Assia, batosta per Spd e Cdu. Volano i Verdi

merkelNell’Assia tedesca è proseguita l’onda già vista in Baviera. Un’altra batosta per la Cdu e per la Spd.

La Cdu è crollata dal 38,3 del 2013 (allora le elezioni si erano svolte in contemporanea a quelle federali) al 27% dei consensi, il peggior risultato conseguito dal partito della Merkel in Assia da oltre 50 anni a questa parte, pur restando il partito più forte.

La Spd ha fatto un balzo indietro, di 10,9 punti percentuali, attestandosi sul 19,8%, esattamente come i Verdi, che però raggiungono questo risultato conquistando l’8,7% in più di consensi. La destra populista ed anti-immigrati di Alternativa per la Germania (Alternative fuer Deutschland, Afd) è entrata per la prima volta nel Landtag di Wiesbaden con il 13,1% dei voti (+ 9% rispetto al 2013) ed è ora rappresentata nei parlamenti di tutti i 16 Land federali tedeschi. I Liberali della Fdp hanno conquistato il 7,5% dei consensi (+ 2,5%) ed è aumentato anche Die Linke, il partito della sinistra, che con il 6,3% (+ 1,1%) ha conquistato il suo miglior risultato di sempre in Assia.

La partecipazione al voto è stata del 67,3% dei 4,38 milioni di aventi diritto. Nel 2013 aveva votato il 73,2%. Per la prima volta, i partiti rappresentati nel Landtag dell’Assia sono sei. I seggi da spartire sono 137, la maggioranza 69. Alla Cdu ne andranno 40, ai Verdi e alla Spd 29 ciascuno. Diciannove seggi andranno all’Afd, 11 alla Fdp, 9 alla Linke. In base a questa ripartizione, Cdu e Verdi potrebbero portare avanti la loro coalizione. Ma le possibilità sarebbero anche altre: CDU e SPD o SPD, VERDI e FDP.

Il premier uscente, Volker Bouffier (CDU) ha annunciato l’intenzione di avviare consultazioni per la formazione di un nuovo governo fatta eccezione per Die Linke e Afd.

In base a questi risultati, l’alleanza più probabile, forse la sola possibile nel Landtag è una coalizione ‘giamaica’ nero-verde-giallo tra Cdu, Grünen e Fdp, ancora sotto la guida di Volker Bouffier, il fedelissimo di Angela Merkel che pur nella sconfitta avrebbe centrato l’obiettivo di rimanere ministro-presidente dell’Assia. I Verdi sarebbero tuttavia in posizione di forza e rivendicherebbero più spazio nelle politiche e nella presenza al governo.

La leader dei verdi tedeschi Annalena Baerbock, che condivide la presidenza con Robert Habeck, commentando i risultati emersi che vedono gli ecologisti al secondo posto insieme ai socialdemocratici, ha detto: “L’Assia non è mai stata così verde come oggi. Siamo felici di questo storico miglior risultato dei verdi in Assia”.

La segretaria generale della Cdu, Annegret Kramp-Karrenbauer, commentando le elezioni in Assia che hanno visto il partito in forte calo, ma comunque in testa, ha detto: “Siamo di fronte a un tipico risultato dell’Assia, e servirà molto tempo stasera per avere delle certezze. Una cosa si può dire che per la Cdu è doloroso aver perso molti voti, ma Volker Bouffier ha raggiunto l’obiettivo di evitare una coalizione rosso-rosso verde, questo è il risultato di cui mi congratulo”.

Il candidato della Cdu dell’Assia, il presidente uscente Volker Bouffier, commentando i risultati delle proiezioni, ha precisato: “Accusiamo dolore per i voti perduti, ma abbiamo anche visto che vale la pena lottare. Volevamo restare la prima forza politica del Land e volevamo ottenere che nessuna coalizione si potesse formare contro di noi. Entrambi i risultati sono stati ottenuti. E’evidente che sul voto locale abbiano influito le dinamiche federali e le liti di governo a Berlino”.

Il candidato di punta dell’Spd in Assia, Thorsten Schaefer-Gumbel, commentando i risultati elettorali, ha detto: “È una difficile e amara serata per l’Spd, non abbiamo raggiunto quello che volevamo. Si tratta di un’amara sconfitta ed è il peggior risultato dal 1946. Quello che questi risultati significano per l’Assia non è ancora prevedibile”.

Ma è nella capitale tedesca che da oggi si giocherà la partita vera, iniziata due settimane fa in Baviera e proseguita in Assia. La situazione è tragica per la leader socialdemocratica Andrea Nahles, mentre è seria per Angela Merkel. Dalle analisi del voto sembra che il tentativo della cancelliera di venire in soccorso della Cdu locale, impegnandosi in prima persona nella campagna, non è servito. Segno che il suo brand non funziona più, neppure in un Land con forte tradizione cristiano-democratica. E questo non chiude del tutto la questione se al congresso di Amburgo, in dicembre, Merkel sarà rieletta presidente o se farà un passo indietro in favore della sua protégé, Annegret Kramp-Karrenbauer, attuale segretario generale. Già ieri sera, alcune voci di deputati di seconda fila si sono levate per chiedere un rinnovamento della Cdu, che avrebbe bisogno di ‘contenuti, percorso chiaro e nuove persone’.

Quasi irrisolvibile il ‘che fare?’ di Andrea Nahles. La leader dell’SPD ha detto: “Lo stato del governo è inaccettabile”. Secondo Nahles, il declino del suo partito è causato dalle continue crisi interne della Grosse Koalition. Nahles ha annunciato che proporrà alla Cdu una road map ‘chiara e vincolante’ fino al prossimo autunno, quando è già in programma una verifica. Per Nahles: “Vedremo allora se noi in questo governo siamo al posto giusto”. E’ un piano ottimista, un anno è lungo e il tempo non è dalla parte della Spd, che d’altra parte allo stato attuale non avrebbe né i programmi, né i leader, né i soldi per affrontare nuove elezioni. Insomma, la crisi dell’Spd sembra molto seria e complessa.

Immediatamente dopo l’esito disastroso delle elezioni regionali in Assia, Angela Merkel ha annunciato l’intenzione di non ricandidarsi, l’8 dicembre, data del congresso del partito, alla presidenza dell’Unione Cristianodemocratica. Lo riferiscono i media tedeschi. Merkel ha comunicato la sua decisione ai partecipanti alla seduta della direzione del movimento precisando che, malgrado la decisione, intende restare al suo posto di cancelliera. Il passo compiuto questa mattina da Merkel, che ha sempre considerato l’incarico di cancelliere e quello di presidente del partito come indissolubilmente legati, può essere considerato storico.

A seguito dell’annuncio della cancelliera, l’ex capogruppo dell’Unione, Friedrich Merz, si dice disponibile a presentare una sua candidatura. Quest’ultimo si è detto pronto a compiere questo passo ed assumersi questa responsabilità nel caso il partito sia favorevole. Oggi, Merz annuncerà la sua candidatura. Nelle scorse settimane Merz sarebbe stato spinto con forza da chi gli è più vicino nel partito a candidarsi alla presidenza della Cdu e avrebbe anche avuto colloqui a Bruxelles negli ultimi giorni.

Salvatore Rondello

Roma, 29 ottobre 2018

Salvatore Rondello

Terremoto politico in Baviera. La Spd dimezza i voti

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Le urne bavaresi hanno confermato il pronosticato terremoto politico in Baviera, dove i cristiano-sociali di Horst Seehofer hanno perso la maggioranza assoluta, crollando al 37,3%. Sfondano i Verdi, che diventano la seconda forza del Land, mentre è drammatico il tonfo dei socialdemocratici, spodestati proprio dagli ecologisti. Anche nel sud della Germania infine avanza l’ultradestra, con l’ingresso nel parlamento regionale di Alternative fuer Deutschland, che conquista sì le due cifre ma non i risultati clamorosi che sperava. Le onde di questo terremoto politico locale si potrebbero propagare anche a Berlino dove si temono effetti sulla politica federale. Per valutare la tenuta della Grosse Koalition occorrerà comunque aspettare le amministrative in Assia, il 28 ottobre, fra due domeniche.

Persi sul terreno oltre 10 punti rispetto al 2013 (quando il partito cristiano sociale svettava al 47,7% governando da solo), ma è rimasto il primo partito della Baviera. Markus Soeder, candidato presidente della Csu, ha quindi rivendicato il diritto a formare il nuovo governo affermando: “Non è una giornata facile e abbiamo avuto un risultato doloroso. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare”.

Soeder ha anche annunciato di ‘voler parlare con tutti i partiti, ma non con l’Afd’. Stando ai risultati elettorali, la Csu potrebbe formare un esecutivo con i Verdi, che hanno trionfato col 17,8% (+9,2 rispetto al 2013), ma forse anche con i Freie Waehler, politicamente più affini e fra i vincitori della serata con l’11,6% (+2,6).

È stato duramente ridimensionata  dalle urne anche la Spd che assieme alla Cdu di Angela Merkel forma la Grande Coalizione, il governo federale che regge il Paese. La Spd ha visto il suo consenso dimezzato rispetto a cinque anni fa (con il 9,7% dei voti). Così al secondo posto, dopo la Csu si sono piazzati i Verdi, protagonisti di una rimonta di quasi dieci punti percentuali.

Il prossimo parlamento bavarese sarà quindi composto da 205 seggi, ripartiti come segue, in base ai risultati elettorali: Csu 85 seggi, Verdi 38, Freie Waehler 27, Spd 22, Afd 22, Fdp 11. L’affluenza alle urne è stata del 72,5% degli aventi diritto, contro il 63,6 di cinque anni fa. Erano chiamati alle urne oltre 9,4 milioni di elettori.

Il segretario generale della Csu, Markus Blume, ha detto: “Giornata amara. Risultato che accettiamo con umiltà e dal quale dovremo trarre lezioni”.

Markus Soeder, candidato di spicco del partito alle elezioni, ha detto. “L’elettorato, tuttavia, ci ha affidato il chiaro compito di formare un governo… accettiamo questo compito”. Il leader del partito e ministro dell’Interno federale, Seehofer si è pronunciato in favore di una coalizione con i Liberi Elettori (Freie Waehler) senza escludere la volontà di parlare con tutte le forze democratiche, ad eccezione di Afd. L’estrema destra Afd è entrata per la prima volta nel parlamento regionale bavarese, con il 10,2% e lo stesso numero di seggi dell’Spd. Ha ottenuto l’11,6% delle preferenze la lista civica Freie Waehler, considerata potenziale futura alleata della Csu in una coalizione, così come potrebbero esserlo i Liberali della Fdp, che con il 5,1% delle preferenze hanno superano di poco la soglia di sbarramento e sono tornati a sedere nel parlamento bavarese. Come anticipato dai sondaggi della vigilia, Die Linke, con il 3,5% delle preferenze, al di sotto dello sbarramento, non è entrata in parlamento .

Salvatore Rondello

La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Syusy Blady sostiene la “Lista Insieme”

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“Come molti ero tentata di non votare, ma non avere in Parlamento un Verde è una cosa che non mi va giù, è antistorica. Pertanto voterò la lista Insieme che mette al centro del suo programma l’ambiente e il lavoro”. Così l’attrice, scrittrice e conduttrice televisiva Syusy Blady, intervenendo oggi al Mercato de Erbe di Ancona alla presentazione della Lista Insieme, che raccoglie socialisti, i Verdi e i civici prodiani, che correranno per la coalizione di centrosinistra.

“Ieri sera – ha continuato – ho incontrato a Pesaro molti amministratori che si battono per valorizzare il turismo e l’ambiente. Credo che questa sia la strada giusta”. Con lei il candidato per il Collegio uninominale al Senato di Fano, Pesaro e Senigallia Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi. “Abbiamo scelto questo mercato come luogo simbolo per ribadire il nostro impegno in favore dell’agricoltura, dello sviluppo del biologico e delle produzioni locali – ha detto – ma più in generale vogliamo evidenziare come i blocchi stradali e ferroviari causati in questi giorni dalla neve abbiano dimostrato l’incapacità della politica italiana di mettere in campo reali adattamenti ai cambiamenti climatici. Dobbiamo investire nel paesaggio e nel turismo a partire dal ripristino dell’asse ferroviario Fano-Urbino, perché è impensabile che la città di Raffaello sia isolata dal resto delle Marche e dell’Italia”.

Tra i candidati presenti oggi anche Marco Polita di Area civica (capolista Collegio proporzionale Senato Marche), la socialista Francesca Marconi Sciarroni (capolista alla Camera Collegio proporzionale 1 Ascoli-Macerata), Diego Lucchetti (Verdi), Marina Maurizi (Psi). Presente all’incontro Gianluca Carrabs, già assessore regionale dei Verdi nelle Marche.

È morto Carlo Ripa di Meana. Ambientalista e socialista

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E’ morto, all’età di 88 anni, Carlo Ripa di Meana, a meno di due mesi dalla scomparsa della moglie Marina. Di idee progressiste, dal 1953 al 1956 Ripa di Meana, per conto del PCI, dirige a Praga la rivista dell’Unione Internazionale degli Studenti, World Student News. A Praga incontra Bettino Craxi. Nel 1957 fa il libraio Feltrinelli a Pisa, e a Forte dei Marmi durante l’estate, fino a quando, nel 1960, Giangiacomo Feltrinelli lo chiama per l’apertura della prima sua libreria a Milano. Dal 1958 al 1960 Ripa di Meana dirige la rivista Passato e Presente (Boringhieri editore), nata attorno alla figura di Antonio Giolitti. Ripa di Meana segue lo stesso percorso, aderendo alla corrente di “Impegno socialista” ed entrando nel comitato centrale del PSI.

Nel 1963, mentre è redattore per la Rizzoli a Milano, incomincia a frequentare il Club Turati, di cui diverrà segretario. Nelle elezioni regionali del 1970 in Lombardia, le prime della storia dell’Italia repubblicana, Ripa di Meana viene eletto consigliere del PSI e viene nominato presidente della commissione statuto e presidente del gruppo socialista. Dal 1974 al 1979 Ripa di Meana è presidente della Biennale di Venezia, riformata dopo la contestazione studentesca. In questo periodo nel PSI si avvicina alla posizione politica del segretario Bettino Craxi. Propone e realizza nel 1977, tra molte difficoltà e l’esplicita opposizione del governo sovietico la Biennale del Dissenso.

Dal 1979 al 1984 Ripa di Meana è deputato socialista al Parlamento europeo, mentre dal 1985 al 1992 diviene Commissario europeo alla cultura e all’ambiente nelle Commissioni Delors I e Delors II. Nel biennio 1992-93 è Ministro dell’ambiente nel primo governo Amato. Dal 1993 al 1996 Ripa di Meana è portavoce nazionale dei Verdi, per i quali è nuovamente eletto deputato al Parlamento Europeo fino al giugno 1999.

Roma. La Raggi vieta i diesel. Bonelli: “Solo uno spot”

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Se l’aria di Roma è inquinata la colpa è dei motori diesel. E solo di quelli privati. Tant’è che la sindaca Raggi, di ritorno dal viaggio in Messico dove ha partecipato a degli incontri sull’ambiente, ha annunciato lo stop ai veicoli privati a gasolio nel centro storico di Roma a partire dal 2024. “Roma ha deciso di impegnarsi in prima linea e a Città del Messico, durante il Convegno C40, ho annunciato che, a partire dal 2024, nel centro della città di Roma sarà vietato l’uso di veicoli privati alimentati a diesel”. Ovviamente l’impegno della Raggi vale solo per i mezzi privati e quindi non sul trasporto pubblico. E tenendo conto che l’accesso al centro storico della capitale ai mezzi privati è già limitato, l’effetto reale sull’inquinamento sarebbe di basso impatto. E soprattutto a costo zero per il comune che scaricherebbe gli oneri sui cittadini.

“Le nostre città rischiano di trovarsi di fronte a sfide inattese. Assistiamo sempre più spesso a fenomeni estremi: siccità per lunghi periodi, come sta avvenendo nel Lazio; precipitazioni che in un giorno possono riversare sul terreno la pioggia di un mese intero; o anche nevicate inusuali a bassa quota come quelle che in questi giorni stanno investendo l’Italia. Per questo dobbiamo agire velocemente. Insieme alle altre grandi capitali mondiali, Roma ha deciso di impegnarsi in prima linea e a Città del Messico. Se vogliamo intervenire seriamente dobbiamo avere il coraggio di adottare misure forti. Bisogna agire sulle cause e non soltanto sugli effetti”, conclude il post.

Una questione, quella dell’inquinamento e dello smog, è drammatica. “Non può – afferma in una nota Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi e tra i promotori della Lista Insieme – essere risolto unicamente con post sui social che non hanno alcun valore, non è un reality show e quando si annunciano iniziative così importanti lo si fa con delibere e atti amministrativi vincolanti, non sui social network. Attendiamo atti amministrativi vincolanti formali.” “In ogni caso – dice ancora Bonelli – tengo a precisare che nell’annuncio della sindaca si fa menzione al divieto per le sole macchine private: i mezzi pubblici diesel dell’Atac sono altamente inquinanti. Un autobus diesel inquina quanto 300 auto, quindi tale divieto dovrebbe riguardare anche i mezzi pubblici presenti attualmente nella flotta. Programmando la loro sostituzione con mezzi ecologici. Come Verdi e Lista Insieme – conclude Bonelli – da alcuni mesi abbiamo lanciato una proposta di legge iniziativa popolare in cui chiediamo l’abolizione motore a scoppio entro il 2030 su tutto il territorio nazionale, proposta sulla quale abbiamo già raccolto 30.000 firme”. “Come Verdi e Lista Insieme – conclude Bonelli – da alcuni mesi abbiamo lanciato una proposta di legge iniziativa popolare in cui chiediamo l’abolizione motore a scoppio entro il 2030 su tutto il territorio nazionale, proposta sulla quale abbiamo già raccolto 30.000 firme”.

Un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani

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Qui di seguito pubblichiamo la  lettera aperta al presidente Mattarella inviata dal candidato della Lista Insieme Maurizio Bolognetti. 

Signor Presidente,

da 32 giorni(dalla mezzanotte del 26 gennaio) sono in sciopero della fame. Sto dando corpo a una iniziativa nonviolenta, alla mia fame e alla mia sete di democrazia, per rivendicare il rispetto dell’art. 294 del Codice Penale.

Di tutta evidenza, in questa campagna elettorale si sta perpetrando un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani. Stiamo assistendo attoniti, per l’ennesima volta, alla sostanziale rimozione di idee, programmi, storie personali e collettive e contenuti. In una campagna elettorale quanto mai povera di dibattiti e confronti, temo che senza un suo autorevole richiamo i cittadini finiranno per recarsi alle urne senza aver avuto la reale possibilità di conoscere, per poter adeguatamente valutare, le proposte formulate da alcuni attori presenti in questa campagna elettorale. Alla luce dei dati diffusi dall’Agcom, sui quali pure molto ci sarebbe da dire, appare evidente che alcune forze politiche abbiano goduto e stiano godendo di un trattamento privilegiato da parte degli organi di informazione radio televisivi pubblici e privati, oltre che da parte della carta stampata. Questa disparità d’accesso ai mezzi di informazione, inevitabilmente, sta falsando il gioco democratico e si sta traducendo in un inganno perpetrato ai danni dei cittadini italiani.

Signor Presidente, ciò che da sostanza e forza alla parola democrazia é l’einaudiano conoscere per deliberare ed é altrettanto vero che il diritto alla conoscenza é un inviolabile diritto umano e civile.

Signor Presidente, nel luglio del 2015 Lei ritenne di dover onorare un’importante iniziativa del Partito Radicale – la Seconda Conferenza Internazionale sulla “Universalità dei Diritti Umani per la transizione verso lo Stato di Diritto e l’affermazione del Diritto alla Conoscenza” – inviando all’attenzione degli organizzatori uno straordinario messaggio. Nel testo di quella sua missiva Lei tra l’altro affermava: “La conoscenza – e il diritto alla conoscenza – è un tema emergente della nostra epoca, che merita attenzione a livello dello stesso sistema delle Nazioni Unite”.

Ecco, signor Presidente, Le chiedo di far ascoltare nelle prossime ore la sua autorevole voce, per ricordare a tutti che democrazia fa rima con diritto alla conoscenza e che una campagna elettorale che voglia rispettare minimi standard democratici deve garantire parità d’accesso ai mezzi d’informazione. Una parità che di certo non è stata garantita alla Lista Insieme e non solo alla Lista Insieme.

Nell’articolo 294 del Codice Penale, opportunamente voluto dal nostro legislatore, si afferma che va perseguito “Chiunque con violenza, minaccia o inganno impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico, ovvero determina taluno a esercitarlo in senso difforme dalla sua volontà”.

Signor Presidente, in questa campagna elettorale c’è “inganno”. Un inganno perpetrato ai danni del popolo sovrano e della democrazia.

Si, c’è tutto l’inganno in una campagna elettorale che vive soprattutto di slogan e tentativi di alimentare paure e odi.

Confidando nella sua nota capacità di ascolto e di attenzione, colgo l’opportunità di questa mia missiva per auguraLe buon lavoro.

Maurizio Bolognetti

Bonelli: “Ecologia, lavoro, innovazione le priorità”

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Angelo Bonelli, Verdi, assieme a Riccardo Nencini, Psi, e Giulio Santagata, Area Civica, è uno dei tre promotori della Lista Insieme, che fa parte dell’alleanza di centrosinistra per le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Bonelli è candidato al Senato nel collegio uninominale Pesaro-Fano-Senigallia.

Può sembrare inutile ricordare questi particolari, ma non è così visto l’esilio forzato cui siamo costretti da stampa e televisioni che raramente parlano di noi, anzi che normalmente non parlano di noi. A questo proposito ricordiamo che il 14 febbraio scorso Bonelli ha iniziato uno sciopero della fame per protestare contro questa esclusione. “In questa campagna elettorale – ha dichiarato – noi della Lista Insieme siamo stati espulsi dai contenitori di informazione e con noi i temi dell’ambiente, del lavoro, dell’innovazione e tutte le tematiche sociali”. Non è una lamentela infondata, questa, perché i dati dell’Osservatorio di Pavia parlano chiaro: la Lista Insieme ha zero presenze tra i grandi contenitori di informazione tipo “Carta bianca”, “Che tempo che fa”; mentre Meloni e Bonino hanno molti passaggi in televisione così come i grandi partiti. Giovedì sera il segretario Nencini ha partecipato a Porta a porta di Bruno Vespa, accompagnato da Angela, una testimonial sorda in rappresentanza di quell’Italia migliore ma ignorata. E proprio “Diamo voce all’Italia senza voce” è lo slogan della nostra campagna elettorale. Ma chi dà voce a noi? Due esempi dell’oblio in cui sembra sia stata condannata la nostra lista. Avantieri il segretario Nencini ha postato su facebook una riflessione che riportiamo integralmente. “Gli elettori, per decidere, devono conoscere i programmi dei partiti. Se vai su Repubblica online scopri che INSIEME è stata cancellata, che la coalizione di centro-sinistra è composta da due partiti benché i partiti siano quattro. C’e’ chi taroccava le foto per eliminare personaggi scomodi e chi addirittura tarocca la scheda elettorale procurando un danno alla coalizione riformista. Morale: in Italia il voto è libero e segreto. E compromesso dalla disinformazione”.

Mentre Giorgio Burdese, sempre su facebook, ha postato ieri: “La Nazione si accoda a Repubblica per non dare informazione su Insieme? Spero che il silenzio renda compatti i socialisti per orgoglio”.

Questi fatti dovrebbero spingerci a fare una campagna elettorale più capillare possibile. Noi, anche per contrastare questa carenza di informazione, abbiamo intervistato Angelo Bonelli proprio sul tanto ignorato (dagli altri) programma elettorale della Lista Insieme.

Bonelli, Insieme è solo un’alleanza elettorale o un progetto politico per la prossima legislatura?
Noi vorremmo che diventasse un progetto a lungo termine. Ma questo dipende dal risultato elettorale, dal consenso e dal sostegno che ci daranno gli elettori.

Dopo tanto nicchiare, Romano Prodi è sceso in campo qualche giorno fa. “Sono qui a Bologna per sostenere la coalizione di centrosinistra, ma soprattutto la Lista Insieme. È il mio sogno, quello di vedere unito il centrosinistra”. Lo giudicate un fatto positivo?
Questo è un passaggio fondamentale. Romano Prodi ha compiuto un atto di grande generosità riconoscendo che noi di Insieme vogliamo costruire un nuovo centrosinistra, perché noi siamo un’alleanza che è nata per unire e non per emarginare. Nonostante il blocco mediatico attuato contro di noi dai grandi contenitori politici televisivi, Insieme rappresenta un’alternativa importante, un punto di riferimento per quell’elettorato che non vuole votare il centrodestra e, contemporaneamente, una scelta di discontinuità con il passato che si rivolge a quegli elettori che hanno smesso di votare il centrosinistra, in particolar modo il Pd.

Quali sono i punti del programma che contraddistinguono Insieme, in alternativa alle proposte del Pd?
Ecologia, lavoro, innovazione, sicurezza sociale, agricoltura con la difesa delle produzioni tipiche: questi sono i cinque pilastri del nostro programma.

Mi sembra che l’ecologia, ultimamente, sia stato un argomento un po’ messo da parte dalla politica…
Sicuramente. Il tema dell’ecologia è uno dei nostri cavalli di battaglia anche perché nell’ultima legislatura il centrosinistra non ha brillato su questo argomento. Senza dimenticare i sei milioni di italiani che vivono in zone contaminate da vari tipi di inquinamento. Ma di ecologia in questa campagna elettorale non si è mai parlato, nel senso che ne parliamo solo noi. Grandi protagonisti, invece, sono i predicatori di odio e di paura, veri professionisti come la Lega. Poi ci sono quelli che vorrebbero legalizzare l’illegalità, tipo Forza Italia e 5Stelle che parlano di abusivismo di necessità. Una cosa che non esiste perché lo Stato deve difendere i cittadini onesti, quelli che fanno le cose in regola e che non possono né devono pagare per gli abusivi.

Altre proposte su ecologia e ambiente?
Incentivare l’auto elettrica per arrivare a rottamare il motore a scoppio. Interventi per l’agricoltura e la sicurezza alimentare, così da difendere le produzioni tipiche e garantire la biodiversità. E da creare nuovi posti di lavoro. Puntare maggiormente sulle energie rinnovabili e rompere il monopolio Enel facendo diventare auto-produttrici di energia elettrica le famiglie. Questa potrebbe essere la grande rivoluzione del futuro: trasformare le famiglie da consumatori a produttori di energia elettrica, con tutti i vantaggi anche economici che ne conseguono.

Nel programma ci sono anche la sicurezza sociale e il lavoro. Quali sono i punti più importanti?
Per quanto riguarda la sicurezza sociale pensiamo soprattutto alla carenza di assistenza alle persone non autosufficienti, giovani e anziani, e ai loro famigliari. Soprattutto per alcune patologie degenerative, che non godono di sufficiente attenzione anche se sono in costante aumento tra gli anziani. Inoltre, noi non condividiamo il blocco degli investimenti pubblici per cinque anni proposto da +Europa. Sarebbe un massacro sociale, soprattutto per la sanità e la scuola. Al contrario, bisogna verificare con l’Unione europea la possibilità di stare nel rapporto deficit/Pil senza rinunciare a questo tipo di investimenti.

La legge elettorale non piace a nessuno. Ce la dobbiamo tenere per forza?
Andiamo al voto con una brutta legge. Ritengo che il prossimo Parlamento debba occuparsi di una nuova legge elettorale che garantisca con maggior precisione di questa la formazione di una maggioranza stabile e di un governo duraturo.

Antonio Salvatore Sassu

Parla Bolognetti, radicale candidato con Insieme

bolognetti tagliato

“Ho iniziato uno sciopero della fame il 26 gennaio. Ora lo sciopero si è esteso anche  a quello della sete (alterno 24 ore di sete a 24 ore di fame) da venerdì scorso, per alzare l’asticella del dialogo. La nonviolenza è dialogo e noi stiamo dialogando con le nostre Istituzioni attraverso i nostri corpi. Ci battiamo in difesa dello Stato di diritto, della Legge, della Costituzione, del diritto al poter conoscere per deliberare”.

Maurizio Bolognetti, radicale, segretario di Radicali Lucani, membro della Presidenza del Partito Radicale e Consigliere dell’Associazione Coscioni, è capolista al Senato con la Lista Insieme. Parliamo con lui partendo da un tema a lui molto a cuore: la legalità. “Sono due gli obiettivi: primo la piena attuazione della riforma dell’ordinamento penitenziario sollevato da Rita Bernardini. Ma aggiungo un altro punto: il diritto umano e civile di un popolo di poter conoscere per deliberare. A me sembra evidente che in questa campagna elettorale sia in atto un attentato ai diritti civili e politici dei cittadini italiani nella misura in cui essi non hanno la possibilità di conoscere programmi, proposte, candidati. Dov’è il dibattito? Dove sono i contenuti? Se penso alla ricca proposta avanzata da Insieme nel programma che è stato depositato, dico che è stata pressoché cancellata, rimossa. Vorrei che i cittadini potessero valutarci conoscendoci. Democrazia fa rima con diritto alla conoscenza. Le cose peggiori nella storia dell’umanità coincidono anche con la rimozione della memoria.

Come giudichi la campagna elettorale alla quale stiamo assistendo?
Siamo di fronte a delle fiammate su un fatto di cronaca per alimentare paure e odi. Ma il pensiero dov’è? La riflessione dov’è? È una campana elettorale che nasce male anche a causa della legge elettorale che è stata cambiata a ridosso della scadenza elettorale e quindi contro le regole del codice di buona condotta in materia elettorale che il nostro Paese ha sottoscritto. Quel codice prevede che le leggi elettorali non vengano cambiate a meno di un anno dal voto.

Torniamo al dibattito negato…
Vogliamo parlare di ecologia, vogliamo parlare di diritti umani, delle tante cose di cui si compone la proposta della Lista Insieme. Bisogna porre anche il discorso della qualità della democrazia. La nostra Costituzione, che molti definiscono la più bella del mondo, è stata nel corso degli anni sostituita dalla Costituzione materiale. Anche la storia dell’indicazione del premier fa un po’ sorridere. Questa prerogativa sappiamo bene a chi appartiene. A me sarebbe piaciuto per esempio andare a votare con il Matterellum. In generale ho spiccata predilezione per i sistemi elettorali di Usa e Gran Bretagna, ma potrebbe andarmi bene anche un doppio turno alla francese.

La Legge elettorale in Italia è sempre stata terreno di scontro. In Germania o in Francia si usa la stessa dal dopoguerra. Da noi invece c’è sempre chi la vuole cambiare. Perché?
Perché ogni volta scatta un meccanismo per tentare di salvare il proprio interesse particolare, magari commettendo degli errori clamorosi. E lo abbiamo visto. Si tenta a volte di cucirsi addosso un abito su misura. Magari, con questa logica, anche l’attuale legge elettorale tra qualche anno verrà cambiata. Penso che tra i compiti di Insieme, in Parlamento, dovrà trovare spazio anche questo. Quello del giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità.

Quale deve essere il ruolo della Lista Insieme nel centrosinistra? Su cosa si differenzia dal Pd?
Dando  una rapida occhiata al programma della Lista Insieme si vede che le differenze ci sono. Per come la vedo io una differenza forte sta nel porre al centro dell’attenzione una questione un po’ dimenticata. Quella dello stato sociale: bisogna parlare di welfare di welfare to work che era uno dei punti qualificanti della proposta della Rosa nel Pugno. Interrogarsi anche sulla necessità di una politica che possa fare realmente da argine a poteri che sono transnazionali e che rischiano di rendere assolutamente marginali parlamenti e governi. Uno dei punti qualificanti della Lista Insieme che sicuramente ci differenzia da tutti gli altri è il pacchetto sull’ecologia. Una Lista ove vi è una storia socialista, una storia ambientalista, una esperienza civica e anche una piccola storia radicale.

Perché in Italia è così difficile parlare di diritti civili?
Primo perché i benaltristi sono sempre tanti. Quelli che pensano che le priorità siano sempre altre. Attenzione, ci stavano anche ai tempi dei divorzio. Allora dicevano che il paese non era pronto. Ma qui si torna al discorso del dibattito negato. Come potrebbe il Paese non essere interessato a temi che riguardano tutti? Per esempio il tema della amministrazione della giustizia, che, numeri alla mano, coinvolge direttamente milioni di famiglie. Di questo dato però non vi è consapevolezza perché il dibattito vero sui processi che si accumulano, sulla violazione dell’articolo 111 sulla ragionevole durata dei processi, e su come tutto questo penalizza il sistema paese anche in termini di crescita e di Pil, non è mai stato fatto. Anche se a me, che sono un sognatore, piacerebbe più iniziare a parlare di Fil. Felicità interna lorda…

Tu vieni dal mondo e dalla esperienza radicale. Perché questa tua scelta di candidarti con la Lista Insieme?
Scelgo ovviamente il campo verso il quale sento maggiori affinità. Non che dall’altra parte non vi siano compagni con i quali ho sensibilità in comune. Penso per esempio all’Associazione Coscioni. Però la soluzione + Europa non è esattamente nelle mie corde. Sento più affinità con le storie socialiste. Anche per cultura e per crescita personale.  All’interno di questa lista mi è sembrato di vedere la possibilità che alcune mie idee e analisi di sistema potessero avere diritto di cittadinanza e magari riflessione e discussione. La mia opinione è che tra socialisti e radicali vi è una storia infinita. Una esperienza che potrebbe essere nuovamente riempita di contenuti riprendendo dei temi che mi sembrano tutt’altro che passati e scaduti

Daniele Unfer

Fassino, Ds superstite del Pd renziano in crisi

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione». È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)