Manovra, il monito del Quirinale

quirinale

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricordato l’articolo 97 della Costituzione. Lo ha fatto in occasione dell’incontro con i partecipanti dell’iniziativa ‘Viaggio in bicicletta attorno ai settanta anni della Costituzione Italiana’.

Il Presidente Sergio Mattarella ha affermato: “La Costituzione rappresenta la base e la garanzia della nostra libertà, della nostra democrazia. Detta le regole della nostra convivenza e indica i criteri per i comportamenti e le decisioni importanti, come quelle da assumere in questi giorni. La Costituzione italiana, la nostra Costituzione, all’articolo 97 dispone che occorre assicurare l’equilibrio di bilancio e la sostenibilità del debito pubblico. Questo per tutelare i risparmi dei nostri concittadini, le risorse per le famiglie e per le imprese, per difendere le pensioni, per rendere possibili interventi sociali concreti ed efficaci. Avere conti pubblici solidi e in ordine è una condizione indispensabile di sicurezza sociale, soprattutto per i giovani e per il loro futuro”.

I due vicepremier Salvini e Di Maio hanno replicato al Presidente Mattarella con toni tranquillizzanti ma anche poco riguardosi.

Salvini, dal palco della festa della Lega a Latina, ha detto: “La Carta non impedisce un cambio di rotta. Mattarella stia tranquillo. Dell’Europa me ne frego. Stiamo smettendo di governare il Paese da servi come ha fatto per anni la sinistra. La manovra economica stavolta la facciamo da Roma e per gli italiani”. Dopo aver promesso che cambierà la legge Fornero, il vicepremier ha aggiunto: “questo lo devono capire a Bruxelles, a Berlino e anche in qualche colle di Roma…”. Il riferimento a Sergio Mattarella è stato accolto da fischi e ‘buu’ dalla folla.

Salvini ha poi detto: “Sono d’accordo sull’elezione diretta del presidente della Repubblica e con l’elezione dei magistrati. Bisogna lavorarci”.

Nella stessa giornata il ministro Salvini ha anche detto: “Se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare me ne frego e lo faccio lo stesso, aveva detto in giornata il ministro. La Costituzione impedisce forse di cambiare la legge Fornero, di ridurre le tasse alle Partite Iva e alle imprese, di aumentare le pensioni di invalidità, di assumere migliaia di poliziotti, carabinieri e pompieri, di aiutare i giovani a trovare un lavoro? Non mi pare. Stia tranquillo il Presidente, dopo anni di manovre economiche imposte dall’Europa che hanno fatto esplodere il debito pubblico (giunto ai suoi massimi storici) finalmente si cambia rotta e si scommette sul futuro e sulla crescita. Con equilibrio, con orgoglio e con coraggio. Prima gli Italiani, si passa dalle parole ai fatti!”.

Anche il ministro Luigi Di Maio, in sintonia con Salvini, ha così risposto al monito del Capo dello Stato sull’equilibrio dei conti: “Mattarella non deve preoccuparsi. Questa ‘manovra del popolo’ ha proprio la finalità di creare le condizioni per poi poter ridurre questo debito. Oltre 2300 miliardi di euro di debito pubblico creato proprio dagli stessi che ora hanno pure la faccia di parlare. Sono anni che si fanno manovre contro i cittadini a favore delle banche in deficit. Per una volta che il deficit lo si fa per dare ai più deboli, sono tutti pronti a criticare”.

Franceso D’Uva, capogruppo del M5S alla Camera, ha scritto su Twitter: “Conti in ordine sì, ma senza austerità e tagli lineari che hanno già dimostrato, non solo in Italia, di essere una ricetta fallimentare. Sarà la prima manovra espansiva dopo anni di grandi sofferenze per il nostro Paese”.

Anche il premier Giuseppe Conte difende la manovra affermando: “Abbiamo gettato le basi per una manovra seria e coraggiosa, che guarda alla crescita nella stabilità dei conti pubblici. Una manovra che vuole offrire una risposta alla povertà dilagante, ai pensionati, alle famiglie, ai risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie, che non taglia un euro al sociale né alla sanità. Una manovra che inizia ad abbassare le tasse e che scommette sul più grande piano di investimenti della storia repubblicana. Una manovra che segna la svolta per il rilancio del Paese e lo sviluppo sociale”.

Il presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, intervistato da Radio Capital, ha detto: “Il punto non è sforare in termini di deficit, il punto è spiegare lo sforamento, se lo sforamento comporta più crescita e più occupazione per il Paese, cosa che renderebbe sostenibile la manovra per ridurre il debito e per incrementare crescita e occupazione. Questo è il messaggio: se lo è spiegatelo caro Governo, se non lo è correte ai ripari e modificate la vostra linea di azione perché se fosse solo ricorso al deficit per fare i punti che sono oggetto dei fini di Governo, quindi incremento del debito pubblico, né il mercato ci farà uno sconto, né l’Europa. Il ministro Giovanni Tria, in linea teorica dice cose condivisibili bisogna però entrare nel merito dei provvedimenti. Quanto in termini di risorse questa manovra prevede per la crescita, con quali provvedimenti? Quale è il quantum delle risorse legato allo sviluppo ed alla crescita?”.

Le affermazioni di Salvini e Di Maio, falsamente ignorano tutte le lotte della sinistra, e del Partito Socialista in particolare, fatte in più di un secolo per l’emancipazione dei lavoratori. Ignorano che il debito pubblico esistente è servito a dare un benessere sociale, soprattutto alle fasce più deboli. Le politiche Keynesiane hanno determinato l’indebitamento del bilancio dello Stato, ma hanno garantito benessere e sviluppo economico. Ma ancora peggio, i due vicepremier, come se fossero i consoli della Repubblica dell’antica Roma, si atteggiano a unici difensori dei deboli e degli oppressi che la sinistra avrebbe oltraggiato. Settantacinque anni fa l’Italia era un cumulo di macerie, ma né Salvini e né Di Maio se lo ricordano perché non erano ancora nati, o perché non lo hanno neanche studiato a scuola o semplicemente perché non fa comodo ricordarlo. Le accuse pesantemente false, in un periodo di crisi economica e disagio sociale, attraggono i consensi popolari come la storia ci insegna. Adesso, i due vicepremier sono disposti a tutto pur di affermare il loro ‘successo’ politico: non ci sarà Europa che regga, non ci saranno pareri e valutazioni di economisti di chiara fama, e la preoccupazione maggiore è che non terranno conto neanche della Costituzione. Ci sono buoni motivi per poter pensare che la manovra del governo giallo-verde è soltanto l’inizio di un vero e proprio colpo di stato che con grande lucidità viene messo gradualmente in atto e che verrebbe ultimato con il cambiamento della Costituzione.

Salvatore Rondello

Decreto per Genova. I nodi del ponte Morandi

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Il decreto per Genova  esaminato dal Cdm prevede un nuovo commissario straordinario per definire gli interventi urgenti per l’affidamento dei lavori di ricostruzione del ‘Ponte Morandi’ avvalendosi dei poteri di sostituzione e di deroga. Aiuti ai privati, sconti fiscali, sostegno  alle piccole e micro imprese, al trasporto pubblico locale, alle attività del porto, sono alcune delle misure contenute. Il piano  di sicurezza delle autostrade sarà fatto ogni due anni. In bozza ci sono i compiti alla nuova  Agenzia, tra cui il monitoraggio e la vigilanza sui lavori.

Toti ha attaccato: “Troppa  fretta e inesperienza”. Boccia (Confindustria): “Se il ponte non  si fa entro l’anno è colpa del governo”. Nel Dl per Genova, fatto in 16 articoli, è anche prevista l’istituzione di una Zes (zona economica speciale) e di una zona logistica speciale per il porto. Sono previste esenzioni per chi ha immobili o attività nella ‘zona rossa’ e la sospensione fino a fine 2019 delle notifiche di cartelle e della riscossione.

Tra Autostrade e Spea Engineering si parlava di criticità del ponte Morandi già tre anni fa. Le comunicazioni, informali, avvenivano via mail o chat e sarebbero state in termini discordanti rispetto alle comunicazioni ufficiali. E’ quanto emerge dalle analisi che gli uomini del primo gruppo della guardia di finanza stanno effettuando sulla documentazione acquisita nelle scorse settimane.

Per il piano sicurezza autostrade è previsto di stilare un piano nazionale per l’adeguamento e lo sviluppo di strade e autostrade, da aggiornare ogni due anni, anche attraverso il monitoraggio sullo stato di conservazione e sulle necessità di manutenzione delle infrastrutture. E’ uno dei compiti della nuova Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa) che sarà istituita con il ‘decreto urgenze’. Nella bozza si prevede che l’agenzia effettui anche la vigilanza tecnica sull’esecuzione dei lavori e sovrintenda alle ispezioni di sicurezza.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, concludendo il convegno organizzato a Torino da Confindustria Piemonte a sostegno della Torino-Lione, ha affermato: “Se il nuovo ponte non sarà fatto entro un anno sarà colpa di questo governo. Bisogna cominciare anche a parlare di colpe future. Ognuno si prenda le proprie responsabilità”.

Danilo Toninelli, il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, nella trasmissione Rai ‘Porta a Porta’, ha detto: “Autostrade non metterà neanche una mattonella nella ricostruzione del ponte ma dovrà pagare. Il ponte lo ricostruirà lo Stato e accanto a Fincantieri ci sarà probabilmente Italferr, che da decenni fa attività di ricostruzione”.

Il presidente di Autostrade, Fabio Cerchiai, in un’intervista al ‘Messaggero’, ha detto: “Secondo la convenzione,  Autostrade ha l’obbligo e il diritto di provvedere nel tempo più breve possibile alla  ricostruzione del ponte. Così come il ministro dei Trasporti ha l’obbligo di documentare eventuali violazioni del concessionario, cosa che fino ad oggi non ha fatto. Siamo aperti ad ogni contributo che possa aiutare a ricostruire il ponte prime e meglio. Fincantieri è benvenuta”. Sulle ipotesi di modifica unilaterale della convenzione con il governo, Cerchiai ha osservato: “Cambiare per decreto regole sulle quali i grandi investitori internazionali fanno affidamento per i loro investimenti, aprirebbe un capitolo pericoloso sul piano della credibilità del paese. Chiunque può comprendere che non è solo un problema che riguarda Autostrade. Inoltre se il governo non dovesse rispettare quanto previsto dalla convenzione non potremmo restare inerti, dovremmo tutelarci. Tra l’altro vorrei ricordare che noi agiamo nell’interesse di circa 31mila lavoratori e 55mila azionisti, piccoli e grandi, italiani e stranieri”.

Quanto ad un’interlocuzione con il governo, Cerchiai ha detto: “Saremmo felici di sedere attorno ad un tavolo”. E sui rischi per il viadotto prima del crollo, Cerchiai ha spiegato: “Del ponte si sono occupati in tanti: le strutture tecniche di Autostrade, i progettisti di Spea, una serie di consulenti esterni di livello internazionali, le strutture del ministro, da nessuno di loro è stata mai evidenziata una situazione di urgenza”. Sul crollo del ponte ha detto: “Purtroppo una tragedia terribile e l’aggettivo prescinde da qualunque considerazione sugli accertamenti delle responsabilità che eventualmente emergeranno”.

L’arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco, in una intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha detto: “Il mondo guarda a Genova e all’Italia. L’essenziale è fare presto: qualunque ritardo per motivi di competizione politica o economica sarebbe imperdonabile, non si specula sui morti. Penso alla gente e alla città. La gente anzitutto. Duecentocinquanta famiglie sfollate da una cinquantina di caseggiati vicini ai monconi del ponte. Le amministrazioni stanno cercando tutti gli alloggi possibili e noi stessi, come Chiesa, ci stiamo impegnando. Ma queste persone desiderano rimanere nel loro quartiere e bisogna tenerne conto il più possibile, cercare al più presto soluzioni vicine e ricostruire il quartiere”.

Domani siamo già ad un mese dal crollo del ponte ed ancora una volta, l’atteggiamento del governo rischia di allungare i tempi. Non si sa chi sarà il nuovo Commissario e quali poteri gli verranno conferiti. Contestualmente si vuol fare nascere una nuova Agenzia ma non si tiene conto dei tempi necessari per renderla operativa. L’esclusione di Autostrade rischia di allungare i tempi di realizzazione per possibili liti giudiziarie. Inoltre, le spinte governative sulle nazionalizzazioni vengono dichiarate senza sapere con quali coperture di bilancio potranno essere fatte. Di certo, sarà sempre più difficile che possano arrivare nuovi capitali dall’estero per essere investiti nel nostro Paese. Il viaggio di Tria in Cina non ha portato nuovi capitali stranieri da investire nel nostro Paese, anzi sarà l’Italia a dare un contributo allo sviluppo della Cina.

Salvatore Rondello

LINEA MORBIDA

conte salvini di maioIl cambio di rotta è quantomai repentino. Nel giro di poco tempo il programma rivoluzionario del governo è diventato un mero ricordo. È Salvini a dettare la nuova linea. “Intendiamo presentarci ai mercati e all’Europa con una legge di bilancio seria che faccia crescere l’economia di questo paese nel rispetto di tutti i vincoli Ue. È chiaro che non faremo tutto subito, né gli italiani se lo aspettano. Ci saranno opzioni a un anno, a due anni e a tre anni“. Il leader leghista e vicepremier Matteo Salvini, intervistato dal Sole 24 Ore, allunga i tempi per la realizzazione delle promesse elettorali e conferma la nuova linea morbida nei confronti di Bruxelles inaugurata martedì sera. Oggi a Palazzo Chigi si è svolto il vertice di maggioranza tra il premier Giuseppe Conte e i suoi due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Tra i temi al centro della riunione, le priorità della manovra economica. Sono presenti anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, quello dell’Economia, Giovanni Tria, e quello degli Affari Europei, Paolo Savona. Moavero viene dalla scuola di Mario Monti a da sempre vede nell’Europa l’unico faro da seguire. Non a caso fu ministro per gli affari europei durante il governo del professore ora Senatore a vita, con il compito di recepire quanto veniva da Bruxelles per portarlo pari pari al consiglio dei ministri.

Il presidente del Consiglio Conte ogni tanto si ricorda di essere alla guida del Governo e si lascia andare in qualche dichiarazione. Solitamente lo fa quando deve tranquillizzare i mercati. “Nell’incontro di questa mattina – ha detto – abbiamo continuato a lavorare alla manovra economica e ci aggiorneremo anche domani. Stiamo approfondendo tutti i dettagli per varare un piano finanziario che tenga i conti in ordine e che consenta al Paese di perseguire un pieno rilancio sul piano economico-sociale: la nostra sarà una manovra nel segno della crescita nella stabilità”. “Stiamo lavorando alle riforme strutturali a favore della competitività del sistema-paese che saranno parte qualificante del Piano nazionale Riforme e, quindi, parte integrante della manovra economica”, ha affermato il premier in una nota diffusa al termine del vertice.

Salvini, dopo aver incassato un ricco bottino, almeno nei sondaggi, grazie alla spregiudicata politica sui migranti, si incarica di apparire rassicurante soprattutto dopo l’impennata, ora fortunatamente in fase di rientro, dello spread. Ora infatti il leader della Lega parla di rispetto degli impegni con l’Europa. Parole apprezzate subito dopo da un quasi incredulo presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Salvini deve gestire il suo bottino di voti: le elezioni europee sono dietro l’angolo e in caso di crisi finanziaria avrebbe tutto da perdere. Di Maio ha il problema opposto: il decreto dignità non ha portato i risultati sperati e ora ha bisogno di una levata d’ingegno per risalire nei sondaggi. Per l’M5S la legge finanziaria è l’ultima occasione prima di giugno per tornare ad essere competitivi nei confronti dell’alleato di governo. Ma i temi tanto cari al Movimento, come il reddito di cittadinanza sui cui il movimento ha lucrato gran parte dei consensi, sono ancora lontani dall’entrare nella agenda di governo. Comunque anche Di Maio cerca di mostrare un volto rassicurante. Lo spread evidentemente ha lasciato un segno. “La prossima manovra – ha detto – manterrà i conti in ordine ma sarà coraggiosa: rassicurerà i mercati, ma anche le famiglie che hanno bisogno, i cui figli non trovano lavoro”. E ancora: “Non c’è contrapposizione con il ministro Tria, c’è lavoro di squadra”. E rispondendo ai cronisti che gli chiedono se la manovra manterrà il tetto del 2%, afferma: “Faremo una manovra che ridarà il sorriso agli italiani e che manterrà i conti in ordine” ha detto Di Maio. Sembra un poco la storia della botte piena e della moglie ubriaca…

Ginevra Matiz

Nencini, investimenti per combattere precariato

lavoro_giovani_operai_“Dal decreto dignità una cosa buona, l’abolizione della pubblicità sul gioco d’azzardo posizione che i socialisti hanno sempre sostenuto in questi anni. Ma molte cose cattive. Non si combatte il lavoro a tempo determinato con una legge di tipo comunista ma lo si combatte rilanciando l’economia, finanziando le buone aziende e lavorando sui grandi investimenti infrastrutturali”. Lo ha detto il segretario del Psi Riccardo Nencini a poche ore dalla presentazione del dl dignità in Aula. Anche Confindustria va all’attacco. Sono molti i punti criticati dagli industriali. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia li ha messi sul piatto durante una intervista alla masterclass tenuta al Giffoni film festival. “Senza alcuna polemica – ha detto Boccia – devo dire che il decreto dignità è antitetico al contratto di programma, che verte su due elementi, reddito di cittadinanza e flat tax. Invece si aumenta il costo dei contratti a tempo determinato e il costo dei licenziamenti. Sarebbe bello capire – ha aggiunto – anche dagli esponenti della Lega cosa ne pensano in merito alla Flat tax, perché i cittadini la somma algebrica delle tasse la sanno fare”.

Insomma non sono per nulla positive le considerazioni degli industriali. Come Confindustria “noi vorremmo contribuire con le nostre spiegazioni economiche a raggiungere gli obiettivi politici del governo del Paese. Quindi abbiamo segnalato alcuni miglioramenti all’interno del decreto dignità che eviterebbero di creare ansia nel mondo delle imprese e aiuterebbero a raggiungere proprio quei fini che il governo si pone, con il decreto, in merito ai contratti a termine e alla delocalizzazione” ha ricordato. “Spero che nessuno si offenda, bisogna abituarsi alle critiche in questo Paese e confidiamo che il governo possa migliorare quel decreto. Detto questo, è evidente che non è con un decreto dignità che si fa un salto di qualità nell’economia del Paese. È una parentesi, un provvedimento: noi abbiamo valutato quello e non il governo. Da qui ad arrivare a settembre con il decreto di bilancio e il nodo risorse – ha concluso Boccia – è un’altra partita”.

Il Pd intanto avrebbe confermato la proposta di cancellare gli aumenti degli indennizzi in caso di licenziamento illegittimo previsti dal decreto, oggetto di polemiche in questi giorni anche all’interno del Pd. La proposta, a firma Lepri e Serra chiede di “sopprimere” l’intero articolo 3 del decreto. “Il Pd – puntualizza però la capogruppo in commissione Debora Serracchiani – non ha segnalato l’emendamento” al decreto dignità “sugli indennizzi così come indicato dalla segreteria. Si tratta di un richiamo tecnico perché altri partiti ne hanno segnalato di uguali ma non è tra quelli che il Pd intende discutere”. Così la capogruppo Dem in commissione Debora Serracchiani Lavoro spiega la presenza dell’emendamento nel fascicolo dei segnalati al vaglio Delle commissioni. “Noi vogliamo che si percepisca di più” aumentando le indennità di conciliazione.

Decreto dignità, voucher della discordia

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“Tra oggi e domani ci sarà il testo definitivo del decreto dignità”. Lo ha detto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, davanti alle commissioni Industria e Lavoro del Senato, rispondendo alle domande dei senatori dopo aver presentato le linee guida dei suoi dicasteri. Il “decreto dignità” è ancora in attesa della firma del Capo dello  Stato e dell’approdo in Gazzetta ufficiale a oltre una settimana dall’approvazione in Cdm. E porta con sé, sul fronte lavoro, un complessivo aggravio burocratico, ed economico, sui datori. Tra le modifiche possibili in Parlamento, il ritorno dei voucher. I buoni lavoro che il governo Gentiloni aveva eliminato per evitare il referendum abrogativo proposto dalla Cgil. Da allora questo strumento non è ancora stato rimodellato o sostituito con un altro. Ora il governo è diviso. La Lega ne rivuole la reintroduzione, mentre per il M5s è più difficile capire quale sia la linea di pensiero.

Inizialmente ha sempre frenato, escludendo del tutto un potenziale utilizzo di questo strumento. Quasi fosse un punto dirimente, una battaglia ideologica che non prevedesse alternative possibili. Tanto che le parole dette da Di Maio solo l’altro giorno solo così chiare da non avere bisogno di interpretazioni: “Se devono essere reintrodotti per sfruttare di nuovo i giovani ci sarà un muro di cemento armato del M5S. Non permetteremo nessuna reintroduzione dei voucher che lasci aperta la strada allo sfruttamento”. “Se il Parlamento – ha aggiunto Di Maio – vuole fare delle proposte migliorative va bene e siamo pronti a discutere. Ma non accetto nessun ricatto del tipo: o ci fate sfruttare i nostri giovani o li licenziamo”

Ma ora come se nulla fosse la linea cambia e arriva l’apertura: “Se i voucher possono servire a settori come l’agricoltura e il turismo, per specifiche competenze, allora ben vengano, l’unica cosa che chiedo alle forze di maggioranza è quella di evitare abusi in futuro”. Fatto sta che a dieci giorni e più dall’approvazione del decreto Dignità da parte del governo, il testo del provvedimento, al di là delle bozze circolate, rimane un oggetto misterioso. La cosiddetta entrata in vigore, dunque, rimane in bilico: la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale non è avvenuta. Ma di sicuro sappiamo, secondo l’annuncio del super-ministro Luigi Di Maio, che il decreto sarà votato dall’aula della Camera il 24 luglio. Un annuncio destinato, almeno nelle intenzioni del capo grillino, a mettere un freno proprio alle polemiche delle opposizioni sui ritardi dell’approdo in Parlamento del provvedimento. Ma anche un annuncio per tentare di sopire lo scontro con la Lega sul pacchetto lavoro dello stesso decreto e sulla reintroduzione dei voucher richiesta a gran voce dai leghisti. Matteo Salvini, nello specifico, ha ribadito la linea del Carroccio: “Ci sono alcuni limitati settori, penso ad agricoltura, commercio, turismo e servizi, lavori stagionali per i quali l’alternativa è lavoro nero o voucher? Io preferisco i voucher allo sfruttamento e al lavoro nero”. Posizione alla quale il ministro grillino pare essersi ora adeguato. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa il premier, Antonio Conte, di cui, almeno sui tempi di scontro del govereno, si sono perse le tracce. Stretto in una posisione scomoda, a metà tra il suo sponsor principale, il M5S, e la incontenibile preponderanza mediatica di Salvini.

Ironizza Matteo Renzi: “L’unica misura partorita sino ad oggi è il Decreto Dignità: era talmente urgente che nessuno trova più il testo”. Ma nel Pd non c’è una linea comune: “La parte sul lavoro va guardata con obiettività”, sostiene Orlando. Tutto questo mentre il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, incalza: “A Di Maio chiediamo di aprire un confronto sul decreto dignità in cui condividiamo i fini come la lotta alle delocalizzazioni e ridurre l’abuso dei contratti termine, ma noi abbiamo proposte che non danneggiano il sistema economico”.

Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto

Confindustria stronca il programma Lega-5Stelle

confindustria

L’Assemblea annuale della Confindustria, oggi a Roma, ha stroncato il contratto di governo siglato da Movimento 5 Stelle e Lega. L’attacco non è stato fatto in modo diretto: la parola contratto di governo non compare mai, ma nella lunga relazione del presidente Vincenzo Boccia le critiche, anche aspre, ai contenuti di quella intesa, sono state numerose. Punto per punto, in occasione dell’assemblea annuale, Boccia ha smontato l’impalcatura economica dell’accordo tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, pur avendo, subito dopo le elezioni, riconosciuto il ruolo politico del Movimento fondato da Beppe Grillo.

Il leader degli industriali ha difeso l’euro e il ruolo dell’Italia in Europa, ha detto no ad operazioni stravaganti sul debito pubblico e a tagli generalizzati delle imposte, ha chiesto garanzie per l’Ilva e la Tav, si è mostrato perplesso sul reddito di cittadinanza e sull’idea di smontare la riforma Fornero. Secondo la Confindustria, bisogna cambiare ma senza distruggere. Boccia ha affermato: “Non è affatto chiaro dove si trovino le risorse per le tante promesse”.

Quello che più ha colpito è stato il messaggio del Presidente della Confindustria diretto ai politici: “All’Italia servono leader capaci di prendere decisioni nell’interesse nazionale. In politica, non bisogna prendere facili scorciatoie e farsi guidare dall’urgenza di un consenso immediato, ma occorrono pazienza e lungimiranza da declinare in programmi di governo e non elettorali. Dialogo, confronto e bilanciamento degli interessi sono le parole chiave. Compito della politica, insomma, non è quello di sommare e replicare le spinte che provengono dal basso, dalle rispettive basi elettorali, ma offrire risposte ai disagi provenienti dalla società senza chiudersi nel recinto della mera constatazione di quei disagi”.

La democrazia ha bisogno di quelle che Boccia chiama competenze, parola scelta non a caso, dicendo: “Che sappiano interpretare il bene comune e perseguirlo anche a costo di scelte impopolari”.

Dagli industriali sono arrivati i seguenti suggerimenti: “La ‘vera missione Paese’ è la creazione di lavoro, prima di tutto per i giovani. Non servono scorciatoie, per quanto allettanti, che possono solo condurre in vicoli ciechi. Dunque, meno enfasi sulle pensioni e più sul lavoro che acquista una centralità assoluta”. E’ anche arrivato il monito di Boccia: “Le pensioni sono importanti, un diritto acquisito e sacrosanto, ma non possiamo scaricarne l’onere sui giovani, già gravati dal peso del debito pubblico” .

Senza citare in modo esplicito il reddito di cittadinanza, il presidente di Confindustria ha anche affermato: “Solo il lavoro abbassa il bisogno di garantire chi un reddito non riesce a procurarselo”. Poi ha detto no alla chiusura dell’Ilva, “la più grande acciaieria d’Europa”. Ribadendo la centralità delle infrastrutture, Boccia ha sostenuto: “Non si può, ogni volta che cambia il governo, rimettere in discussione scelte strategiche per il nostro futuro, a partire dal Terzo Valico, dalla Tav e dalla Tap altrimenti si condanna l’Italia all’isolamento”.

Boccia ha anche ricordato: “L’adesione all’euro fu una scelta faticosa ma lungimirante di un grande italiano, Carlo Azeglio Ciampi. Oggi l’Europa è imprescindibile e il ruolo dell’Italia all’interno della casa comune va rafforzato con una presenza costante e competente nei luoghi dove si decide ancor di più in vista delle elezioni del Parlamento europeo del prossimo anno. Serve, inoltre, una responsabilità verso il nostro debito pubblico, un mostro da 2.300 miliardi, con una politica che rassicuri sulla sua graduale riduzione. Proprio l’alto debito richiede prudenze nei tagli generalizzati delle imposte. La politica fiscale ha bisogno di una regia chiara, ferma e coerente, che sappia essere immune da manovre volte solo a captare consenso politico. Il Paese sta attraversando un momento delicato, la forza della ripresa economica scricchiola, ma l’Italia resta un grande Paese industriale dalle enormi potenzialità. Tuttavia nulla è per sempre: possiamo progredire lungo la strada della crescita e del lavoro o possiamo fare passi indietro. Il rischio, allora, è quello di tornare a un’Italia povera e agricola. Per non fare danni al Paese serve un forte impegno collettivo e nessuno può tirarsi indietro. Questo è il momento in cui trasformare le speranze in fatti, le parole in azioni coerenti, per quel futuro che deve costruire occasioni di sviluppo e di lavoro”.

L’appello finale di Boccia è stato fatto con grande senso di responsabilità guardando alla produttività, al lavoro ed alla ricchezza della nazione. Il messaggio di Confindustria è arrivato in un momento importante per l’Italia, in prossimità dell’incarico alla formazione del nuovo governo.

Salvatore Rondello

QUESTIONI DI REDDITO

boeri_pensioniIl Presidente dell’Inps fa i conti sulle misure di contrasto alla povertà e stavolta va a smussare uno dei punti cardine della Campagna elettorale dei cinquestelle, il reddito di cittadinanza. Durante la conferenza stampa sullo stato di attuazione della misura di contrasto alla povertà Tito Boeri ricorda alla politica che una misura universale contro la povertà già esiste: è il Reddito di inclusione (Rei) partito a gennaio, fino a 485 euro per le famiglie con più di 5 persone e un Isee non superiore a 6mila euro.
L’Italia “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha affermato Boeri durante la presentazione, pur ammettendo che il Rei “è ai primi passi, ancora sottofinanziato” visto che a disposizione, quest’anno, ci sono solo 1,8 miliardi. Da luglio prossimo “la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie“. Stando ai dati presentati mercoledì, nel primo trimestre 2018 i beneficiari di tutte misure di contrasto alla povertà (il Rei ma anche il suo antesignano Sostegno di inclusione attiva e le misure regionali integrative) sono stati quasi 900mila, il 50% della platea potenziale. Il Mezzogiorno resta in pole position per quanto riguarda la povertà. Le persone beneficiate da misure di contrasto alla povertà, cioè con un sostegno al reddito, sono nel primo trimestre 2018 quasi 900 mila e 7 su 10 dei beneficiari risiedono al Sud. Campania in testa, seguita da Sicilia e Calabria (insieme rappresentano il 60% del totale dei nuclei e il 64% del totale delle persone coinvolte). Nell’Osservatorio statistico sul reddito di inclusione presentato oggi dall’Inps e dal Ministero del Lavoro si legge che sono stati coinvolti dal Rei (Reddito di inclusione) 316.693 persone (in 110 mila famiglie) mentre altre 47.868 persone (in 119 mila famiglie) sono state interessate dal Sia (il sostegno di inclusione attiva). “Cumulando il Sia, il Rei e le misure regionali di contrasto alla povertà – ha spiegato il presidente Inps, Tito Boeri – abbiamo raggiunto quasi 900 mila persone. Possiamo dire che in Italia un reddito minimo c’è”.
A rivendicare il Rei anche il Presidente del Consiglio uscente, Paolo Gentiloni, che afferma soddisfatto: “Funziona e non era scontato. Non stiamo parlando di buone intenzioni, che fioccano in questa fase sull’argomento, ma di fatti”.
“Bisogna rafforzare reddito di inclusione rafforzandolo con nuove risorse, se possibile. Non buttando a mare il lavoro che è stato fatto, visto che funziona”, avverte Gentiloni che spiega: “Facciamolo, perché anche su questo il paese si troverà di fronte a un bivio nelle prossime settimane. E l’economia e la società italiana non possono permettersi una fiera delle velleità che ci porterebbe fuori strada”, un riferimento alle misure degli altri partiti, tra questi il M5S.
Tornando al Presidente dell’Inps, i suoi conti non tralasciano proprio la proposta di legge nella scorsa legislatura il reddito di cittadinanza pensato dal M5s che secondo il presidente dell’Inps potrebbe costare tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Boeri sottolinea che si tratta “di una cifra molto consistente” e inoltre spiega: “Abbiamo fatto una stima dei costi del Ddl presentato dal M5S, che è la descrizione più accurata di cui oggi disponiamo su questo strumento. L’avevamo valutata già nel 2015 per 29 miliardi – ha aggiunto – ora abbiamo rifatto queste stime alle luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle entrate e riteniamo che possa costare tra 35 e 38 miliardi”.
Sul reddito di cittadinanza è critico anche il leader di Confindustria, Vincenzo Boccia, secondo cui “rallentare sulle promesse elettorali per essere più realisti e per arrivare ad un programma di Governo che non aumenti debito e deficit, che acceleri sulla crescita, e che riduca i divari nel Paese, è la grande sfida”. Parlando ai microfoni di Circo Massimo delle proposte di M5S e Forza Italia su reddito di cittadinanza e flat tax, Boccia avverte che con “risorse scarse”, bisogna “darsi delle priorità”. Il capo degli industriali fa notare che un reddito di cittadinanza “generalizzato” sarebbe “un messaggio anomalo al Paese” ma riconosce che “ci si potrebbe lavorare”.
Proprio per questo a rispondere, dopo le parole di Boeri, sono intervenuti i capigruppo di Movimento 5 Stelle di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli: “Basta bugie sul reddito di cittadinanza – hanno rimarcato – L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”.

NUOVO MODELLO

sindacati

Firmato nella foresteria di Confindustria di via Veneto l’accordo tra Industriali e i sindacati sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali. Un documento con il quale si intende contrastare i contratti pirata e determinare un aumento dei salari. La sigla da parte dei leader di Cgil Cisl e Uil Susanna Camusso, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo e il presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Il testo è il frutto dell’accordo trovato tra le parti nella notte del 28 febbraio.

Con firma di oggi vengono confermati i 2 livelli di contrattazione (nazionale e aziendale o territoriale). Inoltre si indicano i criteri di calcolo degli aumenti salariali, si introduce il Trattamento economico complessivo e minimo (Tec e Tem) e si definisce per la prima volta la misurazione della rappresentanza anche per le imprese.

Positivo, e questa è un’altra novità, il parere di Susanna Camusso. Per la leader della Cgil l’accordo sul nuovo modello contrattuale e di relazioni industriali, firmato da sindacati e Confindustria, “è un investimento che facciamo sulla funzione della contrattazione ed è un investimento sull’autonomia delle parti sociali. Veniamo da una stagione in cui è stata messa in discussione” ha concluso il segretario generale della Cgil evidenziando che “bisogna rafforzare nel nostro Paese la centralità del lavoro”.

Che sia un accordo importante in grado di favorire crescita e sviluppo è quanto affermato da Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil. “Un accordo importante – ha detto ed è arrivato in un momento particolare: il Paese si è espresso con il voto, l’economia è in leggera ripresa e con questo accordo dobbiamo favorirne il decollo”. Barbagallo ha rimarcato “le ragioni dell’autonomia delle parti sociali” e quindi ribadito il no a eventuali interventi legislativi: “Al massimo leggi a sostegno ma non che sviliscono il ruolo delle parti sociali”. “Come sindacati abbiamo l’esigenza di far crescere i salari e insieme a questi la produttività”, ha concluso il leader della Uil. Per la segretaria generale della Cisl con questo accordo si “sottolinea il valore sociale del lavoro. Abbiamo assistito ad una campagna elettorale non bella sul lavoro, noi pensiamo che questo accordo concorra alla crescita del Paese e del valore sociale del lavoro”.

Il Presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha messo in evidenza che “in un momento delicato per il Paese le parti sociali si compattano, non si dividono”. È un “messaggio al Paese”, ha detto ancora il leader di Confindustria, che industriali e sindacati, “consapevoli” delle sfide da affrontare, lanciano con la firma dell’accordo su contrattazione e rappresentanza. L’intesa raggiunta dopo un anno e mezzo di confronto, “anche con divergenze ma sempre con rispetto e con la volontà di costruire un percorso”, è un esempio di come si possa “passare dalla stagione del conflitto al confronto nell’interesse di tutti”. E rappresenta, dice ancora Boccia, “un appello al mondo esterno, a fare le cose con responsabilità”.

Svolta degli imprenditori, sdoganati Di Maio e Salvini

marchionne berlusconiSorpresa: i populisti non fanno più paura ai cosiddetti “poteri forti” italiani. Sergio Marchionne dall’importante palcoscenico del Salone dell’auto di Ginevra ha annunciato: «Salvini e Di Maio non li conosco, non mi spaventano». Anzi, l’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles, un tempo acceso estimatore di Matteo Renzi, ha rincarato: «Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio». La svolta politica degli imprenditori italiani è forte. Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha alzato un significativo disco verde verso i cinquestelle: «Sono un partito democratico, non fanno paura».
Il cambio di rotta, con alcune cautele, è totale in nome del realismo. Ma c’è anche chi si oppone come Luca di Montezemolo. L’ex presidente della Fiat, della Ferrari, della Confindustria e dell’Alitalia, si è detto «molto sorpreso nel vedere come esponenti importanti della cosiddetta classe dirigente salgano sul carro del vincitore prima ancora che questo abbia cominciato a muoversi».
Il M5S di Luigi Di Maio e la Lega di Matteo Salvini hanno trionfato nelle elezioni politiche del 4 marzo. Hanno messo da parte le antiche battaglie contro l’establishment, anzi hanno fatto a gara nel partecipare a convegni ed incontri con gli imprenditori e nell’ascoltare i loro problemi. Risultato: la sinistra e il centro-sinistra sono stati addirittura divorati dai due partiti dall’anima antisistema. I pentastellati ottengono il 32,7% dei voti: diventano il primo partito italiano. Il Carroccio vola al 17,4%, sorpassa di 3 punti Forza Italia di Silvio Berlusconi e diventa il principale partito del centro-destra arrivato al 37% dei consensi.
Per il Pd e il centro-sinistra, invece, è un disastro: il primo crolla al 18,7%, la coalizione al 22,8%. Matteo Renzi prima si dimette da segretario del Pd ma congela l’uscita a dopo la formazione del nuovo governo, poi per le proteste decide di formalizzare l’addio lunedì 12 marzo, il giorno della direzione del partito. Anche per la sinistra radicale le elezioni sono una disfatta: Liberi e Uguali prende appena il 3,4%.
Hanno sfondato le promesse elettorali, dirompenti e per molti versi contraddittorie, dei cinquestelle e dei leghisti: il reddito di cittadinanza, l’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, la cancellazione dello Jobs Act, il forte taglio delle tasse, il rimpatrio degli immigrati africani ed asiatici, le consistenti assunzioni di agenti di polizia per garantire la sicurezza, la ventilata uscita dell’Italia dall’euro e dalla stessa Unione Europea. Le tante e costosissime promesse e la battaglia euroscettica, anche se ammorbidita, hanno fatto trionfare Di Maio e Salvini.
Il M5S e la Lega hanno sfondato, però non hanno conquistato la maggioranza per governare. Nel Parlamento appena eletto manca una maggioranza politica omogenea per sostenere un nuovo governo. Così è scattata una strana competizione per la conquista di Palazzo Chigi tra i cinquestelle, sempre meno grillini ed antagonisti, e i leghisti, non più con la camicia verde padana di Bossi ma con quella della destra nazionalista di Salvini.
Luigi Di Maio, abbandonata la politica del Vaffa e dell’opposizione ad oltranza di Beppe Grillo, promette “stabilità”, si candida a presidente del Consiglio e punta «al confronto con tutte le forze politiche». Davanti ha due possibili strade: un governo con il Pd o con il Carroccio. La prima strada sembra impraticabile, almeno con un Pd non derenzizzato. Il segretario democratico a termine boccia “gli inciuci” con i populisti e indica al Pd la strada dell’opposizione.
Ma per il giovane capo del M5S anche la seconda strada appare difficile da percorrere, perché Salvini vuole guidare un esecutivo con il centro-destra: «Il governo tocca a noi». Il segretario della Lega parla anche in terza persona per indicare la sua determinazione: «Ho fatto una campagna elettorale in lungo e in largo per Salvini premier».
I cinquestelle e i leghisti insieme raggiungono il 50,1% dei consensi, in termini numerici potrebbe essere possibile un esecutivo dei due populismi. Anzi, possono salire al 54,4% sommando il 4,3% incassato da Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, un altro partito populista di destra. Potrebbe far capolino il governo degli euroscettici. Salvini nei mesi scorsi aveva ipotizzato più volte un accordo con i grillini che ora scarta. Tuttavia anche l’esecutivo dei populismi temperati dalle svolte di governo resta una tentazione ardua da realizzare per gli ostacoli europei. La situazione è fluida, siamo appena all’inizio del braccio di ferro sul nuovo governo post Renzi.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma