Cesaratto. Cosa impedisce all’Italia di sottrarsi alla “dittatura eurista”

Cesaratto SergioNonostante le gravi difficoltà in cui versa l’Italia e i limiti emersi dalla sua adesione alla moneta unica dell’Unione Europea, si continua ad affermare ciò che ormai è divenuto un mantra, ovvero che l’unione politica dell’Europa in una prospettiva federalista non ha alternative. Si preferisce comportarsi come fanno gli struzzi; invece di propendere per una verifica delle reali ragioni che hanno sinora impedito, e che continuano ad impedire, il processo di unificazione politica dell’Europa, si preferisce “ficcare la testa sotto la sabbia”, anziché approfondire le ragioni del diffondersi, in forme sempre più dirompenti, dell’euroscetticsmo e, con esso, del dubbio che il progetto europeo possa essere realizzato.
Nel dibattito pubblico italiano accade infatti di assistere alla celebrazione di ricorrenti kermesse, dove si esalta l’urgenza di rilanciare l’ideale di un Europa Unita, trascurando di approfondire le ragioni del perché questo ideale sia costantemente “tradito”. Viene sempre auspicata la ripresa del processo di unificazione del Vecchio Continente, nonostante che questo auspicio non venga recepito, a causa di un diffuso nazionalismo, un fenomeno originato dalla malformazione della moneta unica, dal suo cattivo funzionamento e dall’inadeguatezza delle istituzioni europee, ed oggi sorretto da spinte populistiche; spinte, queste, che, diventando sempre più consistenti, come in Italia, valgono a radicare un diffuso euroscetticismo, del quale le forze politiche stentano a recepire le ragioni.
Perché accade tutto questo? Perché si continua ad auspicare l’avvento di un futuro europeo fondato sulla realizzazione di valori che, largamente condivisi nel passato, sono ora resi opachi, se non rimossi, dagli egoismi nazionali? Non sarebbe ora che ci si rendesse conto, anche per meglio contestare su basi più razionali quanto sostengono i critici radicali di quella che molti di loro chiamano “dittatura dell’euro? È giusto contrastare il radicalismo euroscettico sul piano culturale e valoriale; ma è anche doveroso, per meglio controargomentare, se possibile, capire le ragioni che ne hanno causato la nascita ed ora la radicalizzazione.
Un libro contro la “dittatura dell’euro” è quello che Sergio Cesaratto ha pubblicato di recente, dal titolo apparentemente “buonista”, ma, profondamente critico nei contenuti e nella proposta. L’idea di uscire dall’Unione Europea e dall’area-euro potrà non essere condivisa; ciò non toglie che l’esposizione delle ragioni del perché la moneta unica e la logica sottostante il funzionamento delle istituzioni europee che la governano risultino penalizzanti per molti Paesi, tra i quali l’Italia, meritano d’essere attentamente considerate; non foss’altro che per trovare una “via di fuga” dalla situazione economica stagnante che la crisi del 2007/2008 ha fatto emergere in tutta la sua gravità, proprio a causa del malfunzionamento della moneta unica e delle istituzioni che la sorreggono.
Questo situazione negativa dell’Italia non è certo attribuibile soltanto ai meccanismi penalizzanti dell’euro; essa è anche il risultato di scelte effettuate nel passato dalla classe imprenditoriale e da quella politica nazionali; ma l’obbligo che incombe ora sul Paese, quello di rispettare le “regole del gioco” stabilite per il governo dell’euro, rappresenta un serio ostacolo al superamento della stagnazione. Ciò accade, non a causa delle “regole del gioco” in sé e per sé considerate, ma per via del fatto che esse non vengono rispettate da tutti i Paesi, soprattutto da parte del Paese (la Germania) che di fatto ha assunto (e, in parte, si è visto assegnare) il ruolo di leader tra i Paesi membri dell’Unione, a causa del pensiero politico-economico ordoliberista professato sacralmente dall’establishment tedesco.
“l’Italia – afferma Cesaratto – è in questi mesi coinvolta nel processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee, processo che dovrebbe costituire una sorta di Maastrcht 2.0”. Ma di fronte al dissenso sulle “regole del gioco” poste a fondamento del funzionamento dell’area-euro, l’Italia e gli altri Paesi che soffrono degli stessi effetti negativi originati dal malfunzionamento di qull’area, devono necessariamente chiedersi, come osserva Cesaratto, se le “regole adottate” non hanno funzionato, perché sono sbagliate, o perché non sono state rispettate. A parere di Cesaratto, il processo di revisione dell’assetto delle istituzioni economiche europee ora in corso sembra orientato a basarsi sulla seconda tesi; ciò perché la strenua difesa ordoliberista degli interessi tedeschi risulta essere incompatibile con il rispetto delle “regole del gioco”, quale esso (il rispetto), alla luce dell’analisi e della storia economica, dovrebbe essere praticato per il corretto funzionamento dell’area valutaria dell’Unione
Secondo l’analisi economica, un gruppo di Paesi, sufficientemente integrati tra loro sul piano degli scambi e del movimento dei fattori produttivi, può avere interesse a creare un’unione monetaria, che risulta ottimale quando eventuali squilibri delle bilance commerciali vengono corretti automaticamente attraverso l’agire delle forze del mercato. L’umanità si era illusa di potersi avvalere, con l’adozione, a livello mondiale, delle “regole del gioco” del sistema aureo classico, il “gold-sandard”, col quale i Paesi partecipanti al commercio internazionale regolavano i loro reciproci rapporti di debito e credito, utilizzando monete nazionali che consistevano di oro o erano liberamente convertibili in oro. Con questo sistema, l’automatismo attivato dal mercato comportava che i Paesi in disavanzo subissero un deflusso di oro (dovendo pagare per le importazioni più di quanto ricevevano a compenso delle esportazioni) e quelli in avanzo, per ragioni opposte, un afflusso netto di oro. La diminuzione dell’oro nei Paesi in disavanzo causava al loro interno una diminuzione di prezzi e un aumento all’interno di quelli in avanzo; i primi Paesi guadagnavano in competitività, mentre i secondi la perdevano, per cui il risultato finale era che gli squilibri della bilancia verso l’estero venissero rimossi.
Un automatismo del tipo descritto può essere esteso anche ad un’area monetaria integrata, all’interno della quale circoli una moneta unica, com’è il caso dell’area-euro: il Paese che perde euro, in seguito a un disavanzo della propria bilancia commerciale andrebbe incontro a una caduta dei prezzi interni, mentre quello con una bilancia in avanzo dovrebbe accettare di subire il fenomeno contrario. Sennonché, com’è stato messo in evidenza da Robert Alexander Mundell, le “regole del gioco”, sia nel caso del sistema aureo classico, che in quello dell’area valutaria dell’euro, non sono state rispettate, in quanto, in entrambi i casi, i Paesi in surplus non hanno accettato il fatto che una loro maggiore inflazione, secondo l’automatismo attivato dalle forze del mercato, favorisse il riequilibrio verso l’esterno delle loro bilance commerciali.
E’ stato così che, nel caso del gold standard, il mancato rispetto delle “regole del gioco”, poste a presidio degli equilibri delle bilance nazionali, ha prodotto, prima, la crisi del mercato internazionale, poi, l’avvento delle dittature e tutto il resto; la mancata osservanza delle stesse “regole del gioco” all’interno dell’area valutaria dell’euro ha sinora prodotto, oltre agli squilibri nelle posizioni debitorie e creditorie dei singoli Stati membri, anche squilibri nelle loro economie reali, determinando sul piano politico, almeno per il momento, solo il diffondersi del fenomeno del populismo; il quale, invece d’essere considerato dagli establishment prevalenti come effetto del mancato funzionamento ottimale dell’area-euro, ne viene ritenuto, irresponsabilmente, la causa.
Da tempo gli economisti hanno avvertito che l’area-euro non poteva dare origine ad un’area valutaria ottimale, in quanto le differenze istituzionali esistenti, proprie dei diversi Paesi membri, giustificavano che ad essi fosse conservata la flessibilità del cambio per aggiustare gli squilibri delle loro bilance; per contrastare la deflazione, gli economisti hanno anche osservato che la mancata trasgressione delle “regole del gioco” da parte dei Paesi in surplus, in particolare da parte della Germania, ha costretto, come sottolinea Cesaratto, i Paesi in deficit a “stringere la cinghia, inducendo una generale tendenza deflazionistica all’economia dell’Unione”, in conseguenza delle politiche di austerità cui quei Paesi sarebbero stati costretti.
Per contrastare la deflazione, gli economisti hanno proposto che gli eventuali surplus delle bilance commerciali “fossero riciclati attraverso trasferimenti fiscali verso i Paesi in disavanzo”. Questa forma di solidarietà, che sarebbe servita anche a supportare la domanda aggregata dell’intera area monetaria europea, implicava un’unione politica, che però non è mai stato possibile realizzare; ciò, perché, i Paesi con bilance in surplus, a partire dalla Germania, smentendo il sogno di buona parte delle forze di sinistra (sorde alle istanze populiste) hanno preferito optare per un’Unione Europea basata su istituzioni minime, volte a fare rispettare il funzionamento di un mercato rigidamente ispirato a principi “laissezfairistici”, senza il vincolo dell’osservanza delle regole implicanti l’ottimalità dell’area valutaria dell’euro.
Perché proprio la Germania, al di là delle esternazioni favorevoli al processo di unificazione politica dell’Europa comunitaria di molti esponenti della sua classe politica e di molti suoi intellettuali, è il Paese che si trova ad essere interessato di fatto ad un’”Europa Minima”? La risposta è da rinvenirsi nel fatto che, oltre all’ideologia ordoliberista che pervade l’intero establishment tedesco, sono le scelte che la Germania è obbligata ad assumere a renderla “ostile” all’unificazione politica dell’Unione, a causa dalla natura strutturale dei suoi surplus di bilancia verso l’esterno (in particolare, verso alcuni Paesi membri dell’Unione).
Si tratta di scelte alle quali la Germania non può sottrarsi, per via del modo in cui la sua ricostruzione economica postbellica è stata impostata, ovvero in funzione delle esportazioni. Su questa base – afferma Cesaratto – le esportazioni e i surplus commerciali sono diventati per l’economia tedesca “uno sbocco inevitabile”. In prospettiva, secondo Cesaratto, l’irrevesibilità della sua struttura produttiva “apre problemi drammatici per l’area euro”, in quanto l’orientamento alle esportazioni “destabilizza le altre economie”, condannandole a “un’eterna deflazione per evitare di essere sommerse dalle esportazioni tedesche e dai conseguenti debiti”. Stando così le cose, “il problema diventa politico, e riguarda la sopravvivenza dell’unione monetaria come area di cooperazione e sviluppo”. Quali opzioni – si chiede Cesaratto – ha a propria disposizione il governo italiano, a fronte di posizioni delle istituzioni europee che concepiscono che le possibili riforme per un “Maastricht 2.0” devono essere solo dirette a rendere sempre più cogente l’obbligo di osservare “regole” che sinora si sono rivelate penalizzati per l’Italia?
Cesaratto conclude affermando che, in vista della prosecuzione dei lavori per la riforma delle istituzioni europee, il Paese farebbe bene a tracciare una “linea del Piave”, intorno alla quale realizzare una vasta coesione di forze politiche, per sancire che un ulteriore proseguimento della governance dell’area valutaria europea secondo le linee sin qui seguite, “sarebbe inaccettabile, e da ultimo fallimentare, per l’Italia e per la stessa Europa”; in altri termini, se le cose non dovessero cambiare, s’imporrebbe per l’Italia l’uscita dall’area-euro e dall’Europa!
E’ questa l’unica via di fuga dalla “schiavitù dell’euro”? Secondo altri critici dello status quo europeo, la fuoriuscita da un’area di cooperazione sovrannazionale sarebbe negativa per l’Italia, per cui la ricerca di un’alternativa meno radicale dovrebbe essere oggetto di attenta riflessione da parte dell’establishment italiano dominante; tale ricerca dovrebbe essere perseguita, tenendo conto che l’abbandono del gold standard da parte dell’economia mondiale è stato reso possibile dagli sconvolgimenti internazionali che si erano determinati, mentre la fuoriuscita dell’Italia (e non solo di essa) dall’euro, come molti sostengono, sarebbe ostacolata, non solo perché molti italiani sono ancora legati alla conservazione degli ideali europeisti, ma anche e soprattutto perché si opporrebbe quella parte del sistema produttivo nazionale che risulta ormai integrato irreversibilmente con il sistema economico del Paese europeo egemone, la Germania.
Tenendo conto di questi ostacoli e dell’impossibilità che l’Italia possa superare da sola la stagnazione che la affligge, lo sganciamento dalla “dittatura dell’euro” dovrebbe, più convenientemente, essere intesa come “mossa tattica”, volta e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea. Se la “minaccia” di tale mossa non dovesse sortire alcun effetto, un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione potrebbe consistere in un’iniziativa che l’Italia potrebbe assumere, pur continuando a fare parte dell’Unione e dell’area valutaria dell’euro, per coinvolgere su basi democratiche, sociali e solidaristiche, i Paesi del Sud dell’Europa, inclusa la Francia, e tentare con essi di convenire una politica di cooperazione sopranazionale affrancata il più possibile dall’influenza, negativa sulle loro economie, dell’Europa minima voluta dalla Germania.
Si tratterebbe di un’alternativa all’uscita dall’euro e dall’Unione che non metterebbe in dubbio la fedeltà al progetto europeo dell’Italia e degli altri Paesi che dovessero aderire alla proposta di cooperazione. Sarebbe comunque un’iniziativa volta ad attenuare la stretta della “dittatura dell’euro” sulle loro economie, ad imitazione di comportamenti che altri Paesi comunitari hanno intrapreso per la tutela dei loro interessi settoriali, giudicati prioritari per la crescita delle loro economie: gli esempi sono il Patto del Trimarium, col quale 12 Paesi dell’Europa orientale hanno deciso di cooperare nel campo delle infrastrutture e dell’energia; oppure l’alleanza di Visegrad, col quale 4 Paesi, sempre dell’Unione Europea, hanno concordato di portare avanti una politica comune riguardo ai problemi dell’immigrazione.
Come nei casi del patto del Trimarium e dell’alleanza di Visegrad, l’Italia, avviando assieme ad altri Paesi membri dell’Unione una cooperazione volta solo ad attenuare gli effetti della “dittatura dell’euro”, in luogo di una fuoriuscita unilaterale dall’Unione, si limiterebbe a perseguire una cooperazione sopranazionale finalizzata alla promozione di iniziative economiche comuni, che da sola non sarebbe in grado di intraprendere.

L’Europa, i sovranisti e le democrazie illiberali

europa bandiere

Lo scorso fine settimana si è svolto, a Bruxelles, il vertice del Consiglio Europeo sulla gestione dei flussi migratori. I risultati del vertice non sono stati soddisfacenti per il nostro Paese, a dispetto dell’ingiustificata esultanza del premier Conte.

Nel testo finale viene, più volte, ribadita la volontarietà della suddivisione di chi arriva in Europa. In altre parole, l’Italia non ottiene la distribuzione obbligatoria dei migranti ma, unicamente, l’impegno degli altri Paesi europei ad approntare, se lo vorranno, dei campi di accoglienza.

Rimane, a questo proposito, una grande incertezza rispetto all’attendibilità degli impegni presi su base volontaria.

Tra gli Stati europei più intransigenti e indisponibili alle ragioni della condivisione della gestione delle politiche migratorie si segnala il governo ungherese guidato da Viktor Orban e dal gruppo dei paesi di Visegrad, la fronda euroscettica dell’Europa centro-orientale (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca). Ma troviamo estimatori delle idee politiche sovraniste anche nel Front National in Francia, nei partiti islamofobi di estrema destra del Nord Europa e in Italia, nella Lega (Nord?).

Proprio gli alleati europei di Salvini sono, plasticamente, i portatori di interessi nazionali configgenti con l’interesse italiano che è volto ad una comune gestione dei migranti su scala continentale, essendo l’Italia, per motivi geografici, il paese di primo arrivo.

Inoltre, l’alleanza sovranista europea con lo sponsor decisivo della Russia putiniana, fa della costruzione di una società chiusa a difesa della Tradizione uno dei punti qualificanti della propria azione politica.

Anche qui all’insegna dell’egoismo nazionale e orientati a forme di “democrazia illiberale”1.

Il termine “democrazia illiberale”, nella consuetudine politico-giornalistica, indica un sistema politico, con notevoli variazioni a seconda dei contesti nazionali, formalmente rappresentativo ma nel quale non vengono pienamente rispettati i principi pluralisti e democratici.

Alcuni studiosi definiscono questo peculiare sistema politico-istituzionale “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura; altri, come Steve Levitsky2, professore di Scienza Politica all’Università di Harvard, utilizzano la dicitura di “autoritarismo competitivo”.

L’autoritarismo competitivo è un fenomeno post guerra fredda che coinvolge i Paesi che uscivano da forme di dittatura. Ciò nonostante, nella contemporaneità, si va diffondendo come teoria politica, anche nei settori più conservatori dell’Europa occidentale.

Nelle democrazie illiberali esistono le Istituzioni democratiche e sono vissute tanto dal governo che dall’opposizione come il principale meccanismo per giungere al potere. Le elezioni sono relativamente competitive e in alcuni casi si registrano delle parziali vittorie delle opposizioni.

Tuttavia, non si tratta di un regime democratico, perché la competizione non è equilibrata: il partito di governo gode di enormi vantaggi, riducendo, con lo strumento legislativo, gli spazi di agibilità democratica delle minoranze e la libertà dell’informazione. Giornalisti e attivisti dell’opposizione vengono minacciati, a volte arrestati e spesso si verificano manipolazioni e frodi elettorali.

Nei discorsi pubblici, e nella propaganda dei governi e dei partiti della destra radicale che s’ispirano al modello di “democrazia illiberale”, risuona un’argomentazione principale: la morte del modello democratico occidentale da sostituire con regimi autoritari sul modello di quelli sperimentati in Russia, Cina e Turchia.

Si prospetta l’abbandono dei metodi e dei principi liberali nell’organizzazione di una società. Si propone un impianto di forte rilancio dell’orgoglio nazionale e della Tradizione, con un uso strumentale dei valori cristiani, vi è una dichiarata ostilità alle politiche europee di accoglienza agli immigrati, fomentando razzismi vecchi e nuovi.

A tutto questo si aggiunge un utilizzo improprio dei poteri costituzionali, l’occupazione degli organi di garanzia e una gestione arrogante dei rapporti politici e dei rapporti con i mezzi di informazione.

Sembra evidente come gli elementi sopraindicati rappresentino una pericolosa messa in discussione dei valori di cui si sostanziano le democrazie occidentali e pluraliste.

S’intravede il rischio che le pulsioni illiberali, il nazionalismo, la demonizzazione della società civile etichettata come “radical chic”, conducano verso una società chiusa, autoreferenziale, impaurita e più debole.

Occorre vigilare sui pericoli dell’autoritarismo contemporaneo e contribuire a promuovere una cultura di tutela dei diritti umani, di promozione della libertà d’informazione e, più in generale, la realizzazione dei principi democratici enunciati nelle Carte europee e nazionali.

Paolo D’Aleo

1) A proposito, si leggano le argomentazioni utilizzate dal filosofo russo Aleksander Dugin, teorico delle politiche proposte e realizzate da Putin e da Russia Unita, in A. Dugin, La quarta Teoria Politica, 2017; A. Dugin, A. De Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, 2014.

2) Si veda, S. Levitsky, L. Way, Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes after the Cold War , 2010.

Merkel ricuce strappo con la CSU, ma serve ok SPD

schulz merkel und seehofer beginnen beratungen ber groe koalitionContro tutti i pronostici che davano ormai per sconfitta la Cancelliera, Angela Merkel ‘passa’ anche questa e va avanti. Alla fine la Cancelliera ha ricucito lo strappo con il ministro dell’Interno Horst Seehofer accettando l’istituzione di zone al confine per identificazione ed espulsione più rapida degli stranieri è già registrati in altri Paesi, per contrastare gli ingressi illegali in Germania.
L’intesa prevede un’applicazione rigidissima del regolamento di Dublino, quello che stabilisce che i profughi facciano domanda nel primo Paese di approdo in Europa, restando in quel Paese. Un vero punto a sfavore per l’Italia che è, e resta, geograficamente, il primo Paese comunitario in cui hanno ingresso i migranti.
Angela Merkel, dopo la serratissima riunione, ha parlato ieri sera di un “buon compromesso” che, “limita i flussi secondari che minacciano Schengen”. L’incognita resta ancora sul terzo partito della coalizione di governo, i socialisti tedeschi dell’Spd, che deve ancora far sapere se accetterà i termini dell’intesa. Tuttavia l’accordo pesa su Roma e sulla sua mancata diplomazia dimostrata nelle ultime settimane. Come si legge in un articolo di Tonia Mastrobuoni su Repubblica, nel punto 3 del documento sottoscritto da Cdu e Csu, i respingimenti interesserebbero i Paesi confinanti. “Nei casi in cui i Paesi rifiutino accordi amministrativi sui respingimenti diretti, il respingimento avviene al confine con l’Austria, in base a un accordo con l’Austria”. I profughi provenienti dunque dall’Italia, che si è rifiutata finora di sottoscrivere un’intesa bilaterale con Berlino, verranno bloccati direttamente al confine.
E mentre da Vienna Kurz si è detto pronto a serrare i confini, dall’Italia non arriva nessun commento dal Governo che più di tutti ha dato battaglia contro i migranti e che ora si ritrova pagato con la stessa moneta. Dai Paesi di Visegrad invece, nonostante il Vicepremier Salvini abbia più volte spalleggiato le iniziative dei Paesi dell’Est europeo, arriva un duro monito contro Roma. L’accordo raggiunto fra Angela Merkel e Horst Seehofer sui migranti è – secondo il premier ceco Andrej Babis – “il chiaro segnale che chi sbarca in Italia e Grecia non ha diritto di scegliere di vivere in Germania”. “Forse ora Italia e Grecia capiranno e chiuderanno le loro frontiere” ha twittato il primo ministro di Praga questa mattina, commentando l’accordo fra la cancelliera tedesca e il suo ministro dell’interno.
L’àncora di salvezza per Salvini che sulla questione migranti ha solo mostrato improvvisazione e inesperienza potrebbe arrivare inaspettatamente proprio dai socialisti tedeschi. I vertici dell’Spd non danno per scontato il loro assenso all’accordo CDU e CSU sui migranti. La presidente dell’Spd Andrea Nahles ha affermato: “Per adempiere al punto tre dell’accordo servono intese con l’Italia e con l’Austria. Ci prenderemo tutto il tempo che occorre”.
Mentre l’ex presidente del Parlamento europeo e già leader dell’Spd, Martin Schulz, non usa mezzi termini contro l’accordo e guarda in prospettiva europea: “L’epoca in cui si poteva ritenere che la Csu fosse un partito responsabile nei confronti dell’Europa è definitivamente finita”. Il consenso europeo viene sacrificato alle esigenze delle “urne in Baviera”. Per Schulz “non può accadere che un paio di persone fuori di testa che si insultano e si offendono reciprocamente per settimane, adesso vogliono che l’Spd deve decidere in 24 ore”.

Nencini: “L’anno zero
del centrosinistra”

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

Il Gruppo Visegrad che non convince più Praga

Czech Prime Minister Andrej Babis attends a parliamentary session during a confidence vote for the newly appointed government he leads, in Prague, Czech Republic January 16, 2018.  REUTERS/David W Cerny

Czech Prime Minister Andrej Babi REUTERS/David W Cerny

Il gruppo di Visegrad era nato per difendere gli interessi di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca in Europa. Ma per la Repubblica Ceca si sta convertendo in una gabbia in cui inizia a mancare ossigeno.

Lo scorso giovedì i membri del gruppo si sono incontrati per l’ultimo summit a presidenza Ungherese e hanno invitato al convitto anche il neo cancelliere austriaco Sebastian Kurz.
Nell’incontro, per il governo di Praga, si sono cristallizzati molti più punti di sofferenza che di accordo. Quest’ultimi sono legati al tema immigrazione, con il rafforzamento delle frontiere esterne dell’Europa molto caro hai paesi dell’Est, ed una netta opposizione al progetto di Budget Europeo proposto dalla Commissione Europea per il 2021-2027.

Lo stesso primo ministro ceco, il populista Andrej Babiš, ha definito la proposta “assolutamente inaccettabile. Nel corso del consueto incontro tra diplomatici, studiosi e politici dell’Europa centrale svoltosi a Praga il mese scorso (Prague European Summit) lo stesso Babiš aveva affermato che il Budget per i prossimi sei anni non doveva essere “grossolanamente ed ottusamente modificato” rispetto a quello attuale.

La partita si gioca tutta sulla riduzione dei fondi all’agricoltura essendo, la Repubblica ceca, un paese di latifondi medio-grandi con una media di 133 ettari per possedimento, una delle più consistenti di tutta l’Unione. Ma non solo. La riduzione dei fondi per l’agricoltura intaccherebbe le stesse tasche del primo ministro essendo Babiš proprietario della Agrofert.

Il problema maggiore per il governo Boemo è la totale mancanza di alleati a Bruxelles. Jiri Schneider, ex ministro degli Esteri e direttore della fondazione Aspen Institute Central Europe sostiene che “il problema maggiore per Praga è che il gruppo di Visegrad di cui fa parte è conosciuto in Europa per i continui veti sulla ripartizione degli immigrati ed i no al processo di integrazione europeo”. E ancora: “La visione del governo precedente era quello di collocare Praga come ponte tra l’Europa Occidentale e quella dell’Est. Ma appena Berlino sente parlare di Budapest o Varsavia, automaticamente chiudono la conversazione”.

Praga deve peraltro affrontare anche l’ambiguo strabismo politico del gruppo di Visegrad, con un Orban legato a doppia mandata con Mosca e una Polonia che, in conflitto con tutti i vicini orientali e con la Germania, annovera come unico teorico alleato Trump, molto infastidito dalla legge revisionista sull’Olocausto promossa da Varsavia in primavera a tal punto da rifiutarsi di ricevere il presidente polacco nel corso di una visita a Washington.

Problemi di collocamento estero aggravati dall’instabilità caratteriale e politica dello stesso primo ministro, un mix tra il primo Berlusconi e la spinta populistica di un Grillo. Il tutto condito da un governo che ancora non si è formato (i comunisti devono ancora decidere se appoggiare la deficitaria maggioranza parlamentare) ed un presidente della Repubblica anch’esso fortemente populista, Zeman il quale, al contrario dell’omonimo allenatore di calcio, gioca sulla difensiva ponendo il veto su ministri degli esteri pro europei e socialisti.

Un rebus dal quale la piccola Repubblica Ceca deve uscire se vuole davvero sovvertire gli equilibri di spartizione dei fondi europei.
Verso quale direzione andrà Praga?

ANNO ZERO

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

IL REPLICANTE

conte primo piano

Tanto fumo per nulla. La bozza Ue sull’immigrazione sarà accantonata. Il presidente del consiglio Conte spiega la sua versione: “Ho appena ricevuto una telefonata dalla Cancelliera Angela Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La Cancelliera ha chiarito che c’è stato un “misunderstanding”: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata”, ha scritto ancora Conte nel post che conclude così: “Ci vediamo domenica a Bruxelles!”.

Un messaggio di invito a una politica di interesse comune è arrivato da una portavoce della Commissione europea a margine della conferenza stampa del commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. “Condividiamo la preoccupazione dell’Italia” sulla proposta che riguarda i movimenti secondari dei migranti”. “La bozza della dichiarazione di domenica sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione”. L’impostazione tra Italia e altri è differente. Da noi si alza la voce per ottenere il contentino da poter spendere internamente per una manciata di voti e di consenso in più. Come se fossimo con il piattino in mano a chiedere maggior considerazione. Ma i risultati concreti non si ottengono con le dichiarazioni stampa ma ai tavoli che contano. Lì non li può gridare. Lì conta il peso e la credibilità politica ed anche economica di un paese.

Il premier Giuseppe Conte in un post su facebook, soffermandosi sul vertice di domenica a Bruxelles, ha affermato che in quella sede “al centro della discussione sull’immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte di altri Paesi. L’incontro non si concluderà con un testo scritto, ma solo con un summary sulle questioni affrontate e sulle quali continueremo a discutere al consiglio europeo della prossima settimana”. Una dichiarazione che chiude un giro costruito ad arte dalla propaganda di Salvini che con indosso la maschera da uomo forte giorno minaccia tutti ventilando la possibilità dell’assenza italiana al vertice. Insomma le parole di Conte non sono altro che la replica di quelle di Salvini, che al momento sembra essere l’unico a dettare la linea al governo mettendo sempre più in ombra sia il premier che il vicepremier Di Maio.

Intanto c’è accordo fra i paesi Visegrad e Vienna sulla gestione frontiere. Il premier ungherese, Viktor Orban, a Budapest, a margine dell’incontro dei paesi dell’Est Europa con l’Austria ha auspicato che “dopo il semestre di presidenza austriaca, l’Europa sia più forte, una comunità più equa di quello che è oggi. E che la Ue sia più sicura, queste sono le speranze che abbiamo in comune”, ha affermato Orban. “Ci sono anche temi in cui non vediamo consenso” con Vienna, “come ad esempio le quote. Ma adesso non vogliamo forzare su questo argomento, vogliamo sottolineare invece i punti di assenso”, ha detto ancora il premier ungherese Viktor Orban a Budapest a margine dell’incontro dei Visegrad cui oggi ha partecipato anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz.

Sullo sfondo si profilano altri scontri. Altri 350 migranti soccorsi all’alba di oggi sono diretti verso le coste europee a bordo della nave della Ong tedesca battente bandiera olandese, Lifeline. “Non saranno accolti in Italia” ha tuonato Salvini, sempre duro con i deboli. “Avete fatto un braccio di forza contravvenendo alle indicazioni della Guardia costiera e italiana e libica. Bene questo carico ve lo portate in Olanda”. Così – in diretta Facebook dal suo ufficio al Viminale il ministro dell’Interno. E ancora: “Le navi Ong di questi pseudovolontari – ha ribadito Salvini – nei porti italiani non metteranno più piede ma anche le nostre navi militari e della Guardia costiera, che meritoriamente continuano a salvare vite umane, staranno più vicine alle coste italiane. Non possono fare più da sole. Ci sono altri che devono intervenire, la Tunisia, Malta, Francia, Spagna”.

Mario Muser

La triplice alleanza senza Berlino, l’Italia verso Est


kurz salvini orbanSempre più ad Est. La posizione dell’Italia in Europa prende la piega tanto temuta da Bruxelles. Una linea sovranista ed euroscettica, cara ai paesi di Visegrad e all’Austria di Kurz, oltre che vicina alle idee di Putin. L’alleanza potrebbe portare l’Italia al fianco dei populisti di tutta Europa, creando così enormi difficoltà all’Unione Europea.

Già nei giorni scorsi Salvini, appena nominato ministro dell’Interno e vice premier, aveva parlato dell’Ungheria come partner ideale per cambiare l’Europa. L’intesa tra il leader leghista e Orban è ormai ben salda. La visione del continente è la stessa: alzare muri per evitare l’ingresso dei clandestini e fermare la libera circolazione delle Ong nel Mediterraneo e nell’Europa dell’Est.

Difficilmente i grandi paesi europei chiuderanno un occhio. Orban, le cui posizioni preoccupano da sempre la Commissione, ha voluto sottolineare a suo modo la nascita del legame con il nuovo governo italiano. “Le cose procedono secondo i miei gusti – ha detto oggi il premier ungherese – nella politica europea sono apparsi protagonisti duri”.

Al duo Salvini-Orban si è unito nelle ultime ore anche Sebastian Kurz, il cancelliere nazionalista austriaco. Oggi il primo ministro ha dichiarato guerra all’Islam decretando la chiusura di sette moschee, l’espulsione di alcuni imam poco graditi e la revisione dei permessi di soggiorno. “L’Italia è un alleato forte” ha detto il ministro dell’Interno austriaco, inviato da Kurz alla riunione in Lussemburgo con gli omologhi europei.

Austria e Ungheria conoscono perfettamente la situazione italiana. Sanno che il tema dell’immigrazione ha giocato un ruolo decisivo nell’ascesa della Lega. E intendono sfruttarlo a proprio vantaggio, arruolando tra le proprie fila un alleato forte come l’Italia. I punti in comune sono tanti, i programmi simili. Con queste premesse non dovrebbe essere difficile consolidare dei legami politici.

Rafforzando i rapporti con Visegrad e l’Austria, l’Italia rischierebbe grosso a Bruxelles. Rappresenterebbe un cambio di linea troppo radicale da parte di uno dei paesi fondatori dell’Unione. Giuseppe Conte non sembra poterselo permettere. Il problema, però, è rappresentato dalla scarsa autonomia che sta dimostrando di avere il premier. E gli accordi sull’immigrazione passano per il Viminale.

Dublino. L’Italia si allinea ai paesi Visegrad

ungheria immigrazione

L’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, si allinea sulla posizioni dei Paesi Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria)  mettendosi di traverso a qualsiasi ipotesi di riforma del trattato di Dublino sul diritto d’asilo. Al vertice dei ministri dell’Interno a Lussemburgo sono arrivati, oltre al no di Roma, quelli di Madrid, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia. Non si sono espressi Estonia, Polonia e Gran Bretagna. Gli altri 18, pur non soddisfatti, lasciano la porta aperta al negoziato. Tra questi Grecia, Malta, e Cipro, spaccando così il fronte mediterraneo.

Insomma da un lato del tavolo ci saranno la Germania, la Francia e i governi del Nord Europa. Dall’altro l’Italia e i Paesi del Sud a fianco del quartetto di Visegrad. Un’inedita alleanza mossa da un obiettivo comune: fare a pezzi la proposta di riforma di Dublino preparata dalla presidenza di turno bulgara, documento in discussione al Consiglio Affari Interni di Lussemburgo. Matteo Salvini non ci sarà, ma da Roma è partito l’ordine di tenere la linea dura: va respinto senza se e senza ma. In assenza di un accordo tra i 28, la palla passerà nelle mani di Donald Tusk, che chiederà ai leader di trovare una via d’uscita al Consiglio europeo di fine mese. Quello dell’esordio del premier Giuseppe Conte.  Uno spostamento netto dell’Italia che si allinea da una posizione di accoglienza che la ha sempre contraddistinta verso le posizioni della destra dei paesi dell’Est europeo. l Principio di Dublino dovrebbe regolare l’accoglienza di rifugiati nell’Unione europea. Da anni vi si chiede una riforma sostanziale, soprattutto da quando la gestione dei fenomeni migratori è diventata una priorità che non può essere gestita sempre come una urgenza. Ma deve essere invece governata. Per farlo serve un approccio diverso che passa appunto per la riforma del Trattato di Dublino. Ma l’intesa è in alto mare. L’obiettivo di trovare un accordo tra i Ventotto durante il vertice europeo di fine giugno non sembra raggiungibile, tanto più che in Lussemburgo si sono moltiplicate le critiche di numerosi ministri degli Interni e sono mancati i punti condivisi. Insomma la questione dell’immigrazione continua a dividere l’Unione.

Il pacchetto sul tavolo rivede solo parzialmente il cosiddetto Principio di Dublino che prevede la responsabilità del paese di prima accoglienza nella gestione dei profughi. Tra le altre cose, la proposta di riforma stabilisce che, nei casi di flussi particolarmente elevati, vi possa essere un ricollocamento dei rifugiati in tutta l’Unione europea. Il pacchetto riprende a grandi linee l’iniziativa del 2015 che ha creato un meccanismo provvisorio di ricollocamento, criticato da alcuni stati membri.

A sostegno della riforma il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani per il quale la proposta in discussione “è l’unica che mette insieme fermezza e solidarietà. È su questa base che gli Stati membri e il Consiglio devono lavorare”. “Per fermare l’immigrazione clandestina – ha aggiunto – serve un piano Marshall per l’Africa e un accordo con la Libia e i Paesi di transito come quello fatto con la Turchia”.

La situazione è ben spiegata dalle parole del ministro alla migrazione svedese Helene Fritzon al suo arrivo al consiglio europeo Affari interni, a Lussemburgo. “L’Europa – ha detto – ha bisogno di un’intesa sulla riforma di Dublino, ma con le elezioni delle destre in Europa c’è un problema per raggiungere un compromesso oggi. C’è un clima politico più duro. Non si tratta solo dell’Italia, ma anche la Slovenia”, ad esempio. Insomma un clima frutto della crescita della destra in tutta Europa.

 

Nord Stream 2, il progetto che divide ancora di più l’UE

map_sp2e2017-09-08L’Europa si spacca ancora e ancora una volta c’è di mezzo la Russia, o meglio gli interessi sulla Russia. Si parla ancora di Nord Stream 2, l’opera della compagnia russa Gazprom, co-finanziato dalle aziende europee Shell, Wintershall, Uniper, Omv e Engie.
I ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania, che venerdì hanno incontrato il loro collega tedesco a Palanga, non sono d’accordo sulla realizzazione del gasdotto sottomarino Nord Stream 2, la cui costruzione è prevista nel Mar Baltico a opera di Gazprom. Ma in prima fila contro la costruzione del gasdotto anche la Polonia, il viceministro degli Esteri polacco Konrad Szymanski ha dichiarato in un articolo su politico.eu che il gasdotto Nord Stream II non dovrebbe essere costruito perché danneggerà l’Unione europea e l’Ucraina. Per Szymanski nel 2019, quando il gasdotto sarà attivo, il colosso del gas russo Gazprom “avrà la capacità tecnica di servire i suoi clienti dell’Europa occidentale senza il sistema di trasmissione ucraino”. In realtà anche se Varsavia si richiama alla sovranità di Kiev messa in discussione da Mosca, il gasdotto ostacolerebbe la concorrenza nel mercato del gas polacco e aumenterebbe notevolmente la posizione negoziale di Gazprom nei confronti dei clienti polacchi.
Per la Germania invece si tratta di un buon affare a livello energetico e non sembra intenzionata a ostacolare il progetto. Il ministro tedesco degli Affari Esteri Heiko Maas aveva infatti fatto sapere che Berlino considera Nord Stream 2 un progetto esclusivamente orientato al business, ribadendo la stessa posizione anche durante il vertice di Palanga. “È chiaro che si tratta di un tema specifico su cui il punto di vista dei Paesi Baltici differisce dall’approccio del governo tedesco, che considera Nord Stream 2 prima di tutto un progetto commerciale di aziende private, pur ammettendo che dal punto di vista di altri Paesi lungo il Mar Baltico, il progetto ha una discreta quantità di aspetti politici e geopolitici”.
Anche l’Austria non sembra intenzionata a tirarsi indietro, la società austriaca Omv ha già investito 405 milioni nel nuovo gasdotto del Mar Baltico. L’ad Rainer Seele è presidente della Camera di commercio e dell’industria tedesco-russa e ha solidi contatti con il Cremlino La Repubblica alpina poi è il maggiore azionista unico del gruppo petrolifero e estrattore di gas.
All’inizio di aprile, il governo finlandese ha dato il via libera alla costruzione del gasdotto sottomarino attraverso il suo territorio. Se completato, il gasdotto Nord Stream 2 fornirà circa 55 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno dalla Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico, aggirando i paesi di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia, Ungheria–V4), gli Stati baltici e l’Ucraina, che dunque contestano il progetto.
Mosca stavolta ci prova con ogni mezzo a ‘ripartire’ economicamente, nonostante le sanzioni per la Crimea. Ieri due eventi hanno messo in chiaro quanto il presidente Putin punti sul territorio annesso. Per “incoraggiare” il business straniero a lavorare in Crimea, o ovunque si rischi di incappare nelle restrizioni americane o europee, la Duma ha messo a punto un disegno di legge che considererà un reato rifiutarsi di entrare in affari con cittadini russi sotto il pretesto delle sanzioni occidentali. La pena prevista può arrivare a quattro anni di reclusione. In prima lettura, la legge è passata ieri alla Duma all’unanimità. Mentre sempre ieri Vladimir Putin ha inaugurato il ponte sullo stretto di Kerch, ovvero il ponte lungo 19 chilometri che collega la Russia e la Crimea a bordo di un camion Kamaz. Circa 35 veicoli, tra cui autocarri, betoniere e gru, facevano parte del convoglio che ha inaugurato il ponte con il veicolo di Putin.