mondo il 16,3% dei bambini è vittima di negligenza fisica e il 18,4% di trascuratezza emotiva. Gli effetti della trascuratezza possono manifestarsi con un ritardo nel raggiungimento delle principali tappe evolutive con disturbi dell’apprendimento oppure con un atteggiamento di eccessiva ricerca di affetto e attenzione da estranei (e il conseguente rischio di esposizione ad altri abusi), una forte chiusura e una sfiducia verso l’altro.

Sciolte le Camere, per il PSI una nuova avventura

bandiera-psiDi sinistra, progressisti e coerenti, i socialisti in Parlamento, nei limiti del consenso concesso dagli italiani alle scorse elezioni, hanno lavorato in maniera infaticabile per costruire quanto di buono è stato fatto dal Governo ed anche per limitare quanto lasciava perplessi.
Ora il PSI inizia la sua campagna elettorale per far si che nella prossima legislatura sia possibile rendere più efficace la propria azione.
Socialisti, Verdi e prodiani, INSIEME, chiederanno agli italiani quel consenso necessario affinchè gli ideali di giustizia sociale, ambientalismo e solidarietà, possano agire in maniera efficace nella prossima legislatura. E’ inoltre necessario ostacolare la peggior destra e il peggior populismo che negli ultimi anni si sono nutriti dello scontento di una società disgregata e sempre più lontana dai valori della nostra Costituzione.
E’ altresì necessario che le iniziative politiche, le strategie vengano condivise dai territori, veri protagonisti di quella “miracolosa” vivacità che fa si che in Italia il PSI resti l’unico partito tradizionale efficacemente radicato nei territori.
Una nuova avventura, difficile. Difficile poiché nessuno ci regalerà nulla.
Difficile ma da affrontare a viso aperto, mettendo in campo tutte le risorse utile. A partire dai molti dirigenti di Partito che sul territorio, ogni giorno si spendono per dare visibilità e consistenza all’azione del PSI.
In molti collegi uninominali il centrosinistra è dato perdente, quasi dappertutto al nord, ma questo non deve spaventarci, anzi. Si tratta dell’occasione migliore per poter proporre candidati socialisti nei collegi uninominali dove altri, per timore, non lo faranno. Non saranno eletti? Forse, ma quale occasione migliore per aprire la strada ad una generazione di compagni iscritti che il partito potrebbe utilizzare nelle prossime elezioni amministrative?
Compagni iscritti, poiché candidare dei tecnici o persone esterne al partito, non sarebbe di alcuna utilità politica. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, dobbiamo solo farci riconoscere per ciò che siamo.
Molti allora saranno i collegi uninominali da coprire e molti i listini da riempire. Spazi elettorali che, oltre ai compagni che sinora hanno ricoperto con dignità ed efficacia il ruolo di parlamentari, il partito deve poter coprire con i propri dirigenti regionali, provinciali e con quelle amministratrici ed amministratori che tanto efficacemente hanno operato ed operano.
Quadri dirigenti, Sindaci, Assessori e Consiglieri comunali del PSI, proposti agli italiani come finora non è stato possibile fare.
E’ chiaro che in questo percorso l’autonomia del partito nei territori è fondamentale. Dal territorio arrivino le proposte programmatiche e i nomi da poter utilizzare a vantaggio del PSI.

Luca Fantò
Segretario regionale PSI del Veneto

Vince la Lega, un colpo
a Salvini

Matteo Salvini-Lega

Niente di rivoluzionario dalla Lega. Né la secessione dall’Italia e nemmeno il federalismo ma l’autonomia, il cosiddetto “regionalismo differenziato” previsto dalla Costituzione repubblicana. Il referendum leghista, vittorioso in Veneto e in Lombardia (ma tantissimi voti ci sono stati nella prima regione e molti di meno nella seconda), chiede più poteri allo Stato centrale. Il modello è quello delle regioni a statuto speciale (la Sicilia, la Sardegna, il Trentino-Alto Adige, la Valle d’Aosta, il Friuli-Venezia Giulia) che dispongono di poteri più ampi.

I soldi, il fisco. In particolare Luca Zaia e Roberto Maroni, i presidenti leghisti del Veneto e della Lombardia, guardano al portafoglio: vogliono una quota più alta delle tasse riscosse nei loro territori, i più ricchi d’Italia. L’elegante e compito Zaia (ramo Liga Veneta della Lega Nord) non ne fa mistero e smentisce ogni paragone con il referendum catalano che ha dichiarato l’indipendenza dalla Spagna: «Non abbiamo niente a che vedere con la Catalogna. Vogliamo l’autonomia: più potere, più competenze e il federalismo fiscale, non l’indipendenza. Il treno passa una volta sola e comunque è una pagina storica». E anche Maroni (ramo Lega Lombarda della Lega Nord) fa lo stesso discorso.

Niente a che vedere con la secessione della Catalogna dalla Spagna, una pericolosissima mina vagante con possibili pericolose conseguenze politiche, economiche e persino di violenze e di scontri militari. L’esempio catalano rischia di determinare la frammentazione di molte nazioni europee insidiate da conati indipendentisti. Ma adesso l’Italia del nord sembra immune da questo virus, forse perché immunizzata dalle esperienze del passato.

Le differenze tra il Lombardo-Veneto (come si chiamavano nel 1800 le due regioni ai tempi della dominazione austriaca) e la Catalogna sono abissali. Matteo Salvini ha annunciato, subito dopo aver votato al referendum in Lombardia, la volontà di aprire un confronto e non uno scontro: «Noi da domani trattiamo con il governo centrale». Il segretario della Lega Nord deve fare i conti con una realtà diversa da quella catalana: 1) la grande maggioranza dei lombardi e dei veneti non vuole la secessione; 2) lui stesso ha buttato la vecchia bandiera dell’indipendenza della cosiddetta Padania alzata da Umberto Bossi vent’anni fa ed ha trasformato la Lega da partito del Nord in una forza di destra nazionale; 3) i due referendum tenuti domenica sono consultivi; 4) il Carroccio già governa da anni le due regioni, guidando delle giunte di centro-destra.

L’unico punto di contatto tra il referendum catalano e quelli del lombardo-veneto riguarda il portafoglio: tutti e tre i territori sono i più ricchi e sviluppati dei due paesi, la Spagna e l’Italia. Sia i catalani sia gli abitanti del nord-est del Belpaese vogliono pagare meno tasse e, in ogni caso, chiedono di poter utilizzare gran parte dei ricavi delle loro imposte. Poi, al di là della solidarietà con le regioni centro-meridionali, non mancano le contraddizioni. Un esempio per tutti: i contribuenti di Roma, Napoli, Palermo ma anche quelli di Torino e di Genova hanno visto usare le loro tasse per salvare dal fallimento le banche venete, quelle del ricco nord-est.

Sono lontani i tempi della rivolta padana di Bossi. Il fondatore della Lega Nord, tra espressioni forti (come il ricorso ai Kalashnikov e a “marce su Roma” poi in parte smentite) e comizi dialoganti, nel lontano 15 settembre 1996 proclamò a Venezia la secessione della Padania dall’Italia: «Noi, popoli della Padania, solennemente proclamiamo: la Padania è una Repubblica federale indipendente e sovrana». Tra lo sventolio delle bandiere del Carroccio nella città lagunare fu annunciata la fine del “colonialismo italiano” sulle regioni settentrionali.

Ma quella dichiarazione di Bossi, come il referendum organizzato in modo un po’ artigianale dalla Lega Nord, non ebbero alcun effetto. Il virus dell’indipendenza non attecchì. Né le popolazioni settentrionali né gli ex alleati del centro-destra seguirono la strada indicata dall’allora segretario del Carroccio. Anzi, successe il contrario. Sia Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia, sia Gianfranco Fini, presidente di An, anche loro due uomini del nord, bocciarono senza appello la dichiarazione d’indipendenza, come il centro-sinistra allora guidato da Romano Prodi.

Così Bossi, isolato, fu costretto a tornare sui propri passi. Dalla secessione ripiegò sulla richiesta del federalismo e così negoziò con Berlusconi. La Lega tornò a formare una coalizione di centro-destra e ritornò al governo con gli esecutivi guidati da Berlusconi (nel 2001 e nel 2008). Lo stesso Bossi divenne ministro. Fu anche varata una riforma costituzionale all’insegna del federalismo politico, ma fu bocciata dagli italiani in un referendum.

Bossi, dopo le sconfitte politiche subì anche dei pesanti guai giudiziari, così perse la segreteria della Lega: prima fu sostituito da Maroni, il vecchio amico di un tempo, e poi da Salvini. La visione e l’identità politica localistica della Lega Nord andò in frantumi: addio a riti indipendentisti come l’elezione di Miss Padania. Anche le camicie verdi padane sono andate fuori moda e adesso Salvini indossa felpe di vari colori sia quando tiene comizi a Milano sia quando li fa a Roma, a Napoli e a Palermo.

Però il Carroccio anche in versione di destra nazionale, anti immigrati e anti euro, raccoglie pochi voti al Sud e molti al Nord. Lo dimostra anche la mobilitazione referendaria in Veneto e Lombardia, le regioni-casseforti di voti. Ed è un colpo alla nuova linea politica di Salvini, il segretario della metamorfosi della Lega Nord in italiana. Adesso Salvini dovrà fare i conti il rinnovato ancoraggio localistico nordista. Dovrà anche fare i conti con lo statuto del Carroccio che parla di Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Sembra quasi la rivincita di Bossi.

Brilla sempre di più la stella di Zaia, il vincitore del referendum nel Veneto. Se il centro-destra vincerà le prossime elezioni politiche all’inizio del 2018 e la Lega Nord si piazzerà bene potrebbe rivendicare un proprio uomo per la presidenza del Consiglio. Sembra che l’elegante Zaia stia pensando proprio a Palazzo Chigi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Referendum, il Partito socialista è per l’astensione

Peschiera del Garda 1

Si è svolta a Peschiera del Garda, presente l’on. Pastorelli, l’assemblea congiunta dei dirigenti PSI del Veneto e della Lombardia e dei comitati socialisti per l’astensione.

Nell’incontro si è fatto il punto della situazione sulle iniziative di promozione dell’astensione al referendum leghista di ottobre, sulle iniziative da portare avanti nell’ultima settimana di campagna referendaria e su cosa fare il giorno successivo al referendum.

I socialisti hanno convenuto sull’opportunità della scelta astensionista. Una scelta coraggiosa poiché destinata a scontrarsi contro la potente campagna referendaria scatenata dalla Lega (fatta in parte con i soldi dei cittadini del Veneto), una scelta difficile ma intellettualmente onesta e non piegata dalla codardia di chi ha preferito “mettersi nella scia” del malcontento sobillato dalle forze del centrodestra.

I socialisti promossero e sostennero la creazione delle Regioni. Regioni che avrebbero dovuto essere strumento di coordinamento delle autonomie locali e non, come purtroppo è accaduto, Enti accentratori di potere a danno degli Enti Locali. Non è un caso che il referendum lanciato dalla Lega ignori gli Enti Locali.

In Parlamento il PSI sta portando avanti una politica di revisione delle autonomie speciali ed è pronto a sostenere le richieste di maggior autonomia che provenissero dalle altre Regioni secondo percorsi costituzionalmente previsti.

Richieste di maggior autonomia che la Lega a parole ha sempre fatto ma che poi, come nel caso del referendum di ottobre, si rivelano per ciò che realmente sono: slogan elettorali!

A Peschiera del Garda invece i socialisti hanno deciso di agire e dal giorno successivo al referendum, in tutti i Consigli comunali di Veneto e Lombardia in cui il PSI è presente, porteranno delle delibere da far votare e da inviare alle Regioni affinchè avviino realmente il processo costituzionale in grado di consentire ai cittadini delle due regioni di amministrare in maniera più efficace le risorse prodotte dai propri territori.

Luca Fantò
Segr. reg. PSI Veneto

Referendum Lombardo-Veneto. Buemi: “Inutile”

zaia e maroniMentre l’Europa guarda con preoccupazione gli sviluppi della politica spagnola sulla questione catalana, in Italia la Lega scalda i motori per il 22 ottobre, quando in Lombardia e in Veneto si voterà per il referendum sulla maggiore autonomia. Una consultazione che costerà allo Stato cinquanta milioni di euro, di cui solo 22 per l’acquisto dei 24mila tablet per il voto, in Lombardia. Quattordici, secondo le previsioni, in Veneto. Tutto questo perché per la prima volta in assoluto in Italia, il voto potrà essere elettronico, ma non ha nulla a che vedere con il voto in remoto via internet. Ai seggi ci saranno dei dispositivi mobili tramite i quali i cittadini potranno esprimere la propria preferenza, correggendola una sola volta in caso di errore.
Non solo, ma si tratterà di spreco di soldi e di tempo perché in ogni caso Lombardia e Veneto non diventeranno Regioni a statuto speciale (ci vorrebbe un’apposita modifica costituzionale) né potranno gestire in proprio materie come sicurezza e immigrazione, come invece auspicano i governatori leghisti. Tuttavia è stato pacato il commento del Presidente Gentiloni che ha liquidato il caso del referendum voluto da Zaia e Maroni semplicemente sostenendo che “il governo lavora e non si occupa di politica e di polemiche”.
“Leggo nell’edizione di Torino di La Repubblica che esponenti di FI e Lega sono intenzionati a promuovere un referendum regionale sulla scia dell’iniziativa in Catalogna o quanto meno di quelle veneta o lombarda”, ha dichiarato il senatore piemontese del Psi Enrico Buemi. “Credo che ormai si stia usando ogni mezzo, vista l’incapacità di proporre soluzioni serie e concrete ai problemi dei cittadini, per prefigurare percorsi perversi e irrealizzabili e per richiamare i consensi di cittadini disorientati”, ha commentato Buemi. “Invece di inseguire egoismi di tutte le risme, di territori privilegiati e beneficiari di condizioni di sviluppo economico, cui hanno contribuito tutti gli italiani, si affronti seriamente il problema della irrazionale proliferazione di Regioni senza senso, di Province eccessive nel numero e senza risorse e l’ingiustificato ritardo nel promuovere l’accorpamento di comuni piccoli”, ha sottolineato Buemi. “Questi sono destinati a rimanere impotenti nell’affrontare la domanda reale di servizi pubblici, a cui tutti hanno diritto e non solo i cittadini delle grandi città”, ha sottolineato il senatore socialista.
“Certo, è più complicato spiegarlo ai cittadini, più facile è sicuramente evocare fantasmi di autonomie antistoriche, irrazionali e disastrose per la competizione mondiale a cui si è obbligati”, ha concluso.

Svelare l’inganno politico del referendum

Referendum-autonomia-veneto-lombardia

“Quella che si sta consumando è una vera e propria truffa politica”. Le parole del Sindaco socialista di Montegrotto, Riccardo Mortandello, rendono perfettamente l’idea del compito che il PSI del Veneto si è assunto: svelare l’inganno politico perpetrato attraverso il referendum leghista, ai danni dei cittadini veneti.

Stamani a Montegrotto, il Segretario nazionale del PSI Nencini ha preso parte alla conferenza stampa organizzata dal “Comitato Socialista per l’astensione al referendum sull’autonomia del Veneto”.

Alla conferenza hanno partecipato, assieme al Vice Ministro, il Segretario regionale del PSI, il Segretario provinciale Paolo Trovato, il Sindaco di Montegrotto Terme Riccardo Mortandello e Francesca dell’Aglio, assessore socialista del Comune di Rubano.

Il PSI del Veneto ribadisce come il referendum leghista sull’autonomia sia inutile e dispendioso. Infatti, qualsiasi dovesse essere l’esito non ridurrà le tasse, non porterà una fiscalità più vantaggiosa. Questo perché di fatto chiede ai cittadini della regione di confermare quanto stabilito dalla nostra Costituzione. Il giorno dopo il referendum nulla cambierà.

“Ma cambiare è possibile – ha sostenuto il Segretario Nencini – e l’Emilia Romagna lo sta facendo avendo già da tempo iniziato un percorso di consultazione degli Enti Locali, di preparazione e proposizione allo Stato di proposte che ora sono in discussione. Nulla di tutto ciò ha fatto la Lega nonostante sia da anni al governo della Regione e per anni abbia governato a Roma”.

Quale utilità può avere un referendum consultivo inutile e costoso?

Per il PSI del Veneto si tratta di una campagna elettorale per le prossime elezioni politiche che la Lega ha deciso di far partire in anticipo.

Il PSI proseguirà fino al referendum con le sue iniziative di sensibilizzazione della cittadinanza a cominciare dall’8 ottobre quando nei capoluoghi delle province venete, in contemporanea ed alla presenza dei Deputati socialisti, si svolgeranno assemblee informative sulle ragioni dell’astensione.

Luca Fantò
Segr. reg. PSI del Veneto

Pfas nell’acqua. Il Veneto chiede lo stato d’emergenza

pfasLa Regione Veneto chiede di avocare a sé le competenze per affrontare la “contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche” che preoccupa centinaia di migliaia di cittadini. Il presidente del Veneto Luca Zaia ha chiesto, in relazione all’allarme Pfas, la deliberazione dello Stato di emergenza con poteri commissariali con una lettera, inviata il 19 settembre scorso, al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ai ministri della Salute Beatrice Lorenzin e dell’Ambiente Gianluca Galletti. Nella missiva, datata 19 settembre, il giorno successivo alla nota del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute che respingeva la richiesta della Regione Veneto di fissare limiti nazionali per l’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche, Zaia ha ribadito la richiesta di riduzione dei limiti a livello nazionale, e ha chiesto lo sblocco dei fondi statali (80 milioni) necessari alla realizzazione di nuovi acquedotti che permettano di portare acqua di buona qualità nelle zone colpite.
Nel testo, la Regione risponde anche indirettamente alle critiche sui ritardi accumulati negli anni (il primo allarme data infatti 2013) dicendo di “aver messo in atto ogni possibile sforzo per affrontare nel modo più adeguato la situazione, mantenendo un flusso informativo costante e trasparente”. Ieri era arrivato l’annuncio della fissazione di nuovi limiti, ” i più drastici esistenti al mondo” secondo Zaia, ai composti inquinanti. “Non è vero – aveva subito risposto Greenpeace -. I limiti non sono i più bassi neppure in Europa, visto che in Svezia sono pari a 90 nanogrammi per litro per tutti i Pfas, sia a catena corta che a catena lunga, mentre in Veneto, una volta in vigore il nuovo provvedimento, saranno pari a 390”.
Dall’allarme lanciato dal Ministero nel 2013, presentando uno studio del Cnr, il Veneto si pone dunque come realtà all’avanguardia in Italia, pur richiedendo la fissazione di limiti nazionali, come avviene in Germania e Svezia. “Ci sono voluti – commenta al riguardo Zaia – ben quattro mesi per ricevere da Roma una risposta sulla nostra richiesta formale e ci è stato detto, appunto, che solo noi abbiamo questo problema e di attivarci direttamente per fissare i limiti. Stiamo sondando un ambiente nuovo, per cui abbiamo fissato spannograficamente questi limiti. Non ci stiamo a essere trattati come guastafeste, anche se siamo pronti ad un lavoro di squadra con Roma per la fissazione di limiti nazionali. Siamo pronti a correggere il tiro, ma, se questi saranno più alti, in ogni caso, noi rimarremo sulle nostre posizioni, pur sapendo che ci aspetta un dialogo non facile con i consorzi e costi per almeno un milione l’anno nella sola zona rossa, che comunque metteremo in seguito sul conto di chi verrà condannato”.
“La gravità e l’estensione dell’inquinamento da Pfas in Veneto, e in particolare nelle province di Vicenza Verona e Padova, richiedono una stretta e leale collaborazione tra tutte le istituzioni per essere affrontate in modo risolutivo. Non servono certo polemiche legate più a questioni di consenso per il referendum consultivo del Veneto che alla tutela dell’ambiente e della salute”.
È quanto sollecitano una interrogazione ai ministri dell’ambiente e della salute Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente e Alessandro Bratti (PD), presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività connesse al ciclo dei rifiuti e sugli illeciti ambientali ed esse correlate.

Veneto. Fantò: il referendum della Lega manovra elettorale

regione-venetoA seguito di quanto deliberato dal Direttivo regionale del PSI veneto del 2 settembre, si è ufficialmente costituito ieri a Marghera, presso la Federazione regionale del PSI, il comitato”Socialisti veneti per l’astensione”.

“I socialisti del Veneto – afferma in un comunicato il Segretario regionale Luca Fantò – sono consapevoli dell’importanza di poter gestire al meglio le risorse dei territori. Ciò sarebbe già possibile utilizzando gli strumenti che la nostra Costituzione prevede ma che finora il centrodestra, che ha governato per anni il Paese e che da anni governa la Regione, non ha mai utilizzato. Il referendum della Lega non permette di accedere ad alcun vantaggio fiscale e neppure di accelerare un processo che determini maggior autonomia. Ma il referendum leghista – aggiunge Fantò – lascia ai cittadini del Veneto una certezza, quella della spesa che con la consultazione elettorale viene imposta”.

“Il referendum leghista appare più come una manovra elettorale che l’espressione di una reale volontà di autonomia. I socialisti del Veneto rifiutano questo uso strumentale del referendum. Per queste ragioni e per le molte altre che i socialisti del Veneto illustreranno in diversi incontri in diverse province del Veneto ed in manifestazioni organizzate insieme al Comitato socialista della Lombardia, il PSI invita i cittadini del Veneto ad astenersi”.